Seduta n.259 del 04/07/2002
CCLIX SEDUTA
Giovedì 4 Luglio 2002
Presidenza del Presidente SERRENTI
indi
del Vicepresidente SANNA
indi
del Presidente SERRENTI
La seduta è aperta alle ore 10 e 17.
ORTU, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del 27 giugno 2002, che è approvato.
Congedi
PRESIDENTE. Comunico che i consiglieri regionali Giorgio La Spisa, per motivi personali, Salvatore Piana, per motivi familiari, e Luigi Biggio, per motivi di salute, hanno chiesto di poter usufruire di un giorno di congedo per la seduta del 4 luglio 2002. Poiché non vi sono opposizioni i congedi si intendono accordati.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare sull'ordine del giorno il consigliere Pittalis. Ne ha facoltà.
PITTALIS (F.I.-Sardegna). Signor Presidente, come è successo anche in altra occasione, tenuto conto che l'Aula è semivuota, e dovendo avviare l'esame di un documento importante come il DPEF, sottopongo alla sua valutazione la possibilità di una breve sospensione dei lavori per consentire ai colleghi che stanno arrivando di poter assistere allo svolgimento delle relazioni di maggioranza e di minoranza.
PRESIDENTE. Onorevole Pittalis, il Consiglio è stato convocato per le ore 10 e i colleghi erano tutti informati, poi capisco che possa succedere… Comunque, se non vi sono opposizioni io non ho nulla in contrario a concedere una breve sospensione. Ha domandato di parlare il consigliere Cogodi. Ne ha facoltà.
COGODI (R.C.). Signor Presidente, c'è sicuramente, perché è nell'ordine naturale delle cose, un'osservazione e un'obiezione da parte nostra. L'Aula è semivuota solo perché la maggioranza è "semirotta" o è "in rotta". Il Consiglio è stato convocato, infatti, per le ore 10 in esito a una riunione della Conferenza dei Presidenti di Gruppo che si è tenuta ieri, sempre su richiesta della maggioranza, per programmare i lavori. Non si è proseguito ieri (e si poteva proseguire) perché si doveva riprendere oggi.
Ora, appare con evidenza a tutti l'azione puramente ostativa che la maggioranza, adesso anche in modo autorevole ed esplicito, prima in modo surrettizio e semiclandestino, sta ponendo in essere perché non si proceda all'esame dei documenti che il Consiglio ha in carico, a partire dal DPEF. Noi proponiamo che il Consiglio regionale lavori e lavori in via continuativa nei giorni feriali e festivi, perché si esaminino questo e altri documenti e leggi importanti con la serietà che è dovuta. La maggioranza, se è maggioranza, lo dimostri, se non lo è faccia altro. E' semplicemente, non dico scandaloso, puramente ridicolo pensare che a mezza mattina, alle ore 10 e 20 si dica: "Aspettiamo che arrivino i consiglieri di maggioranza". Noi siamo contrari a ogni forma di rinvio dei lavori del Consiglio.
PRESIDENTE. Onorevole Pittalis, io l'ho concesso altre volte anche per richieste provenienti dall'altra parte e chiaramente ho difficoltà a dire di no, però la sospensione deve essere breve. Posso concedere un quarto d'ora, dopo di che...
COGODI (R.C.). Ma per che cosa, scusi?
PRESIDENTE. Il perché lo lasci decidere a me, lei si faccia gli affari suoi. Ma è possibile? Abbia pazienza!
COGODI (R.C.). Sono affari miei! Sono affari nostri!
PRESIDENTE. Quante volte ho concesso anche a lei un quarto d'ora e anche mezz'ora?Abbia pazienza!
Sospendo i lavori del Consiglio per quindici minuti.
(La seduta, sospesa alle ore 10 e 23, viene ripresa alle ore 10 e 43.)
PRESIDENTE L'ordine del giorno reca la discussione del documento numero 39. Dichiaro aperta la discussione generale. Ha facoltà di parlare il consigliere Balletto, relatore di maggioranza.
BALLETTO (F.I.-Sardegna), relatore di maggioranza. Signor Presidente, colleghi consiglieri, la Commissione programmazione e bilancio, nella seduta del 5 giugno ultimo scorso, ha approvato il documento di programmazione economica e finanziaria 2003-2005, con il voto favorevole della maggioranza.
Il DPEF ha rispettato il dettato della legge nel senso dei termini, così come indicato dall'articolo 1 bis della legge regionale numero 11 del 1983. Il documento di programmazione economica e finanziaria, come è noto, traccia le linee guida per orientare lo sviluppo economico, delinea gli obiettivi e le azioni di intervento, coordina i flussi finanziari, determinando l'ammontare delle risorse disponibili per il triennio in argomento. In sostanza il DPEF costituisce il fondamento di tutta l'attività programmatoria in Sardegna, in uno con il coordinamento degli interventi di spesa, con le risorse proprie e con le entrate di provenienza nazionale e comunitaria.
Il provvedimento in esame si presenta modificato nella sua impostazione grafica e metodologica rispetto a quelli che lo hanno preceduto, pur senza mutare la sua impostazione di fondo. Infatti esso è strutturato modo tale da rappresentare il quadro complessivo della situazione economica e sociale attuale, con la collegata finalità di individuare le linee guida di intervento a sostegno dello sviluppo attraverso la formulazione di proposte e l'indicazione delle strategie operative per il raggiungimento degli obiettivi configurati. Il documento in senso proprio trova ulteriore integrazione ed esplicitazione in diversi allegati. In particolare:
- l'allegato numero 1 descrive dettagliatamente e in maniera approfondita il ruolo della Sardegna nell'economia nazionale e internazionale, con ampi riferimenti al mercato del lavoro, alla situazione congiunturale attuale e alla previsione della sua evoluzione nel breve periodo;
- l'allegato numero 2 tratta, analizzandoli a fondo, gli strumenti per lo sviluppo locale, PIST (Programmi Integrati di Sviluppo Territoriale delle isole minori della Sardegna), PIA (Programmi Integrati d'Area), INTERREG e LEADER;
- gli allegati 3A e B si riferiscono, elencandole, alla natura e alle funzioni dei singoli Assessorati, nonché ai programmi operativi degli stessi Assessorati, mentre l'allegato 3B, in particolare, costituisce documento di analisi dei programmi operativi già sviluppati nell'allegato 3A.
L'importanza dei temi trattati negli allegati sopra richiamati e la completezza dell'analisi, alla cui lettura si rimanda per evidente necessità di sintesi, suggeriscono almeno una riflessione riguardo all'andamento del mercato del lavoro in Sardegna. Viene evidenziato, in un'apposita tabella, che il tasso di disoccupazione dal gennaio 2001 allo stesso periodo del corrente anno è sceso di un punto percentuale, passando dal 18,6 al 17,6 per cento, con ciò consolidando una tendenza manifestasi già da un triennio, nel corso del quale si è registrato un incremento occupazionale di 58 mila unità.
Questo lusinghiero risultato, pur scorporato dagli effetti positivi conseguenti alla politica centrale dello Stato, che pure vi è stata, va oltre il dato medio dell'occupazione su scala nazionale; nel documento di programmazione economica e finanziaria, infatti, si afferma che detto risultato è il frutto di opportunità nuove, presenti solo a livello regionale, discendenti dalla bontà delle scelte di politica economica dell'amministrazione regionale operata nel periodo di riferimento.
Il DPEF, per quanto concerne gli obiettivi prioritari, è articolato in quattro principali argomenti rappresentati:
1) dalle politiche prioritarie e di intervento;
2) dalle politiche settoriali e di coesione;
3) dalla strategia organizzativa per l'efficienza e l'efficacia gestionale;
4) dal quadro di sostegno economico e finanziario.
In linea con gli obiettivi già enunciati nelle dichiarazioni programmatiche della Giunta Pili, all'atto del suo insediamento, il DPEF prevede, per quanto attiene alle politiche prioritarie di intervento, iniziative finalizzate al rilancio del territorio, alla sua valorizzazione e quant'altro possa essere utile in un contesto sociale, come quello attuale, in continua evoluzione, in tema di innovazione tecnologica. Più specificamente, per quanto concerne il rilancio del territorio, particolare attenzione è rivolta in termini di intervento al potenziamento della rete dei trasporti regionali, alla previsione del ruolo della Sardegna come piattaforma logistica per la mobilità del Mediterraneo e alla risoluzione dell'endemico problema relativo alle risorse idriche, e conseguentemente al sistema del ciclo delle acque.
Per quanto riguarda la seconda parte del DPEF si afferma che, pur in presenza di qualche miglioramento nel corso di questi ultimi anni, il quadro generale dell'economia isolana rimane caratterizzato da un'evidente debolezza, che attiene all'insufficiente grado di infrastrutturazione e alla inadeguata composizione della struttura imprenditoriale costituita da soggetti di dimensioni estremamente ridotte.
Tra gli obiettivi che l'amministrazione si prefigge di raggiungere si configura una serie di azioni volte a potenziare la capacità del sistema produttivo regionale, attraverso l'adozione di misure capaci di attrarre investimenti e nuove iniziative dall'esterno, nonché misure a sostegno della innovazione.
Non secondarie a questo scopo sono le politiche di natura fiscale, volte a consolidare e potenziare un sistema di sgravi idoneo e funzionale ad incrementare la competitività delle imprese che operano e che andranno ad operare in Sardegna rispetto ad un mercato sempre più globalizzante.
Altro aspetto che merita una pur breve riflessione è quello che riguarda la politica delle entrate, ben sapendo che il principale obiettivo che si prefigge l'amministrazione regionale è proprio quello di incrementare le risorse disponibili, al fine di assicurare mezzi più adeguati, necessari per il finanziamento degli interventi previsti dalla programmazione regionale.
Questo irrinunciabile obiettivo tuttavia si presenta sempre più arduo da raggiungere in presenza di due concomitanti fenomeni: da una parte la progressiva riduzione delle assegnazioni statali e dall'altra parte il rallentamento delle entrate proprie, a seguito del minore gettito di natura fiscale sui tributi compartecipati.
In questa situazione il DPEF si pone come obiettivo strategico la revisione del Titolo III dello Statuto, con la dichiarata esigenza di equiparare le entrate tributarie della Sardegna a quella delle altre Regioni a Statuto speciale. Nella stessa direzione si muove l'amministrazione regionale, dando impulso al confronto con lo Stato, peraltro già in atto, allo scopo di pervenire entro il prossimo esercizio finanziario alla contrattazione del nuovo Piano di rinascita, in attuazione dell'articolo 13 dello Statuto sardo.
La crescita dei bisogni e la necessità di dare quindi attuazione a massicci interventi che rimuovano le cause del sottosviluppo che originano da un accertato e diffuso deficit infrastrutturale, come è stato affermato in precedenza, pongono in termini sempre più pressanti l'attuazione dell'obiettivo della crescita delle risorse, anche perché, così come opportunamente viene indicato nel DPEF, a legislazione vigente, le risorse disponibili quantificate in 2.875.945.000 euro, 2.888.251.000 euro, 2.948.051.000 euro rispettivamente per gli anni 2003, 2004 e 2005, si dimostrano palesemente insufficienti per finanziare la spesa complessivamente individuata per ciascuna annualità del periodo considerato. Il livello di indebitamento raggiunto, ancorché ridottosi dell'importo di 803.043.000 euro, a seguito dell'accertato minore disavanzo d'amministrazione dell'esercizio finanziario 2001, impone, in coerenza con le indicazioni del precedente DPEF, una politica di rigore, di contenimento e allo stesso tempo di riqualificazione della spesa.
Con queste finalità il DPEF prevede che il bilancio di previsione dell'esercizio 2003 comporti il reperimento di ulteriori risorse regionali per 1.274.200.000 euro, e ciò per dare totale copertura alle spese previste nell'ipotesi di bilancio a legislazione vigente pari a 4.150.145.000 euro, nel quale, come è noto, sono rappresentate le autorizzazioni di spesa previste dalla legislazione in vigore, le dotazioni ritenute necessarie per il funzionamento dei fondi di riserva, nonché la previsione degli oneri di ammortamento dei mutui autorizzati e già contratti.
Tuttavia, per effetto dell'autorizzazione con la finanziaria 2002, alla contrazione di mutui dell'importo di 603.773.000 euro e a seguito del ripristino del livello di indebitamento susseguente al minore disavanzo registrato nell'esercizio finanziario 2001, il disavanzo netto da finanziare si riduce a 113.145.000 euro, poco più di 200 miliardi di vecchie lire.
Per il raggiungimento di questo obiettivo si afferma, nel DPEF, che il bilancio di previsione dell'esercizio 2003 venga predisposto nel rispetto delle seguenti prescrizioni:
- esclusione di nuovi o maggiori interventi, con obbligo, in caso di un loro inserimento, di copertura con risorse esistenti e previste dalla vigente legislazione;
flessione delle spese di funzionamento in misura non inferiore al 10 per cento;
- divieto di nuove assunzioni per il personale dell'amministrazione, salvo motivate eccezioni, le cui spese devono essere limitate alla sola "presenza";
- contrazione della spesa corrente nella misura del 5 per cento in ragione d'anno;
- divieto di incremento di stanziamenti per quelle spese che presentino consistenti residui o in presenza di impegni inferiori all'80 per cento;
- conferma dei trasferimenti a favore degli enti strumentali nella misura fissata per l'anno 2002.
Ovviamente questa relazione è stata predisposta prima dell'approvazione della legge che istituisce le nuove quattro province, e nel DPEF a questa evenienza non si fa riferimento in forma compiuta. La concomitante previsione dello scioglimento delle attuali province per consentire le nuove elezioni di tutte le otto province nella prima sessione utile del 2003, ovviamente comporta, sotto questo aspetto, la necessità di inserire nella legge finanziaria le risorse occorrenti a quello scopo. Stime effettuate indicano un fabbisogno, per questa evenienza, non inferiore ai 400, 500 miliardi di vecchie lire. Il problema comunque si porrà in sede di predisposizione della legge finanziaria per il 2003 e della legge di bilancio dello stesso periodo.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il consigliere Scano, relatore di minoranza.
SCANO (Gruppo Misto), relatore di minoranza. Signor Presidente, io svolgerò naturalmente, sia pure rapidamente, il ragionamento sul merito del DPEF. Tuttavia mi sembra indispensabile iniziare con una premessa più prettamente politica perché, se abbiamo ben compreso ciò che è emerso dalla Conferenza dei Capigruppo, dai giornali, dall'umore che circola, il "menù" prevedrebbe (scusate, non voglio mancare di rispetto a nessuno, a volte il menù è una cosa seria) lo svolgimento delle relazioni di maggioranza e di minoranza, forse qualche intervento (non so, poi questo si vedrà), e infine un rinvio dei lavori per dar modo alla maggioranza di cucire, se ci riesce, (impresa ardua), qualche toppa ad un assetto strappato, disorientato e piuttosto allo sbando, come si è potuto ben vedere in Aula in tutta questa fase istituzionale e politica.
Una ragione oggettiva e politicamente intelligente in realtà ci sarebbe stata per motivare un rinvio di qualche giorno, e sarebbe, immagino, stata accolta anche da noi con capacità di ascolto. Considerato, infatti, che su questo DPEF non c'è stata concertazione (è stato detto dalle forze sociali, non lo diciamo solo noi, è stato organizzato anche un grande sciopero in proposito) e un confronto con le forze sociali per adeguare, recepire e aggiornare questo documento, sarebbe stato politicamente comprensibile. Forse bene avrebbero fatto la Giunta e la maggioranza a proporlo, invece si è preferito chiedere un rinvio per problemi interni, per rattoppare.
Questo DPEF presenta una strana sorte (poi vedremo quale sarà la conclusione di questa strana sorte), perché in Commissione Bilancio e Programmazione la maggioranza e la Giunta ci hanno imposto di procedere a tappe forzate, arrivando ad uno scontro frontale con l'opposizione perfino per una questione di un giorno o due. Approvarlo il giovedì invece che il martedì sembrava un delitto; questo provvedimento sembrava un missile lanciato a velocità poderosa. Adesso in Consiglio la maggioranza invece di imporre, come dovrebbe, le tappe forzate (perché la scadenza era quella del 30 giugno), impone le pause forzate. La strategia si capovolge: prima sembrava un missile, adesso sembra un carretto.
Arrivo subito, affrontando la materia del DPEF, ai due punti che considero più importanti. Il primo è il seguente: il documento di programmazione economica e finanziaria dovrebbe essere, e lo è stato talvolta, l'occasione per un grande confronto politico, culturale, sul momento attraversato dalla Sardegna sotto il profilo economico e sociale, sulle tendenze in atto, sul quadro, sugli aggiornamenti, sulle novità da introdurre sia nelle analisi che nelle politiche. Così oggi invece non è. Che confronto c'è stato? Con le forze sociali, mi sembra che si possa dire, senza alcuna forzatura, che si è trattato di un'occasione perduta, mentre sarebbe stato utile un forte momento di concertazione culturale e politica sugli interventi di cui necessita l'economia sarda e sulle sue prospettive. Questa è una mancanza che pesa, che rimane e che è ascrivibile totalmente alla responsabilità della Giunta e della maggioranza.
Il secondo punto che voglio sottolineare è questo: ho scritto nella relazione di minoranza che le pagine 65 e 66 (le ultime due pagine del documento principale) costituiscono la parte più importante del DPEF, in quanto stabiliscono l'impostazione che dovrà avere la manovra di bilancio 2003-2005. Il DPEF infatti dovrebbe servire proprio a impostare la manovra di bilancio.
Io spero che questa parte finale sia stata letta da tutti. Nella mia relazione chiedevo che, una volta ultimata la lettura di quelle pagine, la Giunta e la maggioranza rispondessero a due domande.
Però prima di ripetere le domande voglio percorrere con voi rapidamente l'ultimo capoverso di pagina 65 e pagina 66; "La manovra di bilancio 2003-2005 non deve includere nuovi o maggiori interventi e nell'eventualità di un loro inserimento la relativa copertura deve essere ricercata nelle risorse previste dalla vigente legislazione". Questo significa "definanziare" alcuni strumenti per finanziarne altri, se si vogliono inserire nuovi strumenti. Poi continua: "Le spese di funzionamento debbono diminuire del 10 per cento". Questo può essere un obiettivo anche giusto, condivisibile se si riesce a conseguirlo. Le spese correnti devono diminuire del 5 per cento. Le spese per il personale devono essere limitate alle sole presenze.
Non so se i ragionamenti pronunciati ieri rientrano in questo schema, mi pare di no, ma il mondo è in divenire, come diceva Eraclito. Oggi è giovedì, ieri era mercoledì: giorno nuovo e filosofia nuova, insomma. Bisogna ridurre le spese di funzionamento, bisogna ridurre la spesa corrente, la spesa per il personale deve rimanere nei limiti delle presenze, non ci devono essere nuovi e maggiori interventi.
Allora adesso che abbiamo letto e compreso bene ripropongo le due domande: se queste due pagine rimangono così come sono, cioè se il Consiglio non le modifica (rivolgo la domanda ai colleghi della Giunta e della maggioranza, non certo a quelli dell'opposizione che non c'entrano nulla in questo discorso), come pensate di perseguire gli obiettivi delle altre 64 pagine, visto che non ci debbono essere nuovi e maggiori interventi? Io non trovo una risposta, però starò attento durante il dibattito perché può essere che qualche persona molto accorta e intelligente trovi la soluzione, anche se ne dubito.
E dove sono i nuovi strumenti normativi e operativi per realizzare quello che viene definito, e che è un obiettivo giusto anche per noi, "sviluppo autonomo del sistema sardo"? Io onestamente non intendo fare nessuna forzatura polemica, però dico che le prime 64 pagine del DPEF, con tutto quel corredo di allegati formidabili, anche belli esteticamente, fanno a pugni con le pagine 65 e 66. E le pagine 65 e 66 costituiscono la sostanza del DPEF perché sono quelle che prescrivono come va impostato il bilancio; il resto, non vorrei essere, come dire, eccessivamente icastico, sono chiacchiere. Se non c'è coerenza tra il ragionamento e le conclusioni, anzi vi è contraddizione, è inutile tutto quello scenario fantasmagorico che avete tracciato; quello che conta sono le conclusioni. Quali sono gli strumenti, dove sono le risorse, come, che cosa si vuol fare? Non ci sono nuovi e maggiori interventi.
I concetti che volevo sottolineare con molta forza sono questi; di seguito mi soffermerò sulla documentazione, sull'articolazione, sulla struttura del documento. Il DPEF 2003-2005 che si segnala (anche qui non voglio essere ingeneroso) principalmente per questa veste tipografica (non dico esclusivamente, ma siamo lì) e per il presumibile alto costo delle consulenze (materia sulla quale la Giunta non ci ha ancora fornito gli elementi di conoscenza ripetutamente richiesti) si pone in netta discontinuità metodologica rispetto ai DPEF degli anni precedenti. La discontinuità, nel caso specifico, costituisce un dato negativo, perché sarebbe stato preferibile adottare e mantenere una struttura costante nel DPEF, aderente alle prescrizioni dell'articolo 1 bis della legge di contabilità, da migliorare e completare di anno in anno.
Ciò che voglio dire è che il DPEF non può essere una esercitazione a tema libero, dove ogni anno l'Assessore di turno si sbizzarrisce a inventare qualcosa. Questa discontinuità poi mi preoccupa perché da essa emerge anche l'incertezza sulla natura del DPEF. Quando infatti si fa riferimento ad un "programma di sviluppo regionale a medio termine, con obiettivi di legislatura" da affiancare al DPEF, mi sento di dire che questo programma di sviluppo regionale a medio termine (se si intende bene il DPEF) è il DPEF stesso; se lo si fa bene, se impariamo a farlo.
E poi si decida: questo piano o programma di sviluppo a mesi alterni compare e scompare. Viene proposto nel bilancio, l'opposizione - una parte perché c'era una discussione fra di noi assolutamente legittima e serena - muove delle obiezioni e la maggioranza rinuncia al piano generale. Io questo l'ho apprezzato, Gian Mario Selis no. Adesso ricompare questo programma: decidetevi, non si può sostenere una posizione a febbraio, un'altra a marzo e un'altra ancora ad aprile; questo significa non avere le idee chiare. E comunque, per concludere su questo punto, è più produttivo lavorare sullo strumento esistente, imparando a costruirlo e ad usarlo tutti, piuttosto che disperdere l'impegno su due strumenti con doppi staff, doppie consulenze e quant'altro.
La parte relativa all'analisi della struttura e degli andamenti economici, è molto ampia, in qualche caso anche troppo, perché onestamente non sono angosciato dal sapere come va esattamente nel dettaglio l'economia argentina; forse sarebbe meglio focalizzare un po' più l'attenzione su ciò che è più vicino. Ma, detto questo, andiamo alla sostanza.
La chiave di lettura adottata per il sistema sardo sembra venata di un ottimismo un tantino avventuroso. Il ragionamento che io colgo, non so se sbaglio, è il seguente: c'è la ripresa, abbiamo le risorse e gli strumenti, è sufficiente agganciarci alla ripresa e le cose andranno bene. Una lettura consapevole, più attenta dei dati e delle previsioni dovrebbe portare, io penso, alla coscienza lucida invece dell'enorme sforzo da profondere, (altro che agganciarci!) per creare le condizioni di uno sviluppo autonomo. Si tratta di un grande sforzo da compiere in un tempo limitatissimo, guardando in particolare alle scadenze del 2006 (fine del ciclo della programmazione comunitaria, con tutto ciò che può significare) e del 2010 (area di libero scambio euromediterraneo).
Parlo di ottimismo un tantino avventuroso, perché i dati e le previsioni sul prodotto interno lordo (quelle riportate nel DPEF, non sto parlando di altri strumenti di analisi) portano oggettivamente a concludere che se il trend rimane immutato, il divario di reddito e di lavoro rispetto alle medie nazionali è destinato a permanere. Questo emerge dai dati presenti nel DPEF: non c'è nulla che lasci pensare ad un superamento del divario. Quindi l'ottimismo da solo non basta; ci vuole un grande ottimismo della volontà accompagnato da una grande mobilitazione di energia, una grande capacità di porsi obiettivi e di trovare gli strumenti e le risorse per perseguirli.
C'è però un dato positivo: il dato positivo e quello relativo al mercato del lavoro. Questa è una buona base su cui lavorare; intendiamoci, il tasso di disoccupazione rimane doppio rispetto a quello italiano, però un progresso in questi anni si è registrato: il tasso di disoccupazione prima era sopra il 20 per cento adesso è alcuni punti sotto, e questo è importante. Però, per cortesia, non utilizziamo questo dato positivo per fare un po' di propaganda spicciola e francamente anche un po' ridicola. Si legge infatti nel DPEF: "Questo è merito delle politiche regionali dell'anno scorso". Ma non scherziamo! Lo dimostro scientificamente: i dati sardi - controllate - sono in linea con quelli del Meridione. Non è possibile pensare che la Giunta regionale sarda abbia condotto un'azione nel 2001 così efficace da ripercuotersi anche sulle economie della Calabria, della Sicilia e della Campania.
Allora la verità è che questi dati, principalmente, non dico esclusivamente (perché altrimenti sarei e saremmo noi del centrosinistra un tantino autolesionisti, poi spiego perché) sono il prodotto di scelte e di interventi effettuati a livello statale gli anni scorsi (flessibilità, lavoro interinale, credito di imposta, prestito d'onore) aiutati dalle politiche regionali del 2001. Ma davvero qualcuno pensa che ciò che si fa in un anno l'anno dopo possa già comparire nelle statistiche sul PIL e sulla disoccupazione? C'è qualcuno così sprovveduto da pensare questo? E` chiaro che stiamo parlando di politiche di anni precedenti.
Ecco perché non possiamo essere autolesionisti e diciamo che, pur inquadrandosi in una situazione difficilissima del mercato del lavoro, l'incremento dell'occupazione della popolazione attiva e il decremento del tasso di disoccupazione in Sardegna costituiscono un dato fortemente positivo che ci permettiamo anche di rivendicare parzialmente come frutto di precedenti politiche nazionali e regionali, quali il piano del lavoro, la legge sui centri storici eccetera. Purtroppo queste politiche solo parzialmente hanno avuto seguito in questa legislatura.
La parte del documento relativa agli obiettivi generali, agli indirizzi e alle priorità ha il pregio di essere strutturata secondo uno schema più leggibile e più sintetico rispetto all'ammasso informe del DPEF precedente. Però ciò che si rileva, questo è il punto, adesso sorvolo sugli altri aspetti, è l'assenza di un solido ragionamento strategico. Il documento è onnicomprensivo; prendete le varie schede, quella sull'agricoltura, quella sull'industria: quando si elenca tutto vuol dire che non vengono individuate priorità. Non siamo arrivati ancora al DPEF - anzi, ne siamo molto lontani - inteso quale documento capace di indicare gli indirizzi e le priorità delle politiche e delle azioni con i relativi programmi assessoriali e interassessoriali per il conseguimento degli obiettivi.
Il ragionamento strategico, secondo me e secondo noi, andrebbe concentrato su un punto: come si fa a determinare in alcuni anni, in pochi anni un salto nella competitività complessiva del sistema Sardegna. Da questo punto, posto con forza, con lucidità, dovrebbe discendere una scelta chiara e selettiva sulle politiche, sugli strumenti e sulle risorse.
L'ultima considerazione è politica; il DPEF è sostenuto da una maggioranza? A me sembra che siamo di fronte ad una Giunta senza maggioranza e ad un Consiglio senza Giunta, non so nemmeno se questa sia una Regione senza Consiglio, questo lo scopriremo nei prossimi giorni, nelle prossime settimane. Ma quello che si può dire è questo: dopo tre anni di legislatura, iniziata con grandi fanfare, è possibile esprimere un giudizio obiettivo. Con la polemica sul passato si è cercato di coprire il vuoto di governo; il passato ha visto certo dei guai, dei problemi, dei difetti, ma questo presente preannunciato con tanta enfasi come la svolta, la rivoluzione, l'irruzione del nuovo che avrebbe dovuto spazzar via tutte le nebbie e tutte le nuvole, è peggiore del criticato passato.
La verità è - e credo che al di là della propaganda molti di voi ne siano consapevoli - che in questi tre anni state fallendo e, anzi, avete fallito la prova del Governo.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Cogodi. Ne ha facoltà.
Ricordo che i consiglieri che intendono prendere la parola devono iscriversi al banco della Presidenza non oltre la conclusione del primo intervento.
COGODI (R.C.). Come prescrive il Regolamento, prendo la parola rivolgendomi a lei, signor Presidente, in quanto Presidente, e a tutti i consiglieri regionali in quanto consiglieri regionali, non avendo mai pensato che ognuno di noi in quest'Aula nello svolgere la propria funzione non dico curi, ma neppure pensi agli affari suoi. Io credo puramente e semplicemente che ciascuno di noi pensi e voglia curare gli affari degli altri, intendendo per affari gli interessi e i bisogni reali.
Rispetto perciò ancora e come sempre il Regolamento e svolgo l'intervento di merito in ragione dell'argomento che è in discussione, e rispetto al quale non c'era ragione alcuna di ritardare l'inizio della discussione, di dilazionare ulteriormente i termini e i tempi del confronto.
Questo argomento, a onor del vero, questa volta è circondato da molta attenzione esterna ma dei contenuti del DPEF, di quello che contiene, di quello che prevede, di quello che c'è, di quello che manca non si dà minimamente conto.
L'oggetto dell'attesa che si è creata è: arriva il DPEF, cade o non cade la Giunta Pili? O meglio, neanche la Giunta Pili: Pili.
Ora noi vogliamo subito precisare che riteniamo quasi superflua questa domanda, che cada o non cada la Giunta, cada o non cada Pili è un fatto che riguarda principalmente la Giunta e Pili, quello che noi ci dobbiamo chiedere per davvero e seriamente, come se lo dovrebbe chiedere qualsiasi maggioranza che presuma di essere tale, cioè di reggere le sorti di un governo, è se il documento generale della programmazione economica e finanziaria della nostra Regione è o no adeguato, se appare adeguato all'esercizio delle funzioni di governo e al perseguimento degli interessi legittimi e generali della comunità sarda.
Diceva poc'anzi il relatore di maggioranza, l'onorevole Balletto: Il DPEF ha rispettato i termini, il DPEF rappresenta tutta l'attività programmatoria della Regione. Non è vera né l'una affermazione né l'altra: il DPEF non ha rispettato nessun termine, o meglio ne ha rispettato in partenza solo uno, poi però immediatamente vanificato, perché è vero che la Giunta ha approvato il DPEF entro il 15 di maggio (e su questo fatto ha organizzato tre o quattro conferenze stampa) però in Aula è approdato a luglio. Il problema non è quando si parte, il problema è quando si arriva.
Gli intendimenti della Giunta, del resto non sono quelli di impegnarsi in un calendario di lavoro che prevede tempi stretti, ma sono quelli di procedere lentamente per dar modo alla maggioranza di risolvere i problemi esistenti al suo interno.
Il DPEF non ha rispettato alcun termine, ed è strano che nessun operatore dell'informazione si sia sentito offeso per le troppe conferenze stampa indette sul tema. Ma si dice: viviamo nella società dell'informazione, e per informazione s'intende qualsiasi cosa si dica, qualsiasi cosa si scriva, qualsiasi cosa si reciti. Viviamo nella società dell'informazione, il Consiglio regionale può discutere anche giorni sul valore e sul diritto dei giovani sardi ad avere almeno la speranza di partecipare ad un concorso per essere utili alla loro Regione con la loro cultura e professionalità, e i sardi vengono invece a sapere che il Consiglio regionale in questi tre giorni ha discusso sulla possibile sostituzione, in Giunta, di Ladu con Onida. Questo è chiaramente il tema preminente della politica regionale, quello che assilla tutti i sardi, quelli che producono, quelli che sono occupati e quelli che sono disoccupati. Onida e Ladu mettetevi d'accordo subito, così almeno si parla d'altro; ma qui non ha colpa né Onida né Ladu.
ONIDA (P.P.S.-Sardistas). Queste sono provocazioni stupide, se non sceme. Onida e Ladu non hanno dato fastidio a nessuno in questi giorni. Non sai dove fare l'uovo oggi! Rispetta il P.P.S. come rispetti gli altri!
COGODI (R.C.). Esatto, sto dicendo esattamente questo. Onorevole, sto dicendo esattamente questo, lei è d'accordo con me perfettamente!
ONIDA (P.P.S.-Sardistas). Sto dicendo che fastidio non ne abbiamo mai dato né a te, né a nessuno.
COGODI (R.C.). Sono completamente d'accordo. Mi sto riferendo alla società dell'informazione.
PRESIDENTE. Onorevole Onida, le darò volentieri la parola dopo; abbia pazienza!
COGODI (R.C.). Mi sto riferendo alla società dell'informazione (del resto né le né Ladu appartenete alla società dell'informazione) e alla circostanza che si annuncia ogni giorno che il tema preminente della politica sarda sarebbe quello dell'avvicendamento in Giunta. Ma così non è, proprio perché questo problema è per noi indifferente.
Noi però ci troviamo di fronte un DPEF, presentato dalla Giunta, che dovrebbe costituire il documento principale della programmazione regionale, che dovrebbe contenere il censimento e la destinazione di tutte le risorse della Regione, soprattutto dopo che l'ultima legge finanziaria ha abrogato un altro strumento importante della programmazione: il piano generale di sviluppo.
Quindi questo DPEF dovrebbe contenere non solo il censimento delle risorse, ma l'indicazione della destinazione delle risorse, le metodologie per raggiungere gli obiettivi di sviluppo di questa Regione, nel tempo intermedio. Questa è la materia che appassiona il Consiglio e lo obbliga a pronunciarsi; e appassiona di sicuro, per quanto conosciuta, l'opinione e l'attenzione dei sardi.
Il DPEF dovrebbe costituire la risposta a tutta la società sarda. Dovrebbe costituire la risposta ai sardi che lavorano e, quindi, producono e creano ricchezza. Dovrebbe costituire una risposta adeguata ai sardi che non lavorano e hanno diritto di lavorare. Dovrebbe costituire una risposta ai sardi espulsi da questa Isola, agli emigrati che vivono in altre parti del mondo in condizioni di difficoltà e che potrebbero vedere nella loro regione, se non proprio la loro patria, un luogo nel quale poter trovare una risposta almeno parziale ai propri bisogni.
Ma c'è tutto questo nel DPEF? Non c'è. Ecco il punto, ecco la questione che dev'essere esaminata, ecco il bisogno, la necessità di cambiare questo DPEF o di cambiare il Governo della Regione, poiché non propone una strategia di sviluppo, ma propone ancora una volta, un'iniziativa mirata, programmata per il sottosviluppo; e voi programmate il sottosviluppo. Voi non ipotizzate neppure una risposta ai bisogni dei sardi. Perchè quando nel DPEF enunciate (pagina 4 e seguenti) che il tasso di sviluppo ipotizzato, in base alle azioni che voi proponete, sarà pari nel prossimo triennio all'1,9 per cento, media annua, prevedete un incremento inferiore a quello che il Governo nazionale propone come tasso di sviluppo medio in Italia.
I vostri obiettivi si collocano al di sotto anche dello sviluppo medio nazionale previsto. E ciò nonostante tutti gli indicatori economici, mostrino che il divario tra lo sviluppo della nostra Regione e non quello delle regioni più ricche del mondo o d'Europa, ma lo sviluppo medio dell'Italia e dell'Europa, non solo non si sta riducendo, ma si sta addirittura accrescendo, in termini di prodotto interno lordo, in termini di occupazione, in termini di dotazione infrastrutturale, in termini di qualità complessiva del lavoro e della vita. Tutti i dati confermano che il divario sta crescendo. Certo, la diminuzione della disoccupazione dal 20 al 18 per cento, costituisce un beneficio, ma è una diminuzione inferiore a quella che si è registrata a livello nazionale.
Il motivo per cui esiste la Regione, il motivo per cui teniamo tanto all'autonomia e all'autogoverno non è quello di registrare il sottosviluppo crescente, non è quello di registrare e addirittura di programmare il divario, la differenza negativa, il motivo per cui esiste la Regione, l'autonomia, è quello di recuperare il ritardo, progredire programmando e indirizzando i poteri e le risorse, le volontà e le capacità verso l'equilibrio; e prima della Regione o insieme ad essa, comunque, anche lo Stato deve mirare a questo obiettivo.
L'articolo 13 dello Statuto d'autonomia, il piano di rinascita, non è solo della Regione, è dello Stato, perché le leggi dello Stato e soprattutto le leggi costituzionali, obbligano parimenti e in quel caso principalmente lo Stato; ma che ne è del piano di rinascita? Il piano di rinascita non prevedeva un programma, un progetto, un piano appunto di sviluppo economico e sociale realizzato d'intesa Stato-Regione (anticipo di federalismo, se volete) finalizzato a recuperare il ritardo nello sviluppo? Di piani di rinascita se ne sono già sprecati più di uno e il prossimo piano di rinascita, già in ritardo nella sua elaborazione, è stato affidato a Paolo Savona, al signore delle "pentole bucate".
Non è il signore delle pentole bucate che deve pensare per noi e per i sardi un piano di rinascita, perché un'altra pentola bucata non potrà contenere o mantenere neanche una parte dell'acqua al suo interno. E' il Consiglio regionale, è la maggioranza, è il motore della maggioranza se c'è e non è "ingrippato", cioè la Giunta regionale, che dovrebbero pensare e proporre iniziative e indirizzi. È il Consiglio regionale e la società sarda nel suo insieme che devono elaborare gli obiettivi nuovi e moderni della nuova rinascita. Invece voi avete lasciato carta bianca al signore delle pentole bucate tanto è vero che il capogruppo di un partito importante della maggioranza, non più tardi di dieci giorni fa, ha riferito alla Giunta di non saperne niente. Ed allora chi è che ha pensato a quel tipo di soluzione propagandistica?
Voi proponete delle priorità nel DPEF, a dire il vero abbastanza chiare. Quelle che voi definite priorità, sono chiare, chiarissime, ma non è vero che sono le priorità vere: sono le vostre priorità. La piattaforma logistica è la prima delle vostre grandi priorità.
Immaginate, questa Regione, che ha mille problemi, che deve ammodernare la sua economia, riequilibrare il suo sviluppo interno, ricontrattare i suoi diritti per come debbono essere soddisfatti con lo Stato e oggi anche oltre lo Stato, questa Regione soggetto attivo, questa Regione comunità di popolo che pensa e agisce e rivendica da voi è ridotta a piattaforma logistica! A piattaforma logistica, cioè da soggetto a oggetto, da persona e personalità collettiva a cosa. "Piattaforma logistica": che cos'è? E' un luogo situato nel globo terracqueo ("logistico" vuole dire quello), che fa da piattaforma. A chi e per chi deve fare da piattaforma? Fa da passaggio di tubi di metano se capita, di traffici marittimi se capita, di correnti e di flussi di capitali, poco importa perché e per chi? "Piattaforma logistica" non vuol dire niente.
Voi riducete la persona a cosa, voi volete ridurre la storia nostra e del popolo sardo a geografia inutile e puramente contemplata, guardata. Voi non siete un governo, siete persone che leggono appunti che qualcun altro scrive. Questa sarebbe la grande prima scelta strategica: essere piattaforma logistica. Se è piattaforma logistica in senso geografico e così rimane, nessuno può spostare la Sardegna. Se la Sardegna è piattaforma logistica lo è e lo rimane, nonostante voi.
La seconda grande scelta strategica sarebbe quella relativa all'assetto del territorio. Ma voi non dite più "assetto del territorio", dite "valorizzazione del territorio"; assetto no, perché l'idea, il concetto di assetto vuol dire ordine, vuol dire programmazione. Voi usate espressioni più labili, più onnicomprensive, più discrezionalmente valutabili e interpretabili. Non più assetto del territorio come regolamentazione del territorio dove si vive e si opera, si lavora, si produce, si cresce e cresce la comunità e il popolo; no, il territorio il territorio viene concepito in funzione del turismo, che finalmente da settore, dite voi, assurge a sistema, diventando onnicomprensivo e onnivoro, comprendendo e in qualche modo legando tutti gli altri elementi di valore della produzione dell'economia, della cultura di questa regione.
Altro abbaglio, altro errore enorme, perché il turismo è solo una delle componenti importanti dello sviluppo, che deve essere raccordato alle altre componenti dello sviluppo, cioè alle produzioni primarie che devono essere non solo richiamate, ma che devono essere valorizzate, riordinate, rilanciate. Perché non si parla di agricoltura e di ammodernamento dell'agricoltura come componente primaria? Perché non si parla di ammodernamento e di verticalizzazione dell'industria come componente primaria e dei servizi e di quant'altro insieme al turismo?
PRESIDENTE. La prego di concludere.
COGODI (R.C.). Queste sono le vostre sostanziali previsioni, queste sono le linee che voi definite strategiche e che costituiscono invece le cause del permanente sottosviluppo, tant'è che voi stessi prevedete come obiettivo una diminuzione dello 0,8 del tasso di disoccupazione. Ma se siamo arrivati ad un tasso di disoccupazione del 18 per cento come fate a programmare una diminuzione dello 0,8 per i prossimi anni?
Un piano di sviluppo della regione può non farcela interamente, può non farlo in un anno, può prevederlo in cinque anni, ma se i disoccupati sono il 18 per cento, un programma di sviluppo serio, ordinato, umano, autonomo e autonomista, federalista quanto vi pare, nazionalitario, dite tutto quello che volete, rivoluzionario, come dice Fantola, ma rivoluzionario davvero come diciamo noi, deve prevedere una disoccupazione pari zero, cioè piena occupazione, dignità per tutti, non una diminuzione dello 0,8. In caso contrario voi stareste certificando e condannando persone, sardi, a rimanere permanentemente disoccupati, esclusi, fuori dalla regione loro e nostra.
Questo DPEF va interamente cambiato, torneremo sull'argomento anche in modo particolareggiato nel corso della discussione generale, presenteremo anche proposte migliorative per quanto è possibile, però riappare chiaro che questo documento si pone contro gli interessi della Sardegna e riflette pienamente l'incapacità non solo di azione, ma anche di elaborazione di questa Giunta e di questa maggioranza di destra.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Floris. Ne ha facoltà.
FLORIS (Rif. Sardi-U.D.R.). Signor Presidente, colleghi del Consiglio, il documento di programmazione economica e finanziaria, presentato con indubbia tempestività dalla Giunta, si colloca in una fase tormentata e complessa della vita politica sarda, solcata da avvenimenti che attraversano il confronto sociale e nuovi fermenti nel mondo del lavoro. E' il documento guida per le scelte economiche, sociali e istituzionali di questa importante fase della legislatura.
Do atto all'assessore Masala, al Centro di programmazione, di aver compiuto uno sforzo tecnico-progettuale significativo. C'è, a mio giudizio, un tentativo di semplificare la struttura, di renderla più snella, di costruire un'articolazione settoriale prefigurando una sorta di DPEF di programma. Sono tracciati alcuni importanti obiettivi per quanto attiene, ad esempio, all'esigenza di una piattaforma logistica per il Mediterraneo testé richiamata. Penso, per dare un senso a questa piattaforma logistica, al ruolo del porto canale di Cagliari, della zona franca e alle grandi opportunità connesse, ma penso anche al porto di Porto Torres e al futuro porto di Oristano in un loro raccordo euromediterraneo. Non posso però non pensare alla crisi della chimica e dell'Enichem, in procinto di chiudere, come hanno denunciato i lavoratori nello sciopero generale.
Il nodo più intricato appare ancora quello dell'indebitamento della Regione, se si tiene conto della consistenza della spesa storica e dei limiti posti dallo Stato e dall'Unione Europea alle Regioni, che nel DPEF del Governo centrale, lo vedremo, saranno ancora più radicali. Il problema dell'indebitamento, del contenimento della spesa ordinaria e degli investimenti deve diventare una seria questione di rigoroso confronto politico. Diventa problematico ridurre la spesa ordinaria senza una riforma e una modernizzazione del nostro apparato amministrativo burocratico. Il documento di programmazione economica e finanziaria, pur innovativo nelle articolazioni tecnico-settoriali, va oggettivamente meditato soprattutto alla luce di una linea di modernità e di dinamismo propria dell'ispirazione originaria di questa coalizione e di un'anima di sardità, di un'impostazione identitaria e di sussidiarietà federalista all'interno della nostra regione.
Il richiamo al nuovo piano di rinascita, al di là della scelta del professor Savona, può risultare un fatto positivo se il piano non viene dato in appalto e l'incarico viene accompagnato con l'indicazione degli obiettivi, delle linee e delle strategie, riportando al primato della politica qualsiasi visione tecnocratica dello sviluppo. E' indispensabile, oggi, un quadro di analisi economica e sociale della nostra specialità autonomistica per adeguarlo ai nuovi tempi delle riforme e dei cambiamenti politico-istituzionali.
Io penso che per capire i problemi della società sarda sia necessario uno sforzo di comprensione per cogliere in tutte le sue implicazioni, quel processo in larga parte forzato e certamente incompiuto, che ha interessato la Sardegna nel cinquantennio della sua vita autonomistica. Così come è avvenuto nelle aree del Mezzogiorno d'Italia, nei primi interventi finalizzati a favorire lo sviluppo della Sardegna si è cercato di innestare nell'Isola i modelli di intervento propri delle aree già sviluppate e di far accettare alla comunità isolana quelle specifiche forme di modernizzazione che i modelli ispiratori incorporavano.
L'obiettivo era quello di colmare il divario tra il Nord avanzato e il Sud sottosviluppato, tra il Nord avanzato e il Sud sottosviluppato e le isole, con un progetto complessivo fondato su interventi di industrializzazione pesante, al fine di poter rispondere ai bisogni materiali dei cittadini di queste aree, nel convincimento che questi interventi avrebbero determinato un adeguamento culturale quasi automatico.
E' il tempo, lo ricordo, delle cattedrali nel deserto, della cooperazione forzata di stampo emiliano nell'edilizia, con lo stravolgimento di armonie storico-ambientali nei piccoli paesi dell'Isola, con l'adozione massiccia di standard abitativi di grandi città del Centro-Nord. La tradizionale cultura autoctona, lo stile di vita delle comunità locali, gli atteggiamenti e i comportamenti ad essi collegati sono stati avvertiti come le cause principali - e lo sono ancora, lo vediamo anche in questi giorni - dell'arretratezza e dunque come un ostacolo da superare.
Ne sono conseguite pertanto - e ne conseguono - forme di forte contrasto con i costumi locali e il patrimonio storico e culturale ereditato dal passato, considerato quasi un pesante fardello del quale ci si doveva sbarazzare in nome della diffusione di una presunta cultura moderna. È stata però del tutto trascurata la circostanza che le politiche di intervento, per quanto possano essere tutte orientate a stimolare l'avvio di attività produttive efficienti e dinamiche, non portano automaticamente con sé mutamenti culturali funzionali al consolidamento del processo di crescita, al contrario, questi interventi, pur avendo contribuito a migliorare gli standard di vita dei sardi hanno nel contempo sconvolto i valori tradizionali senza riuscire a generarne altri alternativi o sostitutivi. Ciò ha determinato una diffusa situazione di crisi strutturale del sistema produttivo sardo inducendo a un ripensamento dei contenuti della politica di sviluppo attuata nei primi cinquant'anni di autonomia.
Emerge oggi un forte richiamo alla cultura locale e alla salvaguardia delle singole specificità culturali, viste non più come ostacolo allo sviluppo, ma come risorsa da valorizzare e da utilizzare. Nessuna modernizzazione autentica ha bisogno di cancellare il passato e di recidere i ponti con i valori della tradizione. Su queste basi conoscitive può essere riscritto il piano di rinascita o il piano di crescita futura; un piano che sappia individuare le opportunità e anche i limiti dell'eredità della tradizione, ma che sappia anche cogliere e selezionare i valori culturali dominanti sui quali innestare i futuri processi di cambiamento. Nessun intervento, senza che ci sia uno studio di impatto con l'ambiente e con le tradizioni e la cultura, potrà mai arricchire la nostra Isola di nuovi e migliori traguardi.
Voglio intanto richiamare comunque alcuni fatti destinati a lasciare un segno in questa legislatura. Primo: lo sciopero generale. A nessuno può sfuggire il significato di questo sciopero generale, delle motivazioni che stanno alla base, della protesta lanciata nei confronti del Governo regionale. Credo, per la portata generale e le questioni fondamentali che ha affrontato, che costituisca anche una sfida rivolta a tutta la classe politica sarda, maggioranza e opposizione, e nessuno deve nascondersi dietro le proprie responsabilità. Possiamo anche criticarlo, denunciarne eventuali strumentalizzazioni, chiuderci nel nostro orgoglio di Governo e di maggioranza, ma è indispensabile cogliere gli aspetti significativi e positivi, i segnali di spinta e di dinamismo provenienti dai lavoratori e la disponibilità al dialogo e al confronto manifestata dai leader sindacali.
Qualunque sia il nostro atteggiamento, rimane comunque un dato oggettivo: quarantamila, cinquantamila o sessantamila persone si sono ritrovate sotto il solleone a contestare la politica regionale e la classe dirigente. Al di là degli aspetti coreografici del corteo, dei toni inevitabilmente infuocati degli interventi, le proposte e le conclusioni della manifestazione rappresentano un viatico positivo per il confronto politico e riportano la concertazione come metodo ancora valido e irrinunciabile.
Sarà per la mia militanza nel sindacato, sarà per la mia formazione sociale cristiana, considero la concertazione, nonostante la trasformazione del capitalismo e del ruolo dei sindacati, un momento importante nella dialettica tra le istituzioni autonomistiche e sociali sarde. D'altra parte, la contrapposizione non può che instaurare una rigidità che non ci possiamo permettere. La concertazione con le forze sindacali e imprenditoriali portata, all'avvio di questa legislatura, come metodo ordinario di governo, la fiducia creata nella società sarda e un clima politico di rispetto e di collaborazione tra i partiti all'interno del Consiglio regionale, avevano innescato allora un trend positivo per l'economia dell'Isola.
In una regione come la Sardegna, che presenta grandi questioni storiche ancora irrisolte, senza la mobilitazione delle masse di cui sono capaci i sindacati e non i partiti sarà difficile vincere nel rapporto con lo Stato e l'Unione Europea le grandi sfide che ci attendono. Alle domande politiche e programmatiche, poste al di là dei soliti slogan, bisogna dare tutti una risposta. In una regione insulare come la Sardegna il governo non può risultare monopolio unilaterale di qualsiasi maggioranza, anche se il coraggio delle responsabilità spetta prioritariamente alla compagine di governo.
Un'altra considerazione importante riguarda la maggioranza di Governo. Io credo che la maggioranza debba riappropriarsi della sua forza propulsiva e innovativa originaria fondata sui valori dell'autonomia, della modernizzazione e del cambiamento e su un forte spirito di sardità. Sino ad oggi non è stata pari alle attese e agli ideali per cui è sorta; occorre certamente una nuova etica dell'impegno, un nuovo bagno rifondatore, che prendano le mosse non da un mero riequilibrio di assetti e poteri tra le grandi forze e l'area centrale, ma dal recupero del progetto originario che tante speranze e aspettative aveva creato.
Purtroppo in Sardegna, sia nel centrodestra che nel centrosinistra, esiste un'accentuata conflittualità interna che rende difficoltosa la governabilità per qualunque coalizione. E' vero che in Sardegna permane un'anomalia che rende imperfetto il nostro bipolarismo; c'è un'area centrale nel centrodestra e nel centrosinistra che presenta un forte radicamento nell'identità culturale sarda e che non si collega in modo organico con i partiti nazionali. Anche questo ha contribuito a creare l'anomalia del sistema politico sardo, oltre a un sistema elettorale che blocca la governabilità e che deve essere riformato al più presto.
Abbiamo cercato di superare gli inconvenienti di questo sistema garantendo lealmente la governabilità di questa tormentata legislatura; apparteniamo a una cultura cattolico democratica e cristiana che vuole dare ascolto e coesione a culture politiche diverse. Il fatto di essere dialoganti con la società, sensibili ai segnali dei diversi versanti sociali, sindacali e culturali dell'Isola non può essere considerato come un tentativo di destabilizzazione del quadro politico. Io l'avevo, d'altra parte, sottolineato nelle mie dichiarazioni programmatiche. Esistono, da parte della società ed anche all'interno degli schieramenti, non solo inquietudini e tensioni, ma anche significativi orientamenti verso un nuovo e moderno centro politico che non vuole annullare il sistema maggioritario, bensì rafforzarlo.
Nuove identità politiche e culturali si affermano in contiguità dei poli alla ricerca di equilibri dinamici nel sistema politico-maggioritario; sono componenti del mondo cattolico liberaldemocratico, sono forze laiche, socialiste e sardiste. Questa anomalia, che nell'Isola è culturale prima che politica, determina inevitabili tensioni in tutti i versanti. Io per cultura non alimento divisioni, ma ho rispetto ed attenzione verso le nuove sensibilità dialettiche all'interno della stessa sinistra in questo Consiglio. Posso pensare che tali movimenti riflettano i segni di quest'anomalia, di questa diversità culturale che porta a considerare l'appartenenza alla logica dei poli un valore inadeguato nella nostra Isola.
Io credo che la Sardegna abbia bisogno di un sistema politico coeso e forte. Una debole maggioranza non è funzionale né utile neppure alla stessa opposizione. Il nostro obiettivo è quello di affermare questo sentimento nazionalitario del popolo sardo, valorizzando le risorse umane e produttive locali in continua integrazione e collegamento con gli altri sistemi, le altre culture, le altre comunità. Occorre oggi, secondo noi, un comune denominatore tra i partiti dell'Isola nel valore della propria sardità di fronte alla natura fortemente centralista dei programmi e delle idealità dei partiti nazionali italiani, sia del centrodestra che del centrosinistra.
Il programma politico ideale portato avanti all'inizio di questa legislatura si è mosso su questo filone permeato da un'anima nazionalitaria di forte sardità, nella visione di una solidarietà sociale, cristiana e liberale. Occorre oggi recuperare il tempo perduto nelle estenuanti tensioni politiche tra i partiti e i singoli e superare la cultura dell'invidia e dell'individualismo, antico retaggio dei sardi che trasferita nel campo delle politiche istituzionali crea devastanti ripercussioni e conseguenze generali. In questa nuova stagione dei doveri e della generosità verso la Sardegna la nostra autonomia potrà dispiegare la sua potenzialità se ognuno di noi offrirà una personale testimonianza morale e politica senza barriere ideologiche e culturali per costruire una Sardegna da consegnare alle nuove generazioni. Se però i partiti politici continueranno ad anteporre la loro appartenenza ad un centralismo nazionale rispetto ad una via politica sarda, ad un patto solidale per le riforme, la Sardegna sarà certamente destinata a rimanere ancora ai margini dello sviluppo e della storia contemporanea.
Quando si tratta di difendere i diritti inalienabili del popolo sardo, occorre porsi nei confronti dello Stato e dei partiti nazionali con l'orgoglio e la coscienza della nostra autonomia nazionalistica, qualunque sia il Governo di destra e di sinistra, anche perché la storia della Sardegna ci ha insegnato che nessuno ci ha mai regalato nulla. Tutto ciò che abbiamo lo abbiamo ottenuto grazie alle conquiste conseguite unitariamente nei confronti dello Stato nazionale.
Una terza considerazione riguarda l'Assemblea costituente. Spero che essa venga istituita, il nostro sostegno sarà leale fino in fondo, ma se entro pochi giorni non ci sarà una risposta adeguata da parte del Parlamento, l'ultima spiaggia per salvare la dignità e il ruolo della classe politica sarda sarà la proposta della convenzione del popolo sardo per l'elaborazione della nuova carta fondamentale della nostra autonomia.
Per attuare questo grande progetto occorre una nuova e forte testimonianza politica e civile della comunità dell'Isola per la nostra piccola patria, nazione incompiuta senza Stato. E` un processo che deve nascere dal basso, dalla convergenza di tutto il popolo sardo; solo così riusciremo a costruire le nuove frontiere della nuova autonomia. Se questi valori culturali, politici e umanistici sono oggi inverati nella coscienza contemporanea del nostro popolo quale substrato fondamentale della sua rinascita, del suo progresso, della sua civiltà, della sua esigenza di cambiamento, sarebbe veramente antistorica, paradossale e surreale, qualunque idea di scioglimento del Consiglio regionale, la massima espressione della libertà, dell'autonomia e della sovranità dei sardi.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Cugini. Ne ha facoltà.
CUGINI (D.S.). Signor Presidente, non so se dobbiamo attribuire alla discussione generale sul DPEF il valore di un giudizio conclusivo su un'impostazione; non so se siamo arrivati a questo punto, però questa è una domanda alla quale occorre cercare di rispondere. Soprattutto deve rispondere chi ha, in questo mandato, avuto la possibilità di avanzare proposte per il governo della Regione. E i soggetti, i colleghi che hanno svolto questa funzione durante questo mandato, sono tre: il collega Selis, il collega Pili e il collega Floris: tutti hanno avanzato - in quanto candidati alla Presidenza della Giunta - un'idea per il Governo della Regione.
Sono passati tre anni, ed io penso che per molte delle idee originarie di allora si possa già esprimere una prima valutazione. Devo dire che il Presidente Floris ha già, nel suo intervento di stamattina, espresso una prima considerazione e in questa prima considerazione vi sono argomenti che meritano di essere richiamati. Allora, se possiamo fare una prima valutazione, bisogna dire che in questo DPEF si cerca di introdurre una modificazione in riferimento all'esperienza degli ultimi tre anni, e vengono fornite delle indicazioni (e nel rapporto con la società sarda e per quanto riguarda il merito del governo della Regione) che hanno determinato già una risposta.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE SALVATORE SANNA
(Segue CUGINI.) Sono delle indicazioni insufficienti per far fronte non solo alle aspettative del sistema produttivo rappresentato dall'orrganizzazione dei lavoratori, ma anche alle richieste provenienti dal sistema produttivo in generale e alle ultime sottolineature provenienti dal mondo dell'artigianato e da quello dell'impresa.
Io penso, collega Floris, che si possa operare una prima valutazione. In questi tre anni, e in particolare nell'ultimo periodo, avete rinunciato ad affrontare diverse questioni importanti; intanto avete rinunciato al dialogo e al confronto con le forze sociali. Questo non lo diciamo solo noi, centrosinistra, ma lo conferma anche ciò che è avvenuto nei mesi passati. In particolare l'ha ribadito con grande forza lo sciopero generale indetto dalla C.G.I.L., C.I.S.L. ed U.I.L. al quale ha fatto seguito una reazione stizzita ed arrogante della Giunta e del suo Presidente. Poi è venuta meno anche la funzione sovra regionale della Regione e sono venuti anche meno i riferimenti delle dichiarazioni dei Presidenti della Giunta ad altre Regioni o ad altri Stati o a Regioni che sono diventati Stato nei fatti.
Non c'è più quell'ideale grande di funzione nazionale, anche ragionando di questioni regionali; non c'è più. Non c'è più l'idea che la Regione sarda effettivamente superi il concetto di popolazione per diventare invece popolo e Stato. Ma è normale che sia così, perché nel frattempo la vostra iniziativa di governo ha fatto prevalere la cultura di Forza Italia, del sistema politico in riferimento al sistema aziendale, e ha prevalso in parte, devo dire, anche l'idea di Alleanza Nazionale - dico in parte - ed è prevalsa quella parte burocratica della politica, quella parte riferita alla chiusura nei rapporti con le associazioni sindacali, e tutto questo ha creato uno scollamento che costituisce la crisi della quale si parla.
Se per un attimo dovessi fare riferimento a Fantola, dovrei dire che è conclusa l'esperienza che si voleva proporre richiamandosi allo spirito di Aritzo. Però, dentro questo fallimento culturale del centrodestra ed anche dentro il fallimento del centrodestra per quanto riguarda l'iniziativa di governo della Regione, c'è la questione cattolica che io considero centrale nel dibattito politico sardo e che non può essere proposta nel ragionamento solo come un fatto di schieramento.
E' vero che nel Consiglio regionale il tema viene rappresentato dagli schieramenti, ma la cultura della solidarietà (non solo della solidarietà tra gli individui, che è estremamente importante in una società civile come la nostra, ma la cultura della solidarietà tra i territori e tra il territorio regionale, il resto del Paese e l'Europa) non c'è perché non c'è nella cultura della maggioranza del centrodestra. Ed è questo il nodo che si deve sciogliere, perché è rimasta nell'impostazione di Selis quella parte riferita alla funzione della solidarietà che si sposa con la funzione dell'uguaglianza, e che diventa progetto e riferimento per il sistema produttivo e per le parti deboli della società. Il fallimento è clamoroso dal punto di vista culturale, economico e politico. La crisi è questo, non è altro, non è solo il fatto che si vuol fare il rimpasto.
Il rimpasto è il tentativo di rappezzare il fallimento di un'idea che è stata sottoposta alla valutazione dei sardi; poi, i metodi, gli strumenti - nessuno si deve offendere - sono quelli conosciuti. Si è usata una risposta data attraverso il centrosinistra per far passare un'idea del centrodestra e si è usato il meccanismo del salto della quaglia, pensando che si potesse risolvere il problema. Il problema, invece, è stato acuito ed ha prodotto la crisi ed il fallimento del centrodestra.
Sono d'accordo, si può uscire da questa situazione. Ma stiamo alle risposte principali, tratteremo più avanti, nei prossimi giorni, le risposte di settore. Si tenta di affidare in appalto al professor Savona la riscrittura del piano di rinascita. Io mi rivolgo ai componenti di maggiore esperienza dell'aula consiliare: ma quando mai il tema del rapporto con lo Stato, dell'uso delle risorse nazionali, dei trasferimenti e della solidarietà nel Paese, può essere dato in appalto? Qual è l'anima culturale che c'è dietro questa scelta? Come, la grande cultura cattolica, viene riproposta all'attenzione della Sardegna in accordo con quella dell'uguaglianza?
C'è il tentativo di Masala di offrire una risposta tecnocratica, insufficiente per quanto riguarda il rapporto e il dialogo con la società, fallimentare per quanto riguarda le indicazioni di lavoro, come è stato detto nella relazione di minoranza. Da qui però bisogna uscire. Voi pensate che rinviando la discussione ai prossimi giorni si possa recuperare tutto ciò? Io penso di no, caro Floris!
Il DPEF va riscritto, e va riscritto passando attraverso il confronto con le organizzazioni imprenditoriali e con le organizzazioni sindacali, passando attraverso il confronto con gli enti locali e con gli amministratori. Non c'è dubbio che sia così! Questo è un DPEF che danneggia i soggetti sociali ai quali noi ci stiamo richiamando, ed è per questo che andrà bocciato. Occorre riscriverlo e far valere e prevalere, nella riscrittura, un'idea di società sarda, capace di rispondere alle aspettative, di richiamare le questioni delle riforme come questioni che devono essere un tutt'uno nel DPEF, nel bilancio e nei trasferimenti ai comuni e alle province. Ma questo non c'è nel DPEF. Gli enti locali costituiscono un momento marginale delle scelte di governo in questa Regione.
Penso allora che forse occorra da parte vostra ritirare questo DPEF. Solo se voi lo ritirerete avrete la possibilità di ripartire nel ragionamento, in caso contrario è chiaro ed è normale che le divergenze - che sono di natura culturale, politica e economica - troveranno punti di incontro e molti punti di disaccordo. Allora, l'invito è: ritirate il DPEF. Ritirate il DPEF, per riscriverlo alla luce della piattaforma proposta autonomamente dalle organizzazioni sociali e dai sindacati al Consiglio regionale. Il fallimento della vostra strategia è la madre della crisi nella quale versate.
Voi pensate che si possa risolvere questo dramma nel quale avete fatto precipitare la Regione, sostituendo nell'Assessorato Ladu con Onida, oppure confermando Pietrino Fois (che è mio amico) insieme a Ladu? Ma state scherzando? Ma se i sindacati oggi, quelli con i quali avete fatto la concertazione sul personale, quelli della U.I.L., non i rivoluzionari della C.G.I.L., quelli della U.I.L. hanno detto che l'Assessore è un incapace e che si deve dimettere? E' scritto su "L'Unione Sarda". Un certo signor Spano della U.I.L., che afferma di aver votato Forza Italia, ha inviato una lettera ai lavoratori per dire: "Aderisco allo sciopero, perché è un fallimento il centrodestra". E questo è uno con il quale voi avete sottoscritto gli accordi! Sto riferendo quanto riportato dai quotidiani e ciò che abbiamo vissuto nei giorni passati.
Occorre pertanto riprendere a ragionare di politica e non lo si può fare delegando, o al professor Savona o ad altri, i temi principali. Io sono d'accordo - ecco quella era la parte - con Floris, quando dice: prendiamo il coraggio a due mani e scriviamolo noi lo Statuto nuovo della Regione che vogliamo. Noi siamo d'accordo per scriverlo qui e in quest'Aula, e se permettete anche indicando le priorità, stabilendo noi i tempi, perchè si produca una convergenza sulla Sardegna che vogliamo, che le faccia spiccare quel salto culturale - tante volte richiamato e rivendicato- al quale possiamo contribuire solo noi, consiglieri regionali, eletti in Sardegna, che ragioniamo da sardi, al di là - sono d'accordo - delle appartenenze politiche.
Allora, apriamola questa discussione. Adesso l'occasione è il DPEF, ma io sposo anche tecnicamente, poi vedremo nel merito, l'indicazione che il collega Floris ha fornito, però non possiamo - caro Floris- usare anche questo elemento come occasione di verifica interna alla maggioranza. E' un errore che porterebbe una parte del Consiglio a un atteggiamento di chiusura, motivato non da ragioni di merito, ma di procedura.
E` un tema, come si usa dire, trasversale, che può aiutarci a ridisegnare e a riscrivere il futuro della Sardegna? Se è così scriviamolo insieme, non agganciandolo però a quello della crisi; la crisi è nelle cose perché nelle cose è il fallimento del centrodestra. Non deleghiamo ad altri o non facciamo come ha fatto Fantola qualche mese fa quando ha affermato che o il centrodestra in Sardegna sostiene la Costituente o il suo Gruppo avrebbe tolto l'appoggio alla maggioranza. Non è così che si può trattare questo tema. Anche questo è apparso sui giornali, e l'assenza di smentite conferma la veridicità di quanto riportato.
Concludendo: si vuole iniziare davvero un ragionamento che attribuisca priorità ai programmi ed ai progetti? Iniziamolo, allora, perchè nessuna forza politica e nessuno schieramento vuole essere impiegato in questa discussione per fungere da sgabello di qualcuno, e in particolare nessuno è disponibile a prestare il fianco al sostegno del fallimento del centrodestra. Noi siamo alternativi nell'impostazione programmatica, come lo siamo stati in passato - lo ricordavo all'inizio del mio intervento - quando abbiamo presentato i progetti, i programmi per governare la Sardegna.
Noi rimaniamo ancorati alle dichiarazioni programmatiche del collega Selis; però in questi ultimi tre anni è passata un'altra linea, una linea che ha prodotto il fallimento che è a tutti noto, e quindi non ci possono essere speranze di possibili intese tra noi e voi; e su questo punto dissento dal collega Floris. Non si può pensare che basti un pannicello caldo per risolvere il problema, e non si può pretendere che la linea del trasformismo, quella che è stata promossa in questo Consiglio regionale, che è ben chiara e individuata, possa diventare la cultura della iniziativa politica dei partiti o dei singoli consiglieri. Occorre pertanto bocciare il DPEF, perchè bocciandolo si può procedere alla sua riscrittura. Se voi, maggioranza, avrete la forza di riscrivere un DPEF che vi tenga uniti, governerete, ma siccome non c'è questa possibilità, rimanendo coerenti, Floris, ai ragionamenti che abbiamo svolto, non ci saranno le possibilità per proseguire in questo mandato.
Ecco perché bisogna votare anticipatamente: perché è fallito un disegno strategico, è fallita quella soluzione tattica introdotta col passaggio dal centrosinistra al centrodestra, è fallita la possibilità di riscrivere il DPEF, considerata la vostra volontà a non ritirarlo, e non è possibile pensare a ulteriori pasticci perché noi non siamo disponibili a "pasticciare con voi".
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Fantola. Ne ha facoltà.
FANTOLA (Rif. Sardi-U.D.R.). La discussione sul documento di programmazione economica e finanziaria, signor Presidente del Consiglio, è giustamente diventata un punto centrale nel dibattito politico e programmatico di quest'Aula. E' indubbio - ed è inutile negarlo - che in questo momento si carichi anche di significati politici estremamente attuali, in quanto consente di testare la volontà di questa maggioranza di approvare il DPEF, le linee programmatiche e la loro filosofia, nonché la capacità di tradurre queste indicazioni in fatti di governo e di promuovere lo sviluppo in Sardegna.
Sul DPEF voglio svolgere tre riflessioni, coincidenti con quelle che io ritengo le tre parti essenziali del documento. La prima consiste in un'analisi rapida sulla situazione economica della nostra Isola.
La seconda parte dall'analisi economica per capire se le criticità e le priorità che il DPEF mette in evidenza siano conseguenti alla situazione economica attuale.
La terza, infine, è volta ad esprimere un giudizio sulla nostra capacità, nella capacità di questa maggioranza, di risolvere i problemi.
Sulla situazione economica io non voglio ripetere concetti già espressi, però, nella sostanza da tutti i dati a nostra disposizione, non solo da quelli contenuti nel DPEF, ma da quelli della Banca d'Italia, dell'osservatorio industriale, che cosa emerge? Emerge un panorama con luci e ombre, una situazione caratterizzata da un trend di crescita, all'interno del quale, però, alcuni settori registrano dei picchi mentre per altri le "valli" sono più frequenti.
Che l'agricoltura sia in crisi ormai da decenni per problemi strutturali irrisolti quali la penuria d'acqua, il mancato accorpamento delle aziende, le difficoltà di accesso al credito, è noto a tutti; ed è altrettanto noto come la crisi dell'agricoltura poi si riverberi in una crisi dell'ambiente, soprattutto nelle aree interne.
Ma esiste anche il problema industriale; ne abbiamo discusso in quest'Aula anche un paio di settimane fa. Sappiamo che su alcuni settori e sul loro futuro gravano degli interrogativi seri.
La crescita del terziario, del commercio, e del turismo costituiscono invece un fatto oggettivo. Quest'ultimo, poi, ha un'indiscutibile incidenza sulla bilancia commerciale sarda e rappresenta uno dei punti qualificanti della politica di questo governo, che si pone come obiettivo non solo un aumento quantitativo (l'allungamento della stagione) ma anche un'estensione del flusso turistico nelle zone interne, al di là dei confini dei poli tradizionali.
Sono fatti oggettivi, come è un fatto oggettivo lo sviluppo della New Economy in Sardegna, sviluppo avvenuto, certo, per iniziativa di sardi, ma che la Regione sarda deve comunque sostenere. Sono stati citati dal collega Scano alcuni dati sull'occupazione. E' vero che forse anche in altre ragioni si è verificato un aumento dell'occupazione, ma l'occupazione è aumentata mi sembra del 2 per cento. L'occupazione femminile addirittura - non so in che tempi, non l'ho letto - risulta raddoppiata. E questi sono fatti importanti.
Riassumendo, e per non perdere tempo, non è vero, è una "balla" che l'economia sarda si trovi su un piano inclinato. La verità è che c'è una ripresa nell'economia, anche se non si scorgono ancora i segnali di quella forte crescita capace di permettere alla Sardegna di agganciarsi alle regioni più avanzate e più evolute.
Allora il DPEF che cosa fa? Individua le linee direttrici, sottolinea le criticità e mette in campo le priorità per arrivare ad uno sviluppo.
Il problema diventa: quale sviluppo? Io dico quello sviluppo che noi chiediamo.
Quello che vogliamo noi è sicuramente uno sviluppo compatibile con il mercato - è evidente - uno sviluppo vero, fondato sulle imprese, sulle imprese sane, cioè sulle imprese che generano reddito. Uno sviluppo fondato sul reddito dell'impresa.
E chi più di noi è convinto che lo sviluppo debba essere uno sviluppo complessivo? Noi sicuramente vogliamo e chiediamo un aumento del PIL, ma che questo non ci basta se non si accompagna ad una crescita complessiva, ad una crescita sociale, culturale, una crescita di democrazia all'interno della collettività sarda. Chi più di noi è convinto che lo sviluppo possa limitarsi alle aree forti, ma debba riguardare l'intero territorio regionale, che non possa interessare solo alcune fasce sociali (non fa parte della nostra cultura), ma debba coinvolgere l'intera collettività sarda?
Che cosa significa questo, caro onorevole Cugini?
CUGINI (D.S.). Che a decidere è l'economia.
FANTOLA (Rif.Sardi-U.D.R.). Significa che dobbiamo dire con chiarezza che se non ci riconosciamo in una cultura di tipo assistenziale o post-clientelare, che ha fatto parte del bagaglio culturale di una parte della sinistra e probabilmente ne fa parte anche adesso, non ci riconosciamo, allo stesso tempo, nell'esaltazione del liberismo sfrenato. Non vogliamo recitare la parodia sarda del neoliberismo anglosassone. Non la vogliamo recitare perché non ci appartiene!
Non ci interessa assolutamente una cultura incapace di coniugare l'efficienza che chiediamo e vogliamo con la solidarietà che fa parte anche della nostra cultura, forse non solo della nostra cultura, ma anche della nostra cultura! Per dirla con Don Sturzo (mi pare sia suo il concetto) noi siamo profondamente convinti che nell'azienda il bene più prezioso è il lavoratore. Tornando quindi su questa impostazione, è chiaro che uno sviluppo complessivo deve essere concordato con la collettività sarda, deve partire da una concertazione, la più ampia possibile, con le parti sociali. E` uno sviluppo che deve essere confrontato, concordato e, se possibile, discusso ed affrontato con le parti sociali.
Ed è per questo che, dal mio punto di vista, dal punto di vista dei Riformatori, deve essere immediatamente ripreso il dialogo con le parti sociali e con i sindacati. Questo è per rispondere all'onorevole Cugini, che non c'è più.
CUGINI (D.S.). Sei tu che non ci sei!
FANTOLA (Rif.Sardi-U.D.R.). Chiedo scusa, onorevole Cugini, non l'avevo vista. La politica del DPEF si può leggere da tante parti, io preferisco leggerla sotto la luce dell'insularità, perché secondo me è il fatto oggettivo, il fatto più attuale, quello che non si può cambiare.
Sull'insularità non ho dubbi che il trattato di Nizza, e il documento approvato dal Comitato delle Regioni per iniziativa del Presidente della Regione sarda Mauro Pili, hanno dato una risposta alle nostre rivendicazioni all'interno delle politiche regionali.
Da notizie giornalistiche - di cui non ho conferma - mi sembra di capire che invece la bozza, per quanto riguarda i finanziamenti successivi al 2006, sia carente. Se così fosse, è chiaro che dovremmo spingere il Governo regionale ad intraprendere una forte e pressante contrattazione col Governo di Roma, per un sostanziale aggiustamento dei finanziamenti successivi al 2006. E questo mi permette di pronunciare una brevissima riflessione sui rapporti tra il Governo regionale e il Governo di Roma. Mi sembra giusto farlo, e lo faccio, guardate, senza nessuno spirito polemico e riconoscendo al Governo di Roma di aver dimostrato in quest'anno grande solidarietà verso la Sardegna. Una solidarietà insolita in questi ultimi anni.
Riconoscendo questo, voglio sottolineare che la nostra maggioranza nasce in Sardegna grazie ad un'iniziativa tutta sarda, un'iniziativa che ha coinvolto le forze politiche sarde, alcune delle quali non sono rappresentate a Roma, una iniziativa sorta per venir incontro alle esigenze della collettività - isolana. Si tratta di una maggioranza - l'abbiamo già detto, fatemelo ripetere perché ha è importante - che non solo ha il cuore, ma ha anche la testa in Sardegna. Questa è la nostra coalizione. Una coalizione che sostiene un Governo che è il Governo della collettività sarda e che difende gli interessi di tutti i sardi. Questo è l'imperativo principale. E per difendere questi interessi il Governo regionale deve essere disponibile anche ad entrare, se è necessario, in contrapposizione con Roma e con i partiti romani.
Per quanto riguarda l'insularità, il DPEF mette a fuoco dei problemi che io ritengo di grande rilevanza: l'acqua, l'energia ed i trasporti. L'acqua è il problema dei problemi. Io sono d'accordo sul fatto che entro settembre occorra definire un ambito unico, occorra definire il piano d'ambito che sostituisce l'accordo del programma quadro e le intese con Roma. Un piano che tenga presente tutte le esigenze - torno indietro - che venga approvato, se necessario, per questioni di tempo, anche con i poteri commissariali. Un piano d'ambito che tenga conto di tutte le esigenze che abbiamo davanti e di tutti gli strumenti necessari per farvi fronte, quindi le reti, i collegamenti tra invasi, sicuramente i sistemi per il riciclo delle risorse idriche e, se necessario, anche nuovi invasi e dissalatori. Insomma una serie di interventi attraverso i quali deve venire fuori un piano complessivo più alle esigenze della nostra Isola.
Sull'energia un solo riferimento. Secondo me costituisce un grande successo - non so perchè non è stato ricordato - l'inserimento del progetto per il metano nelle reti transeuropee. Ora però la partita va giocata con Roma. Occorre chiedere con forza - torno ai ragionamenti di prima - che il metanodotto venga introdotto in questo turno nelle priorità dei progetti europei. Se vogliamo passare a una fase attuativa, è necessario che questo progetto venga inserito come prioritario.
Il problema dei trasporti. Nonostante il grande risultato ottenuto dalla Giunta Floris e dalla Giunta Pili sulla continuità territoriale (risultato che naturalmente deve essere ancora verificato e collaudato) il problema dei trasporti ancora esiste e rimane centrale. Tralasciando l'aspetto dell'accessibilità interna, sul quale non voglio entrare perché per questioni di tempo mi voglio riferire esclusivamente ai problemi legati all'insularità, esiste un altro grande problema, che è quello del collegamento della Sardegna con gli altri paesi del Mediterraneo. Sto parlando delle autostrade del mare, cioè del progetto di fare della Sardegna e della portualità sarda uno snodo centrale per i traffici che sono in costante aumento (il 4 o 5 per cento in più all'anno) diretti o provenienti da Suez e Gibilterra o che dal Magreb si dirigono verso il meridione dell'Europa.
Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che le autostrade del mare non sono semplicemente delle nuove rotte, dei nuovi collegamenti, ma vuol dire inserire questi nuovi collegamenti in progetti europei e sostenerli attraverso l'Unione Europea con una politica dei noli portuali, dei noli marittimi, con una politica fiscale adeguata affinché divengano concorrenziali con le grandi rotte transoceaniche e con la mobilità via terra, da Rotterdam in giù, per intenderci.
Un ultimo punto che devo e voglio trattare, è quello delle riforme in questo Consiglio. Un tema chiaramente più volte affrontato ma sul quale sono stati compiuti pochissimi passi in avanti. E' inutile non riconoscerlo, è inutile non dirlo. Cosa intendiamo noi per riforme? Un allargamento delle funzioni del mercato nell'Isola e un ruolo diverso per la Regione: quello di creazione delle condizioni per lo sviluppo e di verifica sul complesso sistema Sardegna.
Credo che sia stato un grande merito di questa maggioranza, della maggioranza in Consiglio regionale, aver sposato la scelta operata dal Consiglio regionale, quindi non dalla maggioranza, per l'istituzione dell'Assemblea costituente, ed è un merito della maggioranza aver sostenuto la scelta consiliare, gettando le basi per una modernizzazione della Sardegna e per un'affermazione della soggettività della nostra collettività. Credo che sia la strada per rivedere i rapporti con Roma e con Bruxelles e, conseguentemente, per attuare una reale organizzazione interna tra la Regione e gli enti locali.
Spetta ora a tutto il Consiglio chiedere ad horas che la proposta di istituzione dell'Assemblea costituente venga esaminata dalla Commissione parlamentare competente. Ritengo che tutto il Consiglio regionale non possa su questo tema che mostrarsi all'unisono convinto.
Ci sono infatti riforme su cui c è necessario un impegno corale da parte di tutti. E' inimmaginabile che si possa addivenire ad una modifica del Titolo V della Costituzione senza l'impegno di tutto il Consiglio.
Lo stesso discorso vale per la riforma del sistema elettorale, e per il tema conseguente (che secondo me deve essere esaminato nel quadro di detta riforma) della modifica della forma di governo, della modifica della legge numero 1 del 1977. Indispensabili sono anche alcuni interventi su segmenti specifici della macchina regionale, volti anche ad assicurare un maggiore decentramento, e una accelerazione delle pratiche burocratiche.
Allora, la domanda su questo punto è sostanzialmente la seguente: ce la faremo? Cioè questa maggioranza ce la farà a portare avanti queste linee di programma? Ce la farà a tradurle in atti di governo, sulla base delle indicazioni di sviluppo precedentemente accennate e che ho cercato di riassumere, non di altre, cioè di uno sviluppo che porti efficienza e solidarietà insieme? Io penso che questo sia un problema che riguardi principalmente la maggioranza.
E' inutile dire che guardandoci indietro vediamo i tanti impegni che abbiamo assunto, le attese altrettanto numerose che abbiamo generato e che ancora l'opinione pubblica, stando anche ai risultati delle elezioni amministrative, nutre nei confronti di questa maggioranza. A fronte però di questi impegni abbiamo dovuto affrontare difficoltà di tutti i tipi, molte esterne alla maggioranza (anche dovute all'eredità lasciataci dalle altre legislature) altre interne alla stessa, dovute alla mancanza di coesione, di un animo comune, di un'eredità forte capace di sostenerla, di un progetto politico in grado di tradursi in scelte pratiche.
Di fronte a noi abbiamo due obblighi, e questo vale per ogni forza politica,: da un lato abbiamo l'obbligo di sostenere una maggioranza, una maggioranza nella quale siamo stati eletti, con la quale ci siamo confrontati e dalla quale abbiamo ricevuto un mandato elettorale; dall'altro abbiamo l'obbligo di difendere gli interessi della Sardegna. Allora, noi dobbiamo fare in modo che questi due obblighi, il primo che ci riguarda per mandato elettorale, il secondo che ci riguarda in quanto consiglieri regionali, in quanto poi tocca direttamente la nostra coscienza, non siano tra loro in contrasto; dobbiamo riuscire a portare questa maggioranza in difesa degli interessi della Sardegna.
Io credo che il momento sia difficile, credo che sussista molta rassegnazione, credo che esista tra di noi molto sconforto. Credo che se noi riusciremo a conferire di nuovo energia e grinta a questa maggioranza il passaggio potrà avvenire e potrà avvenire in tempi brevi, anzi, ritengo che i tempi per questa scelta siano brevissimi. Credo che i tempi siano legati alla discussione di questo DPEF.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Locci. Ne ha facoltà.
LOCCI (A.N.). Signor Presidente, ho ascoltato con grande attenzione gli interventi dei colleghi che mi hanno preceduto, e ai quali mi richiamo, stralciando per un attimo l'intervento del collega Cugini, non perché non abbia detto cose importanti, ma perché ritengo che in questo momento sia più importante un dialogo anche aperto e franco all'interno di questa maggioranza.
E' vero che questo è un DPEF sul quale noi possiamo già esprimere complessivamente un'opinione positiva e possiamo anche complimentarci con l'assessore Masala, contrariamente a quanto faceva il collega Cugini, soprattutto per l'impalcatura innovativa che è stata attribuita al documento di programmazione economica. Tuttavia, qualsiasi documento che si sforzi di facilitare la lettura e la comprensione dei contenuti finisce per peccare negli approfondimenti, nelle ragioni profonde delle scelte, rischiando di rimanere in superficie, di non affrontare, forse con la dovuta profondità, i temi.
Voglio dire innanzitutto due cose ai colleghi dei partiti sardi, e quindi al presidente Floris, all'amico Fantola, anche agli amici del P.P.S. che non sono ancora intervenuti nel dibattito: io appartengo a un partito nazionale, ma mi sento innanzitutto un cittadino sardo che ha presenti, molto presenti davanti a sé, gli interessi della Sardegna, la cultura del proprio popolo, l'identità, la lingua e la storia della nostra terra. E nei momenti in cui questi beni vengono in gioco, io voglio assicurare chiunque che gli interessi di parte, cosiddetti, difesi per partito preso, non potranno mai prevalere rispetto agli interessi della mia terra.
Il contesto nel quale il collega Masala ha dovuto redigere questo documento si è presentato subito difficilissimo. Ed è difficile proprio per quei problemi atavici, antichi, irrisolti, in parte citati anche dal presidente Floris: i nuovi vincoli dell'Unione Europea, la penuria dell'acqua, che è un problema antico di questa terra, l'insularità che è un problema intrinseco al nostro essere sardi, isolani e allo stesso tempo italiani e il forte peso dell'indebitamento, che non è certo nato in questa legislatura. Ed è in questo quadro che l'assessore Masala ha dovuto imbastire questo documento di programmazione economica.
Io ritengo che se oggi ancora ci dibattiamo all'interno di questi problemi è perché la nostra maggioranza - lo dico anche all'amico Fantola - non ha saputo interpretare con l'intensità che i problemi richiedevano, le istanze di cambiamento, il cambiamento radicale, la modernizzazione di questa terra, il cambio di gestione anche quotidiana, rispetto a quanto hanno fatto altri prima di noi.
Io credo che questa maggioranza ancora oggi soffra, e soffra terribilmente, di un forte senso di continuità rispetto alle politiche del centrosinistra che abbiamo conosciuto negli anni passati. Allora qui non è solo in discussione il DPEF; qui è in discussione la nostra volontà di rappresentare davvero la discontinuità rispetto al passato, perché troppo spesso - a mio modo di vedere - abbiamo assomigliato ai difetti che criticavamo.
E' rispetto a questo che noi dobbiamo avviare subito, se ne saremo capaci, penso nei prossimi mesi, entro la fine dell'anno, un serio e approfondito confronto; diversamente dovremmo iniziare a pensare anche a un ruolo diverso, di Alleanza Nazionale all'interno di questa maggioranza, perché se se si dovesse raggiungere la certezza che non si può conseguire l'obiettivo del cambiamento, credo che sarà un nostro preciso dovere avviare una profonda e seria riflessione del nostro ruolo all'interno di questa maggioranza.
Così come credo che siano importantissimi i temi della riscrittura dello Statuto, dell'Assemblea costituente; abbiamo anche colto un passaggio del presidente Floris circa la possibilità di un mutamento di indirizzo rispetto alla proposta di istituzione dell'Assemblea Costituente. Anche su questo argomento non dobbiamo chiuderci. Il problema è modificare lo Statuto e rendere le istituzioni moderne e aderenti alle istanze della nostra gente oggi, non domani! Allora, se i partiti nazionali, romani, sardi e quelli ibridi si rivelassero incapaci di portare avanti un progetto alto e ambizioso, come quello della Costituente, a noi resterebbe sempre la seconda opzione, forse meno rivoluzionaria, forse meno ambiziosa, ma probabilmente più adeguata alla statura politica di questo Consiglio regionale, e mia per primo.
Su alcune questioni credo però non si possa tornare indietro e non ci siano più alibi; io ritengo, infatti, che sia ormai avvertita da tutti la sensazione dell'affermarsi di una sorta di neocentralismo da parte di questa Regione, neocentralismo che deve essere superato e ragionando, badate, sullo Statuto vigente, anche se vecchio e obsoleto, perché questo Statuto già cinquant'anni fa affermava che la Regione esercita normalmente le proprie funzioni amministrative delegandole agli enti locali.
E allora se questo Stato brutto, centralista, autoritario, e tutto ciò che voi volete, non ci concede di fare le riforme, almeno realizziamo quelle che già sono previste nel nostro Statuto e rispetto alle quali registriamo quasi mezzo secolo di ritardo. Poniamo al centro dell'azione amministrativa, delle funzioni amministrative, i comuni. Lo dico all'amico Fantola, che su questo tema è antesignano e sicuramente più avanti di noi, però facciamolo e facciamolo subito.
A me francamente ha sconcertato il dibattito svoltosi le scorse settimane in materia di riassetto istituzionale della Regione. Il nodo centrale non è costituito dalle nuove province; chi ha parlato di nuove province penso che sia un politico regionale un po' in ritardo sui tempi che stiamo vivendo. Addirittura abbiamo visto presidenti, sottopresidenti e contropresidenti scrivere sui giornali chiamando in causa la legge del '97, quella che avrebbe avuto a oggetto le nuove province. E' lì il virus: il virus, il batterio risiede in chi non è in grado di capire neanche le leggi che sono state approvate dal Consiglio regionale.
Allora se il presidente Balletto leggesse almeno i titoli delle leggi approvate dal Consiglio regionale si renderebbe conto che il varo delle nuove province riguarda soprattutto il nuovo e diverso assetto istituzionale e amministrativo della Regione, di questo mastodonte che non riesce a esercitare i propri poteri, che non riesce ad esercitare le proprie funzioni, e che fino ad oggi si è rifiutato di attuare quello che tutti chiamiamo "il federalismo interno".
Qualcuno ha detto che le nuove province non servono ai territori; è esattamente il contrario; noi dobbiamo spogliare la Regione di tutte le funzioni amministrative che, secondo il principio di sussidiarietà, possono essere svolte dagli enti più vicini ai territori, a partire dai comuni e dalle province. Il Consiglio regionale deve diventare il Parlamento dei sardi, assumendo funzioni di alta programmazione, coordinamento e controllo, anche se trovo quest'ultimo termine inadeguato rispetto ad enti che comunque rivestono un'importanza istituzionale.
Io credo che la maggioranza su questi temi debba verificare l'esistenza di un progetto comune. A questo proposito voglio ancora dare una risposta amichevole al collega Fantola, quando ha affermato giustamente che noi abbiamo l'obbligo innanzitutto di sostenere la maggioranza.Io voglio aggiungere però che noi non siamo dei soldati, non mettiamo la divisa, non siamo abituati a dire "signorsì". Non lo diciamo all'interno del nostro partito, figuriamoci se ci sentiamo vincolati a dirlo all'interno delle maggioranze.
Il problema di fondo è invece quello di essere fedeli, leali, nei confronti di una maggioranza che ha un progetto politico condiviso. Il presupposto della lealtà, il presupposto dell'impegno, il presupposto dell'appartenenza è avere un progetto politico condiviso. Nessuno può sognare di arrivare in Aula, chiunque esso sia, il collega più autorevole di noi - non sto parlando del presidente Pili, che per la verità non ci ha mai imposto niente - nessuno può sognare di venire in aula e dire: "Qui si vota giallo, lì si vota verde, lì sì vota rosso", senza sapere neanche di che cosa si sta parlando.
Ecco, la maggioranza deve recuperare la capacità di proporre una propria programmazione e deve avere la capacità di estendere la condivisione e la discussione rispetto a questi temi. Ne voglio citare uno menzionato nel suo intervento dal collega Fantola perché ritengo che sia un problema importante; mi riferisco al problema delle risorse idriche. Il collega Fantola affermava che in materia di risorse idriche dobbiamo assolutamente procedere verso la realizzazione dell'ambito territoriale ottimale unico, già esistente in materia di uso dell'acqua idropotabile, e ancora inattuato per quanto riguarda l'acqua per usi diversi da quelli idropotabili, peraltro importantissima per lo sviluppo di tutti i settori produttivi dell'Isola.
Io sono d'accordo sul concetto dell'ambito unico; ricordo però che sul DPEF si afferma che sono giunte alcune segnalazioni da parte di enti locali o di altre realtà che invece suggerirebbero una politica diversa. Ecco, rispetto a un tema come questo, io credo che la maggioranza debba discutere, debba arrivare ad una proposta che deve diventare patrimonio comune. Dopo possiamo anche armarci col mitra per difendere questa maggioranza, perché così facendo difenderemmo un progetto comune, un progetto condiviso da tutti.
Noi consiglieri regionali di destra, della destra nazionale, ma sarda, siamo abituati ad agire come si fa tra persone serie: prima si stabiliscono i patti, si elaborano i programmi, poi i programmi si discutono e si trova un accordo, e infine ci si batte per l'affermazione dei propri progetti e dei propri valori. A questo noi vogliamo richiamare questa maggioranza: non sempre è andata così.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Falconi. Ne ha facoltà.
FALCONI (D.S.). Signor Presidente, io partirei dagli ultimi interventi dei colleghi della maggioranza per sottolineare come essi stessi nei loro interventi abbiano parlato di tutto tranne che del documento all'ordine del giorno. Il collega Locci non ha parlato dei punti contenuti nel documento di programmazione economica e finanziaria. Il collega Fantola ha parlato di tutto, tranne che di questo documento.
Nonostante la velocità iniziale con la quale è stato elaborato il DPEF, adesso siamo chiamati tutti quanti - compresa la maggioranza quindi - ad un robusto aggiornamento. Ne parlava con molta convinzione il collega Floris; c'è stato uno sciopero generale che non mi pare sia stato organizzato contro il centrosinistra; è stato proclamato contro la Giunta regionale, contro il Governo di centrodestra della Sardegna. Quando la politica si ispirava a certi valori, generalmente, dopo uno sciopero generale il Governo si dimetteva, o quanto meno si chiedeva quali erano i contenuti veri di quello sciopero. Contenuti veri e contenuti seri di cinquantamila lavoratori che costituiscono il dieci per cento della base produttiva in Sardegna. Ciò vuol dire che sono venuti qui a Cagliari tutti quelli che si potevano spostare, e sono venuti a manifestare i disagi del mondo del lavoro, a manifestare il disagio delle zone interne della Sardegna perché anche questo era uno dei temi centrali di quella manifestazione.
Nel frattempo, in quest'Aula abbiamo iniziato il riordino istituzionale, come giustamente l'ha chiamato il collega Locci. Di questi temi, come di tanti altri, che affronteremo in altri interventi, in questo documento non c'è traccia, non c'è nulla. Quindi bisogna riempirlo di contenuti, bisogna rifarlo, bisogna bocciare questo documento per andare con i lavoratori, con i datori di lavoro, con la Confindustria, alla ricerca di una nuova intesa sullo sviluppo. Anche la Confindustria, infatti, intervenendo sulla stampa, ha affermato di non condividere questo documento , che peraltro non avete sottoposto a concertazione. Ma, chiariti questi aspetti di carattere generale, non vorrei anch'io commettere lo sbaglio di soffermarmi sull'universo mondo senza entrare nel merito del documento.
Voglio in questa sede però anche segnalare, perché non ho avuto modo di farlo prima, uno sgarbo istituzionale senza precedenti. Quando in commissione noi del centrosinistra abbiamo chiesto il rinvio di qualche giorno dell'esame del documento perché dovevamo recarci a Roma alla Conferenza dei Consigli regionali, la maggioranza, per tutta risposta, in cinque minuti - dicasi cinque minuti - ha approvato il documento, impedendo una discussione seria, impedendo non la concertazione (quella doveva e deve promuoverla la Giunta), ma impedendo l'audizione degli esponenti sindacali, imprenditoriali e delle autonomie locali, che noi avevamo giustamente voluto e richiesto.
Adesso il DPEF è arrivato in Aula, vuol dire che diremo in Aula ciò che dovevamo dire in seno alla Commissione, oggi e nei prossimi giorni.
Alcuni aspetti di questo documento - lo sottolineavo prima - sono anche condivisibili: della veste grafica ha già parlato un collega, è bello, è pure colorato, è snello, anche perché rimanda spesso agli allegati, tanti allegati che peraltro sono pervenuti in tempo non utile alla Commissione. Finalmente però si torna a riparlare - anche da parte vostra - di ciclo unico della programmazione. Questo è un approccio che condividiamo; ma, per il resto, sono molte le cose che mancano.
Voi stessi questa mattina non avete parlato di enti locali, perché non se ne parla nel documento. Collega Locci, lei ha parlato di decentramento, Ma dov'è che si parla di decentramento interno alla Regione nel documento che stiamo discutendo? Non se ne parla! E le riforme legislative?Dove sono?Dov'è quel capitolo?
LOCCI (A.N.). Ti indico anche la pagina!
FALCONI (D.S.). E le politiche per le imprese? Voi che siete neoliberisti, la politica delle imprese - e ve lo hanno detto gli stessi rappresentanti degli imprenditori questa mattina - l'avete dimenticata. Avete dedicato all'industria una mezza pagina, l'industria rappresenta il 35 per cento del PIL della Sardegna! Scarsi anche i riferimenti all'indebitamento; la verità sull'indebitamento la rivelate solo nelle ultime pagine perché quelle ultime pagine non sono state commissionate a qualche studio grafico, sono state predisposte dagli uffici, sono le pagine tabellari. Ma tornerò anche su questo argomento.
Ciò che si evince, invece, che va sottolineato e che nessuno ancora ha ripreso - mi pare - è che in questa snellezza, in questa veste nuova, voi vi dimenticate che siete maggioranza in Regione da tre anni, e che per questi tre anni avete concordato una strategia ormai superata. Oggi, con assoluta leggerezza, ci dite che l'"Era Pittalis" è finita, che forse era sbagliata e che ne state avviando una del tutto nuova. Questo sta succedendo in questi giorni. Ci proponete, tra l'altro, un documento che pur potendo avere una valenza di cinque anni, come schema va solamente aggiornato di anno in anno. Tutto ciò può anche essere condiviso, perché in realtà si stanno seguendo delle procedure mutuate da quelle della Unione europea, ma è sul contenuto del documento che si attestano i nostri rilievi.
Voi, per esempio, nel DPEF parlate molto di territorio; anzi lo citate tre volte: territori, valorizzazioni dei territori, strumento per poter intervenire sui territori della Sardegna. Lo strumento è la programmazione che distinguete in tre tipi: la programmazione ordinaria, la programmazione negoziata e la programmazione straordinaria. A noi, collega Masala (glielo abbiamo chiesto in Commissione e glielo chiediamo anche qui in Aula) fa piacere che si torni alla programmazione negoziata, ma ci spieghi lei, con parole semplici - evidentemente non lo abbiamo capito perchè siamo persone semplici - qual è la differenza tra "programmazione negoziata" e "programmazione straordinaria". Dicevo, ci fa piacere che torniate alla programmazione straordinaria e negoziata, perchè il Governo nazionale, omologo politicamente al vostro, afferma esattamente il contrario. Micciche' è venuto qui in Sardegna a dirvi che la programmazione negoziata è finita in tutta Italia, quindi anche nel Meridione e in Sardegna. Voi non gli avete risposto!
Sulle politiche prioritarie, voi parlate di territorio senza entrare nei contenuti. Quando si parla del territorio in Sardegna non si può che parlare di ambiente e di parchi. Colleghi della maggioranza, me lo indicate in questo librone e negli altri libroni allegati, dove si trova la parola "parco", dove si trova la parola "ambiente", dov'è che si descrive come si vuole gestire l'ambiente in Sardegna? Noi tutto ciò non lo abbiamo trovato. Non lo abbiamo trovato perchè non c'è da nessuna parte.
Sulle infrastrutture: badate anche questa mattina, secondo me, sono stati pronunciati alcuni svarioni da parte di qualche collega che fa bene a continuare a parlare di riforme e di Costituente, ma quando si avventura in temi economici incorre in errori che non può proprio permettersi. Quando parla di metano, si deve almeno informare degli accordi siglati da Berlusconi a Tunisi per far passare il metanodotto in Sicilia accontentando implicitamente la Sardegna. Non solo. Quando parla di "luci ed ombre", forse è bene che il collega Fantola si rilegga non ciò che dice il collega Falconi, ma ciò che riporta il rapporto CRENOS (Centro Ricerche Economiche Nord Sud) sull'economia nel Meridione, sull'economia in Sardegna e sui territori particolarmente svantaggiati.
Le leggo alcuni dati sul PIL degli ultimi anni in Sardegna, perché ci offrono uno spaccato di come stanno andando le cose: nel 1996 si registrava un aumento dello 0,6 per cento; nel 1997 del 3,5; nel 1998 del 4,1. Poi rinizia a calare: nel 2001 l'incremento è dell'1,2; nel 2002, tendenzialmente dello 0,7 per cento. Badate, questi numeri la dicono tutta sull'andamento della nostra economia. Afferma sempre il CRENOS che la forbice tra nord e sud, ed anche tra Sardegna e nord, si stava assottigliando, ma si stava assottigliando nel '98, nel '99 e nel 2000. Adesso ha ripreso ad allargarsi, tanto che l'indice sintetico dello sviluppo (che è più significativo anche del PIL), colloca le nostre due province - diciamo interne - Oristano e Nuoro, tra le ultime in Italia. Considerato che le province di Prato e di Modena, che sono le prime, hanno 148 come indice di sviluppo, le Province di Nuoro e di Oristano hanno rispettivamente, come indice di sviluppo, 65 e 66. Se il collega Fantola esaminerà questi dati credo avrà amare sorprese sull'andamento della politica del centrodestra in questi tre anni in Sardegna.
Sulle infrastrutture, dicevo, voi rinviate, contate molto sulla ?piattaforma logistica nel Mediterraneo?. Forse siamo un po' tonti, saremo un po' "terra-terra", ma ci volete spiegare che cos'è? Voi puntate molto sulle suggestioni, l'avete riconosciuto anche pubblicamente, ma se si tratta solo di uno slogan suggestivo, perché prendere ancora in giro i sardi? Che cos'è la piattaforma logistica nel Mediterraneo? Ce lo spieghi Presidente. Noi abbiamo tanto bisogno di infrastrutture, ma non potete cavarvela con questa piattaforma logistica nel Mediterraneo dimenticandovi che, per esempio, la provincia di Nuoro è l'unica provincia in Italia che non è attraversata dalle Ferrovie dello Stato. Però individuate nel turismo la soluzione a tutti i mali che affliggono ancora la Sardegna. Questo bisogna riconoscerlo.
Nel documento di programmazione economica e finanziaria parlate tanto di turismo, tanto da dedicarvi la maggior parte del documento; lo trasformate da settore in sistema (diceva qualcuno) ma ahinoi, anche qui mi pare che si incorra in alcuni svarioni che non condividiamo. Mentre stavate presentando il documento di programmazione economica e finanziaria e parlavate di turismo all'interno della Commissione, contemporaneamente organizzavate i convegni per sostenere che la politica delle entrate di bilancio in Sardegna doveva partire dal turismo, prevedendo una tassa d'ingresso che in questo documento comunque non compare. Se ne è parlato a proposito ed a sproposito da parte della Giunta anche le settimane scorse: indicatemi in quale pagina è questo progetto che è stato enunciato dall'Assessore competente.
Ma avremo occasione di parlarne un po' più specificatamente in seguito. Il turismo, comunque, è importante; in Sardegna - ci tengo a sottolinearlo - rappresenta il 7 per cento del PIL, rappresenta il 12 per cento dell'occupazione, e genera quasi 2000 miliardi di lire di fatturato, assorbendo, soprattutto d'estate, una gran quantità di mano d'opera. Però non può diventare nel bene e nel male la panacea di tutto quanto; non si può pretendere di risanare il bilancio della Regione con le tasse d'ingresso. Noi siamo favorevoli - lo ripetiamo, l'ha detto il collega Selis nelle le sue dichiarazioni, lo ha ripreso questa mattina il collega Cugini - noi siamo per un'economia veramente integrata che vede i diversi settori compenetrarsi e stimolarsi a vicenda, in un'azione sinergica con la piccola e media impresa, ma anche con la grande impresa esistente in Sardegna; e siamo per anche favorevoli alla salvaguardia e allo sviluppo del turismo ma siamo convinti che il turismo non può fornire risposte esaustive per tutti i problemi della Sardegna.
In ultimo, vorrei riprendere il tema prima accennato delle zone interne della Sardegna. Dov'è che parlate di solidarietà interna della Sardegna, di riequilibrio tra territori? Nella prima pagina, bella e colorata, affermate di puntare sulle politiche di riequilibro del territorio, poi in concreto se andiamo ad esaminare il contenuto, non si trova assolutamente nulla. E` un bel sogno allora, nato fuori dagli uffici, forse fuori dalla Sardegna, lautamente pagato. La verità, la "verità vera" la rivelate a pagina 64, 65 e 66. Quelle pagine sono state predisposte dagli uffici. Sono gli uffici che ci rivelano che nel 2001 avete maturato 1.100 miliardi di lire di residui.
Colleghi, si tratta di una cifra astronomica per la Sardegna! Significa - ed è anche certificato da ciò che affermate in questo documento - che, nel 2001, non avete speso nulla di quello che si poteva spendere, come non avete speso nulla per il settore del commercio, nemmeno la concessione di un finanziamento; non avete speso nulla nel turismo, dove non avete fatto nulla fino ad oggi. Nonostante i finanziamenti previsti dalla legge numero 9, ad oggi non avete ancora emanato un decreto di finanziamento; questa è la verità! Contemporaneamente affermate che bisogna ridurre il debito ad un ritmo del 5 per cento annuo.
Anche il collega Balletto nella sua relazione ci espone un bel sogno all'inizio, poi torna alla realtà nell'ultima parte, ponendo una serie di divieti: divieto di assunzioni, divieto di sforamento della spesa, riduzione del 5 per cento annuo del debito. È la solita tecnica: enunciate e poi, successivamente, quasi furtivamente, dite la verità!
Mi avvio a concludere, però torneremo in seguito ad esaminare punto per punto in documento; non solo per criticarlo, assessore Masala, ma se necessario anche per bocciarlo, per rifarlo in toto, per rifarlo qui in quest'Aula, per tornare a quella concertazione che voi non avete voluto.
PRESIDENTE. Con l'intervento dell'onorevole Falconi si concludono i lavori della mattinata. E' convocata la Conferenza dei Presidenti di Gruppo. La seduta è sospesa in attesa dei risultati della Conferenza.
(La seduta, sospesa alle ore 13 e 17, viene ripresa alle ore 13 e 43.)
Presidenza del Presidente Serrenti
PRESIDENTE. Colleghi, i lavori del Consiglio riprenderanno mercoledì 10 luglio alle ore 17.
La seduta è tolta alle ore 13 e 43.
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