Seduta n.153 del 04/07/2001
SEDUTA Cliii
(Pomeridiana)
Mercoledì 4 luglio 2001
Presidenza del Vicepresidente Carloni
indi
del Presidente Serrenti
La seduta è aperta alle ore 17 e 30.
Cappai, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del martedì 19 giugno 2001 e dell'estratto del processo verbale della seduta pomeridiana del mercoledì 20 giugno 2001, che sono approvati.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la continuazione della discussione congiunta delle mozioni numero 43 e numero 44.
E` iscritto a parlare il consigliere Vassallo. Ne ha facoltà.
VASSALLO (R.C.). Onorevoli Presidente e colleghi, stamattina si è svolto un dibattito che ha avuto un'impostazione per certi versi curiosa, nel senso che su alcune questioni emerge una convergenza, se così si può dire, quando tutti affermano, ritengo propriamente, che sono cambiati gli scenari nazionali ed internazionali, che abbiamo uno Statuto vecchio di svariati anni e che c'è quindi la necessità di un profondo adeguamento di questo strumento, che doveva valorizzare l'autonomia e le competenze della nostra Regione. Il problema che si pone oggi non è quindi tanto quello di riaffermare che dobbiamo avere più poteri, più competenze ed anche più autonomia, ma quello di rendere pieni di contenuti questi pronunciamenti di principio.
Abbiamo presentato una mozione cercando di riempire di contenuti affermazioni di principio, che altrimenti sarebbero prive di costrutto. Si è posto il problema di definire con quali strumenti si intendano perseguire questi principi, io non li voglio richiamare, perché l'ha fatto bene il mio Capogruppo, ma la questione che si pone in termini prioritari ritengo che debba essere comunque quella della necessità del riscatto dalle prevaricazioni storiche che hanno comportato il sottosviluppo e la subordinazione dell'isola ai potentati economici locali e nazionali e recentemente anche internazionali.
Si discuteva di quali strumenti usare, si riproponeva il tema della partecipazione democratica dell'intera Sardegna a una riscrittura dello Statuto, attraverso le varie forze politiche e sociali presenti nella nostra isola. Non penso che questo sia lo strumento più adatto, non perché non sia giusto favorire la partecipazione democratica delle associazioni, del mondo della cultura, del mondo del lavoro alla discussione per la riscrittura del nostro Statuto. Il problema che si pone è se dobbiamo dare una delega in bianco a terzi, o se invece dobbiamo riportare la discussione dentro quest'aula, che ritengo che sia la sede istituzionale più propria, quella che ha il mandato di svolgere questo lavoro che può avvenire anche in maniera partecipata. Perché dico che può avvenire in maniera partecipata? Perché la partecipazione si può esplicare in diversi modi.
Nella nostra mozione abbiamo fatto la proposta di dare uno strumento al Consiglio per fare questo. E' una proposta che non taglia fuori nessuna forza politica. Si può discutere su come rendere concretamente possibile la partecipazione a questa Commissione, di come fare in modo che essa corrisponda meglio alle aspettative del popolo sardo, proprio per garantire quel rapporto democratico che molti ritengono fondamentale per elaborare uno Statuto che corrisponda alle attese dei cittadini. Il problema quindi è semplicemente quello di vedere come questa Commissione possa lavorare e con quale spirito, e soprattutto che obbiettivi si ponga rispetto al mondo esterno. Per altro, non mi sembra che la partecipazione democratica si esplichi esclusivamente attraverso la delega. La partecipazione democratica la esercita chi questa delega ha avuto dagli elettori. Sta poi all'intelligenza del Consiglio, in questo caso della Commissione, esplicare quelle azioni che permettano una vera partecipazione al confronto nel territorio della Regione. Chi vieta a questa Commissione di lavorare anche al di fuori del Consiglio, sentendo, partecipando, discutendo, attivando incontri con tutte le realtà che possono dare utili suggerimenti? Per altro, ultimamente, nella nostra società, molto si è fatto in termini di consultazioni, forse si è anche abusato della consultazione e della concertazione, camuffando molte volte sotto la forma della democrazia compiuta, una democrazia che invece taglia fuori, proprio attraverso la concertazione, grandi fasce della nostra società. Insomma, c'è sempre un'altra faccia della medaglia che molte volte può essere negativa. Si tratta di capire se vi è la volontà di fare un passo in avanti, e la mozione ha sicuramente il merito di avere posto il problema in Consiglio e di avere riportato il dibattito all'interno di questa Assise che, come dicevo, è la sede istituzionale nella quale dibattere queste cose, per assumere, mi auguro, anche decisioni su questa materia, cercando di fare tutti un passo in avanti per arrivare all'obbiettivo, che è quello di avere più poteri, più competenze, più autonomia. C'è questa volontà? Fino adesso non mi sembra che dalla discussione sia emersa la volontà di arrivare all'obbiettivo principale, che è appunto quello di darci strumenti per avere più poteri, più competenze, più autonomia. Non mi sembra che ci sia questa volontà. E non mi sembra che, fino a questo momento, da parte della maggioranza, ma soprattutto da parte della Giunta, della quale dobbiamo sentire il pronunciamento ufficiale, vi sia un'iniziativa atta a fare convergere questa Assemblea su una posizione unitaria. Non si può da una parte dire che le grandi riforme si fanno con la partecipazione di tutti e poi agire concretamente per farle con la partecipazione di pochi, che poi significa non fare assolutamente nulla, anche perché poi molte volte non ci sono più le condizioni per fare almeno quel poco che si potrebbe fare. Finisco qua. Mi auguro che nel proseguo del dibattito la Giunta abbia modo di esprimersi e faccia conoscere la propria posizione, in modo che possiamo confrontarci, ma soprattutto perché nasca, in questo Consiglio, una proposta per dare una risposta al quesito…
PRESIDENTE. Il tempo a sua disposizione è concluso. E` iscritto a parlare il consigliere Falconi. Ne ha facoltà.
FALCONI. (D.S.). Signor Presidente, io ritengo sia giusto ricordare che è merito della mozione in discussione avere portato per la prima volta in questa Aula, e quindi nella sede propria, la discussione sullo Statuto e sulla Assemblea Costituente. Si è passati da una agitazione esterna, a volte portata avanti in forme strumentali, a una discussione vera in questa Aula.
Parliamo della rivisitazione dello Statuto che ci ha consegnato una Regione a Statuto speciale dal '48. Ci avevano consegnato una forte autonomia che ancora oggi non è pienamente utilizzata, e oggi siamo chiamati a fare il punto sulla sua attuazione, ma nel contempo siamo tenuti a fare questa analisi guardandoci attorno e tenendo conto del contesto nazionale. La prima considerazione da fare è quella che molte delle regioni cosiddette ordinarie, soprattutto quelle del nord, oggi sono più avanti in questa discussione, non solo come elaborazione, ma lo sono nelle cose concrete, forse perché nel frattempo hanno elaborato più di noi, ma hanno anche recepito quelle riforme nazionali che questa mattina sono state richiamate. Queste regioni non si limitano a rivendicare nuove competenze, ma discutono fortemente soprattutto del rapporto economico tra le regioni e lo Stato. Quindi pongono soprattutto una questione di distribuzione delle risorse finanziarie e le regioni del nord non lo fanno certamente per aiutare ulteriormente o per aiutare di più quelle del sud.
Vogliamo ricordare in questa Aula brevemente cosa prevede la bozza Galan - Formigoni. Colleghi del centrodestra, i vostri colleghi del centrodestra settentrionale prevedono regioni molto forti che decidono a casa loro quali competenze lasciare allo Stato; il ragionamento che fanno è esattamente l'inverso del vostro. Ma lo fanno in presenza di fortissimi squilibri tra una regione e l'altra, con la Valle d'Aosta, che ha un reddito pro-capite di poco inferiore ai 50 milioni, e la Calabria che ha un reddito pro-capite di 20 milioni, e noi ci collochiamo in questa seconda fascia, tra le regioni con reddito al di sotto dei 30 milioni pro-capite. Facciamo questa discussione in una situazione che vede quattro regioni forti, solo quattro, tenute a versare attualmente dei danari per un riequilibrio economico tra tutte le regioni italiane. E sono queste quattro regioni che oggi spingono in questa direzione. Ebbene, noi, non è che non dobbiamo parlare e non continuare questa nostra discussione, però dobbiamo tenere bene a mente questo quadro economico, perché altrimenti rischiamo di fare danni incalcolabili al popolo sardo; e lo facciamo, se non stiamo attent,i proprio qui dentro. Noi ci stiamo impantanando sulla discussione sui mezzi e non sui contenuti. Discutiamo sugli strumenti da utilizzare: Consiglio regionale da solo, Consiglio regionale allargato, oppure Assemblea Costituente. Questo certamente è importante e, come diceva qualcuno, è una questione non solo di forma ma di sostanza. Però, badate, io bado sempre soprattutto alla sostanza: io non voglio un'autonomia che veda le regioni lombarde e piemontesi godere di un servizio sanitario, di una scuola, di una sicurezza diverse rispetto a quelle della nostra regione. Io voglio questa autonomia se questi servizi sono erogati in modo tale da rendere i cittadini sardi uguali ai cittadini piemontesi e lombardi. E chiedo alle forze del centrodestra, che sono uguali alle forze del centrodestra di quelle regioni, cosa pensano di questo problema, se sono d'accordo con Storace, con Formigoni, con Galan. Dicano qui, in quest'aula, se sono d'accordo con quella bozza di autonomia piemontese, perché io su quel piano non le seguo, al di là dello strumento che vogliamo utilizzare per arrivare alla nostra autonomia.
Allora, prima di pensare a una regionalizzazione anche di questi servizi, io vorrei garantirmi una qualità dei servizi uguale per le varie regioni, e dobbiamo essere fortemente interessati a questo. Come disegnarla, quindi, la nostra nuova autonomia? La frontiera è ampia, è una frontiera internazionale; sono d'accordo con chi rivendica per la Sardegna un ruolo fondamentale come regione d'Europa posta al centro del Mediterraneo e su questo filone dobbiamo scavare per creare la nostra nuova autonomia, non certamente parlando esclusivamente della qualità dei trasporti, come strumento per superare gli svantaggi dell'insularità; il problema non è infatti solo questo. Stiamo attenti, io ho sottolineato altre volte questo aspetto: la stessa società sarda è avanti rispetto a questa classe politica in questa discussione. Le imprese sarde oggi varcano le frontiere regionali, le frontiere nazionali, le frontiere comunitarie; sono in collegamento col mondo e in questo sicuramente hanno superato la classe politica che le governa. Quindi non possiamo demandare ulteriormente alla cosiddetta società civile questa discussione. E' giusto, e su questo concludo, pensare a una sessione consiliare sulle riforme, in autunno, che veda questa Assemblea pienamente coinvolta, certamente allargando la discussione alla società sarda, con una maggioranza che si assume le proprie responsabilità. La maggioranza non può scappare di fronte alle proprie responsabilità. Questa è un'ipotesi seria che deve impegnare tutte le forze politiche presenti in quest'aula, per avviare, in autunno, quella stagione di riforme che davvero la società sarda attende da parecchie legislature.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pacifico. Ne ha facoltà.
PACIFICO (D.S.). Pur non condividendo, nel merito e nelle modalità, la mozione che è stata presentata e che oggi è oggetto della discussione, credo che non si possa non riconoscerle comunque il merito di riportare all'attenzione dell'Assemblea un problema che oggi appare non più eludibile. A più riprese, in particolare nella precedente legislatura, si è dibattuto in Consiglio sull'adeguatezza dello Statuto speciale della Sardegna; Statuto che, ricordo, fu approvato con legge costituzionale cinquantatré anni fa. Già allora furono evidenti le aspettative deluse - e parlo di cinquant'anni fa - di chi portò avanti le migliori istanze autonomiste. Chi non ricorda la delusione di Emilio Lussu, la metafora, che più volte viene richiamata in questo Consiglio e in quest'aula, del leone e del gattino? Chi non ricorda l'aspra polemica di Lussu nei confronti dei principali partiti nazionali sulla concezione centralistica dello Stato che si costruiva e le sue nobili parole a difesa delle istanze autonomiste della nostra terra? Chi non ricorda, l'amarezza per il differente trattamento dei sardi rispetto ai siciliani allora?
Stiamo parlando di cinquantatré anni fa; in questi anni sono avvenute grandi trasformazioni sociali ed economiche, e i limiti delle norme statutarie che regolano la nostra vita appaiono sempre più evidenti. L'autonomismo appare nelle parole di molti mera enunciazione e non sostanza. Molti colleghi ricordavano, alcuni giorni fa, in una riunione, che il presidente Floris, nell'enunciare il suo programma, ha citato la parola autonomia una quarantina di volte. Più volte questa autonomia in quest'aula è stata tradita in questi due anni e ne siamo tutti testimoni. I caratteri di specialità della nostra autonomia appaiono, alla luce delle riforme statuali e del rivendicazionismo anche egoista di regioni forti, sempre meno distinti ed evidenti; ma anche forze ed esponenti progressisti nella nostra regione hanno assunto un atteggiamento quasi difensivo rispetto alla sola enunciazione della necessità di discutere dell'inadeguatezza del nostro Statuto, quasi che ciò compromettesse i valori e i principi di gloriose battaglie autonomiste che lo avevano determinato, e per la consapevole preoccupazione della strumentalità insita in una discussione che coinvolgeva anche la nostra storia recente e le conquiste, anche grandi, ottenute. Non parlandone si rimuoveva di fatto il problema.
Senza dipingere di nero il passato e consci dei grandi cambiamenti e delle conquiste anche importanti sulla via dello sviluppo e della modernizzazione che la nostra terra ha avuto, come si può non riconoscere oggi l'inadeguatezza della pratica autonomistica regionale? Se è pur vero che decenni di autonomia hanno radicato la connotazione di specialità, come dato politico e culturale hanno anche - come non riconoscerlo? - consegnato un'istituzione regionale che appare invecchiata e per molti aspetti artritica e impotente rispetto alle esigenze di modernizzazione e di competizione sullo scenario nazionale ed europeo, se non mondiale. Come non riconoscere che l'attuale sistema politico-amministrativo appare per molti aspetti improntato all'assistenzialismo, alla distribuzione irrazionale e discrezionale, se non clientelare, delle risorse? Al contrario, come non riconoscere che negli anni è avanzata una cultura diversa di autonomismo nella nostra regione, improntata più a un federalismo della responsabilità, che alla mera rivendicazione, a un federalismo della sussidiarietà, della partecipazione attiva delle istituzione locali alle funzioni di indirizzo e di proposta? Che la specialità oltre che per la storia, per il sentirsi popolo con le proprie specificità, oggi, nell'ambito della Comunità europea, non significhi anche una diversa velocità nella partecipazione attiva e nella modernizzazione, che viene determinata soprattutto dall'insularità?
Sono istanze che provengono dai cittadini non come richiesta di cambiamento; l'atteggiamento diffuso in Sardegna è altro. Vi è una richiesta di adeguamento rispetto a un dato culturale che per noi è già acquisito, che forse potrebbe mobilitare le masse in regioni come la Lombardia, per le spinte egoistiche, xenofobe di tipo protezionistico, ma che in Sardegna i nostri cittadini vivono, ripeto, come un dato culturale acquisito. Ma la sensazione è che, mentre noi ci dibattiamo tra la necessità di comprendere l'innovazione e la dinamica paralizzante della dialettica consiliare, la società si trasformi e proceda con una velocità almeno doppia rispetto alla politica, rendendo continuamente gli strumenti istituzionali e legislativi inadeguati e gli strumenti della politica in affanno rispetto alle aspettative delle categorie sociali e dei cittadini.
Qualcuno ha obiettato che se questa è la sensibilità diffusa che il Consiglio, massima istituzione regionale, ha rispetto a questo tipo di problema, può procedere esso stesso, nell'ambito della propria competenza a riformare lo Statuto. E io, a tale proposito, proporrei alcune brevi considerazioni: mi chiedo, se vi fossero state in passato e ancora oggi questa sensibilità e questa capacità decisionale, qualcuno avrebbe mai parlato di Costituente? Se non si fossero espletati già dei tentavi anche e soprattutto nella precedente legislatura, già falliti per altro, si sarebbe, io credo, potuta tentare la stessa strada. Oggi la mozione ripropone lo stesso ordinario metodo.
E' vero che la politica ha sempre almeno due facce e che la stessa dichiarazione può avere significati diversi se calata in momenti diversi, ma mi chiedo se , l'onorevole Balia nella precedente legislatura quando era in maggioranza, ha fatto lo stesso discorso sulla necessità dei percorsi e delle decisioni conseguenti. Il recepimento di una tale nobile esigenza non può credo essere svilito nella dialettica di contrapposizione tra maggioranza e minoranza o ancora peggio all'interno. Credo che sia giusto denunciare l'inconcludenza e l'incapacità della maggioranza, il danno che questa azione di governo arreca alla nostra Regione, ma è anche vero che questo problema della riscrittura dello Statuto non riguarda solo una parte del Consiglio, né una parte della società, ma tutti devono trovare, pur nella diversità delle posizioni, obiettivi concordi. Allora io credo che sia giusto rivendicare, questo sì, il merito più del metodo. Ma è pur vero che il metodo spesso non può essere separato dal merito, io rivendico il merito. Ma siamo certi, onorevole Balia, che questo Consiglio e la maggioranza che lo governa riuscirebbero a nobilitare questo percorso che privilegia il merito? Che il confronto basato sulla contrapposizione tra maggioranza e minoranza del Consiglio possa coinvolgere la società nella sua interezza e nei suoi diversificati aspetti e distanze? Che un Consiglio che non fa l'ordinario possa calarsi in una situazione di straordinarietà, così come afferma il collega Tore Sanna? O sarebbe necessario uno strumento che dia una scossa elettrica alle forze politiche, alla Sardegna nella sua interezza e nella sua diversificata composizione sociale, che determini un'attenzione e una mobilitazione sul problema della riscrittura della nostra specificità, delle nostre regole e dei nostri valori? Se questo è l'obiettivo, pur non precludendo altri percorsi, ben venga la Costituente. Molti oppongono a questo percorso la considerazione dello svilimento del ruolo della massima istituzione. Se si esamina con attenzione il disegno di legge sull'Assemblea Costituente proposto con i colleghi Dettori e Scano, io credo appaia salvaguardato il ruolo del Consiglio regionale, che può o meno esercitare la facoltà di istituire l'Assemblea Costituente, statuendo che: "allo scopo di provvedere alla revisione dello Statuto speciale della Sardegna, il Consiglio regionale può deliberare l'istituzione di una Assemblea Costituente". E` quasi una sfida rispetto alla possibilità o no che questo Consiglio ha di poterlo fare in prima persona e di verificare le capacità di mobilitazione che questo Consiglio ha rispetto alla società. Al comma 6, si prevede ancora che prima della approvazione finale l'Assemblea Costituente trasmetta il nuovo Statuto al Consiglio regionale che lo approva con le procedure di cui all'articolo 138 della Costituzione. Quindi il Consiglio appare parte attiva nell'indirizzo e controllo, ma non si può, credo, non riconoscere la necessità di sottrarre tali discussioni di merito al condizionamento dei rapporti tra maggioranza e opposizione nelle sedi deputate alle normali questioni di governo. Nel contempo c'è anche l'esigenza di incanalare il confronto sullo Statuto in sedi ove possano prevalere posizioni di massima unitarietà, oltre a conferire quel carattere di straordinarietà e di impegnatività, alcuni dicevano anche solennità, che un tale processo richiede.
Per concludere, la speranza è che tale dibattito sia l'inizio di una discussione senza preconcetti o tatticismi, e ribadisco di non avere preclusioni rispetto ad altre soluzioni, purché tale rilevante questione sia affrontata nel merito e non dilazionata nel tempo.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Orrù. Ne ha facoltà.
ORRu' (D.S.). Voglio fare anche io alcune considerazioni partendo da una premessa di carattere generale. Tutte le modifiche costituzionali, tanto più la riscrittura della Costituzione, per quel che per noi sardi rappresenta lo Statuto Speciale, avvengono o per il verificarsi di accadimenti storici che hanno un carattere eccezionale, e non mi sembra che sia questa la situazione in cui ci troviamo, oppure per il prodursi di modifiche rispetto al contesto sociale, politico, istituzionale originario tali da mettere in evidenza l'inadeguatezza, la non corrispondenza di quell'atto originario fondativo rispetto alle esigenze, o meglio alla possibilità stessa di promuovere la crescita civile e lo sviluppo economico e sociale della Sardegna.
Questa, come è evidente, è invece la situazione in cui mi sembra che noi ci troviamo, per molte delle cose che coloro i quali mi hanno preceduto hanno sostenuto, e per i grandi mutamenti avvenuti all'esterno della Sardegna sul piano internazionale - un dato su tutti, il referente istituzionale sovraordinato non è più rappresentato solo e esclusivamente dallo Stato nazionale, ma per effetto della cessione di sue quote di sovranità lo è e lo sarà sempre meno, e lo sarà sempre di più invece l'Europa - ma soprattutto direi per come è cambiato il paese dal '48 ad oggi, per come è cambiata la Sardegna e per come sono cambiati i sardi, la loro condizione di vita.
Nessuno disconosce quindi la necessità politica di una rilettura, di una radicale ridefinizione dell'autonomia speciale affinché si possa costruire o questa possa costituire una leva importante per la crescita e lo sviluppo del nostro sistema democratico. Le cose si complicano, com'è naturale d'altra parte, quando si passa a analizzare strumenti e contenuti più rispondenti agli obiettivi che ci si prefigge. Al di là dei tatticismi, mai come in questo caso i termini delle due questioni possono risultare strettamente intrecciate, non solo in relazione agli obiettivi, ma anche rispetto alle premesse da cui si parte. Per quanto riguarda glistrumenti, l'articolo 54 rappresenta il percorso, non a caso già previsto dai costituenti, e non delimita affatto il campo delle modifiche a semplici adeguamenti, non vi è alcun impedimento formale a una completa riscrittura dello Statuto Speciale, salvo su un punto sostanziale che non prevede la possibilità di delegare tale potere ad altri organi. Questo è evidente, e il fine è quello di tutelare il principio di unitarietà dello Stato, quindi non è previsto né l'istituto della delega alle assemblee regionali, né a nessun altro. Ora, se questo è un ostacolo è giusto porre il problema, lo ha posto la Lega per tanti anni, lo si può porre su versanti diversi, paradossalmente dal sud in altri termini, ma almeno è chiara la finalità delle varie proposte.
Sotto il profilo contenutistico invece o sostanziale, noi non abbiamo di fronte uno Stato o un Parlamento immobile, attendista, arroccato nella difesa dell'esistente, né tanto meno - almeno sino a alcuni mesi fa - impegnato nell'ampliare le proprie prerogative istituzionali e costituzionali, come invece fanno la Regione sarda ed altre Regioni nei confronti ad esempio del sistema delle autonomie locali. Anzi ci troviamo nella situazione opposta, perché la legge Bassanini e la nuova legge elettorale sono già in vigore, la riforma del Titolo V diventerà operativa se il referendum confermativo passerà; tutto questo delinea la volontà di rifondare lo Stato su basi più moderne, avanzate e più democratiche, ampliando le attribuzioni e le competenze delle Regioni e del sistema delle autonomie locali. Si è aperto dunque uno spazio politico istituzionale maggiore, non minore, per le esigenze e i bisogni della nostra specialità, ma è urgente occupare quello spazio.
Penso che il principio di solidarietà affermato per rimuovere una situazione pregiudiziale di svantaggio, e quindi la riconferma dell'articolo 13, così come lo stato di insularità e quindi il principio della continuità territoriale, da stabilire non in leggi ordinarie ma nella legge costituzionale, e le specificità culturali rappresentino ancora alcuni dei caratteri, non tutti, della nostra specificità che sono difficilmente confutabili, sia sul piano nazionale sia nel rapporto con le altre regioni; non tutte hanno queste specificità. Ma come è possibile che, in presenza di queste condizioni favorevoli rispetto al recente passato, questo Consiglio regionale non si faccia soggetto attivo, punto di riferimento istituzionale di una realtà culturale, politica, sociale più ricca e più vasta che è fuori di qua, con un'iniziativa che tenda a coinvolgere e non ad escludere, in uno sforzo comune. Chi e che cosa blocca questo processo? Forze esterne, lo Stato cinico e baro, l'Europa? No, non è più così, anzi, ci lasceranno cuocere nel nostro brodo, più stiamo immobili e meglio andrà per loro. Quindi, è sempre più nelle nostre responsabilità, il blocco come è evidente viene fondamentalmente da noi stessi, dalle nostre pregiudiziali, dai tatticismi di una classe dirigente che ha oscillato spesso tra il fatalismo e il radicalismo delle rivendicazioni, che poi sono le due facce della stessa medaglia, e che si traducono nel rifiuto dell'assunzione piena delle proprie responsabilità, perché questo è l'autogoverno.
Il risultato è stato fino ad ora l'immobilismo, ed è del tutto evidente che ciò significa abdicare alla propria funzione ed è ovvio che la società sarda cerchi altre strade, poi si chiameranno assemblea costituente o in altro modo, lo si può fare in questa legislatura o lo si farà nel corso della prossima. Le mozioni, non solo quella che ho sottoscritto, possono rappresentare un passaggio utile se si esce dai tatticismi, per sollecitare tutti ad uscire dai rispettivi fortini individuando un percorso virtuoso. Può essere la sessione del prossimo autunno; lo ha proposto non a caso l'opposizione, ma poteva proporlo la stessa maggioranza e questa, al di là dalle schermaglie politiche, è una ulteriore condizione positiva che va raccolta. Ora, però, la maggioranza se c'è deve battere un colpo, cioè deve fare la sua parte, anche perché, come le esperienze precedenti insegnano, è vero che siamo tutti responsabili, ma in democrazia, come abbiamo visto, c'è sempre qualcuno che è più responsabile di altri e questo qualcuno è senz'altro la maggioranza politica.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare l'assessore degli affari generali, personale e riforma della Regione. Ne ha facoltà.
Masala (A.N.), Assessore degli affari generali, personale e riforma alla Regione. Signor Presidente ed onorevoli colleghi, ringrazio innanzitutto il Presidente del Consiglio e i Presidenti dei Gruppi che hanno consentito lo slittamento di una settimana di questa discussione per conciliare le esigenze istituzionali del mio Assessorato. Non si può non riconoscere alla mozione presentata da una parte del centrosinistra il merito di aver portato dinanzi al Consiglio il dibattito sulla riforma dello Statuto della Regione sarda, ciò a prescindere dalle valutazioni di sostanza che su tale mozione possono essere date.
Invero, analoghe iniziative furono assunte dal Presidente della Giunta regionale nella tarda primavera del 2000, allorquando portò alla Conferenza dei Presidenti di Gruppo la richiesta della Giunta medesima di aprire una sessione di lavoro sul federalismo; iniziativa non andata a buon fine per il sopraggiungere di altre esigenze.
L'occasione per una accelerazione sul dibattito della riforma statuaria è venuta, senza dubbio, dall'approvazione da parte del Parlamento nazionale della modifica del Titolo V della Carta costituzionale che, come è noto, riserva alla esclusiva competenza dello Stato alcune materie, ne individua altre di competenza concorrente con le regioni, lasciando a queste ultime la competenza legislativa ed amministrativa sulle materie rimanenti, di fatto quasi omologando le regioni a Statuto speciale a quelle ordinarie. E` pure noto che la Casa delle Libertà non condivise, in Parlamento, la riforma proposta dall'allora maggioranza e che la riforma passò con i soli voti della maggioranza medesima.
L'amministrazione regionale ha tuttavia immediatamente preso in esame i contenuti della legge di riforma costituzionale sotto il profilo delle implicazioni di carattere amministrativo, posto che la stessa amministrazione era, ed è, impegnata nella predisposizione delle proposte di legge di recepimento della legge numero 59 del 1997, acquisendo le numerose funzioni trasferite alla competenza regionale dal decreto legislativo numero 112, tra gli altri, in applicazione della norma di attuazione già emanata. A questo proposito ha ragione chi afferma che la specialità alle volte può rappresentare una trappola, in quanto le leggi nazionali di riforma non sono immediatamente applicabili in Sardegna.
La valutazione sulle implicazioni di carattere amministrativo del trasferimento di competenze a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione verrà fatta nel processo di riforma istituzionale interna, in occasione della quale dovrà procedersi anche all'aggiornamento delle diverse competenze assessoriali, se e quando la riforma costituzionale verrà confermata dal referendum. Occorre preliminarmente tenere presente, come del resto viene puntualmente ricordato nella mozione, e nella petizione che la sottende, che nel febbraio del corrente anno è entrata in vigore la legge di modifica dell'articolo 15 dello Statuto, che prevede l'elezione diretta del Presidente della Giunta e indica criteri per la definizione dei rapporti fra gli organi regionali e per la disciplina del referendum abrogativo e propositivo. La Giunta regionale ha già provveduto a predisporre i disegni di legge di attuazione di tali principi, ed essi sono già a disposizione del Consiglio.
La riforma del Titolo V della Costituzione viene qui però presa in considerazione sotto un profilo diverso da quello dei riflessi di natura amministrativa, essa viene proposta come base di discussione per un processo di revisione dello Statuto regionale attraverso i normali canoni procedurali dallo stesso Statuto previsti.
La mozione in discussione propone al Consiglio regionale di prendere in esame il testo di statuto, così come modificato della legge costituzionale numero 2 del 2001 e ulteriormente integrato dalla riforma del Titolo V della Costituzione, e di assumere le necessarie iniziative al fine di pervenire alla formulazione di un testo organico e compiuto di Statuto che riaffermi e rilanci la specialità della Sardegna.
A sostegno di questa tesi, viene utilizzato con forza l'argomento in base al quale una riforma affidata invece all'assemblea costituente, come da altre parti invocata, porterebbe ad eventuali risultati soltanto in tempi estremamente lunghi e comunque certamente oltre i termini di questa legislatura. Se questa è l'unica argomentazione a sostegno del ricorso alla normale procedura di revisione statutaria, la stessa pare indubbiamente priva di fondamento. Giova infatti ricordare che anche il processo di revisione ordinaria dello Statuto si traduce conclusivamente in una legge costituzionale, richiedendo quindi gli stessi tempi, se non maggiori rispetto a quelli necessari all'approvazione di una legge costituzionale istitutiva di una assemblea costituente, per non dimenticare che in questo modo ci si legherebbe non solo ai tempi tecnici previsti dalle procedure, che sono identici, ma anche alla volontà politica dell'Assemblea elettiva nazionale nonché di quella regionale chiamata ad elaborare una proposta di riforma compiuta.
La Giunta regionale, pur riconoscendo la predominante competenza propositiva del Consiglio, considerata la valenza dell'argomento in questione, non è rimasta estranea al problema della riforma dello Statuto, presentando anche essa un disegno di legge di istituzione di una Assemblea costituente con il compito di scrivere il nuovo Statuto regionale, fondato su un nuovo e diverso patto con lo Stato nazionale.
La scelta della Giunta, del resto, era quasi obbligata, considerato che l'argomento era stato previsto nel programma di Governo ed era coerente con il programma presentato agli elettori, durante la campagna elettorale del 1999, dalle forze politiche che si erano riconosciute nella coalizione di centrodestra che aveva fatto proprio il progetto già enunciato nel forum di Aritzo, anche se su questo argomento convergono altre forze politiche non facenti parte della coalizione. Questa scelta si fonda su una serie di considerazioni ben precise; si è ritenuto, infatti, che il Consiglio regionale sia maggiormente condizionabile dalle logiche degli schieramenti, dalle esigenze di maggioranza e di opposizione, mentre una Assemblea, espressione di tutte le forze politiche, sociali, economiche, sindacali e culturali della Sardegna, dovrebbe essere meno esposta a tali condizionamenti e quindi più idonea a proporre la Carta fondamentale della Regione, che è, e deve essere la legge fondamentale di tutti i sardi.
La scelta fatta allora pare possa essere condivisa ancora oggi, fermo restando che la Giunta si rimette ovviamente alla sovranità del Consiglio in merito alla scelta dell'iter procedurale che si intende seguire.
Non si può condividere, però, l'opinione dei colleghi che vedono nella attribuzione all'Assemblea costituente della potestà di proporre una Carta statutaria, un esautoramento delle prerogative del Consiglio regionale. Una proposta di legge costituzionale da parte del Consiglio Regionale di istituzione di una Assemblea costituente rappresenta, a mio giudizio, al contrario l'esaltazione delle prerogative del Consiglio. Non mi risulta infatti che durante il dibattito nazionale, che aveva preceduto l'istituzione della Commissione bicamerale per la riforma della seconda parte della Costituzione, ci fosse stato qualcuno che avesse intravisto una possibile menomazione delle funzioni del Parlamento nazionale, nella proposta di convocazione di una Assemblea Costituente avanzata da alcune forze politiche in quella circostanza; mi risulta invece che si giunse all'istituzione della Commissione bicamerale proprio perché si voleva limitare la riforma a una sola parte della Costituzione. Ragionando per analogia si potrebbe quasi affermare che anche attraverso una Commissione speciale il Consiglio possa agevolmente procedere alla revisione dello Statuto, ma se al contrario si vuole riscrivere lo Statuto, rinegoziando totalmente il patto con lo Stato, questa funzione fondamentale è bene venga affidata a una Assemblea costituente.
Il problema che a mio giudizio si pone, e che viene celato dalla mozione, è se possa essere individuato o meno un percorso diverso da quello previsto dallo Statuto medesimo per la sua riforma; si tratta cioè di verificare se sussistano le condizioni per imboccare una strada che veda il Consiglio regionale attore del processo di riforma della Regione, capace di impostare un diverso rapporto con lo Stato nazionale, in grado, in una parola, di assicurare il riconoscimento ai sardi di una quota di sovranità. Il contrasto intorno alla riforma dello Statuto, che si manifesta sullo strumento da utilizzare per la stessa, in realtà attiene proprio all'individuazione del soggetto al quale attribuire la potestà di proposta della riforma. Per i proponenti della mozione, in linea con la continuità del procedimento di riforma introdotto con il Titolo V della Costituzione, la titolarità spetterebbe esclusivamente al Parlamento nazionale. In capo alla Regione, attraverso l'Assemblea costituente, sarebbe da collocare questa potestà per i sostenitori della tesi opposta. La differenza non è solo nominalistica, perché si tratta sostanzialmente di sposare la tesi della collocazione esclusiva della sovranità in capo allo Stato, ovvero quella per cui la sovranità possa distribuirsi in modo equilibrato fra Stato, regioni ed Unione europea.
Tradizionalmente in dottrina si definisce sovrana un entità che non riconosce autorità superiori e che afferma l'originarietà della propria potestà. Secondo tale impostazione solo allo Stato deve quindi riconoscersi piena ed esclusiva sovranità. Tuttavia i processi di riforma costituzionale, che sono stati realizzati specie nella seconda metà del secolo scorso, per restare alla sola Europa, e cioè i processi che hanno visto la trasformazione di stati nazionali in stati federali, ma anche il processo inverso, avviato per la trasformazione degli stati membri dell'Unione europea in stato sovranazionale mediante cessione, sempre più ampia, di quote di sovranità - basti pensare alla potestà di battere moneta - ci autorizzano ad affermare che forse la sovranità può ripartirsi su vari livelli analogamente a quanto avviene sul piano amministrativo attraverso il concetto parallelo di sussidiarietà con l'individuazione di diversi livelli di Governo. Se è possibile la coesistenza della sovranità dell'Unione europea con quella nazionale degli stati membri si deve anche ammettere, o si dovrebbe anche ammettere, la coesistenza della sovranità dello stato nazionale con quella delle regioni. Si può affermare quindi che possono coesistere una sovranità a livello nazionale, una sovranità a livello sovranazionale di rango europeo e una sovranità a livello sub - nazionale di rango regionale.
Coerentemente con questa impostazione di natura federalistica, se si vuole rivendicare alla Regione Sardegna la possibilità di stipulare con lo Stato un nuovo patto di autonomia, non si vede perché non possa essere percorsa la strada tracciata da più Gruppi di questo Consiglio, della istituzione di una Assemblea che abbia potestà di natura costituente. La Giunta regionale, nel momento in cui ha presentato in Consiglio il disegno di legge per l'istituzione dell'Assemblea costituente, con il compito di riscrivere lo statuto di autonomia, aveva operato una scelta nel senso dell'adesione all'ipotesi di una equilibrata ripartizione della sovranità fra Regione, Stato ed Unione europea, in una parola, aveva fatto una scelta di natura federalistica.
Avviare un dibattito sulla riforma dello Statuto dando per scontato quanto previsto dal riformato Titolo V, significa accettarne i presupposti, vale a dire una nuova riforma calata dall'alto e concessa dal Parlamento nazionale, e questo determinerebbe una nuova rinuncia da parte del Consiglio ad essere protagonista del proprio futuro in luogo di semplice comparsa.
Il dibattito intorno allo Statuto non può che incentrarsi su un terreno diverso, in un nuovo riconoscimento della soggettività politico - istituzionale e culturale della Sardegna e dei sardi.
Di non minore importanza è il profilo relativo ai contenuti della riforma dello Statuto, infatti il testo di legge di riforma del Titolo V della Costituzione, prevedendo l'applicazione delle modifiche costituzionali anche alle regioni a statuto speciale e alle province autonome di Trento e di Bolzano per le parti in cui dispone forme di autonomia più ampie rispetto a quelle già attribuite dagli Statuti, in sostanza determina un notevole appiattimento della specialità rispetto alle regioni ordinarie; di qui la necessità di affrontare con urgenza un dibattito in grado di individuare le ragioni delle specialità della regione Sardegna. Mi pare di potere affermare che la specialità non è una prerogativa che dipende soltanto dalla quantità di potestà legislativa attribuita alla Regione rispetto alle regioni ordinarie, quanto piuttosto dalla qualità delle stesse potestà, vale a dire dal riconoscimento di ampi e autonomi poteri nelle materie che garantiscono le ragioni della sua identità e specialità. E' auspicabile, ma la Giunta è certa che così sarà, che in tema di riforma dello Statuto si realizzi la più ampia convergenza possibile.
Presidente. E' iscritto a parlare il consigliere Masia. Ne ha facoltà.
Masia (F.S.D.). Signor Presidente, colleghi, qualche giorno fa mi è capitato di visitare, insieme ad altri colleghi, il Parlamento basco. I parlamentari baschi parlano al centro dell'aula, dando le spalle al Presidente e rivolti verso il Consiglio. Loro dicono: "rivolti verso i rappresentanti del popolo basco", e lo dicono con enfasi e non rinunciando in ogni momento ad evidenziare le conquiste della loro autonomia.
Non è stato molto il tempo che noi abbiamo potuto dedicare loro, ci siamo stati poco, però, nel poco tempo che ci siamo rimasti, abbiamo potuto leggere nel loro comportamento alcuni messaggi importanti, intanto l'orgoglio di essere abitanti di quella regione e il rispetto per coloro che ne rappresentano il popolo.
Oggi io mi aspettavo una riunione diversa, con la presenza di tutti i rappresentanti del Consiglio regionale, con la presenza del Presidente del Consiglio sin dall'inizio, quando sono state presentate le mozioni.In questo leggo un altro messaggio: la mancanza di rispetto nei confronti questa Assemblea, che ritengo rappresentativa del popolo sardo, mi auguro non da solo; la mancanza di rispetto da parte di chi, in questo dibattito, volutamente io ritengo, vuole essere assente. E leggo anche l'assenza di orgoglio, perché pare che non a tutti interessi il tema della nostra autonomia, della nostra specialità e della fase straordinaria che la mozione del centrosinistra vuole aprire, con il recupero a questo Consiglio del dibattito sul processo costituente che tutti, io mi auguro, riteniamo non più rinviabile.
Come si fa a non denunciare che questa Giunta e questa maggioranza hanno perso l'occasione di partecipare al dibattito nazionale ove si discute di federalismo? Abbiamo una nuova legge per le prossime elezioni regionali, ma non è nostra, non siamo ancora entrati nel merito di questa riforma, eppure lo potremmo fare. Sono trascorsi due anni dall'insediamento di questa maggioranza e di questi argomenti, a me pare, questo è quello che si deduce dai fatti, si parla con fastidio.
Il livello di autonomia che viene concesso alle Regioni a statuto ordinario dal Governo nazionale, ormai è un dato di fatto, supera di gran lunga l'autonomia che lo Statuto speciale della nostra regione prevede. Nel 1948 la Sardegna ottenne uno Statuto che ci dava un livello di autonomia inferiore rispetto a quello delle altre regioni a Statuto speciale - per esempio la Sicilia - che furono avvantaggiate, ed è stato ribadito, con la possibilità di avere immediatamente delle risorse rispetto ai tempi che a noi sono stati necessari per ottenerle, in difesa della nostra specialità. Accettammo quello Statuto rinunciando alla possibilità, in quel momento, che ci attribuisse come ad altri ulteriori opportunità, in virtù della nostra autonomia.
Io ritengo che oggi ci si offra una nuova occasione, e noi non possiamo rinunciare ad essa. Ho paura, però, che stiamo perdendo questa occasione, perché a me pare che con i diversi progetti di legge per l'istituzione dell'Assemblea costituente - ne sono stati presentati quattro, poco fa per certi versi ne ha presentato un altro l'Assessore - di tutto ci si voglia interessare tranne che di modificare lo Statuto. Io ho dei forti dubbi, e li esterno in questa sede.Si vuole eleggere l'Assemblea costituente con il sistema proporzionale perverificare le reali forze in campo? Si vuole eleggere l'Assemblea costituente per preparare le nuove elezioni regionali avvantaggiando qualche forza politica che per l'effetto domino intende sbaragliare l'opposizione? Queste cose vanno denunciate, perché ritengo che sia sbagliato, con questi argomenti, trovare scorciatoie e allo stesso tempo prendere in giro i sardi, gli elettori di questa Assemblea.
Naturalmente non voglio con queste osservazioni allontanarmi dal tema, però non si può recuperare in questo modo la sacralità di quest'Aula. Non possiamo rinunciare a ciò che essa rappresenta. Dobbiamo recuperare la coscienza, l'autorità, la capacità di rappresentare gli eletti e le esigenze dei sardi. Altrimenti avrebbero ragione davvero coloro che vogliono discutere altrove i temi della nostra autonomia, coloro che vogliono riversare su altri questa responsabilità.
Che sia così lo si deduce anche dal fatto che qui è stato denunciato diverse volte: noi stiamo parlando del contenitore, non si vuole parlare del contenuto, non si vuole entrare nel merito delle cose; stiamo sottovalutando le opportunità che la riforma dello Statuto ci può dare, la base progettuale sulla quale fondare una legge costituzionale, le possibilità di riequilibrio della nostra regione con il resto dell'Europa, la possibilità di riscatto dell'economia e del territorio della nostra Isola, la valenza che vogliamo dare alla nostra insularità, anche per mantenere le opportunità che possono derivare dal permanere nell'Obiettivo 1, i vantaggi che possiamo trarre dall'essere isola al centro del Mediterraneo e quale valore aggiunto possiamo dare alla nostra specificità culturale, storica e ambientale. Io ritengo che la nuova rinascita della nostra Isola passi solo attraverso questi contenuti, attraverso la partecipazione e la responsabilizzazione della società sarda, che non può essere esclusa, né sentirsi coinvolta da un'Assemblea costituente eletta a tempo determinato, con il pericolo reale che sia un doppione del nostro Consiglio, con la certezza che sarà relegata chissà dove e sarà composta chissà da chi e con quali altri impegni di lavoro.
Che risposte possiamo aspettarci da questa Assemblea costituente? Noi stiamo vivendo una fase straordinaria, la risposta dev'essere straordinaria. Io dico che dobbiamo aprire una fase, che possiamo anche definire storica, ma che dobbiamo sentire sulla nostra pelle come impegno, come responsabilità alla quale non possiamo rinunciare né possiamo demandare ad altri. Correndo il rischio anche di essere ripetitivo, io vorrei invitare, proprio perché ho iniziato il mio intervento in questo modo, quei colleghi che sono intervenuti perorando la causa dell'Assemblea costituente, a visitare il Parlamento basco e a percorrere quei corridoi sulle cui pareti sono esposte le foto dei parlamentari caduti negli ultimi mesi, non negli ultimi anni, negli ultimi mesi, per portare avanti un ideale: l'autonomia, la specialità, la difesa della cultura, della lingua, delle tradizioni di un popolo che intende valorizzare queste risorse attraverso una battaglia democratica, all'interno, naturalmente, delle regole costituzionali del proprio paese, ma con la volontà di essere artefici delle proprie sorti. In quel Governo oggi sono presenti i socialisti che hanno consentito...
(Interruzioni)
PRESIDENTE. Prego continui, onorevole Masia.
MASIA (F.S.D.). …la risposta potranno darmela anche dopo questa visita, se sentiranno di farla. Pongo a loro una precisa domanda: come si può strumentalizzare un fatto così importante per la rivendicazione della nostra massima autonomia, come la riscrittura dello Statuto, con la proposta di una Assemblea Costituente che vale più come ipotesi ricostituente di voti, per alcuni, e di posti, forse anche di prestigio, per altri. La risposta non può essere che una, rinunciamo a questi propositi, è il Consiglio regionale che deve farsi carico della riforma dello Statuto e in questo dibattito credo che siano venute fuori delle proposte importanti, Attraverso queste proposte importanti, per la cui discussione l'intero Consiglio dovrà farsi carico di entrare nel merito della riforma dello Statuto, possiamo anche trovare la risposta a questi importanti quesiti che non possiamo rinviare.
Presidente. E` iscritto a parlare il consigliere Granella. Ne ha facoltà.
GRANELLA (I DEMOCRATICI). Rinuncio.
Presidente. E` iscritto a parlare il consigliere Ibba. Ne ha facoltà.
Ibba (F.S.D.). Ero abbastanza dubbioso all'inizio di questo dibattito questa mattina, sulla bontà della proposta dell'istituzione di una Assemblea Costituente, ma dopo aver ascoltato gli interventi che si sono susseguiti mi sono davvero chiarito le idee e sono totalmente contrario e non per una pregiudiziale solidarietà nei confronti dell'iniziativa di un cittadino, il professor Ballero, che ha portato, attraverso questo inusuale metodo, il Consiglio regionale a discutere su questa questione, né per la verità, per una pregiudiziale contrarietà ad una proposta di carattere molto estetico che trova nei colleghi Fantola e Scano i più accesi sostenitori. Al di là dell'appartenenza, ma proprio per una questione di convinzione personale, credo che l'abbia detta giusta Balia nella sua introduzione all'argomento, quando ha invitato tutti a non confondere il fine con il mezzo, perché in questo momento il fine è la valutazione dell'aggiornamento dello Statuto, nei confronti del quale l'Assemblea Costituente si palesa e si esprime esclusivamente come un mezzo utile al raggiungimento del fine. Ma, come è già stato detto anche ultimamente dal mio compagno di partito Masia, credo che sia più importante che noi discutiamo del fine, prima che del mezzo, cioè discutiamo di come modificare e modernizzare gli strumenti operativi che consentano al Consiglio regionale e alla Giunta di essere più rapidi ed efficaci nella realizzazione delle iniziative di Governo a favore dei nostri concittadini. La volontà caparbia di focalizzare ogni attenzione del Consiglio e dell'opinione pubblica non sul fine, ma sul mezzo, non sul contenuto, ma sul contenitore, mi fa pensare ad una sorta di strumentalizzazione di questa espressione, molto affascinante, molto accattivante di Assemblea Costituente che sembra essere più uno strumento di propaganda che l'espressione di una reale volontà di fare davvero le riforme.
Infatti, fino ad oggi, non è stato possibile discutere in che cosa debbano consistere le riforme, se non per brevi sprazzi o in occasione dell'esame di tutt'altro argomento iscritto all'ordine del giorno. Certo ognuno di noi sa che cosa pensa questo o quel gruppo sull'autonomia, sul federalismo, sul sistema elettorale, sui rapporti con lo Stato e su quelli con l'Europa e con l'Europa delle Regioni, ma sappiamo anche che la maggioranza, su questi temi, è al suo interno così frazionata e diversificata da trovare convergenza soltanto sul titolo ma non sul merito dell'argomento. Il fatto che nessuno dei costituenti apra il confronto sul merito, fa pensare che, esaurita per abuso, e forse anche un po' per consunzione, l'epopea dei referendum si stia procedendo verso un altra forma di réclame propagandistica, che è appunto quella di indicare Assemblee elettive, costituenti o non, per qualunque prossimo argomento di novità che dovesse presentarsi.
Nella nostra mozione e nel suo allegato abbiamo spiegato con dovizia di particolari che l'istituzione dell'Assemblea Costituente è il modo migliore per non fare alcuna riforma e per andare fuori ogni tempo massimo che possa consentire, entro questa legislatura, di realizzare qualunque tipo di riforma che questa proposta sottintende, una volontà caparbia, se pure ben mascherata, di affermare di fare non volendo e non potendo fare.
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE SERRENTI
(Segue IBBA.) Siamo invece fermamente convinti che le riforme siano essenziali per lo sviluppo di questa Regione, per l'attività di questo Consiglio, per i bisogni dei nostri concittadini. Questa mozione, che nasce da una nostra denuncia su questo meccanismo di carattere puramente estetico, è anticipatrice, da parte nostra, di successive iniziative che proporremo al Consiglio regionale affinché non sia più possibile eludere questi temi. Costringeremo il Consiglio regionale a discutere su problemi ormai non più rinviabili, seppure prendendo spunto dalle nostre concezioni e dalla nostra visione delle cose. In particolare, adotteremo iniziative per quanto riguarda la definizione e il confronto sul concetto di autonomia e specialità della nostra Regione, perché noi siamo convinti che ciascuna Regione abbia una propria autonomia e specialità, su globalizzazione dei mercati e identità dei popoli, che è un argomento sul quale ci si sta confrontando a 360 gradi.
Porteremo avanti iniziative per il confronto sulla nostra concezione del rapporto fra la Regione e gli altri enti sottordinati o sovraordinati, del sistema elettorale da adottare, su quale sistema elettorale per questa Regione, di quale riforma di questa Regione, di quale riforma degli enti e perché, e in che modo, e perché in quel modo; di quale deve essere la rappresentatività organizzata della società, attraverso le associazioni, attraverso i sindacati, attraverso le professioni, nei confronti della Regione, che poi alla fine significa come regolamentare il rapporto con i cittadini, non genericamente ed astrattamente intesi, quasi che ci fosse un rapporto individuale con ognuno di questi, per cui la collettività dei singoli cittadini si interfaccia e si intercorrela con l'attività della Regione, ma i cittadini attraverso le loro rappresentanze, siano esse i sindacati, le associazione culturali, quelle politiche, quelle di categoria, siano esse i partiti, le professioni, la chiesa, come è stato detto da qualcuno questa mattina. Ben venga la convergenza di tutti sulla disponibilità e sulla apertura a confrontarsi senza pregiudizi e senza schemi su quello che ognuno ritiene di dover esprimere.
Pertanto, confrontarci sulle riforme, come noi vogliamo, non è confrontarsi sull'assemblea costituente o essere costituenti sì o costituenti no, o ricostituenti sì o ricostituenti no, ma significa trovare, sulle riforme, la capacità di rompere gli schematismi e i pregiudizi di schieramento, per costruire non il nuovo, nel senso che ultimamente si dà a questo termine, ma le linee guida che servono a questa Regione per governare con modernità la Sardegna senza dare più alibi all'inefficienza di questa maggioranza, una inefficienza che non è legata a incapacità operativa, come diceva il collega Tore Sanna, perché sono ben convinto infatti che ogni componente di questa Giunta e di questa maggioranza, abbia grandi capacità operative e propositive, ma che, nel rapporto fra loro, esista una contraddizione così forte e così diffusa che non consente a questa maggioranza di produrre atti legislativi e normativi che abbiano un minimo di dignità e corrispondenza al significato loro proprio.
Tutto questo significa parlare di riforme, non significa parlare di come fare le riforme, che sarà fase successiva dopo che avremo discusso di quali riforme fare e perché.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Scano. Ne ha facoltà.
Scano (D.S.). Il progetto dell'assemblea costituente provocherebbe l'esautoramento del Consiglio regionale? Abdicheremmo così al nostro mandato? Si determinerebbe un rinvio di ciò che si potrebbe fare più velocemente: il nuovo Statuto, le riforme?. Al contrario, noi firmatari del progetto di legge elaborato da Democratzia, vogliamo fortemente che il Consiglio regionale faccia qualcosa di utile, qualcosa che rimanga, qualcosa che segni una svolta. Ci battiamo perché il Consiglio, questo Consiglio, svolga la sua funzione, capisca i termini nuovi della questione sarda e indichi una strada. Il filo condutture delle nostre riflessioni potrebbe essere: come mettere insieme un popolo per vincere la sfida dello sviluppo.
Ci sono differenze anche serie, anche profonde, negli schieramenti politici e nei partiti. Non è questo un conflitto tra centrodestra e centrosinistra. A me dispiace che nel centrosinistra ci siano opinioni diverse, trovo assai inadeguata la mozione presentata; sono differenze di merito su una questione importante, ma non è necessario che si traducano in una frattura politica. Noi non vogliamo questo, non vogliamo allargare il solco; saranno naturalmente i contenuti e i valori, per quanto mi riguarda, a decidere della distanza e dell'intesa: i contenuti e i valori.
Davanti a noi c'è un problema vero, l'autonomia, cioè la forma politica e istituzionale nella quale abbiamo cercato di realizzare il nostro autogoverno, non c'è più, per ragioni interne ed esterne; e anche l'autonomismo come cultura, come elaborazione è gravemente ammalato. Ragioniamo su come avviene la formazione dei gruppi dirigenti della politica, sulle espressioni parlamentari, sugli stessi assetti del potere regionale; chiediamoci se ci sia, e in quale misura, una capacità di rappresentanza degli interessi della Sardegna a livello dello Stato. Si avrebbe la capacità - domando - di dire di no, se fosse necessario per gli interessi della Sardegna, ai leaders nazionali dell'uno e dell'altro schieramento ? Sono forzature queste o le cose stanno proprio così? E se stanno così che facciamo? Davvero è sufficiente prescrivere un'aspirina per una malattia così seria? Ciò di cui stiamo parlando, la soggettività di un popolo non è cosa di poco conto, è cosa preziosa, indispensabile; se non avremo con noi questa energia, non risolveremo, chiunque governi, il problema dello sviluppo economico e civile della Sardegna. Questo è il punto.
L'altra faccia della globalizzazione è l'identità, la forza delle comunità locali. Vinceranno la competizione per lo sviluppo le regioni dotate di coesione, di capacità di cooperazione, di fiducia, di consapevolezza delle proprie risorse materiali e immateriali, di cultura, di capitale sociale, di energia collettiva. Se fino ad ora non ce l'abbiamo fatta, le responsabilità non sono solo esterne, non è che ce l'hanno impedito, e non dipende solo dal fatto che non avevamo i poteri. Non abbiamo utilizzato nemmeno quelli disponibili. Va detta una dura verità, siamo mancati noi, non sono mancati i poteri! certo anche, ma è mancato il soggetto, l'oggetto non è diventato soggetto di politica, di economia, di governo; il territorio non ha avuto un'anima, non c'è stata coesione, cooperazione, non c'è stata per lo più - ci sono eccezioni naturalmente - classe dirigente alta e autentica. Per questo serve un moto profondo, culturale, morale, civile. Intendiamoci, identità non è chiusura, non è provincialismo; bisogna collegare la Sardegna ai movimenti mondiali, aprirla all'economia e alle culture dell'Europa e del mondo, ma per esserci bisogna essere! con un doppio movimento, verso la globalizzazione e verso l'identità.
Con il nuovo titolo quinto della Costituzione, si dice che la Sardegna si troverebbe in uno stato di ritardo dar dover ricuperare con grande urgenza. Non è esatto, le norme vantaggiose si applicheranno automaticamente anche a noi. Il giorno successivo alla vittoria del sì, che io auspico, nel referendum, il problema per noi non sarà quello di recuperare un ritardo, sarà quello di inventare la nuova forma storica dell'autonomia sarda. Il nuovo Titolo V, che non è federalismo, ma è un sistema assai avanzato, non costituisce il punto d'arrivo ma costituisce il punto di partenza. La modifica dell'articolo 54 dello Statuto - qui c'è un passaggio delicato - non è motivata solo dall'assemblea costituente, amici cari, affronta un altro problema; oggi il potere decisionale è tutto nelle mani del Parlamento, la Sardegna può solo avanzare proposte e partecipare ad un referendum consultivo. La modifica dell'articolo 54 è necessaria per spostare potere, senza naturalmente fare saltare l'ordinamento della Repubblica, ci mancherebbe altro. Dobbiamo proporre che il Parlamento si limiti ad approvare o respingere, senza potere di emendamento. È stato già fatto, se n'è parlato, ora non ho il tempo per illustrare questo punto, non è una stravaganza, chi sostiene questo non sa di cosa parla.
Gli articoli 138 e 116 della Costituzione: dobbiamo starci dentro; modificarli o uscirne, questa si che è un'impresa proibitiva. E` difficile immaginare che il Parlamento deleghi, o se delega, pone a monte vincoli ed è più conveniente - io dico - il negoziato su una proposta piuttosto che la delega entro limiti ristretti. Aggiungo che il 138, l'approvazione cioè in capo al Parlamento, va vista non come un limite, ma anche come una opportunità. Il nuovo Statuto dovrà comportare obblighi per i poteri centrali dello stato, ci sarà una nuova materia pattizia. Vincoli ed obblighi per i poteri centrali non ppuò metterli né il Consiglio regionale né l'Assemblea costituente, ma solo il Parlamento della Repubblica.
Il Consiglio regionale. Ci sarebbe un autodichiarazione di incapacità? Colleghi, se questo Consiglio regionale istituisce l'Assemblea costituente, altro che delegittimazione, altro che scioglimento! Noi dobbiamo aprire subito, noi, qui, la fase costituente, che è composta di due piani: il lavoro che il Consiglio Regionale può fare da subito (la materia non più costituzionale, la legge elettorale, la riorganizzazione interna, l'organizzarci per il nuovo scenario del Titolo V), e poi il nuovo Statuto, con un organo dedicato, l'Assemblea costituente, con il quale interagire, in forme da decidere. Stiamo parlando di un processo costituente, con un lavoro complementare tra i due organi. Si dice: "Passiamo dal contenitore ai contenuti". Va bene, quando vogliamo. A patto che sia chiaro che la scelta dell'Assemblea costituente non è solo una scelta di metodo. Chi vuole l'Assemblea Costituente, la vuole perché pensa che non si tratti solo di adeguare o aggiornare, bensì di spingere la tradizione autonomistica verso la dimensione del federalismo. Questo è il contenuto.
Allora, più forte traduzione istituzionale della soggettività dei sardi, riconoscimento costituzionale della nostra comunità unitariamente intesa come popolo distinto nell'unità della Repubblica, rinegoziazione dei contenuti del patto, sancendo la corresponsabilità della Repubblica e della Regione nel mettere i sardi in condizione di effettiva parità rispetto al resto d'Italia e d'Europa.
Per concludere, il dibattito di oggi non può finire con un nulla di fatto. Dobbiamo decidere un percorso, è tempo che il Consiglio regionale si pronunci sulle leggi per l'Assemblea Costituente; è meglio per tutti, sostenitori ed avversari. Prima è meglio è. Così pure è utile che il Consiglio regionale dedichi un dibattito agli effetti del Titolo V e agli obiettivi della revisione statutaria.
Presidente. Onorevole Scano, le concedo ulteriori trenta secondi per concludere.
Scano (D.S.). Al termine bisognerà avere la capacità di indicare una strada. Il Consiglio Regionale deve saper dare un segnale chiaro e mettere in campo, finalmente, un grande fattore, la forza di un nuovo orizzonte culturale e istituzionale, per fare cose concrete, necessarie ed utili ai sardi. Unità - certo - ricerca dell'unità - sempre - ma non serve la confusione, serve la chiarezza.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliare Pusceddu. Ne ha facoltà.
Pusceddu (D.S.). Signor Presidente, questo nostro dibattito, per un fatto fortuito si svolge proprio nella giornata in cui negli Stati Uniti d'America festeggiano il giorno dell'indipendenza. Ora, non vorrei che questa casuale concomitanza avesse portato alcuni colleghi ad accentuare i toni per arrivarea proclamare, in questa nostra prima discussione di questa legislatura sui temi della riforma dello Statuto, un'analogia con l'avvenimento che viene celebrato e festeggiato nella stessa data negli Stati Uniti d'America.
Il dibattito che si è sviluppato in quest'Aula - secondo me - ha degli elementi di novità, però rischia di essere superato da tutta una serie di eventi, perché non si riesce a cogliere che il problema più attuale oggi è quello della definizione dei poteri, della forma di Governo e, soprattutto, del ruolo che deve svolgere il Consiglio regionale in una nuova configurazione di stampo federalista del nostro Stato nazionale e il nuovo ruolo assegnato agli esecutivi. Nell'agenda della discussione politica è d'attualità la funzione dei governatori che hanno assunto un ruolo più importante, maggiore forza, maggiore competenza in virtù della elezione diretta, che li porta oggi a rivendicare, come fanno alcuni Presidenti delle Regioni, un potere di decretazione di urgenza, un potere sostitutivo di poteri che sono propri delle assemblee legislative, per assumere in pieno tutto il potere regolamentare.
E` chiaro che se noi inquadriamo questa discussione nel contesto di quanto sta avvenendo nel nostro Paese, dove il problema vero è quello della riduzione degli spazi di autonomia dei consigli regionali e il depotenziamento di compiti e funzioni, mentre il Consiglio regionale deve avere la forza che gli deriva dall'essere l'espressione più autentica della rappresentatività di una società a livello regionale come la nostra, è chiaro che c'è innanzitutto da tenere presente che nella nostra discussione dobbiamo tenere conto di quanto è avvenuto, perché gli eventi ci hanno forse superato nella loro dinamica e rischiamo di fare un dibattito su Assemblee costituenti che forse avevano un senso nel momento in cui prevaleva l'utilizzo strumentale di queste possibilità in funzione antipolitica, come è avvenuto nei primi anni novanta, che serviva in termini politici come momento di delegittimazione delle Assemblee legislative.
Ritengo che sbagli chi vuole continuare in un'impostazione di questo tipo, cavalcando temi di questa natura in funzione antipolitica e del depotenziamento dei Consigli regionali. Oggi il problema vero è quello invece di rivederne funzioni, ambiti, competenze perché la possibilità di rilancio dei Consigli regionali, quali assemblee legislative, passa nella misura in cui noi diamo loro un nuovo ruolo perché è vero che occorre superare quel deficit di rappresentanza istituzionale, quella perdita di potere normativo e regolamentare, e soprattutto quell'atteggiamento di insofferenza che oggi avvertiamo da parte di chi governa, e soprattutto dei Presidenti eletti direttamente dal popolo, che vedono nelle assemblee legislative una sorta di intralcio, un ostacolo burocratico che limita le loro possibilità di decidere in termini veloci.
E` chiaro che nel nostro sistema abbiamo due problemi: uno è quello della stabilità degli esecutivi, l'altro è quello di arrivare ad un processo decisionale che sia puntuale, svelto, veloce, che risponda alle esigenze dei cittadini. C'è però un altro problema all'ordine del giorno, che è quello di favorire la rappresentanza sociale, funzione che può essere più propriamente attribuita ai parlamenti regionali, cioè le assemblee legislative. Dobbiamo chiaramente fare un discorso in termini di merito, sui tempi imposti dalle procedure prescelte, sul meccanismo contorto previsto: la proposta va approvata in doppia lettura dal Parlamento, ritorna in Consiglio, si elegge un'Assemblea costituente che ha un mandato limitato nel tempo, da sei mesi a un anno, per approvare un testo che, comunque, per salvaguardare la funzione del Consiglio regionale deve essere approvato dal Consiglio stesso. È un meccanismo molto contorto. Qualcuno diceva, esaltando la quintessenza della politica, che il fine giustifica i mezzi, ma io ritengo che il mezzo proposto non giustifichi alcun fine, perché il nostro fine è proprio quello di affermare gli ambiti della nostra specialità, dopo ciò che è avvenuto nell'ultimo anno attraverso la devoluzione dei poteri. Oggi noi abbiamo in Italia un federalismo octroyé, concesso, attribuito, in cui i poteri conferiti sono forse anche extra petita, vanno oltre quanto alcune regioni hanno chiesto. E' chiaro però che in questa nuova configurazione del federalismo vi è la necessità da parte nostra di salvaguardare la nostra specialità, e questa specialità è stata anche riconosciuta nella riformulazione del Titolo V della parte seconda della nostra Costituzione, laddove si parla delle così dette autonomie differenziate. Solo questo ambito è oggetto di negoziazione con lo Stato, tutto l'altro, anche l'approvazione degli Statuti, ormai non è più oggetto di negoziato, di approvazione bilaterale. Le Regioni approvano il proprio Statuto, solo le speciali sono escluse da tale potere e su questo il Consiglio regionale dovrebbe portare avanti un dibattito serrato, perché qui all'ordine del giorno non è più il problema della competenza statutaria, ma è il problema di quale dev'essere l'autentica competenza costituzionale. E la competenza costituzionale non attiene alla quantità delle competenze attribuite, ma attiene a quelle problematiche che sollevava il collega Cogodi nella sua mozione, attiene alla problematica relativa alla disciplina dei diritti e doveri dei cittadini. E allora apriamo pure un dibattito su questi temi che sono, questi sì, di rilevanza costituzionale. Per quanto riguarda invece le modifiche statutarie, per effetto della recente legge costituzionale numero 2 del 2001, se noi non legiferassimo, e possiamo legiferare anche con legge ordinaria, per quanto riguarda la forma di governo, si applicherebbero alla nostra Regione le norme previste per le Regioni a Statuto ordinario.
Io ritengo che il problema vero sia quello di rilanciare sulla forma del nostro Stato, rivendicando una Camera delle Autonomie dove ci sia, entro il sistema bicamerale, uno spazio per le Regioni che abbiano una rappresentanza uguale che salvaguardi l'identità di ciascuna di esse. Così, sullo stesso schema, noi dovremmo rilanciare una sorta di federalismo interno, ipotizzando magari una revisione del nostro sistema nel quale insieme al Consiglio regionale ci sia non una conferenza delle autonomie locali come mero organo consultivo, ma un Consiglio delle autonomie locali, all'insegna della nuova configurazione della governance,nel rispetto di ogni identità, perché, collega Scano, non esiste una sola identità, perché insieme all'identità di sardo io ho un'identità europea, un'identità italiana e un'identità locale. Si tratta di stabilire in che modo questi quattro livelli devono coesistere, in che modo attiviamo un processo ascendente e discendente in cui non ci sia una verticalità di poteri e un potere gerarchicamente sovrapposto rispetto agli altri, ma in ogni ambito, ogni identità sia titolare di poteri e di attribuzioni proprie.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Manca. Ne ha facoltà.
MANCA (Gruppo Misto). Colleghe e colleghi, la forza politica alla quale mi onoro di appartenere e che rappresento in quest'Aula ha da sempre posto al primo punto nella sua agenda politica la questione della riscrittura della Carta di autonomia speciale nella nostra Isola.
A questo punto del dibattito ritengo sia inutile elencarne le debolezze e le gravi carenze, è sufficiente considerare quanto siano differenti le condizioni economiche, storiche, culturali e politiche della Sardegna, dell'Italia e dell'Europa rispetto al 1948. Siamo passati dal confinare con paesi ostili all'avere tutti la stessa moneta; la stessa legislazione dei singoli Stati dell'Europa si va omogeneizzando a quella della Comunità europea che diventa sempre più il naturale riferimento anche per il legislatore regionale.
Gli Stati tradizionali, così come li avevamo conosciuti, hanno ceduto quote consistenti di sovranità, verso il basso a vantaggio delle comunità locali, verso l'alto a vantaggio della Comunità europea e anche orizzontalmente con l'istituzione delle varie authority. In Sardegna tale processo di decentramento si è trasformato, per lo più, in un semplice trasferimento di competenze senza per altro la garanzia delle risorse per poterle gestire correttamente e autonomamente. Sarebbe profondamente ingiusto attribuire tutta la responsabilità del fallimento del sistema Sardegna allo Statuto e alle sue carenze. E' innegabile, però, che questo non ha mai rappresentato uno strumento efficace per il governo della Nazione sarda.
Caro collega Masia, visti i ripetuti richiami ad altre realtà autonomistiche, credo che probabilmente un solo viaggio nei Paesi Baschi non sia stato sufficiente per far capire, a lei socialista, che proprio il mancato accordo tra il partito nazionalista basco sia con i socialisti di Gonzales, che con i popolari di Aznar, precedenti alleati, ha fatto sì che questo partito non autonomista, come lei ha detto, ma nazionalitario, o meglio nazionalista, abbia vinto nettamente le elezioni tenutesi l'ultimo 8 giugno.
Da tempo è maturata, nelle forze politiche sarde e soprattutto nella società sarda, l'esigenza di poter contare su strumenti in grado di affrontare con successo le sfide dello sviluppo e l'accresciuta competitività tra i diversi territori della nostra Europa. Il Consiglio regionale, non soltanto da oggi, ha recepito tale esigenza, il problema è che in oltre mezzo secolo la massima istituzione autonomistica non ha prodotto risultati concreti e apprezzabili. Nel recente passato ci ha tentato la Commissione speciale per lo Statuto e anche quella "Bicameralina sarda" istituita più con spirito di emulazione di quanto avveniva in quel periodo a Roma che con reale volontà riformatrice.
La constatazione che il potere costituito ha prodotto soltanto fallimenti, ogni qualvolta si sia cimentato in materia di riforma, ha trovato in Sardegna la più palese delle testimonianze, il risultato è che, in attesa che maggioranze di governo passate o attuali, vere o presunte, portino a compimento i processi riformatori, la nostra isola è stata superata, nel dibattito e nelle iniziative concrete, persino da quelle Regioni e da quei territori che hanno tratto i maggiori vantaggi dal perdurare dello Stato centralista.
Sono questi ritardi di natura prettamente politica che ci preoccupano, molto di più di quelli ipotizzati da qualcuno di natura prettamente tecnica. Anche per questi motivi è necessario uno straordinario coinvolgimento ed una straordinaria partecipazione di tutta la società sarda per ridisegnare da capo le nostre istituzioni, ad iniziare dal suo pilastro, rappresentato dallo Statuto, ed è questa un'impresa che non può essere affrontata e promossa con il ricorso agli strumenti ordinari. La riscrittura dello Statuto è per noi un fatto del tutto eccezionale, di Statuti non se ne scrivono uno all'anno e neppure uno per legislatura e come tale deve essere trattato, è un evento politico di natura storica e per certi versi rivoluzionaria. Riteniamo che l'Assemblea Costituente sia lo strumento più idoneo ad assolvere tale compito e non lo diciamo per motivazione puramente ideale, sebbene rappresenti una delle opzioni politiche del Partito Sardo d'Azione da circa vent'anni, quanto perché riteniamo che sia l'unico strumento di garanzia e di coinvolgimento e di partecipazione della società sarda in questa straordinaria impresa. Non abbiamo mai creduto alle riforme calate dall'alto, non ne conosciamo una che abbia prodotto i risultati attesi.
E` sufficiente guardare, oltre al disinteresse dell'Aula chiaramente, ciò che ha prodotto il Parlamento italiano in materia di federalismo, ben altri risultati avrebbe prodotto quell'Assemblea Costituente che ha visto alternativamente le varie forze politiche italiane trasformarsi in questi ultimi anni in promotrici o sabotatrici, a seconda del ruolo di maggioranza o opposizione che recitavano in quel momento rispetto al Governo. Noi non facciamo né un discorso di schieramento politico né una questione di maggioranza o di opposizione, infatti se è vero che l'attuale maggioranza non ha prodotto nessuna azione riformatrice in due anni di governo della Regione, è altrettanto vero che quella precedente, non soltanto non ha prodotto alcunché, ma ha persino sabotato il lavoro che qualcuno con serietà aveva portato avanti.
L'Assemblea Costituente è l'antidoto alla bassa politica e alle strumentalizzazioni che hanno impedito alle spinte riformatrice di realizzarsi in Sardegna, qualunque altro strumento di natura consiliare non darebbe nessuna garanzia in tal senso, anzi accrescerebbe quello strano clima di compromesso e di mediazione bassa che già serpeggia in quest'Aula. E' anche in considerazione di ciò che mi sento di affermare che, oggi più di ieri, vi è la necessità di procedere con determinazione sulla strada dell'Assemblea Costituente, dando davvero un segno di discontinuità con la politica del passato. Vi sono infatti tutte le condizioni perché davvero si possa intraprendere, insieme alla società sarda, un cammino di sviluppo, disegnando insieme un nuovo rapporto con lo Stato italiano e con l'Europa, in un contesto autenticamente federalista e rispettoso delle aspirazioni del nostro popolo. Il Partito Sardo d'Azione non farà mancare il proprio contributo di idee, di progetti e di uomini, certi che il clima costituente favorirà l'affermazione dei diritti fondamentali del nostro popolo, ad iniziare da quello alla sovranità sul suo territorio, aiutando la Sardegna ad intraprendere un nuovo cammino di libertà, di democrazia e di sviluppo. Noi non vogliamo più essere soltanto una nazione mancata della nostra Europa ma vogliamo essere molto di più e soprattutto meglio.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Sanna Alberto. Ne ha facoltà.
SANNA ALBERTO (D.S.). Signor Presidente, cari colleghi, credo che questa mozione abbia il grande pregio di aver portato nella sede istituzionale deputata a discutere di questi problemi una delle questioni più importanti che riguarda il presente e il futuro della nostra comunità regionale. Credo che questo vada riconosciuto alla mozione e alle opposizioni che hanno lavorato, definito e presentato questa mozione. Si è discusso molto in questi anni, ci sono alcuni colleghi che parlano soltanto di riforma dello Statuto, è da anni che ne parlano, però ormai è diventata una cosa un po' paradossale, per certi versi quasi ridicola che si continui a parlare della stessa questione, che ci si occupi solo di una questione e che su quella questione, di cui ci si occupa da anni e in modo esclusivo, non si riesca a segnare neanche un primo passo. E` chiaro che il dubbio che la soluzione di quella questione non sia poi l'obiettivo
vero di questo interesse è serio ed è fondato.
Credo che lo Statuto della nostra Regione abbia senza dubbio bisogno di una profonda revisione perché profondi sono stati i cambiamenti che in questi decenni ci sono stati in Europa e nel mondo, e la Sardegna certamente ha delle caratteristiche culturali, storiche, etniche, economiche e sociali peculiari e indubbiamente c'è bisogno di mettere mano seriamente, ed in tempi certi, ad una revisione profonda delle regole fondamentali che stanno alla base della vita dell'istituzione regionale e del popolo sardo.
Credo che di questo siamo consapevoli tutti, e credo che sia opportuno che il Consiglio regionale, discuta da subito, e già lo si sta incominciando a fare in questa occasione - ecco un altro merito della mozione - di quali sono le ragioni della revisione e di quali sono le ragioni della specialità perché, così facendo, si entra nel merito delle questioni e si incomincia, partendo proprio dai contenuti, a trovare le convergenze necessarie per riscrivere le regole. Le regole non possono essere un fatto di maggioranza o di opposizione proprio perché sono regole. C'è quindi bisogno davvero di uno sforzo serio e di una volontà reale di mettere mano alle questioni ed è necessario prevedere una sessione nella quale il Consiglio regionale discuta e definisca i contenuti fondamentali che devono rappresentare i punti nevralgici della riforma statuaria. Io credo che il punto fondamentale sia questo; e da qui noi dobbiamo partire per riscrivere le regole, per fare in modo che le regole che ci diamo siano moderne, capaci di collocare la Regione sarda in un contesto nazionale e internazionale che ha caratteristiche profondamente diverse rispetto a quelle di quando, più di cinquant'anni fa, questo Statuto fu approvato ed entrò in vigore. Detto questo, però, voglio anche dire che se noi, mentre ci occupiamo di riscrivere le regole, non siamo capaci di attuare le leggi che si muovono nella direzione della riforma materiale delle regole, se non applichiamo tutte quelle leggi che lo Stato italiano, nel corso soprattutto di questi ultimi dieci anni, ha approvato e che hanno già delineato una regione diversa nelle altre parti di Italia, e mi riferisco anche alle regioni ordinarie che oggi hanno più poteri, hanno più strumenti e danno più servizi ai loro cittadini, se noi mentre discutiamo di rifare le regole non siamo capaci di applicare quelle che già esistono, quelle che sono in grado di cambiare le condizioni materiali dei nostri concittadini, io credo che non saremo molto credibili; se questa Giunta regionale, se questa maggioranza che governa questa Regione continuano a mantenere una Regione che accentra su di sé quasi tutti i poteri e quasi tutte le risorse lasciando il sistema delle autonomie locali e delle imprese e insomma l'insieme della comunità sarda separata, divisa e lontana dal potere cagliaritano e lasciando questo potere in mano ai poteri forti, io credo che non siamo e non saremo credibili, se contemporaneamente non facciamo quello che è fattibile da subito, quello che avremmo dovuto già avere fatto. Credo che questi siano i termini della questione.
Un altro problema che noi dobbiamo affrontare rapidamente è quello della riforma elettorale; anche su questo il Parlamento nazionale ha legiferato, noi dobbiamo prendere in mano questa materia, probabilmente questa è anche più urgente della revisione dello Statuto visto che tra tre anni ci sarà l'appuntamento elettorale che riguarda la nostra Regione; e sarebbe opportuno che in questo lasso di tempo questo Consiglio si desse la nuova legge elettorale regionale, che insomma desse nuove regole per il voto in questa regione. Credo che per definire queste cose ci sia bisogno di una sessione seria, approfondita nella quale si stabiliscano i contenuti e, una volta stabiliti i contenuti, che devono essere stabiliti da questo Consiglio regionale, che è la massima rappresentanza democratica del popolo sardo, discuteremo degli strumenti e delle procedure. Io non credo che ci sarà bisogno del nuovo Consiglio regionale che si sta configurando con l'Assemblea costituente che viene chiamata "l'Assemblea del popolo sardo" come se questa non lo fosse, io non credo che l'assemblea costituente sarà lo strumento che darà risposte a queste esigenze. Io credo che ci siano oggi gli strumenti, le norme, le procedure già previste dalla Costituzione e dallo Statuto della Sardegna che possono dare risposte ai bisogni, alle esigenze di revisione profonda delle regole della nostra autonomia. Io credo che ciò di cui c'è bisogno sia la volontà di questo Consiglio regionale, della maggioranza che anziché inventarsi i diversivi e non affrontare i problemi reali e dare le risposte possibili, continua a divagare e a inventarsi soluzioni non praticabili.
Presidente. E` iscritto a parlare il consigliere Demuru. Ne ha facoltà.
Demuru (D.S.). La riscrittura dello Statuto è una necessità e un passaggio ineluttabile, primo, per adeguarlo alle nuove norme costituzionali che il Parlamento nazionale ha approvato e che in parte sono già efficaci, e in parte lo diventeranno, se il referendum confermativo sulla riforma del Titolo V della Costituzione avrà successo. Secondo, perché oramai è da tutti condivisa la necessità di un rilancio e di una nuova definizione dell'autonomia e della specialità della Regione sarda. Le mozioni presentate dal centrosinistra e dai consiglieri di Rifondazione, hanno avuto il merito - come molti hanno già detto - di riportare in Consiglio la discussione su questo argomento. Alcuni interventi hanno giustamente messo in rilievo l'opportunità e la necessità di mettere al centro del dibattito i contenuti e la sostanza della specialità e dell'autonomia che il nuovo Statuto dovrà riaffermare, dedicando una sessione straordinaria del Consiglio, nei prossimi mesi, per dettare indirizzi e fissare i principi su cui dovrà poggiare la grande riforma.
Sono convinto che questo Consiglio abbia le intelligenze, le capacità e le competenze, il diritto e soprattutto il dovere di iniziare e portare a termine le riforme. Concordo molto con quanto ha detto l'onorevole Tore Sanna nel suo intervento, che il migliore modo per affrontare questo tema sia iniziare a fare le riforme partendo dal recepimento e dall'attuazione di quelle numerose leggi che il Parlamento nazionale, in parte da tempo e in parte più recentemente, ha approvato.
L'applicazione di queste leggi costituirebbe già di per sé una grande riforma, e poiché esse incidono in modo sostanziale e diretto sulla vita del cittadino, sulla realtà del mondo del lavoro e delle imprese, sulle rappresentanze locali e territoriali, determinerà un vero, nuovo e diffuso interesse dei cittadini per la politica e la partecipazione attiva della società civile al dibattito e alle scelte sul nuovo Statuto e sulla nuova autonomia e specialità, quale che sia lo strumento che si sceglierà per realizzarla.
L'Assemblea costituente rappresenta sicuramente uno strumento che, oltre a consentire la riscrittura del nuovo Statuto, può provocare un ampio dibattito nella società che porti molti cittadini a partecipare alle scelte, e che crei una nuova coscienza di appartenenza e il riaffermarsi dell'identità dei sardi. Non nego questa forza, anche se penso che non sia solo questo strumento a possederla; questa risiede nella reale volontà di tutte le forze politiche e sociali di mettere all'ordine del giorno la discussione di questi argomenti. Le forze politiche e sociali sarde, per fare ciò, hanno la necessità, loro per prime, di affermare e marcare una reale autonomia dalle omologhe forze nazionali a cui fanno riferimento.
La necessità della riscrittura dallo Statuto - si è detto - è da tutti condivisa. E` condiviso anche il concetto che alla elaborazione e alla riscrittura debba partecipare tutta la società sarda: le forze politiche, il sindacato, gli imprenditori, la Chiesa, il mondo della cultura, della scuola, della ricerca, le varie associazioni e così via.
La domanda che bisogna porsi, e che io mi pongo, è: come fare partecipare concretamente alle scelte tutte queste categorie? Personalmente non ho pregiudizi sullo strumento e sul mezzo da usare per raggiungere l'obbiettivo della riscrittura dello Statuto con la partecipazione di tutta la società sarda. Condivido la posizione di chi sostiene che seguire la via già tracciata della legislazione vigente sia probabilmente più rapida, con certezza di legittimità, sicuramente adeguata e capace di fare partecipare tutte le rappresentanze della società.
Il dubbio principale che ho sull'Assemblea costituente è proprio su questo punto, cioè su come si risolve il problema di fare eleggere come costituenti i rappresentanti della società sarda. Ho anche un altro dubbio, e cioè che la proposta di legge per l'elezione di una Assemblea costituente non corra il rischio di essere vista da parte dei cittadini come l'elezione di un secondo Consiglio regionale e, invece di suscitare entusiasmo e partecipazione, susciti, al contrario, scetticismo e ripulsa, stante anche il basso grado di considerazione attuale. Mi sembra più praticabile la via dell'elezione da parte del Consiglio di una Assemblea o Commissione speciale - che dir si voglia - che affianchi il Consiglio stesso nella riscrittura dello Statuto. Il Consiglio Regionale ha la possibilità di scegliere, eleggendole, personalità di vari settori della società sarda, che per le loro capacità, cultura e conoscenze anche tecniche, costituiscono una vera risorsa e garanzia che il lavoro complesso di riscrittura dallo Statuto sia portato a termine.
E` evidente che questo modo di procedere determina anche l'esaltazione e la riconferma del ruolo dell'Assemblea "costituita" - come dice l'onorevole Cogodi - e cioè di questo Consiglio. Alle forze politiche spetta il compito di suscitare il dibattito e il coinvolgimento di tutta la società sarda, sui contenuti e sulla sostanza del nuovo Statuto.
Presidente. E` iscritto a parlare il consigliere Morittu. Ne ha facoltà.
Morittu (D.S.). Signor Presidente, io parlo se non ho davanti le spalle dei miei colleghi consiglieri.
Presidente. Scusate colleghi, un po' di silenzio e un po' di attenzione per cortesia.
Morittu (D.S.). Onorevole Corda, io non parlo se lei non mi ascolta.
CORDA (A.N.). Io l'ascolto anche se sono di spalle.
Morittu (D.S.). Preferisco guardarla in faccia.
Sono convinto, e l'hanno detto tanti colleghi, che le regole, soprattutto le regole di rango costituzionale, devono essere condivise, devono essere - come si dice oggi, con una parola poco sarda - bipartisan, e che debba esserci, da parte di tutte le forze politiche, di tutti i consiglieri regionali, uno sforzo per ricercare un itinerario unitario. Personalmente, per altro, non ho pregiudizi sullo strumento dell'Assemblea costituente, non mi convince però e non mi convincono soprattutto le motivazioni, così come le ha presentate la maggioranza, ma non solo le motivazioni.
Non sono convinto, per altro, che gli obbiettivi di cui parlava efficacemente il collega Scano, che io condivido in larghissima parte, non possano essere raggiunti anche attraverso l'uso di altri strumenti, che prevedano anch'essi una forte partecipazione popolare. Sono convinto, come tutti, dell'esaurimento della cosiddetta prima fase dell'autonomia regionale. Ho la sensazione però che anche questa fase che voi chiamate straordinaria della nuova autonomia, viva come quella precedente di rimessa e in difensiva. Infatti nel 1948 l'autonomia isolana sarda "si conquistò" attraverso l'autonomia statutaria siciliana, di rimessa, il "gattino" qua evocato mi pare dal collega Pacifico, di cui parlava Lussu. Negli anni 70 vi fu una rinascita del tema dell'autonomia, ma anche questa a seguito dell'approvazione, con leggi dello Stato, degli Statuti ordinari delle regioni italiane, cioè un richiamo all'autonomia per difendersi dall'attacco di altri ai quali l'autonomia veniva concessa dallo Stato.
Negli anni '90 i fenomeni di globalizzazione, che hanno indotto una forte concorrenza da parte delle regioni ricche, soprattutto delle regioni del nord, fecero nascere il fenomeno padano, il fenomeno di Bossi, dal quale poi derivò lo sforzo dello Stato di emanare una serie di riforme incentrate sul decentramento, dalla legge "142", alle leggi "Bassanini" fino alla riforma del Titolo V della Costituzione, tutte leggi cioè che cercavano di dare una risposta a quel fenomeno della globalizzazione che aveva indotto le regioni del nord ad andare più avanti, tant'è che queste regioni del nord, oggi, stanno "andando avanti", secondo gli indirizzi di quei governi, sui temi della sanità, della scuola, addirittura dell'ordine pubblico che rivendicano con forza. Oggi lo Stato ci "concede", una legge sul bilinguismo che è addirittura superiore alla stessa legge regionale, è più cogente, più forte. Noi stiamo esaurendo il nostro dibattito su questioni di metodo.
Sono d'accordo: il metodo, lo strumento è anche sostanza, non vi è dubbio, però bisogna che in qualche modo le due cose camminino parallelamente. Non può nascere il contenitore prima del contenuto né viceversa; le due questioni vanno trattate insieme e vanno trattate approfonditamente; da qui la nostra forte richiesta di ragionare sul merito del nuovo Statuto. Da una parte si evoca una fase straordinaria, da lì si fa discendere l'Assemblea costituente; è una proposta certamente forte, anche affascinante per i sardi, è una proposta che chiama ad una forte partecipazione - certo - e che però chiede al Consiglio di abdicare al suo ruolo, alle sue funzioni e alla sua potestà; inserisce cioè un ragionamento molto pericoloso, con la motivazione che il Consiglio è oberato da tante cose, che il Consiglio è diviso al suo interno. Però, in questo modo davvero stiamo depotenziando e riducendo il Consiglio ad un ruolo assolutamente marginale. Poi, sappiamo bene che i tempi possono essere lunghi, che la stessa proposta di Costituente ha venature velleitarie e anche strumentali. La maggioranza poi - io dico - non ha titolo a avanzare la proposta di Assemblea Costituente, essa non ha titolo, altri forse lo hanno, e lo hanno anche argomentato. La proposta di legge Scano e più contiene dodici pagine di motivazioni a sostegno della loro proposta.
La relazione di accompagnamento delle altre proposte sono quattro righe rabberciate velocemente. Quindi, la maggioranza non ha titolo perché innanzitutto per proporre un'Assemblea costituente, come strumento per coinvolgere pienamente il popolo sardo, bisogna andarci con le carte in regola al popolo sardo. E allora bisogna che questa maggioranza adempia a tutto ciò che non ha fino ad oggi fatto, e le leggi e i provvedimenti da adottare sono tantissimi. A me pare che di straordinario questa maggioranza possa solo vantare i ritardi e un governo dalla confusione.
L'intesa istituzionale langue, i fondi strutturali sono in fortissimo ritardo, questo sì che è un esempio di vera mortificazione dell'autonomia sarda! Io diffido, ho imparato a diffidare davvero dell'uso dell'autonomia un po' come il prezzemolo: essa viene evocata continuamente nei grandi discorsi ai quali si vuol dare una certa enfasi. E allora che ci vuole? Una spruzzatina di autonomia qua e là, una trentina di parole che richiamino il concetto unto e bisunto e via, e il discorso assume una sua dignità. Se lo stesso assessore Masala abdica candidamente al ruolo di propulsore delle riforme, io davvero non ho che da preoccuparmi, così come si preoccuperà sicuramente il richiamato ed evocato popolo sardo.
Ripartiamo quindi dal merito, che cos'è questa nuova autonomia che vogliamo? E' quella che vogliono i sardi, per esempio Soru? Soru dice: "Io non sono mai andato da un politico a chiedere piaceri. I sardi devono essere consapevoli delle proprie risorse, della propria intelligenza, devono contare, quindi, sulla loro intelligenza, sulle loro forze e devono soprattutto esercitare l'autonomia come responsabilità, anche individuale oltre che collettiva". O vogliamo la vecchia autonomia? Più poteri, più risorse! Poi ci danno le risorse e non riusciamo a spenderle e stiamo lì a rinfacciarci l'un l'altro: "Ma quanti residui passivi hai lasciato tu?" "Quanti ne lascio io? Meno di te" e così via, ma comunque in questa regione abbiamo tanti residui passivi. Ci danno i poteri e non riusciamo a esercitarli, non riusciamo ad adeguarci. Siamo noi che stiamo mortificando l'autonomia!
Convochiamo una sessione straordinaria, ritorniamo al merito delle questioni, si confrontino i progetti sulla nuova autonomia, sulla nuova identità del popolo sardo; progetti che prevedano strumenti di partecipazione popolare innanzitutto, ma che affrontino anche questioni di merito, la qualità dello sviluppo, la qualità sociale e ambientale dello sviluppo.
Stiamo assistendo a un rigurgito dell'abusivismo in Sardegna, i giornali riportano quotidianamente notizie relative a questo problema, e rispetto a questo rigurgito mi pare che questa Giunta regionale non abbia battuto ciglio. E allora, torniamo al merito e confrontiamoci sul merito; sugli strumenti io non ho pregiudizi, se il contenuto corrisponde al contenitore, sono disposto, come credo tantissimi di noi, a utilizzare il contenitore migliore.
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Morittu. Questo era l'ultimo intervento previsto per questa sera. I lavori del Consiglio riprenderanno domani mattina alle ore 10..
La seduta è tolta alle ore19 e 50.
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