Seduta n.218 del 25/07/2006 

CCXVIII SEDUTA

VENERDI' 28 LUGLIO 2006

Presidenza della Vicepresidente LOMBARDO

INDICE

La seduta è aperta alle ore 10 e 14.

CASSANO, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del 25 luglio 2006 (212), che è approvato.

Congedi

PRESIDENTE. Comunico che i consiglieri regionali Raffaele Farigu, Girolamo Licandro, Salvatore Serra e Beniamino Scarpa hanno chiesto congedo per la seduta antimeridiana del 28 luglio 2006.

Poiché non vi sono opposizioni, i congedi si intendono accordati.

Discussione generale del disegno di legge "Disciplina di riordino degli Istituti autonomi per le case popolari (IACP) mediante la loro trasformazione nell'Azienda regionale per l'edilizia abitativa (AREA)"(94/A).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione generale del disegno di legge numero 94/A. Dichiaro aperta la discussione generale.

Ha facoltà di parlare il consigliere Orrù, relatore.

ORRU' (D.S.), relatore. Signor Presidente, il disegno di legge numero 94/A, che è all'attenzione del Consiglio e che concerne norme in materia di edilizia residenziale pubblica, si pone innanzitutto l'obiettivo di favorire il superamento di una seria e non più giustificabile difficoltà in cui si trovano, chi più chi meno, ormai da diversi lustri, gli Istituti autonomi per le case popolari.

Il perdurare dello stato di indeterminatezza rispetto alla prospettiva, il perdurare di gravi insufficienze organizzative e funzionali (basti pensare che, come ci è stato detto nel corso delle audizioni dei dirigenti dei vari IACP, poco più della metà del personale previsto dalla pianta organica è attualmente in servizio) ha evidenti ricadute negative sulle fasce sociali che sappiamo essere le più esposte, le più deboli della società sarda, contribuendo, purtroppo, alla negazione per molti cittadini sardi, per molte famiglie sarde, del soddisfacimento del fondamentale diritto alla casa. Diritto per il quale, occorre ricordarlo, il ricorso direi esclusivo, o quasi esclusivo, a strumenti pure importanti di incentivazione e di regolazione del mercato non può dare risposte esaustive. Sono, sì, strumenti importanti, di cui la nostra Regione dispone (basti ricordare la legge numero 32), che hanno dato delle risposte, ma che certamente non possono soddisfare le esigenze di una fascia sociale molto ampia, che non è in grado neppure di utilizzarli.

Ora, questa situazione di difficoltà e di ritardo trae origine da una molteplicità di cause, non c'è dubbio, tra le quali la più importante, a mio avviso, va individuata nella inadeguatezza del sistema regionale di intervento nell'edilizia residenziale pubblica, che risulta sostanzialmente ancora basato sulle leggi di riforma introdotta dallo Stato negli anni Settanta, vale a dire la legge numero 865 del 1971, concernente norme in materia di edilizia economica e popolare - i piani di zona, per intenderci - e la legge numero 457 del 1978. Sono le leggi di riforma con cui lo Stato ha attribuito alle Regioni la funzione di programmazione degli interventi di edilizia residenziale pubblica e agli IACP la responsabilità di attuarne la parte più consistente. Altri interventi, come è noto, sono stati attuati direttamente dai comuni, altri ancora da soggetti privati, e in modo particolare da soggetti cooperativi.

Successivamente, nel 1979, con il DPR numero 348, lo Stato ha trasferito alla Regione Sardegna la competenza piena in questa materia. In particolare, con l'articolo 70, come giustamente è sottolineato nella relazione della Giunta regionale che accompagna il disegno di legge numero 94, lo Stato ha confermato la potestà della Regione nello stabilire soluzioni organizzative anche difformi da quelle fissate nella legge numero 457, ma comunque conformi ai principi stabiliti dalle leggi di riforma delle autonomie locali, approvate negli anni Novanta, in modo particolare, la legge numero 142 del 1990 e il decreto legislativo numero 267 del 2000. Questa quindi è la cornice entro cui si colloca la normativa legislativa in materia di edilizia residenziale pubblica ed entro cui si colloca, diciamo, la mancata riforma degli IACP.

Ora, la potestà legislativa va esercitata entro questa cornice, sia quella regionale sia quella di derivazione statale, cioè la legge numero 142 e il decreto legislativo numero 267, nonché la legge costituzionale di riforma del Titolo V della Costituzione, che ha confermato l'esclusiva competenza delle Regioni, e quindi, a maggior ragione, della Regione sarda, in questa materia. Vorrei ricordare che ci sono anche strumenti legislativi regionali, quali la legge regionale numero 9 del 2006, concernente il trasferimento di funzioni e compiti agli enti locali, di cui si deve tener conto.

La Giunta regionale, e la prima Commissione in particolare, hanno avuto la possibilità di fare una valutazione più ampia, più aggiornata delle scelte e delle esperienze attuative compiute dalle altre Regioni italiane. La maggior parte di esse, infatti, è intervenuta successivamente alla legge numero 142, non immediatamente dopo, ma comunque nei cinque o sei anni successivi, avendo come obiettivo, sostanzialmente, se non esclusivamente, il riordino degli IACP. Alcune Regioni hanno proceduto a un adeguamento legislativo successivo, altre hanno realizzato una seconda riforma, altre ancora - poche per la verità - hanno messo mano a una sorta di legge quadro sulla politica abitativa. Noi non abbiamo fatto nessuno di questi passaggi, per intenderci, tutte le Regioni, però, si sono poste il problema, nell'ambito delle loro esperienze, chi prima chi dopo, utilizzando questo o quello strumento, di collegare più strettamente la politica abitativa, le sue finalità sociali, in modo particolare, e la nuova strumentazione legislativa (basti pensare alla legge numero 267) alla relativa o conseguente, se si vuole, riorganizzazione degli IACP.

Ora, il testo originario del disegno di legge numero 94 rispondeva certamente a quella prima esigenza, non alle altre, era cioè volto quasi esclusivamente al riordino degli attuali IACP, affidando, presumibilmente, si può intuire, a un successivo provvedimento normativo la definizione dei programmi di edilizia abitativa e in particolare le scelte sull'edilizia residenziale pubblica, avvalendosi certamente degli strumenti di programmazione ordinaria in capo all'Assessorato competente. La Commissione, debbo dire con il contributo costante dell'Esecutivo regionale, ha scelto di integrare il disegno di legge numero 94, non di sostituirlo, cioè di tener conto delle esperienze compiute e di esitare un testo di legge che non dovesse attendere una seconda riforma, ma consentisse di rispondere alle esigenze nel migliore dei modi possibili, oggi e non fra quattro, cinque o sei anni. In che modo? Innanzi tutto definendo in modo più adeguato le finalità dell'Azienda e orientandole verso l'incremento del patrimonio abitativo di proprietà pubblica non solo attraverso nuove costruzioni, ma soprattutto attraverso la riqualificazione urbanistica, e quindi il recupero del patrimonio immobiliare, in particolare nei centri storici, perseguendo sempre e comunque - questa è una finalità che viene definita e ribadita più volte in maniera molto chiara e netta - l'obiettivo di qualità e di vivibilità degli alloggi pubblici e delle aree urbane di riferimento, appunto con interventi integrati, quindi non solo ed esclusivamente di tipo edilizio, ampliando l'offerta di alloggi pubblici a canone ridotto rispetto ai valori di mercato.

Il secondo filone di intervento consiste nell'inserimento di un insieme di norme che disciplinano la programmazione degli interventi non attraverso la semplice concertazione tra i vari livelli istituzionali, ma attraverso la partecipazione attiva degli enti locali all'attuazione delle politiche abitative, differenziando le funzioni, ovviamente, e responsabilizzando i vari livelli istituzionali - Regione, province e comuni - sulla base del dettato costituzionale e anche, vorrei ricordarlo ancora una volta, dei principi che abbiamo delineato nel provvedimento sul cosiddetto federalismo interno, cioè la legge numero 9 del 2006 concernente il conferimento di funzioni e compiti agli enti locali.

Infine, si è accompagnato e rafforzato questo processo di programmazione con la creazione di un settore dedicato - e non di un altro osservatorio -, una sorta di struttura dipartimentale dell'Osservatorio economico, che supporti il sistema istituzionale nella definizione del fabbisogno abitativo, nelle scelte delle diverse tipologie di intervento, rendendo quindi più incisivo il sistema di programmazione dal basso, non limitandosi alla pura e semplice lista dei desiderata (chiedere 100 per ottenere 10), ma ancorando le richieste a un'analisi attenta del fabbisogno e della risposta più convincente rispetto a quel fabbisogno e assicurando, infine, la verifica dei risultati attraverso il monitoraggio degli interventi.

La proposta di riordino contenuta nel testo base è stata sostanzialmente confermata, cioè non mi pare che si sia andati in direzione diversa. Si è ritenuta convincente la scelta dell'unificazione dei vari IACP in un'unica azienda regionale, con l'obiettivo di realizzare economie di scala, di recepire tempestivamente nuovi strumenti operativi sia sotto il profilo amministrativo che tecnico-operativo, capaci di attrarre e utilizzare risorse più consistenti, fornire servizi e sostenere l'iniziativa degli enti territoriali con tutte le competenze tecniche, gestionali e progettuali più avanzate di cui si può disporre. Tutte caratteristiche che difficilmente, nel caso di una polverizzazione degli enti, che a questo punto non sarebbero stati più solo quattro, ma sei, otto e forse anche di più, si sarebbero potute ritrovare in istituti così ridimensionati.

Ora, la scelta dell'Azienda unica regionale si accompagna - naturalmente i due processi debbono andare di pari passo, essendo complementari - con un'articolazione per distretti territoriali dei servizi diretti verso l'utenza e dei servizi diretti verso il sistema locale, cioè di collegamento costante con i comuni. I distretti coincidono, presumibilmente, ma non obbligatoriamente, con gli ambiti delle nuove province, pur con la flessibilità necessaria derivante principalmente dall'entità del patrimonio immobiliare. Vorrei ricordare che questa non è solo un'affermazione nominale, perché sussistono situazioni del tutto differenti: è chiaro che dal punto di vista sostanziale Carbonia ha una realtà completamente differente da quella di altri comuni, non foss'altro perché dispone di poco meno del 20 per cento del patrimonio residenziale complessivo degli IACP sardi, per cui nell'articolazione distrettuale si terrà conto della consistenza e della dislocazione del patrimonio nel territorio, ma direi non solo di questo. Tuttavia, si è scelto di fissare per legge, e non per via amministrativa demandando all'Azienda, che i distretti non possano essere modificati "a seconda di", garantendo un livello minimo di servizi, quindi fissando in legge il numero minimo di strutture tecniche e amministrative in cui sono organizzati i distretti, i livelli essenziali dei servizi, attraverso la Carta dei servizi, e l'obbligo del riferimento costante ai comuni e alle province.

Infine, si è ritenuto, pur con gli opportuni aggiustamenti, di riferire l'ordinamento del personale dell'AREA alla disciplina generale definita per il personale degli enti regionali con la legge numero 31 del 1998, anche in considerazione del fatto che il personale degli IACP è stato inquadrato nel sistema regionale non più tardi di alcuni anni fa, anzi, a dire il vero, ci è stato riferito che questo inquadramento non è stato ancora completato. Sembrerebbe del tutto inopportuno far transitare il personale da un sistema a un altro, quasi fosse un autobus che viene spostato da un punto all'altro senza fermarsi mai

Quindi la scelta che è stata fatta è appunto quella dell'inquadramento del personale dell'AREA nel ruolo unico regionale. Si è tuttavia ritenuto necessario, per le peculiarità dell'Azienda, che costruisce alloggi e non eroga servizi di un certo tipo, fare una differenziazione per quanto attiene all'organizzazione degli uffici, nel senso che tale organizzazione deve essere funzionale all'esercizio di quella attività, non di una generica funzione amministrativa pubblica.

Ritengo, infine, di dover informare il Consiglio che la Commissione ha condotto una serie di audizioni prima della discussione finale. Va anche detto che le audizioni con le organizzazioni sindacali, in modo particolare, hanno fatto emergere la sostanziale condivisione delle scelte che sono state fatte, e penso che questo sia un fatto positivo. Intendiamoci, le riforme non si fanno per chi le deve attuare, ma a maggior ragione non si fanno neppure contro chi le deve attuare. Credo che questo giudizio debba essere acquisito come buon auspicio.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Capelli. Ne ha facoltà.

CAPELLI (U.D.C.). Signor Presidente, chiedo cinque minuti di sospensione perché intendiamo proporre, ai sensi dell'articolo 86 del Regolamento, la questione sospensiva. Siccome va proposta prima della discussione generale, abbiamo necessità di una breve sospensione dei lavori per definirne i termini.

PRESIDENTE. Poiché non vi sono opposizioni, sospendo la seduta per cinque minuti. I lavori riprenderanno alle ore 10 e 40.

(La seduta, sospesa alle ore 10 e 36, viene ripresa alle ore 10 e 41.)

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Franco Ignazio Cuccu. Ne ha facoltà.

CUCCU FRANCO IGNAZIO (U.D.C.). Signor Presidente, non era previsto che ponessimo la questione sospensiva così affrettatamente, per cui chiedo anticipatamente scusa ai colleghi se la mia esposizione sarà necessariamente incompleta.

Il Gruppo UDC ha presentato, il 1° giugno scorso, un'interpellanza tendente a chiarire l'appartenenza del patrimonio pubblico degli IACP, facendo riferimento, in proposito, a una norma contenuta nella legge numero 4 del 2006, che attribuisce all'Assessore regionale dei lavori pubblici la facoltà di alienare il patrimonio pubblico degli enti regionali ai comuni e alle province che ne facciano richiesta al prezzo simbolico di 1 euro. L'interpellanza che abbiamo presentato parte dal disposto del comma 2 dell'articolo 39, della finanziaria 2005, che dice: "…in funzione sia del riordino, gestione e valorizzazione del proprio patrimonio immobiliare che della formulazione del conto del patrimonio, la Regione autonoma della Sardegna succede nei beni e nei diritti del patrimonio immobiliare degli enti, istituti, società ed aziende regionali di cui all'articolo 69 della legge numero 31 del 1998".

Ora, sebbene nella formulazione originaria dell'articolo 69 della legge numero 31 del 1998, gli IACP non siano espressamente menzionati, vengono di fatto inseriti in quell'elenco dall'articolo 5 della legge numero 11 del 2002, in funzione della quale viene esteso ai dipendenti degli IACP…

PRESIDENTE. Mi scusi, onorevole Cuccu. Prego i colleghi di fare silenzio e di consentire l'intervento del collega.

CUCCU FRANCO IGNAZIO (U.D.C.). Grazie, Presidente. In funzione della legge numero 11, infatti, viene esteso al personale degli IACP il trattamento normativo del personale regionale. Successivamente, con la legge approvata nel 2006, viene stabilito che possa essere alienato il patrimonio pubblico degli enti regionali ai comuni e alle province che ne facciano richiesta, al prezzo simbolico di 1 euro. Una successiva circolare assessoriale chiarisce che il patrimonio immobiliare degli IACP, fatta eccezione per il particolare caso di Carbonia, non è pubblico o perlomeno gli alloggi non fanno parte del patrimonio pubblico, e che il patrimonio pubblico va considerato con riferimento all'esecuzione delle opere di urbanizzazione.

Mi permetta, Assessore, di sottolineare che questa è una grossa stupidaggine, perché le superfici su cui insistono le opere di urbanizzazione non sono mai di proprietà dell'ente che chiede la concessione, anzi sono condizione necessaria e indispensabile per il rilascio della concessione stessa. La concessione edilizia viene infatti rilasciata a condizione che l'edificazione degli immobili avvenga sulla base delle leggi che regolano la materia urbanistica, con cessione delle superfici destinate al soddisfacimento degli standard urbanistici e la realizzazione delle opere di urbanizzazione, che sono di due tipi: primarie, cioè strade, acquedotti, fognature, illuminazione pubblica, che non sono certo di proprietà dell'ente che realizza, ma, ancora prima del rilascio della concessione, sono di proprietà dell'ente che concede l'autorizzazione; secondarie, cioè scuole, asili e quant'altro. In questo caso ogni richiedente la concessione partecipa pro quota o con capitali propri o con cessione di ulteriori superfici.

Vorrei aggiungere che la stessa Giunta regionale, nella relazione introduttiva al disegno di legge, include gli alloggi nel patrimonio pubblico dell'Azienda. Dice la relazione: "L'articolo 18 dispone il trasferimento di una serie di immobili: come è noto, infatti, lo IACP della provincia di Cagliari è titolare di gran parte del patrimonio..." Mi bastano dieci secondi per concludere.

PRESIDENTE. Onorevole Cuccu, non posso fare un'eccezione per lei, non la faccio proprio per nessuno. Le regole valgono per tutti.

In base all'articolo 86 Regolamento, sulla questione sospensiva può parlare un consigliere per Gruppo per non più di cinque minuti, dopodiché l'Assemblea voterà per alzata di mano. Chi intende intervenire?

CUGINI (D.S.). Non abbiamo capito qual è la richiesta.

PRESIDENTE. E' stata posta la questione sospensiva, concernente il rinvio in Commissione del provvedimento in discussione.

CUGINI (D.S.). Allora parlo contro.

PRESIDENTE . Ha domandato di parlare il consigliere Cugini. Ne ha facoltà.

CUGINI (D.S.). Ho avuto difficoltà a seguire l'esposizione del collega Cuccu, però ho capito che il tema è il trasferimento dei beni degli IACP ai comuni. A questo proposito noi abbiamo dato una risposta positiva ai Comuni di Carbonia e Cagliari, perché abbiamo ritenuto che le loro richieste riguardassero situazioni diverse da quelle degli altri immobili degli IACP e dell'insieme dei beni regionali. I beni del patrimonio pubblico siti nel territorio del Comune di Carbonia hanno un'origine particolare in quanto erano inizialmente di proprietà di un'azienda privata, sono stati poi trasferiti a un istituto pubblico-privato e infine agli IACP, per cui la loro destinazione al Comune di Carbonia ci sembrava che confermasse una tendenza ormai matura. Lo stesso discorso vale per il Comune di Cagliari. Aggiungo che su questo argomento il Consiglio regionale si è già pronunciato in altre occasioni, rivendicando il trasferimento di determinati beni al comune di Carbonia, e richiamando l'esigenza di una norma, che abbiamo poi approvato. Per di più, signor Presidente, l'argomento è stato trattato nella Commissione di merito in modo molto approfondito, e forse quella era l'occasione per contribuire a definire meglio il testo. La Commissione è composta da commissari che rappresentano i Gruppi, non c'è obbligo di presenza e forse se i colleghi dell'UDC avessero posto questo problema in occasione del confronto tra i commissari, avremmo senz'altro prestato tutti maggiore attenzione. Adesso ci pare fuori tempo e, per la complessità dell'argomento, anche fuori luogo proporre il ritorno in Commissione di questo testo di legge. Si lavori in Aula, con la disponibilità da parte nostra ad ascoltare e anche ad accogliere le osservazioni che saranno ritenute positive, ma siamo contrari a un rinvio in Commissione, che ha anche una valenza di natura politica alla quale ci opporremo attraverso il voto.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Capelli. Ne ha facoltà.

CAPELLI (U.D.C.). Signor Presidente, credo che l'onorevole Cugini avrebbe fatto bene a leggere il testo della sospensiva posta.

CUGINI (D.S.). Non solo non l'ho potuto leggere, perché nessuno me l'ha dato, ma non ho neanche capito, ripeto, l'esposizione del collega Cuccu,

CAPELLI (U.D.C.). Io credo che il collega Cugini sia in grado di comprendere, e in ogni caso il testo della sospensiva è stato depositato ai banchi della Presidenza.

Concludo quanto vi stava illustrando il collega Cuccu. La Giunta nella sua relazione dice: "L'articolo 18 dispone il trasferimento di una serie di immobili: come è noto, infatti, lo IACP della provincia di Cagliari è titolare di gran parte del patrimonio pubblico sito nel territorio del Comune di Carbonia (abitazioni, edifici pubblici, aree edificabili e non) per averne ottenuto la cessione da parte della Società Mineraria Carbonifera Sarda (ex ACAI - Azienda Carboni Italia); il comune di Carbonia rivendica storicamente il diritto di ottenere il trasferimento di tale patrimonio, o almeno di quella parte di esso non connesso alle funzioni istituzionali degli IACP…". Qui la Giunta dichiara esplicitamente che il patrimonio pubblico…

(Interruzioni)

PRESIDENTE. Onorevole Cugini, onorevole Marrocu, lasciate che l'onorevole Capelli concluda il suo intervento. Chi intende replicare potrà prendere la parola dopo l'onorevole Capelli. Grazie.

(Interruzioni)

PRESIDENTE. Onorevole Cugini, per cortesia, lei ha già parlato, consenta al collega di esprimere le sue opinioni. Prego, onorevole Capelli.

CAPELLI (U.D.C.). Se i colleghi hanno la cortesia di lasciarmi concludere, capiranno che ciò che la Giunta dice in questa relazione è contraddittorio rispetto alla definizione di patrimonio pubblico che la stessa Giunta ha dato in altre occasioni. O meglio, la Giunta si è guardata bene dal rispondere in quest'Aula, perché l'interpellanza citata dal collega Cuccu non ha avuto nessuna risposta. In merito al disegno di legge numero 94/A, caro collega Cugini, non c'è stata l'opportunità di discutere l'articolo 17, e alle domande poste in Commissione non ci sono state risposte. Noi stiamo cercando semplicemente di sottolineare che all'articolo 17 si parla di patrimonio degli IACP che passa all'AREA. Questo è totalmente inesatto, perché il patrimonio pubblico degli IACP, così come lo intendono tutti i testi di giurisprudenza, è della Regione, non degli IACP, tanto per intenderci. Tra l'altro, sappiamo tutti che c'è stata una disposizione di legge per la quale, al prezzo simbolico di 1 euro, il patrimonio degli IACP può essere trasferito ai comuni che ne facciano richiesta. E a me risulta che dei comuni abbiano fatto richiesta per l'assegnazione di beni degli IACP, ma non c'è stata risposta da parte dell'Assessorato competente. Tutti i consiglieri regionali qua presenti che sono anche sindaci sanno benissimo che quanto riferito dal collega Cuccu sulle urbanizzazioni primarie e secondarie è esatto. Non si può prevedere che quei beni debbano passare ai comuni, ma in ogni caso bisogna predisporre quanto prima il passaggio delle urbanizzazioni primarie e secondarie ai comuni, in quanto è un atto dovuto, che subordina il rilascio della concessione edilizia. Mi sembra l'ennesima inesattezza.

E' chiaro che voi respingerete la questione sospensiva, mi sembra ovvio che la respingerete, come ha dichiarato il collega Cugini, in parte perché non è stata compresa, in parte perché non c'è il tempo, ovviamente, per definirne nei termini il merito. Ma la questione sospensiva da noi proposta preannuncia il fatto che questa legge sarà sicuramente impugnata, se non interverremo sull'articolo 17, che contiene un'inesattezza, un'illegittimità di fondo.

Pertanto invito l'Aula a riflettere su questo, pur nel respingere la questione sospensiva. Così come annunciato dal collega Cugini, si pensa di affrontare questo argomento quando arriveremo all'esame dell'articolo 17, il che è assolutamente possibile, così come è possibile definire meglio il motivo per cui stiamo facendo questa riforma. Il relatore della legge sicuramente ci dirà qual è la situazione attuale dei quattro IACP sardi, ci illustrerà quanto riportato dai direttori generali in sede ,di audizione. Sto concludendo.

PRESIDENTE. Ha tre secondi per terminare, onorevole Capelli.

CAPELLI (U.D.C.). E ci dirà da cosa nasce questa esigenza di trasformazione degli IACP che prevede la soppressione del consiglio di amministrazione e la creazione di ulteriori direzioni dipendenti, numericamente superiori a quelle del consiglio di amministrazione. E soprattutto vedremo che cosa determinerà, in termini di maggiori oneri, l'istituzione dell'AREA.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Uras. Ne ha facoltà.

(Interruzione del consigliere Cugini)

PRESIDENTE. Uno per Gruppo, onorevole Cugini.

URAS (R.C.). Uno per Gruppo, io per il mio. So che voi avete una certa influenza su alcune parti del mio Gruppo, ma non su tutte. Noi lavoriamo ad aiutare la comprensione all'interno del Consiglio regionale, per migliorare le relazioni tra maggioranza e minoranza, perché siamo qua per essere parte attiva e positiva. E poi, ascoltiamo sempre con grande interesse quanto viene detto prima di noi e su quello facciamo le nostre riflessione.

Qua si fa riferimento all'articolo 17 del disegno di legge numero 94/A, che sarebbe l'oggetto del contendere per una presunta grave irregolarità che, in qualche misura, giustifica la pregiudiziale che è stata posta. E la giustifica in quanto si sostiene che la titolarità di un certo patrimonio pubblico non è o non sarebbe più riferibile agli IACP. L'articolo 17 ha una stesura assolutamente semplice, e direi inequivocabile, che non crea la disfunzione o, ancora meglio, la contraddizione paventata dall'onorevole Cuccu e sottolineata dall'onorevole Capelli. Dice l'articolo: "L'AREA subentra nella titolarità del patrimonio e in tutti i rapporti giuridici, attivi e passivi degli IACP". In quelli che gli IACP hanno; in quelli che gli IACP non dovessero più avere, in forza delle leggi esistenti, non subentra l'AREA, perché qualcun altro sarebbe già subentrato. Quindi le ragioni della pregiudiziale non sussistono. Peraltro una pregiudiziale si pone quando ci sono contrasti con norme, secondo me, di livello superiore, che non possono trovare sintesi, componimento, migliore chiarificazione nelle norme di legge che andiamo a discutere. In questo caso stiamo parlando di norme di leggi regionali, solo regionali, quindi assoggettabili a una nuova normazione in capo al Consiglio regionale. Ritengo quindi fondata la preoccupazione sulla fine che farà l'ingente patrimonio dell'edilizia pubblica in Sardegna e cercheremo insieme di scioglierla, ma è assolutamente infondata la pregiudiziale sulla discussione di questo disegno di legge che ha avuto, io credo, anche grazie al relatore, un'ampia trattazione in Commissione.

PRESIDENTE. Sono iscritti a parlare i consiglieri Sanciu e Moro, ma si tratta di iscrizioni precedenti alla proposta della questione sospensiva. Vorrei sapere su che cosa intendono parlare.

MORO (A.N.). Sul disegno di legge.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Artizzu. Ne ha facoltà.

ARTIZZU (A.N.). Presidente, anch'io intendo parlare sul disegno di legge.

PRESIDENTE. Poiché nessun altro domanda di parlare, metto in votazione la questione sospensiva proposta dal consigliere Cuccu. Chi l'approva alzi la mano. (Viene richiesta la controprova.) Chi non l'approva alzi la mano.

(Non è approvata)

Ricordo che i consiglieri che intendono prendere la parola devono iscriversi al banco della Presidenza non oltre la conclusione del primo intervento.

E' iscritto a parlare il consigliere Sanciu. Ne ha facoltà.

SANCIU (F.I.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori Assessori, la proposta oggetto della discussione odierna dell'Aula ha, se vogliamo, la giusta pretesa di procedere al riordino degli Istituti autonomi per le case popolari. Gli IACP, infatti, hanno avuto avvio, come molti colleghi ben sanno, con la prima legge promulgata in Italia per facilitare la costruzione di case popolari, ossia la legge numero 251 del 1903, conosciuta ai più come legge Luzzati. Quel provvedimento si inseriva nel quadro di una politica sociale che, al principio del secolo, tendeva a trasformare e migliorare le condizioni di vita delle popolazioni, in particolar modo dei ceti meno abbienti, non per un interesse prettamente economico o per esigenze di profitto, ma per la precisa volontà di intervenire nel sistema sociale avendo come obiettivo solo ed esclusivamente il bene casa.

E' trascorso ormai quasi un secolo dalla fondazione dei primi Istituti autonomi per le case popolari e in questo lungo periodo storico sono avvenuti radicali cambiamenti. E' mutato, infatti, il contesto sociale, politico ed economico, è cambiato il quadro normativo, eppure non cessa la funzione peculiare ed irrinunciabile degli IACP, ossia quella di garantire una casa ai meno abbienti. Oggi l'ambito cui rapportarsi è notevolmente mutato, sia nei riferimenti sia nelle prospettive. La risposta questa volta non potrà limitarsi soltanto a fornire, come è accaduto in passato, uno spazio per sopravvivere, ma dovrà anche e soprattutto considerare la persona che in quello spazio deve vivere. D'altro canto è diventato sempre più arduo sia conservare l'integrità fisica del patrimonio realizzato sia fronteggiare le esigenze di alloggi non più soltanto in relazione alle categorie dei meno fortunati, ma anche di altre categorie di cittadini, come quelle formatesi per il lievitare vertiginoso dei canoni di locazione dell'edilizia privata. Inoltre, nonostante sia cresciuto il numero di proprietari della prima casa, moltissime famiglie vivono al limite della soglia di povertà, spendendo per l'affitto ben oltre il 35 per cento del proprio reddito. Queste situazioni vanno a sommarsi a quelle esasperate dalla presenza di problemi che riguardano persone con handicap, anziani con reddito minimo, tossicodipendenti, immigrati, giovani coppie, ragazze madri e studenti, determinando l'acuirsi della disparità tra classi sociali. Si riaffaccia così l'emergenza casa. Occorre, quindi, procedere a una progettazione sociale dell'abitare che tenga prioritariamente in considerazione le classi più deboli e che attraverso appropriate ristrutturazioni migliori definitivamente le condizioni dell'utenza di quei complessi di edilizia pubblica ancora emarginati dal contesto urbano. Occorre che la Regione si occupi di promuovere, oltre alla solita agenzia, reali politiche abitative a fronte dei rapidi mutamenti della struttura sociale, di una domanda abitativa sempre più diversificata, ma soprattutto volta al miglioramento degli standard abitativi degli alloggi privati e degli spazi comuni e della necessità di ripensare l'intero ciclo di vita e riqualificazione del manufatto anche sotto il profilo eco-energetico, nel rispetto dei criteri della bioarchitettura.

Il disegno di legge numero 94/A, che discutiamo oggi, concernente il riordino degli Istituti autonomi per le case popolari mediante la loro trasformazione nell'Azienda regionale per l'edilizia abitativa, si occupa solo ed esclusivamente della creazione dell'AREA, tralasciando una politica generale di più ampio respiro che è strettamente connessa a qualsiasi ipotesi di riordino. Stiamo assistendo a un progetto che tende a concentrare in un unico centro di potere tutte le attività che fino ad oggi erano in capo agli IACP, con l'ambizione e la pretesa di conoscere le esigenze di tutti i territori della Sardegna, di avere le risposte per tutti e di avere gli strumenti e le risorse per gestire tutta l'attività amministrativa che un tempo era distribuita tra più soggetti e istituzioni. Ricordo ai colleghi che il Consiglio delle autonomie locali, pur formulando un parere favorevole a questo disegno di legge, ha evidenziato - cito alla lettera - "il carattere accentratore dell'impianto strutturale del nuovo organismo", riferendosi appunto all'AREA, che sostituirà gli attuali IACP.

Questo carattere accentratore del disegno di legge si manifesta soprattutto nel ruolo che viene conferito alle autonomie locali, sempre più relegate a funzioni minori ed emarginate da un'attività alla quale, viceversa, possono dare un contributo determinante nell'individuazione delle problematiche locali e delle soluzioni alle emergenze. Il ruolo marginale delle autonomie locali è stato rilevato anche dalla Commissione urbanistica, la quale ha inoltre sottolineato la mancanza di una funzione vincolante nei confronti della Regione; mancanza che è destinata a vanificare qualsiasi intervento e proposta di questi enti intermedi e a trasformare in un teatrino della finzione le occasioni, peraltro scarse, di dialogo e consultazione. Questo disegno di legge fonda le sue motivazioni esclusivamente sulla necessità di adeguare l'organizzazione degli IACP alla legislazione vigente, lasciando in secondo piano qualsiasi politica sociale e sulla necessità di ottimizzare il rapporto costo-benefici nella gestione degli interventi a favore dell'edilizia residenziale pubblica. Sono quindi totalmente assenti - ma lo vedremo in seguito - le valutazioni sul ruolo che deve avere oggi l'edilizia a carattere sociale. Non ci si può limitare a fornire un tetto a chi ne è sprovvisto, ma occorre realizzare un contesto di benessere sociale più ampio, per evitare l'aggravarsi, come è accaduto, di situazioni di disagio ed emarginazione sociale. Manca un progetto forte, sia sotto il profilo amministrativo e istituzionale sia soprattutto sotto il profilo sociale e culturale.

Prima di disegnare una nuova architettura amministrativa la Giunta ha il dovere, Assessore, di elaborare un progetto di intervento. Il riordino di una struttura amministrativa, tra l'altro molto complessa come questa, deve essere il vestito da cucire addosso a un progetto più ampio. L'obiettivo principale deve essere quello di promuovere delle politiche per l'edilizia popolare che investano la progettazione e la riqualificazione di modelli regionali di edilizia economica e popolare, sia in termini architettonici che urbani, al fine di renderli più rispondenti, per qualità delle prestazioni, alla necessità, ormai generalizzata a livello europeo, di elaborare politiche per la casa e per la riqualificazione della città, volte soprattutto all'uso razionale dell'energia, al corretto utilizzo delle risorse locali ai fini dello sviluppo sostenibile del territorio, all'uso di materiali naturali e biocompatibili, ma soprattutto alla elaborazione di soluzioni tecnico-normative e di nuovi assetti tipologici capaci di contribuire al miglioramento della qualità abitativa degli alloggi.

La nuova Azienda, che per effetto della legge regionale proposta muta da ente pubblico non economico in ente pubblico economico, dovrebbe essere in grado di risolvere almeno una parte delle problematiche esistenti, coniugando ai vecchi compiti i nuovi, lavorando nello specifico per perfezionare le condizioni di vita di quei complessi oggi marginalizzati. L'esperienza europea recente è, per contro, ricca di esempi in cui l'iniziativa degli enti pubblici si è rivelata capace di produrre un generale ripensamento sull'architettura della città. In molti Paesi europei, infatti, l'attenzione nei confronti dei cosiddetti ceti marginali porta da un lato a tentativi di gestione del patrimonio edilizio esistente, con programmi che propongono moduli di partecipazione differenziata, come in Inghilterra, dall'altro a progetti che ripensano l'ambiente urbano recuperando gli elementi tradizionali della strada, della piazza, dell'isolato. In alcune esperienze tedesche, spagnole - pensate che in Spagna molti quartieri popolari li progetta l'architetto Bofill, che è uno dei più grandi architetti contemporanei - e francesi la sperimentazione progettuale e la specializzazione delle tecniche del costruire consentono da un lato l'abbattimento dei costi economici e dall'altro soluzioni formali abitative di alta qualità. Quei quartieri edificati in passato, progettati per essere rapidamente dimenticati, dovevano rispondere soltanto al sacrosanto diritto alla casa delle classi meno abbienti e sono diventati spesso i luoghi del "non diritto", i luoghi attraverso i quali, con enorme disinvoltura, la nostra società ha accettato di segnare il destino di centinaia di persone, di negare loro l'eguaglianza e la parità di diritto. Questi quartieri popolari, diventati dei luoghi marginali, dei ghetti - passatemi il termine -, devono essere riqualificati e armonizzati con il resto del tessuto urbano, per contribuire a rimuovere le situazioni di disagio legate alle fasce sociali più deboli. I modi di dire che identificano, per esempio, gli abitanti delle case popolari dei quartieri CEP e Sant'Elia di Cagliari e Poltu Cuadu di Olbia devono scomparire dal linguaggio comune, affinché le persone che vi vivono non vengano più etichettate, marginalizzate o ghettizzate in relazione alla loro situazione disagiata.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pisu. Ne ha facoltà.

PISU (R.C.). Signor Presidente, signori Assessori, colleghe e colleghi, il disegno di legge numero 94/A, che stiamo esaminando, disciplina e riordina gli Istituti autonomi per le case popolari mediante la loro trasformazione nell'Azienda regionale per l'edilizia abitativa, che chiameremo AREA. Si tratta di un tema di grande importanza, atteso da tempo dagli enti locali e soprattutto dalle fasce sociali più deboli della società sarda. Dunque è un disegno di legge presentato molto opportunamente dalla Giunta regionale, migliorato dalla discussione tenutasi nella Commissione di merito, dalle interlocuzioni con altre Commissioni e, in particolare, con il Consiglio delle autonomie locali, che hanno a loro volta suggerito ulteriori arricchimenti che penso debbano essere tenuti nella dovuta considerazione.

Dalla relazione della Commissione autonomia - che abbiamo sicuramente tutti letto - risulta che si sono fatte ben sedici sedute, procedendo a una profonda innovazione legislativa per ciò che è sopravvenuto nel sistema normativo regionale. Credo che i tratti essenziali di questo disegno di legge riguardino l'obiettivo di fornire un numero maggiore di alloggi in locazione per le classi sociali più deboli.

Qui, oggi, si sprecheranno le parole, come abbiamo sentito poc'anzi anche da ciò che ci ha detto l'onorevole Sanciu, e ci sarà una sorta di pianto greco a favore dei ceti popolari che potranno avere una casa con una locazione accettabile. Ma io non penso che siano credibili, in questo loro dire, coloro che per collocazione politica nel centrodestra difendono le teorie liberiste ed esaltano le magnificenze del mercato anche nel settore immobiliare e degli affitti, che hanno determinato un aumento delle rendite tale da moltiplicare i loro profitti con locazioni di rapina, che hanno falcidiato stipendi e pensioni e creato tanta gratuita sofferenza. Tutto questo è avvenuto, cari colleghi, durante l'era Berlusconi e non è un caso che nel programma dell'Unione ci sia proprio una volontà di ridimensionamento della rendita che voi avete così lungamente protetto.

Il disegno di legge in esame prevede anche un consistente incremento e la valorizzazione del patrimonio abitativo pubblico, il recupero a questo fine delle case dei centri storici dei nostri comuni, la riqualificazione e la migliore gestione del patrimonio pubblico esistente. Il testo, ovviamente, tratta di questioni riorganizzative, come l'unificazione dei vecchi IACP in un unico organismo regionale, con articolazioni amministrative nelle otto province. Ma di questo e dell'evoluzione storica degli IACP e dell'edilizia pubblica in genere ha lungamente trattato il relatore Orrù, per cui non ci ritorno, condividendo sostanzialmente il suo ragionamento. Quello che, invece, mi interessa sottolineare in quest'Aula è il senso di questo disegno di legge e il risultato politico che con esso si vuole raggiungere.

Una prima considerazione riguarda la carenza di alloggi di edilizia pubblica di fronte a una domanda che proviene da fasce sociali deboli, che si trovano in condizioni di gravi difficoltà. Non è raro leggere articoli sulla stampa, anche di recente per il caso del Ponte della Scafa qui a Cagliari, o seguire nelle televisioni servizi che documentano le condizioni di vita umilianti di tante persone che non sembrano neanche vivere in un paese avanzato e civilizzato come il nostro. Questa è solo la punta di un fenomeno più diffuso che, a mio avviso, non viene a galla perché per tanti nascondere la loro grave situazione è la norma, anzi lo interpretano come un senso di dignità.

Una seconda considerazione la voglio fare sul recupero di alloggi attingendo al ricco patrimonio abitativo dei nostri centri storici. Badate, onorevoli colleghi, questa è una lunga battaglia che stanno da tempo portando avanti i comuni, l'ANCI, la Consulta dei piccoli comuni per arrestare il degrado e rilanciare lo sviluppo dei centri storici della Sardegna. Proviamo solo a immaginare, per un momento, come sarebbero oggi i nostri paesi e le nostre città se i vecchi IACP avessero attuato queste politiche in passato. Sicuramente non si sarebbero realizzate strutture edilizie orribili dal punto di vista estetico e architettonico e non si sarebbero creati dei veri e propri piccoli e grandi ghetti per la gente più povera nelle periferie dei nostri paesi, ma soprattutto delle città. Contemporaneamente si sono svuotati e degradati i centri storici, che venivano abbandonati da chi non si accontentava di spazi così angusti o non accettava i ritardi, da parte dei comuni, nell'approvazione dei piani particolareggiati che avrebbero consentito il riassetto dei centri storici. Quello che, in altri termini, voglio evidenziare è che se gli IACP avessero attuato le politiche di recupero degli alloggi dei centri storici avremmo iniziato, ancora prima della legge regionale numero 29, il ripopolamento dei centri storici e il contenimento dell'espansione selvaggia dei perimetri delle aree edificate nei nostri comuni. Non deve sfuggirci neanche il fatto che tale estensione abnorme ha moltiplicato le spese dei servizi comunali che riguardano le strade, la luce, i rifiuti solidi urbani e altro, sottraendo risorse per interventi che avrebbero qualificato meglio altre parti degli stessi centri. Per questo non posso che plaudire a una scelta di questo tipo, che ci conforta perché dimostra che non abbiamo, per tanti anni, posto il problema in modo invano o gridato nel deserto.

Per concludere, invito il relatore, i componenti della Commissione di merito e la stessa Giunta regionale a tener conto delle osservazioni e delle proposte formulate dal Consiglio delle autonomie locali. Grazie.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Moro. Ne ha facoltà.

MORO (A.N.). Signor Presidente, in apertura intendiamo evidenziare che da parte nostra non esiste una posizione pregiudiziale contraria alla ridefinizione della missione degli IACP, i quali, così come li ha consegnati l'ormai lunga esperienza normativa nazionale e regionale, hanno finito per assumere un ruolo residuale e soprattutto inadeguato rispetto a una vera e propria emergenza di tanti comuni di grandi e medie dimensioni, che la stessa legge definisce ad alta tensione abitativa. E va anche ricordato che queste tensioni vengono scaricate pressoché totalmente sulle amministrazioni locali - questa è la percezione dell'opinione pubblica e delle categorie meno abbienti che, purtroppo, si è radicata nel tempo - senza che le stesse possano farvi fronte con risorse adeguate e concreti strumenti di intervento. Il risultato di tale situazione è che, in termini reali, i comuni non sono in grado di soddisfare, se non in minima parte, circa il 10 per cento, la forte richiesta di alloggi a basso costo e del tutto insufficienti appaiano le risorse della stessa Regione e dei comuni per fronteggiare il caro affitti attraverso i fondi di sostegno alle locazioni. Tant'è che circa la metà degli aventi diritto entrano in graduatoria, ma non accedono al contributo.

Accanto a questi dati, che spiegano solo in parte la drammaticità del contesto generale, c'è un'ampia zona grigia, che riguarda soprattutto alcuni quartieri particolarmente degradati delle nostre città, dove permangono situazioni di vera e propria illegalità: sono frequenti le occupazioni abusive e non sono affatto assenti, pur essendo in parte comprensibili, ma non giustificabili, gli sprechi di consistenti risorse pubbliche.

Il primo rilievo critico sul provvedimento in esame, dunque, è di carattere generale. Abbiamo la netta impressione che il Governo regionale non sappia nulla, o quasi nulla, dei veri problemi dell'edilizia popolare in Sardegna. Nella relazione dei proponenti, infatti, viene riportata una scarna tabella che indica il numero di alloggi gestiti dai vari IACP sul territorio, ma questi numeri, francamente, dicono ben poco. Si tratta della classica punta dell'iceberg, per cui la vera consistenza del problema la si può percepire solo analizzando ciò che non si vede e che invece conoscono benissimo i tanti amministratori comunali, gli amministratori e gli operatori degli stessi IACP, le organizzazioni sindacali degli inquilini e dei cittadini. Bene avrebbe fatto, quindi, il Governo regionale - anzi sarebbe stato un suo preciso dovere - a chiedere ai comuni e agli IACP dati veri e ben più completi, e soprattutto molto più utili alla predisposizione di una buona legge di riforma. Se non l'ha fatto, ciò è imputabile, a nostro giudizio, a un limite culturale di impostazione; un limite del resto facilmente riscontrabile anche nel testo, che appare costruito esclusivamente sulla tesi secondo la quale basta superare i problemi tecnici e di organigramma per dire di aver risolto i problemi del diritto alla casa in Sardegna. Ebbene, non è così! Abbiamo detto all'inizio, e lo ribadiamo, di non essere contrari alla ridefinizione della missione degli IACP. Siamo invece contrari a questo tipo di riforma che, a nostro parere, renderà più difficile l'azione degli istituti sul territorio, perché è vero che vanno cambiati gli indirizzi generali, ma l'accentramento delle decisioni in un solo soggetto centrale non favorisce l'operatività degli istituti in sede locale, l'unica sede in cui si potrà verificare se la legge funziona oppure no.

Tornando, per un istante, ai limiti culturali di questo provvedimento, gli stessi proponenti sembrano esserne consapevoli. I distretti, ad esempio, individuati dalla legge come articolazioni territoriali della nuova Azienda regionale per l'edilizia abitativa, non sono altro che terminali remoti della stessa Azienda. Il direttore del distretto, previsto all'articolo 14, non ha nessuna autonomia operativa e decisionale in sede locale, ma può solo limitarsi a riferire al direttore generale. Una contraddizione, non la sola, con l'altra generica previsione che assegna al direttore del distretto ambiti di autonomia adeguati. Ma in che cosa consiste questa adeguatezza? Forse nel pagare puntualmente gli stipendi o nel garantire il pareggio di bilancio? Cosa significa, come si legge nella relazione, assicurare una presenza forte e tangibile dell'Azienda in sede periferica, sia pure attraverso una rappresentanza di carattere tecnico? In quel "sia pure" è sintetizzata la contraddittorietà di tutto il provvedimento nel suo insieme. Si preferisce la subordinata alla principale, ben sapendo, senza ammetterlo, che questo è il vero nodo della riforma, perché il nuovo ente non dovrà solo gestire alloggi che ha in portafoglio, ma anche fare una serie di altre cose molto importanti, indicate essenzialmente dall'articolo 4: formulare proposte sulla localizzazione degli interventi di edilizia residenziale pubblica; realizzare interventi anche per conto di privati; erogare servizi di progettazione, studi, analisi; fornire assistenza tecnica e amministrativa nel campo dell'edilizia, dell'urbanistica e dei lavori pubblici; avviare una robusta politica di dismissioni anche attraverso l'individuazione di nuovi strumenti finanziari legati ai canoni, e altro ancora. Ma allora, se questo è il quadro, sorge subito una domanda: che cosa ne potrà sapere il direttore generale della convenienza di intervenire o meno, con una certa operazione immobiliare e di edilizia, in quella città? Come potrà valutare se può avere un senso, poniamo, lo scambio di aree tra soggetti pubblici o privati attraverso una variante del PUC di quel comune? Quanto tempo ci vorrà per tessere la tela istituzionale per cui il direttore del distretto propone o suggerisce - così dice la legge - dopo aver raggiunto un accordo di massima con il comune o con privati, il direttore generale esamina, integra e corregge, il consiglio di amministrazione dell'AREA dice la sua e rimanda tutto al direttore del distretto che, obbligato a recepire gli eventuali cambiamenti, deve ricominciare tutto daccapo?

Io ritengo, e lo dico anche per la mia lunga esperienza amministrativa locale, che un sistema così non possa funzionare. Mi sembra proprio che per eliminare qualche consiglio di amministrazione, se è questo il problema, si stia appesantendo l'intero sistema con passaggi burocratici del tutto inutili, vanificando fin dall'inizio gli scopi che si vogliono raggiungere. Si potrebbe osservare che questo sarebbe un prezzo da pagare per la trasformazione delle strutture esistenti in organismi più snelli, più agili, più dinamici, più vicini al modello operativo dell'azienda. Insomma, niente di più infondato! Non esiste azienda al mondo, infatti, che non lasci un margine di autonomia, spesso anzi piuttosto ampio, alle sue sedi decentrate. E' così nel mondo del credito, tanto per fare un esempio di realtà in cui si maneggiano molti soldi, ma il discorso va esteso a tutte le realtà aziendali. E c'è un motivo ben preciso alla base di questa scelta: i mercati sono diversi, presentano fasi congiunturali differenti, dinamiche di prezzi estremamente variabili, opportunità disomogenee, come ben sappiamo, da una regione all'altra, da un territorio all'altro, da una città all'altra. Lo schema della nuova Azienda regionale, invece, ignora completamente questi elementari principi del mercato e del mondo delle imprese. Pretende, a parole, di definirsi azienda, ma non è altro che una struttura fortemente accentrata, a burocrazia pesante, senza la capacità, non dico di affermarsi, ma nemmeno di competere nella realtà in cui opera. Altro che operare all'esterno, come pure il testo auspica! Altro che andare in campo aperto per acquisire commesse da soggetti pubblici o privati offrendo prestazioni e servizi di qualità!

C'è poi un altro elemento che fa capire quanto poco di aziendale ci sia nel modello legislativo configurato. Il testo prevede, infatti, che sia la Giunta regionale a predisporre, attraverso un disciplinare, i compensi per le attività esterne degli operatori della nuova Azienda e a stabilire i livelli di qualità di prestazioni e servizi. Ma da quando in qua queste cose sono sottratte alle naturali dinamiche del mercato? Cosa ne potrà sapere la Giunta regionale di quanto si deve pagare un metro quadro di intonaco in quella determinata città, su che cosa si contratta, con la possibilità di vincere o perdere, se tutto è stabilito a livello centrale e per legge? Contraddizioni insanabili, come si vede, che non consentiranno all'AREA di funzionare, come pure la stessa legge auspica e a questo punto semplicemente spera, e che si combinano in negativo con il vuoto di direzione politico-amministrativa sui territori e in sede locale.

Se il problema era davvero quello di eliminare qualche consiglio di amministrazione - questo è il principio ispiratore del presidente Soru, ma la questione è senz'altro all'ultimo posto rispetto al ruolo e alla funzione che dovrebbe esercitare la nuova struttura - si tratta di un obiettivo raggiunto, ma nello stesso tempo sono venuti a cadere tutti gli altri obiettivi, vanificando alla radice le stesse finalità del provvedimento e istituzionalizzando, oltretutto, una sorta di ping-pong [s1] interno all'Azienda, costruito a bell'apposta per non far decidere niente a livello territoriale, a parte il regolare pagamento degli stipendi, accentrando tutte le scelte nel livello centrale. Un controllo politico che il Governo regionale si è voluto riservare anche in questa delicata materia dai risvolti sociali complessi e a volte drammatici, che coinvolgono tante persone e tante famiglie. Ma tutto, evidentemente, può e deve essere sacrificato in nome di una strategia assolutistica che non conosce confini, di una tecnocrazia incapace di analizzare e comprendere la realtà confrontandosi con essa, abbinata a una politica vecchia e pericolosamente invasiva, che vuole occupare militarmente anche campi che non le sono propri. Una strategia che sacrifica pesantemente, occorre ribadirlo in questa sede, anche i comuni, che pure dovrebbero essere non solo gli interlocutori principali e attivi della nuova Azienda, ma anche gli unici destinatari degli interventi programmati. A essi è riservato un ruolo assolutamente marginale, attraverso l'ANCI, nel consiglio di amministrazione dell'AREA, e del tutto assente a livello distrettuale. Certo, possono chiedere di essere ricevuti dal direttore generale, il quale, per carità, riferisce tempestivamente ai suoi superiori di Cagliari.

Inoltre, sia detto per inciso, non si comprende quale ruolo effettivo possano svolgere nello stesso consiglio di amministrazione le province, che non hanno mai avuto e certamente non avranno alcuna competenza precisa in materia di edilizia popolare. Così come viene configurata, si tratterà di una poltrona occupata, ma senza un vero e concreto rapporto con il territorio di riferimento. E' questo il principio di sussidiarietà che ha in mente il Governo regionale? Questa è l'interpretazione che il Governo regionale dà della norma costituzionale che pone sullo stesso piano Regioni, province e comuni nell'articolazione periferica dello Stato? Questo può significare che la Regione si avvicina ai cittadini e che viene incontro ai bisogni delle fasce più svantaggiate e marginali della comunità sarda?

Insomma, siamo assolutamente convinti che questa legge non potrà funzionare e non risolverà nessuno dei gravi problemi che in modo confuso e contraddittorio ha cercato di affrontare. E' una legge che aggiunge burocrazia laddove ce ne vuole di meno e che di fatto smobilita totalmente i territori, lasciando un vuoto incolmabile di direzione politico-amministrativa, che avrebbe dovuto essere, invece, di altissimo profilo; allunga a dismisura i tempi degli interventi nelle realtà locali, senza intaccare minimamente l'emergenza casa, così drammaticamente presente in tante città della Sardegna; mortifica il ruolo dei comuni, per i quali la Regione in questa materia diventerà concretamente più lontana; con la pretesa di liberare gli IACP dalla politica, instaura sull'AREA una sorta di commissariamento centrale che ingessa le strutture operative del nuovo organismo. A parole dice di volersi aprire al mercato orientandosi sul modello delle aziende, ma pone tanti di quei vincoli assurdi che impediranno all'AREA di proporsi come interlocutore affidabile e qualificato degli amministratori locali. E', in sintesi, una delle tante finte liberalizzazioni della sinistra, a conferma del fatto che la stessa sinistra non ha alcuna dimestichezza con i più elementari principi dell'economia e della politica liberale, e ha molta dimestichezza, invece, come ha dimostrato e sta dimostrando, con l'occupazione del potere fine a se stesso, spesso a discapito proprio di quelle categorie svantaggiate della popolazione, di cui dice, con la solita falsa propaganda, di volersi preoccupare con assoluta priorità.

Questa legge, in definitiva, riporta pericolosamente indietro l'orologio dell'intervento pubblico in materia di edilizia popolare. Certamente c'erano molte cose da cambiare, a cominciare dal modello di gestione del patrimonio immobiliare, che per altro il centrodestra ha lanciato per primo nel dibattito politico, proponendo una politica di dismissioni come leva finanziaria per i nuovi investimenti e di contenimento delle spese improduttive e degli sprechi, ma questo provvedimento cambia tutto solo in peggio. Grazie.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Cugini. Ne ha facoltà.

CUGINI (D.S.). Signor Presidente, non vorrei aver dato l'impressione, nell'esprimere parere contrario alla questione sospensiva avanzata dal collega Capelli, che ci sia un atteggiamento di chiusura da parte nostra nella trattazione del provvedimento in discussione. La nostra opinione, che confermiamo, è che se i colleghi dell'opposizione, sia durante la discussione generale sia in particolare quando passeremo all'esame dell'articolato, intendono presentare degli emendamenti, anche richiamando parte degli argomenti che hanno proposto, non ci sono da parte nostra chiusure pregiudiziali, c'è bensì la disponibilità a entrare nel merito degli argomenti e, qualora le indicazioni che saranno date dovessero essere in linea con il lavoro che abbiamo fatto in Commissione, anche ad accoglierle. Questo lo voglio confermare per evitare che passi l'idea che ci sia da parte nostra una volontà di contrapposizione, perché non è così. E, infatti, il relatore, il collega Orrù, ha precisato lo scopo di una riforma che era molto attesa in Sardegna, per dire la verità prevalentemente da parte del personale che opera all'interno del sistema degli IACP, però chi ha esperienza da amministratore comunale sa che nei comuni, in particolare in quelli più grossi o comunque dove insistono importanti attività industriali, il rapporto tra l'amministrazione comunale e gli IACP è continuo. Bisogna anche riconoscere che nell'ultimo ventennio l'attività degli IACP, e del sistema edilizio agevolato in genere, ha dato risposte estremamente positive nelle realtà urbane più complesse. Basti pensare ai poli industriali e alle città di Cagliari e Sassari. Io ricordo che quindici anni fa - il collega Amadu in quel periodo era senz'altro al governo, non essendo mai stato all'opposizione nel Comune di Sassari - si facevano tante manifestazioni in Piazza Italia, organizzate proprio da lui e dal collega Meloni, per rivendicare l'intervento del Comune a favore dell'edilizia abitativa. Bisogna dire che il collega Moro, da assessore al Comune di Sassari, è stato più fortunato, perché quel tipo di iniziative lo conosce, ma non ci si è dovuto misurare in modo diretto durante la sua esperienza di governo.

Quindi questa riforma era attesa, diciamo che la stiamo facendo con ritardo, però forse questo ritardo può essere utile per costruire uno strumento di risposta a una domanda sempre presente in Sardegna e nel Meridione d'Italia; uno strumento che sia più vicino alle aspettative dei cittadini meno abbienti. L'espressione "case popolari" si riferiva, infatti, a chi doveva abitare in quelle case, cioè al popolo, una parte del quale era composta da lavoratori dipendenti e un'altra parte da cittadini senza reddito, quindi prevalentemente a carico della collettività. Gli IACP possono aver concluso quella loro funzione. Chi è stato amministratore locale, come il collega Moro, sa che nelle realtà urbane più complesse c'è bisogno di uno strumento pubblico che dialoghi, dal punto di vista sociale, con le amministrazioni locali, poiché è prioritario il recupero del patrimonio storico, culturale e abitativo dei centri storici.

Le esperienze che abbiamo fatto negli anni passati, attraverso le agenzie regionali e nel rapporto tra le amministrazioni comunali e gli istituti di credito per cercare di richiamare l'attenzione sull'esigenza di recuperare e rivitalizzare i centri storici, dimostrano che nelle realtà sarde questo tema è già stato trattato, senza però individuare delle soluzioni. Possiamo ammettere, senza attribuirne a nessuno la responsabilità, la difficoltà a operare su una materia estremamente delicata e complessa, perché il recupero dei centri storici è un tema molto presente nella dialettica politica e anche nelle attività economiche. Ma i centri storici hanno dei proprietari e il rapporto fra il proprietario e l'ente locale è complesso, difficile da gestire in modo armonico.

Ecco, la legge in discussione mette in capo ai nuovi IACP, ossia all'AREA, anche una funzione di questo tipo, una funzione sociale, una funzione dialettica tra amministrazione comunale e cittadino, che, così come ha detto molto positivamente il collega Orrù, se si sviluppa nell'attività non solo imprenditoriale ma anche sociale, può rispondere alle aspettative, perché i comuni non hanno altri strumenti a disposizione per soddisfare la domanda di abitazione a costi sociali compatibili.

La Regione sarda, bisogna dirlo, è fra le prime Regioni d'Italia che, negli anni Ottanta, si erano poste il problema di mettere a disposizione della collettività sarda delle risorse per l'edilizia a basso costo, uso un termine che capiamo tutti. Nel frattempo abbiamo anche modificato i requisiti di accesso all'edilizia residenziale pubblica, aumentando l'ammontare delle risorse da destinare a questa finalità. Questo per dire che non vi è una non conoscenza dell'argomento dal punto di vista politico, collega Moro, perché quelli di cui sto parlando sono tutti provvedimenti, sia quelli di natura comunale sia quelli di natura regionale, figli dell'iniziativa politica. Quindi c'è un'attenzione della politica in questo senso.

Poi, io posso anche ragionare con lei, collega Moro, sul fatto che questa legge colga o meno tutti questi aspetti. Forse lei deve andare in Spagna e ha voluto fare una premessa che le consenta di essere ben accolto da Zapatero, ma io non penso che nel richiamarsi al sistema spagnolo per criticare la nostra proposta fosse totalmente convinto…

MORO (A.N.). Quel richiamo l'ha fatto il collega Sanciu.

CUGINI (D.S.). Sanciu, sì! Dicevo che non credo che egli fosse totalmente convinto che l'esperienza politico-amministrativa di quel paese, su questo tema, possa essere confrontata con la nostra. Aggiungo che il rapporto tra enti locali e cittadini in Spagna non è diverso adesso da quello degli altri paesi, era diverso anche ai tempi del generale Franco. Il sistema di decentramento spagnolo era, anche a quei tempi - mi rivolgo a lei, collega Moro, che è diventato tardivamente di destra - il più evoluto in Europa, tra le amministrazioni del centrosinistra, nel rapporto cittadino-istituzioni. Quindi si comprende che in Spagna c'è stata un'evoluzione nel corso degli anni e che c'è un'attenzione particolare verso questi temi. Noi vogliamo determinare qui da noi la stessa attenzione, vogliamo avvicinare l'ente ai cittadini, evitando di creare nuovi carrozzoni. E lei ci accusa di voler creare dei carrozzoni, di voler occupare il potere e via dicendo! A Oristano, il collega Diana ha aperto una discussione con la maggioranza di centrodestra proprio sul discorso delle poltrone, dicendo: "Noi non parteciperemo più alle vostre discussioni, perché non vogliamo discutere di poltrone. Basta, stiamo sempre discutendo di poltrone, mettiamo avanti gli interessi dei cittadini". Quindi diamoci una regolata!

Qui noi non abbiamo proposto l'incremento dei consigli di amministrazione, perché sappiamo quale funzione essi abbiano, e non abbiamo stabilito un sistema, diciamo, di assegnazione di alloggi richiamandoci al passato. Lei ricorderà che, in passato, vigeva un sistema di assegnazione che prevedeva la presenza di tutti, simpatizzanti e "antipatizzanti", sindacati e rappresentanti dei comuni, rappresentanti degli inquilini e chi più ne ha più ne metta. Non abbiamo proposto un meccanismo di questo tipo, abbiamo invece proposto una formula snella. Può essere migliorata? Certo che può essere migliorata, ma lavoriamo insieme per migliorarla! Questa dev'essere la collocazione di ognuno di noi quando facciamo una legge che sappiamo durerà nel tempo e sarà applicata in tutti i comuni, siano essi amministrati dal centrodestra o dal centrosinistra. Quindi c'è un interesse generale a che si faccia una riforma positiva. E in questo senso, mi pare, che l'illustrazione del collega Orrù sia stata puntuale.

Il cuore della legge o quanto meno ciò che maggiormente mi attrae è l'articolo 4, che stabilisce i compiti istituzionali dell'AREA. Mi pare che lì cogliamo l'obiettivo. Addirittura questo articolo è stato riscritto, proprio per andare incontro alle esigenze che sono state manifestate. Ma il collega Moro, che era presente, e il collega Orrù l'ha detto durante le audizioni con i sindacati, ricorderà che le Confederazioni sindacali, non solo quelle che si richiamano culturalmente al centrosinistra, ma anche quelle che si richiamano alla cultura di destra, che lui rappresenta, hanno apprezzato il testo che è stato sottoposto alla loro valutazione e quindi il lavoro che abbiamo fatto. Hanno apprezzato sia la parte organizzativa sia la parte relativa alla valorizzazione delle professionalità e anche la risposta positiva che è stata data in relazione al contratto di lavoro da applicare.

Collega Moro, si ricorda che il testo presentato dalla Giunta non era condiviso da tutti i componenti della Commissione e che anche lei aveva assunto la mia stessa posizione? E non è che io mi sia spostato a destra, è lei, semmai, che dal centro è andato a destra, io sono rimasto dov'ero! Lei in Commissione ha convenuto sulle nostre considerazioni e tutti abbiamo poi votato a favore della posizione da noi sostenuta.

MORO (A.N.). No, non è così!

CUGINI (D.S.). Lei parla della votazione per alzata di mano, io mi riferisco al voto sul ragionamento che noi avevamo fatto. Poi, giustamente, lei ha votato contro, per spirito di parte. Considerando che erano presenti solo due rappresentanti della minoranza - e forse in quel momento c'era solo lei - era giusto garantire il pluralismo, per cui lei ha fatto questa bella cosa, di cui le do atto, ma era soltanto una manifestazione di pluralismo e non un dissenso nel merito. Quindi c'è innanzitutto questo punto.

Un altro punto che ci è stato segnalato - lo dico per tutti noi, ma prima di tutto per me stesso - da colleghi di altre Commissioni riguarda un problema di natura politica. Noi abbiamo istituito, in questa legislatura, il Consiglio delle autonomie locali perché volevamo allargare la partecipazione, come diceva lei. In realtà, siamo in presenza non di un allargamento della partecipazione, ma di una duplicazione di funzioni. Quando gli amici del Consiglio delle autonomie locali vengono chiamati a designare i propri rappresentanti indicano quasi sempre sé stessi, e questo non va bene, lo dico senza nessuna preoccupazione, perché non può esserci una sovrapposizione di incarichi, come accadeva nel regime sovietico, dove una stessa persona era nel contempo presidente del parlamento e segretario di partito. Mi pare che anche qui siamo in presenza di una duplicazione di incarichi. Questo fatto lo segnalo per significare che probabilmente bisognerà introdurre una norma sulla incompatibilità, così come è stata prevista per chi svolge funzioni pubbliche e anche per i consiglieri regionali.

E allora, onorevole Moro, lei dice che l'obiettivo di questa legge, quello cioè di creare un rapporto dinamico tra il nuovo ente e i comuni, è insufficiente. Lei parla della sua esperienza diretta, ma eravate insufficienti voi come amministratori, tant'è che vi hanno mandato a casa, perché non svolgevate una funzione attiva nei confronti degli IACP. Lei non può parlare della sua esperienza come se fosse la verità assoluta, in Sardegna! Penso che si debbano ricercare i giusti equilibri in legge perché le cose possano cambiare.

Concludo, Presidente, con una raccomandazione, senza nessun intento polemico o di richiamo per qualcuno. Siamo all'ultima settimana della stagione politica 2005-2006 - qui avviene come nella scuola e nel calcio - poi inizierà la stagione 2006-2007, e in quest'anno abbiamo fatto, lo dico per l'Assessore delle riforme e per l'intera Giunta, molte riforme importanti, che hanno sopperito a una carenza legislativa nell'esercizio delle competenze trasferite dal Governo nazionale. Abbiamo approvato riforme importanti, come quella sul trasferimento di compiti e funzioni a comuni e province. La prossima settimana ne faremo un'altra ugualmente impegnativa e importante, che riguarda il riordino degli enti agricoli. Si tratta, ripeto, di importanti riforme nell'amministrazione della cosa pubblica, voglio perciò segnalare, senza nessuno spirito polemico, che alla ripresa dell'attività del Consiglio, dopo la pausa estiva, tutti insieme - ma in particolare la Giunta che ha una responsabilità di governo - verificheremo quanta parte di queste riforme sarà stata applicata nel nostro territorio. Perché se dovessimo continuare a fare leggi che poi non hanno riflessi sulla vita dei cittadini, si porrebbero problemi di messa a punto di un'iniziativa più generale della politica, non essendovi corrispondenza tra il lavoro legislativo svolto, le aspettative dei cittadini e la risposta dell'insieme della macchina regionale, sia nella parte propositiva che in quella gestionale.

Questo l'ho voluto dire per evitare che lo dica il collega Uras, a cui si riconosce la collocazione a sinistra. Io dubito che lui sia più a sinistra di me, però questa è una competizione in corso, lo dico con un atteggiamento anche bonario, perché questo problema, secondo me, si pone e prima che scoppi, in modo incontrollato, è bene riflettere e verificare come vengono attuate le leggi che approviamo.

PRESIDENTE. E' iscritta a parlare la consigliera Caligaris. Ne ha facoltà.

CALIGARIS (Gruppo Misto). Signora Presidente, signori Assessori, colleghe e colleghi, svolgerò un breve intervento su un progetto di riforma importante, come è stato sottolineato da tanti, e atteso, in particolare, dai cittadini delle categorie più deboli che, grazie all'edilizia sociale, sperano, con sacrifici, di poter acquistare una casa o di mantenere e migliorare quella che hanno per poi lasciarla in eredità ai propri figli.

Il risultato dell'intenso lavoro della prima Commissione, protrattosi per sedici sedute, è stato sintetizzato, con efficacia, dal relatore, l'onorevole Giambattista Orrù, anche se, proprio in considerazione dei contenuti e dei destinatari del provvedimento, sarebbe stato opportuno che le Commissioni autonomia e lavori pubblici avessero lavorato congiuntamente. Spiace, però, soprattutto, che il testo non abbia ottenuto il voto favorevole delle opposizioni. Nutro, tuttavia, la convinzione che il dibattito in Aula e l'elaborazione degli emendamenti, che, certo, non potranno non tener conto delle considerazioni della quarta Commissione e del parere del Consiglio delle autonomie locali, consentiranno di superare quella che può apparire una lacuna e di raggiungere sintesi unitarie su vari aspetti della legge, se non su tutti in assoluto.

Mi riferisco, nello specifico, all'individuazione di azioni positive per i locatari e i potenziali acquirenti e per il recupero e la valorizzazione di un patrimonio che, senza radicali interventi di risanamento, rischia davvero un'inesorabile declino e degrado. Del resto, sulle finalità e sui destinatari della legge non credo che vi possano essere dissensi di natura politica, e in tal senso, se sarà necessario, proporrò un emendamento aggiuntivo; occorre, infatti, specificare meglio o comunque indicare alcune categorie dell'utenza destinataria e locataria dell'edilizia sociale. Penso, in particolare, ai diversamente abili, agli anziani, ai cittadini con redditi bassi, che incontrano enormi difficoltà per utilizzare altri strumenti legislativi regionali, per esempio, quelli per la prima casa, e anche statali, come per esempio, il contributo al canone di affitto. Penso alle coppie di fatto o unioni civili, se le vogliamo chiamare così, e penso anche agli extracomunitari.

Qualche divergenza potrà forse emergere sulla struttura della costituenda Azienda regionale per l'edilizia abitativa, sul rapporto che dovrà avere con gli enti locali, sul ruolo attivo e propositivo delle province e dei comuni e sulla necessità di puntare con maggiore decisione al decentramento, evitando, appunto nell'interesse dell'utenza, tentazioni in qualche modo centralistiche. Sono, però, tutte criticità superabili, con una mediazione alta che contemperi le diverse esigenze. Le dichiarazioni dell'onorevole Cugini sono, da questo punto di vista, da non trascurare e anzi mi sono parse un segnale molto significativo.

Trovo importante che si debba anche stabilire una data definita per l'entrata in vigore della legge. Ritengo, infatti, insufficienti le indicazioni generiche, quelle cioè dei quindici giorni previsti di norma per l'entrata in vigore, ovviamente, insieme ai sessanta giorni per la nomina dei nuovi commissari e per fissare i compiti che dovranno svolgere nei sei mesi successivi, in attesa della costituzione dell'AREA. Anche se, come l'esperienza dimostra, non c'è nulla di più facile nella nostra Regione, ma l'Italia in sé non fa eccezione, che procedere a una proroga di tre o sei mesi, e spesso di anni, nella logica che nulla è più definitivo di ciò che è provvisorio, soprattutto quando si parla di nomine, sarebbe opportuno definire la data dell'entrata in vigore, anche perché, senza voler suscitare polemiche, non posso fare a meno di ricordare quanto sta avvenendo per il difensore civico.

Comunque, l'attuale situazione degli IACP e, soprattutto, lo stato del patrimonio immobiliare non consentono ulteriori periodi di provvisorietà, nonostante l'impegno dei funzionari che, da oltre un anno, assicurano la gestione commissariale. In questi mesi, e del resto non poteva essere altrimenti, si sono accumulati ritardi nella gestione delle pratiche, nell'attuazione di nuovi investimenti, nei lavori di manutenzione, nei controlli, nei riscatti e sono anche aumentate, ovviamente, le lamentele dei locatari e il contenzioso. Il patrimonio di oltre 25 mila alloggi, con poco più di 22 milioni di euro di canoni ha, in gran parte, urgente necessità di interventi di recupero e di manutenzione.

Prima che l'Osservatorio economico, previsto con molta intelligenza e lungimiranza nel testo, possa svolgere i compiti assegnatigli dalla legge e tutti indirizzati all'ottimizzazione degli interventi futuri, ritengo che sia utile un monitoraggio, attento e puntuale, dello stato del patrimonio immobiliare degli IACP per ciascuno dei distretti provinciali e degli interventi di risanamento e manutenzione necessari; un monitoraggio che, ovviamente, riguardi non solo le unità abitative, come ha evidenziato anche l'onorevole Orrù nella relazione illustrativa, mettendo l'accento su quello che è il contesto abitativo, ma anche le parti condominiali e le condizioni dei quartieri in cui sono ubicati questi appartamenti.

Inoltre, quale attività propedeutica proprio alla creazione dell'anagrafe dei beneficiari di contributi e agevolazioni in materia di edilizia residenziale è forse opportuna anche una rilevazione capillare sugli attuali locatari, sui loro redditi, sullo stato di morosità in cui si trovano e anche sulla disponibilità a riscattare l'immobile.

La situazione di degrado che viene denunciata periodicamente dalla stampa, da parte degli inquilini, ha raggiunto aspetti paradossali. In molti casi, per esempio in un quartiere di Cagliari, sui tetti di alcuni edifici degli IACP è cresciuto spontaneamente il fico d'India, una pianta che produce un frutto gradevole, ma che certo non può trovare spazio sopra un tetto.

(Interruzioni)

C'è anche l'amianto, certo!

In altri casi, i cornicioni che sono crollati o che sono pericolanti determinano il transennamento delle strade per garantire l'incolumità pubblica. Il fatto poi che vi siano ancora immobili a più piani privi di ascensore costringe le persone anziane a vivere praticamente recluse in casa. Tutto ciò mentre sono in costante aumento le domande di abitazioni di edilizia residenziale pubblica e di riscatto degli alloggi da parte dei locatari. La legge in discussione è quindi attesa per realizzare una riforma da tempo auspicata, ma soprattutto è attesa la sua tempestiva attuazione, e, per la fiducia che nutro nei confronti dell'assessore Carlo Mannoni, sono certa che in questo caso ne deriveranno sicuri benefici.

Per questo è opportuno che la normativa esplichi la sua efficacia sin dai compiti che verranno assegnati ai commissari. Soltanto così sarà possibile dare risposte ai cittadini che, non avendo la possibilità di rivolgersi al mercato immobiliare o di accedere ai mutui regionali a tasso agevolato, per evitare il costante ricorso al contributo per il pagamento dell'affitto chiedono il soddisfacimento di un'esigenza primaria qual è quella della casa.

Come Socialista de La Rosa nel Pugno guardo con fiducia e attenzione ai contenuti della riforma, sottolineando alcune idee forza che la caratterizzano: il risanamento dell'attuale situazione, ormai non più rinviabile, la riqualificazione e la migliore gestione del patrimonio pubblico esistente nel più ampio contesto del recupero delle periferie e dei quartieri ghetto, la Carta dei servizi e l'Osservatorio economico con l'anagrafe dei beneficiari.

Per quanto concerne la Carta dei servizi - purtroppo oggi non c'è l'assessore Broccia - stiamo ancora aspettando quella sui trasporti aerei, marittimi, ferroviari e su gomma, che era stata richiesta anche con un apposito ordine del giorno e che è di grande attualità, per la crescente arroganza dei vettori preoccupati esclusivamente di evitare la liberalizzazione e la concorrenza. E quindi, dicevo, per quanto concerne la Carta dei servizi è indispensabile che, nella sua stesura, siano coinvolte le associazioni degli utenti e dei consumatori.

Un ultimo aspetto, di non minore importanza, riguarda i controlli. Nell'articolazione territoriale e nel coinvolgimento degli enti locali mi sembra che questo aspetto non sia stato forse preso nella giusta considerazione. Se questo aspetto viene trascurato, si rischia di alimentare la sfiducia dei cittadini nelle istituzioni, per graduatorie che, nonostante la rigidità dei bandi, si prestano a sospetti di favoritismi, per esempio al momento dell'assegnazione per difetto dei requisiti, ma anche durante la permanenza nell'alloggio, quando le caratteristiche che ne hanno consentito l'utilizzo sono venute meno.

Nell'attuazione della legge, infine, è opportuno, anche per eliminare l'attuale contenzioso, accogliere e favorire le richieste di riscatto, in modo da facilitare gli interventi di manutenzione da parte degli inquilini che diventeranno proprietari. Perché la riforma non resti a metà, penso che sia indispensabile che la Regione preveda un piano straordinario di intervento per l'edilizia sociale pubblica, dotandolo veramente di consistenti risorse. Dal mio punto di vista, così si contrastano le vecchie e le nuove povertà, si creano posti di lavoro e si alimenta un settore che è stato, come qualcuno ha ricordato, ed è, fra i più attivi della nostra economia. Grazie.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Franco Ignazio Cuccu. Ne ha facoltà.

CUCCU FRANCO IGNAZIO (U.D.C.). Signor Presidente, senza il cappio al collo dei cinque minuti, tornerò sull'argomento per cercare di rendere in maniera compiuta il ragionamento che questa mattina, in apertura di seduta, non sono riuscito a completare.

L'articolo 17 del disegno di legge numero 94/A dice: "L'AREA subentra nella titolarità del patrimonio e in tutti i rapporti giuridici attivi e passivi degli IACP." Noi diciamo che questo non è possibile, perché il patrimonio degli IACP è attualmente in possesso della Regione autonoma della Sardegna. Questo in forza di un disposto della legge numero 7 del 21 aprile 2005, ossia la legge finanziaria, che al comma 2 dell'articolo 39 recita: "Ai fini di cui al comma 1 ed in funzione sia del riordino, gestione e valorizzazione del proprio patrimonio immobiliare che della formulazione del conto del patrimonio, la Regione autonoma della Sardegna succede nei beni e nei diritti del patrimonio immobiliare degli enti, istituti, società ed aziende regionali di cui all'articolo 69 della legge regionale n. 31 del 1998." La legge finanziaria del 2005 dice, cioè, che la Regione subentra ope legis nella proprietà di tutti i beni degli enti regionali. Si tratterebbe di vedere se gli IACP, che non sono indicati nella formulazione originaria dell'articolo 69 della legge numero 31 del 1998, sono in quell'elenco. E in effetti, con l'articolo 5 della legge numero 11 del 2002, gli IACP entrano nell'elenco degli enti regionali, seppure una circolare congiunta degli Assessori dei lavori pubblici e degli enti locali dica che di fatto quell'articolo include gli IACP nell'elenco degli enti regionali, però limitatamente all'applicazione di una serie di norme attinenti al trattamento del personale.

Quest'anno il Consiglio regionale ha approvato la legge numero 4, che all'articolo 10 dispone: "L'Assessore regionale dei lavori pubblici è autorizzato al trasferimento del patrimonio degli IACP destinato a uso pubblico, ai comuni ed alle province che ne facciano richiesta al prezzo simbolico di euro 1". Ora i casi sono due: o il patrimonio è della Regione e quindi il Consiglio può autorizzare l'Assessore regionale dei lavori pubblici, con legge, a dismetterlo dietro il versamento di 1 euro, oppure non è della Regione e l'Assessore dei lavori pubblici non può essere autorizzato a dismetterlo né per 1 euro né per 50 centesimi o per qualsiasi altro importo. Noi diciamo, invece, che l'Assessore dei lavori pubblici poteva essere autorizzato a dismetterlo, perché gli IACP sono tra gli enti regionali nei cui diritti patrimoniali è subentrata la Regione autonoma della Sardegna. Pare, ora, che l'assessore Mannoni sostenga che siano da intendersi - ce lo dirà nella sua replica - come beni destinati a uso pubblico, di cui alla predetta norma, solo le opere di urbanizzazione primaria e secondaria richiamate nell'articolo 1 della legge numero 847 del 1964. Cioè sembrerebbe - uso il condizionale, perché poi com'è la situazione ce lo dirà l'Assessore - che l'Assessorato consideri beni pubblici non gli appartamenti a uso abitativo, ma le strutture collegate, quindi le opere di urbanizzazione, che, come ho detto prima, nel rapporto pattizio costituito dalla concessione sono una condizione irrinunciabile per ottenere la concessione edilizia! I colleghi sindaci sanno che non può essere rilasciata una concessione edilizia a chicchessia, pubblico o privato, che non garantisca la copertura degli standard urbanistici. I diciotto metri quadri complessivi da riservare a verde pubblico, parcheggi, sottostrutture, illuminazione pubblica, non sono dunque beni pubblici di proprietà degli IACP perché cessano di esserlo ancora prima che queste opere, che sono condizione indispensabile per l'ottenimento della concessione, siano realizzate.

Il discorso è ancora più nitido, in questa direzione, per le urbanizzazioni secondarie, che risultano a carico di tutti coloro che costituiscono la lottizzazione in attuazione del piano particolareggiato, urbanizzazioni che perciò concorrono a formare gli standard urbanistici. D'altronde basterebbe vedere se è mai capitato che un comune della Sardegna, chiunque esso sia, abbia trasferito, con un atto apposito, la proprietà delle opere di urbanizzazione sia primarie che secondarie.

Ora, se la volontà del Consiglio regionale è quella di istituire l'Azienda regionale per l'edilizia abitativa e di concederle il patrimonio che fu degli IACP, è chiaro che tra questi tre strumenti di legge occorre in qualche modo riportare ordine, perché così com'è questo punto appare quantomeno pasticciato e confuso. Non solo, rimane aperta la questione relativa alle domande già pervenute da parte di comuni e credo anche di qualche amministrazione provinciale, che si appellano alla legge numero 4 per entrare in possesso del patrimonio immobiliare degli IACP al prezzo simbolico di 1 euro.

Vorrei anche aggiungere, come ha già detto il collega Capelli quando ha tentato disperatamente di darmi una mano in un momento difficile della illustrazione della questione sospensiva, che la stessa Giunta regionale, nella relazione introduttiva al disegno di legge numero 94, esprime un giudizio su questo stato di cose, laddove dice che "lo IACP della provincia di Cagliari è titolare di gran parte del patrimonio pubblico sito nel territorio del Comune di Carbonia (abitazioni, edifici pubblici, aree edificabili e non)…". Quindi le abitazioni dello IACP della provincia di Cagliari, essendo edilizia residenziale pubblica, sono - e non potrebbe essere diversamente - patrimonio pubblico e pertanto, in base alla disposizione della legge numero 4, a torto o a ragione, possono essere alienate al prezzo simbolico di 1 euro. Dirò di più: ad adiuvandum, anche il Presidente della prima Commissione, l'onorevole Stefano Pinna, nella relazione con la quale esprime il parere della Commissione - suppongo che sia lui -, parla di valorizzazione del patrimonio abitativo pubblico. Allora la circolare dell'Assessore dei lavori pubblici e dell'Assessore degli enti locali è quanto meno patetica nel cercare di fare dei distinguo sotto il profilo dell'inquadramento giuridico della proprietà dei beni degli IACP. Resta il grande pasticcio di due leggi in vigore e un disegno di legge - quello in discussione - che stabiliscono cose contrastanti.

Sono riuscito, grazie al maggiore tempo a disposizione, a dire tutto quello che dovevo in questa materia. Sul provvedimento in discussione l'UDC darà certamente il proprio contributo, entrando nel merito e discutendo su ogni singolo articolo. Vorrei, però, concludere questo mio intervento con alcune osservazioni. Capisco che l'obbligo di appartenenza a una coalizione politica renda inevitabile che siano espressi determinati giudizi, però mi riesce difficile, mi perdonerà, onorevole Caligaris, immaginare la condizione di attesa delle fasce deboli. Per nostra fortuna, la Sardegna, nel suo complesso, ha una tensione abitativa molto bassa, grazie anche all'eccellente opera svolta dagli IACP, pur con difetti e inadempienze, sarebbe sciocco negarlo. Io sono amministratore comunale da ventisei anni, quindi vivo i problemi della mia città, e devo dire che nel territorio da cui provengo la tensione abitativa è inesistente.

Allora, pur attuando una riforma e modificando indirizzi, regole e comportamenti, credo sia ingiusto non tener conto dell'eccellente lavoro compiuto da questi istituti. Tra l'altro, mi risulta che tre di essi abbiano un bilancio in attivo e dispongano di liquidità in questo momento non utilizzate e non utilizzabili. Questa richiesta a furor di popolo di una riforma degli IACP sinceramente io non l'ho vista e credo che, in termini di giudizio generale, forse sarebbe opportuno ricondurre tutto all'ultima riga del parere espresso dal Consiglio delle autonomie locali: "Si evidenzia, infine, il carattere accentratore dell'impianto strutturale del nuovo organismo". Questa è sostanzialmente la filosofia che presiede al disegno di legge di riforma degli IACP. Si sostituisce un'impostazione che prevedeva un'interazione locale. E' vero quel che diceva l'onorevole Cugini, e cioè che gli organismi di assegnazione degli alloggi rappresentavano tutte le parti sociali. Perdonatemi, io credo che questo fosse un fatto positivo, poi gli organismi collegiali di partecipazione democratica non sono mai buoni o cattivi, sono buoni e cattivi se sono buoni o cattivi gli uomini che a quegli organismi danno vita, però la concezione della trasparenza e della partecipazione della comunità alla risoluzione del problema io la condividevo e la condivido. Oggi viene creata una struttura che fa capo a un unico centro, più facilmente a contatto con il Governo regionale, che a mio avviso somiglia più a una ramificazione di controllo che di interazione con le autonomie locali. In altre parole, mentre prima le autonomie locali interagivano con i consigli di amministrazione, con le commissioni di assegnazione degli alloggi, nelle quali erano rappresentate tutte le parti sociali, d'ora in poi interagiranno con dei funzionari che rispondono a un sistema di rete che fa capo alla direzione regionale, una rete che somiglia più a quella delle prefetture che delle agenzie.

CAPELLI (U.D.C.). Bravo, Franco!

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Calledda. Ne ha facoltà.

CALLEDDA (D.S.). Io sto seguendo con molta attenzione il dibattito su questa legge.

CAPPAI (U.D.C.). Questo ci fa piacere!

CALLEDDA (D.S.). Lo seguo con attenzione anche perché nella passata legislatura ero tra coloro, peraltro di maggioranza e di opposizione, che volevano entrare nel merito di questa materia e creare i presupposti di riforma degli IACP. Non si è fatto nulla, abbiamo perso cinque anni e forse, come diceva qualcuno, il tempo è passato, però l'agire per ultimi ci ha consegnato, in qualche misura, le esperienze maturate in altre regioni. Quindi il contenuto di questa legge è, diciamo così, la sintesi, il riepilogo delle esperienze maturate in altre regioni e in qualche modo riportate alla situazione sarda.

Stiamo parlando di norme generali in materia di edilizia residenziale pubblica. Negli anni Ottanta, ho fatto parte del consiglio di amministrazione dello IACP della provincia di Cagliari, e vi posso garantire, con assoluta certezza, che quel consiglio di amministrazione non era, e forse non è mai stato, un modello al quale potevamo ispirarci, nell'ambito della nostra attività, per affrontare e risolvere i problemi di chi si trova nella difficoltà di avere una casa. Credo che questa legge, in qualche misura, tenda proprio a regolare il passaggio da un istituto gestito da un consiglio di amministrazione a un ente più snello, capace di affrontare nell'immediato le situazioni che via via si presentano. Ovviamente, ci sono alcune questioni rispetto alle quali, Assessore, io credo che questa sia solo una premessa, un inizio, perché resterà in piedi la legge numero 13 del 1989, che nello specifico contiene gli elementi che riguardano, per esempio, la definizione delle graduatorie degli aventi diritto all'assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica. Su questo punto dovremo tornarci, perché lo ritengo uno dei punti fondamentali. Va bene riformare il cervello, però è anche utile che le gambe siano messe nelle condizioni di poter camminare e quindi di affrontare e risolvere le questioni!

C'è un altro aspetto sul quale, secondo me, dovremmo riflettere. E' vero che si è risolto il problema di tanti cittadini, soprattutto di quelli che vengono considerati "gli ultimi", tuttavia, Assessore, anche in Sardegna si sta verificando un fenomeno che dobbiamo prendere in considerazione. Provo a immaginare ciò che dovrà fare l'AREA. Noi parliamo spesso, in quest'Aula, dello spopolamento delle zone interne e quindi dell'esodo verso le città, in particolare quelle più grandi, e cioè Cagliari e Sassari. C'è una pressione che in qualche misura pone problemi nuovi, che vanno affrontati. Il relatore poneva, per esempio, il problema dei piani integrati, e io ritengo che si debba avere un'idea di come intervenire per il recupero di abitazioni nei centri storici e, soprattutto, che si debba fare uno sforzo culturale rispetto al passato: mai più un altro Sant'Elia, per intenderci! Mai più periferie ghettizzate! Occorre, cioè, fare in modo che le famiglie che hanno i requisiti per ottenere un alloggio non siano relegate nell'estrema periferia, per evitare che possano insorgere problemi di ordine pubblico e sociale, come è avvenuto in questi anni nel quartiere Sant'Elia di Cagliari. Questo vale per Cagliari così come per tutte le grandi città italiane. Basti pensare agli obbrobri e agli scempi che sono stati fatti in città come Palermo, Napoli e Roma.

Noi dobbiamo prestare grande attenzione a questo problema, nel senso che, essendo il diritto alla casa un elemento di civiltà, dobbiamo dare ai nostri cittadini la possibilità di vivere in ambienti che offrano delle prospettive se non per loro almeno per i loro figli.

Sul caso Carbonia devo dire che non è la prima volta che intervengo. Mi rendo conto che forse sono mosso dall'affetto verso questa città, però è indubbio che su questo caso ci siano molte contraddizioni, come lei sa bene, assessore Mannoni, perché ha avuto modo di occuparsene più volte come dirigente dell'Assessorato dei lavori pubblici, quindi conosce questo caso anche dal punto di vista tecnico. Onorevole Cuccu, il passaggio dei beni destinati a uso pubblico di proprietà dello IACP, cioè non gli alloggi ma le scuole e le abitazioni che possono essere destinate a uffici, per esempio per sopperire alle esigenze della nuova provincia Carbonia-Iglesias, credo che sia un elemento di giustizia. Se volete, la dico tutta: quelle case, per definizione, dovrebbero essere tutte di proprietà di quei lavoratori, che lì hanno lavorato, sono stati sfruttati e si sono trovati nella condizione di vedere la proprietà di quei beni passare dalla ACAI allo ICP (si chiamava così l'istituto precedente allo IACP), sino al completo assorbimento nello IACP. Ma vi sembra logico che un cittadino di Carbonia che voglia realizzare una pensilina debba chiedere prima l'autorizzazione allo IACP per avere la licenza edilizia per realizzare quell'opera? Io ritengo che sia un'aberrazione burocratica, un modo di rapportarsi a questi problemi che non risponde più alle esigenze di una burocrazia moderna.

Su tutte queste questioni credo che dovremo tornarci, perché, come ha ben detto il collega Orrù, sebbene l'articolo 69 della legge numero 31/98 sia stato superato dalle disposizioni contenute nell'ultima finanziaria, a futura memoria, almeno per quanto riguarda il contenuto della legge in discussione, occorre prevedere delle norme che scongiurino il ripetersi di certe situazioni. Io sono d'accordo sull'Azienda regionale e anche sui coordinamenti provinciali, però non vorrei assistere ancora a ciò che succedeva nel consiglio di amministrazione dello IACP della provincia di Cagliari, le cui delibere per il 60 per cento riguardavano sempre ed esclusivamente Carbonia.

Chi deve svolgere, per esempio, la funzione di commissario straordinario dello IACP della provincia di Cagliari non può semplicemente prendere ordini dal direttore generale, il quale magari non conosce a fondo la questione di cui io vi ho parlato, probabilmente annoiandovi. Il commissario deve essere invece in grado di dialogare quotidianamente e in maniera coerente con l'amministrazione comunale di Carbonia, che è il terminale dei problemi che nascono in quella città. Io credo, Assessore, che questo punto debba essere rivisto, fermo restando il concetto di fondo, in maniera tale che ci sia una responsabilità più chiara e che si corrisponda meglio al rapporto che deve esserci tra amministrazione comunale e responsabile di zona dell'AREA.

Se noi riusciamo a fare queste cose, credo che nelle prossime sedute di Commissione potremo affrontare tutte le altre questioni che ritengo importantissime, per esempio, per dare certezza di diritto. Alcuni colleghi hanno fatto degli esempi, io addirittura, nella passata legislatura, avevo fatto una proposta che riguarda quello che io ritengo un elemento di civiltà. Mi riferisco al problema dei ragazzi che vengono studiare a Cagliari. Sappiamo che il mondo degli affitti agli studenti universitari è diventato una giungla, peraltro talvolta i contratti non vengono neanche registrati; le Case dello studente vengono attribuite secondo determinati criteri, giustamente, però credo che l'AREA debba farsi carico di dare l'opportunità, soprattutto agli studenti che non rientrano nelle graduatorie della Casa dello studente, di avere alloggi a costi compatibili con le possibilità economiche delle loro famiglie.

Se noi affronteremo tutte queste questioni, credo che la discussione odierna, con tutte le considerazioni che sono state fatte, possa essere la premessa per una buona legge di riforma degli IACP, mediante la costituzione dell'AREA, e soprattutto delle leggi di accompagnamento che consentano degli interventi di edilizia residenziale pubblica capaci di soddisfare i bisogni dei cittadini sardi. Grazie.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Francesco Sanna. Ne ha facoltà.

SANNA FRANCESCO (La Margherita-D.L.). Signor Presidente, rappresentanti della Giunta, colleghi, solo alcuni brevissimi cenni perché ritengo che l'illustrazione dell'onorevole Orrù sia stata rappresentativa di un lavoro che la prima Commissione ha svolto in forte collaborazione con la Giunta e che ha portato a un testo, che oggi viene assunto per la sua deliberazione definitiva dal Consiglio, molto diverso, direi significativamente diverso da quello che è stato originariamente presentato. Questo è frutto certamente di un'evoluzione e di una migliore definizione di pensiero da parte della Giunta, ma anche del contributo che il Consiglio ha offerto in sede di preparazione del testo, facendo sue in maniera molto forte le ragioni di un intervento sulla funzione della Regione e delle autonomie locali circa il problema della edilizia abitativa residenziale a favore delle fasce più disagiate della popolazione sarda.

Direi che il primo argomento è appunto questo, rispetto alle scelte che pure altri colleghi ci stanno rappresentando. Il fatto di dire che esiste una funzione regionale in materia non è solo un naturale prosieguo di quanto abbiamo stabilito qualche mese fa con la legge numero 9. Affermare che esiste una funzione di interesse regionale, che questa funzione si radica, quindi, in una competenza che riguarda l'intero territorio della regione e non è parcellizzata, direi quasi assegnata al bisogno della singola comunità locale, è un punto, secondo me, di forza e non di debolezza di questa legge. Affermare che le politiche della casa sono in capo alla Regione è un titolo di merito, direi, fortemente supportato dalla ragione politica e dal complesso di idee che questa maggioranza sta mettendo dentro la sua azione politica che qualche giorno fa, ormai, ha imboccato il terzo anno di vita.

Quindi anche nella riforma delle politiche della casa rintracciamo quelli che sono i principi generali della maggioranza di governo e anche qualcosa in più: un qualcosa di più adeguato, un qualcosa che è nato in questi anni. Cioè, non basta semplicemente affermare, in maniera generica, motivi di solidarietà sociale, bisogna anche intervenire in maniera profonda sulle strutture della Regione, sulla applicabilità delle idee che abbiamo e sulla capacità della macchina amministrativa e gestionale non solo di scrivere le riforme sulla carta ma anche di creare le condizioni per la loro effettiva applicazione.

Quindi, la prima scelta che è stata fatta è stata quella di confermare, per esempio, uno strumento che, devo dire, è stato anche oggetto di discussione, cioè l'AREA. Che cos'è l'AREA? E' un ente pubblico economico, allora perché non fare di questo strumento, che oggi stiamo andando a istituire, una più semplice articolazione dell'amministrazione regionale, come ci veniva suggerito dal centrodestra? Alcuni degli intervenuti ci hanno detto: fate una divisione in più, un servizio in più dell'Assessorato dei lavori pubblici. Oppure, perché non trasformare questo ente in agenzia, con una maggiore autonomia? Le ragioni sono proprio nei contenuti, nei compiti che il disegno di legge attribuisce all'AREA. Mi sembra, insomma, che noi, con questo ente pubblico economico, che però interagisce col sistema delle autonomie locali e con le direttive dell'Esecutivo e del Consiglio regionale, abbiamo trovato un buon compromesso tra l'esigenza chiara di esplicazione di una funzione pubblica e l'esigenza, egualmente chiara, di avere una struttura efficiente che operi secondo meccanismi fluidi e capaci di rendere al meglio gli interventi che noi pretendiamo dal nuovo organismo.

Abbiamo detto, per esempio, e l'abbiamo scritto nella legge, che l'AREA deve intervenire non costruendo nuove città e nuovi quartieri, ma privilegiando il riuso del patrimonio abitativo della Sardegna. E allora non si tratterà più di fare espropri, ma di contrattare con i proprietari di case disabitate, con la proprietà di interi isolati che sono ruderi, ormai, nelle nostre città e che fanno la crisi del modello di abitazione delle grandi città e l'abbandono dei piccoli paesi della Sardegna. So che non è solo questo il problema, ma sicuramente è anche questo. Sono molto d'accordo con chi ha sostenuto prima che, se queste cose le avessimo fatte vent'anni fa, probabilmente l'idea dell'abitare in Sardegna sarebbe oggi diversa.

Non ci sono tutte le politiche della casa, in questo provvedimento, ma molti principi sì. Le politiche della casa sono i contenuti di azioni e di programmi che verranno fatti in Regione nei prossimi anni, ma l'ispirazione ad alcuni principi, come quello, che ho enunciato poco fa, di preferire il riuso alla nuova costruzione, fa del nuovo strumento, unitamente al nuovo sistema di politica concertata che il provvedimento propone, un vero e proprio partner delle politiche di paesaggio, urbanistiche e ambientali della Regione Sardegna.

Concludo con alcune osservazioni circa il rapporto tra le autonomie locali, la Regione e l'AREA, ma non per ripassare in rassegna il sistema che abbiamo individuato. Abbiamo ragionato e alla fine ci è sembrato che questo modo di intersecare la programmazione degli interventi, con una lettura molto precisa del fabbisogno abitativo, che, sono d'accordo, è diverso in provincia di Oristano rispetto alle grandi città, nel Sulcis rispetto alla Gallura, può avere come guida magari degli strumenti più moderni di lettura del disagio sociale. A questo proposito, dovremo stare attenti alla delega che è inserita nella norma, laddove si dice che la Giunta provvederà a regolamentare con delibere sue, con direttive sue, le modalità di attuazione degli interventi richiesti ad AREA. Possiamo però anche dire che, essendoci un'altra legge regionale che invece disciplina a parte i criteri di assegnazione delle abitazioni, torneremo in un secondo momento per decidere, magari rapidamente, se delegificare completamente o stabilire, ripeto, nuovi e più moderni principi di lettura del fabbisogno sociale.

Il Consiglio delle autonomie si esprime, secondo me, lo voglio dire, con una eccessiva leggerezza rispetto alle aspettative che personalmente avevo quando in quest'Aula ne abbiamo codificato l'esistenza. E voglio iniziare a porre un problema che, molto probabilmente, dovremo riconsiderare in sede di legge statutaria, per capire se l'importante ruolo che abbiamo assegnato al Consiglio delle autonomie locali, quasi come consulente e collaboratore nell'opera di legislazione, si stia svolgendo secondo queste aspettative o se, in realtà, dobbiamo mettere questo organismo nelle condizioni di fare di più e meglio.

Forse, colleghi, non aiutiamo il Consiglio delle autonomie locali a fare di più e meglio rispetto a un problema di questo tipo. Il suo intervento, infatti, si risolve con un parere che, tutto sommato, viene espresso quasi fosse una sentenza: affermazioni gravi, ma senza grandi motivazioni; prospettazioni di problemi rintracciati nella redazione del testo, ma senza l'offerta di alternative; evocazioni generiche di neocentralismo da parte della Giunta e del Consiglio, ma in realtà sottovalutazione di tutto lo sforzo che anche la prima Commissione ha fatto nell'articolare il lavoro di programmazione con il lavoro di attuazione. Forse non aiutiamo il Consiglio delle autonomie a fare bene il suo lavoro se continuiamo non tanto a dargli strumenti per poter colegiferare - scusate l'azzardo -, com'era nella testa del legislatore costituzionale quando, nel 2001, ha inserito questo organismo nella Costituzione italiana, quanto a considerarlo una sorta di consiglio di amministrazione delle autonomie locali, attribuendogli poteri di nomina di consiglieri di amministrazione dell'AREA, ed essendo eccessivamente tolleranti rispetto alle spinte, che ogni tanto ci arrivano, tendenti ad aumentare la potestà di coamministrazione del Consiglio delle autonomie locali. E non sono deboli echi, sono a volte grida forti e - permettetemi di dirlo - scomposte. Dovremo ritornare sul tema.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Artizzu, il quale rinuncia.

E' iscritto a parlare il consigliere Pinna. Ne ha facoltà.

PINNA (Progetto Sardegna). Signor Presidente, credo che sia importante partire dal titolo del disegno di legge numero 94/A, che in prima battuta, in maniera molto asciutta, recitava semplicemente: "Disciplina di riordino degli Istituti autonomi per le case popolari…". Il nuovo titolo, frutto del lavoro congiunto della Commissione e della Giunta, è un po' più ampio: "Norme generali in materia di edilizia residenziale pubblica e trasformazione degli Istituti autonomi case popolari (IACP) in Azienda regionale per l'edilizia abitativa (AREA)". Da una lettura attenta del nuovo testo di legge risulta che anche la materia del riordino degli IACP è stata ripensata e rivisitata. Ma, accanto al riordino, questo testo dà al provvedimento la dignità di una parte di legge di settore, immaginando allo stato attuale un dittico, dal momento che esiste anche la legge numero 13 del 1989. Noi siamo partiti però dall'esigenza segnata in modo particolare dalla legge numero 9 sul trasferimento di competenze ai comuni alle province, la quale, agli articoli 38 e 39, individua e distingue in maniera più precisa le funzioni della Regione e degli enti locali in materia di edilizia residenziale pubblica.

E' chiaro, questo testo non è il migliore dei testi possibili su questa materia; è però un buon testo, un buon punto di partenza. Come ogni testo di legge, potrà essere negli anni integrato, arricchito, modificato, però ha questa pretesa rispetto alla funzione dell'edilizia residenziale pubblica, di cui stamattina, negli interventi che si sono susseguiti in Aula, è stata indicata l'importanza. Parlare di edilizia residenziale significa parlare delle nostre città, dei nostri paesi, dei nostri quartieri, significa parlare anche dei gruppi sociali che vi vivono, e devo dire che questa attenzione è stata presente sin dall'inizio. Noi abbiamo la piena consapevolezza che molto spesso le case popolari, così come venivano definite, soffrivano di una sorta di stigma che le caratterizzava, per cui equivalevano a luoghi appartati, dove l'integrazione, non solamente architettonica, ma direi anche sociale, latitava. Per questo abbiamo posto particolare attenzione alle politiche di riqualificazione dei centri storici, immaginando che i centri storici possano essere oggetto di azione pubblica. Capite perfettamente, però, che questa attenzione non si chiude nell'ambito della pura e semplice azione urbanistica, ma presuppone una nuova forma di lotta all'esclusione, quindi una politica attiva a favore dell'inclusione sociale, che ha bisogno anche di maturità da parte delle nostre comunità locali.

Diciamo, quindi, che la legge nasce da una duplice necessità. Innanzitutto occorre rilanciare la funzione pubblica in materia di edilizia residenziale, e da questo punto di vista è molto importante leggere non solo l'articolo 1, ma anche l'articolo 4, dove vengono definiti gli elementi che dovrebbero caratterizzare, in modo particolare l'azione dell'AREA. La legge vuole, però, rispondere anche a un'altra necessità. Noi siamo perfettamente consapevoli del fatto che la funzione pubblica non si esaurisce solo ed esclusivamente attraverso l'azione della Regione. La legge regionale numero 9 indica funzioni proprie dei diversi livelli, ma devo dire che la Commissione ha lavorato a lungo su questo punto, perché è vero che ci sono state sedici sedute congiunte, ma è anche vero che sono stati costituiti dei gruppi di lavoro, che ci sono state delle audizioni, proprio perché c'è l'idea che la funzione pubblica vada ripensata e in qualche modo anche distribuita dimenticando, per un momento, che esiste, in questa funzione, chi è preposto a dare e chi è preposto sistematicamente a ricevere. Io, nella mia esperienza di sindaco, ho avuto rapporti anche con gli IACP e posso testimoniare che, rispetto al bisogno fondamentale di costruire una politica di edilizia residenziale pubblica che coinvolga anche la dimensione sociale del problema, non sempre l'atteggiamento degli enti locali è fortemente responsabile. Allora, a chi, un po' troppo semplicisticamente, dice che siamo in presenza di un'azione accentratrice - l'onorevole Moro diceva di sapore anche tecnocratico - devo dire che vi è invece una dimensione funzionale. D'altra parte la Sardegna è una Regione di dimensioni abbastanza contenute e stiamo parlando di un patrimonio pubblico di 25 mila alloggi. Cioè, l'idea che possa esistere un'unica azienda regionale con un consiglio di amministrazione che ha una funzione fondamentalmente di tipo attuativo, forse risponde a una logica di maggiore snellezza, di funzionalità, se volete anche di efficacia. Però, stiamo bene attenti: noi abbiamo trasformato in legge - ecco perché considero questo provvedimento in qualche modo una legge di settore - ciò che prevedono gli articoli 38 e 39 della legge numero 9. In buona sostanza, si dice che province e comuni hanno una funzione fondamentale, quella di monitorare, preventivamente e successivamente, e di definire il concetto di fabbisogno residenziale. Ora, capite perfettamente che la definizione del fabbisogno non attiene semplicemente alle strutture, ma attiene, in maniera molto più complessiva, anche alle comunità o ai gruppi sociali interessati. Ebbene, noi abbiamo detto questo: il comune e la provincia rappresentano i due livelli fondamentali attraverso i quali il fabbisogno abitativo va definito e per far questo abbiamo previsto una funzione che affidiamo all'Osservatorio economico, in modo che si crei un'uniformità nell'analisi dei dati e nel linguaggio; non solamente nel linguaggio di tipo sociologico, ma anche in quello di tipo architettonico, tipologico. Abbiamo anche previsto che si costituisca, a livello provinciale, una Conferenza dei comuni, in modo che questo monitoraggio sia continuo, perché tutto ciò che viene programmato in prima battuta, secondo quanto stabilito dall'articolo 38 della legge numero 9 e dalla Regione, non possa assolutamente prescindere da questo tipo di analisi, da questo tipo di approfondimento e anche di coinvolgimento dei comuni.

Non solo. Se leggete con attenzione il testo, noterete che abbiamo fatto riferimento all'articolo 13 della legge numero 1 del 2005, laddove abbiamo previsto che una volta che i programmi vengono definiti sono sottoposti all'intesa Regione-enti locali. Non mi sembra affatto, dunque, che questa legge consolidi l'idea che siamo in presenza di un deficit di democrazia. Anzi, proprio nella prima parte, questa legge restituisce agli enti locali la funzione fondamentale di attenti lettori dei bisogni del proprio territorio, capaci di trasferirli, secondo un processo di sussidiarietà ascendente, ai livelli in cui essi sono comunque presenti, in un contesto più ampio che consente loro di avere una visione complessiva della funzione pubblica che noi riteniamo si possa e si debba ancora esercitare.

Abbiamo anche previsto - e questo era già presente nell'indicazione della Giunta - che accanto a questo momento più regionale, se volete più centralizzato, sussista una funzione fondamentale, che è quella che viene affidata ai distretti. Non a caso, nell'articolo in cui abbiamo affrontato il tema del personale, abbiamo detto che l'AREA - l'ha ricordato l'onorevole Orrù -, proprio per le sue caratteristiche, non è completamente soggetta, dal punto di vista dell'organizzazione, ai limiti della legge numero 31. Cioè abbiamo garantito quegli elementi di flessibilità che non sono necessariamente motivo o ragione di arbitrio, ma che rispondono alla necessità, specialmente nelle realtà territoriali, di modulare servizi che hanno unicamente la funzione di dare risposte alle amministrazioni locali, ma anche, direttamente, ai cittadini.

Probabilmente anche questo dibattito ci consentirà di migliorare ulteriormente il testo. Capisco perfettamente le ragioni della questione sospensiva posta in apertura di seduta, ma credo che l'attenta analisi dell'articolo 17 ci consentirà di definire meglio, forse anche di risolvere, laddove esistano dei margini di ambiguità, la questione dell'uso pubblico, dell'uso collettivo. Forse fare maggiore chiarezza anche dal punto di vista linguistico non guasta.

Quindi la legge può essere migliorata, però la preoccupazione in modo particolare della Commissione autonomia era quella di definire meglio la natura dello strumento che stavamo approntando e di garantire un rapporto responsabile, corretto col sistema degli enti locali, tanto nella fase ascendente quanto nella fase discendente. Questa preoccupazione non è mai venuta meno, tant'è che ci è stata riconosciuta, nelle audizioni che abbiamo fatto anche con il mondo sindacale, una sensibilità, che non è rimasta puramente annunziata, ma è stata trasposta nel testo, compreso l'articolo 1 che definisce le finalità della legge.

Un'ultima considerazione: nell'articolo 1 abbiamo introdotto anche il riferimento alla Carta dei servizi, perché sappiamo bene che il destinatario fondamentale della nostra iniziativa è il cittadino. Capisco perfettamente l'intervento dell'onorevole Caligaris, ma devo dire che noi abbiamo fatto riferimento alle categorie un po' più deboli anche allargando il concetto di debolezza, perché, per esempio, è prevista la possibilità di costruire abitazioni da destinare alla locazione a canone moderato, al fine di agevolare in particolare le giovani coppie e le persone in condizioni di fragilità economica. Questo mi sembra un segno di grande attenzione, di grande sensibilità, resta l'idea di fondo per cui Regione, province e comuni sono al servizio dei cittadini. E anche l'AREA, che ha una funzione puramente strumentale, deve obbedire a questa logica, perché il vero pericolo delle riforme è che si rinnovino in maniera sconsiderata delle formulazioni di tipo neoburocratico, che rappresentano, in certi momenti, il vero attentato nei confronti dei cittadini. Noi crediamo nel valore complessivo della burocrazia come strumento della democrazia, e non come strumento nato alla fine del Cinquecento per garantire ai poteri assoluti e centralistici di perpetuarsi.

Allora, da questo punto di vista, l'attenzione al sistema degli enti locali, la necessità di dotarci di uno strumento agile e flessibile e l'attenzione verso i cittadini sono stati i tre elementi, direi quasi la stella polare che ha guidato la Commissione in questo lavoro. Credo che, esaminando più analiticamente gli articoli, avremo modo di affrontare aspetti di carattere ancora più particolare che sono emersi, in parte, anche nel corso di questa discussione generale, ma ritengo che sia stato fatto un lavoro serio e anche equilibrato, in nome e per conto della democrazia, che rappresenta per tutti noi un valore importante.

Ne approfitto per ringraziare il relatore per il lavoro prezioso che ha svolto in quasi due mesi, la Giunta, i commissari e anche i funzionari del Consiglio. Ricordo sempre una frase di Bertolt Brecht: "Cesare sconfisse i Galli e non aveva con sé neppure un cuoco". Cioè, molto spesso, sembra che la storia la facciano solamente quelli che si presentano alla ribalta. La storia è anche quella con la "s" minuscola ed è sempre un fatto anche collettivo, come la bravura. Grazie.

PRESIDENTE. Poiché nessun altro è iscritto a parlare, per la Giunta, ha facoltà di parlare l'Assessore dei lavori pubblici.

MANNONI, Assessore tecnico dei lavori pubblici. Signor Presidente, onorevoli consiglieri, signori Assessori, credo che oggi si sia svolto un dibattito importante sul problema della politica abitativa in Sardegna; un dibattito che mancava da anni, devo dirlo con molta franchezza, come Assessore ma anche come osservatore, come cittadino. Credo che in Consiglio regionale raramente siano approdati dibattiti elevati e, devo dire, anche molto approfonditi come quello che si è svolto oggi sul problema abitativo in Sardegna.

Al centro del dibattito - lo posso dire perché lo riconosciamo tutti - c'è l'utente, il cittadino e i suoi bisogni da soddisfare. Ora, il problema della casa è stato, storicamente, sempre sentito dalla Regione. Credo che la Regione Sardegna sia stata, nella storia e nell'ambito delle Regioni italiane, molto attenta a questo problema, sul quale ha investito molto anche in termini finanziari. Devo dire, però, che la Regione si è, nel tempo, preoccupata degli strumenti finanziari, cioè del modo per aiutare i cittadini bisognosi e per investire, dimenticandosi forse dei mezzi per poter fare meglio. Possiamo esaminare un ventennio, dagli anni Ottanta, partendo dal piano decennale per l'edilizia residenziale previsto dalla legge nazionale numero 457 del 1978, che tutti ricorderete; una legge fondamentale che ha rappresentato la grande svolta nel processo di modernizzazione del sistema dell'edilizia residenziale in Italia. Questa legge, col sostegno alle cooperative, agli istituti e alle famiglie ha consentito alle Regioni di realizzare moltissimo. Però, al centro dei programmi che sono stati realizzati c'era sempre la casa, non c'era il quartiere, non c'era la città, non c'era il paese. Si è realizzato molto, dobbiamo dire, in senso di quantità, anzi moltissimo. E' stata data una risposta, in momenti anche molto particolari, al fabbisogno abitativo, ma spesso questa risposta non la si è data in termini complessivamente soddisfacenti dal punto di vista della qualità dell'abitare.

Io vado dicendo sempre che la bontà della vita, e quindi dell'edilizia abitativa, si misura non tanto quando si esce dalla propria abitazione, ma quando vi si fa ritorno, se questo avviene con piacere. Spesso invece non è così. Mi dispiace che qualcuno della opposizione abbia detto che la Giunta è lontana dai problemi concreti, che non conosce, non vive o non ha vissuto i problemi della cosiddetta, con un brutto termine, edilizia pubblica popolare. Chi vi parla ha invece vissuto, per un puro caso della sua vita, per più di dieci anni vicino a delle case popolari. La mia abitazione era confinante con le case parcheggio del Comune di Cagliari, ma ci ho vissuto tranquillamente, senza sentirmi un cittadino di serie B. Abitando vicino a delle case parcheggio, ho avvertito in parte la drammaticità dei problemi di chi vive in una situazione di precarietà e di ghettizzazione. E così come sono stato a contatto con gli assegnatari di alloggi popolari del quartiere Sant'Elia di Cagliari, sono stato anche a Sassari e in altri comuni, cioè ho vissuto e vivo direttamente queste esperienze, di cui sono consapevole.

Al centro della nostra politica noi mettiamo, quindi, la famiglia, l'utente. La politica della casa è una politica complessa che interessa vari settori di intervento della società; è una politica dei redditi, è una politica della fiscalità, è una politica degli investimenti. Noi abbiamo puntato, in questa legislatura, a fare una prima riforma importante per quanto riguarda lo strumento operativo. E' una riforma che nasce tardi in Sardegna, che è forse l'ultima Regione italiana che vi sta mettendo mano.

Un convegno, che mi piace citare, è quello che fu organizzato nel 1990 a Oristano. Mi piace ricordare anche la persona che, insieme al Presidente dell'ANIACAP (Associazione Nazionale Istituti Autonomi e ConsorziCase Popolari), ne curò l'organizzazione e che oggi non c'è più, cioè il dottor Scarteddu, direttore dello IACP della provincia di Oristano. In quel convegno, intitolato "IACP oltre l'ordinario", si seminarono le idee nuove sul ruolo degli IACP, strumenti importanti nella storia dell'edilizia sociale italiana, che, come diceva prima l'onorevole Sanciu, sono nati nel 1904, con la legge Luzzati, ma possiamo citare anche il testo unico del 1938. In Sardegna gli IACP sono stati istituiti nel 1938-1939, tranne quello della provincia di Oristano, ovviamente successivo, nato nel 1980, qualche anno dopo l'istituzione della relativa provincia. Voglio dire che in questo lungo lasso di tempo questi istituti hanno avuto un'evoluzione e in quel convegno si cominciava a parlare di istituti nuovi, di un nuovo modo di agire. Oristano fu antesignana in questo senso. In quegli anni, furono attuati alcuni interventi significativi, tra cui l'acquisto di case da parte dello IACP nei centri storici, il loro recupero e l'assegnazione a canone sociale. Non si costruiva in periferia, badate bene, e si perseguivano due scopi: recuperare il centro storico e non utilizzare nuove aree. Quindi non si generava l'esigenza di nuovi servizi e si favoriva il reinsediamento dei cittadini nei centri storici. Alcuni comuni di Oristano, cito per tutti Norbello, fecero queste prime sperimentazioni. Ma si parlava allora, come dicevo, di IACP oltre l'ordinario. Negli anni tra il 1989 e il 1992, le Regioni cominciarono a fare le prime leggi di riforma, che diedero agli IACP una nuova missione e furono addirittura modificate nel tempo. Tutte le leggi regionali su questa materia sono state aggiornate negli anni 2000, quindi noi partiamo in ritardo, ma abbiamo fatto uno sforzo importante.

Mi sia consentito ringraziare i componenti della prima Commissione, con cui ho lavorato veramente con piacere, personale oltre che istituzionale, perché ci siamo rimboccati le maniche, come si suol dire. La Giunta presentò un disegno di legge collegato alla finanziaria del 2005, ma era un puro schema legislativo di strumentazione. Si volevano riformare gli IACP creando uno strumento agile, moderno, unitario, che gestisse il patrimonio abitativo in forma unitaria, economicamente efficiente, secondo i criteri del processo industriale. Tutto questo a servizio della collettività, a servizio dell'utenza. Quel disegno di legge è stato arricchito moltissimo, è stato potenziato, rimpolpato e oggi si presenta in una veste nuova; è un richiamo, una sottolineatura della missione della Regione nel settore dell'edilizia abitativa.

Cosa vuole fare la Regione e cosa vuole perseguire? Vengono fatte alcune enunciazioni e vengono però già avanzate le idee su quella che sarà la politica della casa da parte della Regione, e cioè non solo fare case nuove, ma innanzitutto recuperare quelle esistenti, riqualificare il costruito, renderlo vivibile, investire nei piani di riqualificazione urbana, rispondere alla domanda abitativa. Si tratta, cioè, di programmi complessi, tesi a dare risposte vere a bisogni altrettanto complessi.

Durante l'esame in prima Commissione, con un lavoro continuo, è stato detto da tutti, lo diceva poc'anzi anche il Presidente della Commissione, l'onorevole Pinna, è stato attribuito un ruolo fondamentale agli enti locali, i quali partecipano alla formazione delle politiche della casa in Sardegna. E' una cosa importantissima, anche perché non c'è mai stata nella legislazione regionale una normativa che definisse i processi di formazione della volontà della Regione nel settore abitativo.

E allora, credo che questo sia il punto da cui dobbiamo partire, perché se ci concentriamo sullo strumento e lo leggiamo asetticamente possiamo forse convenire che sia uno strumento accentratore. Ma non è uno strumento accentratore, perché le politiche della casa sono politiche partecipate, attraverso un procedimento che la legge pone molto bene in evidenza. C'è una politica ascendente che vede le comunità, i comuni, le province, proporre gli indirizzi attraverso gli strumenti della partecipazione, anche avvalendosi dei dati elaborati costantemente dall'Osservatorio economico; ci sono le grandi politiche, che sono sottoposte all'intesa della Conferenza permanente Regione-enti locali, e c'è una politica discendente, la cui strumentazione è però già definita, che vede il sistema locale partecipare a pieno diritto all'attuazione dei programmi.

Lo strumento operativo, l'AREA, non farà tutto, però farà tantissimo. Di questo abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno, cioè, di un'organizzazione che cambi completamente il modo di operare che oggi riscontriamo negli IACP. Noi possiamo dire che questi istituti hanno fatto molto e hanno fatto bene; possiamo dare atto, anzi, a coloro che ci lavorano di fare tantissimo, ma con gravi difficoltà. Gli IACP si sono, infatti, numericamente depotenziati sul piano della struttura organica e non sono in grado di dare una risposta costante e tempestiva ai bisogni delle nostre comunità.

L'onorevole Caligaris prima parlava delle lamentele, delle istanze degli assegnatari, dei bisogni che non vengono soddisfatti. Voglio dire che tutte queste cose io le sento quotidianamente e me ne faccio carico, onorevole Caligaris, per una mia sensibilità e partecipazione individuale ai problemi delle persone deboli. Ne ho visti di casi! Occorre che gli IACP cambino completamente pelle, che si rendano conto della situazione. Un giorno, ho avuto occasione di dire a un dirigente di uno di questi istituti: "Vorrei che voi, per prima cosa, ragionaste col cuore e non solo con la testa, che vi sentiste coinvolti, perché la vostra è una missione". Non abbiamo bisogno di istituti tecnicamente attrezzati che però non avvertono i bisogni dell'utenza. Abbiamo bisogno, invece, di una forte partecipazione di questi istituti.

Allora, credo che la riqualificazione degli IACP in un'azienda moderna, flessibile, organizzata in modo diverso, sia il punto centrale della riforma, lasciando allo statuto e ai regolamenti organizzativi quella flessibilità operativa che l'AREA dovrà avere per rispondere in modo tempestivo, efficiente e, devo dire, anche economico ai bisogni delle comunità. Si tratta, in buona sostanza, di creare uno strumento oggi inesistente nel nostro ordinamento, che ci dobbiamo inventare.

Io credo che, se approveremo questa legge - e la approveremo -, il problema più grosso, più forte, non sarà quello di creare lo strumento, ma di renderlo operativo. Dovremo essere molto bravi anche in quella fase. Quindi, in questo organismo noi poniamo molta attenzione, perché crediamo che le politiche della casa abbiano bisogno, ripeto, oltre che di strumenti finanziari, anche di strumenti operativi importanti.

Si è parlato della politica della casa, si è detto cosa si dovrebbe fare, quali dovrebbero essere i settori di intervento. All'opposizione, che ha parlato di una presunta assenza di una politica della casa in Sardegna da parte di questa Giunta, voglio dire che noi abbiamo già attuato molte delle cose che sono richiamate in questa legge. Innanzitutto, abbiamo detto che il bisogno sociale non è solo delle fasce più basse, ma è ormai molto più diffuso, e interessa altre fasce sociali. Oggi, acquistare una casa - il mercato immobiliare è conosciuto - non è più così facile. La casa è un bene non facilmente accessibile e noi stiamo aiutando le giovani coppie, per esempio, ad avere un mutuo casa a tasso zero per dieci anni. Abbiamo puntato sulle famiglie di nuova formazione con un investimento anche importante, che chiaramente va a favore di una categoria sociale particolare; abbiamo migliorato la strumentazione operativa per quanto riguarda i mutui casa, per cui l'accesso al credito sarà ancora più facilitato; abbiamo previsto programmi di riqualificazione urbana, come il "canone moderato", puntando non a costruire ma a recuperare; abbiamo destinato ingenti risorse ai comuni, che a breve riceveranno i finanziamenti, ma soprattutto abbiamo sostenuto le famiglie nel pagamento dei canoni di locazione.

Guardate, esiste, in Italia, uno strumento di sostegno, per quanto riguarda il canone d'affitto, che lo Stato ha costantemente finanziato dal 2000 ad oggi. La Regione Sardegna non aveva mai previsto uno stanziamento proprio, invece in questi due anni, noi abbiamo integrato gli stanziamenti statali con risorse importanti (2 milioni di euro nel 2005, 4 milioni di euro nel 2006) riuscendo a soddisfare il 70 per cento delle domande di agevolazione. Voglio dire che fare politica abitativa è difficile, mi rendo conto, soprattutto quando si hanno difficoltà finanziarie. Noi abbiamo destinato le poche risorse disponibili per intervenire in settori fortemente selettivi, ben individuati, che possono veramente dare una risposta al fabbisogno abitativo emergente.

L'AREA è per noi, ripeto, uno strumento assolutamente indispensabile e credo che dovremo impegnarci per renderlo quanto prima operativo. Rispondendo all'onorevole Caligaris, devo dire che i sei mesi previsti dalla legge possono essere accorciati, ma credo che cominceremo a lavorare da subito, perché, una volta nominati i commissari, si possa costituire il consiglio di amministrazione e predisporre lo statuto e gli atti fondamentali del nuovo organismo, attraverso un sistema integrato che preveda la partecipazione dei migliori funzionari. Io mi sono dato un termine e penso che a dicembre avremo il nuovo soggetto operante.

Quanto ai problemi di carattere giuridico sollevati dall'onorevole Cuccu, devo dire che ne ho già discusso privatamente con l'onorevole Capelli, esprimendo il mio dissenso totale sull'eccezione sollevata dalla minoranza. Vorrei solo far notare che le argomentazioni con cui l'onorevole Cuccu sostiene che il patrimonio abitativo degli IACP sia passato alla Regione sono inconsistenti, perché l'articolo 39 della legge regionale numero 7 del 2005 concerne esclusivamente il riordino del patrimonio immobiliare regionale. E il patrimonio degli IACP non è classificabile come patrimonio immobiliare regionale. La ratio di quella norma era garantire un efficace utilizzo dello strumento patrimoniale nella gestione delle entrate e delle spese regionali, autorizzando i programmi di dismissione del patrimonio immobiliare disponibile anche attraverso operazioni di cartolarizzazione. Allora, voi sapete che il patrimonio degli IACP non è un patrimonio disponibile, è bensì un patrimonio indisponibile, che ha una finalità sociale puntualmente definita dalla legge. I beni del patrimonio degli IACP non sono cartolarizzabili. La vendita degli alloggi di edilizia residenziale pubblica è regolamentata da una specifica legge, la legge nazionale numero 560 del 1993, le cui disposizioni, chiaramente, non si applicano al patrimonio degli IACP, ma al patrimonio disponibile degli enti regionali. Credo che su questa interpretazione non ci siano dubbi, anche perché il collega Gian Valerio Sanna e io abbiamo emanato una circolare esplicativa che esclude dal novero dei beni trasferibili alla Regione il patrimonio degli IACP. Mi pare che sia acclarato dalla stessa impostazione normativa sul riordino del patrimonio immobiliare regionale: la Regione non può vendere i beni del patrimonio abitativo degli IACP per acquisirne i proventi. Mi pare, francamente, che sul piano logico, letterale e sistematico non si possa sostenere il contrario.

CAPELLI (U.D.C.). Risponda ai comuni, così deciderà il TAR!

MANNONI, Assessore tecnico dei lavori pubblici. Per quanto riguarda l'interpellanza numero 167/A, invece, onorevoli Capelli e Cuccu, io ho già dato una risposta per iscritto, di cui forse siete già in possesso o che vi sta per arrivare.

Il comma 7 dell'articolo 10 della legge regionale 11 maggio 2006, numero 4, recita: "L'Assessore regionale dei lavori pubblici è autorizzato al trasferimento del patrimonio degli IACP destinato a uso pubblico, ai comuni ed alle province che ne facciano richiesta al prezzo simbolico di euro 1". E' ovvio che le case popolari sono patrimonio pubblico, ma non sono destinate a uso pubblico; perseguono un interesse pubblico, ma non sono destinate a uso pubblico.

Il provvedimento di trasferimento deve essere motivato, come dice lo stesso comma 7. Immagini, se l'Assessore avesse la discrezionalità di dire sì a un comune, no a un altro. Se il legislatore volesse trasferire tout court il patrimonio degli IACP ai comuni, non ci sarebbe necessità di un provvedimento motivato dell'Assessore. Quella norma nasce - lei lo sa bene, così come lo sanno bene gli amici di Carbonia e Iglesias - dall'esigenza di acquisizione di alcuni beni patrimoniali degli IACP destinati a uso pubblico, cioè all'uso generale della collettività. Quando venne discussa questa norma, fu presentato un emendamento specifico che riguardava alcuni edifici scolastici che la Provincia di Carbonia-Iglesias aveva in locazione e per i quali pagava un canone d'affitto allo IACP. Da qui è nata la norma. Ma una norma che preveda che l'Assessore dei lavori pubblici possa, di volta in volta, motivare un provvedimento di trasferimento di beni del patrimonio degli IACP ai comuni sarebbe in contraddizione con la volontà del legislatore. Credo, francamente, che questa eccezione sia insostenibile.

Quando citiamo le urbanizzazioni, onorevole Cuccu, non ci riferiamo solo alle urbanizzazioni delle aree in cui viene realizzato il patrimonio abitativo pubblico, ovvero le case IACP. Nella risposta all'interpellanza numero 167/A, io cito, ad esempio, le opere di urbanizzazione primaria e secondaria a uso più collettivo. Non a caso, se lei conosce Carbonia - e la conosce senz'altro - saprà che in questa città addirittura le strade, gli stradelli, sono spesso di proprietà dello IACP. A Carbonia c'è infatti il problema degli stradelli di proprietà dello IACP, che il comune rivendica.

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.

I lavori del Consiglio riprenderanno martedì 1º agosto, alle ore 10.

La seduta è tolta alle ore 13 e 23.


[s1]Non va in corsivo perché è un marchio registrato non un termine di lingua straniera