Seduta n.222 del 13/03/1993 

CCXXII SEDUTA

(ANTIMERIDIANA)

VENERDI' 19 MARZO 1993

Presidenza del Presidente FLORIS

Sulle iniziative del Consiglio regionale concernenti i rapporti Stato-Regione in relazione alla crisi economica della Sardegna. (Discussione e interventi dei parlamentari e dei rappresentanti delle forze sociali, presentazione e approvazione di o.d.g.):

CABRAS, Presidente della Giunta

COGODI...................................

USAI EDOARDO....................

MERELLA................................

PUSCEDDU.............................

SERRENTI................................

MANNONI...............................

DADEA.....................................

SORO .......................................

UDA, Segretario regionale C.I.S.L.

CUCCA, Presidente A.N.C.I.

MARTELLI, Senatore P.L.I.....

ORGIANA, Deputato P.R.I.....

MELIS MARIO, Parlamentare europeo

ANEDDA, Deputato M.S.I.-D.N.

FOGU, Senatore P.S.I...............

PREVOSTO, Deputato P.D.S.

SODDU, Deputato D.C............

La seduta è aperta alle ore 10 e 14.

SECHI, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana dell'11 marzo 1993, che è approvato.

Sulle iniziative del Consiglio regionale concernenti i rapporti Stato-Regione in relazione alla crisi economica della Sardegna

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il dibattito sulle iniziative del Consiglio regionale concernenti i rapporti Stato-Regione in relazione alla crisi economica della Sardegna.

Apriamo i lavori di questa Assemblea straordinaria e solenne del Consiglio regionale, alla presenza dei parlamentari eletti nell'Isola, delle autorità civili, militari e religiose, delle rappresentanze degli enti locali e delle forze sociali, dando prima la parola al Presidente della Giunta e poi ai Capigruppo, in modo che i convenuti abbiano un quadro di riferimento generale preciso e completo.

Ha facoltà di parlare l'onorevole Presidente della Giunta.

CABRAS (P.S.I.), Presidente della Giunta. Signor Presidente del Consiglio, colleghi consiglieri, autorità, parlamentari, rappresentanti delle forze sociali, credo che nessuno di noi sia disposto, né tanto meno sia disponibile in futuro, a solennizzare una circostanza come questa, mantenendola negli angusti confini di un rito istituzionale, che contiene in sé il grave rischio, come tutti sappiamo e come spesso abbiamo ripetuto in questi giorni, di lasciare le cose come stanno. E le cose, come sappiamo noi che siamo qui, ma ancor meglio di noi sanno i lavoratori, ancora impegnati in lotte per il lavoro nei diversi siti produttivi dell'isola, le cose stanno assai male. La scorsa settimana, in questa sede, abbiamo ancora una volta discusso della grave situazione economica e sociale della Sardegna; in particolare abbiamo discusso sugli ulteriori strumenti utilizzabili per proporre nel modo più efficace possibile le nostre ragioni nella sede centrale al Governo del Paese. Lo abbiamo fatto all'indomani di una decisione adottata dalla Giunta che prevedeva l'impegnativa di un provvedimento di legge, di indirizzo in materia di privatizzazioni, attualmente in vigore, contestando il grave danno che da questo deriva alla Regione, in particolare per quanto si riferisce alle sue modalità di attuazione. Sempre in quella sede abbiamo convenuto sulla necessità che il Consiglio regionale indirizzasse un voto al Parlamento nazionale capace di orientare e stimolare la più tempestiva ed efficace azione degli organi dello Stato. Nella giornata di ieri, con una delegazione del Consiglio regionale guidata dal presidente Floris, abbiamo incontrato il Presidente della Repubblica e successivamente il Presidente del Senato, e in quei due incontri, abbiamo rappresentato non tanto il contenuto delle questioni che sono sul tappeto, quanto l'esigenza che si riaprisse un tavolo di confronto tra la Regione e il Governo del Paese attorno a questi temi, tavolo che fino a questo momento almeno a nostro giudizio non era stato ancora concesso. Infatti emerge in primo luogo l'assenza di un corretto ambito di inquadramento del confronto che deve esistere tra la Regione e lo Stato su questa materia, che noi abbiamo individuato nel nuovo piano di rinascita, in attuazione dell'articolo 13 dello Statuto. Per noi infatti è inaccettabile la sede dei bilanci delle singole aziende, sede che finora ci è stata proposta. Seguire questa logica porta a conclusioni come sappiamo devastanti, e non tanto perché da noi - come ormai si sono abituati a ripetere - tutte le produzioni sono in perdita. La filosofia del cosiddetto libro verde conduce in Sardegna in una direzione che mette a rischio 19 mila posti di lavoro nell'industria, diretti e nell'indotto, dei quali - vorrei sottolineare - solo 8 mila sono concentrati nell'area del Sulcis-Iglesiente e Guspinese. Il nostro, come sappiamo, è un sistema economico particolare, per certi versi isolato, di conseguenza una linea di riconversione non è una linea facilmente applicabile come in altre parti del Paese. Se ci viene tolto un pezzo di industria, dove andiamo a recuperare il lavoro che manca, lavoro che per noi non deve essere mai separato dalla produzione, capace di concorrere quindi alla produzione del reddito e della ricchezza della nostra Regione, non quindi assistenza? Il Governo dei fatti economici oggi muta nei suoi riferimenti conosciuti; che cosa significa per noi il processo di privatizzazione? Che cosa significa che lo Stato abbandona il ruolo di impresa? Il mercato e le sue leggi, con le nuove regole di competizione in Europa, possono offrire una prospettiva concreta di sviluppo ai sardi? Questa è la domanda fondamentale che ci dobbiamo porre, e non c'è dubbio che ce la poniamo in molti, ma spesso nel rispondere confondiamo le affermazioni di principio, che hanno un valore universale, con le realtà di partenza che, come sappiamo, sono assai diverse a seconda dei Paesi e delle Regioni.

E' difficile affermare con sicurezza che in Sardegna il ruolo pubblico dell'economia finirà insieme a quello che finora ha svolto lo Stato, anzi, se si può avanzare un dubbio fondato, passerà ancora del tempo prima che questo possa effettivamente accadere. Si tratta di misurarsi con l'apertura e la fantasia necessarie in un contesto di grandi cambiamenti. Quali strumenti può impiegare lo Stato per svolgere la giusta funzione di riequilibrio a favore delle aree regionali in difficoltà? In che modo può essere sostituita la funzione di impresa dove lo stesso ruolo è sempre stato appannaggio del pubblico, almeno nel settore industriale? Le risorse assegnate fino a ieri alle Partecipazioni statali a chi devono essere assegnate oggi? Noi ci permettiamo di avanzare un interrogativo al quale diamo una prima risposta. Le Regioni sicuramente devono svolgere un ruolo importante in questa direzione. Questo meccanismo è già in atto in alcune aree europee e non tra le più sottosviluppate. E' inutile dire che nessuno rinuncia a fabbricare in casa propria anche prodotti che si possono comprare a prezzi inferiori fuori dai confini. Questo vale meno di ieri certamente fra i Paesi della Comunità, ma come ieri nei confronti di quelli che stanno fuori dalla Comunità. Non si comprende perché mai dovremmo essere noi sardi i paladini avanzati del libero mercato quando proprio in questi giorni sono all'attenzione di tutti noi le polemiche che si sono sviluppate nei confronti della linea sostanzialmente protezionista della nuova amministrazione americana. Quando insistiamo con forza nel sostenere utile alla nostra economia produrre energia da gas di carbone non facciamo niente di diverso da ciò che hanno fatto, nel Regno Unito, solo poche settimane fa, restituendo al mittente il programma, così come era stato presentato, di smantellamento dei pozzi carboniferi, nonostante in quel Paese, come tutti sappiamo, si produca persino petrolio. Dinanzi a noi vi è quindi un problema cruciale di risorse, dal quale deriva l'immediata conseguenza di usare quelle proprie nel modo più accorto, senza sprechi o deviazioni in direzioni inutili. Ma oltre al problema delle risorse vi è un problema di poteri da ridefinire in relazione a quanto è ormai maturo o in corso di maturazione nella cornice Stato-Regione e in quella, ancora più attuale, Europa-Stato-Regione.

In una fase così impegnativa e ricca di opportunità, dobbiamo fare di tutto per riguadagnare il tempo perduto in materia di riforma e di rinegoziato dello Statuto speciale. Le proposte finora avanzate in sede nazionale meritano in nostro apprezzamento, ma occorre mettere in campo la nostra autonomia e originale elaborazione anche perché le stesse proposte non si esaurirebbero in una sintesi conclusiva senza l'apporto determinante della Regione. Lo Statuto dobbiamo scriverlo noi, perciò è giunto il momento di assegnarci un tempo serrato di lavoro per concludere nei tempi più brevi questo lavoro. Questa è una necessità della storia che segna una terza fase della nostra autonomia e non si ferma alle tappe percorse ma si avvia ininterrottamente su nuove strade. La nostra proposta avanzata in sede di Governo è chiara e semplice nei suoi contenuti: avvio della fase di rinegoziato e riforma dello Statuto, definizione del terzo piano di rinascita in attuazione dell'articolo 13 dello Statuto, assoluta intransigenza nel mantenimento e possibile allargamento dell'attuale base produttiva della Sardegna con l'attuazione dei programmi già concordati relativi a chimica, carbone, gassificazione, metallurgia, alluminio, carta, metanizzazione, moratoria per un anno di tutte le ipotesi e le iniziative di riconversione produttiva che determinino l'interruzione dei rapporti di lavoro in atto per verificare la concreta attuabilità delle eventuali proposte sostitutive. Come vedete non stiamo chiedendo la luna, forse stiamo chiedendo meno di quanto ci spetta realmente se appena diamo uno sguardo alle inadempienze altrui.

Le ulteriori specificazioni sono contenute nell'ordine del giorno che il Consiglio nella sua sovranità indirizzerà alla fine dei suoi lavori oggi al Parlamento italiano. Sento il dovere di ricordare tuttavia non solo a chi è in quest'Aula ma anche, fuori da ogni retorica, a tutta la nostra gente che non ci sarà rinascita vera e giusta se noi allenteremo la tensione, la mobilitazione, che ci debbono sostenere nella lotta.

Per essere padroni del nostro destino occorrerà ancora vigilare e combattere. Il buon esito della battaglia dipenderà molto dall'impegno e dalla dedizione di chi combatterà al nostro fianco per un domani che non solo ci restituisca quello che ci è stato tolto ma ci dia quello che è nel nostro diritto, di un soggetto attivo del proprio futuro, senza l'assillo ricorrente di dover chiedere aiuto a chi lo ha sinora concesso in ritardo e spesso con molta parsimonia. Nonostante la gravità della crisi sono personalmente fiducioso che la situazione si evolverà positivamente, a patto che tutti insieme sappiamo tradurre in atti concreti di impegno e di mobilitazione unitaria tutto ciò che in questi mesi ci assilla le giornate e spesso ci tormenta durante la notte.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Cogodi. Ne ha facoltà.

COGODI (Gruppo Misto). Signor Presidente, la solennità di questa riunione non è data solo dalla qualità delle presenze e neppure solo dalla dichiarazione che sarà una dichiarazione corale che impegnerà tutte le istituzioni regionali in favore della Sardegna e dei suoi lavoratori. La solennità più vera e il significato più alto sono dati, soprattutto oggi, dalla volontà ferma di una Regione e di un popolo che noi rappresentiamo di non voler retrocedere di un millimetro sulla via dello sviluppo economico e civile.

Io non so se hanno capito bene quelli che comandano e decidono a Roma, ad iniziare dal capo dello Stato e dal capo del Governo. Questa è una Regione nella quale i lavoratori a rischio di perdere il proprio lavoro e il proprio pane, i lavoratori in cassa integrazione che vengono avviati ad una lista di cosiddetta mobilità in fondo alla quale si apre un baratro, i lavoratori e soprattutto i giovani disoccupati oppure da troppo lungo tempo inoccupati, tutti questi cittadini sardi non sono figure astratte, sono gente in carne ed ossa, dichiarano di non accettare più questo stato di cose, dichiarano di voler voltare pagina e di voler conoscere, in tempo utile per loro, i tempi e i modi nei quali la vita potrà diventare non più un castigo ma una vita degna, produttiva e serena. I lavoratori sardi ci hanno già notificato, nel corso delle loro innumerevoli assemblee e manifestazioni, che non vogliono durare un attimo di più nella ingiusta condizione di perenne agonia, ma gli stessi lavoratori ci hanno anche detto con altrettanta chiarezza, e sono giù attorno a noi oggi ancora a ripeterlo, che non accettano di arrendersi, che non intendono morire inutilmente ma che non intendono neppure più vivere inutilmente. Qui non c'è allarmismo, qui c'è vigile consapevolezza delle difficoltà ma anche piena consapevolezza dei nostri diritti e delle nostre capacità. A noi tocca perciò di fare subito tutto quello che è giusto e che è possibile, costi quello che costi. Ieri il Presidente della Repubblica ci ha voluto ricordare che è inammissibile che i diritti della gente siano disattesi solo perché talora non si protesta e non si urla l'ingiustizia, perché - ha detto il Presidente - il diritto è diritto e dev'essere soddisfatto comunque. Parole sagge, ma rimarrebbero comunque parole al vento, così come tante altre parole sagge, se a quelle parole non conseguissero subito i fatti risolutivi che le rendano credibili.

Rispetto al Governo nazionale, che è sordo e che è ostile verso i diritti della Sardegna, questa Regione da tempo protesta, lotta e si schiera all'opposizione del malgoverno e della incapacità di garantire provvedimenti giusti, ma questa insufficienza del governo è a Roma ma è anche qui a Cagliari e in Sardegna. Parzialmente questa incapacità e insufficienza di governo è anche presente qui oggi, nel contesto di questa nostra riunione, ed anche questo è un problema serio. E se oltre al Governo continua ad essere sordo ed ostile anche lo Stato nel suo insieme, se il patto costituzionalmente di cui è perno ed asse portante l'articolo 13 dello Statuto di autonomia, se il piano di rinascita per favorire lo sviluppo economico e sociale della Sardegna continua ad essere disatteso, ciò non dovrà più accadere impunemente. Questo dobbiamo saperlo e dobbiamo dirlo chiaro. Bisogna rispettare le regole, ci diciamo noi e ci dicono tutti gli altri, ma le regole sono rispettabili solo quando danno buoni frutti, quando risolvono i problemi, quando riconoscono davvero i diritti fondamentali del vivere civile.

L'ordine del giorno-voto che questo Consiglio si appresta a votare in forza della norma costituzionale dell'articolo 51 dello Statuto sappiamo che non avrà di per sé alcun effetto risolutivo e meno che mai alcun valore taumaturgico. Siamo consapevoli della debolezza dello strumento giuridico che adoperiamo perché anche altre volte lo stesso strumento è stato adoperato, senza che si sia avuto alcun riscontro nell'interessamento del Parlamento nazionale anche perché sappiamo che a tutt'oggi solo il regolamento del Senato, per iniziativa a suo tempo esperita dall'onorevole Terracini, prevede una procedura di ingresso nell'Aula del voto del Consiglio regionale, mentre ciò non prevede ancora il regolamento della Camera. Perciò e a maggior ragione la determinazione odierna del Consiglio regionale della Sardegna avrà valore eminentemente politico e la sua forza risolutiva sarà direttamente proporzionale alla sincerità e alla bontà dei propositi che derivano dal nostro animo. Non c'è dubbio alcuno, se questa Assemblea elettiva rappresenta davvero oggi gli interessi legittimi e la volontà di riscatto di tutto il popolo sardo, questa stessa Assemblea deve essere capace non solo di esprimere auspici e rivolgere appelli, ma deve essere anche capace di decidere e perciò io ritengo che questo Consiglio e ognuno di noi che lo compone non si dovrà dare pace e non dovrà dare pace fino a che non sia interamente soddisfatto l'ultimo diritto del cittadino più debole che sia partecipe della vicenda storica della nostra comunità regionale.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Edoardo Usai. Ne ha facoltà.

USAI EDOARDO (M.S.I.-D.N.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, in questi giorni, particolarmente in questi ultimi giorni in cui la crisi ha subito una ulteriore accelerazione, le analisi si sono sprecate. Tutte le forze politiche, sindacali e sociali hanno manifestato la loro preoccupazione, il loro sgomento per l'involuzione di una situazione che appare, più che difficile, ormai senza sbocco. Da un lato la pressione di migliaia di cittadini ormai disperati perché licenziati o sull'orlo di esserlo ai quali cialtronescamente si è fatto credere che avrebbero in ogni caso mantenuto il loro posto di lavoro, dall'altro il Governo che con i suoi ministri, con i suoi boiardi di Stato da mezzo miliardo e passa di stipendio all'anno non intendono ragioni e procedono imperterriti sulla strada dei licenziamenti, delle dismissioni, della chiusura delle attività. In questo quadro, in questo contesto, la Giunta regionale ha pensato di attivare giustamente il meccanismo di cui all'articolo 51 dello Statuto della Regione sarda che consente alla Giunta regionale, quando constati che l'applicazione di una legge o di un provvedimento in materia economica o finanziaria risulti manifestamente dannoso per la Sardegna, di chiedere la sospensione di questi provvedimenti al Governo. Ma il dibattito, onorevoli colleghi, che si è sviluppato successivamente a questa iniziativa del presidente Cabras e della Giunta da lui presieduta, ha deluso chi, come chi vi parla, riteneva fosse possibile formare con più forza, con più determinazione un fronte unitario contro la politica del Governo tutta tesa a conservare realtà industriali in aree politicamente forti a discapito di situazioni ritenute a torto marginali e quindi penalizzabili. Ha doppiamente deluso, sempre a parere di chi vi parla, constatare che tanti anni sono passati invano, che il paleo-politichese ha ancora la prevalenza sulle cose concrete da affrontare e da risolvere, che concetti ormai superati come quello di nuova stagione autonomistica di patti costituzionali da rinegoziare, in poche parole di una più accentuata autonomia della Sardegna, hanno acquistato uno spazio molto più ampio di quanto non abbiano le soluzioni immediate da adottare per evitare la catastrofe. Si ritiene cioè, pensando di volare alto, che in questo momento di gravissima emergenza possano stare sullo stesso piano la richiesta di una autonomia più ampia con quella della salvaguardia dei posti di lavoro di migliaia di cittadini.

Ho detto in altre occasioni - e mi permetto di ripeterlo in questa - che la questione dell'ampliamento dei poteri di autonomia è una mistificazione, è un falso problema; la classe politica e di potere che ha governato la Sardegna, che poi è speculare alla classe politica che ha governato l'Italia, non ha saputo né voluto utilizzare in minima parte i poteri che le sono stati conferiti dallo Statuto. Non ha saputo o voluto individuare, con i poteri conferitigli dall'autonomia, una soddisfacente strada di sviluppo; si è sempre rifugiata nella gestione del quotidiano elevando a sistema e alibi di governo un querulo e sterile rivendicazionismo nei confronti dello Stato, reo di ledere l'autonomia della Sardegna. Per questa ragione, colleghi, nel momento in cui la casa brucia e dentro questa casa rischiano di bruciare tutti i sardi, è necessario prima di tutto salvare chi rischia di morire bruciato, non già richiedere una casa più ampia e spaziosa che, come l'esperienza degli anni passati dimostra, non si è in grado di governare. E allora è opportuno abbandonare la strada del solo rivendicazionismo solidaristico nei confronti del Governo, non già dello Stato che concettualmente e giuridicamente è ben altra cosa, come anche i ragazzini che studiano educazione civica sanno, per iniziare a mettere all'incasso i grandi crediti che la Sardegna vanta se non altro, signor Presidente, onorevoli colleghi, per aver subito così a lungo una classe politica di potere nazionale e locale che aveva ed ha sicuramente tanti pregi, ma certamente ha un difetto: quello, così come ha dimostrato, di non saper governare. Il Gruppo del Movimento Sociale Italiano ha presentato un suo documento al quale fa riferimento; valuteremo nel corso dei lavori se aderire o meno al documento o ai documenti che verranno presentati.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Merella. Ne ha facoltà.

MERELLA (Gruppo Laico Federalista). Signor Presidente, colleghi consiglieri, rappresentanti di tutte le altre istituzioni, il breve tempo a disposizione può consentire solo brevissime considerazioni. Sono considerazioni di una grande amarezza, con la consapevolezza che noi stiamo giocando in questo momento una carta fondamentale. Ieri, nonostante le dichiarazioni di disponibilità e solidarietà, abbiamo avuto la netta sensazione che la Sardegna sia molto sola, che siamo davanti ad una Caporetto che richiede l'individuazione di un Piave anche per i sardi, che richiede l'inizio di una Resistenza di cui probabilmente non conosciamo tutti i connotati ma che certamente sarà lunga, dura, e piena di amarezze e forse anche di molte battaglie perdute, nella speranza e nella fiducia di vincere forse la guerra finale. Io credo che da quest'Aula oggi debba partire un appello sentito di mobilitazione per tutta l'Isola. Sono convinto che questo appello sia necessario e doveroso perché la situazione del Paese è una situazione completamente diversa da quella del passato, è una situazione di avvitamento e di schizofrenia che ci fa temere che il tempo a disposizione sia brevissimo, forse addirittura insussistente. Ieri questo lo constatavamo nel preoccupato viso di Scalfaro e di Spadolini, quando ci dicevano: se si voterà ad ottobre, quale tempo ci sarà per prendere dei provvedimenti urgenti ed immediati sulla questione sarda?

Il pensiero va in questi giorni a quei parlamentari che chiedono il prolungamento della vita del Parlamento perché questo è un Parlamento che ci può ancora dare risposte, e può riuscire a consentire il rapporto tra Isola e Penisola, tra Isola e Paese perché ormai sono saltati i rapporti tra Giunta e Governo, tra Stato e Regione. Davanti alla semplicità, alla superficialità, mi si consenta, alla faciloneria con cui si parla di altri partiti, di altre formule, del dopo 18 aprile, c'è la situazione di un'Isola da cui può partire, veramente, un processo di disgregazione dello Stato, se non avrà risposte credibili e adeguate alla grave situazioni nella quale ci troviamo. Per questo diciamo al signor Abete, come ha detto l'onorevole Martinazzoli, che si occupi dei problemi della Confindustria, che faccia arrivare in Sardegna delle iniziative industriali e che lasci il discorso delle elezioni ad ottobre se questo appuntamento elettorale dovesse dimostrarsi così esiziale per quest'Isola.

Ieri mentre rappresentavamo al Presidente della Repubblica e al Presidente del Senato lo stato di disagio, di malessere, di rivolta strisciante della società sarda, noi constatavamo che tutte le situazioni sulle quali soffermavano la loro attenzione sono rimaste ferme al tempo del loro impegno nel settore. Il Presidente della Repubblica, ex Ministro dell'interno, si stupiva del fatto che la vertenza dei posti vacanti negli organici della pubblica amministrazione non ha fatto un passo avanti. Il Presidente del Senato Spadolini, ex ministro della difesa, mostrava altrettanto stupore per l'assenza di qualsiasi cambiamento a seguito del protocollo d'intesa tra Regione e Ministero della difesa per la liberalizzazione e la sistemazione delle servitù militari. Tutto è immobile, non ci sono passi avanti. Questa è la constatazione che abbiamo fatto e che noi abbiamo presentato alle massime autorità dello Stato. Dunque noi dobbiamo soprattutto sottolineare che se non vi saranno risposte credibili, se non vi saranno risposte adeguate allo stato di crisi di quest'Isola potrebbe essere proprio la Sardegna - al di là della volontà di uomini che propendono per altre formule e per altri sistemi - a dare il là a un processo di disgregazione e di rivolta strisciante che può disgraziatamente concludersi in una specie di fuga in avanti, di distacco dallo Stato col rinnegamento di cento anni di storia risorgimentale ed autonomistica. Questo non deve avvenire. Dobbiamo far sì che l'opinione pubblica nazionale, dal Piemonte alla Sicilia, dalla Puglia al Friuli Venezia Giulia comprenda che soltanto attraverso il rinnovo del patto autonomistico di solidarietà noi potremo chiamarci a buon diritto ancora facenti parte dello Stato, facenti parte della comunità nazionale del nostro Paese. Con questo auspicio pensiamo che si possano concludere le affermazioni contenute nel documento letto dal Presidente e che spero facciano parte dell'ordine del giorno-voto che il Consiglio andrà ad approvare alla fine di questi lavori.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Pusceddu. Ne ha facoltà.

PUSCEDDU (P.S.D.I.). Signor Presidente, signori rappresentanti del popolo sardo, autorità, in situazioni di gravità eccezionale chiunque voglia cimentarsi in un impegno politico non può prescindere dal tener presente il sottile filo che lega l'illusione e la speranza, da una parte l'illusione intesa come proiezione in ambito immaginario di elementi che non troveranno corrispondenza nella realtà contingente, dall'altra la speranza intesa come aspettazione desiderosa di un evento gradito o favorevole. In tale contesto di illusioni per i protocolli di intesa sottoscritti e non mantenuti dal Governo e di speranze per i tanti viaggi a Roma, si inserisce questa seduta solenne del Consiglio regionale. Questa seduta che porterà all'approvazione di un ordine del giorno-voto al Parlamento, ai sensi dell'articolo 51 dello Statuto, avviene in una cornice da stati generali della Sardegna che proclamano un conflitto istituzionale verso il Governo, ma purtroppo dobbiamo constatare che una stagione di conflitto nella nostra Isola è iniziata da diversi mesi. Di fronte al concreto rischio di una desertificazione industriale con i conseguenti gravi riflessi sull'occupazione, varie realtà di crisi settoriali e territoriali hanno assunto la caratteristica di unica grande vertenza Sardegna. Dal profondo dei pozzi e dall'alto delle ciminiere attraverso le marce, le occupazioni, l'autogestione delle fabbriche è stata gridata la voce di un disagio e di un malessere profondi. A questo grido alto non può però contrapporsi un silenzio delle istituzioni; molto opportunamente pertanto i lavoratori hanno intuito la necessità di una forte coinvolgente mobilitazione politica e sociale per riuscire a fare sentire la propria voce. Oggi in Italia però tutto appare svolgersi in una ideale Torre di Babele, dove ognuno parla la propria lingua, e ciò rende difficile l'individuazione di interlocutori autorevole e credibili. "Non lasciateci soli", recita uno slogan che non vuole essere solo un appello accorato; le uniche cose che non si possono accettare sono l'indifferenza e l'attendismo con l'erroneo presupposto che il tempo da solo potrà risolvere i problemi o peggio fiaccare la resistenza e portare alla rassegnazione. Un punto deve essere fermo: noi sardi non possiamo rassegnarci a una prospettiva di sottosviluppo. Il processo di industrializzazione avviato in Sardegna, pur con tutti i limiti non può essere cancellato, anche perché non c'è sviluppo senza industria. D'altronde le sorti dell'apparato industriale sardo rappresentato per l'80 per cento dal sistema delle Partecipazioni statali non possono essere lasciate al libero dispiegarsi delle forze del mercato. Già da domani dal ministro Baratta attendiamo in tal senso risposte chiare e urgenti. L'intervento pubblico, pur ripensato per quanto riguarda la qualità e la modalità risulta ancora oggi imprescindibile. Per questo, a parere del Gruppo socialdemocratico, va rilanciata con forza una nuova politica meridionalistica, pur in presenza di un clima politico e culturale poco favorevole. Occorre fare leva sui principi della solidarietà sanciti dal patto costituzionale per evitare un Paese a due velocità e per ridurre il divario di sviluppo tra il Nord e il Sud. Per questo alcuni risultati vanno comunque conseguiti: in primo luogo un nuovo piano di rinascita anche attraverso percorsi legislativi che ne velocizzino l'approvazione. Inoltre una moratoria su alcuni provvedimenti che incidono pesantemente sui livelli occupazionali, oltre a tutta una serie di altri obiettivi che sono stati illustrati dal presidente Cabras. Su questi temi, e in particolare sugli esiti del conflitto istituzionale, la Regione, intesa nella sua eccezione più ampia e articolata, si gioca tutto: le istituzioni, la credibilità, gli operai, il lavoro, la Sardegna, il futuro. Solo con un grande sforzo unitario e con una convinta solidale volontà riusciremo a evitare quella sindrome del fallimento che potrebbe avere effetti devastanti e irreparabili. Se le forze sociali, economiche, politiche, culturali, si lasceranno prendere dal pessimismo, verranno meno le aspettative positive che sono la base della mobilitazione sociale avviata per il lavoro e per lo sviluppo. Mi rendo peraltro conto che gran parte dell'inquietudine, come giustamente ha fatto rilevare la recente ricerca sullo stato sociale del Paese, deriva dal trovarci immersi in un labirinto in cui ci sembra di essere imprigionati senza capire né le configurazioni né le vie di uscita. Da questo labirinto fatto di vicoli e vicoletti apparentemente senza sbocco emergono voci alte e fioche, grida di dolore e accenti d'ira. Questa è la situazione che oggi viviamo, ma il mito vuole che Dedalo uscisse dal labirinto sollevandosi in alto, individuando così il percorso d'uscita. Se tutti noi sapremo svolgere bene questo nostro ruolo forse contribuiremo a realizzare qualche illusione in meno e qualche speranza in più nel superiore interesse della Sardegna.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Serrenti. Ne ha facoltà.

SERRENTI (P.S.d'Az.). Signor Presidente, colleghi del Consiglio, colleghi del Parlamento italiano ed Europeo, il tempo che abbiamo a disposizione è molto poco e non è quindi il caso di ricordare la drammaticità dei momenti che stiamo vivendo. Siamo tutti consci però che dalle iniziative che sapremo prendere e dalla fermezza con le quali le sosterremo discenderà non solo il futuro della nostra terra, del nostro sistema industriale ed economico, ma quello stesso dell'autonomia che, proprio nella devastante crisi che stiamo conoscendo, mostra i suoi limiti e le sue contraddizioni. Il Presidente della Giunta ha rivolto nei giorni scorsi un appello alle forze politiche e sociali, ai Gruppi consiliari del Consiglio regionale, ai parlamentari, ai rappresentanti dei lavoratori. Ad essi ha proposto un'iniziativa forte, in grado di far sentire la voce e la rabbia del popolo sardo che sempre di più si sente emarginato ed abbandonato da un Parlamento e da un Governo nazionale sempre più impantanato in un processo di declino politico e morale e sempre meno punto di riferimento dei cittadini. Il Presidente ha usato toni molto pesanti, ha parlato dell'apertura di una fase di conflitti istituzionali, di una sorta di dichiarazione di guerra - anche questa parola è stata usata - per difendere il diritto della Sardegna a vedere mantenuti gli impegni presi dallo Stato e difendere il diritto inalienabile per il nostro futuro. Ieri, come tutti sapete, abbiamo incontrato il Capo dello Stato Scalfaro e il Presidente del Senato Spadolini. Francamente mi aspettavo che l'apertura di questo conflitto venisse notificata ai vertici più alti dello Stato, in realtà ancora una volta è emersa tutta la timidezza, l'incertezza, la sottomissione di una classe politica che anche ieri si è presentata querula e piagnona. Il risultato è che forse il Presidente della Repubblica interverrà, perché sia possibile un incontro con i Ministri competenti, quelli che si devono occupare dei problemi della nostra crisi, però ha preso l'impegno molto solenne e convinto di venire ad inaugurare la fiera campionaria della Sardegna. No, signor Presidente, non è questa la strada. Duecento anni fa i rappresentanti degli Stamenti sardi si recavamo anch'essi al Parlamento piemontese con una rivendicazione che in cinque punti sintetizzava le rivendicazioni di tutto il popolo sardo. Anche allora la risposta lasciava le cose come stavano, ma rientrati in Sardegna si misero a capo di una rivolta che cacciò i piemontesi da questa terra, assieme al viceré. Io mi rendo conto, signor Presidente, che lei non è Giovanni Maria Angioi e credo che con quest'ordine del giorno non risolveremo affatto i problemi. Credo che bisogna avere il coraggio, signor Presidente, di affrontare le cose nei termini corretti. Il problema della Sardegna è un problema certo gravissimo, è un problema che vede espulsi dal mondo del lavoro centinaia, migliaia di lavoratori, che vede un'economia che va in crisi e che non ha nessuna prospettiva per il futuro. Però sappiamo tutti, signor Presidente, che questa è una parte del problema; se noi non avremo la capacità di affrontare con coraggio, in termini diversi, i rapporti con lo Stato, se non avremo la capacità di rivedere i poteri, di intervenire nella gestione dei poteri, naturalmente cercando prima di tutto di utilizzare quelli che abbiamo, che francamente non sono utilizzati a pieno, se noi non avremo questa capacità, signor Presidente, io credo che i problemi della Sardegna potranno essere rimandati, forse di qualche mese, forse di qualche anno, ma ci troveremo poi da capo. Non è la prima volta che facciamo Assemblee solenni per le stesse ragioni. Non è la prima volta che creiamo nei lavoratori aspettative forti, che diamo la sensazione anche di essere una classe dirigente in grado di guidare il popolo alla lotta. Io le voglio ricordare le parole di uno dei membri della delegazione di minatori della Carbosulcis, che abbiamo ricevuto l'altro giorno a villa Devoto: "Noi siamo la truppa, voi siete i generali, comandateci. Noi vogliamo fare questa grande battaglia". Ho l'impressione, signor Presidente, che noi non siamo in grado di governare e comandare quella truppa. Io credo che li stiamo deludendo, fortemente. Noi riteniamo quindi che sia arrivato il momento di mostrare il coraggio, l'orgoglio dei sardi, per nominare immediatamente un Comitato costituente che sia composto dalle rappresentanze dei consiglieri regionali, dei Comuni, delle Province, delle associazioni culturali, della Università, per la stesura di una prima proposta di Statuto costituente per lo Stato federale sardo. Questo non significa che abbandoniamo i problemi delle fabbriche che chiudono, questo non significa che non affrontiamo tutte le situazioni che abbiamo di fronte, però credo che noi dobbiamo assolutamente muoverci su due piani. Uno è quello di affrontare i problemi seri, drammatici che abbiamo di fronte, l'altro è quello di saper progettare e costruire una Sardegna nuova, che abbia rapporti nuovi e che si collochi in modo diverso in questo Stato.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Mannoni. Ne ha facoltà.

MANNONI (P.S.I.). Signor Presidente, nella storia dell'autonomia regionale, l'ordine del giorno-voto è uno strumento che ha avuto un'utilizzazione sporadica, ma in qualche occasione di grande rilevanza, mi riferisco all'ordine del giorno-voto del Consiglio regionale che aprì la strada alla prima legge di Rinascita della Sardegna. Credo che la nostra aspirazione fondamentale in questa giornata sia quella di avviare un processo nel rapporto tra Regione e Parlamento che possa ripetere quel percorso di approvazione. Ed è per questo che il Consiglio regionale oggi chiama a raccolta, intorno a sé, intorno all'organismo centrale del potere autonomistico, le rappresentanze democratiche per attivare un impegno straordinario per la difesa del lavoro e dello sviluppo. Signor Presidente, gli attuali sono momenti di eccezionale gravità per la vita del nostro Paese, ma anche momenti di grande potenzialità, di evoluzione e di trasformazione della democrazia. L'ordinamento dello Stato è sottoposto a significative revisioni, soprattutto per quanto riguarda l'allocazione e la titolarità dei poteri, e in particolare per quanto concerne i poteri centrali e quelli regionali. Il livello di autogestione della realtà regionale e perciò lo stesso livello di responsabilità di questa istituzione è destinato a crescere con il capovolgimento del criterio di suddivisione dei poteri e delle competenze oggi in essere. Mentre ciò avviene, mentre questo spostamento prende piede, paradossalmente il Governo e il Parlamento contraddicono alla tendenza depotenziando di fatto il rapporto con la Regione e depotenziando di fatto il soggetto Regione come soggetto interlocutore per le politiche di sviluppo. E' quanto è accaduto nel recente passato, è quanto avviene nel presente. La Regione sarda, per avere voce, per farsi ascoltare, è costretta a pellegrinare per le stanze di Palazzo Madama, con il solo risultato di ottenere una pacca sulle spalle dal Presidente del Senato. Che senso ha questo se esiste un contesto di garanzie formali e statutarie in base alle quali è costituito un dovere di adottare strumenti legislativi volti a garantire lo sviluppo dell'Isola? Che senso ha se esistono strumenti normativi in base ai quali deve essere tenuto costantemente aperto un rapporto cooperativo tra Regione e potere centrale? L'articolo 13 dello Statuto, il Titolo terzo, le leggi di rinascita, costituiscono un insieme di corresponsabilità e un contesto di cooperazione fra questi poteri rispetto all'obiettivo dello sviluppo. Questo sistema di rapporti è in crisi, ed è in crisi per grave inadempienza del potere centrale, fondamentalmente rispetto agli obblighi derivanti dall'attuazione dell'articolo 13 dello Statuto, e cioè rispetto al dovere di adottare una nuova legge di rinascita e un nuovo piano organico di rinascita. Intorno a questo problema se ne agitano certamente altri di grave rilievo, però questo problema è quello centrale. Nel sistema dei rapporti di cooperazione si colloca anche la considerazione del ruolo delle imprese pubbliche per la promozione dello sviluppo. Le due leggi di rinascita a queste imprese avevano assegnato un ruolo determinante per la promozione dello sviluppo economico dell'Isola. La legge 268 introducendo addirittura una sede di confronto Regione-Stato, la conferenza delle Partecipazioni statali, per verificarne i programmi e per adeguarne periodicamente le azioni, codificava il sistema della cooperazione e del confronto. Veniva riaffermato un ruolo di partecipazione della istituzione regionale alle determinazioni riguardanti l'attività di questi enti in Sardegna. I tempi cambiano e il momento delle privatizzazioni è reso più necessario e stringente dalla conclamata constatazione del disastro economico e morale della gran parte del sistema delle imprese pubbliche. Sarebbe grave se noi rimanessimo gli ultimi difensori di questo sistema. Noi non accettiamo questa etichetta, rivendichiamo però, proprio con la legge 268, che la fase di privatizzazione che da noi implica vere e proprie chiusure sia gestita dal Governo in una interlocuzione col potere regionale che consenta di far valere le ragioni della gradualità, della salvaguardia del lavoro, dell'attivazione di attività sostitutive. Direi che anche questo sta nei patti, è da approvare perciò l'iniziativa della Giunta regionale che chiede la sospensione dei provvedimenti di privatizzazione lesivi degli interessi di sviluppo e di lavoro della comunità regionale. Per quanto ci riguarda questo atteggiamento non va assolutamente confuso con un possibile rilancio del ruolo dell'impresa pubblica statale nell'Isola. Il velo che si sta squarciando in queste settimane mostra una realtà di corruzione e di incapacità spaventoso, è anche vero che i giochi dell'Enichem sulle miniere, sulla chimica, sono ormai da tempo esperienza diretta dei lavoratori sardi ma ciò che si viene a sapere a seguito delle inchieste della Magistratura ci rafforza nella convinzione che la strada della privatizzazione è quella giusta. E' il Governo del Paese che deve però farsi carico di governare questa fase che non può essere di smobilitazione, di azzeramento, ma di riconversione e di sostituzione. Il nocciolo del problema sta però ancora una volta, signor Presidente, nell'approvazione del piano di rinascita. E' questo un momento di forte tensione, non è un momento di normale dialettica; eccezionali sono i sacrifici che i lavoratori affrontano per difendere il posto di lavoro e la prospettiva di sviluppo, straordinario perciò deve essere l'impegno politico e di governo della istituzione autonomistica per rispondere con la concretezza dei provvedimenti e la esemplarità dei comportamenti ai bisogni reali e nuovi dei sardi. Determinante è il ruolo di saldatura che la rappresentanza parlamentare della Sardegna deve effettuare tra il Governo regionale e il Governo centrale. A noi interessa che si ristabiliscano il dialogo e la cooperazione nell'interesse dei lavoratori, dei cittadini sardi ma, io credo, anche nell'interesse di una democrazia funzionante nel nostro Paese.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Dadea. Ne ha facoltà.

DADEA (P.D.S.). Signor Presidente, mi sia consentito svolgere cinque considerazioni nei cinque minuti a disposizione. La prima: all'indomani dell'incontro col Presidente della Repubblica e col Presidente del Senato dobbiamo amaramente constatare che permangono più che mai valide le motivazioni che stanno alla base della decisione di aprire un conflitto istituzionale con lo Stato. Infatti al di là di una garbata disponibilità e di una interessante disquisizione storica sulla Sardegna quale nucleo originario del nostro risorgimento è apparsa chiara la difficoltà, anche per le massime cariche dello Stato, a intercedere su un Governo che non c'è e che quando c'è, come nel caso della discussione in Senato sulla mozione presentata dai senatori sardi, si dimostra ottusamente insensibile alle esigenze della nostra Isola. La seconda è conseguente alla prima, è infatti da queste considerazioni che scaturisce la piena e convinta adesione del Gruppo consigliare del Partito Democratico della Sinistra alla decisione della Giunta regionale di aprire formalmente il conflitto istituzionale con il Governo attraverso il ricorso all'articolo 51, secondo comma, dello Statuto a cui farà seguito oggi l'approvazione dell'ordine del giorno-voto del Consiglio che sancirà l'avvio di una vera e propria procedura di sfiducia nei confronti del Governo attraverso il messaggio che viene affidato al Parlamento. Voglio ricordare che solo una volta e con successo, nella storia più che quarantennale della nostra autonomia, si è fatto ricorso al secondo comma dell'articolo 51 dello Statuto e che solo tre volte nel passato l'Assemblea ha approvato degli ordini del giorno-voto da inviare al Parlamento ai sensi del primo comma dell'articolo 51. Non è un caso che le poche volte che vi si è fatto ricorso esse abbiano coinciso con i momenti più alti e significativi della nostra autonomia ma anche con i momenti in cui più aspro e conflittuale si era fatto il rapporto con lo Stato e il riferimento non può non andare all'ordine del giorno-voto approvato nel 1974 che vide primi firmatari Paolo Dettori e Andrea Raggio. Infatti, oggi come allora, il nodo politico istituzionale che siamo chiamati a sciogliere è il difficile rapporto Regione-Stato. Ancora una volta ci troviamo a rivivere la spiacevole condizione di uno Stato patrigno che calpesta il patto costituzionale sancito dall'articolo 13 dello Statuto, che viola il principio costituzionale della solidarietà nei confronti della nostra Regione, che nega il diritto della Sardegna a vedere attuato pienamente da parte dello Stato l'impegno contenuto nell'articolo 13. Lo Stato avrà adempiuto ai suoi obblighi soltanto quando sarà avviato, come era nella volontà dell'Assemblea costituente, un autonomo processo di sviluppo che consenta all'economia isolana l'integrazione con il sistema economico nazionale.

La quarta considerazione: in questo delicato frangente dei rapporti Regione-Stato diventa prioritario su tutto il perseguimento di due fondamentali obiettivi. Il primo è il varo della legge di attuazione dell'articolo 13 dello Statuto. Noi abbiamo qualche dubbio che questo possa avvenire attraverso lo strumento del decreto legge. Il secondo è l'avvio del processo di revisione dello Statuto di autonomia. La legge di attuazione dell'articolo 13 dovrà definire un nuovo quadro di rapporti istituzionali tra Governo e Regione, indicare interventi che agiscano sui fattori strutturali che determinano il divario tra la Sardegna e il restante territorio nazionale con particolare riferimento alla consistenza dell'apparato produttivo, alla dotazione infrastrutturale e alla qualificazione della pubblica amministrazione. La revisione statutaria deve iniziare subito. Non possiamo perdere ulteriore tempo, dobbiamo avviare senza indugio una interlocuzione attiva con la Commissione bicamerale che sta per completare la revisione costituzionale attraverso una riforma regionale della statualità. Tutto questo presuppone che noi definiamo subito la nostra proposta di revisione dello Statuto. Preliminare è quindi l'istituzione della Commissione speciale del Consiglio regionale per la revisione dello Statuto.

Quinta e ultima considerazione: oggi si rende quanto mai necessario avviare una nuova stagione dell'autonomia, una nuova autonomia che non può limitarsi alla querula rivendicazione di diritti, ma che sia l'affermazione di un potere politico reale per il quale la Regione da un lato concorre a determinare le scelte fondamentali per il suo avvenire e per l'avvenire del Paese e dall'altro guida il processo del proprio sviluppo con l'operante consenso dei cittadini; una nuova stagione dell'autonomia che si fondi su nuove norme, su nuove istituzioni, sul nuovo Statuto. Ma tutto questo presuppone una profonda rinnovazione dei partiti in senso autonomistico ed un altrettanto profondo rinnovamento della politica che ponga al centro dell'impegno politico gli ideali di giustizia, di uguaglianza, di equità ma anche di onestà e di disinteresse personale.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Soro. Ne ha facoltà.

SORO (D.C.). Presidente, io voglio esprimere il consenso ed il sostegno alle indicazioni e al metodo che è stato scelto. La grande mobilitazione che abbiamo avviato insieme ai parlamentari della Sardegna, alle forze sociali, alle autonomie locali, ha peso in ragione dell'unità che sappiamo dispiegare non meno che per la verità delle sue ragioni.

In queste settimane abbiamo ritrovato una sintonia da tempo desueta: io spero che sia durevole, che possa crescere e che possa essere quella risorsa supplementare di cui abbiamo bisogna

Voglio quindi solo esprimere una considerazione in più su un aspetto che mi pare non marginale e che riguarda il rischio della nostra autonomia speciale. Questo è in fondo l'orizzonte dentro cui si pone la nostra iniziativa e dentro il quale si stagliano i contorni delle industrie in crisi, delle città occupate dai lavoratori esasperati, ma anche i contorni meno clamorosi di una tristezza infinita di quell'esercito di giovani che invecchiano senza aver lavorato un solo giorno, che non manifestano nei cortei ma coltivano un senso di solitudine ostile.

Si genera un conflitto che ha caratteri per molti aspetti inesplorati. Il rapporto fra la condizione oggettiva di malessere economico e sociale della Sardegna - che è la domanda - e le istituzioni, che hanno il dovere di dare un'offerta di governo, di dare una risposta, di risolvere i problemi.

Ecco, questo rapporto vive una sofferenza che io credo non abbia precedenti in Sardegna, sia perché la crisi è gravissima, perché il sistema produttivo sardo è in ginocchio, i posti di lavoro a rischio crescono tutti i giorni in ragione di migliaia, le prospettive sono difficilissime. Ma anche perché la crisi sta producendo, con eccezionale rapidità, un effetto devastante nella nostra cultura autonomistica.

Tra i sardi e le istituzioni si va creando un rapporto di tensione che non avevamo sperimentato: alcuni episodi di ribellismo che hanno segnato anche con la violenza il calendario di queste ultime settimane, io credo che noi non li possiamo sottovalutare, sono segnali di un malessere incontenibile che può avere effetti imprevedibili.

Questa crisi è più acuta delle altre, non solo per i numeri che la descrivono, ma perché viene vissuta dai sardi con un animo diverso, con più rabbia e più insofferenza.

In un tempo in cui cresce in tutti noi l'aspirazione a vivere più intensamente e in maniera più partecipata le trasformazioni, la crescita, la cultura del mondo, mentre è più forte in tutti noi la volontà di essere alla pari con tutto ciò che segna positivamente la qualità della vita, mentre si riaccende e si diffonde nella coscienza dei sardi questo bisogno di uguali chances, abbiamo percepito quanto sia impegnativo, quanto sia largo lo spessore delle resistenze, della difficoltà, dell'indifferenza che si oppongono al futuro della Sardegna. Mai come ora la qualità dei rapporti Stato-Regione è stata così povera di risposte e mai così ricca di decisioni dei sardi. Abbiamo detto più volte che questa crisi è davvero straordinaria, non solo per le cifre, per le quantità che sono da sole eccezionali ma per il contesto in cui oggi si consuma il problema della Sardegna, la questione della Sardegna.

La recessione internazionale, la crisi dei valori, per cui la cultura dell'egoismo ha prodotto il declino precipitoso di tutte le politiche di solidarietà. Ma più di tutto pesa, io credo, lo stato di confusione dell'equilibrio fra i poteri dello Stato, di graduale dissoluzione di qualsivoglia soggetto abilitato a decidere con efficacia delle proprie decisioni.

E' un quadro senza precedenti: al di là della sopravvivenza di questo Governo, si è già detto, non è prevedibile quale possa essere il corso delle privatizzazioni nel contesto di una possibile programmazione nazionale all'interno delle quali il processo possa compiersi, né appare comprensibile quale possa essere il soggetto deputato, affabilmente deputato, a garantire il rispetto di un qualsivoglia accordo, vecchio o nuovo, fra lo Stato e la Regione. La crisi del sistema politico ha finito col proiettarsi implacabilmente sul funzionamento delle istituzioni.

Viviamo una stagione in cui lo Stato rischia di dissolversi.

Occorrerà certo una nuova legittimazione per il sistema della politica, un ricambio profondo degli uomini e delle regole: ma intanto, lo diciamo da settimane, non possiamo ibernare la Sardegna e i suoi problemi e quindi dobbiamo produrre il massimo di reazione, proporzionale alla durezza delle difficoltà, avendo appieno la coscienza del comune sentire della gente.

In questa situazione la gente dei nostri paesi, delle nostre città, ha avvertito che non viene tutelato il diritto al lavoro, che è un diritto di libertà e quindi non viene tutelata la libertà. E questo è in fondo il problema più grave rispetto al quale dobbiamo misurarci: perché questa privazione viene vissuta come un destino tanto sgradevole quanto ingiusto e genera un sentimento di sfiducia profondo e rancoroso.

E questa sfiducia si intreccia con quella generale, recente, verso la politica, verso il sistema dei partiti, ma si aggiunge e si confonde con quella condizione più antica di coscienza infelice che appartiene alla comunità regionale.

Qui risiede il pericolo maggiore, che insieme al lavoro e allo sviluppo stiamo rischiando di perdere il nostro senso dell'autonomia speciale, la nostra dimensione dello Stato unitario, la nostra capacità di partecipare utilmente a una comunità più vasta: lo si è detto ieri al capo dello Stato e vogliamo credere che il presidente Scalfaro abbia compreso il significato vero di questa affermazione.

Dobbiamo dirlo con più forza, come oggi ci si propone, al Parlamento, dobbiamo dirlo con forza alla pubblica opinione sforzandoci di esprimere un messaggio persuasivo perché la comunità nazionale possa cogliere il senso vero della nostra protesta e dei nostri bisogni, perché la pubblica opinione, questo nuovo soggetto politico che sta condizionando in misura decisiva il corso della nostra Repubblica, che sta cambiando le sorti del nostro Paese, questa opinione pubblica nazionale deve essere la nostra alleata, deve essere alleata della battaglia della Sardegna.

Questo è un nuovo patto di solidarietà tra lo Stato e la Regione, un nuovo patto dell'autonomia speciale.

Questo è in fondo il senso e l'intenzione con la quale noi partecipiamo a questa iniziativa.

PRESIDENTE. Abbiamo terminato la prima serie di interventi, adesso iniziamo la seconda serie ricordando che il termine massimo consentito è di dieci minuti.

Ha facoltà di parlare per i sindacati Uda.

UDA (Segretario regionale C.I.S.L.). Onorevole Presidente, prima di tutto vogliamo ringraziarla per l'opportunità che ci viene data di presenziare e prendere la parola in questa solenne seduta del Consiglio regionale convocata per dibattere sui rapporti Stato-Regione legati alla crisi economica, sociale ed occupazionale della Sardegna. Io non parlo soltanto a nome della dirigenza del movimento sindacale sardo. Sono anche voce propositiva e critica dei lavoratori che sono in occupazione in fondo ai pozzi, degli operai che sono in lotta dentro gli stabilimenti industriali nei vari territori sardi. Lotte democraticamente condotte, ammesse dalla Costituzione e che nulla hanno a che vedere con gli atti terroristici di anonime mani criminose, nemiche dei lavoratori, mani da fermare con gli strumenti legali. Sono qui in rappresentanza delle migliaia di giovani disoccupati che non hanno ancora avuto la fortuna di affacciarsi per una sola vola al mondo del lavoro e delle migliaia di pensionati e invalidi che soffrono per i disservizi e le iniquità nei settori socioassistenziali e sanitari nel nostro Paese. Tutti idealmente sono qui presenti e vorrebbero essere al mio posto per urlare la rabbia conseguente alle ingiustizie subite, ma tutte queste voci vogliono anche avanzare proposte tendenti a creare una nuova stagione di sviluppo economico e sociale e dare una speranza. Infatti mai la nostra Regione ha vissuto un momento così drammatico della sua vita autonomistica e soltanto trent'anni fa il Consiglio è ricorso al Parlamento con un voto dell'Assemblea in materia di sviluppo economico e sociale, in contestazione ai provvedimenti dello Stato che sono dannosi all'interesse generale della nostra Isola. Noi condividiamo l'iniziativa presa dalla Regione che si sostanzierà nell'ordine del giorno che il Consiglio si appresta ad approvare e questa riunione precede di otto giorni lo sciopero generale che il sindacato sardo ha proclamato per il prossimo venerdì 26 che paralizzerà l'intera regione in concomitanza con una manifestazione romana alla quale le istituzioni dovrebbero essere presenti in forza. Qualche giorno prima, il 22, un gruppo di lavoratori e lavoratrici, pensionati e disoccupati in rappresentanza di tutti i territori dell'isola si imbarcheranno per una marcia per lo sviluppo e il lavoro con presidi il giorno 25 davanti all'ENI e ai Ministeri dell'industria del lavoro, funzione pubblica, trasporti che sono i maggiori soggetti statali responsabili dell'attuale drammatica situazione. Sì, perché di questa crisi qualcuno è responsabile, soprattutto il Governo e l'ENI che non hanno mantenuto gli accordi del 19 dicembre 1990 i quali, se attuati, avrebbero creato una nuova fase di sviluppo in questa martoriata terra di Sardegna. Vi è da sempre un innumerevole elenco di promesse mancate. Molte volte lo Stato, i Governi e le Partecipazioni statali hanno gabbato i lavoratori e l'intero popolo sardo. Noi diciamo che tutti i cinque punti di quel protocollo devono essere applicati con urgenza. L'ENI, l'IRI, l'ex EFIM e le Ferrovie dello Stato, devono ritirare i provvedimenti che penalizzano lo sviluppo della Sardegna in materia industriale e di trasporti. E' impensabile che lo sviluppo futuro possa avvenire senza industria, senza energia, senza i servizi a rete, senza un sistema quanti-qualitativo del trasporto da e per la Sardegna e nel suo interno. Diciamo no all'assistenza, sì al diritto al lavoro e allo sviluppo. La piattaforma regionale concordata tra Giunta e sindacato sardo e con il benestare delle centrali nazionali deve essere la base di confronto negoziale col Governo. Diciamo basta a questi inconcludenti confronti tecnici che non portano a trovare le soluzioni definitive che invece sono di natura essenzialmente politica, perciò l'incontro si deve fare con una delegazione governativa che abbia i poteri di dare le risposte conseguenti ed esaurienti. Subito dopo dovrà aprirsi la trattativa sulle singole vertenze in atto, dalla chimica alla cartiera di Arbatax, dal metano alla gassificazione del carbone, alle miniere, ai trasporti, alla pubblica amministrazione. La nuova legge di rinascita in forza dell'articolo 13 dello Statuto deve essere immediatamente approvata dal Parlamento; gli onorevoli deputati e senatori qui presenti devono trovare la forza e l'unità che del resto qui è rappresentata per accelerare i tempi della discussione e della successiva approvazione. Se ciò non fosse possibile per le difficoltà esistenti oggi nel nostro Parlamento si dovrà chiedere al Governo un decreto legge per la parte finanziaria al fine di liberare le risorse accantonate e destinarle subito ai settori produttivi e del lavoro. Così pure il Governo deve dare attuazione al punto 5 dell'accordo pubblica amministrazione per rilanciare il ruolo e l'efficienza delle autonomie locali e della sanità, così pure quello dei Ministeri, indispensabile per il governo del territorio, che è una delle poche risorse sarde da valorizzare a da difendere fino in fondo. Allo stesso modo, questo riguarda l'accordo di programma della Sardegna centrale, è indispensabile che le altre risorse previste per un ammontare di 305 miliardi siano subito disponibili per attivare altri progetti produttivi e del lavoro. E' necessario trovare le risorse per i progetti manifatturieri soprattutto nel settore agroindustriale. Ma di fronte alla grave crisi e alla grave situazione occupazionale della Sardegna non basta da parte della Regione una politica contestativa e rivendicativa, occorre capacità propositiva e di autogoverno. In un eccezionale momento di crisi che ha fattori certamente anche di provenienza esterna, mondiale ed europea, occorre un altrettanto eccezionale momento di governo di tutte le risorse disponibili previste nel bilancio regionale approvato di recente e dei potenziali strumenti di autogoverno che devono essere rafforzati come potere autonomistico.

Non si può governare una fase di grande emergenza come l'attuale con gli stessi strumenti amministrativi, gli stessi inconcludenti passaggi politici e burocratici; un esempio per tutti quello del polo tessile della Sardegna centrale che ancora non si è concluso dopo due anni e per cui i lavoratori protestano davanti al Consiglio regionale. I tempi della politica e della burocrazia sono inversamente proporzionali alle leggi del mercato della produzione, del lavoro, alle aspettative drammatiche della gente. Voglio ricordare per tutti la vicenda negativamente esemplare del piano straordinario per il lavoro: mentre l'agenzia per il lavoro ha molti miliardi da spendere, aumenta il numero dei disoccupati e questa è una grande contraddizione. Ecco perché bisogna mobilitare tutte risorse disponibili in bilancio e finalizzarle per dare risposte alla crisi e alla disoccupazione seguendo questi quattro filoni; quello delle opere pubbliche infrastrutturali da aggiungersi alle risorse nazionali disponibili, quello dell'ampliamento della base produttiva delle piccole e medie imprese sarde, quello delle politiche attive per il lavoro, quello della riforma della Regione e del suo decentramento alle autonomie locali con la costituzione del CNEL sardo.

Il sindacato sardo che insieme alla Regione ha voluto negoziare col Governo i punti della comune piattaforma, allo stesso modo in Sardegna vuole negoziare la destinazione delle risorse spendibili nelle sette aree programma secondo i quattro filoni su richiamati. Proponiamo un accordo tra Giunta, imprenditori e sindacati che abbia questi obiettivi. Occorre anche una nuova stagione di rifondazione dell'autonomia. Tutti - forze politiche, culturali, sindacali, imprenditoriali - dobbiamo cambiare cultura e modo di essere. Il popolo sardo chiede alla classe dirigente una eccezionale assunzione di responsabilità per il Governo della cosa pubblica. Bisogna rilanciare la fiducia nelle istituzioni a tutti i livelli in questo momento di grave crisi economia e sociale. I cittadini, le lavoratrici e i lavoratori, le disoccupate e i disoccupati hanno bisogno di avere gestioni più trasparenti ed efficienti di uno Stato imparziale ed equo, di una Regione che sappia programmare e rilanciare lo sviluppo dell'intera Isola, perciò anche il Consiglio regionale, che è la casa rappresentativa di tutti i sardi, deve essere maggiormente interprete delle istanze e delle aspettative della gente della Sardegna.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare per le autonomie locali Cucca.

CUCCA (Presidente A.N.C.I.). Onorevole Presidente del Consiglio regionale, onorevoli autorità, signori e signore, a nome dei Comuni, delle Province e delle Comunità montane della Sardegna che ho il grande onore di rappresentare, quale presidente dell'associazione dei Comuni italiani e del coordinamento di tutte le associazioni autonomistiche degli enti locali, rivolgo un deferente saluto a questo onorevole consesso e un vivo ringraziamento per aver chiamato a partecipare a questa solenne seduta anche le rappresentanze ufficiali del sistema delle autonomie locali. Mi corre l'obbligo di esprimere altresì un vivo apprezzamento per l'iniziativa assunta dall'onorevole Consiglio regionale di convocare congiuntamente i massimi esponenti politici della Sardegna con le rappresentanze degli enti locali, dei sindacati dei lavoratori, delle forze economiche e imprenditoriali. La Sardegna sta vivendo un momento di grave tensione per la drammatica crisi economica che investe la nostra Isola e che non risparmia nessuna categoria sociale. Crisi strutturale e non congiunturale derivante dall'estrema debolezza del nostro apparato produttivo complessivo, dall'industria, all'agricoltura e al settore terziario. In questo contesto si impone a tutti i soggetti interessati l'assunzione di nuovi impegni di totale solidarietà e piena responsabilità, per contribuire, ciascuno per la parte che rappresenta, a superare questa fase di recessione e far uscire la Sardegna da questo stadio di generale incertezza per consentire l'avvio di una stagione di speranza, per una effettiva rinascita del popolo sardo. Gli enti locali sono i terminali più sensibili di questo stato di malessere sociale, generato dalla crisi economica. Sugli amministratori locali si scaricano le tensioni più acute dei cittadini, anche ai Comuni quindi incombe l'obbligo di fronteggiare la situazione. Gli amministratori comunali e provinciali sono molto preoccupati per il dilagare del malessere sociale, per la recrudescenza della criminalità e per il conseguente inquinamento della vita politica e sociale. Gli attentati agli amministratori e agli impianti che si verificano con troppa frequenza, minano alla radice le regole di convivenza e attaccano al cuore la democrazia e l'ordine attuale. Gli enti locali pertanto intendono concorrere con grande impegno e solidarietà, con tutte le forze sociali, politiche e economiche a creare le condizioni per un nuovo sviluppo della nostra economia. Gli amministratori locali, pur non disponendo di mezzi e strumenti adeguati, intendono fare la loro parte con uno straordinario impegno. La nostra insistente richiesta al Governo dello Stato e della Regione per un rafforzamento delle autonomie locali, non è finalizzata alla conquista di nuovi poteri e nuove risorse finanziarie, ma soprattutto tende a far diventare gli enti locali veicoli essenziali per la promozione dello sviluppo e per garantire le condizioni per una convivenza civile più avanzata, convivenza che le istituzioni locali, in altri momenti della storia dell'Isola, hanno saputo esprimere a livello più alto. Cosi è stato negli anni '50 per le miniere e negli anni '60-'70 per l'industrializzazione. Occorre quindi riscoprire quei valori, quel senso di attaccamento alla nostra terra, coniugando in modo nuovo politica e società, cittadini e istituzioni. Vogliamo richiamare innanzitutto il ruolo e la responsabilità dello Stato, secondo i principi e i valori ancora attualissimi sanciti dall'articolo 13 dello Statuto speciale della Sardegna, rivendicando la solidarietà dello Stato, con la rapida approvazione della nuova legislazione per la Rinascita, una nuova legge che conferisca alla Regione nuovi poteri, in sintonia con la trasformazione dello Stato in senso regionalista, chiediamo quindi sviluppo, uno sviluppo di qualità sociale elevata. Vogliamo in sostanza riconfermare tutte le ragioni politico-culturali che in passato hanno fatto di questa nostra terra e di questo nostro popolo un soggetto distinto e diverso, pur nell'ambito dell'unità nazionale. Le proposte degli enti locali sono contenute nel documento unitario elaborato dalle associazioni delle autonomie locali ed approvato dai Consigli dei Comuni e delle province della Sardegna.

In questo anno il movimento degli amministratori non è rimasto chiuso nei municipi, ma ha partecipato attivamente a tutte le manifestazioni, alle marce per il lavoro nel Sulcis, nel Nuorese, in Gallura, in Ogliastra che hanno visto i sindaci in prima fila insieme alle organizzazioni sindacali. Nel cagliaritano e in altre zone si sono tenuti e si terranno numerosi consigli comunali aperti con la partecipazione delle forze sociali ed economiche per esprimere il pieno impegno di solidarietà politica e morale. Allo sciopero del 26 marzo prossimo, anche gli enti locali vogliono portare la loro solidarietà alle popolazioni della Sardegna, vogliono creare le condizioni perché questo appuntamento rappresenti una grande occasione capace di segnare un vero salto di qualità per la conquista del lavoro e per lo sviluppo economico.

Saremmo comunque insinceri e reticenti se non vedessimo i limiti e le difficoltà di questa fase. Tendiamo a richiamare il Consiglio regionale alla maggiore coesione politica ed istituzionale. La Regione deve fare la sua parte, ci sono atti significativi di riforma che il Consiglio regionale deve approvare senza ulteriori dilazioni e rinvii; abbiamo espresso il nostro apprezzamento per il disegno di legge che prevede trasferimenti di risorse finanziarie ai Comuni, apprezzamento confermato se il provvedimento verrà contestualmente alla manovra di bilancio reso esecutivo. Gli amministratori degli enti locali della Sardegna sono ugualmente disponibili per un confronto straordinario e permanente con il Consiglio, con la Giunta, con i parlamentari e con le organizzazioni sindacali. La posta in gioco è fortissima, gli enti locali sentono il peso del proprio ruolo e della propria responsabilità, ed è con questo spirito e con questi intendimenti che gli amministratori vogliono concorrere alla rinascita della nostra terra.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare per il Gruppo liberale come indipendente il senatore Martelli.

MARTELLI (Senatore P.L.I.). Signor Presidente, innanzitutto una precisazione, parlo come indipendente, non parlo politichese, parlo da cittadino che per caso fa il Senatore. Parlo da indipendente eletto nel Partito Sardo d'Azione, tengo a precisarlo. Per un motivo tecnico ho dato l'appoggio al Partito Liberale, e parlo soprattutto da sardo e da cittadino, non parlerò politichese, quindi forse voi non mi capirete, qualcun altro spero di sì.

ONNIS (P.S.D.I.). Se si dicono cose serie comprendiamo tutti.

MARTELLI (Senatore P.L.I.). Premesso che non vi è alcun dubbio che la Sardegna stia attraversando una grossa crisi economica e sociale e che sia giusto che vengano mantenuti gli impegni presi dal Governo nei riguardi della Regione, ritengo sia giusto fare anche un'analisi di quella che è la situazione della Sardegna nel 1993. Non metto in dubbio che rischiamo di avere centinaia, migliaia di persone che perderanno il posto di lavoro e che qualcosa deve essere fatto. Ciò su cui non sono d'accordo è come sinora si è cercato di affrontare il problema.

Da anni si parla di un piano di rinascita e di un progetto industriale di risanamento e di rilancio, quando sappiamo benissimo che in alcuni casi l'industrializzazione della Sardegna ha dei costi proibitivi e che sarebbe più conveniente e più intelligente rinunciare a tali forme di industrializzazione. E' stupido ed inutile che un operaio che guadagnerà sì e no 30 milioni ci costi 150 milioni all'anno; con la stessa cifra potremmo pagarne altri quattro in altre attività.

Se la gassificazione o il terminale metanifero di Porto Torres sono economicamente convenienti, cosa che deve essere dimostrata carte alla mano, che si facciano pure; ma se l'alluminio o la carta si rivelano essere solo gravosi ed antieconomici, che vengano convertiti, che so, in un centro vacanze per gli anziani, in un campo da golf, nell'agriturismo, ecc. Se non ci sono alternative industriali serie, è inutile insistere sulla reindustrializzazione e piangere sulla deindustrializzazione e sul Governo centrale che non ci dà niente, e non fa niente e non ci permette niente, quando i primi a non sapere quello che vogliamo siamo proprio noi sardi. Il piano di reindustrializzazione e rioccupazione deve essere fatto dai sardi e non più con preconcetti, ma con idee nuove.

Basta con le Partecipazioni statali e con le loro inutili programmazioni e carrozzoni. Siamo noi sardi che dobbiamo anzitutto creare dei quadri dirigenziali che sappiano finalmente usare la testa per programmare e creare, invece di usarla per mostrare invidia e gelosia, senza fare niente di buono e senza permettere di fare qualcosa di produttivo a chi ha idee nuove. Perché questo purtroppo è il grande difetto del sardo: non fare e non far fare niente, esattamente come il cane dell'ortolano. Se l'ENI e la SIM se ne vogliono andare, che vadano pure, ma che lascino il territorio attualmente in loro possesso, che lo lascino ai sardi per un valore nominale e che dai sardi venga utilizzato. E vale pure per le migliaia di ettari inutilizzati dalla Regione sarda. E' inutile mantenere aperte alcune miniere sino all'esaurimento se i costi sono proibitivi. Mentre è giusto recuperare l'ambiente ed il territorio, valorizzandoli di nuovo e sfruttandoli in altri modi: agriturismo, turismo venatorio, come fanno in Scozia e in altri Paesi, centri per anziani, porti turistici, non certo il porto canale di Cagliari. Basta con parole, progetti, programmazioni vaghe, non valide, con piani di rinascita retaggio dei nostri politici di venti anni fa. E' tutta roba sorpassata. Sembra quasi che in Sardegna non ci sia nessuno in grado di pensare in maniera moderna sapendosi rinnovare e dando quindi fiducia a quegli investitori privati di piccole e medie imprese o di grossi gruppi nazionali o esteri che non vengono in Sardegna perché non si fidano più di noi sardi. Non siamo capaci di prendere decisioni rapide per invogliare queste persone a venire; anzi, abbiamo fatto e facciamo di tutto per creare loro problemi e difficoltà. Siamo stati capaci solo di fare venire quegli investitori che non ci hanno portato né Know-how né capitali; anzi i capitali spesso se li sono portati via dopo aver rovinato il territorio e l'ambiente.

Bisogna fare in modo che la Regione sarda predisponga progetti seri e di facile e rapida attuazione e non i soliti vecchi e farraginosi piani che non sono altro che il solito piatto di minestra riscaldata. La Sardegna ha qualcosa che ben pochi altri Paesi hanno: una bellezza naturale indescrivibile, le sue coste e il suo mare non sono mai stati sfruttati veramente, anzi sono stati rovinati dalla nostra ignoranza che ha permesso tra l'altro la creazione di raffinerie, di cui una sola in realtà ha dato posti di lavoro, mentre le altre sono state un fallimento.

Quando parlo di sfruttare queste bellezze non intendo dire rovinarle, come è stato fatto in tante parti della Sardegna, ma apprezzarle e sfruttarle, rispettando la natura come si è fatto per esempio in Costa Smeralda, altro tipico esempio della nostra imbecillità. Qualunque sardo, qualunque visitatore che ha visto la Costa Smeralda non può non ammettere che quel tratto di costa, che dà da vivere ad alcune migliaia di persone nel campo del turismo, è un posto meraviglioso ed intatto nonostante sia stato parzialmente sfruttato. Poche o nessuna attività esistevano in quella zona della Sardegna trent'anni fa se ben vi ricordate. Esiste in quella zona per esempio la necessità di creare dei posti di lavoro, esiste un programma di sviluppo di imprenditori stranieri che sappiamo essere serissimi, che non hanno mai rovinato la natura, che potrebbero allungare la stagione nel Nord, questo programma esiste da quattordici anni e per quattordici anni i sardi hanno fatto di tutto per bloccare questo progetto pur sapendo che sarebbe importantissimo se non essenziale per la loro sopravvivenza. Approfittane

Il messaggio quindi è semplicissimo: che il Governo aiuti la Sardegna per quello che lo riguarda, ma soprattutto che i sardi imparino ad aiutare sé stessi invece che perdere tempo a lamentarsi. E se posti di lavoro si devono perdere è preferibile continuare a pagare un operaio senza farlo lavorare finché non vengano create nuove attività e quindi nuovi posti di lavoro che mantenere in funzione attività improduttive con stupide affermazioni tipo: bisogna salvare la dignità del lavoratore! E con costi però proibitivi! Può sembrare che il mio intervento colpevolizzi i sardi ma io ritengo che, se riconosciamo le nostre colpe, siamo più credibili nel denunciare le colpe degli altri che sono certamente maggiori, poiché lo Stato non ha mai esplicato vera solidarietà nei riguardi della Sardegna.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare per il partito repubblicano il deputato Orgiana.

ORGIANA (Deputato P.R.I.). Signor Presidente, signori rappresentanti del popolo sardo, nel prendere la parola non senza emozione in quest'Aula pervasa da responsabile preoccupazione e rabbia mi torna alla mente l'immagine di un Ministro della Repubblica che con aria tranquilla, sforzandosi di essere convincente, risponde alle interrogazioni dei deputati della Sardegna sulla situazione occupazionale delle zone minerarie della nostra Regione. Il Governo ha dato dimostrazione di non avere neppure presente nella giusta dimensione la drammaticità del problema. Ha dato una risposta burocratica, raccontandoci una storiella di costi, di diseconomie, di contributi erogati, 237 miliardi dice contro perdite accumulate sull'ordine dei 301 miliardi. In queste circostanze, riferisce il ministro Baratta, la SIM ha ritenuto di non doverproseguire ulteriormente la propria attività e di procedere alla messa in liquidazione, pur non significando questo l'immediata chiusura delle miniere.

La cosa gravissima è che questo sia avvenuto nel momento in cui è stato avviato un tavolo di confronto tra il Governo centrale, la Regione sarda e le forze sindacali, nell'intento di affrontare la drammatica situazione economica della Sardegna. Mentre da una parte si discuteva su come intervenire per arginare il dramma economico e sociale derivante dal precipitare degli avvenimenti, dall'altra lo stesso Governo lasciava che l'apparato industriale produttivo isolano venisse cancellato con la decisione unilaterale della SIM di quell'infausto 27 febbraio 1993 che decretava la morte per soffocamento di una parte consistente della nostra economia. E' evidente che i riflessi non sono solo quelli di natura economica. Per le zone del Sulcis Iglesiente e Guspinese significa cancellare una cultura, una storia ultracentenaria, un modo di essere e quindi l'identità stessa degli abitanti della zona. Decisione unilaterale della SIM, quindi, ma ovviamente con l'avvallo e la complicità del Governo. E' troppo facile governare con la calcolatrice alla mano, si tirano le somme, gli investimenti non hanno prodotto gli utili sperati, quindi si chiude come se nulla fosse successo. Centinaia di miliardi sono stati investiti e non ci si preoccupa di approfondire meglio le cause delle diseconomie. Si fa più in fretta a chiudere tutto senza perdere tempo a fare un approfondita analisi, magari stendendo un velo pietoso su responsabilità gestionali sicuramente esistenti. Noi sappiamo che i conti allo stato delle cose sono in rosso ma poniamo l'accento sull'assenza di una politica attenta e responsabile del Governo attraverso le Partecipazioni statali, i cui dirigenti hanno dimostrato di non avere alcuna capacità imprenditoriale né tanto meno effettiva volontà di incidere realmente in un settore così delicato e complesso. Io ritengo che proprio i responsabili di quell'azienda debbano essere mandati a casa, non i lavoratori. Vi sono sprechi enormi, sono stati effettuati studi costosissimi che sono stati poi accantonati. Con questo modo di amministrare è evidente che i conti non possono tornare. Le indagini, le consulenze, i progetti sono tutte cose utilissime, indispensabili per attività di tale portata, ma spesso, troppo spesso costituiscono il modo per ricompensare amici e colleghi che all'occorrenza sanno puntualmente essere anche riconoscenti.

A seguito di studi approfonditi il Governo nell'85 decise la riattivazione della miniera Sulcis destinando a tale scopo un finanziamento a fondo perduto all'ENI di 500 miliardi. In base ad un programma dell'ENI stesso era previsto l'equilibrio finanziario del progetto nella sua fase di gestione sulla base di un prezzo di cessione del carbone prodotto all'ENEL ancorato di massima al costo più elevato del carbone del carbone importato.

Il processo doveva quindi essere portato a compimento con l'utilizzazione del carbone in centrali termoelettriche, capaci di assicurare la gassificazione, attraverso moderne tecnologie in grado di garantire la salvaguardia dell'ambiente. Proprio a questo fine infatti il CIPE, dopo accurati studi dell'ENEL, dell'ENEA e dell'ENI definì nel luglio del '90 la realizzazione in Sardegna di una centrale termoelettrica di 340 megawatt e la gassificazione del carbone sulla base di un progetto di alta qualità tecnologia.

Tutto questo è stato accantonato; il Governo acconsentendo alla chiusura della miniera dimostra di non tenere in alcun conto gli investimenti finora effettuati né le relative conseguenze occupazionali. Noi riteniamo invece che sia necessario battere l'unica strada che possa assicurarsi al tempo stesso lo sfruttamento di una risorsa energetica nazionale, la realizzazione di impianti a tecnologia avanzata suscettibile di essere ripetuta a livello nazionale e la soluzione dei problemi occupazionali locali.

Può considerarsi ormai accertato che in tempi brevi non è facile individuare soluzioni alternative capaci di dare una svolta decisiva all'economia di quel territorio. L'unica prospettiva economicamente vitale del bacino è l'utilizzazione del suo carbone secondo i progetti sopra accennati. Tutto questo può avvenire solo se c'è una reale volontà politica e una classe dirigente formata da persone competenti e altamente qualificate. Si potrebbe pensare ad esempio di attivare operatori diversi dall'ENEL e dall'ENI, anche stranieri, per la gestione integrata della miniera e della centrale elettrica a ciclo combinato con la gassificazione del carbone. In questo caso il Governo potrebbe lanciare una gara internazionale per la realizzazione dell'intero progetto che includa quindi la gestione della miniera e la relativa centrale elettrica innovativa, gara basata sul minor prezzo di cessione dell'energia elettrica all'ENEL.

La preoccupazione ovviamente non è solo per lo smantellamento del comparto minerario, la Sardegna è tutta un'area di crisi; su tutto il territorio incombe sempre più evidente la congiuntura negativa che investe il Paese ma che qui da noi produce effetti devastanti a causa della peculiarità della nostra economia. Il Governo indica tutta una serie di minimi interventi: messa in sicurezza degli impianti, ripristino ambientale e cose di questo genere, che sono solo palliativi giusto per addolcire il boccone che diventa sempre più amaro e difficilmente digeribile. Anche per queste cose poi si naviga a vista; un Governo che si rimangia sistematicamente gli impegni non ci dà alcuna garanzia. Mentre al Senato il ministro Guarino assumeva il solenne impegno di non prendere alcuna decisione unilaterale che compromettesse la trattativa con la Regione e i sindacati, la SIM deliberava la messa in liquidazione del comparto; così pure è successo col ministro Cristofori che in Commissione lavoro ha concordato un emendamento recante disposizioni in materia di assunzione da parte dell'Insar di lavoratori e poi in sede collegiale il Governo se lo è rimangiato. Ma il fatto più scandaloso è che gli accordi sottoscritti nel dicembre '90 sono stati disattesi. Da una classe dirigente che si comporta in questo modo non c'è da aspettarsi grandi cose. Un barlume di luce sembra venire dalle parole del Presidente della Repubblica. La settimana prossima i parlamentari sardi verranno ricevuti dal Presidente del Consiglio: noi ribadiremo con forza utilizzando tutti gli strumenti democratici che la Costituzione ci consente, rivendicando un giusto diritto che ci deve essere riconosciuto senza urlare, senza fare gazzarra, ma con la decisione che ci deriva dalla consapevolezza di essere nel giusto.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare per il P.S.d'Az. il Parlamentare europeo Mario Melis.

MELIS MARIO (Parlamentare europeo P.S.d'Az.). Signor Presidente, colleghi del Consiglio regionale, del Parlamento nazionale, del Parlamento europeo, rappresentanti delle forze sociali, io penso che la crisi che noi stiamo vivendo si collochi in un contesto nazionale immerso in una situazione di torbida che non devasta soltanto l'economia, le capacità produttive e finanziarie del nostro Paese ma lo inchioda in una crisi morale di valori, di credibilità, interna ed internazionale, che ha riflessi e ricadute sulla Sardegna particolarmente pesanti. Il nostro Paese è senza timoniere, il suo Governo è puramente formale ma sostanzialmente inesistente, vive in una precarietà che lo rende scarsamente credibile, un interlocutore di nessuna affidabilità. Ma a riscontro di questa crisi che investe il Governo dello Stato, che investe il Paese nella sua globalità, noi viviamo una crisi ancora più pesante e drammatica perché anche questa non è soltanto economica ma è una crisi che investe le istituzioni, che investe il gruppo dirigente, che investe la Giunta regionale, che investe questo Consiglio che è la massima espressione della democrazia sarda, è la massima espressione di tutti quei valori che la nostra comunità esprime e sui quali fonda le sue speranze, il suo impegno per costruire il proprio domani. E' una crisi che nasce da un gruppo dirigente che non ha colto né il senso della storia né i valori che sono in discussione. Nell'albagia di una omologazione col potere centrale dello Stato ha ritenuto di trovare la via breve, la scorciatoia per risolvere i nostri problemi senza capire che andava accentuando la subalternità, e quindi un supino accettare quanto gerarchicamente dall'alto dei partiti e dello Stato che i partiti esprimevano, ci veniva di volta in volta imposto, quindi crisi di smarrimento dell'opinione pubblica, crisi di certezze. Noi dobbiamo ritrovare - questa è la sola verità - in noi stessi la forza per ritrovare l'unità fra i sardi e ritrovare nei sardi la capacità di reagire a questo processo di frustrazione, di sconfitta, di emarginazione, di cancellazione dalla solidarietà, dalla partecipazione alla vita civile ed alla crescita dell'intero Paese.

E' il Paese che ci sta emarginando, ci sta allontanando. Non è la prima volta che in quest'Aula si dice che il separatismo non nasce dai sardi ma nasce dai poteri centrali dello Stato. Lo hanno affermato diversi Presidenti della Regione, non lo voglio affermare io, non c'è certamente questa volontà di emarginarci, è che non abbiamo peso, non riusciamo a farci prendere nella necessaria, nella giusta, nella forte considerazione per quei rapporti di giusto equilibrio che presiedono alla vita dell'intera comunità nazionale. Noi abbiamo il dovere preciso di credere nei valori dell'autonomia. Ma che significa autonomia? Che il nomen iuris poco mi interessa, ma significa capacità di organizzare la vita, lo sviluppo, le prospettive, di cogliere il senso degli eventi e contrastarli se questi sono a noi dannosi, assecondarli, svilupparli, esaltarli se in qualche modo possiamo influire per dargli indirizzi fecondi con ricadute positive sulla nostra gente.

Dobbiamo ritrovare in noi stessi l'unità, perché non parliamo di federalismo, che poco mi interessa la parola, mi interessano i contenuti, quel tanto di sovranità che ci faccia non tanto depositari di un potere quanto depositari di una responsabilità di decisioni, che ci faccia protagonisti e che ci ponga di fronte ai problemi reali in termini decisionali con poteri originali e non derivati e delegati e, come tali, sempre revocabili in nome dell'interesse nazionale, che poi sarà magari l'interesse della Lombardia, o dei tangenzieri. In una situazione di questo genere l'interesse nazionale può essere utilizzato con tutte le elasticità che la politica di questi tempi ci ha dimostrato, ahimè, drammaticamente reali. Scopriamo ora che quando noi parlavamo di una autonomia energetica per la Sardegna le varie scelte dell'ENEL, che le centrali di Fiume Santo o le altre localizzazioni della Sardegna venivano contrattate sulle tangenti di Milano. Se tutto il Consiglio di amministrazione - manca soltanto il Presidente e voglio sperare che non li lasci soli - tutto il Consiglio di amministrazione dell'ENEL si è trasferito in carcere, e non so cosa stia meditando per risolvere i problemi o della Sardegna o del Paese, certo noi non abbiamo grandi prospettive se attendiamo dall'esterno la soluzione dei nostri problemi. Noi abbiamo prospettive se poniamo noi i problemi e li poniamo in termini tali per cui non si possa prescindere dalle nostre decisioni che debbono essere giuste, equilibrate, misurate, che devono essere adeguate, non velleitarie, non albagie inutili, ma nella concretezza delle soluzioni. E' inutile soffermarsi troppo sui costi quando lo sfruttamento del carbone viene finanziato da tutti i Governi Europei. Il carbone è l'unica possibilità energetica per l'Europa che è uno dei continenti più industrializzati del mondo e non può dipendere esclusivamente dal petrolio che gli arriva dalle zone a più alto indice di rischio dell'intero globo terraqueo, dal Golfo Persico dove le guerre possono esplodere da un momento all'altro, dal Medio Oriente o dall'America latina.

Ebbene, caro Presidente, non abbiamo paura dei nostri diritti! Poniamoli con dignità, ma con fermezza. Napoli, Genova, Trieste ottengono la zona franca per risolvere i loro problemi economici, per reinserire questi grandi centri nei mercati internazionali mentre noi non abbiamo ancora riproposto con la necessaria fermezza al Parlamento dello Stato, al Governo dello Stato una rivendicazione così elementare. Noi siamo al centro del Mediterraneo, siamo al centro dei commerci internazionali e intercontinentali, siamo più vicini a Tunisi da questa città che non all'Europa ma non abbiamo diritto di dialogo col mondo; siamo non solo isola, ma poderosamente isolati.

Presidente, affronti con generosità, con determinazione, con coraggio, con fervido impegno, questo suo mandato. Percorra la Sardegna, ritrovi i sardi; rompa le grandi solitudini e i grandi silenzi che incombono sulla nostra terra e sulla nostra gente; chiami tutti alla mobilitazione. Rimobilitiamoci, non solo in quest'aula che è momento di sintesi ma non è momento di forza. La forza viene dal popolo, ritorniamo al popolo e insieme al popolo noi saremo in condizioni di vincere perché abbiamo ragione.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare per il M.S.I.-D.N. il deputato Anedda.

ANEDDA (Deputato M.S.I.-D.N.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Giunta, colleghi, mi perdonerete quel tanto di emozione e di emotività che io provo nel tornare a casa. In fin dei conti il Consiglio è stata la mia casa politica per una non breve parte della mia vita, in Consiglio ho imparato, ho criticato molto e ho soprattutto esercitato la tolleranza. E proprio in nome di quello che ho imparato in quegli anni io oggi cercherò di dire con umile franchezza quello che penso della crisi che travaglia oggi la Sardegna, partendo da una premessa che costituirà il filo del mio brevissimo discorso e che è costituita da una frase sintetica: il Governo ha il dovere nei confronti dei sardi di mantenere gli attuali livelli occupativi e di ampliarli e a questo dovere nessun Governo, né questo in carica, né quello che verrà può sottrarsi con discorsi economistici, perché l'economia non può essere applicata a una situazione di crisi che ha cause precise negli errori nei quali gli uomini hanno perseverato. E quindi non invocazione alla solidarietà, ma richiesta di adempimento di un dovere costituzionale che assume per la Sardegna, per i torti che la Sardegna ha subito, per le conseguenze che sui sardi sono ricadute, il sapore del risarcimento dei danni. Non senso di frustrazione, amico Mario Melis, e neanche senso della sconfitta, ma, io credo, umiltà dell'autocritica per rispecchiarsi nel passato e per riconoscere quanto questo passato ci ha condotto, e adopero la prima persona plurale, benché mi sarebbe comodo, possibile e giusto non adoperarla. Ci ha accecato talvolta la politica, dovere senza solidarietà, ma tutto questo oggi si deve tradurre in una conclusione se non vogliamo e se non volete che quello che oggi è stato detto, ed è molto, si riduca e si traduca in una semplice e semplicistica declamazione. Dobbiamo arrivare ad una conclusione, ma sia una conclusione essenzialmente pratica o se preferite più pratica che politica. E così, come deve essere ed è nelle Assemblee democratiche, il senso di questa riunione si deve tradurre in un documento, ma è nel documento che i nodi vengono al pettine, senza ingannare nessuno, e al documento presiede una affermazione alla quale si può e non si può credere. Se in questo momento, di fronte alla crisi della Sardegna, che molti che mi hanno preceduto hanno giustamente detto essere una crisi tanto più vasta e travolgente di quella che coinvolge l'Italia, se in questa situazione vi è un valore, questo valore è l'unanimità. Ma nella unanimità è necessario crederci, per l'unanimità è necessario rinunciare non ad essere, perché è risibile, ad apparire primi della classe nella convinzione che, lo dico con il massimo rispetto, guidare delegazioni dall'una o dall'altra delle massime cariche istituzionali ma nella posizione dell'elemosiniere sia difendere gli interessi della Sardegna. Quindi la prima scelta, colleghi miei: la unanimità è un valore? Se l'unanimità è un valore, all'unanimità occorre tendere, ma siccome tante cose ci dividono, tante cose ci hanno separato e tante ci separeranno, occorre avere, e ritorna il sostantivo, la umiltà della rinunzia e la modestia dei toni soffocati. E l'umiltà della rinunzia significa non scrivere nel documento la politica ma scrivere nel documento le richieste. Significa, per quanto ci riguarda, rinunziare a fare la storia delle responsabilità, e abbiamo la possibilità, forse ne avremo il dovere, certamente l'autorità per farlo. E significa, perdonatemi ancora, dal mio punto di vista, da forza di opposizione, che è stata sempre al di fuori da ogni e qualunque patteggiamento, compiere lo sforzo non lieve di sottoscrivere un documento assieme a chi di responsabilità ne ha, accollandocene la parte piccola che ci può riguardare, per non aver fatto forse sentire la nostra voce quando avremmo potuto e dovuto accertare questa parte di responsabilità. E allora se, ed ho concluso, l'unanimità è un valore, e se ritenete che nell'interesse dei sardi, nell'interesse dei lavoratori quest'Isola debba una volta tanto presentarsi unita, allora prendete atto che noi siamo pronti ad approvare un documento che non contenga valutazioni politiche e che non contenga assoluzioni per il passato, che rinunciamo a pronunciare per il passato condanne di responsabilità, che siamo disposti ad assumerci quella parte di responsabilità, piccola o grande che sia, guardando soprattutto a chi, e non per colpa nostra, ha perso e sta per perdere il lavoro.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Fogu.

FOGU (Senatore P.S.I.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Giunta, colleghi, rappresentanti dei lavoratori, autorità, forse il mio, per il ruolo che rappresento in questo momento, per la situazione socio-economica in cui versa il nostro Paese e in particolare la nostra regione, è l'intervento più difficile. Rappresentare qui il Governo non è una cosa facile in periodi come questi. Posso parlare come...

COGODI (Gruppo Misto). Ma è previsto che parli a nome del Governo?

FOGU (Senatore P.S.I.). Se lei non mi fa parlare, io non le posso spiegare a nome di chi parlo.

COGODI (Gruppo Misto). Lei sta dicendo che parla a nome del Governo.

FOGU (Senatore P.S.I.). Allora venga lei e continui a parlare lei. Ho detto che il mio è un compito difficile per il ruolo che rappresento in questo momento e che mi impone delle responsabilità di fronte al Paese e di fronte al popolo sardo. Ho preferito parlare io a nome del Gruppo socialista sardo presente in Parlamento, quindi rappresento i parlamentari socialisti presenti alla Camera e al Senato.

La situazione che abbiamo di fronte, signor Presidente, è una situazione difficile, perché difficili sono i problemi che dobbiamo risolvere, siamo in presenza di una crisi politica nazionale ed Europea, siamo in presenza di una crisi morale, siamo in presenza di una crisi sociale, siamo in presenza soprattutto di un Governo che è politicamente debole e che ha necessità, quanto prima, di essere o rafforzato o sostituito. Questo Paese non può essere guidato da un Governo che tutti i giorni è messo in discussione, quindi abbiamo una grande responsabilità in questi giorni di fronte al Paese. La responsabilità che, di fronte ad una crisi politica, ad una crisi morale, ad una crisi sociale, di esprimere un Governo autorevole e forte tale da poter affrontare la grande crisi che vogliamo e dobbiamo risolvere.

E' in questo contesto che noi dobbiamo affrontare la crisi sociale ed economica sarda che difficilmente, come dicevo prima, può trovare soluzioni se non vi è alla base una Regione unita, forte, autorevole, che sappia imporre al Governo centrale le proprie ragioni.

Lei, Presidente, il 25 marzo incontrerà il Presidente del Consiglio dei Ministri. Lo stesso 25 marzo i parlamentari saranno ricevuti dallo stesso presidente Amato e in quella occasione noi dovremo presentare l'ordine del giorno a cui faceva riferimento prima l'onorevole Anedda che dovrà trovare tutti concordi e tutti uniti su una piattaforma programmatica.

Problemi come quelli della chimica, dell'energia, della gassificazione, della metanizzazione, della metallurgia, dell'alluminio, del polo piombo-zinco, del settore della carta non possono essere risolti senza una gestione unitaria del problema e il mio è un richiamo all'unità anche al mondo sindacale, che spesso in questi mesi si è trovato diviso sulla valutazione delle situazioni locali da portare poi a sintesi a livello regionale. Lo sforzo che i parlamentari sardi saranno chiamati a fare in questi mesi è uno sforzo di grande responsabilità, di grande difficoltà rispetto a una crisi, come dicevo prima, che investe tutto il Paese e che vede gli altri rappresentanti del Parlamento impegnati a difendere le ragioni dei propri territori. Ecco perché questo è un compito difficilissimo da portare avanti ma è chiaro che vi deve essere anche da parte nostra il richiamo alla Regione sarda, perché metta in atto una gestione diversa rispetto al passato. Meno frantumazione dei finanziamenti, meno sprechi, una politica del credito diversa, altrimenti, caro Valentino Martelli, gli imprenditori certamente in Sardegna non verranno. In momenti come questi. Servono soprattutto decisioni rapide e immediate; per questo io rinnovo il mio richiamo all'unità, da parte dei parlamentari nazionali e regionali, da parte del mondo sindacale e, per responsabilità che mi competono in questo momento, sono pronto, al termine della prima fase delle consultazioni, soprattutto con l'incontro del 25 marzo, a trarre tutte le conseguenze di fronte a lei, Presidente, e di fronte a questa Assemblea.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare per il P.D.S. il deputato Prevosto.

PREVOSTO (Deputato P.D.S.). Signor Presidente, i parlamentari sardi del P.D.S. apprezzano il documento che è stato posto alla base dell'Assemblea odierna nelle sue motivazioni essenziali e nelle proposte conclusive e credo che esso rispecchi bene la difficilissima fase storica che la Sardegna attraversa, essendo chiaro a tutti che da come usciremo da questa fase, da questa crisi inedita, senza precedenti, dipenderà molto del futuro dell'Isola. Da un lato infatti l'attacco che viene portato al sistema economico e sociale espone le forze del lavoro e della produzione al rischio concreto della loro cancellazione, determinando in tal modo la scomparsa della parte fondamentale dell'apparato produttivo della Sardegna, del cuore del suo sistema produttivo, dall'altro priva l'Isola di un fattore essenziale di un moderno Paese industriale, quello del lavoro e quindi degli uomini veri che con le loro capacità professionali e le loro intelligenze sono un fattore decisivo per vincere le sfide dell'oggi ma anche per garantire un domani. Ecco perché è essenziale che le forze politiche mantengano un terreno unitario sul quale impostare l'azione politica a sostegno dei movimenti in corso. Offrire un saldo ancoraggio politico e democratico alle battaglie dei lavoratori più direttamente esposti, alle popolazioni che intorno ad essi si sono mobilitate, diventa compito ineludibile per mantenere alta la battaglia sociale e contestualmente, in una vertenza di questa complessità e peso, determinare le condizioni politiche che costringano il Governo a mutare le decisioni assunte e sbloccare per questa via il tavolo negoziale. Ora nelle scelte del Governo, debole con i forti e forte con i deboli, noi avevamo espresso un giudizio durissimo, sulle modalità con le quali il Governo intendeva attuare le privatizzazioni, sapendo bene quali conseguenze ciò avrebbe determinato in Italia e in Sardegna.

Siamo stati facili profeti e la realtà è di fronte ai nostri occhi, un neoliberismo improvvido ha squassato il sistema produttivo del Paese e ha messo in ginocchio l'apparato produttivo decisivo della Sardegna. Una concezione esclusivamente finanziaria avulsa da qualsiasi corretta politica industriale ha esposto ed espone le aziende pubbliche ex-Partecipazioni statali al rischio concreto del collasso. L'improvvisazione e la superficialità con cui si sono affrontati i problemi sono pari alla sottovalutazione dei dati reali e delle reazioni che ciò avrebbe determinato nel mercato. Non altrimenti si spiega la situazione in cui sono state portate le aziende col rischio grosso del loro depauperamento o la sottovalutazione dei limiti imposti dalla ristrettezza del mercato finanziario nazionale e delle sue capacità di assorbimento o al contrario la sopravalutazione dei benefici finanziari a tempi brevi tanto sbandierati che ha portato ancora una volta a previsioni di bilancio totalmente inattendibili perché tutte le poste che erano state poste in bilancio si sono dimostrate inattendibili. Un caso a sé è quello dell'Efim liquidato per decreto, con le aziende nella tempesta, in particolare le aziende di appalto, anche per la gestione forsennata di gruppi dirigenti che recenti vicende confermano, e i lavoratori, lasciati soli, a salvare un importantissimo apparato produttivo che ha nell'isola uno dei siti più rilevanti. Era scontato tutto ciò o non era possibile, come noi avevamo indicato, ricorrere per esempio alla legge Prodi e per tal via garantire i processi di risanamento e riconversione assolutamente necessari, senza però uccidere ma anzi tutelando il patrimonio sano dell'Efim e delle sue aziende?

Mi rendo conto di parlare in termini generali ma è mia ferma convinzione che la natura dei problemi è tale che non può essere affrontata se non alla luce di una concezione dello sviluppo e delle politiche industriali che dimostrino l'indispensabilità del mantenimento e dell'allargamento della base produttiva dell'Isola. Quando infatti parliamo di chimica, di minerometallurgico, di alluminio, di energia o di carta noi poniamo grandi questioni nazionali che interessano settori essenziali, in alcuni casi strategici del Paese. La rinuncia a questi settori condanna non solo la Sardegna ma il Paese a un progressivo processo di decadimento in settori decisivi nei quali l'accumulo di conoscenze e di tecnologie, decide della capacità complessiva di confronto.

Per questi motivi è per noi decisivo il confronto con il Governo sulla base della proposta avanzata dalla Giunta regionale e dalle organizzazioni sindacali cui faccio riferimento, fatta propria unitariamente dai parlamentari sardi con l'interpellanza presentata alla Camera e con la mozione presentata, discussa e in buona misura approvata dal Senato.

Non vorremmo che persistesse la paradossale situazione di un Governo che trae la fiducia dal voto delle Aule parlamentari e che continua imperterrito, nonostante le deliberazioni di quest'Aula e gli orientamenti assunti, a mantenere le decisioni unilateralmente a suo tempo adottate. Siamo dunque in una fase nella quale sono in campo tutte le forze disponibili in Sardegna e pur tuttavia registriamo al momento un atteggiamento irremovibile da parte del Governo e di suoi Ministri con l'aggravante che alcune questioni a latere, risolvibilissime, come la questione dell'Insar, vedono ripetutamente violati gli impegni assunti nella solennità delle Commissioni e delle Aule parlamentari. Ma l'unitarietà del movimento in atto politico e sociale e le ragioni forti che sostengono le proposte sono il presupposto perché il confronto possa dare risultati alti e veri, all'altezza degli obiettivi che ci siamo posti. Non siamo infatti di fronte a richieste di assistenza, a una Regione querula, stracciona, che chiede ad altri esclusivamente la soluzione dei problemi. Le proposte sono infatti ancorate ad una analisi realistica della situazione e chiamano anche la Regine a un suo diretto concorso per risolvere i problemi, fermo restando, a mio parere, che una cosa è il concorso dei poteri della Regione nei confronti dello Stato, altra cosa è la sostituzione della Regione nei confronti dello Stato. Ciò è tanto più vero se si considera in maniera veritiera l'impostazione che i lavoratori più esposti e le loro organizzazioni sindacali hanno dato anche ad alcune vertenze simbolo come quella relativa alla SIM - non una difesa ad oltranza di quel posto di lavoro ma la lotta perché il lavoro sia difeso per l'oggi e per il domani attraverso l'individuazione di attività industriali alternative che salvino il patrimonio di lotte, di esperienze, di professionalità, di cultura presenti in quel territorio - o se si esamina la capacità di governo dei processi produttivi complessi dimostrata dalla lotta esemplare dei lavoratori di Macchiareddu la cui autogestione è un esempio alto della straordinaria ricchezza di intelligenza su cui fortunatamente la Sardegna può contare. Tutto ciò non rientra nelle valutazioni del Governo, sordo e muto a distanza di cinque mesi dall'inizio della vertenza e succube e strumento di interessi aziendali come è avvenuto nelle risposte del ministro Baratta alla nostra interrogazione alla Camera o sulla vicenda della gassificazione del carbone Sulcis: si accettano i dati forniti dalle aziende, si risponde in Parlamento leggendo le veline delle aziende, o si arriva ad affermare che accordi istituzionali e sindacali come quello del '90 non possono essere rispettati se non nello spirito, dice Baratta, con ciò dando ulteriore corpo alla credibilità dello Stato e del Governo rispetto ad una Regione in cui si accentua il livello di sfiducia nei confronti di un potere centrale sempre più lontano dai cittadini e dai loro bisogni ed attese.

In conclusione, dunque, ha fatto bene la Regione di fronte a questi comportamenti e agli atti unilaterali assunti dal Governo e dal sistema delle imprese pubbliche ad impugnare l'articolo 51 dello Statuto e a sollevare un conflitto istituzionale a tutela degli interessi della Sardegna. Noi parlamentari, nella reciproca autonomia, faremo la nostra parte a cominciare dalla battaglia già intrapresa perché sia varata una nuova legge di rinascita e perché il Governo dia l'impulso necessario al suo varo definitivo alla luce anche di una nuova concezione regionalistica dello Stato. Siamo però al dunque, la prossima settimana vivremo momenti cruciali e decisivi per aprire la strada a soluzioni positive e a risultati in linea con l'ampiezza della mobilitazione e delle lotte. Determinante è la tenuta politica unitaria e determinante è la tenuta sociale unitaria. Noi assumiamo un impegno che, prima ancora che politico, è morale perché viviamo anche noi nelle Aule parlamentari il dramma dei lavoratori che hanno dato vita in questi mesi a lotte drammatiche ed esaltanti. Noi parlamentari del P.D.S. siamo qui e saremo a Roma per assicurare il massimo sostegno a tutti i livelli ai lavoratori e alla Regione autonoma della Sardegna.

PRESIDENTE. Ha facoltà di per la D.C. il deputato Soddu.

SODDU (Deputato D.C.). Signor Presidente, io ho l'incarico di portare qui l'adesione convinta del nostro Gruppo parlamentare del Senato e della Camera, una adesione però anche consapevole delle difficoltà e dei limiti dell'azione che noi ci avviamo a intraprendere. Noi siamo cioè consapevoli che la crisi economica, politica e istituzionale che attraversa il nostro Paese, sia una crisi molto profonda e di difficile soluzione. Anche la nostra riunione, del resto, è frutto di questa crisi che sta provocando già ora una revisione materiale della Carta costituzionale mettendo a rischio alcuni dei principi fondamentali di essa, in particolare quello del riequilibrio e della tutela delle zone più povere e più marginali. Noi abbiamo davanti quindi problemi di enorme rilevanza che in parte sfuggono al nostro controllo e alla nostra volontà, non solo per noi Regione ma anche per lo stesso Parlamento, come dimostra la crescente influenza dei nuovi poteri finanziari e dell'informazione e di altri poteri meno conosciuti i cui progetti rischiano di avere più forza e più successo di quelli delle forze politiche attraversate da una profonda, e spesso apparentemente irrisolvibile crisi.

Noi stiamo lavorando, signor Presidente, noi Parlamento (parlo da questo punto di vista), ad una riforma globale delle istituzioni, degli strumenti di intervento dello Stato nell'economia, degli strumenti di intervento nel territorio e su questa revisione generale noi ci dobbiamo confrontare, perché essa non sia totalmente di danno per la nostra Regione autonoma della Sardegna.

Io penso, signor Presidente, che la parte che noi abbiamo svolto in questi anni, che sembrava la parte più difficile del nostro lavoro, quella della revisione dei poteri dell'autonomia, sia invece avviata con una certa accelerazione ad una giusta soluzione. In Parlamento abbiamo già approvato, nei sottocomitati che hanno lavorato a questo fine, uno schema di revisione costituzionale che mette al centro della vita dello Stato il regionalismo, che disegna lo Stato e che riconosce alle Regioni a Statuto speciale e quindi anche alla nostra tutti i poteri che allo Stato non sono direttamente riservati dalla Costituzione. Ciò vuol dire che noi, se il Parlamento durerà ancora alcuni mesi, avremmo a brevissima distanza quello Statuto per il quale noi abbiamo combattuto in tutti questi anni. Tutti quelli che hanno parlato stamattina e anche gli assenti si ricorderanno di quali battaglie noi abbiamo combattuto in tutti questi anni per ottenere questi poteri, per ottenere più forza e più prestigio e più partecipazione all'istituto regionale e alla vita del Paese. Più difficile è probabilmente mantenere insieme ai poteri anche le risorse, mantenere la capacità di influire veramente sull'economia della nostra Isola, di partecipare a determinare le scelte nazionali e quelle europee e di far sopravvivere in Italia e in Europa il principio che le aree marginali non vanno abbandonate a sé stesse e che risorse delle parti più ricche dell'Europa e del Paese sono destinate anche all'equilibrio economico, sociale e politico delle zone più povere. Questa non è una battaglia facile e l'avvio di questa rivendicazione che noi oggi portiamo, il conflitto che si apre con lo Stato italiano, col Governo italiano, impugnando alcuni provvedimenti del Governo attraverso l'articolo 51, non è del tutto semplice e non è del tutto facile, e io lo voglio dire. Noi siamo d'accordo per questa impugnativa, però penso che difficilmente essa potrà avere successo se non si individuano dentro i provvedimenti i punti effettivi verso i quali noi vogliamo insistere e che vogliamo che cambino. Non ci illudiamo, e non sarebbe neppure accettata da molti di noi l'idea di annullare i provvedimenti del Governo che riguardano la revisione degli strumenti di intervento dello Stato nell'economia, cioè il sistema delle attuali Partecipazioni statali.

Dentro quel sistema e dentro la revisione della strumentazione dell'intervento nell'economia noi dobbiamo collocare il nostro impegno di governo e anche l'impugnativa dell'articolo 51 e forse anche la seconda parte di cui si è parlato stamattina e cioè l'attuazione dell'articolo 13 va collegata a questa individuazione. Noi avremmo qualche dubbio ad approvare una richiesta del Governo di attuazione totale dell'articolo 13 con decreto legge. Riteniamo che dall'articolo 13 si possa scorporare e individuare quella parte che con l'articolo 13, con il concorso della Regione, lo Stato può fare in Sardegna per frenare questa crisi, soprattutto industriale, energetica e occupativa perché quella parte, secondo me, è urgente e straordinaria e si può ricorrere all'applicazione del decreto legge così come dice l'articolo 51. Credo dunque che per questa parte, se si stende un documento, bisognerà fare in modo che esso sia più puntuale, più preciso e più praticabile, credo anche che per poter sospendere i provvedimenti, anche per un tempo limitato, come ci è stato chiesto, questa individuazione sia indispensabile, perché la sospensione in Sardegna della ristrutturazione industriale, che essa riguardi il carbone, che essa riguardi il piombo zincifero, che essa riguardi il settore chimico, ha bisogno di una nuova e diversa prospettiva, di nuovi e diversi strumenti che possiamo certamente ricercare, individuare col decreto legge, col concorso e l'accordo col Governo e applicando quella procedura che appunto l'articolo 51 prevede, ma soltanto ai fini di ricostituire il tessuto degli strumenti e delle risorse per poter far fronte in nuovi modi da ricercare e per i quali io credo che siamo largamente ancora impreparati a trovare un futuro diverso per le risorse industriali dell'Isola.

Presidente, per concludere, penso che i colleghi del Consiglio regionale conoscano la stesura che noi abbiamo dato alla proposta dell'articolo della legge costituzionale per la nuova autonomia. Noi pensiamo di affidare alla Regione, come dicevo all'inizio, tutti i poteri in forma primaria ed esclusiva e si lascia alla Regione di definire nella sua totale autonomia il suo Statuto da approvare poi con legge costituzionale, in modo che sia la Regione a studiare i nuovi strumenti di governo, le nuove leggi elettorali, le nuove forme di controllo sociale e di partecipazione alla vita dell'autonomia perché, onorevoli colleghi del Consiglio regionale, così come noi non ci nascondiamo la crisi dello Stato, così come noi non chiudiamo gli occhi di fronte alla politica nazionale e alla caduta di fiducia che c'è nelle forze politiche e nelle istituzioni, io penso faremmo male qui in questa riunione solenne del Consiglio regionale a chiudere gli occhi di fronte alla caduta di fiducia nelle istituzioni regionali e alla esigenza di dare alla nuova fiducia che si richiede al popolo sardo e alla nuova mobilitazione - che noi ci auguriamo avvenga intorno a queste lotte e a questi obiettivi - un senso che esca da quest'Aula e che non si fermi alle regole cosiddette del Palazzo, alle regole elettorali ma, come ha detto anche qualcuno dei Capigruppo del Consiglio, si fondi sull'ethos profondo della Sardegna, sui suoi diritti originali, sui principi di giustizia, di eguaglianza e di onestà che noi abbiamo ereditato dal passato, che sono l'unica, o la più grande forza che noi abbiamo da spendere oggi in Italia e anche in Sardegna.

PRESIDENTE. Ringrazio tutti gli intervenuti, non soltanto per l'alto contributo che è stato fornito, ma anche per il senso di realismo e di responsabilità e per la sensibilità dimostrata. Sospendo la seduta per trenta minuti per consentire la distribuzione del documento unitario.

(La seduta sospesa alle ore 12 e 50, viene ripresa alle ore 13 e 43.)

PRESIDENTE. Do lettura dell'ordine del giorno firmato da tutti i Capigruppo del Consiglio regionale:

Ordine del giorno-voto Soro - Dadea - Mannoni - Ortu - Pusceddu - Merella - Usai Edoardo - Cogodi sui rapporti Stato-Regione in relazione alla crisi economica della Sardegna.

IL CONSIGLIO REGIONALE

in questa fase di grave difficoltà economica del Paese, di definizione di un disegno istituzionale fondato su un nuovo regionalismo, rileva con grande preoccupazione l'attenuarsi e il venir meno degli obblighi di solidarietà della collettività nazionale nei confronti della Sardegna e delle aree più svantaggiate del Paese, derivanti dalla Costituzione;

RIAFFERMA la permanente validità delle ragioni che stanno alla base dello Statuto di autonomia e dell'articolo 13 che affida allo Stato, con il concorso della Regione, il perseguimento della rinascita economica e sociale dell'Isola e la rimozione delle cause del divario con le altre regioni del Paese;

RIBADISCE le ragioni peculiari della specialità della autonomia e l'esigenza di procedere ad una rinegoziazione dello Statuto speciale, mediante la revisione e l'adeguamento delle competenze e delle prerogative della Regione alle mutate condizioni sociopolitiche ed economiche;

PREMESSO:

- che la contrazione dei flussi di spesa conseguenti alla manovra governativa di risanamento finanziario e di revisione del ruolo delle imprese a partecipazione pubblica, rischia di aggravare ulteriormente la già problematica situazione di crisi economico-sociale;

- che il processo di riordino e di privatizzazione delle Partecipazioni statali, senza gli adeguati interventi correttivi, nel caso della Sardegna, significa il tracollo dell'intero apparato industriale nei settori della chimica, della metallurgia, delle miniere e della carta, con un conseguente quadro di intollerabilità della realtà economico-sociale, che scaricherebbe sulla Regione un peso insostenibile, di altissimo costo politico e sociale;

CONSIDERATO:

- che su questi argomenti è in atto da anni un confronto con il Governo sostanziato dagli impegni sottoscritti dal Governo Craxi nel 1984 e più recentemente da quelli assunti dal Governo Andreotti con la firma del protocollo d'intesa del 19 dicembre 1990;

- che tale protocollo prevedeva la sollecita approvazione del disegno di legge del nuovo Piano di rinascita e la salvaguardia dell'apparato produttivo isolano ed in particolar modo di quello dipendente dalle aziende a partecipazione statale;

RICONFERMATO che la Regione sarda ritiene irrinunciabile:

- la salvaguardia e il consolidamento della base produttiva, con particolare riferimento ai settori della chimica, dell'energia (gassificazione del carbone, metanizzazione), dell'alluminio, della metallurgia, della carta;

- la dotazione di uno standard di infrastrutture e di reti tecnologiche volte a favorire lo sviluppo produttivo;

- l'adeguamento degli organici nella pubblica amministrazione;

- il sostegno a progetti di ricerca ed alla realizzazione del parco scientifico e tecnologico;

CONSIDERATO:

- che la mancata tutela del fondamentale diritto al lavoro ed allo sviluppo sta determinando una grave e progressiva condizione di sofferenza ordinamentale e una crisi di fiducia nelle istituzioni, provocando l'insorgere di un serio conflitto istituzionale che vede, ancora una volta, contrapposte le istituzioni regionali a quelle del potere centrale e costringe la Regione ad intraprendere nelle sedi istituzionali e giurisdizionali le opportune azioni a difesa degli interessi violati;

- che lo Statuto speciale tra gli strumenti normativi che regolano i rapporti con il Parlamento e con il Governo prevede da un lato la presentazione di voti alle Camere e, dall'altro, l'esplicita e motivata richiesta - da parte della Giunta regionale - della sospensione di norme o di provvedimenti statali manifestamente dannosi per l'economia o la finanza regionale;

RILEVA che la attivazione dell'articolo 51 della legge costituzionale 28 febbraio 1948, numero 3, è largamente giustificata dalle gravi conseguenze che i provvedimenti del Governo rischiano di determinare in Sardegna;

PRESO ATTO che la Giunta regionale, con propria deliberazione del 5 marzo 1993, n. 9/2 ha fatto ricorso al procedimento di cui all'articolo 51, 2° comma, dello Statuto speciale, chiedendo la sospensione di alcuni provvedimenti attuativi del programma di privatizzazioni in quanto manifestamente dannosi per l'economia ed i livelli occupativi dell'Isola;

mentre si impegna ad avviare e concludere tempestivamente il processo di revisione dello Statuto teso a rafforzare le specifiche potestà dell'autonomia speciale e a contribuire al più generale processo di revisione costituzionale,

tutto ciò premesso, il Consiglio regionale della Sardegna

chiede al Governo che vengano adottati, anche sotto forma della decretazione d'urgenza, quei provvedimenti in materia economica, finanziaria e sociale ritenuti indilazionabili per affrontare la crisi economica ed occupazionale,

ai sensi e per gli effetti di cui all'articolo 51 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3,

fa voti al Parlamento

- affinché, con il concorso della Regione, provveda all'approvazione di una nuova legge di attuazione dell'articolo 13 dello Statuto speciale. La legge dovrà prevedere, accanto ad una adeguata dotazione finanziaria che consenta incentivi volti ad attenuare le diseconomie fra la Sardegna ed il restante territorio nazionale, con particolare riferimento ai settori dell'energia, dei trasporti, dell'ambiente e della ricerca, con la introduzione di agevolazioni fiscali a sostegno della produzione (zona franca) e con misure volte alla qualificazione della pubblica amministrazione, nonché strumenti e procedure che consentano una partecipazione della Sardegna alle fondamentali scelte della programmazione nazionale ed alle politiche comunitarie;

- affinché si definiscano i tempi per l'approvazione del nuovo Statuto speciale della Sardegna;

- affinché il Governo, con il concorso della Regione, sia impegnato nell'attuazione del programma di riordino del sistema delle imprese pubbliche sulla base di linee di politiche industriali che consentano il consolidamento e lo sviluppo della base produttiva nazionale e, in questo quadro, consentano di salvaguardare il sistema industriale sardo con l'obiettivo di ampliare e qualificare la base produttiva a partire dai settori minerario, dell'energia, della chimica, della metallurgia, della carta;

- affinché si sospendano per la durata minima di un anno, al fine di consentire l'avvio dei progetti di riconversione o reindustrializzazione, tutti i provvedimenti di riduzione dell'occupazione ed interruzione della produzione da parte delle aziende pubbliche operanti in Sardegna. (1)

PRESIDENTE. Tutti gli altri ordini del giorno che sono stati presentati, vengono considerati come un contributo al dibattito e saranno allegati agli atti di questa seduta.

Metto in votazione l'ordine del giorno-voto. Chi lo approva alzi la mano.

(E' approvato all'unanimità)

I lavori del Consiglio riprenderanno mercoledì 24.

La seduta è tolta alle ore 13 e 53.



Allegati seduta

Allegati

Proposta di risoluzione politica del Consiglio regionale da adottare come base per ordini del giorno-voto al Parlamento nazionale

IL CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA

RIUNITO in seduta straordinaria, anche ai sensi e per gli effetti di cui all'articolo 51, comma primo, dello Stato sardo di autonomia;

PRESO ATTO che l'azione politica del Governo nazionale comporta l'effetto, ingiusto ed inaccettabile sul piano sociale e del tutto irragionevole sul piano economico, di cancellare in Sardegna la gran parte delle attività produttive esistenti o realizzabili (chimica, miniere, gassificazione del carbone, alluminio, cartiera, vetro, meccanica, agroalimentare, telecomunicazioni, assetto ferroviario e viario, ecc.);

RITENUTO che tale condotta politica contrasta radicalmente, non solo con gli interessi sociali fondamentali della collettività sarda, ma anche col sistema costituzionale che prevede ed impone nella Repubblica equi rapporti sociali, equilibrio nello sviluppo, solidarietà nell'uso delle risorse nazionali (disposizioni diverse della Costituzione repubblicana ed articolo 13 dello Statuto sardo di autonomia);

VALUTATO che un simile atteggiamento politico costituisce un irripetibile attentato alle basi stesse su cui poggia il patto costituzionale di collaborazione unitaria fra lo Stato e la Regione autonoma della Sardegna;

fa voti

perché il Parlamento nazionale decida, in modo rispondente ai diritti della collettività sarda ed in armonia con i principi costituzionali e statutari, innanzitutto su:

1) l'approvazione immediata, d'intesa con la Regione, del Piano di rinascita della Sardegna in ottemperanza dell'art. 13 della legge costituzionale 26.2.48 n. 3. Detto "piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell'Isola" dovrà intanto contenere:

a) la salvaguardia integrale della occupazione dei lavoratori in tutti i comparti produttivi che manifestino un indice di sostenibilità sul piano economico;

b) il pieno sostengo del piano regionale per l'energia, a partire dal progetto della gassificazione del carbone Sulcis, da confermare e da potenziare anche in funzione del riassetto produttivo ed occupazionale dell'intero comparto minerario; conseguentemente dovrà prevedersi la partecipazione statale nella costituzione di una "agenzia regionale per lo sviluppo energetico" (A.R.S.E.) che combinando in modo equilibrato le risorse e le utilità statali, comunitarie e regionali assuma prioritariamente l'obiettivo della continuità produttiva ed occupazionale del progetto gassificazione del Sulcis;

c) la realizzazione dell'area integrata delle produzioni chimiche in Sardegna, attraverso il sostegno di tutte le attività produttive, economicamente valide, esistenti, anche in funzione della diversificazione e della verticalizzazione; con priorità delle produzioni del PVC VCM di Macchiareddu, da sostenere immediatamente con l'approvvigionamento delle materie prime per la continuità di gestione;

d) la promozione di un piano di salvaguardia boschiva e di forestazione, tale da prevedere il raddoppio della superficie boscata della Sardegna nel corso dei prossimi dieci anni, per finalità di miglioramento della qualità naturale dell'ambiente e anche in rapporto funzionale con il rilancio dell'attività produttiva della cartiera di Arbatax, di cui deve essere sostenuto il progetto di sviluppo;

e) lo sviluppo e l'adeguato sostegno statale per l'attuazione:

- di un moderno sistema di produzioni agroalimentari;

- del piano regionale dei trasporti;

- del piano regionale della ricerca e del Parco tecnologico;

- del piano regionale delle acque;

- del piano regionale delle telecomunicazioni;

- dell'intervento regionale in materia di credito;

f) l'istituzione delle zone franche, nei termini definiti dalla proposta di legge nazionale già approvata dal Consiglio regionale;

g) lo specifico riconoscimento e sostegno della cultura e della lingua sarda;

h) la promozione di una agenzia unificata, Regione/Stato per il reimpiego produttivo di tutti i lavoratori in CIG;

i) il sostegno statale al piano straordinario per il lavoro, almeno sino al limite della riconduzione della disoccupazione nella misura del tasso medio nazionale;

1) il sostegno, anche finanziario, per la realizzazione dei piani territoriali paesistici e dei progetti di Parco;

m) la partecipazione statale alla istituzione dell"'Agenzia euro-mediterranea" per la cooperazione economica (A.E.M.C.E.);

n) la procedura di riduzione delle servitù militari e del passaggio alla Regione per usi sociali e produttivi di tutti i beni demaniali e patrimoniali dello Stato, degli enti pubblici e comunque di derivazione pubblica, ivi compresi i compendi minerari, anche in attuazione dell'art. 14 dello Statuto;

o) la realizzazione di standard di servizi e di addetti nella pubblica amministrazione in misura almeno pari alla media delle regioni più evolute;

2) di concordare e definire le procedure per rielaborare e contrattare il nuovo Statuto di autonomia improntato al riconoscimento dei poteri di carattere originario della collettività regionale sarda e alla configurazione di natura federale del rapporto con lo Stato, anche perché sia reso operante e pienamente garantito il valore costituzionale della solidarietà nazionale,

il Consiglio regionale della Sardegna delibera altresì

1) di promuovere immediatamente, adoperando i suoi mezzi ed i suoi poteri, atti e provvedimenti che muovano nel senso dianzi indicato perché restino garantiti la salvaguardia e l'incremento occupazionale ed il processo di sviluppo moderno della economia e della società sarda e perché si realizzi concretamente la costruzione di un diverso rapporto Regione-Stato-Comunità economica europea. Dalla verifica di disponibilità dei poteri statali, di concorrere o meno a tale progetto di realizzazione della nuova autonomia e dell'autogoverno dipenderanno le deliberazioni successive della Assemblea regionale del popolo sardo.

2) di rivolgere un appello a tutte le espressioni vitali della società sarda, a tutte le componenti politiche, istituzionali, sociali, culturali e religiose perché si abbia una mobilitazione generale del popolo sardo tesa a sostenere e arricchire la base della rivendicazione autonomistica per lo sviluppo ed il progresso della comunità generale. A tal fine il Consiglio regionale della Sardegna decide di tenersi convocato in seduta permanente di lavoro ed invita tutte le espressioni istituzionali dell'autonomia (a partire dalle Assemblee comunali e provinciali) a promuovere iniziative urgenti tese a tenere vigile la volontà di sostegno alle lotte dei lavoratori attraverso la più ampia mobilitazione e partecipazione popolare. (1)

Ordine del giorno Usai Edoardo - Cadoni - Porcu

IL CONSIGLIO REGIONALE

a conclusione della discussione sul rapporto Stato-Regione

PREMESSO che vanno considerati:

- la crisi economica che ha colpito la Sardegna, con gravissime ripercussioni sull'occupazione;

- le gravi responsabilità delle forze politiche di Governo, della Giunta regionale e dei precedenti Governi per le scelte industriali volute, imposte ed accettate in Sardegna;

- il fatto che tali responsabilità non debbono ricadere sui lavoratori ancora in occupazione, scampati negli anni scorsi alla cassa integrazione ed oggi concretamente minacciati dalla perdita del posto di lavoro;

- gli obblighi ed il grande debito che lo Stato, per responsabilità dei pregressi Governi, ha nei confronti della Sardegna, allontanata dal processo di sviluppo, carente nel sistema di comunicazioni interne, priva di prospettive di reale progresso,

impegna la Giunta regionale a richiedere con forza al Governo:

- di sospendere le programmate dismissioni, la conseguente chiusura di molte aziende al fine di conservare, indipendentemente da ogni considerazione di profitto, di produttività aziendalistica o di pareggio di bilancio, l'intera, attuale forza occupazionale;

- di predisporre un programma per iniziative alternative all'attuale pseudo sistema industriale attuato in Sardegna, mantenendo sempre ferma l'attuale occupazione;

- di mantenere l'impegno più volte assunto di favorire l'approvazione del disegno di legge di rifinanziamento ai sensi dell'articolo 13 dello Statuto sardo, con gli opportuni aggiornamenti;

- di disporre la promozione di iniziative che abbiano come finalità la salvaguardia ed il consolidamento della base produttiva della Sardegna ed in particolare la conservazione ed il potenziamento, con ogni necessario ammodernamento, dei progetti per la gassificazione del carbone (con il mantenimento della produzione mineraria) del terminale metanifero, della conservazione della metallurgia del piombo-zinco;

- di disporre altresì che venga data attuazione agli impegni assunti dalle imprese pubbliche che hanno avuto negli anni passati ingenti risorse finanziarie e che debbono essere oggi poste in condizione di rispettare i programmi a suo tempo approvati;

- di adeguare la condizione della Sardegna ai livelli nazionali per quanto riguarda le infrastrutture, il settore dei trasporti, delle telecomunicazioni, dell'energia, dell'approvvigionamento idrico, introducendo immediatamente la defiscalizzazione dell'olio combustibile per usi industriali, così da renderlo uguale ai costi del gas metano nelle altre regioni italiane;

- di studiare, d'intesa con la Regione sarda, un programma di sviluppo che, nel rispetto delle condizioni sopra indicate, consegua l'obiettivo di una rigorosa programmazione delle risorse, del conseguimento dei mezzi finanziari necessari per attuarlo. (2)

Ordine del giorno Serrenti - Ortu - Puligheddu - Demontis - Planetta - Meloni - Ladu Giorgio

IL CONSIGLIO REGIONALE

PREMESSO che il risentimento e la protesta del popolo sardo per le fondate richieste lungamente e largamente disattese (autonomia speciale dell'Isola, rinascita economica e sociale, sviluppo industriale, zona franca, parità linguistica ecc.) possono rapidamente mutare in delegittimazione e rifiuto di organi, quali il Governo centrale e la Giunta regionale che tale delegittimazione può essere tanto più radicale quanto più ostinato il diniego apposto alle richieste come dimostrano i fatti accaduti esattamente duecento anni fa con i quali al rifiuto apposto dalla Corte di Torino alle rivendicazioni dei parlamentari isolani i sardi risposero allontanando da Cagliari, Sassari e Alghero i funzionari pubblici piemontesi savoiardi e nizzardi compreso il Viceré;

RILEVATO che le classi dirigenti italiane, ormai in fase di avanzato declino politico morale ed economico non costituiscono punto di riferimento né per i modelli culturali né per comportamenti etici; che lo Stato, col concorso della Regione, dopo aver sostanzialmente fallito, nel non breve periodo di 44 anni, l'obiettivo sancito dall'art. 13 dello Statuto sardo di favorire, per mezzo di un piano organico, la rinascita economica e sociale della Sardegna, ha rotto unilateralmente il patto costituzionale in base al quale la debolezza statutaria dell'autonomia regionale veniva compensata con la promessa di un intervento adeguato a far uscire l'Isola dal sottosviluppo;

FORTEMENTE PREOCCUPATO per la crisi dell'occupazione e della economia che giorno dopo giorno diventa sempre più grave e appare ormai irrisolvibile entro gli schemi politici economici e culturali conosciuti e praticati;

VALUTATO che la Sardegna dispone ancora di rilevanti risorse umane, ambientali e materiali, parte delle quali si trova in possesso e gestione dello Stato, e che, nel contesto della solidarietà repubblicana e comunitaria europea, possono essere mobilitate per creare un sistema economico isolano altamente produttivo e a forte tasso di occupazione;

CONSTATATO che l'unità delle forze politiche isolane per rivendicare dallo Stato e dagli industriali, con modalità e linguaggio di estrazione sindacale, provvedimenti per il lavoro e lo sviluppo non ha consentito di raggiungere i risultati necessari e auspicati;

AFFERMATO che l'unità delle forze politiche e sociali della Sardegna, è oggi ancora più necessaria ma deve collocarsi su un piano politico più alto per far sì che i sardi possano essere essi stessi a creare il proprio e la propria organizzazione dell'economia;

RICHIAMATO per la fondamentale ragione che quella sarda è una comunità etnico-nazionale originaria, il diritto all'autodeterminazione dei popoli, sancito dal diritto internazionale e regolamentato dalla XXIV Risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, in quanto può essere esercitato in rapporto alle forme e potestà di governo e al sistema di economica nel pieno rispetto della integrità territoriale dello Stato ed entro i principi del federalismo,

delibera

di proporre agli organi costituzionali dello Stato di concordare una procedura democratica per il passaggio della Sardegna da regime di autonomia speciale allo status di Stato federato dotata di propria Costituzione, ferma restando l'integrità territoriale della Repubblica.

Ai sensi e per gli effetti di cui all'art. 51 della legge costituzionale 26 febbraio 1948 n. 3 fa voti al Parlamento affinché la Regione sarda e l'economica dell'Isola, nella fase di transizione siano sostenute con una serie di provvedimenti urgenti quali:

1) la sospensione per il periodo di un anno di tutte le decisioni relative al licenziamento dei lavoratori delle aziende pubbliche in Sardegna;

2) la devoluzione al bilancio della Regione per il periodo di un biennio e fatte salve le decisioni finali in sede costituzionale dell'intero ammontare di tutte le entrate tributarie, imposte e tasse riscosse nell'Isola a qualunque titolo e per le attività svolte in Sardegna da chicchessia e introitate dallo Stato in qualsiasi parte del territorio della Repubblica;

3) il riconoscimento in via provvisoria per il periodo di tre anni, salve restando le decisioni in sede costituzionale del pieno regime di autonomia doganale per tutta l'isola;

4) l'invito alla Banca d'Italia perché dia disposizioni agli istituti bancari presentate solo a reinvestire in loco tutte le risorse finanziarie derivanti dai depositi e di praticare tassi a interesse e comportamenti specifici compatibili con le necessità economiche;

5) il trasferimento al patrimonio e al demanio regionali dei beni e delle risorse di qualsiasi natura in gestione allo Stato o di proprietà di società a partecipazione statale ma appartenenti alla comunità sarda;

6) la nomina dei dirigenti degli enti e delle aziende di Stato, e in genere dell'apparato statale e parastatale, ad esclusione dell'Amministrazione militare sulla base di proposte concordate con la Regione Sarda,

delibera

a) la immediata nomina di un comitato costituente composto dalle rappresentanze dei consiglieri regionali, dei comuni, delle province, delle associazioni culturali, delle università per la stesura di una prima proposta dello Statuto-Costituzione dello Stato sardo federato;

b) la convocazione in tutti i comuni delle assemblee popolari per discutere la prima proposta;

c) la convocazione del II Congresso del popolo sardo per la approvazione della prima proposta;

d) la convocazione del referendum consultivo sulla proposta;

e) il rapido adeguamento di tutta la legislazione regionale allo scopo di favorire su tutti i piani l'imprenditoria locale, singola e associata, in tutti i settori. (3)