Seduta n.231 del 21/04/1993
CCXXXI SEDUTA
(POMERIDIANA)
MERCOLEDI'21 APRILE 1993
Presidenza del Presidente FLORIS
INDICE
Proposta di legge Satta Gabriele - Satta Antonio - Marteddu - Amadu - Dettori - Ferrari - Manchinu - Sardu - Zucca - Desini - Baghino: "Modifiche ed integrazioni alla legge regionale 22 dicembre 1989, n. 45, recante 'Norme per l'uso e la tutela del territorio regionale'"(386). (Continuazione della discussione):
FERRARI ...............................
MELONI.................................
FADDA FAUSTO .................
FADDA ANTONIO...............
La seduta è aperta alle ore 18 e 03.
URRACI, Segretaria, dà lettura del processo verbale della seduta del 16 aprile 1993, che è approvato.
Continuazione della discussione della proposta di legge Satta Gabriele - Satta Antonio - Marteddu - Amadu - Dettori - Ferrari - Manchinu - Sardu - Zucca - Desini - Baghino: "Modifiche ed integrazioni alla legge regionale 22 dicembre 1989, n. 45, recante 'Norme per l'uso e la tutela del territorio regionale'" (386)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la continuazione della discussione della proposta di legge numero 386. Poiché non è presente nessun componente della Giunta regionale, sospendo la seduta per dieci minuti.
(La seduta, sospesa alle ore 18 e 05, viene ripresa alle ore 18 e 24.)
PRESIDENTE. Riprendiamo i lavori.
E' iscritto a parlare l'onorevole Ferrari. Ne ha facoltà.
FERRARI (P.S.I.). Onorevole Presidente del Consiglio, signori Assessori, onorevoli colleghi, riprendiamo i lavori sia pure a ranghi ridotti. Ho ascoltato attentamente i consiglieri che hanno parlato prima di me, e anche se tutti hanno dimostrato intenti costruttivi nell'esame della proposta di legge all'ordine del giorno, alcuni hanno legittimamente criticato il fatto che oggi anziché dei piani territoriali paesistici, come previsto da una legge regionale, si discuta invece della modifica di tale legge e per di più di una modifica che sottrae al Consiglio una funzione già prevista in legge. In qualità di Presidente della Commissione, nella fase in cui si è deciso di proporre una modifica della legge, mi corre l'obbligo di spiegare come e perché la Commissione è arrivata a questo. Quando la Commissione ha iniziato l'esame dei piani territoriali paesistici, adottati dalla Giunta regionale, il suo intendimento era quello di rispettare pienamente la procedura prevista dalla legge regionale; e in questa prima fase anche se il percorso tracciato dalla legge si manifestava immediatamente ad ogni componente della Commissione nella sua complessità, ipotesi di modifica della legge affacciate per la verità molto timidamente da qualche isolato consigliere non trovavano la minima accoglienza. E per questa ragione la Commissione, armata della più grande buona volontà, programmò i propri lavori ipotizzando esami approfonditi con adeguati sussidi tecnici ed anche attraverso audizioni e sopralluoghi. Ben presto però considerati i tempi che sarebbero stati necessari, considerato che la Commissione era impegnata anche su altri fronti, considerato il termine previsto dalla legge di proroga per l'approvazione dei piani, i commissari ripiegarono su un esame senza particolari strumentazioni e senza audizioni e sopralluoghi. Così è iniziato lo studio dei piani da parte dei singoli commissari e della Commissione nel suo complesso. Man mano che il lavoro proseguiva però, sempre più aumentava l'esigenza per la Commissione di avere ulteriori dati ed elementi conoscitivi da parte della Giunta e nel contempo ogni commissario acquisiva notizie sui singoli piani, attraverso i canali dei propri personali rapporti con la società. Parallelamente sulla base dei dati e delle notizie, sempre più crescevano nella Commissione le difficoltà e le perplessità per una approvazione dei piani da parte del Consiglio. Infatti da un lato c'era una mole enorme di elementi conoscitivi e di elaborati da esaminare e da confrontare, quali i piani territoriali paesistici nella prima stesura, piani attuativi di iniziativa pubblica e privata in essere, deroghe rilasciate dai sindaci e nulla osta rilasciati dalla Giunta regionale in applicazione degli articoli 12 e 13 della legge 45, osservazioni degli enti locali e dei privati, precedenti giurisprudenziali e infine i piani territoriali paesistici nella stesura definitiva così come adottati dalla Giunta regionale. Dall'altro lato il pur apprezzabile lavoro svolto dalla Giunta attraverso le norme di omogeneizzazione, con l'intento di uniformare la normativa dei quattordici piani e di dare risposta a molte osservazioni, lasciava aperti innumerevoli interrogativi interpretativi e di merito rispetto al rapporto tra norme di omogeneizzazione identiche per ogni piano e norme di attuazione per ogni singolo piano. Non appariva affatto sufficiente, infatti, la norma dell'articolo 25 che affermava la prevalenza delle norme di omogeneizzazione rispetto alle altre in caso di contrasto. Un esempio per tutti: alcuni piani stabiliscono le volumetrie ammissibili magari introducendo meccaniche riduzioni o annullando totalmente volumi già previsti dagli studi di disciplina delle zone F comunali. Altri piani, invece, non indicavano volumetrie massime edificabili. Le norme di omogeneizzazione hanno introdotto un criterio generale con l'applicazione del decreto assessoriale numero 2266 dell'83, per sopperire alla mancanza di tali indicazioni, rimandando ai comuni il concreto dimensionamento. Risultava evidente che se il criterio introdotto era di carattere generale non poteva non applicarsi anche ai piani che contenevano le indicazioni volumetriche, e perciò non poteva non essere chiarito anche nella specifica normativa di attuazione. Nel merito poi tutt'altro che poche apparivano le norme e gli elaborati cartografici che a giudizio della Commissione necessitavano di rettifiche e di modifiche. Sarebbe lungo in questa sede enumerarne la casistica anche se è bene precisare che essa va da territori eccessivamente vincolati a territori eccessivamente trasformabili, non esattamente in relazione ai valori paesaggistici. Per quanto riguarda i territori eccessivamente vincolati io cito sempre un caso particolare, quello del comune di Villa San Pietro. Il comune di Villa San Pietro non ha un metro quadro di zona di espansione; ha esaurito tutte le proprie possibilità edificatorie, è circondato da un'area interamente vincolata. Per poter introdurre nel proprio territorio, intorno al proprio abitato, una zona C è necessario procedere alla variante dei piani territoriali paesistici e sarebbe necessario, se oggi non modificassimo la procedura di approvazione, riportare la questione di Villa San Pietro in Consiglio regionale.
Dei territori eccessivamente trasformabili si è parlato abbastanza e non insisto. In conclusione si era giunti alla convinzione che i piani avevano bisogno di essere robustamente emendati non solo sul terreno normativo, ma anche su quello cartografico. E ciò appariva certamente arduo dal momento che per fare ciò erano necessari supporti di carattere tecnico, giuridico, scientifico e soprattutto tempo di cui non si disponeva. D'altronde se questi erano i problemi che affrontava la Commissione, gli stessi problemi non si sarebbero presentati anche all'intero Consiglio nel momento dell'esame in Aula? Appariva ciò compatibile con i tempi che il Consiglio aveva a disposizione e soprattutto con la sua funzione più propria di carattere legislativo? Era ciò compatibile con i tempi e le esigenze della società civile? Di fronte a questi interrogativi è maturata nella Commissione la convinzione che i piani dovessero essere approvati dalla Giunta sulla base di una normativa quadro approvata dal Consiglio e conseguentemente si pose mano all'elaborazione della proposta di legge di modifica della legge numero 45 per quanto riguarda la procedura di approvazione dei P.T.P. e alla trasformazione delle norme di omogeneizzazione con opportuni emendamenti e integrazioni in nome quadro come presupposto delle normative dei singoli piani territoriali paesistici e per l'adeguamento della cartografia da parte della Giunta regionale.
I testi che abbiamo all'esame del Consiglio sono appunto il risultato di questo ragionamento e del conseguente lavoro della Commissione. Uno è la proposta di modifica della legge e l'altro è una proposta di regolamento. Oggi viene ventilata l'ipotesi che il regolamento non venga approvato come strumento autonomo rispetto alla legge, ma come allegato della legge stessa e perciò avente forza di legge. Durante la discussione conclusiva in Commissione io ebbi modo di sostenere, come d'altra parte feci nella nota distribuita ai commissari a fine gennaio per il primo approccio alla problematica attuale che modifica della legge nella procedura di approvazione dei P.T.P. e norme quadro per l'adeguamento dei P.T.P. dovevano avere precise e distinte funzioni l'una rispetto alle altre. Cioè la modifica della legge doveva avere essenzialmente carattere di modifica della procedura di approvazione e le norme quadro dovevano contenere tutte le proposte e gli indirizzi da dare alla Giunta per adeguare i P.T.P. comprese le norme per le particolari categorie da sottoporre a tutela integrale. Ciò a mio giudizio da un lato avrebbe sottratto maggiormente la proposta di legge al rischio di un rinvio dal Governo e si trattava pur sempre di una proposta di modifica della procedura di approvazione di qualcosa che già era in fase di avanzata approvazione. D'altro lato più correttamente, più agevolmente e meno meccanicamente sarebbero state introdotte delle categorie da tutelare in uno strumento normativo più consono con l'attività pianificatoria. Oggi, anche se la distinzione agli effetti dell'approvazione da parte del Governo della legge ha meno senso, resta comunque l'aspetto metodologico che, a mio parere, ha ancora tutto il suo valore, tanto più che anche le norme dell'allegato avrebbero valore di legge e tanto più che nel testo regolamentare approvato dalla Commissione sono già contenute ed estese le norme della legge di modifica sulle categorie da sottoporre al vincolo di inedificabilità. Se diversamente l'intendimento del Consiglio dovesse essere quello di approvare la proposta regolamentare come semplice indirizzo alla Giunta, il mio parere è che l'articolo sulle categorie da proteggere sia e rimanga giustamente collocato nell'ambito della proposta di legge.
Del merito delle proposte normative che abbiamo in esame si è già discusso ieri e si sta discutendo oggi nella dialettica delle diverse posizioni in modo approfondito, corretto e costruttivo. Si è persino detto che sin da questo momento bisogna iniziare a preparare il terreno per il futuro avendo come obiettivo un miglioramento del provvedimento attuale. E' un discorso che condivido, e affermo subito che nessuno in Commissione aveva certezze assolute e in molti erano presenti dubbi e perplessità circa il contenuto e le conseguenze delle norme che andavamo proponendo. Il Consiglio regionale, infatti, con legge nell'89 faceva salve anche le zone C cosiddette anomale e oggi ancora con legge propone di cancellarle. Il vincolo rigido di inedificabilità nella fascia dei 300 metri dal mare, per di più introdotto anch'esso con provvedimento legislativo, dopo più di tre anni dal momento in cui la legge regionale aveva stabilito il vincolo temporaneo nella fascia dei due chilometri proprio in funzione della pianificazione dell'intera fascia, non può essere considerato un provvedimento ottimale né un intervento pianificatore. Sia il primo provvedimento che il secondo si prestano a molte obiezioni e contestazioni e possono costituire motivo di contenzioso. Siamo quindi consapevoli che si tratta di provvedimenti imperfetti, ma sono conseguenti ai P.T.P. sottoposti al nostro esame, ancora più imperfetti e che meritano drastici correttivi in tempi ravvicinati. Tuttavia su questa questione dei 300 metri voglio spendere qualche parola in più. Ripeto che trattasi di un provvedimento imperfetto, non risolutivo e poco conforme al concetto di piano, ma è pur sempre un provvedimento di tutela e va visto insieme alla pianificazione paesistica che dovrà pur avere una funzione oltre la fascia dei 300 metri. Aggiungasi che qualunque intervento di pianificazione urbanistica a livello comunale è subordinato ad uno studio di compatibilità ambientale. Mi sembra quindi che siano ingiustificate le preoccupazioni che vedono in questo intervento di salvaguardia un semplice arretramento dal mare di un'ipotetica cortina edificatoria. Diceva il collega Gabriele Satta ieri nel suo appassionato intervento, rivelando tutto l'impegno che la Commissione ha posto nel proprio lavoro, che i commissari hanno lavorato in solitudine. Questo è vero e forse è stato necessario per poter terminare i lavori nei tempi previsti e nella più libera espressione dei commissari. Tuttavia, oggi, convinto che i provvedimenti possono essere in qualche misura migliorati - ed io ho in testa una serie di proposte migliorative - sento forte l'esigenza di conoscere la posizione della Giunta su tutta questa materia. Ciò premesso sono certo che, nel corso del dibattito, dalla Giunta e dal Consiglio verranno le risposte, gli approfondimenti e conseguentemente i miglioramenti necessari affinché ciascuno di noi possa esprimere in conclusione un voto favorevole, convinto e sereno in una materia così delicata e in una situazione non priva di contrasti. Per quanto riguarda il contenuto del regolamento allegato che ha impegnato la Commissione per tutto il periodo che va dal momento della presa in carico dei piani territoriali paesistici a ieri, numerosi sono stati gli interventi di rettifica al testo base costituito dalle norme di omogeneizzazione approvate dalla Giunta. Due in particolare hanno grande rilevanza: il primo relativo alla obbligazione dei volumi ammessi con l'introduzione del principio che non più del 50 per cento possa essere insediato nella fascia dei due chilometri dalla costa, riservando la parte restante agli abitati e all'entroterra; il secondo relativo alle zone agricole, introducendo, in attesa delle direttive regionali previste dalla "45", il ripristino delle indicazioni tecniche degli Ispettorati provinciali agrari, facendo così giustizia di una normativa di piano spesso del tutto astratta, ingiustificata e punitiva nei confronti degli operatori agricoli.
Concludendo, sento il dovere di ringraziare l'onorevole Gabriele Satta per le parole di apprezzamento che ha espresso nei miei confronti nella veste di Presidente di Commissione che lo ha preceduto, contraccambio sentitamente gli apprezzamenti e condivido con lui la valutazione positiva del lavoro fatto dalla Commissione e dell'impegno profuso dai singoli commissari che anche io ringrazio per il lavoro svolto e per la piena collaborazione datami durante la mia presidenza.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Meloni. Ne ha facoltà.
MELONI (P.S.d'Az.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, interverrò brevemente perché ritengo che nella discussione di argomenti di questo genere sia opportuno e necessario che ciascuno di noi possa autonomamente e in libertà esprimere il proprio parere e dare il contributo necessario e dovuto perché vengano assunte delle decisioni per quanto possibile rispettose dell'interesse generale e finalizzate ad apportare a ad approvare provvedimenti legislativi tali da avere efficacia, validità e soprattutto consenso. Credo che nessuno di noi si aspettasse di arrivare alla vigilia della scadenza delle varie proroghe, che sono state ricordate, e non voglio annoiare l'Assemblea dicendo quante sono state, senza avere avuto la possibilità di discutere dell'approvazione dei piani territoriali paesistici. Sono passati quatto anni e credo ci fosse la ferma convinzione da parte di tutti noi che sarebbero stati più che sufficienti per dare attuazione alla legge numero 45, per redigere e approvare compiutamente i piani territoriali paesistici e per far cessare quindi quel regime di incertezza che ha caratterizzato in materia urbanistica la normativa regionale in questi ultimi anni. Tutto questo non è avvenuto e alla scadenza del 30 aprile ci si rende conto che si è di fronte al vuoto totale, al vuoto normativo e si sente dire, talvolta sommessamente, talvolta chiaramente, che i piani territoriali paesistici non sono piani territoriali paesistici, che sono qualcosa di diverso, che non possono essere approvati, che sono stati fatti male, che non avevano la cartografia necessaria aggiornata, che non erano omogeneizzati fra loro, che in realtà sono un qualcosa di astratto e di contraddittorio, un qualcosa di inesistente che non può oggi essere approvato.
Questa è la conclusione di questi quattro anni di iniziative per mettere ordine in materia urbanistica in Sardegna. Quindi i piani territoriali paesistici non sono tali, sembra che non debbano essere approvati più dal Consiglio, ma che con la modifica della legge 45 debbano essere rimbalzati alla Giunta regionale, che da provvedimento avente valore di legge e come tale approvato dal Consiglio, debbano trasformarsi in atti amministrativi. Niente di più confuso poteva avvenire e non è possibile che dopo quattro anni siamo ancora nella fase in cui non siamo in grado di definire che cosa sono, da un punto di vista giuridico e normativo i piani territoriali paesistici. Siamo oggi - come qualcuno osservava - nel momento della conclusione dell'iter dell'approvazione di questi strumenti, al punto iniziale nella definizione e individuazione di che cosa essi debbano rappresentare, di quale valore debbano avere, da quale approvazione debbano essere garantiti. Ma la cosa ancora più sorprendente è che in tutti questi anni i vari Assessori che si sono alternati alla guida degli Assessorati all'urbanistica, al patrimonio, alla pubblica istruzione e al turismo dopo, in qualche modo siano andati avanti nell'iter dell'approvazione dei piani e però nel momento in cui si doveva discutere sulla validità, sulla presenza, sull'efficacia di questi piani, ci sia stato, da parte di costoro, una specie di pentimento, con l'ammissione che tutto quello che essi stessi avevano fatto, avevano guidato, avevano avuto sotto gli occhi, in tutti questi anni, era un qualcosa che non poteva andare avanti, che non meritava di essere approvato dal Consiglio, che non rispettava gli interessi della Sardegna. E quindi i piani non sono piani territoriali paesistici! Dopo quattro anni e mezzo non possono essere approvati così come sono; gli accordi di programma non valgono niente - perché anche questo si dice - perché gli accordi di programma in base alla legge sembra che dovessero essere stipulati esclusivamente dopo l'approvazione dei piani territoriali paesistici! Però si è dato corso alla stipulazione degli accordi di programma in tutti questi anni, sapendo che i piani territoriali paesistici stavano percorrendo una strada che non li avrebbero portati al successo finale della loro approvazione. Le deroghe e i nulla osta sono stati sospesi, sono sospesi da anni e vengono oggi messi nel nulla. Abbiamo creato in questi quattro anni non la certezza del diritto ma la confusione totale. Non ci si può appellare oggi alla certezza del diritto da parte di chi questo stato di confusione ha creato. Oggi si dice che la "45" non va bene, che non vanno bene i piani, che non va bene niente. Si ammette pubblicamente che in tutta questa materia c'è stato il fallimento della Giunta, della maggioranza che dall'89 in poi ha avuto la responsabilità della politica urbanistica in Sardegna. Non sono parole mie, non è l'opposizione che ha parlato di fallimento, non ne abbiamo parlato noi da questi banchi. Di fallimento si è parlato da parte di ex Assessori, da parte di consiglieri della maggioranza, di componenti della Commissione. Stiamo chiaramente ammettendo che quest' Assemblea, che l'istituzione regionale in materia urbanistica ha clamorosamente fallito su tutti i fronti. Però qualcuno ci invita a pensare alla necessità che la Regione salvi la propria credibilità. Questo concetto viene ripetuto spesso, ma la credibilità della Regione viene invocata unicamente non perché si teme il giudizio del popolo sardo, non perché si teme di apparire fallimentari di fronte ai sardi, non perché si ha paura di apparire come coloro che non hanno saputo seriamente, nel settore del turismo, nel settore della programmazione, del territorio, ideare e portare avanti un progetto. La paura della perdita della credibilità è soltanto rivolta verso quei grandi imprenditori privati con i quali si sono presi accordi che non potevano essere presi; la credibilità che qualcuno ha paura di giocarsi, non, sia ben chiaro, quella che dobbiamo rivendicare nei confronti dei sardi che hanno eletto questo Consiglio regionale. Quella che qualcuno vuole difendere è una credibilità diversa. Si giunge persino a dire: ma come, ci lamentiamo quando gli accordi di programma, i protocolli d'intesa non vengono rispettati dai Ministri e dal Governo, e poi a nostra volta appariamo poco credibili! La situazione è ben diversa, perché i protocolli d'intesa con il Governo sono accordi fra due enti istituzionali e nascono da altre necessità e da un altro tipo di rapporti; sono cosa diversa dagli accordi, dai protocolli d'intesa o direi, in questo caso, dalle promesse che non potevano essere fatte, dagli impegni che non potevano essere assunti perché non sorretti da una legislazione interamente definita e che sono stati assunti al di fuori di quest'Aula, al di fuori di questo Consiglio regionale con imprenditori privati.
Alla formazione dei protocolli d'intesa, degli accordi di programma, certamente non ha concorso il Consiglio regionale; in questi aspetti contrattuali che hanno visto coinvolti l'Esecutivo regionale, talune amministrazioni comunali e imprenditori privati non sono stati e non potevano essere coinvolti il Consiglio regionale e i singoli consiglieri. Quindi non si può chiedere a noi il sostegno perché essi vengano rispettati; anche perché non li conosciamo e non siamo in grado di valutarli e di giudicarli e perché riteniamo che in gran parte avrebbero dovuto essere messi da parte in attesa che una legislazione regionale chiara, seria, consentisse all'istituzione Regione, alla Giunta che su questo terreno si è imbarcata, di poter assumere reali impegni che potesse mantenere. Era ed è indispensabile perché si possa chiedere il rispetto di questi impegni, che si vada a monte prima e si stabiliscano le norme che debbono essere uguali per tutti. Non è vero che se il signor Pistis mi chiede di costruire a meno di 300 metri dal mare solo perché si chiama Pistis non deve avere l'autorizzazione, mentre se lo chiede l'Aga Khan deve averne il diritto solo perché è l'Aga Khan. Queste cose sono state dette, ma dove sono scritte? Dov'è l'interesse collettivo? Dov'è la certezza del diritto? Dov'è la parità dei cittadini di fronte alla legge? Eppure qua si mobilitano amministratori, cittadini, organizzazioni di ogni tipo per cercare di fare pressioni sui consiglieri, sui gruppi politici e chissà perché, Presidente, gli incontri che vengono chiesti sono fatti principalmente con taluni gruppi politici e non con altri, o prima con gli uni e poi con gli altri. E quando ci si lamenta e si chiede perché hanno incontrato solo il Gruppo della Democrazia Cristiana o quello del Partito socialista, si dice: ma noi possiamo incontrare quando…
(Interruzioni)
Questi sono gli amministratori che tutelano i loro concittadini e che hanno questo tipo di atteggiamento servile, mi si consenta di dirlo, tuttora in atto. Certo, non ci aspettavamo che venissero a chiedere a noi di modificare il nostro parere, però ci aspettavamo, anche noi, di poterci confrontare con le esigenze e con le istanze che possono anche essere legittime e certamente sono legittime.
Quante volte abbiamo detto - lo diceva l'ex assessore Dettori - basta con la monocoltura! Io invito a rileggere le pagine dei libri e dei giornali degli anni in cui da una parte veniva il fenomeno Aga Khan e dall'altra parte il fenomeno Rovelli e si diceva: "basta con l'isola degli altri", "basta con una sovrastruttura che non ha nessun legame con la Sardegna" perché come non ce l'aveva il petrolchimico non ce l'ha quel tipo di insediamento che si è realizzato nella Gallura e che è bellissimo, se volete, che è perfetto, che ha aspetti straordinari, ma che è qualcosa di avulso da quella che è la cultura di questa terra, che ha realizzato qualcosa di diverso che non si è integrato nel territorio, che non ha visto crescere di controbalzo anche l'interno, anche il complesso della Sardegna, perché se questo fosse avvenuto noi avremmo potuto fare meno critiche a quel tipo di insediamento, e non certo da un punto di vista urbanistico. Noi non siamo stati capaci di portare avanti contemporaneamente un processo di valorizzazione dell'ambiente attraverso l'istituzione dei parchi. Mentre portavamo avanti la lotta per istituire il parco dell'Asinara e questo ci veniva sottratto per essere destinato ancora a strutture carcerarie, non siamo stati certamente aiutati da questi gruppi che avevano altri interessi. Ma danno lavoro? Io non accetto, onorevole Degortes, il ragionamento conclusivo del suo intervento allorché ci esorta a stare attenti perché la disoccupazione in certe zone della Sardegna potrebbe non avere l'immagine dell'ENI, dell'IRI, delle Partecipazioni statali, ma potrebbe avere l'immagine di questo Consiglio regionale, perché l'istituzione di un vincolo di 300 metri e il freno alla realizzazione di insediamenti per i quali, come dicevo, si sono assunti impegni, potrebbero essere addebitati al Consiglio regionale e indicati come causa dell'aumento della disoccupazione in quel di Olbia o della Gallura. Ma se è vero che dagli insediamenti realizzati in questi anni è derivata una crescita di quel territorio, se è vero che quegli insediamenti portano lavoro, se è vero che migliorano le condizioni della vita, perché ci sono diecimila disoccupati a Olbia? Se ci sono insediamenti come quelli della Costa Smeralda che portano lavoro, perché ci sono diecimila disoccupati, perché quella città è una delle più degradate, una città che non è riuscita a risolvere neppure i problemi delle infrastrutture e dei servizi, che non è riuscita a risolvere neppure il problema del passaggio ferroviario? Non può essere che certi tipi di insediamento, finita l'epoca delle costruzioni che arricchiscono costruttori e proprietari di terreni, lasciano il deserto in questa terra? Riflettiamo su questo. Il deserto, altro che posti di lavoro. Lasciano forse alberghi che funzionano tutto l'anno o più mesi all'anno? I dati non li ho comunicati io, anche nei momenti di maggior sviluppo turistico gli alberghi presenti in Sardegna non vengono mai riempiti. Leggete le lamentele degli albergatori della Sardegna, anche nei mesi di luglio, agosto e settembre, la gran parte degli alberghi non vengono occupati. Dunque che cos'altro dobbiamo realizzare? Seconde case, per chi? Alberghi, per chi? Se le dobbiamo realizzare certo io credo che oggi non succederà più quanto è successo a Stintino, alla Pelosa, quando in quel promontorio, in quella lingua di terra dove non esisteva niente, è stato costruito un monumento alla bruttezza nazionale, come quell'albergo di Moratti che tutti conosciamo. Questo non succederà più, però è sotto gli occhi di tutti noi qualche altra cosa di quel genere. Senza andare molto lontano, prima di arrivare alla Costa Turchese, il regno di Paolo Berlusconi, dove dovrebbe essere realizzata Olbia 2, abbiamo qualche insediamento alberghiero che doveva ospitare 200-300 turisti, e che è servito esclusivamente per compiere una delle peggiori speculazioni che si potesse fare sulla salute della gente. Questa speculazione ha comportato la galera per gli autori; mi riferisco all'albergo, Costa corallina, - se non sbaglio questo è il nome - che rientra nello scandalo dell'Italsanità. I termini e i nomi esatti evito di dirli anche perché credo che siano ben conosciuti da tutti noi. Un albergo grande, enorme, in una posizione bellissima, che finisce con l'essere oggetto della peggiore speculazione. Tutto questo è stato fatto sotto gli occhi del Consiglio regionale, della Giunta e degli amministratori di quel territorio senza neppure una parola di protesta, ma perché? Queste sono le cose che lamentiamo, ma oggi abbiamo una grossa possibilità, voi l'avete, direi, perché quando inutilmente in occasione dell'ultima proroga abbiamo chiesto che venissero mantenuti i vincoli almeno sino alla fine di dicembre perché ci rendevamo conto, e ancora meglio di noi ve ne rendevate conto voi che eravate in Giunta o nella maggioranza, che i piani paesistici non potevano essere approvati, ci è stato detto che non era necessario perché c'era l'impegno di questa Giunta, di questa maggioranza ad approvarli entro il 30 aprile. Bene, il 30 aprile sta arrivando con una dichiarazione di fallimento totale di questa Giunta e di questa maggioranza e non solo nel settore della pianificazione urbanistica. Stiamo arrivando al 30 aprile con una dichiarazione di fallimento che è ammessa da parte di tutti. E allora se, come diceva qualcuno, vogliamo essere concreti, non c'è altro da fare che porre intanto il vincolo dei 300 metri. Questo non significa che vogliamo costruire oltre i 300 metri muraglioni e insediamenti che realizzino, spostata di 150 metri, la cosiddetta città lineare cementificata. Non si tratta certamente di questo. Diciamo che questo non deve impedire la pianificazione, con la partecipazione della Regione e di tutti gli altri enti che sono chiamati a programmare l'uso del territorio, perché si faccia qualcosa di più serio e di più valido che dia finalmente l'idea di qual è la nostra linea, di che cosa noi vogliamo realizzare e di come vogliamo salvaguardare, tutelare e anche utilizzare correttamente le nostre coste e il nostro territorio.
C'è quindi la necessità oggi di fare e di dire cose concrete e le possibilità sono due. La prima è la fissazione di questo vincolo, perché se non facessimo questo, visto che i piani non possono essere approvati e quindi non possiamo da un punto di vista legislativo fare altro, ci troveremmo nel caos più totale. Quanto meno quindi iniziamo a mettere questo vincolo. Questa maggioranza e questa Giunta, che è quasi una Giunta istituzionale, che era la Giunta che doveva alla fine della legislatura risolvere i grossi problemi in tempi brevi e che questo impegno ha assunto pubblicamente, questa maggioranza che ha una opposizione limitatissima nei numeri, si deve far carico di salvare la situazione, si deve far carico di gestire questo fallimento, si deve far carico di attribuirsi i poteri del curatore, di attuare, direi, una specie di amministrazione controllata, per venire fuori da questo problema, una volta per tutte. Questa maggioranza ha il dovere di farlo perché ha i numeri e perché ha la responsabilità.
Se i piani non vanno bene ditelo; non nascondiamocelo, diciamolo e stabiliamo e stabilite come e da chi - a me poco interessa - devono essere fatti, approvati, attuati. Stabiliamo come devono essere realizzate quelle che sono le norme di salvaguardia, stabilitelo e noi, quando questo andrete a fare, saremo ben felici di seguirvi e di darvi il nostro consenso per quello che conta; per gli amministratori della Gallura poco conta, forse da parte del popolo sardo credo che un minimo di attenzione ci sarà. In questo modo verremo fuori concretamente da questa vicenda. Non combattiamo però oggi battaglie a colpi di emendamenti, di furbizie e di compromessi; io credo che i problemi vadano risolti prima di tutto all'interno di questa maggioranza, all'interno di questo Esecutivo che da questa maggioranza è sostenuto ed espresso, vanno risolti da voi prima di ogni altra cosa. Non pensate che ci possano essere in quest'Aula, su questa materia, dei giochi, dei compromessi, delle decisioni delle quali ciascuno di noi non debba assumersi responsabilmente e pubblicamente la responsabilità. Questo può essere il nuovo modo con il quale ci dobbiamo porre oggi di fronte ai cittadini che combattono la gestione delle istituzioni fatta dai partiti troppo spesso con poca trasparenza, con poca correttezza, con poca democrazia. Cominciamo a dare un esempio anche noi di comportamenti diversi, all'insegna della trasparenza, della correttezza e della responsabilità.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Fausto Fadda. Ne ha facoltà.
FADDA FAUSTO (P.S.I.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, quanta saccenteria - e non mi riferisco all'intervento dell'onorevole Meloni - quante certezze nel dibattito che riguarda le tematiche del paesaggio! Probabilmente ci siamo dimenticati che l'esperienza che noi stiamo compiendo, per quanto riguarda la programmazione del settore del paesaggio, è un'esperienza nuova per la Sardegna, ma è un'esperienza nuova anche per altre regioni, è un'esperienza nuova nel Paese. Non ci sono esperienze consolidate alle quali si possa fare riferimento. La disciplina paesaggistica stessa, fino all'emanazione della legge Galasso, come tutti sappiamo aveva conosciuto una vita stentata, lontana dalle attenzioni accademiche, lasciata alla gestione ordinaria, alla gestione burocratica delle sovrintendenze.
Non si sono studiate nel nostro Paese e non si sono studiate a livello comunitario - ci sono pochissimi esempi - metodologie di pianificazione specifiche per la tutela paesaggistica. I piani paesistici esistenti, redatti antecedentemente alla legge Galasso, risentono tutti di una varietà di metodologie mutuate in parte dall'urbanistica, ed è grande ancora oggi la confusione fra questioni inerenti al paesaggio, programmazione della salvaguardia e tutela attiva del paesaggio e le questioni urbanistiche. Abbiamo sentito anche in Aula, in diversi interventi, la confusione esistente tra i due tipi di pianificazione. Questo tipo di metodologie mutuate nel passato in parte dall'urbanistica non potevano certo costituire modelli validi e significativi per quanto riguarda la Regione autonoma della Sardegna. In Sardegna, prima della legge Galasso, si è intervenuti con la redazione di un piano paesistico che tutti ricordiamo, quello del Molentargius, elaborato con metodiche arcaiche, che fa acqua da tutte le parti, e proprio per questo disatteso dalle stesse amministrazioni comunali. Bisogna considerare anche che nella legislazione vigente, a partire dalla legge numero 1497 del 1939 per arrivare alla 431, alla legge Galasso, non esistevano e non esistono riferimenti adeguati, certi, per quanto riguarda le esigenze pianificatorie dell'oggi.
Ci siamo trovati nella condizione di dover apprestare strumenti di conoscenza prima e di intervento poi, che potessero consentire all'amministrazione regionale di valutare in tempi reali, o almeno allora si pensava in tempi brevi, la reale portata degli effetti sociali, economici e ambientali che questi strumenti pongono e che pongono soprattutto i mutamenti in atto e ci trovavamo di fronte alla necessità di dover apprestare i necessari interventi correttivi che potessero valere con la pianificazione paesistica ad annullare quegli effetti negativi specie sotto il profilo ambientale, quegli effetti negativi che hanno comportato le distorsioni in atto in tale tipo di pianificazione.
Qualcuno ha fatto riferimento alla legge regionale urbanistica; dobbiamo ricordare che noi partiamo, per quanto riguarda l'esame delle problematiche del paesaggio, dal 1986. Nel 1986 abbiamo approvato, come Giunta regionale, la bozza relativa al disciplinare d'incarico relativo alle convenzioni con i professionisti incaricati per la stesura dei piani paesistici; nel 1987 abbiamo affidato a gruppi di lavoro l'incarico relativo agli studi preliminari per la predisposizione dei piani paesistici. Qui si parla di fallimento della classe politica, di fallimento, per quanto riguarda la predisposizione dei piani, delle Giunte regionali che si sono susseguite, a partire dalla Giunta Melis ad oggi. Se di fallimento dobbiamo parlare - io non sono convinto di questo - dobbiamo parlare di un fallimento complessivo delle forze politiche, delle istituzioni, delle forze economiche e sociali e delle forze culturali.
Quando noi abbiamo affidato l'incarico per la stesura dei piani paesistici abbiamo pensato a coinvolgere il mondo accademico, le migliori professionalità e intelligenze presenti nell'isola, abbiamo fatto riferimento alle Università di Cagliari e di Sassari e abbiamo nominato come coordinatori dei gruppi docenti universitari che avevano esperienza nella programmazione urbanistica e che si cimentavano per la prima volta sui temi paesaggistici. Nella convenzione che noi abbiamo predisposto e che era relativa all'incarico sui piani, abbiamo indicato ai gruppi di lavoro la metodologia da seguire e abbiamo chiesto che venisse fatta fin da allora l'analisi del territorio con la specifica valutazione dei valori paesistici ambientali. Abbiamo chiesto che venisse fatto l'inventario dei valori paesistici ambientali riscontrati e delle interconnessioni storico-culturali, abbiamo chiesto che venisse fatta fin da allora una valutazione seria dei detrattori ambientali e un esame della pianificazione urbanistica vigente, in maniera tale da stabilire le correlazioni necessarie tra processo di elaborazione dei piani paesistici e programmazione urbanistica esistente. Abbiamo chiesto che venisse fatta una seria diagnosi paesistico-ambientale nell'Isola. Queste erano le indicazioni che sono state date ai gruppi di lavoro nel momento in cui è stato affidato loro l'incarico e i gruppi di lavoro hanno lavorato in sintonia con i dirigenti regionali, con la struttura regionale che ha espresso quello che poteva esprimere, e credo però che, oltre alle critiche che sono state rivolte ai piani e alla metodologia adottata per la stesura dei piani, debba essere esaltato qualche fattore positivo che riguarda la predisposizione dei piani. Noi abbiamo comunque creato una metodologia di analisi e di studio del territorio, sotto il profilo paesistico e l'abbiamo creata in assenza di modelli legislativi certi; abbiamo instaurato all'interno dell'amministrazione regionale un metodo collegiale di valutazione e di utilizzazione della struttura organizzativa della Regione che ha superato i vecchi procedimenti di tipo ministeriale o assessoriale. Abbiamo costituito un metodo di lavoro nuovo nei rapporti tra la Regione e i professionisti esterni, tra la Regione e gli enti locali, abbiamo tentato di superare gli originari limiti di tipo legislativo che erano posti alla pianificazione paesistica. Abbiamo acquisito durante questo periodo tutta una serie di dati importanti, relativi ai valori culturali, ai valori paesaggistici e ai valori ambientali della Sardegna.
I piani sono stati predisposti e consegnati alla Giunta regionale nel 1989, ed è vero quello che diceva stamane il collega Dettori: "I piani mi sono stati consegnati dalla Giunta Melis, dall'assessore Fadda che allora si era occupato di questo problema". Io mi chiedo, dal momento della consegna dei piani che cosa è stato fatto; se sono vere le critiche che Dettori rivolgeva stamane alla pianificazione, se sono vere le preoccupazioni che Dettori ha espresso stamane, io mi chiedo perché non ha riportato queste preoccupazioni al coordinatore degli studi per i piani paesistici, io mi chiedo perché non ha riportato queste preoccupazioni ai coordinatori dei gruppi di lavoro. Dal 1989 ad oggi vi era la possibilità di rivedere le originarie stesure dei piani, vi era la possibilità di fare le necessarie integrazioni. Avremmo potuto esaminare oggi in Consiglio, con la metodologia che sceglieremo - cioè con un esame diretto da parte del Consiglio, come era proposto nella legge, oppure con un trasferimento alla Giunta regionale delle competenze relative all'approvazione definitiva dei piani -, avremmo comunque in questa sede potuto esaminare degli elaborati credibili, certamente diversi da quelli che sono stati proposto all'attenzione del Consiglio regionale. Allora qui, a distanza di tanti anni, dobbiamo assumerci le responsabilità sugli elementi positivi che sono contenuti nella procedura e sugli elementi negativi. Io ho le mie responsabilità, i colleghi che sono intervenuti stamani hanno le loro responsabilità; faccio riferimento in particolare al tentativo di deresponsabilizzazione del collega Dettori, che è un tentativo grave. Il collega Dettori probabilmente è quello che ha maggiori responsabilità sulla vicenda dei piani paesistici, perché durante i due anni dal 1989 al 1991 dovevano essere esaminati i piani con attenzione; dal 1989 al 1991 dovevano essere fatte le osservazioni che noi abbiamo fatto ora qui in Aula. Allora io mi chiedo: in quei due anni i piani sono rimasti nel cassetto? Certo, in quei due anni i piani sono rimasti nel cassetto e noi ci troviamo in una situazione anomala nel dibattere di questi problemi, proprio perché abbiamo perso troppo tempo. L'iter procedurale dei piani lo conosciamo: affidamento dell'incarico, predisposizione dei piani, consegna dei piani alla Giunta, pubblicazione dei piani, nota di accompagnamento, le osservazioni fatte dai comuni e dai privati, l'istruttoria pubblica, la successiva adozione. Io voglio in questa sede fare alcune considerazioni e richiamo l'attenzione del Presidente della Commissione e dei componenti la Commissione consiliare. Che cosa ha rappresentato e che cosa rappresenta la nota di accompagnamento ai piani? Mi dispiace che non sia presente il collega Dettori e dover parlare in sua assenza; ha fatto bene il collega Manchinu ieri a parlare della nota di accompagnamento. La nota di accompagnamento non l'ho approvata io, la nota di accompagnamento è stata approvata dalla Giunta Floris con l'Assessorato dell'urbanistica, il collega Satta, e l'Assessorato della pubblica istruzione il collega Dettori. Ma il collega Dettori non solo non ha visto i piani, ma non ha visto neppure la nota di accompagnamento? La nota di accompagnamento è frutto dell'elaborazione culturale malvagia del collega Satta? Perché questo appare dopo. Io credo che la nota di accompagnamento debba essere considerata patrimonio della Giunta regionale presieduta dal collega Floris. Un fatto positivo! Con la nota di accompagnamento si esprimono alcune preoccupazioni per quanto riguarda la stesura del piano e si invitano sostanzialmente i tecnici e i comuni a formulare delle osservazioni che dovranno essere successivamente recepite, accolte o respinte, però con la nota di accompagnamento si invitano i tecnici e si propone di modificare i piani. Allora, l'osservazione che io voglio fare al Presidente della Commissione e alla Commissione, è stata già proposta dal collega Baroschi stamane. Il procedimento è chiaro, i piani vengono pubblicati, dal momento della pubblicazione i comuni e i privati possono fare delle osservazioni; le modifiche che vengono introdotte ai piani devono essere frutto o dell'accoglimento delle osservazioni dei comuni o dell'accoglimento delle osservazioni dei privati. Le associazioni ambientaliste hanno sottolineato - e io possono confermare le cose che queste associazioni hanno messo in evidenza - che all'interno dei piani ci sono modifiche che non corrispondono ad osservazioni fatte dai comuni o ad osservazioni fatte dai privati. Allora io mi chiedo, nella fase di interregno tra la predisposizione originaria dei piani e la fase della successiva adozione, che cosa è intervenuto? Chi ha modificato i piani? E sulla base di quali input? Allora io credo che tra le norme che riguardano il regolamento, chiamiamola nota di accompagnamento - decideremo come chiamarla - oppure fra le norme di legge sia necessario inserire un articolo che riguarda in particolare la necessità di pulizia dei piani rispetto a quelle modifiche che sono state apportate in assenza di osservazioni da parte dei comuni e da parte dei privati. n'altra osservazione che voglio fare, e che riguarda i piani, e che deve essere fatta anche in Commissione, riguarda gli errori materiali che sono contenuti nei piani. Questi errori materiali vanno eliminati. In fase di esame dei piani sono stati evidenziati da parte dei comuni e da parte dei privati moltissimi errori materiali. Io credo che questi debbano essere riesaminati, e quindi i piani debbano essere riportati alla stesura originaria.
Voglio entrare ora nel merito della discussione affrontando quello che è il tema centrale della discussione e che riguarda la fascia di rispetto dei 300 metri. Condivido le osservazioni svolte ieri da tanti colleghi, dal collega Cogodi, dal collega Degortes, dal collega Manchinu e così via. Sul piano paesistico, se di valanga, se di muraglia, se di morsa, se di barriera di cemento si tratta, realizzare la valanga, la colata, la barriera alla distanza di 300 metri o alla distanza di 150 metri poco cambia se rimangono invariate le volumetrie da realizzare e non stiamo parlando e non dobbiamo parlare di quantità di volumetrie e basta, ma dobbiamo parlare di qualità delle volumetrie da realizzare. Quindi sul piano paesistico abbiamo altre esigenze che sono quelle di salvaguardare nel loro complesso le emergenze paesaggistiche e gli ambiti specifici da tutelare. E' giusta la considerazione che veniva fatta ieri e stamani che non si può tagliare con una linea di demarcazione un particolare ambito paesaggistico di rilievo. E' necessario tutelare il bene nel suo complesso ed è quindi necessario verificare se la linea di demarcazione, di salvaguardia e di tutela debba rimanere all'interno dei 300 metri o debba essere collocata al di là dei 300 metri. Dobbiamo fare questo tentando di ridurre le volumetrie da realizzare, e questo è un problema che esamineremo con i Comuni nel momento in cui si discuterà delle volumetrie da inserire all'interno delle zone alle quali abbiamo dato una particolare destinazione. Dobbiamo decidere anche di qualificare le volumetrie da realizzare nei diversi ambiti ambientali. Qui c'è poco tempo a disposizione e non possiamo affrontare il tema della tutela attiva e passiva, però io ho la convinzione che la norma che viene proposta riguarda ancora una volta la tutela passiva, cioè una tutela rivolta alla museificazione dell'esitante e non una norma di tutela attiva che consenta la valorizzazione dell'esistente. Quindi per quanto riguarda la norma dei 300 metri possono essere 300 o 500, non è la distanza che conta, quello che importa in particolare è verificare nel merito gli ambiti spaziali, territoriali, ambientali e decidere poi - i piani paesistici avevano questo scopo precipuo - in quale modo intervenire sia per la salvaguardia, sia per la valorizzazione. Quindi è un errore sul piano paesistico ed è un errore sul piano politico istituzionale, come è stato rilevato ieri, riproporre a distanza di sette anni i primi vincoli della fascia di 300 metri; sono i vincoli Fadda, cioè sette anni fa io avevo coraggiosamente vincolato la fascia dei 300 metri in tutta l'Isola, nella prospettiva della pianificazione attraverso i piani paesistici. La fascia dei 300 metri veniva cioè vincolata in attesa della predisposizione dei piani paesistici e, cari colleghi, a distanza di sette anni in quest'Aula, affrontando la discussione sui piani paesistici, noi reintroduciamo la norma dei 300 metri! Colleghi, io credo che dovremmo sul piano delle responsabilità personali fare una considerazione: se a distanza di sette anni dall'avvio della procedura sui piani paesistici siamo capaci di reintrodurre la norma che aveva portato alla predisposizione dei piani paesistici, cari colleghi, abbiamo il dovere di andarcene a casa, perché sette anni di immobilismo sul piano amministrativo, sul piano istituzionale, sul piano economico e finanziario, sono gravi per la nostra economia, sono gravissimi. Sono gravi soprattutto per settori trainanti della nostra economia. Allora io credo che coraggiosamente, tenendo conto degli equilibri che sul piano politico esistono in quest'Aula, perché non possiamo sottacere queste cose, è necessario contemperare tutte le esigenze di salvaguardia e di tutela, e di tutela della dignità della istituzione che deve agire con una continuità, e che deve garantire la credibilità dell'istituzione stessa. Questa continuità non c'è, e allora io credo che debbano essere contemperate le esigenze e quando si fa riferimento agli accordi di programma che devono intervenire per disciplinare e per pianificare microambiti territoriali, quando si parla degli accordi di programma non è necessario demonizzare questo istituto, perché l'accordo di programma non sottrae alla Giunta regionale - e dico alla Giunta regionale non al Consiglio regionale, perché poi farò altre considerazioni se il tempo a disposizione me lo consente su alcuni articoli che riguardano il regolamento - non sottrae alla Giunta regionale la possibilità di intervenire per l'esame delle proposte che vengono formulate per l'utilizzazione di quella parte del territorio, così come non viene sottratta all'ente locale la potestà di intervenire nel processo pianificatorio che riguarda quella parte del territorio che è governata dall'ente locale stesso. L'accordo di programma non sottrae alla Giunta regionale e ai Comuni la possibilità di intervento e di ulteriore verifica, quindi io credo che debba essere esaminata con serietà la possibilità di lasciare la norma di carattere generale che riguarda la salvaguardia e la tutela della fascia dei 300 metri, però consentire contestualmente la realizzazione di attività produttive all'interno di questa fascia attraverso gli accordi di programma che - ripeto - garantiscono la partecipazione dei diversi soggetti istituzionali. I nulla osta, anche di questo si è discusso, erano previsti dalla legislazione vigente. C'è una legge specifica che prevedeva la possibilità di concedere i nulla osta e delle deroghe. Abbiamo fatto un mare di pasticci nel momento in cui abbiamo approvato la legge urbanistica e successivamente quando abbiamo modificato la legge urbanistica escludendo i nulla osta e potenziando l'istituto della deroga. Non sto qui a riprendere questi temi, li conosciamo tutti oramai, io non vorrei che commettessimo ulteriori pasticci. I nulla osta erano previsti, imprenditori lazzaroni hanno utilizzato la norma, hanno presentato le loro richieste e alcuni sono riusciti alla fine ad avere i pareri dell'Assessorato dell'urbanistica, del turismo, della Giunta regionale e dell'amministrazione comunale. A questo punto, quale credibilità può avere una amministrazione regionale che non tiene conto di quello che è avvenuto finora, cioè quale credibilità può avere una istituzione come la Regione se non considera, nel momento in cui si modificano, le norme la necessità di introdurre un regime transitorio? Qui si è parlato di speculazione, è vero, i nulla osta sono tantissimi, è possibile che la gran parte di questi nulla osta siano stati richiesti da speculatori fondiari - neppure edilizi perché la speculazione edilizia ha una sua dignità - la Giunta regionale, il Consiglio regionale hanno la possibilità, come si dice nel gioco del poker, di andare a vedere le iniziative. La Giunta regionale e il Consigli regionale possono avere riscontro delle serie intenzioni di alcuni imprenditori e del tentativo speculativo da parte di altri. Basta stabilire, come era previsto negli accordi di programma che riguardavano la costituzione di questa Giunta e di questa maggioranza, dei tempi per l'ultimazione delle opere. Io credo che chi aveva richiesto il nulla osta per la realizzazione di una iniziativa turistica ed era seriamente intenzionato a realizzarla in tre o quattro anni abbia la possibilità di realizzare questa iniziata. Chi aveva intenzione di speculare non riuscirà certamente in tre o quattro anni a concludere le operazioni di compravendita, e così via, o comunque a realizzare alcune iniziativa. Spesso, infatti, è stato detto anche in quest'Aula, le richieste di nulla osta sono state proposte da nullatenenti, da persone che non potevano offrire nessuna garanzia economica e finanziaria relativa all'intrapresa. Dunque io credo che questa norma transitoria, possa essere esaminata e che si debba considerare la possibilità di stabilire un regime transitorio per quanto riguarda i nulla osta. Gli accordi di programma non sono quelli ai quali ha fatto riferimento la stampa l'altro giorno: non stiamo parlando del "Master Plan", cioè dell'accordo di programma con il Consorzio Costa Smeralda, che è un accordo realmente stipulato, perché il presidente Floris, allora Assessore all'urbanistica, aveva firmato tale accordo col Consorzio. Assieme all'accordo di programma col Consorzio Costa Smeralda sono stati portati probabilmente all'attenzione della Giunta altri accordi di programma, tra cui ricordo quello di Baia Chia. L'ingegner Monni, che doveva realizzare un'iniziativa turistico-alberghiera nella zona di Chia, aveva chiesto alla Giunta regionale che questa iniziativa venisse valutata nell'ambito di un accordo di programma. Questi sono gli accordi di programma conosciuti. Ci sono poi accordi di programma predeterminati dai piani paesistici attraverso la previsione di specifiche destinazioni per alcune aree territoriali. Non sono solo quelle elencate dalla stampa: non si parla solo di Costa Turchese, di Porto Rotondo, di Is Arenas, di Portisceddu. Ci sono altre aree che nei piani paesistici vengono individuate come suscettibili di trasformazione attraverso l'accordo di programma.
Io credo che l'istituto dell'accordo di programma debba essere potenziato. Sto concludendo Presidente: mi riservo di intervenire sull'articolato e sul regolamento, perché vorrei fare una serie di considerazioni di merito. Sull'accordo di programma, in particolare, è necessario che la Giunta regionale, che deve proporre degli emendamenti e che deve incontrare la Commissione consiliare competente, rifletta. Io credo che si debbano ammorbidire le posizioni che finora si sono confrontate con grande, reciproca intransigenza; se è vero che qualcuno è disposto a rinunciare a una parte delle proprie idee, è altrettanto necessario che dall'altra parte ci sia una corrispondente disponibilità.
Presidente, ho chiuso. L'altra parte del mio intervento sarà dedicata ad alcune considerazioni sulle modifiche alla "45" e in particolare sulle questioni poste dal regolamento. Nell'elaborazione di questi testi normativi si scontrano due concezioni opposte che riguadagno lo sviluppo turistico: mi soffermerò su questi temi nel momento in cui discuteremo della legge e del regolamento.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Antonio Fadda. Ne ha facoltà.
FADDA ANTONIO (P.S.I.). Potrebbe sembrare un'anomalia, signor Presidente, colleghi consiglieri, la folta presenza di oratori a questo dibattito, e in modo particolare del Gruppo socialista. Questo non deve destare scandalo in quanto giustamente non è emersa una posizione rigida di partito e i singoli consiglieri hanno avuto, come sempre d'altra parte, la possibilità di esprimere in piena libertà un'opinione su un argomento così delicato e importante che appassiona non soltanto il Consiglio regionale, ma l'intera opinione pubblica. La complessità e la delicatezza dell'argomento oggi in discussione e gli stessi interventi dei colleghi che mi hanno preceduto, lungi dal confermare le poche certezze che sull'argomento avevo potuto maturare, anche per aver fatto parte, tempo addietro, della Commissione urbanistica, hanno aumentato in me i dubbi e le perplessità. Questo perché io mi riconosco totalmente nelle posizioni espresse dall'onorevole Satta, presiedente della Commissione urbanistica, e condivido tutte le considerazioni che con molta efficacia ha voluto presentare in quest'Aula. Eppure nutro su diverse questioni non secondarie opinioni diverse. Questo mi pone in una duplice posizione abbastanza scomoda, quella di condividere in larga misura le preoccupazioni e le tesi che sono state espresse e quella di doverne obiettare delle altre, con il rischio quindi - se dovessi discostarmi molto dalle tesi sostenute dall'onorevole Satta - di essere iscritto d'ufficio nel partito del mattone o d'altra parte, se non volessi correre questo rischio, di rinunciare in maniera non corretta a svolgere un ruolo che è quello che per obbligo e dovere mi compete, quale consigliere regionale e quindi rappresentante di questa Assemblea. Anch'io ho un sogno, lo stesso sogno coltivato ed espresso qui dall'onorevole Satta, e anch'io coltivo delle utopie, così come è giusto che faccia ogni consigliere regionale, una Sardegna libera dal bisogno, una Sardegna non costretta a vendersi per garantirsi il proprio sviluppo. E per realizzare questo sogno sono disposto ad accettare, ecco la prima delle affermazioni importanti, quelle che condivido, sono disposto ad accettare, come accetto, questo vincolo ulteriore che è stato proposto e che è l'elemento fondamentale della discussione. Ma continuo a coltivare anche l'utopia, sarà questione di volontà, che mi ha pervaso fin dal primo momento, da quando nell'89 ho votato la legge urbanistica, di considerare questo strumento fondamentale, importante, insostituibile nel progetto di salvaguardia e di valorizzazione del territorio. Ha anche ragione il compagno Cogodi quando afferma che in effetti saremmo dovuti essere qui, oggi ad esprimere un voto sui piani territoriali paesistici. Questo era il compito primario, più volte sollecitato dal collega Cogodi, al quale il Consiglio regionale era stato chiamato. Questo voto non si può esprimere per delle motivazioni che sono state espresse in maniera ordinata, corretta, ma a volte non tanto convincente. Questo voto non lo possiamo esprimere, i piani paesistici sono stati rinviati alla Giunta, e quindi uno degli elementi fondamentali sui quali si fondava la legge 45 non può essere realizzato. Questo io ritengo sia il segno tangibile, la testimonianza palese, così come anche altri hanno ricordato, di un fallimento che non è soltanto riferito alla programmazione, ma è il fallimento anche di una mancata presenza da parte delle Giunte che si sono succedute dal 1986 ad oggi. Questo occorre dirlo attribuendo anche a noi la parte di responsabilità che ci compete come consiglieri facenti parte sempre delle maggioranze, ma questo è il dato importante e fondamentale, la proposta che viene fatta è il segno tangibile di un fallimento totale nell'applicazione della legge numero 45. Questo può essere dimostrato con un'attenta analisi delle risposte che dall'89 ad oggi sono state date rispetto ad una serie di problemi che la "45" comportava e indica una sostanziale incapacità della Regione di procedere lungo la strada della programmazione economica e della pianificazione delle risorse territoriali. Principalmente infatti è stato disatteso totalmente l'apparato politico gestionale della legge numero 45, sia sotto il profilo della capacità di attivare le indispensabili azioni di guida e di indirizzo previste dalla strumentazione della legge stessa, sia nella definizione di una politica di sviluppo necessariamente connessa con le problematiche territoriali. In pratica la Sardegna ha subito un sostanziale fermo economico rispetto alle problematiche positive che era giusto attendersi dall'applicazione corretta e tempestiva della legge 45. E nel complesso scacchiere delle politiche territoriali di sviluppo si è completata qualche rara tessera che produce inefficaci effetti rispetto alla crisi cui assistiamo. Sono stati quindi persi ben quattro anni, oltre ad una perdita di risorse non indifferenti, che devono essere indirizzate soprattutto al lavoro svolto dagli uffici, ma soprattutto da parte dei progettisti che erano stati incaricati della redazione dei piani. La Regione non è stata capace di attivare gli atti primari o quanto meno le attività preliminari e necessarie per delimitare e delineare gli schemi di assetto regionale, le direttive e i vincoli così come era stato previsto dalla legge 45. Non sussisteva impedimento perché ciò avvenisse, semplicemente si è responsabili di omissione negli atti di importanza strategica nel sistema di pianificazione a cascata che era stato previsto dalla legge. La Regione non ha pianificato, con gravissima responsabilità, e quindi le province, i comuni, le comunità montante non potevano pianificare per le parti di propria competenza, così come aveva previsto la legge. La stessa incapacità, se non più grave, la Regione l'ha dimostrata nella predisposizione degli strumenti di tutela paesaggistica; infatti una serena analisi dei provvedimenti adottati ci ricorda, così come ha testé testimoniato il collega Fadda, che già nel 1986 erano stati affidati a nove équipe di esperti la redazione dei piani paesaggistici. E' stata integrata con successiva deliberazione, è intervenuta nel mentre una nuova legge regionale, la "45" dell'89, sono stati costituti gruppi di lavoro interassessoriali e finalmente si è arrivati alla pubblicazione di questi atti e i comuni e le parti interessate hanno potuto presentare le loro osservazioni. Finalmente la Giunta regionale ha inviato al Consiglio per la definizione i piani paesaggistici. Dopo diversi mesi di esame da parte della Commissione urbanistica regionale, la stessa Commissione, senza peraltro esplicitare argomentazioni specifiche e circostanziate nel merito, conclude testualmente: "le proposte di piano inviate dalla Giunta regionale al Consiglio per la definitiva approvazione non sono parse consone rispetto agli ambiziosi obiettivi posti dalla legge". Ed inoltre: "i piani sia per le vistose differenze riscontrabili tra i vari stadi di evoluzione della proposta, sia per il complesso delle prescrizioni normative che recano, sono, il che è senz'altro di primaria importanza, molto lontani dalle attese che su di essi si erano rese possibili". Ci sarebbe da domandarsi, tradotto in maniera pratica e sintetica, che cosa significano queste cose, quali sono queste attese che i piani paesaggistici, così come sono stati formulati non hanno soddisfatto, se è vero, come più volte è stato richiamato, e la stampa ha opportunamente amplificato, che l'approvazione di questi piani avrebbe comportato per la Sardegna una colata di cemento pari a 5 milioni di metri cubi e che una sequenza di abitazioni e di alberghi avrebbe completamente precluso le coste ai residenti e non residenti. Io vorrei che qualcuno dicesse chiaramente se queste volumetrie che sono state indicate, e per le quali principalmente i piani sono stati restituiti alla Giunta, erano quantificate, previste, se effettivamente dai piani si può rilevare che con la loro applicazione e realizzazione una tale volumetria si sarebbe riversata sulle coste della Sardegna. Io credo che questa previsione sia stata comunque quanto meno azzardata e che si sia fatta una deduzione allarmistica sulla quantità di cemento che con l'approvazione e l'applicazione di questi piani si sarebbe potuta riversare sulle coste della Sardegna. Non ritengo quindi che le osservazioni che sono state fatte, che riguardano i piani e che hanno indotto a questa misura di salvaguardia la Commissione, siano state l'elemento fondante per sottrarre alla giusta discussione ed approvazione del Consiglio i piani territoriali stessi. Ecco quindi l'ammissione di un totale fallimento dopo anni di lavoro, e quindi della incapacità come ho detto prima, della Regione di coordinare, di indirizzare e di guidare l'attività pianificatoria. Tutto ciò non può che rappresentare un pesante giudizio sull'attività delle diverse giunte regionali il cui operato con questo provvedimento viene d'altra parte totalmente sconfessato. La Commissione ha ritenuto quindi di concludere con una proposta di modifica della legge 45, mediante la quale ottenere "una più rigorosa tutela delle coste - viene detto così nella relazione di maggioranza - di molte emergenze ambientali, paesistiche, naturali e delle loro connessioni storico-antropologiche in una visione di lungo periodo", che è la stessa formulazione che è stata usata dal proponente nel momento in cui è stato affidato l'incarico dei piani paesaggistici. E' persino difficile, ritengo - io non ci sono ancora riuscito - capire perché si sia arrivati a questo punto di non decisioni rispetto ai piani che il Consiglio aveva il dovere di esaminare. La legge 45, come è noto, prevedeva la possibilità di realizzare strutture ricettive alberghiere purché ricadenti oltre la fascia dei 150 metri dal mare, secondo una procedura stabilita dall'articolo 13 e dal nulla osta della Giunta regionale, previo parere dell'Assessorato alla tutela del paesaggio e dell'Assessorato al turismo per quanto di rispettiva competenza. Anche per questi elementi, per queste disposizioni previste in legge, gli operatori turistici hanno presentato ben 226 pratiche tendenti ad ottenere il nulla osta. Dunque questi nulla osta sono stati concessi perché era una operazione anch'essa prevista dalla legge; a distanza di due anni la Regione confermava l'importanza e l'utilità per il settore turistico di consentire gli interventi alberghieri pur con le necessarie cautele da attivare mediante il controllo, come detto prima, dell'Assessorato regionale alla tutela del paesaggio. Successivamente, e qui siamo alle ultime decisioni della Giunta, ritenendo eccessivo il numero dei nulla osta, e conclusasi nel mentre la predisposizione dei piani paesaggistici, la Giunta decide di sospendere i nulla osta alberghieri che prevedevano insediamenti nelle aree che gli stessi piani territoriali paesistici definivano di massima tutela, cioè le zone A1 e A2. Ma non basta, evidentemente la Giunta regionale non soddisfatta del numero di nulla osta che applicando questo tipo di selezione si venivano a sospendere, decide di inasprire la normativa di tutela, sospendendo i nulla osta i cui interventi ricadevano in aree che i piani territoriali paesistici definivano di tutela guidata o di livello intermedio, cioè le zone Bl e B2. Infine la proposta della legge 45 che in pratica invalida tutti i nulla osta alberghieri nella fascia dei 300 metri dal mare. Sto dicendo questo, e spero di non essere frainteso, non per difendere la decisione della Giunta di sospendere tutti i nulla osta, ma anche su questo argomento credo che una verifica più attenta delle finalità che la legge in maniera illuminata prevedeva per quanto riguarda le strutture ricettive alberghiere, avrebbe comportato una selezione di fatto di qualità, ma non una soppressione totale di un istituto che la legge prevedeva. Anche questa del nulla osta è una vicenda che vista nel complesso ha dell'incredibile e che purtroppo se non parzialmente corretta, così come qualcuno ha avanzato, potrebbe produrre l'effetto di un vero e proprio colpo di grazia per quel turismo di qualità che in larga misura tutti quanti diciamo di voler perseguire. Io auspico che la Giunta, la Commissione urbanistica regionale e il Consiglio nel suo complesso possano trovare una corretta mediazione tra le diverse esigenze che nel dibattito si sono sinora confrontate. Lo stesso Presidente della Commissione urbanistica ha precisato che non tutto è stato definito, né che tutto è stato deciso, quindi si persegua questo tentativo senza contrapposizioni, ricercando una strada di accordo per verificare se esistano le condizioni per una tutela irrinunciabile del nostro ambiente che non rappresenta solo il presente, ma anche il nostro futuro, ma che contemperi anche la giusta esigenza di assicurare uno sviluppo corretto della nostra Isola. Appare quindi chiaro che tutte le decisioni approssimative, contraddittorie e intempestive sui nulla osta sono frutto di una cultura ambientalistica a volte dominata dall'isteria e non, come ci si doveva aspettare, da una sintesi tra politica economica e sociale e le giuste esigenze di regolamentare l'uso e la tutela delle risorse ambientali.
Sulla proposta di estendere il vincolo di inedificabilità totale sulla fascia dei 300 metri dal mare è necessario fare alcune considerazioni, pur richiamando la mia totale disponibilità ad approvare questo provvedimento, che ripeto, segna comunque e testimonia il fallimento di una politica di programmazione urbanistica. Intanto questa misura significa rendere inefficaci, non validi dal punto di vista tecnico-scientifico i piani territoriali paesaggistici. Nonostante siano stati, così come ha ricordato il compagno Fausto Fadda, utilizzati numerosissimi esperti nelle varie discipline, le maggiori intelligenze che nel settore la Sardegna poteva presentare, con la supervisione anche della Presidenza della Giunta, questi piani sono stati ritenuti insufficienti, non corretti, non rispondenti a quei criteri e a quelle aspettative che la Giunta stessa e il Consiglio avevano previsto. Io mi domando se la dichiarazione di insufficienza e di incapacità di questa classe dirigente, di questa classe di progettisti che noi abbiamo in Sardegna possa essere così, in maniera improvvida, assegnata lasciando a noi soltanto la capacità di distinguere e giudicare in maniera serena il lavoro degli altri. D'altra parte, ripeto, nel respingere i piani paesaggistici territoriali, nell'affidarli alla Giunta per una decisione definitiva e nel proporre questo vincolo di inedificabilità, la Commissione, per quanto mi concerne, e per quanto è a mia conoscenza, non ha esplicitato con argomentazioni specifiche nel merito e strettamente legate all'esame degli elaborati il percorso critico che ha portato a tali drastiche conclusioni. Io ho grande rispetto per i rappresentanti della Commissione e soprattutto per il suo Presidente ma dovendosi procedere a un esame tecnico-scientifico degli studi appare quanto meno improbabile che sia stata condotta in quella sede una raffinatissima e critica istruttoria dei piani stessi. Come è noto i piani territoriali paesistici per le aree ritenute meritevoli di ampia e rigorosa tutela hanno previsto vincoli di inedificabilità ben più ampi della fascia di 300 metri dal mare. La generica estensione del vincolo di inedificabilità nella fascia di 300 metri non produce peraltro gli effetti di tutela paesaggistica che si intendono seguire. Infatti per le caratteristiche morfologiche delle coste sarde estremamente varie, il vincolo generico non sempre corrisponde alla giusta esigenza di tutela e di valorizzazione. La ricchezza del paesaggio delle nostre coste non sempre consente le semplificazioni che sono alla base di tale prescrizione; un vincolo del genere potrebbe andare bene nel solo caso di costa estremamente lineare e bassa anche in profondità, che come è noto rappresenta una tipologia morfologica poco frequente nell'Isola, ma soprattutto il paesaggio per sua natura non è riconducibile solamente a questioni puramente dimensionali. La complessità delle componenti richiede uno studio serio e approfondito per essere in condizioni di valutare il grado di modificabilità dei luoghi. A solo titolo di esempio, lungo la costa di Teulada - e i rappresentanti di questo Comune sono venuti a protestare anch'essi insieme a quelli della Gallura - la prescrizione di inedificabilità nei 300 metri e la conseguente possibilità di edificare oltre questa fascia, date le caratteristiche della costa, comporterebbe dei danni irreparabili al paesaggio, mentre degli interventi in aree depresse di particolari configurazioni a distanze superiori presentano rischi estremamente più bassi dal punto di vista paesaggistico. Potrei citare l'esempio che molti di noi conoscono e che io conosco personalmente, quello di Costa Rei; l'impatto peggiore non è quello che si verifica a valle, l'impatto peggiore per quelli che hanno la possibilità di vedere e di osservare lo scempio che è stato prodotto è la sequenza di realizzazioni residenziali fatte sulla collina. Il peggio dal punto di vista paesaggistico e architettonico è rappresentato proprio da quanto è stato realizzato sulla collina e quindi proprio a quella distanza che dovrebbe invece salvaguardare il territorio. Come sempre piuttosto che trovare generiche soluzioni è necessario entrare nel merito dei problemi e attraverso lo studio trovare le soluzioni più opportune. Tutto ciò riconduce a riportare al centro dell'attenzione il progetto, finora degnato di scarsa considerazione nella legislazione urbanistico-edilizia della Regione. Quasi sempre si è privilegiato il controllo della quantità e quasi mai della qualità degli interventi di trasformazione e di modificazione dei luoghi. Tanto è vero che le condizioni che riguardano la qualità sono quelle prescrizioni tipo che vengono affidate sempre ai progetti: coppi di tipo sardo, tinteggiatura rosa, cotto e basta. Nessun'altra prescrizione di carattere qualitativo o di inserimento ambientale viene fatta per quanto riguarda i progetti. Da questo punto di vista, quindi, non può avere molto senso la prescrizione di una pura e semplice distanza minima da rispettare nei confronti della costa. Un intervento a breve distanza dalla costa ma di alto livello qualitativo, in sintonia con la cultura dei luoghi e di alto valore estetico formale, è certamente preferibile a un intervento arretrato sulla cosa dei 300 metri ma di scarso contenuto qualitativo, come purtroppo si può constatare, e altri l'hanno fatto rilevare, nella maggior parte dei casi per quanto riguarda gli interventi sulla costa in Sardegna. Il problema è definire idonee strutture di controllo ad altra qualificazione professionale e culturale sulle attività di trasformazione nelle parti più sensibili del territorio. Il collega Cocco ha richiamato esempi di legislazione europea molto più attenti, e non sono pochi, che riguardano le verifiche e i controlli che gli insediamenti in questi particolari siti devono ottenere prima di essere autorizzati; questa funzione non può essere delegata al solo ufficio regionale di tutela del paesaggio, ma lo stesso deve potersi giovare delle più opportune e qualificate professionalità disponibili, come peraltro accade negli altri Paesi. In un'isola non si può rimuovere il problema della incapacità di controllo della domanda di trasformazione interessante la costa semplicemente negandone la possibilità. La nostra cultura e la nostra storia, attraverso le testimonianze rimaste, stanno a dimostrare che esiste la possibilità, entro un convincente quadro ambientale, di dare forma ad un ambiente antropizzato, attivando le più opportune strategie di relazione tra le diverse componenti geomorfologiche e vegetali, climatiche e biologiche, sia in rapporto col mare che con la costa. Il problema sta nello stabilire i limiti e i criteri per sviluppare una reale capacità di controllo. Si tratta di problematiche sulle quali non possiamo evitare di confrontarci e che non possono essere eluse attraverso generiche e poco efficaci prescrizioni legislative. Da quanto sopra deriva che la proposta contenuta nell'articolo 10 bis, che prevede siano fatti salvi tutta una serie di interventi pubblici e privati, non dà alcuna garanzia di rispetto delle condizioni paesaggistiche, infatti si dà per scontato che l'intervento, solo in quanto opera pubblica e solo in quanto sicuramente necessario, sia ammissibile nei confronti delle cautele che sono alla base dell'articolo 10 bis. Purtroppo l'esperienza anche recente ci ha insegnato che proprio le opere pubbliche, nella fascia costiera, costituiscono esempi negativi in materia di rispetto ambientale e di inserimento nel paesaggio e questo proprio perché manca un sistema di controllo adeguato sulle condizioni di trasformabilità nei luoghi. Per quanto riguarda gli ambiti dei comuni costieri appare del tutto assurdo consentire gli insediamenti industriali e produttivi nelle zone D sotto il profilo dell'esigenza della tutela ambientale, e questo vista la pratica impossibilità di ottenere organismi architettonici idonei e armonicamente inseriti nella costa per le tipologie industriali che sono ricorrenti. Un capannone è sempre un capannone; anche se lo si modifichi, lo si può colorare diversamente, è sempre una struttura che si inserisce negativamente in quei tratti di costa o vicino al mare che noi con questa norma, invece, intendiamo salvaguardare.
Signor Presidente, io ho concluso. Voglio solo fare un'ultima considerazione. Io sono convinto che il dibattito abbia evidenziato in modo chiaro le diverse posizioni che fortunatamente non rappresentano rigide posizioni di partito; come ho detto prima rappresentano la libera espressione delle volontà e delle convinzioni dei singoli consiglieri. Non possiamo disperdere la ricchezza e la complessità di queste posizioni. Sono convinto che la decisione finale, con una mediazione a livello più alto che la Giunta ha il dovere di proporre al Consiglio, potrà significare una vittoria per tutti coloro che qui hanno rappresentato le esigenze irrinunciabili di tutela ambientale, insieme a coloro che con uguale buona fede, intelligenza e convinzione, hanno rappresentato quell'esigenza che la Regione, proprio utilizzando queste risorse, possa, utilizzandole al meglio, partire da esse per costruire il proprio futuro.
PRESIDENTE. I lavori del Consiglio riprenderanno domani mattina alle ore 10.
La seduta è tolta alle ore 20 e 14.
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