Seduta n.116 del 07/09/2005 

CXVI SEDUTA

(Pomeridiana)

Mercoledì 7 settembre 2005

Presidenza del Vicepresidente Paolo Fadda

La seduta è aperta alle ore 16 e 34.

MANCA, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana di giovedì 28 luglio 2005 (111), che è approvato.

Sull'ordine dei lavori

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Sanna Franco. Ne ha facoltà.

SANNA FRANCO (D.S.). Intervengo sull'ordine dei lavori per chiedere un quarto d'ora di sospensione.

PRESIDENTE. Poiché non ci sono opposizioni, sospendo la seduta, i lavori riprenderanno alle ore 16 e 45.

(La seduta, sospesa alle ore 16 e 35, viene ripresa alle ore 16 e 48).

Continuazione della discussione generale del documento di programmazione economica e finanziaria 2006-2008 "Competitività, coesione, occupazione" (Doc. n. 7/A)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la continuazione della discussione generale sul documento n. 7/A. E' iscritto a parlare il consigliere Davoli. Ne ha facoltà. Poiché il consigliere Davoli è assente, decade.

E' iscritto a parlare il consigliere Floris Vincenzo. Ne ha facoltà.

FLORIS VINCENZO (D.S.). Signor Presidente, signori Assessori, onorevoli colleghi, sono d'accordo con il Documento di programmazione economica e finanziaria 2006-2008 perché si pone l'obiettivo di costruire una seria prospettiva di sviluppo per la Sardegna, con interventi calibrati verso il breve e lungo periodo partendo dai punti di forza presenti nell'isola, rappresentati in primo luogo dalla propria storia e dalle proprie risorse, tentando di uscire da quella cultura del lamento che ha caratterizzato oltre misura la recente storia politica della nostra isola.

L'impostazione che viene data punta a far leva innanzitutto sulle ricchezze tradizionali per ricercare, attraverso quel reticolo di proposte che emergeranno dai laboratori territoriali, la sintesi per unire i mille fili che differenziano tra loro le nuove province e i tanti micro villaggi che caratterizzano la Sardegna. Su questa impostazione si basa la nuova strategia di sviluppo che cerca di trovare un filo conduttore coerente con il programma di trasformazione positiva e di governo della Giunta regionale. L'obiettivo è anche quello di contemplare questo principio di sviluppo e di pianificazione sostenibile dentro una più credibile articolazione strategica da attuare nei prossimi anni. Il DPEF stabilisce anche, per la prima volta, un ponte con il programma regionale di sviluppo che verrà aggiornato annualmente a partire da quest'anno. I macro obiettivi elencati nello stesso titolo dell'attuale DPEF sono quelli della competitività, della coesione sociale e dell'occupazione. Dentro questi obiettivi si dislocano le linee strategiche che riguardano il potenziamento dell'identità e della cultura regionale locale, la valorizzazione delle norme e il prezioso patrimonio ambientale, il potenziamento del sistema dei saperi regionali, l'accrescimento del sistema produttivo interno per collocarlo in una dimensione di carattere internazionale che riesca a sprovincializzare l'attuale caratteristica delle imprese isolane.

Parallelamente punta ad attivare una nuova politica di attrazione di impresa in grado di portare nell'isola investimenti innovativi in settori tecnologicamente avanzati in modo da mirare contemporaneamente sull'ammodernamento delle reti, dei servizi e delle infrastrutture materiali ed immateriali ed attuare una seria politica del lavoro basata su nuove politiche attive del lavoro più rispondenti all'esigenza di cogliere un visibile e solido incremento dell'occupazione.

L'attuale situazione di crisi che si ha oggi nell'isola è preoccupante; in ogni modo, rispetto al quadro recessivo nazionale, la Sardegna ha alcune carte da giocare che potrebbero migliorare e potenziare il sistema produttivo isolano. Il deficit di capacità di competere che ci contrassegna da anni è legato, come sappiamo, alla cronica insufficienza di infrastrutture materiali ed immateriali e alla rigidità del sistema produttivo che non riesce ad innovarsi, a confrontarsi positivamente nel mercato.

Le stesse politiche di incentivazione portate avanti in questi ultimi vent'anni hanno puntellato l'esistente o finanziato nuove attività inserite il più delle volte dentro produzioni mature e scarsamente competitive. Per questo è necessario che la Sardegna riprenda in modo virtuoso il cammino legato allo sviluppo locale, tentando di riorganizzare l'intero tessuto produttivo delle piccole e medie aziende intorno ad un'idea forza basata sull'innovazione tecnologica e sul sapere.

I settori delle imprese innovative sono strategici poiché possono costituire i motori veri della crescita economica; mi riferisco in modo particolare a quello della bio-medicina, della bio-informatica, dell'informatica, della telematica, dell'agroalimentare, della chimica, dove sussistono tra l'altro preziose competenze. Sulla chimica va fatto un discorso approfondito e sarebbe sbagliato guardare a questo settore come ad un compartimento che deve andare il più velocemente possibile ad esaurimento, pensando magari, con la retorica delle piccole imprese, di poter fare a meno nell'isola della grande industria. E' vero che la fine delle partecipazioni statali ha indebolito enormemente l'apparato produttivo sardo, ma è anche vero che oggi sono presenti soggetti privati che operano nel mercato internazionale con i quali è necessario discutere di disegni di sviluppo legati, per esempio, a quei nuovi settori di chimica fine che si pongono in maniera diversa dal passato anche rispetto al problema ambientale.

L'impostazione dell'attuale DPEF raccoglie questa sfida e punta a garantire una nuova metodologia basata sui contenuti innovativi in grado di intervenire per migliorare la competitività territoriale e la sua coesione. Perciò ritengo che questa nuova pianificazione può determinare un miglioramento sostanziale della nostra struttura produttiva; sono presenti nell'isola - come sappiamo - diversi sistemi produttivi locali i quali richiedono una capacità di intervento che pervenga ad una omogeneità nella distribuzione delle risorse, cogliendo quelle che sono le condizioni più problematiche e che mostrano degli evidenti ritardi di sviluppo.

Nel DPEF, questa esigenza viene colta con accuratezza; nella parte relativa ai macro obiettivi e strategie, fissa come intervenire per sostenere quelle iniziative inserite entro progetti territoriali di sviluppo. Viene posta particolare attenzione all'esigenza di avere precise riserve finanziarie da destinare a quei territori soggetti a fenomeni di spopolamento e con livelli di reddito inferiori alla media regionale; di tutto questo, la finanziaria dovrà tener conto e trovare le giuste ed adeguate risposte.

Questo DPEF quindi è importante perché esce fuori da semplici enunciazioni di principio e da programmi vaghi e punta a definire un modello di sviluppo basato su obiettivi e priorità, con una lettura coerente del nostro tempo, caratterizzato da grandi difficoltà ma anche dall'esigenza di avviare un processo di riscatto dell'intera isola. Questo nuovo percorso indicato è strettamente legato ad un piano di sviluppo complessivo che dovrà collocarsi all'interno della sfida della modernizzazione per cogliere le nuove opportunità che si dispiegheranno per esempio dall'istituzione dell'area euromediterranea di libero scambio sancita dalla Conferenza di Lisbona. Ma, nell'età della globalizzazione, è importante mantenere la nostra specificità storica e culturale, cioè la nostra identità, perché chi possiede questa specificità entra in relazione paritaria con gli altri. Non esistono peraltro identità storicamente garantite, perché l'identità non è solo storia ma anche capacità di ridefinirsi oggi all'interno di un chiaro progetto per il presente.

E' chiaro che, in una società dove sono vigenti pesanti esclusioni e disparità, è necessario puntare su alcuni obiettivi prioritari come quello di sconfiggere la disoccupazione di massa. Nel DPEF sono indicati tutti quei soggetti ad iniziare dagli enti locali, le imprese, le parti sociali, su cui attivare un nuovo e più proficuo protagonismo sociale. Dentro questa scelta, si colloca anche l'attuazione del Titolo V, Parte II della Costituzione, che assegna ai comuni, province, regioni, all'interno del principio di sussidiarietà, pari dignità con lo Stato. Questo pone il problema di un diverso rapporto tra Regione ed enti locali che dovrà basarsi sul rafforzamento della concertazione, come momento di collaborazione e partecipazione paritaria alle scelte politiche di interesse comune che dovranno essere fatte.

Si tratta oggi, anche alla luce delle nuove province, di rendere effettivo il trasferimento di competenze, anche in attuazione del decreto legge 234 con il quale si recepivano i contenuti del decreto legge 112 del 1998. All'interno di questo quadro, dove la Regione avrà il ruolo primario di soggetto della programmazione, pianificazione ed indirizzo, è necessario portare a compimento l'opera di ammodernamento di tutto l'apparato regionale, in modo da rispondere efficacemente all'esigenza degli enti locali e contribuire alla costruzione di uno sviluppo regionale più equilibrato. Da qui bisognerà partire, per avere una comunità regionale più avanzata, più libera, più moderna, più democratica e per raggiungere un'economia di mercato, non una società di mercato, dove generare uno sviluppo economico sano e non assistito, perché il mercato senza la politica, come sappiamo, crea alla fine il più delle volte solo gigantesche ingiustizie.

La Sardegna è uscita da tempo da una condizione di sottosviluppo generalizzato, però è ancora una società dipendente da trasferimenti finanziari esterni, con un tessuto economico fragile, con un tasso di disoccupazione a livelli intollerabilmente alti e con una crescente occupazione precaria. Per questo motivo sono definite, nel DPEF, appropriate e strutturate politiche pubbliche per lo sviluppo. I mutamenti che sono avvenuti nello scenario regionale negli anni '90, a partire dalla fine dell'intervento straordinario per il Mezzogiorno, accompagnato da un poderoso processo di privatizzazione, hanno indebolito l'idea di avere delle politiche pubbliche per lo sviluppo.

Oggi, a livello nazionale, il Mezzogiorno è stato cancellato e lo Stato con il suo bilancio è quasi del tutto assente. Una delle prime emergenze che il Governo regionale ha preso in mano è stata quella delle entrate, vista la disomogeneità tra livello delle entrate e livello della spesa, mediante la crescita fisiologica dei getti tributari. La verifica dei trasferimenti effettuati dallo Stato negli ultimi dieci anni ha fatto emergere che, nell'arco di tempo che va dal 1991 al 2003, il PIL statale è cresciuto in termini ideali del 20,3 per cento e quello regionale invece del 18,8 per cento. L'azione messa in campo dalla Commissione bilancio nei mesi scorsi e l'attivazione da parte della Giunta delle procedure necessarie per creare i presupposti per l'avvio di una trattativa con lo Stato, volta a verificare la corretta applicazione dell'articolo 8 dello Statuto, dovrebbero portare a rivisitare le spettanze IRPEF, i rimborsi IRPEF, i rimborsi della spesa sanitaria previsti dalla legge 549 e dalla legge 662, le compartecipazioni sulle imposte sostitutive e la determinazione, come prevede l'articolo 8 dello Statuto, della quota IVA come variabile e da portare al costo delle funzioni normali della Regione.

Dai dati elencati nel dettaglio con certezza dalla Commissione bilancio e dagli uffici sono emerse anomalie nei calcoli elaborati dagli uffici statali e irregolarità e incongruenze nell'applicazione dell'articolo 8 dello Statuto. Questa partita è di vitale importanza perché dagli esiti che avrà dipenderà la formulazione delle previsioni di entrate per il triennio 2006-2008 e potrà compensare le minori entrate statali e comunitarie. Questo ha portato a confermare la scelta fatta nella manovra finanziaria del 2005 che si è basata non sulla spesa che si intendeva sostenere ma sulle reali entrate disponibili, tenendo conto che la spesa poteva avere un incremento per un massimo del 10 per cento rispetto al totale delle entrate.

Oggi si propone un incremento massimo, rispetto alle entrate, del 5 per cento. Io credo che l'uscita della Sardegna dall'Obiettivo 1, a partire dal 2006, renda ancora più inderogabile l'impegno ad utilizzare presto e bene le risorse disponibili. La Sardegna, viene ribadito con forza anche nel DPEF, ha una posizione strategica nel Mediterraneo e questa sua collocazione la deve portare a sfruttare a pieno questa favorevole condizione intensificando i rapporti con i Paesi del nord Africa che si affacciano sulla riva sud del Mediterraneo.

Questo deve portare alla creazione di stabili relazioni di cooperazione di carattere culturale, scientifico e produttivo che utilizzino a pieno le opportunità infrastrutturali e la logistica che esiste nell'isola, ad iniziare dai trasporti legati al sistema dei porti e degli aeroporti. Per questo, concordo sulla necessità che, all'interno di questo nuovo ciclo di programmazione, sia necessario garantire interventi in grado di incidere la corteccia dei problemi secondo una visione di competitività, coesione ed occupazione in un progetto cioè adeguato ai tempi, inserito in un contesto nazionale ed europeo e dotato di polmoni e gambe per andare avanti e competere. Un progetto del genere ha bisogno però non solo di semplici burocrati, in grado di monitorare l'avanzamento sui vari obiettivi, o di buoni specialisti, che gestiscano i laboratori della programmazione integrata, ma anche e soprattutto di una seria ed onesta politica in grado di coinvolgere, in questa sfida per il cambiamento, l'intera società sarda. Si tratta di riprendere il cammino virtuoso di una Regione che costruisce la sua prospettiva fondandola sui punti di forza.

Negli anni '50, attorno al terreno della rinascita della Sardegna, si unirono convintamente forze politiche e sociali; si tratta oggi, secondo me, di riprendere quella sana pratica facendo emergere una buona politica fatta di capacità di ascolto, di forte mediazione e, soprattutto, di coinvolgimento democratico degli attori dello sviluppo. Su questo terreno, sono sicuro che potremo riscrivere, all'interno del rispetto dei ruoli tra Giunta e Consiglio, e distinguendo - come ci ha ricordato un autorevole politico sardo nei giorni scorsi - il ruolo autonomo dei partiti da quello dell'istituzione, una nuova ed interessante pagina sullo sviluppo futuro della nostra isola.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Dedoni. Ne ha facoltà. Poiché il consigliere Dedoni è assente, decade.

E' iscritto a parlare il consigliere Bruno. Ne ha facoltà.

BRUNO (Progetto Sardegna). Signor Presidente del Consiglio, signori Assessori, colleghi consiglieri, il Documento di programmazione economica e finanziaria che stiamo discutendo ci presenta una manovra finanziaria in linea con il processo di risanamento della finanza regionale già avviato con il precedente DPEF e con l'ultima finanziaria; nel contempo è in grado di assicurare una precisa strategia di sviluppo economico per la nostra Regione.

Il programma regionale di sviluppo, la cui prima stesura è in fase di elaborazione, che sarà presentato nel corrente anno, fornirà un quadro degli obiettivi strategici da perseguire in questa legislatura, coerentemente con il programma di governo condiviso dai cittadini. Fornirà finalmente una pianificazione su ambiti tematici, il piano del turismo sostenibile, il piano sociale, quello sanitario, il piano energetico, quello dei trasporti, quello agroalimentare, eccetera. Ma, già in questo DPEF, si evidenziano le scelte fondamentali che devono condurre la Sardegna verso un modello di sviluppo autonomo, equilibrato, partecipato, in sostituzione di un persistente modello di sviluppo economico assistito. Tutto ciò lo si porrà in essere nonostante i vincoli conseguenti alla situazione di indebitamento ereditata dalla Giunta regionale in carica, che impone in maniera rigorosa la tendenza al risanamento delle finanze che giustifica il massimo contenimento possibile di spesa non produttiva.

Una politica, come detto, rigorosa, innovativa sotto il profilo economico finanziario, che non vuole solo limitarsi a gestire il contingente, vivere alla giornata, ma gettare le basi per un futuro diverso. Anche la Corte dei Conti, nella relazione ultima del Procuratore Generale, ha messo in evidenza come il DPEF 2005-2007, il bilancio 2005, abbiano puntato alla razionalizzazione, al contenimento della spesa ma soprattutto ad una programmazione di un nuovo modello di sviluppo per la Sardegna. Una scelta dunque di discontinuità, come risposta implicita a quanti in questi mesi hanno accusato la Giunta di saper operare solo tagli alla spesa. Non solo quindi risanamento finanziario ma, per dirla con le parole della Corte dei Conti, definizione di importanti strumenti di programmazione tra cui un intero sistema di monitoraggio di risultati, storicamente assente nella Regione.

Quindi la strada imboccata è quella giusta. Emerge anche in questo DPEF, in continuità con quello precedente, il perseguimento di una nuova cultura del risultato attraverso la costante verifica dell'impatto delle azioni di governo intraprese. Questo è un fatto culturale, è un fatto innovativo, è un fatto morale. Ma i problemi da affrontare nell'opera di rilancio della Sardegna sono ancora tanti, sulla base dei dati di scenario che mostrano una Sardegna in forte difficoltà nel contesto europeo, nel contesto nazionale, la Regione ha individuato tre macro obiettivi da perseguire (la competitività, la coesione sociale e l'occupazione) e sei linee strategiche. Si parte dai punti di forza, dal valore aggiunto della nostra terra, dall'identità, o meglio dalle identità regionali e locali, dalla ricchezza del nostro ambiente, dalla posizione centrale privilegiata dell'isola quale crocevia del Mediterraneo.

Non si nascondono le aree di miglioramento, i punti di debolezza, primo tra tutti il dato sui livelli di istruzione (che rende indifferibile un miglior sistema regionale della conoscenza, garanzia di futuro per la nostra Isola) e, ancora, la dimensione medio-piccola delle nostre imprese che rappresenta un palese limite alla competitività sui mercati e soprattutto sui beni nei quali il fattore prezzo è determinante, è essenziale. Si assiste, ed è un fenomeno che raggiunge nuove fasce sociali, all'aumento della povertà, prosegue il fenomeno dello spopolamento, che cambia la geografia economica e sociale, l'insularità continua a rappresentare e a comportare una limitazione dei diritti per i sardi con gli handicap conseguenti.

Ecco, il documento parte dall'analisi di questi fenomeni per definire un sistema di azione di governo orientato a rafforzare la cultura dell'identità, a rendere la ricchezza ambientale un valore economico per la nostra e per le generazioni future, puntare sull'economia della conoscenza, promuovere la dimensione internazionale della Sardegna, rendere più efficaci le politiche attive per il lavoro. Questo DPEF, insomma, onorevole Rassu, non è esercitazione teorica, entra nel concreto delle scelte strategiche.

Mi soffermo solo su alcune delle priorità indicate. Prima di tutto, il lavoro. Viene detto nel documento che la creazione di lavoro stabile è l'obiettivo primario della Regione, vengono indicate chiaramente le opzioni programmatiche per raggiungere questo obiettivo, ancora l'identità, l'ambiente, l'innovazione, lo sviluppo locale integrato, la conoscenza. Le stesse politiche attive per il lavoro vengono riorientate verso una maggiore efficacia a partire dal quadro degli interventi innovativi contenuti nel piano integrato per lo sviluppo e il lavoro, introdotto nella scorsa finanziaria. L'erogazione dei piccoli sussidi, delle misure di microcredito, dei prestiti d'onore, l'accompagnamento e l'assistenza alle imprese nella fase di start up e di inserimento nel mercato, la rivisitazione complessiva del sistema di incentivi rappresentano una prima concreta e non più rinviabile risposta. La nascita dei laboratori di progettazione provinciale - avviati con il POR - sta inaugurando, nelle nostre aree territoriali, un metodo di partecipazione e di condivisione alle scelte della programmazione regionale, valorizzando tutte le risorse locali per iniziative che favoriscano lo sviluppo locale e conseguentemente l'occupazione.

Ma lo sviluppo economico passa attraverso il forte investimento nelle risorse umane. Questo direi, come mai prima d'ora, è una chiara, energica azione prioritaria di questo Esecutivo regionale e di questa maggioranza. L'attesa, nei giovani laureati e nelle loro famiglie, della misura relativa ai voucher formativi per agevolare e garantire l'alta specializzazione dei nostri giovani in Italia e all'estero è un'altra decisa risposta esemplificativa del processo che intende mettere in atto questa Giunta regionale, l'Assessorato della programmazione in particolare, sul versante della valorizzazione delle risorse umane.

Altra scelta strategica è il turismo: viene riaffermata la vocazione turistica della nostra Isola da potenziare e valorizzare tenendo conto dell'immenso patrimonio di risorse culturali e naturali della Sardegna. Priorità è l'allungamento della stagione turistica e l'orientamento delle strutture e della programmazione verso un tipo di turismo complementare e in alcuni casi alternativo a quello marino-balneare.

Viene favorito un sistema di monitoraggio e controllo utile per arginare il fenomeno delle seconde case, viene perseguita la necessaria integrazione tra il settore turistico in senso stretto, quello tradizionalmente inteso, con gli altri settori produttivi, anche attraverso sistemi di accesso per le aziende agli strumenti di certificazione ambientale e di qualità. La recente delibera della Giunta regionale, che di fatto avvia la costituzione e il riconoscimento dei sistemi turistici locali, va in questa direzione, privilegiando i progetti proposti in sinergia tra soggetti pubblici e privati che operano in un'area omogenea, in attuazione della legge 135 del 2001, fino ad ora non recepita in Sardegna. Si restituisce insomma al territorio la regia del governo del turismo non attraverso la creazione di nuovi enti, ma attraverso una capacità progettuale e programmatoria dei soggetti pubblici e privati coinvolti nel territorio stesso.

Vi sono inoltre altri valori presenti nel DPEF laddove si parla di coesione sociale, che sono nel DNA della nostra terra, della nostra gente: la solidarietà, l'accoglienza, la cultura del volontariato e del farsi carico, a partire dalla famiglia, dei problemi sociali. Mettere insieme competitività e coesione sociale significa intervenire prioritariamente nelle situazioni crescenti di disagio e favorire per ciascuno una qualità di vita degna della persona. Allora l'attenzione ai più deboli deve trovare sempre lo spazio fondamentale nelle concrete azioni di governo e anche in questo DPEF, come nella prossima manovra di bilancio, quando si affrontano e si affronteranno le politiche sociali e sanitarie vi deve essere al centro la persona e in subordine, solo in subordine, gli obiettivi - pur legittimi - legati ai piani di rientro e al mero risanamento.

L'approvazione, mi auguro celere, del piano sanitario e del piano sociale da parte di questo Consiglio regionale ci porterà ad individuare e perseguire politiche tese all'eliminazione di sprechi, di doppioni, alla razionalizzazione di strutture, ma sempre nella logica, che ci deve orientare, della priorità ai servizi, alle prestazioni, alla persona e non della sola leva economico-finanziaria. Anche questo DPEF ci conduce verso una manovra di bilancio che, probabilmente, avremmo voluto diversa, senza i vincoli posti dall'indebitamento regionale.

Un punto importante che deve unire questo Consiglio, i cittadini, la società e i parlamentari sardi, è senza dubbio quello delle mancate entrate fiscali da parte dello Stato da affrontare insieme e con la necessaria fermezza. Questo significa, come tutti concordiamo, che al bilancio mancano risorse importanti che potrebbero dare maggiore incisività alle politiche di sviluppo economico e sociale. Un impegno decisivo questo che deve accompagnare ancora una volta l'attenta cura delle spese anche per il DPEF 2006-2008 e che ci può garantire anche uno sviluppo duraturo e finanziariamente sostenibile.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Sanciu. Ne ha facoltà. Poiché il consigliere Sanciu è assente, decade. E' iscritto a parlare il consigliere Rassu. Ne ha facoltà. Poiché il consigliere Rassu è assente, decade.

E' iscritto a parlare il consigliere Uras. Ne ha facoltà.

AMADU (U.D.C.). Rassu era qua.

PRESIDENTE. Se qualcuno mi avesse chiesto di attendere, così come ho fatto con il collega Davoli, che ho considerato comunque decaduto, l'avrei fatto. Lei, che è un suo collega di partito, l'avrebbe potuto fare chiedendo di sospendere per un attimo, avrei accolto la sua richiesta.

Prego, onorevole Uras.

URAS (R.C.). Signor Presidente, abbiamo una accelerazione notevole sulla scaletta degli interventi che è dovuta - io non scopro niente di particolare - ad una partecipazione diciamo contenuta del Consiglio regionale alla discussione di questo Documento di programmazione economica e finanziaria.

Avevo preparato, come molti di noi, quattro righe di intervento scritto per essere più chiaro, poi ho pensato che tutto sommato forse sarò più efficace consentendomi un intervento, come si suol dire, a braccio. Partendo proprio da questa considerazione, c'è una disattenzione che evidentemente ha una motivazione, non può essere solo quella di una difficoltà individuale a rientrare nei ritmi del lavoro parlamentare. Evidentemente la discussione sul Documento di programmazione economica e finanziaria, che tanto era stata invece vivace e partecipata nello scorso anno, o meglio in questo anno nella precedente versione, questa volta non ha la stessa valutazione. Perché? Io personalmente sono sempre stato sostenitore che il Documento di programmazione economica e finanziaria vada levato dalla legislazione in materia di contabilità e non preceda più la finanziaria. Lo trovo un elemento assolutamente di disturbo, non funzionale alla definizione della manovra finanziaria nel suo complesso, anzi in qualche modo una possibilità di introdurre tanti e tali elementi, tra loro qualche volta coerenti e qualche volta purtroppo anche contraddittori, che consentono poi, all'atto della discussione sulla manovra finanziaria, quella vera, cioè quella che dispone dei finanziamenti pubblici regionali e dell'utilizzo di tutte le risorse che sono in capo alla capacità della Regione, di fare e di trovare giustificazioni ad operazioni che sono state, peraltro, in qualche misura enunciate, ma spesso anche sottovalutate nella discussione e nel dibattito.

Per cui c'è una partecipazione devo dire insufficiente del Consiglio regionale; quando vedo che il testo presentato dal proponente esce dalla Commissione velocemente il 4 agosto senza neppure un emendamento, allora mi pongo un problema, perché, se è vero quel che è vero, e se è vero quel che dice l'onorevole Capelli, che c'erano anche tabelle sbagliate, almeno le tabelle sbagliate si potevano correggere!

Mi pare che sia più produttivo, lo dico per la prossima volta, tanto dobbiamo fare la norma finanziaria, e sarebbe una norma accettabile non intrusa, se dobbiamo fare la norma finanziaria, che nella prossima norma finanziaria noi cancelliamo il DPEF, non perdiamo tempo, facciamo di meglio! Dobbiamo fare un programma generale di sviluppo? Facciamo un programma generale di sviluppo e presenteremo e discuteremo un programma generale di sviluppo che ha un respiro triennale, che sarà la base sulla quale noi misureremo poi la coerenza della manovra finanziaria che si propone. Lavoreremo meglio tutti, utilizzeremo meglio il nostro tempo.

Io condivido molte parti contenute in questo documento, condivido gran parte dell'analisi che si fa, condivido anche diverse soluzioni che si propongono ma non condivido alcune cose. Potrei utilizzare il mio tempo a fare i complimenti all'assessore Pigliaru, che sicuramente li merita, oppure potrei svolgere la mia funzione, il mio ruolo di consigliere regionale, quello che viene richiamato puntualmente anche dal Presidente della Regione, cioè quello di dare un contributo, e quindi di dire dove io migliorerei questo Documento di programmazione economica e finanziaria, proponendomi anche di presentare emendamenti, di fare quello che fa di norma un parlamentare, un consigliere regionale, cioè dare un contributo alla elaborazione di programmazione generale che la Regione fa in funzione della manovra finanziaria.

Lo faccio dal mio punto di vista, che è il punto di vista di una componente politica interna alla maggioranza che non è uguale alle altre componenti politiche della stessa maggioranza e che è molto diversa dalle componenti politiche delle minoranze o della opposizione. Perché? Perché io sono un militante, un rappresentante, un dirigente di un partito che è un partito comunista, che ha una sua configurazione, anche ideologica, che ha un suo orientamento ideale, che è conosciuto, che sta nei libri della cronaca politica e della storia politica di questo e di altri paesi e che quindi si rapporta rispetto alle proposte che vengono avanzate anche da un Governo di coalizione come quello della Regione oggi, sottolineando le differenze, cercando di utilizzare al meglio queste differenze per un arricchimento comune.

Una delle osservazioni che faccio, credo sia forse la meno rilevante, ma per me, per i miei compagni, per le persone che tendo a rappresentare, per quelle fasce sociali da cui queste persone derivano in grande maggioranza, è che l'utilizzo del termine "capitale umano" - anche nel DPEF - ormai è entrato nella letteratura economica in modo direi rilevante; l'utilizzo del termine "capitale umano" è per noi l'utilizzo di una terminologia difficile da digerire, io direi anche quasi inaccettabile, perché la definizione di capitale, tutti noi la conosciamo, è inerente al concetto di bene, oppure di danaro, quindi di merce o di strumento di scambio di merce. Allora pensare che venga definito, in un Documento di programmazione economica e finanziaria, l'insieme delle persone, degli uomini e delle donne di questa Sardegna come un capitale e pensare che questo capitale debba avere anche un proprietario e pensare a chi debba essere il proprietario di questo capitale, mi porta a inorridire! Ma non perché ce l'ho contro la proposta, contro il documento, è perché per me anche la terminologia ha un significato, cioè voglio essere parte integrante di un'esperienza di governo che sta insieme al popolo e che ci sta sempre anche quando pensa alla scrittura dei propri documenti.

Questa è una delle piccole cose che chiederò vengano modificate, cioè che il termine "capitale umano" non appaia, che non si acquisisca come un fatto comunque ineluttabile una terminologia che deriva dalla cultura capitalista, dal neoliberismo, quello più sfrenato, quello di management, quello che non ha proprietà ma che ha potere. C'è un libretto particolarmente interessante che gira in questi giorni, anzi da qualche tempo nelle librerie, l'ha scritto un certo Galbraith (non so se pronunzio bene questo termine, comunque è un professore - credo abbia circa 96 anni - di una università americana che è stato anche consulente di diversi Presidenti americani), che si intitola "L'economia della truffa", che non è l'unico libro che ha scritto. "L'economia della truffa" descrive un po' qual è stata la trasformazione del capitale in questi anni, di quanto sia penetrata nella vita quotidiana delle nostre società, prevalentemente quelle occidentali, e di come ci sia un innesto forte, una commistione, un aggancio tra il potere economico privato, grande capitale, e la pubblica amministrazione, come tutto diventi paradossalmente pubblico ma sempre e comunque a vantaggio del privato.

Lo descrive facendo un esempio su come è organizzato il sistema delle commesse belliche quindi di una parte significativa delle risorse manovrabili del bilancio americano e di quanto sia pressante la presenza delle industrie belliche dentro il sistema pubblico di difesa americano. Cioè ci rappresenta in poche parole, con un linguaggio molto divulgativo, quale sia la vera ragione delle guerre, in generale una ragione economica, di controllo politico e militare di territori e in particolare anche l'esigenza di vendere, di fare business, di costruire cioè economia industriale attraverso il sanguinoso sistema di oppressione dei popoli.

In una Regione che si candida ad essere la punta di diamante della lotta contro l'invasiva presenza militare, quindi contro le servitù eccetera, non basta solo il ragionamento "non vogliamo soldati, armamenti, guerre, esercitazioni per le guerre, sperimentazione di armamenti in questa regione", noi non li vogliamo mai, in nessuna regione, in nessun paese, non li vogliamo nel mondo. Vogliamo che la nostra economia cambi, che si fondi cioè sulla pace, sulla convivenza civile e pacifica tra popoli diversi, culture diverse, etnie diverse, convinzioni religiose, uomini e donne che appartengono a convinzioni religiose diverse. Questo lo dico non perché nel DPEF noi si tratti il tema della guerra, della pace o dell'industria bellica o di quant'altro, lo dico perché ritengo che vada concretamente orientata anche verso la nostra parte, cioè ogni tanto io mi chiedo: "Perché Rifondazione Comunista si sforza di stare dentro una maggioranza di centrosinistra che si rifiuta di considerare alcuni temi che sono propri dei valori ideali, della cultura, della proposta politica di questo nostro Partito?".

Noi abbiamo un Documento di programmazione economica e finanziaria che è tutto spostato sull'impresa, che cioè, enunciando, cerca, si sforza di considerare anche l'altra parte, cioè il lavoratore e il lavoro, ma che sacrifica questo elemento in un paragrafetto dove sono sostanzialmente citate le leggi esistenti, molte delle quali sarebbero da cambiare per fare una vera politica del lavoro in questa Regione, cioè competitività e coesione sociale hanno un certo tipo di sviluppo, io dico, insufficiente per la coesione e molto spostata verso la competitività.

L'occupazione non esiste! L'occupazione dove sta? Sta nel nostro sistema industriale che immediatamente può decollare? No, perché è in crisi! Sta nel nostro sistema agricolo che immediatamente può corrispondere? No, perché è in caduta! Indebitamenti, quant'altro, piccola proprietà in crisi, ma chi ne ha più ne metta! Ci sono le pesti, c'è tutto quello che deriva dalla calamità naturale, ma c'è soprattutto la difficoltà di stare in mercato; probabilmente bisognerà fare interventi, sicuramente ci sono in questo DPEF per trasformarlo, ma non c'è l'occupazione, oggi non c'è! Allora si interviene con le politiche del lavoro. Tutti non vogliamo assistere nessuno. Lo so, mica mi pongo il problema di assistere il compagno Davoli e neppure il compagno Pisu, si assistono da soli! Ma non siamo tutti così fortunati, non siamo tutti così fortunati! Allora, a meno che non decliniamo la parola che sta nella destra della carità che non vuole dire solidarietà, che non vuole dire preoccupazione del destino di vita di quelle persone, cioè se ci vogliamo disinteressare di una gran parte del nostro popolo, 140 mila sono le unità che sono calcolate essere in condizioni di povertà, se noi ce ne vogliamo "strafregare", siamo liberi di farlo, pagando il prezzo politico che un governo avanzato come questo non dovrebbe pagare su questo terreno, casomai lo dovrebbe pagare sul terreno del sostegno all'impresa, poi diremo due cose sull'impresa.

Allora il capitolo delle politiche del lavoro, che è il primo capitolo che bisogna affrontare per dare una risposta vera in funzione della coesione sociale e contro l'emarginazione e per il contrasto della povertà, è un capitolo inesistente. E' pieno di enunciazioni anche peraltro confuse. Non solo, ma c'è un giudizio, tra le righe che si succedono nel documento, sulla "30". La "30" sappiamo che cos'è, è la legge delega del Governo sul mercato del lavoro (io la ritengo uno degli strumenti normativi più devastanti della società italiana) e il decreto legislativo 276, dello stesso anno, è quello che articola la nuova contrattualistica. Si dice, nel documento di programmazione economica e finanziaria della Regione di centrosinistra, che è una necessità e che può essere però in qualche misura ridotta nella sua negativa efficacia attraverso un sistema economico dinamico in crescita.

Non abbiamo il sistema economico dinamico in crescita, non abbiamo le politiche del lavoro, abbiamo politiche per l'impresa e per il sostegno all'impresa e 140 mila poveri, io credo che il DPEF debba affrontare anche questo tema.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Cuccu Franco Ignazio. Ne ha facoltà.

CUCCU FRANCO IGNAZIO (U.D.C.). Signor Presidente, debbo confessare che quest'anno personalmente avevo atteso il Documento di programmazione economica e finanziaria con una buona dose di curiosità e anche, perché no?, con una misurata impazienza. Questo perché pensavo, con sincerità di cuore, che se per il DPEF dello scorso anno, nonostante il suo grigiore e la sua generale inconsistenza, poteva essere giusto invocare le attenuanti generiche per una maggioranza che usciva appena poco prima dalle urne e che si apprestava ad avviare una stagione di governo con un atto di tanta rilevanza, è altrettanto vero che, ad oggi, la stessa maggioranza può contare su più di un anno di governo, per l'esattezza il 25 per cento del suo mandato, visto che questo è il quindicesimo mese su 60 mesi complessivi di legislatura, visto anche che, sino a questo periodo, la maggioranza di governo ha potuto doverosamente approfondire la conoscenza del "sistema Regione" ed affinare di conseguenza la strategia dell'azione di governo.

Per queste ragioni, ero curioso ed impaziente. Quando però poi ho ricevuto finalmente il DPEF, paradossalmente ci sono rimasto male, perché leggendolo ho scoperto che i suoi estensori non solo avevano saccheggiato il DPEF 2004 con quote industriali di testo, ma che addirittura l'avevano fatto fotograficamente senza nemmeno preoccuparsi di curare una qualche pur lieve modificazione della stesura illustrativa; l'ho ritenuto - nella mia semplicità - anche offensivo per chi andava a leggere il documento. In quel momento, mi è venuta in mente la vecchia storiella dell'attendente furbacchione che era stanco di recarsi tutte le mattine alla vicina edicola per comprare il giornale per il suo maresciallo e un bel giorno ha deciso di andare una volta alla settimana e di comprare sette copie dello stesso giornale dandogliene uno nuovo tutti i giorni nella speranza che non lo leggesse. In quella storiella davvero il maresciallo non se ne accorse, perché non leggeva il giornale, lo teneva in bella vista sulla scrivania per apparire, con i suoi visitatori, uomo attento e informato ai problemi del mondo.

Noi leggiamo il giornale, abbiamo letto con grande attenzione il DPEF, ci siamo resi conto di quale operazione di grafica sia stata fatta, sebbene ci riesca difficile capire, tecnicamente e operativamente, per quale ragione colui che aveva utilizzato questo metodo aveva copiato abbondantemente il testo e non le tabelle; o l'ha fatto apposta, o si è divertito, perché chiaramente le tabelle erano parte integrante di quel testo che poi veniva trasposto in misura così copiosa.

Al di là delle facili battute, resta il fatto che un documento di programmazione economica e finanziaria, redatto con responsabilità, è un atto di grande rilevanza, è un atto serio, importante, è il codice della strategia di governo di un anno intero. Pertanto dovrebbe contenere con chiarezza, sulla base di un'analisi dello stato dell'arte dell'economia, dei problemi della società (che deve essere oggetto di quelle azioni di governo) e di quelle tabelle che quindi hanno un valore (mi dispiace che non ci sia il collega Lai che disquisiva tra i laureati della popolazione attiva e quelli invece della popolazione residente), l'elenco delle priorità e le metodiche per raggiungere quegli obiettivi prevedendo inoltre, in maniera sufficientemente approssimativa, le risorse che a questo vanno destinate. Il vostro documento, cari colleghi, non ha niente di tutto questo. Perciò per noi è privo di ogni credibilità.

C'è però, all'interno del DPEF, qualche parte che non è stata copiata ed è su queste eccezioni che vorrei richiamare l'attenzione dei colleghi; mi sarebbe piaciuto poter richiamare anche l'attenzione dell'assessore Depau che stamattina era presente, perché si tratta dell'artigianato (pagina 133, paragrafo 9.1.5. del DPEF 2005 e pagina 78, paragrafo 6.2.5. del DPEF 2004). Sono diversi, non sono copiati. Nel 2004, la Giunta ci aveva detto che la legge regionale 51 del 1993, che ha suscitato una forte crescente domanda, sarebbe stata sottoposta a revisione in concertazione con le associazioni di categoria, al fine di graduare gli interventi e monitorarne le ricadute economiche in modo da conciliare la limitatezza delle risorse disponibili con la necessità di dare impulso alle imprese artigiane privilegiando gli start up.

Invece nel 2004, nei 12 mesi trascorsi, la "51" non è stata revisionata, la Giunta ha aggiustato il proprio pensiero, il significato di quel comma i colleghi l'hanno capito molto meglio di quanto non possa averlo capito io, si trattava di dire che, essendoci meno risorse, era necessario rivedere la "51" in quanto il momento di austerità ci deve essere per tutti e si rivedono in particolare le quote di erogazione dei contributi a fondo perduto. Già il 30 novembre dello scorso anno, in occasione della discussione sull'assestamento si era parlato di ridurre le quote di stanziamento, poi si arrivò a quanto era necessario per riassorbire le duemila pratiche arretrate giacenti presso gli istituti che operavano con questo strumento.

Quest'anno invece si scrive che il consolidamento delle imprese artigiane passa prioritariamente, attraverso una ridefinizione del principale strumento normativo di settore, la legge regionale 51 del 1993, in termini di adattamento delle relative direttive di attuazione, alla particolare configurazione assunta dal comparto in ambito regionale. Quindi la revisione della legge è diventata una modifica delle direttive di attuazione, la concertazione con le associazioni di categoria non c'è più. Evidentemente nei dodici mesi che sono trascorsi è intervenuto qualcosa, mi sarebbe piaciuto che l'Assessore ci dicesse prima di tutto che cosa l'ha portata a ritenere inutile, per questo delicatissimo problema, la concertazione con le associazioni di categoria e poi alla modifica delle direttive di attuazione piuttosto che la revisione della legge.

C'è un altro punto, sempre sull'artigianato, due paragrafi più giù, che dice che l'anno scorso nel settore dell'artigianato è stato anche necessario provvedere con urgenza alla riorganizzazione, razionalizzazione delle funzioni dell'attività dell'I.S.O.L.A., istituto al quale dovrà essere affidato il compito di promuovere, con maggiore efficienza e efficacia, l'artigianato artistico e tipico della Sardegna, la tutela della cultura e delle tecniche espressive nonché le sue reinterpretazioni in chiave moderna; concetto - questo sì - che viene sostanzialmente ripetuto due paragrafi dopo anche nel DPEF di quest'anno. Sono le due posizioni tipiche, per tutta la sequela di Assessori che hanno fatto parte dell'Assessorato del turismo, commercio e artigianato, della storia della Sardegna, che hanno in maniera ricorrente denunciato una totale incompetenza, non conoscenza delle problematiche di un settore così complesso da parte dell'Assessore di turno.

Già nella Conferenza regionale del 1983, sotto la Giunta Rojch, Assessore era Isoni, gli stati generali dell'artigianato chiesero un Assessorato all'artigianato, non era per una questione di numeri, ma per il fatto che la materia era stata sempre oggetto di una delega residuale perché, nella storia della Regione, l'Assessore aveva competenze riguardo il turismo, il commercio e anche l'artigianato. Nella migliore delle ipotesi veniva considerato solo per l'aspetto artistico, che è irrilevante perché raccoglie appena il 5 per cento del totale, gli addetti e le imprese sono circa il 5 per cento del totale, quindi erano considerati come elemento integrativo della ricettività alberghiera per vendere perline colorate e specchietti facendo trattenere per qualche tempo qualche turista in più.

Il comparto artigiano, all'interno di un sistema economico debole come il nostro, funziona come un anticorpo che reagisce alla crisi producendo microimprese che si vanno a collocare in nicchie di produzione antieconomica che le imprese propriamente dette disertano, la microimpresa artigiana riesce a starci con l'autosfruttamento del titolare, con una quantità infinita di ore di lavoro, con la sostituzione della logica del profitto con il salario del titolare. Questo accade nell'80 per cento dei casi.

La percentuale di qualità delle imprese artigiane sarde, quelle organizzate con cultura ed impresa, che usano tecnologia, che hanno il concetto della qualità del prodotto, è contenuta all'interno del 20 per cento, per il resto il lavoratore artigiano è un lavoratore autonomo che spesso ha reagito alla disoccupazione inventandosi un mestiere, rispondendo alle esigenze di un mercato che gli offriva spazi poveri ma nei quali poteva sussistere. Chiedetevi perché, quando c'è un concorso per un messo comunale, la grande quantità dei partecipanti sono artigiani; sono barbieri, ciabattini, falegnami, che hanno una bottega aperta, che lavorano, che sopravvivono, che cercano di uscire da quel vicolo cieco nel quale si sono cacciati! Non è possibile che, nel XXI secolo, un Documento di programmazione economica e finanziaria, redatto dal Governo della Regione sarda, ci dica che, per l'artigianato, dobbiamo riequilibrare i contributi anche territorialmente, cioè significa che un idraulico della provincia che è sotto il 75 per cento della media del PIL prenderà più contributo a fondo perduto di uno che è in una provincia che ha una percentuale di PIL media superiore al 75 per cento. Non è questo un modo con il quale si può ragionare.

Rivolgo accoratamente un invito ai rappresentanti della Giunta che sono presenti in Aula, affinché l'Esecutivo riveda queste sue posizioni nel settore artigiano e non faccia nulla senza quella concertazione (che si era impegnato a praticare nel 2004 e che ha fatto sparire nel DPEF del 2005) con le associazioni di categoria, che è l'unica guida che può aiutarlo a muoversi in un campo così difficile e complicato.

Un'ultima battuta sull'I.S.O.L.A.: sempre alla Conferenza di Cala Gonone, dell'I.S.O.L.A. si era chiesto lo scioglimento. Qualche amministratore regionale aveva letto questa sigla come Istituto Sardo per l'Organizzazione del Lavoro Artistico; non è così, è Istituto Sardo per l'Organizzazione del Lavoro Artigiano e nasceva come ente strumentale, per i servizi alle imprese, che doveva occuparsi anche di artigianato artistico. Se ne chiedeva lo scioglimento per questa ragione. Quanto poi al settore in cui ha operato, parlo dell'artigianato artistico, ha soffocato ogni possibilità di crescita degli imprenditori dell'artigianato artistico più evoluto perché ne ha offuscato l'identità. Se voi andate in qualsiasi esposizione dove ci sono i prodotti I.S.O.L.A., vi sfido - guardando i cartoncini - a vedere se trovate il nome dell'artigiano che ha prodotto quell'arazzo, quel tappeto o quel manufatto, c'è scritto "I.S.O.L.A."; dov'è la promozione di impresa?

Allora, tutto questo va rivisto davvero, non ci si può limitare a vaghe enunciazioni di principio peraltro generiche che, da un anno all'altro, cambiano e prendono un segno in qualche caso addirittura contrario.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pili. Ne ha facoltà.

PILI (.F.I.). Signor Presidente, la relazione del collega Nicola Rassu ha, in maniera puntuale, richiamato la valutazione politica che l'opposizione ha fatto su questo documento. Io non solo la condivido ma credo che, per la sua analisi puntuale, sia anche da sostenere in ogni sua singola opinione. Mi permetterò di aggiungere, alle considerazioni che il relatore di minoranza ha fatto, alcune altre valutazioni che mi paiono assolutamente stringenti rispetto anche alle questioni che alcuni colleghi della maggioranza, o meglio dell'opposizione della maggioranza, hanno proposto in quest'Aula, mi riferisco alla collega Caligaris e al collega Uras.

Aggiungendo, però, me lo consentirà l'Assessore della programmazione, una prima lettura di questo Documento di programmazione economica e finanziaria per il quale emerge, anche alla luce di quello che hanno detto i colleghi della stessa maggioranza, l'assenza di una strategia. Se dovessimo leggere un Documento di programmazione economica e finanziaria, la prima parte da osservare sarebbe quella relativa alle priorità di governo. Io vi invito, colleghi, a guardare, non so se nell'ordine, ma sicuramente nella parte a pagina 48, le cosiddette strategie di sviluppo. Non vi è in quella parte non solo una priorità, ma non vi è nessun elemento concreto che possa tracciare strada attraverso un'analisi e soprattutto le gambe di quella azione di governo che la Giunta regionale dovrebbe tracciare in maniera puntuale attraverso un documento che, più di me, altri hanno sottolineato essere desueto, sicuramente privo di quella necessità cogente di dare delle indicazioni puntuali per la predisposizione dei documenti finanziari.

Questo, se potessi sintetizzare, è un DPEF senza strategia, senza testa e senza gambe, incapace di una compiuta analisi strategica e, peggio ancora, di una proposta strategica. Vedete, io mi soffermo su un semplice concetto; questo Documento di programmazione economica e finanziaria persegue una strada vecchia che, per troppo tempo, ha condizionato l'analisi della politica regionale e delle sue istituzioni; il Governo della Regione ha un solo traguardo che è quello della rivendicazione statuale degli obiettivi che si pone per l'azione di governo, cioè in questo documento vi è soltanto il rivendicazionismo da parte del Governo regionale verso lo Stato. Non c'è proposta. Laddove vi sono le uniche analisi che vengono proposte, si scarica la responsabilità verso lo Stato.

Io mi permetterò molto brevemente di contraddire questa lettura data dal centrosinistra (io non voglio fare distinguo tra l'Assessore della programmazione, il presidente Soru e il centrosinistra), la maggioranza di governo del centrosinistra è totalmente convinta nel sostenere questo Documento di programmazione economica e finanziaria, non vi è differenza. Se non vi è differenza, mi domando: l'Europa esiste? E se esiste, è possibile che, nel Documento di programmazione economica e finanziaria, nella pagina 8, si scriva che è ormai un dato acquisito la fuoriuscita della Sardegna dai livelli di sostegno strutturale dell'Obiettivo 1? Cioè avete dato (e pongo questo elemento come elemento centrale, fondamentale del futuro dei prossimi dieci anni della Sardegna), senza porvi in alcun modo in atteggiamento critico, quello sì, verso le logiche aritmetiche che Prodi e compagni hanno tracciato per tagliare fuori la Sardegna dall'Europa; non vi è una sola parola di critica che possa richiamare quell'analisi, ripeto, aritmetica che cancella la Sardegna dall'Europa.

Stiamo parlando di risorse finanziarie che, negli ultimi cinque o sei anni, hanno portato in Sardegna 12 mila miliardi delle vecchie lire. Cioè le risorse finanziarie che, in questo DPEF, questa sì che è una scelta, si vuole in finale di Quadro comunitario di sostegno utilizzare per le spese ordinarie, quindi il piano straordinario del lavoro, senza dare continuità a quello che pure avete, in maniera contraddittoria, riconosciuto come valido della precedente legislatura. Perché i tecnici che hanno scritto le pagine documentate di questo DPEF, lo vedremo lungo il dettaglio, dicono che, nella precedente legislatura, in particolar modo tra il 2002 e il 2003, sono state riportate in Sardegna risorse finanziarie pari al 75 per cento dell'ultimo decennio. E' scritto! Siccome io ho sentito mille contestazioni nella storia di questo Consiglio regionale come quella che negava l'esistenza di quei fondi, o affermava che quegli accordi di programma quadro erano , oggi sono iscritti nelle tabelle del vostro DPEF come fatti acquisiti, come risorse finanziarie intascate dalla Regione; poi vedremo quali.

Ma torno all'Obiettivo 1. Davvero ritenete che la Sardegna non possa fare più niente per mantenere la sua condizione di regione insulare nell'Obiettivo 1, che è stata introdotta nel memorandum, che nel 2003 il Governo ha trasmesso a Bruxelles nel quale si diceva che a livello nazionale andava modificato un "tantum" parametro correttivo che è fondamentale per la rianalisi dell'appartenenza o meno tra le Regioni dell'Obiettivo 1, cioè il parametro occupazione? Che poi era quello che consentiva di rimettere in gioco la Sardegna e altre realtà, vedi la Basilicata, e ci metteva in condizione di dare a tutti un'indicazione in tal senso.

Vorrei ricordarvi che la responsabilità politica dell'uscita dall'Obiettivo 1 è di chi la compie nel momento in cui l'Unione Europea sarà chiamata a decidere,che corrisponderà al 2005-2006, massimo 2007, cioè la non appartenenza della Sardegna all'Obiettivo 1 non è stata ancora decisa. Allora, se politicamente, se istituzionalmente, la maggioranza che governa continua a subire, così come fa, in silenzio, quella determinazione europea di cacciare via la Sardegna (voi fate un'analisi e riportatela nell'allegato che avete presentato nel DPEF), perché dite che tutti i parametri portano la Sardegna a superare il 75 per cento della media del Pil europeo, noi stessi stiamo dicendo che quel parametro è valido e che per la Sardegna quei parametri sono abbondantemente superati. Nessuno si pone il problema di andare a vedere se quelli sono dati statistici e se, nel dato statistico, vi è un elemento (basti per tutti la Saras) che fa uscire la Sardegna dall'Obiettivo 1, comprensibilmente qualsiasi soggetto istituzionale potrebbe prendere atto di un dato che certamente non ci dà quel supporto necessario per condividere invece l'appartenenza all'Obiettivo 1 sotto ogni punto di vista, da quello della coesione sociale, dalla parte infrastrutturale e da quella dello sviluppo delle azioni economiche più rilevanti della nostra Regione.

Ecco, colleghi, si dice che dobbiamo ricercare risorse, siamo d'accordo, abbiamo sostenuto, abbiamo sottoscritto in quest'Aula il documento che sottopone al Governo la necessità di recuperare risorse che sono state allocate nel passato nel dimenticatoio dei Governi del centrosinistra che non hanno provveduto a ristorare puntualmente la Sardegna delle risorse dovute sotto ogni punto di vista.

Bene, io credo che la dimenticanza palese di una richiesta forte verso l'Europa significa non tenere conto di alcune variabili fondamentali nello sviluppo economico della Sardegna. La contrattazione che, pure qui, questo Consiglio, ha posto alla presenza del Commissario europeo Prodi, cioè di arrivare ad un accordo trilaterale tra la Sardegna, lo Stato e l'Europa per consentire alla Sardegna la rinegoziazione del mantenimento dell'Obiettivo 1, aggiungendo alcuni poteri straordinari che qui sono totalmente dimenticati, elusi, nascosti, e cito per tutti la possibilità della Regione sarda di avere un regime fiscale diverso dalle altre regioni italiane e, aggiungo ancora, dalle altre regioni europee, perché noi insieme alla Sicilia e la Corsica, le Baleari e altre realtà insulari abbiamo condizioni di gap che, sicuramente, nel richiamo di nuovi investitori ci pongono davanti all'esigenza di dare risposte compiute in termini di incentivazione fiscale all'iniziativa di sviluppo.

Cito la continuità territoriale merci: non vi risulta che il Consiglio regionale della Sardegna negli anni scorsi abbia stanziato 13 milioni di euro per la continuità territoriale merci e che lo Stato ne abbia stanziato 25 milioni di euro? Che fine hanno fatto? Bloccati dall'Unione Europea. Cito le tariffe energetiche agevolate: il Governo le determina, la Regione le sostiene e l'Europa le blocca. In questo DPEF, manca il cuore, la testa del problema principale della Sardegna, così come il prezzo del latte; è inutile che Soru e Assessore continuino a millantare in giro per la Sardegna che pagheranno i 13 centesimi in più, falso! Non si può fare perché non vi è una negoziazione fatta e posta in condizioni di dare delle risposte puntuali a quel settore.

E' evidente che manca l'azione strutturale, l'obiettivo strategico che questa Regione si deve porre, cioè una forte negoziazione per non diventare davvero il principale limite della nostra economia. Quindi, colleghi, se quello dell'Europa è il primo punto assente in questo DPEF, gravemente e responsabile assente nel Documento di programmazione economica e finanziaria, dall'altra abbiamo un'analisi di quello che è stato.

In maniera furbesca si tenta di dare, alla data del 31 dicembre 2004, la capacità di avere risolto i problemi della spesa comunitaria in Sardegna. In tutti gli atti si dice che "entro il 31 dicembre 2004 è stato concluso". Assessore, le risulta che la disponibilità di overbooking complessivo di programmazione sia attribuibile alla spesa comunitaria che la Giunta Soru ha portato avanti? Anzi, va detto che quel 27 per cento in più, che voi dichiarate, si è notevolmente abbassato nell'ultimo anno di malgoverno perché avevamo nei fondi infrastrutturali il 172 per cento di impegno di spesa dichiarato dal Ministero dell'Economia e voi l'avete riportato, per l'assenza di progettualità e per incapacità di spesa, ad appena un 27 per cento. Voi sapete quanto era importante anche l'utilizzo dei progetti sponda, perché attraverso i progetti sponda si creava una riserva finanziaria che consentiva di non andare in disimpegno automatico.

Bene, io credo che quando si fanno affermazioni del genere, bisognerebbe stare più attenti, perché quando si dice che c'è stata una grande azione di assistenza tecnica al POR, io devo chiedere se ci sono state gare d'appalto in quest'ultimo anno che hanno riguardato l'assistenza tecnica. Perché l'assistenza tecnica in Sardegna per la prima volta in termini strutturali l'ha portata una maggioranza che non è quella che governa oggi, quindi bisogna avere l'onestà intellettuale di riconoscere che l'assistenza tecnica dai POR ai PIT è stata introdotta prima e non in maniera furbesca richiamata qui senza avere cognizione di causa di quello che si sta sostenendo.

Se questo, colleghi, è lo strumento per dire che molto spesso si è contraddittori, avete fatto un esordio da leoni in quest'Aula, gridando a tutti i venti che i precedenti governi avevano fatto soltanto male e poi lungo il percorso avete dimostrato di non avere la capacità di incidere, sono bloccati tutti i bandi europei, i comuni non ricevono da più di un anno nemmeno un bando pubblico per l'utilizzo di risorse comunitarie. Avete la presunzione di pensare di poter rinegoziare, di poter riprogrammare le risorse finali con il rischio di perdere tutte quelle risorse che ancora spese non sono.

Colleghi, se quello dell'Europa è il primo capitolo, il secondo capitolo della priorità, che si sente per strada, che sentono le famiglie della Sardegna, è quello del lavoro. E se la priorità del lavoro, che voi avete posto all'interno di questo DPEF, è sintetizzata in due punti, se questa doveva essere l'alba di una nuova occupazione per i giovani della Sardegna, siamo drammaticamente già al tramonto, perché questo programma della Giunta regionale si fonda su due punti. Li voglio leggere perché non credevo che si potesse arrivare ad una superficialità e ad una incapacità totale di individuazione di un progetto strategico in termini occupazionali. Sapete qual è il primo punto strategico del piano per l'occupazione, del macro obiettivo dell'occupazione? Un'attenzione sistematica alle situazioni locali di crisi occupazionale. Cioè dovete fare un quotidiano? Fate un nuovo quotidiano che sarà in edicola? Perché l'attenzione sistematica alle situazioni locali di crisi occupazionale significa che siete attenti, ma non dite come si può strutturalmente intervenire per evitare che, in Sardegna, il tessuto economico venga minato da un'assenza di progettualità, da un'assoluta incapacità di dare direttive di governo puntuali e certe, anzi prevedete l'introduzione sistematica di norme, di azioni, di comportamenti che hanno l'unico obiettivo di danneggiare la Sardegna e l'economia della Sardegna.

Dite che spiace che il collega Uras sia andato via, perché anche qui si cerca di circuire, passatemi il termine, Rifondazione Comunista: "riorientamento del piano straordinario", cosa vuol dire "riorientamento", questa nuova parola che entra nel gergo della programmazione regionale? Riorientamento vuol dire che continuate a cancellare le risorse, che continuate a non dare le risorse finanziarie ai comuni, che continuate a non dare ai comuni quelle risorse utili non solo per creare occupazione, ma per creare la sopravvivenza degli enti locali in Sardegna che avete decimato attraverso i tagli della precedente finanziaria.

Dite che volete riorientare il Piano straordinario per il lavoro attraverso risorse specifiche del POR Sardegna. Ma vi pare che la visione strategica che doveva essere data all'utilizzo delle risorse straordinarie dell'Unione Europea possa essere utilizzata per quello che in Sardegna invece è un problema ordinario, quello dell'occupazione? Il dramma dell'occupazione in Sardegna non è più straordinario, è diventato purtroppo ordinario, non può essere affrontato con risorse che oggi ci sono e domani non ci sono, bisognava avere il coraggio. Dopo tutto ciò che è stato detto, che ci sono mille sprechi, che la politica costa troppo, eccetera, faremmo bene a dimezzare anche gli stipendi dei consiglieri regionali; in maniera consensuale, prima che ci si rivolti contro la Sardegna, prima che quest'Aula venga presa di mira, tutti insieme, nessuno escluso, faremmo bene a dimezzare i costi della politica. Ma occorre anche dire con estrema chiarezza che il riorientamento del Piano straordinario per il lavoro passa attraverso una previsione finanziaria certa che è la prima previsione finanziaria da mettere in questo documento finanziario.

Poi, colleghi, la parte infrastrutturale. Sulla parte infrastrutturale c'è un'assoluta assenza di qualsiasi strategia. Si pongono delle delibere che sono fantasma, delibere "truccate", passatemi questo termine, in cui si sposa tutto quello per il quale avete detto, di tutto e di più, in peggio. Avete scelto la strategia dell'acqua, l'avete sposata in pieno, quella che abbiamo fatto noi nel 2002-2003, avete scelto totalmente quella delle infrastrutture viarie, della piastra logistica euromediterranea, cioè vi siete dimenticati di non avere un progetto vero per la Sardegna…

PRESIDENTE. Onorevole Pili, il tempo a sua disposizione è terminato.

E' iscritto a parlare il consigliere Vargiu. Ne ha facoltà.

VARGIU (Riformatori Sardi). Signor Presidente, colleghi del Consiglio, credo che anche per chi come me ha seguito, durante i lavori della Commissione, l'iter del Documento di programmazione economica e finanziaria non sia facile questa sera fare un intervento. Non è facile per un motivo che cercherò di spiegare con parole semplici, con parole che, al di là della collocazione politica, tentano di trovare le ragioni del fare politica di ciascuno di noi. Io credo che ciascun atto che noi che facciamo politica esperiamo ogni giorno, ciascuna azione che compiamo, ciascuna discussione che intraprendiamo, ciascuno studio su documenti, su proposte di legge, su iniziative che noi siamo soliti fare, sia finalizzato a un obiettivo. Quindi dentro di noi è chiaro che lo sforzo di cultura, di intelligenza, di preparazione, di approfondimento, di studio che ciascuno di noi fa nella sua attività politica è per forza finalizzato alla soluzione di un problema o comunque alla messa in essere di strumenti che, confrontati con strumenti diversi messi in campo da altri, possano portare alla soluzione di problemi.

Colleghi, vi chiedo - lo chiedo indistintamente ai colleghi della minoranza e ai colleghi della maggioranza consiliare - chi si senta oggi arricchito dal dibattito che stiamo svolgendo sul Documento di programmazione economica e finanziaria, chi senta che questo dibattito stia portando qualcosa di nuovo dentro la sua testa, dentro il suo cervello e quindi conseguentemente nelle azioni che discenderanno dalla testa e dal cervello di ciascuno di noi che saranno le azioni di governo di questa Isola nei prossimi mesi negli anni a venire.

Io credo che questo Documento di programmazione economica e finanziaria sia diventato un rituale nel quale ciascuno di noi ormai non riesce più a riconoscersi, non ci si è riconosciuta la Commissione, quando lo ha liquidato in pochi giorni, quando ha liquidato la pratica fastidiosa (per tutti, anche per chi veniva dalla concertazione) delle audizioni in una giornata di agosto intensa dalle 9 di mattina alle 9 di sera, purché fosse e purché nessuno potesse dire che audizioni e concertazione non c'erano state, ed è ancora adesso un rito stanco in quest'Aula, dove ciascuno di noi - si direbbe - fa dignitosamente il proprio mestiere: i consiglieri di minoranza si alzano ed esercitano la loro azione di critica (e da criticare, lo vedremo, ce n'è), i consiglieri di maggioranza, quelli che intervengono, e quelli che intervengono, sposando ciò che nel DPEF è contenuto, esercitano l'azione di difesa. Sembra un gioco delle parti, sembra una commedia pirandelliana: ognuno è legato non tanto a ciò che il suo cervello pensa, quanto al ruolo che comunque è obbligato in questo palcoscenico a svolgere.

Allora noi Riformatori ci chiediamo se ha un senso che il Consiglio regionale, le Commissioni del Consiglio regionale, l'attività del Consiglio regionale venga bloccata per qualche giorno, forse più che qualche giorno, per qualcosa che sostanzialmente ha poco significato. I colleghi che sono intervenuti durante questa prima giornata di lavori hanno parlato ognuno di ciò che ha desiderato, nel senso che il DPEF è una sorta di libro di 180 pagine, all'interno del libro è contenuto tutto, chiunque è autorizzato a parlare di tutto, perché tutto è la ragione sociale del libro di cui stiamo discutendo. Ma ha un senso questo? Cioè i destini e le sorti della Sardegna hanno un'effettiva speranza di miglioramento dal lavoro che noi stiamo svolgendo in questi giorni in Consiglio?

Chi ha letto il DPEF, credo che l'abbiano fatto con attenzione tutti i consiglieri regionali, non può che avere un atteggiamento di scoramento di fronte a questo documento; documento costituito da parti che sono largamente slegate tra loro, palesemente scritte da mani diverse, mani che spesso ignorano ciò che è stato scritto nelle pagine precedenti e nelle pagine successive, cervelli non coordinati con inesattezze contenute all'interno del testo. Io credo che questo DPEF non sia, come potrebbe e dovrebbe essere, il bilancio di un anno di attività, né sia - l'ha detto bene il collega Cuccu - la prospettiva strategica di un Governo regionale che ci dice quali sono gli obiettivi e gli strumenti dei prossimi dodici mesi. E' invece una vaga riedizione del programma elettorale, scritto anche con una certa vocazione cerchiobottista che non conoscevamo interamente a questa Giunta e che sembra fatta apposta perché ciascuno degli ottantaquattro consiglieri trovi comunque, all'interno di ciò che è scritto, quelle righe che intende, che vuole, che desidera leggere e che possono appagare il suo desiderio di riconoscimento all'interno del documento.

Mancano i rapporti con il precedente DPEF, mancheranno i rapporti con la successiva finanziaria, manca ogni tentativo di esemplificazione. Chi ha letto il DPEF è rimasto stupefatto dal numero di commissioni, di interventi concertativi, che vengono evocati all'interno del documento a dare l'idea che la burocrazia regionale (palesemente e più volte accusata dalla Giunta regionale di non essere all'altezza dell'innovazione, della modernizzazione, del cambiamento, della necessità di innovazione contenute nelle politiche della Giunta stessa) improvvisamente diventa capace di sdoppiarsi, triplicarsi, moltiplicarsi esponenzialmente in mille sottocommissioni che si occupano di tutto, che riescono a correlarsi tra di loro, che riescono a costituire un tessuto e un reticolo di burocrazia efficiente che dà finalmente le risposte che il cittadino attende da anni, che non ha avuto negli anni passati, che assai difficilmente avrà negli anni futuri e sicuramente non avrà sulla base del Documento di programmazione economica e finanziaria che noi stiamo discutendo.

Sembra che la classe politica voglia avvitarsi su se stessa, evocando parole d'ordine che sono sempre uguali negli anni, trovi una sorta di auto assoluzione rispetto ai problemi che sono sul tappeto e che sul tappeto rimangono identici prima e dopo il Documento di programmazione economica e finanziaria. Che non è una lettura di scarso interesse, devo dire, è anche una lettura interessante, nel senso che ciascuno di noi, dalla lettura di queste 180 pagine, sicuramente trae quel bagaglio di concetti che possono essere utilizzati in campagna elettorale, in un convegno, che possono essere assai positivamente utilizzati ogni qualvolta c'è una discussione di temi generali, di grandi linee, di strategie, di obiettivi che riguardano la politica, ma che hanno poi una ricaduta tutta da scegliere, tutta da decidere, tutta da verificare quando si passa dal piano della formulazione concettuale ideale a quello della traduzione in pratica dei concetti.

Il collega Pili è stato come sempre immaginifico e ha definito questo DPEF senza testa, senza strategia, senza gambe, senza cuore. Io credo che possa essere definito in una maniera assai meno brutale forse ma assai più reale e attinente al processo logico: questo DPEF è inutile, è un atto autolesionistico del Consiglio con il quale il Consiglio sta spendendo tempo importante che potrebbe essere dedicato ad altre cose. Ma non è inutile per colpa del centrosinistra, lo voglio dire con assoluta serenità e sincerità; è inutile come strumento in sè e per sé, cioè non ha una utilità come strumento programmatorio per come la Regione lo sta utilizzando, per come l'ha utilizzato almeno negli ultimi sei anni che per me sono stati utili per vedere e per capire.

Credo che questo sia il problema fondamentale che quest'Aula oggi si deve porre. Il collega Lai, soldato della difesa, esattamente come io dovrei fare il pedone dell'attacco, il pedone della difesa Lai dice di andare a leggere i capitoli 3, 4 e 12, che sono il succo reale del documento. Bene, io l'ho rifatto, nel senso che, pensando di aver perso qualcosa, ho seguito il consiglio del collega Lai, che è sempre intelligente e preciso, e li ho riletti. Il capitolo 3, la strategia, la competitività, la coesione sociale, insomma, bisognerebbe andare a leggerlo insieme, va bene per un libro di testo. Esiste una correlazione causale, riconosciuta dalla letteratura, tra il secondo e il primo dei macro obiettivi, cioè è scritto come una pubblicazione scientifica. Io sono convinto che sia vero quello che c'è scritto e sono anche convinto che il fatto che si dica che esiste una correlazione tra la competitività e la coesione sociale sia un concetto assai difficile da digerire per certi colleghi della sinistra, perché è un concetto tipico di economie liberali, però è veramente un concetto da libro se poi il concetto non viene tradotto in maniera puntuale nelle affermazioni di principio che devono discendere e negli strumenti che devono essere individuati.

Allora il collega Lai dice di andare al capitolo 4, che contiene gli strumenti. Il capitolo 4, guardiamocelo insieme, lo dice il titolo stesso, è una riclassificazione dei progetti, nel senso che la Regione ha fatto uno sforzo di ricognizione dei progetti che erano già attivi e ha cercato un titolo per poterli riclassificare in maniera omogenea anche in assenza di una omogeneità reale. E' uno sforzo encomiabile se sottende e mira ad arrivare davvero a una omogeneizzazione di progetti verso obiettivi comuni che rendano davvero coerenti, coesi e congruenti i progetti; ma questo è un lavoro da compiere, non è un lavoro che si può fare semplicemente tirando fuori sette od otto pagine di schemi, dove surrettiziamente i progetti sono conglobati tra di loro nel nome di una didascalia di titolo che deve servire come nelle pubblicazioni che si fanno per i congressi per poter indicare che esiste davvero una congruità e una omogeneità.

Quindi queste sono le debolezze di questo strumento che, ad oggi, è debole in sé, non è debole per l'utilizzo che ne viene fatto. L'utilizzo è coerente con il tipo di strumento che evidentemente non è coerente con la realizzazione di un'attività di programmazione seria. Per capire e per giudicare insieme qual è stato il grado di scarso interesse che anche chi ha scritto il DPEF aveva, e quindi di scarsa valorizzazione dello strumento che anche alcune delle mani che hanno scritto il DPEF avevano, vi chiedo perlomeno di verificare quali sono le principali novità contenute nel DPEF o quali sono le inesattezze contenute nel DPEF.

A pagina 115, si parla della necessità dell'istituzione dell'ARPAS. Chi dei colleghi del Consiglio regionale ha avuto la possibilità di fare anche la precedente legislatura, credo che inorridisca di fronte a questa affermazione. Non è più il momento di mettere nel DPEF che deve essere costituita l'ARPAS, o la si costituisce oppure è molto più ragionevole e saggio sorvolare, tacere, non parlarne, perché è una vergogna nazionale che la Regione Sardegna ancora non sia dotata di questo strumento.

A pagina 156 c'è una perla, si parla delle politiche sanitarie, davvero una perla! Io vi invito a leggerla insieme a me, è la dimostrazione dello scarso coordinamento, della scrittura a più mani, dell'assenza assoluta di contatto tra le diverse parti e le diverse persone che hanno scritto il documento. Tra l'altro si tratta di una carenza già rilevata in Commissione; si sperava che, nel passaggio dalla Commissione all'Aula, potesse essere modificata. "La politica sanitaria" - dice il documento, a pagina 156 - "per il prossimo triennio si concentrerà nell'avvio delle attività previste dal Piano sanitario regionale approvato dalla Giunta il 1° giugno 2005, ora in discussione in Consiglio regionale…". Ma, scusate, quale Piano sanitario regionale è stato approvato dalla Giunta il 1° giugno 2005? A me non risulta che la Giunta, il 1° giugno 2005, abbia approvato alcun piano sanitario regionale. Se qualcuno dei presenti può invece affermare il contrario, mi porti il Piano sanitario regionale; il fatto che sia ora in discussione, in Consiglio regionale, il Piano sanitario regionale è altra cosa che a me non risulta assolutamente. Non credo che ci sia il Piano sanitario regionale in Commissione per il semplice fatto che non è stato approvato in Giunta e per arrivare in Commissione deve arrivare in Giunta. Allora, che nel DPEF - che noi andiamo ad approvare - siano scritte delle cose che tutti sappiamo non vere, a meno che non ci sia qualcuno in grado di provare il contrario, io dico, insomma, non che è ridicolo, non voglio usare nessun aggettivo forte, voglio semplicemente dire che in questo DPEF non ci crede nessuno, che questo è un documento che è stato buttato sulla scrivania di noi consiglieri regionali che ora siamo obbligati ad approvarlo e che, dopo che l'avremo approvato, rimarrà nel cassetto, dove è giusto che rimanga perché non contiene niente di innovativo, non contiene nessuna prospettiva di cambiamento per la Sardegna, non contiene niente che possa giustificare il fatto che i consiglieri regionali stiano spendendo, su questo documento, il proprio tempo.

La cosa che invece credo sia importante in questo documento, è ciò che è scritto a pagina 99. A pagina 99 si parla di ciò che pensa la Giunta del DPEF, della riforma della programmazione; sostanzialmente la Giunta dice quello che io ho sostenuto nei diciassette minuti del mio intervento, cioè che la definizione più esatta del DPEF è che esso è inutile e che invece sarà utile (io concordo sul fatto che sia utile) il programma regionale di sviluppo, perché nel programma regionale di sviluppo cominciano a comparire tutti quei concetti, tutti quegli elementi metodologici comuni (piani, sottoprogrammi e progetti, sistema di obiettivi verificabili, specificazione di strumenti e procedure, risorse organizzative, quadro finanziario, metodi di controllo dei risultati in termini di efficienza, indicatori di realizzazione e di efficacia) che noi aspettiamo da una programmazione seria e degna di tal nome.

Nel momento in cui ci sarà questa programmazione (che però era evocata anche nel DPEF dell'anno scorso e speriamo non sia evocata nel DPEF dell'anno venturo come una sorta di fantasma che aleggia su questo Consiglio e che sappiamo che prima o poi arriva però tutti lo vorrebbero e nessuno riesce a farlo arrivare) e nel momento in cui quel programma sarà realizzato, allora davvero potremo confrontarci senza il problema evocato dal collega Capelli di poterci sbagliare sulle tabelle, sul riferimento dei laureati alla popolazione intera o alla popolazione attiva, perché? Perché ci saranno tutti quegli indicatori che consentiranno a ciascun consigliere regionale di comprendere se il programma della Giunta è in fase di attuazione, in che modo è in fase di attuazione, quali sono i punti di riferimento della fase di attuazione e quali sono quindi i giudizi che ciascun consigliere regionale può dare a nome proprio e a nome del proprio Partito su quella che è l'attività di governo.

Credo che il problema fondamentale su cui questo Consiglio deve oggi confrontarsi sia che questo DPEF (per il quale perderemo ancora dei giorni che sarebbero importanti per fare altre cose) non serve, è una cosa inutile. Quando un'automobile non serve più, va incontro a rottamazione, per i cellulari danno anche gli incentivi per la rottamazione, pensiamo cosa fare di un DPEF quando non serve più.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Balia. Ne ha facoltà.

BALIA (Federalista-Autonomista Sardo). Signor Presidente, l'ultimo intervento, quello dell'onorevole Vargiu, partiva con una considerazione e concludeva più o meno con la stessa considerazione, quella di un DPEF inutile e poco innovativo, anzi per niente innovativo. Intanto una considerazione per onestà credo vada fatta, dopo che l'ha fatta il relatore di maggioranza onorevole Secci, ed è quella, onorevole Vargiu, relativa alla tempistica. Il DPEF viene presentato in tempi utili, viene presentato in Commissione ed arriva in Aula nei tempi giusti, tutto ciò lascia naturalmente presumere, fa ben sperare, così come l'Assessore e la Giunta regionale si sono proposti, che in tempi utili giunga e venga approvato anche il bilancio e la manovra finanziaria.

E' già un'innovazione forte perché voglio rammentare che, negli ultimi cinque anni di governo del centrodestra, non vi è stata una sola volta in cui il Governo di centrodestra abbia adempiuto nei termini prescritti dal legislatore per la presentazione dei documenti contabili. La tempistica del DPEF prima e la tempistica, se rispettata così come tutti ci auguriamo, della manovra finanziaria poi, significa rapidità nella spesa, accelerazione della possibilità di spendere le risorse che la Regione ha a sua disposizione, anzi nell'anno in corso non poteva che essere così, il segnale, il termometro anche del malessere sociale è stato segnalato proprio dal basso volume della spesa che purtroppo la Giunta regionale ha avuto e che nell'ultimo periodo sta naturalmente cercando di colmare.

L'innovazione del contenuto: intanto il richiamo che lo stesso onorevole Vargiu fa ha un proposito laddove viene detto che questo DPEF è il tramite verso il programma regionale di sviluppo. Certo, è una dichiarazione di intenti, è una dichiarazione di buona volontà, rappresenta una scelta, non possiamo esprimere un giudizio di condanna anticipata perché presumibilmente ciò non avverrà, noi vogliamo invece dall'altro lato sperare che ciò avvenga. L'altra innovazione forte sta nella politica delle entrate che viene richiamata, per la quale si sono avviate delle scelte, per la quale si è avviato un confronto con il Governo che non darà tutti i frutti sperati, non servirà essa da sola questa battaglia, questo confronto aperto, a recuperare tutte le risorse arretrate, ma segna anch'esso un chiaro indirizzo, una chiara volontà ed una consapevolezza che il problema non può essere risolto solo con il contenimento della spesa, ma in termini di sviluppo va risolto con l'aumento della massa delle risorse che possono diventare poi risorse manovrabili e risorse inutili proprio alle politiche di sviluppo.

Non è certamente un libro dei sogni, c'è molta concretezza e c'è il tentativo di portare avanti l'impegno di passare da una politica che la Giunta aveva scelto, che la maggioranza aveva sostenuto, che era la politica di rigore ad una politica anche di ripresa. Rigore ma rigore consapevole, rigore ma rigore accompagnato da una volontà di attuare progetti per la ripresa dello sviluppo economico in Sardegna.

Voglio tornare su uno dei punti che l'onorevole Pili ha toccato, quello relativo all'uscita della Sardegna dall'Obiettivo 1; voglio tornarci perché mi trova convinto sostenitore della tesi che una battaglia in questa direzione non la Giunta regionale e basta, ma il Consiglio regionale, tutte le istituzioni sarde devono fare. Voglio tornarci per rendere nota, anche se non è mai stata discussa in quest'Aula ma certamente è arrivata all'attenzione della Giunta regionale, una mozione, onorevole Pili, presentata nel mese di febbraio 2004, con la quale si segnalava l'esigenza dell'intervento delle istituzioni sarde per evitare che la Sardegna uscisse dall'Obiettivo 1. E' una mozione firmata da tutti i colleghi del centrosinistra e richiama intanto il fatto che il Ministro Miccichè, che di questa maggioranza del Governo della Regione certamente non è espressione, aveva a suo tempo, ben prima, sostenuto la tesi che la Sardegna sta bene, che la Sardegna è un territorio fertile, che in Sardegna si produce e si produce al di là delle aspettative…

(Interruzione del consigliere Pili)

(Segue BALIA) Queste cose, onorevole Pili, le aveva dichiarate, ed aveva anticipato, già nel lontano 2001, sto parlando di quattro anni fa, appena ottenuto l'incarico al Ministero, l'uscita della Sardegna dall'Obiettivo 1 perché aveva previsto che, in ogni caso, la Sardegna avrebbe superato il 75 per cento della media del PIL europeo.

(Interruzione del consigliere Pili)

PRESIDENTE. Onorevole Pili, come lei ricorderà il suo intervento è stato seguito con grande attenzione, avrà occasione di replicare. Grazie, onorevole Pili.

BALIA (Federalista-Autonomista Sardo). L'onorevole Prodi non aveva certamente la competenza diretta che invece il Ministro Miccichè, in quanto Ministro di un Governo di questa Repubblica, aveva. Ma mentre Miccichè dichiarava che la Sardegna dall'Obiettivo 1 sarebbe uscita, contemporaneamente dichiarava che la Sicilia aveva un tale PIL, anch'esso presunto, siamo al 2001, che nel 2005 non sarebbe cresciuto in misura così consistente, e la Regione Sicilia ha avuto l'opportunità invece di permanere nell'Obiettivo 1.

Vede, onorevole Pili, la Sardegna parrebbe essere l'unica Regione ad uscire da questo Obiettivo da un lato, dall'altro lato il Governo è inadempiente due volte, perché il Governo avrebbe dovuto scegliere due rappresentanti da assegnare alle Regioni per il negoziato proprio fra Stato e Comunità Economica Europea. Bene, quale miglior occasione per far sì che uno dei due rappresentanti fosse un rappresentante sardo, nello specifico presumo il Presidente della Regione in Sardegna, visto che si trattava della Regione che rischiava di uscire dall'Obiettivo 1 e che qualcosa a riguardo da dire sicuramente aveva? No, si sono guardati bene dall'integrare invece il Comitato con quegli spazi che la legge garantisce a favore delle Regioni. Ciò detto, lo dico per un fatto di verità, per riportare le cose nel giusto bilancio, ciò non toglie, questo è vero, che il Governo della Regione debba intervenire, con forza e con rapidità, per evitare che la Sardegna venga estromessa da quella che è una opportunità di crescita ulteriore, reale e concreta.

I motivi, Assessore, ci sono, ci sono tutti, i parametri che vengono considerati sono certamente parametri superati, parametri anche limitati, parametri poveri, non si tiene conto di altri elementi, di altre caratteristiche, di altre peculiarità che pure la nostra Regione ha; per esempio, il 13,1 per cento dei residenti in quest'Isola vive in condizioni di assoluta povertà, è un elemento da tenere in considerazione? Per esempio, il 12,5 per cento degli abitanti della nostra Regione vive in abitazioni che sono catalogate, considerate come tali, in stato mediocre oppure in pessimo stato; per esempio, la Sardegna continua a detenere il record negativo per la popolazione di età superiore ai trent'anni, laddove vi è il 30,9 per cento delle persone che ha frequentato solo la scuola dell'obbligo. Le province di Cagliari, Oristano e Nuoro hanno una percentuale di laureati pari al 3 per cento, la media nazionale della percentuale dei laureati è pari al 7,9 per cento, quasi tre volte tanto. C'è un evidente insufficiente sistema dei trasporti ed una insufficiente presenza di strade ferrate, sicuramente non c'è una ottimizzazione delle possibilità di fruizione da parte del cittadino, ma anche del turista, di quello che è il nostro patrimonio culturale, anzi purtroppo siamo l'ultima Regione in Italia per fruibilità del patrimonio culturale.

Io rivolgo l'appello alla Giunta e all'Assessore, onorevole Pili, partendo da queste consapevolezze, la battaglia va fatta basandosi su questi parametri nuovi, più equitativi, più credibili, meno legati solo al parametro del PIL, che magari poi è il frutto anche dell'ingresso di paesi più poveri del nostro e quindi rischia di diventare una lotta fra poveri, una guerra fra poveri e non una battaglia fra nazioni che hanno una capacità di competitività adeguata ed omogenea. Chiedo un affondo, un interesse, una preoccupazione in questa direzione anche perché, con l'uscita della Sardegna dall'Obiettivo 1, la possibilità di ottenere aiuti di Stato si riduce ulteriormente passando al 20 per cento per quanto riguarda le piccole imprese e al 30 per cento invece se parliamo di aiuti di Stato riferiti alle aziende di medie dimensioni.

L'uscita della Sardegna dall'Obiettivo 1 si traduce anche in un altro dato che è quasi una certezza, cioè la diminuzione del volume degli aiuti di Stato a scapito delle regioni più svantaggiate. In buona sostanza, Assessore, noi stiamo pagando un effetto statistico abbastanza fantasioso, abbastanza misterioso; come conseguenza di questo misterioso effetto statistico, la Sardegna si ritrova nelle condizioni di poter beneficiare di un contributo per un progressivo passaggio dall'obiettivo dello sviluppo all'obiettivo della competitività.

Ma come si fa a passare dall'obiettivo dello sviluppo all'obiettivo della competitività quando noi dovremmo equiparare il territorio di Aritzo, di Perdas, o di Seneghe con il Lazio, con la Lombardia, con la Liguria o, peggio ancora, con i mercati europei? Ecco allora che un ingresso del Governatore, del Presidente della Regione, nel Comitato consentirebbe una battaglia di tipo diverso e forse resterebbe ancora qualche opportunità, qualche possibilità, sia pure flebile, di riacchiappare e di scongiurare quel pericolo di uscita della Sardegna dall'Obiettivo 1 che diversamente rischia purtroppo di diventare una certezza.

Prima dicevo che questo DPEF non è un libro dei sogni ma è un libro della concretezza, vi è un messaggio, vi sono gli indirizzi per un passaggio dalla politica di rigore alla politica dello sviluppo, alla ripresa. Assessore, io ho un richiamo, del quale chiedo si tenga conto, un richiamo che è stato già fatto da altre parti anche dalla maggioranza, relativo alla politica per il lavoro, per l'occupazione. C'è, all'interno del DPEF, una importante consapevolezza di come un popolo non possa vivere in maniera dignitosa avendo cittadini con diverse opportunità...

PRESIDENTE. Chiuda, onorevole Balia.

BALIA (Federalista-Autonomista Sardo) … avendo cittadini ai quali opportunità ne mancano e ne mancano per davvero.

Ecco, la linea strategica di fondo. Io credo che, in questa direzione...

PRESIDENTE. Onorevole Balia, il tempo a sua disposizione è terminato.

E' iscritto a parlare il consigliere Ladu. Ne ha facoltà.

LADU (Fortza Paris). Signor Presidente, onorevoli colleghi e Assessori, dopo aver finito di leggere questo enorme carteggio, mi sono posto il problema dell'utilità di questo strumento, non solo perché non ho trovato nulla di nuovo in questo DPEF, ma anche perché vedo che noi stiamo un po' inseguendo le scadenze, nel senso che, nelle premesse della presentazione del Documento di programmazione economica e finanziaria di inizio legislatura, quello precedente doveva essere un documento ponte, un documento di transizione in attesa della stesura del piano finanziario successivo, cioè quello attuale.

Voglio dire che, secondo le premesse, secondo gli impegni avanzati da questa Giunta regionale, quello attuale doveva essere lo strumento definitivo, che avrebbe dovuto dare le risposte concrete. Invece noi vediamo che le intenzioni di questa maggioranza non si sono avverate; cioè quello che doveva essere, che doveva rappresentare la summa del pensiero politico ed economico della Giunta regionale attuale e della maggioranza, non c'è stato. Quindi significa che noi dovremo ancora rinviare, dovremo ancora aspettare il vero strumento di programmazione economica e finanziaria che la Giunta approverà, per fare un passo avanti, per risolvere i problemi sociali ed economici di questa Isola.

Si trattava di un momento transitorio, dicevo, in attesa della stesura del piano regionale di sviluppo, che viene rinviato; io mi auguro, insomma, che sia in avanzato stato di incubazione, che a breve noi possiamo vederlo e, se naturalmente va bene, anche approvarlo. Però, chi ha letto il Documento di programmazione economica e finanziaria del 2006-2008 si rende conto che, purtroppo, nulla è cambiato, a parte, devo dire, una compendiosa analisi di processi economici legati alla programmazione; analisi, devo dire, che sono condivisibili.

Di tutte le osservazioni, le analisi e anche le critiche che sono state fatte nei confronti delle precedenti programmazioni, io ne condivido gran parte, però non credo che basti. Noi dovremmo passare da una fase di analisi ad una fase propositiva perché, in questo momento, è quello che oggi ci chiedono i sardi e la Sardegna. Questo documento è ancora un documento transitorio, siamo in attesa dello strumento definitivo di cui stavamo parlando e che, io mi auguro, arrivi prima della fine della legislatura; badate bene, i tempi della politica non sono infiniti, siamo già al secondo anno inoltrato di legislatura, ancora non abbiamo lo strumento, che poi va messo in pratica, attuato, completato, definito. I tempi sono quelli che sono, di questo passo non credo che questa maggioranza, questa Giunta regionale possano portare a compimento questo strumento, anche perché la legislatura, Assessore, dura cinque anni, non dieci, né quindici anni, speriamo massimo cinque anni. Quindi, in questi cinque anni, noi dobbiamo presentare lo strumento, approvarlo e poi attuarlo.

Ecco, io mi auguro, insomma, che questo documento venga approvato nel più breve tempo possibile; naturalmente per far questo ci dev'essere la volontà, bisogna andare oltre l'analisi, bisogna sicuramente andare alla proposta operativa, che è quella più importante; una sistematica lettura di tutte le problematiche legate al mancato sviluppo economico della Sardegna è utile per studiare il fenomeno, questa prima parte noi abbiamo detto che è stata sufficientemente analizzata, studiata e anche descritta, Ma non certo è sufficiente per indicare quali misure e soluzioni adottare per rilanciare tutto il comparto socio-economico e produttivo della Sardegna.

E' evidente il tentativo di sfuggire all'obbligo di fornire risposte concrete alle aspettative della Sardegna, aspettative create in quest'Isola all'indomani dell'elezione di questa Giunta regionale; devo dire che, oggi, anche i più scettici possono rendersi conto che purtroppo finora è mancata una vera strategia di sviluppo e di intervento, come dicevo prima, non mi riferisco soltanto ai tagli che hanno mortificato importanti realtà, importanti settori produttivi di questa Regione, ultimi in ordine di tempo i tagli nei confronti del mondo dello sport. Abbiamo visto che sono sorti problemi anche all'interno della maggioranza, ma io credo che anche i tagli siano compatibili con una politica che vuole risanare i bilanci e che vuole creare situazioni nuove.

Non demonizzo il fatto che siano stati fatti tagli in certi settori perché, voglio dire, alla fine bisogna fare delle scelte, il che significa che bisogna tagliare da alcune parti per rimpinguare altri capitoli che si ritengono prioritari. Il vero problema, il vero limite di questa manovra è che sono stati mortificati settori importanti quale quello turistico. C'è stata una legge urbanistica che incide profondamente sullo sviluppo turistico, ancora non sappiamo quale sarà l'evoluzione, certo è che oggi il settore turistico è al palo, è fermo, i risultati li stiamo vedendo.

Insomma, io mi auguro che, a breve, questa Giunta regionale compia scelte compatibili con la crescita e lo sviluppo della Sardegna, chiamiamolo anche sviluppo sostenibile ma comunque ci dev'essere una risposta in termini positivi. Oggi siamo in presenza di una stagnazione pericolosa che non è compatibile con la crisi economica e sociale che la Sardegna sta attraversando. Per quanto riguarda il settore industriale, vediamo che anche per esso le idee non sono chiare, insomma, c'è una situazione di stallo; non sappiamo come andrà a finire la crisi della chimica, perché non conosciamo la reale posizione di questa Giunta regionale e qual è il confronto che si sta attivando in questo momento col Governo nazionale per uscire da questa situazione, fermo restando che noi riteniamo fondamentale, per il processo di crescita di questa Regione, lo sviluppo della chimica in Sardegna, così come lo sviluppo della metallurgia.

Ci sono anche altre situazioni che vanno chiarite, come quella del mondo agro-pastorale. Noi sappiamo che questo settore sta attraversando la peggiore crisi dal dopoguerra ad oggi, eppure, nonostante questo, sono stati fatti tagli a questo settore che noi riteniamo non opportuni. Sappiamo che oggi una gran parte del mondo agro-pastorale è in fuga dalle campagne, Assessore, e probabilmente il 20, forse il 30 per cento delle persone che lavorano nel mondo agro-pastorale, abbandoneranno la campagna perché non è più competitiva, né produttiva, in quanto noi non stiamo facendo politiche di sviluppo per questo settore. Sappiamo qual è oggi la crisi nel mondo agro-pastorale relativamente al prezzo del latte. Dopo l'avvicendamento che c'è stato in Giunta, noi stiamo aspettando le prossime mosse del nuovo Assessore dell'agricoltura, che prima vedevo in zona, però ancora non ci sono state proposte concrete; il mondo agricolo e pastorale aspetta, purtroppo però i risultati ancora non si vedono.

Così come io credo che si debbano fare delle scelte anche per quanto riguarda il mondo della scuola e della formazione. Credo che anche in questi importanti settori della nostra economia siano stati fatti dei tagli penalizzanti; deve essere rivisto tutto in un'ottica diversa. E' vero che, per quanto riguarda la cultura, noi siamo indietro nei confronti di altre Regioni d'Italia; il numero di laureati, si è detto, è inferiore percentualmente ad altre Regioni, per cui probabilmente noi dovremmo innestare una marcia in più per quanto riguarda il mondo della cultura e della scuola, ma non è chiaro come si voglia comportare questa Giunta, quali siano i passi concreti che vuole fare in questa direzione, anche se, comunque, se questo si dovesse verificare, sarebbero sicuramente condivisibili.

Per quanto riguarda i problemi del mondo del lavoro, si è ripetuto anche questa sera che il piano per l'occupazione era una risorsa rilevante per i comuni, i quali hanno dato risposte importanti, perché dal basso hanno potuto programmare uno sviluppo notevole, devo dire in molti casi, non in tutti; però il piano andava finanziato perché i comuni hanno fatto significativi passi avanti utilizzando i fondi della legge numero 37. Oggi, stranamente, sono stati tagliati anche questi fondi, con la complicità di alcuni partiti che hanno difeso strenuamente in passato il piano per l'occupazione. Per di più questi finanziamenti sono stati infarciti di fondi comunitari che noi non sappiamo fino a che punto possono essere spendibili per quanto riguarda sia questo capitolo che le infrastrutture.

Bene, si è detto che la Sardegna è indietro a tutte le altre Regioni d'Italia e che avrebbe dovuto avere interventi più significativi per quanto riguarda l'infrastrutturazione (mi riferisco per esempio alla viabilità o al discorso delle acque), allora mi chiedo che cosa sta facendo in più questa Giunta regionale di ciò che è stato fatto in passato. Per quanto riguarda le risorse idriche, non mi pare che sia stata fatta una sola cosa in più rispetto a quello che è stato programmato in passato, si sta navigando, si sta galleggiando sulle cose che sono state programmate nel passato, magari pensando che un'annata di piogge come quella di quest'anno si verificherà tutti gli anni; non è così, noi dobbiamo pensare che potranno venire tempi peggiori, che la siccità e i periodi siccitosi sono sempre in agguato in questa Regione e quindi dobbiamo prepararci ad affrontare anche situazioni peggiori. Non mi pare che questa Giunta regionale stia facendo nulla per evitare tutto questo, anzi, se devo essere sincero, mi pare che ci sia una sottovalutazione di questo problema.

Così come, per quanto riguarda la grande e la piccola viabilità, ho sentito dire dall'Assessore che basta la viabilità che c'è; lui dovrebbe venire in alcune zone della Sardegna, in particolare nella provincia di Nuoro, per rendersi conto se va bene che certi comuni rimangano isolati, si stanno spopolando di giorno in giorno perché sono inaccessibili, però intanto lui continua a dire che, per la viabilità in Sardegna, al massimo bisogna fare interventi per quanto riguarda la sua messa a punto; si dice addirittura che non bisogna più asfaltare le strade ma fare interventi in terra battuta.

Io credo che su questo argomento vada fatto un discorso serio perché non è assolutamente giusto il ragionamento che sta facendo l'Assessore; io mi auguro che ci siano momenti in questo Consiglio regionale durante i quali si affronti approfonditamente questo problema, perché credo che la strategia portata avanti da questa Giunta regionale, per quanto riguarda le infrastrutturazioni, sia assolutamente inadeguata.

Pertanto bisogna rivedere un po' questa impostazione, così come per quanto riguarda l'energia, un altro dei nodi principali per lo sviluppo della Sardegna, assieme a quello dei trasporti. Abbiamo visto che non ci sono state novità, che praticamente si sta tornando alle proposte avanzate nella passata e nelle precedenti legislature, perdendo così tempo; si doveva partire da subito, oggi saremmo stati sicuramente avanti. Non dimentichiamo il fatto che i settori produttivi della Sardegna sono in grossa difficoltà, nel senso che non sono competitivi nei confronti degli altri settori d'Italia e d'Europa, perché sia i costi dei trasporti che i costi energetici sono di gran lunga superiori a quelli delle altre Regioni. Allora io mi chiedo che cosa dovrebbero fare questi operatori per poter convivere, per poter essere competitivi nel mercato nei confronti delle altre Regioni d'Italia e dell'Europa. Voglio dire che esiste tutta una serie di problemi che io non vedo ancora in questo strumento, che invece questo Governo della Regione dovrà affrontare facendo delle scelte.

L'idea di poter andare avanti galleggiando in questo modo, credo che non sia assolutamente compatibile con le attuali aspettative dei sardi e della Sardegna. Non c'è stato uno solo dei settori nevralgici dell'economia dell'Isola che, in questo Documento di programmazione economica e finanziaria, sia stato oggetto di proposte operative. "Prospetteremo il piano generale", speriamo, è già qualcosa, però oggi non si vede un intervento in questa direzione e non si indicano le strade di rilancio per quanto riguarda alcuni settori che la Giunta regionale ritiene prioritari.

Lo stesso per quanto riguarda i tempi: non si capisce qual è l'orizzonte dei tempi che ha individuato questa Giunta regionale, se si tratta di cinque anni o se sta pensando che gli anni devono essere dieci o forse anche quindici. Secondo me, per sicurezza, questa Giunta si dovrebbe accontentare dei cinque anni, poi si vedrà; però non c'è, diciamo, una scadenza dei tempi per quanto riguarda gli interventi, questo credo sia un ulteriore limite per quanto riguarda la manovra. Quindi sono insufficienti gli strumenti economici da utilizzare per la creazione di nuove condizioni di sviluppo e l'assenza di uno strumento denuncia anche la carenza dal punto di vista della strategia economica.

Non basta, Assessore, criminalizzare il lavoro delle passate legislature e dei passati Governi. Io sono d'accordo che sicuramente si poteva fare molto di più di quanto non sia stato fatto; certamente la Sardegna, se fosse stata governata meglio, sarebbe stata in condizioni diverse oggi, però io credo che bisogna anche riconoscere che sono state affrontate delle emergenze importanti anche nella passata legislatura, a iniziare da siccità, emergenza idrica, alluvioni, lingua blu, tutta una serie di situazioni a seguito delle quali però noi abbiamo impedito il tracollo di un'economia in questa Regione.

Ecco, io credo che - considerando il passato - dobbiamo soprattutto valutare quello che noi possiamo fare in più rispetto a quanto non sia stato fatto precedentemente. Non basta chiedere una maggiore presenza dello Stato, che è giusta, anche questo non deve essere un discorso a senso unico, come è stato fatto fino adesso; la presenza, la collaborazione, il rapporto produttivo e propositivo dello Stato deve essere una costante che deve riguardare questa maggioranza, ma non si deve chiedere l'intervento dello Stato solo in certe situazioni e in altre.

Ecco, tutto mi pare imperniato su una eccessiva rivendicazione che non credo serva alla causa della Sardegna, bisogna iniziare nuovi rapporti col Governo italiano, nuovi rapporti con l'Unione Europea; io credo che solo in questo modo noi potremo creare uno sviluppo diverso in questa Regione, potremo dare possibilità... non ho più tempo.

PRESIDENTE. Onorevole Ladu, il tempo a sua disposizione è terminato.

E' iscritto a parlare il consigliere Diana. Ne ha facoltà.

DIANA (A.N.). Signor Presidente, credo che sulla evanescenza di questo Documento si siano pronunciati un po' tutti, non la definisco evanescenza in maniera assolutamente negativa, ma certamente dalla lettura attenta e puntuale che abbiamo potuto fare di questo documento non abbiamo ravvisato certezze, soprattutto non abbiamo individuato una linea logica che ci faccia capire quali sono le grandi innovazioni che l'elezione diretta del Presidente della Regione - dico l'elezione diretta del Presidente della Regione - ha portato a questa nostra Regione, a questa nostra Isola. Non sono assolutamente evidenti.

Il Documento, se fosse letto in italiano con la concezione che abbiamo noi della politica, e fosse letto in uno dei paesi del quarto mondo, probabilmente avrebbe un senso, perché c'è tutta una serie di enunciazioni che ad altri possono apparire come innovazione, ma a chi come noi rappresenta il popolo sardo e siede nel Parlamento sardo, beh, sinceramente grandi novità non ne risultano. Ho sentito, anche da autorevoli colleghi della minoranza, considerazioni relative al "copia e incolla", ora non è che voglio lanciare un'ancora di salvataggio all'estensore di questo Documento, ammesso che sia solo uno, perché mi pare scritto a più mani, può anche essere normale, ma la realtà è che essendo il documento un Documento di programmazione economica e finanziaria, lo abbiamo affrontato anche nella passata annata per il 2005-2007, se aveva un senso allora, l'ha oggi, dirà la maggioranza, dirà il Presidente e diranno gli Assessori, è ovvio che in quello 2006-2008 quanto meno ci deve essere una continuità.

Ora il fatto è che la continuità di un qualcosa che già era carente allora, la continuità e l'integrazione, di quelle poche parti che sono state integrate, sinceramente mi hanno fatto ancora una volta ravvisare l'idea che questa continuità non ha migliorato la condizione di questo Documento. Forse è vero cominciare a pensare che un documento come questo potrebbe non avere un senso, così come è concepito, ma se questo documento, assieme ai principi, enunciasse anche o desse certezze sui progetti da realizzare, sulle azioni che debbono essere portate alla nostra attenzione, certamente, ma che possono risolvere i drammatici problemi economici della nostra Isola, beh, allora ancora ancora…

Il problema è che, esaminando attentamente il tutto, sia nella premessa che nelle parti successive, non emerge questo dato importante. Io dico che è finita l'epoca delle enunciazioni. Assessore Pigliaru, mi rivolgo a lei, perché con lei l'abbiamo esaminato in Commissione, con lei ci siamo soffermati a discutere, io non trovo assolutamente niente di innovativo, ma non trovo neanche quella idea, che si vorrebbe passasse, attraverso noi e attraverso i nostri cittadini, di concetti che in qualche maniera dobbiamo ancora metabolizzare e digerire. Molte evanescenze sono scritte qua, in questo senso sono evanescenze, ripeto, credo che sia inutile continuamente fare forzature di questo genere, le abbiamo digerite tutte.

Il concetto di sostenibilità ambientale, io credo che ormai passi nella comunicazione frequente, nelle amministrazioni locali, nelle comunità montane, per quanto ancora esistono, nei GAL, nei consorzi, nei consorzi dei comuni, nelle province, nei capoluoghi, finanche nella Regione Sardegna. E' estremamente importante continuare a calcare la mano su questi concetti. Ne ho citato uno, ma non è solo questo, perché potrei citare benissimo l'ossessione con cui si dice che dal Piano paesaggistico regionale deve nascere il nuovo orientamento della politica economica della Sardegna; questo è scritto, assessore Pigliaru! Cioè, è possibile che noi dobbiamo solo ed esclusivamente dipendere dall'ambiente, che è importantissimo, dobbiamo solo dipendere dai prodotti tipici, dobbiamo solo dipendere dalla cultura o, guarda caso, da tre o quattro argomenti che, anche quelli certamente importantissimi, in termini di prodotto interno lordo, in termini di redditività, in termini di posti di lavoro, sono quelli che creano di meno!

Io sono d'accordo che dobbiamo salvaguardare il nostro ambiente, lo sono da sempre, non sono dovuto venire qua per capirlo. Sono nato con questa concezione e, come me, credo che siano nati molti sardi, però noi continuiamo ancora una volta a leggere in questo Documento cose che ormai sono diventate ovvie, ovvie per tutti. Certo, ci sono ancora quelli che possono non avere a cuore le coste della Sardegna piuttosto che le zone interne, le emergenze archeologiche piuttosto che i siti di grande interesse comunitario; sicuramente, ci sono ancora, ma sono una minoranza del popolo sardo. Alla Sardegna bisogna dare risposte diverse; risposte in questo senso, in questo documento, non ne ho trovato una che una. Ora, può darsi anche che io legga condizionato dalla parte politica che rappresento, ma non credo d'essere così allocco da non individuare all'interno di questo documento un solo elemento che mi faccia capire qual è la strategia di sviluppo di questa maggioranza. Forse, cari colleghi della maggioranza, bisogna cominciare a parlare veramente di maggioranza, perché troppo spesso ci siamo scagliati sul presidente Soru.

Avremmo motivo anche per scagliarci ancora contro di lui, certamente, ma non vorrei neanche che diventasse il parafulmine della maggioranza, non posso pensare che avvenga questo, così come non posso pensare, entrando un attimino nel merito anche delle considerazioni che sono state fatte (mi dispiace che l'onorevole Uras non ci sia, l'onorevole Uras è come l'araba fenice, ogni tanto c'è, ogni tanto non c'è) intorno a questa diatriba, a questo contrasto che esiste all'interno della maggioranza, sulla interpretazione del capitale umano, beh, insomma, questo credo che sia un elemento che, alla fine, qualche discrepanza all'interno della maggioranza la debba anche creare. Se il concetto di capitale umano, ma non tanto il concetto quanto il solo termine, quindi la terminologia di capitale umano comincia a essere messa discussione, beh, allora com'è possibile che, in questa maggioranza, che ha al suo interno un gruppo politico che legittimamente fa le sue battaglie (è giusto che le faccia, perché fin quando esiste un partito comunista in Italia ovviamente esisterà anche un centrodestra forte, quindi fa buon gioco questo), dal momento che l'onorevole Uras non si preoccupa di farsi spiegare dall'assessore Pigliaru che cosa si intende per capitale umano, queste due parole (capitale umano, soprattutto il legame della parola "capitale" alla parola "umano"), creino fibrillazioni e tensioni.

Io ho un mio concetto di capitale umano, credo che non sia distante dal concetto che ha l'assessore Pigliaru, probabilmente no, anzi, credo che sia molto vicino, perché, se così è, il capitale umano forse è l'unico caso nel quale si può individuare una strategia di questa Giunta regionale, forse è l'unico caso, dico forse, non sono d'accordo su come lo si sta concependo, ma almeno ha un filo logico. Se non abbiamo il capitale umano, lo dobbiamo creare, perché il capitale umano è fatto di conoscenze, è fatto di formazione, è fatto di intelligenze, è fatto di tutta una serie di componenti che non sono innate nell'essere umano; sono state create, quindi non deve spaventare la parola o l'abbinamento delle parole "capitale" e "umano". Invece questo spaventa, spaventa perché ideologicamente Rifondazione Comunista ritiene di non poter condividere un abbinamento di questo genere.

Quindi, nell'evidenziare questo concetto, che è politico, che riguarda ovviamente la maggioranza, non certamente la minoranza, per entrare nel merito di questo documento, l'ho già fatto in Commissione e pensavo di non doverlo rifare in Aula, toccherò alcuni degli elementi importanti che mi aspettavo trovassero soluzione. Forse il primo argomento che tratto troverà soluzione, forse, nel senso che questo documento è stato scritto quando ancora l'Assessorato dell'agricoltura aveva un altro rappresentante. Probabilmente nel prossimo e immediato futuro leggeremo questo documento in maniera leggermente diversa, o forse totalmente diversa, convinto come sono che questo aspetto del mondo rurale, dell'agroalimentare, di tutto ciò che ruota attorno a quello che comunque è il primo parametro di riferimento per l'economia della Sardegna, non può essere assolutamente trascurato.

Qua ci sono due paginette, non è che ci sia molto da dire, c'è abbastanza poco, ma soprattutto non si capisce in quale direzione l'agricoltura sarda debba andare. Non mi soffermo sul prezzo del latte o sulle agevolazioni per i produttori di pecorino romano, non mi ci soffermo, perché sono problemi che esistono, e non da oggi. So che esistono questi problemi e che alcuni sono insormontabili. Quindi l'idea deve essere quella di trovare una soluzione a quel problema per il quale, se non si risolve producendo pecorino romano, deve essere trovata un'alternativa, perché, se non ci sono alternative, continueremo a produrre feta e pecorino romano, pecorino romano e feta, e, se non facessimo questo, inflazioniamo il mercato. Allora idee su questo, al di là di un accenno al riordino fondiario che è uno dei grandi problemi che abbiamo nell'agricoltura in Sardegna, perché tutte le aziende sono sottocapitalizzate e hanno delle dimensioni talmente piccole che non possono assolutamente essere competitive con le aziende nazionali e tantomeno con le aziende internazionali.

Allora, partendo da questo concetto, si parla di distretti e di filiere. Io, in un documento come questo, avrei cominciato a scrivere su quali distretti vuole puntare questa maggioranza e questo Governo regionale; l'avrei cominciato a scrivere, ma avrei identificato anche le zone, perché questo si aspettano i sardi. O gli agricoltori sardi devono continuare a brancolare nel buio? "Quest'anno faccio bietole, l'anno venturo faccio riso, forse faccio pomodoro, forse faccio mais, forse faccio grano, forse faccio granaglie, cereali". Non è possibile lasciare gli agricoltori sardi in questa indeterminatezza. Allora mi sarei aspettato che, in questo documento, si iniziasse a far capire qual è la politica agricola del futuro. Dobbiamo continuare a vivere con i cinquemila anni di storia, che sono forse la più grande iattura che abbiamo? Dobbiamo continuare in questo senso? Qui non si fa riferimento a nessuno dei possibili interventi e dei progetti da realizzare per cercare di tirar fuori l'agricoltura sarda da questo momento difficilissimo che non viene risolto con la politica agricola comunitaria, perché se qualcuno pensasse che quella è la soluzione di tutti i mali probabilmente sbaglierebbe ancora.

Così come quando parliamo di istruzione; io ho sentito diversi ragionamenti, li ho sentiti anche fuori di qui, a dir la verità, lo dice anche il presidente Soru, che bisogna che abbiamo più laureati. Forse non ho capito se volesse dire che quantitativamente voleva più laureati o se qualitativamente voleva più laureati, perché sono due cose completamente diverse. Io so solo che la disoccupazione tra i laureati è alta comunque e se noi non creiamo le condizioni per l'occupazione di questi laureati e di pari passo facciamo crescere il numero e la qualità dei laureati con la reale occupazione che possono trovare nel nostro territorio, bè, allora andiamo ai voucer, prendiamo i migliori tremila, non so se saranno tra i migliori, spero di sì, e li mandiamo a fare un'ulteriore formazione, un'alta specializzazione, non nelle università sarde ma nelle università che non stanno in Sardegna, poi verificheremo se sono in Italia, se sono all'estero. Abbiamo esempi importanti, lo stesso assessore Pigliaru, credo, la parte importante della sua formazione non l'ha maturata in Sardegna o in Italia probabilmente l'ha affinata in altre università. Benissimo, è uno dei pochi casi che è rientrato nella sua terra e mette a disposizione della sua Sardegna la propria capacità.

Ma siamo sicuri che avverrà questo? Siamo veramente sicuri che le università sarde non siano in grado di fornire una specializzazione ulteriore, almeno in alcuni campi? Ho sollevato questo problema anche in Commissione; in quella circostanza, mi venne detto che le università sarde, le due università sarde, perché di queste parliamo, non avevano rilevato nessun problema su questo fatto. Mi risulta invece che qualche problemino ci sia, ed è normale che ci sia, perché se noi siamo i primi a squalificare la nostra formazione universitaria, insomma, se non ci crediamo noi… ritengo che questo possa essere rivisto dalla Giunta regionale. Io credo che, per alcuni settori di intervento di istruzione specialistica, le università sarde possano ancora dire la loro e quindi il concetto che ci servono più laureati, ancora più laureati, insomma, voglio dire…

Vorrei fare un esempio: c'è una persona che lavora, all'interno di questa amministrazione regionale, con un'azienda esterna, credo che abbia 57 o 58 anni, è un laureato e lavora con la società che ha la vigilanza di questo palazzo, ha 58 anni! E come lui, ci sono molti altri laureati oltre i trent'anni che ancora non hanno trovato occupazione, o meglio trovano l'occupazione quando vengono banditi i concorsi presso gli enti pubblici dove non è necessaria la laurea ma è sufficiente un diploma di scuola media inferiore o forse un diploma di scuola media superiore, ed ecco che allora nascono i conflitti. E' chiaro che nascono i conflitti, perché stiamo facendo correre un purosangue con un anglo arabo neanche di prima genealogia.

Quindi il problema esiste. Siamo sicuri che i dati che ci sono stati, non propinati, ma che comunque abbiamo trovato sugli atti in qualche maniera non corrispondono con i dati che il Senato della Repubblica nel 2005 ha evidenziato sull'istruzione universitaria in Sardegna? I casi sono due: o non crediamo al Senato della Repubblica o non crediamo al Crenos o all'Istat, non lo so, fate voi, sceglietene uno a caso. Voglio dire che non è il numero degli universitari che ci manca, ci mancano i posti di lavoro, per questo siete stati eletti, per questo avete vinto le elezioni, per questo si è presentato il Presidente Soru! Ma non uno di questi argomenti è stato affrontato con sufficiente coerenza, con i principi che vi avevano ispirato in campagna elettorale.

Poi c'è il governo del territorio. Anche al riguardo io, assessore Pigliaru, stento a capire chi è che deve governare il territorio, stento a capirlo, perché dalle cose che sono scritte nel Documento di programmazione economica e finanziaria, enunciazioni, anche qui, non ho visto il reale governo del territorio ma soprattutto non riesco ad individuare qual è il ritorno che la salvaguardia di un territorio può avere in termini occupazionali ed economici per la Regione Sardegna; perché, se dobbiamo agire solo in regime di conservazione integrale, ciò che è possibile, ho letto...

PRESIDENTE. Onorevole Diana, il tempo a sua disposizione è terminato.

E' iscritto a parlare il consigliere Licheri. Ne ha facoltà.

LICHERI (R.C.). Signor Presidente, Assessori, onorevoli colleghi, il Documento di programmazione economica e finanziaria 2006-2008, proposto dalla Giunta regionale, approvato dalla terza Commissione consiliare, ha il merito di proporre una struttura complessa di aree di intervento e indirizzi generali che individuano alcuni elementi attraverso i quali è possibile avviare una nuova fase di sviluppo per la Regione sarda. Questa possibilità si articola su tre assi fondamentali: la competitività, la coesione sociale, l'occupazione. Noi tutti però sappiamo che viviamo una fase in cui permangono atavici ritardi strutturali in settori strategicamente importanti (come i trasporti, l'energia, la comunicazione, la formazione) che rallentano ogni dinamica innovativa del tessuto economico sociale della nostra Isola e che ne hanno frenato lo sviluppo.

Ma non ci sono solo gli storici ritardi in ambito infrastrutturale, tecnologico e formativo; le potenzialità di rinascita della nostra Isola si scontrano infatti anche con le inefficienze di una pubblica amministrazione che necessita di una vigorosa riforma di sistema. Non è solo un problema di spreco di risorse ma anche di lungaggini burocratiche contro cui si infrangono spesso gran parte delle nostre speranze di crescita e di sviluppo. I percorsi tortuosi, spesso inutili, della pubblica amministrazione, soprattutto i vacui tentativi di riforma del passato, ci appaiono oggi come la trama di un'infinita tela di Penelope. Non dobbiamo limitarci a disfare quella trama per poi rifarla identica, noi oggi abbiamo un compito ben più complesso e ben più grande: cambiare il telaio stesso e, attraverso questo, innescare una nuova stagione di rinascita. In proposito, nel DPEF sono presenti linee programmatiche condivisibili ma anche punti deboli rispetto ai quali non possiamo chiudere gli occhi e chiediamo un supplemento di intervento per il futuro prossimo.

Concordo con l'indicazione che il DPEF individua: la maggior sfida del Governo regionale è quella di accompagnare la Sardegna nella cruciale transizione dal passato modello di sviluppo socioeconomico assistito verso un assetto competitivo ed una inedita capacità propulsiva. E' senz'altro vero che le risorse umane sono al centro della nuova fase di sviluppo ma ritengo che non si individuino ancora con chiarezza quali strumenti la Regione intende adottare affinchè tali soggetti siano realmente gli autentici protagonisti del riscatto sociale, economico e culturale dell'Isola.

Nel documento enfatizziamo giustamente, nel dovuto modo, il ruolo dell'istruzione superiore e dell'università, ma anche qui registriamo alcuni aspetti che necessitano una messa a punto. Infatti, se da una parte diciamo che è necessario riaffermare la centralità della scuola pubblica per elevare il livello di competenza e istruzione degli studenti e per combattere la dispersione scolastica, dall'altra sosteniamo la necessità di avviare percorsi formativi per i laureati attraverso borse di studio che consentono un'esperienza nuova e stimolante, limitando però questa possibilità alle esperienze negli atenei esteri, mentre non operiamo a sufficienza affinchè le università sarde siano in grado di avviare corsi di eccellenza per i nostri studenti. Io penso che, su questo tema, abbiamo il compito di aprire un'ulteriore interlocuzione con le nostre università per costruire corsi di specializzazione e centri di ricerca che consentano agli studenti di maturare nuove professionalità nel proprio territorio.

Durante i lavori della Commissione, l'assessore Pigliaru si è soffermato su questi punti con tanta enfasi perché convinto che il processo di sviluppo passi attraverso un nuovo sistema formativo che immetta nel ciclo produttivo tutte le nuove intelligenze prodotte dalle università. Ciò è positivo, ma il punto di osservazione in questo caso si limita ad un solo aspetto della società sarda, quello di chi può permettersi di compiere per intero il percorso degli studi fino al conseguimento della laurea. Noi sappiamo che, in famiglie monoreddito e con condizioni di precarietà, la realtà è ben diversa. Tanti, anzi tantissimi, sono i giovani disoccupati senza titolo di studio, tanti sono i sardi tra e 40 e i 50 anni che non hanno mai svolto un'attività lavorativa, tanti quelli esclusi da qualsiasi ciclo produttivo e che, in aggiunta, non hanno neanche avuto la possibilità di crearsi alcun percorso di formazione. Tantissime, ancora, le donne e tanti gli uomini che vivono una condizione di precarietà lavorativa. Rispetto a tutta questa realtà, che costituisce parte consistente della società sarda, il DPEF non porta elementi di novità sostanziale in grado di intervenire per superare questa condizione di esclusione e di marginalità.

Da questo punto di vista, il disegno di legge sui servizi all'impiego avanzato dalla Giunta è invece un elemento che deve trovare rapida approvazione ed applicazione. Invece le modifiche ad esso apportate dalla sesta Commissione introducono elementi regressivi rispetto ai quali si impone una riflessione approfondita. Ne parleremo a tempo debito, però già sin dda ora mi sento di contestare modifiche come quelle apportate che di fatto finiscono per introdurre di soppiatto la recente controriforma delle pensioni attraverso la previsione di fondi integrativi privati, così come non condivido che si metta in discussione il primato del pubblico, giustamente indicato dal disegno di legge della Giunta nel servizio del collocamento lavorativo. Su questo tema, quando arriverà in Aula, ci riserveremo di presentare emendamenti sostanziali per modificare il disegno di legge esitato dalla sesta Commissione competente.

Per ritornare al DPEF, penso che l'intervento delle parti sociali (i sindacati, le associazioni, le università, le forze politiche) possa essere d'aiuto per trovare la strada di una maggiore concretezza ed applicabilità di quelle linee di principio annunciate. Diventa fondamentale in questo senso avviare una riorganizzazione immediata della pubblica amministrazione che deve essere resa possibile con la legge sui trasferimenti di funzione e competenza affinchè si sia in grado in tempi brevi di fare fronte ai nuovi compiti.

Abbiamo rimarcato più volte il concetto di coesione sociale ma questa passa attraverso l'approvazione del piano sociale che ha il compito di contrastare fenomeni di povertà e precarietà del lavoro. C'è una parte decisamente interessante del DPEF che prevede la coesione tra diversi territori attraverso un processo di sviluppo integrato, attraverso tutta una rete di attività che metta in stretta connessione le zone costiere con quelle tipicamente interne ricche di storia, di cultura e prodotti. Questo può avvenire attraverso uno sviluppo rurale che consenta di poter integrare le qualità del territorio, del paesaggio con le produzioni locali di qualità. Dobbiamo precisare però meglio ed intervenire con chiarezza individuando i tempi e i modi per avviare questo processo innovativo di sviluppo. Dobbiamo chiarire che tipo di continuità territoriale interna vogliamo realizzare per rendere possibile e reale il collegamento tra le diverse aree geografiche della Sardegna.

Nel documento ravvisiamo in proposito ancora dei limiti che, se non inficiano la bontà complessità dell'impianto, richiedono però un'articolazione ulteriore nell'intervento attraverso il bilancio, l'approvazione delle leggi sui servizi all'impiego, attraverso l'approvazione del provvedimento sulla formazione professionale ed attraverso gli interventi delle politiche attive sul lavoro su cui la Giunta è impegnata. Infatti,, già dall'approvazione del bilancio, può scaturire una nuova politica delle entrate in grado di determinare una forte inversione di tendenza rispetto al passato; è necessaria maggiore concretezza che consenta a questa maggioranza di Governo di cogliere le esigenze e i bisogni popolari, per fare questo diventa necessario avviare una maggiore interlocuzione tra i gruppi consiliari della maggioranza affinchè i prossimi appuntamenti di riforma e quelli di intervento finanziario possano rispondere a quel cambiamento che gran parte del popolo sardo invoca da tempo e per il quale ci ha conferito il mandato a governare.

L'approvazione di questo DPEF è dunque legata alla sua struttura complessiva, che io personalmente condivido, ma è anche strettamente legata agli interventi ulteriori sul lavoro, servizi all'impiego, formazione professionale, politiche attive sul lavoro, che questa Giunta e questo Consiglio dovranno approvare in seguito.

Su tutto ciò il nostro Partito, il nostro Gruppo, il nostro Assessore sono profondamente impegnati. Io ritengo che, attraverso la proficua interazione tra Giunta, Consiglio e parti sociali, possano scaturire quegli elementi innovativi che, al momento, ancora io personalmente non intravedo in questo DPEF .

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pinna. Ne ha facoltà.

PINNA (Progetto Sardegna). Signor Presidente, rifacendomi all'intervento che questa mattina, presentando la relazione di minoranza, ha fatto l'onorevole Rassu, mi sembra di concordare su un'espressione, esattamente quando ha detto che in buona sostanza il DPEF va considerato, di fatto lo è, un documento di transizione. Questo mi sembra molto giusto e molto vero; come tutti i documenti di transizione, contiene un pezzo del passato ed anticipa anche un pezzo del futuro, cioè nel senso che il DPEF contiene le caratteristiche del Documento di programmazione economica e finanziaria che disegna e definisce la strategia generale che poi deve accompagnare di anno in anno la predisposizione del bilancio però contemporaneamente presenta già le caratteristiche del Piano regionale di sviluppo. Devo dire che l'onorevole Vargiu, nel suo intervento, ha citato quest'ultimo molto puntualmente quando sostanzialmente ritiene che un Piano regionale di sviluppo dovrebbe essere ancora più dettagliato, più circostanziato, forse per rispondere a quelle esigenze di cui ha parlato anche l'onorevole Diana quando diceva che bisognerebbe sapere esattamente a quali territori e a quali aree facciamo esattamente riferimento, in modo tale che il Piano regionale di sviluppo e il DPEF siano effettivamente uno strumento di orientamento, in ordine ai processi di sviluppo più complessivo, sia nelle scelte che nella distribuzione delle risorse.

Però ribadire, sottolineare, come è stato fatto in quest'Aula, anche ultimamente con l'intervento dell'onorevole Vargiu, che siamo in presenza di un documento inutile mi sembra effettivamente eccessivo. Certo, il DPEF per alcuni versi non è estremamente originale nella sua impostazione, ma per un fatto molto semplice, il DPEF riprende i contenuti della grande programmazione che sono propri dell'Unione Europea. Credo che, al di là della questione se le risorse comunitarie debbano essere considerate come aggiuntive, non certo come sostitutive, non si può negare che la stagione della politica di coesione sia stata inaugurata dalla programmazione europea, cioè si prese atto che di fatto gli allora quindici paesi dell'Unione Europea presentavano forti diversità, forti divergenze, o meglio si presentavano a più velocità fra di loro, per cui era assolutamente necessario attivare un processo di coesione, tant'è che si decise (ecco perché la Sardegna rientrò nell'ambito dei Paesi dell'Obiettivo 1) di trasferire risorse in quelle aree che più di altre avevano bisogno di recuperare il ritardo secondo una logica ben precisa. Basta pensare ai sei Assi dove vengono individuate le strategie e i settori precisi, penso al ciclo dell'acqua, all'energia, o ai temi del suolo, penso ai temi delle risorse, che sono risorse umane oppure sono di tipo culturale o naturale, penso ai sistemi produttivi, alla città, penso alle risorse di carattere tecnologico.

L'Europa ci ha detto che qualsiasi regione può essere in qualche modo rimessa in gioco se si fa riferimento ad interventi di carattere strutturale, infrastrutturale, materiale e talvolta anche immateriale; l'Europa ci ha disegnato esattamente i confini, ha quasi perimetrato l'ambito entro il quale si deve esercitare un'azione forte di programmazione dello sviluppo. Da questo punto di vista, il nostro DPEF fa un'operazione intelligente; si dice "il Dpef è troppo lungo", ma insomma, io credo che avere la pazienza di leggere, di approfondire, di conoscere meglio gli strumenti che rendono possibile un serio processo di programmazione sia importante, bisogna avere la capacità anche di perdere, tra virgolette, un po' di tempo, credo che un problema fondamentale di questa Regione sia proprio un deficit di comprensione e di lettura dei problemi.

Non si può dire che il DPEF è complesso, si deve dire che purtroppo, o meglio, questa è la caratteristica delle società moderne, lo sviluppo, anche lo sviluppo della Sardegna è un processo complesso; per far questo, bisogna disporre di strumenti di lettura apparentemente complessi ed analitici che solamente possono aiutare anche questa Regione ad accelerare il processo di coesione. In questo senso, credo che il DPEF (il quale, come avete visto bene, si struttura di tre parti fondamentali: l'analisi, le strategie, il riferimento alla manovra di bilancio per il 2006) ha il coraggio o anche la pretesa e la capacità di introdurre delle priorità. E' chiaro che tutto quello che si è fatto, in ordine alla infrastrutturazione di carattere materiale, penso alle reti viarie, ai sistemi portuali, alle altre grandi opere che sono state anche avviate dalla precedente amministrazione, il DPEF lo mantiene intatto, lo sviluppa, lo integra.

Si è discusso poi probabilmente sul concetto di rete viaria, bisognerà integrare, bisognerà pensare che la Sardegna non è un sistema su cui si riversano semplicemente i grandi poli, i grandi centri, ma vi è da innervare anche un sistema più interno, voglio dire, abbiamo mantenuto questo impianto, all'interno di interventi che erano stati perlomeno poco considerati, basta pensare che la qualità e la quantità della spesa dei fondi comunitari non era eccellente, penso anche che, delle oltre 60 misure che costituivano la sottoarticolazione dei sei Assi, molte erano abbondantemente intonse, segno evidente che non c'è stata nella nostra classe dirigente, dai suoi vertici sino alle realtà locali, la capacità di investire in settori particolari, con particolare riferimento per esempio alla società della conoscenza oltre che alla società dell'informatica e penso anche agli investimenti nell'immateriale.

Da questo punto di vista, il DPEF introduce delle priorità, perché al tema della coesione si è unito il secondo tema della competitività. Anche in questo caso un dato si impone su tutti: l'export della Sardegna è pressochè inesistente, se consideriamo che l'86 per cento dell'export è rappresentato soprattutto dalla filiera dei prodotti del petrolio e della chimica, per il resto vi è un export bassissimo, cioè la Sardegna è una Regione che non esporta, e voi capite benissimo che il passaggio dalle economie alto medievali alle economie medievali moderne fu legato soprattutto alla capacità di attivare i processi di scambio. Le Regioni in cui non si determina scambio sono Regioni in cui non c'è crescita.

Basta pensare alla fotografia che il Crenos dà ancora una volta di un'Isola bloccata con una sproporzione tra i vari settori che contribuiscono alla determinazione della ricchezza complessiva, per capire che effettivamente l'Isola corre il pericolo molto elevato di una eccessiva terzializzazione che, in qualche modo, è la precondizione che ci porterà poi ad una condizione di quasi assoluta assistenza. Ecco il problema che è stato sollevato anche nel dibattito di oggi, la preoccupazione secondo la quale non solo abbiamo processi di degrado in ordine all'alfabetizzazione e alla scolarizzazione ma abbiamo anche la preoccupazione di non riuscire a valorizzare adeguatamente molte professionalità proprio perché la Sardegna nel suo complesso è una Regione economicamente stagnante.

Da questo punto di vista, il DPEF introduce delle priorità, è stato messo l'accento in modo particolare sull'innovazione, si è collegata l'innovazione alla ricerca e d'altra parte, come il bilancio dell'anno scorso, anche il bilancio di quest'anno crediamo destinerà risorse significative. Chiaramente, è stato ripetuto anche stamattina nell'intervento dell'onorevole Secci, a fronte di una presenza per quanto molto bassa di investimenti in ricerca del settore pubblico, registriamo invece una quasi totale assenza di interventi del settore privato.

Il DPEF mette l'accento in modo particolare sugli investimenti nel settore dell'immateriale, punta ancora una volta sulla cosiddetta società della conoscenza. Puntare sull'immateriale significa, tra l'altro, attivare processi di collaborazione nei territori, processi di programmazione comune, processi in cui finalmente per esempio emerge il territorio piuttosto che le singole realtà locali. E' difficile. Per esempio, un elemento che i sociologi dello sviluppo considerano importante per garantire lo sviluppo dei territori è la capacità dei territori di riacquistare fiducia, fiducia anche in se stessi.

Questi ragionamenti sembrano banali; mi è capitato, negli ultimi anni in cui facevo il sindaco, di lavorare con un gruppo di altri sindaci proprio per immaginare e costruire un processo di unione dei comuni, uno degli elementi fondamentali che avrebbe potuto favorire l'integrazione passava attraverso il recupero di un atteggiamento di stima e di fiducia tra istituzioni e poi tra comunità locali. Questo significa investire ancora nell'immateriale.

Probabilmente questi discorsi qualche volta sembra che facciano sorridere, però la Sardegna si trova in una situazione tale per cui non si possono immaginare, per questa Isola, percorsi che forse vanno bene da altre parti. Effettivamente, quando si parla di sviluppo locale, quando si parla di valorizzazione delle risorse locali e tra le risorse locali, mettiamo anche tutto il sistema delle autonomie locali, bè, stiamo dicendo che vogliamo puntare sull'immateriale. Molto spesso io ho lavorato nei processi di Agenda 21, dove tra l'altro le risorse investite non erano tantissime: era un processo immateriale che, di fatto, creava però un grosso investimento nel territorio per farlo finalmente diventare un sistema, e poi a sua volta divenire competitivo.

Bene, abbiamo messo l'accento in modo particolare in questo DPEF sul valore della risorsa umana, poi si può discutere, "capitale umano" è certo una espressione mutuata ma non vuole essere senza dubbio un'espressione offensiva, la cosa più importante che si vuole mettere in evidenza è che le nostre intelligenze, le intelligenze delle realtà locali, rappresentano una grossa risorsa alla quale dobbiamo in qualche modo attingere.

Però il DPEF non trascura l'attenzione ai settori tradizionali; è preoccupato per la situazione nella quale versa il settore industriale, è preoccupato per la condizione di grave ritardo del settore agroalimentare, crede che intorno alla politica dei servizi, cioè come cambiare anche il settore terziario, si debba fare molto. Perché coniugare coesione e competitività? Perché solamente così, dice l'Unione Europea, si riesce a combattere anche l'esclusione sociale. Questo DPEF non trascura quei processi che dovrebbero garantire alle persone espulse dal mondo del lavoro, in situazione di ritardo o di svantaggio, di essere reinserite; ebbene, solamente un sistema coeso, un sistema competitivo è un sistema capace di includere quelle fasce tradizionali che di fatto venivano in qualche modo lasciate ai margini. Questa è una espressione moderna della solidarietà.

L'Unione Europea ha scritto molto e questo documento riflette questa idea di rete sociale, questa nuova ridefinizione di welfare che, mentre si preoccupa dei primi, mentre si preoccupa anche di garantire la produzione di ricchezza, non dimentica anche la necessità di reintegrare quelle fasce che altrimenti sarebbero permanentemente escluse. Io trovo che questo DPEF sia uno strumento adeguato, uno strumento complesso, uno strumento migliorabile, uno strumento di transizione, uno strumento che saprà guidare ancora per quest'anno le scelte che accompagneranno la prossima finanziaria.

Ultima annotazione: questo è un DPEF che non annuncia una finanziaria di lacrime e di sangue, avete visto che vi è un riferimento, vi è un ulteriore contenimento dell'indebitamento, però per la prima volta si fa riferimento anche alle nuove entrate perché, durante questo anno, questa maggioranza non è stata solamente capace di razionalizzare, di aggiustare o di dare finalmente una organizzazione più consona ad un bilancio regionale che ci stava sfuggendo, questa maggioranza si è preoccupata anche di recuperare nuove risorse.

Credo che questo sia un elemento importante, che in qualche modo assicura la serietà del lavoro che questa maggioranza ed anche quest'Aula sta svolgendo. Credo che sia un DPEF che possa rendere più sereno il lavoro che, da qui a qualche giorno, a qualche settimana, faremo per costruire il nuovo bilancio; nella capacità di individuare i problemi, di spendere adeguatamente e bene le risorse in maniera anche trasparente e di ottenere qualche risultato, penso che si consumi questa nuova esperienza di moralità politica, che non può essere considerata un fatto soggettivo quasi mentale, la moralità politica come atteggiamento virtuoso pubblico è proprio nel dovere che abbiamo di spendere bene, di spendere meglio e di spendere in maniera regolata.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Atzeri. Ne ha facoltà.

ATZERI (Gruppo Misto). Signor Presidente, signori consiglieri, il modulo e le strategie adottate da Lippi, il selezionatore della nazionale di calcio, suscitano più interesse di questo DPEF che, in un modo ormai inflazionato, è stato ritenuto inutile, scontato, superfluo. Certamente il primo anno di rodaggio è passato. Se all'inizio potevano sopportarsi difese d'ufficio coperte dal linguaggio rassicurante dei testi accademici, se poteva essere comprensibile che una maggioranza appena formata non avesse progetti cantierabili ma solo buoni intenti programmatici, se infine era nella logica delle cose spiegare il senso per poi comunicare il progetto e infine realizzarlo secondo un piano integrato di interventi, oggi tutte queste tecniche retoriche hanno perso, come si dice, l'appeal, per usare gli anglicismi tanto cari all'Assessore.

Così, come per il Piano paesaggistico regionale, monumento all'astrazione e alto esercizio letterario di dichiarazioni generiche, fumose, anche per il DPEF 2006-2008 si assiste al vuoto progettuale. I documenti economico-finanziari non sono le dichiarazioni programmatiche di inizio legislatura, servono ai politici, agli amministratori locali ed ai cittadini come strumenti operativi; alle logiche dei convegni non crede più nessuno perché è tempo di risposte operative.

Non basta più affermare che ci vuole uno sviluppo eco-compatibile, oggi occorre dire cosa si farà in concreto, con quali tempistiche, con quali risorse, con quali priorità. Per fare questo, occorre però dotarsi di un credibile modello di sviluppo complessivo. La Giunta non ce l'ha e perciò, al di là delle pie intenzioni, persegue la politica dello spezzatino, da una parte sostiene che occorrono approcci sistemici, integrati, organici, che ci vogliono piani, programmi ed azioni coordinate, che occorre fare sistema per superare le criticità, dall'altra parte l'Aula, disattenta, canta!

In Consiglio regionale passano solo pochi provvedimenti urgenti con corsie preferenziali, oppure si esitano leggi, poche, che dimostrano la mancanza di visione di insieme. Agli intendimenti roboanti corrispondono azioni incoerenti, errori madornali (vedasi la continuità territoriale), ritardi storici (vedasi leggi organiche di settore su energia, scuola, commercio, risorse idriche, trasporto pubblico locale) e rivendicazioni con lo Stato deboli e indici di subalternità: la politica del cappello in mano!

Il DPEF soffre di una malattia infantile: le sparate ad effetto che nascondono tra le pieghe gravi errori e posizioni contraddittorie. Conviene partire dalla fine di questo macro documento, quasi 200 pagine, proprio dalla pagina 170, dove si legge "Le 'manovre' volte all'abbattimento del disavanzo sono state ampiamente conseguite" e, dopo aver riconosciuto che sono stati conseguiti minori accertamenti di entrata, a pagina 171, dove si legge un passo stupefacente riguardante il 2004: "…l'esercizio si è chiuso con un disavanzo di gestione di circa 180 milioni di euro e ha fatto registrare un maggior disavanzo (di euro 287 milioni) rispetto a quello previsto nella legge finanziaria per l'anno 2005...".La Giunta spera che la cartolarizzazione degli immobili regionali, demonizzata e criticata se fatta da Berlusconi, ma perfettamente legittima come artificio contabile se fatta in casa nostra, possa ridurre il disavanzo.

Vari Assessori si sono cimentati in questa materia, anche se il DPEF è un'invenzione degli ultimi quindici anni, ricordiamoci i vari Assessori: Cabras, Mannoni, Sassu, con i BOR, i buoni ordinari regionali, Barranu, il giovane Barranu che, in un modo trepidante, è stato inserito anche da poco in una delle aziende più importanti della Sardegna perché c'era stata una distrazione, forse hanno preso atto che è un plurispecializzato in varie discipline della medicina generale e chirurgia e quindi l'hanno inserito per rendere un grande servizio alla salute dei cittadini del Sulcis.

Cito questi nomi perché ancora oggi gravitano nell'orbitale come consiglieri, consulenti, suggeritori del Presidente della Giunta, diciamo che è un trentennio che calcano il palcoscenico isolano con i risultati che tutti conosciamo, tant'è vero che l'indebitamento non è frutto dell'ultima stagione, ma è datato nel tempo, è radicato; queste cose bisogna sottolinearle. Cresce comunque la dipendenza dei sardi, aumentano le povertà, con grande preoccupazione. La spesa è cristallizzata, la gente arriva al 20 del mese ed è costretta a tornare ad un'antica prassi umiliante come quella della "fiducia" col bottegaio, perché calano i beni di prima necessità e il pane e il latte lo comprano col cosiddetto libretto. Certamente non è opera di questa Giunta, certamente non possiamo addossare a questa Giunta, ma dopo un anno i risultati non arrivano.

L'affermazione ancora più grave la troviamo a pagina 177 e a pagina 178 dove (se nel 2006 non ci saranno entrate tributarie ed extratributarie di natura permanente e non vi sarà decremento delle spese obbligatorie) si prevede, con la manovra finanziaria 2006, un nuovo indebitamento. Allora tutto parte dall'indebitamento e noi abbiamo contestato con preoccupazione la terapia usata per riqualificare la spesa e arrestare questa emorragia. Da decenni la Sardegna, la società sarda è assistita, è asfittica, è stagnante, e rischia di non poter reggere una terapia così robusta, lo diciamo con grande preoccupazione, perché si può rientrare, si può risanare anche spalmando nell'arco del tempo concesso dagli elettori, cinque anni, quattro anni, si può fare anche in due, tre mesi, dipende dalla sensibilità e dalla prospettiva.

Il finale del DPEF fotografa, dunque, la reale situazione dopo oltre 170 pagine infarcite di parole altisonanti e anglicismi, viene allora da chiedersi: se questa è la situazione e se l'indebitamento è combattuto con tagli drastici e insopportabili, con quali risorse sarà varata la nuova discontinuità che farà della Sardegna una nuova realtà capace di confrontarsi con le sfide della globalizzazione? Come è possibile dissertare di rilancio dell'agricoltura, dell'industria, della scuola e della cultura, delle infrastrutture, di società della conoscenza, di riforma della pubblica amministrazione, di economia sostenibile e di incremento occupazionale, se poi, con i conti della serva, ci si accorge che si tratta semplicemente di sogni?

Il DPEF (che pure ambisce, almeno sulla carta, a utilizzare il metodo sistemico) avrebbe dovuto strutturarsi su tre punti cardine attorno ai quali ruotare l'intero sistema. Le tre grandi sfide pregiudiziali per rilanciare lo sviluppo isolano sono: la continuità territoriale delle persone e delle merci, il costo energetico e le risorse idriche. Si è accennato di una mozione, che anch'io avevo sottoscritto, perché per la cattiveria e la miopia di un Ministro siciliano si vede uscire la Sardegna da quel famigerato Obiettivo 1, quindi il subire ulteriori penalizzazioni finanziarie trova la Giunta inerme che non ne fa una questione politica. E' da vent'anni che la Regione Sarda, da quando aveva una guida sardista e di sinistra, parlo di Mario Melis, aveva in prospettiva individuato la conoscenza, la crescita culturale, anziché voucher le chiamavamo borse di studio; la crescita, la realizzazione del Consorzio 21, del CRS4, sono frutto di quella data, di vent'anni fa. Cosa è successo? Perché il tasso di sardismo è venuto a mancare in questo ventennio? Perché la Sardegna segna ancora il passo e c'è un'ulteriore dipendenza? Queste sono le domande che noi sardisti poniamo alla Giunta. Siamo sempre pronti a collaborare, però non possiamo condividere un DPEF che contiene tanto, ma non individua con chiarezza i percorsi, i metodi e gli strumenti.

Ogni altra impostazione può essere oggetto di analisi per un interessante trattato universitario di politica economica, una base per una relazione a qualche illuminato convegno o il testo di un'onesta astratta consulenza. Prima ancora di dissertare sulla carenza di culture imprenditoriali e sull'handicap dimensionale delle aziende sarde, sarebbe stato preferibile lavorare sugli effetti strutturali dell'insularità, questo è il fatto politico. I drammi strutturali che derivano dall'essere un'isola. La cultura imprenditoriale non si sviluppa sui banchi dell'università, ma sui territori in cui il costo per avviare un'impresa è concorrenziale. Dove ciò è assente, nessun imprenditore sardo potrà fare il salto di qualità se le materie prime, il costo energetico e il gap dei trasporti lo renderà perdente di fronte a concorrenti persino più ignoranti. Aiutiamo gli imprenditori sardi, dobbiamo rimuovere questi drammi strutturali.

Il nesso scolarità-imprenditorialità è del resto smentito da illuminati esempi italiani e stranieri. Inoltre è difficile pensare come la Regione possa intervenire, se non per vie laterali e marginali, per colmare questo deficit di cultura imprenditoriale. Il documento è improntato a una precisa filosofia politica: privilegiare le produzioni di servizi e la cultura immateriale rispetto al rilancio dell'agricoltura. Anche l'agricoltura per noi sardi è una realtà. Il settore agricolo occupa solo il 6 per cento degli occupati in Sardegna, ma poi si ammette: "Oltre l'80 per cento del territorio isolano può essere considerato 'rurale' e gli interventi diretti a rendere vivibile e competitivo questo spazio hanno ricadute positive su tutta l'Isola". Questo è uno dei nuovi risvolti del DPEF.

Sulle risorse idriche si dice che si richiede la corretta valutazione, in termini statistici, delle risorse realmente disponibili e i limiti di compatibilità ambientale del loro sfruttamento, nonché la definizione di un nuovo sistema tariffario. I dati sono a nostra disposizione, i disegni di legge sono già operativi, cosa potranno dire gli amministratori ai cittadini, agli imprenditori e ai turisti? Ancora una volta nessuna società della conoscenza potrà mai affrontare l'emergenza endemica della Sardegna se non si faranno i conti con la gestione delle risorse idriche e una nuova politica dell'acqua che superi la vecchia logica, che io ho così definito, del fontaniere: "piove, c'è l'acqua, apro", "non piove, non do acqua a nessuno". Di questo, nel DPEF, ci sono solo labili petizioni di principio.

Poi, come colmeremo il grave deficit di competenze nell'Isola nell'ottica del perseguimento di una maggiore coesione sociale e di un maggior grado di competitività del sistema produttivo, se non aggrediamo questi nodi strutturali? La filosofia politica della Giunta, già peraltro esplicitata nei fatti durante i tagli che hanno affossato settori storici fondamentali dell'identità etnica, è assolutamente chiara quando si parla di lingua sarda. Qualche collega ha affrontato il tema dell'identità, della specialità, della diversità, ma nell'orizzonte politico e culturale della Giunta esiste solo la ormai superata legge 26. Nessun accenno alla "482" e alle sue enormi implicazioni, tutto si riduce a generiche politiche volte alla partecipazione di enti locali, scuole, forze sociali e privati e ad imprecisate azioni di monitoraggio.

La riorganizzazione della Regione rappresenta un altro esempio di scarsa coerenza. Si parla della futura configurazione del sistema delle autonomie locali da ottenersi attraverso il riassetto normativo dei rapporti tra Regione, province, comunità montane, unioni di comuni e comuni; ciò significherebbe, all'atto pratico, che tali affermazioni avessero un qualche punto di corrispondenza come la concreta attività legislativa. Ebbene, la pur scarsa produzione legislativa regionale si caratterizza per la presenza asfissiante della Giunta persino nella strutturazione dei testi di legge. Dovunque è il trionfo del neocentralismo regionale: la concertazione è abolita; la società sarda, che a parole si vuole esaltare e coinvolgere, resta immobile sullo sfondo, le autonomie locali giocano un ruolo da comprimarie in dispregio della nuova Costituzione e del tanto sbandierato principio di sussidiarietà. E' ancora in alto mare il conferimento dei poteri e delle funzioni agli enti locali, la Sardegna si copre di ridicolo nell'aver individuato ed eletto le nuove province, alle quali non sono state date disponibilità umane, finanziarie, poteri, niente. Una barzelletta!

Il DPEF dice esattamente il contrario, anzi sostiene che il nuovo sistema - che vede protagonisti i comuni - determinerà il rilancio del sistema economico regionale. Sindaci e amministratori la pensano finora diversamente, anche perché non è chiaro come e quando saranno assegnate risorse finanziarie strumentali e umane da destinare a questi enti. Il tutto è ancora più strano se si pensa che si è andati a eleggere queste nuove province: Medio Campidano, Gallura, Sulcis, e così via.

Il turismo è disperatamente alla ricerca di un legislatore; quando si scende dalle astrazioni e si affronta la riforma delle politiche turistiche ci sono situazioni a dir poco imbarazzanti. Al di là delle immancabili definizioni scolastiche di sostenibilità, si scopre che vi sono esternalità ambientali negative su vari fronti in relazione alla stagione turistica ancora troppo corta e orientata sul mare. Ma desta ilarità l'analisi degli effetti devastanti che avrebbe, in Sardegna, il mercato delle seconde case, che addirittura vincola il sistema produttivo al di sotto della frontiera delle possibilità produttive. E, mentre si parla dogmaticamente della incentivazione dell'albergo diffuso e delle improbabili integrazioni orizzontali fra settore alberghiero e seconde case, senza proporre uno straccio di percorso, si individua finalmente la necessità di una riforma legislativa organica del settore. Finalmente! Dei contenuti concreti ovviamente nessuna traccia!

Ma lo stesso riferimento al Piano regionale di sviluppo turistico sostenibile è un fantasma. Anche qui il festival del generico, così come per il Piano paesistico regionale, di cui sono riportate illuminanti pagine di efficace prosa accademica. Anche qui ci si limita all'esigenza di realizzare un sistema di contabilità ambientale, valutare l'impatto economico e ambientale delle varie forme di turismo, definire obiettivi del turismo sostenibile. Siamo ancora nella fase degli intenti, degli studi di fattibilità, delle ricerche e, ovviamente, delle consulenze esterne con fantomatici esperti, le cui parcelle non mancano mai neppure nei periodi di vacche magre, i più fortunati sono sempre ingegneri, progettisti e consulenti.

Quanto all'agricoltura, le cose non cambiano: anziché affrontare il problema millenario dell'utilizzo ottimale delle risorse idriche, si disserta di multifunzionalità aziendale, di consortilità, di priorità data al sistema imprenditoriale agroalimentare, ma nessuna indicazione per comprendere attraverso quali azioni, quali risorse e in quali tempi si intende realizzare tali progetti. Molto spazio invece è dedicato addirittura all'esigenza di ricambio generazionale, largo ai giovani, insomma, i contadini vecchi a casa, in branda, ma non si capisce per fare cosa di innovativo!

Dopo aver promesso interventi pubblici prioritari nelle aree specializzate ad alta vocazionalità e aver parlato di generiche infrastrutturazioni, c'è persino una mezza riga per ricordare che esiste anche il problema delle risorse idriche. A questo proposito, il nuovo Assessore dell'agricoltura vigili per sapere meglio quali trasferimenti finanziari ci sono agli enti locali e quante quote di POR vengono concretamente utilizzate per dare risposte a questo comparto agonizzante, non vorremmo che subisse un colpo mortale anche da questo Assessore che si è definito tecnico, non politico, tant'è vero che pubblicizzava uno degli alimenti più antichi, il latte...

PRESIDENTE. Onorevole Atzeri, il tempo a sua disposizione è terminato.

E' iscritto a parlare il consigliere Biancu. Ne ha facoltà.

BIANCU (La Margherita-D.L.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, la discussione sul Documento di programmazione economica e finanziaria per il triennio 2006-2008 ci riporta nel cuore della missione della coalizione Sardegna Insieme per la presente legislatura: far ripartire lo sviluppo e la competitività del nostro sistema regionale attraverso una profonda discontinuità rispetto ai metodi e alle politiche delle passato. Proseguendo l'impostazione del DPEF 2005-2007, questo documento precisa ulteriormente la cornice entro la quale le diverse politiche regionali dovranno perseguire una meta difficile: far superare alla Sardegna una fase di crisi profonda abbandonando un modello assistito, dimostratosi fallimentare, per trovare nuove e sostenibili modalità di sviluppo autogeno.

La Commissione consiliare competente ha approvato il DPEF raccomandando al Consiglio una rapida approvazione dello stesso. Nell'aderire alla raccomandazione della Commissione, vogliamo anche cogliere l'occasione della discussione in corso per formulare alcune considerazioni sul documento. Sappiamo che la premessa necessaria per la programmazione e la realizzazione di un nuovo modello di sviluppo continua a essere il risanamento delle finanze regionali, fin dal primo esame abbiamo apprezzato il mantenimento di questo obiettivo all'interno del DPEF.

Un obiettivo perseguito innanzitutto attraverso la definizione di una nuova politica delle entrate. Una precisa analisi ha evidenziato le aree di criticità nell'attuale dinamica delle entrate regionali e ha consentito di individuare i diversi punti rispetto ai quali avviare una trattativa con lo Stato per riequilibrare gli scompensi e recuperare entrate dovute, ma non riconosciute per anni. La trattativa è in fieri e tutti auspichiamo che trovi una conclusione equa per la nostra Regione. Consideriamo comunque positivamente l'apertura del confronto finalizzato alla tutela degli interessi legittimi della nostra Regione e sottolineiamo la profonda discontinuità che questo fatto rappresenta rispetto all'incredibile trascuratezza che, nelle passate legislature, aveva caratterizzato il Governo regionale e l'intero Consiglio.

Oltre all'obiettivo del risanamento, abbiamo inoltre condiviso l'impostazione del documento, inaugurata già con il DPEF 2005-2007, che si inquadra in un profondo rinnovamento dell'insieme degli strumenti della programmazione regionale. Il presente DPEF anticipa, infatti, in parte il quadro strategico del programma regionale di sviluppo, all'interno del quale saranno inseriti i piani tematici di maggiore importanza così rilevanti per i diversi settori della vita della nostra Regione: la sanità e le politiche sociali, l'energia, il governo del territorio, il turismo, l'agroalimentare, le zone rurali e le zone interne a rischio di spopolamento.

La nostra Regione si sta finalmente dotando di strumenti di programmazione metodologicamente completi, che partono dal quadro degli obiettivi strategici e arrivano fino agli strumenti finalizzati alla verifica delle politiche e delle azioni attraverso indicatori di realizzazione, risultato e impatto. Come lo stesso DPEF esplicita, stiamo introducendo nella programmazione regionale una nuova cultura del risultato. Una valutazione sistematica delle azioni intraprese consentirà un costante e continuo adeguamento dei progetti, delle azioni, degli obiettivi e delle procedure, basato su dati oggettivi, aggiornati e condivisi.

Questo DPEF si incardina su tre idee forza: competitività, coesione sociale, occupazione. Condividiamo appieno la scelta di questi tre nodi e sappiamo che ognuno di essi alimenta gli altri in una sequenza circolare, ma se dovessimo ordinarli gerarchicamente partiremmo dal secondo: la coesione sociale. La coesione sociale è per noi alla base della competitività e dello sviluppo che, a loro volta, creano le condizioni per l'occupazione che vogliamo piena e buona.

Nella nostra visione, coesione sociale vuol dire qualità della vita dei cittadini, pari opportunità di accesso ai diritti, garanzia del potere di acquisto dei redditi medio bassi, sostegno ai lavoratori precari, contrasto alla povertà. Significa rassicurare e restituire fiducia alle persone rigenerando la voglia e la capacità di concepire il proprio futuro sentendosi parte di una comunità. La Sardegna, come del resto l'Italia nel suo complesso, ha una popolazione che tende a invecchiare e sappiamo che, all'interno della nostra Regione, le aree più depresse e i centri a rischio di spopolamento ospitano le comunità meno giovani. D'altra parte sappiamo che le società più giovani sono quelle più dinamiche, più aperte alla innovazione e alla ricerca; innovazione e ricerca sono proprio due delle parole che più spesso ricorrono anche in questo DPEF, associate costantemente ai concetti di sviluppo e di competitività.

Penso che, davanti all'invecchiamento delle nostre comunità, dobbiamo innanzitutto dare risposte alle esigenze dei soggetti più deboli legate a nuovi bisogni di salute derivanti dall'aumento della cronicità e della non autosufficienza, alle nuove forme di disagio e di povertà ma anche alla perdita progressiva dei beni relazionali tipici delle comunità del passato. Ma dobbiamo anche rafforzare la solidarietà e i legami intergenerazionali e contribuire a creare condizioni che consentano di invertire la tendenza all'invecchiamento della popolazione senza affidarci esclusivamente alla risposta parziale dell'emigrazione.

Tante cose andrebbero dette su questo tema, mi limito qui a sottolineare che, nell'ambito delle competenze della Regione, dobbiamo investire sulla famiglia; questo significa investire sui diritti delle persone e, in primo luogo, sul diritto alla maternità, oggi tutelato solo per le lavoratrici dipendenti, ma significa anche riconoscere la soggettività delle famiglie e il protagonismo delle reti di solidarietà familiari con le diverse forme di auto-organizzazione della famiglia, significa che le istituzioni pubbliche devono mettersi al servizio della piena affermazione dell'autonomia e della soggettività della famiglia promuovendo e armonizzando le opportunità e i diritti dei diversi componenti della famiglia nel corso delle varie fasi della vita. Su queste basi, è possibile costruire una società più coesa, più forte ed equilibrata; da questa coesione, nasce il capitale sociale, requisito indispensabile per ridare energia alle nostre comunità e creare le condizioni per la competitività e lo sviluppo del sistema economico regionale.

Parlare di capitale sociale ci conduce immediatamente ad evidenziare l'importanza delle risorse umane nel modello di sviluppo che la Regione intende perseguire, un modello in cui la ricerca, la formazione e i saperi giocano un ruolo fondamentale. Gli obiettivi e le linee di intervento indicate dal DPEF disegnano una prospettiva di medio periodo convincente in cui scuola, università, ricerca e formazione professionale si allineano rispetto a un quadro di mete coordinate. Da un lato, si aprono nuovi scenari per il futuro professionale dei nostri giovani e, dall'altro, si pongono le basi per costituire le risorse di conoscenza e innovazione necessarie alle nostre imprese per conquistare competitività in un quadro di sempre più spinta globalizzazione e innovazione tecnologica.

Se la Sardegna deve passare da un modello di sviluppo assistito a un modello basato su risorse proprie, è evidente che, oltre alla qualità del suo capitale sociale e umano, la nostra Regione deve puntare alla valorizzazione di tutte le proprie potenzialità. In una economia globale sempre più competitiva e specializzata, il profilo del sistema Sardegna non può che basarsi sulla valorizzazione di quegli elementi che sono parte integrante della nostra identità e della nostra storia: bellezza del paesaggio, qualità del territorio, tipicità e varietà della tradizione agro-alimentazione, patrimonio culturale, creatività nell'arte e nell'artigianato identificano con forza la nostra Isola. Sono elementi unici che, tuttavia, per costituire un volano della ripresa economica regionale richiedono uno sforzo notevole di innovazione, modernizzazione e cambiamento.

Il territorio, e tutto il patrimonio sociale economico e culturale che ad esso è legato, diventa dunque la dimensione su cui si misura una parte importante del progetto di rilancio della competitività e dello sviluppo regionale soprattutto attraverso quelle che il DPEF chiama le strategie ambientali e territoriali. Strumento fondamentale di governo di questo grande patrimonio sarà il piano paesaggistico regionale in corso di definizione; ma la sfida, che abbiamo di fronte a noi, è soprattutto la rigenerazione di un rapporto positivo e consapevole tra le comunità e i loro territori, un rapporto che, in alcuni contesti, si è deteriorato e in altri si va esaurendo a causa della progressiva riduzione delle popolazioni insediate.

In quest'ottica, un tema che ci sta particolarmente a cuore è quello del riequilibrio territoriale che deve condurci a guardare con attenzione alle dinamiche e alle prospettive delle diverse aree della nostra Regione. Da un lato abbiamo le zone interne, rurali, caratterizzate da economie residuali e fenomeni di consistente spopolamento, dall'altro abbiamo poche aree urbane che rischiano di congestionarsi, perdere qualità e magari smarrire il ruolo di leadership territoriale funzionale allo sviluppo anche delle altre aree della Regione. Per questo, gli obiettivi indicati dal DPEF dovranno essere presto tradotti in concrete politiche e azioni finalizzate, da un lato, a rilanciare concretamente i piccoli comuni e, dall'altro, a riqualificare e modernizzare i centri urbani e le città più grandi.

Strettamente legato alla dimensione del territorio e al suo ruolo nello sviluppo regionale è il tema del turismo al quale il DPEF assegna una funzione centrale nel processo di rilancio dell'economia sarda soprattutto nel medio e lungo periodo. Sappiamo che è in corso di definizione un altro importante strumento di pianificazione: il piano regionale di sviluppo turistico sostenibile, che dovrà armonizzarsi con il piano paesaggistico regionale e definire una serie di dispositivi di valutazione che sostengano le scelte sulle politiche di settore.

Anche relativamente al turismo, il DPEF ci propone, secondo la sua funzione, un quadro d'insieme sulle strategie e sulle finalità basate sul concetto di sostenibilità. Condividiamo la filosofia complessiva dell'impostazione, ma riteniamo opportuno che presto vengano declinate azioni puntuali e riferimenti concreti per gli enti locali e per gli operatori del settore in attesa che gli strumenti di pianificazione generale, pensati per regolare il settore nel lungo periodo, vengano varati e possano dispiegare i loro effetti.

Nel complesso il DPEF ci offre un nuovo modello di sviluppo della Sardegna che noi riteniamo chiaro e di cui condividiamo le finalità e i connotati, un modello all'interno del quale l'attività di programmazione e le politiche della Regione si applicano affinché tutti i tasselli del quadro strategico generale concorrano a perseguire i comuni obiettivi di competitività nella coesione sociale, la struttura produttiva, la dimensione delle imprese e la loro capacità di esportare, il sistema delle reti, delle infrastrutture materiali e di quelle immateriali, la riforma della Regione, la sussidiarietà e il decentramento amministrativo, la salute, i servizi alla persona, la qualità della vita dei cittadini.

Dei tre temi, sui quali si incardina il DPEF, quello dell'occupazione, quanto mai attuale e urgente nel momento presente, viene trattato finalmente con serietà, realismo e onestà intellettuale. In tutta Italia, l'economia si mantiene in forte sofferenza e l'occupazione è ferma, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle isole. Cresce la precarizzazione del lavoro. Il Governo Berlusconi ha ridimensionato o cancellato gli strumenti di incentivo e di stabilizzazione dell'occupazione attivati nella scorsa legislatura dal Governo di centrosinistra come il credito d'imposta e il prestito d'onore. L'abbandono di queste politiche di sostegno nazionali, unito alla instabilità e alla debolezza della crescita, ha peggiorato le condizioni di vita dei lavoratori e aumentato i rischi di precarietà.

In Sardegna, decenni di economia assistita hanno consolidato una cultura della sopravalutazione del ruolo della pubblica amministrazione nella creazione di occupazione con la conseguente incapacità del sistema economico di trovare al proprio interno la capacità per generare meccanismi virtuosi di creazione di lavoro. Condividiamo dunque la preoccupazione espressa nel DPEF sul pericolo di alimentare aspettative distorte sulla possibilità che la pubblica amministrazione possa creare direttamente occupazione, così come condividiamo l'obiettivo di investire sul ruolo che la pubblica amministrazione può e deve avere nel contribuire a creare le condizioni di contesto migliori che consentano all'impresa di nascere, crescere e dunque di generare occupazione. E' nella crescita dell'economia che si realizza la crescita del lavoro in qualità e quantità.

Tuttavia abbiamo davanti agli occhi le emergenze che, in diversi settori e con diverse modalità, tendono a interessare il mondo del lavoro in tutta la Regione, emergenze che si manifestano attraverso la disoccupazione, la precarietà, il lavoro nero, il rischio di nuove forme di povertà per i lavoratori a reddito medio basso. Su queste emergenze, abbiamo bisogno di intervenire nell'immediato, ferma restando l'impostazione del DPEF che produrrà i suoi effetti di sistema a partire dal medio periodo. Credo che questa doppia prospettiva, sul medio periodo e sul presente, sia un modo di guardare agli scenari presentati dal DPEF che accomuna molti di noi, nel senso che condividiamo pienamente la visione e le finalità del DPEF e sappiamo che una profonda innovazione dell'intero sistema regionale non può realizzarsi in pochi mesi,; d'altra parte, siamo ogni giorno chiamati a confrontarci soprattutto nei territori da cui proveniamo con le emergenze, le difficoltà che la crisi attuale genera ogni giorno con intensità e frequenza allarmanti.

Dobbiamo perciò individuare immediatamente gli strumenti legislativi e gli incentivi comunitari nazionali e regionali attraverso i quali dare risposte immediate alle esigenze più pressanti che vengono dalle imprese, dai lavoratori e in generale dalle comunità locali più in difficoltà. Penso che abbiamo da subito l'opportunità di applicarci in questa direzione avviando un percorso condiviso e partecipato sulla prossima manovra finanziaria e sulla prossima legge di bilancio regionale. Sappiamo che non sarà semplice perché non dovremo deflettere dal percorso di rigore finanziario finalizzato al ridimensionamento dell'indebitamento e alla razionalizzazione della spesa, ma sappiamo anche che è necessario dare risposte immediate alle esigenze della società sarda soprattutto nei settori fondamentali per lo sviluppo economico e per la qualità della vita dei cittadini, risposte che siano chiare e percepibili nell'immediato pur mantenendosi coerenti con la prospettiva contenuta nel DPEF e con gli impegni assunti dalla coalizione nel programma di governo presentato ai sardi.

La sfida è difficile e ci troviamo di fronte ad un passaggio decisivo nel quale la costruzione del nuovo sistema deve passare anche attraverso il superamento delle criticità e dei traumi contingenti. Ma proprio la difficoltà e l'importanza del momento ci chiamano a moltiplicare il nostro impegno e ad assumere un supplemento di responsabilità per trovare insieme soluzioni adeguate ai problemi che abbiamo di fronte ogni giorno. Con questa disponibilità La Margherita (ritengo l'intera maggioranza di centrosinistra) intende sostenere e accompagnare l'azione della Giunta regionale impegnandosi affinchè la sua azione di governo per il cambiamento e lo sviluppo si realizzi attraverso il consenso, la partecipazione, il dialogo con i cittadini sardi e su una solida alleanza con i soggetti che partecipano al governo concreto e quotidiano della vita della nostra Regione.

Sull'ordine dei lavori

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Pili sull'ordine dei lavori. Ne ha facoltà.

PILI (F.I.). Presidente, il Dpef è sempre stato diviso per parti in modo tale da poter organizzare anche le eventuali dichiarazioni di voto articolate sulle singole parti, le chiedo se l'Ufficio di Presidenza ha già provveduto ad individuare le parti sulle quali si potrà fare non solo la dichiarazione di voto ma anche procedere alle stesse operazioni di voto.

PRESIDENTE. Onorevole Pili, normalmente si procede paragrafo per paragrafo, però credo che domani mattina la Presidenza comunicherà, quando arriveremo a quel momento, le modalità di votazione.

PILI (F.I.). Per paragrafi o per titoli?

PRESIDENTE. Per paragrafi. Onorevole Pili, la ringrazio di aver posto il problema stasera, la Presidenza prima di procedere al voto comunicherà all'Aula le modalità di votazione.

I lavori terminano con l'intervento del collega Biancu, riprenderanno domani mattina, giovedì 8 settembre, alle ore 10, il primo iscritto a parlare è l'onorevole Marrocu.

La seduta è tolta alle ore 20 e 40.