Mozione n. 318

CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA

XVILegislatura

Mozione n. 318

COSSA – GIAGONI – MULA – GANAU – COCCIU – CAREDDA – MURA – COCCO – MANCA Desiré Alma – SECHI – SALARIS – CANU – CERA – CIUSA – COMANDINI – CORRIAS – CUCCU – DE GIORGI – ENNAS – FANCELLO – GALLUS – LAI – LANCIONI – LI GIOI – MAIELI – MARRAS – MELE – MELONI – MORICONI – MORO – MUNDULA – OPPI – PERU – PIGA – PINNA – PIRAS – PISCEDDA – SAIU – SATTA Gian Franco – SATTA Giovanni – SATTA Giovanni Antonio – SOLINAS Alessandro – TALANAS – TUNIS sul riconoscimento da parte dell’UNESCO del paesaggio culturale della Sardegna e la definizione del suo territorio quale “museo aperto”.

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IL CONSIGLIO REGIONALE

PREMESSO che la Convenzione sulla Protezione del patrimonio mondiale culturale e naturale, adottata dall’UNESCO nel 1972, prevede che i beni che ne sono oggetto possano essere iscritti nella lista del patrimonio mondiale alternativamente come patrimonio culturale, patrimonio naturale e paesaggio culturale;

OSSERVATO che la condizione di insularità e il fatto di essere crocevia di genti e di culture hanno forgiato l’unicità e plasmato la varietà naturale e culturale dell’Isola;

RILEVATO che i paesaggi culturali sono definiti come i paesaggi che rappresentano “creazioni congiunte dell’uomo e della natura”, così come definiti all’articolo 1 della Convenzione del 1972, e che illustrano l’evoluzione di una società e del suo insediamento nel tempo sotto l’influenza di costrizioni e/o opportunità presentate, all’interno e all’esterno, dall’ambiente naturale e da spinte culturali, economiche e sociali. La loro protezione può contribuire alle tecniche moderne di uso sostenibile del territorio e al mantenimento della diversità biologica”;

ACCERTATO che quello del megalitismo è un fenomeno complesso, che in Sardegna dal Neolitico si sviluppa attraverso il lungo percorso della più emblematica civiltà dell’Isola, che ha trovato il suo culmine nell’età nuragica, dove il nuraghe rappresenta un capolavoro del genio creativo umano;

SOTTOLINEATO che la densità media dei nuraghi consente di affermare che ci troviamo di fronte a una civiltà di grandi costruttori, che ha plasmato il paesaggio dell’Isola apportando una testimonianza unica e eccezionale della tradizione culturale dell’antica civiltà sarda;

EVIDENZIATO che in Sardegna, nel periodo fra il IV e il I millennio a.C., si svilupparono una serie di culture umane o, meglio, Civiltà, che oggi si individuano nell’enorme e diffuso lascito dei suoi manufatti, quali interi campi e isolati Menhir, frequentemente con simboli antropomorfi, sacri o rituali; dolmen, circoli megalitici e almeno 3.500 Domus de Janas; circa 10.000 torri nuragiche, di cui innumerevoli semplici o complesse, il cui numero nel tempo è andato progressivamente a diminuire a causa deperimento naturale o di distruzioni incontrollate; emergenze di piccoli o grandi villaggi, dotati di particolari necropoli comunitarie denominate Tombe dei Giganti, di cui residuano circa un migliaio di siti riconoscibili; sacrari federali e una rete di templi, pozzi, fonti e opere idrauliche, denominate sacre nella tradizione;

TENUTO CONTO che l’Isola può essere identificata dal Neolitico all’età del Ferro come importante crocevia di fenomeni culturali e commerci, oltre che centro di emanazione culturale e fulcro accentratore del commercio del rame, con la costituzione di un vero e proprio monopolio dei costruttori di nuraghi delle rotte commerciali dei metalli;

RICORDATO che la citata fittissima rete di monumenti – caratterizzata da allineamenti visivi ed astronomici ancora evidenti – ha permeato e permea il paesaggio dell’intera Isola e le culture delle popolazioni che l’hanno vissuta e tuttora la abitano. Popoli che sono parte integrante del paesaggio naturale, scarsamente antropizzato e con porzioni territoriali a volte in via di spopolamento. Paesaggio sempre vario e ricco di monumenti naturali, grotte carsiche, falesie, tafoni granitici, tacchi, colate laviche di basalto o di ossidiana, boschi e macchia arbustiva da tutelare, grandi e generose piane;

VALUTATO che questo patrimonio, che può essere definito come “paesaggio culturale”, pur aggredito in tanti modi dal susseguirsi delle occupazioni esterne, delle attività degli stessi abitanti e dello sfruttamento delle risorse, ancora oggi si presenta come un continuum archeologico che si distingue per la sua evidente UNICITÀ;

CONSIDERATO che questa articolata e diffusa ricchezza, dalla complessità spesso non facilmente accessibile, non è stata riconosciuta per il suo valore complessivo, integrato, da tutelare e valorizzare e l’evidenza dimostra che le tecniche di tutela e valorizzazione applicate nel corso degli anni, non si sono rivelate sufficienti in rapporto alle reali necessità e all’unicità del territorio sardo, che si distingue per essere uno tra i più densamente ricchi a livello archeologico e monumentale in tutto il pianeta;

CONSTATATO che il novanta per cento di questo patrimonio appare abbandonato, spesso neanche censito in archivi pubblici, se non addirittura aggredito dalla macchia arbustiva o da alberi d’alto fusto, perennemente in stato di precaria rovina a causa dell’aggressione svolta nel tempo dal manto vegetale, che paradossalmente contribuisce ad incrementare il fascino del paesaggio sardo, mentre, per converso, il degrado dovuto anche all’azione dì trafugatori di reperti, i quali agiscono indisturbati avvantaggiati da questo stato di abbandono, raggiunge uno sviluppo tale da comportare una perdita irrimediabile per le generazioni future e in generale per la storia dell’umanità;

TENUTO CONTO che il 29 gennaio 2019 l’ISTAT ha pubblicato l’annuale rapporto relativo ai siti museali ed al più complessivo patrimonio culturale presente nel territorio dello Stato italiano e, sulla base dei dati rilevati per il 2017, sono presenti 206 aree e 81 parchi archeologici, dei quali ben 54 sono dislocati nel territorio della Sardegna (45 aree archeologiche e 9 parchi archeologici) pari al 18,4 per cento del totale complessivo;

SOTTOLINEATO che le aree archeologiche, come definite dal decreto legislativo n. 42 del 2004 e successive modifiche ed integrazioni, Codice dei beni culturali e del paesaggio, sono talmente diffuse che la definizione di “Museo aperto” per la totalità dell’intero territorio regionale risulta essere ampiamente giustificata;

RICORDATO, inoltre, che già nel 2008 in ambito UNESCO era stata ipotizzata la creazione di una rete tra i nuraghi e il loro complessivo inserimento nel World Heritage Found, il Patrimonio mondiale dell’umanità ma tale ipotesi “in Regione” aveva ottenuto tiepido riscontro, così che l’idea era stata quindi riposta nel cassetto delle buone intenzioni;

SOTTOLINEATO che nel corso dei secoli il patrimonio sardo è stato devastato dall’incuria, dall’asportazione/esportazione di reperti, dal trafugamento ad opera di “tombaroli” per scopi speculativi, attività ancora non cessata, e i reperti del neolitico ed eneolitico sardo, quindi del periodo pre-nuragico e nuragico sono distribuiti nelle collezioni private e nei musei di tutto il mondo;

CONSIDERATO, inoltre, che le stesse attività umane di antropizzazione o realizzazione di infrastrutture, ancora nel secolo scorso e più raramente nell’attualità, si sono sviluppate a discapito della presenza di questi antichissimi monumenti: megaliti usati come materiale da costruzione per edifici pubblici e, più drammaticamente, per produrre ghiaia per strade e ferrovie;

RILEVATO che la carenza e in alcuni rari casi assenza di manufatti preistorici corrisponde in genere a terreni in cui sono stati attuati interventi di bonifica e di spietramento, ad aree fortemente urbanizzate o a siti in cui le chiese campestri o in molti casi le stesse parrocchie, si sono sovrapposte a monumenti nuragici, a volte per mera esigenza di utilizzo dei suoi conci litici, altre volte per una forma di sincretismo religioso tra un edificio connesso ad antichi culti “pagani” e un simbolo della cristianità;

VISTE le “Linee Guida per l’implementazione della Convenzione del patrimonio mondiale” (Guidelines for the Implementation of the World Heritage Convention) che indicano i dieci requisiti ai quali il bene oggetto di inserimento deve rispondere, nonché l’iter per l’iscrizione dello stesso nella Lista del patrimonio mondiale;
APPRESO che il Comitato del patrimonio mondiale, che si riunisce una volta l’anno, per esaminare le candidature si avvale della valutazione di tre organismi tecnici: l’ICOMOS per i siti culturali e lo IUCN per i siti naturali, l’ICCROM specializzato nella conservazione e nel restauro del patrimonio culturale. Questi organismi avviano una istruttoria tecnica che dura circa un anno e mezzo e prevede varie fasi, tra cui sopralluoghi sul posto e colloqui approfonditi con i proponenti e gli attori interessati;

VISTO che il Comitato con le sue decisioni cerca di stilare una Lista del patrimonio mondiale rappresentativa, bilanciata tra patrimonio culturale e patrimonio naturale, tenendo conto che non ci sono limiti al numero di siti che possono risultare iscritti complessivamente nella Lista e che hanno un certo grado di precedenza i siti che appartengono a categorie sotto rappresentate nella lista, o quelle di Stati il cui patrimonio è sotto rappresentato,

impegna il Presidente della Regione e la Giunta regionale

1) a rappresentare al Governo nazionale l’imprescindibile esigenza di inserire il paesaggio culturale sardo nella lista di quei Paesaggi UNESCO che appartengono a tutti i popoli del mondo;
2) ad attivare le opportune procedure al fine di vedere riconosciuta la tutela di massimo grado del paesaggio naturale sardo, come quella che potrebbe essere garantita con il riconoscimento dell’UNESCO;
3) a promuovere per una delle regioni più povere d’Europa come la Sardegna un nuovo modello di “buono” sviluppo, in linea con gli indirizzi di sostenibilità ambientale e sociale, di contrasto dei cambiamenti climatici, di efficientamento della società attraverso la digitalizzazione e di tutela e valorizzazione del “paesaggio culturale”.

Cagliari, 12 agosto 2020

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