Seduta n.191 del 17/05/2006 

CXCI Seduta

(Antimeridiana)

Mercoledì 17 maggio 2006

Presidenza del Presidente Spissu

INDICE

La seduta è aperta alle ore 10 e 23.

Cherchi Oscar, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del giovedì 4 maggio 2006, che è approvato.

Congedi

PRESIDENTE. Comunico che i consiglieri regionali Alessandro Frau, Girolamo Licandro e Gavino Manca hanno chiesto congedo per la seduta antimeridiana del 17 maggio 2006.

Poiché non vi sono opposizioni i congedi si intendono accordati.

Risposta scritta ad interrogazioni

PRESIDENTE. Comunico che è stata data risposta scritta alla seguente interrogazione:

"Interrogazione Vargiu, con richiesta di risposta scritta, sulla tessera sanitaria". (476)

(Risposta scritta in data 11 maggio 2006.)

Annunzio di interrogazioni

PRESIDENTE. Si dia annunzio delle interrogazioni pervenute alla Presidenza.

CHERCHI OSCAR, Segretario:

"Interrogazione Amadu, con richiesta di risposta scritta, sulle scelte del manager della ASL n. l di Sassari che limitano pesantemente l'assistenza sanitaria nel territorio della Provincia di Sassari". (500)

"Interrogazione Corda - Porcu, con richiesta di risposta scritta, sulle gravi conseguenze delle discutibili modalità con cui si è provveduto agli interventi di asportazione della poseidonia da alcune spiagge della Costa Smeralda". (501)

"Interrogazione Dedoni - Vargiu - Pisano - Cassano - Capelli - Licandro - Contu - Sanjust - Petrini - Moro - Biancareddu - Gallus - Murgioni - Ladu - Cherchi Oscar - Rassu - La Spisa - Sanciu - Liori - Oppi - Diana, con richiesta di risposta scritta, sulla nomina del direttore dell'Agenzia regionale del lavoro". (502)

"Interrogazione Cassano, Pisano, con richiesta di risposta scritta, sulla mancata corresponsione delle indennità ai disoccupati frequentanti i corsi per operatore socio sanitario". (503)

Annunzio di interpellanze

PRESIDENTE. Si dia annunzio delle interpellanze pervenute alla Presidenza.

CHERCHI OSCAR, Segretario:

"Interpellanza Maninchedda - Balia - Masia - Serra, sulla situazione finanziaria del Consorzio industriale di Tortolì". (161)

"Interpellanza Maninchedda - Balia - Masia - Serra sull'albergo Valle dell'Erica (S. Teresa di Gallura)". (162)

Commemorazione di ex Consiglieri.

PRESIDENTE. Colleghi, nella giornata di sabato è deceduto all'età di 92 anni l'onorevole Giuseppe Masia, consigliere regionale per sette legislature consecutive. Dalla I, cominciata nel 1949, alla VII conclusasi nel 1979. Trenta anni tra i banchi di questo Consiglio, al quale ha dedicato energie fisiche tensione civile e politica militando tra le file della Democrazia Cristiana. Ha partecipato attivamente fornendo un'importante e fattivo contributo alla costruzione della Regione sarda fin dalle sue fondamenta.

Nato a Pozzomaggiore è vissuto gran parte della sua esistenza ad Alghero, dove era conosciuto e profondamente stimato per le sue doti umane e le sue riconosciute capacità politiche e di governo. Entrato fin da giovane nella neonata Democrazia Cristiana, dove ha ricoperto nel tempo importanti incarichi politici a livello locale provinciale e regionale, dopo la laurea in giurisprudenza aveva intrapreso, ma per poco tempo, la professione forense, senza disgiungere da essa l'impegno politico al quale ha dedicato tutte le sue energie.

Eletto per la prima volta nel 1949 in Consiglio, ha assunto importanti ruoli istituzionali e di governo. E' stato a lungo presidente della Commissione speciale per la rinascita, assessore agli affari generali, assessore agli enti locali, ai trasporti e poi al turismo sport e spettacolo nelle legislature II, III e IV. Successivamente è stato eletto presidente della Commissione speciale per la revisione dello Statuto nella V legislatura.

Vastissimo nella sua lunga attività istituzionale e politica il campo d'intervento. Dalla fattiva partecipazione, con importanti incarichi di governo in qualità di assessore degli affari generali, alla organizzazione della nuova realtà istituzionale e regionale. Strenuo sostenitore dell'autonomia speciale, l'onorevole Masia ha dedicato gran parte della sua attenzione nella prime legislature allo sviluppo del turismo ed alla riorganizzazione e razionalizzazione della rete dei trasporti interni, senza mai dimenticare le proprie origini territoriali e quindi dedicando molta attenzione anche ai problemi territoriali della Sardegna settentrionale. Nella V legislatura è stato il presentatore di vari progetti di legge di particolare rilevanza, dall'iniziativa per il riordino e il decentramento dei servizi agricoli, alla legge per la difesa del patrimonio zootecnico isolano ad uno dei primi progetti di legge per l'istituzione della Provincia di Oristano. In qualità di assessore ha firmato, tra i numerosi altri, il disegno di legge, tramutato in legge, riguardante le provvidenze a favore della cooperazione agricola e le iniziative a sostegno dell'edilizia economica e popolare. In questo periodo è stato assessore nelle giunte Del Rio, Abis, Giagu e Spano. Complessivamente ha posto il proprio in nome su oltre 60 progetti di legge.

Nel rivolgere ai familiari le più sentite condoglianze del Consiglio regionale, e mie personali, osserveremo un minuto di silenzio in segno di lutto, dopo aver commemorato anche l'onorevole Elia Marracini, scomparso sabato scorso all'età di 82 anni.

L'onorevole Elia Marracini è stato consigliere regionale nella IX legislatura dal 1984 al 1989. Nato a Cagliari ha unito fin da giovane la passione per gli studi giuridici a quella politica

Intrapresa, subito dopo la laurea in giurisprudenza, la professione forense, si è guadagnato ben presto la stima di colleghi e magistrati. Nella città dov'è nato, e in cui ha sempre vissuto, ha svolto il suo impegno politico militando tra le file del Partito Sardo d'Azione, del quale è stato esponente di spicco e sotto il cui simbolo fu eletto in Consiglio regionale.

Il suo impegno istituzionale è stato particolarmente vasto ed eclettico ed ha spaziato in settori tra i più diversi. A lungo componente della Giunta per le elezioni, di cui è stato anche Presidente all'inizio della sua esperienza consiliare, ha fatto parte della Commissione autonomia, è stato Vice presidente della Commissione programmazione ed ha lavorato a lungo anche nelle commissioni Industria, Agricoltura, Istruzione e Finanze che all'epoca era distinta dalla Commissione programmazione. Dall'ottobre 1987 al luglio 1989 è stato Presidente della Commissione sanità.

In ognuno di questi organismi, l'onorevole Marracini, ha lasciato significative tracce della propria azione politica e di legislatore, dedicando tanta parte del suo impegno e della sua attenzione umana a sostegno delle parti più deboli della società. Sempre con un'attenzione privilegiata verso i problemi del lavoro, dello sviluppo e della identità sarda, l'onorevole Marracini ha svolto un'intensa attività di salvaguardia e difesa dei valori importanti della società isolana, sia in campo economico e produttivo sia in campo sociale e culturale, documentata dalla nutrita mole di interrogazioni, interpellanze e progetti di legge che recano la sua firma. Si può dire che non vi sia stato argomento del quale l'onorevole Marracini non si sia occupato.

Fin dall'inizio della legislatura si è occupato più volte dei problemi riguardanti le servitù militari ed in particolare della presenza della base USA a La Maddalena. Importante la sua iniziativa per la riforma dello Statuto, concretizzatasi nella mozione prima e nell'ordine del giorno poi, per l'istituzione di una commissione speciale per la revisione dello Statuto. Ma anche le politiche di sviluppo sono state al centro del suo interesse politico (assetto del comparto industriale e del polo chimico sardo) così come gli interventi nel settore dell'istruzione e della cultura, ad esempio a favore dell'istituzione della Facoltà di architettura e dell'Accademia delle belle arti in Sardegna. Dei numerosi progetti di legge che recano il suo nome alcuni sono di particolare rilevanza, come la legge sull'uso e la tutela del territorio della Sardegna approvata nel dicembre del 1989 e la legge concernente le disposizioni di prima applicazione delle norme di riordino delle funzioni socio assistenziali, anch'essa del 1989.

Nel rivolgere a suo figlio, l'onorevole Sergio Marracini, ed ai familiari le più sentite condoglianze del Consiglio regionale e mie personali, desidero estendere i sensi del cordoglio ai rappresentanti del partito politico che lo ebbe tra i suoi aderenti.

(I consiglieri si levano in piedi ed osservano un minuto di silenzio in segno di lutto.)

Discussione generale della proposta di legge Balia - Maninchedda - Orrù - Corrias - Sanna Francesco - Cuccu Giuseppe - Uras: "Iniziative per la predisposizione del nuovo Statuto speciale di autonomia della Regione Sardegna. Istituzione, attribuzioni e disciplina della Consulta regionale per il nuovo statuto"(78/A)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge numero 78/A.

Dichiaro aperta la discussione generale. Ha facoltà di parlare il consigliere Balia, relatore.

BALIA (Federalista-Autonomista Sardo), relatore. Grazie signor Presidente. Signor Assessore, colleghi. Riprendiamo oggi un dibattito che ha animato già parecchie sedute di questo Consiglio regionale, già in questa legislatura, ma che anche in passato ha impegnato l'Aula e coinvolto diversi livelli istituzionali, i sindacati, varie associazioni di categoria, i cittadini. Questo itinerario risponde ad un'esigenza, che presumo sia da tutti condivisa; l'esigenza di superare alcuni limiti, purtroppo importanti, che sono contenuti nell'attuale Statuto speciale della Sardegna, approvato il 31 gennaio del 1948.

Va rammentato che anche allora lo Statuto aveva avuto un percorso difficile e travagliato. Molti erano preoccupati per il fatto che le autonomie regionali potessero, in qualche modo, costituire un pericolo per l'unità nazionale. Altri, e fra gli altri per esempio Emilio Lussu, tentavano di bloccare la deriva antiregionalista. Lo stesso Lussu, come viene ricordato da Mario Brigaglia, diceva: "L'autonomia che ci hanno concesso somiglia all'autonomia sognata, vagheggiata dai nostri padri, allo stesso modo in cui un gatto somiglia ad un leone: entrambi appartengono alla famiglia dei felini". Ed era con questo richiamo che Lussu rilanciava tutta la sua amarezza, al punto di aver confessato ad un collega che era stato persino tentato di esprimere un voto contrario.

La consapevolezza che lo Statuto andava aggiornato e riformato prese quindi corpo già dal momento dell'approvazione dello stesso, non solo nel dibattito degli anni successivi, ma già in quella fase, c'era la consapevolezza dell'esigenza di una riforma dello Statuto. I limiti alla sovranità del popolo sardo apparvero, infatti, in tutta la loro chiarezza con la nascita poi delle regioni a statuto ordinario, i cui poteri erano più estesi e rafforzati di quanto non lo fossero quelli delle regioni a statuto speciale. Successivamente, le modifiche apportate a norme costituzionali, a partire dalla riforma del Titolo V della parte seconda della Costituzione, hanno spostato il potere di iniziativa dalla Regione verso lo Stato. E la Regione, sino a questo momento, non è stata in grado di colmare questo divario.

Probabilmente, tutti, maggioranza ed opposizione, abbiamo una posizione sufficientemente condivisa su alcune priorità e garanzie che il nuovo Statuto del popolo sardo deve contenere, a partire dal problema relativo ad una reale continuità territoriale, dall'esigenza di un nuovo Piano di Rinascita capace di contenere e colmare il gap strutturale, del riconoscimento di risorse finanziarie certe e non soggette, così come oggi avviene, ad una continua ricontrattazione o, peggio ancora, a tradimenti da parte dello Stato rispetto agli impegni assunti, di garantire un rapporto diretto della Regione con la Comunità europea, di riconoscere la possibilità di instaurare rapporti commerciali diretti con gli altri Paesi del Mediterraneo, dell'attribuzione, ricordiamoci che anche questo è un deficit che va colmato, di almeno due seggi nel Parlamento europeo, anche in funzione della nostra specialità giuridico-linguistica, sino alla previsione del parere vincolante della Regione in materia di uso del proprio territorio da parte dello Stato.

Ecco, sul tema dello Statuto, sullo strumento da utilizzare per la sua scrittura, io credo, colleghi, e mi rivolgo in modo particolare ai colleghi dell'opposizione, che non possiamo dividerci. Il rischio è quello dell'esclusione dai processi partecipativi, mentre abbiamo la comune consapevolezza che serve un livello di elaborazione politico-culturale condiviso e partecipato. Ma sappiamo, dai precedenti dibattiti che in Aula si sono svolti, ma anche da dichiarazioni rese da componenti dell'opposizione attraverso una conferenza stampa, che vi sono alcuni problemi. Allora, mi chiedo, quali sono i problemi e di quale natura? Ci siamo sino a questo momento, colleghi dell'opposizione, divisi sui punti importanti sui quali lo Statuto sardo deve essere modificato e aggiornato? Ci siamo divisi sul merito, perché affrontando questi temi in Aula e nelle Commissioni sono emerse differenti posizioni? No, ci siamo divisi sullo strumento da adottare per pervenire alla formulazione di un nuovo Statuto. Ecco, io voglio partire dal dibattito che c'è stato nella passata legislatura rispetto lo allo strumento che allora era stato individuato e che era rappresentato dall'Assemblea costituente. Io ero fra quelli allora contrari a questa proposta, ma non avevo fatto barricate, avevo espresso un parere ed una posizione politica nell'Aula e nella competente Commissione di merito, e poi avevo preso atto della volontà che la maggioranza, intrecciata con alcuni componenti dell'opposizione di allora, aveva espresso. E l'Assemblea costituente era decollata e non nascondo, ma l'avevo già detto in quella occasione, che l'Assemblea costituente aveva un suo fascino, ed anche una ragion d'essere. C'è stato un tentativo di sperimentazione, non era condiviso, ma vi è stato.

Un'altra ragione di contrasto fra i sostenitori dell'Assemblea costituente e gli oppositori era data dal fatto che l'iter sarebbe stato, a nostro avviso, eccessivamente lungo e forse non avrebbe comportato alcun risultato, e che si correva il rischio che il Consiglio regionale, attraverso quell'Assemblea costituente, per come era ideata e proposta, perdesse alcune delle funzioni che pure gli erano state attribuite. Colleghi, perché questi richiami al passato? Io faccio questi richiami al passato proprio perché vorrei che, oggi, i colleghi dell'opposizione avessero un ripensamento rispetto alle dichiarazioni rese e non attribuissero a noi la responsabilità dell'interruzione dell'iter di approvazione della proposta di istituire l'Assemblea costituente, su cui invece non abbiamo alcuna responsabilità. La proposta di legge istitutiva dell'Assemblea costituente era stata trasmessa al Parlamento italiano e vi era allora un governo certamente non amico dell'attuale maggioranza, ma amico della maggioranza di allora e, benché autorevoli esponenti di quel governo avessero garantito un iter privilegiato a quella proposta, nulla poi di fatto il governo ha fatto. E' rimasta una proposta utile, è rimasta una proposta culturale e politica all'attenzione delle classi dirigenti, ma non ha avuto di fatto alcun esito.

Ma la responsabilità di questo è nostra? E poi vogliamo oggi assumere nuovamente analoghe iniziative che, probabilmente, otterrebbero lo stesso risultato? O non è più giusto, più logico, più opportuno assumere invece iniziative condivise il cui risultato dipenda solo, almeno in questa fase, dalla comune volontà e condivisione di un percorso da parte del Consiglio regionale? Io credo che questa sia la via e, su questa via, in questo Consiglio, era stato votato un ordine del giorno e sulla base di quel documento, la competente Commissione consiliare ha prima elaborato e poi approvato questa proposta di legge.

Certo, sono anche ben consapevole, e mi rivolgo ai colleghi di Alleanza Nazionale, che oggi loro sostengono una proposta ancora differente e dall'Assemblea costituente e dalla Consulta statutaria, e che sono a favore della riappropriazione diretta di tutti poteri da parte del Consiglio, tant' è che mi risulta che abbiano depositato già da alcuni mesi una proposta di modifica statutaria, ma non diversamente da ciò che aveva fatto lo SDI, con altri firmatari, nella passata legislatura, presentando una proposta di nuovo Statuto, rimasta in carico alla Commissione; ma colleghi, dovete prenderne atto, quella proposta potrà costituire un utile base di partenza per i consultori, un'utile base, un utile ausilio per il loro lavoro, ma non può essere la base di discussione finale, definitiva, conclusiva per questo Consiglio.

I colleghi dell'opposizione non hanno partecipato, se non in via del tutto sporadica ed occasionale, ai lavori della Commissione, relativi alla elaborazione della proposta legislativa sulla Consulta statutaria. Io personalmente ritengo quella mancata partecipazione un impoverimento del risultato ottenuto. Colleghi, siamo consapevoli che in un processo costituente di questo tipo sono necessarie la creatività e la partecipazione di tutte le ideologie politiche, che, indipendentemente dai numeri, non vi è una parte che possa da sola decidere, ma che il risultato ottimale lo si ottiene col concorso di tutti. Per cui l'invito, colleghi, che oggi vi viene rivolto, è quello di recuperare quello scarto, quella difficoltà che in quella fase si è manifestata, per ritrovare all'interno dell'Aula, forme e occasioni di dialogo, con la consapevolezza che, su una tematica di questo tipo, nessuna maggioranza può arroccarsi sulle proprie posizioni, e che la maggioranza su questa tematica è aperta a raccogliere dal dibattito tutte le indicazioni utili e positive che eventualmente dovessero emergere. Dico questo proprio perché altrimenti resta, ahimè, la consapevolezza di un lavoro monco e carente, che solo la partecipazione di tutti riuscirà a rendere produttivo e migliore. Colleghi, dentro quest'Aula io credo che siamo tutti autonomisti per principio; la nostra specialità va tutelata e sostenuta, perché specialità per tutti noi significa popolo e nazione, e questo non per dividerci da altri popoli e da altre nazioni, ma per affermare una identità etnica, nel senso di identità storico politica, linguistica, culturale e socio-economica. Le diverse etnie vanno difese, l'unità si esalta nella pluralità; un popolo, una etnia ha il diritto di fruire del potere di autogoverno.

Credo che non ve ne sia bisogno, perché sicuramente i colleghi hanno letto con molta attenzione la proposta, ma ne richiamo qualche aspetto per risalire da esso ai principi ispiratori. Uno riguarda la composizione della Consulta da parte del Consiglio. Ecco colleghi, vi è un meccanismo assolutamente garantista perché assicura una posizione di quasi equilibrio tra le forze politiche di maggioranza e di opposizione, garantendo anche una tribuna, uno spazio alle coalizioni che, pure presenti nell'ultima campagna elettorale, non hanno però eletto alcun consigliere, e assicurando la partecipazione di genere attraverso una percentuale stabilita. Resta nella disponibilità del Consiglio regionale la scelta dei consultori, anche di quella parte che in numero doppio rispetto a quelli assegnati, deve essere indicata dal Consiglio delle autonomie locali per il tramite delle Università e del mondo dell'immigrazione. La Consulta procede attraverso tre distinte frasi: una fase di elaborazione, una seconda fase di consultazione, quindi viene recuperata, almeno parzialmente, quella finalità che nella proposta istitutiva dell'Assemblea costituente era contenuta, ed una terza fase di stesura finale. Poi vi sono altri meccanismi che servono a dare continuità alla collaborazione: un'apposita seduta con i parlamentari eletti in Sardegna, un costante raccordo col Consiglio attraverso la Commissione, un supporto della Giunta attraverso la partecipazione del proprio Presidente.

Io concludo rilanciando quell'appello al lavoro unitario che ritengo elemento assolutamente essenziale e ricordo i padri della nostra Sardegna, da Lussu, Dessanay, Cardia, Dettori, Melis sostenitori di un messaggio profetico, il messaggio profetico era: autonomia...

PRESIDENTE. Onorevole Balia, concluda.

BALIA (Federalista-Autonomista Sardo), relatore. Grazie Presidente, il messaggio profetico era contenuto in questo concetto: "autonomia ultima frontiera".

PRESIDENTE: Grazie onorevole Balia.

E' iscritto a parlare il consigliere Mario Floris. Ne ha facoltà. Ricordo ai colleghi che chi intende intervenire in discussione generale deve iscriversi durante il suo intervento.

FLORIS MARIO (Gruppo Misto). Presidente, colleghi del Consiglio, io avverto un'esigenza e contemporaneamente un forte imbarazzo, quasi una difficoltà ad entrare nel merito dell'argomento che oggi è alla nostra attenzione. L'esigenza è quella di essere possibilmente chiaro nell'esporre la mia idea, la mia convinzione, in modo da essere compreso. La storia e le vicende che hanno accompagnato la nascita e la vita della Regione autonoma della Sardegna le conosciamo tutti, le abbiamo tutti presenti. Lo Statuto sardo nasce anagraficamente con la legge costituzionale numero 3 del 23 febbraio 1948 e cioè una delle leggi, assieme alla Costituzione e a quelle istitutive delle altre Regioni a statuto speciale, sulle quali si fonda la Repubblica italiana, ovvero l'embrione di quel concetto di pari dignità costituzionale e istituzionale tra Stato e Regione. L'abbiamo detto più volte in quest'Aula, non siamo noi ad averlo affermato per primi, l'hanno detto i nostri valorosi rappresentanti alla Costituente, per primo l'indimenticabile Salvatore Mannironi: "lo Statuto di autonomia non è una gentile concessione dello Stato, ma è un diritto naturale del popolo sardo e come tale dobbiamo difenderlo, valorizzarlo ed esercitare i poteri da esso previsti". L'imbarazzo al quale ho fatto riferimento all'inizio di questo mio intervento è evidente e può essere esemplificato attraverso una domanda. La domanda è: cosa stiamo facendo oggi? Il tentativo che stiamo facendo di percorrere una strada di cambiamento, di adeguamento, di rafforzamento del nostro potere autonomistico è quello giusto? Quello capace di dare alla comunità sarda lo strumento idoneo per stare alla pari degli altri popoli nel contesto europeo e internazionale, alla pari nella crescita e nello sviluppo? Io credo di no. Questo tentativo è debole, è insufficiente, è soprattutto un'autolimitazione delle nostre stesse prerogative, delle prerogative fondamentali di scrivere e non solo di approvare le leggi.

Io ho letto con molta attenzione più volte, sia il testo della Commissione che ha redatto le iniziative per la predisposizione del nuovo Statuto speciale di autonomia della Sardegna, sia quello presentato dal proponente. Mi rendo perfettamente conto che siamo in un momento particolare della nostra storia autonomistica in quanto dopo 58 anni si tenta di riformare, non più a parole, lo Statuto speciale che la Costituente italiana ci concesse nel lontano '48. E mentre qualcuno tenta addirittura di togliercelo. Dal 1948 ad oggi ci sono si sono succedute tante generazioni, si sono avuti nel mondo tanti fatti notevoli, sono maturate tante realtà, si è preso coscienza di tanti valori, che io pensavo e speravo di ritrovare in qualche forma nei due testi. Essi purtroppo mi sono apparsi aridi, sterili, infruttuosi, senza alcun afflato vitale. Sono formati da 13 articoli e da una cinquantina di commi tutti tesi a stabilire come arrivare ad un coinvolgimento generale nell'impresa, pensando che più gente si mette a lavorare all'idea più si è democratici e più si è liberali. A me, e credo a nessuno di noi, poco importa che sia una consulta di 40, 45, 47 membri a definire in solitudine il progetto o che sia un comitato coordinatore a raccogliere i suggerimenti di una consulta composta da tutti i consigli e gli assessori comunali e provinciali, allargata alle rappresentanze di realtà significative del territorio e così via. Poco importa che a far ciò sia un gruppo o una pletora di gente che mi ricorda il proverbio Sardo "chentu concas chentu berritas", se poi entrambi i testi prevedono che il progetto di nuovo Statuto regionale redatto sotto forma di articolato, sia eventualmente preceduto da un preambolo di principi. Sì, cari colleghi, anche quelli che chiacchierano, avete capito bene, "eventualmente preceduto da un preambolo di principi". I principi, che dovrebbero essere alla base della richiesta di autonomia, sono per gli estensori dei due testi puramente aleatori, ci possono essere come possono non esserci. Cioè ci apprestiamo a chiedere al Governo centrale, alla Nazione, al resto dello Stato un'autonomia speciale e non diciamo perché la chiediamo.

Non conosco il motivo di tanta reticenza. Non è vero che non abbiamo partecipato, abbiamo partecipato ai lavori della Commissione ma quando si partecipa ai lavori di questa commissione in questa legislatura, ci si dice subito: "Non si può toccare una virgola", per cui è inutile che partecipiamo. Io non conosco il motivo di tanta reticenza, forse perché abbiamo paura di affrontare il problema: secoli e secoli di sottomissione psicologica e culturale ci hanno resi imbelli, autocolonizzati, contenti di quello che ci danno o ci hanno dato i continentali iberici di una volta e i continentali italiani ora. Non si pensi minimamente che il problema sia posto dalla quantità e dalla qualità delle norme statutarie da elaborare. Basterebbe mutuare uno dei tanti buoni statuti autonomistici dell'area europea, adattarlo ai nostri bisogni materiali particolari e il gioco sarebbe fatto, senza bisogno di ricorrere a comitati e a consulte; un referendum popolare di ratifica lo renderebbe facilmente un prodotto ecumenico, condiviso da tutti.

Quindi non è la normativa il nocciolo della questione, ma quel preambolo che secondo i proponenti potrebbe esserci come potrebbe non esserci. E' lì, invece, è proprio lì che si dovrà affrontare la battaglia autonomistica interna a noi sardi ed esterna, nei confronti dei connazionali di terraferma, come d'altronde stanno facendo i catalani in questo momento, solo che essi non litigano fra loro come facciamo noi, ma combattono contro Madrid. A riprova di ciò che dico, ci sono le soppressioni e gli emendamenti alla proposta di nuovo statuto catalano da parte del nuovo governo centrale che si può notare colpiscono soprattutto gli articoli fondamentali. E cosa dice il preambolo? "La Nazione catalana si è formata nel corso del tempo con l'apporto di energie di molte generazioni, di molte tradizioni e culture che hanno trovato in essa una terra d'accoglienza. La Catalogna ha così definito una lingua, una cultura, ha modellato un paesaggio, ha accolto anche altre lingue, altre manifestazioni culturali, si è sempre aperta all' interscambio generoso, ha costituito un sistema di diritti di libertà, si è dotata di leggi proprie e ha sviluppato una cornice di solidale convivenza che aspira alla giustizia sociale." E che cosa hanno proposto quelli che sono stati incaricati di redigere lo Statuto? Articolo 1: "La nazione catalana. La Catalogna è una nazione. La Catalogna esercita il suo autogoverno mediante istituzioni proprie, essendo essa costituita come comunità autonoma in accordo con la Costituzione e il presente Statuto". Articolo 3: "Le relazioni della Generalitat con lo Stato si basano sul principio di plurinazionalità dello Stato e sul principio di bilateralità senza escludere l'uso di meccanismi di partecipazione multilaterali. La Catalogna ha nell'Unione Europea il suo spazio politico e geografico di referenza". In base all'articolo 6 tutte le persone in Catalogna hanno diritto di utilizzare le due lingue ufficiali, catalano e casigliano, e il diritto dovere di conoscerle. Articolo 67: "Agli effetti della precedenza e del protocollo diplomatico in Catalogna il Presidente o la Presidentessa della Generalitat ha la posizione preminente immediatamente dopo il Re".

Colleghi, se si ha la consapevolezza che se si chiede una cosa si deve dire per quale motivo la si chiede, soprattutto quando si chiede una cosa particolare come l'autonomia, attraverso la quale nel nostro caso si vorrebbe stabilire un rapporto speciale tra apparato centrale dello Stato e potere locale regionale. Allora le vie possibili da seguire per noi sono tre: la via fisica, la via etnica, la via istituzionale. La via fisica, che credo sia lapalissiana e che tutti conosciamo, quella di presentarsi come un'isola, è la più facile, è la meno compromettente per chi la propone e per chi la recepisce. Non c'è nessuno - sono sicuro di questo - nel Governo e in Parlamento, di destra o di sinistra, che possa mettere in dubbio che noi siamo un'isola. Siamo, in effetti, in una terra circondata dal mare, al centro del Mediterraneo occidentale, distante 250 chilometri dal resto dello Stato, per di più povera di risorse, per tre quarti montuosa e improduttiva, e in base a questa condizione geografica vorremmo essere trattati meglio delle altre diciannove regioni italiane. Se non vado errato questa è la via che abbiamo seguito in tutti questi anni, in tutt tutte le occasioni in abbiamoci abbiamo rivendicato la nostra specificità e la nostra specialità. Non c'è bisogno di dire che si tratta di una proposta fragile, poco convincente, ci mette al pari con la Sicilia, ci mette a confronto con tutte le altre realtà le quali, pur essendo isole, non hanno le nostre stesse pretese, vedi per esempio le Baleari e le Canarie o la vicina Corsica, che punta più all'indipendenza che all'autonomia.

La via etnica è quella della nazionalità, intrapresa dai Catalani che però nel loro preambolo dicono "Nazione" ma intendono "Stato", parlano di plurinazionalità dello Stato spagnolo ma in cuor loro intendono pluristatualità del regno di Spagna, ovvero intendono la Catalogna uno Stato sovrano magari aggregato in federazione o in confederazione con lo Stato o gli stati iberici, com'era un tempo la corona di Aragona. Come si sa la quello di nazione è un concetto puramente culturale, non è né politico né istituzionale. Per nazione si intende l'identità di uno o più popoli che ebbero e che hanno in comune lingua, arte, storia, tradizioni, eccetera. E noi, al pari dei catalani, siamo una nazione. La nazione sarda nasce 8 mila anni fa con la venuta dell'uomo in Sardegna, cresce e si sviluppa nel periodo nuragico malgrado le divisioni interne, comincia a perdere la sua evidenza infossandosi nel substrato di popolazioni sottomesse col sopraggiungere delle civiltà straniere, le quali però, si badi bene, in passato sono andate ad arricchire tutto il nostro substrato culturale indigeno. Per cui la nazione sarda non è altro che la somma delle civiltà dell'Isola e non il prodotto dei soli sardi autoctoni.

Oggi al recupero di questa nazionalità, si dedicano quelle forze politiche e intellettuali nostrane che incoraggiano tutte le espressioni culturali, soprattutto la lingua, come riscatto del popolo sardo. E pur nel rispetto di questo sforzo identitario, mi permetto di far osservare che agli effetti di una richiesta di specialità autonomistica, la via etnico-nazionalitaria, è manchevole per due motivi. Il primo è che tutte le venti regioni italiane, che ricalcano pressappoco gli antichi stati preunitari, peninsulari ed insulari, hanno (chi più, chi meno) la propria nazionalità o, se si vuole, la propria identità: ce l'ha la Sicilia con i suoi canti, le sue tradizioni, la sua lingua, ce l'ha la Campania con il suoi pizzi e le sue tarantelle, ce l'hanno la Puglia, la Calabria, il Lazio, la Toscana. Come è palese a tutti proprio nelle diversità etniche sta la forza e la bellezza del nostro paese, dell'Italia. Il secondo motivo è che purtroppo questa via si affievolisce col passare del tempo ed è destinata un giorno a scomparire come sono scomparse nel mondo tante altre identità culturali, l'egiziana, l'azteca, l'indiana pellerossa, eccetera, già non si riconoscerebbe più. Nell'attuale fisionomia nazionale sarda la lingua si è imbastardita fin quasi a diventare un dialetto dell'italiano; le musiche, i balli e i canti sono diventati folklore, lontani mille miglia dalle matrici di provenienza; i costumi sono diventati abiti di scena, buoni solo per le sfilate laiche e religiose, per Sant'Efisio e per gli show televisivi, e potremmo continuare all'infinito. Fra cent'anni chissà chi si ricorderà più di tutto questo.

Conviene dunque puntare tutte le nostre carte su questo valore comune? Sulla via fisica? Sulla via identitaria? Io credo che ci sia un'altra ragione per cui noi dobbiamo chiedere la nostra autonomia, c'è un'altra affermazione di tipo istituzionale, la terza via, che fa capo, come voi sapete, all'Istituto di storia dell'Europa mediterranea del Consiglio nazionale delle ricerche, che ci definisce uno Stato allargato, dandoci un valore aggiunto che resta immutato nel tempo e nello spazio. Io credo che da questo non si possa derogare e che la via istituzionale sia una via da aggiungere alle altre vie che abbiamo percorso in tutti questi anni, in tutti questi lustri, in tutti questi decenni, e comunque la via storico-istituzionale merita di essere percorsa in tutta la sua estensione. Io non ho il tempo adesso per parlare del Regno di Sardegna e del Regno d'Italia, non voglio manco farlo, credo che i colleghi sapranno come documentarsi se ritengono percorribile questa strada.

Adesso l'Assemblea si deve porre il quesito: prevedere o no nella legge istitutiva della Consulta che lo Statuto sia munito di un preambolo di indirizzo autonomistico. Ma cosa vanno a fare questi signori che vengono eletti? Con quale mandato? Come devono disegnare questo Statuto? Sono loro che avranno i rapporti con lo Stato? Perché è evidente che noi non possiamo attendere che sia elaborato il testo di un possibile Statuto da presentare al Consiglio regionale e non iniziare da subito il rapporto tra il Parlamento nazionale e il Parlamento sardo. Su quale "bibbia" si deve basare chi avrà l'onore di redigerlo per poi sottoporre all'Assemblea questo preambolo? Perché dal preambolo bisogna partire. La mia convinzione è che il preambolo possa essere elaborato da un ristrettissimo team di persone, costituzionalisti, storici e linguisti, solo dopo si può passare alla stesura delle norme vere e proprie del progetto di nuovo Statuto regionale nella forma e anche nei modi e nei tempi stabiliti. Io mi rendo conto che l'opera non sarà né facile né indolore, dovrà fare i conti con un popolo fortemente conservatore come lo sono in genere gli isolani e i sardi in particolare - la nostra filosofia è la filosofia, come noi sappiamo, de "su connottu", il noto, ed ogni novità ci disturba e ci angoscia anche se è a nostro favore -; dovrà fare i conti all'esterno con i connazionali di terraferma che saranno poco propensi a riconoscerci la primogenitura statuale, gonfi come sono di storiografia peninsulare; ma si sa che ogni rivoluzione ha i suoi oppositori e a volte i suoi mali.

In Commissione io ho tentato, onorevole Balia, di stabilire un raccordo tra la proposta di legge istitutiva dell'Assemblea costituente, che questo Consiglio ha votato all'unanimità e che è ancora parcheggiata in Parlamento, e la nuova impostazione data da questa legge per stilare lo Statuto, ma non c'è stato, come lei sa, niente da fare. Il valore dell'Assemblea costituente non stava nella elezione di chi doveva preparare il testo di riforma statutaria, ma nella riaffermazione dei principi del preambolo. E' tutto qua, il nodo è questo. Noi dobbiamo dire noi cosa vogliamo. Vogliamo essere una nazione? Vogliamo avere, come sento dire, fette di sovranità, e chi più ne ha più ne metta, perché sui termini poi bisogna mettersi d'accordo, se l'identità è identità, se è individualità, se è soggettività, tutti termini che vengono usati anche un po' a casaccio, scusate l'espressione, e che non denotano esattamente qual è la volontà di questo Consiglio e qual è la volontà della nostra Regione? Ciò significa la riscoperta delle ragioni della nostra autonomia, del fatto che la storia della Sardegna non è la storia degli altri e il mandato deve essere un mandato pieno e un mandato condiviso. Ecco perché io chiederei alla maggioranza di non continuare con questa solfa, di non voler fare le cose troppo in fretta soltanto per dire che hanno fatto qualche cosa. Non si può scherzare con lo Statuto. Siamo noi che vi rivolgiamo l'invito a sospendere e a calmarvi e a fare le cose come devono essere fatte, se avete, come io spero e penso, a cuore un cambiamento e un rinnovamento vero di tutta la Sardegna.

PRESIDENTE. Grazie onorevole Floris.

E' iscritta a parlare la consigliera Caligaris. Ne ha facoltà.

Io alterno gli oratori di maggioranza e opposizione sulla base dell'ordine di iscrizione, per quanto è possibile naturalmente. Prego, onorevole Caligaris.

CALIGARIS (Gruppo Misto). Grazie Presidente. Colleghe e colleghi, devo osservare che mi spiace che le opposizioni abbiano annunciato in una conferenza stampa il loro disimpegno su questa proposta di legge, perché si tratta di un argomento che ritengo di vitale importanza per il futuro dell'Isola e anche nella prospettiva della modifica della legge elettorale che, a mio avviso, dovrà spazzare via il sistema maggioritario. Mi unisco quindi all'appello del Presidente del Gruppo FAS, l'onorevole Peppino Balia, affinché le opposizioni rivedano la loro posizione perché sarebbe quanto mai opportuno un autentico scambio di idee anche da fronti contrapposti e irriducibili. Oggi iniziamo a parlare dello strumento per scrivere contenuti. I contenuti sono sicuramente fondamentali, ma occorre definire anche la macchina più idonea per scriverli. Credo quindi che, a maggior ragione dopo l'intervento dell'onorevole Floris, sia ancora più importante la partecipazione di tutti. Voglio però anche esprimere apprezzamento per il lavoro della Commissione perché ha svolto con impegno l'incarico assegnatole dal Consiglio.

Le considerazioni che propongo con molta umiltà all'attenzione dell'Aula riguardano principalmente tre questioni: la prima è quella della composizione della Consulta dal punto di vista della differenza di genere, la seconda concerne il ruolo e il coinvolgimento degli emigrati, degli immigrati e più in generale della società civile, e la terza questione riguarda l'informazione sui risultati del lavoro in itinere e, non ultimo, l'autonomia dell'organismo.

La crisi che le istituzioni politiche stanno attraversando in Italia e in Europa ha messo in evidenza l'insoddisfazione dei cittadini per le mancate risposte alle esigenze che esprimono. Il disinteresse per il dibattito politico e per la politica tout court, sono i sintomi più significativi di questa crisi. Ciò acquista un particolare senso in riferimento alle donne. Esistono diversi motivi che hanno provocato questa situazione, alcuni dei quali sono riconducibili al sistema politico stesso: nelle logiche e nelle modalità della rappresentanza politica risiedono degli ostacoli che rendono meno agevole l'accesso delle donne alle istituzioni. In primo luogo, secondo La Rosa nel Pugno, il sistema elettorale di tipo maggioritario che di per sé tende ad escludere le forze politiche minori e i soggetti deboli, con gravi conseguenze proprio per le donne, i giovani e gli anziani che quindi inevitabilmente si collocano ai margini della rappresentanza. Nelle strutture democratiche di base, come i partiti e i sindacati, le donne non sono presenti in misura consistente soprattutto ai vertici, di conseguenza non si crea un movimento politico al femminile, capace di costituirsi come punto di riferimento per le elettrici e le elette. Dunque anche se le donne hanno la prerogativa di votare proprie rappresentanti e di essere a loro volta rappresentanti di un determinato gruppo, in realtà esse sono da una parte sempre meno interessate alla politica, e dall'altra sempre meno presenti nelle sedi istituzionali tradizionali. Una debolezza del sistema che purtroppo, soprattutto in Italia, denota che è ancora radicata la convinzione che la politica sia un affare da uomini. La sotto-rappresentanza femminile nelle istituzioni è dunque un dato di fatto, al di là delle affermazioni di principio, e dell'uso che partiti e movimenti ne fanno per attrarre consensi, soprattutto nel momento elettorale, decisivo per avere suffragi.

L'appuntamento storico che la XIII legislatura intende sancire con l'istituzione della Consulta e la riscrittura dello Statuto di autonomia, deve tenere conto di questo aspetto non secondario. Le donne sarde, come quelle italiane, rappresentano circa il 52 per cento della popolazione, devono quindi poter contribuire a pieno titolo alla stesura del nuovo Statuto fin dal primo momento, quello della definizione del progetto. I modelli dello stare insieme nella società sarda, i principi, i valori, il linguaggio, sono divenuti inadeguati rispetto ad un contesto che vede un costante aumento delle donne che studiano, lavorano e producono reddito. I nuovi modelli esigono, dunque, regole di convivenza adeguate alla nuova società nel suo complesso. Norme approvate da assemblee o da parlamenti a maggioranza maschile, con un linguaggio e una visione del mondo condivisa prevalentemente, se non in modo esclusivo, da uomini, sono norme non più adeguate alla nostra società. Credo che esista una morale condivisa rispetto al fatto che le donne hanno pari dignità e pari diritti sociali e civili degli uomini. Credo anche che non possa essere messo in dubbio che le esperienze femminili, i loro studi e le loro ricerche, il contributo femminile alla scienza, alla formazione delle nuove generazioni, all'economia, all'arte, alla medicina, all'organizzazione sociale, alla giustizia e alla storia, al patrimonio di conoscenze e a quello ideale, abbiano la stessa dignità e forza propositiva di quelle maschili. L'uguaglianza, da questo punto di vista, non può essere ridotta ad una quota di rappresentanza ma deve essere totale ed esclusivamente ispirata ad un principio di ragionevolezza sociale. Una società che non può fare a meno culturalmente e produttivamente dell'apporto fondamentale delle donne, non può essere disciplinata normativamente prescindendo dal loro apporto paritario. Ciò a maggior ragione quando si sta costruendo uno strumento che deve valere per tutti; l'assenza femminile nel corso della prima stesura dello Statuto sardo d'autonomia è un dato ancora più forte e significativo a sostegno di un'attuale presenza paritaria. A sessant'anni dal voto alle donne, penso che la Sardegna non possa fare a meno del loro contributo, né possa accontentarsi di una loro presenza minoritaria, specialmente in questa fase fondante o se si preferisce costituente dei valori e delle proposte.

Per quanto riguarda la composizione della Consulta, dal punto di vista della differenza di genere, ritengo quindi che sia improponibile e inaccettabile la soluzione delle quote. L'organismo deve essere assolutamente paritario. Occorre inoltre coinvolgere, sia durante la stesura del progetto sia durante la fase di consultazione e vaglio critico delle proposte, gli organismi di parità. La Consulta non può utilizzare i contributi della Consigliera di parità o della Commissione regionale delle pari opportunità. Ovviamente lo dico con un po' d'ironia, bisognerebbe farla riunire questa Commissione pari opportunità e soprattutto fare in modo che sia eletto l'Ufficio di Presidenza perché possa lavorare; penso però che, così come previsto per i senatori e i deputati, sarebbe opportuno promuovere anche una seduta speciale della Consulta con gli organismi di parità comunali e provinciali.

Una società che vuole darsi delle regole a partire da una cornice forte e condivisa di riferimento, non può sottacere un altro fenomeno cresciuto negli ultimi anni in modo esponenziale e ormai immodificabile: la nostra società è oggi multirazziale. Questa asserzione incontrovertibile pone un problema di definizione dei rapporti interni tra popolo sardo, residente nell'Isola, in Italia e all'estero, e popoli altri. Per poter garantire che questa realtà non sia soltanto riconosciuta in sterili principi ma si concretizzi sotto il profilo normativo accogliendo le esigenze di una sana rete relazionale, occorre creare un filo diretto con gli immigrati, ai cui organismi rappresentativi deve in ogni caso essere inviato il progetto di Statuto per una valutazione. Del resto, abbiamo istituito la Consulta dell'immigrazione e non può essere soltanto un organismo lasciato alla sua storia. Per quanto riguarda i componenti della comunità sarda emigrata in Italia e all'estero, ritengo che debbano avere un ruolo più significativo, sia nella fase di elaborazione del progetto, sia in quella della valutazione critica. Penso quindi che sarebbe opportuno che la Regione promuovesse sull'argomento una seduta straordinaria, per così dire, di indirizzo, della Consulta dell'immigrazione e un'altra successiva di verifica dei contenuti. L'esperienza maturata dal mondo dell'emigrazione rappresenta infatti un patrimonio culturale di cui non si può fare a meno, soprattutto considerando la qualità dell'Europa, la globalizzazione e il tema della salvaguardia dell'identità che è stato più volte richiamato.

Le considerazioni finali, che propongo alla vostra attenzione, attengono innanzitutto alla comunicazione e quindi alla diffusione del progetto conclusivo e in itinere. Per quanto mi risulta, in Sardegna, e dico purtroppo, la familiarità con gli strumenti informatici e la diffusione di Internet, sono piuttosto limitate e soprattutto tali strumenti sono distanti dalla quotidianità dei cittadini, attengono quindi a una sfera di privilegiati che, se non deve essere punita per questa opportunità, non può però neppure costituire l'unico punto di riferimento per la diffusione delle idee e delle conoscenze, perché si correrebbe il rischio di riferirsi a una fetta, per così dire, etimologicamente aristocratica. Ritengo quindi che gli strumenti informatici possano e debbano essere usati in aggiunta o a supporto di un'informazione capillare, da realizzarsi attraverso modalità più tradizionali, proprio perché, contrariamente a quanto si afferma nel comma 2 dell'articolo 7, non vi sono strumenti telematici accessibili a tutti.

Un'altra questione che mi sembra importante è quella dell'autonomia della Consulta. Un organo eletto con regole trasparenti per la stesura del progetto di Statuto, a cui il Consiglio regionale attribuisce autorevolezza, deve poter operare in totale serenità e indipendenza. Secondo me, dopo la fase di recepimento di proposte e suggerimenti, dovrebbe poter lavorare senza ingerenze e in piena autosufficienza; avendo il mandato dal Consiglio regionale che l'ha istituita con un'apposita legge, la Consulta non dovrebbe subire, in ogni singola fase del lavoro, la presenza, o se vogliamo lo stimolo o il contributo, di esterni. Questo ovviamente vale per i consiglieri regionali e per il Presidente dell'Assemblea, ma deve anche valere per i rappresentanti della Giunta e per il Presidente della Regione. Mi sembra che la clausola dell'incompatibilità tra le cariche di consigliere e consultore per limitare condizionamenti dell'organismo, sia eccessivamente mitigata, per non dire annullata, se si prevede che in ogni fase dei lavori il capo dell'Esecutivo può partecipare, intervenire, presentare documenti e formulare proposte sui temi in discussione. Avrebbe un senso diverso, invece, prevedere che la Consulta possa procedere, quando lo ritiene utile, alla audizione del Presidente della Regione o degli Assessori su specifici temi. Ritenendo di fornire un modesto contributo, ho predisposto alcuni emendamenti, sui quali spero l'Aula voglia dare un positivo parere.

Infine, una considerazione sul tecnicismo: in modo particolare nella fase iniziale del progetto, occorre a mio parere evitare di accentuare gli aspetti legati alla cosiddetta comprovata competenza e all'alta professionalizzazione dei consultori, deve esserci un amalgama veramente omogeneo tra bisogni concreti e teorie, gli uni spesso sono distanti dalle altre, nel senso che i bisogni sono della gente comune più di quanto non lo siano le teorie giurisprudenziali e le norme. Limitare il ricorso ai superesperti, se non per le questioni strettamente ordinamentali, è un fatto importante, così come lo sarà una chiarezza espositiva nella definizione dei principi e delle competenze della Regione. Per questo motivo, durante il dibattito sulla mozione per la costituzione della Consulta, insieme alle colleghe Giovanna Cerina e Mariuccia Cocco, avevo proposto l'istituzione di un albo aperto ai cittadini qualunque, quelli che comunque avessero voluto dare un contributo. Lo Statuto sardo deve essere di facile comprensione e divenire patrimonio di tutti i componenti della nostra realtà, soprattutto di quelli meno apprezzati culturalmente e che possono avere nello Statuto di autonomia la loro carta dei diritti, senza equivoci o incertezze interpretative. Grazie.

PRESIDENTE. Grazie onorevole Caligaris. E' iscritto a parlare il consigliere Ladu. Ne ha facoltà.

LADU (Fortza Paris). Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, ancora prima di addentrarmi nel merito della proposta di legge che stiamo discutendo, vorrei sottolineare il percorso storico che ci ha portato alla situazione odierna. Infatti, lo Statuto autonomo della Sardegna è stato approvato nel 1948, e il cammino dei sardi in questi quasi sessant'anni di autonomia ha segnato le linee di sviluppo della nostra regione con alterne fortune. Ai primi anni di autonomia, caratterizzati da un fervore quasi religioso, succeduti alla ripresa della vita democratica dopo la caduta del regime fascista, sono seguiti gli anni di ripresa della cosiddetta rinascita. Anni durante i quali la cultura politica, improntata ad un economicismo vetero-marxista, ha teso a rendere inconciliabili le ragioni etniche della nostra autonomia e quelle dello sviluppo economico della Sardegna.

Oggi a dimostrazione degli errori di tale impostazione ci troviamo a vivere un momento negativo di sottosviluppo economico e in qualche caso anche di sottosviluppo sociale e culturale. Certo questa situazione di sottosviluppo ha ragioni non solo interne ma anche internazionali, eppure va detto che la nostra troppo debole e sempre più assistita economia anche per la deficienza di autonomia, è incapace di reggere il confronto con le competitività sempre più agguerrite e di adeguare il proprio sviluppo e i livelli infrastrutturali agli standard italiani ed europei.

Fra le ragioni che hanno impedito il formarsi di un tessuto imprenditoriale e produttivo autonomo ci sono le insufficienze di uno Statuto che già alcuni consultori regionali e rappresentanti sardi alla Costituente definivano una timida imitazione di quello che avrebbe dovuto essere un vero Statuto speciale di autonomia per una regione con le peculiarità politiche economiche culturali e sociali della Sardegna. Il nostro Statuto già nasceva viziato perché in seno alla Consulta regionale che aveva il compito di formulare il testo prevalsero più le spinte partitiche che non gli interessi del popolo sardo.

Da rilevare la posizione delle sinistre assolutamente contrarie al conferimento di competenze primarie alla Regione, preoccupate di non intaccare il potere centrale dello Stato cui nella loro visione attribuivano l'entità di soggetto unico in grado di guidare e di promuovere le grandi riforme nazionali e regionali. I sardisti attraverso la proposta elaborata da Gonario Pinna e da Piero Sotgiu e i democristiani per mezzo della proposta del consultore Vittorino Gastaldi, che erano gli unici partiti a portare un proprio testo di Statuto autonomista, furono isolati dalle spinte conservatrici centralistiche e statalistiche della maggioranza dei consultori regionali.

Il risultato fu che il governo provvisorio della Repubblica, dopo le prime incoraggianti aperture che portarono al varo dello Statuto siciliano fortemente caratterizzato da livelli considerevoli di autonomia e di potestà decisionali sotto la minaccia secessionista della Regione nostra sorella insulare, ebbe un moto di rifiuto verso qualsiasi apertura sia in senso federale che autonomistico. Così la proposta dei consultori sardi, che già partiva priva della maggior parte dei contenuti propri di una vera Carta statutaria di sovranità della Sardegna, fu ulteriormente indebolita dai costituenti, tanto è vero che dopo la sua approvazione già si parlò della necessità di rivederla e di correggerla.

Per quasi settanta anni ogni governo che si è succeduto alla guida della nostra Regione ha sempre posto in rilievo la necessità di riscrivere lo Statuto sardo, uno Statuto che, ad onor del vero, non sempre è stato utilizzato dispiegando al meglio tutte le nostre potenzialità, ma che comunque si è mostrato inadeguato ed è ormai obsoleto per rappresentare le mutate esigenze e le forti spinte di modernità della società sarda. Abbiamo visto quali sono i limiti di questo Statuto anche in occasione del dibattito che c'è stato sulle entrate della Sardegna; proprio il fatto che non ci fosse veramente uno statuto vincolante ha contribuito, perché non è imputabile solo a quello, ad arrivare a questa situazione. Tutti questi tentativi di miglioramento dello Statuto sono stati sempre portati avanti, in decenni di battaglie sull'autonomia, prefigurando un processo di vasta partecipazione popolare per trasferire nella nuova Carta le ragioni storiche linguistiche sociali e culturali che danno ai sardi il diritto di essere un popolo.

Oggi, purtroppo, questo processo si è interrotto con la proposta avanzata dalla maggioranza di nominare, dico volutamente nominare non eleggere, una Consulta per lo Statuto, in adempimento ad un ordine del giorno, votato frettolosamente e senza il necessario confronto con le forze dell'opposizione, che ne prevedeva l'istituzione. Si tratta in tutta evidenza di una Consulta nominata con un criterio non solo discutibile ma profondamente contraddittorio; si evoca una magica parola, "proporzionalità", e la si mistifica con la previsione che siano i voti ottenuti nel collegio regionale a determinare la composizione. I voti espressi cioè per le coalizioni secondo la pessima legge elettorale maggioritaria che alla coalizione vincente ha assegnato il 70 per cento dei seggi del Parlamento sardo; altro che proporzionalità, non mi pare che sia questo il criterio che debba essere adottato in questa fase. Si tratta di un criterio contraddittorio rispetto al messaggio del nuovo Presidente della Repubblica che questa stessa maggioranza ha eletto. Egli parla di condivisione delle grandi scelte istituzionali e voi, colleghi della maggioranza, blindate questa brutta legge negando alle opposizioni la possibilità di renderla almeno presentabile.

Contraddittoria, questa vostra legge, anche perché da un lato pretendete di informare questa Consulta alla complessità della società sarda e poi finite per farne una replica delle divisioni per schieramenti precostituiti. Che senso ha, colleghi della maggioranza, imporre che le liste debbano necessariamente fare riferimento alle coalizioni impedendo l'aggregazione secondo linee di pensiero che non erano in gioco alle elezioni regionali del 2004? In quella occasione i partiti e le coalizioni non hanno chiesto agli elettori di scegliere fra diverse ipotesi di autonomia e gli elettori non hanno eletto portatori di diverse concezioni istituzionali. Agli elettori, nella primavera del 2004, non abbiamo chiesto un mandato per scrivere la nostra Carta costituzionale, se l'avessimo fatto probabilmente i risultati sarebbero stati diversi da quelli che vedono dei fieri oppositori della sovranità sarda fra i vincitori delle elezioni.

Più che la volontà di discutere del futuro delle nostre istituzioni prevale in voi, colleghi della maggioranza, la voglia di occupare tutti gli spazi possibili non solo nelle istituzioni preposte al governo della Sardegna, cosa assolutamente legittima fra l'altro, ma anche in un organismo, la Consulta, che dovrebbe essere altra cosa dal gioco per schieramenti. Persino i rappresentanti di Università, sindacati, CREL nella Consulta, rischiano di essere scelti sulla base della loro adesione partitica e pertanto condizionati e condizionabili da una maggioranza e da una Giunta che mantengono un potere asfissiante di controllo e di indirizzo sulla Consulta.

Non si respira oggi, cari colleghi, quel clima di attesa che ha caratterizzato i grandi avvenimenti che hanno segnato una svolta nella nostra lunga tradizione autonomistica, non esiste neppure la parvenza di quel fervore che elettrizzava questo nostro Parlamento quando ci apprestammo a votare l'istituzione dell'Assemblea Costituente del popolo sardo. Anche se poi abbiamo visto quali sono stati gli esiti, quella comunque fu una grande proposta, un grande passo avanti di questo Consiglio regionale. Più semplicemente il clima è quello che in maniera ripetitiva e monotona si registra in questi ultimi due anni di legislatura, con una maggioranza proterva e sorda e poco incline al confronto. Abbiamo visto cosa succede nelle Commissioni, cosa succede in Consiglio: si vota a maggioranza; a me pare che il contributo che può dare l'opposizione sia veramente un contributo minimo. Subisce un'evoluzione persino il linguaggio per cui il concetto di popolo sardo è sostituito da quello più sbiadito di comunità e il concetto di sovranità viene svilito da una forma di decentramento che lascia alla nostra isola un potere delegato e non un potere concorrente o autonomo. Lo stesso articolo 2, dove vengono indicati i principi guida per la redazione dell'articolato, più che enunciare una vera e propria formulazione di sovranità e di autodeterminazione è espressione di una cultura figlia di una visione legata alla sussidiarietà e al decentramento.

Tutto il provvedimento lascia molti dubbi sulla effettiva portata dei lavori che la Consulta sarà chiamata a svolgere; infatti, si tratta di una sorta di apparato elitario che deve affiancarsi alla volontà di chi ha contribuito a nominarlo, privo come è di qualsiasi potestà decisionale. Infatti, sia il Presidente che la Giunta possono non solo controvertere le indicazioni che verranno proposte ma addirittura ignorarle e farne per così dire carta straccia. Meglio sarebbe stato allora nominare un comitato scientifico magari con esperti provenienti oltre Tirreno, come sembra di moda in questi ultimi tempi, col compito di effettuare una mera e semplice consulenza. Mi chiedo se sia serio spendere ingenti quantità di denaro pubblico per mettere in piedi un vero e proprio baraccone le cui finalità si perdono nei silenzi ostentati dal nostro governatore e dalla sua maggioranza, soprattutto in un momento nel quale le difficoltà finanziarie che ci troviamo ad attraversare ci consiglierebbero un miglior utilizzo delle risorse regionali.

Ma quello che appare maggiormente intollerabile, colleghi, è il fatto che si sia miseramente abdicato al ricorso alla sovranità popolare estromettendo tutte le forze sociali della nostra terra dai processi decisionali per la scrittura del nostro Statuto di autonomia, le cui ricadute saranno determinanti per le dinamiche dello sviluppo economico sociale e culturale delle generazioni future dei sardi. In queste condizioni sarà inevitabile il ricorso ad un referendum confermativo di questa brutta legge e questo dovrebbe far riflettere i colleghi della maggioranza, infatti, su una materia di così vasta complessità e di tale interesse, è necessario richiedere il massimo coinvolgimento di tutto il popolo sardo attraverso l'espressione e la condivisione ampia e partecipata di tutti che deve accompagnare il nuovo Statuto di autonomia dell'Isola, affinché esso sia lo specchio nel quale si possa riflettere il sentire comune di tutto il nostro popolo e non solo di una parte di esso. Grazie.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Maninchedda. Ne ha facoltà.

MANINCHEDDA (Federalista-Autonomista Sardo) Onorevoli colleghi, oggi non abbiamo in discussione lo Statuto della Sardegna, oggi abbiamo in discussione gli strumenti per arrivare a definire il nostro Statuto in modo partecipato, per cui alcuni accenti retorici mi paiono fuorvianti. Il cuore di questa legge è costituito non solo da ciò che c'è scritto ma anche da una questione di metodo e poi soprattutto da quell'articolo 2, così bistrattato dall'onorevole Ladu.

Il metodo: quando la proposta venne scritta era ben chiaro ai proponenti che, in materia di Statuto, i ruoli di maggioranza e di opposizione dovevano essere meno antagonisti e più dialoganti. Purtroppo, invece, bisogna registrare che in meno di due anni il radicalismo di massa, che sta affliggendo non solo la Sardegna ma anche l'Italia, si è nuovamente affermato e ha una conseguenza: l'appartenenza alla propria parte viene prima a prescindere dagli argomenti in discussione, a prescindere dagli interessi rappresentati, dalla ragionevolezza delle proposte sostenute; é il radicalismo che impedisce in Italia e anche in Sardegna, che l'alternanza si svolga in un quadro istituzionale stabile; ed è il radicalismo, colleghi dell'opposizione, che impedisce per la Sardegna che emergano gli interessi generali e legittimi dei Sardi all'interno dell'agenda del governo nazionale, che è il nostro problema! Perché è il radicalismo che impedisce l'unità politica dei Sardi, senza la quale non c'è alcuna possibilità che l''integrazione europea prenda il volto delle cose concrete. Il problema non è la sovranità, il problema è l'unità politica dei Sardi. E' diverso! E' il radicalismo che marca un confine falso anche in Sardegna tra i cosiddetti moderati e i cosiddetti riformisti, perché io sono convinto che ci siano innovatori democratici convinti che stanno nel centrodestra e conservatori autoritari che stanno nel centrosinistra. L'opposizione per superare i difetti del radicalismo di massa propose, tempo fa, una sorta di cerniera istituzionale tra i due schieramenti, da realizzarsi attraverso una composizione numericamente paritetica della prima Commissione. Non so se possa funzionare, tanto più che nel Parlamento nazionale non ha funzionato.

Io credo che, invece, bisogna seriamente considerare la necessità di innovare il sistema politico della Sardegna. Di favorire la conclusione di un processo, badate, iniziato nel 700 in Sardegna, quando si incominciò a comprendere che anziché essere ripetitori e importatori di idee, si poteva essere produttori di idee di rilevanza europea e lo si poteva fare sulla base degli interessi della Sardegna, pensati non in chiave nazionalistica e separatista, ma nella chiave dell'integrazione europea. Questo pensiero è il miglior pensiero che la Sardegna abbia mai prodotto e non è mai riuscito a conquistare la fiducia politica che si dovrebbe concretizzare nell'unità politica dei Sardi. L'esempio catalano è disdicevole sotto tanti punti di vista, ma in un punto è apprezzabile: i Catalani sono riusciti ad affermare nell'agenda nazionale i loro interessi quando hanno mandato trenta deputati sotto uno stesso simbolo nel Parlamento spagnolo; allora, hanno incominciato ad esistere, prima no! Noi abbiamo un'eredità, dal 700 non da ieri; bisogna recuperare questa prospettiva positiva, che consente anche di non considerare il sistema politico come definitivo ed immobile, piuttosto che affidarsi o a rinunce, come mi pare che stia facendo oggi l'opposizione, oppure ad improbabili alchimie istituzionali. Se si riprende a dialogare sulle regole e sugli interessi legittimi dei Sardi, non accademicamente ma proprio accettando il rischio e la scommessa della modifica del sistema politico sardo, è probabile che si riesca a sfuggire allo schematismo, che poi è una forma di conservatorismo del radicalismo di massa. Questo per quanto riguarda il metodo.

Passando al secondo argomento, l'articolo 2 della legge, che condivido, ha un grande rilievo perché elenca le materie di cui dovrà occuparsi lo Statuto, indica cioè la materia costituzionale della Sardegna, ossia quella materia che viene garantita dalle complesse procedure costituzionali per mettere al riparo il sistema delle istituzioni e dei diritti dal radicalismo di cui parlavo prima, sempre tentato di cambiare tutto ogni volta che cambia la maggioranza. L'articolo 2 è la prima formulazione, di cui quest'Aula si occupi, della materia costituzionale della Sardegna e dice che vuole regolamentare diritti e principi; non è vero che i principi sono nel preambolo! Approvare oggi, come personalmente auspico, la legge e l'articolo 2 significa emendare in profondità la legge statutaria proposta dalla Giunta, limitandola alla sola forma di governo e alla legge elettorale liberandola da ciò che attiene all'ordinamento amministrativo e ai diritti dei cittadini. Tener ferma questa distinzione tra l'oggetto delle leggi costituzionali e quello delle leggi ordinarie, significa ribadire che la funzione primaria antichissima di un Parlamento è affidare al diritto e non all'arbitrio la regolazione dei conflitti tra gli interessi, ma, soprattutto, la regolazione dei rapporti tra il potere, cioè il Governo, e i cittadini. Perché la specialità della cultura liberale e democratica europea sta proprio nella limitazione del potere a favore della libertà della persona, proprio attraverso il diritto.

E' un errore secondo me, troppe volte ripetuto in questa legislatura, stanziare somme e delegare la Giunta a regolare come erogarle, perché il cittadino non ha alcuna difesa rispetto al potere esecutivo; il Parlamento non deve indicare solo gli obiettivi, ma soprattutto le procedure attraverso le quali quegli obiettivi vengono raggiunti, in maniera tale da subordinare il Governo e i cittadini alla legge; non si può affidare al Governo la disciplina dei rapporti col cittadino, perché questa funzione è del Parlamento. E che questa legge, oggi, scriva nell'articolo 2 che cos'è materia costituzionale è importantissimo, perché deve disciplinare anche chi si occupa di che cosa, e ciò vale molto in materia costituzionale. Che cos'è la materia costituzionale?! Faccio alcuni esempi. Ma insomma chi fa le riforme importanti della Sardegna?! Io sono convintissimo che noi stiamo sottovalutando la portata della legge di riforma del territorio che sta per essere varata col piano paesaggistico, ne sono convintissimo! Ed è assurdo che non sia passata in quest'Aula una discussione e un voto serio sull'articolato, è assurdo! Badate che basta indagare la storia della Sardegna per capire quale rapporto c'è tra democrazia, territorio e sviluppo. Vi faccio solo un esempio: ogni qual volta la Sardegna ha un momento di espansione noi troviamo la popolazione che si dispone in tutto il territorio, abbiamo tanti piccoli centri, la gente va a vivere in campagna, ogni qual volta siamo stati colpiti da pestilenze la gente si è ritirata nelle città. Allora, bisogna studiare i flussi demografici per capire qual è la tendenza naturale degli insediamenti. Ebbene, quando ci sono stati spopolamenti, nel 600 ci sono stati villaggi fondati dai signori, suggerisco la lettura dei pochi Capitols de gratias pubblicati, le comunità andavano dal feudatario a chiedere che gli venissero riconosciuti i diritti di autonomia, bene, i comuni, i villaggi che ottenevano più spazio d'autonomia sono stati quelli più sviluppati. C'è un legame tra autogoverno e sviluppo: la Sardegna ha avuto il momento di maggiore sviluppo negli anni 70-80 ed è stato il momento di maggiore partecipazione, di maggiore decentramento regolato. Io credo che il territorio, il paesaggio, siano argomenti statutari, che sia stato un errore non averli posti al centro di una discussione di quest'Aula; nello Statuto dovranno discutere di questo, assolutamente! Come si organizzano i poteri?! I rapporti tra gli enti locali e la Regione vanno definiti. Attualmente gli enti locali sono indifesi, anche se hanno un loro strumento di partecipazione, e in più la Regione non si sta dotando di uno strumento di controllo sulla sua attività: gli strumenti di controllo sono terzi rispetto all'esecutivo, perché controllano anche l'attività amministrativa dell'esecutivo, non ne abbiamo di questo genere!

Allora, nello Statuto, noi dobbiamo decidere che tipo di organizzazione di poteri vogliamo, che tipo di partecipazione, se vogliamo un sistema accentrato o un sistema decentrato! Io sono a favore di un sistema largamente decentrato, di tipo federalistico, l'ho scritto ancor prima di candidarmi, perché garantisce meglio la legalità, noi stiamo andando verso un sistema fortemente accentrato, fortemente accentrato, senza strumenti di controllo e questo produce distorsione del diritto. Su questo io attendo risposte posto che i nomi e cognomi li ho fatti anche in una interpellanza. E sono convinto che sia nata una distorsione del diritto, non per dolo, ma perché questo è tipico di tutti i sistemi centralizzati, tipico. In tutti sistemi centralizzati ci sono minori strumenti di controllo, ci sono più deroghe. Allora, l'articolo 2 di cui noi stiamo, oggi, discutendo come parte di questa legge, disciplina qual è la materia costituzionale e finalmente nello Statuto potremmo sancire non per la durata di una legislatura, ma per una durata più lunga, un sistema, un ordinamento, un rapporto tra i poteri ed il cittadino e tra poteri locali e il potere regionale, in modo tale che essi possano essere stabilmente orientati verso la democrazia. Come personalmente auspico!

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Diana. Ne ha facoltà.

DIANA (A.N.). Grazie Presidente. La centonovantunesima seduta della tredicesima legislatura si è aperta con la commemorazione di due autorevoli esponenti della politica del passato e dalle considerazioni che presidente Spissu ha portato alla nostra attenzione è emerso chiaro che anche questi due autorevoli esponenti si erano occupati di questa materia; e se ne erano occupati attivamente! Faccio questo riferimento, per cercare di far capire meglio all'onorevole Caligaris e all'onorevole Maninchedda quali sono i ragionamenti che fa Alleanza Nazionale, siccome troppi riferimenti sono stati fatti a questo, non c'è da parte mia nessun disimpegno onorevole Caligaris, glielo assicuro non c'è stato e non ci sarà nemmeno nelle prossime ore e nelle prossime giornate! Così come non ci sarà nessuna rinuncia onorevole Maninchedda, per quanto mi riguarda, ma credo anche per quanto riguarda Alleanza Nazionale. Ritornando un attimo ai due autorevoli e illustri nostri colleghi ormai scomparsi, dicevo appunto, e mi serve per ricollegarmi al mio ragionamento, che allora, loro, assieme ad altri, non impegnarono altri terzi, cercarono di impegnare il Consiglio regionale, e così hanno fatto tutti; la storia è cominciata a cambiare nell'ultima legislatura, quella che ci ha lasciato. Io credo che mettere in piedi la consulta sia stato un escamotage per evitare la costituente; per quanto mi riguarda avevo già rinunciato alla costituente all'inizio di questa legislatura. Dico anche perché, altrimenti sembrerebbe che ci sia stato un cambiamento di posizione: la costituente aveva un senso, forse, con un meccanismo elettorale che non garantiva all'interno di quest'Aula una maggioranza ampia, un consenso forte che derivasse dalla elezione diretta, e quindi, da una capacità di chi ha vinto le elezioni di poter essere propositivo in una discussione sulla modifica dello Statuto. Una volta applicata la riforma elettorale mi sembrava, ne sono convinto ancora oggi, e più ne parlo più mi convinco, che la costituente non avesse senso! In questa direzione ci siamo mossi anche prima ancora dell'Ordine del giorno del dicembre del 2004 - faccio riferimento a questa data perché significa qualcosa, sono passati quasi due anni e ancora siamo in aula a discutere della consulta - prima ancora di allora, dicevo, Alleanza Nazionale ha formulato e presentato una proposta di modifica di Statuto, è agli atti, è una proposta che in Commissione sarà elemento di discussione insieme a ciò che la Consulta sarà in grado di portare all'attenzione di questa Aula. Forse qualcuno di voi pensa che non debba avvenire così, l'onorevole Balia diceva che: "potrà essere elemento utile per....." io credo, onorevole Balia, che non debba essere un "elemento utile per…", io credo che sia uno degli elementi che sarà preso in considerazione dalla Commissione prima e dall'Aula dopo.

Le considerazioni che sono state fatte, io non le voglio riprendere; si è parlato molto di storia, se dovessimo andare a guardare la storia dovremo spararci tutti quanti in testa perché i primi ad affossare uno statuto valido per la Regione Sardegna siamo stati noi sardi perché anziché imbottigliarci in quegli anni, nel 46 nel 47 nel 48, in tante discussioni, avremmo dovuto accettare le proposte che allora ci pervenirono; vista la nostra incapacità di metterci d'accordo, avremmo dovuto accettare lo Statuto della Regione Sicilia almeno per quelle parti che oggi sono all'attenzione anche del Presidente della Giunta regionale che ringrazio per essere presente, così come ringrazio anche tutti i componenti della Giunta, o quasi; era doveroso, importante, non stiamo parlando di una legge qualsiasi, stiamo parlando di un argomento importante. E quindi, dicevo, abbiamo sbagliato in quella circostanza, le nostre divisioni ci hanno portato, anche in materia di autonomia finanziaria, a rivendicare delle risorse che erano già da allora insufficienti, che già da allora erano inferiori a quelle che la Regione Sicilia due anni prima aveva ottenuto. Quindi meditiamo sugli errori che abbiamo fatto.

Ora, diceva l'onorevole Maninchedda, non stiamo discutendo il merito dello Statuto. Ma io intendo discutere il merito; l'onorevole Caligaris, probabilmente poco informata, dice che c'è da parte nostra una posizione di disimpegno, l'onorevole Maninchedda parla di rinuncia; cari colleghi, noi discuteremo questo articolato e faremo le nostre considerazioni, perché la fase precedente è già stata superata. L'ordine del giorno approvato dal Consiglio è un fatto che noi ci siamo lasciati alle spalle, oggi noi dobbiamo andare avanti, non è possibile che tutte le volte che c'è all'ordine del giorno un argomento che non condividiamo uno pensi: "le porte sono aperte si accomodi" No! Io sto in aula! Starò in aula sin quando non verranno messe in discussione le mie prerogative, fin quando non verrò oltraggiato, fin quando non sarò condizionato nella mia attività di legislatore. Fino a quando queste cose non si verificheranno io starò in aula e cercherò, quando si esaminerà l'articolato, di far capire quali sono le cose sulle quali non sono d'accordo o sulle quali possiamo essere divergenti.

Onorevoli Maninchedda e Balia, forse è necessario che vi mettiate d'accordo. Noi non stiamo scrivendo lo Statuto, ha ragione l'onorevole Maninchedda, noi stiamo discutendo, semmai, lo strumento che sembrerebbe più utile per arrivare alla formulazione di una bozza di Statuto che poi verrà esaminata dalla Commissione e successivamente dall'Aula. Ma quando l'onorevole Balia ha iniziato a dare un po' di gambe a quello che avrebbe dovuto essere solo uno strumento, credo che forse si sarebbe dovuto spingere un po' più in avanti perché se i problemi sono la continuità territoriale, il nuovo Piano di rinascita, le risorse finanziarie, i rapporti con la Comunità europea, i seggi in Parlamento, forse l'unica cosa nuova che c'è è il seggio nel Parlamento europeo, ma ricordiamoci che il Parlamento italiano, il Senato italiano, ha impedito che la Regione Sardegna avesse un suo rappresentante nel Parlamento europeo. Con un voto di astensione cari colleghi, neanche con un voto contrario, ma come si sa al Senato l'astensione vale come voto contrario. Ma io non voglio fare polemiche, le ricordo solo, onorevole Maninchedda, dal momento che lei dice che la Catalogna ha 30 deputati, che la Regione Sardegna, tra deputati e senatori, né ha, mi pare, lo stesso numero e, guarda caso, uno di quei sardi non eletto qui è stato proprio l'artefice di quel misfatto che ha portato la Sardegna a non avere un rappresentante nel Parlamento europeo, ma questa è storia, mi metto dietro le spalle anche questo, dobbiamo andare avanti! Mi pare che dall'esame di questo articolato possa emergere una considerazione: che l'articolo 2 per decisione della maggioranza, o di coloro che hanno partecipato alla stesura del testo ed ai lavori della Prima Commissione, rappresenti un po' il cuore di tutto l'articolato. Io dico che ce ne sono anche altri, e mi preoccupano di più gli altri che questo però nello scorrere l'articolo due, onorevole Maninchedda, mi sono ricordato della nostra proposta di Statuto e le assicuro che gli argomenti indicati come materia statutaria sono gli stessi, per cui, voglio dire, non andiamo ad inventare niente! non andiamo ad inventare niente! Bisogna capire se poi ai titoli facciamo seguire norme che sono più largamente condivise! Questo io penso che non possa essere possibile fuori da quest'aula ed ecco la mia avversione nei confronti della Consulta.

Ieri notte nell'ascoltare il Presidente della Camera ho cercato di capire il suo ragionamento fine, sottile e pericolosissimo, io lo considero pericolosissimo per chi come me milita nel centrodestra, perché ha fatto una considerazione che ritroviamo anche in questa relazione che voi avete sottoposto alla nostra attenzione. Certo, non c'era alcun rapporto con ciò di cui oggi discutiamo, però è la filosofia che mi preoccupa! Infatti, quando ho letto nella relazione della Commissione, che probabilmente non risente dei ragionamenti fatti dall'onorevole Maninchedda, tra gli altri passaggi - al di là di quello che si riferisce allo "sviluppo anche per un futuro non immediato" e mi preoccupa anche questo, perché vorrei uno Statuto che invece avesse gambe da subito! Immediatamente! Uno dei grossi problemi per quanto riguarda le entrate è determinato dal fatto che non siamo stati in grado di approvare un nuovo Statuto, di modificare almeno quell'articolo, e lo abbiamo detto tante volte, lo abbiamo detto tante volte. Avremmo tagliato la testa a tutti! Oggi ci siamo imbarcati in quest'esperienza che sarà un'esperienza certamente produttiva, non lo so che cosa produrrà però - quello che dice: "altrettanto evidente è però che quanto più il progetto elaborato dalla Consulta sarà robusto sul piano tecnico", e sin qui potremmo anche essere d'accordo, "e dei contenuti e su quello del consenso e della mobilitazione tanto più esso potrà imporsi e registrare un consenso ampio delle forze politiche anche nelle formali ordinarie", signori, colleghi, Signor Presidente del Consiglio, Signor Presidente della Regione, se io non ho inteso male ciò che è scritto, vuol dire solo una cosa, che quando la bozza di Statuto arriverà in Consiglio regionale i giochi saranno fatti! Ma allora qual è la funzione del Consiglio regionale? Guardate che nella bozza di Statuto che verrà elaborata ci sarà scritto che la potestà legislativa, a parte il riconoscimento dell'iniziativa legislativa popolare, è di questo Consiglio regionale! E allora, per ritornare all'onorevole Bertinotti, lui ieri ha espresso, in un passaggio del suo discorso, lo stesso concetto: dobbiamo preparare un largo consenso alle nostre proposte in modo che quando arrivano al Parlamento è chiuso tutto. Le assemblee legislative non avranno più la possibilità di modificare perché c'è in basso un consenso che se vale per leggi di incentivazione finanziaria, che se vale per leggi che servono per la tutela dei lavoratori, se vale per leggi che servono per le incentivazioni alle imprese, non può valere assolutamente per uno Statuto o una Costituzione. Questo, secondo il mio modesto parere, non può essere possibile.

Questo mi spaventa di più dell'articolo 2 onorevole Maninchedda, l'articolo 2 non mi spaventa contiene dei principi, non ci sono problemi, magari mi sarebbe piaciuto capire se per la vostra parte politica sia da inserire l'evidenziazione delle radici cristiane di questa terra. Mi sarebbe utile capire se a questi signori, ai consultori, o a coloro che dovranno stendere questa bozza verrà data questa indicazione, o quella contenuta nel comma 2 dell'articolo 6 - chiedo scusa Presidente, non lo dico riferendomi a lei, ma a un qualsiasi presidente della Regione - che dispone: "Il Presidente della Regione può in qualsiasi fase del lavori della Consulta, nei termini previsti dal comma 1 - andatevelo a leggere - partecipare, intervenire, presentare documenti, formulare proposte su temi di discussione". Ma noi stiamo istituendo una Consulta, ci stiamo affidando a terzi, terzi nostri corregionali certamente, persone autorevolissime, cercheremo tutti quanti di spremerci le meningi per trovare le persone più adatte, non ho capito il senso di questa norma: il Presidente interverrà qua in aula, davanti al Consiglio regionale? Stiamo già prevedendo interferenze, posso anche capire che la Commissione possa avere la necessità di sentire con una certa frequenza la Consulta, per capire a che punto è, anche perché questo termine di otto mesi non verrà assolutamente rispettato, ma questo merita una discussione a parte. La Prima Commissione, comunque, prima ancora che sia approvata la bozza di Statuto, può proporre modifiche e integrazioni alla Consulta. Ma, colleghi, io sono disponibile ad affidare alla Consulta tutto! Però che lo faccia la Consulta! Per otto mesi il Consiglio regionale si liberi di questo impegno, perché se noi della minoranza, ma lo stesso vale anche per voi della maggioranza, diamo indicazioni sui rappresentanti in seno alla Consulta, a loro ci dobbiamo affidare.

Quando poi entreremo nel merito di questo articolato avrò un'altra proposta da fare, onorevole Maninchedda, che riguarda i territori alla cui tutela Lei è molto affezionato, perché è vero ciò che ha sostenuto sul legame tra democrazia, territorio e sviluppo. Lo sviluppo si ottiene in molti modi. Anche la democrazia si realizza in tanti modi, e la tutela dei territori anche si ottiene in tanti modi, forse già da ora dovremmo cominciare a pensare che la sede della Consulta non dev'essere necessariamente Cagliari perché forse una certa forma di democrazia è nata in un territorio diverso, perché forse il Giudicato di Arborea può vantare meriti almeno pari a quelli della città di Cagliari! Stiamo parlando di una Consulta, stiamo parlando di un organismo che è terzo. Dovrebbe essere il più asettico possibile per come l'avete disegnato! Io credo che uno spostamento della sede non creerebbe problemi, avete mandato Abbanoa a Nuoro, adesso si bisticcia per stabilire il capoluogo della Provincia di Lanusei a Tortolì, non so che cosa succederà nel Medio Campidano se l'abbiano già indicato. Forse il giudicato di Arborea potrebbe anche essere sede della Consulta, sarebbe un segno di riconoscimento, di un territorio che cresce, ed allora, è una proposta che farò, ne parlo adesso perché, voglio solo far capire che l'articolato lo esamineremo e ne discuteremo. Ci sono anche altre cose che non condivido, però non mi posso scontrare contro un muro di cemento armato una volta che ho detto che non sono d'accordo sulla Consulta, se la Consulta deve essere fatta, bene, io discuterò sulla Consulta. E poi aspetterò la bozza di Statuto, che arriverà alla nostra attenzione, la valuteremo, ci confronteremo, tutte le altre considerazioni per il momento non mi riguardano, e non mi devono riguardare.

Per terminare, lei dice, onorevole Maninchedda, che il radicalismo impedisce l'unità politica dei sardi, non l'ho inventato io il radicalismo, lo dico perché mi è sembrato che il suo ragionamento fosse in qualche maniera indirizzato ai banchi dell'opposizione. Il radicalismo non l'abbiamo inventato noi e per quanto mi riguarda non lo conosco e vorrei farne a meno però lei non può utilizzare quest'aula, onorevole Maninchedda, per far sentire alla suocera ciò che non vuole dire alla nuora, perché questo si verifica ormai da diverse settimane. Sia più chiaro, sia più esplicito, aiuterebbe noi, probabilmente gratificherebbe di più se stesso e soprattutto aiuterebbe i sardi. Grazie.

PRESIDENTE. Grazie Onorevole Diana. E' iscritto a parlare il consigliere Orrù. Ne ha facoltà.

ORRU' (D.S.). Grazie signor Presidente. Ora, pur con un certo ritardo, perché chi mi ha preceduto ricordava che una prima risoluzione di questo Consiglio regionale risale alla fine del 2004, cioè a un anno e mezzo fa, pur con certo ritardo, dicevo, il Consiglio si predispone ad adempiere a quell'impegno assunto sette mesi or sono e cioè con l'ultimo ordine del giorno approvato, appunto, a maggioranza.

Un ritardo motivato non solo dagli adempimenti istituzionali, anche quelli cui sono tenuti altri soggetti istituzionali quali il Consiglio delle autonomie locali, ma in parte credo al tentativo di ampliare, non dico il consenso perché questo lo si misurerà alla fine, ma la partecipazione ancorché critica delle minoranze consiliari alla costruzione dello strumento consulta. Faceva bene chi ricordava che oggi non stiamo discutendo dello Statuto ma dello strumento che deve consentirci di arrivare alla discussione dello Statuto. Quindi, un ritardo dovuto al tentativo di ampliare la partecipazione, anche in questa fase, come premessa per una più ampia e indispensabile partecipazione di tutte le forze politiche alla fase successiva, in particolare quella della elaborazione della riforma della nostra carta costituzionale. Va detto che questo tentativo non ha prodotto i risultati che forse ci attendevamo, io però ritengo che non sia facile superare contrapposizioni di tipo pregiudiziale, quel radicalismo, appunto, a cui si faceva riferimento come clima politico generale non attribuendolo a una parte politica in particolare. Io penso che questo abbia avuto il merito di avere stemperato perlomeno alcune contrapposizioni, di aver riportato innanzitutto in quest'Aula, nella sede propria, il confronto politico obbligando ciascuno, e innanzitutto la maggioranza, ad assumersi le proprie responsabilità. Anche all'interno della maggioranza c'erano posizioni differenti, nella fase preliminare della discussione era stata posta in questione l'esistenza stessa della consulta, in passato si è privilegiato il percorso della costituente elettiva, tuttavia si è favorita la scelta, giustamente, a mio avviso, di fare un passo avanti, di cercare cioè di mandare avanti il processo, di spingere in avanti la situazione e si sono privilegiati anche i contenuti, perché no? Quali contenuti? Certamente i contenuti condivisi, quel minimo comune denominatore che nella fase preliminare deve mettere d'accordo tutti, come i principi ispiratori inseriti nell'articolo 2, non è vero che non ci sono, certamente la proposta di legge non poteva contenere, invece, principi non condivisi sui quali c'è una conflittualità o una dialettica politica molto aspra.

Io credo che questo tentativo sia stato fatto, lo ricordava anche poc'anzi l'onorevole Diana, ma tenendo conto, anche per quanto attiene al percorso, dell'esigenza di realizzare la più ampia partecipazione democratica imperniata tuttavia sempre sulla responsabilità del Consiglio regionale, con un percorso che sta dentro quanto stabilito dal primo comma dell'articolo 54 del nostro Statuto e dall'articolo 138 della Costituzione, per le leggi di revisione costituzionale. E' il percorso utilizzato per tutte le modifiche statutarie che sono intervenute sino ad ora. Tutte, a dire il vero, unidirezionali perché sono approvate sempre su iniziativa del Governo o del Parlamento. Mai come oggi, forse, c'è stata un'opinione diffusa e una consapevolezza politica condivisa circa l'opportunità, e l'urgenza, di adeguare profondamente la nostra carta costituzionale, non è più forse solo un fatto di élite, di classe dirigente, è un fatto più popolare, di massa. Un adeguamento dovuto per i grandi mutamenti intervenuti nel quadro e nel contesto nazionale ed internazionale, non c'è dubbio: l'Europa a 25, la globalizzazione, fenomeni a cui facciamo sempre riferimento. Adeguamento dovuto però, cosa su cui forse riflettiamo meno, innanzitutto per come e per quanto è cambiata la Sardegna in questi 60 anni, cosa che peraltro ha modificato radicalmente il rapporto della Sardegna con la realtà esterna. Cioè quel processo di integrazione economica e sociale che era tra gli obiettivi principali del primo autonomismo, e che poi che è prevalso e, ancorché incompiuto, è tuttavia andato molto avanti; l'autonomismo non ha adempiuto pienamente al suo compito ma certamente è andato molto molto avanti, e costituisce oggi un quadro di riferimento importante per il nostro sistema produttivo, per i nostri servizi, per la scuola, per l'Università, per il nostro sistema istituzionale. Tuttavia ci rendiamo conto che quel processo di integrazione utile, direi vitale per la crescita culturale e sociale delle nostre popolazioni, è sempre più, qui sta il risvolto della medaglia ovviamente, è sempre più guidato e coordinato, diretto, da fattori e soggetti esterni: le istituzioni sovra-nazionali, il mercato aperto e le sue dinamiche, l'evoluzione tecnologica, e chi la possiede ovviamente, tutti elementi che hanno contribuito ad accorciare se non ad annullare quel grande fossato che ha rappresentato per secoli un limite fisico prima ancora che culturale, sulla via dello sviluppo.

E' evidente però che quel processo di integrazione, guidato e diretto dall'esterno senza un nostro intervento attivo, senza un sistema di regole condivise, assumerà sempre più un carattere dell'omologazione, e quindi del superamento della specificità, o delle specificità. Intendiamoci, anche questa può essere una scelta, purché la facciamo, non che ci venga imposta o che la subiamo; può essere anche questa una via per il superamento delle specificità, se intese come fatto negativo appunto; è già successo, è già successo in tante parti del mondo, direi che è la tendenza prevalente oggi, non la sola per fortuna, ed ha interessato e interessa culture millenarie che sono molto più radicate della nostra, parti intere di continenti, non solo una piccola isola, quindi non è facile da arrestare e non è facile neppure stabilire quando e in che modo, con quali strumenti, è possibile non dico arginare ma piegare questo processo ai nostri interessi, alle nostre aspirazioni. Un processo che tra l'altro, e non a caso, ha investito le realtà più moderne, più dinamiche, più avanzate, sotto il profilo dell'innovazione tecnologica, certamente, ma non certo sotto il profilo della salvaguardia dei diritti civili e dei diritti sociali, anzi mi pare che talvolta lo sviluppo non implichi necessariamente una maggiore tutela dei diritti. L'omologazione, insomma, intesa quasi come un costo da pagare per accedere alla modernità, al benessere diffuso, allo sviluppo, a quello sviluppo senza aggettivi purché sia, anche se non è uno sviluppo sostenibile, cioè attento al valore dell'ambiente, compatibile con la propria cultura, con la propria storia, quello sviluppo equilibrato che deve contemperare le ragioni economiche con la salvaguardia e il rispetto dei diritti sociali, civili e individuali.

Ora, tutto ciò se riferito a realtà del terzo mondo, a realtà dei paesi in via di sviluppo, non è che venga accettato, ma può essere tollerato quasi come un prezzo da pagare, però non è accettato comunque lo si voglia, nella nostra realtà e non deve essere accettato nella nostra realtà europea; non dev'essere accettato neanche nei paesi in via di sviluppo, intendiamoci, ma noi abbiamo gli strumenti per difenderci perché non abbiamo dietro le spalle il tipo di contraddizioni che hanno loro; noi potremmo, ancora scegliere più liberamente, con meno condizionamenti uno sviluppo più duraturo perché collegato con la nostra realtà storica e culturale, prima ancora che economica e sociale. Noi potremo, anche per questa via, rendere viva, attualizzandola, la nostra identità, che non è più quella della metà degli anni '90, né quella dell'800 e del 700, ma deve essere l'identità di oggi, che mantiene quel patrimonio ma lo rende vivo. Contribuendo, io penso, a costruire un quadro di garanzie attraverso la valorizzazione delle differenze, non chiudendoci in noi stessi, quindi facendo parte di un movimento democratico più ampio, ma anche attraverso la riforma della nostra carta costituzionale, trasformandola dall'essere principalmente strumento riparatore delle condizioni di arretratezza e quindi utile ad equiparare il livello di sviluppo economico e politico a quello del resto del paese, quale è stata sino ad oggi fondamentalmente, è anche per questo che è inadatta, in un testo in cui la tutela e lo sviluppo del proprio patrimonio culturale, delle basi etnico-storiche dell'autonomia diventa il perno della specialità sarda, non un elemento secondario. Non solo quindi uno strumento in difesa, come dire contrattuale, nei confronti dello Stato, e non solo di quello nazionale, anche questo certamente, ma uno strumento importante per affermare il valore positivo della propria specificità, come un elemento che contribuisce allo sviluppo alla crescita democratica del nostro Paese, proprio in virtù del fatto che ciò sino a non molto tempo fa rappresentava un limite, un fattore di arretratezza, di isolamento, può trasformarsi in un valore positivo che ci contraddistingue, ci caratterizza, prima ancora di affrontare qualsiasi altro tipo di confronto, sottolineando quindi quei fattori - storia, cultura, ambiente - che possono, e in parte già danno, quel valore aggiunto, anche sotto il profilo strettamente economico. E' inoltre urgente superare un rapporto con lo Stato caratterizzato solo dalle emergenze, piccole o grandi che siano, si chiamino continuità territoriale, parco del Gennargentu, servitù militari, sistema tributario (o vertenza entrate, chiamiamolo come vogliamo), o da quelle attinenti ai rapporti internazionali, con l'Unione Europea, il commercio con l'estero, la ricerca scientifica e tecnologica, la gestione e valorizzazione del nostro patrimonio culturale e ambientale. Rispetto a queste attribuzioni, gli articoli 3, 4 e 5 del nostro Statuto risultano già oggi datati, non formano uno schermo protettivo, tutt'altro, perfino rispetto alla legislazione concorrente, prevista dal nuovo Titolo V, e in particolare dall'articolo 117 della Costituzione.

La mancata definizione di una cornice statutaria, quindi di valore costituzionale, rischia nei prossimi 3-4 anni di far fare un passo indietro alla nostra Regione, certamente nei confronti delle Regioni a statuto speciale, ma anche delle stesse Regioni a statuto ordinario. Quindi il fattore tempo è importante, oggi più di ieri: non c'era la riforma del titolo V negli anni 70, 80 e anche 90, oggi c'è! Inizia, nei prossimi giorni, la quindicesima legislatura, le altre Regioni a statuto speciale si apprestano a ripresentare alle Camere le loro proposte di revisione statutaria, io credo che dovremmo evitare - lo ha ricordato qualcuno prima di me - di ripetere, seppure in un contesto storico profondamente cambiato, la scelta dilatoria fatta nel '46. Per avere rigettato la proposta di statuto siciliano arrivammo poi, come è noto, al traino, due anni dopo, con una proposta, certamente nostra, ma da tutti riconosciuta come più arretrata, dal punto di vista autonomistico, rispetto alla proposta siciliana. Oggi, faremmo lo stesso probabilmente alla ricerca dello strumento più efficace: Consiglio, Costituente, Consulta, torniamo alla prima, modifichiamola; oppure, molto più concretamente e realisticamente, per scelte politiche contingenti, comunque dannose, come lo sono state nella passata legislatura - io credo che lo dobbiamo ammettere - lo sarebbero anche in questa e nella prossima se instaurassimo questo tipo di rapporto tra le forze politiche in Consiglio regionale.

Io quindi alle considerazioni fatte dal relatore, che condivido, ne vorrei aggiungere solo una che, appunto, deriva da quel ragionamento che stavo cercando di fare poc'anzi. La proposta di istituire la Consulta nasce anche da una riflessione che c'è stata sui precedenti tentativi che l'Assemblea legislativa regionale ha compiuto seguendo percorsi diversi come quello delle Commissioni speciali, io ero arrivato a contarne tre, stamattina ne ha scoperto altre, cioè nel corso dei decenni trascorsi, la commissione speciale è stata riproposta quasi ad ogni legislatura, e quella dell'Assemblea costituente, cioè di istituire un'assemblea elettiva alternativa al Consiglio, dotata di poteri di approvazione della proposta di nuova carta statutaria da sottoporre direttamente al Parlamento, escludendo il Consiglio, cosa che costituì una delle ragioni principali della mia contrarietà.

Quanto alla prima soluzione, per comune condivisione, la scelta dell'autosufficienza del Consiglio senza un'ampia e concreta partecipazione di delegazioni rappresentative della società sarda, del sistema delle autonomie locali e così via, non sarebbe riproponibile o non avrebbe comunque il consenso dell'attuale maggioranza; l'assemblea costituente, forse oggi in ambedue schieramenti (non solo in quello di maggioranza ma anche nello stesso schieramento di opposizione) troverebbe difficoltà ad essere riproposta. La Consulta tenta di tenere insieme le due esigenze, probabilmente non è una risposta adeguata, è perfettibile, io penso che possiamo migliorarla anche attraverso l'introduzione di quei principi di riferimento, che possono benissimo essere indicati all'articolo 2. Quel contributo che non c'è stato durante i lavori in Commissione può essere dato in sede di esame da parte del Consiglio. D'altra parte questo era lo spirito con cui la proposta di legge è stata portata all'attenzione di quest'Aula.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Moro. Ne ha facoltà.

MORO (A.N.). Grazie Presidente. Devo dire in apertura che almeno in un punto, ma è l'unico, mi trovo d'accordo con il testo della proposta istitutiva della Consulta per lo Statuto: come scrivono gli stessi colleghi proponenti nella relazione introduttiva, una formulazione del genere non ha precedenti nel nostro ordinamento e, aggiungo, sicuramente non troverà nemmeno estimatori tali da poter essere ripresa, sia pure in parte, dal legislatore regionale e men che meno da quello nazionale. Sono d'accordo quindi nel sostenere, insieme ai proponenti, che si tratta di una formulazione unica, anzi più che essere d'accordo esprimo una presa d'atto. Risulta a loro, e risulta anche a me, anche a noi, che non ci sono precedenti, ma immediatamente dopo ed in misura altrettanto netta e chiara, ritengo di dover rimarcare, sul piano politico ed istituzionale, le maggiori distanze possibili da una proposta che, in fatto ed in diritto (visto che si tratta di una legge), non è niente di diverso da un immotivato, ingiustificabile e inammissibile atto di rinuncia del Consiglio regionale alle sue competenze, alle sue responsabilità ed al dovere dei consiglieri di fare buone leggi, a prescindere dai ruoli di maggioranza e di opposizione, nel rispetto del mandato ricevuto dagli elettori. In altre parole, a mio avviso non c'è nulla che possa giustificare un tale anomalo e clamoroso passo indietro del Consiglio rispetto a quanto previsto dal nostro Statuto e, più in generale, dal nostro ordinamento costituzionale da cui lo stesso Statuto discende. Nulla, ribadisco, nemmeno la necessità, senz'altro di grande rilevanza, di procedere alla elaborazione del nuovo Statuto della Sardegna, sulla scorta, non tanto di quello che hanno fatto altre Regioni autonome, quanto piuttosto dal più generale processo di riforma che ha riguardato, a partire dalla legge di riforma del 2001 e per finire con la legge organica di revisione sottoposta a referendum confermativo nel prossimo giugno, la seconda parte della Costituzione dello Stato. Questa seconda parte, vorrei ricordare, che lo stesso Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo discorso di insediamento non più tardi di qualche giorno fa, ha detto che deve essere modificata.

Per la verità a me, e non solo a me, è sembrato che a questo accenno non sia stata estranea una certa visione della riforma costituzionale secondo la quale, dando per scontato a priori il risultato negativo del referendum, si rimanda il Parlamento ad una nuova stagione costituente. Questo modo di ragionare che, sia pure attraverso il linguaggio cifrato degli interventi istituzionali, si è articolato prescindendo dalla libera espressione degli elettori, lo dico con tutto il rispetto per la più alta carica dello Stato, denota un concetto di democrazia assai discutibile che non avremmo voluto desumere dalle parole del nuovo Capo dallo Stato. Ovviamente non vuol essere questa la sede di un commento ai primi atti formali del nuovo Presidente della Repubblica, dai quali tuttavia sono arrivati spunti di riflessione che possono essere utili anche al nostro dibattito. A prescindere dalla diversità di vedute su alcuni punti, infatti, lo stesso Presidente della Repubblica, nell'auspicare un rinnovato impegno del Parlamento in materia di riforma costituzionale, si è senza dubbio rivolto allo stesso Parlamento - vorrei che questo passaggio lo ascoltaste con più attenzione - individuando in esso la sede naturale per questo fondamentale compito legislativo; ne deriva che anche il nuovo Parlamento è convinto di dover svolgere questo compito senza intermediazioni, seguendo il percorso lungo e complesso, ma lineare, stabilito dalla Costituzione. Ciò significa un nuovo "no" all'ipotesi dell'assemblea costituente, per la semplice ragione che questo organo verrebbe di fatto a sovrapporsi al Parlamento fin quasi a svuotarne le funzioni e a delegittimarlo. Del resto questa è stata la comune valutazione dello stesso Parlamento fin dagli anni '70 quando ha individuato nelle Commissioni bicamerali, che sono sempre organi interni al Parlamento, le sedi naturali a cui affidare il lavoro di riforma alla Costituzione.

Credo che questo sia un argomento insuperabile: così come il Parlamento non ha inteso, e non intende, delegare a nessuno, neppure ad un'assemblea costituente, il diritto-dovere di legiferare in materia costituzionale, anche il Consiglio regionale della Sardegna non può e non deve sottrarsi a questo compito per le stesse identiche ragioni.

I relatori della proposta di cui ci occupiamo, in verità, si sono posti in qualche modo questo problema ma lo hanno risolto, a mio giudizio, in maniera assai disinvolta e sbrigativa. Per loro, come si legge nella relazione, il modello di un'assemblea costituente appare allo stato attuale superato e difficilmente realizzabile, quindi, dal loro punto di vista, la strada da percorrere porta inevitabilmente alla istituzione della Consulta. Messa in questi termini, invece, a nostro parere la questione non viene affatto risolta ma soltanto aggirata perché il superamento, o la difficile configurazione, di un organo esterno al Consiglio regionale cui affidare la stesura del nuovo Statuto, non sono riconducibili - come sembrerebbero far capire i proponenti - ad ostacoli di natura tecnica o ad operazioni troppo complesse di ingegneria istituzionale. Il fatto politicamente rilevante, al di là dei sottintesi e delle cose volutamente non dette, è che un organo esterno al Consiglio regionale non è il Consiglio regionale, con tutto ciò che ne consegue, e scusate se è poco. A differenza della proposta istitutiva della Consulta che non ha precedenti nel nostro ordinamento, quella di affidare il lavoro costituente al Parlamento ha fior di precedenti in ben sessant'anni di storia repubblicana, e mi permetto di insistere: scusate se è poco!

Scorrendo la proposta, del resto, ci si rende conto che, partendo dall'aggiramento di un principio forte ed ineludibile, non si può che arrivare a risultati in linea con le premesse, naturalmente sbagliate: come si fa, infatti, ad individuare come punto qualificante della Consulta la sua capacità di sottrarsi alla dialettica maggioranza e opposizione? A parte il fatto che proprio a causa del sistema ipotizzato per la composizione della Consulta essa contiene in sé, in modo fisiologico, una maggioranza e un'opposizione, che cosa c'è di sbagliato nel confronto tra due visioni complessive di quello che dovrebbe essere il nuovo Statuto della Regione sarda? Casomai è vero esattamente il contrario, cioè che in materia costituzionale, ed è questo il motivo di fondo che ha portato alla nascita delle Commissioni bicamerali, è auspicabile un confronto più aperto tra maggioranza ed opposizione trattando tale materia di quei principi fondamentali che devono tradursi in regole condivise ed accettata da tutti. Al di là della naturale alternanza di governi e di maggioranze propria di una politica bipolare come quella che, non senza grande fatiche, si è venuta a consolidare nel nostro Stato e nella nostra Regione.

In altri termini, consegnare il compito di fare lo Statuto ad un organo esterno al Consiglio, lo hanno detto anche altri colleghi che mi hanno preceduto, è una cosa assolutamente sbagliata, un errore storico che occorre in tutti i modi evitare. Anche perché significherebbe contrapporre lo stesso Consiglio ad un organismo che non ha la medesima legittimazione mentre credo che nessuno voglia mettere in discussione almeno un dato: che il Consiglio regionale rappresenta tutta la Sardegna e tutti i sardi, senza se e senza ma. Se questo è vero non si può accettare che, come si legge nella proposta, al Consiglio venga rimessa la decisione finale, al termine del lavoro della consulta, quasi a ratifica di un lavoro svolto, per cui, come detto qualcuno, qui arriverà un pacchetto già bello pronto senza che il Consiglio possa modificarlo. Addirittura vogliono fare questo per legge, fuori dalla sede istituzionale a ciò deputata e perciò naturale. Non è una questione lessicale è proprio così, tanto è vero che si prevede anche che il risultato del lavoro della consulta verrà trasmesso al Consiglio regionale per l'approvazione, cioè noi lo dovremo solo approvare, dovremo dire sì o no - e l'uso del termine "approvazione" anziché "esame", che sarebbe molto più rispettoso nei confronti di questa Aula, è sintomatico ed appare decisamente voluto - una specie di testo blindato, predisposto fuori dal Consiglio regionale, anche questo è davvero un caso senza precedenti.

Ma forse più di altri c'è un altro passaggio che va denunciato con forza perché esprime proprio la volontà politica di portare il potere legislativo fuori dal Consiglio. Affermare, infatti, che se il lavoro verrà condotto con rigore il Consiglio si troverà di fronte un testo già molto elaborato rimanendo al più da effettuare alcune scelte di politica istituzionale che sono naturalmente di sua competenza, significa cancellare con un colpo di spugna le leggi fondamentali del nostro Stato di diritto, Statuto e Regolamento interno compresi. Da quando in qua il potere legislativo del Consiglio, che non è il potere assoluto ma deriva dal mandato degli elettori, può essere ristretto fino ad esaurirsi a qualche ritocco, ad un intervento di maquillage di politica istituzionale. Siamo all'aberrazione giuridica, siamo al relativismo politico più fantasioso, ma nello stesso tempo più spregiudicato, siamo, è forse il dato più preoccupante pericoloso, alla contrapposizione frontale tra il Consiglio regionale e la società sarda, quasi a voler certificare che il Consiglio regionale non ne sia la libera espressione, compiuta e fondamentale. Da una parte c'è la società sarda che elabora un ottimo Statuto, e dall'altra un Consiglio regionale che lo ratifica, visto che non è in grado di farne uno suo, ed al massimo lo imbelletta, se e dove necessario, il minimo possibile per carità, con qualche moderato innesto di politica istituzionale.

Riflettiamo su questi concetti che sono molto chiari e che forse dovrebbero anche esserci molto cari. Se qualcuno volesse dare una valutazione strumentale di queste osservazioni, cosa che comunque ci aspettiamo, potrebbe sostenere che la nostra tesi si riduce ad un arroccamento del Consiglio regionale nella cittadella della politica, un Consiglio visto naturalmente come fonte di privilegi e luogo di scansafatiche che possono permettersi almeno per cinque anni di ignorare tutto quello che c'è intorno. Uno Statuto elaborato dal Consiglio regionale quale sintesi dell'ampia partecipazione promossa dallo stesso, nelle forme previste dal nostro ordinamento, sarebbe quindi figlio di un dio minore e non raggiungerebbe lo scopo fondamentale, per i sostenitori della Consulta, di mobilitare tutte le capacità, le esperienze e le professionalità esistenti nella comunità regionale. Quel qualcuno, di cui abbiamo parlato, a questo punto dovrebbe spiegarci almeno perché sono insufficienti e non adatti allo scopo gli strumenti che il nostro ordinamento già prevede per promuovere, non solo su una determinata legge ma su qualunque legge, la più ampia consultazione della società sarda; perché la Commissione autonomia, ad esempio - questo potrebbe essere anche un suggerimento - non possa occuparsi del nostro Statuto fissando e programmando un calendario di audizioni formali, in seduta pubblica, con tutti, proprio tutti gli interlocutori che intende individuare, dai parlamentari sardi ai rappresentanti del sistema delle autonomie, alle organizzazioni sindacali, dalle categorie produttive, alle università, dall'associazionismo agli ordini professionali, e via proseguendo in un elenco che certamente dovrebbe essere lungo e articolato. Perché questa, che storia repubblicana, prassi politica, dottrina e giurisprudenza costituzionale ritengono la via maestra dell'iter legislativo, improvvisamente non va più bene e deve essere abbandonata dal Consiglio regionale della Sardegna, e solo dal Consiglio regionale della Sardegna? Forse l'audizione in Commissione autonomia, poniamo, dei vertici delle università sarde o di esperti in materia tributaria e fiscale o di parlamentari sardi, che hanno partecipato ai lavori delle Commissioni bicamerali per le riforme costituzionali, sarebbe una diminutio rispetto al lavoro che questi soggetti potrebbero fare se costituiti in consulta o in un comitato di coordinamento? E se fosse così quale sarebbe il motivo reale di questa presunta diminutio? Perché le partecipazioni ed i contributi esterni al Consiglio regionale devono essere irreggimentati in nuovi organismi e sotto organismi per essere più liberi per essere più autonomi, per essere più determinati? Perché la Regione, il Consiglio e i suoi organi devono rassegnarsi a non saper esprimere e rappresentare il pluralismo della società sarda? Cosa hanno da nascondere? Perché la Commissione, che ha tra le sue competenze l'autonomia, l'ordinamento regionale, i rapporti con lo Stato, la riforma dello Stato e gli enti locali e molto altro dovrebbe tenersi a debita distanza dal processo di elaborazione del nuovo Statuto? Sono queste le vere domande a cui dovrebbero dare risposta i promotori della Consulta, ma queste risposte non ci sono nella relazione introduttiva, non ci sono nel testo e non arriveranno sicuramente da questo dibattito se, come pare, lo si vuole dirottare a colpi di maggioranza verso un risultato precostituito.

Io non sono affatto convinto, oltretutto, che l'idea di una consulta nasca veramente dal basso, dal profondo della società sarda, alla quale invece importa, questo sì, che il Consiglio regionale elabori ed approvi uno statuto nuovo, più moderno, più aperto più rispettoso del principio di sussidiarietà, che vuole i centri di decisione più riconoscibili e responsabili perché più controllabili, trasparenti e più vicini ai cittadini. Non credo che la società sarda avverta il bisogno di una nuova costosissima sovrastruttura esterna al Consiglio regionale - e neanche lei, Presidente, che è molto attento ai problemi della spesa - con l'incarico di fare quello che dovrebbe fare il Consiglio regionale, che già costa di suo, e parecchio; non penso che la Consulta e i suoi sotto organismi ripecchino la cosiddetta base, la società civile, o come la si vuol chiamare, e il Consiglio regionale sia invece un qualcosa di altro rispetto alla Sardegna vera che pensa, produce e lavora e soprattutto soffre ogni giorno. Non ritengo che la Sardegna abbia bisogno di una istituzione, fuori dal Consiglio regionale o lontana dal Consiglio regionale, per sentirsi più libera e più capace di esprimere idee e progetti.

Credo anzi che se questa tendenza esistesse, ma sono fortemente persuaso del contrario, il Consiglio regionale e noi tutti dovremmo moltiplicare il nostro impegno per ricondurla all'interno dell'istituzione, in modo da conquistare e riconquistare, laddove ce ne fosse bisogno, la fiducia dei pochi o dei molti che l'hanno perduta. Anche questi pochi, come penso, o questi molti non si sentirebbero certamente appagati della presenza di una consulta e nemmeno di farne parte. Credo inoltre che l'occasione di dar vita ad un nuovo Statuto debba essere colta anche per riavvicinare l'istituzione Regione ai sardi che sono, non i principali, ma gli unici azionisti di questa istituzione e come tali non vogliono che il Consiglio si spogli delle sue funzioni ma che si assuma per intero le sue responsabilità. Grazie.

PRESIDENTE. Grazie onorevole Moro. E' iscritto a parlare il consigliere Atzeri. Ne ha facoltà.

ATZERI (Gruppo Misto). Grazie signor Presidente. Questa legislatura, la tredicesima, è iniziata nel segno della discontinuità politica. Si sono presentati ampi disegni di riforma per modernizzare la Sardegna. Noi il 1° settembre del 2004 avevamo presentato una proposta di legge per istituire un' assemblea costituente consultiva. Siamo veramente amareggiati, noi sardisti, perché genericamente si è parlato dell'opposizione, e con una dose di disonestà, mi si permetta il termine pesante, non si è voluta citare la proposta di legge presentata dai sardisti, che è completamente diversa da quelle presentate dalle altre opposizioni. Sia adduceva come scusa da parte di coloro che, con trombette e bandiere, sventolavano questo tipo di autonomismo prima di diventare governativi, che il Consiglio regionale sarebbe stato esautorato, mortificato ed emarginato, invece noi con la proposta di legge di cui nessuno ha voluto parlare, avevamo confermato la centralità del Consiglio regionale, nel quale con un'elezione col sistema proporzionale avremmo certamente ottenuto un maggior numero di rappresentanti, rispetto a quelli ottenuti con la legge truffaldina e liberticida del 2004, che ci ha dato lo stesso numero di rappresentanti di partiti che pur avendo la metà dei nostri voti si sono apparentati, mentre altri, a parità di consenso, hanno quasi il triplo della nostra rappresentanza grazie a questa legge antidemocratica. Beh - noi sardisti con quella proposta di legge, avevamo pensato di adunare il popolo affinché dialogasse, affinché si impegnasse nello scrivere questo patto tra sardi, ma poi democraticamente questa Aula ha fatto un'altra scelta alla quale noi, per la nostra cultura democratica che riconosce alla maggioranza il diritto di governare, ci dobbiamo adeguare; avete preferito un altro strumento e noi non possiamo esimerci dal collaborare, non possiamo sottrarci a questo compito.

È stato detto che dopo 58 anni la Sardegna ha bisogno di uno statuto più moderno che tenga conto anche degli scenari europei; prima il rapporto Stato - Regione era bilaterale, con prevaricazione dello Stato, adesso c'è l'Unione Europea e allora noi possiamo strappare quote di sovranità maggiore se partecipiamo, se stiamo uniti e mettiamo al primo posto gli interessi dei sardi. Certo la Consulta non è ciò che noi volevamo, può essere irrobustita, questo testo può essere migliorato, come tutte le proposte di legge, però è in questo che dobbiamo distinguerci. A me dispiace quando si sminuiscono proposte di legge, quasi ci fosse una pregiudiziale, ma non per rivendicare la primogenitura o per vanagloria, ma perché sono proposte depositate quasi due anni fa e mai tenute in considerazione.

Ma oggi, ripeto, si parla di consulta. La Consulta può essere usata, magnificamente, se la sua disciplina subisce qualche modificazione e si può entrare nel merito. L'articolo 2, tanto enfatizzato, risente dei mali endemici di questa cultura blandamente autonomista; per questo noi sardisti non siamo e non saremo mai autonomisti: noi siamo etno-federalisti. Quando si scomoda in un modo folklorico la buonanima di Emilio Lussu e si riduce tutto il suo pensiero a quell'inflazionata similitudine tra il gatto, il leopardo, il gattopardo, i felini, si tradisce il suo insegnamento; Lussu era profondamente federalista, cioè, capovolgeva completamente l'architettura dello Stato e la sua concezione della sovranità incentrata sui comuni, disintegrava il centralismo dello Stato, cioè, l'autonomia non è intesa qualcosa che la bonomia di un funzionario, di un governatore di turno può dare alla Regione. Il federalismo anche se ci sono competenze ripartite con lo Stato su alcune materie, è completamente diverso, infatti, sarà una lapsus freudiano, però in questa proposta di legge non si parla di nuovo Statuto speciale, e nell'articolo 2, alla lettera (a, si parla di specificità, sappiamo bene che sono due cose in antitesi, perché anche il Molise, la Basilicata, con tutto il rispetto, hanno le loro peculiarità, le loro specificità. Ma l'autonomia speciale è ben altra cosa, intanto ha una copertura costituzionale, e noi siamo speciali soprattutto come Consiglio regionale - e non dimentichiamolo - e dobbiamo agire e pensare proprio per tutelare questa ricchezza, questa tradizione. Allora l'articolo 2, che è stato presentato come il trionfo di questa specialità, mostra delle lacune, manca, per esempio, alla lettera (e un riferimento ai principi in materia di ordinamento e forma di governo della Regione.

Cari colleghi, questa occasione ritenuta storica, dovrebbe vedere il Consiglio regionale impegnato, se veramente vuole modernizzare la Regione, a fare delle riforme reali e profonde; perché non parlare anche di legge statutaria, quindi di legge elettorale e di modello organizzativo della Regione? Io ve lo dico per ragionarci, perché se venisse adottata la forma presidenziale pura, anziché quella moderata, corretta, vanificherebbe tutto ciò che trionfalmente viene enunciato in questo articolo 2. Gli stessi disegni di legge riguardanti l'istituzione dei parchi ci fanno riflettere su una filosofia politica, perché rispecchiano una cultura ereditata dallo Stato, una cultura neocentralista, che sia che provenga dallo Stato sia che provenga dalla Regione, è sempre una cultura prevaricatrice, che non tiene conto della sovranità, dell'importanza dei comuni. Vi dico brevemente che due figure strategiche, il Presidente e il direttore del parco, che hanno innumerevoli compiti, sono di nomina diretta del Presidente della Giunta, e ciò esautora i comuni. Ne abbiamo parlato con l'onorevole Sanna, in Commissione, molto serenamente.

Ecco, c'è ancora tutto un lavoro da svolgere, io una volta mi sono permesso di far riferimento al principio dei vasi comunicanti: la legge elettorale, il modello organizzativo, la madre di tutte le riforme, quella dello Statuto, vanno di pari passo. Però, bisogna uscire velocemente dal pantano delle discussioni sullo strumento. L'abbiamo detto, accettiamo la Consulta, non ci sottrarremo al confronto, daremo il nostro contributo, ci si da la possibilità, purtroppo con un numero esiguo di consultori, di partecipare, e saremo ben lieti di contribuire e di dotarci di uno strumento che modernizzi questa Sardegna, che ci faccia uscire da questa contrapposizione sterile, priva di significato. Ecco perché noi sardisti partecipiamo, sperando poi di essere incisivi soprattutto quando si entrerà nel merito della specialità, nei contenuti, nella sostanza.

Oggi non se ne deve parlare, oggi si parla solo dello strumento e, ripeto, ci inchiniamo al volere democratico del Consiglio, e che venga istituito questo organismo per dare ai sardi e a tutta la Sardegna un futuro migliore e uno statuto che ci consenta di stare al passo con i tempi, auspicando che la Consulta sia consapevole di quelle quote di sovranità che possiamo ottenere, soprattutto in questo scenario nuovo che è rappresentato dai popoli senza Stato, dalle nuove Regioni che sono come popoli, uno scenario all'interno del quale la Sardegna può trovare una collocazione molto più proficua e può tutelarsi dal centralismo dello Stato che, spesso, si è dimostrato il nostro nemico, un pessimo mediatore, un pessimo patrocinatore, tant'è che la Sardegna è stata costretta ad uscire dall'Obiettivo 1, nonostante le carenze strutturali di quest'Isola; perché essere isolani, comunque sia, ci ha penalizzato e ci penalizzerà, se non si risolvono questi problemi. E mentre questa Sardegna offre ampi spazi di terra, di cielo e di mare a tutta l'Europa, questa Unione Europea rimane insensibile alle rivendicazioni che noi avanziamo per garantire, come ho detto altre volte, un valore universale: la pace. Invece nella nostra terra vengono e sperimentano, lasciano scorie, lasciano tutto ciò che è impensabile lasciare in uno Stato libero, e noi passivamente accettiamo le decisioni di un'Unione Europea insensibile, perché non abbiamo gli strumenti e neanche rappresentanti che possano far valere le nostre sacrosante ragioni.

Ecco perché su tutti questi temi dobbiamo essere uniti, per difendere gli interessi di tutti i sardi al di là delle diverse collocazioni politiche, perché se non si affermerà questa nuova cultura, per noi ci sarà emarginazione, disoccupazione, desertificazione.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Atzeri. E' iscritto a parlare il consigliere Cugini. Ne ha facoltà.

CUGINI (D.S.). Grazie Presidente. Questa è un'occasione per parlarci chiaro, per cercare di esprimere il nostro pensiero, senza possibilità di essere interpretati male; questa è un'occasione da non perdere, perché può chiudere e aprire assieme una nuova fase di confronto in Consiglio regionale. Certo l'argomento è lo strumento per riscrivere lo Statuto, ma il contenuto dello Statuto è un argomento sul quale si devono superare le divisioni fondate sull'appartenenza ai diversi schieramenti politici, ai Gruppi consiliari e su cui ogni singolo consigliere deve esprimere il proprio pensiero liberamente. Dalla discussione che abbiamo fatto sin qui, cosa emerge? - lo dico per il collega Moro - emerge che lo strumento assemblea costituente, se ci atteniamo a quanto ha affermato nel suo intervento, era uno strumento improprio per riscrivere lo Statuto. Lei ha avuto anche responsabilità amministrative presso il Comune di Sassari, un comune importante, avrà avuto la possibilità, quando era Assessore, di ragionare con i suoi colleghi consiglieri regionali che proponevano l'assemblea costituente come strumento fondamentale per riscrivere lo Statuto, e ricorderà che costituiva un esautoramento del Consiglio regionale. Però, è passata molta acqua sotto i ponti, per tutti, per me compreso, e allora ripartiamo da qui.

Io penso che questa sia un'occasione da non perdere e rivolgo un invito all'unità, all'unità del Consiglio regionale. Collega Diana, io non è che mi aspetti un emendamento, io mi aspetto tanti emendamenti, perché la parziale discussione che abbiamo fatto unitariamente in Commisione non è sufficiente per affrontare l'argomento dello strumento che ci deve permettere di riscrivere lo Statuto. Ciò che non abbiamo fatto in Commissione lo possiamo fare in Aula, però, per essere conseguente con la prima affermazione, quella di esprimersi con chiarezza, io non penso, onorevole Floris, che la sua proposta siaa accettabile. Io non penso che si possa sospendere la discussione di questo argomento. Si possono fare però tante altre cose. Adesso il collega Atzeri ha indicato un percorso che, personalmente, mi convince, caro Giuseppe, mi convince, perché possiamo aprire un confronto nel merito dello strumento per dare a chi lavorerà su questo argomento, maggiori possibilità di iniziativa, di confronto, di scrivere uno Statuto adeguato alla situazione che viviamo oggi. E poi, collega Diana, se lei ritiene che indicare un'area centrale della Sardegna come sede dell'organismo che deve riscrivere lo Statuto, un'area che rappresenti un riferimento di natura ideale, ubichiamo pure al centro della nostra Regione la sede dell'organismo che deve affrontare un tema centrale, che è la Costituzione della Sardegna; io non avrei, personalmente, niente in contrario, anzi, sarei disponibilissimo ad accedere a un' indicazione di questo tipo, tenendo presente, però, che le nostre proposte sono dettate dall'esigenza di allargare la partecipazione alla definizione di uno strumento democratico che permetta di avviare il confronto.

Allora, collega Floris, perché facciamo lo Statuto nuovo? La sua domandare era: "Ma perché si chiede l'autonomia?" Beh, si chiede l'autonomia perché abbiamo considerato, tutti assieme, quando abbiamo discusso dell'Assemblea costituente con posizioni diverse, conclusa la prima fase dell'autonomia della nostra Regione, e personalmente dico che si è conclusa con molti aspetti positivi. La Sardegna di oggi non è la Sardegna dei primi anni 50: la Sardegna di oggi ha strumenti, capacità, competenza, cultura per dialogare con il resto del Paese, con l'Italia e con l'Europa. Allora, perché chiediamo di riscrivere la Costituzione della nostra Regione? Perché è stata scritta subito dopo la guerra, la situazione era quella che allora i Costituenti avevano chiara, e devo dire che quando si è parlato delle autonomie, non dall'autonomia, delle autonomie, dell'autonomia della Sicilia, dell'autonomia delle regioni del Nord, quando si è parlato delle autonomie, se ne è parlato pensando all'unità d'Italia, non alla divisione, caro Mario, all'unità d'Italia, per rispondere ad un'esigenza. Lo dico perché tra poco ci sarà un referendum su un tema estremamente delicato; lo dico perché l'unità d'Italia rimane ancora oggi un grande valore democratico per il nostro Paese. E allora il riconoscimento dell'autonomia regionale è servito per tenere assieme i sardi con i piemontesi, non per ricostruire il Regno sardo-piemontese, ma per tenere assieme la Sicilia e la Lombardia, per dare una risposta di attenzione nazionale a situazioni regionali di grande interesse nazionale ed internazionale. La nostra Costituzione è figlia di quei tempi: doveva rispondere a quelle esigenze, di natura economica, di natura sociale; dovevamo ricostruire il Paese, si doveva ricostruire l'Italia che usciva dalla guerra e quella Costituzione è figlia di quella situazione, e anche la nostra Regione è figlia di quella situazione.

Allora, è giusto parlare della specialità, lo dico anche per Atzeri, come ne parlavamo alla fine degli anni '40, con l'Europa che usciva da una guerra, con i rapporti che c'erano fra noi e la Germania, con i rapporti che c'erano tra noi e gli Stati Uniti d'America, tra noi e l' Italia, tra noi e l' Unione Sovietica? E' possibile pensare ad uno strumento che sia figlio di quella situazione? No, dobbiamo pensare ad uno strumento che sia figlio della situazione nella quale noi oggi operiamo e dobbiamo avere la capacità di costruire uno strumento che abbia in sé valori, principi, che permettano, non a noi, che abbiamo fatto il nostro tempo - io sono nato nel '48, pochi giorni prima del nostro Statuto, il 4 di febbraio, il nostro Statuto è del 23, quindi sono più vecchio di qualche settimana - ma alle nuove generazioni, di superare il divario economico che ci separa dalle regioni più sviluppate, dobbiamo pensare a uno strumento che parli chiaramente la lingua materna, perché è fondamentale per costruire la prospettiva, ma assieme deve saper parlare la lingua della tecnologia e la lingua dello sviluppo: è questa la differenza.

E allora, questa è la finalità di tanti provvedimenti che la Giunta regionale sta adottando, compresi quelli sull'insegnamento dell'inglese, sull'uso delle tecnologie, ma assieme anche quelli che riconoscono l'esigenza di parlare il sardo, tra l'altro io che sono un sardo gallurese, capisco perfettamente di che cosa stiamo parlando quando parliamo di minoranze anche linguistiche. Allora, io credo, Presidente Floris, che noi dobbiamo pensare alla ridefinizione della nostra autonomia in autonomia, perché la nostra è figlia delle altre autonomie, della Sicilia in particolare, e della situazione di allora, è allora le risposta qual è? Molte cose sono previste dall'articolo 2, altre sono previste da altri articoli ma noi che cosa abbiamo cercato di fare? Abbiamo cercato di bilanciare l'istituzione della Consulta con la funzione che deve svolgere il Consiglio regionale, considerando non solo la funzione della maggioranza ma anche quella dei singoli consiglieri, che possono dare indicazioni, fare proposte; in questo modo, caro Atzeri, si recuperano molte delle indicazioni che voi avete dato pensando a quel percorso che avete proposto e che non è stato sufficientemente valorizzato. Valorizziamolo! Ma per valorizzarlo bisogna che tutti partecipiamo e quindi che troviamo l'unità valorizzando le diversità, perché siano portatori tutti di sensibilità diverse ma come le portiamo a sintesi? Questo è il compito della politica.

Allora noi pensiamo che la nostra specialità debba tener conto del fatto che una parte di noi è federalista e un'altra parte è diventata adesso autonomista, ma prima non era neanche autonomista. E siccome è presente in quest'Aula, siccome anche questa parte ha dichiarato di essere disponibile a dare il proprio apporto, dobbiamo saper cogliere le diverse impostazioni di natura culturale per portarle ad una sintesi alta pensando al fatto, collega Diana, che quando abbiamo discusso della lingua da insegnare nelle scuole sarde il vostro gruppo, non so se allora lei fosse consigliere regionale, si differenziò nel voto, una parte votò contro. E allora, come facciamo diventare questi aspetti norma e come coinvolgiamo il popolo Sardo? Come lo facciamo partecipare? Come facciamo in modo che quello che si dice nella comunità sarda diventi poi norma? Partendo da che cosa? Dall'esperienza di tutti giorni. Ma si può pensare alla riscrittura dello Statuto Sardo, della Costituzione sarda senza un dialogo con chi governa la Regione? Ma quando ci sarà da entrare nel merito di modificazioni anche profonde del rapporto con lo Stato, pensiamo alle entrate, pensiamo ai trasporti, pensiamo ai tanti argomenti di questa portata, non è forse giusto che ci sia un confronto con chi, nel momento in cui si discute, ha la responsabilità di governare e rappresentare la Sardegna? Penso di sì, perché no?

E allora penso che ci debba essere fra di noi un confronto più approfondito su quello che vogliamo fare per recuperare il ritardo che abbiamo, io riconosco che siamo in ritardo, questa legge non la vogliamo fare da soli, la vogliamo fare con voi, se dobbiamo lavorare un ora in più lo facciamo, ma la vogliamo fare con voi! Non dovete trovare la scusa che la maggioranza vi emargina, no! La maggioranza chiede la vostra partecipazione. Chiede una partecipazione ragionata, che non abbia l'obiettivo di sospendere i lavori chiaramente, perché su questo non siamo d'accordo, la nostra posizione è chiara. Allora leggiamo il testo. Si dice: all'articolo 2 ci sono delle modificazioni da proporre, c'è un problema riferito al comma 4 dell'articolo 6, vediamo come si può predisporre un emendamento che sia collegato con quello che si dice prima e quello che si dice dopo, in modo tale che il testo possa essere migliorato, non siamo convinti che il testo sia inemendabile, anzi! vi chiediamo di proporre diversi emendamenti per correggerlo, e se sono in linea con quello che stiamo dicendo si possono anche approvare. Non c'è nessuna volontà di escludere nessuno da questa discussione, e non è una sfida guardate, é un invito; perché quando abbiamo proposto le sfide, non abbiamo raggiunto gli obiettivi, e anche questo è un invito. Sono tutti inviti perché noi dobbiamo discutere una prospettiva.

Il collega Atzeri diceva che adesso usciremo dall'obiettivo uno, forse rimaniamo nell' obiettivo due, ma le condizioni economiche e sociali della nostra Regione non sono quelle degli anni 50, sono migliorate notevolmente, però la nostra Regione che è un bene inscindibile dall'ambiente alla cultura, all'arte, riusciamo a farla contare in Italia, in Europa? E come da Sardi, da federalisti rimaniamo dentro una logica unitaria di un Paese che noi consideriamo patria, e poi cerchiamo di recuperare in Europa quella specificità che deriva dal fatto che noi non siamo solo un'isola ma siamo una cultura, un'etnia che è diversa da quelle che ci sono nel resto dell'Europa; come facciamo pesare questa specificità nelle decisioni che a livello di Parlamento europeo si assumeranno nei prossimi mesi, nei prossimi anni? Questo è il punto, questo è il problema che noi vogliamo portare in discussione, non perché siamo convinti di avere la verità tutta dalla nostra parte ma perché siamo convinti che sono stati persi cinque anni, cinque lunghi anni, durante i quali ci siamo misurati sulla costituente e solo alla fine degli ultimi cinque anni, lo dico al presidente Floris, c'è stato un briciolo di ripensamento su quella soluzione, in riferimento sia alla funzione del Consiglio regionale, sia alla funzione della nostra Regione, solo alla fine il collega Floris e il collega Giacomo Sanna, e anche altri colleghi hanno tentato di recuperare, di riportare all'attualità il tema del nostro Statuto.

Sono passati cinque anni, Berlusconi si era impegnato a far approvare la proposta; ricordo una folta delegazione di Consiglieri regionali, non solo di centrodestra ma anche del centrosinistra, che avevano incontrato Berlusconi che aveva detto loro di tornare pure in Sardegna, che la proposta di legge costituzionale che istituiva l'Assemblea costituente sarebbe stata senz'altro approvata, e altri colleghi parlamentari nazionali allora di maggioranza, che dicevano: tornate pure in Sardegna che questa assemblea costituente non si farà, e non si è fatta. E tra questi c'erano colleghi della vostra parte, la nostra parte aveva una posizione chiara anche allora, eravamo contrari, eravamo per un'altra strada, per un altro percorso, ora siamo arrivati a discuterlo. Non è il percorso che dicevamo noi, collega Moro, noi allora sostenevamo che sarebbe stato meglio impegnare il Consiglio regionale in questa funzione.

C'è stato ricordato che ogni legislatura iniziava con un ragionamento sulla riforma dello Statuto. Ricordo che nella legislatura del primo mandato noi avevamo istituito una commissione speciale presieduta dal collega Bonesu, che produsse un bel documento, era rotondo, era perfetto, non si è fatto nulla. In altre occasioni si è proposto lo stesso percorso, la nostra attuale proposta che cosa è? E' un mix tra l'Assemblea Costituente, l'esigenza che c'è di aggiornare lo Statuto e la la salvaguardia della funzione del Consiglio, e aggiungo, anche della funzione della prima Commissione perché se guardiamo bene il testo, la prima Commissione nel corso dei lavori della Consulta, svolge una funzione di partecipazione, di iniziativa e di direzione, non di contrapposizione, di confronto, e ciò si riferisce sia alla funzione della Commissione che alla funzione dei singoli commissari. E' insufficiente l'indicazione che noi diamo per far partecipare il popolo Sardo alla discussione? Siamo aperti ad altri suggerimenti, a suggerimenti migliorativi.

D'altronde anche il testo che il collega Balia aveva presentato prevedeva che l'assemblea della Consulta fosse costituita da tutti gli amministratori locali questo a conferma del fatto che non ci sono chiusure alla partecipazione, ma anche dell'esigenza di darci uno strumento che produca la soluzione. Poi il testo verrà discusso in Consiglio regionale, certo che verrà discusso in Consiglio regionale, è sarà quella l'occasione per discutere nel merito, per ragionare, avendo sviluppato nel frattempo un confronto. Non è previsto da nessuna parte, ma la Conferenza dei capigruppo se vuole nel corso dei lavori anche della Consulta, può assumere tutte le iniziative politiche che ritiene di dover assumere per dare le indicazioni di merito sul nuovo testo di Statuto da scrivere.

A questo punto si può aprire anche una discussione, collega Atzeri, sull'esigenza di riformare la legge elettorale. Ma sulla base della riforma degli statuti delle regioni ad autonomia speciale approvata dal Parlamento era chiaro che il se il Consiglio regionale sardo non avesse approvato una diversa legge elettorale, si sarebbe applicata quella in vigore per le regioni ordinarie, ma questo Consiglio regionale ha avuto l'abilità di proporla una legge e di bocciarla; anche in riferimento a questo è passata molta acqua sotto i punti, coloro che si sono opposti a quella legge licenziata dalla prima Commissione si sono ricreduti perché hanno toccato con mano le difficoltà derivanti dall'applicazione della legge nazionale, però insomma, sia chiaro, l'elezione diretta del Presidente del Consiglio sarà confermata, ci sarà un problema di riequilibrio ma non si deve pensare ad un'operazione che faccia tornare indietro il nostro sistema regionale, no! Ne discuteremo quando ne dovremo discutere ma non illudiamoci. sulla possibilità di stravolgere la situazione che abbiamo ereditato, però ci sono correttivi da apportare. C'è il listino regionale al quale si accede solo perché si è amici di Renato Cugini - questo capitava quando ero segretario del mio partito - e così per gli altri segretari o per il Presidente che viene indicato. Ci sono tante cose che possono essere modificate. Ma questo è un argomento che viaggia separatamente.

Voglio concludere riferendomi alla collega Caligaris. Noi abbiamo previsto una quota a favore delle donne, non è sufficiente, però io, quando ho sete, tra un goccio di acqua e un bicchiere vuoto preferisco quel goccio di acqua. Per cui comunque rimango dell'idea che è meglio avere la quota piuttosto che rimanere nella situazione di prima, con soltanto due consigliere regionali, e se non avessimo fatto la scelta di indicare nel listino tutte donne saremo stati quasi tutti maschi in questo Consiglio regionale. Con quale profitto per quanto riguarda il merito? Io penso che la sensibilità femminile sia fondamentale anche nell'attività legislativa, se la loro presenza è scarsa ragioniamo come farla diventare più numerosa, ci sono gli strumenti per farlo perché il meccanismo che abbiamo inmtrodotto non prevede l'elezione solo di uomini ma prevede la presenza di donne e anche di uomini.

PRESIDENTE. Grazie onorevole Cugini. E' iscritto a parlare il consigliere Vincenzo Floris. Ne ha facoltà.

FLORIS VINCENZO (D.S.) Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Giunta, signori assessori, onorevoli colleghi, uno dei compiti più impegnativi che questo Consiglio regionale dovrà affrontare, come è stato ribadito anche nell'ultimo intervento, è quello delle riforme istituzionali, perché questo significa accostarsi ad una delle questioni più rilevanti e fondamentali con cui si sono misurate nel passato diverse classi dirigenti. Il tema delle riforme, come ha ribadito anche l'onorevole Balia, non può essere vissuto come un mero espediente perché su questo tema si gioca il futuro della nostra Isola e la credibilità della sua classe dirigente. Le direttrici su cui incanalare questo processo sono fondamentalmente due: una riguarda il rapporto della nostra Isola con lo Stato, con l'Europa, con i paesi che si affacciano nel bacino del Mediterraneo, ed il ruolo che essa può dispiegare, con la sua portualità riconosciuta come strategica a livello europeo, nei confronti di quei paesi emergenti come la Cina e l' India; la seconda direttrice è quella di modificare profondamente il rapporto dalla Regione al suo interno, con il sistema delle autonomie locali, per arrivare ad un concorso vero degli enti locali alle scelte da realizzare. Perché lo Stato, la Regione, i comuni grandi o piccoli, le province, devono avere uguale dignità istituzionale, e devono perciò dialogare fra loro. In questa direzione bisogna affermare che sono stati compiuti alcuni atti rilevanti, come l'istituzione del Consiglio delle autonomie locali, la riforma degli enti e la riorganizzazione dell'amministrazione regionale.

Il consuntivo però, oggi, della vicenda regionalistica, possiamo affermare che non è positivo, dal momento che sono emerse insufficienze nel difendere le nostre prerogative e l'insieme della Carta statutaria, di quella carta cioè che ha riconosciuto alla nostra Isola il potere di perseguire autonomamente un proprio indirizzo politico e amministrativo e ha imposto allo Stato di non considerarsi l'unico centro al quale è data la possibilità di stabilire, di imporre sia gli scopi da raggiungere sia i mezzi con cui perseguirli. Quindi attualmente la sfida vera per la nostra Isola, per la sua classe politica, per il suo sistema delle autonomie locali, per le sue formazioni sociali, culturali, economiche si gioca sulla riscrittura del nuovo Statuto della Sardegna. Un nuovo Statuto che, tenendo conto delle vicende che hanno contraddistinto la vita politica e istituzionale, economica, sociale dal '48 ad oggi, riesca ad individuare in che cosa consista, sul piano sostanziale, la peculiarità che dovrebbe contraddistinguere la nostra autonomia, differenziata rispetto a quella delle Regioni a statuto ordinario.

La Sardegna del nostro tempo rispetto a quella del '48 è profondamente cambiata. E questo naturalmente impone a tutti noi di scoprire nuovi tragitti guardando avanti per raffrontarci positivamente con le sfide odierne. "L'autonomia - diceva Renzo Laconi, che partecipò ai lavori della prima Consulta sarda per la scrittura dello Statuto - non è una panacea; non si può pensare che essa possa risolvere miracolosamente tutti i nostri problemi, ma siamo sicuri che l'autonomia ci consentirà, almeno per ora, di porre rimedio alle necessità più urgenti della nostra terra e di iniziare l'opera di rinnovamento". Le condizioni della Sardegna in quegli anni erano a dir poco terribili e possono essere riassunte da questi brevi dati: dei 320 comuni di allora, 60 erano privi di acquedotto, 130 avevano acquedotti incompleti, 120 non potevano assicurare l'approvvigionamento idrico delle popolazioni d'estate, non c'era alcun comune che avesse acqua a sufficienza, neppure i comuni capoluogo di provincia; 215 comuni erano sforniti di fognatura, 38 avevano fognature incomplete; 77 non avevano cimiteri e 48 avevano cimiteri insufficienti e la rete viaria era pari a 0,195 chilometri di strade per chilometro quadrato del territorio, contro lo 0,275 della Lucania, che era considerata allora la regione più sfornita di strade di tutta la Penisola; il 77 per cento del territorio era incolto.

Di strada, è inutile dirlo (lo ribadiva l'onorevole Cugini), ne è stata fatta parecchia, anche se permane con tutta la sua drammaticità e problematicità una questione ancora irrisolta che riguarda le aree interne della Sardegna. Io credo che i limiti maggiori della nostra autonomia risiedano soprattutto nel non aver risolto il problema della marginalità di queste aree rispetto al contesto generale della nostra Isola. Nonostante il tentativo di attuare una disposizione dell'articolo 8 dello Statuto che prevede contributi straordinari dello Stato per particolari piani di opere pubbliche e fondiarie, che trovò attuazione una sola volta quando lo Stato, di fronte alla recrudescenza dei fenomeni di banditismo, approvò la legge numero 811 del 30 ottobre del '69, stanziando 80 miliardi da destinare ad un piano di intervento nelle zone interne a prevalente economia pastorale, non si pervenne comunque ad un cambiamento risolutivo capace di sconfiggere il malessere e le condizioni di marginalità in cui si trovavano quelle aree. Di questa norma - è bene ricordarlo - e di quanto stabilito dall'articolo 13 dello Statuto, che ha permesso l'approvazione di due leggi specifiche sul cosiddetto Piano di Rinascita, non vi è traccia negli Statuti delle altre Regioni ad autonomia speciale. Bisogna comunque ricordare per quanto attiene la Sardegna centrale, che lo sviluppo industriale che venne portato avanti in maniera forzata con questi provvedimenti legislativi innescò un importante processo di modernizzazione della società barbaricina. Questo processo però non fu in grado di configurare compiutamente un modello alternativo perché la crisi che lo coinvolse ridusse notevolmente la sua attrattività e la sua capacità di espansione. Oggi, purtroppo, la situazione della Sardegna centrale ha subito un peggioramento preoccupante che può sfociare in una pericolosa instabilità sociale. Per questo ritengo doveroso affrontare, all'interno della discussione del nuovo Statuto, la questione delle zone interne, perché non risolverla significherà fallire nella costruzione del nuovo progetto di Statuto.

In cinquantotto anni di autonomia, lo Statuto, a partire anche da queste problematiche, come dicevo prima, che permangono immutate nella loro drammaticità, ha mostrato i suoi limiti, però bisogna anche dire che è stato fondamentale nel valorizzare ed accrescere la qualità della nostra autonomia ed il valore della nostra identità. Diversi sono stati negli anni i tentativi di riformarlo; per ultimo lo sforzo portato avanti nella precedente legislatura, come veniva ricordato, nella quale era stata avvertita la necessità di estendere il dibattito oltre il Consiglio regionale individuando un modello, quello dell'Assemblea costituente, che abbiamo ritenuto di difficile attuazione e superato rispetto all'approfondimento dei problemi fatto nel dibattito odierno, che ha posto giustamente al centro il ruolo primario del Consiglio come organo legislativo del popolo sardo su cui imperniare positivamente quel processo virtuoso di animazione, di partecipazione, di elaborazione, di proposta dei diversi corpi sociali presenti nell'Isola, senza disconoscere le sue competenze e prerogative.

Io sono convinto che l'impegno contenuto nei nostri programmi di governo, di approvare il nuovo Statuto entro questa legislatura, vada mantenuto. Per questo reputo coerente con questa impostazione il percorso che abbiamo scelto, di istituire una Consulta regionale di 50 membri, esperti nelle materie di rilevanza per lo Statuto e soprattutto rappresentativi della realtà politica, sociale, economica, imprenditoriale, culturale e dell'associazionismo della nostra Isola. Questo permetterà di attivare un ampio dibattito, che dovrà coinvolgere necessariamente ed obbligatoriamente il meglio della società sarda, sulla cui base elaborare il nuovo Statuto demandando, alla fine del percorso, all'organo legislativo regionale nella sua interezza, il compito di esaminarlo, discuterlo ed approvarlo per poi trasmetterlo al Parlamento nazionale per la sua definitiva approvazione. Io ritengo che questo itinerario rappresenti un ottimo procedimento democratico, perché coinvolge appieno oltre al Consiglio regionale il sistema universitario sardo, il Consiglio delle autonomie locali, il Consiglio regionale dell'economia del lavoro, la Consulta per l'emigrazione, il sistema delle autonomie e i cittadini sardi. Riscrivere lo Statuto - lo abbiamo affermato altre volte - non può essere interpretato come una semplice formalità burocratica perché rappresenta un fatto importante, storico, che attiene alla nostra sovranità e in quanto tale deve essere vissuto appieno e condiviso dal nostro popolo in tutti i diversi passaggi che sono stati previsti. Per questo ritengo importante il lavoro che dovrà portare avanti la Consulta e l'articolazione in due specifici momenti, uno di elaborazione, proposta, e consultazione e l'altro di raccolta delle proposte ed istanze provenienti dalle diverse espressioni della società sulla cui base procede alla stesura finale del testo di riforma.

Del primo momento, della cosiddetta fase di avvio, come veniva ricordato dal relatore, faranno parte istituzionalmente tutti i consigli elettivi delle autonomie locali. Nel secondo il comitato, organo rappresentativo di seconda istanza, avrà il compito di portare a sintesi un vero e proprio progetto di Statuto, che conterrà le diverse indicazioni e sollecitazioni provenienti dai territori. Sono convinto che con i tempi previsti per ciascuna fase il lavoro possa concludersi positivamente entro un anno. Certo la sfida richiede laboriosità, ma è anche coinvolgente e avrà una buona riuscita se la Consulta saprà lavorare con rigore in modo da predisporre, entro il quarto mese dal suo insediamento, un testo di nuovo Statuto da trasmettere ai comuni e alle province della Sardegna, per dare vita a quel percorso strutturato e di coinvolgimento delle autonomie locali, dei cittadini residenti nell'Isola e dei sardi emigrati anche tramite le loro organizzazioni, delle associazioni ed degli altri soggetti operanti nell'Isola, che dovrà alla fine portare all'approvazione da parte della Consulta di un testo definitivo ampiamente condiviso, da trasmettere al Consiglio.

In questo scenario, in cui è esaltato il ruolo del Consiglio, io credo che possiamo aprire, dal punto di vista politico, una fase nuova, basata sulla ricerca di un confronto costruttivo che parta dalla condivisione delle riforme da portare avanti. Sono altresì convinto che un processo di riforma importante come quello che intendiamo attuare, ha necessità del più largo consenso all'interno e all'esterno di quest'Aula. Per questo il confronto fra maggioranza e minoranza, su un tema come quello dei principi costitutivi della nostra autonomia, deve portare all'apertura di una fase politica incentrata sulla ricerca dei punti di convergenza comuni e sul consenso democratico da assicurare a tutto il processo riformatore. In questo modo il Consiglio regionale, e con esso la classe politica sarda, potrà difendere la propria autorevolezza ed il proprio prestigio e ridare attualità ad una delle questioni maggiormente e profondamente sentite dal nostro popolo. E' vero che i concetti di autonomia, di identità, di specialità assumono oggi una diversa connotazione, perché si tratta di colmare un divario con il resto dell'Europa che non è solamente quantitativo, ma è anche e soprattutto qualitativo, su cui pesano in maniera sfavorevole alcune azioni dello Stato, a partire dalla mancata soluzione del problema delle entrate, e dell'Unione europea, quando questa non riconosce gli effetti negativi determinati dall'insularità. Per questo la carta fondamentale dei sardi, il nuovo patto di cittadinanza del nostro popolo nell'ambito nazionale ed europeo, il patto costituzionale tra la Regione e lo Stato, dovrà essere uno statuto di principi e di poteri, un patto tra eguali che fissi obblighi per lo Stato e per l'Unione europea ed una più definita sovranità per la nostra Isola. Il nostro problema oggi è quello di farci ascoltare di più in Europa, di contare di più all'interno di quel circuito decisivo in cui sono assunte le decisioni che riguardano il nostro futuro e che dovranno vederci all'interno di un processo di integrazione sempre più riconoscibili. Integrazione non significa perdere la nostra identità, anzi bisogna fare in modo che questa diventi l'arma vincente per aprire nuovi orizzonti di comunicazione e far valere le nostre aspettative ed i nostri bisogni. Ed è in questo ambito, utilizzando le chiavi interpretative giuste che ci permettano di capire la realtà odierna, che noi possiamo dischiudere una vera stagione di riforme, che metta al primo posto l'inserimento della nostra Isola all'interno di quel mutamento epocale che vede oggi una rapida trasformazione del modo di produrre, di lavorare, di comunicare, di vivere non solo nella Comunità economica europea, ma nel mondo.

Per questo ritengo che questo Consiglio, nella sua interezza, abbia il dovere di individuare un quadro certo di riferimento, che superi visioni del passato e definisca in questo senso un nuovo confronto, che faccia vivere alla Sardegna una vera, fruttuosa ed esaltante stagione di riforma. Grazie.

PRESIDENTE. Grazie onorevole Floris. Con l'intervento del consigliere Floris concludiamo la seduta antimeridiana. I lavori riprenderanno questa sera alle ore 16 e 30. La seduta è tolta.

La seduta è tolta alle ore 13 e 48.



Allegati seduta

CXCI Seduta

(Antimeridiana)

Mercoledì 17 maggio 2006

Presidenza del Presidente Spissu

INDICE

La seduta è aperta alle ore 10 e 23.

Cherchi Oscar, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del giovedì 4 maggio 2006, che è approvato.

Congedi

PRESIDENTE. Comunico che i consiglieri regionali Alessandro Frau, Girolamo Licandro e Gavino Manca hanno chiesto congedo per la seduta antimeridiana del 17 maggio 2006.

Poiché non vi sono opposizioni i congedi si intendono accordati.

Risposta scritta ad interrogazioni

PRESIDENTE. Comunico che è stata data risposta scritta alla seguente interrogazione:

"Interrogazione Vargiu, con richiesta di risposta scritta, sulla tessera sanitaria". (476)

(Risposta scritta in data 11 maggio 2006.)

Annunzio di interrogazioni

PRESIDENTE. Si dia annunzio delle interrogazioni pervenute alla Presidenza.

CHERCHI OSCAR, Segretario:

"Interrogazione Amadu, con richiesta di risposta scritta, sulle scelte del manager della ASL n. l di Sassari che limitano pesantemente l'assistenza sanitaria nel territorio della Provincia di Sassari". (500)

"Interrogazione Corda - Porcu, con richiesta di risposta scritta, sulle gravi conseguenze delle discutibili modalità con cui si è provveduto agli interventi di asportazione della poseidonia da alcune spiagge della Costa Smeralda". (501)

"Interrogazione Dedoni - Vargiu - Pisano - Cassano - Capelli - Licandro - Contu - Sanjust - Petrini - Moro - Biancareddu - Gallus - Murgioni - Ladu - Cherchi Oscar - Rassu - La Spisa - Sanciu - Liori - Oppi - Diana, con richiesta di risposta scritta, sulla nomina del direttore dell'Agenzia regionale del lavoro". (502)

"Interrogazione Cassano, Pisano, con richiesta di risposta scritta, sulla mancata corresponsione delle indennità ai disoccupati frequentanti i corsi per operatore socio sanitario". (503)

Annunzio di interpellanze

PRESIDENTE. Si dia annunzio delle interpellanze pervenute alla Presidenza.

CHERCHI OSCAR, Segretario:

"Interpellanza Maninchedda - Balia - Masia - Serra, sulla situazione finanziaria del Consorzio industriale di Tortolì". (161)

"Interpellanza Maninchedda - Balia - Masia - Serra sull'albergo Valle dell'Erica (S. Teresa di Gallura)". (162)

Commemorazione di ex Consiglieri.

PRESIDENTE. Colleghi, nella giornata di sabato è deceduto all'età di 92 anni l'onorevole Giuseppe Masia, consigliere regionale per sette legislature consecutive. Dalla I, cominciata nel 1949, alla VII conclusasi nel 1979. Trenta anni tra i banchi di questo Consiglio, al quale ha dedicato energie fisiche tensione civile e politica militando tra le file della Democrazia Cristiana. Ha partecipato attivamente fornendo un'importante e fattivo contributo alla costruzione della Regione sarda fin dalle sue fondamenta.

Nato a Pozzomaggiore è vissuto gran parte della sua esistenza ad Alghero, dove era conosciuto e profondamente stimato per le sue doti umane e le sue riconosciute capacità politiche e di governo. Entrato fin da giovane nella neonata Democrazia Cristiana, dove ha ricoperto nel tempo importanti incarichi politici a livello locale provinciale e regionale, dopo la laurea in giurisprudenza aveva intrapreso, ma per poco tempo, la professione forense, senza disgiungere da essa l'impegno politico al quale ha dedicato tutte le sue energie.

Eletto per la prima volta nel 1949 in Consiglio, ha assunto importanti ruoli istituzionali e di governo. E' stato a lungo presidente della Commissione speciale per la rinascita, assessore agli affari generali, assessore agli enti locali, ai trasporti e poi al turismo sport e spettacolo nelle legislature II, III e IV. Successivamente è stato eletto presidente della Commissione speciale per la revisione dello Statuto nella V legislatura.

Vastissimo nella sua lunga attività istituzionale e politica il campo d'intervento. Dalla fattiva partecipazione, con importanti incarichi di governo in qualità di assessore degli affari generali, alla organizzazione della nuova realtà istituzionale e regionale. Strenuo sostenitore dell'autonomia speciale, l'onorevole Masia ha dedicato gran parte della sua attenzione nella prime legislature allo sviluppo del turismo ed alla riorganizzazione e razionalizzazione della rete dei trasporti interni, senza mai dimenticare le proprie origini territoriali e quindi dedicando molta attenzione anche ai problemi territoriali della Sardegna settentrionale. Nella V legislatura è stato il presentatore di vari progetti di legge di particolare rilevanza, dall'iniziativa per il riordino e il decentramento dei servizi agricoli, alla legge per la difesa del patrimonio zootecnico isolano ad uno dei primi progetti di legge per l'istituzione della Provincia di Oristano. In qualità di assessore ha firmato, tra i numerosi altri, il disegno di legge, tramutato in legge, riguardante le provvidenze a favore della cooperazione agricola e le iniziative a sostegno dell'edilizia economica e popolare. In questo periodo è stato assessore nelle giunte Del Rio, Abis, Giagu e Spano. Complessivamente ha posto il proprio in nome su oltre 60 progetti di legge.

Nel rivolgere ai familiari le più sentite condoglianze del Consiglio regionale, e mie personali, osserveremo un minuto di silenzio in segno di lutto, dopo aver commemorato anche l'onorevole Elia Marracini, scomparso sabato scorso all'età di 82 anni.

L'onorevole Elia Marracini è stato consigliere regionale nella IX legislatura dal 1984 al 1989. Nato a Cagliari ha unito fin da giovane la passione per gli studi giuridici a quella politica

Intrapresa, subito dopo la laurea in giurisprudenza, la professione forense, si è guadagnato ben presto la stima di colleghi e magistrati. Nella città dov'è nato, e in cui ha sempre vissuto, ha svolto il suo impegno politico militando tra le file del Partito Sardo d'Azione, del quale è stato esponente di spicco e sotto il cui simbolo fu eletto in Consiglio regionale.

Il suo impegno istituzionale è stato particolarmente vasto ed eclettico ed ha spaziato in settori tra i più diversi. A lungo componente della Giunta per le elezioni, di cui è stato anche Presidente all'inizio della sua esperienza consiliare, ha fatto parte della Commissione autonomia, è stato Vice presidente della Commissione programmazione ed ha lavorato a lungo anche nelle commissioni Industria, Agricoltura, Istruzione e Finanze che all'epoca era distinta dalla Commissione programmazione. Dall'ottobre 1987 al luglio 1989 è stato Presidente della Commissione sanità.

In ognuno di questi organismi, l'onorevole Marracini, ha lasciato significative tracce della propria azione politica e di legislatore, dedicando tanta parte del suo impegno e della sua attenzione umana a sostegno delle parti più deboli della società. Sempre con un'attenzione privilegiata verso i problemi del lavoro, dello sviluppo e della identità sarda, l'onorevole Marracini ha svolto un'intensa attività di salvaguardia e difesa dei valori importanti della società isolana, sia in campo economico e produttivo sia in campo sociale e culturale, documentata dalla nutrita mole di interrogazioni, interpellanze e progetti di legge che recano la sua firma. Si può dire che non vi sia stato argomento del quale l'onorevole Marracini non si sia occupato.

Fin dall'inizio della legislatura si è occupato più volte dei problemi riguardanti le servitù militari ed in particolare della presenza della base USA a La Maddalena. Importante la sua iniziativa per la riforma dello Statuto, concretizzatasi nella mozione prima e nell'ordine del giorno poi, per l'istituzione di una commissione speciale per la revisione dello Statuto. Ma anche le politiche di sviluppo sono state al centro del suo interesse politico (assetto del comparto industriale e del polo chimico sardo) così come gli interventi nel settore dell'istruzione e della cultura, ad esempio a favore dell'istituzione della Facoltà di architettura e dell'Accademia delle belle arti in Sardegna. Dei numerosi progetti di legge che recano il suo nome alcuni sono di particolare rilevanza, come la legge sull'uso e la tutela del territorio della Sardegna approvata nel dicembre del 1989 e la legge concernente le disposizioni di prima applicazione delle norme di riordino delle funzioni socio assistenziali, anch'essa del 1989.

Nel rivolgere a suo figlio, l'onorevole Sergio Marracini, ed ai familiari le più sentite condoglianze del Consiglio regionale e mie personali, desidero estendere i sensi del cordoglio ai rappresentanti del partito politico che lo ebbe tra i suoi aderenti.

(I consiglieri si levano in piedi ed osservano un minuto di silenzio in segno di lutto.)

Discussione generale della proposta di legge Balia - Maninchedda - Orrù - Corrias - Sanna Francesco - Cuccu Giuseppe - Uras: "Iniziative per la predisposizione del nuovo Statuto speciale di autonomia della Regione Sardegna. Istituzione, attribuzioni e disciplina della Consulta regionale per il nuovo statuto"(78/A)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge numero 78/A.

Dichiaro aperta la discussione generale. Ha facoltà di parlare il consigliere Balia, relatore.

BALIA (Federalista-Autonomista Sardo), relatore. Grazie signor Presidente. Signor Assessore, colleghi. Riprendiamo oggi un dibattito che ha animato già parecchie sedute di questo Consiglio regionale, già in questa legislatura, ma che anche in passato ha impegnato l'Aula e coinvolto diversi livelli istituzionali, i sindacati, varie associazioni di categoria, i cittadini. Questo itinerario risponde ad un'esigenza, che presumo sia da tutti condivisa; l'esigenza di superare alcuni limiti, purtroppo importanti, che sono contenuti nell'attuale Statuto speciale della Sardegna, approvato il 31 gennaio del 1948.

Va rammentato che anche allora lo Statuto aveva avuto un percorso difficile e travagliato. Molti erano preoccupati per il fatto che le autonomie regionali potessero, in qualche modo, costituire un pericolo per l'unità nazionale. Altri, e fra gli altri per esempio Emilio Lussu, tentavano di bloccare la deriva antiregionalista. Lo stesso Lussu, come viene ricordato da Mario Brigaglia, diceva: "L'autonomia che ci hanno concesso somiglia all'autonomia sognata, vagheggiata dai nostri padri, allo stesso modo in cui un gatto somiglia ad un leone: entrambi appartengono alla famiglia dei felini". Ed era con questo richiamo che Lussu rilanciava tutta la sua amarezza, al punto di aver confessato ad un collega che era stato persino tentato di esprimere un voto contrario.

La consapevolezza che lo Statuto andava aggiornato e riformato prese quindi corpo già dal momento dell'approvazione dello stesso, non solo nel dibattito degli anni successivi, ma già in quella fase, c'era la consapevolezza dell'esigenza di una riforma dello Statuto. I limiti alla sovranità del popolo sardo apparvero, infatti, in tutta la loro chiarezza con la nascita poi delle regioni a statuto ordinario, i cui poteri erano più estesi e rafforzati di quanto non lo fossero quelli delle regioni a statuto speciale. Successivamente, le modifiche apportate a norme costituzionali, a partire dalla riforma del Titolo V della parte seconda della Costituzione, hanno spostato il potere di iniziativa dalla Regione verso lo Stato. E la Regione, sino a questo momento, non è stata in grado di colmare questo divario.

Probabilmente, tutti, maggioranza ed opposizione, abbiamo una posizione sufficientemente condivisa su alcune priorità e garanzie che il nuovo Statuto del popolo sardo deve contenere, a partire dal problema relativo ad una reale continuità territoriale, dall'esigenza di un nuovo Piano di Rinascita capace di contenere e colmare il gap strutturale, del riconoscimento di risorse finanziarie certe e non soggette, così come oggi avviene, ad una continua ricontrattazione o, peggio ancora, a tradimenti da parte dello Stato rispetto agli impegni assunti, di garantire un rapporto diretto della Regione con la Comunità europea, di riconoscere la possibilità di instaurare rapporti commerciali diretti con gli altri Paesi del Mediterraneo, dell'attribuzione, ricordiamoci che anche questo è un deficit che va colmato, di almeno due seggi nel Parlamento europeo, anche in funzione della nostra specialità giuridico-linguistica, sino alla previsione del parere vincolante della Regione in materia di uso del proprio territorio da parte dello Stato.

Ecco, sul tema dello Statuto, sullo strumento da utilizzare per la sua scrittura, io credo, colleghi, e mi rivolgo in modo particolare ai colleghi dell'opposizione, che non possiamo dividerci. Il rischio è quello dell'esclusione dai processi partecipativi, mentre abbiamo la comune consapevolezza che serve un livello di elaborazione politico-culturale condiviso e partecipato. Ma sappiamo, dai precedenti dibattiti che in Aula si sono svolti, ma anche da dichiarazioni rese da componenti dell'opposizione attraverso una conferenza stampa, che vi sono alcuni problemi. Allora, mi chiedo, quali sono i problemi e di quale natura? Ci siamo sino a questo momento, colleghi dell'opposizione, divisi sui punti importanti sui quali lo Statuto sardo deve essere modificato e aggiornato? Ci siamo divisi sul merito, perché affrontando questi temi in Aula e nelle Commissioni sono emerse differenti posizioni? No, ci siamo divisi sullo strumento da adottare per pervenire alla formulazione di un nuovo Statuto. Ecco, io voglio partire dal dibattito che c'è stato nella passata legislatura rispetto lo allo strumento che allora era stato individuato e che era rappresentato dall'Assemblea costituente. Io ero fra quelli allora contrari a questa proposta, ma non avevo fatto barricate, avevo espresso un parere ed una posizione politica nell'Aula e nella competente Commissione di merito, e poi avevo preso atto della volontà che la maggioranza, intrecciata con alcuni componenti dell'opposizione di allora, aveva espresso. E l'Assemblea costituente era decollata e non nascondo, ma l'avevo già detto in quella occasione, che l'Assemblea costituente aveva un suo fascino, ed anche una ragion d'essere. C'è stato un tentativo di sperimentazione, non era condiviso, ma vi è stato.

Un'altra ragione di contrasto fra i sostenitori dell'Assemblea costituente e gli oppositori era data dal fatto che l'iter sarebbe stato, a nostro avviso, eccessivamente lungo e forse non avrebbe comportato alcun risultato, e che si correva il rischio che il Consiglio regionale, attraverso quell'Assemblea costituente, per come era ideata e proposta, perdesse alcune delle funzioni che pure gli erano state attribuite. Colleghi, perché questi richiami al passato? Io faccio questi richiami al passato proprio perché vorrei che, oggi, i colleghi dell'opposizione avessero un ripensamento rispetto alle dichiarazioni rese e non attribuissero a noi la responsabilità dell'interruzione dell'iter di approvazione della proposta di istituire l'Assemblea costituente, su cui invece non abbiamo alcuna responsabilità. La proposta di legge istitutiva dell'Assemblea costituente era stata trasmessa al Parlamento italiano e vi era allora un governo certamente non amico dell'attuale maggioranza, ma amico della maggioranza di allora e, benché autorevoli esponenti di quel governo avessero garantito un iter privilegiato a quella proposta, nulla poi di fatto il governo ha fatto. E' rimasta una proposta utile, è rimasta una proposta culturale e politica all'attenzione delle classi dirigenti, ma non ha avuto di fatto alcun esito.

Ma la responsabilità di questo è nostra? E poi vogliamo oggi assumere nuovamente analoghe iniziative che, probabilmente, otterrebbero lo stesso risultato? O non è più giusto, più logico, più opportuno assumere invece iniziative condivise il cui risultato dipenda solo, almeno in questa fase, dalla comune volontà e condivisione di un percorso da parte del Consiglio regionale? Io credo che questa sia la via e, su questa via, in questo Consiglio, era stato votato un ordine del giorno e sulla base di quel documento, la competente Commissione consiliare ha prima elaborato e poi approvato questa proposta di legge.

Certo, sono anche ben consapevole, e mi rivolgo ai colleghi di Alleanza Nazionale, che oggi loro sostengono una proposta ancora differente e dall'Assemblea costituente e dalla Consulta statutaria, e che sono a favore della riappropriazione diretta di tutti poteri da parte del Consiglio, tant' è che mi risulta che abbiano depositato già da alcuni mesi una proposta di modifica statutaria, ma non diversamente da ciò che aveva fatto lo SDI, con altri firmatari, nella passata legislatura, presentando una proposta di nuovo Statuto, rimasta in carico alla Commissione; ma colleghi, dovete prenderne atto, quella proposta potrà costituire un utile base di partenza per i consultori, un'utile base, un utile ausilio per il loro lavoro, ma non può essere la base di discussione finale, definitiva, conclusiva per questo Consiglio.

I colleghi dell'opposizione non hanno partecipato, se non in via del tutto sporadica ed occasionale, ai lavori della Commissione, relativi alla elaborazione della proposta legislativa sulla Consulta statutaria. Io personalmente ritengo quella mancata partecipazione un impoverimento del risultato ottenuto. Colleghi, siamo consapevoli che in un processo costituente di questo tipo sono necessarie la creatività e la partecipazione di tutte le ideologie politiche, che, indipendentemente dai numeri, non vi è una parte che possa da sola decidere, ma che il risultato ottimale lo si ottiene col concorso di tutti. Per cui l'invito, colleghi, che oggi vi viene rivolto, è quello di recuperare quello scarto, quella difficoltà che in quella fase si è manifestata, per ritrovare all'interno dell'Aula, forme e occasioni di dialogo, con la consapevolezza che, su una tematica di questo tipo, nessuna maggioranza può arroccarsi sulle proprie posizioni, e che la maggioranza su questa tematica è aperta a raccogliere dal dibattito tutte le indicazioni utili e positive che eventualmente dovessero emergere. Dico questo proprio perché altrimenti resta, ahimè, la consapevolezza di un lavoro monco e carente, che solo la partecipazione di tutti riuscirà a rendere produttivo e migliore. Colleghi, dentro quest'Aula io credo che siamo tutti autonomisti per principio; la nostra specialità va tutelata e sostenuta, perché specialità per tutti noi significa popolo e nazione, e questo non per dividerci da altri popoli e da altre nazioni, ma per affermare una identità etnica, nel senso di identità storico politica, linguistica, culturale e socio-economica. Le diverse etnie vanno difese, l'unità si esalta nella pluralità; un popolo, una etnia ha il diritto di fruire del potere di autogoverno.

Credo che non ve ne sia bisogno, perché sicuramente i colleghi hanno letto con molta attenzione la proposta, ma ne richiamo qualche aspetto per risalire da esso ai principi ispiratori. Uno riguarda la composizione della Consulta da parte del Consiglio. Ecco colleghi, vi è un meccanismo assolutamente garantista perché assicura una posizione di quasi equilibrio tra le forze politiche di maggioranza e di opposizione, garantendo anche una tribuna, uno spazio alle coalizioni che, pure presenti nell'ultima campagna elettorale, non hanno però eletto alcun consigliere, e assicurando la partecipazione di genere attraverso una percentuale stabilita. Resta nella disponibilità del Consiglio regionale la scelta dei consultori, anche di quella parte che in numero doppio rispetto a quelli assegnati, deve essere indicata dal Consiglio delle autonomie locali per il tramite delle Università e del mondo dell'immigrazione. La Consulta procede attraverso tre distinte frasi: una fase di elaborazione, una seconda fase di consultazione, quindi viene recuperata, almeno parzialmente, quella finalità che nella proposta istitutiva dell'Assemblea costituente era contenuta, ed una terza fase di stesura finale. Poi vi sono altri meccanismi che servono a dare continuità alla collaborazione: un'apposita seduta con i parlamentari eletti in Sardegna, un costante raccordo col Consiglio attraverso la Commissione, un supporto della Giunta attraverso la partecipazione del proprio Presidente.

Io concludo rilanciando quell'appello al lavoro unitario che ritengo elemento assolutamente essenziale e ricordo i padri della nostra Sardegna, da Lussu, Dessanay, Cardia, Dettori, Melis sostenitori di un messaggio profetico, il messaggio profetico era: autonomia...

PRESIDENTE. Onorevole Balia, concluda.

BALIA (Federalista-Autonomista Sardo), relatore. Grazie Presidente, il messaggio profetico era contenuto in questo concetto: "autonomia ultima frontiera".

PRESIDENTE: Grazie onorevole Balia.

E' iscritto a parlare il consigliere Mario Floris. Ne ha facoltà. Ricordo ai colleghi che chi intende intervenire in discussione generale deve iscriversi durante il suo intervento.

FLORIS MARIO (Gruppo Misto). Presidente, colleghi del Consiglio, io avverto un'esigenza e contemporaneamente un forte imbarazzo, quasi una difficoltà ad entrare nel merito dell'argomento che oggi è alla nostra attenzione. L'esigenza è quella di essere possibilmente chiaro nell'esporre la mia idea, la mia convinzione, in modo da essere compreso. La storia e le vicende che hanno accompagnato la nascita e la vita della Regione autonoma della Sardegna le conosciamo tutti, le abbiamo tutti presenti. Lo Statuto sardo nasce anagraficamente con la legge costituzionale numero 3 del 23 febbraio 1948 e cioè una delle leggi, assieme alla Costituzione e a quelle istitutive delle altre Regioni a statuto speciale, sulle quali si fonda la Repubblica italiana, ovvero l'embrione di quel concetto di pari dignità costituzionale e istituzionale tra Stato e Regione. L'abbiamo detto più volte in quest'Aula, non siamo noi ad averlo affermato per primi, l'hanno detto i nostri valorosi rappresentanti alla Costituente, per primo l'indimenticabile Salvatore Mannironi: "lo Statuto di autonomia non è una gentile concessione dello Stato, ma è un diritto naturale del popolo sardo e come tale dobbiamo difenderlo, valorizzarlo ed esercitare i poteri da esso previsti". L'imbarazzo al quale ho fatto riferimento all'inizio di questo mio intervento è evidente e può essere esemplificato attraverso una domanda. La domanda è: cosa stiamo facendo oggi? Il tentativo che stiamo facendo di percorrere una strada di cambiamento, di adeguamento, di rafforzamento del nostro potere autonomistico è quello giusto? Quello capace di dare alla comunità sarda lo strumento idoneo per stare alla pari degli altri popoli nel contesto europeo e internazionale, alla pari nella crescita e nello sviluppo? Io credo di no. Questo tentativo è debole, è insufficiente, è soprattutto un'autolimitazione delle nostre stesse prerogative, delle prerogative fondamentali di scrivere e non solo di approvare le leggi.

Io ho letto con molta attenzione più volte, sia il testo della Commissione che ha redatto le iniziative per la predisposizione del nuovo Statuto speciale di autonomia della Sardegna, sia quello presentato dal proponente. Mi rendo perfettamente conto che siamo in un momento particolare della nostra storia autonomistica in quanto dopo 58 anni si tenta di riformare, non più a parole, lo Statuto speciale che la Costituente italiana ci concesse nel lontano '48. E mentre qualcuno tenta addirittura di togliercelo. Dal 1948 ad oggi ci sono si sono succedute tante generazioni, si sono avuti nel mondo tanti fatti notevoli, sono maturate tante realtà, si è preso coscienza di tanti valori, che io pensavo e speravo di ritrovare in qualche forma nei due testi. Essi purtroppo mi sono apparsi aridi, sterili, infruttuosi, senza alcun afflato vitale. Sono formati da 13 articoli e da una cinquantina di commi tutti tesi a stabilire come arrivare ad un coinvolgimento generale nell'impresa, pensando che più gente si mette a lavorare all'idea più si è democratici e più si è liberali. A me, e credo a nessuno di noi, poco importa che sia una consulta di 40, 45, 47 membri a definire in solitudine il progetto o che sia un comitato coordinatore a raccogliere i suggerimenti di una consulta composta da tutti i consigli e gli assessori comunali e provinciali, allargata alle rappresentanze di realtà significative del territorio e così via. Poco importa che a far ciò sia un gruppo o una pletora di gente che mi ricorda il proverbio Sardo "chentu concas chentu berritas", se poi entrambi i testi prevedono che il progetto di nuovo Statuto regionale redatto sotto forma di articolato, sia eventualmente preceduto da un preambolo di principi. Sì, cari colleghi, anche quelli che chiacchierano, avete capito bene, "eventualmente preceduto da un preambolo di principi". I principi, che dovrebbero essere alla base della richiesta di autonomia, sono per gli estensori dei due testi puramente aleatori, ci possono essere come possono non esserci. Cioè ci apprestiamo a chiedere al Governo centrale, alla Nazione, al resto dello Stato un'autonomia speciale e non diciamo perché la chiediamo.

Non conosco il motivo di tanta reticenza. Non è vero che non abbiamo partecipato, abbiamo partecipato ai lavori della Commissione ma quando si partecipa ai lavori di questa commissione in questa legislatura, ci si dice subito: "Non si può toccare una virgola", per cui è inutile che partecipiamo. Io non conosco il motivo di tanta reticenza, forse perché abbiamo paura di affrontare il problema: secoli e secoli di sottomissione psicologica e culturale ci hanno resi imbelli, autocolonizzati, contenti di quello che ci danno o ci hanno dato i continentali iberici di una volta e i continentali italiani ora. Non si pensi minimamente che il problema sia posto dalla quantità e dalla qualità delle norme statutarie da elaborare. Basterebbe mutuare uno dei tanti buoni statuti autonomistici dell'area europea, adattarlo ai nostri bisogni materiali particolari e il gioco sarebbe fatto, senza bisogno di ricorrere a comitati e a consulte; un referendum popolare di ratifica lo renderebbe facilmente un prodotto ecumenico, condiviso da tutti.

Quindi non è la normativa il nocciolo della questione, ma quel preambolo che secondo i proponenti potrebbe esserci come potrebbe non esserci. E' lì, invece, è proprio lì che si dovrà affrontare la battaglia autonomistica interna a noi sardi ed esterna, nei confronti dei connazionali di terraferma, come d'altronde stanno facendo i catalani in questo momento, solo che essi non litigano fra loro come facciamo noi, ma combattono contro Madrid. A riprova di ciò che dico, ci sono le soppressioni e gli emendamenti alla proposta di nuovo statuto catalano da parte del nuovo governo centrale che si può notare colpiscono soprattutto gli articoli fondamentali. E cosa dice il preambolo? "La Nazione catalana si è formata nel corso del tempo con l'apporto di energie di molte generazioni, di molte tradizioni e culture che hanno trovato in essa una terra d'accoglienza. La Catalogna ha così definito una lingua, una cultura, ha modellato un paesaggio, ha accolto anche altre lingue, altre manifestazioni culturali, si è sempre aperta all' interscambio generoso, ha costituito un sistema di diritti di libertà, si è dotata di leggi proprie e ha sviluppato una cornice di solidale convivenza che aspira alla giustizia sociale." E che cosa hanno proposto quelli che sono stati incaricati di redigere lo Statuto? Articolo 1: "La nazione catalana. La Catalogna è una nazione. La Catalogna esercita il suo autogoverno mediante istituzioni proprie, essendo essa costituita come comunità autonoma in accordo con la Costituzione e il presente Statuto". Articolo 3: "Le relazioni della Generalitat con lo Stato si basano sul principio di plurinazionalità dello Stato e sul principio di bilateralità senza escludere l'uso di meccanismi di partecipazione multilaterali. La Catalogna ha nell'Unione Europea il suo spazio politico e geografico di referenza". In base all'articolo 6 tutte le persone in Catalogna hanno diritto di utilizzare le due lingue ufficiali, catalano e casigliano, e il diritto dovere di conoscerle. Articolo 67: "Agli effetti della precedenza e del protocollo diplomatico in Catalogna il Presidente o la Presidentessa della Generalitat ha la posizione preminente immediatamente dopo il Re".

Colleghi, se si ha la consapevolezza che se si chiede una cosa si deve dire per quale motivo la si chiede, soprattutto quando si chiede una cosa particolare come l'autonomia, attraverso la quale nel nostro caso si vorrebbe stabilire un rapporto speciale tra apparato centrale dello Stato e potere locale regionale. Allora le vie possibili da seguire per noi sono tre: la via fisica, la via etnica, la via istituzionale. La via fisica, che credo sia lapalissiana e che tutti conosciamo, quella di presentarsi come un'isola, è la più facile, è la meno compromettente per chi la propone e per chi la recepisce. Non c'è nessuno - sono sicuro di questo - nel Governo e in Parlamento, di destra o di sinistra, che possa mettere in dubbio che noi siamo un'isola. Siamo, in effetti, in una terra circondata dal mare, al centro del Mediterraneo occidentale, distante 250 chilometri dal resto dello Stato, per di più povera di risorse, per tre quarti montuosa e improduttiva, e in base a questa condizione geografica vorremmo essere trattati meglio delle altre diciannove regioni italiane. Se non vado errato questa è la via che abbiamo seguito in tutti questi anni, in tutt tutte le occasioni in abbiamoci abbiamo rivendicato la nostra specificità e la nostra specialità. Non c'è bisogno di dire che si tratta di una proposta fragile, poco convincente, ci mette al pari con la Sicilia, ci mette a confronto con tutte le altre realtà le quali, pur essendo isole, non hanno le nostre stesse pretese, vedi per esempio le Baleari e le Canarie o la vicina Corsica, che punta più all'indipendenza che all'autonomia.

La via etnica è quella della nazionalità, intrapresa dai Catalani che però nel loro preambolo dicono "Nazione" ma intendono "Stato", parlano di plurinazionalità dello Stato spagnolo ma in cuor loro intendono pluristatualità del regno di Spagna, ovvero intendono la Catalogna uno Stato sovrano magari aggregato in federazione o in confederazione con lo Stato o gli stati iberici, com'era un tempo la corona di Aragona. Come si sa la quello di nazione è un concetto puramente culturale, non è né politico né istituzionale. Per nazione si intende l'identità di uno o più popoli che ebbero e che hanno in comune lingua, arte, storia, tradizioni, eccetera. E noi, al pari dei catalani, siamo una nazione. La nazione sarda nasce 8 mila anni fa con la venuta dell'uomo in Sardegna, cresce e si sviluppa nel periodo nuragico malgrado le divisioni interne, comincia a perdere la sua evidenza infossandosi nel substrato di popolazioni sottomesse col sopraggiungere delle civiltà straniere, le quali però, si badi bene, in passato sono andate ad arricchire tutto il nostro substrato culturale indigeno. Per cui la nazione sarda non è altro che la somma delle civiltà dell'Isola e non il prodotto dei soli sardi autoctoni.

Oggi al recupero di questa nazionalità, si dedicano quelle forze politiche e intellettuali nostrane che incoraggiano tutte le espressioni culturali, soprattutto la lingua, come riscatto del popolo sardo. E pur nel rispetto di questo sforzo identitario, mi permetto di far osservare che agli effetti di una richiesta di specialità autonomistica, la via etnico-nazionalitaria, è manchevole per due motivi. Il primo è che tutte le venti regioni italiane, che ricalcano pressappoco gli antichi stati preunitari, peninsulari ed insulari, hanno (chi più, chi meno) la propria nazionalità o, se si vuole, la propria identità: ce l'ha la Sicilia con i suoi canti, le sue tradizioni, la sua lingua, ce l'ha la Campania con il suoi pizzi e le sue tarantelle, ce l'hanno la Puglia, la Calabria, il Lazio, la Toscana. Come è palese a tutti proprio nelle diversità etniche sta la forza e la bellezza del nostro paese, dell'Italia. Il secondo motivo è che purtroppo questa via si affievolisce col passare del tempo ed è destinata un giorno a scomparire come sono scomparse nel mondo tante altre identità culturali, l'egiziana, l'azteca, l'indiana pellerossa, eccetera, già non si riconoscerebbe più. Nell'attuale fisionomia nazionale sarda la lingua si è imbastardita fin quasi a diventare un dialetto dell'italiano; le musiche, i balli e i canti sono diventati folklore, lontani mille miglia dalle matrici di provenienza; i costumi sono diventati abiti di scena, buoni solo per le sfilate laiche e religiose, per Sant'Efisio e per gli show televisivi, e potremmo continuare all'infinito. Fra cent'anni chissà chi si ricorderà più di tutto questo.

Conviene dunque puntare tutte le nostre carte su questo valore comune? Sulla via fisica? Sulla via identitaria? Io credo che ci sia un'altra ragione per cui noi dobbiamo chiedere la nostra autonomia, c'è un'altra affermazione di tipo istituzionale, la terza via, che fa capo, come voi sapete, all'Istituto di storia dell'Europa mediterranea del Consiglio nazionale delle ricerche, che ci definisce uno Stato allargato, dandoci un valore aggiunto che resta immutato nel tempo e nello spazio. Io credo che da questo non si possa derogare e che la via istituzionale sia una via da aggiungere alle altre vie che abbiamo percorso in tutti questi anni, in tutti questi lustri, in tutti questi decenni, e comunque la via storico-istituzionale merita di essere percorsa in tutta la sua estensione. Io non ho il tempo adesso per parlare del Regno di Sardegna e del Regno d'Italia, non voglio manco farlo, credo che i colleghi sapranno come documentarsi se ritengono percorribile questa strada.

Adesso l'Assemblea si deve porre il quesito: prevedere o no nella legge istitutiva della Consulta che lo Statuto sia munito di un preambolo di indirizzo autonomistico. Ma cosa vanno a fare questi signori che vengono eletti? Con quale mandato? Come devono disegnare questo Statuto? Sono loro che avranno i rapporti con lo Stato? Perché è evidente che noi non possiamo attendere che sia elaborato il testo di un possibile Statuto da presentare al Consiglio regionale e non iniziare da subito il rapporto tra il Parlamento nazionale e il Parlamento sardo. Su quale "bibbia" si deve basare chi avrà l'onore di redigerlo per poi sottoporre all'Assemblea questo preambolo? Perché dal preambolo bisogna partire. La mia convinzione è che il preambolo possa essere elaborato da un ristrettissimo team di persone, costituzionalisti, storici e linguisti, solo dopo si può passare alla stesura delle norme vere e proprie del progetto di nuovo Statuto regionale nella forma e anche nei modi e nei tempi stabiliti. Io mi rendo conto che l'opera non sarà né facile né indolore, dovrà fare i conti con un popolo fortemente conservatore come lo sono in genere gli isolani e i sardi in particolare - la nostra filosofia è la filosofia, come noi sappiamo, de "su connottu", il noto, ed ogni novità ci disturba e ci angoscia anche se è a nostro favore -; dovrà fare i conti all'esterno con i connazionali di terraferma che saranno poco propensi a riconoscerci la primogenitura statuale, gonfi come sono di storiografia peninsulare; ma si sa che ogni rivoluzione ha i suoi oppositori e a volte i suoi mali.

In Commissione io ho tentato, onorevole Balia, di stabilire un raccordo tra la proposta di legge istitutiva dell'Assemblea costituente, che questo Consiglio ha votato all'unanimità e che è ancora parcheggiata in Parlamento, e la nuova impostazione data da questa legge per stilare lo Statuto, ma non c'è stato, come lei sa, niente da fare. Il valore dell'Assemblea costituente non stava nella elezione di chi doveva preparare il testo di riforma statutaria, ma nella riaffermazione dei principi del preambolo. E' tutto qua, il nodo è questo. Noi dobbiamo dire noi cosa vogliamo. Vogliamo essere una nazione? Vogliamo avere, come sento dire, fette di sovranità, e chi più ne ha più ne metta, perché sui termini poi bisogna mettersi d'accordo, se l'identità è identità, se è individualità, se è soggettività, tutti termini che vengono usati anche un po' a casaccio, scusate l'espressione, e che non denotano esattamente qual è la volontà di questo Consiglio e qual è la volontà della nostra Regione? Ciò significa la riscoperta delle ragioni della nostra autonomia, del fatto che la storia della Sardegna non è la storia degli altri e il mandato deve essere un mandato pieno e un mandato condiviso. Ecco perché io chiederei alla maggioranza di non continuare con questa solfa, di non voler fare le cose troppo in fretta soltanto per dire che hanno fatto qualche cosa. Non si può scherzare con lo Statuto. Siamo noi che vi rivolgiamo l'invito a sospendere e a calmarvi e a fare le cose come devono essere fatte, se avete, come io spero e penso, a cuore un cambiamento e un rinnovamento vero di tutta la Sardegna.

PRESIDENTE. Grazie onorevole Floris.

E' iscritta a parlare la consigliera Caligaris. Ne ha facoltà.

Io alterno gli oratori di maggioranza e opposizione sulla base dell'ordine di iscrizione, per quanto è possibile naturalmente. Prego, onorevole Caligaris.

CALIGARIS (Gruppo Misto). Grazie Presidente. Colleghe e colleghi, devo osservare che mi spiace che le opposizioni abbiano annunciato in una conferenza stampa il loro disimpegno su questa proposta di legge, perché si tratta di un argomento che ritengo di vitale importanza per il futuro dell'Isola e anche nella prospettiva della modifica della legge elettorale che, a mio avviso, dovrà spazzare via il sistema maggioritario. Mi unisco quindi all'appello del Presidente del Gruppo FAS, l'onorevole Peppino Balia, affinché le opposizioni rivedano la loro posizione perché sarebbe quanto mai opportuno un autentico scambio di idee anche da fronti contrapposti e irriducibili. Oggi iniziamo a parlare dello strumento per scrivere contenuti. I contenuti sono sicuramente fondamentali, ma occorre definire anche la macchina più idonea per scriverli. Credo quindi che, a maggior ragione dopo l'intervento dell'onorevole Floris, sia ancora più importante la partecipazione di tutti. Voglio però anche esprimere apprezzamento per il lavoro della Commissione perché ha svolto con impegno l'incarico assegnatole dal Consiglio.

Le considerazioni che propongo con molta umiltà all'attenzione dell'Aula riguardano principalmente tre questioni: la prima è quella della composizione della Consulta dal punto di vista della differenza di genere, la seconda concerne il ruolo e il coinvolgimento degli emigrati, degli immigrati e più in generale della società civile, e la terza questione riguarda l'informazione sui risultati del lavoro in itinere e, non ultimo, l'autonomia dell'organismo.

La crisi che le istituzioni politiche stanno attraversando in Italia e in Europa ha messo in evidenza l'insoddisfazione dei cittadini per le mancate risposte alle esigenze che esprimono. Il disinteresse per il dibattito politico e per la politica tout court, sono i sintomi più significativi di questa crisi. Ciò acquista un particolare senso in riferimento alle donne. Esistono diversi motivi che hanno provocato questa situazione, alcuni dei quali sono riconducibili al sistema politico stesso: nelle logiche e nelle modalità della rappresentanza politica risiedono degli ostacoli che rendono meno agevole l'accesso delle donne alle istituzioni. In primo luogo, secondo La Rosa nel Pugno, il sistema elettorale di tipo maggioritario che di per sé tende ad escludere le forze politiche minori e i soggetti deboli, con gravi conseguenze proprio per le donne, i giovani e gli anziani che quindi inevitabilmente si collocano ai margini della rappresentanza. Nelle strutture democratiche di base, come i partiti e i sindacati, le donne non sono presenti in misura consistente soprattutto ai vertici, di conseguenza non si crea un movimento politico al femminile, capace di costituirsi come punto di riferimento per le elettrici e le elette. Dunque anche se le donne hanno la prerogativa di votare proprie rappresentanti e di essere a loro volta rappresentanti di un determinato gruppo, in realtà esse sono da una parte sempre meno interessate alla politica, e dall'altra sempre meno presenti nelle sedi istituzionali tradizionali. Una debolezza del sistema che purtroppo, soprattutto in Italia, denota che è ancora radicata la convinzione che la politica sia un affare da uomini. La sotto-rappresentanza femminile nelle istituzioni è dunque un dato di fatto, al di là delle affermazioni di principio, e dell'uso che partiti e movimenti ne fanno per attrarre consensi, soprattutto nel momento elettorale, decisivo per avere suffragi.

L'appuntamento storico che la XIII legislatura intende sancire con l'istituzione della Consulta e la riscrittura dello Statuto di autonomia, deve tenere conto di questo aspetto non secondario. Le donne sarde, come quelle italiane, rappresentano circa il 52 per cento della popolazione, devono quindi poter contribuire a pieno titolo alla stesura del nuovo Statuto fin dal primo momento, quello della definizione del progetto. I modelli dello stare insieme nella società sarda, i principi, i valori, il linguaggio, sono divenuti inadeguati rispetto ad un contesto che vede un costante aumento delle donne che studiano, lavorano e producono reddito. I nuovi modelli esigono, dunque, regole di convivenza adeguate alla nuova società nel suo complesso. Norme approvate da assemblee o da parlamenti a maggioranza maschile, con un linguaggio e una visione del mondo condivisa prevalentemente, se non in modo esclusivo, da uomini, sono norme non più adeguate alla nostra società. Credo che esista una morale condivisa rispetto al fatto che le donne hanno pari dignità e pari diritti sociali e civili degli uomini. Credo anche che non possa essere messo in dubbio che le esperienze femminili, i loro studi e le loro ricerche, il contributo femminile alla scienza, alla formazione delle nuove generazioni, all'economia, all'arte, alla medicina, all'organizzazione sociale, alla giustizia e alla storia, al patrimonio di conoscenze e a quello ideale, abbiano la stessa dignità e forza propositiva di quelle maschili. L'uguaglianza, da questo punto di vista, non può essere ridotta ad una quota di rappresentanza ma deve essere totale ed esclusivamente ispirata ad un principio di ragionevolezza sociale. Una società che non può fare a meno culturalmente e produttivamente dell'apporto fondamentale delle donne, non può essere disciplinata normativamente prescindendo dal loro apporto paritario. Ciò a maggior ragione quando si sta costruendo uno strumento che deve valere per tutti; l'assenza femminile nel corso della prima stesura dello Statuto sardo d'autonomia è un dato ancora più forte e significativo a sostegno di un'attuale presenza paritaria. A sessant'anni dal voto alle donne, penso che la Sardegna non possa fare a meno del loro contributo, né possa accontentarsi di una loro presenza minoritaria, specialmente in questa fase fondante o se si preferisce costituente dei valori e delle proposte.

Per quanto riguarda la composizione della Consulta, dal punto di vista della differenza di genere, ritengo quindi che sia improponibile e inaccettabile la soluzione delle quote. L'organismo deve essere assolutamente paritario. Occorre inoltre coinvolgere, sia durante la stesura del progetto sia durante la fase di consultazione e vaglio critico delle proposte, gli organismi di parità. La Consulta non può utilizzare i contributi della Consigliera di parità o della Commissione regionale delle pari opportunità. Ovviamente lo dico con un po' d'ironia, bisognerebbe farla riunire questa Commissione pari opportunità e soprattutto fare in modo che sia eletto l'Ufficio di Presidenza perché possa lavorare; penso però che, così come previsto per i senatori e i deputati, sarebbe opportuno promuovere anche una seduta speciale della Consulta con gli organismi di parità comunali e provinciali.

Una società che vuole darsi delle regole a partire da una cornice forte e condivisa di riferimento, non può sottacere un altro fenomeno cresciuto negli ultimi anni in modo esponenziale e ormai immodificabile: la nostra società è oggi multirazziale. Questa asserzione incontrovertibile pone un problema di definizione dei rapporti interni tra popolo sardo, residente nell'Isola, in Italia e all'estero, e popoli altri. Per poter garantire che questa realtà non sia soltanto riconosciuta in sterili principi ma si concretizzi sotto il profilo normativo accogliendo le esigenze di una sana rete relazionale, occorre creare un filo diretto con gli immigrati, ai cui organismi rappresentativi deve in ogni caso essere inviato il progetto di Statuto per una valutazione. Del resto, abbiamo istituito la Consulta dell'immigrazione e non può essere soltanto un organismo lasciato alla sua storia. Per quanto riguarda i componenti della comunità sarda emigrata in Italia e all'estero, ritengo che debbano avere un ruolo più significativo, sia nella fase di elaborazione del progetto, sia in quella della valutazione critica. Penso quindi che sarebbe opportuno che la Regione promuovesse sull'argomento una seduta straordinaria, per così dire, di indirizzo, della Consulta dell'immigrazione e un'altra successiva di verifica dei contenuti. L'esperienza maturata dal mondo dell'emigrazione rappresenta infatti un patrimonio culturale di cui non si può fare a meno, soprattutto considerando la qualità dell'Europa, la globalizzazione e il tema della salvaguardia dell'identità che è stato più volte richiamato.

Le considerazioni finali, che propongo alla vostra attenzione, attengono innanzitutto alla comunicazione e quindi alla diffusione del progetto conclusivo e in itinere. Per quanto mi risulta, in Sardegna, e dico purtroppo, la familiarità con gli strumenti informatici e la diffusione di Internet, sono piuttosto limitate e soprattutto tali strumenti sono distanti dalla quotidianità dei cittadini, attengono quindi a una sfera di privilegiati che, se non deve essere punita per questa opportunità, non può però neppure costituire l'unico punto di riferimento per la diffusione delle idee e delle conoscenze, perché si correrebbe il rischio di riferirsi a una fetta, per così dire, etimologicamente aristocratica. Ritengo quindi che gli strumenti informatici possano e debbano essere usati in aggiunta o a supporto di un'informazione capillare, da realizzarsi attraverso modalità più tradizionali, proprio perché, contrariamente a quanto si afferma nel comma 2 dell'articolo 7, non vi sono strumenti telematici accessibili a tutti.

Un'altra questione che mi sembra importante è quella dell'autonomia della Consulta. Un organo eletto con regole trasparenti per la stesura del progetto di Statuto, a cui il Consiglio regionale attribuisce autorevolezza, deve poter operare in totale serenità e indipendenza. Secondo me, dopo la fase di recepimento di proposte e suggerimenti, dovrebbe poter lavorare senza ingerenze e in piena autosufficienza; avendo il mandato dal Consiglio regionale che l'ha istituita con un'apposita legge, la Consulta non dovrebbe subire, in ogni singola fase del lavoro, la presenza, o se vogliamo lo stimolo o il contributo, di esterni. Questo ovviamente vale per i consiglieri regionali e per il Presidente dell'Assemblea, ma deve anche valere per i rappresentanti della Giunta e per il Presidente della Regione. Mi sembra che la clausola dell'incompatibilità tra le cariche di consigliere e consultore per limitare condizionamenti dell'organismo, sia eccessivamente mitigata, per non dire annullata, se si prevede che in ogni fase dei lavori il capo dell'Esecutivo può partecipare, intervenire, presentare documenti e formulare proposte sui temi in discussione. Avrebbe un senso diverso, invece, prevedere che la Consulta possa procedere, quando lo ritiene utile, alla audizione del Presidente della Regione o degli Assessori su specifici temi. Ritenendo di fornire un modesto contributo, ho predisposto alcuni emendamenti, sui quali spero l'Aula voglia dare un positivo parere.

Infine, una considerazione sul tecnicismo: in modo particolare nella fase iniziale del progetto, occorre a mio parere evitare di accentuare gli aspetti legati alla cosiddetta comprovata competenza e all'alta professionalizzazione dei consultori, deve esserci un amalgama veramente omogeneo tra bisogni concreti e teorie, gli uni spesso sono distanti dalle altre, nel senso che i bisogni sono della gente comune più di quanto non lo siano le teorie giurisprudenziali e le norme. Limitare il ricorso ai superesperti, se non per le questioni strettamente ordinamentali, è un fatto importante, così come lo sarà una chiarezza espositiva nella definizione dei principi e delle competenze della Regione. Per questo motivo, durante il dibattito sulla mozione per la costituzione della Consulta, insieme alle colleghe Giovanna Cerina e Mariuccia Cocco, avevo proposto l'istituzione di un albo aperto ai cittadini qualunque, quelli che comunque avessero voluto dare un contributo. Lo Statuto sardo deve essere di facile comprensione e divenire patrimonio di tutti i componenti della nostra realtà, soprattutto di quelli meno apprezzati culturalmente e che possono avere nello Statuto di autonomia la loro carta dei diritti, senza equivoci o incertezze interpretative. Grazie.

PRESIDENTE. Grazie onorevole Caligaris. E' iscritto a parlare il consigliere Ladu. Ne ha facoltà.

LADU (Fortza Paris). Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, ancora prima di addentrarmi nel merito della proposta di legge che stiamo discutendo, vorrei sottolineare il percorso storico che ci ha portato alla situazione odierna. Infatti, lo Statuto autonomo della Sardegna è stato approvato nel 1948, e il cammino dei sardi in questi quasi sessant'anni di autonomia ha segnato le linee di sviluppo della nostra regione con alterne fortune. Ai primi anni di autonomia, caratterizzati da un fervore quasi religioso, succeduti alla ripresa della vita democratica dopo la caduta del regime fascista, sono seguiti gli anni di ripresa della cosiddetta rinascita. Anni durante i quali la cultura politica, improntata ad un economicismo vetero-marxista, ha teso a rendere inconciliabili le ragioni etniche della nostra autonomia e quelle dello sviluppo economico della Sardegna.

Oggi a dimostrazione degli errori di tale impostazione ci troviamo a vivere un momento negativo di sottosviluppo economico e in qualche caso anche di sottosviluppo sociale e culturale. Certo questa situazione di sottosviluppo ha ragioni non solo interne ma anche internazionali, eppure va detto che la nostra troppo debole e sempre più assistita economia anche per la deficienza di autonomia, è incapace di reggere il confronto con le competitività sempre più agguerrite e di adeguare il proprio sviluppo e i livelli infrastrutturali agli standard italiani ed europei.

Fra le ragioni che hanno impedito il formarsi di un tessuto imprenditoriale e produttivo autonomo ci sono le insufficienze di uno Statuto che già alcuni consultori regionali e rappresentanti sardi alla Costituente definivano una timida imitazione di quello che avrebbe dovuto essere un vero Statuto speciale di autonomia per una regione con le peculiarità politiche economiche culturali e sociali della Sardegna. Il nostro Statuto già nasceva viziato perché in seno alla Consulta regionale che aveva il compito di formulare il testo prevalsero più le spinte partitiche che non gli interessi del popolo sardo.

Da rilevare la posizione delle sinistre assolutamente contrarie al conferimento di competenze primarie alla Regione, preoccupate di non intaccare il potere centrale dello Stato cui nella loro visione attribuivano l'entità di soggetto unico in grado di guidare e di promuovere le grandi riforme nazionali e regionali. I sardisti attraverso la proposta elaborata da Gonario Pinna e da Piero Sotgiu e i democristiani per mezzo della proposta del consultore Vittorino Gastaldi, che erano gli unici partiti a portare un proprio testo di Statuto autonomista, furono isolati dalle spinte conservatrici centralistiche e statalistiche della maggioranza dei consultori regionali.

Il risultato fu che il governo provvisorio della Repubblica, dopo le prime incoraggianti aperture che portarono al varo dello Statuto siciliano fortemente caratterizzato da livelli considerevoli di autonomia e di potestà decisionali sotto la minaccia secessionista della Regione nostra sorella insulare, ebbe un moto di rifiuto verso qualsiasi apertura sia in senso federale che autonomistico. Così la proposta dei consultori sardi, che già partiva priva della maggior parte dei contenuti propri di una vera Carta statutaria di sovranità della Sardegna, fu ulteriormente indebolita dai costituenti, tanto è vero che dopo la sua approvazione già si parlò della necessità di rivederla e di correggerla.

Per quasi settanta anni ogni governo che si è succeduto alla guida della nostra Regione ha sempre posto in rilievo la necessità di riscrivere lo Statuto sardo, uno Statuto che, ad onor del vero, non sempre è stato utilizzato dispiegando al meglio tutte le nostre potenzialità, ma che comunque si è mostrato inadeguato ed è ormai obsoleto per rappresentare le mutate esigenze e le forti spinte di modernità della società sarda. Abbiamo visto quali sono i limiti di questo Statuto anche in occasione del dibattito che c'è stato sulle entrate della Sardegna; proprio il fatto che non ci fosse veramente uno statuto vincolante ha contribuito, perché non è imputabile solo a quello, ad arrivare a questa situazione. Tutti questi tentativi di miglioramento dello Statuto sono stati sempre portati avanti, in decenni di battaglie sull'autonomia, prefigurando un processo di vasta partecipazione popolare per trasferire nella nuova Carta le ragioni storiche linguistiche sociali e culturali che danno ai sardi il diritto di essere un popolo.

Oggi, purtroppo, questo processo si è interrotto con la proposta avanzata dalla maggioranza di nominare, dico volutamente nominare non eleggere, una Consulta per lo Statuto, in adempimento ad un ordine del giorno, votato frettolosamente e senza il necessario confronto con le forze dell'opposizione, che ne prevedeva l'istituzione. Si tratta in tutta evidenza di una Consulta nominata con un criterio non solo discutibile ma profondamente contraddittorio; si evoca una magica parola, "proporzionalità", e la si mistifica con la previsione che siano i voti ottenuti nel collegio regionale a determinare la composizione. I voti espressi cioè per le coalizioni secondo la pessima legge elettorale maggioritaria che alla coalizione vincente ha assegnato il 70 per cento dei seggi del Parlamento sardo; altro che proporzionalità, non mi pare che sia questo il criterio che debba essere adottato in questa fase. Si tratta di un criterio contraddittorio rispetto al messaggio del nuovo Presidente della Repubblica che questa stessa maggioranza ha eletto. Egli parla di condivisione delle grandi scelte istituzionali e voi, colleghi della maggioranza, blindate questa brutta legge negando alle opposizioni la possibilità di renderla almeno presentabile.

Contraddittoria, questa vostra legge, anche perché da un lato pretendete di informare questa Consulta alla complessità della società sarda e poi finite per farne una replica delle divisioni per schieramenti precostituiti. Che senso ha, colleghi della maggioranza, imporre che le liste debbano necessariamente fare riferimento alle coalizioni impedendo l'aggregazione secondo linee di pensiero che non erano in gioco alle elezioni regionali del 2004? In quella occasione i partiti e le coalizioni non hanno chiesto agli elettori di scegliere fra diverse ipotesi di autonomia e gli elettori non hanno eletto portatori di diverse concezioni istituzionali. Agli elettori, nella primavera del 2004, non abbiamo chiesto un mandato per scrivere la nostra Carta costituzionale, se l'avessimo fatto probabilmente i risultati sarebbero stati diversi da quelli che vedono dei fieri oppositori della sovranità sarda fra i vincitori delle elezioni.

Più che la volontà di discutere del futuro delle nostre istituzioni prevale in voi, colleghi della maggioranza, la voglia di occupare tutti gli spazi possibili non solo nelle istituzioni preposte al governo della Sardegna, cosa assolutamente legittima fra l'altro, ma anche in un organismo, la Consulta, che dovrebbe essere altra cosa dal gioco per schieramenti. Persino i rappresentanti di Università, sindacati, CREL nella Consulta, rischiano di essere scelti sulla base della loro adesione partitica e pertanto condizionati e condizionabili da una maggioranza e da una Giunta che mantengono un potere asfissiante di controllo e di indirizzo sulla Consulta.

Non si respira oggi, cari colleghi, quel clima di attesa che ha caratterizzato i grandi avvenimenti che hanno segnato una svolta nella nostra lunga tradizione autonomistica, non esiste neppure la parvenza di quel fervore che elettrizzava questo nostro Parlamento quando ci apprestammo a votare l'istituzione dell'Assemblea Costituente del popolo sardo. Anche se poi abbiamo visto quali sono stati gli esiti, quella comunque fu una grande proposta, un grande passo avanti di questo Consiglio regionale. Più semplicemente il clima è quello che in maniera ripetitiva e monotona si registra in questi ultimi due anni di legislatura, con una maggioranza proterva e sorda e poco incline al confronto. Abbiamo visto cosa succede nelle Commissioni, cosa succede in Consiglio: si vota a maggioranza; a me pare che il contributo che può dare l'opposizione sia veramente un contributo minimo. Subisce un'evoluzione persino il linguaggio per cui il concetto di popolo sardo è sostituito da quello più sbiadito di comunità e il concetto di sovranità viene svilito da una forma di decentramento che lascia alla nostra isola un potere delegato e non un potere concorrente o autonomo. Lo stesso articolo 2, dove vengono indicati i principi guida per la redazione dell'articolato, più che enunciare una vera e propria formulazione di sovranità e di autodeterminazione è espressione di una cultura figlia di una visione legata alla sussidiarietà e al decentramento.

Tutto il provvedimento lascia molti dubbi sulla effettiva portata dei lavori che la Consulta sarà chiamata a svolgere; infatti, si tratta di una sorta di apparato elitario che deve affiancarsi alla volontà di chi ha contribuito a nominarlo, privo come è di qualsiasi potestà decisionale. Infatti, sia il Presidente che la Giunta possono non solo controvertere le indicazioni che verranno proposte ma addirittura ignorarle e farne per così dire carta straccia. Meglio sarebbe stato allora nominare un comitato scientifico magari con esperti provenienti oltre Tirreno, come sembra di moda in questi ultimi tempi, col compito di effettuare una mera e semplice consulenza. Mi chiedo se sia serio spendere ingenti quantità di denaro pubblico per mettere in piedi un vero e proprio baraccone le cui finalità si perdono nei silenzi ostentati dal nostro governatore e dalla sua maggioranza, soprattutto in un momento nel quale le difficoltà finanziarie che ci troviamo ad attraversare ci consiglierebbero un miglior utilizzo delle risorse regionali.

Ma quello che appare maggiormente intollerabile, colleghi, è il fatto che si sia miseramente abdicato al ricorso alla sovranità popolare estromettendo tutte le forze sociali della nostra terra dai processi decisionali per la scrittura del nostro Statuto di autonomia, le cui ricadute saranno determinanti per le dinamiche dello sviluppo economico sociale e culturale delle generazioni future dei sardi. In queste condizioni sarà inevitabile il ricorso ad un referendum confermativo di questa brutta legge e questo dovrebbe far riflettere i colleghi della maggioranza, infatti, su una materia di così vasta complessità e di tale interesse, è necessario richiedere il massimo coinvolgimento di tutto il popolo sardo attraverso l'espressione e la condivisione ampia e partecipata di tutti che deve accompagnare il nuovo Statuto di autonomia dell'Isola, affinché esso sia lo specchio nel quale si possa riflettere il sentire comune di tutto il nostro popolo e non solo di una parte di esso. Grazie.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Maninchedda. Ne ha facoltà.

MANINCHEDDA (Federalista-Autonomista Sardo) Onorevoli colleghi, oggi non abbiamo in discussione lo Statuto della Sardegna, oggi abbiamo in discussione gli strumenti per arrivare a definire il nostro Statuto in modo partecipato, per cui alcuni accenti retorici mi paiono fuorvianti. Il cuore di questa legge è costituito non solo da ciò che c'è scritto ma anche da una questione di metodo e poi soprattutto da quell'articolo 2, così bistrattato dall'onorevole Ladu.

Il metodo: quando la proposta venne scritta era ben chiaro ai proponenti che, in materia di Statuto, i ruoli di maggioranza e di opposizione dovevano essere meno antagonisti e più dialoganti. Purtroppo, invece, bisogna registrare che in meno di due anni il radicalismo di massa, che sta affliggendo non solo la Sardegna ma anche l'Italia, si è nuovamente affermato e ha una conseguenza: l'appartenenza alla propria parte viene prima a prescindere dagli argomenti in discussione, a prescindere dagli interessi rappresentati, dalla ragionevolezza delle proposte sostenute; é il radicalismo che impedisce in Italia e anche in Sardegna, che l'alternanza si svolga in un quadro istituzionale stabile; ed è il radicalismo, colleghi dell'opposizione, che impedisce per la Sardegna che emergano gli interessi generali e legittimi dei Sardi all'interno dell'agenda del governo nazionale, che è il nostro problema! Perché è il radicalismo che impedisce l'unità politica dei Sardi, senza la quale non c'è alcuna possibilità che l''integrazione europea prenda il volto delle cose concrete. Il problema non è la sovranità, il problema è l'unità politica dei Sardi. E' diverso! E' il radicalismo che marca un confine falso anche in Sardegna tra i cosiddetti moderati e i cosiddetti riformisti, perché io sono convinto che ci siano innovatori democratici convinti che stanno nel centrodestra e conservatori autoritari che stanno nel centrosinistra. L'opposizione per superare i difetti del radicalismo di massa propose, tempo fa, una sorta di cerniera istituzionale tra i due schieramenti, da realizzarsi attraverso una composizione numericamente paritetica della prima Commissione. Non so se possa funzionare, tanto più che nel Parlamento nazionale non ha funzionato.

Io credo che, invece, bisogna seriamente considerare la necessità di innovare il sistema politico della Sardegna. Di favorire la conclusione di un processo, badate, iniziato nel 700 in Sardegna, quando si incominciò a comprendere che anziché essere ripetitori e importatori di idee, si poteva essere produttori di idee di rilevanza europea e lo si poteva fare sulla base degli interessi della Sardegna, pensati non in chiave nazionalistica e separatista, ma nella chiave dell'integrazione europea. Questo pensiero è il miglior pensiero che la Sardegna abbia mai prodotto e non è mai riuscito a conquistare la fiducia politica che si dovrebbe concretizzare nell'unità politica dei Sardi. L'esempio catalano è disdicevole sotto tanti punti di vista, ma in un punto è apprezzabile: i Catalani sono riusciti ad affermare nell'agenda nazionale i loro interessi quando hanno mandato trenta deputati sotto uno stesso simbolo nel Parlamento spagnolo; allora, hanno incominciato ad esistere, prima no! Noi abbiamo un'eredità, dal 700 non da ieri; bisogna recuperare questa prospettiva positiva, che consente anche di non considerare il sistema politico come definitivo ed immobile, piuttosto che affidarsi o a rinunce, come mi pare che stia facendo oggi l'opposizione, oppure ad improbabili alchimie istituzionali. Se si riprende a dialogare sulle regole e sugli interessi legittimi dei Sardi, non accademicamente ma proprio accettando il rischio e la scommessa della modifica del sistema politico sardo, è probabile che si riesca a sfuggire allo schematismo, che poi è una forma di conservatorismo del radicalismo di massa. Questo per quanto riguarda il metodo.

Passando al secondo argomento, l'articolo 2 della legge, che condivido, ha un grande rilievo perché elenca le materie di cui dovrà occuparsi lo Statuto, indica cioè la materia costituzionale della Sardegna, ossia quella materia che viene garantita dalle complesse procedure costituzionali per mettere al riparo il sistema delle istituzioni e dei diritti dal radicalismo di cui parlavo prima, sempre tentato di cambiare tutto ogni volta che cambia la maggioranza. L'articolo 2 è la prima formulazione, di cui quest'Aula si occupi, della materia costituzionale della Sardegna e dice che vuole regolamentare diritti e principi; non è vero che i principi sono nel preambolo! Approvare oggi, come personalmente auspico, la legge e l'articolo 2 significa emendare in profondità la legge statutaria proposta dalla Giunta, limitandola alla sola forma di governo e alla legge elettorale liberandola da ciò che attiene all'ordinamento amministrativo e ai diritti dei cittadini. Tener ferma questa distinzione tra l'oggetto delle leggi costituzionali e quello delle leggi ordinarie, significa ribadire che la funzione primaria antichissima di un Parlamento è affidare al diritto e non all'arbitrio la regolazione dei conflitti tra gli interessi, ma, soprattutto, la regolazione dei rapporti tra il potere, cioè il Governo, e i cittadini. Perché la specialità della cultura liberale e democratica europea sta proprio nella limitazione del potere a favore della libertà della persona, proprio attraverso il diritto.

E' un errore secondo me, troppe volte ripetuto in questa legislatura, stanziare somme e delegare la Giunta a regolare come erogarle, perché il cittadino non ha alcuna difesa rispetto al potere esecutivo; il Parlamento non deve indicare solo gli obiettivi, ma soprattutto le procedure attraverso le quali quegli obiettivi vengono raggiunti, in maniera tale da subordinare il Governo e i cittadini alla legge; non si può affidare al Governo la disciplina dei rapporti col cittadino, perché questa funzione è del Parlamento. E che questa legge, oggi, scriva nell'articolo 2 che cos'è materia costituzionale è importantissimo, perché deve disciplinare anche chi si occupa di che cosa, e ciò vale molto in materia costituzionale. Che cos'è la materia costituzionale?! Faccio alcuni esempi. Ma insomma chi fa le riforme importanti della Sardegna?! Io sono convintissimo che noi stiamo sottovalutando la portata della legge di riforma del territorio che sta per essere varata col piano paesaggistico, ne sono convintissimo! Ed è assurdo che non sia passata in quest'Aula una discussione e un voto serio sull'articolato, è assurdo! Badate che basta indagare la storia della Sardegna per capire quale rapporto c'è tra democrazia, territorio e sviluppo. Vi faccio solo un esempio: ogni qual volta la Sardegna ha un momento di espansione noi troviamo la popolazione che si dispone in tutto il territorio, abbiamo tanti piccoli centri, la gente va a vivere in campagna, ogni qual volta siamo stati colpiti da pestilenze la gente si è ritirata nelle città. Allora, bisogna studiare i flussi demografici per capire qual è la tendenza naturale degli insediamenti. Ebbene, quando ci sono stati spopolamenti, nel 600 ci sono stati villaggi fondati dai signori, suggerisco la lettura dei pochi Capitols de gratias pubblicati, le comunità andavano dal feudatario a chiedere che gli venissero riconosciuti i diritti di autonomia, bene, i comuni, i villaggi che ottenevano più spazio d'autonomia sono stati quelli più sviluppati. C'è un legame tra autogoverno e sviluppo: la Sardegna ha avuto il momento di maggiore sviluppo negli anni 70-80 ed è stato il momento di maggiore partecipazione, di maggiore decentramento regolato. Io credo che il territorio, il paesaggio, siano argomenti statutari, che sia stato un errore non averli posti al centro di una discussione di quest'Aula; nello Statuto dovranno discutere di questo, assolutamente! Come si organizzano i poteri?! I rapporti tra gli enti locali e la Regione vanno definiti. Attualmente gli enti locali sono indifesi, anche se hanno un loro strumento di partecipazione, e in più la Regione non si sta dotando di uno strumento di controllo sulla sua attività: gli strumenti di controllo sono terzi rispetto all'esecutivo, perché controllano anche l'attività amministrativa dell'esecutivo, non ne abbiamo di questo genere!

Allora, nello Statuto, noi dobbiamo decidere che tipo di organizzazione di poteri vogliamo, che tipo di partecipazione, se vogliamo un sistema accentrato o un sistema decentrato! Io sono a favore di un sistema largamente decentrato, di tipo federalistico, l'ho scritto ancor prima di candidarmi, perché garantisce meglio la legalità, noi stiamo andando verso un sistema fortemente accentrato, fortemente accentrato, senza strumenti di controllo e questo produce distorsione del diritto. Su questo io attendo risposte posto che i nomi e cognomi li ho fatti anche in una interpellanza. E sono convinto che sia nata una distorsione del diritto, non per dolo, ma perché questo è tipico di tutti i sistemi centralizzati, tipico. In tutti sistemi centralizzati ci sono minori strumenti di controllo, ci sono più deroghe. Allora, l'articolo 2 di cui noi stiamo, oggi, discutendo come parte di questa legge, disciplina qual è la materia costituzionale e finalmente nello Statuto potremmo sancire non per la durata di una legislatura, ma per una durata più lunga, un sistema, un ordinamento, un rapporto tra i poteri ed il cittadino e tra poteri locali e il potere regionale, in modo tale che essi possano essere stabilmente orientati verso la democrazia. Come personalmente auspico!

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Diana. Ne ha facoltà.

DIANA (A.N.). Grazie Presidente. La centonovantunesima seduta della tredicesima legislatura si è aperta con la commemorazione di due autorevoli esponenti della politica del passato e dalle considerazioni che presidente Spissu ha portato alla nostra attenzione è emerso chiaro che anche questi due autorevoli esponenti si erano occupati di questa materia; e se ne erano occupati attivamente! Faccio questo riferimento, per cercare di far capire meglio all'onorevole Caligaris e all'onorevole Maninchedda quali sono i ragionamenti che fa Alleanza Nazionale, siccome troppi riferimenti sono stati fatti a questo, non c'è da parte mia nessun disimpegno onorevole Caligaris, glielo assicuro non c'è stato e non ci sarà nemmeno nelle prossime ore e nelle prossime giornate! Così come non ci sarà nessuna rinuncia onorevole Maninchedda, per quanto mi riguarda, ma credo anche per quanto riguarda Alleanza Nazionale. Ritornando un attimo ai due autorevoli e illustri nostri colleghi ormai scomparsi, dicevo appunto, e mi serve per ricollegarmi al mio ragionamento, che allora, loro, assieme ad altri, non impegnarono altri terzi, cercarono di impegnare il Consiglio regionale, e così hanno fatto tutti; la storia è cominciata a cambiare nell'ultima legislatura, quella che ci ha lasciato. Io credo che mettere in piedi la consulta sia stato un escamotage per evitare la costituente; per quanto mi riguarda avevo già rinunciato alla costituente all'inizio di questa legislatura. Dico anche perché, altrimenti sembrerebbe che ci sia stato un cambiamento di posizione: la costituente aveva un senso, forse, con un meccanismo elettorale che non garantiva all'interno di quest'Aula una maggioranza ampia, un consenso forte che derivasse dalla elezione diretta, e quindi, da una capacità di chi ha vinto le elezioni di poter essere propositivo in una discussione sulla modifica dello Statuto. Una volta applicata la riforma elettorale mi sembrava, ne sono convinto ancora oggi, e più ne parlo più mi convinco, che la costituente non avesse senso! In questa direzione ci siamo mossi anche prima ancora dell'Ordine del giorno del dicembre del 2004 - faccio riferimento a questa data perché significa qualcosa, sono passati quasi due anni e ancora siamo in aula a discutere della consulta - prima ancora di allora, dicevo, Alleanza Nazionale ha formulato e presentato una proposta di modifica di Statuto, è agli atti, è una proposta che in Commissione sarà elemento di discussione insieme a ciò che la Consulta sarà in grado di portare all'attenzione di questa Aula. Forse qualcuno di voi pensa che non debba avvenire così, l'onorevole Balia diceva che: "potrà essere elemento utile per....." io credo, onorevole Balia, che non debba essere un "elemento utile per…", io credo che sia uno degli elementi che sarà preso in considerazione dalla Commissione prima e dall'Aula dopo.

Le considerazioni che sono state fatte, io non le voglio riprendere; si è parlato molto di storia, se dovessimo andare a guardare la storia dovremo spararci tutti quanti in testa perché i primi ad affossare uno statuto valido per la Regione Sardegna siamo stati noi sardi perché anziché imbottigliarci in quegli anni, nel 46 nel 47 nel 48, in tante discussioni, avremmo dovuto accettare le proposte che allora ci pervenirono; vista la nostra incapacità di metterci d'accordo, avremmo dovuto accettare lo Statuto della Regione Sicilia almeno per quelle parti che oggi sono all'attenzione anche del Presidente della Giunta regionale che ringrazio per essere presente, così come ringrazio anche tutti i componenti della Giunta, o quasi; era doveroso, importante, non stiamo parlando di una legge qualsiasi, stiamo parlando di un argomento importante. E quindi, dicevo, abbiamo sbagliato in quella circostanza, le nostre divisioni ci hanno portato, anche in materia di autonomia finanziaria, a rivendicare delle risorse che erano già da allora insufficienti, che già da allora erano inferiori a quelle che la Regione Sicilia due anni prima aveva ottenuto. Quindi meditiamo sugli errori che abbiamo fatto.

Ora, diceva l'onorevole Maninchedda, non stiamo discutendo il merito dello Statuto. Ma io intendo discutere il merito; l'onorevole Caligaris, probabilmente poco informata, dice che c'è da parte nostra una posizione di disimpegno, l'onorevole Maninchedda parla di rinuncia; cari colleghi, noi discuteremo questo articolato e faremo le nostre considerazioni, perché la fase precedente è già stata superata. L'ordine del giorno approvato dal Consiglio è un fatto che noi ci siamo lasciati alle spalle, oggi noi dobbiamo andare avanti, non è possibile che tutte le volte che c'è all'ordine del giorno un argomento che non condividiamo uno pensi: "le porte sono aperte si accomodi" No! Io sto in aula! Starò in aula sin quando non verranno messe in discussione le mie prerogative, fin quando non verrò oltraggiato, fin quando non sarò condizionato nella mia attività di legislatore. Fino a quando queste cose non si verificheranno io starò in aula e cercherò, quando si esaminerà l'articolato, di far capire quali sono le cose sulle quali non sono d'accordo o sulle quali possiamo essere divergenti.

Onorevoli Maninchedda e Balia, forse è necessario che vi mettiate d'accordo. Noi non stiamo scrivendo lo Statuto, ha ragione l'onorevole Maninchedda, noi stiamo discutendo, semmai, lo strumento che sembrerebbe più utile per arrivare alla formulazione di una bozza di Statuto che poi verrà esaminata dalla Commissione e successivamente dall'Aula. Ma quando l'onorevole Balia ha iniziato a dare un po' di gambe a quello che avrebbe dovuto essere solo uno strumento, credo che forse si sarebbe dovuto spingere un po' più in avanti perché se i problemi sono la continuità territoriale, il nuovo Piano di rinascita, le risorse finanziarie, i rapporti con la Comunità europea, i seggi in Parlamento, forse l'unica cosa nuova che c'è è il seggio nel Parlamento europeo, ma ricordiamoci che il Parlamento italiano, il Senato italiano, ha impedito che la Regione Sardegna avesse un suo rappresentante nel Parlamento europeo. Con un voto di astensione cari colleghi, neanche con un voto contrario, ma come si sa al Senato l'astensione vale come voto contrario. Ma io non voglio fare polemiche, le ricordo solo, onorevole Maninchedda, dal momento che lei dice che la Catalogna ha 30 deputati, che la Regione Sardegna, tra deputati e senatori, né ha, mi pare, lo stesso numero e, guarda caso, uno di quei sardi non eletto qui è stato proprio l'artefice di quel misfatto che ha portato la Sardegna a non avere un rappresentante nel Parlamento europeo, ma questa è storia, mi metto dietro le spalle anche questo, dobbiamo andare avanti! Mi pare che dall'esame di questo articolato possa emergere una considerazione: che l'articolo 2 per decisione della maggioranza, o di coloro che hanno partecipato alla stesura del testo ed ai lavori della Prima Commissione, rappresenti un po' il cuore di tutto l'articolato. Io dico che ce ne sono anche altri, e mi preoccupano di più gli altri che questo però nello scorrere l'articolo due, onorevole Maninchedda, mi sono ricordato della nostra proposta di Statuto e le assicuro che gli argomenti indicati come materia statutaria sono gli stessi, per cui, voglio dire, non andiamo ad inventare niente! non andiamo ad inventare niente! Bisogna capire se poi ai titoli facciamo seguire norme che sono più largamente condivise! Questo io penso che non possa essere possibile fuori da quest'aula ed ecco la mia avversione nei confronti della Consulta.

Ieri notte nell'ascoltare il Presidente della Camera ho cercato di capire il suo ragionamento fine, sottile e pericolosissimo, io lo considero pericolosissimo per chi come me milita nel centrodestra, perché ha fatto una considerazione che ritroviamo anche in questa relazione che voi avete sottoposto alla nostra attenzione. Certo, non c'era alcun rapporto con ciò di cui oggi discutiamo, però è la filosofia che mi preoccupa! Infatti, quando ho letto nella relazione della Commissione, che probabilmente non risente dei ragionamenti fatti dall'onorevole Maninchedda, tra gli altri passaggi - al di là di quello che si riferisce allo "sviluppo anche per un futuro non immediato" e mi preoccupa anche questo, perché vorrei uno Statuto che invece avesse gambe da subito! Immediatamente! Uno dei grossi problemi per quanto riguarda le entrate è determinato dal fatto che non siamo stati in grado di approvare un nuovo Statuto, di modificare almeno quell'articolo, e lo abbiamo detto tante volte, lo abbiamo detto tante volte. Avremmo tagliato la testa a tutti! Oggi ci siamo imbarcati in quest'esperienza che sarà un'esperienza certamente produttiva, non lo so che cosa produrrà però - quello che dice: "altrettanto evidente è però che quanto più il progetto elaborato dalla Consulta sarà robusto sul piano tecnico", e sin qui potremmo anche essere d'accordo, "e dei contenuti e su quello del consenso e della mobilitazione tanto più esso potrà imporsi e registrare un consenso ampio delle forze politiche anche nelle formali ordinarie", signori, colleghi, Signor Presidente del Consiglio, Signor Presidente della Regione, se io non ho inteso male ciò che è scritto, vuol dire solo una cosa, che quando la bozza di Statuto arriverà in Consiglio regionale i giochi saranno fatti! Ma allora qual è la funzione del Consiglio regionale? Guardate che nella bozza di Statuto che verrà elaborata ci sarà scritto che la potestà legislativa, a parte il riconoscimento dell'iniziativa legislativa popolare, è di questo Consiglio regionale! E allora, per ritornare all'onorevole Bertinotti, lui ieri ha espresso, in un passaggio del suo discorso, lo stesso concetto: dobbiamo preparare un largo consenso alle nostre proposte in modo che quando arrivano al Parlamento è chiuso tutto. Le assemblee legislative non avranno più la possibilità di modificare perché c'è in basso un consenso che se vale per leggi di incentivazione finanziaria, che se vale per leggi che servono per la tutela dei lavoratori, se vale per leggi che servono per le incentivazioni alle imprese, non può valere assolutamente per uno Statuto o una Costituzione. Questo, secondo il mio modesto parere, non può essere possibile.

Questo mi spaventa di più dell'articolo 2 onorevole Maninchedda, l'articolo 2 non mi spaventa contiene dei principi, non ci sono problemi, magari mi sarebbe piaciuto capire se per la vostra parte politica sia da inserire l'evidenziazione delle radici cristiane di questa terra. Mi sarebbe utile capire se a questi signori, ai consultori, o a coloro che dovranno stendere questa bozza verrà data questa indicazione, o quella contenuta nel comma 2 dell'articolo 6 - chiedo scusa Presidente, non lo dico riferendomi a lei, ma a un qualsiasi presidente della Regione - che dispone: "Il Presidente della Regione può in qualsiasi fase del lavori della Consulta, nei termini previsti dal comma 1 - andatevelo a leggere - partecipare, intervenire, presentare documenti, formulare proposte su temi di discussione". Ma noi stiamo istituendo una Consulta, ci stiamo affidando a terzi, terzi nostri corregionali certamente, persone autorevolissime, cercheremo tutti quanti di spremerci le meningi per trovare le persone più adatte, non ho capito il senso di questa norma: il Presidente interverrà qua in aula, davanti al Consiglio regionale? Stiamo già prevedendo interferenze, posso anche capire che la Commissione possa avere la necessità di sentire con una certa frequenza la Consulta, per capire a che punto è, anche perché questo termine di otto mesi non verrà assolutamente rispettato, ma questo merita una discussione a parte. La Prima Commissione, comunque, prima ancora che sia approvata la bozza di Statuto, può proporre modifiche e integrazioni alla Consulta. Ma, colleghi, io sono disponibile ad affidare alla Consulta tutto! Però che lo faccia la Consulta! Per otto mesi il Consiglio regionale si liberi di questo impegno, perché se noi della minoranza, ma lo stesso vale anche per voi della maggioranza, diamo indicazioni sui rappresentanti in seno alla Consulta, a loro ci dobbiamo affidare.

Quando poi entreremo nel merito di questo articolato avrò un'altra proposta da fare, onorevole Maninchedda, che riguarda i territori alla cui tutela Lei è molto affezionato, perché è vero ciò che ha sostenuto sul legame tra democrazia, territorio e sviluppo. Lo sviluppo si ottiene in molti modi. Anche la democrazia si realizza in tanti modi, e la tutela dei territori anche si ottiene in tanti modi, forse già da ora dovremmo cominciare a pensare che la sede della Consulta non dev'essere necessariamente Cagliari perché forse una certa forma di democrazia è nata in un territorio diverso, perché forse il Giudicato di Arborea può vantare meriti almeno pari a quelli della città di Cagliari! Stiamo parlando di una Consulta, stiamo parlando di un organismo che è terzo. Dovrebbe essere il più asettico possibile per come l'avete disegnato! Io credo che uno spostamento della sede non creerebbe problemi, avete mandato Abbanoa a Nuoro, adesso si bisticcia per stabilire il capoluogo della Provincia di Lanusei a Tortolì, non so che cosa succederà nel Medio Campidano se l'abbiano già indicato. Forse il giudicato di Arborea potrebbe anche essere sede della Consulta, sarebbe un segno di riconoscimento, di un territorio che cresce, ed allora, è una proposta che farò, ne parlo adesso perché, voglio solo far capire che l'articolato lo esamineremo e ne discuteremo. Ci sono anche altre cose che non condivido, però non mi posso scontrare contro un muro di cemento armato una volta che ho detto che non sono d'accordo sulla Consulta, se la Consulta deve essere fatta, bene, io discuterò sulla Consulta. E poi aspetterò la bozza di Statuto, che arriverà alla nostra attenzione, la valuteremo, ci confronteremo, tutte le altre considerazioni per il momento non mi riguardano, e non mi devono riguardare.

Per terminare, lei dice, onorevole Maninchedda, che il radicalismo impedisce l'unità politica dei sardi, non l'ho inventato io il radicalismo, lo dico perché mi è sembrato che il suo ragionamento fosse in qualche maniera indirizzato ai banchi dell'opposizione. Il radicalismo non l'abbiamo inventato noi e per quanto mi riguarda non lo conosco e vorrei farne a meno però lei non può utilizzare quest'aula, onorevole Maninchedda, per far sentire alla suocera ciò che non vuole dire alla nuora, perché questo si verifica ormai da diverse settimane. Sia più chiaro, sia più esplicito, aiuterebbe noi, probabilmente gratificherebbe di più se stesso e soprattutto aiuterebbe i sardi. Grazie.

PRESIDENTE. Grazie Onorevole Diana. E' iscritto a parlare il consigliere Orrù. Ne ha facoltà.

ORRU' (D.S.). Grazie signor Presidente. Ora, pur con un certo ritardo, perché chi mi ha preceduto ricordava che una prima risoluzione di questo Consiglio regionale risale alla fine del 2004, cioè a un anno e mezzo fa, pur con certo ritardo, dicevo, il Consiglio si predispone ad adempiere a quell'impegno assunto sette mesi or sono e cioè con l'ultimo ordine del giorno approvato, appunto, a maggioranza.

Un ritardo motivato non solo dagli adempimenti istituzionali, anche quelli cui sono tenuti altri soggetti istituzionali quali il Consiglio delle autonomie locali, ma in parte credo al tentativo di ampliare, non dico il consenso perché questo lo si misurerà alla fine, ma la partecipazione ancorché critica delle minoranze consiliari alla costruzione dello strumento consulta. Faceva bene chi ricordava che oggi non stiamo discutendo dello Statuto ma dello strumento che deve consentirci di arrivare alla discussione dello Statuto. Quindi, un ritardo dovuto al tentativo di ampliare la partecipazione, anche in questa fase, come premessa per una più ampia e indispensabile partecipazione di tutte le forze politiche alla fase successiva, in particolare quella della elaborazione della riforma della nostra carta costituzionale. Va detto che questo tentativo non ha prodotto i risultati che forse ci attendevamo, io però ritengo che non sia facile superare contrapposizioni di tipo pregiudiziale, quel radicalismo, appunto, a cui si faceva riferimento come clima politico generale non attribuendolo a una parte politica in particolare. Io penso che questo abbia avuto il merito di avere stemperato perlomeno alcune contrapposizioni, di aver riportato innanzitutto in quest'Aula, nella sede propria, il confronto politico obbligando ciascuno, e innanzitutto la maggioranza, ad assumersi le proprie responsabilità. Anche all'interno della maggioranza c'erano posizioni differenti, nella fase preliminare della discussione era stata posta in questione l'esistenza stessa della consulta, in passato si è privilegiato il percorso della costituente elettiva, tuttavia si è favorita la scelta, giustamente, a mio avviso, di fare un passo avanti, di cercare cioè di mandare avanti il processo, di spingere in avanti la situazione e si sono privilegiati anche i contenuti, perché no? Quali contenuti? Certamente i contenuti condivisi, quel minimo comune denominatore che nella fase preliminare deve mettere d'accordo tutti, come i principi ispiratori inseriti nell'articolo 2, non è vero che non ci sono, certamente la proposta di legge non poteva contenere, invece, principi non condivisi sui quali c'è una conflittualità o una dialettica politica molto aspra.

Io credo che questo tentativo sia stato fatto, lo ricordava anche poc'anzi l'onorevole Diana, ma tenendo conto, anche per quanto attiene al percorso, dell'esigenza di realizzare la più ampia partecipazione democratica imperniata tuttavia sempre sulla responsabilità del Consiglio regionale, con un percorso che sta dentro quanto stabilito dal primo comma dell'articolo 54 del nostro Statuto e dall'articolo 138 della Costituzione, per le leggi di revisione costituzionale. E' il percorso utilizzato per tutte le modifiche statutarie che sono intervenute sino ad ora. Tutte, a dire il vero, unidirezionali perché sono approvate sempre su iniziativa del Governo o del Parlamento. Mai come oggi, forse, c'è stata un'opinione diffusa e una consapevolezza politica condivisa circa l'opportunità, e l'urgenza, di adeguare profondamente la nostra carta costituzionale, non è più forse solo un fatto di élite, di classe dirigente, è un fatto più popolare, di massa. Un adeguamento dovuto per i grandi mutamenti intervenuti nel quadro e nel contesto nazionale ed internazionale, non c'è dubbio: l'Europa a 25, la globalizzazione, fenomeni a cui facciamo sempre riferimento. Adeguamento dovuto però, cosa su cui forse riflettiamo meno, innanzitutto per come e per quanto è cambiata la Sardegna in questi 60 anni, cosa che peraltro ha modificato radicalmente il rapporto della Sardegna con la realtà esterna. Cioè quel processo di integrazione economica e sociale che era tra gli obiettivi principali del primo autonomismo, e che poi che è prevalso e, ancorché incompiuto, è tuttavia andato molto avanti; l'autonomismo non ha adempiuto pienamente al suo compito ma certamente è andato molto molto avanti, e costituisce oggi un quadro di riferimento importante per il nostro sistema produttivo, per i nostri servizi, per la scuola, per l'Università, per il nostro sistema istituzionale. Tuttavia ci rendiamo conto che quel processo di integrazione utile, direi vitale per la crescita culturale e sociale delle nostre popolazioni, è sempre più, qui sta il risvolto della medaglia ovviamente, è sempre più guidato e coordinato, diretto, da fattori e soggetti esterni: le istituzioni sovra-nazionali, il mercato aperto e le sue dinamiche, l'evoluzione tecnologica, e chi la possiede ovviamente, tutti elementi che hanno contribuito ad accorciare se non ad annullare quel grande fossato che ha rappresentato per secoli un limite fisico prima ancora che culturale, sulla via dello sviluppo.

E' evidente però che quel processo di integrazione, guidato e diretto dall'esterno senza un nostro intervento attivo, senza un sistema di regole condivise, assumerà sempre più un carattere dell'omologazione, e quindi del superamento della specificità, o delle specificità. Intendiamoci, anche questa può essere una scelta, purché la facciamo, non che ci venga imposta o che la subiamo; può essere anche questa una via per il superamento delle specificità, se intese come fatto negativo appunto; è già successo, è già successo in tante parti del mondo, direi che è la tendenza prevalente oggi, non la sola per fortuna, ed ha interessato e interessa culture millenarie che sono molto più radicate della nostra, parti intere di continenti, non solo una piccola isola, quindi non è facile da arrestare e non è facile neppure stabilire quando e in che modo, con quali strumenti, è possibile non dico arginare ma piegare questo processo ai nostri interessi, alle nostre aspirazioni. Un processo che tra l'altro, e non a caso, ha investito le realtà più moderne, più dinamiche, più avanzate, sotto il profilo dell'innovazione tecnologica, certamente, ma non certo sotto il profilo della salvaguardia dei diritti civili e dei diritti sociali, anzi mi pare che talvolta lo sviluppo non implichi necessariamente una maggiore tutela dei diritti. L'omologazione, insomma, intesa quasi come un costo da pagare per accedere alla modernità, al benessere diffuso, allo sviluppo, a quello sviluppo senza aggettivi purché sia, anche se non è uno sviluppo sostenibile, cioè attento al valore dell'ambiente, compatibile con la propria cultura, con la propria storia, quello sviluppo equilibrato che deve contemperare le ragioni economiche con la salvaguardia e il rispetto dei diritti sociali, civili e individuali.

Ora, tutto ciò se riferito a realtà del terzo mondo, a realtà dei paesi in via di sviluppo, non è che venga accettato, ma può essere tollerato quasi come un prezzo da pagare, però non è accettato comunque lo si voglia, nella nostra realtà e non deve essere accettato nella nostra realtà europea; non dev'essere accettato neanche nei paesi in via di sviluppo, intendiamoci, ma noi abbiamo gli strumenti per difenderci perché non abbiamo dietro le spalle il tipo di contraddizioni che hanno loro; noi potremmo, ancora scegliere più liberamente, con meno condizionamenti uno sviluppo più duraturo perché collegato con la nostra realtà storica e culturale, prima ancora che economica e sociale. Noi potremo, anche per questa via, rendere viva, attualizzandola, la nostra identità, che non è più quella della metà degli anni '90, né quella dell'800 e del 700, ma deve essere l'identità di oggi, che mantiene quel patrimonio ma lo rende vivo. Contribuendo, io penso, a costruire un quadro di garanzie attraverso la valorizzazione delle differenze, non chiudendoci in noi stessi, quindi facendo parte di un movimento democratico più ampio, ma anche attraverso la riforma della nostra carta costituzionale, trasformandola dall'essere principalmente strumento riparatore delle condizioni di arretratezza e quindi utile ad equiparare il livello di sviluppo economico e politico a quello del resto del paese, quale è stata sino ad oggi fondamentalmente, è anche per questo che è inadatta, in un testo in cui la tutela e lo sviluppo del proprio patrimonio culturale, delle basi etnico-storiche dell'autonomia diventa il perno della specialità sarda, non un elemento secondario. Non solo quindi uno strumento in difesa, come dire contrattuale, nei confronti dello Stato, e non solo di quello nazionale, anche questo certamente, ma uno strumento importante per affermare il valore positivo della propria specificità, come un elemento che contribuisce allo sviluppo alla crescita democratica del nostro Paese, proprio in virtù del fatto che ciò sino a non molto tempo fa rappresentava un limite, un fattore di arretratezza, di isolamento, può trasformarsi in un valore positivo che ci contraddistingue, ci caratterizza, prima ancora di affrontare qualsiasi altro tipo di confronto, sottolineando quindi quei fattori - storia, cultura, ambiente - che possono, e in parte già danno, quel valore aggiunto, anche sotto il profilo strettamente economico. E' inoltre urgente superare un rapporto con lo Stato caratterizzato solo dalle emergenze, piccole o grandi che siano, si chiamino continuità territoriale, parco del Gennargentu, servitù militari, sistema tributario (o vertenza entrate, chiamiamolo come vogliamo), o da quelle attinenti ai rapporti internazionali, con l'Unione Europea, il commercio con l'estero, la ricerca scientifica e tecnologica, la gestione e valorizzazione del nostro patrimonio culturale e ambientale. Rispetto a queste attribuzioni, gli articoli 3, 4 e 5 del nostro Statuto risultano già oggi datati, non formano uno schermo protettivo, tutt'altro, perfino rispetto alla legislazione concorrente, prevista dal nuovo Titolo V, e in particolare dall'articolo 117 della Costituzione.

La mancata definizione di una cornice statutaria, quindi di valore costituzionale, rischia nei prossimi 3-4 anni di far fare un passo indietro alla nostra Regione, certamente nei confronti delle Regioni a statuto speciale, ma anche delle stesse Regioni a statuto ordinario. Quindi il fattore tempo è importante, oggi più di ieri: non c'era la riforma del titolo V negli anni 70, 80 e anche 90, oggi c'è! Inizia, nei prossimi giorni, la quindicesima legislatura, le altre Regioni a statuto speciale si apprestano a ripresentare alle Camere le loro proposte di revisione statutaria, io credo che dovremmo evitare - lo ha ricordato qualcuno prima di me - di ripetere, seppure in un contesto storico profondamente cambiato, la scelta dilatoria fatta nel '46. Per avere rigettato la proposta di statuto siciliano arrivammo poi, come è noto, al traino, due anni dopo, con una proposta, certamente nostra, ma da tutti riconosciuta come più arretrata, dal punto di vista autonomistico, rispetto alla proposta siciliana. Oggi, faremmo lo stesso probabilmente alla ricerca dello strumento più efficace: Consiglio, Costituente, Consulta, torniamo alla prima, modifichiamola; oppure, molto più concretamente e realisticamente, per scelte politiche contingenti, comunque dannose, come lo sono state nella passata legislatura - io credo che lo dobbiamo ammettere - lo sarebbero anche in questa e nella prossima se instaurassimo questo tipo di rapporto tra le forze politiche in Consiglio regionale.

Io quindi alle considerazioni fatte dal relatore, che condivido, ne vorrei aggiungere solo una che, appunto, deriva da quel ragionamento che stavo cercando di fare poc'anzi. La proposta di istituire la Consulta nasce anche da una riflessione che c'è stata sui precedenti tentativi che l'Assemblea legislativa regionale ha compiuto seguendo percorsi diversi come quello delle Commissioni speciali, io ero arrivato a contarne tre, stamattina ne ha scoperto altre, cioè nel corso dei decenni trascorsi, la commissione speciale è stata riproposta quasi ad ogni legislatura, e quella dell'Assemblea costituente, cioè di istituire un'assemblea elettiva alternativa al Consiglio, dotata di poteri di approvazione della proposta di nuova carta statutaria da sottoporre direttamente al Parlamento, escludendo il Consiglio, cosa che costituì una delle ragioni principali della mia contrarietà.

Quanto alla prima soluzione, per comune condivisione, la scelta dell'autosufficienza del Consiglio senza un'ampia e concreta partecipazione di delegazioni rappresentative della società sarda, del sistema delle autonomie locali e così via, non sarebbe riproponibile o non avrebbe comunque il consenso dell'attuale maggioranza; l'assemblea costituente, forse oggi in ambedue schieramenti (non solo in quello di maggioranza ma anche nello stesso schieramento di opposizione) troverebbe difficoltà ad essere riproposta. La Consulta tenta di tenere insieme le due esigenze, probabilmente non è una risposta adeguata, è perfettibile, io penso che possiamo migliorarla anche attraverso l'introduzione di quei principi di riferimento, che possono benissimo essere indicati all'articolo 2. Quel contributo che non c'è stato durante i lavori in Commissione può essere dato in sede di esame da parte del Consiglio. D'altra parte questo era lo spirito con cui la proposta di legge è stata portata all'attenzione di quest'Aula.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Moro. Ne ha facoltà.

MORO (A.N.). Grazie Presidente. Devo dire in apertura che almeno in un punto, ma è l'unico, mi trovo d'accordo con il testo della proposta istitutiva della Consulta per lo Statuto: come scrivono gli stessi colleghi proponenti nella relazione introduttiva, una formulazione del genere non ha precedenti nel nostro ordinamento e, aggiungo, sicuramente non troverà nemmeno estimatori tali da poter essere ripresa, sia pure in parte, dal legislatore regionale e men che meno da quello nazionale. Sono d'accordo quindi nel sostenere, insieme ai proponenti, che si tratta di una formulazione unica, anzi più che essere d'accordo esprimo una presa d'atto. Risulta a loro, e risulta anche a me, anche a noi, che non ci sono precedenti, ma immediatamente dopo ed in misura altrettanto netta e chiara, ritengo di dover rimarcare, sul piano politico ed istituzionale, le maggiori distanze possibili da una proposta che, in fatto ed in diritto (visto che si tratta di una legge), non è niente di diverso da un immotivato, ingiustificabile e inammissibile atto di rinuncia del Consiglio regionale alle sue competenze, alle sue responsabilità ed al dovere dei consiglieri di fare buone leggi, a prescindere dai ruoli di maggioranza e di opposizione, nel rispetto del mandato ricevuto dagli elettori. In altre parole, a mio avviso non c'è nulla che possa giustificare un tale anomalo e clamoroso passo indietro del Consiglio rispetto a quanto previsto dal nostro Statuto e, più in generale, dal nostro ordinamento costituzionale da cui lo stesso Statuto discende. Nulla, ribadisco, nemmeno la necessità, senz'altro di grande rilevanza, di procedere alla elaborazione del nuovo Statuto della Sardegna, sulla scorta, non tanto di quello che hanno fatto altre Regioni autonome, quanto piuttosto dal più generale processo di riforma che ha riguardato, a partire dalla legge di riforma del 2001 e per finire con la legge organica di revisione sottoposta a referendum confermativo nel prossimo giugno, la seconda parte della Costituzione dello Stato. Questa seconda parte, vorrei ricordare, che lo stesso Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo discorso di insediamento non più tardi di qualche giorno fa, ha detto che deve essere modificata.

Per la verità a me, e non solo a me, è sembrato che a questo accenno non sia stata estranea una certa visione della riforma costituzionale secondo la quale, dando per scontato a priori il risultato negativo del referendum, si rimanda il Parlamento ad una nuova stagione costituente. Questo modo di ragionare che, sia pure attraverso il linguaggio cifrato degli interventi istituzionali, si è articolato prescindendo dalla libera espressione degli elettori, lo dico con tutto il rispetto per la più alta carica dello Stato, denota un concetto di democrazia assai discutibile che non avremmo voluto desumere dalle parole del nuovo Capo dallo Stato. Ovviamente non vuol essere questa la sede di un commento ai primi atti formali del nuovo Presidente della Repubblica, dai quali tuttavia sono arrivati spunti di riflessione che possono essere utili anche al nostro dibattito. A prescindere dalla diversità di vedute su alcuni punti, infatti, lo stesso Presidente della Repubblica, nell'auspicare un rinnovato impegno del Parlamento in materia di riforma costituzionale, si è senza dubbio rivolto allo stesso Parlamento - vorrei che questo passaggio lo ascoltaste con più attenzione - individuando in esso la sede naturale per questo fondamentale compito legislativo; ne deriva che anche il nuovo Parlamento è convinto di dover svolgere questo compito senza intermediazioni, seguendo il percorso lungo e complesso, ma lineare, stabilito dalla Costituzione. Ciò significa un nuovo "no" all'ipotesi dell'assemblea costituente, per la semplice ragione che questo organo verrebbe di fatto a sovrapporsi al Parlamento fin quasi a svuotarne le funzioni e a delegittimarlo. Del resto questa è stata la comune valutazione dello stesso Parlamento fin dagli anni '70 quando ha individuato nelle Commissioni bicamerali, che sono sempre organi interni al Parlamento, le sedi naturali a cui affidare il lavoro di riforma alla Costituzione.

Credo che questo sia un argomento insuperabile: così come il Parlamento non ha inteso, e non intende, delegare a nessuno, neppure ad un'assemblea costituente, il diritto-dovere di legiferare in materia costituzionale, anche il Consiglio regionale della Sardegna non può e non deve sottrarsi a questo compito per le stesse identiche ragioni.

I relatori della proposta di cui ci occupiamo, in verità, si sono posti in qualche modo questo problema ma lo hanno risolto, a mio giudizio, in maniera assai disinvolta e sbrigativa. Per loro, come si legge nella relazione, il modello di un'assemblea costituente appare allo stato attuale superato e difficilmente realizzabile, quindi, dal loro punto di vista, la strada da percorrere porta inevitabilmente alla istituzione della Consulta. Messa in questi termini, invece, a nostro parere la questione non viene affatto risolta ma soltanto aggirata perché il superamento, o la difficile configurazione, di un organo esterno al Consiglio regionale cui affidare la stesura del nuovo Statuto, non sono riconducibili - come sembrerebbero far capire i proponenti - ad ostacoli di natura tecnica o ad operazioni troppo complesse di ingegneria istituzionale. Il fatto politicamente rilevante, al di là dei sottintesi e delle cose volutamente non dette, è che un organo esterno al Consiglio regionale non è il Consiglio regionale, con tutto ciò che ne consegue, e scusate se è poco. A differenza della proposta istitutiva della Consulta che non ha precedenti nel nostro ordinamento, quella di affidare il lavoro costituente al Parlamento ha fior di precedenti in ben sessant'anni di storia repubblicana, e mi permetto di insistere: scusate se è poco!

Scorrendo la proposta, del resto, ci si rende conto che, partendo dall'aggiramento di un principio forte ed ineludibile, non si può che arrivare a risultati in linea con le premesse, naturalmente sbagliate: come si fa, infatti, ad individuare come punto qualificante della Consulta la sua capacità di sottrarsi alla dialettica maggioranza e opposizione? A parte il fatto che proprio a causa del sistema ipotizzato per la composizione della Consulta essa contiene in sé, in modo fisiologico, una maggioranza e un'opposizione, che cosa c'è di sbagliato nel confronto tra due visioni complessive di quello che dovrebbe essere il nuovo Statuto della Regione sarda? Casomai è vero esattamente il contrario, cioè che in materia costituzionale, ed è questo il motivo di fondo che ha portato alla nascita delle Commissioni bicamerali, è auspicabile un confronto più aperto tra maggioranza ed opposizione trattando tale materia di quei principi fondamentali che devono tradursi in regole condivise ed accettata da tutti. Al di là della naturale alternanza di governi e di maggioranze propria di una politica bipolare come quella che, non senza grande fatiche, si è venuta a consolidare nel nostro Stato e nella nostra Regione.

In altri termini, consegnare il compito di fare lo Statuto ad un organo esterno al Consiglio, lo hanno detto anche altri colleghi che mi hanno preceduto, è una cosa assolutamente sbagliata, un errore storico che occorre in tutti i modi evitare. Anche perché significherebbe contrapporre lo stesso Consiglio ad un organismo che non ha la medesima legittimazione mentre credo che nessuno voglia mettere in discussione almeno un dato: che il Consiglio regionale rappresenta tutta la Sardegna e tutti i sardi, senza se e senza ma. Se questo è vero non si può accettare che, come si legge nella proposta, al Consiglio venga rimessa la decisione finale, al termine del lavoro della consulta, quasi a ratifica di un lavoro svolto, per cui, come detto qualcuno, qui arriverà un pacchetto già bello pronto senza che il Consiglio possa modificarlo. Addirittura vogliono fare questo per legge, fuori dalla sede istituzionale a ciò deputata e perciò naturale. Non è una questione lessicale è proprio così, tanto è vero che si prevede anche che il risultato del lavoro della consulta verrà trasmesso al Consiglio regionale per l'approvazione, cioè noi lo dovremo solo approvare, dovremo dire sì o no - e l'uso del termine "approvazione" anziché "esame", che sarebbe molto più rispettoso nei confronti di questa Aula, è sintomatico ed appare decisamente voluto - una specie di testo blindato, predisposto fuori dal Consiglio regionale, anche questo è davvero un caso senza precedenti.

Ma forse più di altri c'è un altro passaggio che va denunciato con forza perché esprime proprio la volontà politica di portare il potere legislativo fuori dal Consiglio. Affermare, infatti, che se il lavoro verrà condotto con rigore il Consiglio si troverà di fronte un testo già molto elaborato rimanendo al più da effettuare alcune scelte di politica istituzionale che sono naturalmente di sua competenza, significa cancellare con un colpo di spugna le leggi fondamentali del nostro Stato di diritto, Statuto e Regolamento interno compresi. Da quando in qua il potere legislativo del Consiglio, che non è il potere assoluto ma deriva dal mandato degli elettori, può essere ristretto fino ad esaurirsi a qualche ritocco, ad un intervento di maquillage di politica istituzionale. Siamo all'aberrazione giuridica, siamo al relativismo politico più fantasioso, ma nello stesso tempo più spregiudicato, siamo, è forse il dato più preoccupante pericoloso, alla contrapposizione frontale tra il Consiglio regionale e la società sarda, quasi a voler certificare che il Consiglio regionale non ne sia la libera espressione, compiuta e fondamentale. Da una parte c'è la società sarda che elabora un ottimo Statuto, e dall'altra un Consiglio regionale che lo ratifica, visto che non è in grado di farne uno suo, ed al massimo lo imbelletta, se e dove necessario, il minimo possibile per carità, con qualche moderato innesto di politica istituzionale.

Riflettiamo su questi concetti che sono molto chiari e che forse dovrebbero anche esserci molto cari. Se qualcuno volesse dare una valutazione strumentale di queste osservazioni, cosa che comunque ci aspettiamo, potrebbe sostenere che la nostra tesi si riduce ad un arroccamento del Consiglio regionale nella cittadella della politica, un Consiglio visto naturalmente come fonte di privilegi e luogo di scansafatiche che possono permettersi almeno per cinque anni di ignorare tutto quello che c'è intorno. Uno Statuto elaborato dal Consiglio regionale quale sintesi dell'ampia partecipazione promossa dallo stesso, nelle forme previste dal nostro ordinamento, sarebbe quindi figlio di un dio minore e non raggiungerebbe lo scopo fondamentale, per i sostenitori della Consulta, di mobilitare tutte le capacità, le esperienze e le professionalità esistenti nella comunità regionale. Quel qualcuno, di cui abbiamo parlato, a questo punto dovrebbe spiegarci almeno perché sono insufficienti e non adatti allo scopo gli strumenti che il nostro ordinamento già prevede per promuovere, non solo su una determinata legge ma su qualunque legge, la più ampia consultazione della società sarda; perché la Commissione autonomia, ad esempio - questo potrebbe essere anche un suggerimento - non possa occuparsi del nostro Statuto fissando e programmando un calendario di audizioni formali, in seduta pubblica, con tutti, proprio tutti gli interlocutori che intende individuare, dai parlamentari sardi ai rappresentanti del sistema delle autonomie, alle organizzazioni sindacali, dalle categorie produttive, alle università, dall'associazionismo agli ordini professionali, e via proseguendo in un elenco che certamente dovrebbe essere lungo e articolato. Perché questa, che storia repubblicana, prassi politica, dottrina e giurisprudenza costituzionale ritengono la via maestra dell'iter legislativo, improvvisamente non va più bene e deve essere abbandonata dal Consiglio regionale della Sardegna, e solo dal Consiglio regionale della Sardegna? Forse l'audizione in Commissione autonomia, poniamo, dei vertici delle università sarde o di esperti in materia tributaria e fiscale o di parlamentari sardi, che hanno partecipato ai lavori delle Commissioni bicamerali per le riforme costituzionali, sarebbe una diminutio rispetto al lavoro che questi soggetti potrebbero fare se costituiti in consulta o in un comitato di coordinamento? E se fosse così quale sarebbe il motivo reale di questa presunta diminutio? Perché le partecipazioni ed i contributi esterni al Consiglio regionale devono essere irreggimentati in nuovi organismi e sotto organismi per essere più liberi per essere più autonomi, per essere più determinati? Perché la Regione, il Consiglio e i suoi organi devono rassegnarsi a non saper esprimere e rappresentare il pluralismo della società sarda? Cosa hanno da nascondere? Perché la Commissione, che ha tra le sue competenze l'autonomia, l'ordinamento regionale, i rapporti con lo Stato, la riforma dello Stato e gli enti locali e molto altro dovrebbe tenersi a debita distanza dal processo di elaborazione del nuovo Statuto? Sono queste le vere domande a cui dovrebbero dare risposta i promotori della Consulta, ma queste risposte non ci sono nella relazione introduttiva, non ci sono nel testo e non arriveranno sicuramente da questo dibattito se, come pare, lo si vuole dirottare a colpi di maggioranza verso un risultato precostituito.

Io non sono affatto convinto, oltretutto, che l'idea di una consulta nasca veramente dal basso, dal profondo della società sarda, alla quale invece importa, questo sì, che il Consiglio regionale elabori ed approvi uno statuto nuovo, più moderno, più aperto più rispettoso del principio di sussidiarietà, che vuole i centri di decisione più riconoscibili e responsabili perché più controllabili, trasparenti e più vicini ai cittadini. Non credo che la società sarda avverta il bisogno di una nuova costosissima sovrastruttura esterna al Consiglio regionale - e neanche lei, Presidente, che è molto attento ai problemi della spesa - con l'incarico di fare quello che dovrebbe fare il Consiglio regionale, che già costa di suo, e parecchio; non penso che la Consulta e i suoi sotto organismi ripecchino la cosiddetta base, la società civile, o come la si vuol chiamare, e il Consiglio regionale sia invece un qualcosa di altro rispetto alla Sardegna vera che pensa, produce e lavora e soprattutto soffre ogni giorno. Non ritengo che la Sardegna abbia bisogno di una istituzione, fuori dal Consiglio regionale o lontana dal Consiglio regionale, per sentirsi più libera e più capace di esprimere idee e progetti.

Credo anzi che se questa tendenza esistesse, ma sono fortemente persuaso del contrario, il Consiglio regionale e noi tutti dovremmo moltiplicare il nostro impegno per ricondurla all'interno dell'istituzione, in modo da conquistare e riconquistare, laddove ce ne fosse bisogno, la fiducia dei pochi o dei molti che l'hanno perduta. Anche questi pochi, come penso, o questi molti non si sentirebbero certamente appagati della presenza di una consulta e nemmeno di farne parte. Credo inoltre che l'occasione di dar vita ad un nuovo Statuto debba essere colta anche per riavvicinare l'istituzione Regione ai sardi che sono, non i principali, ma gli unici azionisti di questa istituzione e come tali non vogliono che il Consiglio si spogli delle sue funzioni ma che si assuma per intero le sue responsabilità. Grazie.

PRESIDENTE. Grazie onorevole Moro. E' iscritto a parlare il consigliere Atzeri. Ne ha facoltà.

ATZERI (Gruppo Misto). Grazie signor Presidente. Questa legislatura, la tredicesima, è iniziata nel segno della discontinuità politica. Si sono presentati ampi disegni di riforma per modernizzare la Sardegna. Noi il 1° settembre del 2004 avevamo presentato una proposta di legge per istituire un' assemblea costituente consultiva. Siamo veramente amareggiati, noi sardisti, perché genericamente si è parlato dell'opposizione, e con una dose di disonestà, mi si permetta il termine pesante, non si è voluta citare la proposta di legge presentata dai sardisti, che è completamente diversa da quelle presentate dalle altre opposizioni. Sia adduceva come scusa da parte di coloro che, con trombette e bandiere, sventolavano questo tipo di autonomismo prima di diventare governativi, che il Consiglio regionale sarebbe stato esautorato, mortificato ed emarginato, invece noi con la proposta di legge di cui nessuno ha voluto parlare, avevamo confermato la centralità del Consiglio regionale, nel quale con un'elezione col sistema proporzionale avremmo certamente ottenuto un maggior numero di rappresentanti, rispetto a quelli ottenuti con la legge truffaldina e liberticida del 2004, che ci ha dato lo stesso numero di rappresentanti di partiti che pur avendo la metà dei nostri voti si sono apparentati, mentre altri, a parità di consenso, hanno quasi il triplo della nostra rappresentanza grazie a questa legge antidemocratica. Beh - noi sardisti con quella proposta di legge, avevamo pensato di adunare il popolo affinché dialogasse, affinché si impegnasse nello scrivere questo patto tra sardi, ma poi democraticamente questa Aula ha fatto un'altra scelta alla quale noi, per la nostra cultura democratica che riconosce alla maggioranza il diritto di governare, ci dobbiamo adeguare; avete preferito un altro strumento e noi non possiamo esimerci dal collaborare, non possiamo sottrarci a questo compito.

È stato detto che dopo 58 anni la Sardegna ha bisogno di uno statuto più moderno che tenga conto anche degli scenari europei; prima il rapporto Stato - Regione era bilaterale, con prevaricazione dello Stato, adesso c'è l'Unione Europea e allora noi possiamo strappare quote di sovranità maggiore se partecipiamo, se stiamo uniti e mettiamo al primo posto gli interessi dei sardi. Certo la Consulta non è ciò che noi volevamo, può essere irrobustita, questo testo può essere migliorato, come tutte le proposte di legge, però è in questo che dobbiamo distinguerci. A me dispiace quando si sminuiscono proposte di legge, quasi ci fosse una pregiudiziale, ma non per rivendicare la primogenitura o per vanagloria, ma perché sono proposte depositate quasi due anni fa e mai tenute in considerazione.

Ma oggi, ripeto, si parla di consulta. La Consulta può essere usata, magnificamente, se la sua disciplina subisce qualche modificazione e si può entrare nel merito. L'articolo 2, tanto enfatizzato, risente dei mali endemici di questa cultura blandamente autonomista; per questo noi sardisti non siamo e non saremo mai autonomisti: noi siamo etno-federalisti. Quando si scomoda in un modo folklorico la buonanima di Emilio Lussu e si riduce tutto il suo pensiero a quell'inflazionata similitudine tra il gatto, il leopardo, il gattopardo, i felini, si tradisce il suo insegnamento; Lussu era profondamente federalista, cioè, capovolgeva completamente l'architettura dello Stato e la sua concezione della sovranità incentrata sui comuni, disintegrava il centralismo dello Stato, cioè, l'autonomia non è intesa qualcosa che la bonomia di un funzionario, di un governatore di turno può dare alla Regione. Il federalismo anche se ci sono competenze ripartite con lo Stato su alcune materie, è completamente diverso, infatti, sarà una lapsus freudiano, però in questa proposta di legge non si parla di nuovo Statuto speciale, e nell'articolo 2, alla lettera (a, si parla di specificità, sappiamo bene che sono due cose in antitesi, perché anche il Molise, la Basilicata, con tutto il rispetto, hanno le loro peculiarità, le loro specificità. Ma l'autonomia speciale è ben altra cosa, intanto ha una copertura costituzionale, e noi siamo speciali soprattutto come Consiglio regionale - e non dimentichiamolo - e dobbiamo agire e pensare proprio per tutelare questa ricchezza, questa tradizione. Allora l'articolo 2, che è stato presentato come il trionfo di questa specialità, mostra delle lacune, manca, per esempio, alla lettera (e un riferimento ai principi in materia di ordinamento e forma di governo della Regione.

Cari colleghi, questa occasione ritenuta storica, dovrebbe vedere il Consiglio regionale impegnato, se veramente vuole modernizzare la Regione, a fare delle riforme reali e profonde; perché non parlare anche di legge statutaria, quindi di legge elettorale e di modello organizzativo della Regione? Io ve lo dico per ragionarci, perché se venisse adottata la forma presidenziale pura, anziché quella moderata, corretta, vanificherebbe tutto ciò che trionfalmente viene enunciato in questo articolo 2. Gli stessi disegni di legge riguardanti l'istituzione dei parchi ci fanno riflettere su una filosofia politica, perché rispecchiano una cultura ereditata dallo Stato, una cultura neocentralista, che sia che provenga dallo Stato sia che provenga dalla Regione, è sempre una cultura prevaricatrice, che non tiene conto della sovranità, dell'importanza dei comuni. Vi dico brevemente che due figure strategiche, il Presidente e il direttore del parco, che hanno innumerevoli compiti, sono di nomina diretta del Presidente della Giunta, e ciò esautora i comuni. Ne abbiamo parlato con l'onorevole Sanna, in Commissione, molto serenamente.

Ecco, c'è ancora tutto un lavoro da svolgere, io una volta mi sono permesso di far riferimento al principio dei vasi comunicanti: la legge elettorale, il modello organizzativo, la madre di tutte le riforme, quella dello Statuto, vanno di pari passo. Però, bisogna uscire velocemente dal pantano delle discussioni sullo strumento. L'abbiamo detto, accettiamo la Consulta, non ci sottrarremo al confronto, daremo il nostro contributo, ci si da la possibilità, purtroppo con un numero esiguo di consultori, di partecipare, e saremo ben lieti di contribuire e di dotarci di uno strumento che modernizzi questa Sardegna, che ci faccia uscire da questa contrapposizione sterile, priva di significato. Ecco perché noi sardisti partecipiamo, sperando poi di essere incisivi soprattutto quando si entrerà nel merito della specialità, nei contenuti, nella sostanza.

Oggi non se ne deve parlare, oggi si parla solo dello strumento e, ripeto, ci inchiniamo al volere democratico del Consiglio, e che venga istituito questo organismo per dare ai sardi e a tutta la Sardegna un futuro migliore e uno statuto che ci consenta di stare al passo con i tempi, auspicando che la Consulta sia consapevole di quelle quote di sovranità che possiamo ottenere, soprattutto in questo scenario nuovo che è rappresentato dai popoli senza Stato, dalle nuove Regioni che sono come popoli, uno scenario all'interno del quale la Sardegna può trovare una collocazione molto più proficua e può tutelarsi dal centralismo dello Stato che, spesso, si è dimostrato il nostro nemico, un pessimo mediatore, un pessimo patrocinatore, tant'è che la Sardegna è stata costretta ad uscire dall'Obiettivo 1, nonostante le carenze strutturali di quest'Isola; perché essere isolani, comunque sia, ci ha penalizzato e ci penalizzerà, se non si risolvono questi problemi. E mentre questa Sardegna offre ampi spazi di terra, di cielo e di mare a tutta l'Europa, questa Unione Europea rimane insensibile alle rivendicazioni che noi avanziamo per garantire, come ho detto altre volte, un valore universale: la pace. Invece nella nostra terra vengono e sperimentano, lasciano scorie, lasciano tutto ciò che è impensabile lasciare in uno Stato libero, e noi passivamente accettiamo le decisioni di un'Unione Europea insensibile, perché non abbiamo gli strumenti e neanche rappresentanti che possano far valere le nostre sacrosante ragioni.

Ecco perché su tutti questi temi dobbiamo essere uniti, per difendere gli interessi di tutti i sardi al di là delle diverse collocazioni politiche, perché se non si affermerà questa nuova cultura, per noi ci sarà emarginazione, disoccupazione, desertificazione.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Atzeri. E' iscritto a parlare il consigliere Cugini. Ne ha facoltà.

CUGINI (D.S.). Grazie Presidente. Questa è un'occasione per parlarci chiaro, per cercare di esprimere il nostro pensiero, senza possibilità di essere interpretati male; questa è un'occasione da non perdere, perché può chiudere e aprire assieme una nuova fase di confronto in Consiglio regionale. Certo l'argomento è lo strumento per riscrivere lo Statuto, ma il contenuto dello Statuto è un argomento sul quale si devono superare le divisioni fondate sull'appartenenza ai diversi schieramenti politici, ai Gruppi consiliari e su cui ogni singolo consigliere deve esprimere il proprio pensiero liberamente. Dalla discussione che abbiamo fatto sin qui, cosa emerge? - lo dico per il collega Moro - emerge che lo strumento assemblea costituente, se ci atteniamo a quanto ha affermato nel suo intervento, era uno strumento improprio per riscrivere lo Statuto. Lei ha avuto anche responsabilità amministrative presso il Comune di Sassari, un comune importante, avrà avuto la possibilità, quando era Assessore, di ragionare con i suoi colleghi consiglieri regionali che proponevano l'assemblea costituente come strumento fondamentale per riscrivere lo Statuto, e ricorderà che costituiva un esautoramento del Consiglio regionale. Però, è passata molta acqua sotto i ponti, per tutti, per me compreso, e allora ripartiamo da qui.

Io penso che questa sia un'occasione da non perdere e rivolgo un invito all'unità, all'unità del Consiglio regionale. Collega Diana, io non è che mi aspetti un emendamento, io mi aspetto tanti emendamenti, perché la parziale discussione che abbiamo fatto unitariamente in Commisione non è sufficiente per affrontare l'argomento dello strumento che ci deve permettere di riscrivere lo Statuto. Ciò che non abbiamo fatto in Commissione lo possiamo fare in Aula, però, per essere conseguente con la prima affermazione, quella di esprimersi con chiarezza, io non penso, onorevole Floris, che la sua proposta siaa accettabile. Io non penso che si possa sospendere la discussione di questo argomento. Si possono fare però tante altre cose. Adesso il collega Atzeri ha indicato un percorso che, personalmente, mi convince, caro Giuseppe, mi convince, perché possiamo aprire un confronto nel merito dello strumento per dare a chi lavorerà su questo argomento, maggiori possibilità di iniziativa, di confronto, di scrivere uno Statuto adeguato alla situazione che viviamo oggi. E poi, collega Diana, se lei ritiene che indicare un'area centrale della Sardegna come sede dell'organismo che deve riscrivere lo Statuto, un'area che rappresenti un riferimento di natura ideale, ubichiamo pure al centro della nostra Regione la sede dell'organismo che deve affrontare un tema centrale, che è la Costituzione della Sardegna; io non avrei, personalmente, niente in contrario, anzi, sarei disponibilissimo ad accedere a un' indicazione di questo tipo, tenendo presente, però, che le nostre proposte sono dettate dall'esigenza di allargare la partecipazione alla definizione di uno strumento democratico che permetta di avviare il confronto.

Allora, collega Floris, perché facciamo lo Statuto nuovo? La sua domandare era: "Ma perché si chiede l'autonomia?" Beh, si chiede l'autonomia perché abbiamo considerato, tutti assieme, quando abbiamo discusso dell'Assemblea costituente con posizioni diverse, conclusa la prima fase dell'autonomia della nostra Regione, e personalmente dico che si è conclusa con molti aspetti positivi. La Sardegna di oggi non è la Sardegna dei primi anni 50: la Sardegna di oggi ha strumenti, capacità, competenza, cultura per dialogare con il resto del Paese, con l'Italia e con l'Europa. Allora, perché chiediamo di riscrivere la Costituzione della nostra Regione? Perché è stata scritta subito dopo la guerra, la situazione era quella che allora i Costituenti avevano chiara, e devo dire che quando si è parlato delle autonomie, non dall'autonomia, delle autonomie, dell'autonomia della Sicilia, dell'autonomia delle regioni del Nord, quando si è parlato delle autonomie, se ne è parlato pensando all'unità d'Italia, non alla divisione, caro Mario, all'unità d'Italia, per rispondere ad un'esigenza. Lo dico perché tra poco ci sarà un referendum su un tema estremamente delicato; lo dico perché l'unità d'Italia rimane ancora oggi un grande valore democratico per il nostro Paese. E allora il riconoscimento dell'autonomia regionale è servito per tenere assieme i sardi con i piemontesi, non per ricostruire il Regno sardo-piemontese, ma per tenere assieme la Sicilia e la Lombardia, per dare una risposta di attenzione nazionale a situazioni regionali di grande interesse nazionale ed internazionale. La nostra Costituzione è figlia di quei tempi: doveva rispondere a quelle esigenze, di natura economica, di natura sociale; dovevamo ricostruire il Paese, si doveva ricostruire l'Italia che usciva dalla guerra e quella Costituzione è figlia di quella situazione, e anche la nostra Regione è figlia di quella situazione.

Allora, è giusto parlare della specialità, lo dico anche per Atzeri, come ne parlavamo alla fine degli anni '40, con l'Europa che usciva da una guerra, con i rapporti che c'erano fra noi e la Germania, con i rapporti che c'erano tra noi e gli Stati Uniti d'America, tra noi e l' Italia, tra noi e l' Unione Sovietica? E' possibile pensare ad uno strumento che sia figlio di quella situazione? No, dobbiamo pensare ad uno strumento che sia figlio della situazione nella quale noi oggi operiamo e dobbiamo avere la capacità di costruire uno strumento che abbia in sé valori, principi, che permettano, non a noi, che abbiamo fatto il nostro tempo - io sono nato nel '48, pochi giorni prima del nostro Statuto, il 4 di febbraio, il nostro Statuto è del 23, quindi sono più vecchio di qualche settimana - ma alle nuove generazioni, di superare il divario economico che ci separa dalle regioni più sviluppate, dobbiamo pensare a uno strumento che parli chiaramente la lingua materna, perché è fondamentale per costruire la prospettiva, ma assieme deve saper parlare la lingua della tecnologia e la lingua dello sviluppo: è questa la differenza.

E allora, questa è la finalità di tanti provvedimenti che la Giunta regionale sta adottando, compresi quelli sull'insegnamento dell'inglese, sull'uso delle tecnologie, ma assieme anche quelli che riconoscono l'esigenza di parlare il sardo, tra l'altro io che sono un sardo gallurese, capisco perfettamente di che cosa stiamo parlando quando parliamo di minoranze anche linguistiche. Allora, io credo, Presidente Floris, che noi dobbiamo pensare alla ridefinizione della nostra autonomia in autonomia, perché la nostra è figlia delle altre autonomie, della Sicilia in particolare, e della situazione di allora, è allora le risposta qual è? Molte cose sono previste dall'articolo 2, altre sono previste da altri articoli ma noi che cosa abbiamo cercato di fare? Abbiamo cercato di bilanciare l'istituzione della Consulta con la funzione che deve svolgere il Consiglio regionale, considerando non solo la funzione della maggioranza ma anche quella dei singoli consiglieri, che possono dare indicazioni, fare proposte; in questo modo, caro Atzeri, si recuperano molte delle indicazioni che voi avete dato pensando a quel percorso che avete proposto e che non è stato sufficientemente valorizzato. Valorizziamolo! Ma per valorizzarlo bisogna che tutti partecipiamo e quindi che troviamo l'unità valorizzando le diversità, perché siano portatori tutti di sensibilità diverse ma come le portiamo a sintesi? Questo è il compito della politica.

Allora noi pensiamo che la nostra specialità debba tener conto del fatto che una parte di noi è federalista e un'altra parte è diventata adesso autonomista, ma prima non era neanche autonomista. E siccome è presente in quest'Aula, siccome anche questa parte ha dichiarato di essere disponibile a dare il proprio apporto, dobbiamo saper cogliere le diverse impostazioni di natura culturale per portarle ad una sintesi alta pensando al fatto, collega Diana, che quando abbiamo discusso della lingua da insegnare nelle scuole sarde il vostro gruppo, non so se allora lei fosse consigliere regionale, si differenziò nel voto, una parte votò contro. E allora, come facciamo diventare questi aspetti norma e come coinvolgiamo il popolo Sardo? Come lo facciamo partecipare? Come facciamo in modo che quello che si dice nella comunità sarda diventi poi norma? Partendo da che cosa? Dall'esperienza di tutti giorni. Ma si può pensare alla riscrittura dello Statuto Sardo, della Costituzione sarda senza un dialogo con chi governa la Regione? Ma quando ci sarà da entrare nel merito di modificazioni anche profonde del rapporto con lo Stato, pensiamo alle entrate, pensiamo ai trasporti, pensiamo ai tanti argomenti di questa portata, non è forse giusto che ci sia un confronto con chi, nel momento in cui si discute, ha la responsabilità di governare e rappresentare la Sardegna? Penso di sì, perché no?

E allora penso che ci debba essere fra di noi un confronto più approfondito su quello che vogliamo fare per recuperare il ritardo che abbiamo, io riconosco che siamo in ritardo, questa legge non la vogliamo fare da soli, la vogliamo fare con voi, se dobbiamo lavorare un ora in più lo facciamo, ma la vogliamo fare con voi! Non dovete trovare la scusa che la maggioranza vi emargina, no! La maggioranza chiede la vostra partecipazione. Chiede una partecipazione ragionata, che non abbia l'obiettivo di sospendere i lavori chiaramente, perché su questo non siamo d'accordo, la nostra posizione è chiara. Allora leggiamo il testo. Si dice: all'articolo 2 ci sono delle modificazioni da proporre, c'è un problema riferito al comma 4 dell'articolo 6, vediamo come si può predisporre un emendamento che sia collegato con quello che si dice prima e quello che si dice dopo, in modo tale che il testo possa essere migliorato, non siamo convinti che il testo sia inemendabile, anzi! vi chiediamo di proporre diversi emendamenti per correggerlo, e se sono in linea con quello che stiamo dicendo si possono anche approvare. Non c'è nessuna volontà di escludere nessuno da questa discussione, e non è una sfida guardate, é un invito; perché quando abbiamo proposto le sfide, non abbiamo raggiunto gli obiettivi, e anche questo è un invito. Sono tutti inviti perché noi dobbiamo discutere una prospettiva.

Il collega Atzeri diceva che adesso usciremo dall'obiettivo uno, forse rimaniamo nell' obiettivo due, ma le condizioni economiche e sociali della nostra Regione non sono quelle degli anni 50, sono migliorate notevolmente, però la nostra Regione che è un bene inscindibile dall'ambiente alla cultura, all'arte, riusciamo a farla contare in Italia, in Europa? E come da Sardi, da federalisti rimaniamo dentro una logica unitaria di un Paese che noi consideriamo patria, e poi cerchiamo di recuperare in Europa quella specificità che deriva dal fatto che noi non siamo solo un'isola ma siamo una cultura, un'etnia che è diversa da quelle che ci sono nel resto dell'Europa; come facciamo pesare questa specificità nelle decisioni che a livello di Parlamento europeo si assumeranno nei prossimi mesi, nei prossimi anni? Questo è il punto, questo è il problema che noi vogliamo portare in discussione, non perché siamo convinti di avere la verità tutta dalla nostra parte ma perché siamo convinti che sono stati persi cinque anni, cinque lunghi anni, durante i quali ci siamo misurati sulla costituente e solo alla fine degli ultimi cinque anni, lo dico al presidente Floris, c'è stato un briciolo di ripensamento su quella soluzione, in riferimento sia alla funzione del Consiglio regionale, sia alla funzione della nostra Regione, solo alla fine il collega Floris e il collega Giacomo Sanna, e anche altri colleghi hanno tentato di recuperare, di riportare all'attualità il tema del nostro Statuto.

Sono passati cinque anni, Berlusconi si era impegnato a far approvare la proposta; ricordo una folta delegazione di Consiglieri regionali, non solo di centrodestra ma anche del centrosinistra, che avevano incontrato Berlusconi che aveva detto loro di tornare pure in Sardegna, che la proposta di legge costituzionale che istituiva l'Assemblea costituente sarebbe stata senz'altro approvata, e altri colleghi parlamentari nazionali allora di maggioranza, che dicevano: tornate pure in Sardegna che questa assemblea costituente non si farà, e non si è fatta. E tra questi c'erano colleghi della vostra parte, la nostra parte aveva una posizione chiara anche allora, eravamo contrari, eravamo per un'altra strada, per un altro percorso, ora siamo arrivati a discuterlo. Non è il percorso che dicevamo noi, collega Moro, noi allora sostenevamo che sarebbe stato meglio impegnare il Consiglio regionale in questa funzione.

C'è stato ricordato che ogni legislatura iniziava con un ragionamento sulla riforma dello Statuto. Ricordo che nella legislatura del primo mandato noi avevamo istituito una commissione speciale presieduta dal collega Bonesu, che produsse un bel documento, era rotondo, era perfetto, non si è fatto nulla. In altre occasioni si è proposto lo stesso percorso, la nostra attuale proposta che cosa è? E' un mix tra l'Assemblea Costituente, l'esigenza che c'è di aggiornare lo Statuto e la la salvaguardia della funzione del Consiglio, e aggiungo, anche della funzione della prima Commissione perché se guardiamo bene il testo, la prima Commissione nel corso dei lavori della Consulta, svolge una funzione di partecipazione, di iniziativa e di direzione, non di contrapposizione, di confronto, e ciò si riferisce sia alla funzione della Commissione che alla funzione dei singoli commissari. E' insufficiente l'indicazione che noi diamo per far partecipare il popolo Sardo alla discussione? Siamo aperti ad altri suggerimenti, a suggerimenti migliorativi.

D'altronde anche il testo che il collega Balia aveva presentato prevedeva che l'assemblea della Consulta fosse costituita da tutti gli amministratori locali questo a conferma del fatto che non ci sono chiusure alla partecipazione, ma anche dell'esigenza di darci uno strumento che produca la soluzione. Poi il testo verrà discusso in Consiglio regionale, certo che verrà discusso in Consiglio regionale, è sarà quella l'occasione per discutere nel merito, per ragionare, avendo sviluppato nel frattempo un confronto. Non è previsto da nessuna parte, ma la Conferenza dei capigruppo se vuole nel corso dei lavori anche della Consulta, può assumere tutte le iniziative politiche che ritiene di dover assumere per dare le indicazioni di merito sul nuovo testo di Statuto da scrivere.

A questo punto si può aprire anche una discussione, collega Atzeri, sull'esigenza di riformare la legge elettorale. Ma sulla base della riforma degli statuti delle regioni ad autonomia speciale approvata dal Parlamento era chiaro che il se il Consiglio regionale sardo non avesse approvato una diversa legge elettorale, si sarebbe applicata quella in vigore per le regioni ordinarie, ma questo Consiglio regionale ha avuto l'abilità di proporla una legge e di bocciarla; anche in riferimento a questo è passata molta acqua sotto i punti, coloro che si sono opposti a quella legge licenziata dalla prima Commissione si sono ricreduti perché hanno toccato con mano le difficoltà derivanti dall'applicazione della legge nazionale, però insomma, sia chiaro, l'elezione diretta del Presidente del Consiglio sarà confermata, ci sarà un problema di riequilibrio ma non si deve pensare ad un'operazione che faccia tornare indietro il nostro sistema regionale, no! Ne discuteremo quando ne dovremo discutere ma non illudiamoci. sulla possibilità di stravolgere la situazione che abbiamo ereditato, però ci sono correttivi da apportare. C'è il listino regionale al quale si accede solo perché si è amici di Renato Cugini - questo capitava quando ero segretario del mio partito - e così per gli altri segretari o per il Presidente che viene indicato. Ci sono tante cose che possono essere modificate. Ma questo è un argomento che viaggia separatamente.

Voglio concludere riferendomi alla collega Caligaris. Noi abbiamo previsto una quota a favore delle donne, non è sufficiente, però io, quando ho sete, tra un goccio di acqua e un bicchiere vuoto preferisco quel goccio di acqua. Per cui comunque rimango dell'idea che è meglio avere la quota piuttosto che rimanere nella situazione di prima, con soltanto due consigliere regionali, e se non avessimo fatto la scelta di indicare nel listino tutte donne saremo stati quasi tutti maschi in questo Consiglio regionale. Con quale profitto per quanto riguarda il merito? Io penso che la sensibilità femminile sia fondamentale anche nell'attività legislativa, se la loro presenza è scarsa ragioniamo come farla diventare più numerosa, ci sono gli strumenti per farlo perché il meccanismo che abbiamo inmtrodotto non prevede l'elezione solo di uomini ma prevede la presenza di donne e anche di uomini.

PRESIDENTE. Grazie onorevole Cugini. E' iscritto a parlare il consigliere Vincenzo Floris. Ne ha facoltà.

FLORIS VINCENZO (D.S.) Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Giunta, signori assessori, onorevoli colleghi, uno dei compiti più impegnativi che questo Consiglio regionale dovrà affrontare, come è stato ribadito anche nell'ultimo intervento, è quello delle riforme istituzionali, perché questo significa accostarsi ad una delle questioni più rilevanti e fondamentali con cui si sono misurate nel passato diverse classi dirigenti. Il tema delle riforme, come ha ribadito anche l'onorevole Balia, non può essere vissuto come un mero espediente perché su questo tema si gioca il futuro della nostra Isola e la credibilità della sua classe dirigente. Le direttrici su cui incanalare questo processo sono fondamentalmente due: una riguarda il rapporto della nostra Isola con lo Stato, con l'Europa, con i paesi che si affacciano nel bacino del Mediterraneo, ed il ruolo che essa può dispiegare, con la sua portualità riconosciuta come strategica a livello europeo, nei confronti di quei paesi emergenti come la Cina e l' India; la seconda direttrice è quella di modificare profondamente il rapporto dalla Regione al suo interno, con il sistema delle autonomie locali, per arrivare ad un concorso vero degli enti locali alle scelte da realizzare. Perché lo Stato, la Regione, i comuni grandi o piccoli, le province, devono avere uguale dignità istituzionale, e devono perciò dialogare fra loro. In questa direzione bisogna affermare che sono stati compiuti alcuni atti rilevanti, come l'istituzione del Consiglio delle autonomie locali, la riforma degli enti e la riorganizzazione dell'amministrazione regionale.

Il consuntivo però, oggi, della vicenda regionalistica, possiamo affermare che non è positivo, dal momento che sono emerse insufficienze nel difendere le nostre prerogative e l'insieme della Carta statutaria, di quella carta cioè che ha riconosciuto alla nostra Isola il potere di perseguire autonomamente un proprio indirizzo politico e amministrativo e ha imposto allo Stato di non considerarsi l'unico centro al quale è data la possibilità di stabilire, di imporre sia gli scopi da raggiungere sia i mezzi con cui perseguirli. Quindi attualmente la sfida vera per la nostra Isola, per la sua classe politica, per il suo sistema delle autonomie locali, per le sue formazioni sociali, culturali, economiche si gioca sulla riscrittura del nuovo Statuto della Sardegna. Un nuovo Statuto che, tenendo conto delle vicende che hanno contraddistinto la vita politica e istituzionale, economica, sociale dal '48 ad oggi, riesca ad individuare in che cosa consista, sul piano sostanziale, la peculiarità che dovrebbe contraddistinguere la nostra autonomia, differenziata rispetto a quella delle Regioni a statuto ordinario.

La Sardegna del nostro tempo rispetto a quella del '48 è profondamente cambiata. E questo naturalmente impone a tutti noi di scoprire nuovi tragitti guardando avanti per raffrontarci positivamente con le sfide odierne. "L'autonomia - diceva Renzo Laconi, che partecipò ai lavori della prima Consulta sarda per la scrittura dello Statuto - non è una panacea; non si può pensare che essa possa risolvere miracolosamente tutti i nostri problemi, ma siamo sicuri che l'autonomia ci consentirà, almeno per ora, di porre rimedio alle necessità più urgenti della nostra terra e di iniziare l'opera di rinnovamento". Le condizioni della Sardegna in quegli anni erano a dir poco terribili e possono essere riassunte da questi brevi dati: dei 320 comuni di allora, 60 erano privi di acquedotto, 130 avevano acquedotti incompleti, 120 non potevano assicurare l'approvvigionamento idrico delle popolazioni d'estate, non c'era alcun comune che avesse acqua a sufficienza, neppure i comuni capoluogo di provincia; 215 comuni erano sforniti di fognatura, 38 avevano fognature incomplete; 77 non avevano cimiteri e 48 avevano cimiteri insufficienti e la rete viaria era pari a 0,195 chilometri di strade per chilometro quadrato del territorio, contro lo 0,275 della Lucania, che era considerata allora la regione più sfornita di strade di tutta la Penisola; il 77 per cento del territorio era incolto.

Di strada, è inutile dirlo (lo ribadiva l'onorevole Cugini), ne è stata fatta parecchia, anche se permane con tutta la sua drammaticità e problematicità una questione ancora irrisolta che riguarda le aree interne della Sardegna. Io credo che i limiti maggiori della nostra autonomia risiedano soprattutto nel non aver risolto il problema della marginalità di queste aree rispetto al contesto generale della nostra Isola. Nonostante il tentativo di attuare una disposizione dell'articolo 8 dello Statuto che prevede contributi straordinari dello Stato per particolari piani di opere pubbliche e fondiarie, che trovò attuazione una sola volta quando lo Stato, di fronte alla recrudescenza dei fenomeni di banditismo, approvò la legge numero 811 del 30 ottobre del '69, stanziando 80 miliardi da destinare ad un piano di intervento nelle zone interne a prevalente economia pastorale, non si pervenne comunque ad un cambiamento risolutivo capace di sconfiggere il malessere e le condizioni di marginalità in cui si trovavano quelle aree. Di questa norma - è bene ricordarlo - e di quanto stabilito dall'articolo 13 dello Statuto, che ha permesso l'approvazione di due leggi specifiche sul cosiddetto Piano di Rinascita, non vi è traccia negli Statuti delle altre Regioni ad autonomia speciale. Bisogna comunque ricordare per quanto attiene la Sardegna centrale, che lo sviluppo industriale che venne portato avanti in maniera forzata con questi provvedimenti legislativi innescò un importante processo di modernizzazione della società barbaricina. Questo processo però non fu in grado di configurare compiutamente un modello alternativo perché la crisi che lo coinvolse ridusse notevolmente la sua attrattività e la sua capacità di espansione. Oggi, purtroppo, la situazione della Sardegna centrale ha subito un peggioramento preoccupante che può sfociare in una pericolosa instabilità sociale. Per questo ritengo doveroso affrontare, all'interno della discussione del nuovo Statuto, la questione delle zone interne, perché non risolverla significherà fallire nella costruzione del nuovo progetto di Statuto.

In cinquantotto anni di autonomia, lo Statuto, a partire anche da queste problematiche, come dicevo prima, che permangono immutate nella loro drammaticità, ha mostrato i suoi limiti, però bisogna anche dire che è stato fondamentale nel valorizzare ed accrescere la qualità della nostra autonomia ed il valore della nostra identità. Diversi sono stati negli anni i tentativi di riformarlo; per ultimo lo sforzo portato avanti nella precedente legislatura, come veniva ricordato, nella quale era stata avvertita la necessità di estendere il dibattito oltre il Consiglio regionale individuando un modello, quello dell'Assemblea costituente, che abbiamo ritenuto di difficile attuazione e superato rispetto all'approfondimento dei problemi fatto nel dibattito odierno, che ha posto giustamente al centro il ruolo primario del Consiglio come organo legislativo del popolo sardo su cui imperniare positivamente quel processo virtuoso di animazione, di partecipazione, di elaborazione, di proposta dei diversi corpi sociali presenti nell'Isola, senza disconoscere le sue competenze e prerogative.

Io sono convinto che l'impegno contenuto nei nostri programmi di governo, di approvare il nuovo Statuto entro questa legislatura, vada mantenuto. Per questo reputo coerente con questa impostazione il percorso che abbiamo scelto, di istituire una Consulta regionale di 50 membri, esperti nelle materie di rilevanza per lo Statuto e soprattutto rappresentativi della realtà politica, sociale, economica, imprenditoriale, culturale e dell'associazionismo della nostra Isola. Questo permetterà di attivare un ampio dibattito, che dovrà coinvolgere necessariamente ed obbligatoriamente il meglio della società sarda, sulla cui base elaborare il nuovo Statuto demandando, alla fine del percorso, all'organo legislativo regionale nella sua interezza, il compito di esaminarlo, discuterlo ed approvarlo per poi trasmetterlo al Parlamento nazionale per la sua definitiva approvazione. Io ritengo che questo itinerario rappresenti un ottimo procedimento democratico, perché coinvolge appieno oltre al Consiglio regionale il sistema universitario sardo, il Consiglio delle autonomie locali, il Consiglio regionale dell'economia del lavoro, la Consulta per l'emigrazione, il sistema delle autonomie e i cittadini sardi. Riscrivere lo Statuto - lo abbiamo affermato altre volte - non può essere interpretato come una semplice formalità burocratica perché rappresenta un fatto importante, storico, che attiene alla nostra sovranità e in quanto tale deve essere vissuto appieno e condiviso dal nostro popolo in tutti i diversi passaggi che sono stati previsti. Per questo ritengo importante il lavoro che dovrà portare avanti la Consulta e l'articolazione in due specifici momenti, uno di elaborazione, proposta, e consultazione e l'altro di raccolta delle proposte ed istanze provenienti dalle diverse espressioni della società sulla cui base procede alla stesura finale del testo di riforma.

Del primo momento, della cosiddetta fase di avvio, come veniva ricordato dal relatore, faranno parte istituzionalmente tutti i consigli elettivi delle autonomie locali. Nel secondo il comitato, organo rappresentativo di seconda istanza, avrà il compito di portare a sintesi un vero e proprio progetto di Statuto, che conterrà le diverse indicazioni e sollecitazioni provenienti dai territori. Sono convinto che con i tempi previsti per ciascuna fase il lavoro possa concludersi positivamente entro un anno. Certo la sfida richiede laboriosità, ma è anche coinvolgente e avrà una buona riuscita se la Consulta saprà lavorare con rigore in modo da predisporre, entro il quarto mese dal suo insediamento, un testo di nuovo Statuto da trasmettere ai comuni e alle province della Sardegna, per dare vita a quel percorso strutturato e di coinvolgimento delle autonomie locali, dei cittadini residenti nell'Isola e dei sardi emigrati anche tramite le loro organizzazioni, delle associazioni ed degli altri soggetti operanti nell'Isola, che dovrà alla fine portare all'approvazione da parte della Consulta di un testo definitivo ampiamente condiviso, da trasmettere al Consiglio.

In questo scenario, in cui è esaltato il ruolo del Consiglio, io credo che possiamo aprire, dal punto di vista politico, una fase nuova, basata sulla ricerca di un confronto costruttivo che parta dalla condivisione delle riforme da portare avanti. Sono altresì convinto che un processo di riforma importante come quello che intendiamo attuare, ha necessità del più largo consenso all'interno e all'esterno di quest'Aula. Per questo il confronto fra maggioranza e minoranza, su un tema come quello dei principi costitutivi della nostra autonomia, deve portare all'apertura di una fase politica incentrata sulla ricerca dei punti di convergenza comuni e sul consenso democratico da assicurare a tutto il processo riformatore. In questo modo il Consiglio regionale, e con esso la classe politica sarda, potrà difendere la propria autorevolezza ed il proprio prestigio e ridare attualità ad una delle questioni maggiormente e profondamente sentite dal nostro popolo. E' vero che i concetti di autonomia, di identità, di specialità assumono oggi una diversa connotazione, perché si tratta di colmare un divario con il resto dell'Europa che non è solamente quantitativo, ma è anche e soprattutto qualitativo, su cui pesano in maniera sfavorevole alcune azioni dello Stato, a partire dalla mancata soluzione del problema delle entrate, e dell'Unione europea, quando questa non riconosce gli effetti negativi determinati dall'insularità. Per questo la carta fondamentale dei sardi, il nuovo patto di cittadinanza del nostro popolo nell'ambito nazionale ed europeo, il patto costituzionale tra la Regione e lo Stato, dovrà essere uno statuto di principi e di poteri, un patto tra eguali che fissi obblighi per lo Stato e per l'Unione europea ed una più definita sovranità per la nostra Isola. Il nostro problema oggi è quello di farci ascoltare di più in Europa, di contare di più all'interno di quel circuito decisivo in cui sono assunte le decisioni che riguardano il nostro futuro e che dovranno vederci all'interno di un processo di integrazione sempre più riconoscibili. Integrazione non significa perdere la nostra identità, anzi bisogna fare in modo che questa diventi l'arma vincente per aprire nuovi orizzonti di comunicazione e far valere le nostre aspettative ed i nostri bisogni. Ed è in questo ambito, utilizzando le chiavi interpretative giuste che ci permettano di capire la realtà odierna, che noi possiamo dischiudere una vera stagione di riforme, che metta al primo posto l'inserimento della nostra Isola all'interno di quel mutamento epocale che vede oggi una rapida trasformazione del modo di produrre, di lavorare, di comunicare, di vivere non solo nella Comunità economica europea, ma nel mondo.

Per questo ritengo che questo Consiglio, nella sua interezza, abbia il dovere di individuare un quadro certo di riferimento, che superi visioni del passato e definisca in questo senso un nuovo confronto, che faccia vivere alla Sardegna una vera, fruttuosa ed esaltante stagione di riforma. Grazie.

PRESIDENTE. Grazie onorevole Floris. Con l'intervento del consigliere Floris concludiamo la seduta antimeridiana. I lavori riprenderanno questa sera alle ore 16 e 30. La seduta è tolta.

La seduta è tolta alle ore 13 e 48.