Seduta n.131 del 13/10/2005 

CXXXI SEDUTA

(Pomeridiana)

Giovedì 13 ottobre 2005

Presidenza della Vicepresidente LOMBARDO

indi

del Presidente SPISSU

INDICE

La seduta è aperta alle ore 16 e 34.

ORRU', Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del 1° ottobre 2005 (126), che è approvato.

Congedi

PRESIDENTE. Comunico che i consiglieri regionali Bruno, Pirisi e Salis hanno chiesto congedo per la seduta pomeridiana del 13 ottobre 2005.

Poiché non vi sono opposizioni, i congedi si intendono accordati.

Annunzio di interpellanza

PRESIDENTE. Si dia annunzio della interpellanza pervenuta alla Presidenza.

ORRU', Segretario:

"Interpellanza LA SPISA - SANCIU - CONTU - MILIA - SANJUST - LOMBARDO - PETRINI - PILI - LICANDRO - RASSU sulla situazione di incertezza in cui si trovano i lavoratori della Montefibre di Ottana". (124)

Annunzio di interrogazioni

PRESIDENTE. Si dia annunzio delle interrogazioni pervenute alla Presidenza.

ORRU', Segretario:

"Interrogazione VARGIU, con richiesta di risposta scritta, sul rischio da elettrosmog conseguente all'installazione di un nuovo impianto ad onde elettromagnetiche nella città di Cagliari". (354)

"Interrogazione DEDONI, con richiesta di risposta scritta, sull'attivazione di una unità operativa di ematologia presso la ASL n. 5 di Oristano". (355)

PRESIDENTE. Colleghi, constatata la poca presenza in aula dei consiglieri, sospendo la seduta per dieci minuti.

(La seduta, sospesa alle ore 16 e 37, viene ripresa alle ore 16 e 47.)

Continuazione della discussione sulle dichiarazioni della Giunta sulle riforme statutarie e di organizzazione, ai sensi dell'articolo 120

PRESIDENTE. Colleghi, riprendiamo la seduta. Ricordo che l'ordine del giorno reca la continuazione della discussione sulle dichiarazioni del presidente Soru. E' iscritto a parlare il consigliere Porcu. Ne ha facoltà.

PORCU (Progetto Sardegna). Presidente, vedo che quest'Aula ancora si sta riempiendo gradualmente, comunque mi rivolgo al Presidente, agli Assessori e ai colleghi, approfittando della circostanza che mi porta a intervenire, all'apertura della seduta pomeridiana, per provare a ricollegarmi anche ad alcuni temi che sono emersi nel corso del dibattito della mattinata per vedere se ci sono elementi che possono essere utili per il prosieguo del dibattito nel corso del pomeriggio e nel prossimo martedì.

Devo dire che gli interventi della mattinata, a mio avviso, sono stati aperti con alcune note che definirei stonate; stonate e in qualche modo anche contraddittorie. E' vero che queste note stonate possono essere utili magari per mettere a punto uno spartito che è da affinare e da perfezionare, speriamo che questo dibattito e queste note stonate possano servire finalmente per far risuonare una musica nuova non soltanto in quest'Aula, ma anche nella società e nella nostra comunità. A proposito di questo, credo che sia importante ribadire il fatto che c'è un cambiamento in corso nella nostra Regione, non c'è una situazione di emergenza, come qualche collega stamattina ha in qualche modo richiamato, c'è una musica, una nota forte che in questi mesi di governo è stata battuta per quanto riguarda alcuni temi importanti per il futuro di questa Regione: dalla legge salvacoste alle politiche per i parchi e per l'ambiente, alla formazione professionale, al commercio, alla gestione delle acque, alla politica della conoscenza e dello sviluppo sostenibile.

Certamente ci sono anche note che vanno messe a punto, ma comunque una musica nuova risuona. Ci sono, però, orecchie e anche occhi che in alcune circostanze non vogliono né sentire, né udire, né vedere. Infatti, oggi, nuovamente in quest'Aula siamo ritornati su un ritornello, sul tema del Presidente che, in qualche modo, è abbandonato dalla sua maggioranza; un tema che è stato richiamato, citando alcuni giornali, dall'onorevole Floris per esempio. Bisogna dire che il consenso si può misurare in molti modi non solo nelle aule parlamentari, ma anche nelle aule parlamentari, ed è opportuno ricordare che la maggioranza in quest'aula ha sempre assolto il suo compito, non è stata mai battuta, ha sostenuto - quando era il caso di sostenere - alcuni indirizzi condivisi con il Governo (parlo di legge di bilancio, parlo di DPEF) e, a differenza della legislatura precedente, il Governo regionale non è mai stato sfiduciato né su un provvedimento piccolo, né su un provvedimento grande. Quindi è importante ricordarci, a proposito di quello che dicevano alcuni colleghi, che non c'è un dualismo, a tutto campo e a tutti i costi, tra Governo e maggioranza. Il Governo è espressione di questa maggioranza; in alcuni casi la maggioranza vuole far sentire la sua voce, vuole partecipare, ma questo non vuol dire che c'è una mancanza di sintonia tra maggioranza e Governo. Credo che ci sia, invece, una ricerca costante della sintonia tra partiti, tra gruppi, tra maggioranza, tra maggioranza e Governo, in un processo di legittimazione reciproca che è l'essenza della democrazia.

Ecco quindi il perché di queste note stonate. L'onorevole Floris e anche l'onorevole Pili sono tornati un po' su questa retorica del neocentralismo presidenziale, della concentrazione dei poteri, dell'uomo solo al comando, di nuove contrapposizioni che ci auguriamo, che mi auguro, possano essere superate, ritrovando una capacità critica, ma orientata alla proposta piuttosto che al semplice tentativo di demolizione dell'avversario politico di turno. La domanda che sorge spontanea, e che in qualche modo era già emersa nel corso del dibattito sul Regolamento, è: quando autorevoli esponenti di questo Consiglio, ex Presidenti della Giunta, formulano queste critiche, a che cosa fanno riferimento? Alla Giunta della scorsa legislatura? Ai cinque anni che abbiamo vissuto con tre diverse crisi di Giunta? Ai risultati ottenuti in quegli anni? Abbiamo nostalgia forse di quel passato in cui poco o nulla si è legiferato in materie importanti e che ha fatto accumulare altri ritardi alla Sardegna? In economia, c'è un principio utile in tutti gli ambiti - onorevole Floris, mi perdoni la franchezza - si chiama il principio del benchmark, cioè darsi dei riferimenti per misurare la propria efficienza, o per misurare su quale base parliamo di migliore equilibrio dei poteri, per chiarirci di cosa parliamo non rispetto a un mondo ideale, ma rispetto a un concreto termine di paragone.

Senza avere la presunzione di entrare nel merito, perché non è il caso in questo contesto, credo che sia opportuno ricordare che, nella forma di governo che abbiamo sperimentato fino al 2004, gli assetti di Giunta, per esempio, erano del tutto parte degli assetti di maggioranza. C'era una centralità del Consiglio che concentrava di fatto il potere legislativo con quello esecutivo, dove gruppi di consiglieri esprimevano un assessore, un presidente di commissione, un capogruppo, insomma un patto di maggioranza del quale, a tutti gli effetti, gli assetti di Giunta erano parte concreta. Questo è un tipo di centralità che noi non auspichiamo che ritorni, un tipo di centralità del Consiglio che non era finalizzata a dare risposte alle esigenze della nostra comunità, ma era piuttosto finalizzata al mantenimento dello status quo. E' vero che il modello che si adotta e il suo funzionamento non possono prescindere dal sistema politico, è vero che non esiste un modello ideale, ma è anche indubbio che il modello adottato può accentuare le difficoltà di un sistema politico.

Ecco, quindi, che per quel passato (non so a cosa si faccia riferimento di preciso) sicuramente non abbiamo nostalgia. Credo sia opportuno formulare l'auspicio, per il prosieguo del dibattito e anche per il concreto percorso sulle riforme che deve coinvolgere tutti, nessuno escluso, che siano da cogliere alcuni segnali arrivati da tutte le parti di questa Assemblea, in ultimo anche da Mario Diana in chiusura di mattinata. E' importante ripartire non da astrazioni teoriche, ma da proposte concrete, magari anche da una sana autocritica, perché il passato è utile, ha assolto un ruolo se ci serve almeno capire quelli che possono essere stati nel passato i nostri errori.

Stamattina, nei suoi ragionamenti, l'onorevole Pili ci ha descritto - mi dispiace che non sia in aula - come potenziali galline di un pollaio che viene costruito da una volpe. Personalmente non vedo in aula volpi, tanto meno mi sento gallina, però, per rimanere nella metafora avicola, credo che ci sia un tema (che ripropone l'onorevole Pili) che merita di essere approfondito: viene prima l'uovo o la gallina? Lo Statuto o la legge statutaria? Questo è un dilemma antico che forse merita una battuta, credo che derivi da un atteggiamento mentale in cui non si riesce a immaginare percorsi paralleli e in qualche modo non ci si pone il problema di cominciare a fare meglio quello che oggi si può già fare rimandando tutto al dopo, alla ricerca di percorsi che sono ideali e che non sempre sono effettivamente realizzabili. E' vero che, come diceva l'onorevole Pili, le riforme non danno il pane per l'oggi, ma certamente aiutano a dare il pane per domani e rinviare sempre tutto, in attesa di un mondo ideale, sicuramente non ci darà il pane né per oggi, né per domani.

Un altro tema che è affiorato nel dibattito è il tema dei principi, cioè se sia opportuno inserire principi e valori nella legge statutaria o se sia invece meglio stralciarli e rimandarli a una discussione più ampia legata allo Statuto. Anche in questo caso mi chiedo perché aspettare, perché rinunciare ad avere una bussola per orientare la nostra attività nei prossimi tre anni, perché non pensare, se non a degli articoli, almeno a un preambolo politico, a una dichiarazione sui diritti e doveri dei cittadini e della politica, perché lo Statuto, se seguiamo il percorso ordinario, arriverà, se tutto va bene, alla fine di questa legislatura. Quindi, se abbiamo una opportunità di fare una dichiarazione, di chiarire meglio quali sono i valori su cui ci muoviamo (abbiamo parlato per esempio di patto generazionale) e quale deve essere la nostra bussola, a mio avviso è una opportunità di autodeterminazione che possiamo cogliere, anche in virtù delle sentenze della Corte costituzionale che ci dicono che quei principi non sono impugnabili se non hanno un effetto diretto normativo, e quindi sono in qualche modo una strada che forse ci potrebbe aiutare a orientare la nostra attività nei prossimi anni.

Nel dibattito è tornato un altro tema, anche questo sollevato dall'onorevole Floris: la forma di governo attuale è una forma calata dall'alto ed estranea alle nostre origini? Anche su questo, io ho dei dubbi. Stamattina, l'onorevole Soru, nel suo intervento, ha ricordato che nel 1999 in questa regione c'è stato un referendum, che ha superato il quorum, il quale con una maggioranza di oltre il 90 per cento ha orientato la nostra forma di governo verso una forma con elezione diretta del Presidente, con la previsione di un premio di governabilità. Nel 2001, se abbiamo ereditato questa legge in forma transitoria è anche per effetto degli emendamenti che hanno presentato i nostri parlamentari sardi che, credo, avessero a cuore le sorti di questo Consiglio regionale e della nostra Regione; nella scorsa legislatura, per tre anni, questo Consiglio regionale ha provato a trovare formule migliori e, in qualche modo, ha ritenuto che non fossero immediatamente disponibili, di fatto accettando quella forma di governo.

Credo, quindi, che sia opportuno oggi che il dibattito sia stato aperto con le comunicazioni del Presidente, con una proposta che, come è stato detto, non è in alcun modo una proposta chiusa, ma è un modo per cominciare, è una proposta assolutamente aperta e suscettibile di miglioramenti. Cominciamo a discutere partendo dal quadro attuale. Quando parliamo di quadro delle riforme, anche a questo proposito, credo che sia importante ricordarci che nessuna Regione, dal 2001, è tornata indietro sull'elezione diretta del Presidente, chi ha provato a farlo è stato in qualche modo bocciato dagli elettori, dai cittadini, come nel caso del Friuli.

Credo che sia anche difficile immaginare sistemi misti, come la proposta che è emersa stamattina. Qualcuno vive come una spada di Damocle il fatto che si applichi il principio simul stabunt aut simul cadent, cioè che le dimissioni del Presidente della Regione provochino anche lo scioglimento del Consiglio. Anche questa è una strada che è stata già tentata nello statuto della Calabria ma è stata bocciata dalla Corte costituzionale. Quindi non ci sono vie d'uscita: o si accetta la forma attuale o si torna all'elezione del Presidente da parte del Consiglio, cioè si fa quell'operazione che, compiuta in Friuli, è stata bocciata dai cittadini tramite un referendum. Quindi credo che dobbiamo ragionare su un significato diverso di quella che è la centralità del Consiglio, cioè una centralità che si fondi su una maggiore efficacia e forza dei poteri di indirizzo e di controllo, piuttosto che sul semplice potere di sostituire il Presidente senza che il Consiglio si sciolga.

Sarebbe quindi interessante orientare il dibattito su cosa si può fare per rilanciare il ruolo dell'Assemblea mettendosi su un piano di competizione virtuosa con l'Esecutivo. Certo, bisogna aumentare l'efficienza, bisogna aumentare la capacità di fare leggi, di rispettare i tempi che ci diamo per redigere leggi organiche in vari settori. Siamo in ritardo in tantissimi ambiti, ma non è solo questo, abbiamo provato ad affrontare la questione con il Regolamento, abbiamo dato una risposta, vedremo se quella risposta sarà efficace quando cominceremo ad utilizzare quel Regolamento, sicuramente dobbiamo recuperare una rappresentatività, una autorevolezza che non vuol dire soltanto recuperare dei poteri o una autorità che ci viene data dalle leggi. Non vuol dire soltanto discutere, si deve lavorare di più, non c'è il collega Uras che ci ricorda sempre che lavoriamo tutti molto e che quindi dobbiamo finirla col dire che lavoriamo poco.

Non si tratta di lavorare di più, si tratta forse di lavorare meglio, si tratta di capire se, per esempio, possiamo migliorare la nostra capacità di valutare l'efficacia delle leggi che produciamo, cioè conoscere qual è l'effetto di una legge quando esce da questo Consiglio, qual è l'effetto reale delle politiche pubbliche, questi sono strumenti che ci aiuterebbero molto; ancora, capire se possiamo migliorare la nostra capacità di ascolto dei portatori di interessi, quelli che si chiamano adesso stakeholders, per capire meglio l'effetto di quelle leggi o proporne di nuove, insomma partecipare alla vita della nostra comunità, conoscere per avere il potere di influire per portare dei cambiamenti utili ed effettivi all'ordinamento della nostra Regione.

Alcuni strumenti li abbiamo tracciati, abbiamo in qualche modo detto che i percorsi si divideranno, che per esempio si darà seguito a quell'ordine del giorno del Consiglio regionale che richiama la via dell'Assemblea consultiva nominata dal Consiglio per formulare le riforme. Credo che quella sia una strada da riprendere - l'ha detto anche qualche collega stamattina - e una sede dove ampliare il dibattito che oggi parte dalle dichiarazioni del Presidente, cioè parte da una proposta parziale su un pacchetto complessivo di riforme, che riguarda appunto lo Statuto, la legge di organizzazione e la legge elettorale. Quindi, nel riflettere sui contenuti nuovi da portare, oltre a chiarire meglio nel nuovo Statuto le competenze effettive della Regione in tutti quegli ambiti concorrenti (sono stati anche richiamati come i rapporti con l'Unione Europea, come il commercio con l'estero, i trasporti, le politiche territoriali, l'agricoltura, le reti energetiche, le reti di tutti i tipi), credo che sia in qualche modo necessario ripensare a quei contenuti nello statuto e portare su quello statuto non solo principi, ma anche strumenti nuovi e flessibili per poter esercitare non soltanto la nostra autonomia, ma anche una sovranità che possa essere in qualche modo più compiuta.

Abbiamo richiamato stamattina anche le problematiche delle entrate, un tema dove abbiamo un contenzioso grave con lo Stato che mina alle radici la possibilità per la nostra comunità di esercitare una propria autonomia e una propria sovranità in tanti ambiti nel momento in cui gli strumenti diventano zoppi. Ma abbiamo anche parlato di disuguaglianza e, in qualche modo, della necessità che, nel nostro statuto, si rifletta che le entrate siano legate alle disuguaglianze, che ci siano effetti perequativi di queste disuguaglianze, non solo insularità ma istruzione, conoscenza, aspetti sociali, aspetti sanitari.

Ecco quindi che bisogna, in quella sede, formulare dei principi che abbiano anche delle conseguenze nuove, in termini anche di risorse che possono difendere l'uguaglianza dei diritti dei cittadini sardi rispetto ai cittadini di tutto il resto del territorio. Tra questi diritti non potrà mancare un meccanismo di partecipazione decisionale più ampio rispetto ad alcune tematiche importanti come quella dell'uso del territorio per le basi militari. Concludo con una battuta finale, dicendo che il destino della nostra comunità è interesse di tutti noi; credo che sia un compito di tutto questo Consiglio, maggioranza e minoranza, compito che da solo giustificherebbe una esperienza, anche breve, in quest'Aula parlamentare.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Oscar Cherchi. Ne ha facoltà.

CHERCHI OSCAR (Gruppo Misto). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori della Giunta, è una rinascita della Sardegna partire da una nuova cultura delle riforme. Già, a parole suona come una impresa affascinante e stimolante, in effetti oggi in quest'Aula si può conseguire una delle tappe fondamentali di questa legislatura. Stiamo entrando nel vivo di quella che le cronache dei giornali da mesi vanno definendo come la grande stagione delle riforme. Ci accingiamo a cambiamenti importanti, ci aspettano scelte di innovazione della macchina regionale necessarie e improcrastinabili per adeguarla ai bisogni e ai tempi della società moderna. E' una responsabilità gravosa perchè qua dentro, almeno così mi auguro vivamente e soprattutto spero che avvenga con il contributo dell'intero Consiglio regionale, dovrà essere disegnato un modello efficiente di governo che dovrà durare nel tempo. Una forma di governo cioè che possa essere interpretata anche da chi ci succederà tra questi banchi, dagli amministratori del domani, una bella scommessa che sarà vinta solo se riusciremo a dare forma ad un modello governativo che risponda principalmente ai parametri della democrazia, dell'efficienza e della trasparenza. Ritengo che solo questo sia il modo per uscire dal tunnel in cui siamo.

Da oltre un anno, dall'inizio della legislatura, non è che si siano fatti sinceramente grossi passi in avanti, non vedo leggi che abbiano cambiato lo status quo, anzi la crisi economica non accenna a diminuire e il malessere sociale insiste; allora forse bisognerebbe avere ben chiare, averle bene in mente, l'incertezza e le precarietà reali e concrete, quelle precarietà che la gente vive tutti i giorni fuori da quest'Aula parlamentare. Se teniamo presente questa situazione, allora sì che si potrà ragionare e discutere, con cognizione di causa, delle riforme da fare. A mente significa ricordarsi del bilancio della Regione e della legge finanziaria che giacciono chissà dove e senza che sia giunto e che ci sia, alla nostra attenzione, alcun documento e tanto meno sia iniziata la sessione di bilancio in quest'Aula.

Ecco perché le riforme non possono essere slegate dai problemi quotidiani, dobbiamo riformare per normalizzare una macchina con un motore decisamente superato, con esigenze pressanti e aspettative altissime; tutti noi un anno fa siamo partiti con questa ambizione istituzionale. Adesso ci siamo, ma non possiamo non pensare che questo vento riformista sarebbe dovuto soffiare prima di tutto sullo Statuto. Già, proprio su questo Statuto, ed è proprio dalla riscrittura dello Statuto che sarebbe dovuto partire l'input per tutte le altre riforme. Invece, ad un anno di distanza dalla decisione di procedere alla nomina della Consulta, ci siamo arenati. Certo, la strada è lunga, abbiamo di fronte una legge costituzionale, ma è da questa che dobbiamo partire se intendiamo effettivamente dare impulso alla nuova e moderna identità della Sardegna.

Uno Statuto per i cittadini sardi che non si limiti alla tradizionale rivendicazione di una maggiore autonomia. E' venuto il momento di puntare alla affermazione di una sovranità ben più sostanziale, di una specificità che è nel nostro DNA e che ci appartiene in quanto sardi. Infatti, parlare oggi di autonomia non equivale esclusivamente alle rivendicazioni del secolo scorso di carattere sociale, economico e finanziario, significa piuttosto riaffermare e far valere la nostra identità di sardi. La nostra sardità non va intesa come un limite, ma interpretata in un'ottica diversa, deve essere vista come un valore aggiunto, una marcia in più sulla base di un importante passato storico e di un presente che non va perso di vista; in buona sostanza, dobbiamo acquisire nuove quote di sovranità, in questo senso nemmeno l'insularità deve essere considerata come una penalizzazione. La nostra insularità non è un deficit, anzi deve costituire uno stimolo in più, quello stimolo che serve a ampliare i poteri e la sovranità della Regione soprattutto in quei settori in cui la presenza dello Stato italiano è più pressante.

Così, noi dell'UDS, circa un anno fa, abbiamo proposto un esempio di riforma dell'autonomia speciale della Sardegna con una nuova carta-statuto o costituzione che è il puro adattamento dello Statuto della Catalogna alla nostra Isola; da più parti, qualcuno gridò alla solita trovata provocatoria e pubblicitaria. In realtà, dietro questa proposta di legge, non si nasconde nessuna provocazione, nessuna pubblicità, ci rifacciamo infatti ai principi contenuti in moltissimi statuti di varie regioni europee, oggi fortemente autonome. Noi, noi dell'UDS sottolineo, con questa proposta di legge, intendiamo porre le basi per la costituzione della comunità autonoma di Sardegna o, se mi permettete, della nuova Carta "de logu de sa comunidade autonoma de Sardigna"; la comunità autonoma è l'organismo politico di autogoverno della nazione sarda.

In altri termini, con la nascita di questa comunità autonoma, si esplicita la volontà dei sardi di avere una propria costituzione che, memore del glorioso passato giudicale, non può che chiamarsi nuova Carta de logu, una costituzione particolare che, prima di ogni altra cosa, vuole essere ed è l'espressione dell'identità collettiva della Sardegna, cioè ne stabilisce le istituzioni e regola i rapporti con lo Stato italiano. Alla comunità autonoma si attribuiscono ampi poteri in tutti i campi, da quello dell'imposizione fiscale alle forze di polizia autonome, come per esempio già accade nelle regioni come la Catalogna, la Navarra, i Paesi Baschi, che sono vere e proprie nazioni senza stato, che godono di forme di organizzazione istituzionale semi statuale. Abbiamo anche individuato gli organi della comunità autonoma: il Presidente di Sardegna, il Parlamento sardo, che è chiamato e verrà chiamato Stamenti generali, ed il Consiglio Esecutivo, ovvero l'attuale Giunta che rappresenta l'organo collegiale di governo.

Mi piace soffermarmi sugli Stamenti anche se può essere un ritorno al passato, infatti richiamano gli antichi rami di quel Parlamento sardo che, dopo oltre quattrocento anni, furono soppressi esattamente nel 1847 in seguito alla fusione dello Stato di Sardegna con i domini della corona sabauda. Con la nostra costituzione, gli Stamenti rivivono con la prerogativa del potere legislativo. L'unica camera che li compone è eletta con un'apposita legge della comunità e, a loro volta, gli Stamenti eleggono i propri organi: la prima voce (che è il Presidente), e le seconde voci (che sono i due vice presidenti). Gli Stamenti generali della Sardegna hanno anche la possibilità di votare una sfiducia costruttiva nei confronti del Presidente, peculiarità e prerogative fondamentali utili e necessarie alla Assemblea legislativa.

Non a caso ho voluto sottolineare il ruolo degli Stamenti, in quanto proprio gli Stamenti mi offrono un assist preciso per entrare nel merito della nostra discussione sulle riforme. Ultimamente abbiamo assistito ad una girandola di voci su competenze e ruoli, su contrapposizioni tra Esecutivo e Legislativo, da più parti si è parlato di una necessità sempre più urgente verso un bilanciamento dei poteri, un argomento così complesso che, addentrarsi in esso, anche per i partiti di maggioranza, è stato come passare in un campo minato.

Tutti abbiamo sentito le scorse polemiche interne alla coalizione di centro, di centrosinistra sottolineiamo, col Governatore da una parte e i partiti dall'altra; qualcuno degli alleati ha fatto la voce grossa per rivendicare e difendere il proprio ruolo, per difendere l'esigenza di un progetto che definisca con precisione chirurgica le competenze del Presidente, della Giunta e del Consiglio, in particolare è proprio il Consiglio che va salvaguardato dal rischio di essere sopraffatto da un eccesso di presidenzialismo. Il Consiglio ha pari dignità rispetto al Presidente, siamo tutti espressione del volere degli elettori, questo non ce lo dobbiamo mai dimenticare! Qui nessuno va considerato alla stregua di un mero collaboratore del Presidente.

Mi sarei voluto rivolgere direttamente al Presidente Soru, ma a questo punto mi rivolgo al Presidente del Consiglio, che in questo momento è presente: la Regione non è un consiglio di amministrazione, la Regione, guidata oggi dal presidente Soru, non può essere alle sue dipendenze! La Regione è una macchina politico amministrativa che ha il compito e il dovere di prendere i sardi per mano e guidarli verso il rilancio. Noi abbiamo l'onere e l'onore di iniziare la strada per lo sviluppo, per quella agognata crescita che tutto il paese si aspetta.

Ricordatevi, cari colleghi, soprattutto oggi sono moltissime le aspettative dei sardi. Noi abbiamo la responsabilità di dover iniziare a dare risposte concrete, anche a partire dal tema cruciale delle riforme istituzionali, il percorso si snoda da questo punto, dai cambiamenti istituzionali per i quali ritengo assolutamente decisiva la collaborazione tra Giunta e Consiglio regionale, una collaborazione che deve evidenziare il ruolo del Consiglio legislatore che va pertanto virgolettato.

Ciascuno di noi, in quest'Aula, ha il potere prima ancora morale e poi politico di tutelare la propria dignità. Vogliamo forse che si ripeta quanto accaduto recentemente col nuovo Regolamento? Quelle modifiche hanno ottenuto solo il risultato di renderlo funzionale ad un governo in cui domina soltanto una voce, un'unica voce, la voce e la volontà del Governatore a cui finora anche i partiti di maggioranza si sono servilmente piegati, magari barattando, in silenzio e con un assenso incondizionato, qualche contentino più defilato.

Allora, signori colleghi, non possiamo accettare simili imposizioni, si pongono in totale antitesi al concetto stesso di democrazia e di un confronto equo e proficuo; è indispensabile, se si vuole andare avanti in modo veramente costruttivo, ridefinire tutti questi aspetti. Certo l'elezione del Presidente della Regione quasi sistematicamente ha creato un iper Presidente; i suoi poteri di nomina e di revoca degli Assessori, il suo potere di scioglimento del Consiglio regionale hanno modificato un equilibrio che, per oltre 56 anni, ha retto il nostro sistema autonomistico; abbiamo sempre avuto il bilanciamento dei poteri tra Giunta e Consiglio, oggi invece si pone il problema di introdurre dei contrappesi indispensabili per assicurare una fisiologica dialettica democratica propria di un sistema istituzionale equilibrato e soprattutto stabile. Il Consiglio deve quindi ritornare ad appropriarsi del ruolo di Consiglio legislatore, mentre la Giunta deve poter esercitare il suo compito di governo senza eccessive ingerenze o pressioni ma liberamente nell'interesse della comunità. In questo primo periodo, invece, abbiamo avuto modo tutti insieme di constatare una certa sfasatura, l'abbiamo avvertita e denunciata noi dell'opposizione, ma è stata sentita soprattutto, questo è evidente, anche in maggioranza.

Tutti siamo espressione del volere popolare, come ho già detto prima, a questo punto si pone come fondamentale un riequilibrio dei poteri e dei ruoli. Non possiamo certamente predisporre delle riforme partendo dal presupposto di renderle funzionali solo a una parte di governo, anche perchè il rischio è che il Governatore appaia sempre di più come un uomo solo al vertice, un uomo solo al comando e proprio perchè solo e isolato non potrebbe avere tutti i vantaggi di un conforto e di una concertazione più ampia e più aperta, soprattutto avrebbe tutti i difetti di chi, da solo al comando, ha finito per opprimere il suo popolo. Il confine con l'assolutismo, lo sappiamo bene, è davvero labile, è troppo vicino, nemmeno il capitano più esperto naviga da solo, ha bisogno di una squadra efficiente, quindi di una dialettica interna per fare concretamente l'interesse generale, altrimenti perde la bussola e finisce alla deriva. Allora, esercitiamo il ruolo che la Costituzione attribuisce alla massima Assemblea legislativa regionale, espressione più alta del popolo sardo; prendiamo atto della conversione, almeno a parole, operata dal presidente Soru rispetto alla sua posizione di stamattina, e chiediamo che lo stesso eserciti il potere all'interno dell'istituzione e non al di fuori.

Ma, andando oltre con le proposte presentateci dal Governatore, anche se come ho detto prima oramai le dobbiamo considerare decadute, mi soffermo sul numero degli Assessori, quegli Assessori che dovranno essere otto, ci sarà poi un dipartimento della Presidenza che assorbirà le competenze della programmazione e quelle della società delle informazioni; gli Assessori quindi non saranno più i capi dell'Assessorato, a questo punto mi chiedo dove sia il senso di questa riforma, dove sta il senso e la logica, la ratio di questa riforma? Ci sono Assessori e dipartimenti, esiste quindi una netta distinzione tra direzione politica e direzione amministrativa, francamente però non credo che il nocciolo del problema sia tutto qui o sia nascosto qui dentro. Continuo ad intravedere un eccesso di presidenzialismo che ritengo assolutamente pericoloso, se a questo si aggiunge una sorta di superburocrazia regionale alle dipendenze dirette del Presidente della Regione ne deriva non un Governatore ma il Supergovernatore.

Per evitare errori di cui tutti, sia gli amministratori, sia i cittadini, che di riflesso subiranno le conseguenze della scelta per queste riforme istituzionali, auspico che ci sia un confronto aperto, anche ai suggerimenti e alle proposte, di tutti i partiti di maggioranza e, mi auguro veramente, anche di quelli di minoranza. A questo punto, sono fermamente convinto che la diversità, che per alcuni costituisce un vero e proprio fastidio, per me rappresenta invece la più grande risorsa del popolo sardo.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Orrù. Ne ha facoltà.

ORRU' (D.S.). Signor Presidente, colleghi e colleghe del Consiglio, noi dovremmo considerare questa occasione di dibattito non come la conclusione di alcuna riflessione, tanto meno la conclusione di elaborazione di un disegno compiuto,ma dovremmo correttamente, tutti, considerarla l'avvio di un percorso che ci auguriamo virtuoso. L'apertura cioè di una fase importante, sotto il profilo politico e istituzionale, che può dare risposte alle domande di innovazione e di riforma istituzionale amministrativa e organizzativa del nostro sistema autonomistico. Sappiamo tutti che non è un tema popolare; non so se si possa tradurre l'avvio e il completamento di uno qualsiasi di quei processi di riforma in aumento di punti percentuali del nostro PIL, non è la risposta che si attende la chimica sarda o gli allevatori sardi, che chiedono giustamente soluzioni positive oggi, più che migliori soluzioni domani, con una attribuzione di competenze più vicine alle loro aziende, ai loro interessi reali.

E' altrettanto vero, insomma, chiaro direi, che, quasi ad ogni passaggio politico legislativo rilevante nella prima parte di questa legislatura, ma a dire il vero anche nella passata legislatura, il Governo nazionale per esempio ha eccepito sulla incostituzionalità delle norme, dal Consiglio delle autonomie alla legge di tutela, di salvaguardia del nostro patrimonio costiero. Il Governo regionale, qualunque Governo regionale, deve attendere la legge finanziaria ogni anno per verificare se il diritto del tutto parziale limitato alla cosiddetta continuità territoriale verrà o meno garantito; da tredici anni viene disatteso in alcune parti fondamentali l'articolo 8 dello Statuto sulle entrate regionali.

Ora questi pochi esempi dimostrerebbero già di per sé che non stiamo parlando di altro quando cerchiamo di affrontare il problema grande di una ridefinizione del patto costituzionale con lo Stato, perchè è lì che in ultima analisi trovano risposte quelle domande appunto. Così come d'altra parte è difficile non constatare i ritardi che stiamo accumulando persino nei confronti delle Regioni a Statuto ordinario; questo vale per tanti aspetti, persino la stessa legge 142 del 1990 è per alcuni tratti non applicata in Sardegna, lo è la legge costituzionale numero 1 del 1993, per cui noi dobbiamo ogni volta rincorrere le prerogative e le competenze in materia di ordinamento degli enti locali, lo è ancora per quanto riguarda la 112 del 1998, la riforma del Titolo V, quindi su tutta quella complessa materia che riguarda il decentramento amministrativo. Non stiamo parlando d'altro perchè i commercianti, gli artigiani e le categorie sociali chiedono risposte su quello e noi abbiamo un sistema istituzionale anchilosato e retrodatato.

Ora tutte queste grandi e profonde innovazioni nel rapporto Stato-Regioni, Stato-enti locali, hanno visto finora la nostra Regione appunto rincorrere singoli aspetti emergenziali o sostanzialmente ferma ieri in attesa dell'Assemblea costituente, oggi la domanda è: di che cosa? Di un grande disegno riformatore. Io credo che persino l'innovazione costituzionale più rilevante, cioè la norma transitoria che ha consentito, insomma, di utilizzare le stesse leggi elettorali previste per le Regioni a statuto ordinario anche nella nostra specialità, non c'è stata imposta, non è vero che c'è stata imposta, noi l'abbiamo accettata. L'abbiamo accettata, ieri, come male minore (questa è la definizione che alcuni colleghi hanno utilizzato un anno e mezzo fa o due anni fa); oggi, questo stesso male minore non può essere additato come il centro di tutti i mali possibili, credo che serva un equilibrio anche in questo e soprattutto serve scegliere la strada maestra, nessuno ci vieta di adottare una norma legislativa nostra.

Così come, credo, non dobbiamo dimenticare che gli stessi fondi comunitari erano e sono in parte collegati e dipendenti dal processo di adeguamento amministrativo alle norme comunitarie, molte parti importanti di quei trasferimenti di quei fondi strutturali sono direttamente collegati a questo. Anche qui si potrebbe parlare di innovazioni forzate più che di libera scelta, la realtà è che il mondo va avanti, si muove, produce effetti e una classe dirigente, il sistema politico istituzionale, maggioranza ed opposizione, ha il dovere di proporre soluzioni, non quello di verificare i ritardi.

L'immobilismo o, meglio dire, lo scarso dinamismo riformatore non è vero che non produce effetti, influisce, influisce e come! Influisce negativamente sulle capacità competitive - uso questo termine che non mi piace - del nostro sistema produttivo, del nostro sistema Sardegna, perchè penalizza le possibilità di crescita del nostro sistema sociale e economico, della nostra scuola, penalizza soprattutto le giovani generazioni, quindi non è un parlar d'altro!

Io giudico questo atteggiamento rinunciatario sostanzialmente conservatore perché, da un lato, decanta le grandi virtù dei valori identitari, l'elenco dei padri, le date, ma senza che corrisponda una difesa effettiva dei valori dell'identità, quella difesa nei molteplici aspetti insomma non come un dato acquisito per sempre che c'è dato, ma come un fatto dinamico, da sviluppare, da adeguare ai grandi mutamenti economici e sociali che avvengono nel mondo, e che avvengono anche in Sardegna, perchè noi non siamo altra cosa, siamo parte di un mondo complesso.

Per questo, io penso, quindi, che il rinnovo o meglio il richiamo all'urgenza di aprire una fase politica straordinaria e di aprirla nella sede che è la massima espressione del nostro sistema autonomistico sia collocato nella sede propria, cioè che non sia solo corretto dal punto di vista formale, ma sia giusto anche dal punto di vista politico e istituzionale.

La riforma dello Statuto speciale, la legge statutaria con la forma di governo, la legge elettorale, le modalità di elezione degli organi, il rapporto tra questi, la riforma organizzativa della Regione non sono un tutt'uno, non è vero che sono un tutt'uno, sono strumenti qualitativamente diversi e, non per caso, per ciascuno di essi è previsto un percorso diverso. Ciò non vuole dire che tra loro non vi sia una connessione o non vi siano collegamenti, ma questi possibili collegamenti non possono portare all'immobilismo.

Intanto va detto che la nostra Carta costituzionale non è più quella del 1948, ha subito modifiche, le ha subite per impulso esterno, mai per autodeterminazione, non è mai accaduto. Ora è riconosciuta da tutti l'esigenza di un suo profondo adeguamento al contesto europeo, internazionale, ad una realtà economica profondamente cambiata, cioè i processi di globalizzazione, fra tre anni noi saremo inseriti in un'area euro mediterranea; è una Sardegna appunto, sottolineavo prima, profondamente cambiata persino nella sua geografia, perchè 60 anni fa la maggior parte dei suoi abitanti erano all'interno, non nelle aree urbane e nelle aree costiere, così come 60 anni fa non c'erano 500 mila sardi e passa fuori dal nostro territorio regionale.

Ora questi elementi di fondo hanno prodotto nuovi bisogni, nuove povertà, ma anche nuove opportunità, nuovi diritti di cittadinanza (che vanno affermati e difesi), e anche - come dire - nuovi arricchimenti culturali. E' giusto fare in modo quindi che la nostra specialità sia lo specchio e lo strumento utile ai sardi, alla Sardegna di oggi, non alla Sardegna di ieri. Chi deve farlo? Noi sosteniamo debba farlo il Consiglio regionale, con il contributo di tutte le sue componenti politiche, con il contributo del sistema istituzionale, quindi degli enti locali, con il contributo delle componenti culturali, con l'università, con le professioni e con le organizzazioni sociali. La Consulta elettiva, cioè eletta dal Consiglio regionale, può rispondere a questo tipo di esigenza? Noi rispondiamo di sì, non quella proposta, ma sulla base di proposte che poi alla fine devono trovare una condivisione.

La legge statutaria. La mia, la nostra valutazione sulla legge statutaria è che debba rimanere dentro i confini dell'articolo 15 del nostro Statuto, cioè debba attenersi alla forma di governo, alle modalità di elezione degli organi, del Presidente del Consiglio, della Giunta, al rapporto tra i vari organi istituzionali, a delineare le modalità della partecipazione popolare, del sistema di compatibilità e incompatibilità. Ciò non toglie che alcune innovazioni, che sono per esempio contenute nella proposta che la Giunta regionale ha elaborato e che non ha approvato, possono essere considerate parte costitutiva di una legge di riforma in cui si definisce la forma di governo, perchè io penso che sono parti importanti, credo che definire l'etica politica con cui la politica si esercita nella nostra regione non sia cosa diversa dalla forma di governo e dal modo in cui la si esercita. Così come la partecipazione dei cittadini, le norme molto puntuali fino al conflitto di interessi, così come l'istituzione di un comitato di garanzia statutaria o di una consulta di garanzia statutaria non sono contenute rigidamente nell'articolo 15 ma possono essere parte costitutiva, sono tutte norme che possono fare parte quindi di una legge rinforzata sulla forma di governo.

Io non considero la legge elettorale cosa distinta e separata, io riterrei cosa utile che andassero insieme, ma non è detto che debbano andare insieme, possono anche andare su due strumenti legislativi separati, ma purchè abbiano una cornice di riferimento comune. Io credo che il cosiddetto riequilibrio dei poteri tra esecutivo e legislativo, tra Presidente e Consiglio regionale, non avviene solo attraverso una puntuale delimitazione delle competenze da stabilirsi nella legge statutaria sulla forma di governo, io penso possa anche soprattutto attuarsi attraverso le stesse modalità elettive, perchè io sono profondamente convinto del sistema dell'elezione diretta del Presidente con le sue prerogative.

Un Presidente che non ha il potere di nomina e di revoca del suo esecutivo o che non ha il cosiddetto simul stabunt aut simul cadent, che non può disporre di questo, è un Presidente che alla fine viene ricondotto in una situazione peggiore di quella precedente, è un Presidente che abbaia alla luna! Ma c'è elezione diretta del Presidente e c'è elezione diretta del Presidente! Un conto è l'elezione diretta del Presidente collegato con la sua maggioranza, altro conto è con il voto disgiunto, abbiamo opinioni differenti qua dentro, lo sappiamo, bisognerà trovare un punto di congiunzione. Così come credo che un conto è avere un organo costituzionale qual è la Giunta, e statutario, che funga da collaborazione nei confronti del Presidente, altro conto è che gli Assessori, anche i singoli Assessori, godano di autonomia nell'esercizio delle loro funzioni politiche. E' chiaro che questo necessita di approfondimenti.

Io credo infine che poi il riequilibrio vada sancito con norma statutaria, affermando il principio costituzionale della equiparazione dei diversi livelli istituzionali, cioè regione, province e comuni, non per delega bonaria della Regione di alcune funzioni, di alcune competenze ma in quanto prerogative, è un principio costituzionale da affermare nella nostra Regione, costruendo davvero un sistema bilanciato del governo autonomista, quindi un governo più democratico, più partecipato e, se mi si passa l'espressione, io penso anche più moderno e più efficiente. Quello che abbiamo più volte e sempre definito consegnare alla Regione o, meglio, il definire le competenze regionali dentro l'ambito normale di ordine generale, di indirizzo, di programmazione di politiche regionali, non di gestione amministrativa, non è sua competenza se non per alcune cose di carattere unitario per il quale serve quel tipo di livello.

Ecco io credo che come Consiglio regionale bisogna agire definendo percorsi e strumenti condivisi, un denominatore comune di principi sui diversi strumenti, questo può fare parte o di un Titolo I della legge istitutiva della Consulta che richiama quegli indirizzi, oppure può essere realizzato attraverso un documento di indirizzo politico approvato dal Consiglio regionale, che vale per la Consulta, vale per la proposta di legge statutaria come indirizzo alla Commissione competente o alla Giunta ovviamente e vale anche per la legge elettorale.

Io penso che dobbiamo passare dal confronto, pur importante, intendiamoci, non che questo debba essere sottovalutato, sugli strumenti al confronto invece sul merito, sui contenuti; io non ho alcun dubbio che sia indispensabile il contributo di tutti, perchè si deve arrivare al punto di massima condivisione innanzitutto dentro quest'Aula, ma io penso da costruire anche e soprattutto fuori da quest'Aula.

Non credo che questo sia un compito che riguarda la Giunta, che può avere e ha il diritto di dare un impulso, ma è un compito che riguarda ovviamente la responsabilità della maggioranza e l'insieme delle forze politiche sarde.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Maninchedda. Ne ha facoltà.

MANINCHEDDA (Gruppo Misto). Onorevoli colleghi, io penso che questo Consiglio, se vuole avere il ruolo che spesso rivendica e che gli spetta, debba evitare o dovrebbe evitare di sprecare occasioni come questo dibattito, oltre che fermarsi troppo sulla soglia sui problemi (ma stasera mi pare che stiamo un po' recuperando) e rinviare sempre l'esame degli stessi. Ho la sensazione che anche oggi stiamo lavorando sotto un cielo un po' senza luna, senza stelle e spero che non sia anche senza fortuna, ma ho una sensazione pessimista.

Siamo un po' imbrigliati a discettare per l'ennesima volta sul galateo della Giunta e del Presidente, poi diciamo poco, non su come vengono disposte le posate o su chi ha il compito di apparecchiare, ma sulle pietanze, su cui invece dovremmo parlare. A me pare veramente, ascoltando i discorsi di stamani, in parte anche quelli di stasera, che venga confermata un'immagine dei sardi data da un poeta, che siamo marinai, ma di foresta, due volte solitari, due volte incapaci di parlarci, due volte incapaci di centrare l'importanza dei problemi, chiusi in questo sguardo solitario che ci caratterizza tutti e che abbiamo sin dalle fotografie dei primi del '900, duri e spaventati. Questi sono i sardi, e quindi solitari.

Io faccio uno sforzo di ottimismo e cercherò di dedicare questo intervento al merito delle riforme istituzionali, non al metodo, non foss'altro perchè, se abbiamo la pazienza di guardare le proposte presentate da tutti noi, molte delle cose auspicate stamane sulla Consulta e sulla Costituente sono molto vicine; è semplice, badate, sedersi e trovare un punto d'accordo. E' già previsto il coinvolgimento degli enti locali in maniera molto forte ed è già previsto che anche la Consulta possa avere delle forme elettive. Mi sembra che ci sia un dibattito, su questo, meno informato rispetto alle proposte avanzate di quanto sarebbe stato auspicabile che fosse. E' ad un passo la possibilità di mettersi d'accordo sullo strumento; perchè, al di fuori di quest'Aula, non si crea un tavolo multilaterale che su questo chiuda la cosa in breve tempo? Perchè non lo si fa? Badate, è a portata di mano. Però, parliamo di merito, parliamo di principi; tutti quanti abbiamo detto che i principi vanno in Statuto, siamo tutti d'accordo. Il problema è intendersi su quali principi, perchè di questo non parliamo mai, è passato un anno, non si parla di principi!

Io penso che noi siamo molto più inibiti sui principi di quanto non lo siano in Europa. In Europa è molto matura la consapevolezza che le regioni d'Europa necessitano di un tasso di sovranità maggiore rispetto a quello di cui dispongono oggi, questo tasso di sovranità maggiore è già sancito nell'ordinamento tedesco, nell'ordinamento spagnolo e in quello inglese. Oggi l'Europa non teme un aumento di sovranità delle regioni. Quindi parliamo meno di autonomia e parliamo più di sovranità. Cerchiamo di capirci su cosa intendiamo per sovranità; con questo termine si deve intendere quel sistema di poteri che serve alla libertà, ai diritti e allo sviluppo. Dobbiamo chiarirci definitivamente che la sovranità non è legata al nazionalismo vecchia maniera, perchè il nazionalismo vecchia maniera era contrapposizione al diverso. Invece oggi la sovranità è legata al concetto di governance, cioè alla consapevolezza che il potere non è efficiente se è gerarchizzato ma è efficiente se è a rete, se è solidarista, se è federalista.

Il tasso di consapevolezza di questo nuovo orizzonte della sovranità è basso in Sardegna però, dobbiamo dircelo, è più basso nelle istituzioni, anche tra di noi,di quanto non lo sia nella società. Vi faccio solo un esempio: le Camere di commercio delle isole del Mediterraneo hanno avviato un intenso rapporto con l'Unione Europea ormai da tre anni per sviluppare quanto disposto dal comma 2 dell'articolo 158, hanno lavorato molto per individuare i poteri necessari perchè il difetto di cittadinanza e di sviluppo delle isole possa trovare uno sbocco positivo; l'Unione Europea su questa richiesta di maggiore sovranità non ha eccepito in termini negativi.

Bisogna che questo Consiglio, secondo me, si renda conto che abbiamo la strada spianata alla rivendicazione di poteri che difendano i nostri interessi, e che l'ha spianata prima di noi una parte della società; basta saperla riconoscere. Ci sarebbe bisogno che questo Consiglio marchi una differenza, non solo poteri per i nostri diritti, non solo confronto con lo Stato perchè ci dia quello che ci spetta, ma poteri a difesa anche dei nostri interessi economici. Noi abbiamo bisogno di poteri sul mare, non possiamo decidere la stazza di una barca! Noi abbiamo bisogno di poteri sulle produzioni legate alla nostra cultura (latte, artigianato); noi abbiamo bisogno di poteri sul nostro ambiente (vi ricordo che il paesaggio è competenza dello Stato, non della Regione). Noi abbiamo bisogno di poteri sul mercato interno, perchè siamo isolati dai grandi mercati, perchè da sempre il difetto di potere locale ci ha fatto diventare un popolo di consumatori. Noi siamo alla periferia dei mercati e siamo un supermarket di consumatori, perchè mai sul nostro mercato interno si è schierato un potere a difenderlo, non sto parlando di dazi, se vogliamo ne parliamo più approfonditamente.

Non c'è autonomia né sovranità se non si ha chiaro che bisogna saper proteggere tutte le condizioni di produzione, di sapere, di ricchezza che qui dentro ci sono e che sono isolate dal resto del sistema europeo. Invece, in Sardegna, anche oggi tra di noi, non vi è sensibilità su questi temi perchè, lo dico senza offesa, largamente i partiti in Sardegna non nascono dalle divisioni storiche, non nascono dalla contrapposizione, che so, capitale-lavoro, potere che si tramanda per famiglia e chi non ha mai potere, no, non forti e deboli. I partiti non sono fondati su queste divisioni storiche, i partiti tradizionalmente o generalmente oggi sono luoghi di posizionamento non ideologici, non sociale, non economico, sono luoghi di posizionamento di gran parte di un ceto che non nasce dal conflitto degli interessi, ma dalla competizione sul potere e sulle risorse che il potere distribuisce.

Ecco perchè noi non riusciamo a produrre una politica che si schieri a difesa degli interessi, perchè i partiti politici non sono innervati dagli interessi legittimi, sono distanti da quegli interessi, ed è questa distanza che va colmata. Per cui non dobbiamo discutere dei poteri per il ceto politico della Sardegna, dobbiamo discutere dei poteri per gli interessi legittimi dei sardi, è una cosa diversa, è un modo di invertire il punto di partenza di quelli che hanno lavorato, come noi, nel 1948, che avevano il problema di vedersi riconoscere potere. Noi abbiamo bisogno di vederci riconoscere potere per tutelare interessi oltre noi!

Bisogna innovare l'elenco dei principi, non dobbiamo ritornare alla prosopopea nazionalista. Io ho ascoltato con rispetto quanti citano Carta delogu, Stamenti. Signori, stiamo parlando di quando in Sardegna c'era, unica regione in Europa, la servitù! I giudicati erano pieni di servi! Servi, che scappavano! Perchè dobbiamo evocare questo mondo? E gli Stamenti? Gli Stamenti erano luoghi corporativi dove c'erano solo i forti, i poveri erano fuori! Perchè dobbiamo evocare il peggio? Incominciamo dalla rivoluzione sarda ad evocare qualcosa, ma prima no, non abbiamo bisogno di queste cose, non ne abbiamo bisogno!

Così come, sul versante dei diritti, l'isolamento sta incidendo paurosamente sull'istruzione dei sardi; non è solo una questione di risorse, è una questione di sistema. O noi affermiamo che, comunque, in tutti i paesi della Sardegna vogliamo una scuola che abbiamo il diritto di riaprire quando lo Stato ce la chiude, oppure precipitiamo in una condizione in cui siamo precipitati nei secoli passati e per emanciparci abbiamo impiegato secoli, non anni! Secoli! O il solidarismo si concreta, sempre sul versante dei diritti, nell'affermazione di principio che la Regione difende e pratica l'intervento pubblico in economia, oppure, come sta accadendo adesso, gli svantaggi sociali vengono colmati da volontariato laico e Chiesa, mentre invece la politica, cioè noi, dice che è giusto che sopravviva chi sopravvive alla lotta. Io non sono d'accordo, vorrei capire se ci sono ancora in circolazione geni del solidarismo, del socialismo, perchè, se ci sono, la prossima manovra di bilancio è diversa.

Sul versante dell'organizzazione dei poteri, diciamolo chiaro, l'ha già detto l'onorevole Orrù, la legge elettorale è legata alla forma di governo, se noi leghiamo il premio di maggioranza al voto del Presidente ne consegue necessariamente che il Presidente nomina e revoca la Giunta e può sciogliere il Consiglio perchè il Consiglio viene largamente costituito sul voto al Presidente. Allora, primo indirizzo che noi possiamo dare: questo Consiglio è per la contestuale collegata elezione del Consiglio e del Presidente, oppure no? Io, che non sono notoriamente un presidenzialista, ma mi sforzo di ragionare perchè notoriamente voi tutti siete presidenzialisti, sono per distinguere, come avviene in America, l'elezione del Presidente e l'elezione del Consiglio. C'è il rischio di coabitazione? Si può ragionare, ma comunque si rafforza la stabilità del Governo, gli si dà i poteri necessari ma non si subordina un potere all'altro, che è un difetto di equilibrio democratico. Distinguiamo le due elezioni, oppure no. Ma, insomma, noi dobbiamo dire queste cose!

Tra i poteri bisogna ricordare che gli enti locali non possono essere vezzeggiati in termini ideologici, cioè a dire "la grande comunità della Sardegna", e poi subordinati concretamente. Ho la netta sensazione che fra un po' i sindaci della Sardegna ci porteranno le chiavi dei comuni, perchè da una parte hanno un Presidente del Consiglio che è andato a dire in televisione che sono degli spendaccioni, dall'altra hanno noi che, per ragioni di bilancio, confermiamo i tagli dell'anno scorso. Così non si fa comunità! O gli enti locali partecipano almeno agli indirizzi della spesa che li riguarda, oppure è inutile dire che fanno parte di una grande comunità della Sardegna, non serve! Il Consiglio delle autonomie locali o funziona oppure non esiste solidarismo e sussidiarietà in Sardegna. Dobbiamo averlo chiaro.

Le Regioni come nascono? Nascono per la partecipazione, ricordiamocelo questo, le Regioni sono nate per garantire la partecipazione. Sarebbe paradossale che noi facessimo una legge elettorale che la inibisce; noi abbiamo di fronte due possibilità democratiche sulla legge elettorale che favoriscono la rappresentanza, ma non favoriscono il trasformismo. Parto dal presupposto di scindere l'elezione del Presidente dall'elezione del Consiglio, che comporta dare più poteri al Presidente, tra cui quello della decretazione, attribuendo all'uno e all'altro un potere diverso, poi nel dettaglio se ne può parlare.

Allora, se si scinde l'elezione del Presidente da quella del Consiglio abbiamo due possibilità: o un sistema simile a quello dell'elezione dei consigli provinciali, a collegi piccoli, uninominali ma a riparto proporzionale con premio di maggioranza, oppure collegi provinciali, voto proporzionale, e premio di maggioranza, di che tipo?, di coalizione. Noi dobbiamo garantire la rappresentanza dei territori, perchè senza rappresentanza territoriale non c'è equilibrio di distribuzione delle risorse e quindi la legge elettorale deve assolutamente garantire questa possibilità e rimediare alle distorsioni.

Dobbiamo aggiungere un'ultima considerazione: tutti i parlamenti sono sempre soggetti al pericolo del localismo; anche tra di noi c'è chi interpreta il proprio ruolo (io lo rispetto molto, io non lo so fare, non lo voglio fare) come rappresentante di un limitato circuito territoriale di interessi a cui risponde con un'azione, diciamo, per usare un eufemismo, di sensibilizzazione della Giunta sulle cose che più riguardano il suo circuito. Ma il localismo è una malattia, lo sappiamo, perchè difetta di visione, non crede che ci si salvi tutti insieme, non crede alla Sardegna il localismo, crede che ognuno debba andare un po' per sé. Per questo io credo che il collegio regionale vada utilizzato, e ripensato però, proprio per legare anche elettoralmente un congruo numero di consiglieri ad interessi ampi, non locali, che riguardino tutti e non un paese allargato.

Con questo io ho voluto dire che probabilmente occorre che noi smettiamo di parlare del "come" (perchè se ci sediamo a parlare del come, ci mettiamo d'accordo facilmente: costituente, consulta) e parliamo del "cosa", anche fuori di qui, anche in contesti bilaterali, multilaterali, in modo da far maturare in fretta le scelte fondamentali che guidano le riforme e poi affidare alle Commissioni il lavoro di costruzione formale di limatura, il contrario non è possibile; non è vero, come è stato detto, che il cuore delle riforme è una Commissione, nessuna Commissione è il cuore di una riforma, nessuna! E nessun Presidente è indispensabile. Il cuore delle riforme, secondo me, sono le idee ed anche il coraggio di portarle avanti e di difenderle in sedi ampie; cuore e idee sono assolutamente incompatibili con la rassegnazione e con la noia in cui noi, a mio avviso, ci stiamo un pizzichino attardando, svilendo proprio il ruolo che vorremmo difendere con queste sedute.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Sanciu. Ne ha facoltà.

SANCIU (F.I.). Signor Presidente, oggi il presidente Soru ha mostrato di sé un volto che ci sorprende. Abbiamo assistito a una nuova versione buonista del Presidente che, con parole mielose, ha illustrato la sua visione di riforma della Regione, arrampicandosi nell'arduo ruolo di esperto costituzionalista e garante delle prerogative democratiche, preoccupandosi che, nel processo di riforma, vengano garantiti gli equilibri tra le istituzioni della Regione.

Questo è un ruolo che mal si addice a chi ha atrofizzato, fino a soffocare, la Commissione autonomia e la possibilità che la Commissione stessa potesse operare democraticamente e con la necessaria libertà. Questa Assemblea non solo non è abituata ma è sorpresa di tanta sensibilità istituzionale da parte del Presidente della Giunta, la cui presenza in quest'Aula spesso si limita a brevi ed occasionali sopralluoghi, vedi stasera, atti a verificare e ad accertare che la maggioranza esegua senza intralci le disposizioni della Giunta.

Hanno forse sortito qualche effetto positivo le nostre forti e insistenti esortazioni a non ridurre il ruolo di questa Istituzione ad un puro esercizio burocratico, volto unicamente a certificare ciò che lo staff del Presidente elabora? Oggi è difficile crederci di fronte alla legge statutaria e alla riorganizzazione dell'apparato regionale, congiuntamente alle altre leggi fondamentali che dovranno essere discusse, come lo Statuto e la riforma elettorale; il ruolo di passacarte è gravemente offensivo per l'Assemblea rappresentativa del popolo sardo. Finalmente anche la maggioranza, dopo un anno di sottomesso silenzio, sembra avere uno scatto d'orgoglio e richiama il Presidente al rispetto del Consiglio regionale, del suo ruolo e delle sue prerogative, sistematicamente ignorate, spesso calpestate nel corso di questa prima fase della legislatura. Per giungere a questa presa di coscienza, colleghi del centrosinistra, ci sono voluti 16 mesi di legislatura, nel corso dei quali sono state approvate normative devastanti per la Sardegna, senza che il Consiglio potesse minimamente modificarle, e sono state vergognosamente offese personalità di alto profilo di questo Consiglio, che hanno dato prova di capacità operative e di disponibilità di dialogo, vedi il caso del collega Maninchedda.

Il collega Maninchedda vi ha dato una lezione di grande onestà e dignità, non ha accettato di essere preso per mano o, ancora peggio, a guinzaglio dal Presidente della Giunta, non ha accettato di essere ridotto al silenzio e per questo ha pagato un prezzo molto alto. Al di là della stima personale nei confronti del collega, forse avremmo potuto offrire un maggiore sostegno, se non avessimo avuto il timore che la nostra azione potesse essere interpretata come strumentale. Questo probabilmente è stato un errore, perchè la sua battaglia, colleghi, non può e non deve avere colori, la sua battaglia riguarda la dignità di tutto il Consiglio, una dignità che deve essere difesa comunque e sempre, anche negli aspetti che possono apparire minori.

L'onorevole Maninchedda è, tra gli esponenti di maggioranza, quello che maggiormente ha dato prova di volere le riforme e di essere capace anche di individuare quell'ampia condivisione di cui le riforme necessitano; la sua destituzione dalla Presidenza della prima Commissione autonomia, tra le più attive di questo Consiglio, oltre a privare la Commissione stessa di una risorsa fondamentale per il processo di riforma, rappresenta un preoccupante segnale di scarsa disponibilità dell'Esecutivo ad avviare quel confronto di cui il presidente Soru ha parlato.

Apprezzo comunque, anche se giunge tardivamente, il comportamento e l'onestà dei colleghi del centrosinistra; non vorrei però che questa disponibilità fosse il frutto di quel preventivo accordo di cui si parla sui giornali, in base al quale alla Giunta verrebbe affidato il compito di elaborare la nuova legge statutaria e la riorganizzazione della Regione, mentre al Consiglio regionale spetterebbe la stesura dello Statuto e della legge elettorale. A questo non ci stiamo; su queste leggi, che sono le leggi fondamentali, su cui si regge il sistema politico regionale e la macchina amministrativa della Sardegna, non ci possono essere accordi o spartizioni. Questi provvedimenti di legge, che influiranno sia sul presente, sia sul futuro della Regione e su quello delle generazioni a venire, devono nascere in quest'Aula che ha la sensibilità politica e il ruolo istituzionale per ascoltare e concretizzare i segnali che giungono dalla società. Quest'Aula ha la capacità e il compito di avviare, con le forze sociali, il confronto indispensabile per costruire il nuovo assetto istituzionale della Regione. Questo compito non può essere affidato agli Uffici del Presidente della Regione, ai suoi stretti collaboratori, tanto meno può essere dato in subappalto a qualche consulente esterno. Se così fosse, si consoliderebbe quel processo in atto con il quale si sta concentrando nelle mani del Presidente ogni singola fase del processo politico e amministrativo della nostra Regione.

Questo discorso è soprattutto valido oggi, dopo che abbiamo sperimentato, per 16 mesi, la continua prevaricazione del Presidente della Regione nei confronti del Consiglio, la totale assenza di dialogo non solo con le forze di maggioranza e minoranza, ma anche con la cosiddetta società civile, con le forze sociali, i sindacati, le organizzazioni di categoria e con i cittadini sardi in generale. Come possiamo credere alle parole del Presidente che, illustrando la riforma della Regione, ha ribadito che si tratta di una proposta aperta ai contributi di tutti, che può essere addirittura modificata in maniera importante, se questo Consiglio sino a oggi non ha potuto modificare di una virgola i diversi disegni di legge elaborati dalla Giunta?

Il volto buonista del Presidente non è credibile. Signor Presidente, non è credibile - riferiteglielo - la sua preoccupazione sull'esigenza di restituire dignità alle istituzioni e garantire nel contempo l'equità dei rapporti tra Giunta e Consiglio quando il Presidente è il principale elemento di disequilibrio tra Giunta e Consiglio, l'artefice di questa stagione di non dialogo tra le istituzioni, la causa del mutismo della maggioranza che si sente sotto ricatto. E' lui, il Presidente, che ha mortificato il ruolo di quest'Aula, interpretando fin troppo bene gli elementi di presidenzialismo che gli vengono conferiti dalla legge elettorale. Ma soprattutto non possiamo fidarci, signor Presidente, di chi parla di confronto aperto e democratico, quando tutti i provvedimenti varati dalla Giunta e ratificati dal Consiglio non hanno fatto altro che concentrare nelle sue mani, del Presidente, il controllo degli organi amministrativi della Regione. Giorno dopo giorno, la Regione Autonoma della Sardegna si sta trasformando in una società per azioni, dove gli enti nei quali è rappresentato il Consiglio, e quindi i sardi, vengono sostituiti con agenzie gestite da managers nominati spesso da fuori e controllati direttamente dalla Presidenza della Giunta.

E' senz'altro vero, le riforme vanno fatte, ma questo metodo è sbagliato. Le riforme hanno bisogno di un grande coinvolgimento da parte della società, che deve essere messa in condizioni di partecipare a questo processo. Le riforme non possono essere frutto di pochi uomini, ma devono essere in grado di prevedere le esigenze attuali e quelle future, devono quindi includere tutte le sfaccettature della società.

Io auspico che la disponibilità espressa in quest'Aula non sia frutto di opportunità politica, ma la conseguenza di una reale presa di coscienza che non sia possibile proseguire su una strada che esclude qualsiasi forma di confronto democratico. Le riforme sono necessarie, ma non per cucire un vestito su misura addosso al Presidente, ma perché effettivamente sono una necessità di tutti i sardi. Questa strada può essere percorsa con successo se il Consiglio ne diventa protagonista insieme al popolo sardo.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Silvio Cherchi. Ne ha facoltà.

CHERCHI SILVIO (D.S.). E' sempre brutto dire ai presenti le cose che riguardano gli assenti, però trovo francamente desolante e frustrante intervenire stasera. Non credo ai grandi mobilitatori dell'opinione pubblica, del coinvolgimento delle masse popolari, che hanno parlato stamattina e che oggi, io mi rivolgo soprattutto a loro, sono inesorabilmente assenti, passato il telegiornale. Credo che non diamo una grande immagine, io non ho l'abitudine di urlare come qualche mio collega, però un po' mi vergogno. Non mi sembrava e non ci sembra a noi presenti un appuntamento ordinario, ammesso e non concesso che nel nostro lavoro esistano appuntamenti ordinari che consentano assenze di questo genere. Mi sembrava un appuntamento importante di una giornata in cui si decide finalmente di dare avvio alle riforme.

Ritengo opportuno dire (dato che io non concordo con alcune delle cose che ha detto l'onorevole Maninchedda, se non si polemizza con gli assenti, polemizzo almeno con i presenti, visto che non posso rinfacciare all'onorevole Pili il paragone tra il volare alto e le nuvole e l'obiettivo di traguardare gli orizzonti, insomma, da quando hanno dimostrato che la terra è sferica è un po' difficile traguardare gli orizzonti) che non credo appunto che siamo figli di nessuno, abbiamo alle spalle storia, cultura, ci siamo formati, quelli che ci hanno preceduto in particolare, non nei salotti, non in guerre di posizionamento, ma nella temperie delle contrapposizioni della società sarda. La Sardegna è stata sede di una delle prime Camere del lavoro nella storia del movimento operaio e non è nata nei circoli di Cagliari, di Sassari o di altre parti, è nata nelle lotte dei minatori, dei lavoratori delle saline e così via. Insomma, al di là delle polemiche, io credo che uno sguardo al passato ci possa aiutare, proprio perché comunque, anche se per cambiare, con quella storia dobbiamo fare i conti.

Nello Statuto del dopoguerra, un giudizio, diffuso tra gli storici sui limiti, si concentra su due aspetti: uno è che si arrivò tardi, e le notizie di oggi ci parlano di una ripetizione della storia; l'altro è che i limiti furono dovuti alla divisione della classe politica sarda, e anche questo ci richiama al presente; alla fine prevalsero esigenze, come dire, riparatrici, quelle della cosiddetta concezione riparazionistica, di vecchi torti storici subiti e anche il bisogno di uno strumento per rafforzare, questo è vero, la capacità contrattuale della classe politica regionale nei confronti del Governo.

Era forte, e forse dominò, il convincimento che l'autonomia fosse lo strumento contro l'arretratezza; per cui, una volta cessata la causa, essa non avrebbe avuto più ragione d'esistere e non essere (anche questo ci richiama a oggi) il fondamento di una nuova concezione democratica dello Stato in cui convivono unità e pluralità. Nonostante questo, in particolare con l'articolo 13, quel concorso Stato-Regione per il piano di rinascita, l'esatto contrario della concezione riparazionistica, innova l'impianto autonomistico con la prospettiva di un modello di programmazione paritaria, capace di vincolare Stato-Regione ad un complesso progetto di sviluppo.

Nonostante i limiti, prospetta non solo un'autonomia giuridico-amministrativa, ma anche la sostanzia di strumenti di intervento sul processo produttivo e sollecita anzi mutamenti sociali contribuendo anche al rinnovamento generale dello Stato. Il giudizio rispetto al competitor, lo Statuto della Sicilia, è diffuso: sicuramente meno poteri, ma una maggiore lungimiranza politica. In quello Statuto (non per fare una citazione, ma perché mi sembra che siano tentazioni ricorrenti pure oggi, anche all'interno del centrosinistra), per la prima volta si conferma l'auspicio di Emilio Lussu: la Sardegna spezza il suo antico incantesimo di isolamento ed entra nella vita della Nazione con una personalità e un volto proprio, parla con un linguaggio collettivo, è un soggetto politico, non più una cosa morta.

Ho citate queste cose perché credo che siano aspetti che ancora oggi debbono costituire il pilastro e il filo ispiratore del nostro lavoro. Prima di tutto, l'unità. L'unità perché ci dà più forza; la debolezza e le divisioni di quel periodo limitarono lo Statuto. Quando parlo di unità (non mi riferisco a stasera) non penso al conformismo, al "mettiamoci d'accordo", mi riferisco al senso di quello che diceva l'onorevole Diana stamattina: l'unità è battaglia, è lotta politica, è una gara a chi fa meglio, con l'asprezza, con i contrasti, con tutto ciò che è necessario, senza sconti per nessuno. L'altro aspetto è la consapevolezza (non condivido e trovo pericolosi i concetti come quelli di identità nazionale o di nazione o di altre cose del genere) che partecipiamo a un processo di definizione dello Stato italiano, alla realizzazione di una repubblica democratica e federale. Per questo le riforme devono vederci possibilmente uniti, in quel senso che dicevo prima, e sollecitare il contributo di tutta la società sarda.

Io credo che sia deviante rimetterci a discutere sugli strumenti e che la legge istitutiva della Consulta vada fatta subito; sono d'accordo sul fatto che probabilmente non è sufficiente, non è una contraddizione, come qualcuno ci diceva prima, il testo predisposto per la Consulta, non è un luogo chiuso. Se non è sufficiente questo, possiamo anche andare oltre; essendo cresciuto anch'io a pane e congresso del popolo sardo, so che la linea società-partiti-istituzioni che risolveva il problema non è più sufficiente. Allora apriamo il dibattito senza mitizzare la partecipazione; la partecipazione è fatta di organizzazione, di calendari, di iniziative. Decidiamo incontri con le comunità, con i territori, sono venute tante proposte e credo che, in dieci minuti, visto che molti di noi hanno passato anni a occuparsi di queste cose, possiamo organizzare sedi per confronto, per arricchimento, per dibattito, per coinvolgimento. Io credo che sarebbe meglio che, a questi confronti, ci andassimo con una proposta. Ritengo che questo sia il ruolo e il dovere di una classe dirigente; sottoporre una proposta credo che sia una forma di democrazia. Lo può fare il Consiglio, lo può fare la Consulta, lo possono fare entrambi, resta fermo e inderogabile il principio che le riforme le fa il Consiglio regionale, come si dice appunto nei mattinali, appositamente eletto.

E' chiaro che al centro (forse per questo abbiamo avuto qualche preoccupazione come Democratici di Sinistra) è una discussione aperta, senza pregiudiziali di nessun genere, per introdurre nella legge statutaria i principi. Abbiamo qualche preoccupazione che questo possa indebolire quella che riteniamo davvero non la legge fondamentale ma la figlia della legge fondamentale (la legge fondamentale è la Costituzione italiana), che è lo Statuto, e che lì vadano messi principi e poteri ma anche che esso, se davvero si vuole coinvolgere il popolo sardo, non può essere solo una serie di principi e di poteri, ma deve essere figlio di una idea della Sardegna, del suo sviluppo nel mondo attuale, una Sardegna non chiusa ma come parte dell'Italia, dell'Europa e del mondo, dove siano chiari i poteri legati ai problemi odierni dei nostri cittadini e che questi poteri servano per risolverli.

Naturalmente, se questi poteri sono figli di una certa idea della Sardegna non possono che essere legati al governo totale e assoluto dell'ambiente e del territorio, come fattore principale di sviluppo delle nostre idee. Così come va affermato il vero e proprio snodo della nostra specialità, quello della insularità, che abbiamo visto spesso in termini, come dire, senza offesa per nessuno, quasi mercantili, di contrattazione di tariffe, cose necessarie, cose indispensabili. Noi dobbiamo ribadire una cosa che chiunque vede, noi siamo, come direbbero i francesi, l'unico territorio oltremare in campo sociale, economico e culturale dell'Europa e abbiamo il vantaggio e lo svantaggio di essere l'unica isola distante centinaia di chilometri, con tutte le inefficienze o le potenzialità che essa crea rispetto alle nostre attività in tutti i campi dello scibile umano.

Credo che, all'interno di quel disegno originario, che era nel vecchio Statuto, quello di partecipare, insieme allo Stato, a un'idea complessiva di sviluppo della Sardegna che riguarda noi, l'Italia e l'Europa, si debba recuperare lo spirito e la sostanza dell'articolo 13, nella sua imparziale o non parziale evoluzione che è stata quella della intesa Stato-Regione. Naturalmente, se questa è una regione di una repubblica democratica e federale, in un'Europa che ci auguriamo superi l'impasse di questo periodo, si rende indispensabile che, all'interno dello Statuto, siano chiari i poteri della Regione per partecipare alle scelte del governo nazionale e di quello europeo.

Un altro aspetto che si coniuga, naturalmente, con i problemi legati alla insularità, è quello della leva fiscale che non è soltanto un aspetto di ingordigia delle regioni più ricche del Nord, è uno degli atti fondamentali che stabiliscono il patto tra i cittadini, consentendo di affermare la loro uguaglianza. Allora, noi abbiamo bisogno di avere un riconoscimento legato alla insularità, perchè diventi una leva permanente e strutturale che accompagna i problemi positivi e negativi della insularità.

Così come, io non ho certezze, ma ho sentito alcune affermazioni tutte molto interessanti, in particolare, stamattina, dell'onorevole Uras e dell'onorevole Caligaris, dobbiamo esplorare, nel campo dei diritti di cittadinanza, quelli sociali, quelli economici e quelli culturali, che non devono essere considerati un benefit della opulenza, della democrazia avanzata e di una società che ha risolto molti problemi e si permette anche queste ricchezze. Sono fatti strutturali della società; la storia dimostra che la democrazia non è soltanto una questione di diritti formali o sostanziali, la democrazia è essa stessa un volano dello sviluppo economico e sociale, questo è un terreno che dobbiamo esplorare tutto sino alla definizione di chi è cittadino sardo o di chi appartiene alla comunità sarda. Io mi accontenterei di una formula antica, scritta nella prima Costituzione della Repubblica francese, nel 1789, dove si definì cittadino francese chi era francese, chi lavorava in Francia, chi aveva acquistato una casa in Francia e chi curava un anziano in Francia.

Io non credo di essere l'unico a ritenere che la riforma dello Statuto non debba necessariamente limitarsi ad essere un recepimento del Titolo V; si può e si deve innovare. Si dice che la Costituzione repubblicana contiene il concetto di democrazia espansiva, cioè che può crescere; la specialità ci da i titoli di esplorare tutto il concetto di democrazia espansiva. In questi ultimi anni, in questa lunghissima transizione italiana (anche per notizie che ci arrivano dal Parlamento, la sciagurata discussione che sta avvenendo e che tende a rimuovere e a perpetuare), le riforme si sono fatte sull'onda emotiva, spinte sociali, crisi istituzionali, senza un disegno, questo è bene riconoscerlo. Mentre contemporaneamente le sedi deputate alle riforme sono miseramente fallite tutte, comprese le bicamerali.

Io credo che sia tempo di dare un giudizio su quei risultati che ci hanno coinvolto e condizionato. Diceva il collega Orrù del legame tra legge elettorale e forma di governo, io credo che dobbiamo iniziare a riflettere, lo stanno facendo anche altri e molti, su che cosa è questa legge elettorale e questa forma di governo, conseguenza una dell'altra o viceversa insomma. Venne la legge elettorale e poi, un bel po' dopo, per quanto riguarda le Regioni, la riforma della Costituzione. Fu una risposta alla crisi del sistema regionale dovuta essenzialmente alla mancanza di poteri e alla coincidenza del dispiegarsi del regionalismo nel momento di caduta e di crollo del sistema politico precedente. Si diede una risposta drastica.

Di fronte alle difficoltà si fa sempre una scelta, una soluzione premiale (se superi gli ostacoli, avrai il premio) oppure una soluzione punitiva. Si è scelta la seconda, quella punitiva. Si è riferito tutto al problema del superamento dell'instabilità e all'affermarsi della stabilità dicendo che lo si legava allo simul stabunt aut simul cadent, che ho ripetuto anche qui e non è vero; simul stabunt aut simul cadent (siamo tutte persone che leggono il giornale, qualche libro e così via) è il classico legame da democrazia parlamentare, non è un legame da presidenzialismo. Si è creata una soluzione che non è né presidenziale, né parlamentare, rispetto alla quale le riflessioni (anche nel mondo politico che ha prodotto quella legge, il centrosinistra) sono tante.

Mi dispiace che non ci sia l'onorevole Floris, io capisco la provocazione di stamattina, ma il problema non è trovare una soluzione per come liberarci di un Presidente scomodo, ma aprire una vera riflessione non guidata, poi gli elettori e l'opinione pubblica ce la possono respingere, ne hanno tutti i diritti, ma io credo che noi abbiamo anche il compito di riflettere se questo è il migliore dei sistemi democratici possibili e, se lo è, che cosa dobbiamo fare perché ci sia un vero bilanciamento dei poteri tra Esecutivo e Consiglio. Non lo dico in inglese ma insomma la formula è quella.

Io personalmente credo che, alle esigenze vere che hanno prodotto quella legge (l'esigenza di stabilità, efficienza e efficace autonomia dell'azione dell'Esecutivo, al potere dei cittadini di dire la loro su chi li deve governare), si possa dare risposta anche nell'ambito del regime parlamentare; è così che funziona la stragrande maggioranza dei paesi democratici europei e non solo europei, funziona così. Non è che ritenga il sistema presidenziale antidemocratico, ma penso che restringa oggettivamente gli spazi di partecipazione e quindi di democrazia. E' oggettivo, perché carica di aspettative il ruolo di una figura soltanto, perché elimina o ritiene superflui i luoghi della mediazione che sono il sale della democrazia; ma se questo, del presidenzialismo, è il sistema migliore, siamo coerenti e introduciamo le modifiche necessarie per arrivare ad un presidenzialismo vero, dove ci sono l'Esecutivo e il Consiglio con poteri e destini diversi, con responsabilità diverse.

Noi lo stiamo sperimentando da poco, ma leggiamo ogni giorno sui giornali il giudizio dato sulle altre Regioni a statuto ordinario con questa forma di governo e con questo sistema elettorale. Abbiamo partecipato, molti di noi, ad un'importante assemblea in Parlamento, con tutti gli eletti nel sistema delle autonomie, nella quale il leit motiv è stato il rapporto, in tutte le Regioni, tra Consiglio e Esecutivo.

PRESIDENTE. Onorevole Cherchi, per cortesia, le concedo un minuto per concludere.

CHERCHI SILVIO (D.S.). Una strisciante contrapposizione da cui esce delegittimato il Consiglio e della quale l'unico rimedio, ironia della sorte, è la mediazione politica, che può variare dal fisiologico al patologico, cioè quel sistema,introdotto per far uscire dalla porta la patologica mediazione politica, poi la fa rientrare. Io credo che, agli elettori, vada offerto un prodotto chiaro dove chiaro è il ruolo di ognuno e le sue responsabilità, l'unico che metta nelle condizioni di poter scegliere. Credo che questa ipotesi interessi sia chi oggi è maggioranza sia chi aspiri a diventarlo.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Francesco Sanna. Ne ha facoltà.

SANNA FRANCESCO (La Margherita-D.L.). Signora Presidente, colleghi e rappresentanti della Giunta, io credo che il clima rilassato di questa nostra seduta possa giustificare se inizio il mio intervento chiedendomi in maniera non retorica se siamo tutti davvero sicuri che, in Sardegna, oggi siamo in una temperie culturale politica che possiamo definire in termini di tempo costituente e fase costituente. I giuristi si pongono, si sono posti da molto tempo, il tema e si chiedono che cosa vuol dire fase costituente rispetto ad un tempo più ordinario che forse è quello che noi attraversiamo di semplice revisione costituzionale. Credo che, in questa definizione del tempo, delle culture che lo attraversano e della passione per un mutamento del complesso delle regole che fondano la nostra società e la nostra convivenza qui in Sardegna, conti molto il fatto che noi non abbiamo alle spalle un cataclisma storico, una guerra, un evento politico che segna irrimediabilmente una frattura nella storia del nostro popolo.

Questo è il primo riconoscimento di gratitudine che dobbiamo dare ai cinquant'anni di storia autonomistica che sono stati (nonostante gli elementi di criticità con cui noi affrontiamo molto spesso i temi di cui trattiamo anche oggi) un tempo di crescita, un tempo di progressione in avanti, un tempo di evoluzione. Ecco perché non vedo la gente nelle piazze a chiedere la fase costituente, perlomeno non vedo la gente che supporta la richiesta di un'assemblea costituente, perché legga questa non necessità, a mio avviso, di rivedere complessivamente e nella radice i motivi profondi della nostra convivenza.

In termini giuridici, voi lo sapete, la fase costituente non si è mai aperta perché dopo che il 31 luglio 2001, sono ormai passati quattro anni, fu depositata in Parlamento la proposta di questo Consiglio regionale (appunto proponente l'elezione, la nomina di una assemblea costituente, la previsione costituzionale quindi di dare, a questa assemblea eletta in Sardegna, poteri di riscrivere pezzi, lo statuto in termini appunto di carta costituzionale) sostenuta e votata da gran parte del Consiglio, che oggi vede rappresentato in Parlamento una maggioranza fortissima (lo vediamo nei voti continui che in questi momenti, in questi minuti, si susseguono a ripetizione sulla legge elettorale, con cento parlamentari alla Camera dei Deputati di vantaggio), ebbene quella proposta è rimasta lì. Evidentemente non era neanche profonda nel sentimento dei proponenti.

Prendiamo atto di questo e, con la pazienza alla quale molti si sono detti evocati stamattina, la pazienza che è, sono d'accordo anch'io, un pezzo importante della politica, registriamo per cortesia quella sufficiente unità su alcune possibilità di percorso. Provo ad elencarle: immediato inizio di un iter legislativo (che prenda carico delle idee maturate tra molti componenti della prima Commissione), prima in Commissione e poi in Aula, della legge istitutiva di una modalità di consultazione molto vasta, che noi abbiamo voluto chiamare consulta statutaria, e di una modalità di redazione più ristretta ed organizzata secondo un sistema di comitato, che noi abbiamo chiamato comitato di coordinamento. I nomi si possono cambiare, i tempi possono essere modificati ma sui principi siamo d'accordo? Siamo d'accordo che il comitato di coordinamento debba essere forgiato sulla base delle rappresentanze popolari, senza riprodurre quindi il premio di maggioranza che caratterizza questa Assemblea? Secondo me, sì, siamo d'accordo. Siamo d'accordo sul fatto che, seppur non c'è clima costituente di piazza, il sistema politico, il sistema culturale, il sistema economico della Sardegna riflette su ciò che lo lega al sistema statuale nazionale ed interstatuale comunitario e riflette sui motivi fondanti della propria identità e della propria specialità e quindi con i comuni, i sindacati, le università, il sistema economico riflette in un periodo sufficientemente lungo ma non eterno su questi temi ed aiuta il Consiglio regionale nella redazione di una proposta di statuto che va integralmente riscritto? Su questo siamo d'accordo? Mi pare di sì, non ho sentito parole contrarie.

Siamo d'accordo sul profittare del fatto che molta materia che ieri doveva percorrere circuiti tortuosi o bloccarsi in circuiti tortuosi del sistema della lettura e della doppia lettura della legge costituzionale, così come è prevista dal sistema nazionale, possa essere evitato sfruttando a fondo tutto quello che è il catalogo delle materie che è scritto nel nuovo articolo 15 dello Statuto. Se su questo siamo d'accordo, anche qui, non vedo lo scandalo rispetto a come la Giunta ha affrontato, sia nei confronti della maggioranza, sia nei confronti dell'opposizione, il tema della proposta di una sua articolata idea di legge statutaria, di una sua articolata opinione sulla forma di governo.

Ritenendolo completamente condivisibile, mi rifaccio integralmente all'approccio che il Presidente Soru ha proposto questa mattina. Aggiungo solo, e lo aggiungo per i colleghi dell'opposizione, ricordandolo a me stesso e a tutti noi che stiamo invece dall'altra parte, che queste riforme sono un impegno programmatico di Sardegna Insieme. Vi ricordo le pagine: da pagina 66 a pagina 69 del programma che ha caratterizzato la presentazione di ciascuno di noi davanti al corpo elettorale. Lo dico come appartenente ad un Gruppo politico, La Margherita, che non ha presentato un suo originale programma perché in quello si riconosceva integralmente e credo che molti altri gruppi politici di Sardegna Insieme abbiano fatto altrettanto. Non vedo dissociazioni possibili da questa impostazione, che non è un'impostazione di prigionia, è un'impostazione di libera scelta che si fa prima di andare davanti al corpo elettorale e che successivamente è complicato revocare.

Questo supera qualsiasi ragionamento sulle norme costituzionali calate dall'alto, espresse dal basso. Chi legge la storia delle costituzioni o più modestamente anche dei nostri statuti, sa che c'è un processo osmotico, c'è una spinta dal basso, quando c'è, c'è una cultura che viene da larghi strati della popolazione e da un sistema che il nostro popolo articola nell'università, nei luoghi di lavoro, nelle autonomie locali, ma c'è anche un momento di sintesi che è quello proprio delle assemblee elettive fatte non da migliaia di persone ma da noi. Questa è una storia che tutti possiamo consultare, di cui tutti siamo stati in passato, ciascuno con le sue radici, protagonisti. Dal più piccolo dei principi ai principi grandi che per esempio informano la nostra Costituzione. Mi permetto di non citare lo Statuto sardo perché di queste suggestioni nello Statuto del '48 non ne troviamo molte, il nostro è uno Statuto così asciutto da sembrare più una carta, diciamo così, che ha dimenticato di mettere i principi. Ma vi assicuro che molte delle nostre norme costituzionali sono state norme che partivano dal basso della cultura, dalla profondità - vorrei dire - della cultura, non dal basso delle adunanze oceaniche, ma poi diventavano cultura costituzionale veramente. Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. E questa cosa non l'avete mai sentita dire in un comizio nel 1946, nel 1947. Questa cosa fu scritta da Togliatti e da Dossetti in una stanza da soli e poi, dopo, fu portata in Assemblea costituente. Le cose vengono dal basso, nel senso che vengono dal profondo.

I principi: io ritengo che questo nostro nuovo statuto dovrà contenerli, e probabilmente noi dovremmo cercare (in questo senso io recupero il senso politico che riconosco positivo nella proposta della Giunta) di trovare il modo di anticipare un'elaborazione di principi sin dalla fase di discussione della definizione del mandato all'organismo che coordina la redazione del progetto di statuto. Sto discutendo all'interno di quella cornice ideale che è la proposta che abbiamo fatto di consulta statutaria.

Per esempio, un capo di principi che possono essere anche rielaborati e incrementati, incrementati direi anche di principi diversi, quelli che suggerisce la Giunta, ma da inserire in un capo autonomo della legge istitutiva della consulta in modo tale che, come altri colleghi hanno richiamato prima, il percorso dello statuto, che si incardina immediatamente, sia un percorso che vede alcuni principi, che certo non avranno un valore vincolante per la legislazione successiva, immediatamente oggetto di uno sforzo di elaborazione di questo Consiglio e consegnato poi alla discussione del popolo sardo, perché ricordo, per noi, la consulta è quella grande mobilitazione che abbiamo scritto, che abbiamo cercato di scrivere in quel progetto.

Poi mi piacerebbe che, nello Statuto, vi sia un preambolo anche letterariamente alto di identificazione; alcuni colleghi hanno parlato qui di recupero della nozione di sovranità. Bene, guardate che i popoli, quando fanno questo recupero, si esprimono in un modo diverso da quello con cui ci esprimiamo noi negli articoli 1, 2 e 3 dello Statuto della Sardegna, cioè non passiamo subito alle competenze legislative. Dobbiamo spiegare ai sardi, dobbiamo fare uno statuto in cui i sardi si riconoscano e che possa entrare nella loro vita, nella loro storia sin da quando vanno alle scuole elementari, così come un bambino americano legge il prologo, il preambolo della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti e sa che l'ha scritto Jefferson, Adams e un altro signore che adesso non mi ricordo, così noi dobbiamo sforzarci di mettere il cuore e la passione, che magari adesso non si atteggia a tanto, in un testo per cui un bambino, un ragazzino che lo legge, dice: "Ecco, questa è la carta d'identità mia, di un sardo che sa andare nel mondo. Questa è la mia carta!". La chiamo carta, possiamo provare anche a chiamarla diversamente da statuto se non ci piace più o se riteniamo che sia banalmente simile allo statuto delle regioni a statuto ordinario.

Ma, oltre questi principi, siamo pronti a inserire nello Statuto, come ci suggerisce per esempio la Giunta, delle norme che abbiano carattere programmatico, cioè carattere di vincolo nei confronti della legislazione futura? Questa è una scelta politica molto importante, badate. Significa che questa carta sarà molto più vicina alla Costituzione italiana di oggi che allo Statuto delle regioni ordinarie e speciali di oggi. Allora, colleghi, io credo che tutto il resto venga di per sé, come venga di per sé anche la necessità di entrare finalmente nel merito delle questioni. Io sono molto d'accordo. Dibattiti così credo che questa legislatura abbia avuto il diritto e il dovere di farli, però adesso dobbiamo fare uno scatto in avanti e iniziare a sciogliere i nodi della definizione dei contenuti di cui siamo chiamati a precisare il dettaglio.

Vorrei solo dire in conclusione tre cose su alcune suggestioni, secondo me, pericolose. Una l'ho sentita dall'onorevole Pili, il quale, siccome non legge un ritorno economico, una funzione economica nel nostro ragionare di riforme, ritiene che sicuramente le riforme sono sbagliate. Io non ho trovato da nessuna parte questo ragionamento per cui le carte costituzionali e le riforme servono solo se aiutano l'economia, ma è un ragionamento che voglio svolgere, magari è un'idea dell'onorevole Pili anche se non si è verificata prima. Io credo che una ricerca, sul versante della legge statutaria, di organizzazione del maggior grado di efficienza e di funzionamento, di trasparenza della macchina amministrativa della Regione, aiuti il mercato, indubbiamente lo può fare.

Ritengo più subdolo l'altro argomento che è antiriforma e antielaborazione costituzionale, quello che oppone il pane e il lavoro - ecco adempiuto il dovere della politica - alle riforme della Regione che sarebbero una sorta di divertimento parolaio. Permettetemi di dissociarmi integralmente da questo tipo di approccio. L'ho sentito più fuori che dentro quest'Aula, però qui c'è una dissociazione totale e ritengo che sia anche in qualche modo da tenere a bada il tentativo, o la tentazione più che il tentativo, mi correggo, di costituzionalizzare nella prospettiva della riforma statutaria alcune pulsioni, come ho sentito qui, alla tutela degli interessi economici.

Badate che ai sardi, per esempio a quelli che producono il latte, più che il diritto al prezzo del latte scritto nella carta costituzionale o alla costituzionalizzazione della pecora o di altri animali o di altre attività economiche, forse va spiegato che essi hanno un diritto-dovere ad associarsi liberamente per rafforzare le iniziative economiche, oltre che il diritto ma anche il dovere di vedere identificato il loro prodotto, che hanno il diritto a vedere rimosse le carenze infrastrutturali che li mettono nelle condizioni di essere inferiori ad altri; non bisogna costituzionalizzare il piagnisteo. Questo non dobbiamo farlo.

Ancora, e qui veramente in conclusione, le forme di governo. Entrare nel merito significa prendere posizione. Io, guardate, credo che la decisione di discostarci da un sistema di elezione diretta del Presidente da parte del Consiglio in questo momento sia una possibilità puramente teorica. Non leggo, nelle forze politiche e nella società sarda, una nostalgia per il regime precedente, parlo di regime in senso costituzionale, cioè un sistema di elezione consiliare che comporta come regola una possibilità variabile di giunte durante una legislatura, di crisi, un sistema decisamente recante al proprio interno i germi della instabilità che hanno reso più distante il popolo sardo dalla politica e l'hanno reso monco di quella capacità di incidere nelle cose della politica che poi fa della politica stessa un fatto vissuto con passione.

Credo che però si possano fare delle altre cose, gli elementi di rafforzamento del sistema del legislativo, sono un territorio completamente inesplorato nella nostra esperienza. Poteri veri: poteri veri di controllo, poteri veri di verifica, poteri veri di inveramento, nella relazione che c'è tra il Presidente eletto e la sua maggioranza, di quel che è la rispondenza al programma politico. E non una volta ogni tanto, ma in continuo, con possibilità di verifica quotidiana, con possibilità di rilevazione molto più profonda e con una espansione dei diritti dei Gruppi, del Consiglio e dei singoli consiglieri. Questo si può fare e si può fare molto bene, secondo me.

Elezione dissociata: io vorrei dire, qui concludo, agli amici che ragionano di altri sistemi (ed è legittimo ragionare di altri sistemi), che dobbiamo essere chiari su questo. Elezione dissociata, se è vero che c'è questa intima dipendenza tra sistema elettorale e forma di governo, significa un sistema culturalmente molto distante da quello che noi oggi abbiamo. Un sistema in cui non esistono più le coalizioni, non esistono più le maggioranze, esiste un potere del Presidente che deve essere molto più forte di quello di oggi, col potere di veto sull'attività legislativa, come succede nei sistemi ad elezione dissociata, e un Consiglio che si nutre di un vincolo più autoreferenziale di quello di cui noi siamo abituati. La discussione è aperta, il tempo non è da perdere ma da occupare bene, abbiamo bisogno di fare tutte queste cose non solo presto ma, direi, soprattutto bene.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE SPISSU

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Oppi. Ne ha facoltà.

OPPI (U.D.C.). In questo incontro che abbiamo fatto, grazie anche a due grandi anfitrioni che sono il Presidente del Consiglio e il Vicepresidente del Consiglio, io sono stato colui il quale ha attivato un atteggiamento molto critico, se è vero come è vero che ho detto che c'è mancanza di fiducia e che, di conseguenza, non si poteva trovare una convergenza su un documento unitario. Però credo che ci sia molta confusione; stamattina mi sono ricreduto, dopo l'intervento del Presidente e alcuni accorati interventi come quello del collega Cugini, che probabilmente si era nel giusto allorquando si diceva di azzerare tutto, in quanto non c'era un documento. Non c'è. Negli interventi che si sono succeduti poc'anzi, compreso l'ultimo, sembrerebbe invece che di fatto il documento ci sia e che esistono quindi le condizioni che potevano essere superate; non possono essere superate.

Programma elettorale non vuol dire niente; ho sentito parlare, con un sacco di strafalcioni, della legge elettorale. Allora, per essere estremamente chiari, lo dico a Porcu, lo dico a Maninchedda che parla di rappresentanza territoriale, dico che la legge elettorale è fatta male, è fatta talmente male che potevamo essere cento qui dentro, fino ad un massimo di centoventi. Dipendeva soltanto dal rapporto che intercorreva tra coloro i quali erano in una coalizione collegata con un Presidente rispetto ad un altro. Se fossimo stati trentadue e trentadue saremmo stati ottanta, cioè se l'onorevole Floris fosse stato con una coalizione e l'onorevole Sanna con l'altra praticamente saremmo stati ottanta, cioè sessantaquattro più sedici. Quindi quella legge è fatta male perché potevamo essere centoventi. Poi, sulle altre cose, abbiamo presentato un nostro provvedimento legislativo.

Noi vogliamo avere fiducia in voi, ma fino adesso pur avendo dato molto, non abbiamo ottenuto niente. Cioè alla nostra fiducia, alla nostra azione, quella che vi ha fatto approvare recentemente la riforma per la quale il Presidente ci ha ringraziato, ai nostri supporti continui, dati anche ieri sera senza presunzione, per quanto riguarda l'ARPA fatta da me insieme al collega Lai eccetera, alla nostra disponibilità, non riscontriamo una medesima disponibilità.

Allora, se dobbiamo partire da questo punto, io comincio a chiedere che cosa vuol dire "il cuore delle riforme sono le idee". Ne parlerò però dopo magari leggendovi due cose, ora bisogna parlare, ma non solo con alcuni colleghi, Francesco, della Commissione, se dobbiamo partire da zero, vuol dire che ci incontriamo, discutiamo, valutiamo, ci confrontiamo per arrivare a determinate conclusioni. Se avete già il pacchetto pronto, presentatelo! Però non diteci bugie, ce ne dite tutti i giorni, tutti i giorni! Stanno comprando a ruba e stanno facendo fotocopie del libercolo di Sanna, perché quando le persone sono maleducate, lo dice lui, e non mi riferisco al Presidente, e dicono che faranno in pochissimo tempo provvedimenti e non li fanno, si scopre che fanno le fotocopie a ruba, gente della sinistra, tanto per essere chiari. Ci sono bugie!

Allora, uno promette di realizzare programmi, poi non li realizza. Bisogna essere coerenti, oppure c'è la propaganda e ci arriviamo dopo. Io credo che, per quanto riguarda i sardi, è dimostrato che, a prescindere dai consiglieri (noi parliamo dei costi della politica, delle retribuzioni, eccetera, magari ne parliamo sfracellandoci e non guardiamo chi ci sta di fronte, i grandi managers, eccetera, che prendono tre volte tanto), obiettivamente la sala di oggi offende la dignità di ognuno di noi.

Avrei potuto prendere la parola in presenza di un maggior numero di consiglieri, ho preferito invece parlare adesso, vedete, ai sardi non gliene "frega niente". I sardi hanno dei problemi, qualcuno li ha un po' enfatizzati, relativi all'occupazione; alla vigilia delle feste, ovviamente delle ricorrenze dei morti o del Natale, cosa volete che possa interessare ai sardi (che non potranno dare ai propri figli quello che sperano di poter dare) dei problemi delle riforme? Le riforme sono una cosa sentita, che va analizzata bene, se c'è questa convergenza, se c'è questa volontà; noi stiamo aspettando che voi ci dimostriate che questa volontà c'è; però vogliamo evitare che si faccia propaganda enfatizzando ogni iniziativa. Non voglio essere accusato di avere la sindrome di Stoccolma (citerò in fase di bilancio quello che dice il poeta Satta sui piemontesi), ma che cosa significano il clamore e l'enfatizzazione di tutto, dicendo che saremo simili a Milano ed alle grandi strutture, io ho letto su La Stampa di Torino che, in seguito alla morte di un povero disgraziato di 31 anni, un operaio, i medici di Torino hanno dichiarato di lavorare in un ospedale da terzo mondo. Farò fare molte fotocopie e vi consegnerò questi documenti.

Allora, è chiaro che se uno recupera i soldi, in modo non so se legittimo, come sta avvenendo, di questi soldi praticamente ne do di più, ma è evidente che riduco gli interventi, lo faccio in dieci anni, ma l'idea, l'iniziativa, il principio se è valido, era valido ieri come oggi, senza meriti di nessuno. Se poi un direttore generale è parente di un portaborse, o affine, di Prodi è un altro discorso, dimostreremo anche questo, ora non è né il momento e né il posto, sappiamo tutto!

Io credo che alcune cose però debbano essere dette, certamente cercherò di correggere alcune parti dell'intervento; cioè questo Consiglio si trova oggi, in modo preciso, senza entrare nel merito specifico di molte cose, perchè non serve se vogliamo raggiungere l'obiettivo e se c'è un fondamento di verità alle cose che hanno detto il Presidente della Giunta, stamattina Cugini e lo stesso Marrocu l'altro giorno durante l'incontro che c'è stato.

Noi stiamo per fare un dibattito - adopero un termine diverso - anomalo non dico ambiguo; anomalo perchè si ritiene di poter chiamare il Consiglio regionale a parlare di materie che sono di sua competenza. Sono di nostra competenza e le abbiamo affrontate; la legge elettorale è stata bocciata qui, molti non l'hanno votata, alcuni pensavano chissà che cosa e a voto segreto non è passata; come per altri provvedimenti, ci potevamo arrivare ivi compresa la Consulta, ci sono state lacerazioni tali che hanno impedito di risolvere questo problema.

Io qui do per scontato, a seguito delle affermazioni del Presidente e di alcuni colleghi, certamente non solo per un'iniziativa politica della Giunta, che ci sia un provvedimento, quindi azzero la situazione e nfacciamo pure finta che si sia trattato di una proposta di esclusiva iniziativa consiliare. Visto che finta stiamo facendo, facciamo anche finta che il Presidente della Regione si limiti ad esercitare i suoi poteri di governo e di indirizzo, che non stia invece pesantemente intromettendosi in materie proprie del legislatore, in effetti stamattina ha fatto un intervento pacato per cui posso ritenere che lui abbia inteso questo.

Le opposizioni sono state chiamate a firmare un accordo, ho detto prima, con due autorevoli amici, gentilmente, davanti a questo tavolo per fare un percorso comune su un argomento che la storia parlamentare, la prassi istituzionale e il più elementare rispetto delle istituzioni vogliono sia il frutto di una condivisione generale, questo mi pare che sia il succo.

Fin qui niente da eccepire, anzi, abbiamo dato disponibilità perchè noi siamo per le riforme, precisiamolo, l'abbiamo detto anche l'altro giorno, siamo per le riforme ma non le vogliamo però fatte! Per alcune non siamo d'accordo, se dovessimo prendere quel progetto, su molte cose ci mettiamo a ridere, nel senso che siamo in una posizione diametralmente opposta; ma c'è un'apertura verso la ricerca di tutti i percorsi che portino alla creazione di regole che dovranno durare per molti e molti anni e che siano frutto di un comune sentire, di una visione partecipata della cosa pubblica. Tanto si sa che al Governo ieri c'eravamo noi, oggi ci siete voi, domani speriamo chissà che ci ritroviamo noi!

Ma se i colleghi mi perdonano il gioco di parole, condividere l'idea della condivisione non significa automaticamente condivisione del percorso; per condividere il percorso sarà certo bene scegliere una diversa modalità per arrivare. Francesco ha detto che abbiamo già lavorato in Commissione con alcuni colleghi, benissimo, partiamo da quel punto base (visto che in Commissione ci dovremmo essere tutti anche se magari qualcuno non ci va, ma è responsabilità di chi non ci va) per arrivare al percorso; ovviamente devo ricordare che, da molti mesi, sette o otto mesi, anche noi abbiamo presentato una proposta di legge elettorale.

Ora, in questa galassia che noi abbiamo, è difficile ripensare al nuovo assetto istituzionale della Regione, alla legge elettorale, eccetera, perché, voglio dire senza ironia che, per poter discutere una proposta, deve essere convocata la prima Commissione (la Commissione autonomia, ordinamento regionale, rapporti con lo Stato, riforma dello Stato, organizzazione regionale degli enti e del personale), sennonché, perchè la Commissione possa essere convocata, è necessario che essa abbia un Presidente, mentre dopo l'esecuzione, chiamiamola per mano militare, dell'onorevole Maninchedda (non voglio soffermarmi oltre perchè è un problema che non ci riguarda, ma serve per amore della verità), la maggioranza non ci ha fatto ancora sapere come intende risolvere questo problema; vedete, certo è che niente Presidente niente Commissione, niente Commissione niente legge e dunque niente propaganda.

Noi abbiamo il sospetto, l'ho detto prima, che si stia facendo propaganda, perchè di fatto i ritardi non possono essere imputati a noi. Che cosa ci vuole a cambiare un Presidente? Non ci vuole niente. Si tratta semplicemente di convocare la Commissione, insomma, c'è anche una disponibilità, se poi ci stiamo prendendo in giro è un altro discorso. Ora io credo che risolvere questo problema non serva, ma chiediamo, siamo d'accordo, confronti seri ed articolati purché si applichino le leggi vigenti.

Per esempio per quanto riguarda la legge 31, l'Assessore (che si è dimostrato disponibile ed al quale io ho scritto anche una lettera) sa che essa prescrive al massimo cinque comandi mentre, come tutti sanno, di comandi o di figure, forse di distacchi, illegittime ne esistono un vagone! Allora, cominciamo ad applicare le leggi! Senza entrare nel merito come ho detto prima, vorrei ricordare che noi abbiamo presentato un'interpellanza sul fatto che ci sono due direttori che non hanno i titoli amministrativi e non solo amministrativi, basta guardare un curriculum, che cosa aspettiamo? Ricorsi e che ci sia un danno economico e poi erariale della Regione? Se uno non ha la competenza specifica di cinque anni, sulla base del "502", non può essere chiamato, se questo viene fatto, e vuole essere arroganza, noi abbiamo gli strumenti per cercare di evitare questi pastrocchi all'americana!

Ora, penso che lo stesso Presidente del Consiglio, non me ne voglia, con la sua autorevolezza dovrà pur renderci conto a breve di un comportamento incomprensibile; cioè, quando discuteremo queste interpellanze? Di fatto ne sono state presentate già qualche centinaio ma non le discutiamo, non siamo noi a dover organizzare la macchina, si faccia però nei tempi che la legge prevede.

Io credo che oggi dobbiamo metterci mano, facciamolo come lo abbiamo fatto con altri provvedimenti, per esempio il Regolamento interno, su cui ci siamo confrontati per alcuni mesi dopo i quali abbiamo esitato un provvedimento che sarà pure imperfetto, ma siamo riusciti a farlo con il massimo della convergenza. Penso che, se i presupposti sono quelli di un confronto serio, partendo ed azzerando il tutto, ci siano le condizioni perchè su molte cose si trovi la convergenza.

Vedete, non è che noi siamo in una posizione di retroguardia, come è stato detto, noi non vogliamo, e su questo Francesco non posso essere d'accordo, modificare la legge che prevede l'elezione diretta del Presidente ma vogliamo mettere in evidenza che c'è una serie di errori. Voglio chiedere a Porcu (che dice che bisogna stare attenti a quello che si fa perchè in passato c'era una lottizzazione per quanto riguarda gli assetti di Giunta), che cosa c'è adesso.

C'è il malumore delle due componenti dell'U.D.E.U.R., c'è il malumore all'interno del Partito della Rifondazione Comunista, i cui componenti hanno contestato non solo l'Assessore ma anche il Capogruppo, ci sono problemi interni anche in altri raggruppamenti, è inutile citarli tutti quanti. In qualsiasi caso ognuno rivendica il suo spazio ed anche quando sembra che, di fatto, sia stata fatta la scelta sulla base di capacità e competenze, è bugia! A Carbonia si verifica che ci deve essere il cugino di un autorevole esponente politico, per quanto riguarda un incarico, e dall'altro il compare di un altro esponente politico, se poi si chiamano Antonello Soro e si chiama Antonello o chissà come si chiama, che cos'è questa? Non è lottizzazione?

Certo, c'è una piccola differenza tra noi e voi, noi siamo superiori! Siamo superiori perché, per cinque anni, abbiamo tenuto gente che non era dalla nostra parte! Abbiamo valorizzato persone che oggi ricoprono gli incarichi più prestigiosi, si possono chiamare Giovanni Serra, dottoressa Pintus, eccetera, da noi difesi e tutelati pur essendo di altra parte politica. In definitiva, noi vogliamo che si arrivi ad un'elezione di un Presidente così come si prevede, di fatto, con il "premio di maggioranza", vogliamo fare in modo che ci siano poteri di competenza dell'Esecutivo; nella passata legislatura, voi ci avete fatto impazzire allorquando, dovendo anche un provvedimento minimale andare in Commissione, ritenevate che l'Esecutivo fosse forte, nonostante non ci fosse competenza dell'Esecutivo, voi e non noi; adesso state facendo esattamente il contrario. Noi stiamo dicendo che abbia i suoi poteri il Presidente. Io ho un sistema, basterebbe ridurre lo stipendio, andreste a perdere il cinquanta per cento, e probabilmente non ci sarebbe questo timore riverenziale!

Noi vogliamo che il Presidente abbia i suoi poteri, che il Consiglio abbia i suoi poteri, nel rispetto reciproco dei ruoli, quindi, non c'è da parte nostra alcuna pregiudiziale nei confronti di questo sistema; vogliamo correggerlo per evitare che in questo Consiglio ci siano 120 consiglieri regionali. Vogliamo evitare che in questo Consiglio ci siano alcuni strumenti, ecco perchè ho chiesto, in sede di Commissione, la Commissione di vigilanza, perchè ci sono dei provvedimenti che propriamente sono di natura caratterizzati dalla competenza del Consiglio e nonostante i pareri, invece, vengono portati avanti dalla Giunta direttamente, scavalcando le competenze specifiche.

Se voi dimostrerete concretamente che questa vostra apertura vuole significare un comportamento diverso di coinvolgimento, non me ne voglia il Presidente della Commissione, anche gli incontri si devono fare in modo diverso. Se il Presidente del Consiglio incontra una delegazione, non deve essere chiamata una sola parte a partecipare, perchè sarebbe prevaricazione. Noi vogliamo dare un contributo e vogliamo valutare attentamente se c'è l'opportunità o meno che certe persone senza titolo, arte né parte, che portano soltanto danno alla Regione ed anche alle istituzioni, devono essere protagonisti in questa Sardegna.

Per concludere, stando anche nel proseguo della discussione, ovviamente in un sistema dove ci sia una Regione più moderna ed efficiente, più trasparente, più democratica e più bilanciata nei poteri, nella rappresentatività come ho già detto, noi siamo e saremo sempre pronti a collaborare; non abbiamo nessun tipo di presunzione. Volevo evitare oggi operazioni di propaganda o, peggio, di prepotenza, sempre sgradite, ma sgraditissime in temi delicati come questi.

Perciò, nonostante queste fughe in avanti stasera, ho concluso signor Presidente, io credo che arriverò al punto di proporre a breve che si firmi il cartellino, perchè non è assolutamente ipotizzabile che, in questo Consiglio, che già viene criticato eccessivamente, ci sia la fuga giornaliera per rientrare nei posti di residenza. Per esempio, non mi hanno toccato personalmente determinate cose dette un giorno da Pittalis, lei sa, Presidente, come io mi comporto, però ritengo corretto che, in dibattiti come questo, i consiglieri siano vincolati ad essere presenti se veramente si ha a cuore il bene della Sardegna e si vuole agire nell'interesse generale dei sardi con il massimo della convergenza.

PRESIDENTE. Onorevole Oppi, posso soltanto associarmi alla sua opinione nell'osservare l'Aula.

E' iscritto a parlare il consigliere Lai. Ne ha facoltà.

LAI (D.S.). Signor Presidente la ringrazio per avermi dato la parola. La correttezza dell'onorevole Oppi è conosciuta; penso che si riferisse alla correttezza, non solo dei singoli ma anche di interi gruppi consiliari (che delle riforme fanno la ragione sociale della loro stessa esistenza), totalmente assente, nel corpo e nello spirito, nella partecipazione, nel contributo, durante momenti importanti del Consiglio. Questo in qualche modo la dice lunga sulla corrispondenza tra ciò che è la ragione sociale e ciò che si esprime, ciò che si rappresenta, quando si chiede il consenso elettorale, ed invece ciò che si vive realmente.

Davvero è diversa la modalità con cui correttamente, per la scuola anche da cui proviene, la presenza e le affermazioni dell'onorevole Oppi meritano invece una risposta, una risposta di merito, una risposta sulle cose che lui ha detto e che lui dice a nome, in questo caso non solo del Gruppo, ma anche di un sentimento più diffuso che c'è. Allora, io penso che quando qualcuno fa promesse le deve mantenere e i riferimenti a promesse non mantenute non devono essere estesi a tutta l'Aula e a tutta la maggioranza, sono convinto che sia bene che su argomenti come questi, così come poi ha dimostrato nel proseguo dell'intervento, lo sappiamo tutti, si riconosca che stiamo parlando anche di altro, stiamo parlando di un'occasione che non è un'occasione che si ripresenta costantemente.

E' vero che da vent'anni si parla di riforme, di riforme della Regione, sono parte di ogni programma, di ogni forza politica, però non siamo dentro una fase banale, non siamo in una fase tale dentro la quale non fare insieme le riforme della Regione, non fare insieme, non solo qui dentro ma anche fuori, lo Statuto, non comporti delle conseguenze. Io non parlo di conseguenze economiche, come quelle che ha citato all'inizio del dibattito il collega Pili, perchè sono convinto che le istituzioni non nascano per regolare l'economia né per facilitare i meccanismi di scambio economico, contribuiscono alla fiducia del mercato ma non possono essere orientate a quello.

Anzi è nell'800 che il primato dell'economia ha superato il primato del diritto e ha superato quindi le regole, dando alla convenienza del mercato,conseguentemente dei più forti, il privilegio di superare le regole. Allora se c'è un'occasione che noi abbiamo con queste quattro leggi, con lo Statuto e le tre leggi ordinamentali, con la legge elettorale, con la legge statutaria, con la riorganizzazione della Regione, è quella di provare ad invertire questo primato, lo dico guardando anche il collega Uras che su questo ha accennato un ragionamento, lo dico pensando ad alcuni elementi posti nel dibattito, sia dal collega Silvio Cherchi che dal collega Maninchedda, che purtroppo non hanno trovato ancora rispondenza e risposte dalla minoranza dell'Aula, spero che invece ritornino. L'occasione non è quella di regolare ciò che c'è, ma di provare ad invertire, ad invertire, a non appiattire, le regole al potere dell'economia, a privilegiare il diritto rispetto all'economia, diritto che garantisce il futuro, non che garantisce chi ha il potere dell'economia oggi e quindi lo garantirà domani, il che significa rivoluzionare anche i processi che sino adesso sono stati in qualche modo attuati.

Allora, lo dico all'onorevole Oppi, ci sono sicuramente dell'elaborazioni, ma oggi il presidente Soru ha detto chiaramente che il Consiglio è sovrano, e non parte da una proposta, parte dalle idee che il Consiglio nell'insieme metterà in campo. Ecco perchè oggi è soltanto il momento nel quale iniziamo a scegliere come fare il primo passo, perché, sì, bisogna fare in fretta, ma bisogna fare prima di tutto bene, e se vogliamo fare bene non possiamo soltanto aggiornare lo Statuto o la legge elettorale, non è un problema di aggiornamento; l'aggiornamento è una sfida che non ci possiamo permettere, perchè la sfida è altra, è una sfida successiva, solo l'aggiornamento è una cosa che effettivamente poteva essere delegato ad un consiglio di amministrazione, ma se la sfida torna in Consiglio allora la sfida non è l'aggiornamento, ma è il rigore del diritto, è il rigore delle regole che stabiliranno il futuro della Regione e che la cambieranno se ne abbiamo la forza.

Ecco perchè mi dispiace che questo dibattito abbia la solitudine dei pochi che parlano e si ascoltano vicendevolmente, ma sono convinto che sia l'inizio e che non ci potremo sottrarre, né i singoli e né le forze politiche, ad un dibattito vero e nel merito, perché non è importante soltanto l'oggetto e il contenuto finale a cui arriveremo col dibattito, ma anche il modo con cui sapremo farlo crescere e con cui legheremo il dibattito alla partecipazione.

Ora, è facile elencare le cose su cui potremo andare d'accordo, le ha elencate prima il collega Francesco Sanna, le ha elencate dopo il collega Oppi, le prendo come elementi ai quali stiamo stando reciprocamente risposta positiva; partiamo con la legge sulla Consulta, decidiamo che quello è un processo di partecipazione e stabiliamo che anche il Consiglio ha obblighi di garantire, attivare, sviluppare la massima partecipazione possibile, che la partecipazione è quella degli enti locali (c'è la proposta in campo del collega Cugini, c'era la proposta del collega Sabatini, le otto province, le otto sedi), c'è un problema di partecipazione non solo degli enti locali e delle autonomie locali ma delle autonomie civili, e che, in un principio di sussidiarietà al quale tutti aderiamo (sono contento che sia arrivato il collega Pisano dei Riformatori e quindi la ragione sociale è garantita), le autonomie civili richiedano esplicitamente un'attivazione della partecipazione che passa tramite il Consiglio.

Siamo d'accordo che da lì passa un percorso statutario che deve partire con vincoli, con elementi di riferimento, con una cornice più precisa di dati ed elementi, lo ha citato qualche altro collega, e che insieme si può lavorare sulla legge statutaria che deve contenere gli obblighi, e che i principi possono stare e devono stare all'interno dello Statuto, che bisogna lavorare sul riordinamento della Regione ed anche sulla legge elettorale, tenendo conto che siamo dentro un dibattito sulla legge elettorale che rischiamo di tralasciare e che invece modificherà molto, nei prossimi mesi, i nostri assetti culturali prima che politici.

Non è un cambiamento verso una legge proporzionale quello che muta, quanto il fatto che la rappresentazione dei singoli partiti, delle singole forze politiche, richiede oggi uno sforzo di identificazione dei valori che ogni forza rappresenta, che non possono essere più nascosti all'interno di un confronto tra destra e sinistra. Sarà un problema, per tutte le forze politiche, sapere che dovranno essere scelte non più soltanto in base all'appartenenza ma anche in base ad un contenuto che sta dentro un simbolo e non è rappresentato neanche dai nomi delle persone che si candidano. Guardate che questo processo richiede, anche da parte nostra, un'assimilazione ed una valutazione di quelle che saranno le conseguenze. E' una scatola nuova!

Io sono con quelli che pensano che il rischio è di scivolare verso un'altra Repubblica o qualcosa del genere senza aver adeguatamente compreso quali valori e quali percorsi stiamo veicolando. Sono tra quelli che ha sempre considerato un pericolo abbassare il profilo di un Consiglio regionale verso il modello organizzativo ed elettorale dei consigli comunali, perchè i consigli comunali hanno obblighi amministrativi e non poteri legislativi. Però quello che sta avvenendo in Parlamento non è il ritorno indietro al proporzionale, è un passo in avanti senza rete che muterà molti dei nostri comportamenti e con i quali nei prossimi mesi dovremo fare i conti. Dovremo fare i conti perchè cambieranno i sistemi di potere, perchè i sistemi di potere non sono solo quelli istituzionali ma ci sono anche i circuiti tra i sistemi istituzionali e i sistemi dei partiti; quando questi circuiti sono otturati diminuisce la partecipazione dei cittadini, e la mancanza di partecipazione dei cittadini significa minore espressione e minore libertà. E la Sardegna non è una regione di uomini liberi!

Quando una Regione è dipendente economicamente, è dipendente nei suoi percorsi di accesso al lavoro, di crescita professionale, di crescita imprenditoriale, quando la sua economia è drogata dal sistema pubblico, necessariamente obbligato, non è una Regione di uomini liberi! La nostra Regione non è una regione fatta di persone libere e, se non è fatta di persone libere, quei comportamenti, che otturano i processi di comunicazione e di partecipazione, rendono ancora meno liberi e ancora più chiuso il sistema. Per la Sardegna non è una sfida banale quella che avremo di fronte per ciò che riguarda l'equilibrio dei poteri dopo le decisioni del Parlamento, che purtroppo sono ineluttabili, ci sono, sono lì. Stasera voteranno, mi sembra che ormai si chiuda nelle prossime ore.

PINNA (Progetto Sardegna). L'hanno già chiusa.

LAI (D.S.). Ecco, l'hanno già chiusa, insomma, io non stavo seguendo. L'hanno già chiusa! Io sono convinto che abbiamo queste due sfide, quella del ritorno e del fare prevalere all'economia il diritto attraverso queste quattro scelte fondamentali, attraverso lo Statuto, facendo in modo che i diritti scritti non siano inesigibili soltanto perchè ci sono motivi economici per cui non si possono esigere, facendo in modo che i diritti scritti siano esigibili nelle città ed inesigibili fuori dalle città, oppure esigibili se hai denari ed inesigibili se non ce li hai, esigibili se appartieni ad una casta, inesigibili se appartiene ad un'altra cosa che non è una casta, perchè sarebbe un ritorno ancora più indietro, sarebbe il descrivere ciò che è.

Questo è il primo obiettivo; il secondo obiettivo fondamentale è la partecipazione che, lo dico rivolgendomi ai colleghi della minoranza, non è una gentile concessione che la maggioranza fa su questi temi, è un obbligo; è un obbligo della maggioranza, è un obbligo del Consiglio fare insieme queste scelte, assumerle come regole da condividere, assumerle vuol dire ancche distinguerle dalla normale dialettica maggioranza e minoranza che sull'ordinarietà non ci può che essere. Non è che se si fanno insieme le riforme poi, invece, ci si mette d'accordo anche sulle cose che riguardano la gestione ordinaria. Questo non è il piano su cui si deve lavorare; sarebbe sbagliato, sarebbe un errore, sarebbe un arretramento, non dobbiamo cadere né nel rischio dell'offrirlo, né nel rischio di chiederlo da parte vostra. Su queste cose fondamentali, che qualificheranno, non la maggioranza, ma il Consiglio regionale, la scelta è comune, soprattutto la responsabilità è comune, perché la responsabilità sarà di tutto il Consiglio se non saremo all'altezza della sfida e ci limiteremo a un aggiornamento.

La partecipazione è un problema di tutti, il rischio della noia è più pericoloso per i cittadini che per noi, perché anche ciò che noi richiamiamo come passato, il famoso periodo della rinascita senza tornare ancora più indietro, non è rimasto nella memoria dei sardi come un periodo che ha consentito un effettivo riscatto. Non è rimasto nella memoria così, guardate. Certo chi ha partecipato, chi ha vissuto quella parte, chi l'ha difesa, non può che difendere la partecipazione di popolo ma, ripeto, tra i sardi non è vissuto come un riscatto ottenuto. E' un passato che ha prodotto, ma io non ho trovato in giro tutta questa felicità per il riscatto ottenuto perchè il sardo non sente dentro di sé un riscatto ottenuto attraverso quel processo; oggi la maggior parte dei sardi considera la Regione antagonista, la considera addirittura un fattore di resistenza e non di slancio, di chiusura fuori dal tempo rispetto alla crescente integrazione, all'interdipendenza che è dovuta tra istituzioni e tra istituzioni e cittadini.

La partecipazione è essenziale perché non possiamo cambiare le regole se non mutiamo questo assetto di partenza, se non mutiamo il percepito di una Regione antagonista da parte dei cittadini e degli enti locali. Oltre a questo, sappiamo che il nostro non è un cambiamento che avviene da noi e non avviene nel resto dell'Italia e nel resto dell'Europa. Ci inseriamo in un cambiamento straordinario (questo della legge elettorale è uno) in tutti i sensi, ovviamente, quindi anche il cambiamento che noi facciamo ha bisogno di essere percepito e condiviso. Percepito e condiviso perché la partecipazione non è soltanto un percorso, è anche principio e valore, soprattutto se sappiamo e se teniamo conto che la speranza, la fiducia, si recupera soltanto attraverso una vera partecipazione che così diventa principio anche in senso di inizio e valore condiviso.

Al fatto che la Regione venga percepita come antagonista corrisponde una legittimazione debole delle istituzioni centrali, una alterità crescente e anche condivisa da tutti. Non c'è nessuno che considera la Regione vicina, nessuno, neanche chi ottiene, perché sa che paga un prezzo per ottenere. Si risponde a questa alterità, a questa delegittimazione, con un percorso teso a restituire interesse alle scelte pubbliche contro il disinteresse attuale: controllo, verifica, anche rappresentanza palese degli interessi, come diceva il collega Maninchedda, degli interessi veri, quelli che importano, quelli reali, quelli visibili e rappresentabili, interesse alle scelte pubbliche che passa attraverso la partecipazione. La richiesta dei cittadini non è quella di restare verso una Regione che sia la riproduzione di uno Stato centrale fatto in piccolo, così come è stata l'esperienza di questi anni. Oggi viene ricercata una strada diversa, opposta; invece anche noi nel lavoro che facciamo quotidianamente continuiamo a percorrere una strada in cui concentriamo il nostro ragionamento su una regione in piccolo, uno stato in piccolo, in un dualismo Regione-enti locali che è pericolosissimo. Non è pericolosissimo come era pericoloso dieci anni fa o vent'anni fa; è più pericoloso oggi perché l'integrazione, l'interdipendenza, che è richiesta a livello europeo, che è obbligatoria tra regioni, tra soggetti, oggi esiste tra municipi, è richiesta tra municipi e tra istituzioni che devono essere pari ordinate e che sono pari ordinate, non subordinate, pari ordinate, e viene richiesto un sistema che di fatto è policentrico in cui la divisione sia tra regolatori e gestori, e il regolatore non può essere anche gestore, perché non si può mettere insieme il controllore e il controllato.

Per questo non mi preoccupa solo ciò che è in atto a livello nazionale: dopo la legge elettorale, la devolution. La devolution ha dentro di sé un effetto disgregatore che tutti conosciamo e riconosciamo, perché un trasferimento di competenze esclusive alle Regioni, fuori da una gerarchia che rispetti la sussidiarietà e che non promuova la municipalità, è disgregante, perché da un lato produce un rischio di una anarchia federale tra istituzioni che sono parimenti legittimate a prendere decisioni, dall'altro perché, se questo si fa in assenza di garanzie perequative, si va verso un conflitto che cova all'interno la disgregazione.

Ebbene questo secondo problema ce l'abbiamo qui in Sardegna perché se le province ricevono e continuano a ricevere deleghe senza risorse, se le pensiamo semplicemente come trasferimento piuttosto che come attribuzione di diritti che lì vengono gestiti, noi rischiamo il conflitto perenne e quindi la disgregazione tra istituzioni. Noi non possiamo pensare di attribuire un servizio in termini di divisioni per otto, di divisioni proporzionali; bisogna pensare qual è il diritto che quella istituzione locale deve garantire al cittadino e quanto costa garantirlo e da lì costruire la piramide. In questo senso va invertito il processo, in questo senso la sussidiarietà non è soltanto finta e le istituzioni sono parimenti legittimate, non nel fatto che io cedo qualcosa che non uso più, una giacca lisa, un pantalone liso o un pantalone nuovo che non uso più, perché forse il pantalone nuovo o l'abito che io do non è quello della misura giusta per quei cittadini, è soltanto quello che usavo io alla Regione e che alla Provincia non serve.

C'è un terzo elemento, che trasferire competenze uguali con risorse proporzionali significa creare disuguaglianze anche tra istituzioni, significa coltivare la debolezza di alcuni e coltivare insieme la forza di altri. Siamo in grado di assumere questo principio come elemento sul quale ci confrontiamo? Io non so se è possibile pensare una Regione nuova così, partendo dai comuni, dalle province e finendo alla Regione piuttosto che delegando dall'alto verso il basso. Non lo so, so che è complicato, so però che qualunque percorso noi facciamo, se non è compreso, se la partecipazione non è codificata, cercata, ricercata radicalmente, se non la perseguiamo come principio e come valore, rischia di essere il nostro problema principale, la responsabilità più grande che dovremo affrontare.

Allora il clima costituente non c'è, ha ragione il collega Sanna, ma il clima costituente deve essere ricostruito a partire da una storia, da un percorso che non ha facilitato il credito nei confronti della Regione. In questo Consiglio, su tutti insieme, nessuno escluso, sta questa responsabilità e questa opportunità.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Matteo Sanna. Ne ha facoltà.

SANNA MATTEO (A.N.). Signor Presidente, colleghe, colleghi, signori della Giunta, ho riflettuto tanto in questi giorni sulla opportunità di dare un contributo ai lavori di questa importante discussione e, devo dire la verità, stamattina, dopo l'intervento del presidente Soru (presidente Soru in una chiave diversa rispetto al suo solito), ho dovuto rivedere anche il mio intervento.

L'ho dovuto rivedere anche dopo aver discusso, sul territorio, con amici e, in modo particolare, con una mia ex insegnante, ormai anziana, che ho incontrato in questi giorni, la quale nel chiacchierare mi ha chiesto se stavamo facendo le riforme. Le ho risposto che dovevamo proprio in Aula incominciare a discutere sulle riforme e sul nuovo Statuto. Prima di lasciarci mi ha detto raccomandato di fare delle buone riforme per la Sardegna. Sinceramente, durante il tragitto da Olbia a Cagliari, ho riflettuto soprattutto sul ruolo che ciascuno di noi ha all'interno di quest'Aula e sul contributo che, a prescindere dalla propria collocazione, deve dare per fare delle buone riforme, cioè deve dare alla Sardegna tutta un contributo di passione civile, di giovinezza (come nel nostro caso, consigliere Lai), un contributo innovativo alle riforme e al nuovo Statuto che andremo a discutere.

Tuttavia, io ho sempre sostenuto, all'interno del mio Gruppo e in tutte le sedi, così come abbiamo sempre sostenuto come Gruppo, che le riforme devono essere fatte in Aula. Ritengo quindi che sia il Consiglio regionale la sede più idonea al governo della governance; è dal Consiglio che scaturisce la legge, secondo una logica che deve essere quella, squisitamente politica, della sintesi e della mediazione. Il rischio altrimenti è che l'apporto delle formazioni sociali e delle istituzioni intermedie sia ridotto a una serie di rapporti bilaterali con la Giunta o con il suo Governatore, quindi rapporti molto verticalizzati e costantemente in pericolo di trasformarsi in una relazione a due.

La valorizzazione del Consiglio non è una concessione fatta dal presidente Soru stamattina, così come ha dichiarato il consigliere Lai, dicendo che oggi il presidente Soru ha riconosciuto la sovranità del Consiglio. Meglio tardi che mai, a un anno abbondante dall'insediamento il Presidente viene in Aula e riconosce la sovranità del Consiglio! Ben venga questo riconoscimento, io personalmente e il mio Gruppo non abbiamo mai messo in dubbio la sovranità del Consiglio. Oltretutto, come è stato segnalato da più parti anche stamattina, la Regione dovrebbe proprio caratterizzarsi più ancora per un piglio decisionistico e amministrativistico, per l'adozione di un paradigma relazionale che rinunci a fare della Regione una istituzione che riproduce fuori tempo massimo le logiche della sovranità statale. Questo ruolo di raccordo dovrebbe valorizzare tutto il Consiglio. Condizione preliminare perché il Consiglio possa funzionare nella nuova forma di governo è la previsione a suo beneficio di efficaci strumenti di conoscenza.

Con il rafforzamento delle strutture tecniche di rappresentanza infatti il Consiglio non può reclamare questo ruolo come scontato, adducendo a proprio sostegno il grado di rappresentanza formale che lo caratterizza. Questa rappresentanza mediata dal sistema partitico è ad oggi molto incerta, perché i partiti hanno un rapporto ormai molto mediatico e sempre più fragile col territorio. Quindi i partiti, essendo privi, in molti casi, anche di reali articolazioni periferiche, non sono più strumenti di organizzazione del territorio, ma addirittura in qualche caso ostacolano anche un'espressione politica diretta con lo stesso territorio.

Quindi il Consiglio deve conquistarsi questo rapporto più ravvicinato col territorio oltre quello, diciamo, garantito dai partiti, intessendo trame di relazioni trasparenti e continue, funzionali alla decisione stessa. Questo può essere fatto solo con riforme serie, che tengano conto del territorio, di tutto il territorio, riforme che nascano dal basso e non siano calate dall'alto, come spesso abbiamo visto in questo scorcio di legislatura.

Un altro elemento importante è senza dubbio la funzione legislativa, cioè nella fase dell'iniziativa, lo Statuto, per quanto ci riguarda, dovrebbe mirare ad ampliarne la titolarità, in particolare verso gli enti locali, quindi rafforzare i procedimenti legislativi prevedendo le possibili Commissioni in sede redigente, disciplinare gli strumenti di intervento del Governo nell'attività legislativa, prevedere anche nuovi poteri di controllo tradizionali, le interrogazioni e le interpellanze, e anche nuovi poteri di indirizzo politico, poteri ispettivi, con interlocutori, riguardanti gli Assessori ma anche i dirigenti, poteri di inchiesta anche su impulso della stessa minoranza nell'ambito di uno statuto della opposizione.

Si potrebbe riconoscere al Consiglio un ruolo di controllo anche sulle nomine alle cariche regionali, la Presidenza della minoranza di alcune Commissioni consiliari, di controllo, il diritto dei consiglieri di accedere alle informazioni in possesso della Giunta, magari un po' più ampliate, ritagliare un ruolo di visibilità anche alla stessa opposizione, agli stessi Presidenti delle Commissioni, che potrebbero essere affidate alle opposizioni; dare inoltre la possibilità al Consiglio di intervenire sulle nomine di competenza del Presidente della Giunta.

La classe politica regionale e soprattutto il Consiglio devono conoscere e legarsi all'assetto sociale ed economico della Regione, conquistandosi il necessario radicamento territoriale. E' da questo legame che lo stesso Consiglio potrà ricavare una nuova autorevolezza. Il primo passo è riconoscere la crisi di un sistema che non è più adatto alle esigenze della società civile; un sistema che, in alcune Regioni a statuto speciale, come la nostra, non ha prodotto il bene di tutti, come il partito politico regionale che spesso tende a diventare una sorta di cellula periferica e non autonoma del partito statale, in qualche caso, in qualche regione, questi partiti hanno finito per essere una semplice cinghia di trasmissione. Quindi occorre ricostruire, attraverso le riforme, anche un legame stretto con le nostre comunità.

Occorre, poi, preliminarmente ricordare, come ha fatto il collega Lai, che la sussidiarietà verticale e orizzontale si tengono strettamente. La sussidiarietà verticale infatti è funzionale alla sussidiarietà orizzontale, perché solo un ente, il comune, che conosca a fondo il proprio territorio e la propria comunità può valorizzare la forma di organizzazione sociale che produce coesione nella comunità stessa evitando logiche meramente privatizzanti o di delega. Quindi la sussidiarietà mira a promuovere e a valorizzare la capacità della società stessa, nelle sue aggregazioni e solidarietà intermedia, a far fronte quindi ai propri bisogni e di organizzarsi. La sussidiarietà è allora un principio di valorizzazione delle appartenenze sociali che rafforzano il tessuto connettivo di una comunità in cui solo può situarsi il libero svolgimento della persona umana, secondo il modello personalistico. Pertanto, anche in relazione alla storia sarda, possiamo dire che il legame con le comunità deve passare attraverso la centralità della dimensione municipale, resistendo dunque alla tentazione di un neocentralismo regionale. Occorre allora superare il dualismo Regione-enti locali, creando un sistema istituzionale integrato con Regione leggera e separazione di scelte di governo. In questo senso, credo che una risorsa è appunto il Consiglio delle autonomie.

Per quanto ci riguarda, partendo anche dalla imprescindibile riaffermazione contenuta nell'articolo 114 del nuovo Titolo V della Costituzione repubblicana a riguardo della pari dignità istituzionale e costituzionale di regioni, province e comuni, intesa quale caposaldo di qualsiasi costruzione autonomistica, appare utile tentare di enucleare alcune linee di riferimento per possibili contenuti di innovazione in tema di autonomie locali all'interno degli statuti regionali.

Quindi, nella proposta di Statuto, che noi abbiamo presentato come Gruppo, ormai da mesi, spetta alla Regione e allo Statuto regionale dettare norme di organizzazione e funzionamento della Regione che vadano oltre il concetto di Regione stessa, Regione apparato, per dare vita invece a una Regione come ente di governo di un sistema politico a rete che punti sui governi locali, istituzionalizzando il metodo e gli organi di una reale concertazione.

In parallelo, gli statuti regionali devono poi prevedere norme di principio che riconoscano con chiarezza ruoli e compiti del comune, della provincia e degli enti locali, recependo a questi fini i principi di sussidiarietà, di differenziazione, di unicità e adeguatezza dell'amministrazione. Norme poi di principio di contenuto ordinamentale finanziario dovranno essere previste per la costruzione di un modello integrato di finanza locale e regionale.

In considerazione dei consistenti flussi di personale che, a seguito dell'applicazione del decentramento amministrativo, appare poi necessario che lo Statuto definisca alcuni principi fondamentali in materia di organizzazione del personale e di valorizzazione anche delle risorse umane presenti. In tema di procedure di programmazione e pianificazione, le norme degli statuti regionali debbono reimpostare il precedente modello a cascata, fortemente gerarchizzato, riconoscendo viceversa strumenti programmatori, pianificatori definiti in coerenza con la concertazione intercostituzionale. Per quanto ci riguarda, noi siamo disponibili al dialogo, lo abbiamo dimostrato con la presentazione di una proposta di Statuto, siamo disponibili a dare un contributo ai lavori dell'Aula per il bene dei sardi, di tutti i sardi e delle nuove generazioni. PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Uggias.

UGGIAS (La Margherita-D.L.). Signor Presidente, signori della Giunta, colleghi consiglieri, onorevolmente presenti, io vorrei dare il mio contributo alla discussione, consapevole dell'importanza dell'argomento e cercando di fornire alcuni spunti di riflessione che dirò da subito vanno sia nella direzione della maggioranza che nella direzione delle minoranze in egual misura, intanto perché ritengo che occorra sgombrare il campo da alcuni equivoci che, forse per una non corretta forma di dialogo, sono venuti da una e dall'altra parte. Talvolta, non sempre, il contenuto viene sufficientemente interpretato dai toni o dalle modalità con cui le argomentazioni si propongono ed allora è necessario sviluppare, con un supplemento di attenzione, una riflessione più sui contenuti che sui toni.

Mi trovo nella situazione di voler partire innanzitutto da un superamento pregiudiziale delle critiche; cioè, cerchiamo di mettere da parte aprioristicamente le critiche e di entrare invece nello specifico guardando innanzitutto ad un invito (che io formulo personalmente, ma credo di poterlo formulare non solo a nome del mio Gruppo politico) ad un dialogo, un invito alla partecipazione. Dico questo perché credo di non scoprire nessuna carta dicendo che da subito abbiamo posto come una delle condizioni, uno dei presupposti anzi, dell'avvio di questo dibattito, il massimo coinvolgimento di tutte le forze politiche a questo processo di discussione e di approfondimento delle riforme. Insieme agli altri presupposti, la partecipazione e l'invito alla partecipazione dovevano caratterizzare l'approccio de La Margherita e credo anche della stessa maggioranza, perché nessuno ha dissentito rispetto a questo principio, anzi da parte di tutti è stato rinnovato l'appuntamento ad un momento di incontro al quale siamo tutti chiamati. Quindi un invito alla partecipazione che porti in un primo momento alla condivisione di un percorso, alla condivisione degli obiettivi e poi io sono sicuro che, in un terzo e conclusivo momento, si arriverà anche alla condivisione dei contenuti.

E' sul tavolo una proposta, non parliamo di proposte scritte. L'ha detto il presidente Spissu in apertura di dibattito, l'ha detto il presidente Soru nella sua conclusione. L'hanno detto tutti o quasi tutti i componenti della maggioranza che sono intervenuti, l'hanno recepito quasi tutti i componenti dell'opposizione nel momento in cui sono intervenuti, diamo atto oggettivamente che il punto di partenza è quest'Aula, il punto di partenza sono le elaborazioni che vengono fuori dalle intelligenze, dai contributi innovativi, dai contributi di approfondimento che possono venire dai singoli consiglieri e dalle forze politiche.

Sgombriamo il campo da questo equivoco di fondo, non serve un atteggiamento pregiudiziale nel momento in cui tutti, forze politiche e singoli consiglieri, abbiamo la responsabilità di dare finalmente una risposta ad anni ed anni di dibattito, ad anni ed anni di esigenze, che non è contenuta nei programmi elettorali, è contenuta nelle coscienze dei sardi, è contenuta in ciò che noi condividiamo personalmente, in un'apertura che noi formuliamo e continuiamo a riformulare su questo versante.

E' sul tavolo, dicevo, una proposta di metodo che passa attraverso il massimo coinvolgimento di tutte le forze, di tutti i consiglieri, delle forze politiche ma, abbiamo detto di più, delle forze sociali, delle istituzioni, del sistema delle imprese, del mondo del lavoro. Occorre aggiungere qualche altro livello di coinvolgimento? Aggiungiamolo, forse è sfuggito, ma questo non significa una chiusura, si può individuare qualche altro livello di coinvolgimento, c'è la massima apertura in questo, confrontiamoci. Io dico, da profondo e convinto assertore della necessità di coinvolgere le minoranze consiliari, che questo è il percorso che dobbiamo fare; però sia detto con uguale chiarezza che a nessuno, nessuno, è dato il diritto di veto. A nessuno è dato il potere di bloccare l'iniziativa di questo Consiglio, di tutti coloro che si vogliono ritrovare nell'entusiasmo e nella voglia di lavorare intorno ad un progetto condiviso sul quale siamo tutti chiamati a dare le risposte che stavo dicendo prima. Affermo quindi che vanno mantenuti aperti tutti i canali del dialogo per ricercare possibilità di apporto di tutto il Consiglio. Ma a nessuno è dato il diritto di veto.

Il Consiglio farà la sua sintesi, noi vogliamo che sia tutto il Consiglio. Non vogliamo che nessun atteggiamento pregiudiziale costringa la maggioranza a fare sintesi. Noi vogliamo far sintesi tutti insieme e lo vogliamo fare senza essere servi di nessuno, né zeraccos né altro, da uomini liberi e forti come siamo stati abituati, non da liberti che hanno affrancato il proprio sistema.

Noi lo vogliamo fare da uomini liberi e, da uomini liberi e forti, collega Oppi, vi chiamiamo a questo impegno e a questa responsabilità perché ci possiamo veramente ritrovare sui contenuti, discutendo sui metodi e sui contenuti. Allora, devo dire subito che ho apprezzato alcune disponibilità che sono direttamente o indirettamente emerse dal dibattito di stasera, ho apprezzato la puntuale osservazione, tra le altre, del collega Oppi sul numero dei consiglieri; è vero, lo dico. Vogliamo dire che, fermo restando il premio di maggioranza, si può comunque mettere il limite massimo, che è presente già nel nostro Statuto, del numero dei consiglieri e dire che il premio di maggioranza può essere ripartito all'interno degli ottanta consiglieri in proporzione, evitando quindi quelle distonie di poter immaginare che ci possano essere un centinaio di consiglieri regionali? Ecco, vogliamo confrontarci su questo? Vogliamo dire che questo è un punto di incontro e un punto di raccordo sul quale poi verificare come ci troviamo e dove ci troviamo per poter andare avanti?

Ho apprezzato il preciso e puntuale intervento del collega Sanna, ne cito qualcuno così, perchè sono gli ultimi che sono emersi, il quale ha dato puntualmente un contributo di non poco conto. Ho apprezzato, e lo dico, anche l'intervento dei consiglieri che si sono dichiarati non disponibili al confronto, per esempio l'idea che l'ex presidente Mario Floris ha concettualmente delineato del passaggio dei poteri, cioè lui implicitamente diceva che, se è vero che tutti diciamo che ci deve essere un passaggio graduale di poteri gestionali dalla Giunta e quindi in generale dalla Regione e dalla Giunta agli enti locali, iniziamo a costruire un percorso anziché rafforzare un percorso gestionale in capo alla Regione, cioè creiamo i canali per cui questi poteri possano direttamente arrivare agli enti locali.

Quindi, credo che, da tutto quello che è emerso, si possa creare una cornice, questa può essere l'idea, creiamo una cornice condivisa intorno alla quale individuare un percorso che, in tempi brevi, con metodologie, con approcci condivisi, ci possa vedere avere un atteggiamento concludente e conclusivo, senza alcuna remora nell'affrontare i temi; il collega Sabatini, stamattina, molto opportunamente e molto correttamente dal punto di vista del rilievo costituzionale, ha risposto all'onorevole Mario Floris dicendogli che la sua idea, di arrivare ad una legge stralcio che consenta la sopravvivenza del Consiglio anche nell'ipotesi di dimissioni del Presidente della Regione, non è percorribile perchè ci sono state delle censure di legittimità costituzionale nei confronti di alcune Regioni, nello specifico la Regione Calabria, che ha cercato credo in buona fede e non nello spirito di contrapporre Presidente a Consiglio; questa è l'altra cosa che ci deve caratterizzare, spogliamoci dai ruoli di oggi, guardiamo al domani e alla figura del Presidente del Consiglio, o del Consiglio, o della Giunta, chiunque ricoprirà quei ruoli, non guardando soltanto al fatto che ci siamo noi oggi su questi banchi.

Dicevo che, se condividiamo l'esigenza (che poneva l'onorevole Floris e che, anche in questo caso credo di non svelare nessun mistero, ha posto lo stesso onorevole Presidente della Giunta, Renato Soru) di adottare dei correttivi a queste situazioni che sono di impedimento o altre cose, allora, vedrete che, quasi in maniera inaspettata, si potranno trovare comunque delle convergenze. Però, se vogliamo fare questo lavoro, dobbiamo scegliere di affrontare questi argomenti senza alcun tabù, senza rifuggire da alcuna considerazione nel merito, se vogliamo ad esempio superare l'effetto automatico di scioglimento del Consiglio, in caso di impedimento permanente o di decesso del Presidente della Giunta regionale o più esattamente del Presidente della Regione, va individuato un meccanismo di separazione, non solo del momento, sul quale dubito, ma di separazione tra l'elezione diretta del Presidente e il principio del simul stabunt aut simul cadent, cioè in altre parole non si può scindere l'elezione diretta dall'effetto automatico di scioglimento del Consiglio in altre ipotesi.

Discutiamo, quindi, senza tabù anche delle conseguenze che derivano dalle patologie dell'elezione diretta, non c'è bisogno soltanto di guardare al Presidente della Giunta regionale oggi, guardiamo alle patologie degli enti locali, dei consigli provinciali e comunali; quanti consigli comunali o provinciali sono stati paralizzati da un sistema che oggi da tutte le parti si dice che va rivisto? Si dice da destra e da sinistra, si dice da tutte le posizioni politiche. Affrontiamo questa discussione senza ipocrisie, squarciamo il velo di queste ultime, non c'è un tabù in questo senso. Non c'è e voglio dire, richiamando in questo caso l'attenzione dei colleghi delle minoranze, che abbiamo controparti più ostiche delle minoranze consiliari, collega La Spisa, abbiamo una controparte che è il Governo nazionale, abbiamo una controparte che è l'Unione Europea, la quale della solidarietà di generazioni se ne interessa fino ad un certo punto, perchè ci sono principi che sono condivisi da tutte le nazioni dell'Unione Europea che non sono, lo dico brutalmente, totalmente coincidenti con i nostri; con questi ci dobbiamo anche confrontare, con le disparità economiche, perchè è bello dire che noi vogliamo in rete il sistema dei trasporti quando le ferrovie finiscono a Civitavecchia o a Genova e per farle arrivare da Civitavecchia a Golfo Aranci o da Genova a Porto Torres qualcuno deve pagare, allora l'Unione Europea paga o non paga? Ci riconosce questo principio? Lo Stato nazionale non ha più soldi; chi paga, la Regione?

Vi riferisco un caso che la settimana scorsa è apparso sulla stampa, il Ministro Castelli ha detto agli amministratori della Gallura che doveva chiudere il carcere di Tempio in quanto non c'erano più soldi, però, ha aggiunto che, in caso contrario, il comune di Tempio, per il carcere ed il suo mantenimento, avrebbe dovuto mettere mano al proprio bilancio ed affrontare le spese per poterlo fare. Questo sarà l'approccio sul quale probabilmente saremo chiamati per difendere i nostri principi, le nostre istituzioni, non solo le nostre carceri ma, come si diceva, anche le nostre scuole e tutti i servizi presenti nel territorio.

Io credo che, su tante cose, ci potremo, mi avvio alla conclusione, trovare. Come possiamo non trovarci sulla necessità di inserire, dentro lo Statuto, dei principi vincolanti come quelli che abbiamo sentito di una solidarietà tra generazioni, di un impegno a restituire un ambiente migliore ai nostri figli e ai nostri nipoti, o un'economia migliore? Tutte le amministrazioni saranno chiamate in maniera vincolante (perchè contenuto non solo nella morale ma anche nello Statuto) a rispettare questi principi; lo possiamo fare tutti assieme. Qual è l'esigenza che hanno la maggioranza e la minoranza, attraverso non escamotage politici, non alchimie politiche ma soluzioni giuridiche come ad esempio quella di tutelare i diversi organi che costituiscono lo Stato, che costituiscono in questo caso specifico la Regione?

Vi richiamo all'attenzione il contenuto dell'articolo 15 del nostro Statuto, così come riformato dalla legge costituzionale del 2001, che dice che noi ci dobbiamo dare la forma di governo dandoci ed indicando le modalità di elezione che siano rispondenti a due criteri, uno, la rappresentatività, e il secondo la stabilità, e poi prosegue dicendo, questo è il concetto sul quale richiamo la vostra attenzione, che anche la stabilità non riguarda solo il Presidente della Giunta ma riguarda il Consiglio e riguarda la Giunta. Noi siamo chiamati dalla legge a far rispettare questi principi, non dalla volontà di contrapporsi a questo o a quel Presidente o a far valere una maggioranza piuttosto che un'altra, noi siamo chiamati a dare applicazione alla legge in questo senso ed intorno alla legge possiamo costruire la nostra riforma.

Abbiamo una responsabilità istituzionale, questa responsabilità è in capo ai partiti ed è in capo ai consiglieri; noi, a questa responsabilità, non possiamo rinnegare la nostra presenza, dobbiamo esserci, come si diceva, non soltanto in termini fisici ma esserci per rivendicare ciò che in campagna elettorale abbiamo detto tutti ai nostri elettori, tutti insieme a prescindere dal nostro programma elettorale al quale siamo personalmente impegnati.

PRESIDENTE. Penso che possiamo concludere i nostri lavori a questo punto, li riprenderemo martedì 18 novembre alle ore 10 e 30, primo iscritto a parlare l'onorevole Mario Bruno. Prego i colleghi di essere puntuali, sono iscritti a parlare ancora undici consiglieri più i Capigruppo, quindi ci aspetta una giornata intensa di lavoro.

La seduta è tolta alle ore 20 e 06.



Allegati seduta


Testo dell'interpellanza e interrogazioni annunziate in apertura di seduta

INTERPELLANZA LA SPISA - SANCIU - CONTU - MILIA - SANJUST - LOMBARDO - PETRINI - PILI - LICANDRO - RASSU sulla situazione di incertezza in cui si trovano i lavoratori della Montefibre di Ottana.

I sottoscritti,

preso atto della preoccupante situazione di incertezza in cui si trovano i lavoratori della Montefibre di Ottana;

considerato che:

- la crisi della azienda risale al mese di aprile del 2003;

- gli interventi finalizzati ad ammortizzare l'impatto sociale della chiusura degli impianti di produzione di fibre acriliche furono decisi parallelamente alla conclusione di un percorso indirizzato verso il rilancio della chimica in Sardegna;

rilevato che:

- sia pure con grande ritardo stanno per giungere a conclusione le procedure di approvazione di alcuni contratti di programma che incentiveranno importanti progetti di investimento;

- il potenziamento della rete produttiva può e deve coniugarsi con la valorizzazione delle professionalità esistenti, che siano state espulse dalle aziende in crisi;

rimarcato che:

- il Ministero del Welfare è intervenuto più volte per rinnovare i provvedimenti previsti nell'accordo del 4 luglio 2003;

- stanno per scadere le proroghe fino ad ora concesse,

chiedono di interpellare il Presidente della Regione e l'Assessore regionale del lavoro, formazione professionale, cooperazione e sicurezza sociale per conoscere quali iniziative intendano assumere per sostenere il disagio sociale e l'incertezza sul futuro dei lavoratori della Montefibre. (124)

INTERROGAZIONE VARGIU, con richiesta di risposta scritta, sul rischio da elettrosmog conseguente all'installazione di un nuovo impianto ad onde elettromagnetiche nella città di Cagliari.

Il sottoscritto,

considerato:

- il crescente allarme della popolazione nei confronti dell'inquinamento ambientale da elettrosmog;

- come gli studi scientifici su tale forma di inquinamento siano ancora oggi lontani da risultati definitivi, rendendo in tal modo ancora più diffusa la preoccupazione per la generale tutela del diritto alla salute, in particolare per le fasce della popolazione infantile che parrebbero più esposte al rischio epidemiologico;

avendo appreso che sarebbe in corso di installazione un impianto radio base a Cagliari, in via Ghibli angolo via Scirocco, in un giardino destinato a verde pubblico, non lontano da una scuola materna e da una scuola elementare;

considerato che, ad oggi, la regione Sardegna resta ancora l'unica regione italiana priva di Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente (ARPA) alla quale dovrebbe essere affidato il compito complessivo di monitoraggio dei rischi per la salute della popolazione, discendenti da fattori endogeni ed esogeni,

chiede di interrogare l'Assessore regionale dell'igiene, sanità e assistenza sociale per sapere:

1) se esista un monitoraggio costante dei livelli di elettrosmog nella città di Cagliari e, in particolare, se le istituzioni sanitarie competenti abbiano fatto uno studio preventivo sulla situazione che si verrebbe a verificare nel Quartiere del Sole in seguito all'attivazione dell'impianto in costruzione in via Ghibli, angolo via Scirocco;

2) se il risultato di tali studi sia tale da consentire di rassicurare i residenti che, legittimamente, si chiedono se gli organi preposti abbiano acquisito tutte le indispensabili informazioni utili alla prevenzione del rischio;

3) se non si ritenga opportuno diffondere un dettagliato chiarimento in proposito anche a mezzo stampa, al fine di rassicurare le famiglie interessate sulla effettiva insussistenza di un reale rischio sanitario per la popolazione residente e per quella scolastica in particolare;

4) se, nel caso mancassero le necessarie garanzie di controllo del sito e di tutela della salute per la popolazione residente, non si ritenga opportuno mettere in essere tutte le possibili azioni rivolte alla immediata sospensione dell'attività di installazione della sorgente di radiazione elettromagnetica. (354)

INTERROGAZIONE DEDONI, con richiesta di risposta scritta, sull'attivazione di una unità operativa di ematologia presso la ASL n. 5 di Oristano.

Il sottoscritto,

premesso che dal numero di residenti della ASL n. 5 e dall'incidenza di malattie ematologiche in Sardegna (riportato su "Incidence of Non Hodgkin's Lymphoma and Hodgkin's Disease in Sardinya-Italy 1974-1993", Haematologica 2001, Casula et al.) è lecito attendersi un numero di nuove diagnosi per patologie ematologiche maligne di circa 80-100 casi all'anno nel territorio della ASL n. 5 di Oristano, con un aumento annuo, pressoché costante, del 4%;

evidenziato che la prevalenza di tale patologia necessita di circa duemila giornate annue di degenza in day hospital e di circa duemila giornate di degenza in ricovero ordinario, oltre che degli accessi in regime ambulatoriale;

considerato che un'unità operativa di ematologia potrebbe essere configurata inizialmente almeno come struttura semplice con budget, in grado di diagnosticare e trattare tutte le patologie ematologiche, di cui le più rilevanti in termini di gravità sulla salute del paziente, sulle ricadute sul nucleo familiare di appartenenza ed in maniera più ampia sul suo impatto sociale, sono quelle maligne;

sottolineato che, in base alla normativa regionale vigente (deliberazione Giunta regionale 4 giugno 1998, articolo 106 sugli accreditamenti) sarebbero necessari, come spazi dedicati almeno una stanza visite, una stanza per la degenza in day hospital, una stanza per la preparazione delle terapie, una stanza per archivio-segreteria e quattro letti, che potrebbero essere individuati inizialmente in reparti già attivi della stessa area funzionale;

constatato che i servizi presenti presso l'Ospedale di Oristano sono sufficienti per garantire un'adeguata assistenza ai malati emopatici e che per i pochi servizi non attivi, necessari in alcuni casi per la diagnosi ed il trattamento di alcune malattie ematologiche (radioterapia) si potrebbe far riferimento ai servizi presenti in altre ASL della regione;

tenuto conto del fatto che sarebbero indispensabili una cappa di sicurezza per la preparazione dei chemioterapici, come previsto dalla normativa per la sicurezza negli ambienti di lavoro, che dovrà essere sistemata in ambienti non frequentati da altre persone oltre a coloro che vi si dedicano, un microscopio ottico di buona qualità riservato al servizio, tre letti o poltrone reclinabili oltre a tutto ciò che necessita per visite cliniche, preparazione ed infusione di farmaci, supporto trasfusionale etc;

considerato, inoltre che:

- un servizio complementare ed allo stesso tempo integrante della ematologia è il servizio di emaferesi e che tale attività necessita esclusivamente di un separatore cellulare e del materiale monouso necessario, il quale potrebbe essere acquisito con procedura di service;

- l'attività di emaferesi, che prevede lo scambio plasmatico, la rimozione di cellule neoplastiche presenti in corso di molte malattie ematologiche, la rimozione di sostanze tossiche, viene utilizzata oltre che in patologie ematologiche, quali la malattia di Moschowitz o le sindromi da Iperviscosità, in malattie neurologiche come, la Sclerosi Multipla e la Miastenia Gravis e si potrebbe estendere l'uso del separatore cellulare alle altre discipline, avendo così un servizio di eccellenza presente in pochi centri dell'Isola;

- il personale medico necessario per garantire il servizio è di due medici, in quanto i pazienti che necessitano di ricovero potranno essere seguiti nelle ore in cui il personale dell'unità è assente, dal personale medico di guardia della divisione, garantendo il personale specialista ematologico la pronta disponibilità per ogni necessità dovesse presentarsi;

- sono necessari almeno due infermieri professionali dedicati alla Unità di ematologia, mentre un tecnico di laboratorio medico non necessariamente dovrebbe essere dedicato, come il personale ausiliario,

chiede di interrogare il Presidente della Regione e l'Assessore regionale dell'igiene, sanità e assistenza sociale per sapere:

1) se siano a conoscenza di quanto su esposto;

2) se non ritengano di dover valutare la possibilità di attivare una unità operativa di ematologia in grado di seguire i pazienti residenti nella ASL n. 5 affetti da pressoché tutte le emopatie, evitando loro quel fastidioso ed estenuante trasferimento presso ospedali di altre province (Cagliari o Sassari), di garantire un servizio interno di consulenza ematologia per le altre discipline e che funga da polo di attrazione per le altre ASL. (355)