Seduta n.285 del 06/02/2007
CCLXXXV SEDUTA
Martedì 6 febbraio 2007
Presidenza del Vicepresidente Secci
indi
del Presidente Spissu
indi
del Vicepresidente Secci
La seduta è aperta alle ore 16 e 18.
CHERCHI Oscar, Segretario f.f., dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del martedì 23 gennaio 2007 (279), che è approvato.
PRESIDENTE. Comunico che i consiglieri regionali Davoli e Salis hanno chiesto congedo per la seduta pomeridiana del 6 febbraio 2007.
Poiché non vi sono opposizioni, questi congedi si intendono accordati.
Comunico che, in data 30 gennaio 2007, è pervenuta copia della sentenza della Corte Costituzionale numero 12 del 10 gennaio 2007 con la quale si dichiara l'illegittimità costituzionale dell'articolo 6, comma 19, della legge regionale 24 aprile 2001 numero 6 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della Regione - legge finanziaria 2001).
Annunzio di presentazione di proposte di legge
PRESIDENTE. Comunico che sono state presentate le seguenti proposte di legge:
Sanna Francesco - Biancu - Cachia - Cocco - Cucca - Cuccu Giuseppe - Giagu - Manca - Meloni - Sabatini - Sanna Simonetta - Uggias: "Misure urgenti per la razionalizzazione del settore della formazione professionale". (270)
(Pervenuta il 31 gennaio 2007 e assegnata alla ottava Commissione.)
Bruno - Porcu - Pinna - Cerina - Corda - Frau - Gessa: "Norme di incentivazione alle elezioni primarie in Sardegna". (271)
(Pervenuta il 1 febbraio 2007 e assegnata alla prima Commissione.)
Risposta scritta ad interrogazioni
PRESIDENTE. Comunico che è stata data risposta scritta alle seguenti interrogazioni:
"Interrogazione Amadu sul mancato trasferimento del pronto soccorso della ASL n. l di Sassari nei nuovi locali". (687)
(Risposta scritta in data 5 febbraio 2007.)
"Interrogazione Cassano sul mancato utilizzo dei nuovi locali del Pronto soccorso presso l'Azienda ASL n. 1 di Sassari". (695)
(Risposta scritta in data 5 febbraio 2007.)
PRESIDENTE. Si dia annunzio dell'interrogazione pervenuta alla Presidenza.
CHERCHI OSCAR, Segretario f.f.:
"Interrogazione MORO, con richiesta di risposta scritta, sulle opere stradali in attesa di completamento nella Provincia di Sassari". (746)
PRESIDENTE. Ricordo che è all'ordine del giorno la continuazione della discussione generale del disegno di legge numero 5-Stat/A.
Ha domandato di parlare il consigliere Diana. Ne ha facoltà.
DIANA (A.N.). Presidente, credo non le sfugga che questo Consiglio regionale non può assolutamente iniziare la discussione, su un disegno di legge così importante, in considerazione della scarsa presenza dei consiglieri in aula. Pertanto, ritenendolo necessario, chiedo di sospendere per qualche decina di minuti i lavori del Consiglio.
PRESIDENTE. Se non ci sono opposizioni, sospendo la seduta per dieci minuti.
(La seduta, sospesa alle ore 16 e 20 , viene ripresa alle ore 16 e 32.)
PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori.
E' iscritto a parlare il consigliere Francesco Sanna. Ne ha facoltà.
SANNA FRANCESCO (La Margherita-D.L.). Signor Presidente, onorevoli colleghi consiglieri, signor rappresentante della Giunta, io credo che dobbiamo ammettere, con doveroso senso di autocritica, di aver probabilmente male illuminato il lavoro della legge statutaria nei lunghi mesi passati nella discussione politica e in Commissione. A partire dalla pubblicità dei lavori in Commissione, i quali, essendo lavori parlamentari preparatori di norme che sino a ieri appartenevano in tutta evidenza al rango costituzionale, probabilmente andavano svolti in seduta pubblica e direi pubblicizzata. Le forze sociali, che stamattina abbiamo incontrato, hanno espresso motivazioni di merito che potevano, a mio avviso, trovare piena soddisfazione nella interlocuzione e nella pubblicità del dibattito che abbiamo svolto nei mesi passati.
Ritengo che comunque questo lavoro adesso vada completato perché il clima politico, direi anche l'elaborazione, che il Consiglio ha davanti, è un'elaborazione matura. Vorrei dire anzitutto che si tratta in questa fase di sottrarci alla diatriba perché ormai metà della legislatura si è consumata con questa discussione, prima lo Statuto... Presidente, però ho difficoltà a parlare, perché siamo pochi ma rumorosi.
(Interruzione)
Maleducati no, questo no. Dicevo, uscire dalle sabbie mobili, dalla secca di che cosa debba venire prima, lo Statuto, la legge elettorale, la legge statutaria. Il problema si sarebbe posto in termini reali se fossimo stati pronti, all'inizio della legislatura o anche un anno e mezzo fa, a discutere di un testo di Statuto e di un testo di legge statutaria insieme, la Statutaria come contenuto della forma di governo. Credo che, a questo punto, dobbiamo semplicemente prendere atto che l'abbrivio iniziale della legislatura sullo Statuto è stato perso, il giudizio politico del centrosinistra su questo, i colleghi dell'opposizione lo conoscono; è un fatto grave che non si sia voluto sviluppare questo lavoro nell'ambito dello strumento che il Consiglio si è voluto dare, la Consulta, insieme decideremo come fare passi avanti sulla elaborazione dello Statuto ma intanto la legge sulla forma di governo è pronta, è davanti a noi e dobbiamo deciderla insieme.
Nella creazione di questa tipologia di legge, è la prima volta che il Consiglio regionale utilizza lo strumento, la legge di tipo rinforzato nota come legge statutaria. Mi chiedo, perché a volte mi è sembrato che ci sia confusione su questo punto, se c'è un guadagno di autonomia o una perdita per la Sardegna. Io non ho dubbi su questo: c'è un guadagno di autonomia. La nostra forma di governo, l'iniziativa popolare legislativa, il referendum, la legge elettorale, le condizioni di favore per la maggior parità tra i sessi nelle istituzioni, insomma tutto il contenuto dell'articolo 15 è sottratto al negoziato con lo Stato, sinceramente oggi non troverei alcuna ragione di un negoziato con lo Stato per determinare l'ampiezza per esempio e la definizione dei poteri della Giunta regionale o l'ampiezza e la definizione dei poteri del Consiglio regionale della Sardegna. Sono cose che appartengono alla nostra responsabilità, una responsabilità che dobbiamo esercitare tutti insieme. Quindi un guadagno di autonomia e non una perdita di autonomia, proviamo a spiegarlo anche fuori di qui, al di là della legittima strumentalità delle eccezioni di costituzionalità che abbiamo discusso nella settimana scorsa.
Io vorrei dire che probabilmente spetta, alla fine di questo dibattito, ragionare sulla definizione sintetica della forma di governo che spetterà alla Regione Sardegna, se è un regime neopresidenziale, se è un regime neoparlamentare o se è quella forma di governo originale che io ho visto crescere giorno dopo giorno nella discussione con i colleghi che ha trasformato in maniera molto rilevante l'originale proposta della Giunta regionale.
E' un tentativo di dare all'esercizio democratico in Sardegna una doppia connotazione, certamente una connotazione di investitura; direi quindi che la nostra forma di governo è una forma di governo democratica di investitura diretta, con il cittadino che ha a disposizione due voti, un voto di governo, un voto che consolida una coalizione e un voto di rappresentanza politica; però è anche una democrazia di indirizzo quella che viene fuori da questa forma di governo, cioè il popolo non è chiamato una volta ogni cinque anni a dire la sua e poi tace per sempre, ma dietro c'è un sistema, c'è una rete di rapporti, c'è un intervento di forze politiche, c'è l'istituto dell'assemblea consiliare, l'istituzione Assemblea consiliare, che è enormemente in questo testo rafforzato, rimotivato nelle sue funzioni più importanti, quella legislativa, di controllo, di indirizzo politico, con formule che sono prese alcune dalle migliori esperienze regionali di questi cinquant'anni di vita autonomistica, altre sono formule originali che non troviamo in nessun'altra legge statutaria, questa è la prima del resto, e non troviamo in nessun altro statuto ordinario delle regioni. Quindi il compito di esercitare la specialità l'abbiamo sino ad oggi svolto, magari in ritardo, ma lo svolgiamo completando l'approvazione della nostra legge statutaria.
Vorrei fare alcune osservazioni su alcuni istituti, sui quali magari torneremo durante la discussione particolare degli articoli, per capire dove sta questa originalità. Non abbiamo fatto, ad esempio, come la Regione Lombardia, che consente una sorta di istituzionalizzazione quasi monarchica, direi, senza limiti di mandati ai propri Presidenti, è la terza volta che l'onorevole Formigoni viene eletto. Noi abbiamo indicato, nella legge statutaria, un limite di mandato immediatamente applicabile, individuato in due mandati continuativi; questo vuol dire una oggettiva mitigazione del potere di scioglimento del Consiglio regionale ed è, aggiungo, anche un limite diverso da quello imposto ai sindaci o ai presidenti di provincia, non ha le garanzie per cui la mezza legislatura diventa effettivamente la terza, non è una garanzia di dieci anni di governo, ma solo di due candidature, di due elezioni. Infatti, se il primo mandato si interrompe per dimissioni o per mozione di sfiducia, l'esperienza complessiva del Capo dell'Esecutivo si accorcia e patirà, sempre che sia rieletto, una più difficile piena realizzazione del suo programma e quello della sua coalizione. E se le dimissioni o la sfiducia avvengono durante il secondo mandato, queste dimissioni e questa sfiducia determinano l'incandidabilità del Presidente nella successiva legislatura. Quindi siamo di fronte ad un modo originale di toccare questo terribile potere del Consiglio di compromettere la sua vita mandando a casa il Presidente eletto e del Presidente di sciogliere il Consiglio chiedendo, immagino, poi la storia ce lo dirà, anche l'appello davanti al popolo rispetto alle ragioni delle dimissioni o della sfiducia.
E' un tema importante anche quello del referendum, se ne è parlato tanto. Io credo che siamo di fronte ad una rivalutazione, colleghi, dell'istituto referendario e non, come ho sentito, ad un suo abbattimento. In parte perché c'è, a legger bene la norma, non un'attesa triennale ma inferiore, come tempo, la precisiamo meglio però se ci lavoriamo tutti insieme, dell'istituto del referendum propositivo, ma anche sull'abrogativo e sul consuntivo; permettetemi di dire che è una riflessione utile per ridare importanza ad un istituto che è stato, nel recente passato di questa storia repubblicana, utilizzato a volte male, per interventi di microchirurgia legislativa che non stavano nelle intenzioni del legislatore, sia in Italia, nella Repubblica, sia in Sardegna, nella nostra Regione.
Sui numeri delle firme da raccogliere, abbiamo visto anche colleghi che si sono un po' stracciati le vesti per il numero eccessivo individuato dalla Commissione. Devo dire che si è posto un tema che, sempre nell'ottica di rivalutazione dell'istituto, abbiamo voluto declinare in questo modo: c'è un rapporto tra la democrazia rappresentativa e la democrazia diretta che si svolge nel referendum? Secondo noi, "sì"; e forse non è il caso - come nel sistema attuale - che il 16, 5 più uno degli elettori che vanno a votare un referendum abroghino una legge votata all'unanimità da questo Consiglio regionale. Questo è il tema. Il quale Consiglio, per approvarla anche con maggioranze meno clamorose, deve vedere più della metà dei suoi componenti presenti e votanti a favore.
Allora, se noi eliminiamo l'idea di una concezione settaria, militante del cittadino referendario, che non appartiene all'idea costituzionale del referendum, io credo che possiamo trovare anche una opportuna modifica di questa norma. La prassi, poi, si incarica di smentire le paure, perché ieri i colleghi del centrodestra hanno dimostrato di avere la capacità di raccogliere, in una settimana, sui quattro mesi previsti dall'attuale legge, 24 mila firme, cioè la metà di quelle, più o meno, che la prima Commissione aveva previsto come accesso al referendum. Quindi, diciamo che la libertà non è assolutamente in pericolo di fronte a queste previsioni.
Altre cose dobbiamo dire sulla democrazia diretta; la esercitiamo compiutamente e correttamente quando prevediamo il referendum per la rimozione di un atto amministrativo? C'è un rapporto tra i costi e l'utilità della politica, posto che non si tratti di illegittimità perché per quella c'è il TAR, si tratta di un atto conforme alla legge e ai regolamenti, insomma, riflessioni che io credo il Consiglio regionale debba porsi e approfondire.
Sempre sull'equilibrio tra Presidente e Consiglio, mi voglio soffermare, per un attimo e in conclusione, sul tema dei poteri dell'Esecutivo e del Presidente. Noi abbiamo voluto dare all'Esecutivo (quindi la Giunta composta da individualità, da Assessori) una sua dignità e una sua, direi quasi, raffigurazione il più possibile elevata ed autonoma nel dispiegamento di quel rapporto che si instaura col Presidente, che nomina l'Assessore e lo può revocare, ma l'Assessore, nella definizione che abbiamo trovato nella legge, è un Assessore che sta a capo di una struttura amministrativa, ha la responsabilità politica di una branca dell'amministrazione, non è, come scrive il Testo Unico delle autonomie locali, un mero collaboratore del sindaco o del presidente della provincia.
I poteri del Presidente del Consiglio italiano e dell'Esecutivo nazionale, rispetto a questa tanto declamata potestà e autorità del Presidente della Regione, in realtà, sono molto più ampi. Non li abbiamo riconosciuti, in questa legge statutaria, al Presidente della Regione, come invece li ha riconosciuti, come dice il professor Ciarlo oggi, il debole Prodi. Bene, il debole Prodi ha in mano la possibilità, con il suo Governo, di promuovere la decretazione d'urgenza, ha in mano di raccogliere ed esercitare la delega legislativa, ha in mano un potere regolamentare che, tramite i regolamenti cosiddetti indipendenti, pone il Governo della Repubblica nella possibilità di disciplinare materie su cui la legge ancora non dispone. Quindi, voglio dire che nemmeno uno di questi poteri è in capo al Presidente sardo, raffigurato e rappresentato nella legge statutaria.
Io credo che, su questo punto del potere regolamentare, su cui hanno insistito altri colleghi, noi giochiamo non solo l'equilibrio dei poteri tra Consiglio e Giunta, ma anche la capacità del Consiglio di capire, nel nuovo millennio, di che cosa si deve occupare e come vuole funzionare. Non è solo una questione che riguarda noi e la Giunta, riguarda il livello di efficienza complessiva della macchina legislativa. Vogliamo essere un Consiglio che si occupa di grandi leggi, magari non tantissime ma quelle importanti, determinanti, di principio, per la vita di questa Regione o vogliamo legiferare sulle minuzie? Perché la legiferazione sulle minuzie è considerata una patologia dei Parlamenti moderni, per quello c'è il Regolamento, possiamo ritagliarci uno spazio per cui la chiusura del procedimento regolamentare è del Consiglio regionale, ma c'è un lavoro direi minuzioso e di dettaglio di legislazione, che non è più legislazione ma è amministrazione, regolamentazione, atto amministrativo, che io lascerei volentieri ad apparati diversi da quelli del Consiglio, che invece sfiderei ad esercitarsi su un livello di controllo e di indirizzo diverso e qualitativamente più alto, rispetto a quello che noi oggi riusciamo ad esercitare.
Vorrei anche dire ai colleghi che la nostra rivendicazione di avere in capo tutto il potere regolamentare farebbe, dei nostri atti, atti amministrativi annullabili dai Tribunali Amministrativi Regionali, in una condizione per cui io credo che l'organo legislativo politico potrebbe essere censurato non solo della Corte costituzionale, ma anche dai Giudici di Piazza del Carmine; io credo che sia una condizione, non dico massimamente inopportuna ma, per quanto possibile, da evitare. Troveremo il punto di equilibrio anche su questo, sia nel dialogo sulla finalità politica, sia in termini tecnici.
Colleghi, per finire, credo che quella che noi abbiamo davanti sia la possibilità di tracciare per la Sardegna, con una forma di governo ampiamente condivisa, l'esercizio di una democrazia governante, non di una democrazia governata, per usare i termini che andavano di moda vent'anni fa quando di queste cose si iniziava a parlare.
La forma di governo la completiamo certamente scrivendo insieme, è quasi banale affermarlo, il capitolo che manca a questa legge; il capitolo è la legge elettorale. La legge elettorale, siamo d'accordo, è un capitolo essenziale della forma di Governo regionale. Ci attrezziamo, una volta approvata la legge statutaria, a farla tutti insieme, mantenendo quel livello di stabilità e di rappresentatività che l'articolo 15 del nuovo Statuto - quello fatto dal Parlamento nazionale, non quello che scriveremo noi - già oggi ci prescrive. Io credo che, completando questo quadro, potremo poi tutti insieme affrontare, negli ultimi due anni di legislatura, il compito di scrivere le regole generali che vanno, queste "sì", negoziate con lo Stato, le regole dello Statuto di autonomia. Colleghi, certamente sulla legge statutaria avremmo potuto, con uno sforzo maggiore delle forze politiche, con interventi più appropriati anche nostri e delle forze sociali, avere un mandato più chiaro nella determinazione dei contenuti, ma direi anche nella consapevolezza popolare di quello che stiamo facendo. Ma la parte più importante, il cuore dell'autonomia, non è qui, direi che qui si tratta di strumenti, non si tratta di finalità, le finalità e il cuore dell'identità del rapporto e dei valori dell'autonomia speciale sono nello Statuto. Io credo che il lavoro che abbiamo fatto noi finora per lo Statuto non basterà più, non basterà più l'appropriatezza tecnica, non basterà più la passione politica, dovremo uscire da quest'Aula.
Quindi, sin da oggi, questa è la sfida che ci capita di dover vivere perché altrimenti, per dirla con il federalista americano Hamilton: "Possono diventare pericolosi i rappresentanti del popolo quando fantasticano di essere essi stessi il popolo". Il popolo della Sardegna rincontrerà il Consiglio regionale nella riscrittura dello Statuto di autonomia.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Maninchedda. Ne ha facoltà.
MANINCHEDDA (Federalista-Autonomista Sardo). Signor Presidente, onorevoli colleghi, la legge statutaria era forse una grande occasione per fare una legge comunitaria, cioè la legge che univa la Sardegna, si è trasformata invece in una legge sulla sovranità interna della Sardegna. La legge statutaria è arrivata in Aula in un clima che si potrebbe definire dogmatico, cioè un clima nel quale le posizioni non sono facilmente discutibili; forse, però, a molti è sfuggito che la caratteristica più evidente della Costituzione Italiana è stata proprio nascere da un compromesso, termine attualmente connotato negativamente che però per le Costituzioni è, in genere, la base della loro forza, non della loro debolezza. Infatti, solo se le forze politiche si concedono qualcosa reciprocamente, le regole fondamentali hanno una buona possibilità di essere riconosciute da tutti e di durare.
Così non è stato, almeno fino a questo momento, per la legge statutaria. In particolare, per molte forze politiche risulta indiscutibile la scelta presidenzialista presente nella legge, che è la più importante della legge in esame, rispetto ad altri aspetti di cui io mi riservo di parlare nella discussione degli articoli. Io rilevo in questa rigidità, in questo dogmatismo, in questa indiscutibilità della scelta principale della legge, un errore, un errore compiuto anche da importanti Partiti della maggioranza, dovuto al difetto di aver ragionato sul sistema futuro dei poteri in Sardegna temendo che un giudizio di distanza dal duro presidenzialismo, qual è quello proposto, fosse letto come un giudizio negativo sulla forma di duro presidenzialismo che stiamo sperimentando.
Questo è, a mio avviso, un errore. Un errore grave è aver ragionato del futuro sulla base della propria collocazione attuale al Governo della Regione, mentre è sempre stato tipico delle forze democratiche ragionare di regole immaginando e immaginandosi all'opposizione, immaginando e immaginandosi tra quelli che potere non hanno. Stare in maggioranza è diventata ragione sufficiente per sostenere che, per governare la complessità, occorre semplificare le scelte, rendere rapide le decisioni e quindi concentrarle in una persona.
Si è ragionato più dal punto di vista dello spianare la strada alle decisioni di chi deve decidere per tutti, piuttosto che garantire i singoli e i corpi sociali che subiscono e subiranno queste decisioni. Questo è stato un secondo grave errore, non si ragiona di poteri senza pensare seriamente al sistema delle garanzie, non solo per le istituzioni ma anche per i singoli.
Sono contrario al presidenzialismo perché sono contrario culturalmente ad affidare ad uno il destino di molti e, se questa sarà la scelta del Consiglio, dichiaro che lavorerò all'interno, per presentare emendamenti che ne attenuino sensibilmente la portata, e all'esterno, per contrastarne i fondamenti culturali. Sono contrario al centralismo che ne deriva, ritengo basse le tutele dei cittadini, non solo delle istituzioni, dei cittadini rispetto a questo grande potere che si sta costituendo e mi riservo di avanzare proposte nella discussione degli articoli per emendare tutto questo, ma in sede di discussione generale forse è meglio concentrarsi sui principi.
Noi tutti viviamo una fase che viene chiamata post-partitica, che significa che prima le identità collettive venivano interpretate dai partiti e si formavano intorno ai modi di produzione e al sistema dei diritti e dei privilegi collegati alla ricchezza prodotta; oggi non accade più così, oggi le identità collettive sono formate dai grandi mezzi di comunicazione di massa o da grandi sforzi comunicativi ed è entrata in crisi proprio la democrazia partecipativa, cioè quella che serve a produrre confronto, elaborazione, comunità, decisione. E questa democrazia è entrata in crisi perché sono entrate in crisi le relazioni sociali che la fondano, perché uno degli effetti della globalizzazione è la rottura dei vincoli sociali che prima determinavano le appartenenze.
Oggi, al posto della democrazia partecipativa, abbiamo la democrazia emotiva, è quella che produce eventi, che crea monumenti della partecipazione, che favorisce l'identificazione, che favorisce l'appartenenza, ma non la partecipazione. La democrazia emotiva, che prendiamo dagli Stati Uniti d'America, è un restringimento della democrazia reale, dobbiamo saperlo! La democrazia emotiva però è più semplice della democrazia partecipata, ha bisogno semplicemente di una forte leadership, che diventa un grande simbolo sociale. La democrazia emotiva è destrutturata, si esercita partecipando a grandi eventi e con processi identificativi, ma non è partecipativa. Questo sta accadendo nel mondo, la Sardegna ne è una parte, accade anche qui. La democrazia emotiva americana affida al leader tratti eroici, mentre la tradizione scettica europea di questa caratteristica tipicamente americana prima rideva, adesso tragicamente invece la imita.
Allora, quando si è in questo sistema, in questo contesto, l'ultima cosa da fare è concentrare i poteri. In tutto il mondo si cerca di ripristinare socialità attiva, per cui concentrare i poteri è esattamente ciò che, nel mondo, si ritiene oggi una forma di riforma al contrario, verso il passato. Contro la concentrazione dei poteri si è pronunciato il popolo italiano nel referendum sulla devolution, eppure il centrosinistra, la gran parte del centrosinistra, ha difeso la democrazia partecipativa e ha detto che questo vale per i grandi sistemi nazionali, non vale per i piccoli sistemi. Qui si nota una contraddizione, perché se la concentrazione del potere non è necessaria per i grandi sistemi nazionali, non si capisce per quale motivo la si ritenga utile e necessaria per i piccoli sistemi, dove la complessità è minore e dove si può annullare la concentrazione.
Invece, la nostra legge statutaria fa esattamente il contrario: il Presidente costituisce la maggioranza con il premio legato alla sua elezione; domina il Consiglio con la possibilità di scioglierlo con le sue dimissioni; è a capo dell'Amministrazione regionale, di cui accentra le funzioni trasversali e strategiche, in tal modo nomina i vertici dell'Amministrazione regionale e, di fatto, anche i membri delle gare d'appalto; nomina i dirigenti delle aziende regionali; amministra, come una sorta di organo monocratico allargato, la somma di circa 7 miliardi di euro e, se si tiene conto che sempre più i bilanci sono poste imputate ad un obiettivo senza che vi sia una norma che ne disciplini l'utilizzo, si capisce di quale grande potere si sta trattando. Uno ha tutti questi poteri.
Quindi non si tratta solo di discutere dell'indebolimento delle altre istituzioni regionali, ma piuttosto dell'indebolimento del singolo cittadino. Quale difesa ha un comune cittadino rispetto a questo grande potere? Quale difesa ha il cittadino quando l'ordinamento si riduce sostanzialmente ad una singola volontà? E' una sola in teoria, quella giudiziaria, che però voi sapete è onerosa, lunga, faticosa. Guardate, se qualcosa è entrato in crisi, in questi due anni e mezzo, bisogna cominciare a dircelo, è il concetto di diritto acquisito sia nel regime delle proprietà sia in quello delle garanzie sociali del mondo del lavoro. Se prima la consapevolezza che le leggi devono cambiare non andava ad intaccare coloro che avevano rispettato la legge vigente, oggi questo non è più scontato, badate. L'abbiamo fatto noi, in due anni e mezzo. Il sistema, che si intende varare, andrà proprio in questa direzione, cioè in una crisi dei fondamenti del liberalismo. Perché non si può affidare sempre al TAR il contrasto tra il cittadino e il potere dell'Esecutivo, non foss'altro perché questa pseudogaranzia giudiziaria contro questo forte potere individuale è una garanzia potenziale solo per i ricchi, ed esattamente come in America anche in Sardegna chi può realmente difendersi dal potere dell'Esecutivo deve avere grandi risorse per poterlo fare.
Ma, sul piano della democrazia attiva, quale possibilità ha un cittadino di far sentire la sua voce oltre i cinque anni, cioè oltre le elezioni? Si dirà: la sua voce sono i partiti. Sì, ma i partiti, diciamolo chiaramente, stanno perdendo il loro radicamento sociale e questo non li rende tanto leggeri, quanto li sta rendendo effimeri, rispetto al potere, così concentrato, sempre più oligarchici e quindi facili, lo sappiamo tutti, da soddisfare sul versante del sottopotere e da dominare da parte di chi ha molto potere. I partiti, per rispettare il mandato costituzionale, dovrebbero poter godere di un sistema elettorale e di un sistema dell'informazione che siano autenticamente pluralistici, ossia che premino e non processino la pluralità delle posizioni; oggi si va in un'altra direzione, oggi si polarizza, e la polarizzazione inevitabilmente estremizza i punti di vista.
Ma la più forte spinta dei sostenitori di questo presidenzialismo duro è la stabilità e l'efficienza, si dice. Intanto, va detto che nessuno è contrario a che il popolo possa scegliere, indicandolo, il suo Presidente, come era la posizione del centrosinistra rispetto a quella proposta dal referendum bocciato dal popolo. La stessa stabilità è garantita dal maggioritario e non è in discussione, nessuno intende tornare al proporzionalismo puro, ma questo è patrimonio democratico, non è patrimonio presidenzialista. Intendo dire che, se ci fosse un orientamento della maggioranza a tornare al proporzionalismo puro, sarebbe comprensibile un orientamento, della maggioranza del Consiglio regionale, contrario, che vada a rafforzare i poteri del Presidente; ma posto che così non è, perché si vogliono rafforzare i poteri del Presidente? E non mi si dica che è inevitabile a Statuto vigente perché il sistema di poteri che si vuole mettere in capo al Presidente va ben oltre quello minimo imposto dallo Statuto.
Legare maggioritario e presidenzialismo vuol dire trasformare i partiti in comitati elettorali e le coalizioni in partiti unici; può darsi che sia questo che si voglia. Se è questo, si sappia che ci si assume il merito, o la colpa, a seconda dei punti di vista, della radicalizzazione della vita politica sarda, della sua personalizzazione, dell'aumento vertiginoso dei suoi costi, della sua trasformazione in una attività di difficile accesso. Io combatterò questa deriva perché l'America, che la applica, ci ha insegnato che è un sistema che non seleziona i migliori per le più alte cariche ma, nella maggior parte dei casi, i più ricchi o i meglio sostenuti dai grandi sistemi economico finanziari.
Ciò che poi non si può accettare di questa verticalizzazione del potere è il centralismo, la concentrazione di funzioni senza contrappesi verso il cittadino. Forse bisogna ricordare che il centralismo in Italia è stato già sperimentato, ha sempre prodotto favoritismi, burocrazie, burocrazie informali date dalla prossimità al leader, produce paternalismo, produce populismo. Ma soprattutto porta pericolosamente, come ho già detto, a far coincidere l'ordinamento con una sola volontà. Questo è il discrimine, quando si crea un grande potere bisogna non solo prevedere quale potere lo controlla, e deve essere libero, ma bisogna difendere i cittadini, bisogna difendere la libertà dei cittadini da quell'eccesso di potere. Non si tratta, dunque, solo di decidere le competenze del Consiglio regionale, ma anche prevedere quali tutele servono per garantire il cittadino che dovesse essere investito dal supremo interesse generale, interpretato da una persona sola; su questo versante delle garanzie delle tutele, mi pare, che il disegno di legge sia molto carente.
Ma occorre anche prevedere come difendere le forze politiche da questo potere, quando si decide di affidare a questo potere la funzione e le consistenti risorse finanziarie per la comunicazione istituzionale. La comunicazione istituzionale, anche alla luce del disegno di legge presentato dalla Giunta, posta in capo alla Presidenza, non è immune dalla tentazione di trasformarsi da informazione in propaganda. Si badi che tutta la disciplina sulle TV, di cui tanto si discute in questi giorni, è fondata sul principio che occorra aumentare la concorrenza nel settore dell'informazione che vive di pubblicità. In Sardegna, la Regione diventerà il più grande committente di pubblicità e a governarne il flusso sarà il Governo regionale. Qualcuno è in grado di comprendere, credo, come si trasformerà l'opinione pubblica sarda da qui a qualche anno. Spero si comprenda che la comunicazione istituzionale dovrebbe almeno riguardare anche l'attività dell'opposizione non solo quella del governo e della maggioranza, e dico non solo dell'opposizione ma delle opposizioni; viceversa al sistema di potere forte, incardinato sull'Esecutivo, si dà anche all'Esecutivo un monte di risorse, una struttura amministrativa che condizioni l'elettorato rispetto alla sua attività, senza contraddittorio.
Ad oggi, il sistema disegnato e disciplinato dalla Statutaria, insieme al disegno di legge numero 261, è questo. Occorre pensare al potere dal punto di vista di chi non ce l'ha, non sempre dal punto di vista del governo. Queste preoccupazioni democratiche mi animano al principio di questo dibattito e non mancherò di tradurle in proposte emendative nel corso dell'esame degli articoli. Non perché speri in un sussulto di relativismo rispetto al dogmatismo imperante, ma perché penso che ci sia un dovere di proposta anche quando la si sa minoritaria.
PRESIDENTE. E' iscritta a parlare la consigliera Lombardo. Ne ha facoltà.
LOMBARDO (F.I.). Signor Presidente del Consiglio, Assessore, colleghe e colleghi, l'esigenza di dotarsi…
(Interruzione)
Purtroppo il Presidente non c'è, infatti, nel corso dell'intervento avrei voluto far rilevare l'assenza del Presidente da questo dibattito; mi sarei aspettata che fosse presente, visto che ha caldeggiato e ha sostenuto che questa legge fosse fondamentale per il futuro della nostra Isola. Invece ancora una volta è assente dimostrando di non essere disponibile al confronto e soprattutto ad ascoltare anche le ragioni degli altri e non solo le proprie.
Colleghi, l'esigenza di dotarsi di un'autonomia speciale è avvertita oggi da moltissime Regioni italiane, a prescindere dalla storia, dalla configurazione geografica e dalla identità culturale. E' quindi un'esigenza che non ha nulla a che vedere con le vecchie istanze di specialità e che riflette piuttosto il bisogno forte di uscire in fretta dal culto per l'uniformità, che ha caratterizzato a lungo le vicende del regionalismo italiano e che, a ben vedere, il regime speciale di alcune Regioni non ha minimamente scalfito.
Il nuovo articolo 123 della Costituzione riconosce allo Statuto di ciascuna Regione il compito di determinare le forme di governo e i principi fondamentali di organizzazione e funzionamento della Regione stessa. E' indubbio, quindi, che le Regioni siano, sulla carta, padrone in larga misura della propria forma di governo. In precedenza si lasciava spazio, invece, ad un'organizzazione interna che di fatto non poteva prescindere dall'ideal-tipo parlamentare. Nella relazione della Giunta regionale al disegno di legge si dice che la legge statutaria costituisce una sorta di legge costitutiva della nuova fase storica della specialità sarda della quale potrebbe essere considerata come la legge fondamentale. La legge, cioè, nella quale si vorrebbero delineati i principi base dell'autonomia, i valori che la sostanziano e, coerentemente con questi presupposti teorici, le linee portanti del sistema istituzionale delle autonomie sarde.
Si dice, inoltre, che si ragiona come se il nuovo Statuto, da cui però dovrebbe discendere la legge statutaria, fosse già oggi in vigore. Da qui parte la prima forte critica sul metodo seguito per dare vita al progetto di riforma complessiva della nostra autonomia. Buon senso e logica avrebbero infatti voluto che prima si procedesse alla riscrittura del nostro Statuto e poi alla definizione di una legge statutaria coerente, e non il contrario. E' come se volessimo costruire una casa partendo dal tetto e non dalle fondamenta. E' un'impostazione che non possiamo assolutamente accettare così come la brusca accelerata che si è voluta dare portando oggi all'attenzione di questo Consiglio un provvedimento che, proprio in ragione della portata delle norme contenute, destinate ad incidere e segnare profondamente il sistema politico e istituzionale sardo, avrebbe necessitato di un ampio ed approfondito confronto in un momento diverso, sereno, non condizionato esclusivamente dalla necessità del presidente Soru di colmare un vuoto di sua totale, assoluta e grave responsabilità: l'assenza al 6 di febbraio della legge finanziaria e del bilancio annuale e pluriennale della Regione.
Un fatto gravissimo, cari colleghi, che non può essere sottaciuto nel modo più assoluto e che ci ha portati a compiere un gesto estremo come l'occupazione di questa Aula, proprio perché produce effetti devastanti sull'economia della nostra Isola; non solo per l'incertezza nella quale tiene l'intero sistema economico, sociale degli enti locali, ma soprattutto perché annulla totalmente i benefici che la spesa pubblica potrebbe determinare su un'economia fortemente dipendente dal pubblico e in grande difficoltà.
Cari colleghi, non si può parlare di legge statutaria in attesa di… che cosa? Mi sarei aspettata, almeno questa volta, almeno per una volta, dalla maggioranza un sussulto di dignità, che prevalesse il senso di responsabilità verso i sardi e le istituzioni e non verso un Presidente che, in più di un'occasione, anche in questa Aula, non ha fatto mistero di non avere rispetto e considerazione per il Consiglio regionale e le sue prerogative, che ciascuno di noi, a prescindere dall'appartenenza politica, ha il dovere di salvaguardare.
Siete responsabili di non voler capire le cause e le ragioni profonde del malessere di questa Regione. Non si può pensare, infatti, di portare avanti un progetto di riforme sostanziali in campo istituzionale, economico ed amministrativo senza un progetto condiviso, negando il ruolo e la funzione delle rappresentanze economiche e sociali, il cui coinvolgimento è indispensabile per preservare e salvaguardare la stessa coesione sociale. E' una denuncia che non è solo dell'opposizione, ma anche delle parti sociali, delle organizzazioni di categoria e del mondo dell'impresa, con cui si è potuto avere un confronto, solo grazie all'azione forte delle forze politiche della minoranza; è ormai infatti evidente che la maggioranza è coerente alla filosofia del suo Presidente, che vede nella non concertazione la principale regola di condotta.
Le ragioni che hanno indotto il Legislatore a proporre l'elezione diretta, anche nell'ambito delle Regioni ad autonomia speciale, sono riconducibili essenzialmente, come è già stato ricordato anche negli interventi che mi hanno preceduto, all'esigenza di governabilità e stabilità. Si deve, però, riflettere che quanto al dovere di garantire la governabilità e la stabilità all'Esecutivo, esigenza peraltro assai sentita dai cittadini, c'è anche la necessità di non svilire il ruolo e l'autonomia del Consiglio, e di non affievolirne le funzioni. Sarebbe pertanto utile individuare strumenti efficaci di valorizzazione sia della primaria funzione legislativa che delle attività di indirizzo e controllo. Al riguardo due strumenti potrebbero risultare preziosi per ogni Consiglio, l'introduzione di uno Statuto dell'opposizione e del suo leader e di sedi ove valorizzare la via della partecipazione degli enti locali e delle autonomie funzionali. Non si può ignorare che sempre più sta emergendo la ricerca di alternative alla forma di governo regionale prevista nella Costituzione, una sorta di terza via tra l'ipotesi assembleare e l'elezione a suffragio universale e diretto. Il fine ultimo è chiaramente evitare lo scioglimento automatico del Consiglio ed accrescere la possibilità di influenza del Consiglio stesso sulla Giunta.
Il vincolo del simul stabunt simul cadent è contestato da molti Consigli regionali specialmente per le ipotesi di impedimento permanente, morte o dimissioni volontarie del Presidente, convinti che la caduta di un Presidente debba trascinare con sé l'Assemblea soltanto se questa ne prende decisamente le distanze con un voto di sfiducia o di negata fiducia. Questo tema è stato dibattuto a lungo nella Commissione Bicamerale per le questioni regionali, con una vasta platea di contraddittori, sia della dottrina che della politica, anche alla luce dell'impugnazione, da parte del Governo, dello Statuto calabrese; dalla discussione spontaneamente è sorta la proposta di presentare un disegno di legge, firmato dai rappresentanti della quasi totalità dei partiti presenti in Parlamento, che mitighi le asperità dell'articolo 126 della Costituzione, senza tradire, però, lo spirito della riforma, la governabilità, ossia che la maggioranza di governo scelta dai cittadini sia tutelata nell'impegno a realizzare il proprio programma. Si è così ritenuto che la conseguenza radicale dello scioglimento del Consiglio regionale e delle nuove elezioni debba essere evitata nelle ipotesi di morte e di impedimento permanente del Presidente in quanto fatti estranei alla sfera della volontà.
L'applicazione della clausola simul stabunt simul cadent appare una rigidità del sistema cui si può rimediare rimettendo la possibilità di individuare soluzioni diverse agli Statuti regionali. Potrebbe qui risultare utile l'istituzione della figura del Vicepresidente della Regione, non prevista nell'attuale formulazione chiusa degli organi della Regione dall'articolo 121 della Costituzione, e che potrebbe, invece, essere proficuamente istituita anche a fini di generale affiancamento del Presidente. Dal dibattito in Commissione, inoltre, è emersa la decisione di eliminare lo scioglimento del Consiglio in limitatissime ipotesi di dimissioni per l'assunzione, da parte del Presidente della Giunta regionale, di cariche governative di alto profilo istituzionale. Si è così operato anche in piena sintonia con l'indicazione giunta dalla Conferenza dei Presidenti dei Consigli, che ha presentato un'analoga proposta.
La predilezione del legislatore costituzionale per un sistema politico istituzionale competitivo, che vede contrapposti fin dal momento elettorale due o più aspiranti Presidenti di Giunta regionale e, con loro, due o più coalizioni di partiti, o singoli partiti, rende obbligatorio ripensare il ruolo del Consiglio regionale, anche per definire meglio quale soggetto o quali soggetti politici all'interno di esso siano chiamati a svolgere non una generica funzione di controllo, ma una vera e propria funzione di alternativa politica all'Esecutivo. La tesi che si sostiene è che anche i Consigli regionali, al pari dei Parlamenti, possano trovare un nuovo ruolo, diventando la sede di una perenne campagna elettorale tra, da un lato, la maggioranza che sostiene l'Esecutivo e, dall'altro, l'opposizione e le altre forze di minoranza.
Ciò non significa, però, conflitto continuo fra soggetti politici rappresentati in Consiglio a suon di ostruzionismi reciproci, ma costante dibattito, magari anche aspro, però legittimo, tra i due principali soggetti politici. Il dibattito, infatti, nei sistemi competitivi, si traduce in critica, confronto e proposta, oggi più che mai necessari, alla luce del fatto che i Presidenti della Giunta, i Governatori, come non a caso taluni amano qualificarsi, soprattutto in sistemi politici deboli, creano molti più problemi di quanti non ne risolvano. La loro investitura a suffragio universale e diretto ha potenziato il grado della loro legittimazione, ma non certo risolto quello della loro capacità di governo, soprattutto in assenza di una rete politica di supporto all'interno ed all'esterno del Consiglio. L'esperienza di questi due anni a mezzo è la testimonianza più evidente di quanto appena affermato.
La legge elettorale, che avrebbe dovuto imprimere una svolta, garantendo la governabilità e la stabilità, si è invece rivelata un boomerang, per colpa di un Presidente ossessionato dalla volontà di far prevalere sempre e comunque il suo autoritarismo, nella convinzione di essere, sempre e comunque, nel giusto, quasi fosse il depositario di un mandato del corpo elettorale esclusivo, come se quello degli altri ottantaquattro consiglieri e dei sindaci della Sardegna non valesse nulla.
E' fondamentale, quindi, riaffermare il ruolo e l'autonomia del Consiglio regionale, che non può essere ridotto a semplice passacarte della Giunta, attraverso una definizione dettagliata delle sue attribuzioni ed il potenziamento delle funzioni di controllo di sua competenza. La questione del ruolo del Consiglio va inserita nel contesto più generale di crisi della rappresentanza politica. La crisi dell'istituzione parlamentare è infatti strettamente connessa a quella del partito politico di massa, specialmente di quello centralizzato, come forma sociale di organizzazione politica e come luogo di organizzazione e di rappresentanza politica della società.
Ciò ha portato alla ricerca di forme di legittimazione del Governo ulteriori rispetto a quella parlamentare. Con l'investitura diretta del Governo, il Parlamento non è più l'unico luogo della rappresentanza, così come la forma partitica non è più l'unica espressione politica della società. E allora chi e che cosa rappresenta il Consiglio regionale? Questa è la domanda cruciale da cui deve partire il ragionamento sul ruolo delle assemblee elettive. La risposta, oggi, potrebbe essere che il Consiglio regionale è il luogo istituzionale dell'integrazione regionale. Ciò presuppone una Regione che assuma l'identità regionale come suo progetto costitutivo, ossia che si proponga di rappresentare la specificità culturale e linguistica e, più in generale, l'identità del popolo sardo e, non soltanto, la tradizionale rivendicazione di risorse adeguate alla sua condizione di svantaggio economico.
Si deve trovare, dunque, un nuovo fondamento alla specialità, e la Regione deve mirare non tanto a imporre essa stessa, comunità regionale, quanto a produrre risultati unitari con l'interazione tra le molteplici istituzioni locali. Deve dunque integrarsi in un sistema regionale che comprenda i comuni e le province. Così sarebbe capace di rappresentare la complessità della società sarda e perciò di soddisfarne le esigenze unitarie. Il Consiglio delle Autonomie locali potrebbe essere lo strumento fondamentale di questa operazione se venisse configurato in modo tale da integrare la rappresentanza politico-partitica con quella politico-territoriale. Il Consiglio regionale potrebbe così svolgere una funzione integrativa o federativa delle molteplici istituzioni del popolo sardo.
Concludendo, cari colleghi, ritengo che le osservazioni formulate dal Consiglio delle Autonomie locali, solo in parte accolte dalla prima Commissione, debbano essere tenute in debita considerazione da questo Consiglio. Personalmente, condivido pienamente le perplessità manifestate riguardo alla normativa sugli istituti referendari e l'invito alla riconsiderazione dei quorum minimi previsti, alla semplificazione e riduzione dei termini previsti dall'iter procedurale del referendum propositivo, nonché l'invito all'estensione della facoltà di richiedere il referendum abrogativo anche ai consigli comunali.
In particolare, mi farebbe piacere sapere qual è la ratio che ha guidato la Commissione nella decisione di fissare in 50 mila, e non 10 mila (come è attualmente e come era previsto anche nella proposta originaria della Giunta), il limite minimo di firme richiesto per la proposizione di un referendum abrogativo. Salta facilmente all'occhio, onorevole Sanna, l'improporzionalità con il limite nazionale di 500 mila firme. Mi dovete spiegare perché gli italiani, che sono 56 milioni, devono raccogliere 500 mila firme, ed i sardi, che sono invece appena un milione mezzo, ne dovrebbero raccogliere 50 mila? Non c'è rapporto, sarebbe un attacco alla democrazia partecipativa che non possiamo assolutamente permettere. Mi auguro davvero, cari colleghi, che il buon senso prevalga e che si rimedi ad un grossolano errore che penso e spero sia nato solo da una sottovalutazione dell'esagerazione del limite di 50 mila firme.
Così come mi sento di condividere pienamente, l'annuncio fin da ora, la presentazione di un emendamento che accoglie la richiesta del Consiglio delle Autonomie locali di trasformare in cause di incompatibilità le cause di ineleggibilità alla carica di consigliere regionale per i presidenti delle province ed i sindaci dei comuni capoluogo o con popolazione superiore ai 15 mila abitanti. Anche in questo caso, non capisco la ratio che ha guidato la Commissione nella scelta o, meglio, la posso capire solo se la collego all'esigenza di qualcuno di salvaguardare la propria poltrona, eliminando dalla competizione elettorale concorrenti scomodi. Ma non voglio pensare, cari colleghi, che l'interesse personale abbia prevalso sull'interesse generale, che deve sempre guidare il Legislatore, che dovrebbe spogliarsi delle situazioni che lo riguardano in prima persona. Soprattutto in materie come questa, sarebbe un grave errore legiferare in funzione di interessi particolari e non generali. Il rischio, come nel caso della legge elettorale, è alto, in termini di scelte condizionate dal tornaconto elettorale, principalmente proprio, del partito e della coalizione di appartenenza. Dobbiamo rifuggire da queste logiche per assolvere pienamente, seriamente e responsabilmente la funzione di cui il popolo sardo ci ha investito.
In sintesi, il giudizio sul provvedimento in esame non può che essere totalmente negativo per una questione, come ho già detto, di metodo e di merito. Mi auguro, anche se so già in partenza che la mia è una speranza vana, che la maggioranza possa avere uno scatto d'orgoglio, non appiattendosi sulle posizioni della Giunta o, meglio, del Presidente. Il ruolo, la centralità e l'autonomia del Consiglio devono essere salvaguardati, nella giusta ottica del riequilibrio e non dello sbilanciamento dei poteri tra Legislativo ed Esecutivo.
PRESIDENTE. E' iscritta a parlare la consigliera Caligaris. Ne ha facoltà.
CALIGARIS (Gruppo Misto). Signor Presidente, Assessori, colleghe e colleghi, le considerazioni che svolgerò mirano a fare chiarezza sui presupposti fondamentali delle proposte che intendo sostenere nel corso del dibattito sulla legge statutaria e che hanno ispirato i 55 emendamenti che ho già depositato. Punto primo: le valutazioni alla base delle modifiche della Statutaria sono esclusivamente dettate dal principio che il presidenzialismo e il maggioritario sono conseguenze sbagliate di una stagione politica che, per quanti errori possa aver prodotto, non era sbagliata nei principi, ma soltanto nei modi in cui, purtroppo, è degenerata.
Punto secondo: il presidenzialismo e il maggioritario, così come sono definiti nel disegno di legge statutaria, oltre ad essere ispirati ad un giustizialismo di ispirazione antipartitica, erigono un muro tra istituzioni e società, relegando, quest'ultima, esclusivamente al ruolo di giuria che, al termine del mandato elettivo, attribuisce il premio o il pegno a chi ha governato. I cittadini, insomma, potranno cambiare i governanti, ma non saranno tenuti in alcuna considerazione durante il mandato di governo. Poiché, inoltre, il sistema elettorale è fortemente censitario, privilegiando le classi sociali più abbienti, avremo sempre più Parlamenti, Assemblee regionali e Presidenti espressione di una stessa cultura, di una stessa classe sociale e di una ristrettissima lobby. Insomma, i cittadini con questo sistema, e non lo dico io, lo dicono insigni politologi, perdono, sempre di più, il ruolo di depositari della sovranità e vengono, di fatto, estraniati dalla politica.
Punto terzo: un parlamentarismo forte e autorevole, un sistema dei partiti non oligarchico, una legge elettorale di impianto proporzionale, seppur corretto, senza listini bloccati, non sono strumenti obsoleti o da rifuggire, tutt'altro, al di là della retorica e del populismo che più facilmente si instaura nella prospettiva presidenzialistico-maggioritaria, sono strumenti di maggiore garanzia per il pluralismo sociale, per una democrazia più rappresentativa, per un ruolo non subalterno degli elettori.
Punto quarto: nell'affrontare questa legge si ritiene indispensabile sciogliere alcuni nodi di impostazione. Nelle scelte che il Consiglio regionale è chiamato a fare, poiché è necessaria una maggioranza qualificata, non possono esserci vincoli di coalizione, si dovranno invece considerare le culture differenti che l'Aula esprime, qualunque scelta non potrà quindi essere interpretata come una sfida nei confronti della coalizione di governo in cui si trovano forze politiche di diversa ispirazione ideologica o, se preferite, idealmente distanti. Dinanzi a scelte su quale possa essere la democrazia più autentica non possono esserci neppure atteggiamenti per così dire ricattatori. Il programma di "Sardegna Insieme", che dedica alla legge statutaria le pagine 102 e 103 del libretto rosso, è vero che assume a modello la legge costituzionale relativa all'elezione dei Presidenti delle Regioni a Statuto speciale e delle Province autonome di Trento e Bolzano, ma è nato in una stagione particolare. Eravamo dentro l'antipartitismo berlusconiano, dentro gli atteggiamenti populistici del Cavaliere, l'idea di una forma di governo forte a livello regionale sembrava offrire maggiori garanzie.
Oggi, sono cambiate tante cose, come dice il Segretario dei Socialisti Democratici Italiani Enrico Boselli, il mio Segretario, il programma non è la Treccani, è necessariamente sintetico, ma, soprattutto, non è immutabile, cambia con il sopravvenire degli eventi e la politica è il luogo principe dei cambiamenti. Oggi, infatti, si profila un'esigenza non eludibile, i cittadini chiedono sempre più partecipazione e coinvolgimento, sollecitano insomma più democrazia, reclamano un rapporto continuo con le istituzioni e questa richiesta arriva non solo dal popolo dei girotondi, ma soprattutto dalle categorie più svantaggiate che vogliono essere ascoltate di più e avere più risposte.
Prima del programma di "Sardegna Insieme" non si era ancora verificato il referendum sulla devoluzione, il Consiglio regionale della Sardegna è stata la prima Assemblea elettiva regionale a chiedere il referendum a livello nazionale e il referendum ha detto "no" ai pretesi poteri aggiuntivi del premier. Il centrosinistra è stato presente in tutte le piazze della Sardegna e d'Italia contro quei super poteri, ora non può, se non altro per coerenza, riproporre un modello analogo per l'Isola. Anche la richiesta di referendum, promossa trasversalmente dalle forze politiche che dovrebbero essere antagoniste e che in Consiglio regionale si affrontano senza esclusione di colpi, dovrebbe far riflettere sulla validità e sull'attualità di quella parte del programma di "Sardegna Insieme" che riguarda la forma di governo. E' un controsenso che esponenti politici, eletti anche con il concorso delle forze politiche che il referendum intende di fatto eliminare, siano tra i promotori e i sostenitori, seppur a titolo personale, della raccolta di firme.
C'è poi un aspetto anche culturale che deve essere rivisitato; l'esperienza berlusconiana ha portato a una sorta di mitizzazione del presidenzialismo reso più significativo e solido da un presunto rapporto diretto o, per meglio dire, privilegiato tra presidente e popolo. La personalizzazione della politica, esasperata dalla caduta delle ideologie, sostenuta da una costante campagna denigratoria dei partiti e rafforzata dal sistema maggioritario induce a ritenere che il rapporto più autentico e significativo, per così dire "di primo rango", sia quello tra il Presidente e l'elettore, sicuramente meno importante e non altrettanto fiduciario, quello tra il parlamentare e l'elettore. La legge elettorale con cui i sardi sono andati a votare ha accentuato l'effetto con il voto disgiunto. E' necessario inoltre non dimenticare che il rapporto tra parlamentare ed elettore avviene attraverso la televisione, lo diceva Paolo Maninchedda molto bene prima di me; ciò ha ridotto ulteriormente il ruolo dei partiti e ha accresciuto in modo smisurato quello dei leaders.
Penso che si debba tener conto anche di queste cose quando si parla di legge statutaria e di programma di "Sardegna Insieme". Penso che un presidenzialismo forte, come è in questa legge, l'assenza di istituti di garanzia per i cittadini, i limiti imposti ai referendum, l'insignificante cultura paritaria di genere siano aspetti indigesti non solo a chi come me viene dalla tradizione socialista o dai piccoli partiti, ma risultino inaccettabili anche da chi dalla democrazia matura si aspetta ben altro che l'accettazione di modelli utilizzati altrove e dove è evidente il segno contrario a quello della partecipazione. Centralismo, dirigismo, conservatorismo non si conciliano con una concezione della politica che vede al centro il cittadino.
Quinto punto: le modifiche all'articolo 15 che hanno cambiato lo Statuto non creano nessun rapporto di necessità tra presidenzialismo e maggioritario e neppure impongono la scelta, figuriamoci, di eleggere il Presidente a suffragio universale diretto. L'unico principio che deve essere fatto salvo è quello per cui la forma di governo deve essere indicata sulla base della rappresentatività e della stabilità. E' quindi possibile, se il Consiglio lo vuole, che il Presidente della Regione sia eletto dall'Aula; così come, se si ritiene di dover eleggerlo a suffragio universale diretto, il Consiglio si scioglie solo se si verificano le dimissioni contestuali della maggioranza dei componenti il Consiglio regionale. Non ci sono altri obblighi o vincoli. Non si può adottare acriticamente quanto stabilito dal comma 2 della legge costituzionale 31 gennaio 2001 numero 2 che detta "disposizioni concernenti l'elezione dei Presidenti delle Regioni a Statuto speciale e delle Province autonome di Trento e Bolzano". Si può disporre diversamente e lo confermano l'articolo 15 dello Statuto e la legge che ho appena citato.
Ringrazio molto tutti per l'ascolto. Concludo con una considerazione personale: siamo in procinto di esaminare ed approvare una legge molto importante; ragionare insieme e confrontarsi su ogni aspetto senza accelerazioni o ritardi pretestuosi credo sia un dovere morale perché è una legge che sarà determinante per le successive scelte elettorali e per lo Statuto. Sono anche contenta del fatto che, e l'ho apprezzato molto, l'onorevole Sanna oggi dopo l'incontro con le forze sociali abbia dichiarato che questo lavoro deve essere completato. Non accogliere l'appello dei sindacati e degli organismi di parità - mi immagino si riferisse anche a quelli - sarebbe stato un grave errore. Personalmente, inoltre, mi toglie da un imbarazzo. Sabato sono andata a fare la spesa e una signora mi ha chiesto: "Mi scusi, ma questa legge statutaria non è una legge che riguarda il Governo della Regione e il Consiglio? Che cosa c'entrano i sindacati? Perché protestano?". Beh, ho provato imbarazzo perché vuol dire che davvero stiamo disperdendo il grande patrimonio della cultura della rappresentanza, dei diritti e del ruolo delle istituzioni e una parte del cuore, onorevole Sanna, dell'autonomia è anche in questa legge purtroppo ed è per questo che siamo chiamati ad un ruolo veramente di ponderatezza e di riflessione.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Rassu. Ne ha facoltà.
RASSU (F.I.). Signor Presidente, onorevoli colleghi,, stante l'importanza e il peso di questo dibattito, è stata forte la tentazione di consultarmi magari con un costituzionalista, con un cittadino della Sardegna che abbia avuto esperienze più profonde, più compiute delle mie, per dare il mio contributo a questa norma, però, così come è il mio carattere, le pecche si trasferiscono anche sinceramente nelle mie azioni quotidiane per cui, come sempre, intervengo dopo aver letto il contenuto del disposto legislativo e aver anche ascoltato e sentito qua dentro i colleghi che mi hanno preceduto, ma anche i pareri sentiti al di fuori di quest'Aula, principalmente dal mondo del lavoro. Non me ne voglia il mondo della cultura perché il mondo della cultura, nelle sue espressioni, molte volte roboanti, artificiose e quant'altro, per dire due parole o per far capire il senso e il significato di due concetti, scrive un libro.
Comunque, nella mia poca esperienza e nella mia limitata intelligenza, io ho capito due cose di questa legge, non della legge in se stessa ma delle motivazioni che l'hanno portata in Aula ora e non dopo, contraddicendo ciò che viene affermato nella relazione della stessa legge. Mi spiego. La prima motivazione è senz'altro quella di distrarre l'attenzione dalla finanziaria per portarla su una norma così importante, una norma che, nella premessa, viene definita come legge fondamentale di una evidenza storica unica e che rappresenterà le fondamenta del nuovo istituto autonomistico della Sardegna.
Se è vero che questa norma è così importante, perché lo è, e se è vero che, appunto, rappresenterà ciò che è detto in queste due parole che sinteticamente racchiudono tutta l'essenza di questa norma, perché a tutti i costi la si è voluta portare in Aula e perché, ancora, la si vuole discutere in così poco tempo? Guardate, lungi da me il fatto di poter pensare in qualche maniera minimamente di fare ostruzionismo o tanto meno di far perdere tempo a chicchessia, perché è talmente importante l'argomento, per cui io credo che, se è vero quanto è detto nelle premesse della legge, che questa è fondamento di una nuova fase storica della nuova autonomia, della nostra nuova istituzione autonomistica, è pur vero che noi siamo delegati dai cittadini e dal popolo sardo per legiferare in tal senso. Quindi: perché la si vuole chiudere così in fretta e portarla prima della finanziaria? Questo è il primo errore, perché questo lasso di tempo poteva essere benissimo coperto da un'altra norma, all'ordine del giorno ci sono tante leggi! Ecco dove non è credibile.
Il secondo aspetto è per me il più importante e basilare. Ecco la ragione: questa legge statutaria sarebbe dovuta nascere dallo Statuto, è come se nascesse prima il figlio e poi il padre. Prepotentemente vuole essere portata a compimento ed approvazione ancor prima dello Statuto, cara collega Caligaris e caro collega Maninchedda, perché condiziona lo Statuto stesso; come giustamente hanno detto il collega Maninchedda e qualche altro collega che mi ha preceduto, è fondata principalmente sull'accentramento dei poteri al Presidente e io in questo momento non parlo del presidente Soru, sinceramente lungi da me pensare a questo, ma di qualsiasi Presidente che verrà; nessuno può illudersi, come è evidente leggendo tra le righe di questa legge, che una maggioranza possa pensare di essere perpetuabile se non all'infinito almeno per qualche decennio, perché praticamente alla fin fine si può anche dedurre questo dalla lettura della legge.
Ecco quindi le motivazioni principali. Si legge nella relazione che le due leggi sono iscritte all'ordine del giorno, bene, io ho letto certamente all'ordine del giorno questa legge, ma chiaramente lo Statuto non è non solo iscritto all'ordine del giorno ma tanto meno ancora si è pensato di metterci effettivamente mano e quindi di andare ad iscriverlo in ossequio al dettato appunto della legge numero 2 del 2001 e al Titolo V della Costituzione. E ancora mi domando perché a tutti i costi si vuole concentrare, nella forma di governo regionale, una forma di governo non dico presidenzialista, perché su questo credo che buona parte del Consiglio regionale sia d'accordo, quanto di un presidenzialismo così imperialista e dominante identificando il dominus sopra tutto e sopra tutti facendo finta che, con la presentazione della Giunta al Consiglio regionale, si istituisca un rapporto di fiducia tra il Consiglio regionale, un Presidente (che ha ben chiari i suoi poteri assoluti) e la Giunta da lui nominata appunto con il potere assoluto di nominare o mandare a casa qualsiasi Assessore.
Questo potere è in contraddizione con un altro potere assoluto, è contestabile e in ogni caso contro quella volontà popolare che cita la legge, quella partecipazione del cittadino alla pubblica amministrazione, il quale cittadino ha eletto 80 parlamentari della Sardegna. Ecco la contraddizione, il Presidente potrebbe con le sue sole dimissioni, a suo piacimento, badate bene, mandare a casa il Consiglio regionale, sciogliendo così il Parlamento sardo, unico rappresentante dei cittadini, legittimo, costituzionale, democraticamente eletto, per legiferare, quindi per pensare all'ordinamento giuridico della Sardegna.
Ecco le contraddizioni! E'questo il fondamento della nuova Costituzione sarda? Tutto qui? Tutto nella formula del referendum o tutto negli articoli 1, 2 e 3 e seguenti? Si parla di tecnologie e di democrazia tecnologica e quant'altro, quando ci vuole un docente di informatica per spiegare a noi, figuriamoci ai cittadini, ciò che si vuole intendere in quei due articoli; credetemi, io ho capito ben poco o niente, forse perché non ho una cultura adeguata, ma sono proiettati in un futuro, non so quando, è polvere negli occhi! La serietà avrebbe imposto in primis la riscrittura dello Statuto, nato in un contesto storico particolare, riveniente in prossimità di un altro contesto storico che ha giustificato e che ha dato alla nostra Sardegna quella specificità, quell'autonomia con la quale non dobbiamo andare allo Stato centrale munendoci di una dialettica più o meno florida o facendo pressioni di chicchessia, come cita la relazione della legge, per poter far approvare il nuovo Statuto; bisogna andare forti proprio di questa specificità, di questa autonomia che ci hanno lasciato i nostri padri costituzionali, guadagnata col sangue di centinaia di migliaia di sardi nelle trincee del Carso. Da questo nasce lo Statuto della Sardegna, non bisogna andare ad impratichirci in esercizi dialettici per poterci far riconoscere quello che costituzionalmente è già riconosciuto alla Sardegna, e se è vero che abbiamo una nostra specificità che ci rende diversi dalle Regioni ordinarie, nulla abbiamo a che vedere o a copiare dalle altre Regioni ordinarie né tantomeno di qualche Regione a statuto speciale, perché la realtà storica, geografica, fisica, politica è completamente diversa dalla nostra, dalla nostra storia che è la storia di un popolo, è la storia di una identità unica nel contesto del Mediterraneo.
Torniamo indietro, ben lungi da me pensare che sono contro un governo stabile, duraturo e che risponda effettivamente, rispettando il suo impegno, al mandato che l'elettorato gli ha dato con il consenso ad un programma che il suo Presidente e la sua lista hanno presentato. Sono però ancor più convinto che sia indispensabile che il Presidente, qualsiasi Presidente, seppur deve avere l'autorevolezza e in parte l'autonomia governativa, non possa in alcun modo condizionare come tuttora avviene (non sto parlando ripeto ancora dell'attuale Presidente bensì del Presidente in generale perché chiunque altro probabilmente avrebbe fatto lo stesso o non lo so) o possa tenere in scacco il Consiglio con la minaccia delle dimissioni. Questo limita l'azione legislativa, limita l'azione democratica autonomistica del Consiglio regionale, deforma il mandato elettorale perché, ancor prima del Presidente, il popolo elegge i suoi rappresentanti che non possono essere mandati a casa se non dal popolo o da fatti che obiettivamente ne possono condizionare la continuità o meno in quest'Aula.
Dove si vuole arrivare? Questo è il vero vulnus di questa legge; sul quale deve nascere il confronto principalmente all'interno di questo dibattito. Innanzitutto bisogna trovare la maniera di poter dare un governo stabile alla Regione con un Presidente autorevole, senza condizionamenti o la creazione di situazioni che possano condizionare in alcun modo l'opera del Parlamento sardo, il quale nasce da un'elezione vera, da democrazia vera, è l'espressione vera e democratica di qualsiasi popolo.
Ecco quindi l'altro buco nero di questa legge, la legge elettorale. Qui si gettano le basi per una legge, quindi condizionando una legge che deve ancora nascere e che doveva invece nascere, questo sì che lo ammetto, in contemporanea con lo Statuto e con la legge statutaria, uno all'interno dell'altro, quasi in simbiosi, legati da una osmosi, uno con l'altro affinché nascesse un soggetto capace di rispondere esattamente a quella esigenza storica, moderna, adeguata ai tempi, adeguata alla presenza della Sardegna in un contesto europeo e mondiale, qual è oggi, e non solamente facendo nascere un topolino che tutto è fuorché una base fondamentale per la nostra nuova autonomia.
Leggo ancora la relazione; è vero che la nostra autonomia sarà fondata su due pilastri principali, uno, la legge statutaria, che è quella che esprimerà il modo di governo della Regione, l'altro è lo Statuto che detterà i principi e le altre norme. Sono d'accordo su questo se, contemporaneamente a questa legge, noi avessimo avuto qualche mese di tempo per studiare lo Statuto e la legge elettorale. Poc'anzi qualcuno ha parlato di tetti e di fondamenta, allora bisogna stare attenti, perché se i pilastri (di cui si dice qui che sono legati, interconnessi staticamente) non sono armati bene o se, al di sotto dei pilastri, non esiste una fondazione altrettanto resistente, tutto ciò che è messo sui pilastri crolla assieme ai pilastri stessi. E non si può dire ancora che sulla legge, verosimilmente, possono essere riportate delle norme che possono apparire anticostituzionali, in questo non entro nel merito perché non sono un esperto, ma gradirei sapere se gli uffici competenti regionali, i quali uffici appunto debbono verificare queste cose, hanno verificato se questa norma è costituzionale o meno.
Ma io non voglio entrare in questi discorsi che non mi appartengono, sinceramente. Allora, la stessa legge dice che, comunque sia, alcune norme presenti nella stessa verranno regolarizzate, quando, come e dove verrà riscritto lo Statuto, ossia dal prossimo Statuto, perché attualmente non rientrano e non rispecchiano lo Statuto vigente, cioè l'attuale Costituzione sarda. Bene, questa è un'altra contraddizione.
Ancora mi domando, ma perché a tutti i costi si vuole mandare avanti questa legge oggi, quando da chi scrive, non dal relatore, ma dalla Giunta stessa, ci pervengono alcuni dubbi fondamentali sulla legittimità o meno della norma? Pur non entrando, ripeto ancora, su questi meandri di legittimità o meno, perché non mi competono, io mi chiedo se lo Statuto, che verrà riscritto, in quanto a monte della legge, oppure a base, cioè la legge deve nascere dallo Statuto, debba e possa rispecchiare questo in tutto per tutto (ammesso e non concesso che passi la forma di governo col presidenzialismo e maggioritario puro). Ma, in Italia, sono state scritte prima le leggi costituzionali o la Costituzione? O abbiamo fatto leggi che dicevano: "Quando la Costituzione sarà fatta, dovrà adeguarsi a questa legge"?
Ecco l'altro vulnus, che io non riesco a capire. Credetemi, non sto polemizzando, sto facendo delle riflessioni. Io mi sono letto la legge, poc'anzi ho preso qualche appunto, che solitamente poi non riesco a leggere, durante gli interventi dei colleghi, ma sono delle domande legittime che ognuno di noi può e deve farsi. Non dico di fermarsi, ma perché non lavorarci seriamente? Perché non soffermarsi alcuni giorni, perché deve a tutti costi arrivare la finanziaria in Aula, ma discuterne, così come tra l'altro ha invitato il collega Sanna? Ho seguito attentamente quanto ha detto il collega Sanna, ho seguito attentamente il collega Maninchedda, la collega Lombardo, la collega Caligaris e il collega Pinna, l'altro ieri, nella sua estensione, come relatore e Presidente della Commissione, una eccellentissima, lo dico, ed eloquentissima relazione, ma che presupponeva, anche se non è stato mai detto, che quella legge nasceva da uno Statuto. Questa è la realtà, caro collega Pinna, tutto andava bene se…
Allora dico io di soffermarsi, riflettere, siamo qui per legiferare, siamo qui in rappresentanza del popolo della Sardegna, non in rappresentanza di chicchessia, di un soggetto o di un altro, siamo i rappresentanti del Popolo sardo. Siamo la massima espressione, in Sardegna, del voto dei Sardi. Dov'è scritto che questa legge deve essere chiusa in 5 giorni, in 10, in 3 o in 20? Da nessuna parte! E' indispensabile e necessario, da oggi, se proprio a tutti costi si vuole mandare avanti questa legge e non prima riscrivere lo Statuto, vedere in quali parti essa è in contrasto con lo Statuto per verificare se e come è possibile farla, oppure si interrompe per l'esame della manovra finanziaria, e poi la si riprende, ma assieme allo Statuto, assieme alla legge elettorale. Come ho detto in prima battuta, non si deve cercare di voler fare le cose in fretta, solo perché questa legge, specialmente sulla forma di governo che imposta la Regione, vuole a tutti costi condizionare lo Statuto. Questa è la cosa più grave e questo non va bene, assolutamente no!
Io sono per un Presidente autorevole, sono per un governo stabile, ma non sono per il dominus, assolutamente, vista l'esperienza di questi anni, non me ne voglia il presidente Soru, perché non è rivolto a lui ma al tipo di presidenzialismo che impone la legge, in Sardegna, noi siamo a Statuto speciale, siamo autonomi, possiamo fare la nostra legge elettorale, rispettando la stabilità del governo, rispettando anche il presidenzialismo, ma dando un presidenzialismo umano, democratico.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Cugini. Ne ha facoltà.
CUGINI (D.S.). Signor Presidente, penso che sia giusto per tutti i colleghi che devono prendere la parola fare uno sforzo per stare dentro la discussione, avendo chiara la situazione nella quale stiamo operando, per evitare soprattutto di dare l'idea che il dibattito, e conseguentemente il Consiglio, sia dissociato dai lavori che sono stati fatti sin qui, sia nella Commissione, che in questi due anni e mezzo di attività consiliare. Perché dobbiamo evitare che si possa dire che siamo dei dissociati? Dobbiamo evitarlo perché la settimana passata c'è stata l'occupazione del Consiglio regionale, fatto estremamente grave, fortemente giustificato dai colleghi dell'opposizione, non apprezzato minimamente dai colleghi della maggioranza, però il fatto si è realizzato. E lo sfondo di quell'occupazione era prevalentemente politico, perché si voleva dare al Consiglio regionale, questa era la spiegazione all'ingrosso, il ruolo e la funzione che il Parlamento dei sardi deve avere.
E' passata qualche ora dall'occupazione del Consiglio, ecco, il Consiglio siamo quelli che siamo qui. Lo dico non per i colleghi che sono assenti, lo dico per la gravità del gesto della settimana passata e per la dissociazione che noi abbiamo realizzato tra quello che siamo e quello che abbiamo pensato che dovessimo essere.
Questa legge è stata in Commissione presente per circa un anno, sono state fatte 37 sedute e la partecipazione alla discussione, escluse eccezioni, ha visto l'opposizione abbastanza assente, lo possono testimoniare i colleghi della opposizione presenti, il collega Floris e il collega Moro. Quella assenza, figlia di un'impostazione sbagliata, che ha preceduto la discussione e il confronto tra di noi, mi fa dire che, forse, sui temi più importanti del futuro della Sardegna, siamo in presenza di un errore difficilmente recuperabile.
Abbiamo fatto un'operazione che dice che lo Statuto dell'autonomia potrebbe non essere riscritto in questo mandato; la responsabilità va suddivisa in ragione delle posizioni politiche che sono state assunte. Io non mi sento ugualmente responsabile di quanto lo è il collega La Spisa e, conseguentemente, per i Capigruppo della minoranza che rappresentano i diversi consiglieri. Voi dite che bisognava discutere prima lo Statuto, benissimo! Ma perché vogliamo dimenticare che è stata messa in piedi un'iniziativa politica per non scriverlo lo Statuto? Nei giorni passati avete detto che lo Statuto lo scrive il popolo; il popolo non scrive nulla se i gruppi dirigenti non si fanno carico di avanzare delle proposte concrete per scrivere la Costituzione dei sardi. Non c'è l'Aula del popolo nella quale si scrive, il popolo è il referente, il riferimento, che ha però deciso di essere rappresentato da noi. Allora perché ci vogliamo dissociare dalla discussione?
Farò qualche proposta più avanti, però io penso che si possa dire, lo dico per me, la vivo così personalmente, che sia anche un po' un fallimento, avendo in diverse occasioni proposto io ai colleghi dell'opposizione di trovare punti di incontro per superare le difficoltà. La vivo anche come un fallimento, e dico un fallimento di quella parte politica, di tutte le forze politiche presenti che erano e sono per il dialogo, perché non è vero che siamo tutti per il dialogo e il confronto, c'è una parte di noi che non vuole che si facciano riforme come lo Statuto, non lo vuole! Perché se l'avesse voluto, l'avrebbe tentato anche rinunciando a posizioni spigolose per trovare punti di convergenza.
Allora, io penso che purtroppo, lo dico per il collega Maninchedda, non sarà la legge dell'unità e purtroppo non sarà la legge della sovranità questa della quale stiamo discutendo. Purtroppo. Alla collega Caligaris (che, giustamente, nelle sue considerazioni dice che occorre riflettere sul presidenzialismo) dico che, insomma, il presidenzialismo era scritto nel programma che siamo andati a sottoporre agli elettori, non è un'invenzione di questa settimana! Non è conseguenza del dibattito di questi giorni!
Ecco perché dico che, a volte, mi sembra di fare una discussione tra colleghi che perdono troppo rapidamente la memoria. Allora, io penso che si debba apprezzare, per recuperare una funzione alta, la relazione che ha fatto il Presidente della Commissione, si devono apprezzare gli interventi che hanno fatto i colleghi della maggioranza che dicono: "Se ci sono limiti" - e io penso che ci siano limiti nella proposta - "vediamo come li recuperiamo, vediamo come associamo il Consiglio alla scrittura di questo testo estremamente importante e delicato". E' questo lo sforzo che dobbiamo fare, perché se pensate che noi rinunciamo alla legge perché poi arriverà scritto dal popolo lo Statuto che ci farà fare la legge statutaria, voi sbagliate! Non c'è questa prospettiva, ce n'è un'altra e dobbiamo discutere dell'altra, di quella che c'è oggi in discussione in Consiglio!
Ci sono parti della legge che devono essere migliorate? Io penso di sì, ma se noi facciamo una discussione pensando di togliere poteri al Presidente, ossia se noi pensiamo di fare una legge datata o riferita all'esperienza che stiamo facendo, anche questo è un errore! Noi dobbiamo lavorare perché il Consiglio assuma competenze, abbia competenze di indirizzo, di controllo, accresca la funzione parlamentare, legislativa, facciamo uno sforzo per fare questo, e lo dobbiamo fare come se tutti fossimo all'opposizione in questa fase, per fare una legge che tiene conto che bisogna dare sempre maggiori strumenti a chi ha meno potere anche nelle Aule consiliari. Quindi, fare una legge che guardi al Consiglio al di là dell'attuale collocazione, ma se voi pensate di fare una legge per fare lo sgambetto a Soru, insomma, dove sta la prospettiva?
Bisogna fare una legge per il dopo, una legge per l'attività che dobbiamo svolgere in futuro, per quella che devono svolgere in futuro altri consiglieri regionali. Quindi lo chiamerei, collega Floris, lei deve parlare subito dopo di me, ma io lo chiamerei questo il dibattito della conciliazione, è possibile? E' possibile che ci riconciliamo? E' possibile che riprendiamo a discutere? E' possibile che mettiamo avanti l'interesse collettivo? E' possibile fare una riconciliazione tra le diverse culture presenti in quest'Aula che vogliono scrivere una legge importante? Se è possibile, ci sono tante occasioni, quando entriamo nel merito del testo, per trovare punti di confronto, per migliorare il testo che è stato licenziato, per recuperare - aggiungo, e lo aggiungo volutamente - una funzione che non avete svolto in Commissione. Che non avete voluto svolgere in Commissione! Sono state fatte tre discussioni generali in Commissione, ma come fate a pensare di poter accusare l'assessore Dadea di non essere disponibile al confronto? Io penso che si debba essere davvero rappresentanti del popolo e quindi mettere avanti la possibilità del confronto e del dialogo per migliorare la legge. Rassu, per migliorare la legge!
RASSU (F.I.). Io ho detto questo!
CUGINI (D.S.). Sì, tu hai detto questo, ma l'hai detto con una posizione che dice: "Questo è figlio di nessuno"! No, lo Statuto non c'è, come riferimento facciamo una legge che tenga conto che lo Statuto non c'è e che dia poteri al Consiglio in modo tale che si superino le difficoltà, e ci vuole uno sforzo unitario. Solo con lo sforzo unitario si può recuperare questo limite che è presente.
Allora, è sbagliato pensare di fare una legge di questo tipo ragionando con valutazioni ad personam, è giusto recuperare all'Aula i temi che possono rafforzare il Consiglio, i temi dell'autonomia, del federalismo, i temi della partecipazione, i temi dei poteri da decentrare nel sistema istituzionale sardo, è possibile farlo! Ma non pensiamo di farlo dicendo che annulliamo questa parte di lavoro che è stato fatto, perché questa non è una possibilità e poi, siccome io penso che possa essere questa occasione, se siamo d'accordo, altrimenti ognuno svolgerà malamente la funzione che deve svolgere, ma dobbiamo avere chiaro che, fatta questa legge, bisognerà subito fare la legge elettorale. E se dobbiamo fare la legge elettorale per modificare quella che c'è, perché non va bene, cogliamo l'occasione oggi per incominciare a parlarne e per dire tra di noi che dobbiamo evitare di commettere l'errore di fare una legge elettorale di contrapposizione! Una legge elettorale deve essere fatta con la partecipazione dell'insieme del Consiglio; ma voi non farete così, vi farete prendere dall'emotività dell'ultimo momento e magari prenderete un'iniziativa simile a quella della settimana passata! Ci vuole la freddezza della democrazia e la partecipazione che avviene attraverso la consapevolezza del ruolo che si svolge e non il tentativo di passare la giornata!
Allora, io penso che ci sia la possibilità di fare un ragionamento che arrivi in profondità per le cose che dobbiamo fare, perché non c'è maggioranza, anche il doppio di quella che abbiamo oggi, che possa fare una legge elettorale, ad esempio, che vada bene per tutto il Consiglio, se una parte del Consiglio non è attore principale nella discussione e nella elaborazione della legge. E' questo il limite, ripeto, che io vivo anche un po' come un fallimento essendomi espresso sempre, in tutte le occasioni, per la ricerca dell'incontro e dell'accordo.
Allora, la conciliazione si può fare? Si può fare se c'è la disponibilità, voi dite: "Usciamo degli schemi di maggioranza e opposizione". Io sono disponibile, sulle riforme non c'è uno schema. La Caligaris diceva: "Io non accetto la disciplina del partito", ma quale disciplina del partito? Ci fossero almeno i partiti! E lo dico soprattutto a quelli che i partiti li hanno bistrattati nel tempo, ci fossero i partiti, quelli con la disciplina che era anche educazione di vita delle istituzioni!
Allora, io penso che si debba recuperare una situazione nella quale noi siamo precipitati, che non è un fenomeno locale, è un errore pensare che sia una situazione locale, c'è un'esigenza che va oltre la dimensione regionale della nostra discussione e della nostra riflessione. Insomma, si discute in Italia del superamento di partiti per far nascere altri partiti, di fusioni tra partiti, di fusioni tra culture. Io, appunto perché penso che ci debbano essere i partiti, ho un'opinione molto diversa da quella che esprime la maggioranza del mio partito, io sono contrario ad esempio alla nascita del Partito democratico nella formula che viene proposta e combatto perché questo non avvenga. Ma con una proposta, con un'idea, con un'indicazione; ma che ci sia bisogno di riformarli e di rilanciarli questi partiti, è altrettanto vero e se ne discute in Italia di questo, è discussione di questi giorni. Allora, io penso che noi dobbiamo contribuire.
Avviandomi alla conclusione, cosa devo dire? Il numero delle firme per il referendum è troppo alto? Abbassiamolo! Non c'è nessuno di noi che ha preso impegni dal notaio per dire o 50 mila firme o morte. Abbassiamolo! Ma non è quello l'elemento o non è solo quello l'elemento. Bisogna esaltare il ruolo del Consiglio per quanto riguarda i decreti, correggiamolo, rafforziamolo, diamo potere al Consiglio, non ci sono chiusure in quella direzione!.
(Interruzione del consigliere Cappai)
CUGINI (D.S.). Può essere che tu voglia andare in Russia. Può essere. O in Siberia, può essere. Può essere che ci sia bisogno di una passata di Siberia e di Russia! Ma ci sono dei difetti…
(Interruzioni)
Fatemi fare una battuta: ci sono dei difetti dai quali non si guarisce e voi siete portatori in molte occasioni di difetti che speriamo non si diffondano.
Allora, io penso che, volendo, si possa assumere anche una funzione: le forze politiche maggiori, Forza Italia, non voglio offendere nessuno, la Margherita, e i D.S. avanzino una proposta di Statuto o avanzino tre proposte di Statuto, o due proposte di Statuto, si portino in discussione in Commissione e si dia alla Commissione autonomia quella funzione che noi rivendichiamo che debba avere e si esca da questa idea che si scrive con tutte le mani del popolo sardo, perché non è così. Per parlare di popolo, bisogna averlo frequentato.
(Interruzioni)
Per parlare di popolo, bisogna averlo frequentato. Se vogliamo aprire un confronto e una sfida su questo, lo facciamo dopo la discussione, magari può servire per partecipare meglio al confronto.
Allora io penso che si debba dire che si possono azzerare tutte le esperienze sin qui maturate, compresa l'ultima della Commissione, ma non si può dire che c'è bisogno dello Statuto e poi non facciamo un passo perché lo Statuto venga portato in discussione. Si avanzino le proposte, sappiamo che la Commissione autonomia non ha tutti gli strumenti sufficienti per scrivere lo Statuto, lo sappiamo. Bisogna essere consapevoli che c'è bisogno di un apporto esterno alla Commissione che va ricercato, io aggiungo che va ricercato unitariamente; gli interlocutori, il numero che si decide, vanno scelti in modo paritario per essere aiutati a scrivere uno Statuto moderno che risponda alle esigenze che abbiamo domani, non oggi. Può essere questa una strada. C'è già la proposta dei colleghi di Alleanza Nazionale in Commissione, può essere una strada, valutiamo se può essere una strada. Certo è che la strada che abbiamo imboccato porta ad un vicolo chiuso, allora azzeriamo le proposte o le iniziative che sono state fatte sin qui, incarichiamo la Commissione autonomia di farsi carico di questo grande problema e portiamo avanti la discussione unitaria sui temi dello Statuto.
L'obiettivo che noi dobbiamo avere, se vogliamo essere conseguenti con le considerazioni che facciamo, è quello di costruire la base, la legge, la norma per la nuova Assemblea del 2009. Abbiamo bisogno quindi di una discussione sullo Statuto, di una discussione sulla legge elettorale e, in questa fase, fare in modo che i poteri del Consiglio regionale vengano incrementati e non ridotti. Questi sono i temi che io ho detto modestamente e che propongo alla valutazione pensando alla discussione della conciliazione e non della rottura.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Mario Floris. Ne ha facoltà.
FLORIS MARIO (Gruppo Misto). Signor Presidente, colleghi del Consiglio, se l'interesse dei sardi, sulla legge statutaria, è pari a quella che hanno il Presidente della Regione, gli Assessori e i consiglieri regionali, chi l'ha proposta sarà felice di constatare quanto è vicino alle ansie, alle aspirazioni, ai bisogni del popolo sardo. Ne dovrà essere senz'altro felice.
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE SPISSU
(Segue FLORIS MARIO.) La verità è che in questa Regione siamo in uno stato, come è stato detto altre volte, di emergenza democratica. Si va avanti in una situazione confusionale e schizofrenica a colpi di machete, ora a destra, ora a manca, tagliando e sfoltendo senza avere un disegno complessivo di riforma che forse è soltanto nella mente di chi ritiene che tutto questo debba rimanere nel suo cervello, forziere dell'autonomia della Sardegna; di giorno in giorno assistiamo a questa nostra storia recente, contemporanea, dove tutto viene scardinato, anche le strutture portanti con cui, pure fra mille difetti, forse per responsabilità o anche demerito delle classi politiche che si sono succedute in questi decenni, la Sardegna ha viaggiato verso condizioni di vita e di progresso notevoli, sottratta così da condizioni di arretratezza e di sottosviluppo ataviche che la storia del nostro popolo non meritava.
Con questa iniziativa si aggiunge un ulteriore tassello al cuneo che, dall'inizio della legislatura, è stato infilato nei cardini dell'autonomia. Ancora una volta, con l'iniziativa che oggi inizia il suo percorso conclusivo, il Consiglio regionale, questo Consiglio regionale, non coglie l'occasione e l'opportunità di un cammino virtuoso per il futuro della Sardegna, costruendo regole moderne in grado di assecondare le aspirazioni più alte e nobili di autogoverno e di progresso del popolo sardo. Siamo fermi al passato, passato tuttavia nobile ed esaltante, che ha portato, come dicevo, la Sardegna e i sardi dalle rovine dell'arretratezza dell'ultimo conflitto mondiale a condizioni di autogoverno e di sviluppo civile ed economico di primo livello e di primo piano nel paese e in Europa, in tutto il contesto internazionale, forse non più adeguato e sufficiente a competere nelle sfide di modernità che ci sono e che vanno in qualche modo seguite, di progresso in atto, di un cambiamento veloce e radicale che c'è.
L'economia, lo sviluppo, la crescita e la capacità di conoscere e di decidere, di governare i processi interni di cambiamento e di inserirsi in maniera concreta e positiva nelle nuove tendenze culturali, sociali ed economiche del nostro paese e di quelle, ripeto, europee e internazionali, dipendono molto, e non poco io credo, in maniera esclusiva e determinante dalle scelte che noi, che questo Consiglio regionale saprà fare, dandosi non queste regole (poi ne discuteremo ovviamente), ma dando alle istituzioni regionali e alla stessa società sarda regole chiare, funzionali, organiche, praticabili, certe.
Invece, come altre volte nel recente passato dal 1999 ad oggi, dalla legge costituzionale numero 1 del 1999 alla legge costituzionale numero 2 del 2001, e ai giorni nostri, ha attraversato tutte le forze politiche, culturali e sociali dell'isola, tutte le maggioranze che si sono potute costituire e che si sono costituite, non sono state colte queste opportunità, sono stati perduti tempi ed occasioni per dare alla Sardegna e ai sardi gli strumenti possibili di cui ha bisogno per stare a competere nella modernità e nel progresso. Siamo invece costretti ad una continua rincorsa, a recuperare il tempo e le occasioni che, nel solo nostro paese, non parliamo degli altri, abbiamo visto passarci davanti e che, con nostra responsabilità, abbiamo lasciato che ci sopravanzassero, ricordo tutti i discorsi che facevano: "stanno trattando il federalismo", "bisogna correre", "difendere la specialità", ma era sempre una rincorsa a vuoto.
Oggi ci troviamo in questa situazione; siamo cioè ad un punto di non ritorno, ad un punto in cui è necessario fermarsi - lo dico all'Assessore, sensibile a questi argomenti - e riflettere prima di fare un altro passo, secondo me, verso il baratro. Le cronache di questi giorni ci hanno portato le voci del dissenso, di un dissenso profondo all'interno del conclave di Arborea, in cui la maggioranza si è confrontata al suo interno sulle cose fatte e sulle cose da fare.
Così come ci hanno portato le voci del dissenso di importanti ambienti ed espressioni della più forte componente del Governo regionale, dei D.S., sulle recentissime scelte del Piano sanitario e sulla punizione inflitta alla sanità pubblica della città di Cagliari. "Giù le mani dagli ospedali", titola "L'UNIONE SARDA" di martedì 23 gennaio scorso, a pagina 5, dando ampio risalto alle dichiarazioni del deputato Emanuele Sanna e del collega Silvio Cherchi, salvo dimenticare che il Piano sanitario è stato approvato da una maggioranza nella quale i D.S. hanno una parte preponderante. "I D.S. chiedono la modifica del Piano sanitario regionale", titola a pagina 33 sempre di martedì 23 gennaio, il "Giornale di Sardegna", riferendosi ad un ampio resoconto dell'incontro di Arborea. Ma mi domando e domando: il Piano regionale sanitario, che sta portando gli sconvolgimenti che giorno dopo giorno registriamo, non è stato forse approvato da questa maggioranza?
Così come le cronache politiche ci dicono che, sempre ad Arborea, sono emersi dubbi e contrarietà sull'opportunità e sull'utilità di andare ad approvare una legge statutaria, come questa che viene proposta, in mezzo a fondate perplessità sui suoi contenuti e sui suoi limiti in ordine di rispondenza alle reali esigenze di riforma. Ma chi ha voluto una tale legge? Chi sta proponendo una tale legge? Solo ed esclusivamente la maggioranza; di quella maggioranza una parte la contesta, ma nulla può, evidentemente. Io ho ascoltato volentieri, in altri tempi, il collega Cugini, quando era il Capogruppo dei D.S., quando i D.S. erano un partito e non avrebbero mai consentito a nessun Presidente di nessuna Regione, eletto o non eletto dal popolo, di poter andare avanti senza il consenso e l'avallo di una forza politica così nobile e gloriosa.
Allora questi sono i ritmi che ci vengono proposti e queste le riforme, anche se sono scelte e ritmi che contrastano con un assetto ordinamentale che ha regole funzionali ad un corretto e armonico svolgimento della vita delle istituzioni e conseguentemente della società nella quale e per la quale hanno il compito fondamentale di essere non distributori di potere ma regolatrici di civiltà e quindi della crescita del nostro popolo. Ad Arborea le cronache ci dicono che un germe di questo ragionamento è stato posto. Apprezzeremmo molto che possa manifestarsi nel dibattito, nel confronto e nelle decisioni, per evitare che si portasse a compimento un disegno destinato a soddisfare pochi interessi a discapito dell'interesse generale del popolo sardo di avere regole condivise, che possano esaltare, valorizzandolo al massimo, il ruolo della nostra autonomia che, come diciamo sempre, è un'autonomia speciale. Ci troviamo invece ad essere una Regione ad autonomia ordinaria proprio nelle regole fondamentali ovvero nella legge elettorale, che è il cardine della democrazia, che non è stata voluta nella passata legislatura, che non la si vuole oggi per portare avanti un'esperienza che, se non ci fosse stata questa legge elettorale, non avremmo avuto nella nostra Isola.
E' utile ricordare, per chi se ne fosse dimenticato (lo ricordo non per fare un torto al presidente Soru, che non c'è, ma per testimoniare la sua coerenza su questo argomento), quello che è ormai un aneddoto: in campagna elettorale, nel corso di un confronto televisivo, ad una mia precisa domanda, il presidente Soru ha prima detto, e poi confermato, che, se ci fosse stata una legge elettorale diversa, non si sarebbe candidato, ovvero, cari colleghi del Consiglio, non avremmo avuto Renato Soru Presidente della Regione. Ed è anche per questo dunque che il Presidente vuole che si approvi questa legge statutaria ma non la legge elettorale, non lo Statuto di autonomia, cioè le regole che sono alla base della democrazia autonomistica. Una legge statutaria, signor Presidente del Consiglio, che è un coacervo di norme di altra natura e di altro contesto, una serie caotica di tessere, perché ci siamo messi a lavorare su un testo che non era nostro. Era il testo pensato, ma da chi? Dal Presidente della Regione eletto dal popolo; per quanto uno possa emendare, cancellare, è di fronte ad un testo ideologico, che è difficile da cambiare. La maggioranza non l'avrebbe mai cambiato. Una legge statutaria che è un coacervo di norme di altra natura, una serie caotica di tessere che non consentono la composizione di un mosaico nel quale è possibile edificare con nitidezza l'opera che si è voluta realizzare.
Nel testo che è stato posto alla nostra attenzione, c'è un po' di ogni cosa, c'è una parte di Statuto, c'è una parte di legge elettorale, c'è una parte di conflitto di interessi, c'è una parte di legge statutaria vera e propria, quella che regola i rapporti tra poteri, ovvero quelle parti di interesse diretto al rafforzamento del potere esecutivo del Presidente della Regione, nello specifico quelle parti che fanno da collante di una coalizione di supporto ad un Presidente oligarca di qualsiasi appartenenza non importa.
Entreremo nel dettaglio (qualora si dovesse passare all'esame degli articoli), anche se l'auspicio è che la maggioranza si ravveda e ritiri questo provvedimento destinato ad acuire i conflitti e a creare danni importanti. Per il momento limitiamo alcune osservazioni al contesto generale, rimanendo nell'ambito del presidenzialismo (sul quale poi contesteremo alla radice alcuni principi), per dare un contributo.
Il testo consente di fare due apprezzamenti. Due intanto sono i limiti essenziali del provvedimento, il primo è nel metodo - che è stato voluto e seguito - di una maggioranza arroccata su un progetto non condiviso e non condivisibile; il secondo è l'aver privilegiato un percorso di importanza successiva e secondaria rispetto al tracciato costituzionale e alla stessa gerarchia delle fonti che privilegiano, invece, lo Statuto e la legge elettorale. I capisaldi sono nella legge costituzionale numero 1 del 1999 e nella legge costituzionale numero 2 del 2001, che delineano un assetto istituzionale ed un percorso, che le Regioni devono percorrere, assolutamente diverso da quello che il Presidente ha imposto alla sua maggioranza e che insieme vogliono imporre all'intero Consiglio, avendo tenuto lontani tutti i gangli vitali della società che hanno invece il diritto di essere coinvolti e partecipare attivamente alle scelte, specie quelle fondamentali per la democrazia e per lo sviluppo della nostra Regione.
La legge statutaria in discussione, per esempio, elude totalmente il principio sancito dal secondo comma dell'articolo 15 dello Statuto di autonomia, come modificato dall'articolo 3, primo comma, della legge costituzionale numero 2 del 2001, che pone al centro delle regole come cardine del sistema specificatamente, leggo testualmente, "le modalità di elezione" del Consiglio regionale, disciplina dalla quale discendono tutte le altre regole che governano lo Statuto, la vita e l'esercizio delle democrazie autonomistiche regionali. Se non si affrontano prioritariamente questi nodi, come non si è voluto affrontarli nella proposta legislativa, conseguiamo un risultato monco, privo di presupposti fondamentali di organicità, di rappresentatività e di stabilità conflittuale tra gli organi della Regione, funzionali esclusivamente alle aspirazioni di un presidenzialismo spinto, arroccato sul suo fortino, dove anche la maggioranza potrà soffrire le stesse sofferenze, le stesse difficoltà, le stesse prevaricazioni che soffre l'opposizione e tutti i soggetti portatori di interessi legittimi nella nostra società civile.
Con questo sistema, con questo metodo, di fatto viene sottratta, per quanto direttamente ci riguarda, la funzione di centralità dell'Assemblea legislativa, che la Costituzione novellata ha voluto privilegiare, valorizzando la presenza non solo della maggioranza, ma anche dell'opposizione, che oggi, invece, si sta penalizzando. Mi soccorre in questo ragionamento (vorrei che i componenti e gli amici della Commissione prestassero un po' di attenzione) e mi piace citarlo, il professor Pier Luigi Petrillo, dell'Università di Siena, collaboratore del Centro Studi sul Parlamento della Luiss Guido Carli, e in particolare un suo studio sulla forma di governo regionale e sul ruolo delle maggioranze e delle minoranze nel sistema presidenziale come il nostro, con l'elezione diretta del Presidente. Secondo il professor Petrillo, la forma di governo regionale rappresenta un modello assolutamente originale, in cui si è cercato di combinare l'esigenza della stabilità dell'Esecutivo, quindi l'elezione diretta e il rafforzamento dei poteri del Presidente della Regione, senza recidere il cordone del parlamentarismo, cioè la sfiducia consiliare.
A questa originalità dovrebbe corrispondere una forma di opposizione consiliare diversa da quella parlamentare e, potendo ogni Regione definire la propria forma di governo, tante forme di opposizioni consiliari quanti sono i consigli regionali. Si è sottolineato come i nuovi Statuti riconoscano tutti il soggetto "maggioranza consiliare" e lo distinguano dall'Esecutivo. La maggioranza non è il comitato operativo della Giunta, la sua appendice consiliare. Ad essa gli Statuti attribuiscono importanti funzioni a partire dall'insediamento dell'Esecutivo. La maggioranza consiliare, che pure ha sostenuto il candidato Presidente in campagna elettorale, rivendica, in Consiglio, il diritto di conoscere il programma, di ufficializzarlo, quasi per renderlo immutabile e, allo stesso tempo, di vagliare gli Assessori, indicati dal Presidente eletto, riservandosi, in taluni casi, il diritto di sfiduciarli. Si evidenzia, così, un terzo soggetto rispetto al Governo e all'opposizione, quello, cioè, della maggioranza consiliare, che non ha niente a che vedere con la maggioranza politica che ha sostenuto il Presidente durante la campagna elettorale. Il riconoscimento della maggioranza consiliare incide necessariamente sulla forma di opposizione. Quest'ultima, se da un lato dovrà scontrarsi con il Governo e con la maggioranza, dall'altro, potrà, con questa, giocare di sponda, a seconda delle questioni in discussione, tratteggiando sinergie volte anche a rivendicare l'autonomia del Consiglio tout court verso l'Esecutivo regionale. Quindi, la predilezione del Legislatore non è soltanto quella di una funzione di controllo, ma di una vera e propria funzione di alternativa politica all'Esecutivo.
Ho ripreso questo ragionamento proprio per sottolineare l'insufficienza, per non dire l'insussistenza, l'incoerenza e l'irrazionalità del percorso che Presidente e maggioranza hanno voluto portando avanti la legge statutaria che, anziché facilitare la soluzione dei problemi, li esaspera e li rende ancora più confliggenti rispetto a un'imprescindibile esigenza di chiarezza e di stabilità.
Il discorso è infinito e non è possibile in maniera esaustiva toccare tutti i punti e le questioni che meritano riflessione e confronto. Avremo modo di farlo durante la discussione degli articoli. Però voglio concentrarmi su un argomento che, in quest'Aula, riecheggia di tanto in tanto, cioè sulla forma di governo, che riguarda il modo di investitura degli organi rappresentativi della Regione ed i loro rapporti. La definizione delle norme è demandata, come sappiamo, attualmente, per la Regione Sardegna, al sistema descritto dall'articolo 15 dello Statuto, così come ridisegnato dalla legge costituzionale numero 2, la legge statutaria contenente anche le modalità di elezione di Consiglio, Presidente e Giunta regionale, e la successiva disciplina attuativa da prevedere nella legge elettorale regionale. Lo stesso articolo 15 dello Statuto presuppone tanto la possibilità che sia, colleghi del Consiglio, il Consiglio (eletto con sistema proporzionale o maggioritario, o ancora differente) ad eleggere il Presidente della Regione, quindi,possiamo eleggere il Presidente della Regione direttamente noi come consiglieri, o farlo eleggere dal popolo. Questa è una prerogativa che hanno le Regioni a Statuto speciale. Questo è il regime riconosciuto alle Regioni a Statuto speciale, diverso da quello delle Regioni a Statuto ordinario, la cui legge elettorale è vincolata ad altri principi.
Questa faccenda del simul stabunt oltre i paletti, fissato dalla Corte costituzionale, è una cosa superata. La dottrina ha esplicitamente affermato che le Regioni speciali potrebbero allargare il ventaglio di autonomia in materia di forma di governo correggendo questo principio di simul stabunt, fissato dalla Corte costituzionale nella nota sentenza riguardante lo Statuto della Calabria.
Ho visto che il tempo è finito, avremo modo di approfondire l'argomento durante la discussione sugli articoli.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pisu. Ne ha facoltà.
PISU (R.C.). Signor Presidente, Assessori, colleghe e colleghi, credo che in tanti abbiamo avuto un ruolo attivo ed abbiamo manifestato una sostanziale condivisione del processo riformatore in atto, di cui la legge statutaria è parte significativa. Così come altrettanta rilevanza abbiamo dato alla legge elettorale e alla riorganizzazione della Regione, su cui dobbiamo ancora operare.
Tra le riforme, vi è da collocare anche quella fondamentale, che è il nuovo Statuto speciale, che deve finalmente sancire la sovranità della nazione sarda sul proprio territorio, che mi auguro, ritrovando la più larga convergenza, possa arrivare alla discussione del Consiglio regionale, superando le contrapposizioni del passato. Se vogliamo davvero concludere questa legislatura in modo dignitoso per tutti, dobbiamo costituire un Gruppo di lavoro (qui lo accennava anche, mi pare, l'onorevole Cugini) che proponga una bozza di nuovo Statuto, sulla quale poi la Commissione competente avvii le più vaste consultazioni sia in Consiglio sia nei territori, per arrivare in Aula con una grande partecipazione democratica.
Dico questo con sofferenza, perché costretto dai veti incrociati, dalle divisioni passate e presenti che si sono accumulate su questo tema di fondamentale importanza. Vedete, io ho sempre pensato che la scelta più giusta fosse quella dell'Assemblea costituente. Quando questa scelta fallì, per responsabilità del Governo Berlusconi, che prima la promise e poi non la concesse, io sostenni la scelta della Consulta statutaria, pur di raggiungere l'obiettivo del nuovo Statuto. Sembrava fossimo sulla buona strada, quando il centrodestra ha negato la sua disponibilità a parteciparvi. Questi, cari colleghi, sono i fatti, così come essi si sono effettivamente svolti, per cui non resta che verificare la strada del Gruppo di lavoro di cui parlavo prima.
Pertanto, non vi è né vi può essere, per quanto riguarda me e la mia parte politica, nessun pregiudizio alle riforme e, nella fattispecie, alla legge statutaria. Vi è invece l'esigenza, anche forte, di entrare nel merito della filosofia che lega tali leggi, oltre al dovere di formulare una valutazione di merito al testo oggi in esame.
Pertanto, dico subito che mi trovo in gran parte in disaccordo con il disegno di legge presentato dalla Giunta, ma anche con quello esitato dalla prima Commissione. Il taglio è fortemente presidenzialista, voi sapete che il Partito della Rifondazione Comunista è da sempre contrario a tale forma di governo, senza peraltro alcuna nostalgia per il passato, per il sistema che vigeva nella prima Repubblica. Questo perché non è vero che vi è più efficienza ed efficacia nell'azione di governo con questo sistema. E' vero, invece, che tale scelta ha mortificato il ruolo dei partiti che, è vero, sono in ritardo nell'adeguarsi alla volontà di partecipazione dei cittadini, ma soprattutto ha messo in secondo piano le assemblee consiliari, svuotandole della valenza democratica e di rappresentatività che dovrebbero avere. Tutti noi possiamo constatare la decadenza in cui si trovano oggi i consigli comunali dove, in particolare, le minoranze sono ridotte ad un ruolo puramente decorativo delle aule consiliari. Ma a tutta questa devastazione della cultura democratica e parlamentarista, mi paiono poco interessati coloro che, a piccole e grandi dosi, ci somministrano il presidenzialismo, propinandoci teorie di stampo post democratico.
Una forma di governo, il presidenzialismo, che, con i suoi effetti nefasti, porta a far assumere le più importanti decisioni, a far dipendere le sorti di Giunta e Consiglio, a far da padrone, per dirla in una sola parola, ad una sola persona, il Presidente, appunto. Se poi qualcuno ha firmato un programma che prevedeva il presidenzialismo, io credo che abbia fatto male, anzi, ha fatto malissimo. Per questo io non voterò mai una norma di legge sul presidenzialismo, ne faccio una questione di coscienza per non essere sottoposto ad alcuna disciplina.
In questa legge statutaria si è scelto di dare una palese preminenza alla figura del Presidente sulla maggioranza e sul Consiglio regionale. Egli non solo può nominare e revocare gli Assessori, come nell'articolo 65 prevedeva lo Statuto Albertino, in cui il Re nominava e revocava i ministri, ma può mandare a casa, in ogni momento, il Consiglio regionale e questo può accadere senza che il Consiglio possa mandare a casa il Presidente per giustificato motivo, senza per questo interrompere una legislatura, magari prevedendo l'istituto della sfiducia costruttiva. Va da sé che, in questo caso, la figura di un Vicepresidente è fondamentale e dovrebbe sostituire il Presidente sfiduciato. Mi pare che qualcuno abbia detto: "Chi l'ha detto?". Lo dice la legge, se ci si riferiva nell'interruzione, diciamo, al fatto che la maggioranza può mandare a casa il Presidente, sì, lo può mandare a casa, ma manda a casa se stessa, è evidente questo.
Un altro aspetto che mi ha lasciato senza parole riguarda i referendum, dove la Commissione è riuscita a peggiorare persino la stessa proposta della Giunta regionale nella quale, per il referendum abrogativo, si elevano le firme necessarie da 10 mila a 50 mila, questo dopo aver affermato, si scrive testualmente "che la Regione promuove la partecipazione democratica dei cittadini", figuriamoci se si favorisce la partecipazione democratica dei cittadini elevando le firme da 10 mila a 50 mila, quintuplicandole, dunque. Credo che ci si renda perfettamente conto che, in questo modo, tale referendum è reso automaticamente impossibile. Si pensi che 50 mila firme sono necessarie per presentare una proposta di legge di iniziativa popolare a livello nazionale. Tra l'altro, non è giustificata tale scelta neanche dal fatto che ci sarebbe stato un abuso di questo istituto in quanto un referendum abrogativo non è stato mai indetto in Sardegna.
Analoghe considerazioni mi sento di fare per il referendum propositivo, per il quale si sono elevate le firme necessarie per indirlo da 10 a 30 mila, e poi sapete a cosa occorrono queste firme? Se, dopo un anno dal deposito, il Consiglio non delibera sulla proposta, 30 mila firme servono ad ottenere che venga indetto un referendum, ma non per approvare la legge, solo per far sì che, entro un ulteriore anno, il Consiglio regionale ne discuta. E' incredibile tutto questo! In altri termini, un comitato di sardi volenterosi dovrebbe raccogliere ben 30 mila firme per ottenere che, dopo tre anni, la proposta venga discussa in Consiglio regionale, molto probabilmente per vedersela bocciare.
Sul referendum consultivo c'è da fare una seria riflessione se non vogliamo anche coprirci di ridicolo; esso resta con 10 mila firme, è vero, serve a dare impulso al Consiglio regionale affinché deliberi su un tema di grande importanza. Si sostiene che può essere chiesto dallo stesso Consiglio regionale, così si vuole che, il Consiglio, chieda di stimolare se stesso. Mi pare di poter dire che questi referendum, così impostati e proposti, perdano di vista il soggetto principale, i cittadini, cioè il corpo elettorale.
Ciò che mi pare molto grave è che, da questa legge statutaria, si evince l'idea che lo spirito dei sardi è interpretato direttamente ed esclusivamente dal Presidente. Questa interpretazione non può essere messa in discussione da un Assessore, pena la revoca, né dal Consiglio regionale, pena lo scioglimento, e neppure, come dicevo poc'anzi, dal corpo elettorale al quale viene reso praticamente impossibile perfino tentare di dimostrare che vi è una frattura fra Presidente e volontà popolare attraverso il referendum.
Credo che non sfugga a nessuno il rischio per la nostra cultura democratica di un'impostazione così autoritaria della legge che sancisce, codifica e istituzionalizza la vittoria delle forze della cultura populista che ben conosciamo ed ha avuto sempre esiti letali per la democrazia.
Queste sono alcune considerazioni generali che, nel breve tempo a disposizione, ho voluto fare e che mi è sembrato importante porre alla vostra attenzione in questa discussione, riservandomi di intervenire nel corso del dibattito sull'esame degli articoli. Per concludere, voglio dire che, se questa legge non verrà modificata, sarà difficile condividerla e dunque anche votarla.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Murgioni. Ne ha facoltà.
MURGIONI (Fortza Paris). Signor Presidente, signor Assessore, colleghi e colleghe, questa proposta di legge statutaria giunge all'esame dell'Aula in un momento particolarmente difficile della nostra vita sociale, in tempi e modi, quali l'assenza di un vero confronto con le forze di opposizione, di una fase di approfondimento e di concertazione con enti locali e con le parti sociali, su dei temi che, al contrario, necessitano assolutamente di un vasto coinvolgimento. Tempi e modi, dicevo, che non possono non essere stigmatizzati negativamente.
Oggi la Sardegna è attraversata da una crisi economica e sociale devastante, fatto innegabile, lo denunciano apertamente le rappresentanze sindacali, le associazioni imprenditoriali e quelle di categoria. Anche la Chiesa, nel porre l'accento sul sorgere di nuove e drammatiche povertà, lancia un serio monito ad intervenire per contrastare il fenomeno. Persino la famiglia, il cardine su cui poggia la nostra civiltà, che affonda le sue radici nel cristianesimo, è entrata in crisi, messa al bando da un malcelato senso di modernità e di aperture sociali cui si accompagnano scelte che, andando contro natura, ne minano l'istituzione plurimillenaria.
In questi difficili frangenti, chi lavora e produce nell'isola si sarebbe aspettato delle risposte concrete ai problemi che lo assillano. I tanti disoccupati e i tantissimi in cerca di prima occupazione si sarebbero aspettati altrettante risposte per dare ristoro alla loro sete di lavoro. Con essi, settori portanti della nostra economia, come il turismo, l'agricoltura e la pastorizia, il commercio e l'artigianato, sono in angosciosa attesa di risposte che solo un'adeguata politica finanziaria può dare. Tutte quelle iniziative cioè che un buon Esecutivo non avrebbe tardato ad assumere per far fronte alla crisi incombente, per dare risposte al mondo imprenditoriale e, soprattutto, a chi attende di poter rientrare nei processi produttivi o entrare, per la prima volta, nel mondo del lavoro.
Ebbene, visto il ritardo accumulato, invece di dar corso alla nuova manovra finanziaria, si dà la precedenza ad una legge che, in una scansione logica, dovrebbe approdare in Aula solo dopo l'adozione di una nuova legge elettorale e solo dopo che la Sardegna si sia dotata di un nuovo Statuto di autonomia speciale. Uno Statuto, quello vigente, che, a parere unanime, dopo quasi sessanta anni, mostra i segni del tempo e necessita di una profonda opera di rivisitazione. Invece, ad oggi, non ci è dato conoscere il contenuto di una manovra finanziaria che il Presidente si sofferma a presentare in alcune sommarie linee di indirizzo ai sindacati o alle parti sociali, oggi anche alla sua maggioranza, ma la cui interezza a nessuno è dato conoscere. Questo importantissimo strumento finanziario, indispensabile per sostenere ed incentivare lo sviluppo e per porre un argine alla crisi latente, viene ancora oggi parcheggiato nei meandri regionali e questo è dovuto alla volontà di dare la precedenza ad una legge statutaria che, nella sua accezione più pregnante, tende quasi esclusivamente a configurare un maggior potere, oltre a quello vasto già posseduto, in capo al Presidente della Regione.
Siamo ad uno stravolgimento della razionalità, a un rovesciamento dei valori che non ha nessuna ragione d'essere. Per protestare contro questa incongruenza, noi forze d'opposizione abbiamo fatto ricorso allo strumento eccezionale dell'occupazione dell'Assemblea; un'occupazione nata con lo scopo di indurre la Giunta regionale e la maggioranza a garantire tempi certi nei quali portare la finanziaria all'esame della Commissione competente e questo non per un atto di gratuita arroganza, ma perché purtroppo siamo privi di altri strumenti per sensibilizzare una maggioranza che appare sempre più chiusa in una sorta di campana di vetro impenetrabile e perciò sempre più lontana dalla realtà.
Attendiamo ora che voi onoriate l'ordine del giorno congiuntamente sottoscritto, anche se continuiamo a rimarcare come erronea la scelta di procedere dando la precedenza alla legge statutaria. Tale scelta non può essere giustificata dalla necessità di promuovere una seria riforma delle nostre istituzioni regionali se si inverte il percorso logico che prevede prima l'adozione di altre misure. Infatti, se tanta è la frenesia riformistica, se così forte si sente la necessità di porre mano alle riforme, perché non partire almeno dalla legge elettorale? Una legge elettorale che oggi è sempre più necessaria e urgente per trovare rimedio ai guasti di quella attualmente in vigore.
Nessuno può negare, infatti, che i Partiti abbiano perso il ruolo propositivo e di interpreti della società e dei bisogni dei cittadini, mentre un individualismo di maniera governa la politica. La partecipazione popolare viene minata (mi riferisco alle sottoscrizioni per il referendum portato da 10 a 50 mila firme, appena evidenziato dall'onorevole Pisu) e messa in pericolo. Il Consiglio è talmente ridotto a un ruolo marginale e di scarsa incisività. Questo nostro Parlamento, che è stato vanto e orgoglio della riscossa del popolo sardo negli anni difficili della ricostruzione postbellica e del rilancio economico, oggi non riesce a svolgere quel ruolo di prestigio e autorevolezza avuto nel passato. Se infatti ci troviamo di fronte alla paralisi attuale delle istituzioni, nella quale la distanza fra Palazzo e cittadini è aumentata in maniera abissale e gli spazi di democrazia partecipata si sono notevolmente assottigliati, è proprio a causa di una legge elettorale iniqua e dannosa.
Se tale legge oggi è in vigore, ciò è dovuto ad una colpa che tutti indistintamente dobbiamo assumerci. Essa è il frutto di una inerzia legislativa che si è verificata nella passata legislatura, quando il Consiglio in carica recepì supinamente la legge statale studiata per Regioni a Statuto ordinario e con scenari politici, culture e storie differenti. Un errore fatale per chi come noi è dotato di un ordinamento regionale a statuto speciale di autonomia. Uno smacco per noi che abbiamo in materia competenza non concorrente. La nostra potestà autonoma si è piegata ad accettare una legge dello Stato senza neppure un sussulto di dignità nel far sì che fosse almeno recepita con le opportune modificazioni a salvaguardia della nostra autonomia. Una legge elettorale che non esito a definire liberticida della nostra tradizione autonomistica, lontana dalla cultura politica e parlamentare della nostra terra.
Eppure la nostra è un'isola che ha dato i natali a illustri pensatori che, nei secoli passati, con le loro opere e con i loro scritti, vedi soprattutto Giommaria Angioy e Giovanni Battista Tuveri, hanno determinato il nascere di una corrente di pensiero volta a un effettivo autogoverno dei sardi - questo lo diceva Giommaria Angioy - o mettere l'accento nel panorama politico italiano sulla questione sarda all'interno di una più vasta questione meridionale, questo lo ribadiva Giovanni Battista Tuveri. E' grazie anche a questa corrente di pensiero che, agli inizi del secolo scorso, durante gli eventi bellici della cosiddetta "grande guerra", la prima guerra mondiale, dove la fiera indole dei sardi si strinse a difesa di una patria più grande e vasta, l'Italia, sino allora quasi sconosciuta alle masse di contadini e di pastori sardi, i nostri avi capirono l'importanza di quel comune sentire fatto di lingua, tradizione e cultura che li faceva essere popolo e nazione all'interno dello Stato italiano.
Nacquero valori che, pur essendo all'epoca sotto un regime statuale monarchico, non impedirono ai grandi e coraggiosi pensatori di sognare nuovi orizzonti per la loro terra, spingendo i sardi a recuperare la propria identità e l'unità di popolo purtroppo perse con la rinunzia volontaria all'istituto di autogoverno dei sardi, gli Stamenti, in nome della fusione perfetta. Fra tutti Camillo Bellieni, fondatore del Partito Sardo d'Azione e padre nobile del pensiero sardista, nei primi anni '20 del secolo scorso, con luminosa intuizione, prefigurò la nascita di un'Europa unita dei popoli e delle nazioni e auspicò per la Sardegna, in virtù della sua specificità storica, politica e culturale, una dimensione statuale autonoma all'interno dello Stato federale italiano. Gli anni delle esperienze autonomistiche e di ricostruzione postbellica che seguirono la seconda guerra mondiale furono improntati alla fiera esaltazione di quei valori di autodeterminazione del popolo sardo, acquisiti ormai universalmente con una classe politica capace di promuovere forme avanzate di autogoverno e di avviare con le proprie forze il difficile cammino verso lo sviluppo e la ricostruzione.
Sempre siamo andati orgogliosi di queste radici, a prescindere da quale Governo guidasse il nostro popolo, e delle diverse spinte ideologiche, ma oggi questa legge elettorale sembra allontanarci proprio da queste tradizioni esaltando i valori del singolo e riducendo quelli della partecipazione della comunità a semplice comparsa.
Come può riconoscersi il nostro popolo in una legge che ha conferito tutto il potere concentrandolo nelle mani di un singolo, per quanto questi possa essere mosso da buoni propositi? Il quale singolo, è bene rimarcarlo, mantiene un ampio arbitrio sul nostro futuro e sul futuro delle nostre risorse non rinnovabili come l'ambiente, appiattendo le istituzioni regionali e la partecipazione democratica alle scelte e piegandole alla sua figura, volontà e in qualche caso necessità. Cito un passaggio della relazione di accompagnamento alla proposta di legge per esplicitare quale ratio sottende al disegno di legge così come è concepito in Giunta: "Il Presidente deve comunque poter contare su una squadra di Assessori che non siano più rappresentanti ognuno di una componente della maggioranza, ma siano invece suoi collaboratori diretti in quanto esecutori e partecipi del programma". Mi domando come i fieri rappresentanti dei partiti della coalizione di maggioranza, sempre attenti a porre in primo piano le ragioni della loro identità politica, si pongano di fronte a questo concetto e come possano accettare una siffatta visione.
Voglio sottolineare che la mia non è un'analisi critica rivolta alla persona dell'attuale Presidente; qui non è l'uomo e il suo agire in discussione, ma la distruzione che una legge obbrobriosa ha comportato per questo ruolo istituzionale. Badate, cari colleghi, in quest'Aula spesso è chiamato con spirito fatalistico il principio simul stabunt simul cadent che, tradotto in volgare, suona più come "muoia Sansone con tutti i Filistei", che mal si addice ad un libero Parlamento. Pensate che davvero legare le sorti di una legislatura ad una sola figura istituzionale sia l'ottimo? Pensate davvero che un Consiglio regionale, che si trova sotto una sorta di spada di Damocle, sia il massimo cui possiamo aspirare? Questo non è più presidenzialismo ma assolutismo, perché infatti il Consiglio non si scioglie solo per dimissioni volontarie o per un voto di manifesta sfiducia; esso è intimamente legato a un'intera casistica, anche per eventi che nulla hanno di politico, che è connessa alla persona del Presidente, eventi che comunque determinano la fine anticipata della legislatura e lo scioglimento dell'Assemblea. Si è mai vista una cosa del genere? Forse in altri regimi.
Per questo motivo, concentro il mio intervento su questi aspetti trascurandone volutamente altri, perché sono assolutamente convinto che se questa Assemblea non recupera la necessaria autorevolezza per avviare un dialogo sulle riforme che parta da un punto fermo, alto e nobile, quello della legge elettorale, per determinare le nuove regole che governino la presenza delle istituzioni, stiamo solo facendoci del male. Se non introduciamo al più presto nella legge elettorale misure che tendano a riequilibrare i poteri, come per esempio la figura di un Vicepresidente, l'introduzione della sfiducia costruttiva per dare la possibilità di poter, in tempi certi e brevi, eleggere un altro Presidente di quella stessa maggioranza uscita vincente dal confronto elettorale, la restituzione in poche parole del ruolo di interpreti della politica per i Partiti, di una effettiva autonomia e incisività per la nostra Assemblea, i sardi non avranno mai più un Parlamento libero e autorevole.
E se è vero che il Presidente è eletto dal popolo, deve essere altrettanto ammissibile che chi come noi, il popolo rappresenta, possa rimuoverlo se palesemente inadeguato al ruolo cui è stato chiamato a rappresentare, senza per questo dover interrompere prematuramente una legislatura ma introducendo un istituto che consenta al Consiglio regionale di esercitare il proprio ruolo di Parlamento dei sardi, magari attraverso l'introduzione di quel voto di fiducia, non voluto nel disegno di legge, alla relazione di metà legislatura del Presidente. C'è eresia in tutto ciò? Non è forse quello che, sia l'opposizione che anche i sardi della maggioranza, auspicano? Non è forse quello che le parti sociali rivendicano? Io credo opportuna una seria riflessione su questi temi e faccio appello alla sensibilità del Consiglio affinché oggi si possa ritirare o perlomeno sospendere questa proposta di legge statutaria per tornare a occuparci con urgenza della manovra finanziaria e per avviare un franco confronto per decidere assieme un costruttivo percorso verso quel processo di riforma delle istituzioni regionali che veda la partecipazione corale e convinta della nostra Assemblea e del nostro popolo.
Pertanto, partendo però proprio dalla legge elettorale, colleghe e colleghi, sino a quando in questa Assemblea non verranno riscritte le regole, attraverso una legge elettorale moderna e che sia a garanzia di una forma vasta di partecipazione, le riforme possibili saranno solo quelle volute da chi con arroganza gestisce il potere. Siete coscienti mi auguro, colleghi della maggioranza, che non governerete in eterno e che quindi una legge elettorale equa ed equilibrata e rispettosa dei ruoli di maggioranza e opposizione si ponga anche a vostra garanzia perché domani non accada a voi quello che oggi lamentiamo noi forze di opposizione.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Diana. Ne ha facoltà.
DIANA (A.N.). Signor Presidente, ho ascoltato con attenzione ovviamente quasi tutti gli interventi, dico quasi, ma non perché non ho ascoltato gli altri insomma, mi sono soffermato soprattutto sulle considerazioni che ha portato l'onorevole Cugini ovviamente, perché più di altri ha aperto con considerazioni che forse fatte qualche mese fa, onorevole Cugini, potevano anche avere un senso diverso.
L'iter di questa legge. Se la devo dire tutta, il disegno di legge della Giunta era certamente un disegno più organico di questo, quanto meno aveva - come dice il presidente Soru - un senso, abbracciava tutto, parlava di legge costituzionale, di legge fondamentale cioè la legge statutaria, la legge elettorale, il sistema di autonomie locali, il conflitto di interessi, la legge di contabilità, le leggi di riforma degli enti regionali e la legge di organizzazione. Poi, forse anche dietro le proteste credo pure legittime di molti consiglieri regionali, che in qualche maniera si sentivano scippati di un ruolo che probabilmente spettava e spetta, come ho sempre sostenuto al Consiglio regionale, non a caso Alleanza Nazionale presentò a suo tempo una proposta di modifica dello Statuto che ancora giacerà non so per quanti mesi e anni immagino. Sono convinto, onorevole Cugini, che sarà difficile che arrivino proposte da parte della maggioranza questa volta, perché da parte dell'opposizione qualche proposta c'è stata, si può condividerla, non la si può condividere, però c'era la volontà comunque di andare in Commissione e discutere sulla riforma dello Statuto che credo fosse prioritario in assoluto. Poi le vostre questioni relative agli impegni presi in campagna elettorale sulla sottoscrizione di modifiche di statuto, di leggi statutarie, di leggi elettorali, questi sono problemi che vi vedono contrapposti e in queste contrapposizioni io cerco di non entrarci insomma.
Ho ascoltato l'onorevole Pisu che, con grande fermezza, voglio dire, in quest'Aula, poi successivamente non so cosa succederà, però ha manifestato la sua volontà di andare contro il presidenzialismo; io per formazione non posso andare contro il presidenzialismo, non perché sia la panacea di tutti i mali, però conosciamo cinquant'anni di mali precedenti cioè cinquant'anni di un Governo che in Italia ha avuto ogni 11 mesi un Presidente del Consiglio dei Ministri diverso, crisi ripetute, governi balneari, questo relativamente al Governo nazionale. Se facciamo l'analisi di ciò che è successo nella nostra Regione, probabilmente andiamo anche oltre questi limiti, abbiamo avuto nella Giunta Palomba forse sei crisi, sette crisi, sì, non si è cambiato Presidente, ma insomma, con la Giunta di centrodestra è successa la stessa cosa; voglio dire che la volontà di avere un premier eletto direttamente dal popolo nasce da questa situazione ma nasce come spinta che arriva dall'elettorato. Non dimentichiamocelo, onorevole Caligaris, ci sono stati dei referendum dove gli italiani si sono espressi all'80 per cento per l'elezione diretta e per la preferenza unica. Non è che lo abbiamo inventato noi Partiti e lei ha voglia di andare contro il Governo Berlusconi perché le vien comodo criticare Berlusconi dimenticandosi di dove era Berlusconi qualche decennio fa. Insomma voglio dire forse è meglio non parlare.
Allora, io dico: abbiamo modificato noi il Titolo V della Costituzione che ha iniziato a creare tutta una serie di problemi in tutte le Regioni, non in quelle a Statuto speciale ma in quelle a Statuto ordinario? Chi è che ha decentrato? Chi è che ha dato poteri ulteriori alle altre Regioni, differenziandoci? Anzi non differenziandoci più, creando tutta una serie di Regioni a statuto speciale che speciali non sono ma lo possono diventare perché se si legge l'articolo 117 della Costituzione, lei si renderà conto di che cosa è possibile in Italia sulla base del Titolo V non modificato dal centrodestra. E' possibile mettere in discussione l'unità nazionale con l'articolo 117 della Costituzione, non modificato dal centrodestra, modificato dal centrosinistra e potrebbe succedere che tre Regioni del nord-est o tre Regioni del centro-Italia, potrebbero decidere di fare una Regione unica; potrebbero decidere di farlo perché l'articolo 117 della Costituzione lo prevede.
Allora perché criticare tanto il centrodestra? Lei pensa che sia stata una gran vittoria forse la sconfitta al referendum delle ultime modifiche del Titolo III e di tutte le altre questioni che riguardano l'elezione diretta del premier? Io non credo! La realtà è che, onorevole Cugini, tutte le nostre difficoltà oggi nascono da noi stessi per primi e nascono dal fatto che, per la prima volta, la Sardegna si è trovata con un Presidente eletto direttamente, che ci ha creato e ci crea grossissimi problemi. Quindi è la condizione tutta che probabilmente non ci permette di affrontare serenamente una legge statutaria, ecco perché abbiamo sempre detto che era meglio affrontare lo Statuto e poi andare per caduta alla legge statutaria e tutto ciò che ne deriva.
Ecco perché dico che aveva più senso la legge fatta dalla Giunta, quanto meno aveva un disegno. Questa legge che noi stiamo esaminando, se si fosse fermata, e dico si fosse fermata, solo ed esclusivamente al dettato dell'articolo 15, avremmo discusso e ne stiamo discutendo. Però, (lo cito anche se non ricordo esattamente), secondo l'onorevole Maninchedda, che ha fatto delle considerazioni relativamente alle funzioni del Presidente della Regione, abbiamo ulteriormente aggravato la situazione e la stiamo ulteriormente aggravando; ha perfettamente ragione! I poteri che gli sono conferiti dalle norme vigenti sono integrati da ulteriori appesantimenti che certamente non ci fanno prefigurare e configurare una situazione che ci può far ragionare serenamente. Cioè non ci avete messo, all'interno, che poteva defenestrare Mario Diana da Presidente di Alleanza Nazionale, perché grazie a Dio ci ha pensato qualcun altro. Ma, voglio dire, la strada è quella, insomma! Stiamo arrivando al punto che il Presidente della Regione potrebbe financo modificare gli assetti dei Gruppi. Mi pare un'esagerazione!
Sto estremizzando chiaramente, vorrei farne a meno, però la realtà è che questa legge nasce, primo, con l'abolizione del preambolo; mi chiedo come si può partorire una legge statutaria senza un preambolo. Vogliamo dire ai sardi di che cosa stiamo parlando o no? Oppure ci dobbiamo appiattire sul fatto che l'articolo 1 dice che: "La presente legge, in attuazione dell'articolo 15…", eccetera eccetera? Benissimo. Vi tralascio l'articolo 2, perché credo che sia l'aberrazione del diritto, della politica e dello Statuto. Non è assolutamente possibile. Al periodo di Meucci e di Marconi, cosa avremmo dovuto fare, sulla falsariga di quello che avete scritto nell'articolo 2? Quali garanzie, quali convincimenti possiamo dare noi al popolo sardo, se ci piace chiamarlo popolo sardo, ai cittadini della Sardegna? Che cosa possiamo trasferire come novità? Che con questa legge noi abbattiamo il divario economico fra la gente? Che diamo risposte al mondo dell'agricoltura, al mondo dell'industria, ai disoccupati, ai sindacati che scendono in piazza e scenderanno ancora, e bene hanno fatto oggi a protestare come hanno protestato? Pensate che, con questa legge, si possano risolvere tutti i problemi della Sardegna? Però è prioritaria, è diventata una legge che anticipa leggi molto ma molto più sentite, molto più attese.
Allora diventa difficile per un'opposizione non prendere in esame i 50 mila del referendum. Certo, ha detto l'onorevole Sanna, mi pare, che in una settimana sono state raccolte 24 o 25 mila firme. Sì, onorevole Sanna, stiamo parlando di un problema estremamente sentito, perché se avessimo fatto un referendum o la ricerca delle firme per ricercare il consenso della popolazione su un argomento meno sentito, le assicuro che 25 mila firme era impossibile raccoglierle. E' quando l'argomento è sentito che allora la gente risponde.
(Interruzione del consigliere Francesco Sanna)
DIANA (A.N.). Certo che il referendum è per quello. Io sono d'accordo con lei che non si può fare un referendum per tutte le cose. I referendum si fanno quando ci sono fondati motivi perché la popolazione intervenga e dica la sua. Però, dalla nostra parte, uno degli argomenti che certamente è stato oggetto di discussione è il fatto che portare a 50 mila le firme sembrava quasi, in presenza di raccolta di firme per il referendum sul PPR, un fatto che volesse, come dire, cercare di creare dei problemi. La gente i problemi non se li lascia creare perchè, quando deve intervenire, interviene, come è intervenuta in una settimana in una maniera massiccia, straordinaria. Forse in nessuna Regione d'Italia si è verificato un fatto di questo genere. Vi dico di più, che uno forse si è verificato, si è verificato in Friuli, sapete quando? Quando, in Friuli Venezia Giulia, il Consiglio regionale ha deciso di lasciare la via dell'elezione diretta del Presidente della Regione e di tornare alla via parlamentare. Sapete quanto ci hanno impiegato a raccogliere le firme necessarie? Molto ma molto poco! Ma la cosa più grave, dico grave tra virgolette, per chi ha partorito quella legge, è che poi si è andati al referendum e il Friuli Venezia Giulia, a stragrande maggioranza, ha bocciato la legge che il Consiglio regionale aveva fatto.
Siamo di fronte a questa situazione, saranno gli stessi tempi? Sono passati quattro anni, forse cinque, siamo ancora in questa situazione. Vogliamo presentarci al corpo elettorale dicendo che qui si vuole smantellare, da come dice l'onorevole Pisu, da come dice l'onorevole Caligaris, che il sistema presidenzialista è così troppo forte, troppo spinto. L'elezione diretta del sindaco i suoi risultati li ha dati, l'elezione diretta del presidente della provincia i suoi risultati li ha dati, non credo che siano peggiori di quelli che abbiamo visto nelle legislature precedenti.
Perché la Regione Sardegna è diversa? La Regione Sardegna è diversa, perché ciò che stiamo vedendo noi in Sardegna, probabilmente, non lo vede ancora nessuno a livello nazionale, perché Formigoni è stato rieletto, Galan è stato rieletto, Errani è stato rieletto, tutti i Presidenti delle Regioni in linea di massima hanno fatto due mandati, a meno che non avessero operato in maniera politicamente, non dico scorretta, ma non avessero dato risposte agli elettori e hanno perso le elezioni. Solo questo. Ma nessuno si è lamentato come si sta lamentando il popolo sardo dello strapotere del Presidente. Un conto è averlo il potere, un conto è abusare di quel potere. E' qui che nascono le nostre perplessità ed ecco che se noi ci mettiamo di traverso, cerchiamo di far ragionare, non più il presidente Soru, guardate, perché adesso la partita non è tra noi e il presidente Soru, ma voi, perché la partita è tra noi e voi, tra la maggioranza e l'opposizione. La partita si gioca su questo tavolo, voi dovete assolutamente escludere il presidente Soru. Come la pensa il presidente Soru lo sapete bene voi e lo sappiamo molto bene noi.
Allora mettiamoci d'accordo. Siamo tutti d'accordo col presidente Soru? O siete tutti d'accordo col presidente Soru? O non siamo in sintonia su alcune scelte che il presidente Soru fa? Se non siamo in sintonia, bisogna che qualcuno glielo faccia capire e, se non lo capisce, è giusto che esista una mozione di sfiducia motivata, alla quale poi bisogna dare gambe, ed è giusto che ci sia in una legge statutaria. E' giusto che ci sia! Ma a cosa serve una mozione di sfiducia motivata, se poi nessuno di noi ha il coraggio di votarla per quanto motivata sia? Guardate, la più motivata di tutte è quello che decada perché interviene il Presidente della Repubblica, allora non c'è bisogno della mozione di sfiducia. Ma per come ci siamo conosciuti e per come ci conosciamo, per come sta andando questo nostro paese, beh, io vi assicuro che mai e poi mai verrà votata una mozione di sfiducia per quanto estremamente motivata.
Allora come si esce da questo ginepraio, da questa situazione che certamente ci crea numerosissimi problemi? Ho citato l'articolo 2, dove si parla di partecipazione dei cittadini, mi sarebbe piaciuto discutere sul preambolo, onorevole Pinna Stefano, avremmo discusso quanto meno delle cose che sentiamo tutti quanti, dove si differenziano le ideologie, ammesso che esistano ancora e io dico che esistono ancora. Ma come si può affrontare una materia di questo genere e non parlare dell'interesse nazionale? Come si può affrontare un problema di questo genere? Perché dobbiamo continuare a dividere la gente? Perché riportare il Consiglio delle Autonomie locali, quando c'è un articolo della Costituzione, il "123", che ci dice come dobbiamo operare? L'avevamo già fatta la legge sulle autonomie locali, ci volete tornare sulla legge statutaria? Non ve l'ha chiesto nessuno, non è previsto da nessuna parte, non è un obbligo che la riportiate, invece ne avete fatto vanto e ne continuate a menare vanto. Naturalmente, il Consiglio delle Autonomie, non dico che insorge, ma come può non pensare di avere, nelle ineleggibilità e incompatibilità, osservazioni? Per quale motivo, io che sono stato il primo a dire che i Presidenti delle Province della Sardegna dovevano far parte del Consiglio regionale, diamo un ruolo diverso ma ne devono far parte, dicevo.
Voi, oggi, pensate di rendere ineleggibile ed incompatibile un presidente di una provincia, e non regolamentate il fatto che un Assessore, per essere Assessore, dovrebbe avere lo status di eleggibile a consigliere regionale. Non è previsto e quindi è previsto che la Dirindin, bravissima, un manager eccezionale, in gambissima e tutto quanto, non può essere eletta in Sardegna sulla base dello Statuto vigente attenzione, non sulla base di uno Statuto che dobbiamo fare, sulla base dello Statuto vigente. Ci facciamo rappresentare da una persona che non potrebbe essere eletta in Sardegna, dico ma queste considerazioni sono da farsi o non sono da farsi? Oppure debbono rimanere così, come semplici lamentele? E' chiaro che una opposizione utilizza tutti gli strumenti, quelli di cui è convinta, e qualche volta cavalca quelli dei quali non è neanche convinta, ho almeno questa voglia di ammetterlo, però è necessario per cercare di farvi ragionare su quelle cose su cui siete convinti anche voi.
Allora, certo che l'occupazione dell'Aula crea dei problemi, ha creato dei problemi, ci mancherebbe che non ne avesse creati! Ma ci voleva così poco a capire che la finanziaria per noi è fondamentale molto più di questa legge statutaria? Ci voleva così tanto per capirlo? Poi, magari, domani la Giunta non approva lo stesso la finanziaria, ma voglio dire, ne parleremo domani, magari la approverà domani e poi la modificherà dopodomani. Insomma, voglio dire, le sappiamo fare tutti queste cose. Però, quantomeno, abbiamo dato un segnale ai sardi, la nostra battaglia era perché quelle migliaia di milioni o quelle migliaia di miliardi di vecchie lire, i sardi sanno che ci sono e quindi possono, come dire, sentirsi sollevati. Poi aspettiamo quello che succederà a giugno, quando la Corte dei Conti parificherà il conto consuntivo, a quel punto, vedremo se avevamo ragione noi di mettere dubbi allora, non dubbi oggi, perché oggi possono diventare certezze, colleghi.
Voglio vedere che cosa succede con un fatto di questo genere, perché se quel miliardo e mezzo di euro non viene parificato dalla Corte dei Conti, la responsabilità, guardate, è certamente di tutti quanti noi. Credo che noi abbiamo motivato abbondantemente il perché non votavamo quella norma mentre per voi diventa un po' più difficile, diventa estremamente più difficile dire perché avete votato a favore, nonostante 25, 28, 30 consiglieri vi avessero messo tutti i dubbi di questo mondo. Diventa difficile, e allora come si può pensare di andare ancora avanti così, a colpi di maggioranza, col contingentamento dei tempi, fino alle tre del mattino, per arrivare poi a che cosa? Ad approvare delle leggi. Guardate, le leggi che abbiamo approvato in quel modo sono ritornate tutte qua e su quelle che non sono tornate ci dobbiamo tornare, perché la fretta è cattiva consigliera.
Non si può, non è assolutamente possibile e pensabile che la Regione Sardegna venga amministrata in questo modo. Il presidente Soru si deve rendere conto, ma voi siete i primi che gliene dovete far rendere conto, non noi, perché di noi non crede più niente, forse non ha mai creduto a niente di noi. Ma, vivaddio, ve l'ha detto il presidente Floris, che un Partito organizzato come i D.S. rimane ancora un Partito e, se mi permette, onorevole Cugini, rimaniamo un Partito anche noi, senza levare niente a tutti gli altri, ma le assicuro che qualche volta siamo più pesanti di altri, per storia, per tradizione, per convinzione, non lo so, ma santa pazienza, come si può sopportare una così grande prepotenza, che non nasce dal fatto che ha un'idea specifica, ma perché non è abituato a fare la politica e, guardate, abituarsi alla politica non è facile, per abituarsi alla politica si deve essere pronti anche a ritornare indietro...
PRESIDENTE. Onorevole Diana, il tempo a sua disposizione è terminato.
E' iscritto a parlare il consigliere Uras. Ne ha facoltà.
URAS (R.C.). Intanto raccolgo positivamente la provocazione che è stata fatta in Aula nel corso della discussione generale, in modo particolare dall'onorevole Cugini, che chiamava i partiti, quelli grandi, poi sulle misure bisognerà incominciare a ragionare meglio, però quelli grandi, cioè Forza Italia, La Margherita e i Democratici di Sinistra, a presentare una proposta di Statuto per dire: "Iniziamo da lì a fare un ragionamento organico", così utilizzavamo noi questo termine quando eravamo tutti comunisti all'interno dello stesso Partito, io e l'onorevole Cugini.
La realtà è che questa Aula oggi si unifica e si divide in modo diverso dagli schemi, onorevole Diana, perché lei è d'accordo con l'onorevole Cugini e anche con l'onorevole Francesco Sanna e anche con l'onorevole Vargiu o Pisano, che è qua presente, e con l'onorevole La Spisa, lei è presidenzialista, lei è uno di quelli che sostiene il bipartitismo, lei è uno di quelli che sostiene la semplificazione per decreto della politica, lei è uno di quelli che sostiene, insieme all'onorevole Cugini ed ad altri, l'idea che pochi possono governare su molti, che il 25 per cento del popolo italiano possa governare sul 75 per cento...
DIANA (A.N.). E' quello che sta succedendo!
URAS (R.C.). Voi, da questo punto di vista, vi unificate, vi ritrovate, state sullo stesso tavolo, dentro lo stesso comitato referendario. Poi ci sono altri piccoli Partiti, quelli che pensano che la semplificazione possa essere veramente una amputazione della democrazia, cioè un chiudere bocche, un non riconoscere diritti, un non riconoscere diritto di cittadinanza a coloro che non la pensano esattamente come voi e sostengono ancora l'idea, per esempio, che il sistema possa essere un sistema politico di tipo parlamentare, che richiama la funzione e il ruolo dei partiti. I partiti, onorevole Cugini e onorevole Diana, li uccidete voi nel momento in cui pensate alla figura del grande capo, del Presidente che fa sintesi, cioè di una forzata, spesso, convergenza sull'idea di vincere. Perché l'idea di vincere che avete voi è esattamente diversa da quella che abbiamo noi; vincere per alcuni vuol dire occupare una posizione di potere all'interno delle istituzioni per controllare l'economia e per mantenere sotto di sé anche le forze sane della produzione, anche il mondo del lavoro. Per altri, invece, vincere vuol dire affermare diritti, dare risposte concrete a bisogni, riconoscere legittime esigenze, ed è per questo che noi, piccoli Partiti, abbiamo aperto e intendiamo aprire una discussione sulle vostre convinzioni, per capire se sono veramente convinzioni o se è una moda che disgraziatamente si persegue a colpi di referendum in questo Paese rovinando, non migliorando, la situazione complessiva della nostra Regione e del nostro Paese.
Ho visto telegiornali susseguirsi in questi giorni che raccontavano della violenza fuori dagli stadi, presidenti di lega dire che hanno i diritti delle squadre, sono società, devono fare soldi, i morti fanno parte del sistema, altri dire anche che qualcuno è stato eletto nelle loro liste, oppure qualcuno si è lanciato su acrobazie non proprio apprezzabili. Una società violenta, una società violenta, una società violenta che si scatena anche quando si dovrebbe divertire, una società triste! Eppure abbiamo il sindaco eletto direttamente dal popolo, eppure abbiamo i Presidenti di Regione eletti direttamente dal popolo e allora perché non siamo felici? Perché abbiamo il problema della disoccupazione? Perché abbiamo il problema dell'economia che non va, del fatto che l'Italia è rallentata, che il sistema produttivo è in crisi, perché? Se abbiamo i sindaci eletti direttamente dal popolo, se abbiamo i Presidenti di Regione eletti direttamente dal popolo, se avevamo una proposta di revisione costituzionale di premierato forte.
Perché forse non è esattamente e direttamente connesso il sistema elettorale o istituzionale al risultato. Perché uno può avere la disgrazia di avere sindaci "scemi", anche se sono eletti direttamente dal popolo, e avere Presidenti autoritari, anche se hanno il consenso popolare. Possiamo avere tutto, anche premier a cui piace aprire discussioni con le mogli tramite lettera sul giornale! Potremo avere di tutto, al di là del sistema istituzionale, perché i ragionamenti non sono concentrati sul cosa fare e quindi, se io ho l'esigenza di far partecipare le popolazioni, di creare la parità, le pari opportunità, per esempio tra i sessi, di aprire condizioni di crescita dal punto di vista civile, dal punto di vista politico, complessivo della società e, in ragione di questo, invento il sistema, non in ragione, il concetto della stabilità, ma un tiranno stabile noi lo vogliamo? Io penso di no. Non è la stabilità un valore, eppure ce l'abbiamo nella Costituzione insieme a quello della rappresentatività, che invece è un valore, che esprime democrazia.
La stabilità: per cinquant'anni la Democrazia Cristiana ha governato, credo che Andreotti abbia fatto complessivamente vent'anni o trent'anni di governo, ma più stabile di lui, chi c'era? Chi c'è mai stato in questo Paese? Quale stabilità andiamo a cercare? Quando un grande Partito popolare, mio avversario, come la Democrazia Cristiana, ha governato un paese per cinquant'anni, articolato al proprio interno con grandi connessioni con la società strutturata e organizzata come nel movimento sindacale, così come nel movimento degli agricoltori, così come nel movimento delle autonomie locali e altro, cioè un partito radicato fino alla parrocchia, fino all'oratorio, ha garantito stabilità a questo paese per cinquant'anni con un sistema parlamentare, con un sistema parlamentare bicamerale perfetto, cioè con due Camere che potevano decidere cose diverse ed erano espressione di una stessa maggioranza politica, dove si cambiavano magari quattro Governi in cinque anni, ma avevano lo stesso taglio, la stessa attenzione nei confronti dei problemi delle popolazioni, delle regioni e quant'altro, anche quando non avevano attenzione, era la stessa.
Allora, per questa ragione, io credo che vada un po' riorganizzato il dibattito sulla statutaria, così come sul processo di riforme che dobbiamo affrontare e che va affrontato. C'è un articolo, il "2 bis", del nostro Regolamento, che ci impegnava ad affrontare in Aula, quindi senza l'alzata di mano propedeutica, tutte le leggi di derivazione costituzionale, statutaria o di grande riforma, che avevano un canale prioritario, che è riconosciuto dal Regolamento che non si applica. Per quanto riguarda il dibattito sulla riforma, partendo dal fatto che ci sono diverse posizioni, perché non sono tra D.S. e Riformatori, sono tra Rifondazione Comunista e D.S. e Margherita, e Progetto Sardegna, e Riformatori, e Alleanza Nazionale, e Forza Italia, cioè, tra parlamentaristi e presidenzialisti, io sono stato il proponente perchè si aprisse un confronto vero per vedere dov'era possibile la caduta, per uscire fuori dai meccanismi che rischiano invece di non fare verità.
Sulla statutaria, per esempio, circoscriverla a quella che è la sua competenza che è definita dall'articolo 15, farla però, no non farla, e farla tutta non farne solo un pezzo e non cercare di invadere lo Statuto perché il terreno dello Statuto, messo in statutaria è un modo, direi sbagliato, di tentare un declassamento a legge regionale, seppur rinforzata, del nostro Statuto che invece è legge costituzionale. Non è un'offesa, lo dico anche per il collega de La Margherita, il fatto che noi si debba andare in Parlamento per scrivere lo Statuto, è una cosa di più e di meglio, perché ci fa pari allo Stato, non ci fa pari alla Regione Marche. Se c'è un federalismo che si è compiuto anche in maniera imperfetta è quello che riguarda la Sicilia e la Sardegna nei confronti dello Stato nazionale e noi quella strada dobbiamo ripercorrere.
La Statutaria deve servire a migliorare il funzionamento del nostro sistema istituzionale, non mortificando gli organi della Regione, che sono l'oggetto principale di questo provvedimento normativo, e gli organi della Regione sono così, in ordine di importanza: il Consiglio regionale, il Presidente e la Giunta. La Giunta è un organo collegiale di governo che non deve obbligatoriamente deliberare all'unanimità, ma dove ci deve essere discussione, confronto, approfondimento e qualche volta anche discordia e se c'è discordia è meglio che esca all'aperto e che si manifesti anche in quest'Aula, piuttosto che essere occultata, messa, nascosta in un angolo.
E' per questo che non possono essere ceduti pezzi di sovranità del Consiglio regionale, noi ci siamo attardati, mi dispiace che sia avvenuto una specie di scippo mediatico, sulla questione dei Regolamenti e della potestà regolamentare, ci siamo attardati non tanto perché ci vogliamo appassionare alle minuzie, i Regolamenti sono ben altra cosa rispetto alle minuzie, ma perché vogliamo essere chiari. Una legge può essere anche una legge di principio, può anche essere una legge con norme generali che rimanda ad una normazione specifica ma non una minuzia priva di importanza, fondamentale per l'attuazione degli obiettivi di quella norma di legge ad un regolamento di attuazione. E se quel regolamento di attuazione fosse interpretato in modo contrario alla volontà del legislatore che ha fatto la norma generale o di principio, noi avremmo tolto a questo Consiglio regionale la potestà legislativa, non gli avremmo solo espropriato la potestà normativa regolamentare, perché la parte normativa regolamentare è parte integrante della funzione legislativa più complessiva.
Quindi, quella funzione di normazione regolamentare va salvaguardata per salvaguardare la funzione legislativa nel suo complesso, ed è così che il Costituente l'ha scritta. Quando il Costituente si è riseduto per modificare la norma costituzionale per le Regioni a Statuto ordinario, non l'ha modificata e non esiste la modifica implicita delle norme costituzionali come quelle che riguardano il nostro Statuto. Non esiste! Non c'è in dottrina! E non è interessante l'esercizio acrobatico di alcuni intellettuali, anche giuristi, per dimostrare l'indimostrabile in funzione dei loro modi di servire il potere! Io non ho stima per quegli intellettuali, anzi dico che sarebbe meglio e sarebbe più utile, per tutti, ridefinirli, non sono cioè così terzi e così accettabili.
Per concludere: la Statutaria. Mi piace ricordare che tratta anche le norme sulle pari opportunità, sulla parità tra i sessi che devono fare politica tutti, perché il mondo, il nostro Paese e la nostra Regione, ha per il 50 per cento donne e per il 50 per cento uomini. La condizione femminile è quella più sacrificata in questa Regione come nel resto del Paese, anche in Europa, e se la disoccupazione e il tasso di disoccupazione è più elevato per le donne, è perché c'è ancora da fare salti mortali per superare gli handicap che ci trasciniamo, perché le donne sono ancora fuori dal sistema produttivo nella misura in cui sono fuori perché non c'è l'attenzione della classe politica - Attilio, scusami, lasciami finire questo concetto, almeno per rispetto al genere, che qua è rappresentato - fatta eccezione per l'onorevole Lombardo, per una gentile concessione presidenziale. E noi su questa cosa dobbiamo riflettere, su questo ragionamento ci dobbiamo entrare, non basta dire "vi garantiamo il 30 per cento delle liste", noi quando facciamo la statutaria non dobbiamo pensare in modo egoistico, non dobbiamo dire i sindaci o i Presidenti di Provincia non ci stanno perché sono probabili concorrenti nostri.
Così dobbiamo fare anche per le donne, dobbiamo avere il coraggio, perché si trasforma questa società attraverso il coraggio, se no, facciamo esercizio di retorica, facciamo una bella ampia discussione, ci riempiamo di citazioni, da Tuveri ad Angioy, non abbiamo disturbato Laconi ed Emilio Lussu perché avevamo un po' di vergogna, però non cogliamo l'obiettivo per cui, a differenza dell'onorevole Cugini, io invito tutti, i partiti maggiori, ma anche quelli cosiddetti minori, bisogna stare attenti perché crescono, i partiti maggiori e anche i cosiddetti minori, anche i movimenti, tutti coloro che svolgono una funzione di rappresentanza vera all'interno di questa Aula, perché si possa fare un dibattito sugli articoli più libero, ma anche molto rispettoso, riguardo agli obiettivi che ci proponiamo con questa legge di riforma.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pisano. Ne ha facoltà.
PISANO (Riformatori Sardi). Signor Presidente, secondo me, non siamo ancora di fronte ad un dibattito della conciliazione, come è stato chiesto che potesse essere questo dibattito, ma non siamo nemmeno di fronte, a mio giudizio, ad un clima di congiura, ad un clima di sgambetto. Siamo di fronte ad un clima molto sereno, di chi davvero si vuole confrontare, di chi davvero vuole dare un contributo ad un appuntamento che, senza voler caricare di enfasi questo nostro impegno, è un po' una pagina della piccola storia della nostra autonomia. La legge statutaria nasce, e deve essere scritta, in funzione di quello che era tra l'altro un impegno esaltante indicato in una delle pagine del progetto di questa maggioranza. Per poter fare un ragionamento compiuto, un ragionamento che possa essere interpretato nella direzione delle cose che stiamo dicendo, io credo che occorra fare uno sforzo, compiere qualche piccolo passo indietro, tornare a quella indicazione contenuta nella proposta presentata dal presidente Soru, che oggi non c'è, e che era stata approvata dalla Giunta in quel 30 novembre 2005 e che, per onestà, riportava quasi integralmente quella mezza pagina delle dichiarazioni programmatiche del Presidente quando andava a parlare, il Presidente, di legge statutaria.
Allora da lì dobbiamo partire per fare qualche considerazione e per vedere se davvero ci sono oggi distanze, rispetto a ciò che diciamo noi, da ciò che voi dite, invece, in questo dibattito. Quindi la prima constatazione è questa: ha detto bene, a mio giudizio, il collega Diana che avremmo dovuto forse parlare anche di preambolo. Io non lo dico con questa dizione, però dico che nel secondo comma di quel preambolo c'era una novità assoluta - che oggi scompare - nella definizione del popolo sardo, di una comunità che voi definivate essere costituita dai comuni, dalle province e dalla Regione e dagli abitanti, residenti o non residenti, di questi comuni, nati in Sardegna, dicevate. Questo obiettivamente costituiva una forte novità. Oggi la Confindustria, noi l'abbiamo ascoltata con molta attenzione, si lamenta del fatto che scomparendo il preambolo, scompare anche la definizione nuova, innovativa, di comunità, e chiede di quale comunità si parla e dove è definita. Tant'è che noi speriamo che, tra i pochi emendamenti che abbiamo presentato, ci sia qualche accoglimento per cui si dia una definizione di nuovo precisa di quello che si intende comunità dei sardi.
Voglio entrare nel dettaglio. In quella premessa contenuta appunto nel provvedimento di legge del presidente Soru, c'era una sorta di struttura, a mio giudizio, creata come un teorema, perché conteneva alcune ipotesi, c'era indicato un percorso, quindi una sorta di algoritmo proprio che andava seguito perché si realizzassero alcune tesi. Le ipotesi quali erano? La prima: attenzione questa legge statutaria è un tutt'uno con il nuovo Statuto, anzi voi lo rappresentavate, lo dico perché qui non c'è Pirisi, che altrimenti mi interromperebbe, lo rappresentavate quasi come una sorta di struttura meccanica, dicevate "sono due pilastri interconnessi tra di loro" - abbiamo qui l'Assessore che è un ingegnere - "che lavorano ovviamente orizzontalmente". Questo poi alla fine non accade perché questa struttura meccanica funziona finché vi è contestualità delle cose, se io realizzo solo uno di questi pilastri e successivamente realizzo l'altro pilastro, dove è l'interconnessione? L'interconnessione diventa verticale e noi stiamo realizzando il pilastro di su prima del pilastro di giù, quindi contro ogni principio e fondamento della meccanica.
Voglio dire una cosa che forse è interessante rilevare. Voi dite: attenzione l'ipotesi è che, nel tempo, si è creata una simmetria tra i poteri del Consiglio e i poteri dell'Esecutivo. Dobbiamo, ovviamente questo poi diventerà tesi, porvi rimedio, Questa simmetria si è, come dire, accentuata nel tempo, lo era prima ancora del presidenzialismo, ma ovviamente dopo la scelta presidenzialistica, che noi condividiamo totalmente, è evidente che questa simmetria sia ancor più accentuata e quindi bisogna, lo direte appunto tra le tesi, riequilibrare questi poteri, tra Consiglio e naturalmente Giunta.
La terza ipotesi che fate, che probabilmente è anche la più importante, riguarda questo spazio di autonomia, ma anche di specialità e soprattutto di sovranità del popolo, che si è andato impoverendo nel tempo, o perlomeno, è rimasto, dico, in quella misura ridotta che ha caratterizzato la nascita, nel 31 gennaio 1848, del nostro primo Statuto. E' quindi evidente che noi dobbiamo porvi rimedio; allora qual è il percorso, l'algoritmo? Voi dite che siamo di fronte all'articolo 15 del nuovo Statuto, che ovviamente recepisce la modifica del Titolo V, e dobbiamo strettamente seguire il binario da esso tracciato, perché si diano le regole del governo alla nostra Sardegna, perché si diano risposte all'istituto referendario, perché si risponda in maniera molto netta e decisa a quel bisogno di partecipazione popolare, e poi perché si scriva la legge elettorale, quest'ultima è la parte prevalente.
Però. questa parte che costituisce il percorso diventa quasi impraticabile. Perché quasi impraticabile? Lo dite voi e non lo diciamo noi. Perché è un binario molto stretto, innanzitutto. Somiglia molto al binario del trenino verde, a scartamento ridotto, che rischia di deragliare, da un lato, in quello che è lo spazio di competenza legislativa sovraordinata, relativa, naturalmente, alla competenza costituzionale, e quindi non possiamo assolutamente invadere quel campo, così come bisogna stare attenti anche a non deragliare dalla parte opposta, che è quella della competenza di legislazione ordinaria, perché altrimenti eleveremmo a rango di legge rafforzata ciò che invece è rango ordinario, e quindi blinderemmo determinati temi dentro una democrazia rafforzata con regole eccessive perché si possa uscire dall'ordinarietà. E poi è un treno che, naturalmente, è limitato nella materia. Non possiamo metterci tutto ciò che vogliamo dentro questo treno, perché è detto quali sono i limiti. Tutto ciò che non sta scritto dentro l'articolo 15 non può essere posto nella legge statutaria.
Allora, ecco qual è la vera grande difficoltà: stare dentro un percorso che mal si adatta a un qualcosa che viene prima del nuovo Statuto. Se questo clima di dialogo e di conciliazione, onorevole Cugini, ci deve essere, perché non facciamo uno sforzo intero e recuperiamo parallelamente ciò che può essere fatto, senza dare responsabilità? "Voi avete affossato la possibilità di fare il nuovo Statuto", ma la responsabilità è di tutti, e scrivere a più mani il nuovo Statuto non è scandaloso. Io credo che sia quello il vero motivo per il quale oggi abbiamo ancora delle distanze. Dobbiamo sforzarci, perché altrimenti che dialogo di conciliazione vogliamo trovare? Noi, ovviamente, abbiamo grande rispetto di quella che è la responsabilità della maggioranza. Probabilmente, voi avete i numeri per approvarvi anche da soli una legge statutaria, ma credo che questo non lo voglia nessuno, né noi e né voi.
Vi leggo un'affermazione, vi dirò poi di chi è: "Corrisponde, questa legge statutaria, sostanzialmente alla struttura di una truffa, una sorta di truffa politica ed istituzionale, operata da parte del Governo regionale sardo ai danni del popolo e dei cittadini sardi. Si tratta, è vero, di una mia personale opinione che, se però è giusta, richiede una reazione adeguata". Per dimostrarlo, questa persona richiama il dettato dell'articolo 640 del Codice penale e parte dall'analisi del concetto di truffa. E dice che ogni qualvolta viene espropriata, diciamo ingiustamente, una parte del proprio patrimonio, siamo di fronte al concetto di truffa. Questa affermazione è di un certo professor Giovanni Lobrano, che è preside, mi dicono, io non lo conosco, della Facoltà di Giurisprudenza a Sassari, che è stato Assessore, forse un predecessore dell'assessore Dadea, immagino, Assessore della Giunta Palomba. Non è un uomo, certo, di centrodestra. Ma noi davvero possiamo dire, onorevole Uras, che dobbiamo non avere più rispetto di queste personalità solo perché la pensano diversamente da me o da lei o da altri? Noi, davvero, possiamo rinunciare al contributo di persone che, comunque, hanno sicuramente conquistato un livello apprezzato, di grande capacità intellettiva, riconosciuta, ma anche un'autorità morale rispetto a determinate cose? Non possiamo non tenerne conto, così come non possiamo non tener conto delle cose che stamattina abbiamo sentito dai sindacati e dalle associazioni datoriali e dagli enti locali.
Che cosa hanno detto il segretario regionale della CGIL e il segretario regionale della UIL? Hanno detto che, davvero, si tratta di una situazione non accettabile. Hanno usato questi termini. E poi hanno chiuso dicendo che soltanto perché sono uomini di buon senso, si ritiene che gli errori già fatti non si possano più risolvere, quindi dar loro rimedio. Ma si dice che è un errore storico fare oggi la statutaria, prima dello Statuto. Siamo di fronte ad una situazione che, davvero, vogliamo noi rappresentare come irreversibile, ma non lo è. Quindi, dobbiamo noi fare qualche sforzo per recuperare uno spazio di confronto, se vogliamo costruire qualcosa di diverso e di nuovo.
Allora, qual è oggi la possibilità concreta di trovare un percorso insieme? Innanzitutto, noi ve lo abbiamo detto: "Cosa cambia se questa legge statutaria, in maniera appena appena più riflettuta, l'approviamo fra 30 giorni?". Se l'approviamo dopo la finanziaria, ma cosa succede? Se diamo, davvero, cronologia logica a ciò che le priorità ci indicano che sono quelle? Assomiglia questa alla storia simpatica di un signore che era andato in aereo per la prima volta a trovare suo figlio, emigrato a Milano, ziu Ciccitteddu, per l'esattezza. Questo signore portava con sé, per regalarla al figlio emigrato da tanti anni, una ricotta, ma era quella ricotta che solo la moglie sapeva fare e che quindi il figlio aspettava con grande attenzione. A un certo punto, il primo dei motori dell'aereo va in avaria, il secondo motore, pure, va in avaria, l'aereo sta per precipitare, il comandante annuncia: "Attenzione, sta precipitando l'aereo". E ziu Ciccitteddu grida, urla, dalla disperazione: "Aicci si sciasciada s'arrescottu", "così si sfascia la ricotta". Noi, in questo momento, siamo quasi nella stessa situazione, preoccupati di una Statutaria che può aver rimedio fra 30 giorni, in maniera più riflettuta, quando siamo di fronte ad un aereo che sta cadendo e che è la Finanziaria alla quale dobbiamo dare risposta.
Onorevole Uras, io ho apprezzato tantissimo l'onestà con la quale il Segretario regionale della CGIL, due o tre giorni fa, ha dichiarato i dati, con la certificazione del Ministro del Lavoro, altro che le statistiche dell'onorevole Porcu sulla disoccupazione, siamo di fronte a 112 mila precari in Sardegna che non sono iscritti nelle liste dei disoccupati e che, quindi, costituiscono un 4, 5 per cento in più, e l'onorevole Uras sa bene, perché lo dice quando vuole dirlo, ma non sempre, non costantemente, che oggi il vero grande problema della Sardegna è ben altro, è anche l'artificio di misurare le statistiche attraverso un ISTAT, che non misura i disoccupati solo se lavorano un giorno al mese, un giorno al mese! E non è disoccupato chi non fa almeno due azioni concrete di ricerca del proprio lavoro, almeno nell'ultimo mese, ma non solo, e non si impegna entro i successivi 15 giorni a prendere lavoro. Ma quanti sono oggi i disoccupati non anagrafati? Altro che 10 per cento!
Noi dobbiamo davvero far nostra questa verità e ragionare, diamo priorità alle cose prioritarie, riacquistiamo insieme la libertà di scrivere le regole con la tranquillità; se fra 30 giorni andremo ad affrontare il problema della Statutaria, io sono certo che sarà un bene per tutti, nel frattempo la Regione sarda avrà quello che deve avere, perché i sardi attendono naturalmente la legge finanziaria e così quel ragionamento dell'onorevole Cugini, quel dialogo di conciliazione, sono certo che si potrà davvero cogliere e si potrà avere in quest'Aula.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Orrù. Ne ha facoltà.
ORRU' (D.S.). Signor Presidente, colleghi e colleghe del Consiglio, con l'avvio della discussione in Aula del disegno di legge che ha l'obiettivo di ridefinire, in parte, la forma di governo della nostra Regione, siamo indubbiamente ad un passaggio importante in un ipotetico percorso di riforma del nostro sistema autonomistico. Passaggio importante che, come sappiamo, non è però né esaustivo per quella parte di innovazione che è istituzionale, che è riferita, appunto, alla forma di governo, questo disegno ancora non andrà, infatti, accompagnato da un provvedimento specifico sulle modalità di elezione, quindi la legge elettorale, né immediatamente operativo perché, oltre alle procedure che rafforzano la tutela dei principi costituzionali indicati nella norma transitoria, quindi il ricorso a procedure referendarie e quant'altro, la stessa legge statutaria ha bisogno di essere accompagnata da provvedimenti di legge ordinari che non sono però nient'affatto secondari, quali una nuova sintesi della legge numero 1 del 1977 e della legge numero 31 del 1998, la cosiddetta, appunto, "legge di organizzazione", e, probabilmente, infine, anche di un provvedimento che disciplini l'istituzione dei nuovi organismi di garanzia statutaria.
A coronamento di questo percorso ad ostacoli, è del tutto evidente che questi interventi parziali non è affatto scontato risultino poi, infine, confermati dalla revisione complessiva della nostra Carta Costituzionale, dalla riscrittura cioè del nuovo Statuto autonomistico che, nei modi, nei tempi e nelle forme che decideremo insomma di adottare, andrà pur riscritto dopo 60 anni, 60 anni in cui lo Statuto autonomistico, accanto ai principi ancora validi e vitali, mostra anche evidenti segni di inadeguatezza e di inefficacia rispetto ad una realtà complessiva mutata, profondamente modificata.
Ora, dopo questa premessa, viene da chiedersi come è possibile che, di fronte ad una proposta di riforma, limitata nei contenuti specifici, limitata da una serie di strumenti correttivi e di garanzia costituzionale, si sia prodotta una contrapposizione politica certamente fuori dal comune, talvolta di tipo pregiudiziale tra gli schieramenti politici, ne sono una riprova gli avvenimenti delle settimane, dei giorni precedenti e, talvolta, anche dai tratti di radicalismo esasperato nel confronto politico e culturale che si è aperto fra le diverse scuole di pensiero. Un giornale ieri arrivava persino ad aprire con questo titolo: "La guerra delle riforme".
Ora, tra le diverse chiavi di lettura, mi sembra corretto utilizzare, almeno per quanto mi riguarda, quella più naturale, ancorché quella più ovvia e scontata. Si tratta del primo tentativo concreto, che approda all'esame dell'Aula, di ridisegnare il profilo istituzionale del nucleo centrale del nostro sistema autonomistico. Non è esaustivo né impedisce altre opzioni future attraverso la nuova legge elettorale, soprattutto attraverso la riscrittura del nuovo Statuto, non è cioè irreversibile, ma essendo il primo passo, poiché sceglie una direzione di marcia, può certamente condizionare fortemente il prosieguo del percorso delle riforme istituzionali e da qui si capiscono, appunto, le riflessioni anche accorate, gli appelli che vengono da diverse parti. Non solo, rappresenta inoltre la prima occasione, in questa legislatura, per rispondere, come dire, all'editto del 2001, all'editto parlamentare cioè, che ha imposto anche alla Sardegna l'elezione diretta del Presidente della Regione. Va detto che si tratta di un editto un po' particolare perché sottoposto, comunque, all'approvazione di chi lo subisce, in genere gli editti non erano così, come sappiamo.
Ora, non c'è dubbio che l'irruzione, nel sistema, di un soggetto istituzionale dotato di grande autorevolezza (che, va ricordato, non gli deriva dal fatto che gli sono stati aggiunti i poteri, ma dall'investitura popolare che abbiamo potuto verificare in questi due anni) ha profondamente modificato l'assetto istituzionale, i rapporti tra gli organi istituzionali, i rapporti fra gli schieramenti politici e tra le forze politiche che li compongono, ha profondamente modificato, più in generale, i rapporti tra il sistema istituzionale regionale e le rappresentanze sociali, non ci sono più di fronte agli Assessorati le manifestazioni, le bypassano, vanno direttamente dove devono andare.
Ora, se questa lettura ancorché parziale ha qualche fondamento, mi risulta almeno più comprensibile il fatto che la legge statutaria diventi, come dire, una sorta di catalizzatore delle tensioni; intendiamoci, delle tensioni positive e negative, anche delle tensioni di chi ha riposto molta speranza, molta aspettativa in questa nuova pagina istituzionale, chiamiamola così. Il sistema istituzionale, il sistema politico tradizionale, il sistema economico sociale, per quanto dipendente in modo rilevante dal sistema pubblico regionale e le sue decisioni, tutto questo è sottoposto a tensione e quindi si spiega così forse anche il titolo "La guerra delle riforme". Ora, dentro il catalizzatore della legge statutaria, il centro dell'attenzione, il metro di valutazione, se non addirittura, com'è stato detto, il tasso di democraticità della legge si desumono dalla presenza o meno di strumenti funzionali a contenere e neutralizzare le prerogative, appunto, del Presidente della Regione. Non discutiamo d'altro. Tutto ciò che c'è lì non serve a nulla. Bisogna mettere in discussione questi principi, o si fa questo o altrimenti la discussione è inutile.
Ora, rispetto al vero e proprio allarme democratico, sostenuto da più parti, dalla Confindustria ma anche da autorevoli personalità del mondo politico e culturale che sono del mondo del centrosinistra, anche dentro quest'Aula, io temo non sia sufficiente richiamare il vincolo costituzionale che di fatto impedisce l'utilizzo della sola legge statutaria, se non abbinata ad altri strumenti per il cambio di sistema e quindi il passaggio dal sistema che prevede l'elezione diretta ad un sostanziale ripristino della elezione o comunque della conferma del Presidente della Regione da parte dell'Aula parlamentare, da parte del Consiglio.
Ora, il cambio di sistema, comunque codificato, parlamentare, semiparlamentare, su indicazione popolare, se c'è la volontà politica, si può perseguire, questo va detto. Non è che non si può fare. Si può fare modificando la Costituzione (io chiederei a tutti i Partiti che lo richiedono se ci sono provvedimenti di legge in Parlamento che prevedono la modifica della legge numero 1 del 1999 e quanti sono) o attraverso la revisione del nostro Statuto e i conseguenti adeguamenti della legge elettorale e della legge statutaria. Ora, col senno di poi, se ci fosse la Consulta come nostro dirimpettaio di discussione in contemporanea, probabilmente ci sarebbe anche una sponda in questo. Non c'è. E allora facciamo, di necessità, virtù!
Io penso che, ciononostante, gli argomenti e le ragioni che tendono a sottolineare le storture, gli eccessi, cui è esposto l'attuale sistema, non solo non vadano sottovalutati, ma anzi debbano costituire il riferimento essenziale per migliorare in modo significativo questo disegno di legge. Non è detto che questo è così e c'è chi è contro e chi è a favore. Noi dobbiamo credere e questo deve essere l'atteggiamento corretto, ribadito peraltro nella introduzione da parte del relatore. Io penso quindi che occorra distinguere le spinte che conducono ad un nobile conservatorismo per assecondare, invece, quelle che possono condurre verso un equilibrio effettivo tra i poteri istituzionali, tra l'insieme dei poteri istituzionali, non solo questi qua dentro, tra quelli regionali innanzitutto, ma anche tra Regione e sistema delle autonomie locali, rafforzando gli strumenti di garanzia e di controllo democratico in modo da contenere e possibilmente eliminare in radice gli eccessi e le storture dell'attuale sistema. Se non si fa questo, rimane l'attuale sistema.
Ora questa impostazione non deriva, non voglio nascondermi, da una scelta tattica né da un atteggiamento di subalternità, ma da un'analisi - secondo me - politica più ampia che non può non partire da un contesto politico istituzionale in cui è stata prodotta. Lo hanno detto altri, io non mi dilungo, perché la norma transitoria è elaborata in un determinato momento, non è il prodotto di uno che è impazzito e l'ha presentato in Parlamento, ha avuto il supporto delle forze politiche dell'attuale maggioranza ma anche di chi sta dall'altra parte.
Io ricordo, per esempio, come la Sardegna sia stata la prima Regione italiana nel 1993 ad adottare una sua legge elettorale con l'indicazione del Presidente. Quell'esperienza l'abbiamo fatta. Dal 1994 al 2004, noi abbiamo compiuto quell'esperienza e a quell'esperienza noi dobbiamo dare un giudizio. Io non credo che derivi dal deficit istituzionale, io penso che quel decennio, con coalizioni diverse, con la debolezza di quel sistema, manifestata, certamente dipenda da un mutamento delle forze politiche, da ciò che è cambiato, è evidente, dalla debolezza del sistema politico, non del sistema istituzionale.
Ma oggi credo che altrettanto onestamente dobbiamo riconoscere se quelle motivazioni di fondo sono modificate in peggio o in meglio. Io penso in peggio! Sono modificate in peggio per il giudizio che si può dare della frammentazione politica, dei particolarismi e quant'altro; io penso siano modificate in peggio per il contesto complessivo. Oggi la Regione ha su di sé moltissime competenze che non aveva, funzioni di governo che erano di altri livelli. Se oggi non decide e in tempi reali è evidente che non si può permettere due anni e mezzo di non governo, cinque mesi senza un Presidente, senza una Giunta. Questo attiene ai diritti dei cittadini, se non si decide, se non si governa, se non si danno risposte, è evidente che questo ha una ricaduta negativa su tutto il complesso della società e sui diritti soprattutto degli ultimi perché chi paga di più, se non si assumono decisioni, è evidente che è l'ultimo. Poi dipende da quella decisione, ma questo sta alla politica, al confronto. Quale? In quale direzione?
Quindi io credo che un giudizio e una discussione politica serena, su questo, sia degna di attenzione. Penso che l'orientamento che è prevalso nella discussione, che non mi sembra abbia avuto il carattere di rettifica del disegno di legge della Giunta, sia stato quello di definire una forma di governo della Regione basata non sulla prevalenza di un potere sull'altro, ma nella ricerca di un maggiore equilibrio dei poteri, uno Esecutivo e uno Legislativo, con una distinzione più chiara e netta delle rispettive attribuzioni. Un equilibrio tra organi istituzionali che vivrà una sua dinamicità, un confronto dialettico fisiologico fra poteri parimenti legittimati dal consenso popolare. Con questo dobbiamo convivere! Quella ricerca ha condotto ad un testo e ad un risultato che può essere certamente migliorato, notevolmente migliorato. Non c'è stata su questo né può esserci alcun tipo di chiusura.
Se, come penso, il principio di differenziazione dei poteri è un principio condiviso, il potere esecutivo esercita pienamente la funzione di governo e va messo in condizione di farlo, altrimenti è una finzione! Il Consiglio regionale esercita le funzioni legislative senza invasioni di campo. C'è qualche atto nella stesura finale che, come dire, è in contraddizione rispetto a questo principio, a questo assunto? Se c'è, adeguiamo, sopprimiamo le parti. Il Consiglio, pur avendo oggi la potestà dell'esercizio delle funzioni regolamentari, di fatto non la esercita e dà, sotto mentite spoglie, un potere amplissimo, largo, all'Esecutivo, alla Giunta senza, appunto, tornare a giustificare perché lo ha fatto. Che cosa facciamo? Lasciamo le cose come stanno? Io penso che si tratta di intervenirci, così come penso che lo spazio occupato abusivamente dall'Esecutivo vada occupato dal Consiglio, riconducendo, dentro l'articolo 27 dello Statuto, la potestà regolamentare, se così non è, è chiaro che deve essere, e intervenendo nel precisare, limitare e, in ultima analisi, definire con chiarezza, il mandato attuativo del regolamento esecutivo, della funzione esecutiva.
Questo può essere fatto, altrimenti c'è una misura radicale: si sopprime l'articolo 35, però si lascia l'attuale situazione. Quindi la funzione di controllo dell'Esecutivo, dotato di poteri effettivi, è un punto nodale di un sistema equilibrato. Ora, la corresponsabilizzazione - io ne indico solo alcune, lo faremo poi nel corso del dibattito - dei poteri legittimati dal voto popolare su un programma di governo e sull'organismo esecutivo, quale primo atto che deve essere compiuto in questo Consiglio, è un potere di controllo; il parere obbligatorio, e quindi la valutazione preventiva di tutte le nomine apicali, è un potere di controllo, non c'è, adesso lo introduciamo; la mozione di censura verso l'Assessore non c'è, è un potere di controllo, parziale ma si riflette sul Presidente; la mozione di sfiducia è un potere di controllo ovviamente totale, letale, ma è un potere di controllo, è equilibrio. C'è il Presidente che si dimette ma c'è anche il Consiglio che lo sfiducia. E' un'arma che dissolve, è un'arma dissuasiva, io penso, anche nelle mani del Presidente, mentre nelle mani del Consiglio è qualcosa di più che questo. Non sono sufficienti? E' possibile introdurne degli altri?
Io penso che sia possibile e su questo penso che debba essere attivato il confronto. Il controllo popolare, attraverso l'istituto del referendum abrogativo, è stato sottoposto a una valutazione critica che io penso vada ascoltata; è possibile che, come dice la collega Lombardo, vi sia stata una sottovalutazione delle 50 mila firme, può essere, io penso che su questo sia non solo auspicabile, sia necessario intervenire, ma credo che non sia questo il punto. E' un potere di controllo e quel potere di controllo, io lo definisco così, deve essere tutelato, garantito, in estrema sintesi, una Giunta che non si confronta col Presidente in maniera dialettica, un Consiglio che subisce supinamente una legge che non va bene, è evidente che in ultima analisi deve trovare un corrispettivo dall'altra parte che ferma il processo decisionale. Ecco, io credo che ci siano molte possibilità.
Infine, l'equilibrio di un sistema autonomistico moderno, efficiente, non meno ma più democratico, perché non sono in contraddizione sempre l'efficienza con la democrazia, non è vero, non intervengono solo sull'ordinamento interno ma sulla diversificazione effettiva dei poteri e delle funzioni su più livelli istituzionali. E' un principio che, diciamo, non abbiamo sviluppato nella legge statutaria volutamente, perché attiene alla discussione dello Statuto e non solo. Allora io penso a un potere policentrico, non monocentrico, articolato su più livelli istituzionali, abbiamo già cominciato a farlo con le leggi ordinarie, occorrerà dargli valenza statutaria dove non vi siano invasioni di campo. Se la discussione di oggi e dei prossimi giorni servirà per aprire il campo su questo e per conquistare i consensi, io credo che sia...
PRESIDENTE. Onorevole Orrù, il tempo a sua disposizione è terminato.
E' iscritto a parlare il consigliere Farigu. Ne ha facoltà.
FARIGU (Gruppo Misto). Signor Presidente del Consiglio, colleghi, io ho seguito con grande attenzione tutti gli interventi, si tratta di una questione che a me, vecchio socialista parlamentarista, sta particolarmente a cuore.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE SECCI
(Segue FARIGU.) Vedete, il presidenzialismo in Italia è sorto nel momento in cui la politica è andata in crisi, qualcuno ha richiamato persino l'esperienza sarda del 1993 quando si procedette alla prima espressione di indicazione del Presidente nella lista elettorale. Nel 1993 appunto, quando registravamo una grave crisi politica, istituzionale e soprattutto dei Partiti, condizione che noi stiamo tuttora attraversando. Se dovessi oggi dare effettivamente fiducia ai discorsi che ho sentito in quest'Aula e durante le audizioni fatte, mi sarei convinto che forse possa emergere un venticello nuovo di grande responsabilità politica e democratica. Siamo in un momento particolare anche nello scenario nazionale dove questioni grosse di nuovi assetti politici delle forze politiche sono in movimento, il che vuol dire che non è esattamente il momento per definire con una legge alcune questioni che attengono alla forma del governo regionale.
Io direi che ci sono tutte le condizioni generali e specifiche per una pausa di riflessione. Di questo ne ero convinto e a lei, signor Presidente, mi sono rivolto con l'intendimento di trovare la massima unità, la più larga convergenza, in tutti i momeenti in cui si affrontano, si devono affrontare le questioni di grande riforma. Questa è una legge di riforma che però lascia molti dubbi negli stessi protagonisti che l'hanno voluta a tutti i costi. Quando sento dire in quest'Aula che c'è tutta la disponibilità a modificarla, anche in aspetti significativi, beh, è soltanto un gesto, come dire, di dialogo, tanto per obbedire ad un comportamento di natura democratica. Può esserci anche questo. Vogliamo essere democratici e vi diamo la nostra disponibilità. Io invece ritengo che dietro ci siano gravi preoccupazioni e perplessità sulla portata di questa legge che (se venisse approvata così com'è, contiene straripamenti costituzionali) costituirebbe un grosso macigno per le successive leggi elettorali e costituirebbe un macigno anche per la riforma dello Statuto. Legge elettorale e riforma dello Statuto che si troverebbero a dover modificare, a breve tempo, una legge come questa che stiamo esaminando, se venisse approvata così com'è. Ma, così com'è, pare che non stia bene quasi a nessuno, se non probabilmente ai pochi che hanno visto, in questo disegno di legge, la opportunità di rafforzare quella che io definisco una distorsione democratica e politica di questo Governo.
Quando io qui ho mosso i miei primi passi, ho dovuto sottolineare, con grande preoccupazione, che le leggi che venivano approvate erano tutte sistematicamente accentratrici, di delega alla Giunta, a una Giunta non eletta dal Consiglio e con la fiducia del Consiglio, ma una Giunta che è nella discrezione del suo Presidente, come i fatti hanno poi dimostrato.
Allora, io sono nettamente contrario al sistema presidenziale, lo ero prima, adesso con questa attuale esperienza lo sono fermamente, perché il presidenzialismo ha cominciato a creare tormenti e sofferenze anche in molti di coloro che l'avevano sostenuto. Oggi ci sono elementi di riflessione perché l'attuale Presidente della Giunta suscita preoccupazioni. Io ho sentito stamattina, durante un'audizione, da un autorevolissimo collega di quest'Aula, chiedere ad una forza sociale se era contrario al presidenzialismo per la gestione di questo Presidente o se era contrario in assoluto. Io ho fatto una battuta dicendo che probabilmente era contrario per l'una ragione e per l'altra.
Il presidenzialismo ha determinato questo tipo di maggioranza che dovrebbe essere l'elemento rassicurante per la stabilità ma, guarda caso, quando le maggioranze sono straripanti diventano anche esse un fattore negativo perché diventano arroganti e, siccome c'è la disciplina di maggioranza, i numeri eccessivi determinano comportamenti piuttosto arroganti verso l'opposizione, verso le minoranze e così è stato. La stabilità va procurata con altri sistemi, con una legge elettorale, con un Regolamento del Consiglio, con una legge che stabilisca per esempio la sfiducia costruttiva, quindi si verrebbe meno rispetto alla preoccupazione di avere Giunta, come dire, ad ogni soffio di contrarietà. La sfiducia costruttiva, ci sono esperienze in paesi sicuramente democratici a cui fare riferimento.
Ma se poi proprio presidenzialisti dovessimo essere, io vorrei eleggere semmai il rappresentante diretto del popolo, il Presidente del Consiglio, al quale io conferirei molti dei poteri che sono oggi in capo al Capo dello Stato. Il Capo dello Stato che fa? Sente i Gruppi parlamentari, sente le forze politiche, sente le forze sociali, sente le organizzazioni sindacali dei lavoratori e degli imprenditori, sente quanti lui ritiene che siano rappresentanti di elementi importanti della società, sia sotto il profilo della rappresentatività, sia sotto il profilo del lavoro, sia sotto il profilo della produttività. Poi dà l'incarico per la formazione del Governo. Ecco, io, al Presidente del Consiglio, darei questi poteri, nominare il Presidente della Giunta, incaricarlo di formare la Giunta, di presentarsi col programma e alla fiducia del Consiglio. Al Presidente del Consiglio darei questi poteri. E' difficile equilibrare con l'elezione diretta del Consiglio e del Presidente della Giunta; sono entrambi espressioni dirette del popolo, come si fa allora a trovare il giusto equilibrio se entrambi hanno la stessa derivazione? Per quanti sforzi si facciano e per quanti correttivi si possano inventare, è quasi impossibile stabilire un equilibrio quando due organi sono entrambi espressione del popolo, quello Legislativo e quello Esecutivo. Non sarà mai correttamente possibile trovare questo giusto equilibrio, quando il potere esecutivo è espresso direttamente dal popolo e quando il potere legislativo è espresso direttamente dal popolo.
Allora, torniamo a rimettere al centro davvero il Consiglio regionale, come il punto fondamentale, la massima espressione della volontà del popolo e semmai vediamo di individuare nel Presidente del Consiglio poteri che siano quelli, per esempio, anche della promulgazione delle leggi, dei decreti, così eserciterebbe una sorta di primo giudizio di conformità. Perché se le leggi e i decreti li deve promulgare il Presidente dell'Esecutivo è chiaro che siamo già in una distorsione, in quanto, quasi sempre, quelle espressioni sono espressioni di una volontà da quel Presidente dell'Esecutivo determinate. Il Presidente del Consiglio, che è al di fuori dell'Esecutivo, invece ha un potere distaccato di controllo di una prima legittimità. Allora, soltanto dopo questa verifica fa questo. Un Presidente del Consiglio che avesse questi poteri, di nominare il Presidente della Giunta e di incaricarlo di formare la Giunta e di presentarsi alla fiducia del Consiglio, prima di procedere a questo, dovrebbe sentire le forze politiche, i Gruppi. Ecco che vi è una occasione, uno strumento giuridico che promuove la rinascita dei Partiti, perché se il Presidente del Consiglio regionale deve sentire le forze politiche, le forze politiche si devono necessariamente organizzare, altrimenti sente soltanto i Gruppi politici consiliari.
Allora, vi è l'esigenza di individuare un qualche strumento importante per ridare ai partiti un ruolo, una vitalità, una dignità, che sono il cardine, come dice la Carta Costituzionale, del nostro sistema democratico. Il nostro sistema democratico è entrato in sofferenza proprio perché i Partiti sono andati in crisi, allora bisogna trovare strumenti perché i Partiti riprendano il loro ruolo e la loro funzione, la loro straordinaria capacità di rappresentanza e di intermediazione tra le istituzioni e il cittadino. Questo è il ruolo dei partiti. E se il Presidente del Consiglio, così concepito, deve sentire le forze politiche organizzate, quindi i Partiti, ebbene i Partiti necessariamente debbono sentire la responsabilità e il dovere, ed io sono certo che rinascerebbero immediatamente, il che rivitalizzerebbe il sistema democratico. Allo stato delle cose, francamente, io non me la sentirei davvero di continuare ad esaminare questo provvedimento di legge; io ho letto e riletto questo disegno di legge, non vorrei offendere nessuno, mi sto sforzando di allontanarmi da ogni elemento polemico, per favorire al massimo quello che stasera in quest'Aula è aleggiato, una disponibilità di trovare larghe condivisioni, per affrontare questo disegno di legge, per affrontare la legge elettorale, per affrontare lo Statuto.
E' nulla di nuovo rispetto a quello che io dissi quando invitavo il Presidente a prendere l'iniziativa, io capivo perfettamente che per il Presidente, come tale, in un suo ruolo istituzionale, assumere un ruolo più propriamente politico, c'erano delle difficoltà, ma oggi, qui, i rappresentanti dei Gruppi consiliari hanno manifestato questa volontà. Bene, non sciupiamo questa manifestazione di volontà! Andiamo a costituire davvero gruppi di lavoro con lo spirito di larga intesa, perché queste riforme non interessano soltanto il Governo in carica, certamente qualcuno c'è che ha l'interesse di fare una legge di questo tipo perché si pensa di fare eterno l'attuale Governo in carica. Non è così! C'è qui la manifestazione di volontà per andare oltre, per superare questa contrapposizione.
Bene, a questo punto, io proporrei davvero, e avrei proprio finito, di sospendere l'esame di questo disegno di legge, i Gruppi politici si incontrino e formino comitati di lavoro, si riporti in Commissione, si faccia tutto quello che è necessario per raccogliere un risultato; se la maggioranza ha dichiarato disponibilità anche a modifiche significative, benissimo, la minoranza deve raccogliere questa disponibilità e individuare uno strumento concreto per dare effettività a questa manifestazione di volontà.
E allora, lasciamo questo disegno di legge, affrontiamo la Finanziaria per affrontare i grandi problemi economici e sociali che stanno, come dire, sotto grandissima sofferenza, per usare un eufemismo, per non parlare poi di condizioni di estrema difficoltà, di estremo disagio. Si proceda in questa direzione e verifichiamo sul serio se questa manifestazione di volontà, di trovare tutte queste intese è soltanto un esercizio retorico di facciata o è una sostanza. Siccome ritengo che sia sostanziale la disponibilità, allora si sospenda l'esame di questo disegno di legge e si dia immediatamente l'avvio alla costituzione di gruppi di lavoro paritetici, in modo che si trovino le soluzioni di larghissima intesa. Io so che c'è chi è parlamentarista e chi è presidenzialista. Io ho notato che i presidenzialisti sulla carta sono moltissimi, nella sostanza sono assai meno, perché quando incominciano a parlare di un presidenzialismo corretto, modificato, controllato, eccetera, significa che non vogliono rinunciare a un'affermazione di principio, ma poi alla fine questo presidenzialismo non è esattamente quello che corrisponde a un desiderio di questa rinnovata Regione, di rinnovata autonomia.
Se noi creiamo queste condizioni di disponibilità delle larghe convergenze, badate, si possono trovare momenti alti per la politica e momenti esaltanti anche per le istituzioni democratiche, perché la Sardegna, in questo momento, ha proprio bisogno quasi di recuperare per intero quello che è stato il momento alto di tutte le convergenze, quando si sono affrontati problemi, per esempio quello del Piano di rinascita. Noi abbiamo tante cose che dobbiamo affrontare e risolvere sul piano economico, sul piano sociale e sul piano delle grandi riforme, ma le grandi riforme richiedono la convergenza, le larghe intese e grandi condivisioni, altrimenti si riprende la conflittualità, la contrapposizione perché ci si guerreggia proprio con uno spirito di appartenenza. Non è questo il momento, quello bisogna superarlo, quello l'abbiamo vissuto e l'abbiamo vissuto anche troppo e in maniera esasperata.
Allora, queste esperienze anche recenti ci devono dare un grande insegnamento per mettere da parte tutto questo e cercare di individuare tutti i momenti di massima intesa per risolvere il problema; il presidenzialismo non è il fattore che potrà dare la rinascita alla nostra Sardegna, è il Consiglio regionale, la massima rappresentanza del popolo. Troviamo poi il modo perchè le Giunte non cadano. Proponevo la questione...
PRESIDENTE. Onorevole Farigu, le comunico che ha ancora a disposizione un minuto e mezzo.
FARIGU (Gruppo Misto). Ho finito, proponevo la sfiducia correttiva, vediamo un attimino le cose che ho detto se possono essere approvate. Concludo, non credo che, con l'istituto dell'emendamento, si possa modificare nel senso auspicato questo disegno di legge. Questo disegno di legge va riscritto perché, a leggerlo e a rileggerlo, io ho trovato anche difficoltà di natura architettonica-sintattica, francamente, difficoltà a comprenderlo. Può darsi che sia troppo vecchio e sia piuttosto rimbambito, ma io molti articoli e molti commi, li ho letti e riletti e mi sono interrogato su che cosa volessero dire.
(Interruzione della consigliera Caligaris)
PRESIDENTE. Onorevole Caligaris, su che cosa intende parlare?
CALIGARIS (Gruppo Misto). Sull'ordine dei lavori, Presidente.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare la consigliera Caligaris sull'ordine dei lavori. Ne ha facoltà.
CALIGARIS (Gruppo Misto). Vorrei sapere, Presidente, se è possibile conoscere come sono organizzati i lavori, sia per stasera che per domani, almeno per orientarci, grazie.
PRESIDENTE. Grazie a lei, onorevole Caligaris. Stasera i lavori si concludono qui. Riprenderanno domani mattina, mercoledì 7 febbraio, alle ore 10 e 30, primo iscritto a parlare l'onorevole Uggias. Domani si lavorerà dalle ore 10 e 30 alle ore 14 e dalle ore 16 alle ore 21, come di consueto.
La seduta è tolta alle ore 20 e 52.
Allegati seduta
Risposta scritta a interrogazioni
(inserire interrogazioni)
Testo della interrogazione annunziata in apertura di seduta
Interrogazione Moro, con richiesta di risposta scritta, sulle opere stradali in attesa di completamento nella Provincia di Sassari.
Il sottoscritto,
premesso che:
- con lettera del 21 dicembre scorso, il Presidente del Consiglio dei ministri ha comunicato alle regioni che il cosiddetto "Piano Cipe" delle grandi opere dovrà comprendere solo interventi già finanziati al 60 per cento, sulla base della ricognizione effettuata dallo stesso Cipe il 17 novembre scorso che conferma le priorità a suo tempo definite dal precedente Governo;
- nella stessa lettera, viene precisato fra l'altro che "l'eventualità che si possa avviare un confronto su altre opere potrà quindi essere presa in considerazione solo a condizione che gli interventi proposti siano integralmente autofinanziati, o che il relativo onere sia compensato con una pari riduzione di quello relativo ad altri";
- alla luce di tale direttiva vincolante, risulterebbe fortemente ridimensionato l'impegno del Governo nei confronti della Sardegna in riferimento a fondamentali infrastrutture stradali, portuali, aeroportuali e ferroviarie;
- segnatamente nel territorio della Provincia di Sassari ciò provocherebbe il rinvio sine die di opere stradali di vitale importanza come il completamento della Sassari-Alghero, la realizzazione della direttissima Sassari-Olbia e della Sassari-Olbia-aeroporto, la realizzazione della Sassari-Tempio e del centro intermodale del porto di Porto Torres,
chiede di interrogare il Presidente della Regione e gli Assessori regionali della programmazione, bilancio, credito e assetto del territorio e dei lavori pubblici affinché riferiscano:
1) quali opere previste per la Sardegna, allo stato della programmazione, rientrino nei parametri indicati dal Presidente del Consiglio dei ministri e quali, invece, ne sarebbero escluse;
2) quali siano le priorità che la Regione sarda intende mantenere e sostenere e con quali risorse intende far fronte alle esigenze di molti territori dell'Isola, a cominciare dalla Provincia di Sassari, ai quali il Governo regionale ha ripetutamente assicurato e garantito la realizzazione delle opere e la loro copertura finanziaria. (746)
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