Seduta n.58 del 22/12/2004 

LVIII Seduta

(Antimeridiana)

Mercoledì 22 dicembre 2004

Presidenza del Presidente Spissu

indi

del Vicepresidente Paolo Fadda

indi

del Presidente Spissu

La seduta è aperta alle ore 10.25.

CASSANO, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del giovedì 2 dicembre 2004, che è approvato.

Sull'ordine del giorno

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'elezione di un segretario del Consiglio regionale in rappresentanza nell'Ufficio di Presidenza del Gruppo Misto. Forse non abbiamo il numero legale per procedere alla votazione. Possiamo sospendere la seduta per dieci minuti e riprendere il lavoro alle 10 e 35.

Ha domandato di parlare il consigliere Fadda. Ne ha facoltà.

FADDA PAOLO (La Margherita - D.L.). Io credo che si possa procedere con la discussione del DPEF; poi con la nomina, Presidente, perché altrimenti non riusciamo a farcela nei tempi prestabiliti.

PRESIDENTE. Onorevole Fadda, sospendiamo la seduta per dieci minuti per consentire ai colleghi di essere in Aula, anche per rispetto nei confronti di chi deve prendere la parola. I lavori riprenderanno alle 10 e 37.

(La seduta, sospesa alle ore 10 e 27, viene ripresa alle ore 10 e 49.)

Elezione di un Segretario del Consiglio regionale

Votazione a scrutinio segreto per schede

PRESIDENTE. Colleghi, riprendiamo la riunione e procediamo alla votazione per l'elezione del segretario. Ricordo che il Gruppo Misto ha chiesto, ai sensi del secondo comma dell'articolo 4 del Regolamento, che si proceda all'elezione di un segretario. L'Ufficio di presidenza ha deliberato di accogliere tale richiesta e quindi si può procedere alla votazione. Ciascun consigliere può scrivere sulla scheda un solo nominativo, risulterà eletto il consigliere che, essendo iscritto al Gruppo Misto, ottiene il maggior numero di voti; a parità di voti è eletto il più anziano di età.

Indico la votazione a scrutinio segreto, per schede, per l'elezione di un segretario. Invito i Segretari a procedere alla chiama.

(Seguono la votazione e lo spoglio delle schede)

Risultato della votazione

PRESIDENTE. Proclamo il risultato della votazione:

Presenti 65

Votanti 64

Astenuti 1

Schede bianche 22

Hanno ottenuto voti: Cherchi Oscar, 32; Ibba Raimondo, 10.

Viene proclamato eletto Segretario del Consiglio Oscar Cherchi.

(Hanno preso parte alle votazioni i consiglieri: ADDIS - AMADU - ATZERI - BALIA - BARRACCIU - BRUNO - CACHIA - CALIGARIS - CALLEDDA - CAPELLI - CAPPAI - CASSANO - CERINA - CHERCHI Oscar - CONTU - CORDA - CORRIAS - CUCCA - CUCCU Giuseppe - CUGINI - DAVOLI - DEDONI - FADDA Giuseppe - FADDA Paolo - FLORIS Mario - FLORIS Vincenzo - FRAU - GESSA - GIAGU - LA SPISA - LADU - LAI - LANZI - LICANDRO - LICHERI - LIORI - LOMBARDO - MANCA - MANINCHEDDA - MARRACINI - MARROCU - MASIA - MATTANA - MORO - MURGIONI - OPPI - ORRU' - PACIFICO - PETRINI - PILI - PINNA - PIRISI - RASSU - SALIS - SANCIU - SANNA Alberto - SANNA Francesco - SANNA Franco - SANNA Matteo - SCARPA - SECCI - SERRA - SORU - VARGIU.

Si è astenuto: il Presidente SPISSU.)

Continuazione della discussione generale del Documento di programmazione economica e finanziaria (DPEF) 2005-2007. (Doc. n. 2/A)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la continuazione della discussione del documento numero 2. È iscritto a parlare il consigliere Floris Mario. Ne ha facoltà.

FLORIS MARIO (Gruppo Misto). Signor Presidente e colleghi del Consiglio. L'attuale DPEF, per quanto possa essere considerato, come mi pare da tutte le parti, di transizione o propedeutico a scelte più durevoli nel tempo e di maggiore impatto sul sistema socio-economico della Sardegna, non può essere considerato comunque un documento di ordinaria amministrazione, ma un atto che può alimentare le future scelte strategiche della Sardegna. Si tratta comunque di un tassello importante nella nostra autonomia, di una verifica del nostro sistema economico, ma anche del nuovo assetto costituzionale che ha parificato la posizione dello Stato, della Regione e degli Enti Locali. Trovare, quindi, questo punto di equilibrio delle funzioni, delle competenze e delle risorse di ciascuno di questi soggetti è un imperativo categorico perché ciascun livello di governo possa svolgere al meglio le proprie funzioni ed esercitare i propri poteri, senza sovrapposizioni.

Giova ricordare però, per noi che ci siamo da diverso tempo in questo Consiglio e per coloro che sono venuti da poco, la genesi del DPEF, che non nasce da un'idea sviluppatasi nella nostra Isola, ma a seguito del sorgere di una nuova esigenza nella programmazione statale, quella tendente a coniugare gli obiettivi di sviluppo con le risorse finanziarie. La differenza, come è facile intuire, è abissale: mentre lo Stato predispone il piano della spesa e su di esso modula e fissa il gettito fiscale, prevedendo se è il caso di accedere anche all'indebitamento, ma decidendo sulla base di risorse certe e certificate, il DPEF regionale è molto più approssimativo, con quasi nessuna capacità di incidere sulla programmazione, quasi una dichiarazione di intenti. È un rito che si compie di anno in anno, senza un quadro finanziario che indica linee d'indirizzo, accettando peraltro il vincolo esogeno dei fondi e delle risorse comunitarie, delle risorse finanziarie provenienti dallo Stato, pensiamo alle risorse Cipe, che hanno seguito e seguono vie autonome rispetto al documento di programmazione economica e finanziaria.

Durante la mia presidenza ho chiesto ufficialmente in quest'Aula di trasformare il DPEF in un documento che ogni anno ad una certa data comunichi al Consiglio regionale lo stato dell'arte, ovverosia la strada tracciata, quella che è stata percorsa, se è stata percorsa bene, quali sono gli scostamenti e le variazioni, i motivi di queste variazioni e di questi scostamenti e le modifiche intervenute nel settore delle entrate. In buona sostanza un monitoraggio dell'anno precedente, capace di valutare i risultati raggiunti per conoscere l'impatto sullo sviluppo e quindi di riorientare la spesa. In una parola: un documento con l'indicazione puntuale di quello che è stato e di quello che sarà per delineare nuove strategie. Il documento dovrebbe essere diviso in due parti: una prima di natura esclusivamente tecnica e di informazione, che dovrebbe dar conto dettagliatamente dello stato di attuazione delle leggi regionali, dei programmi regionali e di quelli demandati alla Regione, specificando per ognuno di questi i risultati conseguiti in termini quanti-qualitativi e politici e l'incidenza sugli stessi delle risorse finanziarie impiegate: in sostanza costi e benefici; la seconda parte politica programmatica, prendendo come base i risultati della prima, dovrebbe proporre le modifiche alle leggi e ai programmi che si rendono necessarie per correggere e migliorare l'operatività e l'efficacia degli interventi e indicare i nuovi programmi e le leggi necessari per la loro realizzazione.

Detto questo, però, dobbiamo riconoscere, come è detto anche nel DPEF, che occorre una programmazione di più lungo periodo che, senza scomodare i vecchi piani generali di sviluppo, sappia rispondere alla doppia esigenza politica e di programmazione: politica, perché con l'elezione diretta del Presidente e col bipolarismo è giunto il momento, ed è giusto anche, che chi si presenta al corpo elettorale lo faccia indicando un patto e una programmazione di legislatura, dosando e stabilendo una scala di priorità degli interventi nell'arco di cinque anni di governo; di programmazione, perché è necessario fissare in un documento gli obiettivi, le strategie, le linee d'intervento e le azioni sulle quali basare il raggiungimento degli obiettivi, a medio termine e a lungo termine. Di più: nel documento pluriennale occorre inserire gli obiettivi e le linee strategiche per il piano di rinascita - che non è morto con l'intesa istituzionale di programma - i rapporti con l'Unione Europea, l'insularità, i rapporti con lo Stato, l'APQ (accordo di programma quadro) delle entrate della Regione.

Vorrei dire però che da questo DPEF noi ci aspettavamo di più e di meglio. Le premesse per tali aspettative erano state esplicitamente enunciate almeno per quanto riguarda questi tre punti: primo, il rinnovamento della prassi di governo regionale mostrando maggiore concretezza, realismo, determinazione; secondo, l'affermazione dei valori della condivisione, della partecipazione, della trasparenza e della concertazione; terzo, il recupero e la valorizzazione dei valori della sardità. A me pare che il documento non sia il risultato di una consultazione di tutti gli attori economici e sociali isolani e della conseguente predisposizione tecnica e politica della Giunta, perché non c'è la politica, né tanto meno frutto di un'attività di concertazione con le parti sociali.

E' opportuno che su questo punto si faccia chiarezza, posto che la concertazione è un valore autonomistico che ha permesso alla Sardegna, nei momenti più esaltanti, di crescere e avanzare, con tante battaglie popolari unitarie. Alla validità di tipo tecnico si contrappone una carenza di tipo politico, nel senso che non risulta evidente la prospettiva perseguita, né adeguatamente percepibile il percorso, i mezzi, le modalità, i tempi per il raggiungimento di queste finalità. Da questo punto di vista penso sia utile e necessario che il DPEF venga completato esplicitamente con formali dichiarazioni rese al Consiglio dal presidente Soru. Nulla da eccepire sui principi e sui propositi, il problema è che manca il supporto di precise indicazioni per la loro effettiva realizzazione. In taluni casi si presentano, a nostro giudizio, ipotesi che si elidono reciprocamente, come avviene a proposito delle politiche attive del lavoro, prima indicate in alternativa alle politiche passive del lavoro e poi depotenziate in quanto fantomatici e non meglio precisati studi di mercato degli anni novanta, avrebbero dimostrato che esse non determino di per sé una crescita occupazionale.

Forse l'esempio più evidente della mancanza di precisione e determinatezza del documento, e quindi delle strategie da porre a base dell'azione politica, è costituita dal punto dedicato alle priorità. Si dice: "Il DPEF 2005-2007 introduce una nuova visione integrata dello sviluppo regionale quale passo iniziale del processo di programmazione che condurrà al citato Programma Regionale di Sviluppo e alla sua attuazione. Tuttavia esso si colloca anche in uno scenario di autentiche emergenze economiche, territoriali e sociali, che impongono un quadro di priorità all'azione di governo". Segue l'elencazione delle priorità, o meglio di ben nove problematiche che costituiscono altrettante matrici di priorità, posto che da ciascuna di esse si possono evincere tantissime priorità. Le priorità sono tali da comprendere moltissime delle esigenze esistenti, pertanto è evidente che quelle indicate non possono in effetti considerarsi tali, perché non costituiscono gli elementi risultanti da una scelta effettiva.

Sono rimasto un po' sorpreso, Presidente, dai punti indicati nelle politiche per l'impresa, l'industria e l'energia. Nelle pagine dedicate a questi argomenti, da un lato domina l'indeterminatezza di modalità e tempi e dall'altro la mancata considerazione di problemi inderogabili e urgenti, quali quelli della frantumazione del sistema imprenditoriale regionale in 142.000 unità, quasi tutte micro e piccole imprese, la diffusa sottocapitalizzazione, la scarsezza di competitività, gli effetti negativi dell'insularità e quant'altro. Ora, soffermarsi sull'importanza della scelta di incrementare i prestiti d'onore o sull'importanza degli incubatori d'impresa o di altri strumenti di certo utili, ma non significativi, mi ha dato l'impressione di una sottovalutazione dei veri e reali problemi dell'impresa.

Certo, c'è il problema dell'equilibrio dei conti; è vero che i conti regionali risultano fortemente squilibrati e che quindi si rende indispensabile una forte azione per il loro riequilibrio. Si enunciano varie soluzioni: cessioni di beni, riqualificazione della spesa, rinegoziazione delle fonti di entrata, ma non risultano chiaramente espressi né forniti gli elementi per una scelta ragionata. E' emblematico anche il richiamo alla riqualificazione della spesa, chi è che non è d'accordo sulla riqualificazione della spesa? Si tratta di vedere quali voci entrano in questa riqualificazione e quali no. E' comunque da ribadire che la via principale da percorrere rimane quella dell'ottenimento da parte dello Stato di quanto da esso dovuto alla Sardegna con la ridefinizione delle percentuali di storno da devolvere alla Regione, delle imposte e delle entrate tributarie conseguite nell'Isola. Non sfugge a nessuno che questa via non ha tempi certi, ma è anche vero che più tardi si inizia l'azione di contrattazione nei confronti dello Stato e più si allontana l'esito positivo.

Infine, mi si consenta di fare un'osservazione, mi sembra doveroso richiamare una circostanza che a me pare grave: la concezione del documento, la sua struttura, i suoi contenuti, le strategie, gli obiettivi non paiono informati alla specificità ed esclusività del contesto socio-economico sardo, nel senso che se la Regione di riferimento fosse un'altra, probabilmente gli elementi indicati in presenza dei problemi cui si riferiscono avrebbero ricevuto analoga trattazione. In particolare, al di là di qualche sfumatura e di qualche riferimento vago, non si considerano neppure parzialmente le implicazioni della prospettiva nazionalitaria.

Detto questo, signor Presidente, mi consenta di uscire un po' dagli schemi usuali dei rapporti istituzionali e di rivolgermi personalmente a lei, a cui indirizzai, in tempi non sospetti, il plauso per aver scelto, anche in modo sofferto, di impegnarsi per la sua e per la nostra terra, per il suo e per il nostro popolo. Lei sa quanto me che, al di là dei programmi di sviluppo, dei DPEF e della manovra finanziaria, lo sviluppo della nostra regione dipende da come saremo in grado di usare le nostre risorse, anche umane, le nostre ricchezze ambientali e culturali, da come sapremo trasformare il molto che abbiamo in capacità di competere con successo in Europa e nel mondo. Trasformare lo sviluppo potenziale in uno sviluppo reale e sostenibile è la sfida principale che abbiamo davanti. Dobbiamo e possiamo essere ottimisti. La nostra identità e la qualità del nostro ambiente sono dotazioni rare, preziose, per non dire uniche, a poca distanza da uno dei mercati più ricchi e più ampi dell'economia globale. I mercati ricchi premiano, e lo faranno sempre di più in futuro, i prodotti che riflettano le qualità riconoscibili e affidabili di un territorio, di una cultura, di un sistema Sardegna in cui la reputazione di ognuno arricchisce quella di tutti coloro che ne fanno parte e ne seguono le regole. Tutto questo, però, dipende prima di tutto da noi, dalla capacità che avremo di coniugare lo sviluppo e la politica. Senza una politica regionale efficace, è difficile trasformare la prospettiva di sviluppo in realtà perché non abbatte la rassegnazione diffusa in molte aree della Sardegna, non crea fiducia nel futuro, non supera gli ostacoli.

Ecco perché mi permetto di richiamare la sua e la nostra attenzione sul ruolo insostituibile dei partiti politici. Come si può trasformare la Sardegna, come si può pensare a una contrattazione forte nei confronti del Governo nazionale, come si può pensare alla battaglia per superare i problemi dell'insularità o per le risorse finanziarie senza questo impegno? I partiti esistono non solo per gli aspetti giuridici, istituzionali, culturali e storici, ma perché esiste l'uomo con la sua dignità, i suoi diritti e soprattutto perché sono finalizzati alla promozione della dignità umana. Quando parlo dell'uomo non mi riferisco all'uomo singolo, ma all'uomo cittadino, popolo, comunità politica. I partiti non sono, come qualcuno pensa, fortini da espugnare, non sono corpi estranei, ma libere associazioni che, nel rispetto degli altri partiti, si ritrovano attorno a comuni ideali politici e concorrono democraticamente con essi a rappresentare l'orientamento politico della comunità. Negare questo ruolo ai partiti significa mettere in discussione i valori della democrazia e della libertà e i diritti inviolabili e irrinunciabili dell'uomo. I partiti sono animati da ideologie, da una forte base dottrinale e filosofica, da un complesso di principi ispiratori che ne rappresentano il collante. Parlo, ovviamente, dei nuovi partiti, dei partiti formati non da burocrati o dei partiti da mercato, ma dei partiti che non sono più un ricordo del passato, anche perché quando manca la sintonia tra ideologia e azione politica qualunque movimento è destinato ad estinguersi e a dissolversi.

Ho presieduto per due volte la Regione, mantenendo vivo il rapporto con la maggioranza e con la minoranza e chiedendo sempre il contributo dei partiti che si dividono su tante cose, ma non su fondamentali esigenze comuni e non di parte. Non si possono vincere le grandi battaglie per lo sviluppo della Sardegna se ci si chiude nel proprio isolamento che, per quanto dorato e bello, non può avere la forza per abbattere il potere delle forze politiche nazionali che si dividono su tutto, ma sono unite nel negare i giusti diritti della Sardegna.

Ecco perché è necessario smussare e chiarire. Questo compito è di tutti, ma principalmente è di chi è a capo della nostra comunità, dal quale ci aspettiamo molto, molto di più rispetto al passato, per i poteri che esercita e per la forte speranza che ha suscitato in tutta la Sardegna. L'attuale documento ha bisogno di essere chiarito da una dichiarazione del Presidente, perché, lo ripeto, la politica va avanti al di là delle cose che vengono scritte più o meno bene, più o meno brillantemente dai nostri funzionari o dalle società che chiamiamo per produrre questa grande marea di carte, ma è necessario che, al di là di tutto, prevalga questo sentimento, che credo sia unitario in tutte le forze politiche della Sardegna.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Ladu. Ne ha facoltà.

LADU (Fortza Paris). Signor Presidente, Assessori, colleghe e colleghi, quest'Aula oggi viene chiamata a discutere il Documento di programmazione economica e finanziaria, documento che io stesso recentemente non ho esitato a definire una scatola vuota per due ordini di motivi: il primo è che, di fatto, il DPEF si è dimostrato un mero esercizio stilistico, infarcito di nozionismi ed enunciazioni di principio e spesso in netta contraddizione e controtendenza rispetto alla legge di bilancio e all'intero complesso della manovra finanziaria. Per di più, rispetto al passato, mi pare di poter affermare che ci troviamo davanti a un documento dai contenuti di un tenore volutamente basso, più un adempimento che non un atto teso a rappresentare il modello di nuova Regione, tanto caro al presidente Soru. Noi lo aspettiamo questo nuovo modello e devo dire che poniamo molta attenzione a questo. Il secondo motivo è che la stessa maggioranza attribuisce scarso significato politico al DPEF, se è vero, come è vero, che il Presidente della Commissione bilancio, il collega Secci, attuando una sorta di difesa d'ufficio, ha messo le mani avanti dicendo che il documento di programmazione esitato dalla Commissione rappresenta un atto di transizione, una tappa per arrivare a ciò che in effetti rappresenta la vera summa della filosofia soriana: il piano regionale di sviluppo. Su questo strumento noi siamo perfettamente d'accordo, anche se ce ne sono mille altri, però se arriva ben venga, noi lo discuteremo con spirito sicuramente propositivo, però non possiamo fare a meno di sottolineare che con i tempi che sono stati impiegati si poteva presentare un documento di ben altro spessore.

Mi chiedo a questo punto: è il caso di discutere questo provvedimento? Forse la maggioranza bene avrebbe fatto a trovare il coraggio, che non ha avuto, di evitare di presentarlo, adottando un provvedimento legislativo ad hoc, facendo così guadagnare tempo prezioso all'Assemblea. Infatti, l'articolo 1 bis della legge numero 11 del 1983, in materia di bilancio e contabilità della Regione, attribuisce valore vincolante al DPEF, ma dal 1998 - quando fu introdotto con apposito provvedimento legislativo - ad oggi questo documento ha perso efficacia, fino a risultare quasi avulso dal contesto della manovra finanziaria. Tuttavia, visto che tale coraggio è mancato, non mi sottrarrò dall'effettuare alcune considerazioni in merito.

Da una semplice comparazione dei contenuti del DPEF, con le corrispondenti poste di bilancio, ci rendiamo conto di trovarci di fronte a un documento nel quale alle affermazioni di principio non corrispondono finanziamenti conseguenti, questo è il vero limite di questo DPEF. Sembra quasi che a scrivere il DPEF e il bilancio siano stati due soggetti diversi e completamente separati e spesso in contrasto tra loro. Così come nel DPEF, a pagina 50, a proposito della cultura identitaria si afferma: "Un cruciale ambito di intervento è inoltre quello della cultura identitaria, per promuovere la conoscenza della cultura sarda nelle sue molteplici espressioni e valorizzare il patrimonio linguistico nel contesto di una generale educazione e formazione al pluralismo.". Queste sono parole bellissime che io condivido in pieno, peccato che poi nel bilancio ci troviamo davanti, come in taluni casi, anche all'azzeramento di capitoli che riguardano le iniziative per la tutela e la valorizzazione della lingua e della cultura sarda. C'è davvero da rimanere di stucco! Si tratta di schizofrenia politica o, peggio, di cattiva fede? Lo stesso discorso vale per la formazione professionale, infatti al punto 4.2 si dice che la Regione deve combattere la dispersione scolastica garantendo il diritto allo studio con una maggiore dotazione di mezzi e strumenti e poi, a causa dei tagli, si mette in discussione l'avvio stesso dei corsi dell'obbligo formativo, uno degli strumenti fondamentali per il recupero della dispersione scolastica, gettando nella disperazione migliaia di studenti e di famiglie, e non rispettando neanche gli impegni assunti da questo Consiglio con una mozione approvata all'unanimità. Sull'obbligo formativo e la formazione professionale oggi c'è una grande confusione a danno degli studenti, delle famiglie e dell'intero corpo docente.

Altro tasto dolente è l'assenza di precisi impegni nel cruciale settore delle politiche attive del lavoro. Prova ne sia il fatto che non sono stati confermati gli impegni finanziari che la Regione aveva assunto con la legge 24 dicembre 1998, numero 36, sulle politiche del lavoro, compreso il piano straordinario per il lavoro. Anche su questo non è chiaro cosa voglia fare questa maggioranza, mi auguro che da questo dibattito emerga qualcosa di più significativo e comprensibile. Non si riescono inoltre ad individuare precisi impegni in materia di imprenditorialità sia giovanile che femminile. Tale assenza è destinata a far mancare certezze ad un mondo che invece deve essere circondato dalla massima attenzione, per le potenzialità che è destinato ad esprimere, se vogliamo creare un nuovo tessuto imprenditoriale sardo.

Di più, il mondo agro-pastorale, una delle risorse storiche della Sardegna, oggi attraversato dalla crisi peggiore della nostra storia autonomistica, meriterebbe ben altra attenzione che non gli ennesimi tagli indiscriminati che rischiano di far morire questo comparto, sul quale invece bisognerebbe puntare per disegnare un nuovo modello di sviluppo economico per la nostra terra. Al contrario, registriamo un'intransigenza su tutti i fronti, con il risultato che sono andate deluse tutte le aspettative degli operatori del settore e delle associazioni sindacali e di categoria. Allora, Presidente Soru, a quale nuovo modello e a quale nuova Regione si ispira la sua filosofia politica? Certamente non coincide con quella che esprimono i pastori che ieri, esasperati dalla crisi, sono scesi in piazza per manifestare il loro malcontento sul prezzo del latte che, pur non essendo ancora definito, sappiamo che potrebbe essere dimezzato rispetto agli anni scorsi, in un momento in cui invece le spese sono sempre in aumento. Ieri il Presidente Soru è volato a Roma per parlare con il Ministro Alemanno; ha fatto bene, secondo me è stato un segnale positivo, importante quello di essere andato subito dal Ministro per cercare di trovare una soluzione, però sappiamo anche che non si è presentato avendo in tasca un piano di rilancio dell'intero settore, quindi posso anche immaginare le risposte che può aver avuto dal Ministro. Se invece avesse avuto un piano avrebbe potuto avere anche le carte in regola per contestare il Ministro del Governo nazionale. Signor Presidente, quando avrà completato la sua opera ci troveremo di fronte a delle macerie, con il bel risultato che quanto di buono è stato fatto sino ad oggi non verrà valorizzato e andremo incontro ad una crisi sempre più profonda. Credo che la Sardegna, la nostra terra, meriti di più e di meglio.

Anche per quanto riguarda lo sviluppo turistico, al quale il DPEF, nelle pagine 75 e 76, dedica un'attenzione particolare definendolo il settore economico di maggior potenzialità e il volano di un possibile modello di sviluppo economico e sociale, l'ultima legge approvata dal Consiglio impone un regime vincolistico destinato a mortificare tutte le potenzialità del settore facendo retrocedere la Sardegna proprio in un momento nel quale invece era in netta ripresa. Si è detto in questo Consiglio, in diversi interventi, che i posti letto sono già troppi, e che gli alberghi in moltissimi casi sono cattedrali nel deserto. Su queste affermazioni, sulle quali non sono d'accordo, la discussione va approfondita meglio. Può darsi che in qualche caso si sia verificato questo, però nella stragrande maggioranza dei casi sicuramente non è così. Mi chiedo se questa linea di fondamentalismo ambientalista contro tutto e tutti possa essere appagante per alcune forze politiche che hanno sostenuto il Presidente Soru e che durante la campagna elettorale hanno sostenuto ben altre tesi sul modello turistico.

Peraltro il DPEF risulta carente in diverse parti, non vi è riferimento alcuno agli strumenti economici che ben utilizzati basterebbero a dare un notevole impulso allo sviluppo, favorendo un positivo clima di investimenti per la Sardegna. In questo si intravede l'assenza di una vera strategia. A causa di ciò il mondo imprenditoriale, turistico, industriale, agricolo e produttivo in genere è disorientato. Assistiamo ad una involuzione che rischia di far perdere alla nostra Isola l'ulteriore possibilità di posizionarsi nella competizione dei mercati nazionali ed internazionali, per via dell'handicap dell'insularità che non ci consente uno sviluppo economico armonico. Si è detto che l'obiettivo è risanare il bilancio ed è condiviso da tutti, noi ci rendiamo perfettamente conto che questa situazione va in qualche modo sanata, però in modo graduale e senza intaccare le politiche del lavoro e dell'occupazione. Anche il capitolo dedicato ai trasporti e ai collegamenti da e per la Sardegna è assolutamente insufficiente, non si intravede infatti una linea di tendenza per potenziare la cosiddetta continuità territoriale sia per quanto riguarda il trasporto delle persone, sia per quanto riguarda il trasporto merci, eppure in un'isola come la nostra i collegamenti sono strumento strategico per lo sviluppo economico, quando si parla di turismo, di industria e di scambi commerciali. Per di più, ampie parti sono state palesemente copiate male da precedenti piani, e non sono soltanto le conclusioni che sono state copiate, posso dimostrare che molte parti del capitolo relativo ai trasporti sono state quasi completamente copiate. Non basta indicare le cause del sottosviluppo, ma bisogna dire anche con quali medicine si vuole curare il malato, questo ieri l'ha sostenuto il collega Vargiu, io oggi aggiungo anche che la malattia si può curare mantenendo in vita il malato e non uccidendolo.

Ho sentito voci preoccupate, critiche, anche di alcuni colleghi della maggioranza, il collega Maninchedda, il collega Uras che ha tentato di dire qualcosa di sinistra finalmente, ma non credo che queste dichiarazioni piuttosto isolate saranno in grado di cambiare le cose, perché abbiamo già visto in precedenza cosa è successo. Per chiudere questa disamina, voglio ricordare che nel DPEF, a parte alcune timide enunciazioni, non è indicata una soluzione per stabilire quali sono le priorità in materia di fonti di approvvigionamento energetico al fine di dotare la nostra terra di energia alternativa, la cui carenza ha oggi ripercussioni perniciose per tutto il comparto economico, produttivo e sociale della Sardegna. Voglio ricordare che sulla realizzazione del metanodotto dall'Algeria attraverso la Sardegna, progetto condiviso anche dall'Unione Europea, questa Giunta sta balbettando senza un preciso orientamento, per non dire del cavo di collegamento dalla Sardegna all'Italia su cui si sta giocando al ribasso per la paura di osare. Stessa cosa dicasi per l'energia alternativa su cui tutto è nebuloso e indefinito. Tutto questo in un momento nel quale i costi energetici stanno tartassando i settori produttivi e le famiglie.

Credo, signor Presidente, e ho finito, che ci troviamo di fronte ad un documento dal taglio aziendalistico e dirigistico, che dà l'impressione di essere stato predisposto da un uomo solo al comando, un uomo dai propositi ancora non ben definiti; oggi, invece, c'è bisogno di un nuovo protagonismo del popolo, degli enti locali e della società civile, ed è da qui che dobbiamo partire, cioè dal basso.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Atzeri. Ne ha facoltà.

ATZERI (Gruppo Misto). Signor Presidente, signori Assessori, colleghe e colleghi consiglieri demotivati e tristi. Questo lo dico perché in una occasione così importante come la discussione del documento di programmazione economico finanziaria, è palpabile la rassegnazione, e questa tristezza che stride con il periodo prenatalizio mi obbliga a parlare prima di tutto di un DPEF io credo orientato al buon senso, al realismo; se dovessi dar sfogo alla mia fantasia troverei mille motivazioni per censurarlo, per denigrarlo o viceversa, a seconda del gioco delle parti. E sarei in una posizione ideale per fare questo perché nella passata legislatura noi pochissimo abbiamo concorso a creare questi disagi. Parlo di una condizione di tristezza come quella della parte più importante che dovrebbe aiutarci a concretizzare il documento. E' impensabile che i sogni, i desideri, i percorsi politici si concretizzino senza il supporto della parte burocratica del personale, al quale voglio dedicare poche battute.

Il Presidente Soru e la sua Giunta hanno ereditato la classica patata bollente: la vicenda del personale è stata diluita fino alla vigilia pre-elettorale e le aspettative di questo corpo burocratico sono state abbondantemente alimentate, per poi infrangersi di fronte ai tristi ma innegabili conti presentati dalla Corte dei Conti. Ragion per cui abbiamo assistito alla manifestazione di protesta che alcune settimane fa si è tenuta sotto il nostro Consiglio, ed allo scoramento dei dipendenti che hanno visto passare comunque il messaggio che li ha dipinti come personale poco professionalizzato, poco motivato, quasi miracolato, fannullone. Io che conosco un po' la realtà del settore pubblico dico che è vero che si annida all'interno delle amministrazioni pubbliche anche un personale un po' distratto, un po' fannullone, ma è impensabile demonizzarlo e accomunare tutti in un girone dantesco di perditempo e truffaldini. E' passato questo messaggio, così come passò tempo fa al Consiglio Comunale di Cagliari l'idea che il Corpo della Polizia Municipale fosse colluso, corrotto e truffaldino a causa di alcune imprudenti frasi pronunciate dal massimo dirigente. Questo non è tollerabile. Io direi che i sindacati che hanno svolto e svolgeranno sempre una funzione democratica vanno nuovamente sentiti, coinvolti, va spiegato loro il programma che la Giunta deve attuare per far aumentare la professionalità dei dipendenti, ai quali deve essere data la possibilità di raggiungere obiettivi desiderati da dieci, quindici, venti anni. Le nuove Province avranno bisogno di personale a tutti i livelli, potrebbe essere questa l'occasione per formare i dipendenti regionali e inserirli nelle costituende Province, l'importante è che la Giunta si faccia voler bene dalla burocrazia che deve attuare il documento economico. Ma il farsi voler bene non vuol dire alimentare ulteriori aspettative che stridano con il buon senso, vuol dire fermarsi, ragionare, perché è giusto riflettere, ma è sbagliato il metodo con cui si è gestito il personale che, ripeto e chiudo, è veramente amareggiato.

In questo documento si parla brillantemente di rinegoziare con lo Stato le entrate dovute alla Regione Sardegna. Infatti è' impensabile che la Regione sarda mantenga questo rapporto di sudditanza, quasi di collusione dei partiti, nei confronti dello Stato che è distratto e non ci consente di incamerare ciò che è dovuto da anni. Questo meccanismo perverso noi lo possiamo aggirare realizzando un ufficio tributario regionale con le capacità e le professionalità che abbiamo nel seno della nostra amministrazione, affinché non si verifichi più, per quanto riguarda l'Irap, una delle imposte indispensabili per il nostro gettito, che un'industria di Sarroch, per il fatto che abbia sede legale in Lombardia, paghi tale imposta in Lombardia la cui Regione incamera la quota che sarebbe invece dovuta alla Sardegna, che tra l'altro deve subire anche l'inquinamento derivante da tale industria; questo sta avvenendo. Lo stesso avviene anche in riferimento ad istituti pubblici come INPDAP o I.N.P.S. che manovrano risorse finanziarie enormi, perché applicano un meccanismo tributario, in base al quale non viene riconosciuta alla Sardegna parte delle risorse finanziarie che vanno nei rivoli delle pensioni e delle prebende. Da tempo la Sardegna subisce questa politica da parte dello Stato che riconosce quando e come vuole, senza contraddittorio, una minima parte di ciò che è dovuto, quindi noi condividiamo la rinegoziazione con lo Stato italiano delle nostre entrate.

Per quanto riguarda l'energia è evidente che dobbiamo analizzare la dipendenza totale della Sardegna che importa il 98 per cento, una percentuale drammaticamente alta, di energia che è di vitale importanza per il nostro sviluppo. In Sardegna il 93 per cento dell'energia è ricavata esclusivamente dal petrolio, a fronte di un 50 per cento nel resto dell'Italia. Questa monocultura quindi ci penalizza, dobbiamo urgentemente individuare alternative e nel DPEF si dà centralità al gas naturale, che è una risorsa che nell'Europa e dappertutto, diciamo, soddisfa un 31 per cento del fabbisogno, noi condividiamo questa scelta. Noi avevamo presentato - a proposito del metano - un'interpellanza l'11 di agosto che chiedeva all'Assessore competente, in questo momento assente, cosa intendesse fare per abbattere i costi sopportati dai sardi e per la realizzazione delle reti di distribuzione, perché nel frattempo che aspettiamo che arrivi questo benedetto gas naturale che allevierà le sofferenze e le tasche dei sardi, dobbiamo dotarci delle reti di distribuzione, non possiamo pensare di portarlo con il secchiello dal Poetto sin dentro le abitazioni. Vanno individuate risorse, che ci sono e sono inspiegabilmente ferme nelle casse della Regione già dalla passata legislatura, e messe a disposizione dei Comuni per abbattere i costi della progettazione di queste reti, reti che ora possono essere alimentate da aria propanata, ma sono realizzate già in modo da essere "metano compatibili". A questa interpellanza non è stata data ancora risposta, la solleciterò, ne parleremo. Per quanto riguarda l'energia eolica, noi Sardisti abbiamo votato a favore dell'emendamento che pone fine a questa arroganza che arriva da oltre Tirreno, che ha scelto la Sardegna come posto dove disseminare, in un modo barbaro e senza controlli, queste utilissime torri eoliche, su cui siamo d'accordo solo qualora venga valutato il loro impatto ambientale perché, nel rispetto del protocollo di Kyoto, dobbiamo produrre energia sufficiente in modo meno inquinante e dannoso per l'ambiente.

Noi abbiamo anche il coraggio, e nel DPEF questo aspetto non poteva essere trattato, ma dobbiamo parlarne, di chiederci se il carbone del Sulcis, dietro un parere autorevole e neutro di una scienza onesta, possa essere utilizzato, perché credo che nel Sulcis si siano bruciati non il carbone, ma patrimoni, patrimoni enormi di risorse finanziarie che hanno drogato l'economia e con le quali abbiamo assistito migliaia di lavoratori. Questo non vuole dire che noi sardisti siamo favorevoli a buttare nel baratro della disoccupazione altri padri di famiglia, però è intollerabile che i trasversalismi politici, che hanno fatto sì che la classe politica sarda tollerasse per lunghi decenni questa vergogna e queste illusioni, costringano ancora la Regione e lo Stato a spendere danaro pubblico e a svenarsi per continuare ad andar dietro ad una chimera industriale che non apporta il minimo beneficio a noi sardi; questo è immorale e antieconomico.

Sul carbone attendo certezze; per quanto riguarda l'eolico abbiamo finalmente, spero tempestivamente, posto freno agli appetiti di alcune grosse aziende; per quanto attiene ai sistemi di termovalorizzazione e fotovoltaici, sappiamo bene che non possono soddisfare subito il nostro fabbisogno energetico. Io da poco nella Commissione agricoltura ho assistito con grande interesse alla presentazione di un sistema di atomizzazione dei rifiuti, una tecnica per me innovativa, rivoluzionaria. Se fosse possibile quantificare i costi di questo nuovo impianto di smaltimento dei rifiuti, sarebbe bene prevederlo nel piano regionale dei rifiuti, perché ha un impatto ambientale minimo, a detta di chi ce l'ha illustrato. Premetto che non faccio parte del Consiglio di amministrazione della società che produce questi impianti, ma come semplice consigliere sono rimasto affascinato da questo strumento che permette, a costi uguali a quelli del termovalorizzatore, di ottenere un residuo compatibile con l'ambiente perché è vetroso e pertanto è utilizzabile nel circuito dell'edilizia. Inoltre ci consentirebbe di non avere più l'affanno imposto da quel giustissimo decreto Ronchi che obbliga i comuni a raggiungere per la raccolta differenziata percentuali più dignitose di quelle sarde che, purtroppo, sono del 3,8 per cento, se non sbaglio.

E allora è necessaria una politica energetica nuova che allontani l'inquinamento che purtroppo esiste già, basti pensare che gli oli pesanti prodotti alla Saras petrolchimica attraversano quotidianamente la nostra Regione per andare ad Ottana ed essere trasformati in energia elettrica, pertanto i tir pieni di questi oli dannosissimi producono una notevole quantità di gas di scarico che inquina l'ambiente di questa Regione. Il Presidente Soru e la sua Giunta, che hanno dimostrato grande sensibilità alle tematiche sardiste, non essendo carenti di cultura, grazie anche all'apporto di intellettuali sparsi nel territorio, quali sindaci, docenti universitari eccetera, hanno messo l'ambiente al centro dell'attenzione, l'ambiente considerato come risorsa e come prospettiva futura, perché non è possibile che la Sardegna diventi la pattumiera dell'Europa.

Questo lo dico a proposito anche degli appetiti dei produttori di scorie nucleari che hanno individuato nella Sardegna una regione statica dal punto di vista geologico e geognostico e invece purtroppo parrebbe che queste certezze non esistano a fronte degli ultimi avvenimenti climatici che hanno creato un po' di panico in alcune parti della Sardegna. Quindi tutte le premesse che servivano ad individuare la Sardegna come terra ideale a ricevere tali scorie per la sua staticità, cozzano oltre che con il nostro buon senso, perché chi produce scorie nucleari è pregato di tenersele in casa propria, anche con la realtà che smentisce i dogmi di geologi più o meno prezzolati, che non vorrei che fossero come quei professionisti che avevano previsto che la sabbia del Poetto da grigio topo sarebbe diventata di un bianco immacolato; purtroppo sappiamo che la scienza non sempre è neutra perché anche i docenti hanno famiglia e case da pagare.

Per quanto riguarda il settore scolastico, invece, noi abbiamo un proconsole che mal si collega con i sindacati e gli operatori scolastici. A questo proposito ho raccolto il disagio degli operatori che si lamentano fortemente dell'atteggiamento di questo proconsole che giustamente risponde a logiche di bilancio, ministeriali, senza pensare alla realtà economica e sociale di questa terra in cui la soppressione di una classe spesso è un dramma, perché la Sardegna non è come la felice Pianura padana - o infelice, a seconda dei punti di vista - nella quale i comuni sono tutti vicini l'uno all'altro e la soppressione di una classe non crea disagi economici alle famiglie che possono trasferire agevolmente i figli da una scuola all'altra. In Sardegna abbiamo una realtà più complessa, una distanza di venti chilometri in linea d'aria diventa di duecento a causa del sistema viario. Soprattutto c'è da tener conto che nella nostra città questo proconsole, sulla base di parametri puramente quantitativi ed economici, ha tagliato classi, ha creato quattromila nuovi disoccupati e ha chiuso l'istituto Nervi e un altro istituto di uno dei quartieri suburbani dove c'è il rischio del diffondersi della microdelinquenza, dove ci sono disagi evidentissimi, alimentando ulteriormente, oltre che i futuri balentes suburbani - spero di sbagliarmi -, la mortalità scolastica.

Allora, come è affermato nelle dichiarazioni programmatiche, la scuola, così come in Catalogna, deve essere un volano di crescita economica e culturale, deve avere un altro ruolo, non possiamo trascurare la scuola pubblica, perché poi diventa la fabbrica ideale dei corsi di formazione professionale. Infatti, se la mortalità scolastica nasce nella scuola pubblica, vuole dire che non si è investito abbastanza sugli operatori, non solo sugli alunni, ma sui genitori, sui docenti: ci vogliono risorse per alleviare questa sofferenza. Questo obiettivo noi vorremmo che nel DPEF, e poi nella manovra finanziaria, fosse perseguito.

Le nostre preoccupazioni dal punto di vista politico sono aumentate quando un ineffabile antropologo alcuni giorni fa, grazie alla generosità di una testata che è molto sensibile alle disavventure del Presidente Soru e della sua Giunta - non so perché, forse lo immagino, però quando c'è da dipingerli nel modo peggiore questa testata è specializzata nel dare notizie nefaste e catastrofiche - con uno stile rancoroso, conosciuto da decenni, ha banalizzato le tematiche dell'identità, della cultura e della lingua. Ha infatti affermato che siccome il sardo è una lingua poco praticata, converrebbe magari portarlo al termodistruttore di cui parlavo prima, licenziarlo, perché l'italiano, e conosciamo i motivi di ciò, è la lingua veicolare più conosciuta; ma è evidente che questo messaggio rappresenta una mezza verità, quindi una bugia. Proprio in questa società multietnica e plurilingue, questo è sottolineato anche nelle dichiarazioni del Presidente Soru e della sua Giunta, si manifesta con forza il rifiuto di farsi omologare, il rifiuto di farsi frullare dalla globalizzazione. Ma come ci si può opporre all'ineffabile antropologo e alle sue rancorose dichiarazioni? Con l'identità, con la propria storia. Ci viene raccomandato in quell'articolo di non essere troppo superbi, di non sopravalutare l'identità e la cultura sarda considerandole come qualcosa di impareggiabile, di bello; ma chi ci tiene ad assumere un atteggiamento così poco credibile? La Sardegna ha la sua identità e con pari dignità si confronta con le altre identità rispettandole pienamente, noi vogliamo solo questo.

Ma come si può pensare che la lingua sarda nelle sue varianti, questa è la sua ricchezza, possa attecchire, possa contaminare, diffondersi, essere conosciuta se non c'è un euro a disposizione. Se non c'è la volontà politica di promuoverne la conoscenza, la diffusione e la contaminazione, la lingua sarda purtroppo sarà parlata e conosciuta solo in provincia, in quelle felici realtà. E' evidente che bisogna ingegnarsi, dal punto di vista giuridico - amministrativo, per avere una lingua ufficiale scritta, ma quella orale deve essere naturalmente parlata e posseduta in tutta la sua ricchezza, non può essere canalizzata in nessuno modo.

Ecco perché vorrei dire all'ineffabile antropologo che voleva imporre tempi e spazi in modo presuntuoso ed anche all'onorevole Caligaris, che quando ci ha trasfuso i suoi globuli rossi con un emendamento che riguardava la lingua, ci ha ricordato che la lingua e la cultura identitaria non sono solo patrimonio del partito sardo: certo oggi possiamo dire con gioia che per fortuna non è solo del Partito sardo, però il partito ha alle spalle almeno la propria storia ed un leader politico come Mario Melis Chiudo riportando le frasi che mi avevano commosso del Presidente Soru, quando ha l'ha ricordato come un politico che ha abbandonato i vecchi slogan un po' vuoti e ha modernizzato il sardismo, portandolo fino a Bruxelles, facendo amare la Sardegna anche in altri posti.

E'con questo messaggio che politicamente noi sardisti verificheremo se nella finanziaria avrete la sensibilità politica di stanziare le risorse, affinché anche in Sardegna si possa essere orgogliosi delle proprie tradizioni, della propria storia, della propria identità e della propria cultura.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Licheri. Ne ha facoltà.

LICHERI (R.C.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Giunta, onorevoli Assessori, onorevoli colleghi, il documento di programmazione economica e finanziaria della Regione sarda si caratterizza per alcuni aspetti innovativi rispetto al passato. Il documento avvia un nuovo sistema di strumenti legislativi, partecipativi e istituzionali che può incidere, attraverso politiche economiche e sociali, sui territori coinvolgendo le popolazioni.

È un documento che, nel proporre i principali obiettivi strategici, tiene conto degli indirizzi e dei protocolli internazionali e dei programmi comunitari che indicano come costruire l'intera programmazione regionale.

Presidenza del Vicepresidente Paolo Fadda

(Segue LICHERI.) Da Goteborg alle ultime dichiarazioni di Barcellona, l'Unione Europea ha tracciato i principi su cui costruire lo sviluppo sostenibile attraverso un'attenta analisi dei diversi settori produttivi e dei servizi.

Il documento di programmazione economica e finanziaria presentato dalla Giunta, e approvato dalla terza Commissione consiliare, si muove attraverso queste linee guida ed inserisce elementi di novità, come il programma regionale di sviluppo che rappresenta il riferimento per il programma regionale dell'intera legislatura. Altro che documento fumoso come è stato definito dai banchi del centrodestra! Il programma, così come già sperimentato in altre realtà, costituisce un punto di riferimento stabile che annualmente può essere modificato e aggiornato attraverso il DPEF, che diverrà quindi strumento di verifica per quanto riguarda l'attuazione dei piani e dei progetti in relazione al quadro economico della Regione.

Questo DPEF, che indica gli indirizzi generali, deve fare i conti con una serie di emergenze economiche, territoriali e sociali che impongono di indicare le priorità su cui costruire tutto il programma regionale. Non vi è dubbio che occorre allora un'attenta analisi delle entrate e delle spese che hanno creato una condizione debitoria che ha costretto questa amministrazione regionale, già nella fase dell'assestamento di bilancio, ad una serie di tagli.

Diventa fondamentale avviare una vera riforma della Regione che passi attraverso una forma reale di piena autonomia, di riorganizzazione interna e di un decentramento che coinvolga effettivamente gli enti locali. Occorre altresì avviare un'azione immediata per il rafforzamento dell'istruzione e della formazione in Sardegna, che deve essere in grado di migliorare la base produttiva e il lavoro. Vi sono altre priorità ben sintetizzate nel DPEF, come l'internazionalizzazione, lo sviluppo locale e rurale, la ricerca, l'istruzione e così via.

Ma per noi Comunisti diventano prioritarie, tenendo conto delle esigenze dei cittadini sardi, sintetizzate bene anche durante le audizioni dalle forze sociali e sindacali, le questioni legate al lavoro. Siamo consapevoli della necessità di diminuire il debito con una politica di risanamento, ma siamo altrettanto convinti che questo aspetto, se pur importante, non può per nessuna ragione al mondo colpire le politiche del lavoro e le politiche sociali. Per questo riteniamo fondamentale rifinanziare il piano straordinario del lavoro, migliorandolo nella sua impostazione generale e in particolar modo nell'utilizzo dell'articolo 19, che rappresenta un elemento forte per il nuovo sviluppo locale. Questo lo voglio ricordare all'onorevole Diana, che nel rispondere ieri all'onorevole Davoli, ha affermato che il piano straordinario del lavoro non ha contribuito ad arrestare lo spopolamento delle zone interne, non ha prodotto occupazione stabile in quei Comuni che hanno utilizzato quella normativa di legge. Queste affermazioni mi fanno pensare che gli emendamenti presentati dal centrodestra sulle politiche del lavoro siano strumentali. Questo perché da una parte Diana sostiene che il piano straordinario del lavoro non serve, dall'altra con l'emendamento numero 6, dice di voler confermare gli strumenti delle politiche del lavoro rinvenibili nel disegno di intervento tracciato dal POR 2000-2006 e dai relativi complementi di programmazione, che prevedono qualificanti interventi innovativi e sperimentali, nonché di voler rifinanziare il piano straordinario del lavoro con la conferma delle previsioni di spesa dell'esercizio finanziario precedente, 172 milioni di euro, addirittura chiedendo il raddoppio della cifra.

Per questa ragione credo che questi siano, emendamenti strumentali, perché non sono frutto di una chiara volontà politica del centrodestra, che non c'è stata in passato né tanto meno oggi che è all'opposizione. Invece noi Comunisti abbiamo la certezza anche documentale che quando i fondi sono stati utilizzati nel modo giusto, nel rispetto della normativa vigente, hanno prodotto sviluppo e nuova occupazione. È una buona normativa a cui Rifondazione Comunista non rinuncerà, perché siamo consapevoli che lo sviluppo passa attraverso politiche che guardano da vicino le fasce più deboli della società sarda. E' sottolineato con forza nel documento programmatico della coalizione, nelle stesse dichiarazioni programmatiche del Presidente della Giunta Renato Soru: partire dagli ultimi, partire dai più deboli, da quelli che fino ad oggi non hanno usufruito di protezione sociale. L'attenzione dell'Aula deve concentrarsi su questa categoria di persone per dare inizio ad una nuova stagione di sviluppo e di trasformazione della società sarda. Questi elementi, colleghi, sono la bussola, il termometro, di quale politica vogliamo attuare per risollevare le sorti della Sardegna.

Trovo altresì fondamentale avviare un confronto sulle raccomandazioni europee per eliminare le discriminazioni nei confronti delle minoranze linguistiche. La proposta avanzata dai colleghi e compagni del Partito Sardo d'Azione va rivista affinché sia elaborata la legge sulle minoranze linguistiche, che assuma la connotazione di una legge statutaria del popolo sardo alla quale, com'è stato sottolineato anche da alcuni sindacati durante le audizioni in Commissione, devono essere conformate tutte le altre norme regionali vigenti.

Questi sono elementi forti che devono caratterizzare il documento di programmazione economica e finanziaria. È vero che è un documento di programmazione generale propedeutico, così come l'ha definito l'Assessore, ma ha la funzione, fin dalle prime battute, di tracciare il percorso che questa maggioranza intende intraprendere per avviare un progetto alternativo rispetto a quello del passato recente. È un documento che presenta una buona impostazione generale, ma i suggerimenti dell'Aula, a partire da quelli sul piano straordinario del lavoro, sulle politiche sulle nuove povertà, sul sistema elettorale, devono rappresentare un elemento di arricchimento del DPEF. Per quanto riguarda il sistema elettorale occorre una riflessione ulteriore: con troppa enfasi si valuta positivamente questo sistema elettorale che in verità non risponde alla realtà politica della Sardegna. A me pare che questo sistema elettorale, non per responsabilità certamente di questa maggioranza, ma perché accentra i poteri sull'Esecutivo svuotando di competenze il Consiglio - e lo stesso discorso vale anche a livello nazionale - contribuisca all'affermarsi di una forma di governo ignota alla modernità perché sancisce una monocrazia. Penso che su questo tema sia necessario avviare un confronto, al di là del DPEF, che consenta di trovare un sistema elettorale che sia elemento di rafforzamento della rappresentanza parlamentare. Il sistema bipolare maggioritario da tempo è sostenuto da quasi tutte le forze politiche, anche quelle della sinistra storica, che addirittura fanno appello più volte alle primarie, come accade in questi giorni, che rappresentano la sintesi negativa del sistema presidenziale. E' invece necessaria una proposta che sia rispettosa della realtà sarda e che garantisca la partecipazione alla cosa pubblica di tutte le istanze democratiche presenti nel nostro territorio.

Detto questo, e mi avvio alle conclusioni, penso che tali riflessioni siano un arricchimento alla stesura finale della manovra finanziaria da parte della Giunta regionale, pur tenendo conto che la manovra di bilancio è impostata su tre punti cardine dovuti alla contingenza del momento e cioè da una rigorosa politica delle entrate, della eliminazione delle spese improduttive, di quelle di difficoltosa utilizzabilità, dal fatto che non siamo più in grado di reggere una politica d'indebitamento delle casse regionali. Questi aspetti certamente prioritari non devono rallentare l'elaborazione di nuovi strumenti, tra l'altro ben delineati all'interno del DPEF, capaci di risollevare l'economia e lo sviluppo in Sardegna, attraverso però una strategia politica che sia pienamente, assessore Pigliaru, condivisa dalle forze politiche e sociali e da quei cittadini che con noi hanno condiviso questo interessante percorso di cambiamento.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Oppi. Ne ha facoltà.

OPPI (U.D.C.). Signor Presidente del Consiglio, colleghe e colleghi consiglieri, è appena opportuno intervenire sull'argomento all'ordine del giorno. Appena opportuno, perché questo Consiglio regionale dovrebbe poter essere messo nelle condizioni di esprimere un parere ed un'idea intorno ad argomenti determinati e precisi. Invece oggi siamo chiamati ad esprimerci intorno ad un documento sul quale non si può non essere d'accordo, nel senso che si tratta di un DPEF così generico, così evanescente, così indeterminato da essere condivisibile da ogni prospettiva politica, posto che non dice assolutamente niente intorno alle scelte di politica e di sviluppo che dovremo compiere nel prossimo triennio. E' un DPEF generico, inconsistente, privo di qualsiasi caratura politica, e pertanto di incisività, tanto che dovremmo astenerci da qualsiasi intervento. Eppure anche in questa indeterminatezza, in questa imprecisione, in questa confusione programmatoria qualche rilievo va mosso.

In primo luogo intendo svolgere riflessioni di natura sostanziale soprattutto in relazione al progetto industriale, o meglio in relazione alla mancanza di qualsiasi progetto industriale nel documento, che invece - non lo dico soltanto io, lo hanno detto i sindacati, persino la C.G.I.L - dovrebbe rappresentare la mappa per lo sviluppo delle relazioni industriali e di una direzione strategica, per i prossimi determinanti anni, per la riqualificazione del sistema produttivo ed industriale dell'Isola. Il documento che la Giunta regionale pone all'attenzione dell'Aula è invece del tutto inconsistente e manifesta la totale mancanza anche di una sola idea che serva a portare la Sardegna, dal modello di sviluppo industriale degli anni Settanta, basato sull'industria pesante, ad un nuovo modello di sviluppo che serva ad accompagnare l'Isola nei prossimi decenni.

Vede Presidente, l'EVC ha rotto le trattative, è inutile che noi diciamo che a Roma abbiamo ottenuto risultati positivi, Cuomo non più tardi di qualche giorno fa ha visto tutti i direttori generali dell'ENI e ha praticamente precisato questo, perché la possibilità che intervenga l'EVC è legata al problema energetico. Quindi, non illudiamo la gente annunciando soluzioni che praticamente sono lontane mille miglia ancora. Ma, potrei citare tanti altri esempi: perché non dire che in questo settore c'è la crisi dell'industria chimica, di quella metallurgica, di quella energetica; in questi giorni abbiamo ricevuto i lavoratori della cartiera di Arbatax e la SFIRS e sappiamo benissimo quali sono i problemi di quell'azienda, io ho invitato la SFIRS ad un'attenta riflessione di fronte ad un operatore che non è del settore, è soltanto uno che mette i soldi però di fatto deve dimostrare di avere una consistenza patrimoniale accertata e competenza specifica nel settore, c'è stata una gestione fallimentare sin dall'inizio lo si sapeva da prima e lo si sa anche oggi. Ma assieme alla cartiera di Arbatax potrei citare la Silius, la Carbosulcis: non ci sono idee! Si brancola nel buio ma non si arriva a nessuna determinazione.

Già da anni noi abbiamo dimostrato e manifestato perplessità sull'utilità dello stesso DPEF come strumento atto a disegnare un'efficace programmazione; da sempre riteniamo che si tratti di uno strumento inutilmente complesso, verboso, velleitario, insufficiente perché mancante di riferimenti temporali. Nel DPEF ogni anno ogni maggioranza scrive un libro dei sogni, che si scontra con la penuria di risorse economiche e finanziarie e descrive una regione che non esiste, e che non esisterà, posta la strutturale mancanza di risorse. A questo riguardo non ho capito l'intervento dell'onorevole Porcu, il quale dice che le risorse ci sono e bisogna razionalizzarne l'utilizzo. Noi siamo d'accordo e siamo in attesa che ci sia questo disegno strategico di razionalizzazione, perché non si capisce se le risorse, per una serie di contraddizioni che evidenzierò dopo, ci siano o no, secondo noi non ci sono. L'unico risultato positivo in tema di entrate è stato ottenuto nel 1983, Presidente l'onorevole Floris, quando dopo aver instaurato una vertenza con lo Stato praticamente ha ridefinito le entrate, perché fino allora avevamo l'elemosina giornaliera, se non sbaglio presidente Floris, e null'altro; questa battaglia va portata avanti per ottenere risultati concreti, per ottenere quello che ci compete,.

Nonostante il DPEF sia, nella sua parte dispositiva, un documento, come già dicevo, velleitario, è anche vero che mantiene una sua utilità, almeno per gli strumenti di analisi macroeconomica e perché rappresenta un'occasione concreta per discutere i futuri modelli di sviluppo e per disegnare l'Isola che vogliamo per il futuro. Ma in questo DPEF, ripetiamo, dove è l'idea? Qual è il modello? Qual è il disegno della Sardegna del futuro? Cosa vogliamo produrre? In che cosa siamo o potremo essere competitivi? Qual è l'idea guida? Non si vuole certo essere strumentali o sterilmente oppositivi, ma è del tutto impossibile comprendere quale sia il modello di sviluppo che viene proposto alla discussione e sul quale dovremo confrontarci. Anche la vecchia ma sempre affascinante idea del turismo come settore strategico soccombe, da un lato mortificata dalla programmazione urbanistica dirigistica, e da una legge appena approvata che bloccherà - andate in quelle aree, io sono andato in questi giorni - bloccherà l'edificazione sulle coste e lo sviluppo turistico per almeno un quinquennio, dall'altro - speriamo non sia così - da un'idea umiliante di un turismo di nicchia, malamente accostato a realtà, che del turismo e della natura hanno saputo fare un volano economico, come quella del Trentino Alto Adige, che ho citato anche in Commissione,.

Vede Assessore, noi abbiamo diritto di sapere che cosa volete fare di quest'Isola, ma abbiamo idea che neppure voi abbiate superato lo stadio confusionale con cui avete elaborato questo DPEF, figlio di molte mani, forse di troppe mani. Ed è stato ieri assunto un atteggiamento superficiale quando il collega Capelli ha evidenziato la copiatura puntuale delle conclusioni. Tu Pirisi ridi; c'è poco da ridere, avete fatto un processo a Pili! C'è poco da ridere, bisogna essere coerenti sennò si rasenta il ridicolo! Voi avete fatto un processo a Pili per questo. E non c'è soltanto la parte finale copiata, andate a vedere anche la parte riguardante i trasporti: per quanto riguarda gli indirizzi, le linee, è uguale a quella contenuta nel PDEF presentato da noi, quindi non potete criticare una parte e poi fare esattamente lo stesso, perché siete in contraddizione netta. D'altro canto il limite più sottolineato del documento è che è stato partorito dalla Giunta regionale da sola, dopo una concertazione assolutamente fittizia che è stata solo un bluff; in realtà non c'è stata alcuna concertazione, le parti sociali e il tavolo del partenariato sono stati chiamati a cose fatte e, per dovere di cronaca, sono state ascoltate in cinque, dieci minuti, è stato loro consegnato un documento e poi sono state mandate a casa, senza che venisse data loro la possibilità di intervenire e di proporre soluzioni. Tant'è vero che la maggior parte delle forze sociali ha espresso un giudizio critico sul documento e sulla sua capacità di affrontare in una qualche maniera le piaghe economiche dell'Isola.

Per evitare di rasentare la maniacalità, che ovviamente è prerogativa e peculiarità di altri, non del sottoscritto, eviterò di soffermarmi sulle questioni che riguardano la politica sanitaria, posto che è stato ripetuto un obsoleto clichè privo di qualsiasi attinenza con la realtà e con i difficili limiti che essa impone. Sulla sanità una serie di considerazioni spensierate, ripetitive, antiche, sentite, da chi è sardo ovviamente, centinaia di volte. E siccome sugli slogan non si discute preferiamo non soffermarci su questioni che non meritano troppo spazio e troppa attenzione. Sono passati già sei mesi, risultati zero, spesi praticamente solo i soldi che sono rimasti, soltanto quelli; qualche volta si parla troppo del sociale, hanno tagliato i fondi anche a questo settore, l'esame dei risultati è soltanto rinviato. Noi siamo in attesa. Altan - diceva un amico stamattina - dice: "Mi vengono in mente pensieri che non condivido" e con questo chiudo qualsiasi discorso sulla sanità, di cui ho parlato anche troppo.

Ma quello che è certo, in conclusione di questa breve riflessione, è che il DPEF è una coperta buona per tutti i climi e per coprire tutti i costi, non si operano scelte, non si fanno i conti con le risorse future, non si esprime un'idea sul futuro della Sardegna, ci sono solo vecchie tabelle, vecchi numeri, corretti, vecchie idee rimasticate e vecchia propaganda. Vedete, un amico ieri notte ha fatto una battuta: "State operando come i suonatori ad orecchio, perché se qualcuno sapesse leggere lo spartito non ci troveremmo nelle condizioni in cui ci troviamo", cioè dei naufraghi in mezzo all'oceano senza G.P.S.!

Ho l'esigenza adesso di fare alcuni rilievi che ho già fatto in Commissione, e che riguardano la mancanza, in questo DPEF, di un qualsiasi riferimento concreto al nuovo piano di rinascita e al nuovo Statuto autonomista. Nel documento si afferma che le politiche del lavoro, anche quelle attive, non sono in grado di creare nuova occupazione, in modo contraddittorio poi in altre parti si dice che la Giunta s'impegna a varare delle politiche attive per l'occupazione. Si parla di difesa della base produttiva e del lavoro anziché di potenziamento. Lasciamo questo all'onorevole Congiu e all'articolo 14 della legge 268, il famoso progetto miniero metallurgico e manifatturiero mai portato avanti, e alle battaglie condotte dai sindacati per vent'anni, nel corso delle quali si diceva che non bisogna mai perdere un posto di lavoro. Siamo in condizioni non di perderne ma di aumentarli; noi avremmo preferito che si parlasse del potenziamento della base produttiva, e ci preoccupano le condizioni dell'Isola. Poche righe sono state dedicate al piano straordinario del lavoro, preoccupa l'orientamento di sostituire i contributi alle imprese con un generico riferimento a misure direttamente finalizzate ad incidere sul potenziamento della competitività, il solito ritornello RAS-Stato, a seconda delle circostanze.

Ho sentito stamattina in televisione, ed anche ieri, un'accusa rivolta all'onorevole Contu. Caro Presidente, l'onorevole Contu - glielo dico perché evidentemente i suoi informatori sono di quarta categoria - è un grosso personaggio che alla fine della sua esperienza ha anche dato al suo attuale Assessore un incarico che non aveva i titoli per poterlo svolgere. L'onorevole Contu, di fronte ai rilievi avanzati dall'Unione europea in base ai quali gli operatori del settore dell'agricoltura sarebbero stati costretti a restituire i contributi previsti dalla legge 44 che non era stata notificata a Bruxelles, ragion per cui si sarebbe dovuto procedere al sequestro dei beni in caso di mancato pagamento, ebbene è riuscito, trattando con Bruxelles, ad evitare provvedimenti di questo tipo - speriamo che questo risultato poi permanga -; questo ha fatto l'onorevole Contu. Ha dovuto affrontare l'emergenza alluvione e per due volte la siccità. Qualcuno diceva che portava scarogna! Io spero che non porti scarogna a nessuno, come ho detto in Commissione, perché si sono verificati due sismi - io sono laureato soltanto in pietre e non sono un geologo - per fortuna l'area nostra non ha problemi è la più antica d'Europa, come la Cambria, non abbiamo di questi problemi, li lasciamo agli altri. I contributi per le macchine agricole che non venivano pagati da dieci anni sono stati tutti pagati, nessuno escluso, ma questo soltanto per citare alcuni esempi. La maggior parte dei fondi POR destinati all'agricoltura sono stati impegnati, quindi va rispettato chi, con senso di responsabilità, queste battaglie le ha fatte e le ha sapute fare particolarmente bene.

Vede, io mi collego a quanto ha detto in precedenza l'amico Floris, le battaglie si fanno assieme, non basta andare a Roma, le battaglie si fanno assieme. Io ho la fortuna di avere come amici alcuni ministri autorevoli che sento mattina, sera e notte, e con i quali intrattengo rapporti politici e personali, e noi siamo disposti, nei limiti della normale dialettica tra maggioranza e opposizione, ad impegnarci tutti assieme, altrimenti risultati non se ne ottengono, sono viaggi inutili, infatti da sempre, su questi temi, abbiamo praticamente avuto con noi le opposizioni e viceversa.

Un'altra osservazione voglio fare ai colleghi che sono intervenuti. Faccio riferimento all'intervento dell'amico Maninchedda che con la sua intelligenza, con la sua levatura intellettuale, ha fatto un ragionamento che io condivido. Non si può usurpare il ruolo del Consiglio. Devo fare un riferimento a Bruno, perché bisogna essere coerenti. Se qualcuno va dicendo in giro che abbiamo stanziato troppi soldi per il settore socio - assistenziale è inutile dire che noi partiamo dalla centralità della persona, perché se ne abbiamo stanziato troppi e siamo tra le prime regioni di Italia quanto a spesa, dovremo toglierne. Potrei rispondere a Serra che ha detto una cosa che non sta né in cielo né in terra, cioè che nel settore della sanità da una parte si dice che ci sono troppi dipendenti e dall'altra che bisogna incrementare i dipendenti e le strutture tecnologiche; se si fa questo andremo al collasso e al fallimento.

Voglio evidenziare in modo particolare un altro problema, ne ho accennato al Presidente del Consiglio ma ora mi rivolgo al presidente Soru: presidente Soru, le sue delibere di Giunta arrivano qui con ritardi biblici. Arrivano al Consiglio, perché io faccio verifiche puntuali, con ritardi biblici. Mentre prima questi documenti erano a disposizione di tutti, oggi che si dice di volere diffondere tutti i dati quindi c'è un'informazione più puntuale nei confronti dei cittadini, noi, questa maggiore informazione vorremmo averla come consiglieri, perché non abbiamo né le comunicazioni né i dati. Alcune delibere del 24 sono arrivate ieri, e su qualcuna non mi pronuncio perché dovrò fare un'azione compiuta ai primi di gennaio. Le delibere arrivano alla Presidenza del Consiglio dopo venti, venticinque giorni; la Presidenza poi deve trasmettercele; non parliamo poi di quelle fuori sacco, che noi non conosciamo perché l'ordine del giorno spesso arriva quando voi avete già fatto la riunione di Giunta o perlomeno arriva la mattina stessa in cui si riunisce. Quindi siamo impossibilitati a esercitare il nostro ruolo non dico come opposizione, ma come singoli consiglieri regionali.

Ecco, queste cose io avevo il dovere di dire rimarcando con forza una cosa: questo DPEF, sul quale noi faremo la nostra battaglia, al di là delle affermazioni che avete fatto, ha questo difetto di fondo: di fatto è una copiatura rivista e corretta di un vecchio DPEF. Ho anche detto che al DPEF noi diamo una rilevanza minima per quel poco che vale. Avremo occasione di confrontarci in modo più puntuale e preciso in fase di sessione di bilancio, quando dovrete dimostrare la vostra capacità, senza le contraddizioni in cui siete caduti ora sulla quantità dei fondi a disposizione. Noi evitiamo di criticare e abbiamo evitato di criticare. Oggi sostenete che sulle entrate non sono state fatte battaglie a Roma, non dimenticatevi mai che ci sono stati dieci anni di governo di centrosinistra e quel che avete scritto in questo documento, affermando che non è stata mai fatta una battaglia per rivendicare quello che ci compete in termini di percentuali dell'IRPEF, dell'IRPEG e dell'IRAP, si converte in un'offesa rivolta a coloro i quali vi hanno rappresentato degnamente in questo Consiglio regionale. C'è stata la Giunta Melis, c'è stata la Giunta Palomba, e quindi dieci degli ultimi diciassette, diciotto anni sono stati a guida del centrosinistra.

SECCI (La Margherita-D.L.).C'è stata la Giunta Cabras.

OPPI (U.D.C.). Non cito Cabras, parlo degli ultimi anni …

CUGINI (D.S.). Tu sei mancato solo cinque anni, gli altri anni c'eri anche tu.

PRESIDENTE. Onorevole Cugini!

OPPI (U.D.C.). Io sono mancato cinque anni per ricaricarmi le pile, me le sono ricaricate e quindi ho tutto il tempo per continuare la mia attività, ho visto anche, tra quelle fatte, cose che non andavano bene e mi posso permettere anche di fare delle critiche. Sono corretto nei rapporti, rispetto gli impegni che prendiamo, credo che nessuno ci possa accusare del contrario, perché una discussione sul DPEF fatta con questa celerità, nonché i tempi brevi impiegati la settimana scorsa e ieri per approvare i provvedimenti all'ordine del giorno, dimostrano la nostra disponibilità al confronto e alla dialettica, fermo restando che vogliamo che si assicuri il rispetto dei ruoli e vogliamo che le cose che sono state dette, ma che poi non trovano applicazione pratica, siano invece realizzate.

Se ciò verrà fatto forse potremo trovare forme di confronto, di coesione per condurre assieme battaglie unitarie, che sono quelle che portano sempre a dei risultati. In caso contrario si fanno solo viaggi praticamente episodici che non portano a nessun risultato concreto.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pinna. Ne ha facoltà.

PINNA (Progetto Sardegna). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Regione, Assessori, onorevoli consiglieri, la lunga campagna elettorale che ha preceduto l'inizio di questa tredicesima legislatura, ci aveva già consentito di mettere a fuoco i principali problemi di questa regione: dal problema del lavoro che, come è stato ricordato più volte, rappresentava una delle emergenze più importanti, al tema dello sviluppo, all'organizzazione interna del sistema amministrativo, per parlare poi delle grandi questioni dell'energia, dell'ambiente, della formazione e della ricerca.

Ebbene, la manovra di assestamento che abbiamo già approvato e questo Documento di programmazione economica e finanziaria che stiamo discutendo, hanno confermato pienamente,quanto previsto. Sotto questo punto di vista non c'è nulla di nuovo sotto il sole. E infatti ci siamo presentati a questi appuntamenti non come degli sprovveduti; abbiamo presentato un programma, prima in sede elettorale e poi successivamente, all'atto di insediamento di questo nuovo Consiglio, che avevamo definito, appunto, un programma per cambiare insieme la Sardegna. Questo programma ha espresso in tutte le sue articolazioni l'unità di questa coalizione e nei suoi contenuti e anche nelle sue scelte ha definito gli ambiti di azione ed anche di competenza del Consiglio e della Giunta, in una logica di distinzione, di collaborazione e anche di diversa assunzione di responsabilità; anche in relazione a questo aspetto nulla di nuovo sotto il sole. Programma che per noi in questo momento continua a rappresentare la sintassi che regola e disciplina il linguaggio e l'azione politica dell'intera coalizione; programma che ci ha consentito non solo di fotografare, di censire, nel bene e nel male, lo stato di salute della Regione, dell'economia, del lavoro, delle istituzioni e dei comparti più significativi; programma che contemporaneamente si è proposto di offrire una soluzione, perché questo è il compito della politica, ai problemi che sono stati rilevati.

In questo senso la presentazione, la discussione e l'approvazione di questo DPEF rappresenta per la nostra coalizione, subito dopo la presentazione del programma di legislatura, la prima concreta assunzione di responsabilità, alla quale noi non intendiamo affatto sottrarci. Bene, la prima consapevolezza che emerge chiaramente anche dal DPEF è che ci troviamo di fronte alla fine di un modello di spesa pubblica, e la fine di questo modello di spesa pubblica coincide contemporaneamente con la crisi del modello politico, sociale ed economico di una Sardegna che è anch'essa profondamente cambiata. Siamo di fronte a una constatazione giacché alcuni indicatori che ci sono stati forniti sono molto chiari: lo stock del debito abbiamo visto che supera il 50 per cento delle entrate correnti; il debito potenziale non finanziato, cioè il disavanzo di amministrazione, supera i 4 miliardi di euro; abbiamo registrato, con una tendenza decennale che si è rafforzata in questi ultimi cinque anni, un surplus di spesa che mediamente si attesta intorno ai valori del 20 per cento. Bene, questi indicatori ci dicono che questa impostazione non può andare oltre perché alla bancarotta economica finanziaria si accompagnerebbe anche l'esplosione dell'intero sistema sociale.

Per cui, con molto senso di responsabilità, la Giunta prima e successivamente la maggioranza, che ha approvato e proposto a quest'Aula il Documento di programmazione economica e finanziaria, hanno presentato in quest'Aula un duplice itinerario, che da una parte, come è stato detto anche in sede di illustrazione del documento, comporterà una serie di tagli e di contrazioni di spesa e dall'altra ipotizza contemporaneamente una forte riduzione del disavanzo di amministrazione mediante una oculata cancellazione di residui, con la dismissione del patrimonio regionale cosiddetto non strategico, nonché della stessa partecipazione azionaria della Regione. E' questa la prima parte della manovra con la quale ci proponiamo di intervenire per contenere una situazione ormai pregiudicata. La seconda parte prevede anche il contenimento di almeno il 10 per cento della spesa corrente in genere. Il secondo aspetto, però, di questo Documento di programmazione economica e finanziaria riguarda la riqualificazione della spesa. Non si tratta, come è stato detto ieri, forse in maniera provocatoria, di rinunciare semplicemente alla contrazione di mutui che sono già stati autorizzati, quanto piuttosto di contenere il bilancio di questa Regione in un ordine di spesa che si aggira intorno ai 600 milioni di euro, senza che però questa forte contrazione della spesa pregiudichi la crescita e lo sviluppo dell'intera società sarda e senza, e questo l'abbiamo ripetuto sia nel programma sia nel DPEF, che a pagare il prezzo di questo risanamento siano le fasce più sofferenti e più disagiate della nostra regione.

Certo, rispetto a questa prima fase c'è da chiedersi come mai sia stato, per esempio, disatteso il confronto con lo Stato in merito alla richiesta di un incremento del gettito delle entrate; ci si chiede perché mai una parte della spesa corrente non sia stata utilizzata in questi anni per finanziare le scelte di patrimonializzazione e di investimento che sono state fatte abbondantemente, cioè perché si siano autorizzati nuovi mutui lasciando inalterata la qualità e la quantità della spesa corrente.

Queste considerazioni sono importanti, perché non é più possibile oggi continuare a seguire questa strada. La distinzione tra le spese correnti e le spese per investimenti va tenuta correttamente, siamo chiamati a contenere tanto le une quanto le altre senza però bloccare, in questo momento, l'intera Sardegna. Questo spiega la consapevolezza che è maturata, che è stata avvertita pienamente anche in sede di audizioni, di una difficoltà obiettiva all'interno della quale in questo momento ci troviamo e che gli altri attori, i soggetti delle audizioni, in qualche modo hanno avvertito. Cioè è finita un'esperienza, è finita una stagione, non credo che siamo chiamati o tenuti a definirla un'esperienza fallimentare, fa parte probabilmente di una pratica che ha caratterizzato, dicevamo anche in Commissione, quasi tutte le economie che nel secondo dopoguerra hanno deciso di garantire la ripresa indebitandosi. La consapevolezza di oggi è che lo stato dell'indebitamento, la qualità e la quantità degli investimenti sono tali e tanti che non è possibile immaginare la ripresa, l'uscita di quest'Isola da una condizione di ritardo, pensando di attivare nuovi debiti. Per cui, dicevo, vi è anche la consapevolezza che stiamo vivendo una fase di transizione. Il vero problema è proprio questo: come guidare questa transizione, come passare da un vecchio modello di viluppo a un nuovo modello rispetto al quale certo ci sono delle difficoltà, ci sono dei problemi che non attengono semplicemente alla nostra regione, ma che riguardano più in generale lo stato dell'economia dei paesi del Mediterraneo e, più ancora, lo stato dell'economia dell'intera Europa. Ecco perché il documento che è stato proposto all'esame di quest'Aula non è semplicemente una sorta di cahier de doléances; non vi è semplicemente raccolta, perché questo non è assolutamente vero, l'elencazione dei problemi e delle difficoltà. Vi è una constatazione molto semplice e molto elementare, ma assolutamente realistica: di questo passo non si può più andare avanti.

Vedete, mi sono reso conto che questo dibattito è un'occasione anche per parlar d'altro, anzi, molto spesso sembra che la preoccupazione sia più quella di discutere di altri problemi, di altre tensioni e di altre questioni. Noi in questo momento molto semplicemente, come amministratori regionali, siamo chiamati a dire la nostra su un problema: lo stato delle casse della nostra Regione, la proposta di nuova programmazione e la responsabilità che ci viene dalla consapevolezza e dalla constatazione che un percorso si è ormai consumato. Ebbene, il documento, nella prima parte soprattutto, si misura, si impegna nel dispiegare una visione dello sviluppo che tiene conto, per un verso delle disponibilità finanziarie della Regione, per l'atro verso del contesto economico dell'Isola, della sua nuova articolazione interna, anche di una nuova stratificazione sociale e produttiva, della collocazione di quest'Isola a un tempo nel Mediterraneo e nell'Europa. E' stato ripetuto e il documento lo ricorda: siamo un'Isola dall'economia bloccata, con un forte e forse anche anomalo processo di terziarizzazione. Avete visto i dati: al PIL della Sardegna contribuisce per il 74 per cento il settore terziario, l'agricoltura contribuisce per il 4 per cento, l'industria si attesta intorno al 21 per cento. Abbiamo una presenza residuale del comparto agro-alimentare, una contrazione del settore artigianale e industriale, una sofferenza disoccupazionale alta e un'area di povertà che si attesta intorno ai valori del 10 per cento rispetto alla popolazione totale. Se a questo aggiungiamo la scarsa produttività dell'Isola, che in qualche modo è testimoniata anche dalla contrazione delle esportazioni, ci rendiamo conto che effettivamente l'economia della Sardegna è un'economia fondamentalmente assistita, con trasferimenti di risorse soprattutto da parte dello Stato, nella quale vi è una incapacità di produrre ricchezza endogena, come viene definita talvolta.

E'chiaro che questo quadro non si è determinato solamente in questi ultimi anni. Probabilmente rispetto ad esso, pensando all'ultimo decennio, le politiche massicce, se volete anche di investimenti, non hanno ancora prodotto quei cambiamenti significativi che ci si aspettava, perché, oltretutto, la risposta al processo di globalizzazione che rischia di congelare, come di fatto sta accadendo, le economie locali è alquanto complessa. Rispetto a tutto ciò il DPEF, che ha chiara consapevolezza prima di tutto dello stato dell'economia dell'Isola, ma ha anche un occhio di riguardo a un contesto molto più ampio, che è la dimensione mediterranea ed europea, cioè globale della nostra Isola, indica, come avete visto, nove punti relativi alle grandi priorità. Contemporaneamente, però, ha un'attenzione specifica, particolare che attiene alla responsabilità di chi in questo momento amministra questa Regione, indicando quelle che sono state definite le grandi macroaree di intervento: abbiamo la responsabilità di garantire a quest'Isola un servizio sanitario adeguato e delle adeguate politiche sociali; dobbiamo sostenere le politiche della formazione, dell'istruzione e della ricerca; dobbiamo sostenere, per quanto possibile, il mondo della produzione, in modo particolare i settori più in difficoltà, più sofferenti: l'agricoltura, l'artigianato, lo stesso commercio; dobbiamo sostenere, con interventi che qualche volta abbiamo definito di welfare, il mondo dell'associazionismo, tutte le attività che in qualche modo afferiscono alla socializzazione; dobbiamo anche sostenere - da più parti questo è stato detto e ripetuto anche in questo dibattito - le politiche che fondano gli elementi dell'identità, della memoria e della tradizione.

Rispetto a queste macroaree sulle quali si dispiegherà il bilancio regionale, al quale concorreranno anche i contributi che vengono dalle disponibilità nazionali e comunitarie, bene il DPEF ad una lettura forse meno distratta, più seria e più compiuta, introduce due elementi chiari e fondamentali che rispondono a questo bisogno di riqualificazione della spesa che è stato citato anche questa mattina, e che per questo DPEF e per la manovra finanziaria che la Giunta ha presentato al Consiglio, non rappresenta una pura espressione verbale. Si è detto che accanto al contenimento delle spese, un contenimento che non sarà senz'altro indolore, c'è altrettanto bisogno di riqualificare la spesa regionale e con essa, questo è l'aspetto più importante, contribuire alla rimessa in gioco dell'economia e della società sarda. Rispetto a questo obiettivo, i due termini fondamentali che ritornano nel DPEF sono lo sviluppo sostenibile, inteso non solo nella sua accezione ambientale ma anche nella sua dimensione sociale, istituzionale ed economica, e il concetto di sviluppo locale. Obiettivi presenti nel DPEF, che è stato abbondantemente discusso anche in seno alla Terza Commissione, e che dovrebbero essere realizzati tramite il disegno di concentrazione e territorializzazione della spesa. L'obiettivo fondamentale che la Giunta si è data con questo DPEF è proprio quello di contribuire a rafforzare dei sistemi territoriali di sviluppo, secondo uno schema che coinvolge contemporaneamente gli enti locali, l'insieme degli attori sociali, il mondo delle imprese e della produzione, in una visione secondo la quale c'è sviluppo autentico quando un territorio che si sta dotando di una strumentazione che risponde alla logica dello sviluppo locale è anche in grado di controllare la spesa sociale.

Ebbene, per far uscire la Sardegna dal tunnel del ritardo, per ridarle competitività ed attrarre investimenti dobbiamo rafforzare i sistemi territoriali concentrando in essi la spesa, attuando il decentramento ed una reticolarizzazione degli stessi interventi. Il DPEF definisce sotto questo punto di vista la sua strategia, credo che la manovra finanziaria e di bilancio del 2005, il nuovo Piano regionale di sviluppo unitamente alla rimodulazione del POR, di cui è necessario impegnare le somme residue, saranno i passaggi successivi entro i quali si collocheranno l'azione della Giunta, la funzione del Consiglio e il ruolo di tutti i soggetti che concorrono allo sviluppo di questa terra.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Francesco Sanna. Ne ha facoltà.

SANNA FRANCESCO (La Margherita-D.L.). Presidente, colleghi, La Margherita esprime un giudizio positivo sul documento di programmazione economica finanziaria, perché il testo presentato a questo Consiglio dimostra, nella sua essenzialità, la consapevolezza da parte dell'Esecutivo del contesto nuovo in cui la Sardegna si colloca. Un contesto nuovo di natura direi istituzionale per la nostra regione, con la sfida che abbiamo davanti della redazione del nuovo Statuto e la ripartizione dei poteri tra noi, l'Unione Europea e lo Stato nazionale. A questo proposito voglio dire all'onorevole Oppi che il fatto che la Giunta nel DPEF non si sia messa a definire le linee dello Statuto Sardo, non va interpretato come una manchevolezza perché semplicemente e correttamente la Giunta ha detto, nell'ambito del capitolo dedicato alla riforma istituzionale, che questo è il primo problema da affrontare ed è affidato al Consiglio regionale, al quale la Giunta regionale mette a disposizione risorse, competenze e ritengo anche una sua posizione politica, ma senza voler guidare questo processo. Questo processo lo guidiamo noi e quindi sotto questo punto di vista ritengo sia estremamente importante la recentissima presentazione, da parte della maggioranza che sostiene la Giunta, di una proposta di legge che disciplina il funzionamento della Consulta, attraverso la quale si realizza la partecipazione alla stesura e alla fase di elaborazione del nuovo Statuto.

E' una consapevolezza che attiene per esempio alla nuova collocazione geopolitica della Sardegna, che vuol dire recuperare un vantaggio di collocazione nell'ambito del Mediterraneo, vuole dire prendere atto, per esempio, come illustrato nella parte che riguarda la metanizzazione, che il tema non è più da impostare nel senso di una rivendicazione di infrastrutture nei confronti dello Stato Italiano, come richiesta che viene da parte della Regione Sardegna, ma nel senso di cogliere una grande opportunità. Opportunità che però ha bisogno di un corretto, sostanzioso e sostanziale interesse politico da parte dello Stato e dell'Unione Europea e ha bisogno che vengano implementate decisioni politiche che sono scritte sì in leggi dello Stato, ma che necessitano dell'individuazione puntuale di criteri, di indicazioni strategiche sull'adozione di queste opere infrastrutturali e della puntuale individuazione dei fondi, che ci sono ma che sono contenuti nell'ambito di indistinti e generali capitoli finalizzati al raggiungimento di obiettivi di infrastrutturazione dello Stato. Faccio riferimento, per esempio, alla legge Marzano che stanzia fondi per l'infrastrutturazione, ma poi dice che tali risorse possono essere impiegate anche per altre opere pubbliche nell'ambito della metanizzazione italiana e lascia al CIPE e al Ministro delle attività produttive il dovere di dare quest'indicazione; bene, quest'indicazione ancora non c'è ed è ora che arrivi.

La stessa consapevolezza si manifesta nel forte innesto nella trama comunitaria. Io vorrei dire all'onorevole Pili, a questo punto, che è sbagliata l'irrisione nei confronti del riferimento puntuale ai documenti della Commissione Europea e del Parlamento Europeo che oggi disegnano il contesto nel quale qualsiasi azione politica deve essere fatta. Se non si devono indicare nel DPEF, dove bisogna indicarli? E se non bisogna fare riferimento a questi documenti, a cosa dobbiamo far riferimento, a quelli del Forum di Aritzo? Io, signori, veramente ritengo che se questa consapevolezza manca, manca anche la cognizione strategica del contesto in cui noi stiamo operando.

Indispensabile e condivisibile è anche l'indicazione di trasformare il documento di programmazione economica e finanziaria in un aggiornamento annuale, alla stregua di un sistema di monitoraggio e di verifica, di un più generale programma regionale di sviluppo, che si strutturi in maniera più moderna rispetto alle esigenze anche del Consiglio regionale e della comunità sarda, degli operatori economici, dei portatori di interessi, delle grandi aggregazioni. Uno strumento di verifica in itinere, per usare un'espressione che attiene alla utilizzazione dei fondi strutturali comunitari, che eviti quella condizione per cui il Consiglio regionale approva il POR all'inizio di un periodo che dura sei anni, e poi guarda quello che fa la Giunta nel sessennio attraverso la concertazione, questo è quello che accade oggi; il programma regionale di sviluppo consente di utilizzare il nostro metodo di osservazione e di decisione anche su questi importanti pezzi della finanza regionale, consente di vigilare sullo stato di attuazione e di monitoraggio degli interventi. Questo bisogna farlo perché altrimenti rischiamo le disattenzioni di cui siamo stati in qualche modo ritenuti responsabili sul tema della spesa comunitaria.

Molto diligentemente, avendo sentito ieri l'onorevole Pili, sono andato a verificare i dati da lui riportati ed ho trovato altre indicazioni. Se non ho capito male, potrei avere capito male, onorevole Pili, lei ha affermato che la Sardegna avrebbe speso, nel periodo che lei ha considerato nel suo intervento, più di tutte le altre regioni prese nel loro insieme, invece io rilevo che la Ragioneria generale dello Stato al marzo 2004 certamente sosteneva che la Sardegna ha speso il 27,1 per cento dei fondi comunitari - pochi, siamo in forte ritardo, se poi andassimo a vedere una per una, le misure che riguardano l'agricoltura, le misure che riguardano il fondo sociale europeo, siamo molto molto indietro, e non so se ce la faremo a non restituire allo Stato e quindi a paesi più bravi o a regioni più brave di noi questi fondi - però i dati ci dicono che arriviamo dietro la Basilicata e il Molise, ci sono regioni un pochino più sfortunate. Ma soprattutto queste percentuali di spesa le raggiungiamo sulla base di una utilizzazione così massiccia delle cosiddette operazioni coerenti che rappresentano quasi, al 30 giugno 2004, il 60 per cento della spesa, per essere esatti il 58,37. Cosa vuol dire? Vuol dire che tutta la nostra bella retorica sull'aggiuntività delle risorse comunitarie, sul fatto che attraverso la programmazione e l'attuazione dei POR si creano dei meccanismi di rottura di un consolidato tendente all'immobilismo e al sottosviluppo della Sardegna, beh, insomma alla fine il 60 per cento di questa spesa è il derivante non della programmazione decisa dal Consiglio regionale, ma della casualità con la quale vengono finanziate altre operazioni, quasi sempre opere pubbliche realizzate dal sistema delle autonomie locali, latu sensu, addirittura realizzate in un periodo precedente alla programmazione. Quindi, il succo è questo: noi, per fare tornare questi conti, praticamente programmiamo delle cose molto belle, non riusciamo a farle, e mettiamo pezze giustificative finanziando opere probabilmente meno belle e meno significative dal punto di vista delle logiche di sviluppo. Questo è quello che, nella maniera più semplice che si possa dire, è accaduto tra il 2000 e il giugno del 2004.

(Interruzione del consigliere La Spisa)

Può essere successo tutto quello che lei vuole, onorevole La Spisa, anche nel programma operativo plurifondo, però ecco, vede, se c'è una cosa che io vorrei segnalare ai Gruppi di minoranza è che non avete trovato nel documento di programmazione economica e finanziaria un gioco a infierire e a dare le colpe al passato se non come rilevazione oggettiva dei punti di partenza che ci hanno condotto a queste scelte. Cioè noi non siamo, lo dico ancora al collega Pili, impegnati in una sfida, che lei ha lanciato ieri, volta a cancellare gli impegni di spesa che la scorsa legislatura ha stabilito, la cui copertura finanziaria ha reso necessaria l'autorizzazione dei mutui e la loro contrazione. Non è questa la sfida che accettiamo, cioè quella di cancellare gli impegni per spese necessarie, semmai invece quella di riportare a rigore e serietà i conti reali di questa Regione, da una parte, e dall'altra parte quella di capire se invece esistano, per dirla in linguaggio condominiale, delle spese voluttuarie di cui possiamo fare a meno e se nell'ambito delle spese importanti della Regione Sardegna, invece, l'efficienza e l'efficacia che dobbiamo realizzare non riguardi solamente i quantitativi ma riguardi la qualità e il come perseguiamo questi obiettivi. Bene, il piano di sviluppo regionale, secondo me, sarà un buon strumento per fare tutto questo. Dobbiamo però guardarci anche dal tentativo di riportare il rigore e la serietà nei conti reali di questa Regione secondo meccanismi che poi ci sono stati contestati dalla Corte dei Conti, quando per esempio in sede di valutazione della manovra di bilancio dell'anno scorso, ha manifestato una forte preoccupazione sulla cancellazione degli impegni di spesa, cioè quello strumento cui facevate riferimento ieri a mo' di sfida, sul modo con cui si produce e sugli effetti che provoca. Leggo testualmente l'osservazione della Corte dei Conti: "Particolare preoccupazione deve manifestarsi per il fatto che sembrerebbe per tale via disporsi la cancellazione di impegni di spesa formalmente assunti, senza tenere nel dovuto conto l'implicazione sulle obbligazioni giuridiche evidentemente sottostanti. La norma sulla cancellazione dei residui, consente infatti di fare fronte alle obbligazioni in argomento attingendo al fondo regionale per i residui perenti, che viene ritualmente incrementato". Allora si cancella da una parte, non si riesce a cancellare tutto quello che è stato ritenuto evidentemente inutile e perente, e si aumenta dall'altra, con un sistema di vasi comunicanti che poi non cambia il risultato.

Allora io credo che questo documento di programmazione economica e finanziaria rappresenti l'inizio di una riflessione molto operativa che il Consiglio regionale deve fare e l'Esecutivo deve fare anche riguardo all'esercizio del loro potere, una riflessione senz'altro sui contenuti ma anche sull'esercizio del potere che comporta l'operazione che noi abbiamo all'esame in questi giorni. E' stato detto che siamo in un tempo di concentrazione del potere di decisione, accelerato e intensificato dal sistema presidenziale, sullo sfondo è stato evocato il fenomeno della perdita di ruolo dei parlamenti e del Consiglio regionale. Vedete, colleghi, in gran parte noi veniamo da una cultura, quella dei Vanoni e degli Andreatta, che ha scritto l'articolo 81 della Costituzione che è una norma importante del nostro ordinamento; è una cultura per la quale il ruolo dei parlamenti non è mai stato quello di assalto alla diligenza dei conti pubblici. Questo lo voglio dire amichevolmente all'onorevole Maninchedda a sua tutela, cioè per evitare che le interessanti elaborazioni che ci ha proposto in termini problematici siano in questa sede male interpretate, cioè siano intese come evocazione di una contrapposizione tra Consiglio e Giunta in virtù della quale il Consiglio aggredisce la manovra e la Giunta deve sottomettersi subendo le modifiche alle linee che ha presentato. Non è così, noi siamo coerenti anche su questo nell'ambito del documento di programmazione economica e finanziaria perché i capitoli che attengono alla nuova architettura costituzionale, il Titolo V della Costituzione, e alla fase di elaborazione di regole nuove e di riforme importanti, ultima quella di attribuzione di competenze e funzioni alle autonomie locali, dicono di un sistema invece fortemente partecipato, di un meccanismo dove certamente nella distanza storica rispetto ad un parlamento dell'Ottocento - è stato detto che l'Ottocento era il secolo dei parlamenti, il Novecento il secolo dei partiti, oggi siamo nel secolo dell'opinione pubblica - c'è lo spazio perché noi, come Parlamento regionale, il nostro sistema delle autonomie e quel sistema che con un termine un po' abusato chiamerei quello degli stakeholder, cioè di quelli che sono oggetto e soggetto insieme della nostra manovra, tutto questo mondo possa ritrovarsi attorno alle direttive di elaborazione del documento che noi abbiamo al voto nella giornata di oggi. Vorrei dire anche che sotto questo punto di vista il documento di programmazione economica e finanziaria traccia molte linee, forse molte non le avete colte, ma le traccia queste linee, le traccia proprio nella struttura intima della decisione, quando investe sulle autonomie locali, quando dice che bisogna disboscare i barocchismi, certo quelli delle vecchie province che trasformeremo in nuove province ma anche quelli della Regione, in una riforma non più evocata ma fatta, che farà del bene alla Sardegna e forse del male a qualcuno, ma questo è il prezzo necessario per la riforma e per il raggiungimento di questi obiettivi.

Io vorrei dire che dobbiamo puntare, assessore Pigliaru, ed è una sfida che io credo questa maggioranza debba porsi, a fare delle prossime operazioni sulla finanza pubblica e sul bilancio, operazioni che oggi vengono descritte in una formula sintetica come quelle di bilancio sociale, secondo la quale formula non sono operazioni in cui siamo solo noi protagonisti, ma lo sono i gruppi di interesse, i portatori della soggettività economica. E dal momento che la Regione Sardegna sta sempre esercitando la funzione dello Stato nella nostra Isola, lo stato con la S maiuscola, deve abituarsi ad esercitare il ruolo di statualità e di sovranità che molto spesso abbiamo detto essere la frontiera della nostra autonomia, ebbene, in questo quadro, adottare il bilancio sociale vuole dire che il mondo degli interessati è il mondo della cittadinanza e dei diritti dei sardi. E quando facciamo delle operazioni sul bilancio facciamo operazioni sui diritti e sui diritti di cittadinanza.

Beniamino Andreatta in un intervento fatto 20 anni fa nella Commissione per gli affari istituzionali, faceva una riflessione, che secondo me è rimasta ancora insuperata, sul fatto che quando parliamo di queste cose, forse per alcuni un po' noiose, cioè di bilancio, di debito pubblico e di finanza pubblica, stiamo parlando non di argomenti da ragionieri, ma stiamo parlando del rapporto tra le generazioni di oggi e le generazioni del futuro. Il debito, colleghi, può giungere anche a livelli tali - è successo storicamente, nell'Inghilterra della prima metà dell'Ottocento, sta accadendo anche oggi negli Stati Uniti - da essere multiplo del prodotto interno lordo. Permettetemi di parlare del debito della Sardegna come del debito di uno Stato perché dobbiamo iniziare a parlare in questi termini, a pensarci in questi termini. Però a differenza nostra, l'Inghilterra della prima metà dell'Ottocento aveva vinto la guerra contro Napoleone; l'America di Bush ritiene di essere impegnata in una guerra e in uno scontro tra le civiltà. Noi rischiamo ,se non riprendiamo la china della razionalità e del controllo dei nostri conti, cosa che questo documento di programmazione economica e finanziaria inizia a fare, di avere un debito da nazione in guerra senza aver compiuto, nemmeno iniziato, direi, la guerra. Scusate il paragone bellicista, ma noi dobbiamo fare la guerra per la modernizzazione, dobbiamo fare la guerra per le infrastrutture strategiche, per l'innovazione della pubblica amministrazione e per gli investimenti a favore del capitale umano.

Vinta questa guerra uscendo da qui potremo, anche con una condizione di debito analoga a quella attuale, guardare con serenità in faccia i nostri figli e sapere che nel bilancio tra la nostra generazione e quella che verrà non gli abbiamo addossato un peso intollerabile, l'abbiamo fatto per il bene comune.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Marrocu. Ne ha facoltà.

MARROCU (D.S.). Ogni avvio di legislatura è stato caratterizzato dalla volontà espressa dalle maggioranze e dal governo che nasceva di avviare un grande, sostanziale e radicale cambiamento. La parola più usata è stata "discontinuità". L'occhio era rivolto sempre al passato. Anche la precedente legislatura fu avviata con questa grande e straordinaria volontà di cambiamento e di discontinuità. Lo sguardo era rivolto al passato e col passare delle settimane, dei mesi, degli anni, questo sguardo rivolto al passato veniva utilizzato esclusivamente come alibi, come giustificazione delle cose che non si facevano. Per fortuna io credo che la società cresca, si modifichi, avvii processi di cambiamento qualche volta anche a prescindere da quello che si fa in quest'Aula e dalle politiche regionali, e quindi non credo che tutto ciò che c'è di negativo possa essere sempre addebitato alle azioni dei governi che ci hanno preceduto.

Io credo che noi non faremo né possiamo fare l'errore di rivolgere sempre lo sguardo al passato, o proclamare solo a parole la volontà di cambiamento e discontinuità, anche perché poi i cittadini, come hanno dimostrato anche nei confronti del governo che ci ha preceduto, giudicheranno non in base alle volontà espresse e al desiderio di cambiamento manifestato, ma alle azioni concrete di governo che sapremo mettere in campo. Per questo motivo io non riesco a capire perché susciti così tanto stupore nei colleghi il fatto che alcune parti del DPEF che è stato approvato dalla Giunta erano già contenute nel DPEF precedente. E si vuole accostare il fatto che alcune parti siano state confermate nel DPEF attuale, quasi tornando indietro nel tempo, al fatto, da noi fortemente criticato, che il presidente Pili abbia copiato dalle dichiarazioni programmatiche di Formigoni, di un'altra Regione, accusandoci di fare lo stesso. Sarebbe come dire che, per segnare la discontinuità dal passato, se nel DPEF Masala, Floris o Pili fosse stato previsto il completamento della strada 125 noi avremmo dovuto prevedere il completamento della strada 126; a me avrebbe fatto piacere perché è quella che collega Decimomannu al guspinese, e che tra l'altro ha uno dei più alti indici di incidenti e di pericolo, ma che senso avrebbe? Ci sono parti dei DPEF presentati dalle Giunte Pili o Floris, che contenevano cose che noi condividiamo, la realtà è che ciò che nel DPEF veniva indicato e proposto non veniva tradotto in azioni concrete di governo e non condizionava l'impostazione della manovra finanziaria. E comunque il DPEF analizza i problemi della Sardegna, le difficoltà che la Sardegna si trova a dover affrontare, indica soluzioni ed avviava processi di cambiamento. Nulla a che vedere con il fatto che nelle dichiarazioni programmatiche del Presidente Pili si parlasse di 11 province, si parlasse di turismo alpino e non di turismo delle coste. Poi posso condividere l'opinione che forse fu uno dei tanti trabocchetti che qualche collega dello stesso Pili, della stessa sua maggioranza, dello stesso suo governo tese all'inconsapevole Presidente di allora. Ma ciò ha caratterizzato tutta la legislatura precedente: trabocchetti, sgambetti, maggioranza inesistente. In questo clima anche il DPEF veniva puntualmente stravolto, anche nelle parti positive, dalla stessa maggioranza che lo presentava in Aula.

Quindi io non ritengo per niente scandaloso che parti del documento di programmazione economica e finanziaria che erano contenute nei documenti delle precedenti Giunte possano essere recuperate e fatte proprie dall'attuale Giunta e dall'attuale maggioranza, è solo un giornale che grida allo scandalo, un giornale per il quale qualsiasi cosa che può essere utilizzata contro questa maggioranza, contro questa Giunta e contro il suo Presidente diventa una grande notizia, un fatto straordinario di cui doverci vergognare,. Nulla di scandaloso e nulla a che vedere con le copiature del passato, che riguardavano realtà di altre regioni, altre prospettive e altri elementi. Quindi non sono tra quelli che invita la Giunta a riflettere su chissà quale errore, ma che errori sono? Credo che ci sia la volontà e la consapevolezza di quello che si sta facendo, anche del fatto che alcune parti si debbano riconfermare. Ciò che interessa a noi è che quelle parti confermate siano poi concretizzate nelle azioni di governo e che ci sia una corrispondenza tra le affermazioni di principio e le azioni concrete di governo da parte della Giunta regionale, che è quello che è mancato nel passato.

Ci attende una legislatura che vorremmo che fosse, e sicuramente lo sarà, straordinaria, che avvii realmente un processo radicale di risanamento.

Presidenza del Presidente Spissu

(Segue MARROCU.) Una politica che sappiamo sarà necessariamente severa e rigorosa, perché questa è la volontà espressa dall'elettorato a giugno, perché questo è ciò che avevamo scritto nel programma che abbiamo presentato agli elettori e che è stato premiato dagli elettori; perché questa è la volontà forte che manifesta il Presidente eletto dai sardi, qualche volta anche superando difficoltà, equilibri che la politica tende a porre, ma la volontà espressa dagli elettori voto è la volontà di scuotere l'albero, come ho detto altre volte, e di cambiare radicalmente rispetto al passato.

E questa volontà di cambiamento è anche supportata dai dati che il documento di programmazione economico-finanziaria riporta, e cioè c'è una situazione reale della nostra economia, c'è una situazione finanziaria tale che comunque, al di là della volontà o meno di avviare un processo di risanamento, esso si impone, e deve essere avviato a partire dalla prossima occasione che questo Consiglio avrà che è quella della manovra finanziaria 2005. Non è possibile pensare che si possa affrontare una legislatura e una volontà di cambiamento mantenendo un disavanzo che ha raggiunto gli ottomila miliardi delle vecchie lire, un livello di indebitamento che non ci consente di affrontare neanche in termini di cassa i problemi che il disavanzo ha posto.

Quindi è una volontà di cambiamento che è nei documenti programmatici, che è della Giunta, che è di questa maggioranza, che è del Presidente ma che viene imposta, a noi ed anche a voi, a tutti, dalla situazione finanziaria nella quale si trovano oggi la Sardegna e la Regione. Una situazione che, come ho avuto modo di dire anche in un'altra occasione, rappresenta una sfida che viene lanciata non solo al Governo e a questa maggioranza, ma a tutti, e il confronto avverrà su questo.

Vedete, quando si parla di politica severa, rigorosa, una politica di risanamento, si dice che andremmo a intaccare poteri forti e consolidati. Io sono convinto che ci siano poteri forti e poteri consolidati, ma si andrà a intaccare anche situazioni ed interessi consolidati che sappiamo appartenere anche al nostro mondo e agli strati sociali che a noi si riferiscono e quindi sappiamo che anche noi dovremo pagare dei prezzi, perché non è possibile mantenere, in una situazione come quella attuale, "Su connotu", cioè quello che comunque anche noi abbiamo contribuito a costruire con tali strati sociali.

Anche noi sappiamo, e l'abbiamo già vissuto nelle prime azioni di governo, di dover vivere contraddizioni col nostro mondo; l'abbiamo vissuto nel momento in cui abbiamo parlato di legge salva coste ed abbiamo visto aprirsi all'interno del nostro mondo e dei nostri amministratori delle contraddizioni; l'abbiamo visto quando abbiamo parlato di riforma della formazione professionale e dell'obbligo formativo. Riforma che viene imposta da un dato elementare: non ci sono le risorse, lo Stato non trasferisce le risorse necessarie a mantenere un impegno che esso stesso ha assunto con una sua legge, la Regione non può dare risposte in assenza di un impegno dello Stato ma soprattutto c'è anche la convinzione che quel sistema non si regge, e gli stessi operatori interessati riconoscono che è ineludibile una sua riforma.

Ed anche in quel settore sappiamo che una politica severa, rigorosa, di risanamento va a intaccare anche interessi che noi stessi abbiamo contribuito a costruire, interessi di parti sociali che hanno come punto di riferimento la nostra parte politica. Di fronte alla necessità di avviare una politica vera di cambiamento, sappiamo che anche noi ci troveremo a dover gestire situazioni anche di malessere, situazioni di difficoltà, ma la differenza sostanziale rispetto alla legislatura precedente è che le scelte che pure il centrodestra indicava nei propri DPEF non si traducevano in azioni di governo perché non c'era una maggioranza che le sosteneva, perché quella maggioranza puntualmente cadeva alla prova del voto, perché non c'era coesione, non c'era maggioranza non solo numerica, anzi i numeri sembrava che ci fossero, ma non c'era maggioranza politica. La differenza questa volta è che c'è una volontà, c'è una necessità e c'è anche una maggioranza che dimostrerà in questi cinque anni di essere coesa, unita e che supporta quel progetto che è stato presentato agli elettori e lo supporterà in tutti questi cinque anni e in tutte le occasioni. Io credo che il DPEF sia in totale sintonia con questo obiettivo, con questo progetto, per questo lo approvo, non vedo nel DPEF un progetto generico, vedo invece un progetto molto chiaro, molto visibile, di iniziativa di governo e di cambiamento.

Un collega, io mi avvio anche a concludere, collega peraltro che stimo, preparato, capace, diceva ieri: "Attenti non vorrei che ci fosse la volontà di fare in modo che il Consiglio venga ridotto a svolgere esclusivamente un mero ruolo di sentinella e di controllo". Io credo di poter dire che non c'è la volontà né della Giunta né del Presidente di ridurre il Consiglio a svolgere il solo ruolo di sentinella e di controllo, né c'è per quanto ci riguarda la disponibilità nostra a farci ridurre o ad accettare un ruolo esclusivamente di sentinella e di controllo. C'è la convinzione che quel progetto è giusto, c'è la volontà di supportarlo e sorreggerlo; c'è la volontà di concorrere a costruire quel progetto tutti insieme, nel rispetto del mandato elettorale che abbiamo avuto a giugno e del quale spero tra cinque anni risponderemo positivamente.

PRESIDENTE. Grazie onorevole Marrocu. È iscritto a parlare il consigliere La Spisa. Ne ha facoltà.

LA SPISA (F.I.). Grazie. Io, a conclusione della discussione generale che è stata molto lunga, con molte voci, credo di non dover ripetere più di tanto cose che già altri colleghi hanno detto, ma personalmente fare alcune puntualizzazioni. E vorrei farlo iniziando con un giudizio sintetico, come espressione fondamentale della nostra posizione rispetto a questo documento, vorrei farlo citando due giudizi dati durante le audizioni sul DPEF, quindi prima dell'esame di quest'Aula; uno è il parere espresso, anche con una nota scritta, da parte delle associazioni e organizzazioni degli imprenditori, cioè della CONFINDUSTRIA, della Lega delle Cooperative, dell'APISARDA, della CONFCOMMERCIO, della COLDIRETTI, della Confagricoltura, degli artigiani e così via che ha definito questo documento come un documento di programmazione generale avente ancora un carattere enunciativo. Un documento, quindi, che si limita ad enunciare, che non presenta un'analisi approfondita sul sistema produttivo regionale e sulle sue dinamiche; si limita ancora una volta a fotografare la base di partenza e non contiene ipotesi di riposizionamento della Sardegna rispetto a queste variabili, rinviando la loro definizione al programma regionale di sviluppo.

E gli imprenditori sottolineano che di fronte a posizioni così generiche occorre invece rendere espliciti gli impatti attesi da una manovra economico - finanziaria che la Giunta si appresta a presentare a questo Consiglio e prima ancora alla concertazione con le parti sociali, che è condizionata dall'unico elemento certo indicato in questo DPEF. Se è vero che - come dice ancora la C.G.I.L., sindacato dei lavoratori che mi sembra che possa essere preso esemplificativamente come l'organizzazione che più difficilmente si presta a giudizi negativi rispetto ad un governo che esplicitamente si rifà anche a comuni identità politiche - "Questo DPEF" - cito testualmente le parole di Giampaolo Diana, il segretario generale - "ha i connotati dei precedenti, non ci sono scelte, non ci sono priorità". Due giudizi molto forti e molto pesanti, espressi dagli industriali, da tutti gli imprenditori e dal sindacato dei lavoratori. E sono due giudizi che forse non vale neanche la pena di commentare più di tanto. Vorrei semplicemente articolare però l'intervento, proprio riprendendo alcuni contenuti di questo documento che certamente ha anche alcuni elementi, lo dico proprio in maniera esplicita e chiara, di interesse oggettivo.

Non è un documento soltanto di enunciati, di enunciati generici, ha alcune parti che individuano alcune novità, ma complessivamente questo è un documento che non dice come si vuole impostare la programmazione economico - finanziaria della Regione nei prossimi anni, in vista di una svolta effettiva nella politica di sviluppo. Certo, ci sono alcune cose positive, direi che la cosa più positiva è la volontà, ma è ancora un enunciato, di delineare per il futuro un modello e un metodo di programmazione economico e finanziaria che sia più confacente alle esigenze della Sardegna ed anche a rendere efficace l'azione del Consiglio regionale e dell'Esecutivo. La formula che viene proposta è quella di un nuovo strumento di programmazione che viene definito come programma regionale di sviluppo; di fatto è una novità fino ad un certo punto, non crediamo che si discosti molto, almeno nella finalità, dallo strumento che da anni è al centro delle politiche di programmazione della nostra Regione, il piano generale di sviluppo. Indicato e definito come strumento nuovo, il programma regionale di sviluppo dovrebbe costituire il punto di riferimento programmatico per il futuro, ma limitatamente alla legislatura che si avvia. Si dice inoltre che questo programma debba in qualche modo ricomprendere le linee che poi possono essere attuate attraverso gli altri strumenti di programmazione e pianificazione territoriale, a cominciare dal piano di assetto territoriale ed ambientale, il piano agricolo, il piano sanitario, il piano paesistico regionale e tutti gli altri strumenti di pianificazione e di programmazione economica, dal piano delle acque al piano dei rifiuti, al piano energetico, al piano straordinario dell'istruzione e della formazione, ai progetti per la promozione ed attrazione delle imprese, al piano dello sviluppo turistico sostenibile.

Noi su questo non possiamo che dire che la nostra posizione sarà di attesa per vedere cosa vorranno fare la Giunta e la maggioranza con questa nuova impostazione programmatoria; dobbiamo però sottolineare che all'inizio della legislatura, così come è stato detto anche dal collega Marrocu prima, ci si aspettava un DPEF - che oggettivamente è da considerare uno strumento vecchio ed obsoleto - che cogliesse questa occasione per dare concretamente al Consiglio regionale, a tutta la Regione quindi, l'indicazione chiara di quali fossero gli obiettivi strategici, ma anche gli strumenti per raggiungere questi obiettivi da parte della Giunta e del suo Presidente.

Non dimentichiamoci che siamo a sei - sette mesi dall'inizio della legislatura, e noi abbiamo sentito finora in quest'Aula, a partire dalle dichiarazioni programmatiche del Presidente, e poi a più riprese nelle diverse occasioni in cui questo Consiglio è stato chiamato ad esprimersi su questioni concrete del Governo regionale, una serie di enunciazioni che attengono all'impostazione di fondo di chi si è presentato agli elettori e ha vinto la competizione elettorale, il Presidente e la sua maggioranza, il suo governo, ma che si è presentato agli lettori e che si sta presentando continuamente in quest'Aula con una serie molto limitata di idee, veramente poche, semplici, molte limitate nella loro enunciazione, ma in qualche modo ritenute essenziali da chi le enuncia, proponendo anche iniziative che sono sicuramente di forte presa sull'opinione pubblica, capaci di incrementare e consolidare consenso. Emerge continuamente dall'azione di governo del Presidente un'attenzione molto particolare nei confronti dei movimenti di opinione, proponendo indirizzi che possono riflettere opinioni molto diffuse e che possono evidentemente portare ad incrementare o quantomeno consolidare il consenso. Così è stato per l'approccio alla questione urbanistica e paesaggistica, così è stato per problemi come quelli della formazione professionale e della trattativa con i dipendenti regionali; un'attenzione alle ragioni pratiche del Governo ma un'attenzione anche agli orientamenti generali dell'opinione pubblica. Ciò che conta è quel che dice la gente comune, più della necessità di fare scelte chiare ed utili per lo sviluppo della Sardegna.

Questo, a nostro parere è il grande limite che si riflette in questo documento, un documento che nella gran parte dei suoi capitoli e dei suoi paragrafi fa una sintesi della situazione, limitandosi in grandissima parte all'analisi e all'indicazione di possibili sbocchi veramente molto generici. Ribadisco quel che è stato sottolineato già da alcuni colleghi, in particolare per quanto riguarda l'analisi dei settori produttivi, dall'industria, all'agricoltura, al commercio; non c'è il tempo e probabilmente neanche l'attenzione generale di quest'Aula per andare nello specifico, forse può darsi che nel pomeriggio, se si discuteranno i capitoli uno per uno, si potranno anche approfondire le diverse questioni, ma ad esempio sulla politica agricola, viene espressa una posizione a dir poco rassegnata su quello che è lo sviluppo di questo settore. La politica di sviluppo agricolo viene considerata partendo dalla necessità di mantenere le campagne, le zone interne, presidiate, piuttosto che dalla volontà di trovare forme di sviluppo economico per questo settore. Sinteticamente questo è ciò che appare grave: un'impostazione rinunciataria. Così come rinunciataria appare anche la posizione riguardo all'industria; è pienamente condivisibile l'enunciazione della volontà di rivisitare le leggi di incentivazione, la legge numero 15 oppure quelle relative agli altri settori produttivi, come la legge numero 51 per l'artigianato e la legge numero 9 per il commercio. Certamente dire che devono essere premiati i progetti innovativi è una cosa sacrosanta, dire che le leggi e le direttive di attuazione devono essere riviste per dare punteggi più alti in caso di applicazione di meccanismi a bando, o comunque di privilegiare progetti che abbiano carattere di innovazione, è una cosa sacrosanta, assolutamente condivisibile da tutti, ma non si può non notare che, in particolare sulla politica industriale, mancano delle enunciazioni, delle prese di posizione chiare e precise su che cosa si vuole fare ad esempio della grande industria, su che cosa si vuole fare in materia di infrastrutture industriali e che cosa si vuole fare in particolare sulla politica energetica.

Ci saranno, spero e credo, altre occasioni per approfondire questi argomenti, ma questi tre punti chiave della politica industriale sono appena appena accennati, non enunciati, appena appena accennati in questo documento di programmazione economica e finanziaria. È davvero un'occasione persa, perché se si fosse trattato di un DPEF di fine legislatura io avrei più facilmente capito che la stanchezza e la rassegnazione o l'abitudine, che prendono la mano a chi stende un documento così importante o a chi lo deve approvare in Giunta e presentare in quest'Aula, potessero condizionare il contenuto di questo documento previsto per legge che però effettivamente di fatto riscuote scarsa attenzione ed ha scarsa capacità di incidere; ma è il DPEF di inizio legislatura, era un'occasione per voi di dire cosa volete fare e come volete affrontare i problemi della Sardegna. Il documento che avete presentato si centra di fatto su un'unica preoccupazione: quella di approfondire, di indicare il quadro economico finanziario che sarà alla base della prossima manovra finanziaria che presenterete in quest'Aula tra qualche giorno.

Siete stati presi da subito, ed è comprensibile questo, dalla grave preoccupazione, giusta preoccupazione, di affrontare il problema del disavanzo del bilancio e di affrontare un indebitamento che naturalmente è cresciuto a seguito di, anni, decenni di disavanzo del nostro bilancio. Avete indicato subito, come nel migliore dei libri gialli, qual è l'assassino - lo abbiamo già detto in Commissione questo - questo documento è come un libro giallo leggendo il quale si cerca di capire dove si va a finire, e alla fine nell'ultimo capitolo viene indicato il nocciolo della questione. Il nocciolo della questione è il disavanzo e l'indebitamento; l'assassino è l'insieme dei legislatori e delle azioni di governo che hanno portato a questo disavanzo, anzi, per la verità, nella stessa tabella voi avete individuato e scelto quali sono i termini temporali per fare i paragoni; poi l'Assessore, molto puntualmente, su nostra richiesta, ha precisato quali erano i punti di paragone indicati nella tabella a pagina 119 del DPEF e che mostrano più chiaramente come il disavanzo abbia origini molto molto più lontane nel tempo e non sia ascrivibile soltanto al 1999 o al 2000, anni in cui ci siamo trovati a dover affrontare realisticamente un problema della nostra Regione, che è quello di un bilancio con scarse entrate e con una crescita, invece, smisurata della spesa.

Ma se questa era l'occasione per dire cosa volete fare e come volete affrontare i problemi della Sardegna, il vero problema di fondo che emerge allora - e chiudo con questo - è sintetizzabile nella speranza, nell'ottimismo che chi inizia un'esperienza di governo non può non avere, la vostra speranza, ma il vostro ottimismo per il futuro di questi cinque anni dove è riposto? Su quali versanti di innovazione nella politica e nella programmazione economica? È apprezzabile quanto avete scritto riguardo a ricerca e innovazione, forse uno dei punti in cui si vede un'impronta più decisamente orientata a indicare una via d'uscita della Sardegna dal sottosviluppo. D'altra parte voi stessi in questo testo avete scritto che ricerca, ssviluppo, innovazione e tecnologia dell'informazione e della comunicazione non possono diventare una nuova e immateriale cattedrale nel deserto della Sardegna.

È un'espressione che io condivido e credo che sia giusto sottolineare proprio questo, che se ci sono delle possibilità di sviluppo vengono certamente dall'innovazione, vengono certamente da un cambio e da una svolta nell'impostazione culturale della nostra politica, della formazione dei nostri giovani, della ricerca di una nuova cultura del rischio dell'impresa, dell'intrapresa, ma ciò non deve diventare un culto acritico e un indirizzo di nuovi investimenti a favore di iniziative o infrastrutture che non siano effettivamente scelte con saggezza e lungimiranza, altrimenti ricadremmo davvero nella creazione di una nuova, anche se immateriale, cattedrale nel deserto.

Ma se questi sono i pochi spunti di innovazione, io vorrei dire che non possiamo non registrare con allarme un'impostazione di fatto che fa da contrappeso a questa genericità di intenti che emerge dal DPEF, e mi rifaccio all'osservazione fatta dal collega Maninchedda sul nuovo modello di programmazione e sul vero ruolo che deve avere il Consiglio rispetto alle azioni di governo. Un Consiglio che non deve essere semplice organismo di controllo rispetto all'azione di governo ma ancora di più, e condivido, non deve essere assolutamente il luogo in cui le decisioni vengono semplicemente rese esplicite, sono parole del collega Maninchedda. Questo è il serio pericolo che noi paventiamo alla luce dell'esperienza di questi primi mesi di governo, e cioè l'affermazione di alcune idee considerate forti dal Presidente della Regione, di alcune decisioni forti, per esempio quelle di carattere ambientalista, che noi abbiamo vissuto in quest'Aula, a fronte delle quali non ci sia di fatto una permanenza di vecchie logiche. Io non posso non citare, e concludo, proprio la notizia apparsa su un giornale di oggi secondo la quale sarebbe in corso la cessione di un ramo d'azienda di Meridiana, ad una società che ha come referenti nomi e cognomi ben identificati di forze politiche rappresentate in quest'Aula, con forti pericoli anche per l'occupazione e con tecniche e atti concreti, che porterebbero ad un monopolio nella gestione della continuità territoriale, che destano preoccupazioni. La genericità di un DPEF che non dice cosa fare e come farlo ha come contrappeso azioni di governo e notizie allarmanti sulla trasparenza che deve caratterizzare l'attività di quest'Aula.

PRESIDENTE. Riprenderemo i lavori questo pomeriggio alle ore 17 con l'intervento della Giunta. La seduta è tolta.

La seduta è tolta alle ore 13 e 55.