Seduta n.231 del 11/11/1997 

CCXXXI SEDUTA

(Antimeridiana)

Martedì, 11 Novembre 1997

Presidenza del Vicepresidente Zucca

indi

del Presidente Selis

La seduta è aperta alle ore 10 e 09.

CONCAS, Segretaria, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del 5 novembre 1997 (227), che è approvato.

Congedo

PRESIDENTE. Il consigliere regionale Bruno Montis ha chiesto di poter usufruire di tre giorni di congedo a far data dall'11 novembre. Se non vi sono opposizioni il congedo si intende accordato.

Annunzio di presentazione di disegno di legge

PRESIDENTE. Comunico che è pervenuto alla Presidenza il seguente disegno di legge:

"Regolarizzazione delle tendenze derivanti dall'utilizzo di personale statale presso l'Amministrazione regionale". (367)

(Pervenuto il 4 novembre ed assegnato alla prima Commissione.)

Sull'ordine dei lavori

PRESIDENTE. Io constato che nessun Assessore è presente e men che meno seduto nel posto che gli compete, pertanto sospendo la seduta per dieci minuti, in attesa che arrivi un Assessore che intenda occupare il posto di sua competenza.

(La seduta, sospesa alle ore 10 e 11, viene ripresa alle ore 10 e 20.)

PRESIDENTE. Trascorsi dieci minuti la seduta può riprendere. Invito i rappresentanti della Giunta a prendere posto e anche i colleghi a prendere posto.

Continuazione e fine della discussione generale del testo unificato delle proposte di legge Fantola - Lippi - Marteddu - Dettori Bruno - Floris - Loddo: "Modifiche alla legge regionale 6 marzo 1979, n. 7 (Norme per l'elezione del Consiglio regionale della Sardegna) e successive modificazioni" (291) e Scano - Berria - Cugini - Ghirra - Dettori Ivana - Zucca - Busonera - Cherchi - Cucca - Diana - Falconi - Fois Paolo - Marrocu - Obino - Sanna Salvatore - Usai Pietro: "Modifica delle norme per l'elezione del Consiglio regionale della Sardegna" (337)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la continuazione della discussione generale del testo unificato delle proposte di legge numero 291 e 337.

E' iscritto a parlare il consigliere Bruno Dettori. Ne ha facoltà.

DETTORI BRUNO (Gruppo Misto). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Giunta, colleghe e colleghi, il tangibile disagio che oggi si respira in quest'Aula è la prova inconfutabile di un malessere diffuso inarrestabile, secondo alcuni, che rischia di decretare, comunque vadano a finire le cose, una sonora sconfitta per tutti. I tentativi di un recupero per un confronto pacato, che la riforma elettorale per l'importanza che riveste in prospettiva avrebbe meritato, sono rimasti caparbiamente inascoltati. Pertanto la speranza che il dibattito in questo clima possa assicurare alla Sardegna e ai sardi un significativo risultato nella direzione di una sempre più adeguata governabilità è legata solo alla voglia di mediazione di tutte le forze politiche, anche se la legge di riforma elettorale è argomento che supera le responsabilità istituzionali della maggioranza, non ho trovato così scandaloso, come lo si vuol fare apparire, aderire ad una lecita richiesta di confronto preliminare in seno alla maggioranza. Proposta che è venuta da una forza della stessa maggioranza, da Federazione Democratica, per una verifica delle singole posizioni. L'avallo di tale richiesta non mi sembra possa costituire un atteggiamento così devastante, tale da giustificare la ferma controffensiva in atto per condizionare l'iniziativa di quanti dissentono e vorrebbero ragionare con la loro testa, mentre ho trovato quanto meno privo di una convincente motivazione l'atteggiamento imprevisto e del tutto nuovo del Partito di maggioranza relativa, quando lo stesso non ha avuto la sensibilità di aderire ad una legittima riflessione su questa materia. Sensibilità che sono sempre più convinto è spesso qualità essenziale per comporre le situazioni più difficili. Sensibilità che non può non essere disponibile nel patrimonio di una coalizione che ha la comune responsabilità e l'ambizione di governare, sensibilità e non debolezza, attenta ad ascoltare tutte le opinioni anche quelle del più piccolo dissenso. Questa prova di muscoli all'interno della maggioranza non è un atto di coraggio, come lo si vuol fare apparire, al contrario è una palese certificazione di debolezza che coinvolge tutte le forze politiche quando non riescono a trovare comuni orientamenti su obiettivi da conseguire. Fin dall'inizio unanimemente si è definita la legge elettorale vigente inadeguata, una legge che aveva scontentato tutti, soprattutto perché aveva fallito nel suo obiettivo primario, che era quello di poter garantire alla coalizione vincente la possibilità di governare. Ma in Aula c'è qualcuno che può raccontare ai sardi che questa proposta sulla quale si sono scatenate tante tensioni, ci pone al riparo in ordine al problema fondamentale della stabilità di governo? Su questo nutro forti perplessità, ciò che è stato licenziato dalla Commissione è un provvedimento frutto di un accordo difficile, ma che non può essere accettato se non come punto di partenza su cui costruire l'impalcatura complessiva di una vera legge elettorale moderna che faccia di questa Regione una democrazia efficiente. In questa legislatura, in cui il Consiglio ha avuto un profondo rinnovamento, vi era la speranza di poter realizzare un grande progetto di riforma regionale, che potesse mettere a disposizione dei sardi una macchina moderna, snella ed efficiente, con la quale poter avviare un serio programma di rinascita. La difficile e fragile coesione delle nostre forze politiche, l'incapacità di fare sintesi su posizioni differenziate, hanno determinato sul piano concreto le ragioni delle forti contrapposizioni che oggi stiamo vivendo nell'esercizio dell'attività legislativa e di governo. In questa legislatura ci siamo adoperati giorno dopo giorno nel fare il nostro dovere. Qualche volta senza entusiasmo per le critiche che a questa coalizione venivano mosse, critiche che spesso non ci vedevano diretti responsabili; ma non ci siamo tirati indietro siamo ancora al nostro posto di lavoro. Noi siamo più convinti che alcuni temi di valenza straordinaria, posso citare il problema della sicurezza in Sardegna, ma soprattutto le riforme in particolare, meritino una considerazione di ampio respiro all'interno di quel tavolo delle regole che bene ha operato recentemente in occasione della proposta di revisione della Costituzione all'ordine del giorno della Bicamerale. Prima di porre mano in aula alla costruzione di un provvedimento di così elevata delicatezza a colpi di emendamenti, ritengo più giudizioso trovare un accordo sul metodo da seguire che possa mettere al riparo la nostra credibilità e la credibilità di questa istituzione da imboscate con votazioni segrete, che se da una parte consentono la massima libertà di giudizio, dall'altra potrebbero dar luogo ad un mostro legislativo peggiore di quello attuale. Io non ho ancora ben capito se quanto è in discussione sia frutto del ragionamento "meglio poco che nulla", oppure si tratti di un obiettivo parziale attorno al quale costruire il provvedimento definitivo di riforma elettorale. Personalmente mi auguro che la regola del "meglio poco che nulla" non allontani definitivamente il vero progetto di riforma con l'elezione diretta del Presidente al quale tutti abbiamo creduto e crediamo come unica via d'uscita per la stabilità dell'esecutivo. Qui non si può fare ricorso alle furbizie per recuperare posizioni di privilegio inutili ai sardi. Il centrosinistra sta appena iniziando il suo cammino, queste difficoltà segnano il convincimento che nessuno intende prestarsi al ruolo di comprimario quale esso sia, sciocco o furbo, al contrario vi è una forte esigenza di recuperare i veri valori della politica dove ciascuno possa assumersi fino in fondo le proprie responsabilità. Non credo che possa essere mistero affermare che il Patto dei democratici è per il superamento del ballottaggio a tre; è una linea che si è tracciata sin dall'inizio, alla quale si è aderito con profonda convinzione. Tuttavia avrei preferito votare non un articolo unico che dettasse questa norma che, anche se il presidente Scano la definisce ovvia, io la definisco non solo ovvia, io credo che possa essere una di quelle cose che possano essere superate facilmente, ma possono essere superate facilmente anche ascoltando quali possono essere le motivazioni, le richieste di un approfondimento per allargare nel momento in cui in aula stiamo votando questo provvedimento, allargare il quadro di questa iniziativa elettorale, sentendo tutte le voci, non solo quelle della opposizione, ma credo che in questo Consiglio tutte le voci meritassero una attenzione. Io avrei preferito che da questo Consiglio potesse venire fuori una legge più completa che accontentasse meglio le ragioni della presenza di tutti in quest'aula. Una legge proiettata più nell'interesse generale della Sardegna e non una legge proiettata verso particolarismi e particolarismi pericolosi, devo dire, per la stabilità del futuro governo. Signor Presidente, e di questo sono estremamente convinto, quando si trovano dei momenti di difficoltà tutti noi abbiamo la responsabilità di doverli affrontare per superarli, senza prove di forze, ma nel convincimento che da quello che si riesce a realizzare dopo che a un tavolo si possano sedere tutti con pari dignità, io credo che possa essere un obiettivo che rappresenti maggiormente l'interesse della Sardegna.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Randaccio. Ne ha facoltà.

RANDACCIO (Gruppo Misto). Signor Presidente, colleghi, il sistema politico italiano subisce quasi quotidianamente scosse profonde, spesso di genere diverso l'una dall'altra. Ne risulta un clima di incertezza da cui dipende la convinzione diffusa che l'irrazionalità di singoli e gruppi costituisca l'essenza della situazione storica che stiamo vivendo. Giusta o sbagliata che sia una diagnosi di questo tipo condanna a una sorta di bizzarro nichilismo, dato che nulla c'è da capire se ne potrebbe infatti dedurre che vale rinunciare a ogni strategia teorica, per lasciare andare le cose come vanno per conto loro. Rifiutandoci di prendere sul serio una ipotesi tanto scettica sul piano intellettuale quanto paralizzante sul piano pratico propongo quella di prendere sul serio alcune distinzioni teorico-politiche contemporanee per vedere come si applicano alla attuale situazione politica del nostro Paese e della nostra Regione. Innanzitutto occorre analizzare la copia sinistra-destra rispetto a quella di governo-opposizione. La destra italiana non è liberal-liberista per la presenza al suo interno di A.N. che ne è parte importante e che si ispira per lo meno in alcuni suoi significativi settori a tutt'altra tradizione.

FRAU (A.N.). Che stupidaggini dici!

RANDACCIO (Gruppo Misto). Questa destra chiama sovente in ballo valori e identità che nulla hanno a che spartire con la tradizione liberal-democratica che si ispira a miti antichi. Anche la sinistra presenta più o meno le medesime difficoltà della destra dovute al ruolo al suo interno di Rifondazione e di parte del PDS, che è anch'essa estranea alla cultura liberale. Anche qui colori e atmosfere richiamano valori e miti comunitari, dal primato della classe e del partito alla attesa messianica della rivoluzione, che sarebbe insensato analizzare puramente in chiave politico-economica. Va da sé che a queste forze che non rientrano nella distinzione standard, basata sulla politica economica, pro o contro il mercato, si unisce negli ultimi anni qualche altro movimento di rivendicazione che proprio dall'insistenza sui valori identitari e sui miti comunitari ricava il suo potere destabilizzante. Questo vuol dire ad esempio che la frattura politica sullo stato sociale non è particolarmente significativa, come invece si vuol far credere, perché le forze di governo e della opposizione non sono divise in maniera sostanziale da questioni di politiche economiche di destra o di sinistra nel senso liberale del termine. Su molte di queste ultime infatti Alleanza nazionale e Rifondazione comunista, tanto per semplificare, sono molto più vicine tra loro di quanto non lo siano rispettivamente Alleanza nazionale e Forza Italia, oppure il PDS e Rifondazione comunista. La vera frattura riguarda così la questione istituzionale su cui si dovrebbe per lo meno in astratto trovarsi un'intesa tra forze di ispirazione liberal-democratica di destra o di sinistra che siano, contro movimenti di ispirazione fondamentalista e comunitarista sempre di destra o di sinistra. Una verità di tal fatta impone di prendere sul serio l'ipotesi di una intesa centrista, nel senso di un'intesa basata sul consenso costituzionale di forze liberal democratiche, e suggerisce di considerarla anzi prioritaria, indispensabile per il retto funzionamento del quadro politico complessivo. L'ipotesi centrista infatti offrirebbe non solo una possibilità di chiarire i termini del discorso, ma anche soprattutto l'opportunità di rafforzare il quadro istituzionale e costituzionale, che è poi il presupposto di ogni sopportabile divisione politica e legislativa. In sostanza il consenso costituzionale appare una premessa per le differenze in materia di politica economica e non viceversa. La proposta di rafforzare un centro dai tratti liberali, cattolico o laico che sia, in cui le decisioni politiche non siano ostacolate da ragioni fortemente identitarie e quindi non negoziabili, come lo sono quelle della destra e della sinistra estreme dello schieramento, presenta senza dubbio vantaggi in termini di razionalità politica; tuttavia ha i suoi gravi costi, a cominciare da quello di ripensare sostanzialmente la logica del maggioritario su cui gli italiani si sono espressi a favore e che ha così potentemente influito nella formazione della seconda repubblica. Da questa impasse nasce quello che si potrebbe definire il problema politico italiano, cioè tutto ciò che rafforza la geometria politica italiana, dando alle forze politiche un ruolo appropriato, intacca profondamente il bipolarismo implicito nel sistema maggioritario. Viviamo quindi un clima di incertezza istituzionale, non è chiaro in quale fase della vita istituzionale del Paese viviamo, quali regole ci governano e ancor più verso quale regime politico e istituzionale stiamo andando. E questo è tanto più pesante in quanto si ha l'impressione che tali questioni non siano oggetto di un confronto e un incontro fra grandi disegni, ma che si pensi piuttosto che esse vadano risolte attraverso un accordo piccolo tra le parti politiche, in cui le scelte istituzionali, quelle politiche e strategiche e quelle politico-tattiche, vengono tutte, se mi si passa il termine, commerciate fra di loro. Il problema è che da una parte abbiamo una sinistra con la forza organizzativa e la capacità di egemonia, dall'altra parte un'opposizione ancora in assestamento. E allora è chiara, da parte del PDS, la tentazione, senza per questo che venga minacciata, per carità, la libertà o l'impalcatura della liberal democrazia dello Stato, di scegliere una strada a cui in fondo lo porterebbe la sua stessa storia, cioè quella di creare un sistema di pluralismo egemonizzato in cui vi è un sistema di forze politiche differenziato, dove però lo scopo di ciascuna è quello di sorreggere più direttamente, temperare, agevolare la funzione guida del PDS. E vi è un ulteriore pericolo, che risorga col PDS il partito Stato che in Italia, come si sa, dal fascismo alla DC ha importanti precedenti. Per ciò è tanto più importante una robusta forza di opposizione interna, in grado anche di avere una funzione pedagogica, che agevoli l'evoluzione in senso moderno, pienalmente liberal democratico del centro sinistra. Queste considerazioni, che possono apparire di carattere generale, in effetti evidenziano l'essenza dell'attuale dibattito che si sta svolgendo oggi nell'Aula consiliare. La contesa è, secondo noi, al di là della modifica della norma che si vuole inserire, che peraltro non aiuta, secondo noi non chiarisce, anzi è un elemento che crea delle precondizioni assolutamente negative verso l'apertura di un vero dialogo fra le forze rappresentate in Consiglio, sul tema che va ben oltre, rispetto alla disputa di due o tre componenti politiche che si dovranno confrontare al ballottaggio. Noi riteniamo che tale provvedimento, disgiunto da una riscrittura complessiva della legge elettorale, serva esclusivamente a radicalizzare le posizioni egemoniche dei partiti maggiori. Non è con le maggioranze trasversali, con gli accordi sottobanco, con le prove di forza, che si semplifica il quadro politico regionale. Un accordo va oltre le necessità elettorali, un accordo nasce da un progetto comune che per Rinnovamento Italiano non può che essere un progetto per la Sardegna, al di là delle segreterie dei partiti romani che, peraltro, per quanto ci riguarda, danno a noi ampia libertà di azione. Un'alleanza nasce da comuni intenti che possono arrivare a sintesi solo ed esclusivamente attraverso un grande lavoro fra le forze politiche che hanno a cuore gli interessi dei sardi, e non può nascere dalla prevaricazione e dal tentativo di egemonizzare tutti al proprio tornaconto di partito. Non si vincono le battaglie cercando di fiaccare gli alleati, utilizzando le sponde degli avversari. Questo per noi oggi sta succedendo in quest'Aula. Noi sin d'ora vi diciamo che saremo disponibili a lavorare alacremente, in termini ristrettissimi, per il varo di una vera riforma elettorale che presuppone il ritiro o il rimando in Commissione della legge oggi in esame, ma non siamo disposti a farci egenonizzare da nessuno. La nostra azione politica sarà improntata esclusivamente a ricercare, tra le forze disponibili chi, nell'interesse esclusivo della Sardegna, vuole con noi provare a soverchiare l'attuale situazione economica e sociale, utilizzando strumenti innovativi al di là delle logiche delle poltrone fine a se stesse. Lancio quindi oggi un appello a quelle forze politiche che vogliono con noi impegnarsi in questa ardua impresa, lasciando campo libero, a meno di in un auspicabile ravvedimento, a chi vuole la soluzione forzata del dibattito odierno.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Vassallo. Ne ha facoltà.

VASSALLO (R.C.-Progr.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, in questo dibattito, certamente articolato e ricco di diverse posizioni politiche, a mio avviso tutte legittime, ritengo che forse troppa enfasi, troppo carico di significato politico ha avuto questa discussione, che a volte, a mio avviso, ha travalicato lo stesso oggetto in discussione. Per cui da questa considerazione c'è la necessità di portare i nostri ragionamenti al merito della questione. Rifondazione Comunista esprime in quest'Aula una posizione autonoma, una posizione che può e di sicuro potrà avere assonanza rispetto ad altre voci espresse in questo Consiglio, ma questo, di per sé, non può far intendere a nessuno che Rifondazione Comunista sia aggregata a posizioni di altri Gruppi, per cui esprimiamo una posizione che il Gruppo ha maturato sulla base dell'analisi della proposta in campo, come essa si è evoluta in Commissione prima e in Aula in questi giorni. Colgo l'occasione per ricordare che in dibattiti precedenti tutti i gruppi, compresi quelli più rappresentativi in termini numerici, come PDS e Forza Italia, si era ritenuto indispensabile che le riforme sui grossi temi, piccoli o grandi che fossero, avvenissero con la partecipazione più ampia possibile, in quanto le riforme non potevano essere prerogative soltanto di alcuni o di maggioranze precostituite. Noi non vogliamo sindacare l'autorevolezza e la facoltà della Commissione competente di licenziare il testo così come è stato licenziato, ma non possiamo sottacere, rispetto a uno strappo alle regole o per meglio dire rispetto alla prassi consiliare consolidata, che quando si è in presenza di altre proposte di legge sullo stesso argomento è bene discutere e licenziare anche quelle. Questo non è avvenuto e per noi, pur essendo rappresentati in tale Commissione soltanto come osservatori, è un limite, è un limite alle prerogative dei singoli consiglieri, ma è soprattutto un limite della stessa assise consiliare. Da questa è derivata la nostra posizione, senza intenti dilatori o pretestuosi di permettere un dibattito non condizionato da tempi imposti dall'autorità dei più forti, in questo caso PDS e Polo. E' vero, dalla discussione e anche dalla riunione dei Capigruppo si è arrivati alla considerazione che comunque era necessario che il dibattito ci fosse, che l'articolazione di tutti i Gruppi venisse degnamente rappresentata, senza limitazione. Ne prendiamo atto; è stato di sicuro un passo avanti. Nel merito, come voi ben sapete, noi non siamo un partito che sostiene il sistema, noi siamo un partito che sostiene il sistema proporzionale, in quanto ancora oggi riteniamo che attraverso questo sistema meglio si garantisce la partecipazione democratica dei partiti nelle istituzioni, in quanto gli stessi vengono premiati in termini di voti e seggi equamente, sulla base della proposta politica e dei programmi che avanzano agli elettori. Siamo altresì però consapevoli che comunque può risultare utile, per aumentare la governabilità e ridurre il livello della contrattazione partitocratica, l'introduzione di norme che privilegiano la formazione di coalizioni, prima del voto degli elettori però, in quanto gli elettori, oltre a indicare il candidato prescelto e il partito che quel candidato rappresenta, scelgono il programma che la coalizione ha fatto propria e vincola la coalizione al rispetto di tale programma; qualora la stessa risultasse vincente alle elezioni. Noi, come tanti altri, che si sono espressi prima in quest'aula, siamo per un sistema simile a quello delle regioni a Statuto ordinario, dove vige il sistema proporzionale a turno unico e un premio di maggioranza alla coalizione vincente, onde permettere una maggiore stabilità di governo. Si tratta quindi di coniugare, nei limiti previsti del rispetto del nostro Statuto, norme che consentano ...(?). Oltre a questo è chiaro che altre strade si possono percorrere prima che questa legislatura sia finita. Abbiamo la possibilità, noi riteniamo, di richiedere al governo una deroga per la nostra Regione, che in termini di tempo vota prima degli altri, per permetterci che le stesse regioni, in questo caso la Regione Sardegna possa legiferare e attuare una legge elettorale senza i limiti previsti oggi dal nostro Statuto.

Per cui siamo disponibili a fare qualcosa di più organico rispetto all'articolo unico oggi presente; siamo disponibili però per farlo nella chiarezza, dove veramente tutte le forze politiche partecipano alla elaborazione di un progetto di riforma che sia veramente consono agli interessi delle popolazioni, agli interessi dei sardi. Rispetto all'elemento in discussione, che prevede oggi l'abolizione del trilottaggio e l'introduzione del ballottaggio a due, io non conosco bene le ragioni che hanno portato la nostra legislazione a prevedere il ballottaggio a tre, ma tale sistema va di sicuro cambiato in quanto agevola i trasformismi e un forte potere di interdizione nei confronti della coalizione vincente. Il trilottaggio è stato, per noi, anch'esso elemento che ha determinato le condizioni per il tradimento operato nel 1994 dagli alleati nei confronti di Rifondazione Comunista. Passando al ballottaggio a due limitiamo la possibilità che tale fatto si ripeta, nei confronti non soltanto del nostro partito, ma di qualunque altra forza politica che partecipa alla vittoria di una coalizione. Per cui riteniamo che con l'articolo unico si faccia un piccolo passo, pur significativo, un passo avanti verso una riforma più complessiva, che garantisca governabilità e soprattutto rispetto per il voto dell'elettorato sardo, un rispetto che nel passato non c'è stato e che ancora oggi alcune forze del centrosinistra si rifiutano di riconsiderare.

Ma, vedete, ci preoccupano, oltre alle posizioni oltranzistiche che comunque continuano ad essere manifestate in quest'aula e fuori di quest'aula, le dichiarazioni dell'onorevole Fantola, non tanto perché sono state espresse dall'onorevole Fantola, che sappiamo esattamente cosa rappresenta, ma perché egli, come relatore di maggioranza, ha espresso una posizione che va oltre le stesse premesse della relazione scritta, per le questioni da lui poste, per gli stessi intendimenti da lui espressi in qualità di relatore di maggioranza, per cui, qua in quest'aula, vogliamo capire da alcune forze che l'hanno delegato l'abbiamo già capito, perché hanno avuto modo di esprimersi, da altre dobbiamo ancora sentirlo, vogliamo capire se siano puramente personali o se rappresentino anche gli orientamenti politici di coloro che gli hanno dato il mandato di illustrare la proposta. A mio avviso, per quello che rappresenta Fantola, la sua idealità, e di fronte al fatto che comunque in aula è stato presentato l'articolo unico di proposta, diciamo, pidiessina, forse era bene che la relazione di maggioranza fosse stata demandata a qualcun altro che meglio rappresentasse la proposta stessa.

Oltre a queste piccole considerazioni, permettetemi di illustrare un mio inciso sulla governabilità, o meglio sulla ingovernabilità registrata in questa legislatura. A dire il vero, dagli atti dei resoconti delle precedenti legislature ho rilevato che il problema non è certamente nuovo. Tra l'altro, guardando alle esperienze di altre regioni, comuni che votano col sistema puramente maggioritario, o comunque con sistemi diversi, si capisce che l'instabilità politica di un governo può essere influenzata dal tipo di sistema elettorale attuale, ma ancora meglio si coglie che non è il sistema in quanto tale che crea instabilità. Il non governo è determinato quando le forze che stanno insieme per governare non riescono a trovare un comune denominatore, quando non riescono a sviluppare un programma comune, quando gli elementi che dividono sono più di quelli che uniscono, quando non si ha la capacità e la volontà di capire ognuno le ragioni dell'altro, quando manca la sintesi della politica.

Riformiamo, quindi, la legge elettorale, ma i partiti, i Gruppi in Consiglio, nel contempo mutino il loro modo di essere, se no ogni riforma risulterà nel concreto vana e inconcludente di fronte ai cittadini che chiedono a gran voce, è vero, più democrazia, più partecipazione, ma chiedono anche governabilità, efficienza, lotta agli sprechi e risposte alle esigenze fondamentali, quali il lavoro. Noi abbiamo il dovere di fare quanto possibile per soddisfare queste aspettative. Sino ad oggi ritengo che non l'abbiamo fatto di sicuro compiutamente. Grazie.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Bonesu. Ne ha facoltà.

BONESU (P.S.d'Az.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, il dibattito credo che, tutto sommato, non abbia portato quei chiarimenti che erano necessari, anche perché la stragrande maggioranza degli oratori si è espressa contro il testo di legge esitato dalla Commissione. Quello che ha meravigliato in Commissione e continua a meravigliare in quest'aula è che si voglia ridurre il problema della legge elettorale a un problema di "ballottaggio", usiamo questo termine fra virgolette perché non è affatto un ballottaggio, a due o a tre. I problemi della legge elettorale nostra sono ben più profondi, in particolare, per esempio, l'esistenza del secondo turno. Qua se la volontà popolare è espressa nelle elezioni precedenti è stata la bocciatura del secondo turno, perché gran parte degli elettori non si sono recati a votare al secondo turno. Quindi, se c'è una norma che chiaramente non gode del consenso popolare è quella che prevede il secondo turno, eppure qua si fa un fuoco di sbarramento contro tutte le proposte che sono contenute in emendamenti presentati o che sono in corso di presentazione, relativi alla abolizione del secondo turno. Ora, io dico, se si vuole rispettare la volontà degli elettori, occorre rispettare quella volontà che emerge al primo turno quando vi è un'alta partecipazione, non quella volontà di una minoranza degli elettori che si manifesta nel secondo turno. Credo quindi che il discorso della legge elettorale non possa limitarsi al fatto di due o tre liste che concorrono alla distribuzione dei seggi al collegio regionale, perché il problema è sulla base di quali voti concorrono a questi seggi: su voti veri o su voti di una minoranza che, incurante del solleone, è molto disposta a impegnarsi in politica e ad andare a votare dopo quattordici giorni? Perché di minoranza si tratta, minoranza in tutte le votazioni di ballottaggio in tutto il mondo, ma particolarmente accentuata in Italia dove non c'è affatto la mentalità di andare al secondo turno, anche perché mentre in altri Paesi il secondo turno, come in Francia, significa un voto di schieramento, mentre il primo turno era stato un voto di partito, qua nella legge elettorale regionale si fa addirittura peggio che nella legge per i comuni e le province, perché per i comuni e le province è prevista la possibilità di confluenza di più liste al secondo turno, qua invece le liste che vengono proposte al secondo turno sono pari pari quelle di cui al primo turno. Effettivamente questa è una forma di aggregazione, pareva una forma soltanto delle rendite di posizione, chi entra nelle prime posizione è al primo turno. Perché con la legge come abbiamo basta che due liste ognuna prenda il 20, 22 per cento, poi si distribuiranno il cento per cento dei seggi del collegio regionale. Quindi diventa addirittura un elemento antiaggregazione, basta che si faccia un patto tra i due partiti più forti e il patto garantisce che nessuno andrà a cercare alleanze per creare una coalizione e si verificherà un grosso aumento di seggi, assolutamente sproporzionato ai due partiti più forti. Questo non contribuisce certamente al discorso della governabilità. Come dicevo l'altro giorno nei discorsi in deroga al criterio della stretta proporzionalità, hanno la validità se per consentire una governabilità, ma un sistema così fatto come il nostro, se vi è un accordo fra le due maggiori forze per non cercare alleanze, assicura queste forze un maggior numero di seggi, ma non assicura affatto la governabilità. E d'altra parte l'esperienza ha dimostrato che la governabilità non è certamente assicurata da questi marchingegni, perché al di là dei seggi che si guadagnano nel collegio regionale vi è una volontà del popolo espressa nei collegi provinciali che fa sì che nessuna coalizione, come è risultato la volta scorsa, in modo netto, ma credo che riducendo a tre o a due non cambia niente, perché sposterebbe soltanto due seggi, non si verificherà neppure nelle prossime anche se venisse approvata questa riforma sul cosiddetto ballottaggio a due. Altro elemento negativo di questo sistema è che fra le due liste che vanno al ballottaggio, salvo che vi sia una differenza di voti abissale, non si crea una grossa differenza di seggi. Qua occorre, se si va ad un sistema che introduca degli elementi per rafforzare una coalizione occorre che vi sia un'effettiva differenza di seggi. Io ho proposto di imitare, nei limiti in cui il nostro Statuto lo può consentire, il sistema delle regioni a statuto ordinario. Ho visto che sono in corso di presentazione emendamenti che invece lasciano il collegio regionale, ma cambiando i divisori e soprattutto richiedendo almeno un quorum di voti alla lista più votata o alle due liste più votate creano un'effettiva differenza di seggi tra le due liste più votate. Cioè chi vince, vince veramente e si assicura una riserva di seggi, non come l'attuale sistema che al limite le due liste possono finire anche pari come seggi e quindi non realizzare nessuna differenza di seggi ai fini della governabilità. Ma se poco si è parlato in quest'Aula, credo che molto si sia parlato, e a sproposito, nei corridoi perché per esempio si è fatto un clima terroristico per cui certi emendamenti sarebbero motivo di rinvio da parte del Governo. In particolare questa critica che nessuno ha osato esprimere in Aula è fondata sugli emendamenti che riguardano la possibilità di introdurre la doppia preferenza, perché si è detto che c'è un referendum e il Governo ce la rinvia. Ma, riconduciamo la questione preferenze a come è nata e a come si è sviluppata e come è oggi nel sistema elettorale italiano, vi fu un referendum sulle elezioni per la Camera dei deputati che sancì l'abolizione della preferenza plurima, a seguito di questo sono venute riforme elettorali. Risultato che per la Camera non si è abolita soltanto la plurima preferenza, si è abolita anche la preferenza. Oggi per la Camera si vota su lista bloccata e non per questo si può dire che il criterio della lista bloccata sia un criterio generale. Si è introdotta l'unica preferenza nei comuni, però, per esempio in altre leggi non si è toccata affatto. La legge sulle elezioni europee, per esempio, nei collegi, salvo quello sardo siciliano, che ha un numero di eleggendi inferiore, prevede la preferenza plurima, le altre regioni a statuto speciale hanno la preferenza plurima. Quindi non si può affermare che esista tra i principi dell'ordinamento il criterio dell'unica preferenza. Perché anzi oggi abbiamo o elezioni con nessuna preferenza, tipo Camera dei deputati, o elezioni con più preferenze, tipo elezioni europee o elezioni delle regioni a statuto speciale, abbiamo l'unica preferenza per i comuni e per le regioni a statuto ordinario. Caso strano non si vuol prendere il sistema delle regioni a statuto ordinario, ma ci si è innamorati della preferenza unica, preferenza unica che chiaramente favorisce chi ha un elettorale con forte vincolo clientelare o partitico rispetto a chi ha un elettorato con cui ha un rapporto più tenue, ma chiaramente più diffuso. Non ci si può poi criticare lo scadimento del Consiglio regionale, noi abbiamo visto che anche nell'unica elezione della Camera dei deputati, verificata con preferenza unica, si ebbe il crollo di preferenze di personaggi sicuramente molto più validi di quelli che furono eletti, cito in Sardegna il caso dell'onorevole Nino Carrus, che era sempre personaggio votatissimo, che con la preferenza unica crollò e non venne eletto. Perché l'onorevole Nino Carrus evidentemente non ha un rapporto forte con l'elettorato, come possono avere altri candidati che hanno maggiori legami ai partiti o clientelari, era una persona stimata e veniva votata in seconda preferenza da tante persone che davano magari la prima preferenza al candidato con cui avevano un rapporto più stretto. Eliminare la pluralità delle preferenze, anche nei limiti di due, che ci sembra eviti il pericolo delle famigerate cordate, vuol dire sicuramente penalizzare dei candidati validi a favore di candidati meno validi. D'altra parte crea il problema della contrapposizione, perché gli stessi colleghi di partito di lista sono visti come avversari e non come candidati con cui si può fare anche una parte di campagna elettorale in comune. Quindi la volta scorsa forse questo fenomeno è stato scarsamente apprezzato perché gran parte dei candidati erano nuovi a elezioni regionali, ma questa volta siccome hanno mangiato la foglia, chiaramente, diventa una campagna elettorale fratricida, con scontri appunto fra i candidati, ne abbiamo qualche avvisaglia a livello di Consiglio regionale, che i rapporti nei Gruppi molto spesso sono visti con preoccupazione e concorrenze elettorali. Con la seconda preferenza, chiaramente, queste cose verrebbero sicuramente molto attenuate e avremmo sicuramente un Consiglio regionale eletto con un voto degli elettori che premia anche i candidati con cui non hanno uno strettissimo rapporto e premia quei candidati che appunto godono di una stima generale. Si è detto da qualcuno sui giornali: faremo fuoco di sbarramento contro tutti gli emendamenti; io ne prendo atto, come si è rifiutato di discuterne in Commissione, si rifiuta di discutere in Aula, ci sono emendamenti che mi sembrano assolutamente pacifici come quello che il giorno delle elezioni regionali non si svolgano altre consultazioni elettorali. Se effettivamente si vuol fare fuoco di sbarramento, va bene, teniamoci pure quelle elezioni in cui vengono consegnate cinque schede agli elettori, accresciamo la confusione e in campagna elettorale, al momento di votare, finiremo di votare all'una del mattino come è avvenuto la volta scorsa, mi sembra che tutto questo non porti a far meditare l'elettore sull'importanza del voto che dà quando elegge l'Assemblea regionale sarda. Io credo, e invito tutti a ragionare, forse prendere qualche giorno di tempo può essere utile, ma siccome confido anche nell'intelligenza dei colleghi che leggano gli emendamenti, che li valutino in tutte le conseguenze e che non si vada a partito preso ad approvare una mini riforma elettorale che non serve assolutamente a niente se non ad aggravare l'attuale sistema. Il problema non è due o tre al ballottaggio, il problema è abolire il ballottaggio e creare le condizioni di governabilità. Per cui rivolgo a tutti i settori del Consiglio, le riforme non sono patrimonio di nessuna parte, un invito a meditare sugli emendamenti che vanno in questo senso e a votarli.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Balia. Ne ha facoltà.

BALIA (Progr. S.F.D.). Signor Presidente, colleghi, l'argomento che abbiamo all'ordine del giorno, è un argomento che ha coinvolto in maniera molto intensa tutti i settori del Consiglio regionale; li ha coinvolti oggi, ha forse concorso a creare un clima di eccessiva esasperazione, ha forse concorso per le modalità, per la forma, per la durezza delle posizioni con cui è stato portato all'interno dell'aula, concorso ad esasperare le tensioni. Siamo, dentro il Consiglio regionale, partiti da una consapevolezza, oggi ma anche ieri nei dibattiti e nelle discussioni dentro la maggioranza, ma negli incontri fuori dall'aula, dentro l'aula, nelle rispettive Commissioni, anche con la minoranza, consapevolezza dicevo che la legge elettorale andasse modificata, venisse meglio precisata e viaggiasse, credo che sia più o meno patrimonio comune all'intera aula, verso il bipolarismo. In maggioranza, signor Presidente, ogniqualvolta ci siamo ritrovati a discutere fra parti che rappresentavano partiti e idealità diverse, sugli accordi da raggiungere relativamente al programma, arrivavamo ad un punto, quello relativo alla riforma elettorale, laddove pur in presenza di forti convergenze, di forti idee convergenti, nascevano forti dibattiti. Ed allora, in tutte quelle occasioni, prima Giunta Palomba, seconda Giunta Palomba e così via di seguito, in tutte quelle occasioni rinviavamo questo argomento con un impegno, e l'impegno era che non intendevamo eludere affatto l'argomento, partendo dalla consapevolezza che la riforma elettorale si imponeva, e si imponeva modificando anche con i tempi, con i modi, con le forme necessarie quelle parti dello Statuto che oggi vincolavano e limitavano l'ipotesi di riforma. Ma dicevamo allora in maggioranza: "assumiamo l'impegno a ridiscuterle al nostro interno". Discussione interna che non doveva e non deve ovviamente escludere chi della maggioranza non fa parte, ma che prevedeva un primo approccio ed una prima ipotesi che servisse a scandagliare a grosse linee l'argomento e a tracciare un percorso. Percorso poi ed argomento che doveva trovare sfogo nelle opportune sedi, cioè nelle Commissioni competenti e dentro quest'aula consiliare. Tutto questo perché? I drammi, i mali, le tensioni, i ritardi, le incongruenze che dentro questa coalizione di maggioranza vi sono sappiamo che sono parzialmente anche determinate da una legge elettorale incongruente, da una legge elettorale incongruente che ha consentito, così per come recita, la formazione parziale di aggregazioni nella fase elettorale, ma ha rinviato il raggiungimento di un accordo politico ad una fase decisamente successiva. E ovviamente gli accordi politici successivi si caricano di ulteriori tensioni e di ulteriori motivi di scontro. Quindi avevamo ben presente questa esigenza, avevamo ben presente questa consapevolezza e tutti sapevamo di dover procedere verso una riforma seria; così come nei tempi, nei modi, nelle forme opportune, con le modifiche necessarie perché oggi in quella direzione non possiamo procedere, non è più consentito, non possiamo consentirlo noi, ma non ci verrà in ogni caso consentito neanche dall'esterno di questo Consiglio regionale, che non ci siano norme e metodiche ben precise per lo scioglimento del Consiglio regionale nell'ipotesi di difficoltà o di mancato funzionamento non facilmente recuperabile. Ecco perché, signor Presidente, noi insistevamo nel dibattito in aula nei giorni scorsi e fuori dall'aula perché un passaggio dentro la maggioranza sulla riforma elettorale fosse reso possibile, senza con questo voler escludere nessuna parte, riconoscendo con piena consapevolezza che questo argomento non era argomento di esclusiva competenza di una parte, ma che il tavolo delle regole deve coinvolgere tutti; ma il passaggio in maggioranza altro non faceva, altro compito non esaudiva se non quello di assolvere all'impegno che all'interno della maggioranza a suo tempo avevamo assunto, cioè quello dell'apertura di un dibattito chiarificatore sulle procedure elettorali e, ove poi la maggioranza potesse non raggiungere un pieno accordo, l'impegno a che questo fatto non fosse elemento devastante della maggioranza stessa. Ma, se ne discuteva democraticamente, ciascuno avanzava le proprie proposte, si cercava di renderle per quanto possibili compatibili, si riapriva il dibattito nelle altre sedi istituzionali, e pure in presenza di accordo si sarebbe in ogni caso andati avanti. Sono diverse le matrici culturali di riferimento, sono diverse le matrici politiche di riferimento, quindi il fiorire di un dibattito in questa direzione sarebbe stato assolutamente in armonia con gli accordi, ma anche in armonia con le procedure. Io credo che l'onorevole Massimo D'Alema, che pure ha segnato momenti di dissenso su alcune decisioni all'interno della Bicamerale, e lo ha fatto, e ne ha rappresentato anche il rammarico all'esterno, abbia però prima cercato di coagulare attorno ad un progetto e ad una ipotesi tutta la maggioranza, poi quando non vi si riesce se ne prende atto senza ipotesi di natura drammatica sotto il profilo politico. Questa accelerazione, ma soprattutto quella che ci è parsa una quasi totale indisponibilità, non solo ad un rinvio di un mese ma neanche ad un rinvio a dopo le consultazioni elettorali del 16 di novembre, ma quasi l'indisponibilità ad un rinvio per una prosecuzione del dibattito così come sta avvenendo ad oggi, ci costringevano, nostro malgrado, a una domanda, che ci pareva, io mi auguro ovviamente a torto, ma ci pareva, onorevole Palomba, che in qualche maniera si fosse scelta la metodica di un'accelerazione su questo argomento, quasi ad innescare una mina contro la Giunta regionale. Se mi consentite, a noi questo è parso; questa era una delle possibili chiavi di lettura, se ci consentite questo fatto ci ha preoccupato, perché della Giunta regionale Federazione Democratica e le altre forze politiche presenti in Consiglio che sostengono questa maggioranza, al riguardo qualcosa evidentemente avrebbero avuto da dire. Non è tanto il fatto in sé stesso, ma era questa durezza di contrapposizione, questo forte contrasto, questa quasi inutilità del dibattito tra parti laddove c'era solo una prova di muscoli e una parte che diceva no ad ogni ipotesi di rinvio, neanche di mezz'ora, non di giorni, neanche di mezz'ora, ma perché? Stavamo andando alle elezioni domani? Posto che ci ritrovassimo in un'ipotesi di scioglimento del Consiglio regionale non avevamo ancora modi, forme e tempi per ipotizzare, approntare, preparare e definire tutte quelle modifiche che avremmo ritenute necessarie? Ecco, è questa durezza di contrapposizione che ha fatto nascere nella nostra mente, certamente a torto, l'ipotesi che si volesse minare, attraverso questa accelerazione, la stabilità e la tenuta della Giunta Palomba. Onorevole Palomba, chi sta depotenziando la sua Giunta siede tra i banchi di questo Consiglio e, molto spesso, siede tra i banchi di maggioranza di questo Consiglio. Ma non in riferimento adesso al caso specifico, e alla legge elettorale, ma in riferimento a tutte le occasioni in cui, con una semplice richiesta di voto segreto, si è minata una filosofia, si è minato un percorso, si sono minate ipotesi di legge, si sono affossate decisioni. Oggi i lavoratori dell'EMSA ci chiederanno un incontro; in quest'Aula si è svolto un dibattito, le forze di maggioranza, in quell'occasione, hanno assunto un impegno, è bastata la richiesta di voto segreto perché convergenze di tipo diverso nascessero, non sappiamo come, non sappiamo perché, non sappiamo chi coinvolgano, ma in quell'occasione, alla maggioranza sono mancate, contando la maggioranza stretta e senza tener conto di quanti altri, dai settori della sinistra e del Gruppo misto hanno detto di aver votato a favore di quel provvedimento, in quell'occasione alla maggioranza sono mancati ben 11 voti. E quando si verificano a più riprese, in maniera ripetuta, quasi ritmica, fatti di questo tipo, ricordiamo il progetto di legge sulle comunità montane, ma tanti altri, quando si verificano in maniera ritmica e ripetuta vuol dire che c'è uno stato di malessere tanto forte che non risulta facilmente controllabile, per cui è legittimo pensare che ogni occasione di scontro forte, quale quello che c'è stato nei giorni scorsi sulla legge elettorale, avesse altre mire, altri obiettivi, diversi e differenti dalla semplice approvazione di quell'articolo 1 della legge elettorale. Per carità, io, lungi da me, ma non ci penserei davvero mai, Pier Sandro, all'ipotesi che il confronto, in questo caso, fra il PDS, Forza Italia e Alleanza Nazionale e il raggiungimento poi, a conclusione di questo confronto, fu di un accordo su un articolo specifico, possa questo fatto costituire, avere un valore di natura paradigmatica, cioè un tentativo di assumerlo a modello. Io cose del genere non le ho mai pensate, non le penso perché credo che il Partito Democratico della Sinistra, sotto questo profilo, sia aderente e lineare con quei percorsi e quei riferimenti a cui sempre ha fatto riferimento, così come devo convenire che l'articolo 1 che è approvato qui in Aula è passato all'esame della Commissione, voglio poi per altro ricordare che questi disegni di leggi in alcuni casi firmatario c'era anche l'onorevole Marteddu, e un altro firmatario era l'onorevole Dottori, e quindi vi era una condivisibilità di massima, ciò che mancava o ciò che è mancato dopo e altro, l'articolo 1, dicevo, è passato in Commissione e debbo ricordare che è passato col voto favorevole del rappresentante di Federazione democratica all'interno della Commissione. E senza eccessive ostilità ed esasperazioni per parte di altri. E allora l'articolo 1, tutto sommato, aveva anche fatto un percorso fortemente democratico, pure in assenza di quel dibattito all'interno della maggioranza. Era un percorso vero il bipolarismo, badate noi siamo, lo riaffermiamo a chiare lettere, assolutamente favorevoli verso l'ipotesi di bipolarismo, non intendiamo osteggiarla, anzi intendiamo agevolarla e creare tutte le condizioni perché si realizzi nel più breve tempo possibile, con la consapevolezza che quella è la metodica per garantire governabilità e stabilità.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE SELIS

(Segue BALIA). Però una domanda, scusate, me la pongo: l'articolo 1 decideva solo su un fatto, con poche righe, un'unica formulazione, cioè il passaggio nel caso del secondo turno, dalla presenza delle tre liste, così come recita l'attuale legislazione, alla presenza delle due liste al secondo turno; null'altro. E il percorso, abbiamo detto, è democratico. Però questa segnava un punto, segnava un passo, ma non era certamente esaustivo e in una prima fase io mi ponevo persino problemi di legittimità che poi altri mi hanno garantito non sussistere. Però una domanda, colleghi, compagni del PDS, una domanda io me la pongo: l'emendamento all'articolo 1 invece, dove è nato? L'articolo 1 è nato prima e ha trovato sostanza, conforto e accoglimento dentro la competente Commissione. Ma l'emendamento all'articolo 1 non è nato da un dibattito ampio di quella portata, l'emendamento all'articolo 1 è nato, invece, da una decisione assunta, fondamentalmente e prioritariamente dai rappresentanti di Gruppo del Partito democratico della sinistra, dai rappresentanti di Forza Italia e Alleanza Nazionale ai quali poi si è aggiunto, non lo dico ovviamente con offesa, ma credo che sia mancato, credo proprio che sia mancato il coinvolgimento iniziale, Rifondazione Comunista, ecco l'anomalia. Questa, cari colleghi, è l'anomalia. L'anomalia non è l'articolo 1, l'anomalia è l'emendamento all'articolo 1, che è nato con convergenze che ci lasciano quanto meno perplessi come maggioranza, scusateci se noi teniamo a sottolinearlo, lo facciamo con pacatezza, non intendiamo da questo fatto trarre conclusioni di chissà quale natura, però vogliamo in ogni caso segnalarlo perché è un elemento che deve restare lì, perché è un fatto che si è verificato.

Detto questo, oggi lo stadio nel quale ci ritroviamo, è vero che l'articolo 1 è nato seguendo tutti i percorsi, tutti gli itinerari assolutamente garantisti, tolto quel percorso di maggioranza sul quale, poi, sulla filosofia, sulla portata dell'articolo vi è però convergenza, e allora il vero problema non è questo, il vero problema è che l'articolo 1 non è neanche l'avvio di una riforma elettorale, perché più che riformare in maniera reale, introduce sistemi di riforma di natura virtuale. E sapete perché? Per un motivo solo: perché se mi è consentito io prima di cancellare il vecchio, prima di fare un segno negativo, prima di stracciarlo, voglio conoscere qual è il nuovo. Ecco perché oggi l'articolo 1, così da solo non va, perché l'articolo 1 avvia un processo, lo introduce, ma poi si blocca, non dice quale sarà il percorso successivo, e senza dire qual è il percorso successivo riforma elettorale di fatto non ce n'è. Di questo fatto tanto se ne sono accorti i colleghi del Partito Democratico della Sinistra, di Forza Italia e di Alleanza Nazionale che vi hanno rimediato con l' emendamento all'articolo 1, però quell'emendamento se ci consentite non ci piace. Mentre l'articolo 1 è condivisibile, quell'emendamento è tutt'altro che condivisibile. Però, votare l'articolo 1 senza sapere quali sono gli sviluppi futuri significa votare una riforma virtuale e non una riforma reale. Vogliamo conoscere il nuovo percorso, vogliamo sapere dove stiamo andando a parare al di là della eliminazione delle tre parti nel secondo turno della votazione.

E, allora, io credo che una proposta seria in questa sede possa essere fatta, visto che, di fatto, l'articolo 1 non modifica se non un elemento, visto che c'è tutto un percorso nuovo da inventare e da costruire, visto che tutte le forze che siedono in questo Consiglio regionale, quasi nella totalità, nella loro interezza o quasi, si dicono d'accordo per ridurre la partecipazione, in ipotesi di secondo turno, a due, eliminando invece la partecipazione a tre, perché, colleghi, non facciamo un attimo serio di riflessione, approviamo in questo Consiglio regionale un documento che forse rappresenta un momento storico, perché il tema elettorale potrebbe essere votato da tutte le parti che siedono dentro questo Consiglio, riaffermiamo il principio contenuto nell'articolo 1 e rinviamo il tutto alla competente Commissione, perché esaurisca non solo l'articolo 1 ma anche i passaggi e le ipotesi successive, e arriviamo in questa sede a dibattere sapendo che chiudiamo col vecchio, ma conoscendo qual è la strada che ci porta verso il nuovo, verso il futuro? Ecco, questa è la proposta che una parte del Consiglio regionale avanza. Evidentemente, se questa proposta non venisse accolta, noi presenteremo emendamenti che marcino, che escano dalle secche esclusive dell'articolo 1, non so con quale sorte all'interno del Consiglio regionale, ma io chiedo a tutte le parti che in maniera laica questi emendamenti vengano esaminati e che ci conducano verso i passaggi successivi, però, badate, e questo era uno dei motivi per cui venerdì scorso chiedevamo il prolungamento del dibattito nella seduta odierna, sono in ogni caso emendamenti frutto di accelerazioni. La prima ipotesi di rinvio in Commissione, invece, è l'ipotesi più seria, più credibile, più realistica, che ci consentirebbe tutti assieme di riflettere in maniera ponderata e di arrivare in maniera ponderata a conclusioni, perché l'opera di dover legiferare in una materia così delicata e così complessa non può essere esaurita in un dibattito così affrettato e accelerato. Richiede i tempi necessari, i rischi sono diversamente quelli di perseguire vie che ci portino a errori.

Signor Presidente, in buona sostanza, la legge elettorale, onorevole Palomba, è un problema, ma non è il problema. Il problema è per come le cose sono andate; il problema è altro, il problema è il rapporto politico. Le tensioni che sono nate non nascono dalla legge elettorale di per sé stessa, nascono dalle difficoltà all'interno del rapporto politico, da quella volontà di eccessiva accelerazione e di non concedere tregua a nessuna parte, quasi che il concedere tregua si potesse tradurre in una tragedia e non invece in una occasione di scambio di idee e di vedute.

Onorevole Palomba, io credo che in maniera seria stavolta lo facciamo qui, in modo aperto, leggibile, chiaro, evidente, palese per tutti. Questo lo possiamo fare davvero fuori dalle segrete stanze; io credo che in maniera seria sia necessaria una costruzione politica per questa fine di legislatura. E' un accordo, lo dico ancora da questa sede, questo per far capire dove ogni parte sta, è un accordo anche per il futuro.

Signor Presidente, tutte le parti, Partito Popolare Italiano, Partito Sardo d'Azione, Federazione democratica, Rinnovamento italiano, gli amici consiglieri, alcuni dei quali oggi siedono nei banchi del Gruppo Misto, hanno fatto una grande apertura rispetto a vincoli che prima esistevano, anche per la costruzione di questa fine legislatura, a condizione che gli accordi politici, gli accordi di natura programmatica trovino uno spazio che vada al di là di questa legislatura, e trovino sfogo anche nell'altra, cioè a condizione che si parli di oggi e che si parli di domani. E' l'apertura, onorevole Palomba, che si sta facendo in questa direzione per parte di tutti e non per una parte, ma con questi vincoli e con questi condizionamenti nei confronti di Rifondazione Comunista, nei confronti della quale per quanto ci riguarda la disponibilità senza condizionamenti, assieme al Partito Democratico della Sinistra, era forte e chiara da prima, ma gli altri partners hanno dovuto seguire questi passaggi, questi percorsi a conclusione dei quali però è maturata una decisione in quella direzione che è importante, purché non si parli solo del contingente ma si apra uno spiraglio e un dibattito programmatico e politico anche per dopo. Concludendo e tornando all'argomento principale, la proposta, onorevoli Presidenti, cari colleghi, è quella che si voti oggi un documento che riassuma la volontà politica di marciare per l'approvazione dell'articolo 1, che si torni nelle competenti Commissioni per scoprire quali saranno gli orizzonti comuni che si formeranno in tema elettorale sulla base delle comuni discussioni e comuni volontà.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Masala. Ne ha facoltà.

MASALA (A.N.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Giunta, colleghi, io debbo dire di essere rimasto un po' perplesso nella settimana scorsa nell'assistere indirettamente a questo dibattito e devo dire che le mie perplessità derivano dal fatto che questa proposta di legge è stata caricata di significati che in fondo non aveva. In realtà se noi andiamo a riflettere con attenzione, stiamo discutendo di una legge che decide le modalità di attribuzione di sedici degli 80 consiglieri regionali e quindi difficilmente dall'attribuzione di questi 16 consiglieri regionali discende o discenderà o potrà discendere la stabilità dei governi futuri. Se da questo passaggio non viene estrapolato quello che invece è il vero tema decidendum evidentemente si fa un lavoro inutile. L'argomento in discussione non è tanto il ballottaggio o il trilottaggio, l'argomento in discussione è se la Sardegna, con la sua legge elettorale per l'elezione del Consiglio regionale, intende agganciarsi agli indirizzi che nel resto d'Italia si sono affermati, nel senso della democrazia dell'alternanza, cioè si tratta di stabilire se questo Consiglio deve essere gestito in modo bipolare oppure no, il problema è tutto qui. E' chiaro che esistono dei condizionamenti allo stato che derivano dai vincoli statutari e quindi una autentica riforma elettorale che consenta l'attuazione del bipolarismo e quindi della democrazia dell'alternanza, è piuttosto difficile, ma noi sappiamo che a costituzione nuova sarà possibile anche a questo Consiglio operare scelte diverse in relazione alle modalità elettorali maggioritario o proporzionale. Quindi sarà in altre parole possibile che questo Consiglio si doti di una legge elettorale che preveda per esempio l'elezione diretta del Presidente della Giunta, un sistema elettorale maggioritario capace di realizzare autenticamente una democrazia dell'alternanza. Ma questa è una cosa che ancora deve avvenire e quindi in questa sede è assolutamente indispensabile conoscere se i Gruppi consiliari, al di là delle affermazioni di principio, sono veramente pronti per adottare un sistema bipolare. E allora, diciamo che io sento con piacere quando ieri sera l'onorevole Marini, leader dei popolari, si dichiara espressamente come sostenitore del bipolarismo, e quindi le notizie indirette che io ho avuto nel corso della settimana passata circa una posizione invece non perfettamente coerente da parte dei Popolari della Sardegna a questo disegno e a questo proposito e a questa decisione bipolare, be' mi lasciava un po' perplesso come pure mi lasciano perplesso le rivendicazioni da parte di qualche Gruppo, anche questa mattina ribadite, secondo i quali il problema della legge elettorale come di ogni altra regola deve necessariamente avere un passaggio in maggioranza. Ora quando si parla di riforme, è stato detto più volte, è assolutamente necessario che si partecipi alle riunioni, ai consessi nei quali si parla di riforme senza avere maggioranze precostituite, quindi non esiste né può esistere una maggioranza trasversale derivata da accordi sottobanco, non è certo nelle abitudini di Alleanza Nazionale fare accordi sottobanco poniamo con Rifondazione Comunista o con i Progressisti, non è questo il problema, il problema è che noi abbiamo sempre partecipato al tavolo delle regole in quanto c'è stato sempre garantito che avremo affrontato i temi in discussione senza farci trovare di fronte a maggioranze precostituite. Non basta dirlo, bisogna anche farlo, ed essere coerenti con quanto viene detto, e non è vero che se si è d'accordo con questo principio sia assolutamente indispensabile garantire questi passaggi all'interno della maggioranza per verificare il massimo delle convergenze possibili all'interno della stessa. No, questo è indispensabile, forse è necessario, forse è anche indispensabile quando le riforme siano funzionali a questo governo, non ad eventuali governi futuri. E allora io non sono d'accordo neppure sulla chiave di lettura che è stata data e sulla connessione stretta che è stata data, non starebbe a me dirlo, ma comunque siccome io mi sforzo di essere logico nel mio ragionamento lo dico ugualmente. Cioè non capisco la connessione che è stata stabilita tra la legge elettorale, tra l'argomentare, il discutere su una questione della quale a ogni crisi di governo regionale si è detto da tutte le parti che una delle concause della situazione di ingovernabilità è derivante dalla legge elettorale che è stata adottata nel 1994 e da parte di tutti ci si richiama all'esigenza di affermare regole nella direzione del bipolarismo, tuttavia ciò nonostante io non riesco a capire per quale ragione sia stata stabilita questa stretta connessione tra questo problema, che è un problema generale che riguarda tutto il Consiglio e le sorti del Governo regionale. Il Governo regionale, questo Governo regionale deve trovare le ragioni della sua coesione e la maggioranza che lo sostiene lo deve sostenere in ragione dei programmi politici che questo Governo ha progettato di realizzare in questa legislatura. Non deve essere condizionato da quello che accadrà in relazione ai futuri governi, noi non stiamo discutendo una legge elettorale per annullare i risultati delle elezioni precedenti e quindi determinare coalizioni o maggioranze diverse in questa sede per determinare governi diversi da quello che c'è. Noi caso mai stiamo affrontando una legge elettorale, stiamo iniziando ad affrontare una riforma della legge elettorale che garantisca le condizioni per creare un governo futuro, cioè quello che deriverà dalle prossime elezion, non questo. Questo deve continuare ad andare avanti con le regole che si è trovato nel 1994, con i risultati che sono derivati dalle elezioni del 1994 e quindi non può assolutamente essere una conseguenza, non può essere messo in connessione con le vicende della legge elettorale. A meno che qui si tratterebbe di rovesciare un pochino il problema, le argomentazioni che vengono addotte per sostenere che alcuni Gruppi di maggioranza in realtà vorrebbero insistere su questa legge elettorale per mettere in crisi la Giunta Palomba, vale quanto l'altra argomentazione che i Gruppi che resistono così decisamente a questo inizio di riforma, vogliono invece fare la stessa cosa. Evidentemente vogliono condizionare la Giunta regionale in modo da indurre quel Gruppo che invece sostiene questa legge a fare marcia indietro, a scendere a patti, a rivedere, a non fare niente. Non è che questa legge soddisfi il disegno bipolare, perché di per sé non è assolutamente idonea per realizzare un autentico sistema di democrazia dell'alternanza. Ed è vero quanto ha detto stamattina l'onorevole Bonesu che in effetti il ballottaggio, cioè una elezione che si svolge quindici giorni dopo la precedente, in realtà risulta falsare di fatto falsa il risultato di quindici giorni precedenti, perché non c'è la certezza matematica, anzi c'è la certezza matematica del contrario, non c'è la coincidenza del corpo elettorale tra le due date. Chi vota la prima volta può non votare la seconda, chi non ha votato al primo turno può votare al secondo turno e quindi il risultato può senz'altro essere non perfettamente rispondente alla reale volontà del corpo elettorale. Per evitare questo bisognerebbe andare al turno unico, cioè sarebbe necessario che la distribuzione dei seggi della lista elettorale venga distribuita sulla base dei risultati conseguiti al turno unico. Questo è un obiettivo che io personalmente intendo indicare nella riforma elettorale che verrà ovviamente presa in esame successivamente, ma intanto in questa sede era assolutamente necessario indicare, dare il messaggio politico. Il quale, messaggio politico, si traduce, come detto poc'anzi, nella scelta che deve essere assolutamente fatta da questo Consiglio sul sistema che noi vogliamo adottare per il futuro. E cioè se questa Regione debba ancora vedere delle coalizioni vincenti che poi per poter fare un governo sono costrette a spaccare le coalizioni vincenti perché debbono essere sostituite porzioni di queste coalizioni con altri gruppi che sono invece risultati perdenti, questo certamente non è nella direzione della democrazia dell'alternanza. Questo è un sistema che è vecchio, è un sistema che diciamo così fa parte integrante, è il DNA del sistema proporzionale, è la caratteristica della vecchia repubblica, è la caratteristica cioè di un sistema in cui i partiti si presentano al corpo elettorale e dicono "datemi i voti, poi vedrò con chi eventualmente fare o non fare i governi". Noi invece vogliamo un sistema che costringa, dico questo costringa tra virgolette, che costringa i partiti, i gruppi e i movimenti a scegliere prima delle elezioni, a presentarsi cioè davanti al corpo elettorale e dire "io se vincerò le elezioni, farò il governo con Tizio, Caio e Sempronio, punto, e non lo farò assolutamente con gli altri, perché gli altri se io vincerò avranno perso e quindi io non farò mai un governo con chi ha perso né in tutto né in parte". Perché diversamente noi ci troviamo e ci troveremo sempre di fronte ai problemi di instabilità di governo e questo lo dico dal punto di vista della opposizione, perché io preferisco essere alla opposizione in quanto ho perso le elezioni, piuttosto che alla opposizione perché una parte che in ipotesi avesse vinto le elezioni insieme a me passa dalla parte che le ha perse e diventa automaticamente maggioranza. Questo è molto comodo. Non è assolutamente possibile che si possano consentire e legalizzare queste forme di bipolarismo che diversamente non è più rispondente alla volontà popolare. Occorre cioè che il famoso articolo della Costituzione che prevede che l'eletto non abbia vincolo di mandato nei confronti dell'elettore venga letto nel suo intimo significato. Perché non vuol dire "senza vincolo di mandato" che debba tradire il suo elettorato. Chi ha ricevuto i voti da una determinata fascia elettorale deve rappresentare e portare avanti quel gruppo elettorale. Non è possibile che uno, dopo aver ricevuto i voti da una certa area elettorale, possa utilizzare questi voti contro quell'area elettorale passando dall'altra parte. Questo è sistema vecchio che deve essere corretto; quindi il sistema bipolare non è solo una conseguenza di una legge elettorale, è anche un fatto di mentalità. E io qui mi richiamo a quanto più volte ha detto il Presidente Palomba, su questo almeno siamo d'accordo, almeno su quello che è stato da lui dichiarato in quest'aula, su tantissime altre cose no; e cioè che il bipolarismo va costruito anche con le leggi elettorali perché aiuta ad andare in quella direzione, ma è un problema che non si esaurisce nella legge elettorale, ma è soprattutto un problema di mentalità, è quella capacità che l'eletto deve trovare dentro se stesso di sapersi sedere ai banchi dell'opposizione se ha perso. Questo è il vero problema, la vera difficoltà, ciò che ciascuno di noi dovrebbe ben imparare. Quando uno ha perso le elezioni deve avere la capacità, la pazienza di sedersi nei banchi della opposizione, della minoranza e aspettare eventualmente la possibilità di poter, alle prossime elezioni, sedere nei banchi della maggioranza. Questo è il vero problema. Non bisogna fare le scorciatoie. Se noi non acquisiamo questa mentalità non sarà certamente questa legge elettorale che trasformerà questo Consiglio in una assemblea nella quale regni la democrazia della alternanza. Questi sono concetti seri, non le affermazioni con richiami a fantasmi più o meno recenti, o ad accordi anomali che ci sarebbero stati per un emendamento tra i Gruppi del Polo, quello dei progressisti federativi e quello di Rifondazione comunista. Che discorsi sono! Quando Rifondazione comunista è stato buttato dalla finestra nessuno si è scandalizzato, pur avendo vinto insieme ai progressisti il turno di ballottaggio. Chi oggi si scandalizza della sottoscrizione di un emendamento da parte di un esponente di Alleanza nazionale, perché presumo che l'anomalia debba essere questa, non credo che un partito che invoca continuamente, come quello dei progressisti, di aggregare all'azione di governo anche il Gruppo di Rifondazione Comunista, non credo che sia considerato fatto anomalo la firma congiunta di questi due gruppi. Evidentemente l'anomalia sarebbe nel fatto che un esponente di Rifondazione Comunista ha sottoscritto un emendamento già sottoscritto da un esponente di Alleanza Nazionale. Su una legge elettorale, cioè sulle regole, sulle questioni delle riforme, ma non avevamo forse detto che a queste questioni avremmo provveduto indipendentemente dalle logiche di maggioranza e di opposizione, di chi sta a destra o a sinistra, di chi sta all'opposizione di destra, di chi sta all'opposizione di sinistra, di chi sta all'opposizione di centro. Perché non può esserci anche un'opposizione di centro? Io non l'ho visto da nessuna parte scritto che il centro debba essere per forza schierato al governo o con gli uni o con gli altri. Se uno non si trova, cioè se non riesce a trovare gli accordi, le intese sui programmi, sta tranquillamente all'opposizione. Non lo capisco, mica, gliel'ha ordinato il medico, a quello che si colloca per grazia divina al centro, che debba essere per forza al governo della Regione o dei comuni eccetera; può stare tranquillamente all'opposizione, se non è d'accordo. Io non ho capito per quale motivo si debba essere per forza in maggioranza, in maggioranza li manda gli elettori; gli elettori devono mandare gli eletti in maggioranza, non le segreterie politiche, gli accordi eccetera. Noi paghiamo ancora un prezzo ancora troppo pesante in conseguenza di questa mentalità che non riusciamo a togliere dal nostro comportamento, civile e politico. Questo è il senso di tutta la questione. E credo di aver detto, con confusione forse, ma con chiarezza, quello che è il pensiero del Gruppo di Alleanza Nazionale su questo tema.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Marteddu. Ne ha facoltà.

MARTEDDU (Popolari). Signor Presidente, sento da più parti, in questi giorni, che il discorso delle regole non riguarda la maggioranza, l'ha ripetuto adesso, con grande enfasi, l'onorevole Masala, che tra l'altro ringrazio per il suo intervento perché è la prima voce che sentiamo di sostegno alla proposta di legge unificata che abbiamo in discussione; lo ringrazio perché finalmente iniziamo a capire quali sono le motivazioni politiche di questa grande alleanza che si è determinata sulla riformetta della legge elettorale. Ma è vero che sulle regole non c'è una maggioranza, o meglio che non riguardano solo la maggioranza di governo, che c'è una distinzione fra la maggioranza di governo che regge la Giunta e il consenso che viene ricercato per la riforma delle regole che riguardano tutti, che riguarda l'istituzione in quanto tale, che riguardano la Sardegna. Ma quello che mi ha sorpreso in queste ore, in queste giornate, è che su questa proposta di riforma, raschia raschia, si è formata un'altra maggioranza, che sono i Cobac, il PDS, Alleanza Nazionale e Forza Italia. È un'altra maggioranza che si è guardata bene dal ricercare il consenso del Consiglio regionale, di altre parti rappresentative, diffusamente rappresentative in Sardegna, di consenso. Una maggioranza che si è formata in questi giorni, su questa proposta, una maggioranza silenziosa, fortemente imbarazzata, attonita, che non ha ricercato il consenso, che non ha voluto spiegare inizialmente al Consiglio e alla Sardegna le motivazioni di un rifiuto dell'approfondimento di questa tema, di un rifiuto totale verso una riforma elettorale compiuta, seria, che potesse raccogliere il consenso di tutto il Consiglio regionale e di tutta la Sardegna. Io ho sollecitato, nei giorni scorsi, un intervento del Presidente della Regione, in quanto capo della maggioranza di governo, perché raccogliesse... onorevole Cucca, ha qualche cosa da dire? Volevo dire se l'amico Mariano Cucca mi consente, che intendevo dire al Presidente della Regione che dovesse recuperare, nella funzione di un allargamento del consenso su una riforma della legge elettorale, per quello che a lui compete, il consenso della maggioranza che sostiene la Giunta. Erano solo questi i termini della mia proposta, che non sarebbe stato un elemento sicuramente di disturbo verso la definizione di una legge elettorale seria. Il testo unificato che abbiamo di fronte (d.l. 291 e 337) non sono la legge elettorale. Mi pare che l'onorevole Masala l'abbia detto con la consueta chiarezza anche linguistica, che lo contraddistingue, ha detto poc'anzi che stiamo andando a votare un messaggio. Io non sono un esperto in diritto, ma leggi che lanciano messaggi, fino a questo momento, francamente, fino a questa mattina, non ne avevo ancora visto. Le leggi prescrivono dei diritti e dei doveri ma non lanciano messaggi. Io non ho mai creduto che una legge potesse essere un messaggio, un simbolo, una sorta di autocivetta in attesa di grandi riforme. Debbo dire che questo messaggio svolge una funzione, in questi giorni; ha la funzione di spaccare il Consiglio regionale, di spaccare le forze politiche e di spaccare la Sardegna. Ma questo concetto, io lo avevo capito bene dalla relazione di maggioranza, lo ho ascoltato bene, il collega Fantola. Il collega Fantola ha svolto la sua relazione di maggioranza non sul disegno di legge 291 e 337, ha svolto la sua relazione di maggioranza su una legge virtuale, su una legge che non c'è, su una legge che, se su questo punto poi i nostri regolamenti parlamentari fossero puntuali, i relatori o il relatore di maggioranza verrebbe richiamato a stare in tema, come si dice nelle aule scolastiche, nel senso che l'onorevole Fantola ha svolto la sua relazione di maggioranza su una legge virtuale, che non c'è in discussione in quest'Aula, o meglio ha fatto la relazione sulla summa teologica dei suoi convincimenti riformistici, che possiamo anche condividere in linea generale, ma non ha fatto la relazione sul testo che abbiamo di fronte, perché non ne aveva gli elementi per fare una relazione di maggioranza sul testo che abbiamo di fronte, perché il testo che abbiamo di fronte va in direzione diametralmente opposta ai suoi convincimenti anche in tema di legge elettorale. E va in direzione diametralmente opposta anche alla proposta 291 che io ho firmato con lui e che presupponeva ben altri obiettivi e ben altri convincimenti. Ma mi consenta, onorevole Fantola, lo dico perché ritengo di aver avuto con lui e di avere anche diffusa comunanza di sensibilità politiche e culturali, con lui ho condiviso spesso già dal Gruppo della Democrazia Cristiana, quando eravamo in 32, quando era difficile anche portare avanti alcune battaglie, ho condiviso diverse cose, ma mi ha sempre distinto, e gliel'ho sempre detto, una oggettiva differenziazione, forte differenziazione, sul concetto stesso della politica. Sul metodo, lo voglio ricordare, l'onorevole Fantola mi è parso anche in questa vicenda una sorta di principe tardo rinascimentale, agli albori delle grandi rivoluzioni, quando si pensava che sarebbe stato sufficiente far calare dall'alto un'idea, senza comprendere i sommovimenti che c'erano dal basso. Vanno bene le suggestioni da nobiltà riformista, o meglio, lo vedo combattuto, in questo momento, fra le suggestioni da nobiltà riformista e i sussulti giacobini, ma quello che manca e quello che a lui è mancato come relatore di maggioranza è la fatica di ricercare il consenso dell'Aula, la fatica di ricercare il consenso delle forze politiche, in definitiva la fatica della democrazia, e cioè la tessitura di quei rapporti politici, culturali, per condividere una impostazione generale del problema, non per imporre un punto di vista parziale. Ma se manca questo, se manca la condivisione generale, se manca la ricerca faticosa dei punti di convergenza, se non c'è la cultura della fatica della democrazia non si fanno le riforme. Io credo che alla fine vincono le culture e i codici del Gattopardo, che sembra che stiamo facendo grandi riforme, e poi, di fatto, le cose rimangono come prima.

Mi si dice ancora, e ci dicono ancora: "prima alle urne, prima al voto", stamattina, ce l'hanno detto anche la settimana scorsa, "e poi se ne discute". Io credo che non sia un modo di procedere, lo diceva il collega Balia molto bene poc'anzi. Il rifiuto della discussione, il rifiuto del dibattito, ha una sola spiegazione, a mio parere: il Polo anzitutto. E' chiaro ed evidente che chi per tutta la legislatura è stato all'opposizione, e non a causa della legge elettorale, che aveva intenzione anche quella di essere bipolare, ma per scelta delle forze politiche e dei Gruppi consiliari. Il Polo che sta all'opposizione non può non avere un suo obiettivo politico in questa fase della legislatura, che è quello di lacerare la maggioranza, di distruggerla, di dimostrare l'incapacità del centrosinistra a governare, ma addirittura a mettersi d'accordo sulle basi minime per riformare le istituzioni. Io credo che questo sia un concetto così evidente e così legittimo nella battaglia politica che metterlo, paludarlo, nasconderlo o mascherarlo sotto le buone intenzioni delle grandi riforme mi pare che sia una procedura che non possiamo condividere neanche su un piano strettamente concettuale. Io sono convinto che il Polo insegue e persegue la lacerazione della maggioranza di centrosinistra, e sono anche convinto che insegue le elezioni anticipate, per porre il centrosinistra di fronte alle proprie difficoltà politiche e di governo, anzitutto, per rimarcarne le strategie mancate, e per rimarcare alla fine una mancanza di strategia comune al centrosinistra anche sulle basi minime delle riforme. Il Polo non può non perseguire questa strategia politica. Quello che mi sorprende e il problema al quale non riesco a dare risposta sono le strade imperscrutabili, gli sbocchi ignoti che animano o che indirizzano la strategia politica del centrosinistra, in particolare del Partito Democratico della Sinistra in questa fase. Il PDS detiene il golden share della maggioranza di centrosinistra e io credo che sulla regola fondamentale delle nostre istituzioni, cioè sulla regola fondamentale la legge elettorale che disciplina le modalità attraverso le quali il popolo sardo si organizza la sua assemblea parlamentare, e quindi sulla madre di tutte le riforme, ma è possibile che il partito che detiene le azioni d'oro, che detiene la maggioranza, che guida, che indirizza la politica del centrosinistra e che aspira ad avere la leadership politica del progetto di centrosinistra in Sardegna, ma è possibile che sulla regola fondamentale rifiuti, per una sorta di chiusura intellettuale, un dibattito interno al centrosinistra, una pausa di riflessione interna al centrosinistra? Sono le strade imperscrutabili nelle quali, francamente, non riesco a ritrovarmi. Ma cosa rimarrà del tavolo delle regole? Noi sappiamo che il Partito Democratico della Sinistra, che l'onorevole Scano è stato animatore, artefice, paziente tessitore, determinato portatore di una linea di grande riforma per la Regione, ma cosa può rimanere del tavolo delle regole quando il centrosinistra si frantuma sulla regola fondamentale? Quando qui, stamattina o questo pomeriggio, andremo a votare su 60-70 emendamenti, molti dei quali gli uni in contraddizione con gli altri, oppure quando sulla regola fondamentale ci troviamo su sponde diametralmente opposte, per una sorta di incomunicabilità culturale e intellettuale, prima che politica?

Io ricordo che l'onorevole Scano pur di portare il Consiglio regionale nella sua interezza, o quasi nella sua interezza, a una proposta unitaria sulla riforma della Costituzione, sulla ipotesi di riforma dello Statuto, ha intessuto una trama intelligente, paziente, con l'opposizione. Quanto abbiamo dovuto limare con l'onorevole Masala perché quella proposta fosse condivisa da tutti dentro il tavolo delle regole. Io non credo che questo sia stato fatto solo perché l'onorevole Masala è un gentiluomo, come è; credo che ci siano state delle motivazioni profondamente politiche alla base di quella ricerca. Ma oggi mi chiedo come possiamo rimettere su quel tavolo per le grandi riforme, lo diceva l'onorevole Serrenti nel suo intervento la settimana scorsa, come potremo parlare insieme, io questo non lo so, oggi mi sfugge, di nuova Costituente, di nuovo Statuto, di federalismo, quando non troviamo le basi comuni per discutere della regola fondamentale? Ma io ritengo, e lo dico con molta serenità, ma anche con molta determinazione, che il Partito Democratico della Sinistra, a mio parere, sta iniziando ad essere afflitto, in Sardegna, da una sorta di sindrome giolittiana, cioè ipotizzare maggioranze variabili, cioè l'esercizio, diciamo, della conduzione della leadership politica sul terreno del trasformismo, che pure era una cultura, non lo dico in termini sprezzanti, quando rifiuta di ricercare il consenso di tutte le forze politiche, a iniziare da quelle che sono a lui più vicine e che con lui condividono grandi esperienze di governo e grandi esperienze politiche in Sardegna. Noi abbiamo solo chiesto la ricerca di imboccare la strada per la ricerca di un accordo senza egemonie e senza esclusioni. Badate, cari colleghi, che nella storia politica postfeudale, sono state le leggi elettorali che hanno ritmato i sistemi politici in Europa, che hanno segnato i veri cambiamenti, le esperienze dell'uninominale in Italia dopo lo Stato unitario condivisa tra l'altro da destra e da sinistra, dalla destra storica e dalla sinistra, avevano portato a una sorta di democrazia censuaria, votava solo il 2 per cento, votava la parte nobiliare del paese compresa anche la Sardegna. C'era una finta democrazia carattere della non partecipazione, ci sono volute tutte le grandi battaglie soprattutto, consentitemi, del popolarismo sturziano per andare al proporzionale per estendere il voto a tutti e per estendere soprattutto il voto alle donne. Poi si è tornati al maggioritario, in un'altra epoca, attraverso - non me ne voglia l'onorevole Masala - attraverso la legge Acerbo del 1925 quando con il premio di maggioranza il neonato movimento fascista, il nascente diciamo movimento fascista, riteneva di garantire la governabilità attraverso la legge maggioritaria, così come la Repubblica subito dopo la guerra, ha ritenuto di dover ripristinare le condizioni di democrazia attraverso il proporzionale, così come il vincolo statutario che noi abbiamo del proporzionale è una esigenza che è nata allora per garantire le condizioni più pluraliste della democrazia, inserita - debbo dire - all'ultimo momento questa prescrizione perché nei primi testi dello Statuto, nei primi testi del 1946, io sono andato a documentarmi ma l'unica garanzia che era stata stabilita nello Statuto era il suffragio universale, uguale diretto e segreto, non c'era il vincolo proporzionale. Evidentemente è stato aggiunto sulla scia della cultura allora politica per garantire la più larga partecipazione delle forze politiche alla gestione del potere. Dico questo per dire che i ritmi della democrazia sono scanditi dalla leggi elettorali, non sono una variabile indipendente al sistema dei rapporti politici e di governo. Dico ancora che in questo dibattito che c'è nel centro sinistra, io personalmente una riflessione me la sono fatta, e credo anche altri amici, che sostanzialmente oggi dal Partito Democratico della Sinistra non ci divide l'insediamento sociale. Non so se noi siamo più votati di loro dalla Confindustria, ma non ci divide molto devo dire l'insediamento sociale e popolare, non ci divide la tensione autonomistica, non ci dividono gli obiettivi di modernizzare la Sardegna, non ci divide la cultura e la sensibilità per le aree più marginali, più deboli della società sarda, non ci divide la cultura delle autonomie locali e delle comunità locali, ma se non c'è lo sforzo per ricercare un'intesa profonda nei paradigmi della democrazia, della rappresentanza ma su che cosa pensiamo di costruire le future alleanze, se prevale il settarismo l'involuzione pericolosa, io credo che entrano in profonda crisi le fondamenta stesse di un possibile futuro accordo perché non porsi l'interrogativo come mai il Partito Popolare, Federazione Democratica, i Sardisti, Rinnovamento Italiano, Patto dei Democratici e tutto ciò che essi rappresentano in Sardegna, chiedono in queste giornate, in queste settimane, stanno chiedendo un approfondimento di questi temi, perché non porsi questa domanda, e questo interrogativo? E perché non tentare di dare una risposta? Io ritengo e avverto che rispetto al dibattito e alle discussioni c'è crescente la dimensione del fastidio, quasi la dimensione del non disturbare l'autista, il manovratore, svilendo il senso dell'alleanza, ma quando si svilisce il senso dell'alleanza e quando si assume la dimensione del fastidio verso il confronto serrato, anche su chi la pensa diversamente, il dibattito è in un Partito che ha i titoli politici ed elettorali per essere di indirizzo e di guida di una coalizione, quel partito perde rapidamente e progressivamente il titolo ad essere di guida di una maggioranza anche nel campo delle riforme. Poi si ingrossa e si va ingrossando, anche questo va detto, in questo dibattito, l'esercito dei becchini della legislatura, si odono campane a morto, Grauso è il caposquadra di questa squadra, di questa squadriglia, ma mi preoccupano soprattutto i suoi affiliati, mi preoccupa chi ritiene che, interrompendo rapidamente la legislatura, si risolvano i problemi politici della Sardegna. Io richiamo ad una grande riflessione su queste cose, perché nel merito della proposta molto è stato detto, ma forse si è dimenticato, ci siamo dimenticati di dire che, sull'obiettivo centrale della riforma elettorale, cioè quello di dare la possibilità all'elettore di votare oltre il proprio partito nel quale si riconosce, quindi nel proprio particolare nel quale si riconosce, dobbiamo mettere in campo una proposta che dia all'elettore la possibilità di votare una maggioranza che governi; questo è il punto centrale, i meccanismi tecnici poi sono tutti discutibili, ma il punto centrale è questo, quindi la governabilità così come si muove tutta la legislazione nazionale per il Parlamento, per le Regioni, per i Comuni, da questo punto centrale nessuno di noi torna indietro. Non vogliamo tornare indietro, non possiamo tornare indietro, onorevole Masala, da questo obiettivo centrale, e da questo obiettivo poi scaturiranno dalle elezioni le maggioranze e le opposizioni, ma questa che siamo chiamati a votare oggi vi sembra una proposta che vada in questa direzione? Io potrei spiegarvi per un'altra ora che va esattamente nella direzione opposta, e lo sa bene l'onorevole Masala, come lo sa bene l'onorevole Scano e l'onorevole Pittalis, che questa proposta rispetto a questo obiettivo è un legge truffa, perché va nella direzione diametralmente opposta perché il ballottaggio con il sistema proporzionale puro così come è adesso è una truffa per gli elettori che sono chiamati ad un secondo turno, perché non scelgono tra una maggioranza che può governare e un'altra squadra, un'altra coalizione che va all'opposizione. Qualunque sia il distacco nelle condizioni politiche date tra le due coalizioni la differenza fra le due coalizioni finali sulle liste regionali non può che essere di uno, due forse tre consiglieri, ma di due consiglieri regionali che, sommati alla dispersione proporzionale dei collegi provinciali, non garantiscono a nessuno la maggioranza, ma non garantiscono a nessun Presidente che si presenta di essere poi votato dal Consiglio regionale. Perché non le diciamo queste cose, che è molto più semplice dirle, che è molto più semplice spiegarle. Lasciamo stare poi la spiegazione che dà ai sardi "L'Unione Sarda" oggi sul sistema elettorale in vigore che è totalmente travisato, totalmente falso, totalmente... io chiamerei anche gli amici, i giornalisti a leggersi bene le leggi elettorali che sono materia difficile, devo dire insomma, ma uno si fa anche consigliare e si informa bene. Se venisse approvata così com'è questo articolo e se andassimo così alle elezioni anticipate o no, noi ci troveremo il prossimo Consiglio regionale ulteriormente frazionato, ulteriormente diviso, per non dire poi del gioco delle preferenze sui listoni regionali così presentati che non garantiscono le forze politiche naturalmente che concorrono alla coalizione, ma è una sorta di corrida, di gioco al massacro dei singoli candidati che percorrono il territorio della Sardegna inseguendo ogni singolo particolarismo, quindi la lista regionale perde, come ha perso di fatto in questa dimensione, qualsiasi titolarità ad essere la lista che rappresenta gli interessi generali della Regione. E allora quale governabilità, quale bipolarismo, onorevole Masala, quali liste contrapposte, quale sistema maggioritario, esattamente siamo nella dimensione diametralmente opposta. Noi facciamo delle proposte, io condivido integralmente le proposte finali dell'onorevole Balia di una pausa di riflessione; e in ogni caso abbiamo presentato degli emendamenti che vanno invece nella direzione che diceva l'onorevole Masala. L'indicazione del Presidente pur a Statuto vigente, fuori dalla lista regionale, un sistema che preveda il premio sostanzialmente alle due liste vincenti e quindi forzare un elemento che forza il sistema di coalizione. Cioè una maggioranza che si presenti all'elettorato accordandosi prima e che venga ben individuato dalla coalizione e dal Presidente designato che va fuori dalla lista. Certo non è sufficiente, certo va a coprire un sistema assolutamente di transizione in attesa della riforma che noi non potremo fare prima della abolizione dei vincoli statutari. Noi abbiamo sempre detto che quello è il momento vero di fare la nuova riforma elettorale, con l'abolizione dei vincoli statutari per andare nella direzione di una riforma compiuta del sistema elettorale in Sardegna. Per fare questo forse bastava un'intesa tra galantuomini, tra forze politiche. La Bicamerale, vorrei ricordare all'onorevole Scano, ha potuto iniziare i suoi lavori, si è potuta sbloccare, dopo che in casa Letta, noi qui non abbiamo casa Letta, possiamo avere la sede di un Gruppo in Consiglio regionale, su un foglietto di carta sono stati messi gli indirizzi generali della riforma elettorale, gli accordi tra le forze politiche per la legge elettorale, che è ancora tutta da fare. E' stato quello sufficiente a sbloccare i lavori della Bicamerale che ha proceduto, e sta procedendo, a riformare la Costituzione del nostro Paese. Noi non ci fidiamo più ormai dei reciproci impegni; le proposte vengono respinte, anche gli impegni che potremmo assumere oggi con un documento di indirizzi precisi su questo argomento vengono respinti. Ma vi sembra che affrontare questi argomenti, come diceva Balia, con spirito laico è chiedere troppo? Io credo di no, io credo che se c'è ancora un attimo di riflessione potremmo recuperare il senso vero della grande riforma in Sardegna.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pittalis. Ne ha facoltà.

PITTALIS (F.I.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Giunta, colleghe e colleghi, io avrei sperato di intervenire in un dibattito probabilmente meno intriso di polemiche surrettizie e di contrapposizioni eccessive. Affrontiamo in fondo una riforma direi piccola piccola, una prima parte delle tante riforme istituzionali di cui avvertiamo e non da oggi la necessità. E su questa piccola, quasi banale riformina, che elimina però una assurdità democratica oltre che logica, abbiamo assistito allo scatenarsi di una bagarre dalle proporzioni inusitate. A nostro avviso tutto questo è molto sospetto e molto curioso. E, prima di entrare nel merito della proposta di legge all'esame del Consiglio, mi pare doveroso fare alcune precisazioni. In primo luogo voglio assicurare qualche collega consigliere che le riflessioni che a nome del Gruppo Forza Italia andrò a sottoporre all'attenzione dell'aula non sono certamente lezioni, a meno ché qualcuno non le senta come tali. E se in quest'aula continua ad esserci qualcuno che ritiene che gli interventi della opposizione siano lezioni, allora non posso che pensare che dolorosamente le vive come tali pur tali non essendo. Non è un problema, forse a volte si ha bisogno anche di lezioni; allora la cosa migliore è ascoltarle, ascoltarle con umiltà e attenzione e cercare di apprendere qualche cosa. Una seconda osservazione me la si consenta intorno all'argomento, che ha aleggiato in molti interventi sia oggi che la scorsa settimana; e cioè il fastidio per una pretesa frettolosità che sarebbe stata imposta al dibattito. Al contrario dovremmo a nostro avviso chiederci perché tanto ritardo. Colleghi, abbiamo imposto a questo Consiglio tempi forse fin troppo lunghi. Questa riforma si discute non frettolosamente ma con un ritardo, ritardo di oltre metà di una legislatura. A questo quindi secondo noi bisogna porre rimedio e bisogna porre rimedio anche per le prossime, le ulteriori leggi di riforma di cui la nostra istituzione regionale ha bisogno. Allora non comprendo, onorevole Lorenzoni, quando lei parla di euforia, qui si tratta di scrupolo e glielo consiglio anche a lei molto vivamente; così come l'onorevole Marteddu che singolarmente è tra i firmatari di quella proposta di legge che oggi viene portata alla attenzione del Consiglio e che oggi invece rinnega completamente. L'onorevole Marteddu al quale rispondo che la vista appannata parrebbe proprio quella di chi non si capacita che le riforme vanno affrontate subito e seriamente e se non si può farle in maniera esaustiva e soddisfacente, noi preferiamo al deserto che altri auspicano anche piccole riforme. Riteniamo che per gradi si potrà andare avanti. L'ultima osservazione è di risposta alle censure mosse lo scorso giovedì a questo Gruppo, e a me personalmente, per l'accusa di indecenza che abbiamo mosso a settori del Consiglio per il pretestuoso tentativo di procrastinare l'esame della legge. E credo che sia il caso di precisare. Dissi allora, e ripeto oggi, che cercare di rimandare il dibattito con il solo scopo di ordire ricatti, elaborare strategie taglieggiatorie, ammantare tutto ciò con scuse francamente risibili, ho detto e qui confermo che ci paiono pratiche indecenti. E anche questo tentativo che abbiamo colto questa mattina di sovrapporre problemi di governabilità, di governo della Regione con il problema delle regole istituzionali lo riteniamo pretestuoso. Noi siamo i più decisi oppositori di questa Giunta regionale, di questo governo regionale, ma non ci sentiamo in questo momento di confondere il dibattito sulle regole con i problemi del governo regionale. E venendo al merito della questione mi pare che non sfugga a nessuno che viviamo in un dramma politico e istituzionale. Non lo dice solo il maggiore partito di opposizione, non lo dice solo il Polo delle libertà, non sono solo i commentatori più o meno interessati e i mezzi di comunicazione a rilevarlo, se ne danno oramai autentico conto tutti i cittadini. La transizione per i modi e le forme del potere che è avvenuta parzialmente in tutto il Paese, qui in Sardegna purtroppo è ancora più arretrata. Non si vuole certamente fare polemica o, ripeto, impartire lezioni. In questo senso si rassereni l'onorevole Balia, ma è certo che questa legislatura ha assicurato alla Regione un esempio limpido e innegabile di cosa non è bene, sia nella politica, sia nel dibattito culturale, sia nella gestione amministrativa. Non vedo come sia possibile negarlo. E' evidente che questa istituzione oramai ha perso quella centralità nella politica, in essa non si discutono e non si confronto le antitetiche e differenti linee di pensiero per lo sviluppo della nostra Isola, in essa non si incontrano, purtroppo, progetti e culture. L'Aula è diventata un mesto teatrino di scontri personali, personali ambizioni, personalissimi disegni; ma sorvoliamo su questo aspetto. Noi, con lungimiranza, riteniamo che dobbiamo, almeno sul piano delle riforme, dare un colpo di reni insieme, questa volta sì, per cercare di portare a termine una riforma che è appena abbozzata, una riforma che è sommariamente delineata, una riforma che sicuramente è ancora tutta da disegnare e definire nella sua completezza. E lo dobbiamo fare proprio ora, proprio quando, nel generale disinteresse, marciano nell'ombra coloro che hanno da difendere interessi non democratici e non salutari a nostro modo di vedere. È inutile negare o cercare di concionare contro il fatto che grande parte delle cause dello sfascio collettivo che viviamo sono da ricercarsi in un sistema elettorale ibrido e compromissorio, un sistema elettorale figlio dei tempi e delle circostanze storiche e politiche che lo generavano. Il "trilotaggio" è un sistema non democratico, è un sistema non chiaro, perché in altri modi non può essere definito. Non in altri modi ci si può rivolgere ad un sistema perverso e unico nel panorama istituzionale mondiale, che servì, è bene ricordarlo, a un partito politico che in quegli anni fungeva da così detto ago della bilancia tra le due maggiori e più rappresentative formazioni. E' una indecenza che ha permesso un sistema di alleanze spurie e non contrattate prima delle elezioni, in cui programmi differenti, con differenti candidati a svolgerli, si trovano oggi a dover collaborare da alleati. Ma siccome alleati non erano e non lo sono diventati nemmeno con quel piccolo suggello da laboratorio politico arrangiaticcio che tutti conosciamo, mi fa specie sentire l'onorevole Marteddu insinuare chissà quale tipo di accordo con la sinistra, noi registriamo che oggi ci siete voi al governo della Regione, con la sinistra. E in questo marasma siamo giunti a tollerare, a dover vedere che la coalizione che ha raccolto il maggior numero di voti si è dovuta smembrare per poter andare al governo con altre formazioni concorrenti, e quindi non capisco veramente le accuse rivolte al Polo che certamente, parlando di riforme, non persegue alcuna strategia di smembramento del centro-sinistra, come poi ve ne fosse bisogno, oltre che lo spettacolo che è già sotto gli occhi di tutti. Sostanzialmente riteniamo che si è verificato ciò che da anni noi ormai diciamo, che non si possono forzare i ritmi e i modi della logica politica. Lo stallo attuale è in gran parte causato da quella riforma spuria e compromissoria, perché consente a chi non ha avuto i consensi per farlo, di governare e di ingessare anche chi quei consensi ha avuto. La piccola riforma di cui oggi si discute può a suo modo rappresentare, in questo senso, un grande passo in avanti. E se questo Consiglio non fosse stato infettato, ormai credo in maniera irreversibile, dalle lotte intestine da ben cinque crisi dell'Esecutivo, avremmo ben potuto, onorevole Marteddu, approntare quel complesso di riforme allo Statuto che avrebbe consentito alle istituzioni di quell'Isola un passo in direzione della modernità. Imput et sibi (?) onorevole Marteddu, le conseguenze della situazione che si è ad oggi determinata. E invece abbiamo dovuto assistere a parecchi passi in dietro verso periodi storici negletti e che si speravano oramai superati. Ma se pure non possiamo più oramai pensare di fare riforme di rilievo allo Statuto di autonomia, ma qui confermiamo la disponibilità del nostro Gruppo a riavviare quel tavolo di riforme, che qualche frutto lo ha dato, seppure non possiamo pensare di dare alle istituzioni la linfa di cui hanno bisogno, ancora possiamo però cercare di far sì che il prossimo Consiglio regionale non sia un rinnovato regno dell'anarchia, dell'individualismo e di un continuo bellum omnium contra omnes come riconosce, in maniera onesta, qualche autorevole esponente della stessa maggioranza. E' evidente, sarebbe ipocrita negarlo e stupido nasconderlo, che questa riforma probabilmente sta a cuore (questa è l'impressione che se ne ricava da parte anche dei commentatori) che stia a cuore alle formazioni politiche maggiori e sia invece invisa a quelle minori che sperano di ritagliare i consensi nelle pieghe di una riforma ad usum delfini (?). E allora l'appello che il Gruppo di Forza Italia rivolge, sia ai maggiori partiti di governo, sia alle formazioni minori, è quello di non avere paura e di non badare soprattutto al proprio tornaconto personale. La modifica della legge elettorale deve passare senza che sia sottoposta ad emendamenti che la snaturano. Perché vi sono emendamenti, lo dico in maniera chiara, quelli presentati dal Gruppo sardista, in particolare, sui quali veramente noi speriamo di poterci tornare, perché molte cose vanno nella direzione da noi auspicata. Ma è un problema di riforma più complessiva, più generale, che dovremmo certamente affrontare come c'è già sin d'ora un impegno da parte, mi è parso, di tutti i Gruppi politici. Ma riteniamo che questa proposta di legge non possa essere sottoposta ad emendamenti che la snaturino senza che sia sottoposta a forme di baratto con gli equilibri della Giunta regionale. A me spaventa sentire esponenti del Partito Popolare, della stessa federazione democratica, che pongono problemi alla governabilità della nostra Regione, problemi a questa Giunta come se già non ne avesse di per sé sul terreno della riforma delle leggi elettorali. Noi vogliamo augurarci che i Gruppi sappiano vedere con lungimiranza che solo una legge elettorale, il più possibile vicina al maggioritario e al bipolarismo, può consentire condizioni di maggiore governabilità e di maggiore omogeneità del quadro politico. Ciò proprio nell'ottica di quella democrazia dell'alternanza e non della democrazia della confusione, quale quella che regna in questa legislatura. La frammentazione non difende gli interessi dei cittadini, la frammentazione, cari colleghi, difende solo gli interessi dei frammentati, di chi si crea una sua nicchia di potere per ricattare, con essa, gli equilibri pollici della Regione. Siamo sicuri che anche i partiti minori potranno giovarsi della abolizione di quel mostrum biblico che è il trilotaggio. Noi riteniamo che è meglio governare, questo lo diciamo anche ai colleghi del Gruppo di Rinnovamento Italiano; è meglio governare con un programma per una legislatura che affannarsi sulle poltrone per pochi mesi, dando pessima immagine di sé e della propria formazione, delegittimando l'intera istituzione, messa come è, oggi, in condizione di non poter funzionare. Sbaglia per sé e per la sua fazione, nonché ovviamente per l'Isola intera, chi creda di poter difendere così i propri privilegi. Essi cadranno, in ogni modo, nella babele istituzionale che già viviamo e che così potrà a nostro avviso solo peggiorare. Sono leggi efficaci perché giuste, in un tema delicato come quello elettorale potranno poi consentire alle formazioni politiche di confrontarsi con equità e senza temere avventurieri della politica, che sempre più premono alle porte della cittadella.

Un'ultima nota la dedico al mero fatto che ha tanto reso inquieti i sonni soprattutto degli amici Popolari e di altre formazioni, e cioè la spuria alleanza tra il Partito Democratico della Sinistra e Forza Italia, oltre che Alleanza Nazionale. E allora, per quel che ci riguarda, chiarisco subito: tra noi e il PDS non esiste alcuna alleanza, non esiste alcun accordo segreto e men che meno alcun patto futuro. Esiste solo una contingente, chiarissima e luminosissima, caro onorevole Marteddu che hai un grande lampadario proprio sopra di te, luminosissima convergenza su un punto, l'abolizione del trilottaggio che consente, come già detto, le pratiche che vediamo oggi. Non si intende tuttavia come non si sia né gridato allo scandalo, onorevole Serrenti, né accesi i sacri fuochi quando, solo per citare un caso di qualche giorno fa, Forza Italia ha dato il suo appoggio alla legge sulla cultura e la lingua sarda. Ciascuno sa bene che senza il nostro apporto o con una innocua richiesta di voto segreto la legge probabilmente non sarebbe passata. Così, assessore Serrenti, le sarebbe venuto difficile vendere, lo dico in termini politici, come lei ha fatto da Assessore e abilissimo uomo della politica, la legge alla pubblica opinione. Vedano, colleghi, il nostro modo di vedere la società, di pensare in essa inserito l'individuo, il nostro modo di considerare le istituzioni e i modi di governo non potrebbero essere più diversi e più lontani, vivaddio, da quelli del Partito Democratico della Sinistra. Ci allontanano visioni e scenari, ma come abbiamo saputo lavorare in quello che chiamammo tavolo per le riforme, insieme, cercando di trovare i punti comuni in luogo di valorizzare quelli di distacco, come allora oggi non paia a nessuno curiosa la condivisione di questo importante principio.

Il Gruppo consiliare Forza Italia dà a questa piccola grande riforma tutto il suo sostegno, tutto il suo appoggio, tutto il suo plauso, così come speriamo che tutto il Consiglio sappia dare una prova di maturità politica e anche, crediamo, di decoro della istituzione. Sarà un ulteriore banco di prova per questa classe dirigente e per le future che verranno. Grazie.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Scano. Ne ha facoltà.

SCANO (Progr. Fed.). Ci sono state rivolte, signor Presidente, molte domande e anche alcune critiche, e quindi cerchiamo di rispondere. Due sono le questioni principali su cui stiamo discutendo, una di merito e una di metodo. Quella di merito, se si debba o no levare il ballottaggio a tre, una piccola riforma, ma sicuramente non si possono fare le grandi riforme se non si è capaci di fare quelle piccole, e una di metodo, se ci debba essere oppure no, in materie di questo genere un vincolo di maggioranza, perché, insomma, non siamo ipocriti, parliamoci chiaro, quello che si chiede non è un passaggio di maggioranza, è un vincolo di maggioranza.

Noi intendiamo discutere con serenità e con freddezza dell'una e dell'altra questione, diciamo anche che riscontriamo una drammatizzazione eccessiva, spropositata, un clima da Annibale alle porte. Non c'è nessun Annibale alle porte.

Prima di andare oltre nel ragionamento desidero fissare alcuni capisaldi della nostra visione riformatrice, a partire da quello che ci sta più a cuore. La politica sarda e la società sarda, aggiungo, hanno necessità di una nuova e più avanzata legge elettorale per l'elezione del Consiglio regionale. Abbiamo un convincimento fermissimo sul carattere centrale e prioritario della riforma elettorale, sia per il funzionamento delle istituzioni, sia per la qualità della politica. Come ha detto Marteddu, la madre di tutte le riforme, sì, per noi è la madre di tutte le riforme, cioè il primo problema è la legge elettorale. E debbo dire che lo pensiamo non da oggi: io ho qui il testo, poi se qualcuno vuol vederlo lo mostriamo, della relazione che aprì nel 1988, quasi dieci anni fa, un convegno non del Movimento per le riforme, ma del Partito Comunista Italiano; una relazione dell'allora segretario regionale, di cui non vi faccio il nome, che costituiva una anticipazione delle posizioni che sarebbero diventate anni diffusissime: bipolarismo, maggioritario, collegio uninominale. Quindi non stiamo improvvisando.

Contrastiamo le posizioni riduzionistiche, quelle di chi dice: la legge elettorale è uno dei tanti argomenti, è una delle tante riforme. No, è la chiave della riforma istituzionale e della riforma della politica, come è dimostrato, per non farla lunga, dagli effetti della riforma elettorale comunale. Ci rifletta chi vuole e ha la capacità di riflettere su che cosa sta succedendo nei comuni rispetto al passato. D'altra parte l'esperienza della presente legislatura ci rafforza in questo convincimento, conferma questa impostazione. Perché è esplosa e perdura la situazione di instabilità e di crisi? Perché questa crisi permanente quasi? La complessità e la frammentazione del quadro politico trovano la loro vera spiegazione - è stato detto da qualcuno nel dibattito - nella situazione di transizione, ossia nella fase di passaggio dalla vecchia Regione dei partiti a un nuovo sistema politico-istituzionale ancora non formato, e la legge elettorale è il punto nevralgico della transizione, della formazione di un sistema istituzionale efficiente e della riorganizzazione del sistema politico, senza la qual cosa nemmeno le riforme istituzionali raggiungerebbero l'obiettivo. Il nuovo Consiglio regionale nel 1999 dovrà essere eletto sulla base di una nuova legge elettorale. Io voglio essere chiaro su questo: noi non vogliamo votare né con la legge vigente, né con la legge vigente con l'unica modifica in discussione. Noi vogliamo una riforma organica, in tempo per votare nel 1999 con la nuova legge, per riconoscere ai cittadini un potere reale sia in relazione alla formazione della maggioranza, sia in relazione alla scelta della leadership sulla base del principio il cittadino elegge chi governa, elegge il governo, e per risolvere la questione della stabilità del governo regionale e anche, aggiungo, per contribuire a una rilegittimazione e a un elevamento della vita politica regionale. Lo strumento per conseguire tale finalità è, a nostro giudizio, un sistema bipolare, con una legge effettivamente maggioritaria, salvaguardando, naturalmente, perché ci sono tanti tipi di maggioritario, il pluralismo della rappresentanza e l'articolazione della nostra vita democratica. Credo che discutendo siamo in grado di trovare le giuste soluzioni. Ma per realizzare una riforma così profonda e necessaria è necessario il superamento dei vincoli statutari, in particolare il vincolo proporzionalistico e probabilmente anche quello relativo alla elezione del Presidente e alla forma di governo. C'è un dibattito forte, alto, non è una disfida banale quella che sta avendo luogo tra chi vuole completare il bipolarismo e chi ha una visione diversa, ma io non attribuisco la stessa visione, né una visione antagonistica rispetto al bipolarismo ai colleghi che hanno qui un'opinione diversa dalla nostra su questa legge. Ci sono posizioni molto variegate e si tratta di dialogare con rispetto con tutte le posizioni presenti. Ho sentito, e su questo diciamo la nostra opinione, inni e canti in qualche intervento al sistema proporzionale, visto come il non plus ultra della democrazia. Colleghi, ho sentito anche qualche affermazione avventurosa per la verità a proposito del fatto che fuori dal proporzionale non c'è libertà, democrazia. Guardate al mondo, colleghi che avete questa opinione, perché se solo il proporzionalismo è libertà allora in Germania, in Inghilterra, in Francia, negli Stati Uniti ci sarebbe un sistema non democratico. Quindi facciamo tutti affermazioni serie e meditate o cerchiamo di farle e riflettiamo anche sulla storia del Paese e della Sardegna. Una democrazia marcata dall'instabilità, una democrazia bloccata dai veti e dal potere di interdizione, una democrazia in cui non c'è rapporto tra consenso e potere, tra livello di consenso e livello di potere, di responsabilità è una democrazia che non governa, è una democrazia che non decide, è l'esperienza della democrazia italiana di tanti anni e dell'autonomia sarda di tanti decenni, e una democrazia che non decide va a picco. Di più in una democrazia che non decide il potere fuoriesce dalle istituzioni, si alloca altrove e sono altri a decidere; per questo noi siamo per il bipolarismo, modificando anche un'impostazione storica che era del partito dal quale io provengo. Bisogna, viva Dio, imparare dall'esperienza della storia, dalla lezione della realtà. Noi siamo per il bipolarismo e siamo per il maggioritario, naturalmente nel rispetto della pluralità delle correnti politiche, abbiamo queste posizioni perché vogliamo che il potere stia dentro le istituzioni democratiche, il potere politico dentro le istituzioni democratiche, non nelle banche (che hanno un'altra funzione), non nelle redazioni dei giornali (che hanno un'altra funzione), non nei santuari dell'economia (che hanno un'altra funzione). Sto parlando del potere politico. E perché vogliamo una democrazia capace di decidere e di governare e una Regione governante e decidente. Per fare questo, se vogliamo parlare con chiarezza, bisogna levare di mezzo i poteri di interdizione e di veto, non il peso pluralistico delle varie correnti, che è un'altra cosa, ma il potere di interdizione e di veto che molto spesso diventa potere di ricatto. Bisogna, per esempio, levare via gli Assessorati intesi come califfati, come terreni con le guardie ai confini. Io voglio essere molto tranquillo e molto sereno, però un po' di sale a volte serve negli interventi, siccome vedo qui il collega, amico, Serrenti, la dittatura, dittatura è una parola pesante, non c'entra nulla la dittatura e non c'entra nulla nemmeno l'egemonia, potrei dire con una battuta che nella democrazia italiana e sarda il problema più rilevante, più che quello di tutelare le minoranze stava diventando quello di tutelare le maggioranze. E' vero che sta suonando la campana, ma non per la democrazia, non per la libertà di esprimersi di voci diverse, suona la campana per una concezione vecchia e fallita delle regole istituzionali e politiche. E allora, assessore Serrenti, tu non hai difeso la libertà, hai difeso, con indubbia efficacia, che riconosco, lo status quo. Cioè hai illustrato il manifesto della difesa dell'esistente. Perché parlo? Perché mi è sembrato il discorso più lucido, in un certo senso, di quelli degli oppositori di questa legge, ma era una difesa manifesto della difesa dell'esistente. E noi non possiamo essere d'accordo, non possiamo accettare un sistema immobile, in cui non c'è né governo né opposizione, ma solo negoziato permanente. Questa è l'esperienza di questi decenni, non sto parlando del mese di ottobre. Insomma, ecco, per questo pensiamo che sia necessario riprendere il cammino delle riforme; ma questa non è la riforma, si obietta, lo sappiamo bene, abbiamo chiarissimo che questa non è tutta la riforma, non è la riforma di cui abbiamo necessità, ne è solo un tassello, abbiamo bisogno di ben altro, sono d'accordo con chi l'ha detto. Perché allora procedere in due tempi, oggi questo tassello e domani il resto, perché questa battaglia? Io tralascio di soffermarmi sul fatto che molto spesso, al di là delle intenzioni, lo sottolineo, il rinviare alla riforma vera, questa poi è la mia esperienza storica, alla riforma globale, è la trincea della difesa di ciò che c'è, nell'attesa della grande giornata e della grande riforma tutto rimane tale e quale. Ma tralascio e porto due argomenti: il metodo dei due tempi non l'abbiamo scelto noi, non l'ha scelto questo Gruppo. Alcuni consiglieri regionali, utilizzando legittimamente le possibilità offerte dal Regolamento, hanno portato l'argomento in Aula e l'Aula si deve pronunciare. Una maggioranza può imporre un rinvio, l'ha fatto a volte, sarebbe un sopruso e quando l'ha fatto è stato un sopruso. Tra l'altro il comma 3 dell'articolo 100 del Regolamento dice che una volta iscritto all'ordine del giorno, sto parlando dell'articolo 100, quindi di quella procedura, sull'argomento non possono presentarsi questioni sospensive e questo, badate, sostanzialmente nella fattispecie, anche se non formalmente, è esattamente il caso di cui si tratta. Tutti conosciamo la storia dei progetti di legge presentati e del progetto di legge esitato dalla Commissione, io non ho posto una questione formale, perché dal punto di vista formale avrei avuto torto, ma credo dal punto di vista sostanziale che fosse molto difficile sostenere la correttezza di una questione sospensiva su questa materia dato l'iter del provvedimento. Ma naturalmente non insisto su argomenti del genere, dico anche che se non può essere una maggioranza ad imporre un rinvio, tanto meno me lo si consentirà, può essere una minoranza. Per questo siamo stati contrari alla sospensiva. Innanzitutto per una esigenza di rispetto delle regole e, secondo argomento, che il rinvio potrebbe tradursi, e questa è stata la nostra preoccupazione fondamentale, nella pietra tombale della riforma. Pongo una domanda: spinge maggiormente verso la riforma organica il rinvio di tutto o l'esame di questo primo passo di riforma, comunque si concluda? Si può dire dunque, noi pensiamo, che non è la riforma ma sblocca la riforma, se non si fa il primo passo non se ne faranno degli altri. C'è un altro interrogativo: perché una così accesa battaglia su una questione così modesta? Il contenuto della normativa proposta è veramente circoscritto, si leverebbe una norma bizzarra come il ballottaggio a tre, si avrebbe un effetto di incentivazione sulle aggregazioni, in particolare sul meccanismo bipolare, si avrebbe anche un certo chiarimento dal punto di vista della leadership, si avrebbero effetti ridottissimi sulla distribuzione dei sedici seggi. Se posso riassumere in una battuta: buono ma poco.

Allora, perché questo finimondo? Perché in quelle tre righe c'è una grossa questione, non è vero che si tratta di poca roba, c'è una grande carica simbolica e politica sia per chi sostiene, sia per chi contrasta la proposta, perché in quelle tre righe si parla, non sto dicendo che si risolve il problema, ma si parla della governabilità e della crisi e si parla dell'esperienza storica della nostra democrazia. E la scelta ora è tra imboccare la via di un nuovo sistema istituzionale, imboccare è un cammino lungo da fare e, questo punto io voglio sottolineare, la vecchia logica delle coalizioni; contrattazione permanente, potere di veto, rendita di coalizione, stabilizzazione della instabilità. Il punto è che così non si governa, così non c'è Ulivo e aggiungo non c'è Polo in quel sistema, nel sistema della vecchia coalizione, non c'è Ulivo e non c'è Polo; e non c'è cultura di governo, c'è solo il modo di governare di sempre chiunque sia al timone di questi banchi o di quei banchi. Ecco perché collega Marteddu, delle azioni d'oro, della golden share, in quel sistema non ce ne facciamo nulla. Occorrono regole nuove e certe, regole che costringano tutti, noi per primi, ad essere migliori. Ecco perché questo è un passaggio che noi reputiamo decisivo per la democrazia sarda; si decide se si è a favore o contro il bipolarismo che non è il bipartitismo, naturalmente. Si decide se le alleanze si fanno prima o dopo il voto, e questo è il punto della stabilità e della governabilità, se si manda avanti un processo di riforma o se si rimane immersi nel passato. Non è dunque banale lo scontro, sono in causa progetti e idee di fondo, non bazzecole, e ci si misura sulla questione della governabilità. A chi domanda cosa c'è sotto, che cosa pensa il PDS, che cosa ha architettato il PDS, io rispondo nulla di misterioso: nessun patto segreto, nessun disegno di scioglimento del Consiglio, nessun disegno di crisi. A chi dice: ma non è che volete per questa via determinare una crisi, noi diciamo: se il voto del Consiglio regionale sarà diverso dai nostri auspici noi non apriremo nessuna crisi e vi invito a fare altrettanto. Solo questo dunque, il ballottaggio a due inizia a porre la questione della possibilità per l'elettore di scegliere tra alternative programmatiche e politiche, il ballottaggio a tre sancisce il sistema della contrattazione dopo il voto. Questo ci sembra il punto fondamentale del contendere. Devo dire che comprendo la posizione del Partito Sardo d'Azione che ha una sua originalità insopprimibile e che nello scacchiere politico ha una sua particolare posizione non incardinata nell'Ulivo e nel centrosinistra; capisco meno o non capisco affatto la posizione di alcune forze che sono inserite invece organicamente e strategicamente nell'Ulivo. Noi dunque siamo perché il Consiglio regionale proceda nell'esame del progetto di legge e perché lo approvi. Intendiamo attenerci all'accordo raggiunto in prima Commissione senza ulteriori modificazioni, abbiamo presentato assieme ad altri un emendamento di semplice adeguamento della soglia quantitativa con la conseguente disciplina nel caso che la soglia venga raggiunta. Voteremo contro gli altri emendamenti, voteremo contro gli altri sessanta, settanta emendamenti. Non per ragioni di merito, perché alcuni e più di alcuni li condividiamo, altri no; ma perché non si può fare una riforma elettorale ampia, altra cosa è modificare un punto, attraverso la battaglia degli emendamenti, ne verrebbe fuori semplicemente un pasticcio, e non si può pasticciare in una materia così delicata. Quindi proponiamo esplicitamente una strategia dei due tempi; superato in un modo o nell'altro questo passaggio, in un modo o nell'altro ho detto, noi siamo per mettere mano alla legge elettorale in modo compiuto, a un tavolo unitario delle forze politiche, senza vincolo di schieramento, perché così si fa sulle regole, ferma restando l'utilità per gli schieramenti politici, anche il dovere, di ricercare intese nel proprio ambito. Siamo pronti a compiere un atto significativo in questa direzione. E' noto che la Commissione Bicamerale prevede l'attribuzione ai Consigli regionali della potestà legislativa in materia di legge elettorale e di forma di governo. E' un fatto positivo, ma noi probabilmente, dati i tempi di una riforma costituzionale, non potremmo beneficiarne. Allora dobbiamo proporre noi, ora, al Parlamento uno stralcio ed una accelerazione per la Sardegna; e possiamo fare ciò con una proposta di legge costituzionale di iniziativa regionale. Questa scelta, questo atto significativo renderebbe anche chiara, in modo inequivocabile, la volontà del Consiglio regionale di pervenire, in tempi rapidi ed utili, all'approvazione di una nuova, organica disciplina elettorale. Mi avvio a concludere con una riflessione sulla questione politica. Ci sono forze che chiedono un accordo preventivo nella maggioranza politica. Io non mi meraviglio, non mi sorprendo, non mi straccio le vesti perché sempre così si è fatto. Questa è la tradizione. Noi pensiamo che si può e si deve ricercare una intesa nell'ambito degli schieramenti politici, in quello del centrosinistra e in quello del centrodestra; però deve essere chiaro in primo luogo che la democrazia vuole che il confronto sulle regole sia a tutto campo, perché le regole devono essere fissate da tutte le parti in competizione. In secondo luogo, che se sulle regole si procedesse con il metodo degli accordi di maggioranza, io sono assolutamente convinto, noi siamo assolutamente convinti che non si andrebbe da nessuna parte, sulla legge elettorale non si andrebbe da nessuna parte. Un riferimento al tavolo per le riforme per dire semplicemente che abbiamo sentito la minaccia: "addio al tavolo delle riforme", collega Marteddu, ed abbiamo sentito l'invito del Presidente del Consiglio regionale a riprendere. Io tra la minaccia e l'invito scelgo l'invito del Presidente del Consiglio regionale e credo che dovremmo riprendere a lavorare al tavolo per le regole. Il presupposto, caro Marteddu, del tavolo delle regole era proprio che sulle riforme, sulle regole, sullo Statuto, sul regolamento del Consiglio e quant'altro non esiste vincolo di maggioranza, è questo che romperebbe il tavolo, non il rispetto di quell'indirizzo e di quel principio. L'Ulivo è e rimane la nostra strategia, rimane la nostra politica per oggi e per il domani; il centrosinistra è il nostro orizzonte strategico. Il Partito Democratico della Sinistra e questo Gruppo consiliare non hanno una linea politica di ricambio, non esiste l'inciucio e non esiste tanto meno il fronte popolare, esiste il centrosinistra che in Sardegna rispetto all'orizzonte nazionale ha la positiva novità, oltre alla presenza del centro e della sinistra, della componente autonomistica, federalistica, sardista. Sul piano politico siamo per questa strategia senza equivoci di sorta. Chi ha parlato della nascita di un'altra maggioranza ha, chiedo scusa, vaneggiato. Sul piano delle regole dialoghiamo con tutti e mi permetto anche di dire che il Partito Democratico della Sinistra e il Gruppo Progressista Federativo in questa circostanza stanno seguendo una linea di chiarezza e di coraggio, una linea di coraggio. Per uscire dalla crisi istituzionale e politica sono necessarie nuove e moderne regole, sono necessarie coalizioni politiche e programmatiche chiare e solide. Le regole sono necessarie ma non bastano, servono poi le formazioni politiche, serve la politica. Ma senza nuove regole, questo è il passaggio che forse non siamo riusciti a fare intendere bene a tanti colleghi, senza nuove regole e senza compiere un primo passo in questa direzione, non è possibile nemmeno avere veri, sani e moderni soggetti politici. Io credo che il passaggio nel quale ci troviamo sia determinante per il futuro della Sardegna; non per l'importanza nel merito di quella legge, di quella che è stata chiamata una piccola grande riforma, ma per la valenza politica e simbolica che questa discussione, non voglio vederci uno scontro, che questa discussione, che questo dibattito tra di noi comporta. Noi siamo convinti che solo così si potrà trovare, con successo, a cambiare la Sardegna. Cioè riprendendo il processo riformatore, il cammino delle riforme istituzionali e di un programma di cambiamento.

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.

Per esprimere il parere della Giunta ha facoltà di parlare il Presidente della Giunta regionale.

PALOMBA (Progr. Fed.), Presidente della Giunta. La Giunta si rimette all'Aula.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Bonesu. Ne ha facoltà.

BONESU (P.S.d'Az.). Chiedo la votazione a scrutinio segreto sul passaggio all'esame degli articoli.

Votazione a scrutinio segreto del passaggio all'esame degli articoli

PRESIDENTE. Indico la votazione a scrutinio segreto, con procedimento elettronico, sul passaggio all'esame degli articoli.

Risultato della votazione

PRESIDENTE. Proclamo il risultato della votazione:

presenti 71

votanti 70

astenuti 1

maggioranza 36

favorevoli 40

contrari 30

(Il Consiglio approva).

(Hanno preso parte alla votazione i consiglieri: AMADU - ARESU - BALIA - BALLERO - BALLETTO - BERRIA - BERTOLOTTI - BIANCAREDDU - BIGGIO - BOERO - BONESU - BUSONERA - CADONI - CARLONI - CASU - CHERCHI - CONCAS - CUCCA - CUGINI - DEIANA - DEMONTIS - DETTORI Bruno - DETTORI Ivana - DIANA - FADDA - FALCONI - FANTOLA - FERRARI - FLORIS - FOIS Paolo - FOIS Pietro - FRAU - GHIRRA - GRANARA - LADU - LA ROSA - LIPPI - LOCCI - LODDO - LOMBARDO - LORENZONI - MACCIOTTA - MANCHINU - MANUNZA - MARROCU - MARTEDDU - MASALA - MURGIA - OBINO - ONIDA - OPPIA - PALOMBA - PETRINI - PIRAS - PIRASTU - PITTALIS - RANDACCIO - SANNA Giacomo - SANNA Salvatore - SANNA NIVOLI - SASSU - SCANO - SECCI - SERRENTI - TUNIS Gianfranco - TUNIS Marco - USAI Edoardo - USAI Pietro - VASSALLO - ZUCCA.

Si è astenuto: il Presidente SELIS.)

Sospendo la seduta per cinque minuti e convoco la Conferenza dei Presidenti di Gruppo.

(La seduta, sospesa alle ore 13 e 21, viene ripresa alle ore 13 e 26.)

PRESIDENTE. I lavori riprenderanno questo pomeriggio alle ore 17 e 30.

La seduta è tolta alle ore 13 e 28.