Riscoprire la figura di Sidney Sonnino, in occasione del suo primo governo (1906), è stato questo il tema dell’incontro di studi promosso dalla associazione degli ex parlamentari e che si è svolto nella sala Transatlantico del Consiglio regionale a Cagliari.
I lavori sono stati moderati dall’ex deputato e già consigliere regionale dei Riformatori sardi, Michele Cossa, e sono stati aperti con l’intervento di saluto del presidente dell’Assemblea sarda, Piero Comandini. Il presidente del Consiglio ha svolto anche una serie di considerazioni sull’attualità politica, con riferimento all’insostituibile ruolo dei partiti all’interno del sistema democratico ed anche al clima di generale disaffezione che in particolari momenti storici, si registra nei riguardi delle istituzioni e della cosiddetta politica. «Senza la conoscenza della propria storia – ha affermato Comandini, prima di lasciare spazio agli interventi dei relatori – non si può costruire il futuro delle nostre comunità e la partecipazione alla vita politica resta un atto di generosità che deve essere sempre valorizzato e agevolato».
Il presidente della fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, il professore Andrea Ungari, con il presidente del comitato di Cagliari per la storia e il Risorgimento, professore Marco Pignotti, hanno concentrato i rispettivi interventi sulle due diverse facce del liberalismo italiano, rappresentate da Giolitti e Sonnino e sulla figura di Sonnino come uomo di Stato fra moderazione e liberalismo.
Approfondimenti, dunque, su uno dei grandi nodi della storia politica italiana tra Otto e Novecento: il confronto tra il liberalismo conservatore di Sonnino appunto e quello pragmatico e inclusivo di Giovanni Giolitti. Infatti, pur appartenendo entrambi alla tradizione liberale, Sonnino e Giolitti interpretarono in modo profondamente diverso il ruolo delle istituzioni e il rapporto tra Stato e società.
Di particolare interesse le differenti posizioni sul ruolo del Parlamento. Per Sonnino il Parlamento doveva essere un luogo di selezione delle classi dirigenti e di esercizio responsabile del governo. Egli guardava con preoccupazione all’espansione delle pratiche trasformistiche e alla crescente influenza dei gruppi di interesse sull’attività parlamentare. Giolitti, al contrario, considerava il Parlamento lo strumento attraverso cui integrare progressivamente le nuove forze sociali e politiche che si affacciavano alla vita dello Stato, favorendo la stabilità attraverso il consenso.
Divergenti furono anche le posizioni sul suffragio universale. Sonnino temeva che un ampliamento troppo rapido del corpo elettorale potesse indebolire le istituzioni liberali e favorire spinte demagogiche. Giolitti, invece, vide nell’estensione del voto anche agli analfabeti (ma non alle donne) un passaggio necessario per consolidare il sistema politico e ricondurre entro il quadro costituzionale le domande provenienti dalle masse popolari.
Erano in contrasto anche con riguardo alla monarchia. Sonnino attribuiva alla Corona una funzione essenziale di equilibrio e garanzia dell’ordinamento statale. Giolitti, pur restando pienamente monarchico, tendeva invece a valorizzare maggiormente il ruolo del governo e della rappresentanza parlamentare, contribuendo a una progressiva parlamentarizzazione del sistema politico.
Anche nei confronti delle forze politiche dell’epoca emersero differenze profonde. Sonnino mantenne un atteggiamento più rigoroso e selettivo verso le opposizioni, guardando con diffidenza sia ai movimenti socialisti sia alle forme di radicalismo democratico. Giolitti perseguì invece una strategia di inclusione, cercando di coinvolgere nel gioco parlamentare socialisti riformisti, cattolici e nuove rappresentanze sociali, nella convinzione che l’allargamento della partecipazione fosse il presupposto della stabilità politica.
La questione meridionale – un altro tema che divenne importante nel confronto politico di quei tempi, a partire dal 1875 – è stata al centro dell’intervento dell’avvocato, Antonello Angioni, ed ha posto in luce il diverso approccio: Sonnino analizzò con lucidità le condizioni economiche e sociali del Mezzogiorno, denunciandone arretratezza e squilibri strutturali, privilegiando interventi orientati al rafforzamento dell’autorità dello Stato e alla modernizzazione amministrativa. Giolitti scelse invece una politica più flessibile e pragmatica, basata sulla mediazione con le élite locali e sull’integrazione del Mezzogiorno nel sistema politico nazionale, pur con risultati spesso controversi.
Dal confronto tra queste due figure è riemerso dunque il dibattito che attraversò il liberalismo italiano alle soglie della società di massa: da un lato la ricerca di solide garanzie istituzionali e di una guida autorevole dello Stato rappresentata da Sonnino; dall’altro la scelta giolittiana di adattare progressivamente le istituzioni alle trasformazioni sociali del Paese. Un confronto, come hanno dimostrato gli intervenuti, che continua ancora oggi a offrire spunti di riflessione sul rapporto tra governabilità, rappresentanza e partecipazione democratica. Un confronto che – come ha affermato il presidente della Fondazione Siotto, il professore Aldo Accardo – deve essere condotto senza posizioni rigide e schematiche ma, al contrario deve tenere nella dovuta considerazione la realtà politica, sociale e culturale dei tempi, per offrire un giudizio equanime su un processo storico che, in quanto tale, registra sempre elementi di contradditorietà, di cui anche Sidney Sonnino, è esempio e testimonianza».