Seduta n.53 del 03/05/2000
Seduta LiiI
Mercoledì 3 maggio 2000
Presidenza del Presidente Serrenti
La seduta è aperta alle ore 10 e 17.
LICANDRO, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta di venerdì 10 marzo 2000 (48), che è approvato.
CongediPresidente. Comunico che i consiglieri regionali Dore, Ladu e Vassallo hanno chiesto di poter usufruire di un giorno di congedo a far data dal 3 maggio 2000. Poiché non vi sono opposizioni, i congedi si intendono approvati.
Comunico, altresì, che l'assessore Onida si trova nel Comune di Noragugume - come sapete è uno di quei paesi cosiddetti del malessere nel quale insistono grandi difficoltà -per celebrare "Sa die de sa Sardinia", pertanto la sua assenza è più che giustificata.
Celebrazione de "Sa die de sa Sardinia"Presidente. Onorevoli colleghi e onorevoli colleghe, la celebrazione ufficiale del 28 aprile, per ricordare e riattualizzare "Sa die de sa Sardinia", assume oggi un valore simbolico particolare. E` assolutamente significativo che la festa dei Sardi veda direttamente impegnata la più alta istituzione politica della nostra Regione, e anche perché la prima edizione del millennio cade in una fase storica e politica densa di straordinari cambiamenti che impongono alla classe politica un generale ripensamento del proprio ruolo orientato alla difesa del popolo sardo.
In questa seduta solenne è opportuno non perdersi in polemiche storiografiche inutili, che hanno il solo obiettivo di dimostrare che la data del 28 aprile del 1794 non rappresenterebbe in realtà l'episodio più significativo della crescita morale e civile del popolo sardo, né tanto meno il segno di una grande tensione civile e di un radicato sentimento autonomistico.
Al di là delle pur valide analisi storiche, noi rappresentanti del popolo sardo siamo chiamati a superare le posizioni di parte ed a valutare i significati simbolici a cui "Sa die" può richiamarci. In particolare, è nostro compito interpretare i sentimenti popolari e politici di due secoli fa, ritrovarvi un senso che parli al nostro presente, attualizzarne le forme ed i valori. La classe politica, insomma, ha il dovere di confrontarsi con problemi e prospettive che vengono da lontano, hanno radici profonde ed impongono riflessioni impegnative per il nostro destino di popolo. "Sa die" allora è il pretesto per elaborare un progetto comune fondato sul dato della nostra comune appartenenza, per superare le divisioni e, almeno per quanto riguarda i grandi problemi, per consentirci di inaugurare finalmente una grande stagione dell'autonomismo; una stagione che ci veda uniti e compatti per rivendicare i diritti del popolo sardo e per valorizzare e conferire dignità alla nostra identità di popolo.
Se il 28 aprile ha qualcosa da insegnarci, questo va probabilmente cercato nel tentativo di conseguire l'unità del nostro popolo nei momenti in cui si decide del nostro destino. La stagione delle divisioni, la nostra storia costellata di lotte fraticide, il trionfo dei particolarismi hanno prodotto una nazione subalterna, sfruttata e violentata e, in quanto tale, facile preda dei vecchi e nuovi colonialismi ma, soprattutto, hanno fatto perdere di vista gli interessi prioritari della Sardegna, il valore delle lotte per la nostra autodeterminazione, il senso di una vera, salda e consapevole coscienza autonomistica. Un popolo che non sa sviluppare questi sentimenti, e che non sa esprimere questi valori a livello di coscienza popolare, è destinato fatalmente a non riconoscere i grandi momenti della propria storia e a non sapere più progettare consapevolmente il proprio futuro.
Il 28 aprile dovrebbe saper comunicare proprio il recupero di quel sentimento autonomistico trasversale, che pure è diffuso nella nostra società; ecco il suo messaggio profondo. Per questo lo spirito della celebrazione non può e non deve essere turbato da sterili strumentalizzazioni di parte, poco importa se si tratti di critiche pregiudiziali contro la stessa idea di festa dei Sardi o di prese di posizione velleitarie e folcloristiche arroccate nella difesa della tradizione. In entrambi i casi rischiamo di perpetuare la logica della subalternità e di disperdere i valori profondi della nostra identità. Sarebbe profondamente sbagliato interpretare "Sa die" come un episodio localistico, espressione di un'identità di popolo debole, sterile e simbolo di chiusura ed anacronismo.
Il 28 aprile deve, al contrario, porsi come una grande occasione di ripensamento della nostra stessa identità di popolo, del nostro ruolo nel mondo, della nostra collocazione in una società multietnica e dinamica. Arroccarsi in visioni capaci unicamente di guardare al passato significa oggi condannare la Sardegna ad un isolamento ancora più pericoloso, perché questo è il tempo delle identità multiple, delle culture contaminate, della comunicazione globale, ed è per questo che l'identità tradizionale non è più sufficiente a connotarci come popolo che si apre alle sfide della internalizzazione e al confronto con le altre culture.
Del resto viviamo il tempo esaltante della rinascita delle piccole patrie. Il nuovo autonomismo europeo impone infatti di affrontare le nuove sfide con altri strumenti. Recuperare e valorizzare l'identità significa oggi per noi Sardi confrontarsi con realtà come la Catalogna, i Paesi Baschi, il Galles, la Scozia, l'Irlanda, i Länder e le esperienze transfrontaliere. L'Europa è ormai lo spazio privilegiato che consente a sempre più minoranze etniche, linguistiche e culturali di reclamare diritti, visibilità, ruoli e opportunità. Si sta consumando, pur tra mille contraddizioni, la logica degli statalismi monolitici in favore del rifiorire di tutte quelle multiformi realtà etniche e regionali che costituiscono il vero tessuto connettivo della nuova Europa. Essere realmente europeisti significa allora riconoscere il diritto dei popoli a governare in prima persona il proprio destino e valorizzare con forza i segni visibili della propria identità.
Circola ormai la consapevolezza che sia legittimo e coerente con il resto della storia di questo millennio aspirare al riconoscimento di una fortissima identità autonomistica, una realtà fatta di simboli riconoscibili, di radici storiche, di patrimoni inalienabili ma anche di capacità creativa, di assunzione di responsabilità, di senso dell'innovazione. Senso delle radici storiche, riconoscimento di simboli unificanti e capacità progettuale sono perciò gli elementi fondamentali di qualunque moderna espressione dell'identità di popolo.
La classe politica deve avere il coraggio di attualizzare l'aspetto simbolico implicito nelle celebrazioni del 28 aprile. L'autonomia e il federalismo rappresentano cioè conquiste di popolo, solo se si è capaci di affrontare con spirito unitario l'arroganza del potere eteronomo, l'insensibilità e la protervia con cui lo Stato italiano ha sempre trattato la nostra autonomia regionale, imponendo prese di posizione forti e decise, capaci di salvaguardare la dignità e il diritto del nostro popolo. "Sa die" attualizzata e calata nell'attuale concreto contesto storico, può diventare il punto di partenza, la fonte di ispirazione per combattere tutte le forme di colonialismo interno. La cronaca di questi giorni si è incaricata, al di là delle nostre stesse intenzioni, di ricordarci quanto invasiva e insopportabile sia ormai l'occhiuta politica statalista nei confronti dei poteri dell'Autonomia speciale.
I nuovi Piemontesi sono oggi coloro i quali vogliono imporre misure centralistiche omologatrici in una società policentrica e plurinazionale come quella italiana. Il mancato riconoscimento delle irriducibili diversità, delle identità territoriali e del valore insopprimibile della specialità costituisce oggi il sintomo più evidente che l'opera di piemontizzazione dell'unità d'Italia continua ad esistere in forme non meno pericolose. Credo, perciò, di interpretare il sentimento della maggioranza dei Sardi quando sostengo che la classe politica e il popolo sardo hanno il dovere di cacciare e ripudiare i nuovi "Piemontesi".
Il caso dell'ex Ministro Ronchi è, sotto ogni profilo, esemplare. Portatore di una cultura politica centralista ed ottusa è stato fautore di misure illiberali, di scarso rispetto per l'autonomia regionale, di atteggiamenti intimidatori che, al di là del cattivo gusto, tradiscono una visione dei rapporti Stato-Regione tutta giocata in termini di vassallaggio e di neocolonialismo paternalistico. Si tratta di un fatto gravissimo e l'Assemblea sarda dovrà dare in proposito una risposta netta, unitaria ed inequivocabile. E` in gioco la stessa legittimità dell'istituto autonomistico in una fase dove ormai tutti parlano di riforme federaliste; l'ex Ministro dell'ambiente si è intromesso in faccende che sono di nostra esclusiva competenza e persino in dispregio del più elementare galateo istituzionale. Questo fatto inaudito ci offre uno spunto per rivendicare più in generale una prospettiva federalista in cui lo Stato deve occuparsi solamente della difesa e di una parte degli affari esteri, il resto - e la gestione del territorio in primis - appartiene alla nostra competenza.
La questione di Is Arenas rappresenta l'ennesima riprova dell'attualità della cacciata dei Piemontesi di due secoli fa. La Sardegna è continuamente e sistematicamente trattata come un figlio minorenne e immaturo che, incapace di autodeterminarsi e di gestire le proprie ricchezze, ha bisogno della benevola tutela paterna dello Stato. Noi rivendichiamo invece, con forza, di essere un popolo maturo e cosciente che ha il diritto di esercitare la sovranità su tutte le questioni vitali per la propria terra e riconosciamo orgogliosamente il valore della nostra soggettività politica inalienabile che viene da lontano e che, soprattutto, ha deciso di guardare lontano. E` arrivata l'ora in cui il popolo sardo in un grande scatto d'orgoglio ritrovi la forza e l'unità necessaria per ricontrattare a tutto campo una dimensione autonomistica, in linea con le esperienze più avanzate d'Europa.
La stessa autonomia va ormai ridefinita e aggiornata. E` importante superare il vecchio regionalismo per abbracciare una più moderna prospettiva che guarda il federalismo euro-mediterraneo. Occorre rendersi conto che la geografia del mondo sta irrimediabilmente mutando e che noi siamo chiamati a governare ed a guidare responsabilmente il futuro di questa terra verso questi nuovi scenari ma, per fare questo, occorre liberarci dal peso della politica miope, di piccolo cabotaggio, senza respiro e senza la forza dell'utopia. Da questo punto di vista il messaggio del 28 aprile è sempre attuale ogni volta che il sentimento autonomistico sia vulnerato, ogni volta che il popolo sardo sia espropriato dei propri diritti, ogni volta che un qualsiasi Ministro della Repubblica si comporti in senso colonialista senza riconoscere i diritti della nostra specialità.
Mi sia permessa ancora una riflessione più in generale. Celebrare "Sa die" in forma solenne, nei palazzi del potere, dà un senso più strettamente politico alla ricorrenza. Tuttavia il senso autentico della nostra festa nazionale è la sua diffusione nell'immaginario sociale dei Sardi. Occorre ancora di più portare questa celebrazione nelle piazze, nelle scuole, tra la gente. Il messaggio autonomistico del 28 aprile va diffuso il più possibile, attraverso una grande opera di sensibilizzazione e di educazione ai valori inalienabili dell'autonomia. Noi, classe politica, in questo senso abbiamo il compito di fornire strumenti adeguati e di agire politicamente affinché questa ricorrenza venga percepita come propria festa nazionale dei Sardi, con i suoi valori simbolici, con la sua capacità di coinvolgimento emotivo e, ovviamente, come occasione di riconoscimento e di partecipazione popolare. Una dimensione autonomistica non supportata dal consenso popolare si riduce ad essere una forma giuridica vuota e sterile, oltre che un segnale di sconfitta della politica e del suo ruolo nella società; perché l'autonomia prima ancora che costruzione istituzionale è conquista dello spirito. E' della massima importanza rivendicare uno spirito autonomistico e un'identità politica con il supporto di segni esteriori, di visibilità e di effetti simbolici. Senza segni di riconoscimento e senza parole d'ordine, è infatti difficile che la politica abbandoni i palazzi del potere per diventare occasione di confronto, partecipazione e senso di appartenenza.
Mi sia consentito riprendere la sostanza del messaggio che ebbi modo di lanciare il giorno del mio insediamento in qualità di Presidente del Consiglio regionale in questa sede. Citai una lungimirante riflessione del primo Presidente di questa Assemblea, il sardista Anselmo Contu, che diceva: "Ricordiamoci che, al di là della nostra bandiera, ne abbiamo una in comune: la bandiera della Sardegna". Non trovo parole più efficaci per esprimere l'idea che oggi più di ieri è indispensabile superare il blocco delle rivalità quotidiane, della lotta politica condotta in base a pregiudiziali ideologiche. E' indispensabile riconoscere che molte delle nostre artificiali visioni vengono da lontano e sono spesso alimentate dall'esterno.
Una classe politica matura deve presentare il conto alla storia e poiché è finito il tempo della vuota retorica e dei riti convenzionali dobbiamo lavorare nell'esclusivo interesse superiore dei Sardi e della Sardegna con spirito unitario e senso dell'identità del nostro popolo. La grande lezione del 28 aprile probabilmente sta proprio in questo grande ed inedito messaggio di unità e di partecipazione. Grazie.
Sono ora previsti gli interventi dei Presidenti dei Gruppi. Primo iscritto a parlare è il consigliere Cogodi. Ne ha facoltà.
COGODI (R.C.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Giunta Regionale, signori consiglieri, signori ospiti, una riflessione in questo momento che vorrebbe essere di solennità e che, con tutta franchezza, con semplicità ed anche con qualche rammarico, dal mio punto di vista e dal nostro punto di vista, non è affatto di solennità, almeno nel segno e nel senso di una solennità matura e consapevole, di una riflessione utile alla vita delle istituzioni autonomistiche, alla vita e alla vitalità della società sarda.
Non so quanti colleghi abbiano ripassato in questi giorni un po' di storia ed anche un po' di geografia per celebrare i motti o le sollevazioni, o le contestazioni antipiemontesi di oltre due secoli fa; tuttavia io credo che, oltre alla storia e alla geografia, bisogna essere capaci di conoscere la realtà e di esprimere parole, sentimenti, riflessioni che siano utili, oggi e per il prossimo futuro, agli uomini e alle donne, ai cittadini in Sardegna.
Il suo discorso, signor Presidente, è un discorso vacuo, inconcludente, e lo dico in questa seduta che dovrebbe essere solenne. Per molti versi è anche un discorso offensivo, perché non tiene conto di una realtà vera, di una riflessione seria e di una prospettiva sicura che dovrebbe essere indicata per le molte difficoltà e sofferenze del popolo che noi rappresentiamo, il Popolo sardo.
Si dirà che nei giorni di festa, nelle celebrazioni e solennità, almeno per un giorno, si possono tralasciare le polemiche, quelle che lei chiama "polemiche storiografiche inconcludenti". Abbandoniamo pure le polemiche, ma non abbandoniamo l'intelligenza, la serietà e la riflessione sulle cose. Noi oggi celebriamo una cerimonia che è in nome di "Sa die", invece non è vero; questa non è "Sa die", questa è "una die", perché "Sa die" era il 28 aprile. Nel segno del cambiamento, di quel cambiamento puramente enunciato, inconcludente, dannoso per molti versi, si è voluto cambiare anche il calendario. "Sa die" è stata istituita da una legge della Regione, votata da questo Consiglio regionale, la massima istituzione sarda. "Sa die" è quel giorno, e in quel giorno si raccolgono i valori simbolici, la memoria ed i significati. Ma se il Consiglio regionale, con quella legge, che porta nella presentazione la mia firma e quella di altri colleghi di ispirazione autonomista, voleva indicare, a noi stessi innanzitutto e poi agli altri, un giorno per un momento di riflessione alta, profonda e solenne, quest'anno il 28 aprile, cioè proprio il giorno in cui cade "Sa die" (per celebrare il quale a tutti abbiamo detto di riflettere, riunirsi, adunarsi, anzi manifestare con spettacoli, perché tanto paga la Regione in nome di "Sa die") il Consiglio regionale non lo ha fatto perchè era "ponte", era semifestivo, e quindi non si poteva.
Il grande cambiamento è iniziato così, per la prima volta "Sa die" non è stata festeggiata il giorno solenne, dedicato dalla nostra legge a questa memoria, a questa celebrazione, se si vuole, la quale viene rinviata al primo giorno feriale utile, all'ora e al giorno più comodo, in nome della contestazione, in nome dei grandi valori, dei grandi sacrifici che altri hanno compiuto e che noi non sappiamo compiere, neppure essendo chiamati a riunirci il giorno e l'ora nei quali dovremmo riunirci.
A "Sa die" (che diventa così "Una die", "una die comenti un'atra", cioè un giorno qualsiasi) è andata meglio rispetto alla cerimonia del 25 aprile, per la commemorazione della Resistenza, alla quale la Regione autonoma della Sardegna - in nome della patria piccola, per una coalizione e per un Governo di centro-destra, dimenticando e non volendo la patria grande - credo, per la prima volta nella storia, era assente; era assente la rappresentanza del Consiglio regionale, era assente la rappresentanza della Giunta regionale, neppure una bandiera, neppure un fiore, neppure una parola, neppure un commesso era presente alla cerimonia del 25 aprile!
Si comprende allora perché abbiamo dovuto proporre (ci avete chiesto di non parlarne troppo, pubblicamente) che venisse reinserito nel bilancio della Regione quel piccolo contributo, uno tra i tanti grandi contributi che si erogano a tutti, riconosciuto a favore dell'Associazione sarda dei partigiani; l'avevate cancellato, avevate previsto zero, perché per ricordare la resistenza al nazifascismo, la riconquista della libertà e quindi, anche, delle autonomie e della nostra autonomia, c'è voluta la resistenza che voi oggi cancellate dai bilanci e cancellate anche dalla memoria, cancellate dalla prassi politica, cancellate o volete cancellare non partecipando a una ricorrenza che c'è e che rimarrà; ma tutto questo è stato notato dai sardi, da quelli che c'erano.
Perché mai la Regione autonoma invoca Catalogna, Paesi baschi, Irlanda e alcuni pezzi del mondo? Non è questo il modo di aprirsi al mondo, per aprirsi al mondo bisogna guardare verso tutto e tutti, nel bene o nel male. Non ci sono pezzi di mondo che debbono essere assunti dalla Sardegna come modello della sua autonomia, perché non sarebbe più autonomia. Sarebbe anche quella una copiatura, una scopiazzatura, una fotocopia ancora una volta. La storia, l'identità ed i valori non si possono fotocopiare; i programmi di Giunta sì! Contro i moti antipiemontesi perché mai non nasce oggi almeno una valutazione critica, non dico antilombarda, ma antiberlusconiana? Nei confronti di quel signore, che ancora nei giorni scorsi abbiamo visto venire in Sardegna, mettere la mano sulla spalla di alcuni candidati al governo locale di territori importanti della nostra Regione, e al quale abbiamo sentito dire: "Voi siete miei apostoli" - così ha detto, così abbiamo sentito - "governate queste città, queste province in nome mio". Su episodi come questo neanche una parola!
Invece, nel nome del cambiamento - anche nel suo discorso lei l'aveva annunciato come primo punto - non si modifica solo il calendario, ma anche la storia, e si vuole trasformare (ma non è possibile) anche la realtà. Lei aveva annunciato che avrebbe celebrato "Sa die", ma non l'ha fatto perché "Sa die" era il 28 aprile,, lei invece dedica oggi "una die" ad una contestazione anti Ronchi e alla cacciata dei nuovi Piemontesi. Stiamo attenti!
Il Ministro Ronchi può aver mandato a notificare un atto della Repubblica italiana alla Regione autonoma della Sardegna, attraverso i carabinieri, ma i carabinieri non sono andati con le manette per arrestare nessuno, sono andati a notificare un atto relativo ad una questione burocratica; si può anche avere rispetto di tutte le istituzioni dello Stato e non offendersi per atti come questo. La verità è che questa Regione, che si ritiene autonoma, non si è offesa perché a notificare l'atto sono stati i messi, in quella fase rappresentati dall'Arma dei carabinieri, ma perchè si sarebbe - ho letto -dovuto rispondere notificando al Governo italiano i nostri atti attraverso le Guardie Forestali; allora perché non con i barracelli, che sono ancora più espressione autonomistica degli stessi forestali, che abbiamo per altro ereditato dallo Stato?
Ma questa è l'autonomia, ma questa è la celebrazione, ma questo è il senso alto e forte dei nuovi valori che dobbiamo affermare oggi per indicarli ai cittadini, ai Sardi e soprattutto alle giovani generazioni? Sono questi i messaggi positivi? Questi sono messaggi distruttivi di un'autonomia inconcludente, proclamata a parole, non vissuta nell'animo e non rappresentata nella realtà della politica e della vita!
Il problema di Is Arenas va discusso in questo Consiglio come valore generale, in quanto è una questione controversa riguardante un'attività imprenditoriale discussa e discutibile, non può assurgere a simbolo di una nuova autonomia, perché siamo in presenza di un contrasto reale, vero, tra diverse ipotesi di sviluppo e di uso del territorio.
Un giorno questo Consiglio regionale ha votato una norma (che non è una norma di autonomia ma è una scelleratezza, è una follia) con la quale ha dichiarato, nelle norme di omogeneizzazione dei Piani Territoriali Paesistici, che, nella località Is Arenas (si chiama Is Arenas perché ci sono dune naturali di sabbia, dove c'è una vegetazione naturale, perché naturali sono le piante), le dune sono artificiali perchè gli alberi furono in parte piantati dagli uomini. Questo è ciò che il Consiglio regionale, in seguito ad una polemica rovente, ha voluto dichiarare: poiché ci sono alberi piantati dall'uomo, quelle dune non sono più naturali ma artificiali. E in nome di un'artificiosità normativa, dichiarando artificiali quelle dune di sabbia, dichiarando artificiali quegli alberi, che sono invece naturali, si vuole derogare alle regole e alle leggi, non si vogliono rispettare i criteri, i parametri della pianificazione territoriale, della tutela ambientale e di quant'altro.
PRESIDENTE. Onorevole Cogodi, mi scusi, la devo richiamare al tempo.
COGODI (R.C.). Lei mi richiami pure al tempo, io ho concluso, perché avrei voluto dire, ma ci sarà occasione per dire certamente in altre circostanze…
PRESIDENTE. Avrà sicuramente tante occasioni.
COGODI (R.C.). Ci sarà occasione per dire come l'autonomia vera è quella che si vive nei fatti, è quella che serve agli interessi dei Sardi e allo sviluppo di qualità della Sardegna, e ancora che non basta che il Presidente della Regione (ed è giusto che lo faccia) incontri l'Aga Khan, bisogna anche che l'Aga Khan e tutti gli Aga Khan del mondo incontrino la Regione, incontrino le sue leggi, rispettino le sue regole e che nessun potente del mondo chieda mai, in questa Regione, di essere privilegiato rispetto alle nostre regole e ai nostri valori che sono anche universali, riconosciuti, riconoscibili.
In questo si fonda la nuova identità, il valore di un ricordo, di una memoria de "Sa die" che vogliamo che almeno il secondo anno del nuovo millennio venga celebrata il giorno giusto, nei modi giusti, senza che venga colta questa occasione per altro tipo di ragionamento,o per una "polemichetta" che non solo è fuori luogo, ma è anche piccola e quindi può portarci sulla via sbagliata.
PRESIDENTE. La prego, onorevole Cogodi, almeno oggi.
COGODI (R.C.). Almeno oggi, cosa vuol dire? Oggi è un giorno come gli altri, quindi io raccolgo il suo invito perché ai Gruppi politici…
PRESIDENTE. Il tempo, onorevole Cogodi. Il Presidente ha rispettato pienamente il tempo stabilito, ed invito anche lei a fare altrettanto.
COGODI (R.C.). Il Presidente ha rispettato pienamente il tempo stabilito, perché come tutti i baroni di tutti i tempi, come tutti i principi e tutti i feudatari di tutti i tempi, il Presidente stabilisce i tempi, si assegna un tempo superiore e quindi è più capace di rispettarlo.
Grazie! "Bona die", buone feste, queste ed altre, avremo occasione e ragione di tornare sui punti di contenuto e di affermare il fatto che l'autonomia è una questione di valori, di libertà, di capacità e di responsabilità, che non è contro gli altri, ma deve essere utilizzata per vivere noi in pace e in progresso insieme agli altri, con tutte le parti del mondo e non solo con quelle che possono evocare interessi di parte che qualche volta ancora non solo aleggiano, ma che vengono proposti come valori universali.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Ibba. Ne ha facoltà.
IBBA (F.S.D.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Giunta, autorità, colleghi, raccolgo volentieri l'invito del Presidente Serrenti.
Non starò qui a ripercorrere le tappe storiche e i fatti che nel 1794 portarono alla cacciata dei Piemontesi e del viceré sabaudo da Cagliari e dalla Sardegna. Non lo farò perché ritengo che quei fatti, nella sequenza cronologica e nel contesto storico in cui si svolsero, siano noti a tutti. Ne hanno parlato a lungo e con dovizia di particolari gli organi di stampa e i mass media e addirittura in molte città della nostra Regione sono state realizzate rappresentazioni teatrali in piazza.
Mi limiterò pertanto solo a svolgere alcune riflessioni non sulla storia ma sulla politica che riguarda quei fatti. Cicerone diceva che la storia è maestra perché dai fatti già accaduti si può trarre esperienza utile per il futuro, per adottare scelte che evitino il ripetersi di errori già commessi. Questa concezione della storia maestra è stata respinta dagli storici contemporanei che sostengono, e a ragione, che ogni vicenda storica sia sempre diversa dalle altre e che ogni fatto o avvenimento, di cui si tratta, sia nato, si sia formato e si sia espresso con modalità e dinamiche uniche ed irripetibili.
Per quanto ciò sia oggettivamente vero, è anche innegabile che, per quello che la conoscenza dei fatti storici deve servire a chi si occupa di politica, i fatti che hanno reso importanti le giornate di quel fine aprile 1794 e che, a quell'aprile, seguirono, hanno molte indicazioni da dare a chi oggi si occupa dei problemi e delle vicende politiche della nostra Regione. Certo è che quello di allora fu un movimento di vasta, intensa e convinta partecipazione popolare, perché contrariamente a quanto accade oggi il popolo cagliaritano e sardo di allora non era estraneo, e non si sentiva estraneo, alla vita politica, pertanto partecipava, profondamente coinvolto, alle vicende che lo riguardavano. Anzi si sentiva accomunato ai suoi leaders di allora da un sentimento antipiemontese profondamente radicato e sofferto. Oggi, invece, il nostro popolo si sente in larga parte estraneo alla politica, che pure lo riguarda, e non nutre per essa se non modesto e scarso sentimento di interesse, semmai sente un generico ed istintivo distacco da tutto ciò che proviene dai governanti, ed è distante da questi perché sente che loro sono distanti da lui.
Ma se i cittadini nella loro totalità, e quindi il popolo, non sentono di essere i destinatari ed i beneficiari della politica, la distanza tra gli uni e l'altra resterà incolmabile. Ne è esempio evidente la modesta percentuale di votanti alle ultime elezioni amministrative; è un segnale chiaro e preciso di questa distanza. Questo è un monito che nessuno può trascurare, perché non riguarda la maggioranza o la minoranza, riguarda la classe dirigente nel suo complesso nonché il ruolo, la funzione e la dimensione nuova che questa deve assegnare alla politica che a nulla vale se non è corroborata dal consenso e dal sostegno popolare.
In un bellissimo articolo scritto in limba, il professor Lilliu e Luciano Marroccu, in una loro dotta, analitica, esposizione della storia di questo vespro sardo, sulle pagine de "L'Unione Sarda" del 28 aprile, raccontano lo sdegno della gente per l'arresto di Vincenzo Cabras e di Efisio Pintor e di come questo si sia trasformato in un attimo, spontaneamente, in rivolta armata. Per nessun leader politico accadrebbe oggi un simile gesto di solidarietà da parte della cittadinanza, al massimo potrebbe esserci indifferenza. Ma non aiuta, al recupero del feeling con la gente del popolo, il clima di scontro frontale tra i partiti prodotto dalla logica bipolare e dal sistema maggioritario oggi esistente, che incattivisce il rapporto politico, allontana quella larga parte di elettori moderati dalla scelta sui candidati, ripropone un clima da fronte popolare del 1948 di cui certamente non abbiamo bisogno.
Credo che in ogni Sardo serpeggi l'istanza autonomistica, intesa non come matrice nazionalpopolare, ma come aspirazione a essere creatore e padrone del proprio futuro. Quello autonomistico è per noi sardi un sentimento antico e naturale, che non è patrimonio naturale e specifico di alcuno, bensì un minimo comune denominatore che lega tutti quelli che tra noi hanno a cuore la storia e il futuro della nostra Regione.
La stessa istanza autonomistica è stata alla base anche del motto rivendicazionistico del 28 aprile 1794, fino all'infelice e generoso tentativo di Giovanni Maria Angioy del 1796, e da quel momento si è conservata fino ad oggi. Si alternano periodi in cui le istanze autonomistiche vengono rinvigorite e lunghi periodi di letargo. All'epoca accadde che la vittoriosa resistenza contro i francesi dell'anno prima aveva dato nuovo impulso alle istanze unitarie ed autonomistiche, soprattutto perché gli esempi di coraggio e di unità di intenti manifestate, e di cui fu data ai regnanti ampia prova, non avevano ottenuto l'adeguato riconoscimento che avrebbero meritato e che tutti si aspettavano. Ma la storia offre spesso anche motivi di insegnamento per preavvisi. Il richiamo al valore dell'autonomia che di recente è stato scatenato dal grossolano e rozzo modo di procedere dell'ex Ministro dell'ambiente (al quale hanno dedicato una parte del loro intervento il Presidente Serrenti e il collega Cogodi) su un argomento di carattere urbanistico e di salvaguardia ambientale, sul quale auspico che avremo occasione di dibattere in questa sede, non può e non deve trovare giustificazione solo nella provenienza di quel Ministro da uno schieramento politico contrapposto rispetto al Governo regionale.
La difesa di quei principi - come portata avanti nell'occasione sopra riportata - questa o qualunque altra maggioranza dovrà riservarla anche ad altri ministri, o viceré, di un prossimo governo nazionale che si dovessero rendere artefici dello stesso maldestro comportamento e degli stessi modi scomposti di interloquire. Se così non sarà, ciò rappresenterà un'offesa per la solennità di questa celebrazione e per la dignità dell'episodio che vogliamo ricordare. Giova anche ricordare che meno di cinque mesi dopo la cacciata del viceré Balbiano, nell'aprile 1794, giunse a Cagliari, come dire, il suo sostituto, il marchese Vivalda, che venne accolto ed accettato dagli Stamenti senza colpo ferire e con tutti gli onori. Il motto insurrezionale di cinque mesi prima era stato già dimenticato, come se non fosse mai accaduto. Non vorrei che un prossimo e nuovo viceré, di qualunque provenienza e parte politica, che si comportasse comunque come il Ministro Ronchi e che dovesse giungere a Cagliari, o mandare carabinieri a Cagliari, tra un anno o poco più (per esempio dopo le prossime elezione politiche, visto anche il vento che sembra spirare), venisse accolto ed accettato dagli Stamenti moderni, cioè da questa maggioranza e da questa Giunta, senza colpo ferire e con tutti gli onori così come fu accolto il viceré Vivalda dopo la cacciata del suo predecessore. Sarebbe un comportamento di parte inaccettabile che vanificherebbe il significato simbolico ed il messaggio politico, ma anche educativo, che da questa giornata dobbiamo trarre e che dobbiamo riaffermare.
Sarebbe l'offesa più grave che potremmo arrecare ai nostri concittadini. Sarebbe davvero insopportabile se una Giunta, un Governo qualunque esso sia, dovesse comportarsi da severo protettore della dignità e dei valori dell'autonomia e libertà del proprio popolo solo nei confronti di alcuni aggressori e non di altri. Tutto ciò che oggi abbiamo citato, evocato, richiamato e indicato ad esempio, sarebbe non solo inutile, non solo farsesco, ma indegno di ciò che rappresentiamo.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Cossa. Ne ha facoltà.
COSSA (Patto Segni-Rif. Sardi). Signor Presidente, signori della Giunta, onorevoli colleghi ed autorità, i dibattiti che si sono succeduti in questi anni per celebrare "Sa die de sa Sardinia" sono stati utilizzati dal Consiglio regionale per una più ampia riflessione sullo stato della Sardegna, partendo dai fatti del 28 aprile 1794, per sforzarsi di andare al di là della mera celebrazione in modo da concentrare l'attenzione sui grandi temi della politica regionale, sulle difficoltà istituzionali, sui drammi del nostro popolo, il quale nel corso dei secoli ha visto succedersi forme di oppressione di diverso tipo.
Oppressione di popoli invasori, oppressione di uno Stato nazionale centralista ed assai poco incline a riconoscere e rispettare la stessa dignità istituzionale della nostra Regione, oppressione derivante dal bisogno, dalla disperazione nella quale vivono tutt'ora moltissimi sardi, e da una situazione di generale difficoltà che richiede, anzitutto alla classe politica, ma più in generale all'intera classe dirigente di questa regione, una precisa assunzione di responsabilità e l'adozione di azioni conseguenti che consentano ai Sardi di intravedere una via d'uscita da questo apparentemente interminabile tunnel.
Più volte i Riformatori sardi hanno richiamato l'attenzione sullo stretto legame esistente tra la situazione generale della nostra Isola e un sistema istituzionale vecchio e sclerotico. Tra le emergenze ormai classiche troviamo disoccupazione, acqua, trasporti e un quadro normativo del tutto inadeguato e funzionale a logiche diverse da quelle che debbono presiedere a una gestione razionale dei problemi. Oggi, in questa solenne ricorrenza, riproponiamo questi temi partendo dall'architrave del nostro sistema istituzionale: lo Statuto regionale. Un architrave ormai corroso dal tempo e dai tarli che, a distanza di 50 anni, ha necessità di un intervento assai più deciso di una semplice riverniciatura, atteso che la sua vetustà rappresenta un freno enorme alle possibilità di affrontare, con strumenti adeguati, moltissimi dei problemi della nostra Regione. Al di là dell'atteggiamento di sufficienza con il quale questo tema è stato affrontato nella passata legislatura, che pure era stata enfaticamente definita "costituente", dobbiamo registrare con soddisfazione che è ormai diffusa anche nel Consiglio regionale, tra le forze politiche, la consapevolezza che lo Statuto sardo non richiede un semplice restyling, cioè un parziale adeguamento con qualche rappezzo qua e là.
Negli anni scorsi, su iniziativa dei Riformatori, decine di migliaia di Sardi, tra i quali moltissimi amministratori locali ed esponenti del mondo economico e sociale e dell'università, hanno sostenuto con forza l'idea che la strada da percorrere fosse quella di una sede alta ed altra rispetto al Consiglio regionale, in grado di dibattere al massimo livello il tema dell'elaborazione di un nuovo Statuto: l'Assemblea costituente del Popolo sardo.
Quell'iniziativa è stata tradotta in un progetto di legge che oggi è all'esame del Consiglio regionale. Non è il sogno di un'élite di studiosi ma uno strumento eccezionale, adeguato alla straordinarietà del momento, una necessità indifferibile che deve coinvolgere tutte le forze politiche e sociali, tutti i livelli istituzionali, chiamando idealmente tutti i cittadini sardi, che già il 21 novembre hanno scelto un diverso sistema elettorale e un diverso sistema di governo, a dare il loro contributo per riscrivere la propria carta costituzionale.
L'Assemblea costituente richiederà alla classe dirigente sarda di mettersi alla prova, di dimostrare tutta la propria progettualità e la propria capacità di elaborazione, di esprimere nei fatti la propria specificità e la propria capacità di autorganizzarsi e di autodeterminarsi. Permetterà alla Sardegna di darsi un assetto istituzionale che sancisca il riconoscimento della soggettività del popolo sardo nell'Europa delle Regioni, l'attuazione effettiva del principio di sussidiarietà che esalti il ruolo delle autonomie locali, che crei le condizioni per una economia affrancata dal peso della tentacolare burocrazia della presenza pubblica.
Su questi temi, colleghi, dobbiamo superare gli steccati ed abbandonare i piccoli egoismi di parte, aprire un confronto ampio e di livello senza pensare mai che qualcuno possa accampare copyright, profondamente convinti che ognuno ha il dovere di mettere a disposizione la propria intelligenza, la propria esperienza politica ed istituzionale, la propria passione civile.
Alcuni anni fa, in un analogo dibattito, è stato detto che il 28 aprile non è una festa, è una sfida. Ecco perché chiediamo oggi al Consiglio regionale di raccogliere questa sfida e di avviare immediatamente una sessione straordinaria di lavori dedicata ai temi della riforma complessiva della Regione e all'istituzione dell'Assemblea costituente del popolo sardo. E` un preciso dovere che abbiamo verso i Sardi, verso quei Sardi che non si vogliono arrendere all'idea che la crisi economica e sociale della nostra Isola diventi irreversibile, verso i disoccupati, verso gli agricoltori e gli allevatori stremati dall'ennesima annata di siccità, verso gli amministratori locali della Sardegna che ogni giorno, dalle loro trincee, combattono nell'interesse delle loro comunità. A tutti costoro, oggi più che mai, è necessario dare un segnale concreto e tangibile di volontà di cambiamento.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Contu. Ne ha facoltà.
CONTU (C.C.D.). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, gentili ospiti, intervenire oggi, nella celebrazione de "Sa die de sa Sardinia", fa correre il rischio di dire cose certamente banali, probabilmente scontate e senza dubbio anche ripetitive. Io sono d'accordo con il Presidente del Consiglio regionale quando, pochi minuti fa, ha dichiarato e ci ha ricordato che non dobbiamo disquisire su questioni storiografiche, giacché - egli dice - è sicuramente più importante occuparci del significato simbolico che noi dovremmo attribuire alla celebrazione. Tuttavia, come facciamo a non interrogarci sul valore di un dato storico. Infatti il 28 aprile 1794 - si afferma - i Sardi hanno cacciato i Piemontesi, e anche se l'episodio è durato lo spazio di qualche mattino, va comunque considerato uno scatto d'orgoglio esemplare, anzi l'episodio sarebbe da considerare come un emblema in cui il popolo sardo deve riconoscersi.
Io non sono uno storico, e perciò non sta a me dare letture storiografiche ed erudite su questi fatti, sono anche disposto a condividere la tesi che un popolo acquista una soggettività soprattutto quando riesce a riconoscersi in simboli, in storie, in figure e, perché no?, anche in miti. Ma dobbiamo riconoscere che lo stesso mito del 28 aprile per certi aspetti sa più di operazione calata dall'alto che non di moto spontaneo e popolare. Lo dico senza polemiche, con estremo realismo, constatando semplicemente un dato che mi sembra difficilmente confutabile.
Tuttavia, al di là di queste connotazioni, al di là di queste osservazioni, siamo oggi chiamati qui a celebrare "Sa die" con l'intento di trascendere la portata storica. In breve, autorizziamo questa celebrazione e le conferiamo anche significati nuovi, più rispondenti alla nostra attuale sensibilità. Io raccolgo con piacere questa indicazione che ci è stata data. Soprattutto se riusciamo a identificare "Sa die" con il ritrovato orgoglio, per noi sardi, di sentirci una nazione, una etnia, una soggettività forte che esprime una lingua millenaria e una lunga tradizione culturale.
Io ho parlato di nazione e vorrei qui, mi sia consentito, fare un piccolo excursus, anche questo storico, per ricordare a noi tutti che la nostra lotta per l'autonomia ha seguito un percorso anomalo rispetto a quello di altre regioni europee, che hanno già conseguito o devono conseguire lo Statuto autonomistico. Movimenti come quello bretone, basco, catalano, scozzese, irlandese, hanno fondato la loro azione di rivendicazione autonomistica soprattutto sulla loro identità etnico-linguistica, mettendo in risalto innanzitutto la loro condizione di nazioni politiche dalle lingue tagliate. Noi invece, in tanti anni d'autonomia, ci siamo preposti un diverso indirizzo, volto soprattutto a rivendicare riforme di carattere istituzionale, oppure obiettivi di natura economica. Però dobbiamo anche riconoscere che, se c'è stata questa carenza di identità, oggi il popolo sardo (anche per l'intuizione acuta di molti nostri intellettuali, come Antonio Simon Mossa e lo stesso Lilliu) ha acquistato probabilmente una maggiore consapevolezza della propria identità nazionale. Occorre però, io credo, ripensare ad una identità moderna, non più museale, disancorata se possibile dai luoghi comuni e capace quindi anche di esportare all'esterno gli elementi originali della propria cultura.
Io voglio qui citare, ma non perché sia diventata un'abitudine in quest'Aula, alcune parole di Emilio Lussu con le quali affermava che vi sono molti secoli di storia che premono e ci spingono oltre il nostro focolare, oltre il nostro canto chiuso, fatto di echi e di lamenti senza principio né fine. Egli diceva che il popolo sardo, ha da rivelare qualcosa non solo a se stesso, ma anche agli altri.
Questo penso sia il messaggio che noi dobbiamo lanciare in questa giornata di festa, rivolgendoci soprattutto alle nuove generazioni. "Sa die" deve rivolgersi ai giovani, ai giovanissimi, a coloro che vivono il tempo della comunicazione globale, che usano Internet, e che probabilmente molti nostri intellettuali potrebbero anche definire "deculturizzati", cioè gente che probabilmente non ha ancora avuto la nozione esatta della nostra identità nazionale; ho proprio l'impressione che le nuove generazioni vedano di questa identità soltanto gli aspetti più superficiali, probabilmente gli aspetti anche più folcloristici.
Piaccia o non piaccia, la gente oggi è motivata a partecipare solo se la politica dà risposte a legittimi interessi, a bisogni impellenti, a problemi quotidiani: trasporti, sanità, pressione fiscale, sicurezza, occupazione e pensioni. Queste purtroppo sono le emergenze reali, sentite quindi come prioritarie. Se la giornata di oggi vuole acquistare legittimità e credibilità, deve cominciare a veicolare un messaggio fondamentale: l'autonomia, vissuta come consapevolezza della nostra identità, può essere davvero lo strumento concorde e unitario di partecipazione per ottenere la vera rinascita del popolo sardo, altrimenti rimane retorica vuota ed inconcludente.
Perciò, al di là delle strumentalizzazioni, al di là della stessa dimensione spettacolare di questa giornata di festa, che pure è importante, la classe politica (cioè noi) deve impegnarsi a dare di sé un'immagine certamente più alta. La vita politica regionale è solcata - lo vediamo quotidianamente - da gravi fratture e divisioni. La polemica ormai è diventata la regola della nostra convivenza politica; anche stamattina ne abbiamo avuto un esempio. Credo, per tutti noi, che sia necessario recuperare una superiore unità, almeno sulle grandi questioni; avere obiettivi comuni e non perseguirli insieme è probabilmente una delle cause più profonde della mancata realizzazione, o dell'insuccesso, della nostra autonomia.
Alle nostre spalle premono nuove generazioni di sardi che guardano con molto scetticismo alle nostre divisioni, alle nostre querelle di palazzo. Queste nuove generazioni conoscono un mondo del tutto diverso da quello che vorrebbero, un mondo che, d'altra parte, ad essi appare ormai superato, quasi spettrale, nel quale - penso innanzitutto a me stesso, a noi, alle vecchie generazioni - crediamo ancora di poter vivere e forse di poter procrastinare le risposte alle legittime attese di una società in crisi. Per fortuna i giovani sono portatori nella lotta politica di nuovi messaggi che noi faremmo bene ad ascoltare con maggiore attenzione, perché essi portano anche, dentro ma soprattutto fuori dai partiti, una volontà inesorabile di affermazione della dignità umana e una speranza irrinunciabile di una vita più credibile e più sicura. Sta a noi, onorevoli colleghi, anche in questa giornata di orgoglio nazionalitario, decidere se assecondarli oppure rischiare di venirne travolti.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Dettori Bruno. Ne ha facoltà.
DETTORI BRUNO (I DEMOCRATICI). Signr Presidente del Consiglio, signor Presidente della Giunta, autorità, ospiti, colleghi, non è certamente facile compiere una riflessione originale sul tema che ci conduce a riunirci in Assemblea solenne per ricordare ciò che ci piace considerare come un momento di collettiva presa di coscienza. Peraltro la giornata di sabato ci ha visto quali spettatori consapevoli degli eventi di una festa che questa nostra stessa istituzione ha voluto riconoscere come la festa di tutti i Sardi. Questa data segna infatti indelebilmente ai nostri occhi, proprio per la sua emblematicità, la nascita della Sardegna moderna.
Pura retorica, diranno molti, ma noi restiamo francamente di ben altro avviso. All'indomani della deliberazione su "Sa die", si è infatti detto che, né l'intero corso degli avvenimenti culminati nella cacciata dalla Sardegna di ogni presenza sabauda, né forse tutta la complessa dinamica della rivoluzione sarda, costituirebbero veramente un'esperienza storica fondante della nostra autonomia e della nostra identità contemporanea. Noi pensiamo invece che la cacciata dei Piemontesi coincida davvero con la prima affermazione di un sentimento che possiamo, senza problemi, definire nazionale; ciò che la cosiddetta guerra del '93, con la vittoriosa resistenza al progetto di occupazione francese, porta a compimento dopo un lungo processo di incubazione, si dispiega nelle vicende del 1794. Con il 28 aprile di quell'anno l'Isola conduce se stessa nell'alveo della piena modernità europea.
Difatti l'insuccesso sostanziale della stagione riformistica boginiana inesorabilmente si palesa, ad onta di un lavorio intellettuale che negli ultimi trent'anni del secolo quasi prepara, e quindi accompagna, la dimensione temporale dei rivolgimenti. Da Giuseppe Cossu ad Antonio Porqueddu, da Andrea Manca a Domenico Simon, un unico movente ispiratore, un'unica tensione progettuale: l'amore per la Sardegna. L'interpretazione dell'arretratezza isolana, che emerge anche nel riferimento del Gemelli, viene ad essere ribaltata sulla base di un'analisi efficace non disgiunta da un forte intento civile.
Gli illuministi sardi, quali essi autenticamente sono, denunciano l'oppressione coloniale a cui di fatto la loro terra è sottoposta con il prelievo di qualsiasi significativa risorsa finanziaria, indispensabile all'intrapresa economica, e con un regime feudale indifferente, se non contrario, a qualunque innovazione, sia pure soltanto tecnologica. Fra gli altri il Cossu, forte degli accurati studi compiuti, si trova spesso in contrasto con l'orientamento di governo, ma il suo intervento pubblico non conosce cedimenti e si deve a lui la nascita dei Monti frumentari. Eppure queste avanguardie nobiliari, borghesi ed intellettuali sperano per lungo tempo ancora di poter pacificamente ottenere dai regnanti almeno le riforme non più procrastinabili.
Ma quando la speranza viene frustrata, il tempo della parola si risolve nel tempo dell'azione. L'iniziativa della componente più aperta delle élite dirigenti, sostenute dagli strati più avanzati della nascente borghesia e dalle masse popolari già mobilitate per respingere i francesi, si realizza e procede attraverso la successiva rivolta antifeudale, in direzione di un protagonismo politico e civile animato da un'autentica istanza di autogoverno. Al di là degli anacronismi, delle pesanti ombre, dei più spietati passaggi conflittuali del ciclo rivoluzionario, il complessivo moto di ribellione - che raggiunge l'apice nella vicenda politica e biografica di Giovanni Maria Angioy - si manifesta così come il momento in assoluto più alto, per riprendere un'espressione propria di quella temperie, della storia civile dei sardi.
Ecco il punto di non ritorno al passato, la Sardegna riconquista la propria libertà, decisa a conservarla per sempre. L'identità etnica delle genti sarde, oltre alla perduta sovranità dei giudicati, recupera la sua sfera di autodeterminazione nell'associare il proprio destino allo straordinario corso degli eventi che, a partire dal 1789, contrassegnano la grande rivoluzione europea ed americana. Ecco pertanto le nostre stesse radici alimentare la rivoluzione sarda, guidare il cuore e la mente dell'alternos, guidare il cuore e la mente dei testimoni più puri della lotta ad un potere dispotico.
Ed è ancora la nostra identità a trasmetterci il profondo significato di quella battaglia di libertà e di modernità. Pertanto essa identità non è mai stata l'ostacolo al cambiamento, ma al contrario la ragione stessa del suo concretizzarsi. Non possiamo ammettere, dunque, alla luce di queste riflessioni, una perdurante crisi di legittimità dell'istituzione regionale sarda dinanzi ad uno scenario nazionale in cui verrebbero avanzati disegni di cosiddetta devolution, forieri di una potenziale carica di conflittualità costituzionale nei confronti del livello di governo nazionale e nei confronti degli ambiti di iniziativa dei diversi governi regionali.
I Democratici non possono non rivolgere all'Assemblea del Popolo sardo un rinnovato appello per un progetto di riforma della nostra Carta statutaria, la Sardegna non può correre il rischio di vedersi quasi imporre, come nel '48 Emilio Lussu testimoniò, un'autonomia, nella peggiore ipotesi, una volta ancora condizionata dall'altrui indisponibilità. Se è vero che un credibile riferimento operativo può venire dalla Carta di Eboli, è altresì vero che la nostra comunità etnica ha il dovere, in nome della memoria storica che oggi ci accomuna in quest'Aula, di elaborare e proporre un suo peculiare contributo, diretto alla costruzione di un effettivo patto di federalismo solidale tra le Regioni d'Italia. Le sfide che la globalizzazione impone all'intera Europa richiedono, lo sappiamo, risposte politiche appropriate che vanno in direzione di sistemi di governo regionale sempre più efficienti e capaci di costituire stabili formule di concertazione e cooperazione.
Semiologi e sociologi dei processi politici affermano che non esistono, nella sfera della vita politica, una storia e una tradizione in sè, il passato sarebbe perciò il risultato di un'interpretazione dettata da finalità estrinseche alla pura ricostruzione dei fatti. Ebbene, se questo è vero, a maggior ragione noi non abbiamo paura di attribuire alla lezione etica angioina la più elevata valenza simbolica. Dobbiamo insistere con questo nostro intervento, il recupero della nostra identità nel suo punto di incontro con i valori dell'Europa moderna costituisce infatti il più potente antidoto alla caduta di significato che purtroppo ancora percorre il nostro paesaggio sociale e politico di inizio millennio.
Un grande e dimenticato maestro del secolo che abbiamo lasciato alle nostre spalle, Johan Huizinga, nel suo celebre e premonitore saggio del '35, La crisi della civiltà, scrive: "Nel secolo quindicesimo e sedicesimo l'Umanesimo presentò al mondo recuperati tesori di un'antichità purificata come esempio permanente di sapere e di cultura". Questo l'Umanesimo fece, non per giurarci su, ma per costruirci su. Per questo non possiamo più commettere l'errore di dissipare sciaguratamente le nostre energie nella demolizione della nostra storia, negando a noi stessi e alle generazioni future il destino cui la nostra terra ha diritto.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Fois. Ne ha facoltà.
FOIS (P.P.S.). Grazie signor Presidente. "I have a dream: that one day this nation will right up". "Io ho un sogno" diceva Martin Luther King il 28 agosto del '63, quando guidò la storica marcia su Washington; "I have a dream", "Io ho un sogno: che un giorno questo Paese, questa Nazione, risorga. Io sogno di vedere la mia gente, il mio popolo, camminare fianco a fianco con la gente di altri popoli e vedere i miei figli alla stessa tavola dei figli di altri popoli, e che la mia gente con pari dignità e con gli stessi mezzi possa confrontarsi con il resto del mondo".
Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Giunta, illustri autorità presenti, gentili colleghi, anche noi da tempo abbiamo un sogno, il sogno di vedere la nostra terra capace di imporsi con determinazione e forza in un sistema mondiale che, fino ad oggi, è stato capace di riconoscerci solo la meravigliosa e fortunata posizione geografica, ma senza capire fino in fondo i ritardi e le vere difficoltà. Non tutti hanno capito forse che vivere su un'isola, e quindi isolati, spesso vuol dire solo essere trascurati e non autonomi. L'autonomia e la libertà rivendicati dai moti del 1794 in nome della comune appartenenza alla stessa terra è il vero valore a cui tutti facciamo riferimento, a prescindere da schieramenti e ruoli, ma è un valore che si è smarrito o quanto meno deve essere ancora ritrovato, e che non può basarsi semplicemente su una data più o meno precisa che garantisca la solennità e la dignità della nostra autonomia.
Non mi viene difficile infatti individuare nella storia della nostra terra altri esempi, come le lotte dei nostri Sardi uniti a fianco di Eleonora d'Arborea che quasi sopraffecero, contando solo sulle proprie forze, gli invasori aragonesi, oppure la mobilitazione delle nostre milizie che respinsero l'attacco dei francesi senza ricorrere all'aiuto di nessuno, ancor meno dei Piemontesi. Probabilmente non era questo il giorno de "Sa die", certamente anche questa è una die importante, una die significativa, ma una die come tante altre die della nostra storia. Me lo conferma quanto ho letto in questi giorni. Si tratta infatti di un argomento molto sentito dai nostri illustri studiosi, storici ed intellettuali che, in un aperto confronto serio ed illuminato sulle date e sui significati degli eventi storici, si ritrovano tutti d'accordo sul valore e sul significato della manifestazione ma non forse sulla data.
Ma questa di oggi era comunque una giornata attesa, era necessaria una giornata per l'autonomia, un momento di grande confronto e di riflessione, di approfondimento e di studio, capace, come lo è stata, di soffermarsi sui valori veri di cui abbiamo bisogno, valori imprescindibili, quali il rispetto e l'unità. Ritengo quindi che sia alquanto improbabile individuare la data che dovrà rappresentare la nostra autonomia, ma si respira già un forte processo pregno di entusiasmo autonomista che tocca tutte le categorie, tutti gli schieramenti politici e quindi tutti noi. Eloquente ed importante fu l'unione nella lotta di uomini borghesi e uomini popolari che, nei giorni della rivolta, combatterono fianco a fianco lasciandoci in eredità un significato di dignità e libertà non legato mai a ceti o a classi sociali.
Guai a dimenticare il sangue dei nostri conterranei, ma guai a dimenticare che ora tocca a noi, la storia guarda noi, e se grazie a loro oggi abbiamo la fortuna di vivere una vita di pace, in un paese civile, pur se piena di difficoltà, solo noi abbiamo il dovere di traghettare la nostra terra in un'autonomia compiuta e soprattutto più moderna. Un'autonomia che dovrà passare tramite la nostra capacità di essere migliori degli altri. Autonomia vuol dire certamente sforzarsi di far conoscere la propria storia nel mondo, ma di conoscere anche quella che il mondo ci trasmette, perché autonomia vuol dire conoscere la propria lingua, ma anche quella degli altri, vuol dire lavorare meglio e più degli altri. La propria autonomia si migliora giorno per giorno, appunto partendo dalle piccole cose che poi si trasformano in grandi cose e che diventano fondamentali per la propria terra, basate sulla cultura, sulla storia, sull'innovazione e sul progresso, sulla scuola e sui valori fondamentali della famiglia, generando così autonomamente una massa critica inarrestabile, che travolge tutto e soprattutto le culture di chi, in momenti diversi e con uomini diversi, ci vorrebbe sempre sotto il giogo di qualcuno. Quanti esempi abbiamo sotto gli occhi, signor Presidente, di storia passata e recente, di uomini e donne che, grazie alla propria capacità di studiosi, scienziati ed imprenditori, abbandonando la nostra terra, hanno dato e garantito importanti aiuti ad altri paesi, e a chissà quante regioni, migliorandone la qualità della vita e quindi la propria autonomia. Ma la storia di questi giorni fortunatamente ci dice che qualcosa sta cambiando, la gente sarda lotta sempre di più per rimanere ed investire nella propria terra, nella nostra Sardegna.
Cari colleghi, gentili autorità, i nostri moti e le nostre rivoluzioni sono queste: l'impegno e il lavoro quotidiano, garantendo così gli stessi risultati di civiltà e di progresso che dovranno passare però non tramite l'astensionismo diffuso e disinteressato qual è quello di questi giorni, ma tramite una partecipazione costante e forte affinché il voto rimanga l'espressione più alta ed esaltante di ogni cittadino che, in piena autonomia e libertà, deve contribuire al miglioramento delle proprie sorti, ma al quale bisogna dare il massimo degli strumenti, perché capisca che tramite la politica è possibile ancora un confronto leale e trasparente, un confronto che certamente passa anche e soprattutto tramite gli uomini che hanno responsabilità diretta, ma che tocca anche tutti i diversi uomini e ruoli della nostra società. Non possiamo credere infatti che un dato così forte di allontanamento dalle istituzioni possa essere il lavoro di Giunte o uomini più o meno capaci, ci chiediamo se non sia invece la fallimentare sintesi di tanti comportamenti ed atteggiamenti che a tutti i livelli creano disinformazione, sospetto e confusione, sfociando quindi nella sfiducia e nell'allontanamento della nostra gente.
Per finire, signor Presidente, non è in discussione che negli ultimi anni la nostra Regione ha compiuto dei progressi, valorizzandosi agli occhi del resto del mondo, pur con mezzi non proporzionati alle varie esigenze, la sensazione che se ne ricava però è che sia cresciuta e migliorata non abbastanza per raggiungere gli altri, che a loro volta sono cresciuti meglio e più di noi, e la costante preoccupazione che abbiamo è di non riuscire mai ad allinearci a loro. Non possiamo far finta, signor Presidente, che cinquant'anni di autonomia non siano passati, probabilmente si è trattato di un'autonomia presunta, ma sono passati, forse potevano rendere meglio e di più, ma cinquant'anni sono passati e non sarà più come prima.
Nei prossimi anni la nostra autonomia, se ci sarà, sarà dettata da numeri e parametri perfetti della Comunità europea, che non so se terrà conto e si ricorderà della nostra cacciata dei Piemontesi e delle nostre tentate rivoluzioni. Non credo, la nostra sarà una rivoluzione basata sui numeri, un'autonomia non più dovuta, ma concessa dall'Europa delle Regioni, che tenderà sempre più a prendere invece che a dare. Ma noi non molliamo, non molleremo, ora più che mai continueremo nelle nostre lotte; questo è il momento di rimboccarsi le maniche, lasciando da parte le cose futili e soprattutto incapaci di produrre positività e progresso. Forse la vera autonomia è ancora lì, ad un passo, ed aspetta che noi, tutti insieme, andiamo a prenderla.
Signor Presidente, "I have a dream", "Io ho un sogno", diceva, e noi, diciamo insieme, io lo spero, abbiamo un sogno: che tramite il lavoro sereno di ognuno di noi questo sogno dell'autonomia diventi realtà per il nostro popolo sardo.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Giagu. Ne ha facoltà.
GIAGU (Popolari-P.S.). Signor Presidente, colleghi, colleghe, autorità, in ossequio ad una legge regionale, oggi in forma solenne il Consiglio regionale celebra "Sa die de sa Sardinia". E` giusto ricordare il 28 aprile del 1794, innanzitutto, perché è una pagina significativa della nostra storia e, in secondo luogo, a mio avviso, perché è un momento necessario per tenere acceso quel sentimento che, con orgoglio, ci lega a chi partecipò a quella sollevazione popolare contro i Piemontesi, scaturita dal profondo malessere diffuso nel popolo, dovuto all'arroganza della dirigenza politica e burocratica piemontese.
Non fu, come ben sappiamo, il primo sussulto di autonomia, furono in ogni caso momenti difficili, di tragedia. Momenti che ci portano a riflettere soprattutto oggi, tempo in cui la storia ci deve insegnare come alcune conquiste sono raggiunte con la sofferenza del nostro popolo. Il Manno ci viene in aiuto con la sua "Procurade 'e moderare", e ci fa comprendere con quale intensità l'intolleranza di allora era oramai intrisa di durezza e di determinazione.
Il 3 maggio 2000, cioè oggi, noi celebriamo un avvenimento, ricordiamo un passaggio della nostra storia. Tutto ciò ha un significato se ne cogliamo l'insegnamento e lo attualizziamo, naturalmente senza durezza, ma con rinnovata determinazione. Attualizzarlo significa denunciare, da quest'Aula, l'invadenza dei nuovi tirannos minores, cioè personaggi che, con l'autonomia della nostra Regione, non hanno niente a che fare perché appartengono ad altre aree geografiche, perché non possono condividere le nostre lotte, quelle più attuali, perché non comprenderanno mai le nostre rinunce, il nostro conflitto con lo Stato, scambiato perfino in certi momenti come rivendicazione destabilizzante. Personaggi che, a dispregio di quest'Aula, a dispregio della volontà del nostro popolo che, comunque, , ha compiuto una scelta oggi con uno strumento democratico e in piena autonomia, oggi per alzata di braccio proclamano in piazza il nuovo Presidente della Regione, nel delirio, evidentemente, di un'investitura reale.
Purtroppo, Presidente Floris, è successo, a sua insaputa e a insaputa del Consiglio regionale; la giornata di oggi serve anche a questo, e lei Presidente ha il dovere di sanzionare questi atteggiamenti, che offendono l'autonomia del nostro popolo, come pure ha il dovere di rassicurarci che nel grande circo delle illusioni i clown non devono mai mancare. Se non fosse questa la chiave di lettura delle innumerevoli vicende che vedono sempre più programmi e personaggi muoversi fuori dal nostro contesto autonomista, a testimonianza di un nuovo vassallaggio a favore di un nuovo principe, che non è piemontese, mi domando che senso ha ricordare fatti accaduti più di 200 anni fa, che senso ha rivivere quei momenti, e non svolgere un'analisi critica della storia per compararla a ciò che ci succede di nuovo oggi, in qualsiasi campo?
Badate bene, nei processi storici è sempre tutto nuovo. Sono nuovi i soprusi, sono nuove le intolleranze, sono nuove le ribellioni, sono nuove le guerre, sono nuove le povertà, sono nuove le forme di assoggettamento di un popolo. La celebrazione di un avvenimento come questo, per me può essere solo un auspicio che, nel rispetto dei ruoli che l'elettorato ci ha assegnato, questo Consiglio regionale, in modo autonomo, possa dibattere su questa nuova stagione e proposta autonomistica. Un Consiglio regionale libero da ogni condizionamento, convinto della propria autodeterminazione, certo di poter disegnare la nuova Regione da consegnare alle prossime generazioni.
Forti degli insegnamenti di coloro che ci hanno preceduto in quest'Aula, non dimenticando chi prima di noi ha avuto il coraggio della ribellione, pagando un prezzo altissimo per consegnarci un tassello di libertà, una fiammella di autodeterminazione, dobbiamo essere capaci di disegnare, per la nostra Isola, un progetto forte ed ambizioso, intorno al quale mobilitare le energie interne ed esterne ad essa, in modo che queste siano funzionali al progetto disegnato da noi e non disegnato per noi. Solamente con questa caparbietà, con questo senso della specificità, dell'appartenere ad una regione unica, con una propria storia, con una propria cultura, avremo la forza di mettere in campo un progetto forte per uno sviluppo moderno.
La memoria, la cultura come combustibile, per un processo di sviluppo economico. "Sa die de sa Sardinia", un appuntamento annuale che serve per verificare, aggiornare, correggere il nostro obiettivo di sviluppo, in relazione alla nostra volontà di continuare ad essere sardi. "Sa die de sa Sardinia" come primo ma non unico riferimento di ricerca storica, di formazione dei nostri giovani, di un'identità che, molto spesso purtroppo ci accorgiamo, è mancante. Ho letto la sintesi e gli indirizzi del Comitato regionale presieduto dal professor Lilliu, sono indicazioni importantissime, condivisibili, che individuano l'unico percorso culturale capace di scrivere pagine inedite della nostra storia: cultura, scuola, nuovi mezzi di comunicazione. Da qui passa la scommessa per il rilancio della nostra Isola.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Sanna Giacomo. Ne ha facoltà.
SANNA GIACOMO (Gruppo Misto). Signor Presidente, colleghe e colleghi, autorità e gentili ospiti, intanto devo precisare che la seduta di oggi, 3 maggio, è una seduta voluta dalla Conferenza dei Capigruppo, quindi non condivido l'osservazione del collega Cogodi, in quanto la scelta di questa data è frutto di un accordo comune per impedire che si arrivasse a strumentalizzare una seduta solenne ed importante come questa se celebrata il 28 aprile, giorno ricadente all'interno del periodo previsto per le consultazioni elettorali, .
Invece ciò che mi lascia più perplesso è che, nonostante oggi sia il 3 maggio, anziché il 28 aprile, questa seduta che dovrebbe essere solenne, solenne non è. La latitanza sui banchi del Consiglio e della Giunta è la testimonianza di un disinteresse piuttosto ampio su un problema come questo, e a niente vale la recita di alcuni rosari fra sogni e quant'altro, facendo finta che tutto ciò non sia accaduto, che non si stia vivendo questo momento in prima persona, in un modo che non condivido, con una mancanza di rispetto verso l'intera Assemblea, verso chi è stato invitato a questa seduta solenne e verso l'intero popolo sardo.
Qualcuno ha parlato di giornata di orgoglio nazionalitario, riempiendosi la bocca abbondantemente, ma non ci si rende conto che di orgoglio nazionalitario qua dentro ne è rimasto ben poco. E` una recita di frasi ad effetto che certamente non fanno parte del patrimonio di chi le ha recitate; è un qualcosa che non si porta dentro, non fa parte delle proprie tradizioni, della propria cultura, delle proprie idee, dei propri progetti. Questa è l'immagine più negativa che stiamo dando come Consiglio regionale, in una giornata che doveva essere una giornata non solo di ricordo, ma di prospettiva, di messaggio forte, alto, ai sardi, ai giovani, a chi in questo momento crede in questi valori, in quello che ognuno di noi si porta dentro, non nelle falsità, non nell'ipocrisia, ma nella volontà di celebrare questa ricorrenza che è stata stabilita da una legge voluta dal Consiglio regionale, quindi non imposta da nessuno, ma voluta da noi.
Oggi, mi dispiace dirlo, mi amareggia assistere al disinteresse, un disinteresse piuttosto ampio che vede, ancora una volta, il mio Partito rivendicare con attenzione e con forza le sue idee rispetto alle falsità di chi si professa nazionalitario, di chi recita il sardismo diffuso la mattina per dimenticarlo la sera.
Io chiedo scusa alle autorità e agli ospiti, ma mi rifiuto di leggere il mio intervento in quest'Aula, in una situazione come questa, che ritengo non accettabile.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Usai. Ne ha facoltà.
USAI (A.N.). Signor Presidente, signor Presidente della Giunta, colleghi, al di là dei ritualismi di maniera e dell'enfasi più o meno giustificata e giustificabile, pare opportuna in questo momento della vita autonomistica della Sardegna una riflessione attenta e puntuale su quel 28 di aprile del 1794. Non credo, l'hanno detto anche altri colleghi, che in questa sede sia opportuna un'analisi storica dei fatti; meglio di me e con migliore cognizione di causa l'argomento è stato affrontato e dibattuto da storici che, come accade talvolta in questi casi, arrivano a conclusioni diverse non dando una lettura univoca degli avvenimenti.
Non credo sia opportuno verificare, sempre in questa sede, se si sia trattato di un fenomeno di tipo giacobino, di un fenomeno rivoluzionario in senso proprio e completo della parola, o di un accadimento dalle caratteristiche etniche e nazionalitarie. Certo si è trattato di un momento di grave malessere, di profondo scontento, di aspra contestazione, di un Governo troppo distante anche fisicamente dalla Sardegna, ancora una volta disattento ai problemi dell'Isola, di un Governo centralista, che aveva a cuore più l'autoperpetuazione che le esigenze e i bisogni della Sardegna.
Da quel 28 aprile sono passati 206 anni, colleghi, è cambiato il contesto storico, non regnano più i Savoia, non c'è il Viceré, non c'è più in Sardegna quel manipolo di nizzardi e di savoiardi che forse avrebbero condotto vita migliore a Torino o a Nizza, non c'è più il feudalesimo, i popolani sono diventati borghesi, non c'è la guida illuminata della borghesia, eccetera eccetera. Stanno scomparendo anche gli ultimi residui di baroni, di prinzipales, che sino a qualche giorno fa continuavano a stare in Sardegna. E` cambiato il quadro, sono cambiati i personaggi che diedero vita a quegli accadimenti, è cambiato tutto con lo scorrere del tempo, o meglio è cambiato quasi tutto.
Resta uguale a distanza di oltre due secoli un dettaglio, una sciocchezza, una questione della minima importanza, e lo dico con ironia e con profondo rammarico, cioè la boria, la supponenza, il centralismo, la non conoscenza dei problemi della Sardegna che avevano i Savoiardi oltre 200 anni fa, le hanno ancora coloro che governano oggi, c'è da augurarsi ancora per pochi mesi, a Roma, i quali dell'autonomia speciale della Sardegna hanno fatto strame e non si rendono conto delle aspettative, dei bisogni, delle esigenze, degli intendimenti dei Sardi. Dopo 200 anni il Governo centrale è ancora distante, è ancora lontano, è ancora assente se non per quelle odiose gabelle che i Sardi sono costretti a pagare, ed è sprezzante nei confronti delle popolazioni e delle istituzioni.
Che cosa è, cari colleghi, se non disprezzo nei confronti dei Sardi il paracadutare, contro la volontà delle popolazioni, un sistema di parchi studiato a tavolino a colpi di pennarello? Cosa è lottizzare l'isola dell'Asinara affidandola a pochi privilegiati ed escludendo tutto il resto dell'umanità dal fruire e dal godere di un bene che appartiene ai Sardi e che dagli stessi deve essere sfruttato ed utilizzato? Colleghi, che cosa significa - l'hanno ricordato tutti - che un Ministro della Repubblica (fortunatamente fuori della nuova compagine di governo), faccia notificare un provvedimento, in materia non di sua competenza, al Presidente della Regione Sarda addirittura dai carabinieri?
L'interessamento del Ministro Ronchi al problema di "Is Arenas" è vecchio, perchè già il 18 luglio 1997, il Ministro Ronchi sollecitava l'attenzione su questo problema manifestando la sua opinione in una lettera, che vi leggerei perchè è divertente, iniziandola così: "Caro Walter…" (ovviamente Walter è l'onorevole Veltroni) e concludendola: "Sarebbe pertanto desiderabile" - questo è il modo di esprimersi - "che, in sede di esame di nullaosta, vengano sottoposti a particolare attenzione gli interessi ambientali ivi ricadenti che oggi rappresentano l'elemento maggiormente identificativo di quel paesaggio", poi ve la mostrerò ulteriormente.
Allora che cosa significa un atteggiamento di questo genere? Che cosa significa aver reso difficile, talvolta impossibile, lo spostamento dei Sardi dall'Isola al resto dell'Italia? Significa disinteresse, non attenzione; in alcuni casi ha significato, lo dicevo prima, vero e proprio disprezzo.
Forse questi sono alcuni argomenti soltanto, forse i più scontati, forse i più banali sui quali voglio soffermare la mia attenzione. Vedete se la lontananza fisica e politica fra la Sardegna, il resto dell'Italia e il Governo di allora, di 200 anni fa, poteva trovare una sua giustificazione nelle difficoltà di collegamento e di comunicazione, questo non è più ammissibile adesso nel 2000, nell'era della globalizzazione, nell'era di Internet, nell'epoca in cui tutto si svolge in tempo reale, e nella quale tutti vogliono essere protagonisti ed autori del proprio destino e del proprio futuro.
Allora, cari colleghi, perché non pensare, nella Sardegna del 2000, di riacquistare, pur nella diversità nei ruoli tra maggioranza ed opposizione, un po' di quello spirito del 1794? Senza cacciare via nessuno, senza morti nè feriti, senza disordini, ma con una grande sollevazione morale e politica di tutti i Sardi, una sollevazione che si faccia sentire a Roma, che superi i confini nazionali, che ricordi agli uomini di questo Governo che la Sardegna esiste non solo per trascorrervi le vacanze, ma che la Sardegna è un'entità con un potenziale umano, politico, di intelligenze, di capacità, di professionalità che non può essere trascurato, o quel che è peggio, ignorato o maltrattato.
Tutti dicono che dobbiamo contare di più in Italia o in Europa. Noi siamo perfettamente d'accordo, compete a tutti i Sardi portare avanti questo progetto, compete a noi legislatori interpretare queste istanze, compete al Governo della Sardegna dare risposte concrete ed appaganti a quelle istanze che, per troppo tempo, non hanno trovato soddisfazione. Grazie.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Floris Emilio. Ne ha facoltà.
FLORIS EMILIO (F.I.-Sardegna). Colleghe, colleghi ed autorità, Presidente, mi permetta una precisazione, prima di svolgere il discorso celebrativo del 28 aprile, che riguarda la data di convocazione della seduta odierna del Consiglio: dato il momento concomitante delle elezioni, tutti noi Capigruppo abbiamo acceduto alla richiesta, avanzata dai nostri Partiti, di posticipare ad oggi la giornata celebrativa su detta, anche se, Presidente, devo precisare che sono stato raggiunto da una sua telefonata con la quale mi chiedeva il consenso di riportare alla data del 28 aprile la celebrazione di "Sa die de sa Sardinia"; io le ho dato la disponibilità mia e del mio Gruppo, ma subito qualche ora dopo, ho ricevuto un'altra telefonata, da parte sua, nella quale mi confermava che, non avendo ricevuto il consenso da parte di altri Capigruppo, mi pare soprattutto della sinistra, caro collega Cogodi, si confermava la data del 3 maggio. Ripeto, noi eravamo disponibili mentre non lo era parte della sinistra, non voglio sapere esattamente chi, nè ho chiesto al Presidente del Consiglio che mi precisasse quale Gruppo-.
Detto questo, nonostante oggi sia 3 maggio, noi dobbiamo considerare questa giornata come se fosse il 28 aprile, e celebrare "Sa die de sa Sardinia" nel ricordo di quel lontano 28 aprile 1794 che, al culmine dei motti angioini che avevano percorso tutta la Sardegna, ha segnato la cacciata dei Piemontesi dalla nostra Isola. Una data storica ignorata per tanto tempo, riportata alla memoria e alla considerazione del popolo sardo per decisione dell'Assemblea regionale, affinché rappresentasse non solo un simbolo, ma un monito per tutti noi e per le giovani generazioni che vedo qui rappresentate, le quali sono chiamate a costruire il futuro della Sardegna.
Mi piace accostare un altro episodio a questo momento celebrativo, un altro elemento che rende veramente compiuta la simbologia della nostra autonomia. Mi riferisco alla nuova bandiera che sempre questa Assemblea ha voluto adottare, su iniziativa di un componente del mio Gruppo politico, per rappresentare la Regione e l'autonomia, cioè il vessillo con i quattro mori aventi la benda sulla fronte non più sugli occhi, a significare che la Sardegna è veramente matura per autogovernare il proprio presente ed il proprio futuro. Due episodi che si compenetrano mirando ad un solo obiettivo, la cui conoscenza dobbiamo diffondere nell'opinione pubblica e nei giovani perché, oltre a un patrimonio di grande valore storico e culturale, rappresentano la base sulla quale costruire un'autonomia rinnovata, più forte, perché la Regione sia veramente artefice del destino della Sardegna.
"Sa die de sa Sardinia" testimonia un avvenimento che, pur drammatico, ha aperto una speranza a quella comunità sarda, mal governata e oppressa, che si è voluta liberare dai gravami morali e materiali di una classe politica ed economica dominante, ad essa estranea. La storia dei motti angioini, che si diffusero in lungo e in largo dal nord al sud della Sardegna, ci dice quanto sia stata intensa e determinata la volontà dei Sardi di liberarsi da quel dominio e da quella oppressione. Oppressione rimasta per altro, per tanto tempo ancora, nella mentalità e nella coscienza dei più, quasi fossero stati plagiati dalle parti dominanti, alimentando una mentalità e una coscienza che hanno contribuito non poco a ritardare il cambiamento.
Alcuni di questi atteggiamenti, se non di sottomissione, per lo meno di acquiescenza, quasi di quieto vivere, è dato riscontrare ancora oggi in diversi strati della nostra società, e contribuiscono non poco a rallentare il cammino che invece vogliamo percorrere con maggiore celerità, con maggiore consapevolezza, con maggiore determinazione. La celebrazione de "Sa die de sa Sardinia" ben si presta perciò ad alcune valutazioni sullo stato della nostra Regione, sulle sue condizioni economiche e sociali, sulle prospettive che si stanno aprendo anche per il forte segnale di cambiamento che il popolo sardo ha dato in questi ultimi tempi.
Avremo certamente occasione di affrontare, con maggiore disponibilità di tempo e in maniera più approfondita, tutta la tematica del regionalismo, del federalismo, della nuova Regione e del nuovo modello di sviluppo come conseguenza anche delle mutate situazioni politiche e di governo complessivo della Regione e del Paese. Ma, oggi, possiamo già dire che siamo in presenza di una fase storica di cambiamento e che si aprono nuove prospettive di crescita e di sviluppo per la nostra Regione, mentre non altrettanto possiamo dire sotto il profilo delle riforme istituzionali che hanno registrato, nel corso degli ultimi sei anni, un preoccupante rallentamento sia sul fronte parlamentare che sul fronte regionale.
Le Regioni a Statuto ordinario, con l'elezione diretta del Presidente della Giunta, hanno conseguito un obiettivo che le pone all'avanguardia nel panorama del regionalismo e del federalismo, soprattutto in termini di poteri autonomistici. Si sta andando sostanzialmente in direzione di una parificazione verso l'alto delle potestà regionali, mentre le Regioni a Statuto speciale sono sostanzialmente al palo, ovvero sono in uno stato di vero e proprio arretramento.
Allora, la giornata de "Sa die de sa Sardinia" deve essere un momento in cui si prendono decisioni importanti, e in cui si assumono impegni chiari per il futuro della nostra Isola. Prendiamo atto che lo Stato sta vivendo in generale un momento di difficoltà nel rapporto con le Regioni a Statuto speciale, difficoltà che si accentuano notevolmente se riferite alla Regione sarda, proprio nel momento in cui doverosamente rivendica poteri e risorse, in virtù della sua specialità e delle sue particolari condizioni storiche, economiche e geografiche, dovute all'insularità. Al contempo bisogna riconoscere che abbiamo accumulato un ritardo inaccettabile sul fronte della necessaria riforma del nostro istituto regionale, pur avendo, da oltre sette anni, competenze legislative dirette in materia ordinamentale nei confronti dell'intero sistema delle autonomie.
Oggi, pertanto, da questa Assemblea deve partire un segnale preciso, autorevole, di impegno forte affinché la Regione si doti di un apparato organizzativo e amministrativo dei poteri autonomistici, in grado di governare i processi di crescita e di sviluppo che provengono dalle comunità locali. Se riusciremo a conseguire questo obiettivo, avremo dato un significato concreto a questa celebrazione che corre altrimenti il rischio di apparire come uno dei tanti momenti puramente autocelebrativi, pertanto fine a se stesso; sarebbe quest'ultima una strada lungo la quale nessuno ci seguirebbe, tanto meno quei giovani ai quali vogliamo dare un segnale di speranza. Deve essere chiaro a noi, e all'intera comunità isolana, che autonomia e specialità non sono graziose concessioni, ma obiettivi da conquistare e soprattutto mantenere, curandone continuamente, con le opportune correzioni imposte dai tempi, l'attualità rispetto alle condizioni storiche ed economiche, nonché politiche. Siamo convinti che non esiste, non è credibile un'autonomia buona per tutte le stagioni, ma al contrario un'autonomia capace di rinnovarsi nel confronto continuo con le mutate realtà sociali e istituzionali su cui ricade.
Forse proprio nella staticità registrata negli ultimi anni dal nostro istituto autonomistico risiede la lontananza e, vorrei dire, il senso di estraneità che non di rado si avverte nel popolo sardo. Estraneità facilmente leggibile proprio nelle difficoltà di un rapporto della Regione con lo Stato nazionale (che solo oggi con questo Governo sta realmente cambiando) e con la realtà europea (a cui questo Governo si sta aprendo), snodo cruciale oggi per l'impostazione dello sviluppo economico. Restituire vigore e significato alla specialità sarda, e alla sua imprescindibile condizione di insularità, significa perciò non solo restituire speranza nel presente e nel futuro dell'isola, ma anche creare capacità di sviluppare una nuova passione civile.
Sono certo, infatti, che soltanto un movimento di ampie dimensioni, non calato dall'alto ma espressione dell'intera società sarda strettamente correlata alle realtà italiane e europee, può portarci al rinnovamento del nostro istituto regionale. Allora, "Forza paris", non più come slogan consegnato alla storia, ma come incitamento che i Sardi possano comprendere ancora. Grazie.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Cugini. Ne ha facoltà.
CUGINI (D.S.-F.D.). Sarò senz'altro breve, in Aula ci sono colleghi consiglieri regionali, diverse autorità, però ci sono anche ragazzi, dei ragazzi che assistono alla nostra discussione;, credo che da questa presenza, a mio giudizio,sia utile trarre qualche insegnamento.
Io richiamo l'uso del termine "classe politica", non l'avrei fatto se non ci fossero stati i ragazzi, lo faccio perché ci sono loro e perché l'onorevole Serrenti, nel suo intervento, l'ha usato in più di un'occasione, molto diffusamente; spero solo che l'uso di questo termine sia un errore terminologico o materiale, perché se non fosse così (ma io sono sicuro che è così) in quest'Aula, nei prossimi giorni, si dovrà procedere ad un confronto politico molto più profondo di quello che facciamo oggi con questa celebrazione o che facciamo normalmente quando misuriamo le nostre idee sulle leggi.
Si dovrà procedere a un confronto più profondo anche sui processi democratici che, in Sardegna, sono intervenuti nel passato, intervengono oggi e che dovranno intervenire domani,. soprattutto nella formazione dei gruppi dirigenti, nella politica e nei partiti, quindi occorre ricordare a noi tutti che l'espressione "classe politica" è un'espressione che non esiste. Occorre ricordare che questo termine, impropriamente proposto in una giornata solenne come questa, va richiamato perché un grande sardo, Antonio Gramsci, ha spiegato, scritto, specificato, illustrato, contribuito (in Italia, in Sardegna e nel mondo) a precisare che il termine "classe politica" è un termine che non ci appartiene. E' un termine che non rappresenta chi ha responsabilità istituzionale, di governo o di opposizione. E` un termine che non esiste, è un termine da combattere perché, appunto, sottintende, che una classe domina le altre classi e che la politica si fa classe nei confronti dell'insieme;di conseguenza non è un termine da richiamare perché non è un termine democratico, soprattutto non è un termine da cerimonia solenne della Sardegna.
Questo lo dico perché ci sono i ragazzi, perché la politica, i partiti, i movimenti e le associazioni, non sono formati da una classe, ma da diversi soggetti, dalle diverse classi, perché siamo, vogliamo e ci battiamo per la democrazia formata dai cattolici, dai comunisti, dai socialisti, dai sardisti, dai liberali, da tutte le forze politiche che compongono il Consiglio regionale e che non vogliono diventare classe, perché, appunto, lavorano per la democrazia, per l'alternanza, per il superamento del concetto di classe.
In altri termini, voglio dire, che una delle cause che ha determinato la cacciata dei Piemontesi è stata proprio la loro identificazione, in Sardegna, in una classe politica, la classe eletta, composta da quelli che per discendenza avevano la funzione di governare la gente, e in questo caso di governare male il popolo sardo. Io penso e spero che si sia trattato di un errore terminologico e che quindi avremo occasione per correggerlo, in quanto non vuole dire e non vuole significare altro.
Perché richiamare la storia, il passato, il passato del popolo sardo? Tra i tanti che dovrebbero essere richiamati, i quali hanno contribuito nel tempo a fare della Sardegna una regione democratica, io ho voluto ricordare Antonio Gramsci, perché è un uomo che ormai appartiene a tutti, appartiene alla storia, e viene studiato in tutto il mondo;sarebbe bene che lo studiassimo anche noi. Occorre parlare della storia per evitare che le esperienze negative si ripetano. Io non faccio un parallelo tra quello che è avvenuto oltre 200 anni fa e quello che avviene oggi, ma lo richiamo solo per difendere le differenze che compongono la società nel mondo, in Italia e in Europa.
Noi dobbiamo riflettere sulla nostra storia per costruire il nostro futuro, e non può essere un episodio come quello di "Is Arenas" (lo dico per chi l'ha citato, è un episodio che va senz'altro approfondito, anche se è stato già trattato in diverse occasioni in questo Consiglio regionale) a caratterizzare una giornata alla quale noi tutti, quando abbiamo organizzato questo incontro, volevamo dare un significato diverso. Su quel progetto si sono espressi gli amministratori locali, il Consiglio regionale, c'è un consenso sull'idea dello sviluppo che viene proposta, certo nel rispetto e in applicazione totale delle leggi che disciplinano gli interventi. Questo è quello che noi dobbiamo richiamare: la valorizzazione del territorio nel rispetto ambientale e delle leggi che disciplinano gli interventi. Non farei diventare quell'episodio esempio di riscossa e di contrapposizione, ma lo interpreterei come un fatto che richiede una risposta in quel territorio, perché quella risposta in diverse occasioni è stata data.
La dimensione della nostra cerimonia vuole essere alta, almeno dal nostro punto di vista. Molti colleghi, al di là dell'appartenenza, hanno richiamato la specificità nostra, della Sardegna, dell'Isola, il contesto nel quale operiamo oggi, che cosa significa oggi il termine "autonomia", quello concepito subito dopo la guerra di liberazione, quando si è votata la prima Assemblea sarda. Il termine autonomia oggi risponde davvero alle aspettative delle nuove generazioni? E` un termine mobilitante e capace di dare valore all'esperienza della nostra Regione? Secondo me, no.
Occorre andare oltre, occorre recuperare l'origine vera, quella che caratterizza ognuno di noi sardi, la nostra diversità, per diventare effettivamente popolo, ma dopo, anche quando si diventa popolo, non si diventa classe, si diventa popolo come insieme di rappresentanti dei diversi ceti e, soprattutto, va ricordato, possibilmente rappresentanti degli ultimi, dei più umili, di quelli che hanno maggiore bisogno. Allora il termine autonomia oggi va superato, va aggiornato alla nostra analisi, e la cerimonia è utile se l'identità del popolo sardo viene valorizzata, difesa, diffusa, sostenuta in Italia e in Europa.
Oggi il nostro interlocutore non è più lo Stato centrale, non è più Roma, non è solo Roma. Oggi noi abbiamo da dialogare con una parte del mondo, quella nella quale siamo geograficamente collocati, che è l'Europa, e lo dobbiamo fare con la consapevolezza che si dialoga se si risponde alle aspettative della gente che si vuole rappresentare, se si valorizzano le risorse che si vogliono tutelare, e se insieme si riesce ad applicare e a far rispettare le leggi, come quella sulla tutela e valorizzazione della lingua e della cultura sarda.
Ricordo che molti colleghi, oggi di maggioranza, allora all'opposizione, quando ne discutemmo, espressero opinioni differenti dalle nostre; ma questo non significa nulla, come dicevo, appunto perché noi non siamo classe, questi sono momenti rappresentativi di culture e sensibilità diverse. Ebbene oggi noi possiamo dire che, insieme a quel provvedimento, assunto poiché previsto nel nostro programma, che contemplava di tutelare la lingua e la cultura della Sardegna, occorre parlare oltre che la lingua materna, anche la lingua della tecnologia, cioè la lingua della sviluppo.
Oggi per noi è questo l'obiettivo politico, economico, sociale, la risposta più alta che, dal Consiglio regionale, possiamo dare al popolo sardo, celebrando una giornata della liberazione.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il Presidente della Giunta regionale. Ne ha facoltà.
FLORIS MARIO (Gruppo Misto), Presidente della Giunta. Signor Presidente, colleghi del Consiglio, autorità civili e militari, "Sa die de sa Sardinia" è simbolo di libertà, di liberazione civile e politica, non solo testimonianza di una reazione sdegnata ad un sopruso prolungato.
"Sa die de sa Sardinia" è simbolo di riscatto di un popolo, il popolo sardo, che ha ritrovato il proprio orgoglio, la propria dignità, la forza delle proprie capacità culturali e politiche. Gli avvenimenti, che noi stiamo evocando, sono posti a fondamento della stessa autonomia della Sardegna e rappresentano la coscienza di una rinnovata unità popolare, la consapevolezza che l'autogoverno è l'unica via sulla quale costruire il nostro futuro, il nostro sviluppo.
Per queste ragioni, io credo che gli eventi che noi evochiamo da "Sa die" non devono essere connotati come una semplice resistenza o come una ribellione eroica, ma devono essere considerati uno strumento di affermazione della soggettività politica particolare e giuridica della Sardegna. "Sa die" perciò come esempio positivo, come luce di proposta, come passo in avanti, anche nel ricordo di tanti altri episodi antichi e recenti della nostra storia, spesso dimenticata, del popolo guida del Mediterraneo che ha fornito tanti esempi di eroismo e di civiltà. Basta pensare all'epopea della prima guerra mondiale che vide il sacrificio di oltre 13 mila sardi, caduti pagando un tributo altissimo alla causa comune del Paese. Basta ricordare quei 17 giovani aviatori sardi trucidati a Sutri, una cittadina del Lazio, durante la seconda guerra mondiale. Basta pensare, per fare un altro esempio, alla civilissima resistenza di Pratobello, trent'anni fa, quando un'intera comunità, attraverso la persuasione di una massiccia partecipazione silenziosa, vinse contro il tentativo di occupare quelle terre da parte dell'esercito italiano.
Anche questi episodi appena ricordati sono altrettante "dies", e chissà quante altre sono state vissute con un affollarsi di sentimenti contrastanti in ciascuna delle 377 comunità locali, nelle quali è articolato il nostro sistema autonomistico regionale. E chissà quante altre potremo averne nel lungo e difficile cammino che ancora dobbiamo percorrere, verso il riscatto totale della nostra Isola da ogni condizione di arretratezza, per proiettarci verso quegli obiettivi di modernità e di progresso che noi, tutti insieme di qualsiasi appartenenza politica, vogliamo conseguire.
La ricorrenza de "Sa Die" deve poter essere per tutti un simbolo inequivocabile che rimanda alla dignità del nostro popolo, alla fierezza delle nostre genti, divenuta proverbiale nel corso dei secoli, ai valori di riferimento che ci vengono riconosciuti e che si esprimono in tutti gli aspetti della nostra cultura, valori che sono custoditi nella nostra bella lingua millenaria, nella nostra storia, nei nostri monumenti, nella natura pressoché incontaminata, nelle tradizioni antiche e nei costumi fantasmagorici delle donne e degli uomini di Sardegna, come quelli che abbiamo visto sfilare nella secolare processione di Sant'Efisio il primo maggio e che hanno trasmesso sentimenti ed emozioni che non si possono dimenticare. Come non si dimenticano quelli suscitati dalle altre ricorrenze quali la festa del Redentore a Nuoro, la Cavalcata e i Candelieri a Sassari, della Sartiglia a Oristano e delle mille e mille manifestazioni religiose e folcloristiche, che si svolgono in tutti i comuni della Sardegna, conosciute ormai in tutto il mondo.
Anche questi, soprattutto questi, sono segni qualificanti della nostra identità di popolo che ha, nel radicamento al proprio patrimonio di esperienze di tradizioni e di cultura, il punto di forza del futuro della Sardegna. Questo immenso patrimonio culturale deve essere immesso in un circuito virtuoso e valorizzato appieno per proporlo agli altri popoli del mondo anche come risorsa economica esclusiva unitamente alle nostre produzioni di qualità. Nella qualità dell'insieme Sardegna si gioca il futuro e il destino della nostra Isola. Questo è l'aspetto di fondo di ciò che chiamiamo "sardità". Una piccola, semplice, breve, unica parola che racchiude in sè ed esprime tutte le potenzialità e tutte le capacità intellettuali, morali, culturali e civili del popolo sardo nel suo complesso.
Sardi tenaci ci definiscono alcuni, sardi testardi ci definiscono altri, come se i due termini fossero sinonimi, a testimoniare comunque la capacità alla resistenza, resistenza al tempo e agli uomini. Altra virtù consolidata nei millenni del nostro popolo. Non è rassegnazione, tanto meno testardaggine, per noi rappresenta la capacità di non cedere alle difficoltà anche quando potrebbero apparire insuperabili. Virtù di lunga durata, virtù perenni che non hanno e non possono avere alcun confine temporale, valide oggi come ieri, valide domani a sigillo di un modo di intendere la vita che ha il fondamento più profondo ed insostituibile nell'amore verso la propria terra e nella sua difesa.
Si ripropongono allora, nei nostri ragionamenti, gli elementi costitutivi della Regione-ordinamento, capace di autodeterminarsi e di autogovernarsi: il popolo, il territorio e l'ordinamento giuridico sociale. Questi sono gli elementi essenziali sui quali vogliamo poter costruire, da protagonisti, l'avvenire della nostra Isola, attuando in concreto il concetto di sardità, che deve superare la soglia del sentimento per diventare strumento di governo dei processi di crescita dell'intera comunità regionale.
In questo contesto si colloca la battaglia dei poteri autonomistici, la battaglia della riforma costituzionale e di quella istituzionale per la riforma della Regione, dallo Statuto di autonomia all'organizzazione di tutto l'apparato pubblico regionale. Il territorio e l'ambiente sono le carte vincenti della nuova Regione che vogliamo, sono il punto di forza del nuovo modello di sviluppo che la Sardegna deve darsi. Abbiamo espresso questa volontà anche al Commissario europeo Monti, nel corso dell'incontro da lui avuto con la Giunta regionale ai primi di aprile. Questa volontà abbiamo ribadito con una lettera indirizzata al nuovo Ministro dell'ambiente, in quanto la Regione intende governare interamente tutti i processi di sviluppo del proprio territorio nel rispetto più assoluto dell'ambiente. Noi, non altri!
La celebrazione de "Sa die de sa Sardinia" impone anche queste considerazioni perché alle parole conseguano fatti concreti. E` necessario mettere finalmente mano a costruire quello che abbiamo chiamato il sistema Sardegna, caratterizzato da due elementi fondamentali: l'informatica e la personalizzazione dei prodotti sardi di qualità. Anche questa Assemblea, con tutte le forze politiche, comprese quelle dell'opposizione, ha cominciato a riservare un'attenzione particolare all'informatizzazione, allora dobbiamo mettere in condizioni ogni famiglia sarda di possedere le competenze e gli strumenti per vivere e lavorare nella nuova società dell'informazione, per evitare che anche in questa era informatica si possa ripetere il fenomeno che si verificò con la scolarizzazione: la netta differenziazione tra alfabeti ed analfabeti. Sono certo che il Consiglio regionale vuole che ogni famiglia sarda abbia gratis un computer e in tale direzione la Giunta si sta muovendo.
Per fare questo, con le risorse già disponibili, avevamo l'obiettivo, che adesso è anche cambiato, di aggregare insieme produttori di computer, gestori telematici, aziende tecnologiche e bancarie, tutti questi soggetti insomma, che possono trarre vantaggi diretti ed indiretti dalla diffusione capillare dell'informatizzazione. Con l'informatica si sta costruendo, lo sappiamo tutti, il futuro dell'umanità.
Siamo all'interno di una nuova rivoluzione che ci farà assistere ad una trasformazione dell'economia e della società più sconvolgente, più ampia e radicale di quella della rivoluzione industriale, di quella cioè, per intenderci, che portò dal lavoro manuale alla macchina. Dopo l'aratro, il motore e più recentemente il computer, i quali hanno rivoluzionato il modo di fare agricoltura, industria ed informazione, siamo alla quarta rivoluzione con macchine che parlano, che sentono e possono provare anche emozioni. Chi non è partecipe di questo scenario è perdente, perché questa rivoluzione accentuerà le diversità tra popoli ricchi e popoli poveri. Noi vogliamo essere partecipi di questa rivoluzione; progetto che intende sposare la nuova economia con la cosiddetta vecchia economia, quell'economia che produce beni, i beni di qualità, di alto contenuto tecnologico ad alto valore aggiunto.
In questa economia globalizzata, noi non possiamo pensare di fondare il nostro sviluppo su produzioni che possono essere create in qualsiasi altra parte del mondo, perché saremmo perdenti per gli alti costi che abbiamo oggettivamente in quanto isola. Dobbiamo invece fondare il nostro futuro sviluppo in questo mercato globale su produzioni che, grazie al fatto che siamo in mezzo al mare, che abbiamo questo tipo di clima e una natura pressoché incontaminata, una cultura millenaria, che abbiamo cioè questo tipo di ambiente, devono avere il carattere della unicità, della specificità, della genuinità che solo in Sardegna si possono creare. E` un completo rovesciamento del concetto di insularità che, da punto di debolezza, diventa punto di forza per la nostra economia, capovolgendo l'atteggiamento che finora ci ha visto ripiegati su noi stessi a piangere la nostra condizione di insularità.
Questa visione complessiva della politica di sviluppo dovrà essere presente nei nostri documenti di programmazione. Io mi auguro che lo sia, ma tutto ciò non sarebbe sufficiente se non accompagnassimo la nuova politica economica con l'ammodernamento e l'efficienza della Regione nel suo complesso e dell'apparato pubblico operante nell'Isola. Come abbiamo rilevato tante altre volte, deve essere definito rapidamente il quadro delle riforme, a cominciare da quella del Consiglio su cui noi chiederemo l'apertura di un dibattito, da quelle statutarie a quelle interne dell'autonomia, per avere un governo stabile ed un apparato snello ed efficiente dentro e con nuove tecnologie in grado di soddisfare con tempestività ed equità le istanze dei cittadini e del mondo dell'economia. Questi non sono obiettivi utopistici, sono obiettivi che la Sardegna può e deve conseguire attraverso il contributo generoso di tutte le forze politiche chiamate ad uno sforzo corale e ad un impegno unitario.
L'auspicio, che deriva spontaneo da questo intenso momento celebrativo che abbiamo vissuto, è che lo spirito de "Sa die de sa Sardinia" indichi agli uomini di buona volontà, e a noi tutti in primo luogo, la via al fine di mettere in campo tutte le nostre capacità per il bene esclusivo della Sardegna e dei sardi.
PRESIDENTE. Ringrazio le autorità e tutti coloro che hanno partecipato a questa giornata celebrativa.
Il Consiglio verrà riconvocato a domicilio.
La seduta è tolta alle ore 12 e 29.
Versione per la stampa