Seduta n.266 del 23/07/2002 

CCLXVI SEDUTA

Martedì 23 Luglio 2002

(Pomeridiana)

Presidenza del Vicepresidente Salvatore Sanna

indi

del Presidente Serrenti

La seduta è aperta alle ore 16 e 33.

Ortu, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta di mercoledì 10 luglio 2002 (260), che è approvato.

Continuazione e fine del dibattito sulle dichiarazioni del Presidente della Regione sul Titolo III, articolo 13 dello Statuto

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Murgia. Ne ha facoltà.

MURGIA (A.N.). Signor Presidente, chiedo una breve sospensione dei lavori per consentire ai colleghi, sia di maggioranza che di opposizione, di essere presenti in Aula e seguire il dibattito.

PRESIDENTE. Se non vi sono opposizioni sospendo la seduta per dieci minuti.

(La seduta, sospesa alle ore 16 e 35, viene ripresa alle ore 16 e 43.)

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Diana. Ne ha facoltà.

DIANA (A.N.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che l'intervento del Presidente della Giunta suoni davvero come un atto di impegno concreto e lungimirante rispetto all'imperativo che ciascuno di noi ha raccolto accettando la sfida e l'onere della responsabilità politica che compete a chi, come i componenti qui riuniti del Consiglio regionale della Sardegna, ha il dovere di offrire ai cittadini nuove e più moderne possibilità di sviluppo, anche rispetto ad obiettivi impegnativi da raggiungere nel medio e nel lungo periodo.

Appunto a questo tipo di sfide siamo chiamati allorquando ci proponiamo di redigere un nuovo Piano per lo sviluppo e la rinascita dell'Isola.

Concordiamo anzitutto con il richiamo alla condivisione che, su questo fronte, accomunerà le forze politiche impegnate, con libertà e responsabilità, a garantire l'apertura di nuove frontiere per la crescita della Regione, delle città e dei paesi, delle coste e delle zone interne, delle nuove generazioni e degli anziani, delle nuove conoscenze e delle nuove competenze. Queste ultime in particolare costituiscono, a nostro avviso, un fondamentale patrimonio per l'elaborazione dei disegni, dei progetti, delle legittime aspettative che, come comunità di persone, nutriamo per il nostro prossimo futuro.

Tutto ciò significa anzitutto che la Regione dovrà operare con orgoglio da protagonista nella definizione delle proprie prerogative. Oggi fare questo significa investire di responsabilità, di doveri e di diritti le autonomie ed i soggetti attivi che compongono una società in via di continua trasformazione. Già questo, colleghi, ci fa comprendere quali variabili siano rintracciabili nel confronto fra la Sardegna di venti - trent'anni fa e quella odierna, nella quale, del resto, non mancano esempi di vivacità creativa e di slancio verso la modernizzazione, appunto degni di considerazione.

Altrettanto condivisibile, ci pare, risulta essere la struttura operativa che, seppur ancora virtualmente, l'onorevole Presidente della Giunta ha disegnato, richiamando l'attenzione sulla opportunità di definire metodo, obiettivi e contenuti del nostro lavoro.

Su questo anche Alleanza Nazionale è pronta ad offrire le proprie proposte, specie durante l'essenziale e proficuo momento di dibattito che farà da prologo alla stesura qualificata del Piano di rinascita per la Sardegna; una Sardegna che ha appena iniziato a percorrere il nuovo secolo. Una scelta strategica, non procrastinabile riguarda allora la scommessa che, come Consiglio regionale, saremo disposti a compiere nei confronti delle persone e delle intelligenze della nostra terra. Non da oggi, del resto, fra le conseguenze più tristi del fenomeno migratorio è stata evidenziata la perdita di competenze e di intellettualità, ricchezze fondanti ogni serio processo di rinnovamento sociale, economico e strutturale, pre requisito, si usava dire una volta, per il riscatto tanto atteso al centro come nelle periferie.

Occorrerà tenere ben presente la necessità di legare il prossimo Piano di rinascita al patrimonio creativo che compete alle nuove generazioni, ovvero a coloro che sono disposti ad operare qui ed ora per garantire un futuro migliore a sè stessi ed ai propri figli con un inedito slancio e con la dovuta elasticità di soluzioni.

Questa capacità è richiesta appunto da un mondo sempre più in competizione e in via di trasformazione, sia rispetto ai centri realmente decisionali, sia rispetto ai servizi ed ai beni offerti sul mercato, un mercato che va assumendo dimensioni, relativamente alla domanda e all'offerta, realmente globali. Senza radici, non è retorica ricordarlo, difficilmente si è in grado di tessere il proprio futuro. Ma la trama che andremo via via componendo dovrà finalmente essere in grado di adattarsi al mutamento di prospettive, di necessità e di opportunità in modo evidentemente diverso rispetto a quanto fino ad oggi è stato fatto allorquando è stato proposto, e talvolta imposto, un modello di sviluppo estraneo alle peculiarità dello scenario di riferimento.

Tanto opportuno quanto efficace appare l'affidamento a personalità competenti dell'incarico di definire gli input essenziali rispetto a progetti specifici e connessi che siano in grado di garantire una definizione per sistemi della Sardegna dei prossimi decenni.

Non mancano, del resto, esempi utili a stimolare progetti e programmi davvero qualificati e qualificanti. Ciò sarà ancora più possibile realizzare se saremo disponibili a raccogliere la sfida del confronto di più ampio respiro, come sollecita del resto la stessa legislazione comunitaria e come insegnano le realtà piccole eppure vivaci del nord e del sud dell'Europa.

Con spirito costruttivo, con orgoglio per la nostra sardità italiana ed europea, già ora sentiamo di raccogliere la sfida, già ora siamo pronti e disposti a collaborare per portare il nostro contributo di destra di governo per una rinnovata rinascita della Sardegna.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Dore. Ne ha facoltà.

DORE (I DEMOCRATICI). Ma, che cosa dire di questo ennesimo proclama del presidente Pili? Che cosa dire? Che impressione si ha? presidente Pili, a parte la considerazione alla quale non si può sfuggire e cioè che in genere le costruzioni non si iniziano realizzando il tetto, ma si iniziano realizzando le fondamenta, c'è poco da commentare. In questo caso questa costruzione, se così si può chiamare, è partita dal tetto, ancora una volta.

Io capisco, noi possiamo capire la sua baldanza giovanile, l'entusiasmo, gli altri "difetti" derivanti appunto dalla giovane età, ma questo non giustifica l'aver affidato un incarico ad un professionista, sia pure prestigioso, come il professor Savona, prima di aver sentito in merito l'organo deliberante, il Consiglio. Perché queste decisioni hanno necessità di un passaggio legislativo, come lei stesso sa bene avendo ricordato stamattina le tre leggi precedenti. Quindi, partire direttamente con l'incarico, sta a significare voler mettere il carro davanti ai buoi.

Io non so se lei si sia reso conto di questo fatto; è però innegabile, e l'impressione nettissima è questa, che se il problema non fosse stato sollevato dal collega Giacomo Sanna con la sua mozione, e non le fosse stato fatto notare che , ripeto, si stava mettendo il carro davanti ai buoi, probabilmente lei non avrebbe avuto neanche questa resipiscenza che l'ha portata, peraltro tardivamente, a questo tentativo di salvataggio in corner con la presentazione di questo documento.

Fatta questa premessa, vediamo il contenuto di questo documento. L'impressione che si ricava dalla lettura del testo è quella del vuoto assoluto, un vuoto che fa paura. Ascoltando la sua lettura, e leggendo il documento, si ha l'impressione di vedere qualcuno che non ha mai guidato un'automobile, non avendo neanche la patente, fra l'altro, e che al massimo ha condotto una bicicletta, che improvvisamente, grazie a qualcun altro che gli ha regalato la patente, senza che però sia stata preceduta da una opportuna scuola guida, pretende di guidare una Ferrari.

Caro presidente Pili, lei è giovane, è bello, è simpatico, fa anche tenerezza per certi versi, specialmente alle persone anziane come me. Però, insomma, qui non si sta guidando un go-kart, qui si sta decidendo delle sorti di una Regione, qualcuno dice di una nazione, forse ha ragione, anche se molti di quelli che usano questa parola, come diceva giustamente Giacomo Sanna, non sanno nemmeno di che cosa si tratta e forse non hanno il diritto di usarla. Però, insomma, la Sardegna non è una cosa da poco. La Sardegna è una cosa importante, è una cosa delicata, anzi, io non la chiamerei neanche "una cosa", la chiamerei una realtà, una realtà estremamente delicata che merita attenzione, che merita ponderatezza, che merita rispetto.

Non vorrei entrare tanto nei particolari, però in questo documento ci sono delle frasi veramente sconcertanti, per questo motivo ho parlato di vuoto totale. Come al solito siamo agli slogan,: "Occorre siglare un patto d'onore sul quale le forze politiche, a prescindere dalla contingenza, si impegnano ad elevare il confronto su quei temi strategici di suprema importanza dell'Isola. Significa pensare con coraggio ad una scelta che sappia porre il sistema turismo come integrato processo di crescita che metta in rete..." - In quale rete? Facciamo i goal? Ronaldo? - "...come integrato processo di crescita che metta in rete il processo produttivo estendendo la propria base di consumo, ampliandone la stagionalità e rafforzandone l'apporto endogeno" Boh! Francamente ce ne possono essere tante di citazioni: "Occorre coordinare le nuove iniziative dal settore turistico a quelle dell'information technology", niente po' po' di meno, "facendole diventare sistema". Ma chi l'ha scritta questa frase? Da dove è saltata fuori? "L'obiettivo che cosa è? L'obiettivo è la creazione di un sistema Sardegna". Boh!

Poi occorre collegare le dighe. Qui ci vorrebbe l'onorevole Fantola che però, come al solito, latita. "Occorre collegare le arterie stradali con i porti e gli aeroporti", bella scoperta! "I poli di sviluppo tecnologico devono diventare funzionali ai centri abitati" e meno male! "e alle aree di insediamento produttivo". "L'arteria di fibre ottiche...", l'arteria di fibre ottiche! Qui ci sono le autostrade del mare, le arterie di fibre ottiche che collegano la Sardegna con il continente, quindi andremo tutti in continente con le fibre ottiche, sulle fibre ottiche! Eccetera eccetera eccetera.

Però occorre anche un "piano direttore", e qui evidentemente il richiamo a Fantola è nuovamente d'obbligo, perché mi pare che già nella passata legislatura Fantola, o qualcuno di quelli che lavoravano con lui, usò questa parola magica: il "piano direttore"; mi pare ne avesse parlato Paolo Fadda (non quello che è qui presente, ma quell'altro che non si sa dove sia andato a finire).

L'onorevole Vargiu stamattina ha ripetutamente invitato tutti, in particolare il presidente Pili, che peraltro da questo punto di vista non ha bisogno di esortazioni, a volare. Ci ha fatto capire che regalerebbe a tutti un vecchio disco di Modugno, perché tutti dobbiamo volare, perché la politica deve essere utopia, perché non bisogna aver paura di volare, e via dicendo. Molto modestamente, anche a me piace volare, ma non quando affronto le questioni serie. In questi casi io credo che il "volare" si debba lasciare da una parte, perché forse è decisamente meglio tenere i piedi per terra.

Allora, visto che il caldo in qualche modo ci incoraggia in questa direzione e che non è il caso, forse, a questo punto, detto quello che si doveva dire, di stare troppo sul serioso, io non citerò Platone, non citerò altri nomi illustri, però anch'io mi prendo una piccola licenza letteraria citando il volo di Dedalo e Icaro. Come tutti ricorderemo, dopo aver legato le ali alle spalle di Icaro Dedalo gli disse: "Stai attento, non volare mai troppo alto perché il sole farebbe sciogliere la cera, né troppo in basso perché le piume potrebbero essere inumidite dal mare, ma soprattutto non volare troppo in alto.". Infilò poi le braccia nelle proprie ali e si alzò in volo "Seguimi da vicino" ordinò "e non cambiare direzione". Mentre si allontanavano dall'Isola, verso nord-est, battendo ritmicamente le ali, i contadini, i pescatori e i pastori che alzarono lo sguardo verso di loro li scambiarono per Dei. Questo punto del racconto mi fa pensare al presidente Pili che vola col Presidente Berlusconi, in tandem, e i contadini, i pescatori e i pastori li scambiano per Dei. E forse il riferimento ai tanti voti ottenuti non è casuale nel portarli a una identificazione con gli Dei).

Quando lasciarono Nasso, Dero e Paro alla sinistra e Lebinto e Calimne alla destra, Icaro disobbedì agli ordini e cominciò a volare verso il sole, inebriato dalla velocità che le grandi ali imprimevano al suo corpo. Ad un tratto Dedalo, guardandosi alle spalle, non vide più Icaro ma soltanto delle piume sparse che galleggiavano sulle onde sotto di lui. Il calore del sole aveva disciolto la cera e Icaro era precipitato in mare.

Naturalmente, presidente Pili, io le voglio troppo bene per pensare a cose di questo genere, ci mancherebbe altro! Però, per favore, un pochino di prudenza, un pochino di misura e soprattutto un pochino di rispetto per il Consiglio regionale, io credo sia d'obbligo. Cioè, in poche parole, si può alla fine fare quello che si ritiene o, meglio, quello che il Consiglio ritiene, però io penso che sia necessario cercare di costruire qualche cosa di serio cominciando dalle fondamenta, e soprattutto col concorso di tutti. Non si può pretendere di risolvere i gravi problemi che abbiamo con gli slogan, e si deve anche evitare di coprire i pasticci usando le foglie di fico.

L'impressione diffusa è che il professor Savona, economista di grande prestigio, sia stato usato un pochino come foglia di fico per coprire, "la pochezza" di questo governo.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pittalis. Ne ha facoltà.

PITTALIS (F.I.-Sardegna). Signor Presidente, colleghe e colleghi, riteniamo che la formulazione del nuovo Piano di rinascita sia un'occasione di un'importanza tale da non consentire né all'onorevole Cogodi né all'onorevole Dore di svilirla, riducendo a "teatrini" questioni di particolare rilevanza che riguardano l'intero popolo sardo.

La Sardegna soffre di un male antico; quest'Isola ricca, ricca perchè dotata di un territorio di risorse umane e culturali fonte di sviluppo all'interno per i sardi ma anche in grado di sostenere l'arrivo di nuove energie dall'esterno, quest'Isola ricca è costretta nella palude della immobilità e della rissa da quegli atteggiamenti strumentali derivanti dalla contrapposizione politica, quando non si arriva all'insulto e al dileggio, di mero stampo ideologico.

Tutto ciò nulla ha a che vedere con il tema oggi in discussione, che mi pare sia stato invece introdotto in maniera davvero esaustiva dal Presidente nelle dichiarazioni rese questa mattina.

Dopo le dichiarazioni del Presidente, all'apertura del dibattito si sono succeduti diversi interventi. Alcuni oratori si sono interrogati sull'attualità, sulla vigenza dell'articolo 13, e sullo quella dello Statuto in generale; altri hanno fatto emergere il fallimento dei Piani di rinascita che si sono succeduti nel tempo. A dire il vero, se tutti questi importanti interrogativi hanno un riscontro nella realtà, debbo dire che non ho però sentito alcuna risposta adeguata . E così, quando l'onorevole Giacomo Sanna questa mattina, per esempio, rimproverava l'assenza di un'anima sardista nei Piani di rinascita, mi sarebbe facile rispondergli che il problema bisognerebbe, per esempio, porlo ad uno dei leader del sardismo in Sardegna, un uomo che ha lottato per il riconoscimento degli ideali del sardismo e della nostra specialità, un uomo che è stato anche Presidente della Regione autonoma Sardegna, l'onorevole Mario Melis, il quale penso che forse darebbe qualche risposta imbarazzante.

E' inutile comunque porre queste domande a chi oggi governa, al presidente Pili. Così come coloro che oggi siedono nei banchi dell'opposizione…

FADDA (Popolari-P.S.). Anche della maggioranza!

PITTALIS (F.I.-Sardegna). E che per anni hanno assunto responsabilità di Governo (mi suggerisce l'amico Paolo Fadda che qualcuno probabilmente siede anche nei banchi della maggioranza, ma qualcuno deve averne capelli bianchi per sedersi in questa maggioranza), sono coloro che oggi lamentano il ruolo subalterno della Regione nei confronti dello Stato.

Io sono d'accordo con loro, ma credo che molti, per quanto veramente sentita oggi possa essere questa protesta, dovrebbero in merito interrogare se stessi o i loro colleghi vicini di banco.

Allora, vedete, io penso che questa possa essere un'occasione non per alimentare le divisioni all'interno di quest'Aula, non per realizzare fossati che dividano, ma per creare, per costruire quei ponti che veramente uniscano. Allora anche noi ci chiediamo, dall'approvazione dello Statuto speciale per la Sardegna, che cosa sia cambiato per i sardi. A questo interrogativo inquietante penso si dovrà dare una risposta seria, scevra da condizionamenti politici e ideologici ed avviare una seria riflessione sull'autonomia, parola troppo spesso abusata, troppo spesso utilizzata a copertura di tutto e del contrario di tutto nel fiume delle molte parole spese in dibattiti il più delle volte anche poco utili.

Sono state già ricordate le difficili tappe del cammino compiuto dalla Sardegna dall'approvazione dello Statuto, e il primo fallimento avvenne proprio con il tormentato iter della legge di rinascita; basti solo ricordare a tale proposito il caustico commento che il senatore Gianquinto pronunciò nel lontano novembre del 1961, allorquando il Piano di rinascita venne al giudizio del Parlamento; disse il senatore Gianquinto: "La Sardegna è stata assolutamente tagliata fuori dalla grande operazione che la riguarda."

Cominciò allora quel declino che lentamente portò alla grande protesta di tutti i sardi nel luglio del 1967 e alle condizioni attuali di una autonomia irrilevante, di una capacità di autodeterminazione velleitaria, di strumenti istituzionali superati e disutili che rappresentano impedimenti ad una moderna vita sociale, economica e culturale.

Allora forse un eccezionale sforzo di fantasia e di coraggio potrà consentire alla nostra Regione di fare il grande passo che i sardi meritano, ma che una classe politica conservatrice, spesso ottusa, ha impedito.

Occorre audacia, presidente Pili, per comprendere che o si cambia radicalmente, e mi pare che nelle sue dichiarazioni vi siano, negli obiettivi indicati, i segnali di questo cambiamento per adeguarli alle esigenze dei cittadini del mondo, che impietoso scorre e cambia vicino a noi, oppure si soccomberà alla crudele potenza di una società che non tollera velocità diverse e che presto abbandona purtroppo chi rimane indietro.

Allora siamo ad un bivio: o la modernizzazione efficace o la retrocessione verso la subalternità politica e culturale. In uno scatto di orgoglio di una classe politica ritengo risiedano le chiavi di una vera rinascita del nostro popolo, tertium non datur.

Scriveva Emilio Lussu, che continuiamo a citare considerandolo un padre dell'autonomia e dunque un padre della nostra scuola politica e culturale, che molte cose sono sulla carta in Sardegna, ma vi è anche parecchio lievito in fermento. Ecco, io penso che in questo Consiglio esistano energie e forze che vengono da lontano, da esperienze che noi riteniamo preziose, prestigiose e autorevoli proprio come quella sardista. Da scuole importanti come quella dei cattolici democratici, da culture di libertà, autonomie e progresso, come quella riformista. A loro chiediamo convergenza ed unione dei sardi e, insieme, valorizzando i punti in comune, ritengo che abbiamo molte possibilità. Dividendoci nessuno di noi guadagna, ed il popolo sardo perde una sfida storica, un'occasione irripetibile.

Non ripetiamo gli errori che già hanno reso questa terra povera e lontana; in un quadro che il vecchio Tiziano dipinse tra il 1560 e il 1570, la famosa "Allegoria del tempo governato dalla prudenza", era riportato un brocardo in latino, che vi risparmio e che vi traduco direttamente in italiano "Dal passato il presente agisce prudentemente per non deturpare l'azione futura". A questo brocardo, forse un po' bolso, forse un po' retorico, forse un po' fuori di moda intendiamo richiamare la riflessione di questo Consiglio: non disperdiamo il patrimonio dividendoci ancora senza prudenza.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Ibba. Ne ha facoltà.

IBBA (SDI-SU). Signor Presidente, io raccolgo l'invito alla riflessione dell'onorevole Pittalis, anzi, in questo senso l'ho preceduto. Infatti, poiché non ho ritenuto sufficiente aver ascoltato l'esposizione della relazione fatta dal Presidente stamattina, l'ho letta in un momento successivo proprio per poter avere la possibilità di una riflessione accurata.

Bene, il presidente Pili ci propone questa ipotesi metodologica per tornare a nuova vita, perchè un Piano di rinascita è in qualche modo un tornare a nuova vita; c'è quindi un progetto, per realizzare questa nuova vita, sul quale il Presidente ci chiede di ragionare più sul metodo che sui contenuti. Un progetto attraverso il quale si vuole capire, affrontare e risolvere i problemi della nostra società e che, come tutte le cose che si proiettano nel futuro, si riferisce ai problemi attuali ma anche a quelli che verranno. Una proposta per guidare l'evoluzione della società, tanto da prevederne l'approdo, conoscendo in anticipo i problemi per poterne individuare le soluzioni.

Certo, i problemi sono non solo quelli interni ma anche quelli connessi alle relazioni con l'economia globalizzata, con la cultura globalizzata, con le velocità sempre più elevate dei processi sociali e tecnologici e alla nostra difficoltà di star loro dietro. Così come cresce, con sempre maggiore rapidità, la consapevolezza dei nostri concittadini al diritto ad una qualità della vita migliore e ad una vita vissuta in maniera partecipata, con la coscienza del proprio modo di essere che origina dalla propria storia e che, così facendo, diventa conoscenza e premessa per il futuro, evitando di cadere nel facile tranello di una dispersione di principi tanto anonima quanto inutile, indistinta e indifferenziata.

Su che cosa vogliamo far rinascere questa nostra società? Insieme a che cosa vogliamo far maturare questo processo di crescita, perchè di un processo si tratta (pertanto una fase lunga e lenta che richiede costanza di impegno per molti anni), nel corso del quale poter anche ipotizzare modifiche in progress, purché aderenti alle previsioni che dovremo formulare.

Lei, signor Presidente della Giunta, chiede un consenso sul metodo, ma è proprio il metodo che ci pare inadeguato perchè non prevede un collegamento fra le idee e l'azione, fra la parte teorica e la prassi attuativa. Quale coerenza, quale coesione esiste fra questo progetto teorico e la società civile, i nostri giovani disoccupati, la nostra cultura, quella delle imprese esistenti?

Io non rifiuto i contenuti, ahimè, ben miseri di queste neppure venti paginette a corpo venti. Dico che si tratta di enunciazioni di principio e di linee di tendenza così generali che possono andar bene per tutti i piani, per tutte le rinascite e per tutte le regioni.

E` come se avesse compilato un modulo che prevede una griglia nella quale cambiano soltanto i contenuti superficiali, ma che nella sua strutturazione si può applicare alla Sardegna, come alla Lombardia o al Trentino Alto Adige. Una proposta anemica di contenuti che sarà destinata a morire senza una robusta trasfusione di interessi e di idealità. E non stupisce ciò ove si pensi che l'ideatore e l'estensore di questo documento è persona sarda solo anagraficamente, nel senso che ormai ha perso i contatti con la realtà sarda, con la cultura dei sardi, con le linee di tendenza della società sarda, con le aspirazioni dei nostri giovani, con la loro propensione e la loro vocazione.

Ciò che va male è proprio l'internazionalismo del professor Savona, che avrei preferito almeno dimezzato al cinquanta per cento se il restante cinquanta per cento fosse stato segno di una profonda peculiarità sarda che, invece, non traspare né nei contenuti né nei punti di partenza, né nella fase di sostegno a questo progetto.

Lei chiama "Sistema Sardegna" una elencazione di problematiche che assurgerebbe a dignità soltanto perchè tra di loro intercorrelate e compattate nella loro globalità; parla di acque e di siccità, di intermodalità e continuità territoriale interna ed esterna, di poli tecnologici, di agricoltura elevata a sistema, agricoltura che insieme all'eccesso di burocrazia e alla carenza di programmazione costituiscono problemi che già sta cercando di affrontare e di risolvere, ma che non riesce a risolvere proprio perchè affrontati soltanto da un punto di vista esclusivamente tecnico.

Non nego che lei abbia a disposizione uno staff di esperti di altissimo livello, esperti che siano in grado di definire un quadro anche preciso ma astratto, generico della situazione sarda. Lei non risolverà il problema della siccità finché non prenderà coscienza dei bisogni dei contadini, degli allevatori, degli agricoltori che nelle moltissime piazze ogni giorno si incontrano sentendosi abbandonati dalla Regione che lei rappresenta.

Lei trascura il fattore umano, il valore dei soggetti partecipanti e facenti parte di una comunità, il valore delle loro volontà e delle loro aspirazioni. Ciò che loro vogliono essere realmente, cioè, anziché essere considerati oggetti passivi di un processo subìto invece che partecipato.

Infrastrutture, rapporti con l'erario, devoluzione sono solo il "grezzo" di un progetto insufficiente, incompleto, irrealizzabile perchè estraneo al contesto sociale, culturale e storico nel quale vorrebbe impiantarsi e che vorrebbe guidare, da cui viene invece espulso come un corpo estraneo. Tradotto in politica significa che tutto questo è soltanto un buon compito in classe preparato a casa, ma inadeguato perchè non contiene nessun elemento né di sardismo, né di socialismo, né di federalismo.

Infine, quello che lei chiama il rapporto Stato-Regione, a proposito del quale in qualche modo cerca di far intendere di essere il garante di un feeling particolarmente favorevole in forza della sua adesione al Governo nazionale. Se questa Regione deve difendersi da qualcuno, questo qualcuno sono il Governo e i ministri che ne fanno parte, che su questa richiesta potranno anche destinare a lei e ai suoi progetti tecnici molte risorse, ma saranno sempre danari che perseguiranno finalità estranee alla "sardità", per cui loro saranno nella condizione di pretendere per aver dato, ma non sarà mai nostro il risultato di nessun intervento.

Hanno ragione Giacomo Sanna e Mario Floris; noi diciamo che tutto ciò che qui in Sardegna accade è sardo solo se è partecipato dai sardi, altrimenti non potrà esserci federalismo, non ci potrà essere identità, non ci potrà essere autonomia.

Ecco perchè questa proposta è sbagliata nel metodo, è insufficiente e troppo misera nei contenuti.

La stabilità politica non è la stessa cosa della progettualità e della capacità di governo. Chi intende governare con un sistema maggioritario governerà con arroganza, cioè solo con la forza dei numeri, con la forza dei ricatti e delle minacce interne alla sua coalizione invece che con la forza delle idee.

Noi siamo per un polo proporzionalista e nazionalitario, che sia non solo un modulo elettorale ma uno strumento di democrazia partecipata. E' bene che sappia come è composta la Sardegna analiticamente nelle sue componenti sociali, economiche e demografiche, che lei elenca in modo preciso nelle parti centrali del suo documento.

Ma mi fa specie che lei rilevi proprio oggi questo bisogno, perchè allora non capisco come abbia potuto produrre quella miseria di Dpef che è stato appena approvato senza avere i dati analitici di riferimento, pur essendo quello un documento di programmazione gestionale e politica.

Vede, Presidente, inseguire un'utopia è una cosa nobile; provare a realizzare un sogno di giustizia, di libertà, di solidarietà e di uguaglianza è degno di Martin Luther King e di Tommaso Moro, ma fantasticare ad occhi aperti senza avere il contatto con la realtà, ma, anzi, vivendo in una virtuale, è infantilismo politico di chi ha letto da bambino troppi giornaletti di Walt Disney.

Quindi accettiamo il suo sforzo di pensare all'ipotesi di un Piano di rinascita, ma non possiamo considerare questo documento altro che una semplice enunciazione, perchè quanto lei propone è così misero e così minuto che pare più che un feto nato morto un neonato prematuro senza alcuna possibilità di sopravvivenza.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Capelli. Ne ha facoltà.

CAPELLI (U.D.C.). Signor Presidente, colleghi, poteva essere oggi un momento di confronto e di dibattito molto importante, e in alcune fasi obiettivamente lo è stato, ma i preconcetti, le posizioni predeterminate, la voglia di andare sempre e comunque contro hanno decisamente segnato diversi, troppi interventi, e non solo dell'opposizione.

In apertura di seduta, dopo le dichiarazioni del presidente Pili, avevo ritenuto proficua e sostenibile la proposta del collega Fadda, ritenendo che comunque qualcuno si fosse sforzato di ascoltarla, signor Presidente, o quantomeno fossero state lette le sue dichiarazioni in un secondo momento. Invece, in particolare i primi interventi sono stati caratterizzati da una impostazione preconcetta, adottata da tempo, qualunque fosse stato il contenuto delle sue dichiarazioni. Questa è la caratteristica del confronto politico dei nostri tempi in Sardegna, e non solo: cercare di emergere o sopravvivere nei fatti e nelle parole andando contro e sminuendo il lavoro degli altri, non gratificando sempre e comunque il ruolo del nemico, fosse anche amico di cordata.

Era questa l'occasione per marcare e rimarcare un momento di costruzione comune, per gettare insieme le fondamenta per un grande progetto che, a medio e lungo termine, valorizzi il ruolo e l'ambiente sociale ed economico della nostra Isola. Ma non si perde mai l'occasione, signor Presidente, per non fare e non lasciar fare, triste considerazione su antichi retaggi culturali che credo e spero fortemente non trovino spazio nelle nuove o più aggiornate generazioni.

Su questo, signor Presidente, credo sia necessario un definitivo e leale confronto. In quest'Isola viviamo in costante stato di emergenza, passiamo da una calamità naturale all'altra, senza mai ricercare le vere responsabilità, cercando sempre di guardare avanti, si dice, coprendo il passato, anche recente. A volte rendendo responsabile oltre ogni ragionevole limite la natura, dimenticando un grande insegnamento cristiano "Aiutati che Dio t'aiuta".

Non si considera mai la grande calamità di questi decenni passati, ancora presente nei nostri giorni: la calamità politica; una politica che ha insegnato a pretendere tutto e subito. Il politico oggi vale quanti più posti di lavoro riesce a procacciare, quante più clientele riesce a gestire, quanto più bisogno riesce a governare.

Da qui la corsa al contingente, da qui l'impoverimento culturale, da qui la corsa al potere, da qui la miopia progettuale. Si dimentica che occorre investire anche politicamente su progetti, progetti validi che non possono che dare risposte a lungo termine, si dimentica che si deve e si può investire in questi progetti che non danno sicuramente dei risultati immediati. Ma quanti sono disposti a scommettere sui progetti?

Perciò ci ritroviamo sotto processo continuo, perciò un Assessore viene attaccato perchè sostiene più il pubblico rispetto al privato sui fondamentali principi di assistenza e solidarietà.

Per questo un Presidente che ha idee, una Giunta, non tutta, per la verità, che lavora devono essere affossati, per questo non conta quello che si dice, che si fa, ma l'unico intento è quello di non consentire di fare qualcosa di nuovo che possa in qualche modo offuscare i signorotti della politica.

Nessuno ha sentito che la sua proposta, signor Presidente, portata all'attenzione e alla elaborazione del Consiglio, parla di un Piano di rinascita concertato con le parti sociali, che attende i suggerimenti e gli arricchimenti del popolo sardo e di questo Consiglio.

Nessuno evidenzia che l'illustre apporto del professor Savona deve dare quei supporti progettuali e strategici aggiuntivi e di completamento di un processo politico che impegna tutti i sardi.

Nessuno sottolinea che si parla di sistema turismo e non superficialmente di impresa turistica, a se stante. Esiste un'area di mercato sardo dove noi possiamo riprodurre condizioni oligopolistiche (dico noi con la nostra forza politica), mi riferisco all'agropastorizia e all'indotto, al turismo e all'indotto, alla forestazione e all'indotto. E forse potremmo trovare anche qualche altro caso meritevole di attenzione, ma questi sono i tre grandi esempi che mi convincono.

In questi settori le nostre condizioni possono essere prossime alle condizioni dell'industria oligopolistica qualora le imprese siano ben gestite.

Se l'indotto caseario rispetto all'agropastorizia, se l'indotto artigiano rispetto al turismo, e se l'indotto carta, legno, sughero, rispetto alla forestazione, vengono sapientemente gestiti, cioè gestiti secondo i dati del sistema, non secondo criteri che si adattano al territorio, alle persone che lo abitano, sono certo che le soddisfazioni di reddito e di occupazione non mancheranno. Questo scrive il Professor Savona, e questo, consentitemi, con umiltà, sottoscrivo. Questo c'è scritto nella proposta di Piano di rinascita, o quanto meno di inizio di discussione sul Piano di rinascita portato dal presidente Pili.

Un Piano di Rinascita che deve essere aggiuntivo alle risorse ordinarie, ma noi dobbiamo ancora dimostrare, e continuo sempre con le parole del Professor Savona, di saper far bene quello che è possibile fare. La legittimazione e la forza politica, ossia la legittimazione a negoziare e la forza di negoziazione, derivano anche dal fatto che ci presentiamo ad un tavolo a dire: "Noi quel poco che ci avete dato e quelle possibilità che avevamo le abbiamo sapute utilizzare". Da ciò discende che il passaggio essenziale non è la rivendicazione alla competenza, ma la rivendicazione alla responsabilità.

Noi dobbiamo volere non solo le competenze ma anche le responsabilità.

Vede Presidente, il vero Piano di rinascita, e qui mi consenta di dissentire parzialmente dalla sua impostazione, deve essere caratterizzato dalla discontinuità politica del passato. Il popolo sardo non l'ha sostenuta per garantire la continuità, ma per una corretta più volte proclamata e decisa discontinuità. Discontinuità che si ottiene anche con l'apporto delle esperienze, quelle sane, e a volte molte più proficue e sicure, dei giovani nati vecchi. Questo è uno degli obiettivi che non emergono nella sua relazione, così come nei vari obiettivi, per creare il sistema Sardegna - questi vogliono essere dei suggerimenti, delle considerazioni - non dobbiamo dimenticare quello del recupero delle certezze, certezze di lavoro, certezze di futuro, dei valori della famiglia, della cultura, della scuola, della formazione, certezze di autonomia e di libertà.

Autonomia e libertà dei sardi, costruite dai sardi, dalla politica libera di noi sardi che respingono ogni tipo di interferenze, da qualsiasi parte esse provengano, tanto più se interessate, che siano esse provenienti da salotti, ville o canili.

Chi è per la Costituente non è autonomo facendo l'occhiolino ad altri.

Concludo, signor Presidente, leggendo un altro passo, questo è della Commissione Medici, da lei richiamata nella sua relazione, che attiene anche a ciò che discuteremo in una delle prossime mozioni: "Soltanto con l'attuazione di un organico piano di sviluppo che consideri tutte le attività economiche e non trascuri le zone interne, si possono superare le condizioni di arretratezza di alcune contrade".

Quindi, signor Presidente, e concludo davvero, interpreto la sua relazione come un libro ancora da scrivere, da scrivere con il supporto di chi ha modo e titolo per insegnarci la tecnica di stampa, la capacità di saper dare corpo e gambe alle migliori idee, ai grandi valori dei sardi.

E' su questo aspetto che condividiamo la scelta del Professor Savona. Noi siamo pronti a dare il nostro contributo, a dare un'anima a questo progetto, convinti che alcune impostazioni che comunque ci distinguono, possono essere una grande ricchezza, un valore aggiunto per la Casa delle libertà e per questo Consiglio.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Cugini. Ne ha facoltà.

CUGINI (D.S.). Io non ho sentito l'intervento del presidente Pili, però ho letto il documento e, in effetti, mentre parlava il collega Vargiu ho pensato che, rispetto al testo scritto,nel corso del suo intervento il presidente Pili avesse apportato qualche modifica, ampliato i concetti, come a volte capita. Quindi io tutta quella parte che il collega Vargiu ha richiamato come positiva non l'ho ritrovata nel testo scritto. Può essere che il collega Vargiu abbia ragione, però io non ho torto ad esprimere la mia opinione, come farò, avendo letto il testo del documento che è stato depositato. Questo lo dico perchè io non ho letto nel documento considerazioni "alte", come invece è stato detto.

Io devo dire, molto onestamente, senza riprendere gli spunti polemici che hanno caratterizzato soprattutto gli interventi dei colleghi della maggioranza nei nostri confronti, (sino adesso abbiamo fatto considerazioni molto pacate), devo dire, dicevo, che non ritengo le proposte contenute nel documento all'altezza dell'obiettivo, perchè il tutto si riduce, a parte il tentativo di determinare una convergenza nell'Aula di fronte ad un grande tema come quello della rinascita, ad un confronto da fare nelle Commissioni, e le Commissioni dovrebbero produrre gli indirizzi da sottoporre al Consiglio e all'estensore del futuro progetto.

Io credo che noi dovremmo metterci d'accordo prima su alcune considerazioni di base. Presidente Pili, non si faccia distrarre da colui che fu Presidente del Consiglio quando venne istituita la Commissione Medici, , la Commissione d'inchiesta sul banditismo in Sardegna, , che poi ha prodotto anche indirizzi per il primo Piano di rinascita, e cioè il collega Contu.,. Non sto ricordando questo fatto per lei, quanto per il collega Pittalis, che attribuiva alle opposizioni una responsabilità, non so di quale genere, nel fallimento del Piano di rinascita. Lei, invece, onorevole Contu, svolgeva allora una funzione alta in questo Consiglio, e quindi può essere buon testimone, se vogliamo fare una lettura non polemica della situazione.

E poi io credo che non sia il caso di alimentare al nostro interno una polemica richiamando il passato perchè tutti abbiamo un riferimento nel passato. Molti di noi erano impegnati politicamente, e quello è un merito, aver fatto politica negli anni Sessanta, averla fatta negli anni Settanta, ed averla fatta dalla parte della democrazia, è un fatto positivo. Perchè proporlo negativamente? La Lombardo aveva il padre impegnato in Consiglio, Pili aveva il padre impegnato in Consiglio, tutti noi abbiamo partecipato ad un grande evento, al tentativo cioè di ricostruire l'economia della nostra Regione; persino Pietrino Fois aveva il padre impegnato in Consiglio, seppure con Alleanza Nazionale di allora, il Movimento Sociale. Tutti nel tempo abbiamo dei riferimenti ai quali richiamarci.

Io penso quindi che noi dobbiamo trattare l'argomento senza dar vita ad una polemica spicciola sulle cose da fare. Perchè dico questo? Perchè ilprimo Piano di rinascita che lei richiama nel suo documento, non fu un'operazione estranea agli interessi dei sardi, ma fu una grande operazione di rinascita vera, perchè ebbe origine subito dopo la guerra di liberazione. Stiamo parlando dei primi anni Cinquanta, e in quel periodo in Sardegna si tenne il congresso del popolo sardo cosiddetto, dove le grandi culture democratiche si misurarono sulle esigenze della rinascita.

Il dibattito parlamentare aveva visto i parlamentari sardi di allora, Pirastu, Lussu, Melis, eccetera, assumersi delle responsabilità precise, essi avevano riposto infatti grande speranza nella indicazione che allora venne data e che va letta nel contesto di un'Italia che cercava di rinascere nei confronti del resto dell'Europa.

E allora oggi dire che il primo Piano di rinascita è fallito, dire che il secondo Piano di rinascita è fallito, dire che la rinascita ha prodotto solo disastri, secondo me è una lettura sbagliata. Si può dire che la Sardegna di oggi è la Sardegna dei Piani di rinascita? Perchè dico questo?Perché è stata citata nel testo distribuito dal presidente Pili la Commissione Medici, ma la Commissione Medici era una Commissione parlamentare che si interrogava sul malessere - stiamo parlando degli anni Sessanta - presente in Sardegna, e che produsse una risposta non regionale ma nazionale, come concorso del Paese, localizzando investimenti in Sardegna per cercare di rispondere a questioni forti poste dai ritardi economici del nostro paese; e la Sardegna allora venne collocata tra le regioni non sviluppate assieme alle regioni meridionali.

Ora, si può dire che quegli obiettivi non siano stati raggiunti? La Commissione Medici ottenne persino riconoscimento nazionale per il lavoro serio che aveva svolto., Però vogliamo tutti, come suol dirsi, tirare una riga sotto il Piano di rinascita per fare le somme e verificare quello che è accaduto in Sardegna? Possiamo farlo? Io credo che sia il caso di farlo se vogliamo ripartire con l'intento non polemico che è stato proposto dalla maggioranza, con la volontà ad impegnarsi, che è l'unica parte che io considero positiva, del presidente Pili.

Si dice che occorre trovare dentro il Consiglio regionale le convergenze possibili per scrivere il futuro della Sardegna. Ma se noi non siamo, assieme, lettori del passato, è difficile che assieme possiamo scrivere il futuro, perché quella Commissione aveva un obiettivo, ne aveva uno, quello di rispondere alla parte più arretrata dell'economia sarda, che allora venne individuata nella zona centrale della Sardegna, per cercare di determinare un'evoluzione dell'insieme della Regione, ma per la permanenza della nostra Regione nell'Obiettivo 1, si sono utilizzati gli stessi parametri di valutazione che allora la Commissione Medici usò.

Si può dire che la situazione interna alla nostra Regione per quanto riguarda anche le questioni dello sviluppo, si può dire che siano state risolte? Io penso di no. E allora noi dobbiamo cercare di dire che una prima fase della rinascita in Sardegna si è conclusa, e che la seconda fase della rinascita non può essere né pensata né realizzata con gli strumenti di analisi di allora. Siamo d'accordo su questo?

In Sardegna è fallito uno sviluppo per poli, ma si può dire che in Italia lo sviluppo per poli, e in particolare in alcuni settori merceologici, si sia fermato? A Bagnoli è saltato, a Gela è saltato, a Brindisi è saltato. Sono saltati i poli di sviluppo che i Governi di allora avevano pensato per l'Italia e per il Meridione per raggiungere, per quanto riguarda lo sviluppo, le situazioni economiche dell'Europa. E allora non si può ripensare lo sviluppo della Regione sarda senza avere chiaro il quadro economico nel quale occorre operare. Quadro economico che non è solo quello nazionale, questa è la carenza, Presidente Pili, della sua analisi, ma è europeo e mondiale. E invece non ci siamo. Forse, quella che lei ha svolto è una relazione che va bene alla maggioranza, ma non ci siamo per quanto riguarda la risposta che occorre dare, se lei pretende che il Consiglio formuli proposte sulla gestione e lo sviluppo dell'economia della Regione.

Lei dà una risposta estremamente limitata ed estremamente negativa per quanto riguarda la funzione che la Regione deve svolgere; per cui se si è chiusa una fase storica e se ne vuole aprire un'altra, badi Presidente, non basta il richiamo a volo d'uccello delle questioni aperte, c'è bisogno di un approfondimento che non va neanche bene affidare al professor Savona. Perché il professor Savona costituisce un richiamo al passato, ma non il passato di cento anni fa, bensì il passato degli anni Settanta e degli anni Ottanta, ad allora risalgono le polemiche di Savona con questo Consiglio regionale sullo sviluppo della Sardegna, dato che le sue indicazioni furono tutte contestate dagli economisti, da quelli sardi in particolare. E noi ci stiamo mettendo nelle mani - uso un termine forte per capirci - di un "ferrovecchio" per rispondere ad una domanda nuova.

Io penso che noi su questa questione dobbiamo fare una discussione, certo, ma una discussione di questa importanza non si può fare alla fine del mese di luglio. Possiamo dire che questo tema rimane aperto, perché il confronto tra di noi non può essere quello proposto nella relazione che è priva di una analisi seria, perché il malessere interno alla nostra Regione è testimoniato, mai in questi ultimi anni come in questi giorni, da un aumento di omicidi, rapine, furti eccetera, eccetera. Occorre dare una risposta che non può limitarsi né al rafforzamento di una presenza dell'esercito o, come si diceva in passato "rispondere con i carabinieri", ma, se mi permette, non può limitarsi neanche ad una lettura superficiale del malessere della Sardegna. Gemellare la Costa Smeralda con Lula, badate, è un'operazione abbastanza preoccupante solo il pensarla!

Io non parlo del fatto che gente piena di soldi faccia una sottoscrizione e metta a disposizione di un paese non sviluppato delle risorse, ma il rapporto culturale che viene proposto tra quell'area della regione e la Sardegna, , è un fatto preoccupante. Mi dispiace, in proposito, che l'onorevole Capelli, che pure è di origine nuorese, non abbia sottolineato nel suo intervento che gemellare le zone interne della Sardegna con le zone che si popolano nel periodo estivo sia un'operazione di forte subordinazione culturale. Poiché lei non l'ha evidenziato, io sottolineo che questo rapporto che emerge nei ragionamenti che vengono fatti è - lo ripeto - preoccupante.

Si potrebbe dire perciò che ci sono tre Sardegne. C'è la Sardegna - forse l'ha detto Dore - del Nord Est, che è una Sardegna che ha trovato un suo indirizzo di sviluppo, anche se contraddittorio; c'è una Sardegna centrale, sulla quale discuteremo nei prossimi giorni perché è argomento di una nostra mozione, e poi c'è una Sardegna del Medio Campidano e delle città. Non sono tre Sardegne omogenee, sono tre Sardegne che parlano ognuna un proprio linguaggio, e tra di loro hanno difficoltà a dialogare, e spetta alla politica farle dialogare attraverso un progetto.

Ma le linee che vengono proposte nella dichiarazione del presidente Pili sono linee tra di loro in concorrenza. Ed allora forse si comprende meglio il perché della posizione negativa di questa maggioranza nell'uso delle risorse europee. Ora si comprende il ritardo nell'uso delle risorse europee e riferite al centro della Sardegna. Ora si comprende il fatto che le risorse non sono state indirizzate, come si diceva nell'ordine del giorno del Consiglio regionale, per il riequilibrio dell'economia della nostra Regione. Ora si comprende che sta passando tra di voi maggioranza, poi può essere, io non dico tutti voi o chi di voi, ma sta passando un'idea di una Sardegna che non è quella che i sardi pretendono.

Non dire nella relazione, Pili, che in Sardegna è ripresa l'emigrazione è una omissione grave. Ma è ripresa l'emigrazione di giovani che, a differenza di quelli emigrati negli anni Cinquanta, sono istruiti, sono colti, sono più preparati, e questi vanno fuori dalla Sardegna e vivono un rapporto con la Sardegna diverso da quello vissuto dai sardi con la valigia legata con lo spago.

Quindi interrogarsi anche sul rapporto tra l'emigrazione di oggi, qualificata, le possibilità di sviluppo oggi, fuori dalla nostra Regione, e l'esigenza che nella nostra Regione si determinino occasioni di lavoro qualificate, è questa la possibile rinascita. E allora io concordo pienamente, devo dire, con molte considerazioni che ha fatto il collega Giacomo Sanna, e non è sufficiente rispondere: "Parla con Mario Melis e fatti spiegare quando lui era Presidente della Giunta regionale che ritardi ha messo in essere, che cosa ha fatto". Insomma, persino Corona aveva il padre Presidente del Consiglio. Che c'entra il padre di Corona con Corona, con quello che fa oggi insomma. Io penso che occorra vedere quello che noi vogliamo fare oggi e domani.

Nella sua relazione, presidente Pili, non c'è una parola, dico una, sull'evoluzione del nostro sistema agropastorale, su come lo collochiamo nel contesto europeo della produzione e della valorizzazione di quei beni. C'è un ritardo, io non lo dico per offendere, per carità, ma c'è un ritardo di analisi di tipo culturale che è preoccupante; così come preoccupante per noi è la fotografia della situazione nella quale voi siete, e non è - lo dico per il collega Satta, che normalmente è pacato - una critica a ciò che è avvenuto autonomamente in Sardegna, perché nel comparto turistico, negli anni passati in particolare, risorse pubbliche ne sono state spese poche, sono prevalentemente risorse private quelle che si sono spese in quella realtà. Però dire che oggi la nostra economia si svilupperà solo perché passiamo dal settore turismo al sistema turismo è un errore anche questo, perché non può essere tutto così, e non è così.

Allora, noi vogliamo fare un ragionamento che tenga conto dei nuovi rapporti tra la Regione sarda e lo Stato nazionale? E' possibile farlo ma, Pili, questo nostro ragionamento può essere staccato da una riflessione sulle ipotesi di sviluppo delle parti più deboli del nostro paese, del Meridione d'Italia? Noi possiamo dire che la Sardegna si salva senza che il Meridione d'Italia si salvi? Ma possiamo dire che le risorse aggiuntive sono le miserie dei vecchi Piani di rinascita (500 miliardi, 600 miliardi), ma stiamo parlando di piccole cose; o invece la rinascita è quella della quale si è parlato, quella della quale ne parlarono bene i veri padri della rinascita, da Lussu a Dettori ultimo, vogliamo parlare di quella rinascita, che era certamente una rinascita economica, ma era prevalentemente una rinascita di tipo culturale, era una rinascita che si diffondeva nell'insieme della Regione sarda?

E allora, se vogliamo fare delle tre Sardegne dal punto di vista economico una Sardegna, è chiaro che noi dobbiamo dire che il rapporto con lo Stato non è solo una richiesta di risorse, è anche una richiesta di risorse aggiuntive, certo, ma la parte che dobbiamo fare per conto nostro, sulla quale lei non dice una parola, le risorse che noi produciamo, noi come Regione sarda, non sono presenti dentro quella indicazione; e in più, come la Regione sarda concorre alla definizione di un progetto nazionale e alla sua attuazione? Le opere nazionali elencate anche dal Ministro Pisanu prima non figurano poi tra le grandi opere. Quali sono allora le grandi opere di interesse nazionale che vengono stabilite per la Sardegna?

Voi parlate dell'autostrada del mare, parlate del collegamento per il metano; ma io voglio ricordare, lo dico ai colleghi dell'attuale maggioranza, che prima erano in maggioranza con noi, quello che diceva l'opposizione di allora quando noi parlavamo di metano. Non ci siamo dal punto di vista dell'analisi e della proposta.

Allora, la sua proposta è insufficiente, soprattutto è insufficiente perché non diventa credibile, perché in Sardegna ci sono un mare di poteri trasferiti dallo Stato, anche con il Titolo V, alla Regione, e non c'è una iniziativa, lo dico, una iniziativa della maggioranza che proponga il trasferimento dei poteri dalla Regione agli enti locali. Satta, lei era Presidente della Commissione!

Si è aperta adesso in Consiglio una nuova polemica sullo Statuto. E' emerso con grande evidenza un atteggiamento che noi, ma non lo voglio richiamare polemicamente, avevamo già denunciato, e cioè che si è autonomisti in Sardegna e non si è autonomisti a Roma. Io non avevo dubbi che fosse così , ora questo fatto viene riconosciuto; però si può pensare, Pili, visto che lei non ne parla, che la rinascita della Sardegna si possa realizzare con il ferrovecchio che è lo Statuto vigente?

E allora perché non mettere in capo al Consiglio regionale, come noi abbiamo detto e come anche colleghi della maggioranza hanno sostenuto, la riscrittura dello Statuto di autonomia, così che nel contesto del dibattito sul nuovo Statuto possiamo definire meglio quelle convergenze, che lei richiamava nella relazione, che allo stato sono insufficienti per consentire una nostra partecipazione attiva?

Partiamo quindi dallo Statuto e lì troviamo il punto d'incontro per riscrivere il futuro. Se facciamo questa operazione, in autunno sarà possibile, senza le polemiche spicciole, riparlare dello Statuto e della rinascita in una cornice, però, che metta al centro il Consiglio, senza per questo parlare di continuità con il passato. Infatti, poiché l'onorevole Capelli le ha ricordato, presidente Pili, di essere stato eletto per avviare la discontinuità con il passato, mentre invece a suo avviso sta proponendo la continuità,voglio rassicurare sia lei che il collega Capelli che noi non vogliamo con voi nessuna continuità.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Selis. Ne ha facoltà.

SELIS (Popolari-P.S.). Signor Presidente, colleghi consiglieri, devo confessare che sono venuto oggi in quest'Aula direi con un interesse particolare, forse anche per la storia personale di ciascuno di noi è molto legata al tema del Piano di rinascita, ma anche con la speranza, che stamattina credevo fosse condivisa da diversi colleghi, che questo di oggi potesse essere un momento fondamentale della vita di quest'Aula, di questo Consiglio.

Signor Presidente della Giunta, osservi l'Aula nella quale ha parlato, nella quale hanno parlato i colleghi, nella quale stiamo parlando. Io mi chiedo se lei ritiene che l'attenzione di quest'Aula, che il vuoto, che perdura da stamattina, più che le presenze di quest'Aula, sia il segno del giudizio che l'Aula dà sulla sua relazione, o quanto meno sulla credibilità delle cose che ci ha proposto. E questo non tanto da parte dell'opposizione, che per suo mestiere è critica e, se vuole, anche scettica, ma da parte della maggioranza.

A me sembra che la sua maggioranza non ha creduto e non crede alle cose che lei dice. A me sembra che la disattenzione dell'Aula, della maggioranza e della Giunta, in gran parte assente, non sia adeguata al livello che lei riteneva potesse avere la sua proposta. Ma se non ci credete voi in queste proposte, ma se non ci crede la Giunta, ma come potete pensare che ci creda l'opposizione e ci credano sardi?

Io premetto di non essere mosso da posizioni preconcette, ma ero e sono mosso da una attenzione seria per questo problema, perché sul Piano di rinascita storicamente anche nei momenti di grande tensione, di grande conflitto, lo ricorderanno i colleghi che hanno più anzianità di tutti noi, c'è stato un momento di convergenza, di dialogo, di sintesi, di confronto, perché la storia dell'autonomia sarda è riuscita sempre ad anteporre agli interessi e alle divisioni di parte, gli interessi della Sardegna.

Ma occorre che questo interesse, questa sintesi, questa convergenza siano innescati. Occorre che la proposta sia seria; occorre che la proposta sia convincente; occorre che ci sia una attenzione etica forse, prima che politica, in noi tutti. Se siamo reciprocamente sfiduciati e scettici come l'Aula si è dimostrata nei suoi confronti, Presidente, come la sua maggioranza si è dimostrata e si dimostra nei suoi confronti, non credendo alle parole che dice e dimostrando concretamente con l'assenza, con la disattenzione, con la noncuranza, che forse le parole che dice sono più un fatto di propaganda e un bluff che alla fine si svuota da solo, come possiamo pensare di fare grandi passi in avanti?

Presidente, per questo sono molto preoccupato, non per il disappunto che lei o io possiamo avere, perché con il clima che c'è ancora non riusciamo a dare un senso a questa legislatura, e se continuiamo così alla fine della legislatura non riusciremo a dire qual è stato il segnale che questa classe politica, e dico maggioranza e opposizione naturalmente con differenze di responsabilità, ha lasciato nella storia.

Ho ascoltato con grande attenzione la sua relazione e devo dire che non tutto è negativo. Quando lei viene in Aula e dice: "Se ho mancato nei confronti del Consiglio di attenzione e dialogo mi scuso", io dico che quello è un passaggio serio. Però io ribadisco, anche altrettanto chiaramente, Presidente: "Spesso, lei e la sua Giunta, avete mancato non nei confronti dell'opposizione, ma nei confronti del Consiglio". Quando lei dice: "Il mio metodo vuole essere il dialogo", io l'apprezzo. Però, signor Presidente, abbia allora anche la accortezza di dire che ancora la settimana scorsa sul Dpef in Commissione, in quest'Aula, non c'è stato un tentativo di dialogo, ma neanche una briciola.

Quando lei dice: "Io voglio la concertazione con le parti sociali", io la incoraggio in tal senso. Però ancora l'altro giorno, quando abbiamo chiesto in Commissione, in Aula, il dialogo, la concertazione con le parti sociali, c'è stato un diniego forte. Quando lei dice: "Io voglio rilanciare i rapporti Stato-Regione", dimostri di essere nella prassi quotidiana fortemente autonomista, autonomista non solo dallo Stato, autonomista delle forze politiche che la dirigono.

Quando lei dice: "Io voglio rilanciare una strategia di sviluppo", io provo interesse, però riempia di contenuto questa espressione e cerchi di dire qual è la strada da scegliere per rilanciare il rapporto Stato-Regione e quali le strategie. Perché sul tema Stato-Regione, che è centrale nella storia dell'autonomia e del Piano di rinascita, ed è centrale nell'esperienza di quest'Aula, noi avremmo voluto sentirci dire che in materia di Piano di rinascita la Regione ha attivato un confronto con lo Stato, e che lo stato del confronto è il seguente per quanto riguarda le risorse aggiuntive; è il seguente per quanto riguarda la rivalutazione delle quote di imposta; per le prospettive in tema di risorse sul Piano di rinascita; per i poteri rivendicati su cui stiamo trattando; per i piani infrastrutturali in fase di definizione.

Se non c'è questo resoconto rischiamo di dire parole al vento, di costruire sulla sabbia un castello sul quale noi, e forse più di noi i sardi, poggiano la loro speranza e che poi crolla in maniera miseranda.

Presidente, il mio atteggiamento personale è una apertura di credito nei suoi confronti, quasi una sospensione di giudizio che contiene però una sfida. Io la sfido ad uscire dalla propaganda, a non coprirsi, poi lei può contattare Savona, può contattare Samuelson, questi sono fatti suoi, ma non usi gli economisti e i consulenti, è un giochetto troppo scontato, prenda chi lei ritiene, prenda i migliori, ma sia lei a dare la sua impronta al Piano di rinascita abbia il coraggio di esporsi, non si nasconda dietro Savona o dietro i grandi economisti, perché è umiliante.

Io reputo più importante che si esponga il Presidente della Giunta, chiunque esso sia, perché ha ricevuto una legittimazione da quest'Aula, legittimazione che è molto più importante del più grande economista di questo secolo. Lei non si nasconda, quindi, anche se sulla legittimazione sospendiamo il giudizio come lo sospendiamo sulla storia di questa legislatura, ma la mia è comunque una apertura di credito. Noi accettiamo il confronto e ripartiamo, l'ha fatto lei, l'hanno fatto vari colleghi, l'ha fatto il collega Floris, l'hanno fatto stamattina, dalla nostra storia per capire i percorsi che abbiamo seguito.

Il Piano di rinascita, è stato detto stamattina, mi pare lo dicesse Pier Sandro Scano, ma l'hanno detto anche altri, è previsto dall'articolo 13 dello Statuto quindi ha un fondamento costituzionale, che noi rivendichiamo, ma che ha anche dei punti che sono superati. Gli elementi distintivi dell'articolo 13 sono comunque tre. In primo luogo il concorso dello Stato con la Regione. Lei ci dica se questo tavolo è attivato e a che punto sono le trattative. In secondo luogo il contenuto della programmazione e in terzo luogo le risorse straordinarie. Ci sono poi altre due condizioni, una importante ricerca che è stata il fondamento del Piano di rinascita, e le leggi di programmazione regionale, la numero 7 del 1962, di attuazione della legge nazionale numero 588 del '62, e la legge numero 33 del 1975 di attuazione della legge nazionale numero 268 del '74.

Nel momento in cui voi parlate di Piano di rinascita credo dobbiate dirci a quale stadio ci troviamo delle analisi, degli studi. Quando venne avviato il Piano di rinascita negli anni cinquanta vi fu una straordinaria campagna di indagine socio economica che durò dal '50 al '58. Nel '59 venne presentata la relazione, nel '61 fu formulata la prima ipotesi della legge che citava Pittalis, ma nel '62 - lui si è fermato al '61, Pietro in queste cose è abile - quella legge, proprio alla luce anche di queste critiche, fu totalmente riformulata.

Quello però è stato un momento serio di discussione, lo diceva Renato prima, di mobilitazione, di elaborazione, di sforzo comune in cui le forze politiche hanno dato il meglio di sé, in cui c'è stato davvero un atto di apertura di credito, di sfida anche reciproca, alta, in cui le intelligenze migliori si sono cimentate senza nascondersi dietro le etichette dei consulenti, lo dico senza polemica, lo dico per stimolarla ad esporsi più direttamente.

A che punto sono gli studi sulla questione, e a che punto è la legge sulla programmazione regionale che, facendo il punto tra la "7", la "33", e la legge 11, ci riproponga nuovi metodi di programmazione? Dia un senso istituzionale al ciclo unico di programmazione, che trovi cittadinanza nel nostro ordinamento giuridico e non solo nelle chiacchiere che, di volta in volta, si fanno in quest'Aula.

Si parla, a proposito del primo Piano di rinascita, di rinascita "fallita"; ma, qualunque giudizio si ritenga di dare, questo è un termine che appartiene al momento della polemica, ma la polemica sul primo Piano di rinascita credo debba essere superata e consegnata alla storia. E la storia fa i conti con i dati.

Nel 1950 il 50 per cento della popolazione attiva era occupata in agricoltura, alla fine degli anni '70 gli addetti in agricoltura si erano ridotti a meno di un terzo, e oggi siamo sotto il 10-12 per cento. In quegli anni è stata creata una grande industria che si è dimostrata fragile, ma la grande industria ha generato una grande cultura industriale. E il tessuto di nuova imprenditorialità, su cui bisogna investire oggi, senza quella esperienza non ci sarebbe stato. Quegli anni hanno portato anche ad una scolarizzazione di massa che ha contribuito a far crescere il livello culturale della popolazione. Certo, è stata quasi una rivoluzione, una rottura antropologica rispetto al passato; e noi abbiamo vissutogli anni del malessere, la Commissione Medici, un nuovo Piano di rinascita che nacque con un vizio di fondo: credere che il processo di sviluppo fosse un processo lineare, che quindi fosse già decollato e bisognasse semplicemente apportare delle correzioni alle indicazioni in tema di agricoltura, vedi la riforma agro-pastorale, e in tema di piccole e medie industrie.

Invece noi, negli anni settanta, ci siamo trovati di fronte ad una gravissima crisi dell'economia nazionale ed internazionale, perché erano venute meno le condizioni favorevoli allo sviluppo dell'economia italiana, il cosiddetto "miracolo economico italiano" che voi sapete, meglio di me, si basava su tre elementi: il costo contenuto della manodopera, il costo contenuto della materia prima, e una grande espansione del commercio internazionale sostenuta da una stabilità monetaria garantita dagli accordi di Bretton Woods del dopoguerra, accordi che sancivano la trasformabilità del dollaro in oro..

Negli anni settanta invece il costo della manodopera cresce in seguito alle battaglie sindacali, aumenta il prezzo del petrolio e di conseguenza aumentano i costi delle materie prime, e gli Stati uniti disdicono gli accordi di Bretton Woods; il commercio internazionale è al collasso e l'Italia, a causa dei prezzi crescenti di produzione, diventa marginale nel sistema economico.

In questa situazione, la Sardegna si trova ad essere ancora più penalizzata, anche perché la politica economica seguita a livello centrale è quella di trasferire le risorse verso l'apparato industriale del settentrione (la teoria della locomotiva che voi ricorderete) per trascinare lo sviluppo; per esempio viene modificato il regime delle entrate che da dirette passano in indirette, e viene così sottratta una ingente quantità di risorse alle regioni meridionali e alla Sardegna.

Quando Giacomo Sanna dice: "la crisi del Piano di rinascita è stata causata da un deficit di autonomia e di sardismo", io riconosco come veritiera questa affermazione. E noi da quella esperienza dobbiamo ripartire per ricordarci che senza l'idea di una forte autonomia e senza principi ispirati ad un forte meridionalismo, e senza un principio di coesione nazionale ed europea, e senza una dimensione fortemente autorevole della Regione, quindi quello che Giacomo Sanna chiama "un deficit di sardismo", noi non affronteremo il futuro che ci attende.

Certamente, dicevo prima al collega Sanna, il deficit di sardismo non lo copriamo cercando di far finta di essere tutti sardisti, io sono un cattolico democratico orgoglioso della mia storia, voi fate i sardisti e, nel rispetto reciproco, cerchiamo di capire che strada possiamo fare assieme.

Negli anni ottanta nella nostra storia si accende di nuovo una speranza, perché il recupero della dinamica della crescita nazionale consente ai governi nazionali di riattivare il circuito della solidarietà nazionale; e credo, lo dico con molta sincerità e se mi consentite anche con molta riconoscenza, che la Sardegna abbia con l'onorevole Craxi un grande debito di riconoscenza, perché la legge numero 122 del 1983 ha avuto in lui uno dei suoi più convinti sostenitori, credo che Mario Floris fosse allora assessore delle finanze e Rojch presidente della Giunta.

Comunque, per far capire a chi non c'era allora il senso di quella solidarietà, io ricordo che nel 1984, il primo bilancio della legislatura aveva una dotazione di 2 mila miliardi, abbiamo chiuso la legislatura, dopo cinque anni, con un bilancio di 6 mila miliardi. Fatte le debite proporzioni, se il Governo Berlusconi avesse nei nostri confronti la stessa solidarietà che ebbe il Governo Craxi, noi passeremmo da un bilancio di 10-12 mila miliardi, ad un bilancio di 30 mila miliardi. Nessuno si attende o si illude che le progressioni siano effettivamente queste, però la solidarietà o ha una concretezza o non ce l'ha, e in questo caso sono solo parole.

Signor Presidente, gli ultimi anni sono non più storia ma cronaca e noi li abbiamo vissuti, abbiamo visto il varo della "402", il nascere delle politiche comunitarie, dell'intesa Stato-Regione, la riforma del Titolo V, mi pare però che, alla luce di queste conquiste, manchi nella sua proposta un approfondimento sulle tematiche economiche, sociali, ambientali, territoriali; lo dico con molta serenità: c'è troppa propaganda.

Non è, forse, solo colpa del Presidente, è anche colpa nostra, però anche nel dibattito politico vale la legge di Gresham, è un vecchio economista del quattordicesimo secolo, secondo la quale "la moneta cattiva scaccia la buona", in politica sta succedendo questo. Se noi continuiamo a privilegiare la propaganda e gli slogan non ci sarà più spazio per la riflessione e il dialogo.

Da un anno e mezzo io non comunico più a mezzo stampa; ho difficoltà a parlare perché mi rendo conto che ogni ragionamento serio rischia di essere fagocitato dalla demagogia. Attenzione però che la demagogia e la propaganda hanno le gambe corte e il bluff, questo vale per tutti noi, non solo per qualcuno, poi si scopre.

Se non c'è ricerca, se il Governo non ci fa intravedere risorse straordinarie, se non c'è un tavolo bilaterale Governo-Regione, se non c'è una legge di programmazione nuova che dia senso al ciclo unico, se non ci sono tutte queste cose il resto non ha fondamenta. Voi potete venire qui e dire: "Il futuro è il piano acque, il piano dei trasporti, il piano delle tecnologie". Queste sono cose che tutti condividiamo; però vi chiedo, ma queste cose non dovrebbero essere non solo all'ordine del giorno del governo regionale, ma già in attuazione?

Ma noi non possiamo pensare di aspettare il nuovo Piano di rinascita per avviare il piano acque, il piano dei trasporti, il piano per la ricerca e l'energia. A me pare che questa Giunta non persegua una attenta politica su questi temi.

Ogni giorno in tema di piano acque si registra una novità (collegamento con la Corsica, il dissalatore, l'acqua delle miniere), , diteci che cosa succederà, ne parleremo, ma che ci sia un po' di serietà!

Questa Giunta ha una politica in materia di ricerca scientifico-tecnologica che qualcuno di voi mi vuole raccontare? Ha una politica della formazione professionale o invece stiamo andando avanti - lo dico all'Assessore con la simpatia credo reciproca - con la legge degli anni settanta, quando è cambiato tutto l'apparato della formazione. Quando parlate di politica del turismo, diteci quali sono gli strumenti, le leggi, gli organi, l'attività amministrativa che mettete in campo, perché altrimenti non sappiamo di che cosa stiamo parlando. Questo vale anche per i servizi sociali, per la politica sull'ambiente, se non c'è progettualità io credo che il resto sia solo demagogia e propaganda clientelare.

Concludo, Presidente, per dire che la serietà della critica non nasce né da preconcetti né da animosità ma dalla preoccupazione che nell'epoca della globalizzazione si riscriva la gerarchia dello sviluppo, e noi s esca dall'ambito delle Regioni e dei Paesi più sviluppati e si regredisca nella scala dello sviluppo. E' come se il futuro ci stesse sfuggendo di mano, e quindi non dipenda più da noi ma da altri paesi dai quali stiamo diventando dipendenti. Basta vedere i livelli degli investimenti, lo stato delle infrastrutture, il gap scolastico, la situazione della ricerca, questa è la nostra preoccupazione: il futuro ci sta sfuggendo!

Allora la sfida da affrontare è quella di riprendere il bandolo di una matassa, di un confronto serio fatto di progetti, non di propaganda, non di slogan, per esorcizzare la moneta cattiva e lasciare spazio alla moneta buona, ai progetti razionali e seri. E' una sfida a costruire insieme le basi per una nuova politica di sviluppo, pur sapendo che abbiamo ruoli, competenze e responsabilità diverse.

Noi facciamo l'opposizione e diamo la disponibilità al confronto. Voi fate la maggioranza, guidate l'esecutivo e ci dovete dire qual è la vostra strategia, il vostro progetto che noi arricchiremo e al quale contrapporremo una nostra proposta seria, ispirata dalla storia culturale e politica della sinistra, dei cattolici democratici e dei liberal democratici; proposta che mettiamo fin d'ora al servizio della Regione.

Per ora, Presidente, non mi sento di bocciarla ma di rimandarla a settembre senz'altro. Mi accontenterei che a settembre - e auspico questo - si svolga un dibattito fondato su basi più serie, come tra l'altro richiede l'articolo 10 della legge 33.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Corona. Ne ha facoltà.

CORONA (F.I.-Sardegna). Signor Presidente, onorevoli colleghi, innanzitutto voglio esprimere apprezzamento per la decisione della Giunta regionale di riscrivere il Piano di rinascita, come è detto all'articolo 13 del Titolo III del nostro Statuto. Sono passati tanti anni, più di 50, da quando questo articolo è stato scritto, , ma gli sforzi anche grandi fatti in questo periodo dalla Regione per vincere i ritardi, non sono bastati.

I ritardi ci sono ancora oggi. In questi anni sono cambiati invece gli strumenti attraverso i quali vogliamo arrivare agli obiettivi di crescita. Allora, si puntava sulla grande industria soprattutto sulla chimica. Oggi puntiamo su ambiente e turismo. Ma gli strumenti per colmare i ritardi, i sardi devono trovarli tutti insieme. I politici sardi, la società civile, l'università, le forze sociali, tutti insieme dobbiamo contribuire alla riscrittura.

E' vero, ciascuno di noi ha le sue idee e un programma, ma nessuno può dire di avere la verità in tasca! Per questo, oltre agli strumenti, dobbiamo anche arrivare alla formulazione di un metodo che consenta di verificare e di monitorare i risultati. La riscrittura del Piano di rinascita dovrà indicare i nuovi presupposti dello sviluppo regionale ed articolarli in un programma di medio e lungo termine. Però, il nostro nuovo Piano dovrà partire dalle risorse proprie della nostra Isola. Il capitale e il lavoro specializzato e imprenditoriale, il patrimonio naturale e culturale la specificità della posizione geografica, il radicamento del capitale umano nei sistemi produttivi locali.

Il piano dovrà contenere elementi di flessibilità, dovrà guardare alle piccole e medie imprese, avrà cura di prevedere misure che evitino, come in passato, la monocultura. Il Piano dovrà centrare questi obiettivi: la crescita del sistema turistico regionale e l'integrazione della Sardegna con il Mediterraneo e l'Europa, la valorizzazione del patrimonio ambientale e regionale, il potenziamento del sistema delle infrastrutture e dei trasporti, lo sviluppo dei poli tecnologici e della società dell'informazione. Ma innanzitutto dovrà reperire quelle risorse idriche che servono al sistema del ciclo delle acque.

Ma oltre agli obiettivi, come ho detto prima, c'è un aspetto particolarmente importante di metodo: è il monitoraggio delle azioni (quello che si fa) e della gestione (come si fa). Un esempio concreto è l'attenzione con cui la Regione ha seguito la questione della continuità territoriale ed i risultati ottenuti nei primi mesi di continuità territoriale dei passeggeri da e per Milano e Roma. Dai risultati ottenuti in questo campo, possiamo dire che in futuro dobbiamo arrivare alla continuità territoriale integrale, sia quella esterna dei passeggeri e delle merci, sia quella interna con le direttrici nord-sud ed est-ovest. Nel futuro dovremo essere in grado di allargare la rete dei collegamenti con i principali aeroporti nazionali ed europei.

Ma la pre condizione per lo sviluppo di tutti i settori economici, quella che ha la priorità assoluta, è il miglioramento del sistema idrico. Occorre dare risposte subito e contemporaneamente su quattro direttrici: il governo delle acque e la interconnessione dei bacini, il potenziamento della depurazione per il riuso, la riparazione delle condotte colabrodo, la ricerca di fonti aggiuntive come la dissalazione e il bombardamento delle nuvole. Occorre uscire dall'emergenza. Arrivare alla normalità significa finire la stagione turistica estiva, con i bacini contenenti ancora molta acqua. Occorre avere considerazione della nostra agricoltura, del turismo e dell'industria.

Onorevoli colleghi, questo è il momento del fare. Non mi piace, come credo che non piacerebbe a tutti i sardi, un rimpallo di responsabilità tra la maggioranza e l'opposizione nei rapporti con lo Stato. La maggioranza ha il compito di governare e la minoranza ha quello di svolgere un controllo vigile e di offrire una posizione costruttiva. Il Consiglio regionale è uno solo e ha il dovere politico di agire e di agire presto.

Con questi impegni ciascuno di noi si è presentato agli elettori e nel portare avanti questi impegni abbiamo il dovere morale e politico di dimostrare la nostra coerenza.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Spissu. Ne ha facoltà.

SPISSU (D.S.). Signor Presidente, credo sia da considerare positivamente, almeno così io lo interpreto, l'invito che stamane ha rivolto il presidente Pili nella sua comunicazione al Consiglio regionale all'avvio di un confronto su una materia, quella del Piano di rinascita, che deve coinvolgere l'intero Consiglio regionale, e non solo..

Anche se la richiesta di dibattito in Consiglio è apparsa, più che uno slancio di generosità, una risposta alle nostre proteste dopo gli annunci a mezzo stampa dell'affidamento al professor Savona dell'incarico di predisporre una proposta sul nuovo Piano di rinascita, tuttavia io non mi voglio soffermare su questa nota polemica né fare il processo alle intenzioni, né voglio andare contro per puro spirito di opposizione.

Io non so neanche se al termine di questa discussione potremo fare un patto d'onore, i patti d'onore sono impegnativi, in politica si fanno dei patti politici, si fanno dei patti cioè leggibili alla luce delle azioni che noi mettiamo in campo.

Se il Presidente alludeva alla possibilità di affrontare in campo aperto una discussione sulle prospettive di sviluppo della Sardegna, noi siamo assolutamente disponibili se prevarranno in questo confronto la serietà, la coerenza politica, se si definiranno un progetto e una prospettiva che escano dalla strumentalità e dai fini puramente propagandistici ai quali spesso si ricorre.

Allora noi possiamo provare a ragionare e a capire se esiste in quest'Aula e se esiste soprattutto da parte della maggioranza la volontà di ascoltarsi, di trovare soluzioni condivise. Il punto è tutto qui: trovare soluzioni condivise. Capire cioè, se c'è soprattutto nella maggioranza la volontà di promuovere una riflessione, non sul Piano di rinascita, cosa forse marginale - come poi dirò nel contesto della discussione delle prospettive che dobbiamo affrontare - ma se c'è la volontà di riflettere attraverso il Piano di rinascita ed attraverso l'articolo 13 sulla nostra autonomia, sulle nostre possibilità ed opportunità di sviluppo, su come coglieremo le occasioni nel medio periodo che abbiamo davanti.

Io sono d'accordo sull'affermazione che occorre "fare sistema", come il Presidente dice spesso nella sua proposizione. Ma, allora, se dobbiamo "fare sistema" la prima cosa che ci dobbiamo domandare, è: "In che relazione sta la proposta di Piano di rinascita, per esempio, con il documento di programmazione economica e finanziaria appena approvato. In che relazione sta la metodologia che ci viene oggi proposta e che è stata ieri negata a tutti i livelli, in Aula e fuori dall'Aula. In che rapporto sta il Piano di rinascita con l'intesa Stato-Regione e con gli accordi di programma quadro. In che rapporto sta il Piano di rinascita con i complementi di programma e con il quadro comunitario di sostegno. In una: in che relazione sta il Piano di rinascita con tutti gli altri strumenti di programmazione che, abbiamo detto più volte, debbono costituire un ciclo unico della programmazione, perchè unico è il ciclo di utilizzo delle risorse, unici sono gli obiettivi che intendiamo o che vorremmo conseguire.

Assessore Masala possiamo proseguire?

PRESIDENTE. Colleghi per cortesia.

SPISSU (D.S.). Non è obbligatorio ascoltarmi, ma perlomeno non vorrei essere disturbato.

Allora, se proseguiamo lungo il filone della necessità di "fare sistema", secondo me questo significa in primo luogo sollecitare la partecipazione alla definizione dei programmi di tutte le energie vive della Sardegna, la partecipazione dei comuni, la partecipazione delle province, la partecipazione dei sindacati e la partecipazione delle imprese, la partecipazione del popolo sardo che era una delle caratteristiche fondamentali dei Piani di rinascita e che deve essere una delle caratteristiche di questo nuovo processo che si dice di voler attivare.

I precedenti Piani di rinascita sono stati essenzialmente il frutto di una spinta popolare, animati da discussioni, da scioperi, da ricerche, da elaborazioni di proposte che hanno portato poi a definire un quadro di interventi - sui quali poi ritornerò - che mi sembra, con fare liquidatorio, si voglia accantonare..

E il non accantonamento di questo quadro di interventi è un presupposto perchè si possa procedere insieme all'elaborazione di un nuovo programma di sviluppo e di un nuovo Piano di rinascita.

La seconda questione che dobbiamo avere all'attenzione, e che non è precisata nel percorso che il Presidente ha proposto e intende proporre all'Aula, è in quale modo il nuovo Piano di rinascita possa raccordarsi con il quadro di riferimento, modificato, dei rapporti con lo Stato. Come si rapporta l'articolo 13 e l'insieme dei rapporti Stato-Regione con il Titolo quinto emendato; e, ancora, se in quest'Aula possiamo parlare di nuovi strumenti statutari di cui dovremmo dotarci, o se continueremo ad affidare questa prospettiva all'Assemblea costituente.

Anche questo non è un fatto secondario né marginale. Vogliamo capire, cioè, quali relazioni vi siano tra le nostre elaborazioni in tema di ipotesi di sviluppo, di occupazione, di acquisizione di risorse da indirizzare su settori specifici della nostra economia con il quadro di riferimento riformatore che abbiamo davanti.

L'Assemblea costituente sfuma nell'attenzione, si impedisce al Consiglio regionale di affrontare i termini di una revisione dello Statuto e il terreno nuovo dell'autonomia della nostra Regione, Fantola già pensa ai referendum, è un nuovo terreno sul quale si può continuare a campare per altri due anni, salvo omettere in quest'Aula le discussioni

Allora noi vorremmo capire quale relazione vi sia tra il Piano di rinascita e la riforma interna della Regione, i nuovi poteri e le nuove risorse alle autonomie locali, agli enti locali e alle province, quale rapporto vi sia con le comunità montane, e se terremo in piedi tutti i consorzi industriali e le Z.I.R., nonché la pletora di enti strumentali esistente in Sardegna. E se tutto questo è funzionale ad un disegno di sviluppo che ci viene proposto e al quale intendiamo assolutamente dare il nostro contributo.

In questo ambito noi dobbiamo affrontare la discussione sul senso nuovo e moderno della nostra autonomia, alla quale deve essere comunque garantita la solidarietà dello Stato..

Vogliamo capire se è aperto un tavolo di discussione con lo Stato sull'articolo 13, vogliamo capire quale sia l'entità e la misura delle risorse di cui parliamo che si sommano e si aggiungono a quelle ordinarie, che si aggiungono a quelle del quadro comunitario di sostegno di qui al 2006.

Noi siamo disponibili ad affrontare seriamente e puntualmente una discussione di merito sulla prospettiva di sviluppo. Affrontare seriamente e puntualmente!

Ma secondo voi è possibile affrontare puntualmente e seriamente una discussione partendo da affermazioni liquidatorie come quelle contenute nella relazione del Presidente, e anche in molti degli interventi svolti in quest'Aula? Per esempio quando si afferma che i precedenti Piani di rinascita sono stati un totale fallimento ascrivibile, così ancora si sostiene al fallimento della classe dirigente che li ha elaborati e attuati.

Questa affermazione non è vera, ed è una sciocchezza in termini di analisi economica e politica dei fenomeni che sono avvenuti nella nostra Isola. L'industria che in quegli anni si è insediata in Sardegna non è stata meno invasiva, e non è stata meno colonizzante dei processi turistici che pure mettete al centro delle prospettive di sviluppo futuro della nostra Isola

Allora io non so che cosa significhi l'asserzione che bisogna puntare su iniziative endogene o su iniziative esogene. Non lo so perchè non capisco che cosa significhi, per esempio, parlando di innovazioni tecnologiche e di ricerca classificarle come risorsa endogena oppure esogena. Mi pare che noi dovremmo più semplicemente individuare i settori e le prospettive sulle quali costruire il nostro sviluppo e individuare gli strumenti attraverso i quali lavorare affinché questo avvenga.

A me pare quindi assolutamente insufficiente fondare la prospettiva di sviluppo della Sardegna sull'equazione turismo uguale più consumi, più consumi più produzione, e quindi più sviluppo e più occupazione!

Mi pare che se una lezione possiamo trarre dal passato sia quella di riconoscere che è sbagliato puntare tutte le prospettive dello sviluppo su un unico settore, perchè il giorno in cui questo settore fosse in difficoltà per effetto di fenomeni non derivanti totalmente dalle nostre possibilità e dalle nostre azioni, questo significherebbe il tracollo dell'economia.

Io credo che buona regola sia quella di individuare prima di tutto i settori fondanti e fondamentali per uno sviluppo equilibrato dell'economia; sviluppo equilibrato che non può consistere nel subordinare lo sviluppo dei singoli settori allo sviluppo del settore turistico, ma essenzialmente significa potenziare e fare uscire dell'arretratezza e dall'assistenza settori fondamentali della nostra economia, a partire da quello agricolo.

Allora, noi crediamo che la risorsa ambiente, non il turismo, sia la risorsa sulla quale dobbiamo puntare, intorno alla quale dobbiamo costruire un'ipotesi articolata di sviluppo che significa turismo, che significa qualità ambientale, che significa qualità della vita, che significa produzioni biologicamente spendibili sui mercati internazionali.

Credo che questa sia una prospettiva e il fatto che la Sardegna sia un territorio cerniera, poco aggiunge. Il fatto che le fibre ottiche dal Continente, attraversando la Sardegna, arrivino nel nord dell'Africa, credo non dia alla Sardegna alcun valore aggiunto, se non si insedieranno nell'Isola aziende in condizioni di sfruttare le fibre ottiche, di sfruttare le tecnologie e di sfruttare la ricerca. Il semplice passaggio in sé, a parte il metano, non produce niente se non che diventiamo una piattaforma di servizio, ma anche questa è un'idea vecchia, anzi vecchissima, sulla quale occorre lavorare.

Così come credo che non possa liquidarsi il problema delle zone interne, ma lo affronteremo nella mozione successiva, come esigenza di semplice equilibrio e di semplice scambio tra i flussi turistici delle coste e tra la cultura e la risorsa ambientale delle zone interne.

Credo che questo sia insufficiente, credo che sia inadeguato, credo che questa sia la strada che produrrà nuovo spopolamento, ulteriore povertà e fenomeni di degenerazione di queste zone interne.

Se davvero vogliamo lavorare seriamente, a mio avviso dobbiamo anche cambiare le terminologie utilizzate. Per esempio, dire che vogliamo fare un "Piano direttore" non va bene, non è un termine che si addice ai processi e ai programmi di sviluppo, è un termine che meglio si adatta ai piani regolatori generali e alle questioni urbanistiche più che alle questioni dello sviluppo economico. Vogliamo capire se si lavora attorno ad un piano, e per noi il Dpef era un piano; ma l'assessore Masala ci ha spiegato, in conclusione del dibattito sul Dpef, che si intende lavorare ad un piano generale di sviluppo.

A noi pareva che il Dpef questo potesse essere, se si vuole lavorare intorno ad un piano serio e se dietro il piano c'è una ricerca seria, puntuale accurata che porti prima di tutto alla conoscenza dei fenomeni in movimento nell'economia sarda; per questo noi siamo assolutamente disponibili. Ma, per il momento, presidente Pili, ci pare che non siamo andati al di là di quella che definirei la semplice "agitazione" dei problemi; tuttavia non vogliamo sottrarci ad un ulteriore tentativo qualora dalle semplici enunciazioni, dalla semplice "agitazione" propagandistica, si passasse ai fatti.

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il Presidente della Regione.

PILI (F.I.-Sardegna), Presidente della Regione. Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei cogliere l'occasione della replica per porgere un sentito ringraziamento a quei colleghi che hanno voluto, nei propri interventi, rappresentare proposte, idee, contributi costruttivi che, nel contesto di un dibattito non certamente facile, meritano di essere presi in debita considerazione, sia sul piano del metodo che dei contenuti.

Non si comprendono invece altri atteggiamenti assunti in alcuni interventi che difficilmente possono essere spiegati all'opinione pubblica e che, certamente, niente possono avere a che fare con una relazione che io ho cercato di proporre con il massimo della disponibilità e dell'umiltà. La disponibilità e l'umiltà di un Presidente, di una Giunta che da qualche mese, una maggioranza da due anni e mezzo, tentano di governare la nostra Regione. Abbiamo avviato questo progetto con modestia e con l'attenzione dovuta al ruolo, all'importanza, alla competenza di questo Consiglio regionale, ben consapevoli che fosse il Consiglio regionale il nucleo portante di qualsiasi azione di pianificazione, e in questo caso di alta strategia, economica e sociale della nostra Isola. Eravamo cioè chiamati tutti insieme a tracciare una strada e un percorso. Se non avessimo avuto come presupposto la presenza di un luminare come il professor Savona, probabilmente qualcuno avrebbe detto: "Non si può iniziare il dibattito senza un'analisi conoscitiva, profonda, dei diversi aspetti socio-economici che possa essere il fondamento dell'analisi politica".

Noi abbiamo cercato di partire contestualmente proprio per evitare qualsiasi tipo di richiamo anche metodologico. Abbiamo detto che il Consiglio regionale ha il compito, sacrosanto compito, diritto e dovere di tracciare le strade e gli indirizzi per la formulazione del nuovo Piano di rinascita, ma abbiamo anche detto che è indispensabile, come molti degli interventi, non ultimo quello dell'onorevole Selis, hanno chiesto, che la stesura di un nuovo Piano di rinascita fosse preceduta da una seria analisi.

L'onorevole Selis ha parlato di un'analisi propedeutica al primo Piano di rinascita durata otto anni. Vedete quindi quanto fosse importante porre a fondamento di questo nostro lavoro un'analisi dei diversi problemi. Abbiamo chiesto, con tutta l'apertura mentale, ideale e progettuale necessaria, a questo Consiglio regionale di darci delle idee, dei suggerimenti che possano sul piano del coinvolgimento dell'opinione pubblica, delle forze sociali, delle forze politiche e parlamentari rappresentare effettivamente un utile contributo . Ma si sa, colleghi, ogni aiuola dà i fiori che può dare.

Credo che pochi sardi capiranno l'assalto all'arma bianca che in molti casi vi è stato rispetto al tentativo di aprire un confronto che non abbiamo inventato noi, ma che è frutto di una storia decennale di autonomismo convinto di chi prima di noi ha occupato questi banchi e che ha considerato il Piano di rinascita come un elemento strategico nel confronto con lo Stato, e che ha voluto mettere da parte (ed è questa la cosa più importante, l'elemento determinante del nostro convincimento,) la contrattazione parziale, frammentaria con lo Stato, per dire: "Forse è il caso che il rapporto tra lo Stato e la Regione sia frutto di una visione organica, una visione che consenta di stabilire delle regole che prima, nello stesso dettato costituzionale, sono state in qualche modo dimenticate".

Perché la regola secondo la quale i trasferimenti avvengono con legge ordinaria dello Stato e non con norma statutaria è una regola che va superata perchè la battaglia che dobbiamo portare avanti - ed io so quanto sia difficile questa battaglia - è quella della nostra equiparazione alle altre Regioni a Statuto speciale. Ed è una battaglia che non possiamo smettere, è una battaglia che possiamo anche perdere, ma è compito di questo Consiglio regionale, di questa maggioranza, di questo Governo portarla avanti con la massima determinazione.

Vedete, colleghi, qualcuno rivolgendosi al sottoscritto ha detto che non può utilizzare la parola "nazione". Credo che della parola "nazione" e della parola "identità" non ci si possa appropriare. E chiunque cerchi di circoscrivere l'utilizzo del termine "nazione sarda" a precise parti politiche, ritengo abbia perso da tempo il contatto con chi l'identità nel popolo sardo la sente realmente e chi - perdonatemi questo passaggio - ha il consenso per parlare di nazione sarda.

E credo anche che non si possa trasformare quest'Aula nel teatro di uno scontro epico tra chi è più sardo e più sardista. E` uno scontro che non appartiene né a me, né credo a questa maggioranza. L'autonomismo convinto, quello concreto, quello moderno capace di trarre dei risultati non si misura con le bandiere al vento, ma si misura con la capacità, con l'intrapresa e con la determinazione a gestire i problemi concreti del governo quotidiano, dall'acqua alla viabilità, dallo sviluppo all'occupazione.

Io ho colto alcuni suggerimenti che farò propri, e so che se questo Governo avesse enunciato di sua sponte alcune di queste idee, probabilmente sarebbe stato criticato. Noi cogliamo e sposiamo in pieno, come proposto dalle opposizioni, l'idea di rilanciare il Congresso del popolo sardo. . E convocheremo il Congresso del popolo sardo per illustrare e per discutere del Piano di rinascita. Trasformeremo il Piano di rinascita in un fatto di popolo, come ci ha chiesto l'onorevole Sanna, e faremo quello che ci ha detto l'onorevole Scano, ci batteremo cioè per fondare il Piano di rinascita sulle infrastrutture e sulla fiscalità, così come è scritto nel documento che abbiamo predisposto.

Si è dibattuto stamane sull'attualità del Piano di rinascita;, un dibattito che può essere utile per verificare se questo strumento pattizio, che rimanda alla negoziazione tra lo Stato e la Regione la predisposizione di un piano organico di sviluppo, possa essere ancora contenuto nel futuro statutario della nostra Regione. Il Titolo III all'articolo 13 dello Statuto vigente, recita che lo Stato con il concorso della Regione dispone un piano organico per favorire lo sviluppo economico e sociale della Regione.

E se non avessimo posto la vigenza dell'articolo 13 come elemento centrale delle dichiarazioni programmatiche già dall'agosto del 1999? Se non l'avessimo fatto, come lo fece lo stesso onorevole Selis, perchè collega Selis, quando i dubbi erano ancora molto forti, nelle sue dichiarazioni programmatiche che io ho voluto rileggere, proprio per cercare preliminarmente una strada comune su cui costruire questo Piano di rinascita,

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE SERRENTI

(Segue PILI.) lei sosteneva, e leggo testualmente: "L'articolo 13 mantiene la sua validità e non risulta affatto superato dal metodo delle intese istituzionali di programma.". Questo punto, oggetto di duro confronto nel negoziato per le intese, è stato alla fine riconosciuto dal Governo.

L'onorevole Selis diceva nelle sue dichiarazioni programmatiche che tutto ciò verrà fatto nell'arco di pochi mesi per evitare o limitare vuoti di operatività; ma allora io mi domando come sia possibile che a noi dopo sei, sette mesi di Governo, due terzi dei quali trascorsi in Aula ad approvare due Dpef e una manovra finanziaria, si rimproveri di aver distrutto la storia passata dei due Piani di rinascita, quelli fondamentali, la legge 588 e la legge 268, non parliamo della 402 per ovvie ragioni, l'avete detto tutti, essendo un rifinanziamento dei primi due, perchè ci permettiamo di sottoporre - su nostra iniziativa - al Consiglio regionale un dibattito sul Piano di rinascita.

Perché, guardate, la bocciatura non la posso dare io che non c'ero, che non so realmente su quali basi fossero stati elaborati quei piani, ma la dà un autorevole, consentitemelo, un autorevolissimo esponente della programmazione regionale.

Io, anche in questo caso, ho voluto tentare la strada di trovare un'intesa progettuale e preliminare tra maggioranza e opposizione per trovare un canale unitario su cui elaborare il nuovo Piano di rinascita e leggo l'intervento che, nel marzo 1983, l'onorevole Gian Mario Selis - e lo cito con stima personale e politica- rispetto a quelle affermazioni diceva: "L'attuazione del Piano è delegata alla Regione autonoma della Sardegna. I poteri effettivi (si riferiva alla legge numero 588 del '62) delegati alla Regione sono stati di fatto mortificati dalle procedure messe in atto dall'amministrazione centrale, dall'altro lato la stessa Regione non sempre trovò la forza per affermare il proprio diritto e così superare difficoltà che una sorta di guerra di competenza tentava di moltiplicare".

Proseguo dicendo che dopo il primo Piano di rinascita varato con la legge numero 588 del '62, si iniziò un dibattito lunghissimo che portò alla nascita del secondo Piano di rinascita, il cui elemento cardine (continuo a leggere la relazione puntualissima e condivisibile sotto ogni aspetto del collega Selis), era la rinuncia ad elaborare programmi globali e la concentrazione degli interventi solo in alcuni settori ritenuti strategici per correggere gli orientamenti dello sviluppo del precedente Piano, e dice l'onorevole Selis "che considerato ormai avviato, veniva giudicato distorto".

Ma aggiunge l'onorevole Selis nel 1983, nelle considerazioni personali: "Questa impostazione ha mostrato vistosi limiti alla luce della situazione emersa in questi ultimi anni, escludendo per esempio tutti gli interventi di politica sociale e quelli a sostegno di alcuni settori produttivi, condiziona di fatto le possibilità di intervento della Regione e limita di conseguenza l'entità delle risorse finanziarie a disposizione dello Stato. L'azione dell'industria non prevede sostegni" - conclude Selis- "produttivi, il che costituisce uno dei problemi attuali della realtà isolana e una precondizione essenziale per una politica nuova di espansione produttiva; gli strumenti realmente efficaci" - dice "si restringono al contributo in conto occupazione e agli interventi previsti dall'articolo 12". E dice subito dopo: "Il contributo in conto occupazione tende a perdere consistenza, giacché la legge ne fissa oltre la durata anche l'entità resa oggi insignificante e non incentivante a causa dell'inflazione".

Ultimo passaggio: "Il cuore della legge 268 doveva essere la riforma agropastorale, uno degli aspetti si dice più qualificanti della legge, questo però non sfugge alle considerazioni iniziali, la legge infatti non prevede elasticità necessaria per consentirne l'adeguamento all'evoluzione delle realtà produttive, e ne risulta una limitazione tanto che ad oggi la riforma agropastorale non è ancora decollata".

Vedete, colleghi, credo che in politica una delle cose che non bisogna avere corta sia la memoria, e bisogna che tutti si abbia capacità di concentrazione perché probabilmente tra qualche anno l'intervento di ognuno di noi potrebbe essere riletto per verificare se alle parole sono seguiti i fatti. Io ho chiesto a questo Consiglio regionale di marciare uniti, nel confronto con lo Stato, nel confronto con un Governo che può essere amico quanto si vuole, ma sarà pure tentato di tenere per sé competenze, poteri e risorse. E' stato quindi necessario tentare di individuare alcuni punti essenziali che abbiamo cercato di rappresentare al momento soltanto a maglie larghe.

Non abbiamo indicato in effetti quale strumento adottare per attuare il sistema Sardegna, abbiamo detto che bisogna completarlo in cinque anni . Occorre definire la rete viaria, rendendola compatibile con il sistema intermodale, dobbiamo essere in condizioni di far funzionare il sistema idrico, e sul piano tecnologico attuare il collegamento con il resto del Paese e dell'Europa.

Abbiamo detto che si apre davanti a noi uno scenario nuovo, quello del Mediterraneo, che nei precedenti Piani di rinascita era assolutamente assente, così come era assente la politica europea, non vi era traccia dei fondi comunitari in nessuno dei Piani di rinascita, nessun passaggio nei diversi provvedimenti che riguardasse i fondi comunitari. Per questi motivi noi abbiamo ritenuto indispensabile, e qui mi ricollego a quanto puntualmente suggeriva il collega Scano, utilizzare il ciclo integrato della programmazione. E` questo l'obiettivo che noi vogliamo raggiungere.

I POR, i programmi operativi regionali, si disperdono, ed oggi in Sardegna ne abbiamo testimonianza, in mille rivoli; c'è una tendenza europea e nazionale al varo di leggi-obiettivo, una di queste ci dice che bisogna fare delle scelte puntuali per cogliere gli aspetti fondamentali delle precondizioni dello sviluppo e poi individuare la strada dello sviluppo. Noi non abbiamo scelto un settore in particolare, abbiamo solo detto che modificando la base del consumo in Sardegna si può accrescere la produzione in diversi settori economici quali l'agricoltura, la piccola e media impresa, l'artigianato, il commercio ed i servizi, maggiore produzione significa più occupazione e, quindi, sviluppo. Questa è una strada tutta da costruire; la maggioranza e il Governo regionali hanno scelto di farlo con l'apporto di un personaggio come Paolo Savona; un professore che certo non merita di essere definito, come io ho sentito definirlo oggi "una pentola bucata", "un vecchio ferro da stiro".

Vedete, molto spesso si è asserviti al potere e si dice quello che il potere vuole sentirsi dire, per cui la classe politica definisce un "ferrovecchio" chi tanto ha dato ma in termini critici. .

Bisogna avere invece la capacità di rispettare ogni idea ed ogni processo, dal dibattito odierno sono venuti degli importanti, e concludo, suggerimenti, che credo potranno essere forieri di un ulteriore e approfondito dibattito, che vedrà non soltanto il Consiglio regionale, cioè il soggetto principale, protagonista, ma così come è stato chiesto vedrà protagonista tutta la Sardegna e tutti i sardi.

Discussione della mozione Spissu - Fadda - Dore - Cogodi - Balia - Dettori - Demuru - Falconi - Pirisi - Biancu - Calledda - Cugini - Deiana - Giagu - Granella - Ibba - Lai - Marrocu - Masia - Morittu - Orrù - Ortu - Pacifico - Pinna - Pusceddu - Sanna Alberto - Sanna Emanuele - Sanna Gian Valerio - Sanna Salvatore - Scano - Secci - Selis - Vassallo sulle problematiche delle zone interne della Sardegna (67)

PRESIDENTE. Passiamo ora al punto successivo dell'ordine del giorno che prevede la discussione della mozione numero 67. Se ne dia lettura.

ORTU, Segretario:

MOZIONE SPISSU - FADDA - DORE - COGODI - BALIA - DETTORI - DEMURU - FALCONI - PIRISI - Biancu - Calledda - Cugini - Deiana - Giagu - Granella - Ibba - Lai - Marrocu - Masia - Morittu - Orrù - ORTU - Pacifico - PINNA - PUSCEDDU - sanna Alberto - SANNA EMANUELE - Sanna GIAN VALERIO - SANNA SALVATORE - Scano - Secci - SELIS - VASSALLO sulle problematiche delle zone interne della Sardegna.

IL CONSIGLIO REGIONALE

PREMESSO che gli indicatori economici delle zone interne della Sardegna (occupazione, lavoro sommerso, reddito medio pro-capite) evidenziano con chiarezza gli elementi di costante debolezza, di arretratezza e di ritardo nello sviluppo di quei territori e testimoniano le condizioni profonde e vere della difficoltà, accentuata ed esasperata da assurdi provvedimenti governativi che nel quadro di una contrazione della spesa pubblica tagliano scuole, uffici postali, procure, uffici della Pubblica amministrazione e privano dunque le popolazioni di quella rete essenziale di servizi alla collettività e alle persone;

ATTESO che nelle zone interne rischiano di restare invariate le condizioni che hanno determinato la permanenza della Sardegna nei parametri previsti dall'Unione Europea per le Regioni inserite nell'Obiettivo 1, se non si mettono in campo le iniziative e gli investimenti opportuni;

CONSTATATO come siano assolutamente invariate le condizioni di ritardo nella organizzazione di una adeguata rete di trasporti che accentua la marginalità e l'isolamento; l'assenza di essenziali infrastrutture per lo sviluppo agricolo ed industriale (elettrificazione rurale, reti idriche, acquedotti, etc.) per quello culturale e della ricerca; il difficile e costoso accesso al credito che rende più difficoltosa l'iniziativa di nuova imprenditoria locale e quella del debole tessuto imprenditoriale esistente;

VALUTATO come l'assenza di lavoro, di servizi alle imprese e alle persone, di qualità della vita adeguata, di svago e di crescita culturale stiano provocando fenomeni inarrestabili ed irreversibili di spopolamento e di invecchiamento della gran parte dei comuni;

CONSIDERATO che lo sproporzionato clamore e la caricaturale proiezione mediatica che in queste settimane viene data alle problematiche che interessano le zone interne della nostra Regione, e in modo particolare quelle della Sardegna centrale, rischiano di produrre una visione distorta dei fenomeni sociali, economici, culturali e politici che stanno alla base del profondo malessere delle comunità interessate, senza peraltro avanzare nelle sedi opportune progetti e strategie di inversione di tendenza;

VERIFICATO come una attenta analisi e una puntuale comprensione dei fenomeni che interessano queste aree della Sardegna, siano distanti dalle politiche spettacolari e propagandistiche messe in atto dal centrodestra al governo della Regione e dello Stato, riducendo a ribalta mediatica anche i fondamentali elementi di una emergenza democratica, accendendo impropri e deformanti riflettori soltanto su un aspetto della condizione di vita di quelle comunità;

ATTESO che nonostante il progressivo peggioramento degli indicatori economici e sociali in questi ultimi tre anni, il Governo regionale del centrodestra non ha prodotto alcuna azione organica volta al superamento dello stesso, disattendendo gli indirizzi più volte espressi e deliberati dal Consiglio regionale tesi all'utilizzo di consistenti risorse nelle aree interne, come avvenuto in modo particolare per l'utilizzo dei fondi comunitari attraverso la disastrosa gestione dei PIP;

POSTO che le politiche finanziarie ed economiche del Governo nazionale segnano un arretramento pesante delle politiche per il Mezzogiorno con seri pericoli di crescita ulteriore del divario fra le varie aree del Paese con evidente ripercussione negativa nelle aree più depresse ed in ritardo;

CONSIDERATO che la sicurezza dei cittadini e il ripristino di condizioni di normalità democratica si rinvengono quasi sempre all'interno di una azione complessiva e rispettosa dell'insieme delle variabili in campo ricreando, anzitutto, le condizioni di fiducia verso le Istituzioni democratiche ed attraverso un'adeguata e non episodica azione strutturale in grado di ricostruire i valori e le potenzialità del capitale umano e sociale indispensabile allo sviluppo;

RITENUTA di estrema gravità la decisione del Governo nazionale, annunciata dal sottosegretario Micicché, di interruzione degli strumenti della programmazione negoziata che con la loro positiva azione avviata nella Sardegna centrale da alcuni anni hanno fin qui prodotto 4600 nuovi posti di lavoro e consolidato un metodo partecipativo diffuso che ha interessato le istituzioni, le forze economiche e sociali di quelle aree;

POSTO che le decisioni e le azioni del Governo nazionale si sommano al già grande processo di deindustrializzazione in atto nel sistema industriale territoriale,

impegna la Giunta regionale

- ad elaborare e proporre un programma coordinato di interventi economici, sociali e culturali per lo sviluppo e l'occupazione delle aree interne della Sardegna;

- a proporre e a negoziare con il Governo nazionale un accordo di programma-quadro, che affronti concretamente le grandi questioni che determinano in quei territori malessere sociale ed economico,

in particolare impegna la Giunta regionale

1) ad affrontare con il Governo nazionale le problematiche dello sviluppo culturale e scolastico;

2) ad accompagnare il sostegno agli investimenti produttivi con il completamento e l'ampliamento delle attuali inadeguate infrastrutture;

3) ad avviare in una apposita tornata consiliare un ampio dibattito per definire una nuova legislazione volta ad analizzare e favorire un processo di riequilibrio territoriale dell'Isola,

invita

i Consigli comunali e provinciali ad una mobilitazione permanente e straordinaria volta a ripristinare l'agibilità democratica in tutti i Comuni della Sardegna,

e mentre esprime

piena e incondizionata solidarietà a tutti gli amministratori che hanno subito attentati,

manifesta

ampio sostegno per la loro insostituibile funzione pur nel contesto di una sostanziale resistenza democratica che si manifesta il più delle volte nel silenzio e nella quotidiana abnegazione e dedizione ai problemi piccoli e grandi delle comunità che amministrano e che rappresentano il centro della dimensione autonomistica della Regione sarda. (67)

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il consigliere Falconi per illustrare la mozione.

FALCONI (D.S.). La ringrazio, signor Presidente, per avermi dato la parola, anche se, data l'ora, non è forse il momento opportuno per attirare l'attenzione dei colleghi sui temi che la mozione pone, le problematiche delle zone interne della Sardegna. Io sentivo e sento per intero la responsabilità di questa illustrazione, proprio perchè provengo da quelle zone che stanno vivendo un momento di grande difficoltà; un momento tragico, stanno saltando tutti gli schemi poiché vengono colpiti i bambini e le donne; questo significa che ormai siamo all'emergenza in tema di ordine pubblico. E le prime tre o quattro pagine dei giornali odierni sono occupate da questi temi, purtroppo.

Le profonde e reali difficoltà di quei territori hanno indotto il centrosinistra a riproporre una discussione che rimetta al centro dell'agenda politica l'attenzione che queste problematiche meritano. Appare opportuno chiarirci, fin dalle prime battute della discussione, il concetto di zone interne. Oggi, infatti, diversamente rispetto al passato non consideriamo zone interne solo il centro Sardegna o la Barbagia, queste fornivano più che altro un'indicazione geografica, ma con questo termine si sono voluti individuare, almeno noi abbiamo voluto individuare, i territori in ritardo di sviluppo rispetto ai territori costieri ed ai grandi centri urbani, economicamente più sviluppati ed interessati da fenomeni di crescita demografica rispetto al fenomeno dello spopolamento che interessa invece maggiormente il centro Sardegna.

Le emigrazioni sono fenomeni che hanno interessato costantemente e ciclicamente la nostra Isola, dal centro verso le coste e dalle coste verso l'interno. Oggi sembra incredibile ma, poco più di 60 anni fa, Maurice Le Lannou , uno dei più grandi geografi europei, scriveva in un reportage per il giornale parigino "Le Monde" sulla nostra Isola: "La carta della Sardegna rivela un fatto di importanza fondamentale. Ad eccezione di Cagliari, che ha dei rari borghi marinari, le regioni costiere dell'isola sono praticamente deserte; La Nurra non ha un villaggio, la Gallura pure così vasta ne ha una mezza dozzina raggruppati al centro definiti stazzi, tutto intorno a Tempio Pausania, il resto isolato, di dimensioni minime. Dovunque" - descriveva ancora quel grande giornalista francese - "il mare, invece di attirare gli isolani sembra averli respinti verso l'interno dell'isola, al riparo dalle incursioni barbaresche".

Negli ultimi 30 anni assistiamo senza reazione - e ne abbiamo parlato anche oggi nella discussione precedente - al fenomeno inverso che porta i sardi definitivamente, irreversibilmente e stabilmente verso la costa. Non sono più i romani o le incursioni barbaresche a favorire questi fenomeni migratori.

Oggi sono in vigore assurdi provvedimenti governativi che tagliano servizi essenziali alle persone, lasciando inalterate le condizioni di sottosviluppo economico che in questi ultimi decenni hanno prodotto questo squilibrio antropologico. Gli insediamenti industriali e turistici ubicati vicini alle coste hanno favorito il trasferimento di masse giovanili in cerca di occupazione. Lo stesso sistema agropastorale ha subito stravolgimenti non solo economici e non sempre positivi. La transumanza pastorale dalle Barbagie ai Campidani ha caratterizzato per secoli sistemi produttivi ed organizzazioni sociali consolidate, il passaggio dalla transumanza alla stanzialità ha certamente reso le aziende pastorali maggiormente produttive, ma ha travolto sistemi precedentemente organizzati del centro Sardegna e non pienamente sostituiti da altre forme sociali alternative.

Questi ed altri fenomeni hanno generato nel corso degli ultimi decenni la recrudescenza di fenomeni criminali rivolti anche verso le amministrazioni comunali, verso i bambini, verso le donne. Questo purtroppo è il nuovo. Le condizioni attuali di marginalità economica sono accompagnate da marginalità culturale. Una recente indagine del professor Bachisio Bandinu, commissionata dal Provveditorato agli Studi di Nuoro sulla dispersione scolastica della scuola dell'obbligo di quella provincia, ha posto in evidenza che nei cosiddetti paesi del malessere i fenomeni di abbandono scolastico si manifestano in misura direttamente proporzionale ai problemi di ordine pubblico.

La Commissione speciale, istituita dal Consiglio regionale nel 1989, col compito di effettuare una indagine su queste zone interessate dal malessere sociale, concludeva le sue osservazioni con un messaggio di speranza, che voglio ricordare, forse ancora oggi valido: "Si è potuto constatare che la stragrande maggioranza delle popolazioni interessate dai fenomeni oggetto dell'indagine rifiuta decisamente la cultura della violenza e della prepotenza, generale è invece l'aspirazione ad una vita animata da spirito di tolleranza, di comprensione, di reciproca solidarietà nella quale possa svilupparsi un benessere diffuso, basato sui valori di pace, dell'impegno individuale nei confronti di sé e degli altri, per uno sviluppo non soltanto materiale della società nella libertà e nella dignità".

Non credo di dovermi dilungare oltre per dimostrare a questo Consiglio che i fenomeni di malessere non sono un fatto genetico, ma nascono da una arretratezza strutturale che lo Stato prima, la Regione adesso, hanno conservato nel tempo. La mozione mette in evidenza le condizioni di arretratezza e di mancanza di infrastrutture essenziali per garantire le precondizioni di sviluppo dei diversi comparti produttivi.

Non può e non deve essere questa mia relazione una noiosa lamentazione che estremizza le situazioni per amore di tesi, vuole essere tutt'altro. Occorre invece ricordare, e questo è stato fatto anche dai colleghi che sono intervenuti sul tema precedentemente in discussione, che i tentativi di modernizzazione industriale delle zone interne hanno prodotto, sia pure in forme differenziate, l'insediamento della grande industria statale che non ha dato le risposte occupazionali che la Commissione Medici auspicava, ma ha comunque portato alla diffusione di una cultura diversa che ha dato uno scossone e ha reso quelle popolazioni consapevoli delle proprie possibilità. Quella cultura e quella consapevolezza ha prodotto agli inizi degli anni novanta i primi strumenti di programmazione negoziata nazionali e regionali esistenti in Sardegna.

Il primo strumento statale aveva individuato in tutto l'alto Oristanese, nel Goceano e in tutta la provincia di Nuoro le zone interne da reindustrializzare, e aveva messo in campo ingenti investimenti che in pochi anni produssero quattromila e seicento nuovi posti di lavoro nella piccola e nella media impresa, equamente distribuita nei territori. Queste furono le zone interne individuate nei primi anni novanta. Altri strumenti statali e regionali hanno interessato l'intelaiatura economica delle due province deboli. La provincia di Nuoro è stata interessata da tutti gli strumenti di programmazione negoziata, tranne i patti territoriali per l'occupazione, che in Sardegna hanno interessato solo la provincia di Oristano. Tutto ciò non basta, anzi, oggi si rischia una spaventosa regressione.

Il sostegno dato alle imprese in questi anni rischia di essere del tutto vanificato se la Regione non accompagna queste politiche a politiche di infrastrutturazione e di servizi reali, che consentano a quelle imprese di restare competitive nel mercato globale, e soprattutto di rimanere nei territori interessati. Si esaurisce la spinta propulsiva, quindi, di queste imprese. A questo mirano gli interventi integrati territoriali, ma ne parlerò successivamente, unitamente alle politiche dell'Unione Europea. Adesso vorrei ulteriormente descrivere i palesi disagi che pure le statistiche nazionali mettono in evidenza nelle diverse province della Sardegna. I dati statistici, come tutti i colleghi sanno, sono sempre aggregati per province, per cui diventa difficile individuare sacche di malessere sub-provinciale, che pure ci sono nella provincia di Cagliari ed anche nella provincia di Sassari.

Ho già avuto modo di ricordare qualche giorno fa in quest'Aula, che non solo il PIL ma meglio ancora l'indice sintetico di sviluppo colloca la provincia di Nuoro e quella di Oristano tra le ultime in Italia. Se è posto cento il valore medio italiano, l'indice più alto è raggiunto dalle province di Prato e di Modena che raggiungono un indice di 148, il più elevato; gli indici di Nuoro e di Oristano sono 65 e 66 rispettivamente, mentre gli indici di Cagliari e Sassari risultano tra i più alti del Meridione, 80 e 81, sono dati attinti dall'ultimo rapporto CRENOS; quindi abbastanza recenti e potete verificarli.

Questi dati tendono, in questi ultimi tre anni, ed è questo l'ulteriore elemento preoccupante, a divaricarsi ulteriormente, al di là della facile propaganda sui dati relativi all'occupazione che alcuni colleghi del centrodestra hanno già sbandierato e fatto propri, pur non suffragandoli con un'onesta ed elementare analisi economica. Oltre questi aspetti negativi va detto che il parziale recupero dell'Isola rispetto al settentrione, manifestatosi alla fine degli anni novanta, e che aveva riavvicinato la cosiddetta forbice, è stato vanificato in questi ultimi due anni. Si è accentuato così il divario tra l'Italia del nord e l'Isola, e all'interno dell'Isola quello tra le province di Cagliari e Sassari, maggiormente sviluppate rispetto alle province di Nuoro e Oristano. Tutto questo accade in anni durante i quali l'Unione Europea concede ingenti finanziamenti alle regioni in ritardo di sviluppo, che devono garantire con quelle risorse lo sviluppo equilibrato e la coesione tra i diversi territori che le compongono.

Ma vediamole queste politiche comunitarie, che in Sardegna si concretizzano con il Quadro Comunitario di Sostegno e con i suoi strumenti attuativi, come i Piani Integrati Territoriali, che dovrebbero garantire il recupero appunto delle aree deboli. Pare opportuno ricordare un emendamento che quest'Aula approvò qualche anno fa, in base al quale al fine di realizzare la coesione economica e sociale dell'Isola le risorse del programma operativo regionale 2000-2006, riservate ai progetti integrati territoriali, sono state destinate nella misura non inferiore al 60 per cento al finanziamento di programmi nei territori provinciali il cui prodotto interno lordo risulti inferiore al 75 per cento del prodotto interno lordo europeo, e in altri ambiti territoriali nei quali si registrano i maggiori ritardi nello sviluppo, identificabili prioritariamente dal tasso di disoccupazione e di spopolamento.

Questo emendamento è diventato l'articolo 48 della legge numero 6 del 6 aprile 2001, cioè è legge che la Giunta, il Consiglio, i sardi sono tenuti a rispettare. Successivamente a questa legge, che è stata approvata da questo Consiglio regionale, è stato pubblicato il bando, sottolineo, successivamente, è stato pubblicato il piano dei P.I.T., il primo. Non vi racconto la storia che già conoscete. I territori forti, con forti capacità progettuali e contrattuali si sono accaparrati con tredici P.I.T. approvati i 389 mila euro disponibili, andando pure in over-booking, cioè spendendo oltre la disponibilità finanziaria, senza peraltro dare risposte alle imprese private che a quei bandi hanno creduto e hanno partecipato, ma tant'è, così è andata.

Abbiamo dato uno sguardo alll'ultima bozza, alle diverse bozze a dire il vero, della seconda edizione del bando dei P.I.T. e va subito riconosciuto che in queste bozze vi è stata una parziale virata, positiva per alcuni aspetti rispetto ai primi bandi. Su consiglio della seconda Commissione consiliare si è giustamente passati da un criterio di esclusione ad un criterio di premialità fra territori diversi, così come ci consigliava la procedura europea che non prevedeva l'esclusione di alcun territorio che partecipasse al bando.

Nella bozza si ricordano alcuni buoni propositi che si intendono perseguire per garantire efficacia, integrazione, sussidiarietà e si riconoscono i P.I.T. come strumento di riequilibrio territoriale, atto a sciogliere i nodi dello sviluppo che affliggono le diverse aree della Sardegna. Il riparto tra aree forti ed aree deboli, rispettivamente al 40 e al 60 per cento, lo prevede la legge, l'articolo che ho già ricordato. Il 20 per cento di premialità, che per me è eccessivo, lo prevedete voi come Giunta regionale, ma ciò che inserite successivamente, annacquando fortemente il concetto di aree deboli, smentendo come è ormai tra l'altro nel vostro stile, ciò che di buono asserite nel documento, -è l'estensione ad oltre il 70 per cento dei comuni delle province di Cagliari e di Sassari della qualifica di aree deboli, annullando di fatto tutti i buoni propositi iniziali presenti nel documento stesso.

Badate colleghi, io mi rendo conto che questo è un argomento ostico, che tocca gli interessi dei territori che noi rappresentiamo qui dentro, ma in questo contesto sono necessari ragionamenti politici, che in questo caso definirei alti, devono essere alti, questi sì, non egoistici o personalistici, per dare risposte serie e concrete alle due province individuate in legge, Nuoro e Oristano, che con i loro bassi parametri hanno consentito la permanenza nell'Obiettivo 1, ripeto, con i loro bassi parametri, e non possono essere le province forti quindi ad utilizzare a pieno, solo loro, e soprattutto loro, quelle risorse.

Torneremo, comunque, a discutere di questo strumento operativo importante per il riequilibrio. Ma io non voglio soffermarmi sulle sole risorse stanziate dall'Unione Europea. Va detto per esempio che lo Stato sempre di più si ritrae dall'assolvere ad uno dei suoi compiti fondamentali, e di questo abbiamo parlato nella giornata odierna, quello di favorire la sussidiarietà tra regioni ricche del nord e regioni in ritardo di sviluppo del Meridione.

Nella nostra isola i "ragionamenti ragionieristici" hanno portato a tagliare i servizi essenziali nelle comunità deboli, le province meno infrastrutturate d'Italia sono Nuoro ed Oristano. La provincia di Nuoro è l'unica provincia in Italia non attraversata dalle Ferrovie dello Stato. In assenza dello Stato la Regione avrebbe potuto esercitare un ruolo maggiore a favore di questo riequilibrio, un ruolo sostitutivo con i finanziamenti straordinari, e non solo con i finanziamenti straordinari. La Regione, che con le sue finanze ordinarie interviene a sostegno del sistema delle autonomie locali, con i diversi riparti, per ricordare solo la legge 25 del 1993, interviene con leggi di sostegno a favore di tutti i settori produttivi, colleghi, oggi, subito è ipotizzabile una scelta coraggiosa, unanime da parte di tutti, da parte di tutti noi, affinché si diversifichino gli interventi percentuali, legandoli allo sviluppo territoriale secondo canoni che l'Unione Europea detta da qualche decennio.

Non so se ricordate gli Obiettivi 1, gli Obiettivi 2, classe A, classe B; questi erano i criteri europei che davano, appunto, questa scalarità di intervento per territori in diverso ritardo di sviluppo. E` possibile ipotizzare che le leggi di sostegno che prevedono un incentivo del 40 per cento in conto capitale possano intervenire con il 50 per cento, comunque nella misura, nella massima intensità consentita nei territori svantaggiati? Io penso sia possibile. E' eresia prevedere interventi diversificati nei trasferimenti agli enti locali, per esempio attraverso la "25"? Io penso sia possibile. Non credo sia la stessa cosa infrastrutturare Selargius o Ierzu, sono realtà diverse.

Ebbene, bisogna avere il coraggio politico per fare queste scelte, per diversificare questi investimenti.

Lo svantaggio delle zone montane noi non lo abbiamo mai sanato; infatti, sebbene la legge nazionale numero 97 sia ormai datata, essendo del '94, non è stata recepita dalla Regione sarda, e nulla è operativo a favore della montagna. Abbiamo solo incluso la riviera di Gallura e Quartu nelle Comunità montane esistenti.

Prima di avviarmi alla conclusione, colleghi, consentitemi ancora qualche breve considerazione sul sistema produttivo che caratterizza le province di Nuoro e di Oristano. Il sistema turistico delle due province, tanto se n'è parlato anche oggi, oggi e quasi tutti gli altri giorni (quasi come panacea di tutti i mali), mette in evidenza le esigue possibilità ricettive della provincia di Oristano, che rappresenta in Sardegna il 3 per cento di tutto il sistema, mentre Nuoro con un discreto 22-23 per cento del patrimonio ricettivo può, con buone possibilità, migliorare la sua ricettività anche a breve, e quindi garantirsi in questo settore una possibilità di sviluppo.

L'emergenza del settore turismo di Oristano può e deve essere risolta per contribuire maggiormente ad una crescita armonica, anche in quel settore, dell'Isola nel suo insieme, , di modo che tra le mete preferite dagli italiani e non solo dagli italiani rientri tutta l'Isola..

Il comparto industriale è caratterizzato da una eccessiva frammentazione. Il recente rapporto del Governatore della Banca d'Italia, Fazio, mette in guardia l'intero sistema italiano a questo riguardo; ricorda che il modello familistico di micro impresa non consente un facile rapporto con il mercato globale. Le imprese della provincia di Nuoro e di Oristano sono ancora più frammentate, o quasi sempre addirittura individuali, risultando quindi un ulteriore vincolo allo sviluppo.

In conclusione, colleghi consiglieri, io auspico che questo dibattito da noi voluto ed atteso dai territori non si concluda con il solito ordine del giorno che non si nega a nessuno, ma che sia sostanziato da impegni e punti fermi, che sono contenuti nel dispositivo della mozione e che voglio brevemente ricordare.

Nella mozione si chiede che la Giunta regionale affronti con il Governo nazionale le problematiche dello sviluppo culturale e scolastico; accompagni il sostegno agli investimenti produttivi con il completamento e l'ampliamento delle attuali inadeguate infrastrutture; definisca una nuova legislazione per favorire un processo di riequilibrio territoriale dell'intera Isola.

PRESIDENTE. E' aperta la discussione generale. Voglio ricordare ai colleghi che durante il primo intervento devono pervenire tutte le iscrizioni a parlare.

E' iscritto a parlare il consigliere Biancu. Ne ha facoltà.

BIANCU (I DEMOCRATICI). Signor Presidente e colleghi, la discussione che oggi affrontiamo, e che speriamo approdi all'assunzione di impegni seri e vincolanti per la Giunta regionale, riguarda un tema che considero di grande rilevanza: lo stato delle zone interne della Sardegna. La cornice territoriale definita e limitata in cui questa questione si colloca non deve indurci a trascurare la grande complessità dei diversi aspetti economici, sociali e culturali che oggi caratterizzano la vita di quei territori e delle comunità che li abitano.

In particolare credo che l'insieme di questi aspetti vada analizzato e interpretato anche alla luce degli sviluppi e delle prospettive dei grandi processi di integrazione che continuano ad avanzare in Europa. Un'Europa che è sempre meno l'unione dei vecchi stati nazionali, e sempre più l'unione di tutte le diverse realtà regionali nelle quali concretamente si articola la vita culturale, economica e sociale di quegli stati.

Sono, infatti, in atto processi che incidono soprattutto sui vari sistemi regionali, determinando la definizione di differenti specializzazioni economiche che caratterizzano le peculiari prospettive di crescita di ciascuna regione europea. All'interno di queste dinamiche noi dobbiamo valutare qual è la capacità della nostra Regione di affrontare con rapidità ed efficacia i cambiamenti e gli adeguamenti richiesti, cercando di valorizzare il ruolo dei diversi attori coinvolti: le imprese, le istituzioni pubbliche locali e sovra locali, i sindacati, i diversi soggetti collettivi che operano nei diversi ambiti della vita delle nostre comunità.

Solo all'interno di questo quadro possiamo elaborare una valutazione attendibile dello stato presente e dello stato futuro delle diverse realtà territoriali della Sardegna e delle zone interne in particolare. Io credo che si tratti di territori che in generale costituiscono ancora un autentico serbatoio di ricchezze ambientali, storiche, culturali ed umane in molti casi inestimabili. A fronte di ciò devo peraltro constatare che molti di questi territori non hanno ancora individuato quei sentieri di specializzazione, quelle capacità di crescita, quella integrazione tra tradizione e modernità, tutti quei fattori, insomma, che possono concorrere a colmare il ritardo e le difficoltà che ancora oggi essi devono scontare rispetto ad altre realtà più avanzate anche del Mezzogiorno d'Italia.

Ma quali sono le condizioni reali della vita di chi vive nelle zone interne della nostra regione? Qual è, per esempio, lo stato dei servizi che vengono offerti agli abitanti di queste zone? Penso ai servizi assistenziali, ai servizi sanitari, ai servizi formativi e culturali, penso cioè a quella rete primaria e basilare che rappresenta un prerequisito perchè sussistano le condizioni minime che consentano di vivere dignitosamente, di lavorare e di operare senza precarietà all'interno di un determinato territorio.

(Brusio in Aula)

BIANCU (I DEMOCRATICI). Presidente, se debbo interrompere non ho difficoltà a farlo.

PRESIDENTE. Colleghi…

BIANCU (I DEMOCRATICI). Possiamo andare a domani, anche a dopo.

PRESIDENTE. Il collega Biancu ha ragione, vi chiedo per cortesia di avere pazienza. Onorevole Biancu la prego, continui. Un po' di silenzio almeno. La prego continui onorevole Biancu.

BIANCU (I DEMOCRATICI). Ebbene, questa rete di base è quasi ovunque carente, ed anziché essere potenziata e migliorata viene sistematicamente indebolita dai tagli che il Governo nazionale continua ad infliggere in nome della riduzione della spesa pubblica, senza che la Giunta regionale sarda abbia la capacità di salvaguardare quei livelli minimi di presenza di servizi senza i quali un qualunque centro abitato perde i requisiti più elementari di vivibilità che dovunque dovrebbero essere garantiti.

Un centro abitato senza scuole, senza servizi sanitari, senza un ufficio postale, è un centro che molto presto diverrà disabitato. Lo lasceranno, se potranno, non solo i giovani alla ricerca di occasioni di formazione e di lavoro, ma anche gli anziani che non sapranno come fare per ritirare per esempio la propria pensione, a chi rivolgersi per un'assistenza sanitaria di emergenza. Certo, mi rendo conto che una volta garantita la presenza minima di servizi in ciascun centro, occorre anche sviluppare sistemi di servizi integrati in reti sovra comunali che consentano di realizzare economie di scala, e la necessaria razionalità dell'organizzazione. Ma tali sistemi richiedono supporti e risorse che oggi appaiono del tutto insufficienti.

Una Regione capace di svolgere il suo ruolo nei confronti degli enti locali, nel rispetto del principio di sussidiarietà, dovrebbe mettere a disposizione di tali enti gli opportuni strumenti normativi e le risorse finanziarie necessarie per la nascita di iniziative auto organizzate promosse autonomamente nei diversi territori dai diversi attori presenti.

Qual è il modello a cui tendere? Io penso, per esempio, ad un territorio in cui diversi comuni si uniscono in un consorzio per la gestione condivisa di determinati servizi in cui trova spazio la progettualità del terzo settore, in cui si diffondono forme di volontariato sociale, in cui i privati propongono e partecipano alla realizzazione di servizi culturali e sociali, in cui la vocazione economica e le specializzazioni produttive sono saldamente ancorate ai saperi e alle risorse umane locali, ma con la capacità e la volontà di confrontarsi con le dinamiche dei mercati e degli scenari sovra locali.

Tutti questi elementi caratterizzano un territorio che manifesta una sana vitalità, nel quale sono presenti le condizioni per lo sviluppo economico e per il progresso sociale e culturale, nel quale le comunità sviluppano senso di appartenenza e di radicamento e partecipano attivamente ai processi democratici che determinano le politiche di amministrazione del territorio stesso.

Ma questi elementi non possono venirsi a determinare in modo totalmente autogeno, e tanto meno a fronte di un'attività della Regione che risulta insufficiente e talvolta perfino dannosa. Non solo la Regione non ha destinato sufficienti risorse per la creazione e il sostegno di iniziative quali i consorzi di comuni appartenenti ad una stessa area territoriale, ma essa risulta totalmente assente anche sul fronte dell'animazione, dell'informazione e del supporto tecnico che oltre alle risorse finanziarie sarebbero necessari per attivare tali iniziative.

Un'altra grave responsabilità di questa Giunta regionale, di questa maggioranza, risiede nell'inaccettabile trascuratezza e inefficienza che tuttora stanno ostacolando la realizzazione di importanti iniziative economiche basate sulla programmazione negoziata dal basso, che finalmente si proponevano di realizzare un proficuo rapporto tra le pubbliche amministrazioni e i privati, finalizzato a progetti di sviluppo per i diversi territori.

Come è possibile che ancora oggi molti decreti relativi ai Piani Integrati d'Area presentati nella nostra Isola siano bloccati nell'attesa che la Regione si desti dal suo incredibile torpore burocratico? E come si può giustificare la perdurante mancanza degli accordi di programma, necessari per dare concreto avvio ai Piani Integrati Territoriali, che tante speranze e tanta partecipazione avevano suscitato sia tra gli amministratori locali, che tra gli imprenditori dei diversi territori, speranze peraltro in parte già deluse per il modo con il quale la Regione ha valutato e selezionato i diversi progetti?

Queste sono le cose che potevano essere già fatte, sarebbe bastato un livello minimo di normalità amministrativa, che però evidentemente questa Giunta non è in grado di assicurare. Dove sono le soluzioni ai problemi legati alla gravissima inadeguatezza della rete dei trasporti interni, tante volte indicata come il principale fattore di isolamento e marginalizzazione di intere aree della nostra Isola? E dove sono le risposte all'annosa domanda di una risorsa primaria come quella idrica? Mi pare che l'unica risorsa messa finora a disposizione degli agricoltori e dei cittadini sia stato l'inesauribile bacino di fantasiose e variegate ipotesi che la Giunta e il commissario per l'emergenza idrica hanno fatto piovere copiosamente attraverso comunicati e conferenze stampa, senza peraltro modificare l'inesorabile progredire delle restrizioni e dei conseguenti sacrifici per i nostri cittadini.

Perchè ho voluto citare questo elenco, sicuramente incompleto, delle insufficienze della Giunta e della maggioranza? Perchè mi risulta davvero inaccettabile, colleghi, vedere come la questione delle zone interne della Sardegna venga così spesso liquidato con il retorico formulario di circostanza che prevede, una tantum, l'espressione della consueta solidarietà istituzionale agli amministratori di quelli che ogni volta sentiamo definire come i "paesi del malessere". Non che io non nutra, come è ovvio, sentimenti di autentica solidarietà per quegli amministratori che, come ultimamente il sindaco di Lula, sono fatti oggetto di attacchi e di minacce criminali ed irresponsabili.

Io stesso, nella mia lunga esperienza di amministratore di un piccolo comune, ho conosciuto momenti di difficoltà e mi sento personalmente coinvolto e partecipe ogni volta che simili fatti si verificano. Ma proprio per la mia esperienza sono convinto che quello tra territorio e comunità locale sia un legame indissolubile, nel senso che non si può immaginare alcun futuro per un territorio se non attraverso la vita e i progetti di una comunità che lo abita, che vi lavora, che si identifica culturalmente con esso.

E' dalla rottura di tale legame che derivano insieme allo spopolamento il ritardo economico, la disoccupazione, il malessere, la criminalità, la scarsa partecipazione alla vita comunitaria e democratica. Ed allora, i piccoli comuni delle zone interne hanno bisogno di ben altro che l'episodica solidarietà del politico regionale o nazionale di turno, e davvero non ricavano alcun beneficio dall'essere collocati sotto i riflettori di una effimera ribalta mediatica soltanto in occasione di eventi criminosi, o in presenza di una scadenza elettorale che rischia di andare deserta per l'assenza di partecipazione e di disponibilità tra i cittadini.

Occorre un effettivo mutamento dell'intero sistema di rapporti istituzionali, economici e sociali all'interno del quale si determinano le concrete condizioni di vita di quei comuni, e tale mutamento non può avvenire se la Regione non fa la sua parte seriamente e per intero.

Per questi motivi, colleghi, ho aderito con convinzione alla mozione presentata dal centrosinistra per invitare la Giunta ad abbandonare la pratica delle generiche enunciazioni di principio e dichiarazioni di intenti, chiamandola ad un impegno concreto e formale per la definizione di un piano complessivo di azioni mirate all'effettiva soluzione dei principali problemi che determinano le condizioni di ritardo e difficoltà in cui versano i territori più svantaggiati della nostra Regione.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Capelli. Ne ha facoltà.

CAPELLI (U.D.C.). Signor Presidente, mi si consenta prima di tutto di dire che mi rifiuto di affrontare un tema per me molto importante, come credo lo sia per tutti i consiglieri qui presenti, in una situazione di grande disattenzione da parte dell'Aula. L'onorevole Selis, che ora ha ben altro a cui pensare, nel corso del suo intervento sul Piano di rinascita, uno degli atti più importanti della programmazione regionale, lamentava la difficoltà di parlare in un'Aula semideserta.

PRESIDENTE. Onorevole Selis, l'onorevole Capelli reclama la sua attenzione, ci tiene.

CAPELLI (U.D.C.). Prima alcuni, anche se pochi, erano attenti ora la situazione è andata ulteriormente peggiorando; e debbo dire che io non condivido sicuramente l'utilizzo di una mozione per parlare di un tema, ripeto, importante e fondamentale per la Sardegna. E' anche difficile parlarne mentre i media danno notizia dell'ennesimo omicidio che è stato compiuto nella città di Nuoro, ai danni di una donna di 43 anni; è l'ennesimo, purtroppo, di una lunga serie, se non sbaglio il quarto in Sardegna, non so se precisamente nella nostra provincia, nel volgere di un mese. Sono segnali preoccupanti; sono segnali molti preoccupanti per la classe politica, per tutta la società sarda più in generale.

Ora, parlare delle zone interne è riduttivo se noi non riusciamo, purtroppo, a vedere che questa condizione si va allargando ad altre aree della Sardegna. Trasformerei il termine "zone interne" nel termine "aree deboli" della Sardegna; aree presenti in una certa parte della nostra regione direi a macchia di leopardo, e questa dizione ci consente di parlare anche di altri territori che soffrono delle stesso livello di mancato sviluppo, e oggi assurgono all'attenzione dell'Aula.

Dovremmo parlare di spopolamento, emigrazione, si sono usati anche termini, a mio avviso, un po' autolesionistici, ma io non vedo nella provincia di Nuoro tutto questo malessere di cui si parla, così come non vedo nella provincia di Oristano e in altri territori, questo stato di malessere diffuso, di cui si parla in quest'Aula , di assenza dell'attività sociale, di assenza di produzione, di ricchezza e quant'altro.

Sono provocatorio sotto questo punto di vista, perchè io credo e sono orgoglioso di appartenere ad una provincia che è ricchissima, è ricchissima di dignità, è ricchissima di imprenditori validi, è ricchissima di intellettuali riconosciuti a livello non solo nazionale, ma internazionale. E' ricchissima, ancora, di quello che forse, nel mondo globale, conta sempre meno: è ricchissima di valori.

Bene, ma questo non basta per campare, perciò noi richiediamo gli interventi di quel sistema centrale, che sia la Regione o lo Stato, perchè ancora siamo legati al concetto che una diversa distribuzione dei finanziamenti e delle risorse finanziarie sia, appunto, la soluzione per questo stato di malessere. Io, pur sostenendo che anche questo serve, credo che l'azione debba essere un'azione propositiva, che rivaluti culturalmente e socialmente il nostro territorio. Non ci può essere sviluppo in una società che consente i livelli di abbandono scolastico che noi viviamo in questi anni; non possiamo avere sviluppo in una società dove dei più efferati delitti oggi si parla sottovoce perchè quasi ci si è fatta l'abitudine.

Prima il collega Cugini diceva di non riuscire a capire come io potessi concepire il turismo delle zone interne, nella mia visione economica del mio territorio, come derivante dal turismo costiero. Bene, vorrei rispondere all'assente onorevole Cugini che io questo non l'ho mai pensato; io credo che il nostro territorio possa vivere di un turismo endogeno, che valorizzi quel grande patrimonio ambientale, archeologico, culturale, che da solo può essere asse portante per l'economia, delle nostre zone e della nostra Isola. Ma questo non basta se manca il supporto di un adeguato sistema agro-pastorale che va, a mio avviso, valorizzato perché è stato in questi anni duramente colpito dalla industrializzazione pesante che altra allocazione avrebbe, magari, meritato.

Una industrializzazione che è intervenuta con violenza soprattutto sul sistema culturale di una società che, per secoli, si era ispirata a modelli completamenti diversi.

Ma non si sono volute valorizzare dicevo le produzioni endogene, produzioni che potevano costituire una nicchia per uno sviluppo basato, come sempre di più oggi viene riconosciuto dalla Unione Europea, sulla qualità dei prodotti da inserirei nel mercato. Proprio oggi il Commissario europeo, in visita nel nostro paese, ha dichiarato che l'Unione Europea, a fronte dell'economia globale, si sta orientando a sostenere più che una produzione di quantità una produzione di qualità. Di conseguenza si punterà a sostenere i micro-ambienti dove è possibile uno sviluppo soprattutto qualitativo delle produzioni endogene.

Ma non voglio ripetere le solite lamentele, voglio sottolineare invece che, come ho detto prima, per quanto attiene lo sviluppo non basta un'equa distribuzione delle risorse, io contesto infatti proprio questo concetto di equa distribuzione delle risorse. Presidente Pili e onorevole Masala, pur condividendo in parte, soprattutto nelle sue premesse, la mozione, ma prendendo le distanze da alcune conclusioni cui essa arriva, vorrei segnalarvi che una Regione che pone in essere una programmazione attenta non può consentire il ripetersi di quanto accaduto in passato in tema di distribuzione dei fondi, perché anche questi costituiscono un tassello nel garantire e favorire lo sviluppo.

Se analizziamo il bilancio d'area del 2001, ricordo che era un momento difficile perchè si concludeva un'esperienza di governo e ne iniziava un'altra, mi auguro più proficua, anzi certamente più proficua, constatiamo che rispetto alla programmazione dei fondi prevista dalla Giunta nel piano generale di sviluppo del 1990, e quindi rispetto alle aree programma, nessuno degli stanziamenti percentuali previsti per area programma nell'iglesiente, nell'oristanese, e nel nuorese, ha avuto una definizione totalmente positiva; pur con i dovuti distinguo per settore e per Assessorato, ma io parlo del dato globale comprensivo anche dei dati relativi alla distribuzione dei fondi comunitari, siamo andati ben al di sotto mediamente tra i cinque e sei punti nella distribuzione dei fondi per area programma .

Sono convinto che questo non avverrà più perché la tutela degli interessi di coloro che noi rappresentiamo in quest'Aula è un fatto determinante, prioritario della nostra azione in quest'Aula, pur tenendo presente che la nostra attività deve rientrare in un quadro più complesso e più ampio di quello della nostra Regione.

In modo particolare sottolineerei che, per quanto a cuore io possa avere le iniziative nel settore della pubblica istruzione e culturale in senso lato, mi auguro, anzi sono fermamente convinto, che in questo settore non si ripeteranno certi errori nel proseguo dell'attività di questa Giunta e di questa maggioranza.

Mi auguro che i programmi che sono in via di definizione e soprattutto i criteri che devono guidare questi programmi, ma di questo avremo modo di discutere durante l'esame della proposta di legge per l'incremento delle sponsorizzazioni sportive, rispondano ad un principio di equità e siano guidati soprattutto dal comune interesse di "diffondere cultura" in questa Regione.

PRESIDENTE. I lavori del Consiglio riprenderanno domani mattina alle ore 10. L'ordine del giorno recherà la continuazione della discussione sulla mozione numero 67.

La seduta è tolta alle ore 19 e 47.