Seduta n.343 del 01/12/1998
CCCXLIII SEDUTA
Martedì 1 dicembre 1998
Presidenza del Presidente SELIS
La seduta è aperta alle ore 16 e 48.
DEMONTIS, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del venerdì 6 novembre 1998 (339), che è approvato.
Congedi
PRESIDENTE. Comunico che i consiglieri regionali Marina Concas e Bruno Dettori hanno chiesto di poter usufruire di un giorno di congedo a far data dal 1° dicembre 1998. Se non vi sono opposizioni i congedi si intendono concessi.
Comunicazioni del Presidente
PRESIDENTE. Comunico che sono pervenute le dimissioni da Presidente della Commissione sanità del consigliere Murgia, che è stato eletto Capogruppo dal Gruppo di Federazione Democratica. In proposito era stata posta in quest'aula all'attenzione di questo Presidente il problema della regolarità della costituzione del Gruppo. Ho valutato gli antecedenti e la costituzione di questo Gruppo mi sembra regolare.
Continuazione della discussione generale del disegno di legge: "Norme concernenti interventi finalizzati all'occupazione e allo sviluppo del sistema produttivo regionale e di assestamento e rimodulazione del bilancio" (447)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge numero 447.
Hanno già svolto le relazioni i relatori di maggioranza e di minoranza.
E' iscritto a parlare il consigliere Bertolotti. Ne ha facoltà.
Chiedo ai colleghi che intendono intervenire di iscriversi nel corso dell'intervento del consigliere Bertolotti.
BERTOLOTTI (F.I.). Signor Presidente, colleghi, avrei preferito fare un intervento nella fase più avanzata della discussione, per cui mi limiterò ad alcune brevissime considerazioni.
La prima: sui problemi dell'occupazione questo Consiglio ha avuto modo, durante questi quattro anni e mezzo, di intervenire in ripetute occasioni; questi problemi sono stati al centro dell'attenzione di tante dichiarazioni programmatiche, ma hanno avuto scarsa incisività nelle azioni concrete di governo.
Prima di tutto vorrei sottolineare come i discorsi legati all'occupazione non possano essere oggetto di interventi di carattere assistenziale. Questo provvedimento di legge continua a prevedere, invece, iniziative di questa natura, senza tener conto che i posti di lavoro si creano quando esiste crescita di carattere economica. Il mercato restituisce e dà la possibilità di creare nuova occupazione quando si creano le condizioni per una crescita del prodotto interno lordo che supera i due punti percentuali all'anno.
E` purtroppo dei giorni scorsi, recentissimi, il dato dell'ISTAT che invece vede smentite anche le più rosee aspettative che erano state previste in sede di discussione della Finanziaria nazionale e regionale, che facevano sì da far pensare a crescite decisamente superiori a quelle che invece si sono registrate nel corso dell'anno 1998 e che sono state oggetto dei rilevamenti dell'Istituto di Statistica.
Abbiamo infatti un dato che ci dice che in Italia il tasso del PIL non supererà per quest'anno l'1,8 per cento, ed è un dato che sicuramente tiene conto delle migliori condizioni economiche che esistono nel Nord Italia, dove esistono dati di piena occupazione, e che tiene conto, evidentemente, anche della maggior apertura della famosa forbice delle condizioni economiche che separano ed evidenziano il distacco fra le aree più prospere del settentrione del nostro Stato, e quello invece del meridione.
Lo stesso dato del PIL, quindi, che era stato posto a base delle previsioni nell'ambito delle ultime due finanziarie, verrà quindi sicuramente smentito. Era un dato, peraltro, che nonostante indicasse un tasso di crescita superiore allo zero a questi si avvicinava notevolmente. Pertanto questo comporterà due conseguenze: la prima è che i dati sulle entrate del bilancio nazionale si ridurranno per effetto di questa minor attesa di entrate e di creazione di reddito, e conseguentemente quest'isola sarà destinata ad ottenere minori trasferimenti da parte dello Stato; la seconda è che per poter creare condizioni reali di sviluppo occorre che questa Regione, che quest'Aula prenda in esame serie alternative di politica economica.
Fornisco un dato su tutti, per quanto attiene, per esempio, la valorizzazione delle risorse locali, abbiamo una materia prima come quella del granito, dell'estrazione del granito, che viene lavorata in Sardegna per appena il venti per cento delle estrazioni che consentiamo dalle cave, così come del resto è avvenuto in tutti i paesi dell'Europa, Est compreso, dove esistono ormai divieti all'esportazione di materie prime che non siano almeno semilavorati. Una disposizione di questo genere, consentendo naturalmente agli operatori economici di creare nell'arco degli anni, e quindi una disposizione con intervento progressivo, iniziative produttive di trasformazione delle materie prime, che attualmente invece stiamo andando a portare fuori dai territori regionali, consentirebbe sicuramente una diversa incidenza delle politiche di sviluppo impostate dall'amministrazione regionale. Invece continuiamo con l'inventarci figure imprenditoriali che sono fuori dalla storia economica, che hanno dato ampiamente esempio di deficienze di carattere organizzativo e di capacità di incidere sullo sviluppo economico, cioè le amministrazioni comunali.
Non voglio ricordare come siano fermi nelle casse delle amministrazioni comunali miliardi e miliardi di stanziamenti previsti per l'occupazione, in particolare per i lavori socialmente utili, per i cantieri lavoro, e sono fermi da anni perché non esiste la possibilità materiale, pratica e tecnica di dover mettere in atto iniziative di questo genere.
Con questo provvedimento stiamo ripercorrendo questa strada, la conseguenza sarà di tenere ancora risorse finanziarie bloccate nelle casse dei comuni, non più della Regione, quindi fatalmente l'assessore Scano potrà dire di aver accelerato la spesa pubblica della Regione semplicemente perché da una cassa, quella regionale, i soldi saranno trasferiti in un'altra cassa, quella delle amministrazioni comunali senza aver esplicato materialmente ed effettivamente gli sviluppi, quello che avrebbero dovuto aver incidenza nella realtà sociale in un voler continuare a nascondere la testa sotto la sabbia come gli struzzi, ad affrontare i problemi non per quello che devono essere realmente, non per la vera volontà di incidere sulla realtà produttiva sarda, ma un voler continuare, invece, a dover mascherare l'incapacità di dare linee e indicazioni precise allo sviluppo in questo modo soltanto con dati di bilancio che non trovano conforto nella realtà produttiva isolana.
Riteniamo che un diverso approccio doveva essere dato al problema dell'occupazione, dovevano essere create condizioni perché l'ente Regione creasse realmente situazioni di impulso allo sviluppo; si sono creati invece meccanismi di imbrigliamento delle imprese, si sono pubblicizzati i tanto fantomatici PIA, patti territoriali che altro non sono se non un far confluire i progetti e le iniziative nell'ambito del potere pubblico locale, anche iniziative che avrebbero invece la possibilità di andare a svilupparsi per conto proprio indipendentemente da questi progetti, si vuole continuare a condurre l'iniziativa privata al di sotto del controllo del pubblico e dell'apparato regionale.
Questo non può continuare a darci possibilità di sviluppo. Purtroppo sono interventi che caratterizzano l'opera dei Governi che oggi sono in carica e che non daranno posti di lavoro reali ma soltanto promesse di carattere elettorale.
PRESIDENTE. Ringrazio il consigliere Bertolotti della disponibilità.
E` iscritto a parlare il consigliere Marco Tunis. Ne ha facoltà.
TUNIS MARCO (F.I.). Signor Presidente, colleghi consiglieri, signori rappresentanti della Giunta, finalmente, dopo tanto tempo ci accingiamo a dover discutere di questo importante provvedimento riguardante interventi finalizzati all'occupazione e allo sviluppo del sistema produttivo regionale.
E` un argomento che è stato ampiamente "strombazzato" da questa maggioranza come palliativo, come lenimento di tutti i mali della Sardegna.
Finalmente la maggioranza, dopo quattro anni e mezzo di letargo, si è accorta che poteva portarci un argomento in modo che negli ultimi sei mesi della legislatura, e precisamente nel momento in cui ci si avvia alla campagna elettorale, si possa ottenebrare le menti della gente, confonderle e poter dire loro che questa maggioranza ha fatto qualche cosa, addirittura si è impegnata moltissimo per dover sviluppare l'occupazione.
Sappiamo invece che per quattro anni e mezzo questa maggioranza nulla ha fatto per risolvere i problemi della nostra società, né quelli artigianali, né quelli dell'agricoltura, né quelli del commercio, né quelli dell'industria e via dicendo; si è limitata a bisticciare, a dividersi, a presentarci Palomba una, due, tre, quattro, cinque, sei volte, addirittura non si può più chiamare "Palomba sei" ma "Palomba semper", cioè ormai era una cosa che doveva essere portata per l'eternità. Tanto ha fatto il partito che lo rappresenta che ce lo ha portato dall'inizio fino alla fine della legislatura.
Ci auguriamo che i risultati che si prefigge con questo Piano del lavoro siano direttamente proporzionali alla inattività di questa maggioranza, e quindi zero in condotta.
Il problema che si vuole porre alla gente è quello di poter dire grazie a un partito che era mimetizzato nell'ombra, stava sempre dietro i cespugli (cespuglietti); alla fine è riuscito a comparire, parlo del Partito della Rifondazione Comunista che dall'inizio della legislatura aspirava espressamente ad essere rappresentato in maggioranza, alla fine vi è riuscito, però occorreva trovare uno strumento tale che potesse giustificare in maniera eclatante questa partecipazione; occorreva uno squillo di trombe e quindi un bel piano di lavoro in modo da poter raccogliere poi i consensi in campagna elettorale.
Orbene, questo Piano del lavoro, che tutti noi volevamo, intendeva portare un contributo perché la disoccupazione dovesse cessare, invece il Piano del lavoro non è stato altro che una accozzaglia di esigenze dei vari assessori messe insieme senza un'anima, cioè sicuramente il presidente Palomba ha mandato una circolare agli assessori e ha detto loro: "Cari assessori, fatemi sapere in tre giorni quali sono le vostre esigenze, ditemi a che cosa aspirate, ditemi di quanti soldi avete bisogno, così io metterò tutto nel Piano del lavoro" e così sono venute le esigenze. L'Assessore al personale gli ha detto "Per risolvere i problemi del personale ho bisogno di una cinquantina di miliardi, per quanto riguarda l'agricoltura dammi pure un trecento miliardi e così pure gli altri settori." Alla fine ci si è accorti che i conti non tornavano, ed è venuto fuori così come si fa per il bilancio, cioè dover far quadrare i conti: "No, a te devo ridurre le cose perché sono troppi" e così via. Cioè, il Piano del lavoro che è stato presentato non ha una filosofia, non ha un'anima che lega i vari provvedimenti, sono tutti tesi a parole per lo sviluppo dell'occupazione, ma alla fine nulla possono contribuire perché sono un po' di tutto e di più; sono come la RAI TV che ha tre canali e fanno addirittura "di tutto di più". Così è questo Piano del lavoro, dove c'è un po' di trasporti, dove c'è un po' di agricoltura, dove c'è un po' di artigianato, ma quello che più si è fatto è stato quello che si è portato via dal Piano del lavoro, quello per dover accelerare (e mi spiego meglio) il progetto di legge numero 387, per esempio, che riguardava gli incentivi per le imprese.
Noi interpretiamo che il Piano del lavoro, e quindi incentivazione per l'occupazione, fosse quello di dare le occasioni per creare questi strumenti e queste possibilità. A noi non interessava creare una montagna perché poi potesse venire a partorire un topolino, noi avevamo la necessità di arrivare mirati a dei provvedimenti perché le imprese producessero ricchezza, conseguentemente sviluppo e conseguentemente ancora lavoro.
Quindi, all'interno della Commissione lavoro, a cui mi onoro di partecipare, abbiamo elaborato il progetto di legge numero 387; quello sì che è mirato esclusivamente a creare le condizioni di lavoro! Poi, ad un certo punto abbiamo estrapolato i famosi centotrenta miliardi portati via dalla montagna per dover finanziare un'altra legge, che è la legge dell'industria. Intendevamo colpire direttamente al cuore in modo da poter favorire questi posti di lavoro.
Adesso questo Piano, in effetti, non ha nessun'altra finalità se non quella di soddisfare le varie esigenze degli assessori, e alcune di queste esigenze possono essere anche giuste. La verità è che è stato svilito perché parte dei provvedimenti sono contenuti in altri, come quello della 387, come quello che abbiamo fatto a favore delle società e delle industrie (parlo del rifinanziamento della legge numero 15).
Conseguentemente, poiché manca una filosofia, riteniamo che molto si è fatto a parole, cioè dover portare il massimo delle chiacchiere in televisione, sui giornali, poco si è fatto per dover incidere nella società, e quindi, conseguentemente, creare quello che noi volevamo.
Per concludere questo intervento, riteniamo questo provvedimento velleitario, non armonico, disarticolato, farraginoso, non legato da una visuale di insieme e non mirato a risolvere quelle che sono le intenzioni che noi condividevamo.
Siamo dell'avviso che il lavoro deve essere creato, deve essere individuato, deve essere risolto, ma non come è stato presentato!
Riteniamo che alcuni provvedimenti contenuti all'interno di questa proposta di legge possano essere condivisi, ma per la stragrande maggioranza dei casi debbano essere criticati, e pertanto non ritengo di potermi allineare alla presentazione di un provvedimento criticabile.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Montis. Ne ha facoltà.
MONTIS (Gruppo Misto). Signor Presidente, colleghi del Consiglio, su questo problema si è discusso per molti mesi; si è discusso in quest'Aula con riferimenti specifici, si è discusso fuori di quest'aula, si è discusso tra la maggioranza, si è discusso tra tutte le componenti del Consiglio regionale con iniziative varie, si è discusso fra i partiti politici.
Cercherò di evitare ripetizioni che sono sempre non molto felici, tuttavia alcune cose credo debbano essere dette, perché in questo preciso momento inizia la discussione sul disegno di legge numero 447, chiamato impropriamente "Piano straordinario per il lavoro", denominato invece dalla Giunta regionale "Interventi finalizzati all'occupazione", non sono state ancora scritte, forse, non sapremo mai quanti conflitti e quanti scontri furibondi si sono verificati nella Giunta regionale e nella maggioranza.
All'esterno sono giunti soltanto echi attutiti di questo fenomeno fra quelle parti politiche, fra questo confronto fra le parti politiche.
Questa vicenda comincia con una nostra mozione dell'ottobre del 1995 che proponeva mille miliardi per interventi straordinari per l'occupazione, assicurando con questa somma, almeno nell'intenzione dei proponenti, l'attivazione di posti di lavoro in grado di arginare la continua e devastante crisi che si ampliava ad ogni rilevamento statistico.
La rivendicazione così quantificata diventava presto oggetto di manifestazioni dei disoccupati, via via anche scelta di gran parte delle forze politiche ed istituzionali di questa Assemblea in considerazione dell'accrescersi del fenomeno, diventato ormai ingovernabile ed ingovernato dalla Giunta e dalla maggioranza che lo sorregge.
La conflittualità al suo interno penalizza ogni iniziativa per l'insorgere di esasperanti prevaricazioni e litigi sulle scelte da privilegiare.
Si giunge così, sempre con la disoccupazione in crescita, senza successi apprezzabili e senza programmi definiti, alla primavera del '98, con la strabiliante notizia che la Giunta e la maggioranza ha predisposto un disegno di legge per un piano straordinario per il lavoro e lo sviluppo, presentato con l'intento di promuovere posti (udite udite!) di lavoro per ventisettemila unità, poi per ventottomila (vi dispenso di leggere gli articoli che diligentemente ho ritagliato e conservato) ventottomila unità, ridimensionati successivamente a diciottomila ed infine ad un numero non più quantificabile.
Dichiarazioni di intervista accrescono l'inganno con una propaganda ottocentesca, interpretata a danno delle speranze suscitate fra lavoratori disoccupati e giovani generazioni.
A fine estate continuano le richieste ultimative al Consiglio, mentre le forze politiche della maggioranza si accusano reciprocamente della mancata approvazione del piano, intimando alla Commissione competente di approvare il disegno di legge entro pochi giorni.
Al Consiglio vengono riservate espressioni pittoresche, come quelle demenziali, perché oso discutere anche di problemi politici individuati da taluno come eversivi.
Il Consiglio, privato dal discutere per oltre sei mesi di confronti e di programmi collegiali, è additato all'opinione pubblica come irresponsabile per aver negato l'approvazione del provvedimento, e peggio ancora, per avere impedito il miracolo messo in essere dal disegno di legge 447.
In effetti l'inganno della propaganda strumentale ha sempre vita breve; la delusione provocata da una realtà incontrovertibile, quella della disoccupazione imperante che si attenua, come sempre, per il lavoro stagionale estivo nel turismo e nell'agroindustria ma accresce l'inquietudine delle popolazioni per la mancanza di soluzioni stabili.
La maggioranza non manifesta neanche l'umana solidarietà alle moltitudini e alle delegazioni di lavoratori che stazionano quotidianamente sotto i portici di questo palazzo.
Quasi nessuna forza politica della maggioranza osa dire che non ci sono in vista soluzioni miracolistiche ma che occorre intanto salvaguardare il lavoro esistente ed assumere quelle iniziative atte ad invertire, nel più breve tempo possibile, la tendenza alla crescita della disoccupazione.
Di questa situazione pregressa ed ancora in atto noi comunisti italiani non portiamo alcuna responsabilità.
La nostra è stata un'azione di grande onestà intellettuale e politica nel denunciare l'inganno, e tuttavia abbiamo collaborato in qualche momento per costruire in modo positivo, senza rumorose esternazioni, ad affrontare i problemi efficaci del lavoro e dello sviluppo.
Esaminiamo questo programma, valutiamolo per quello che è. E` un programma per il lavoro, è un programma cioè che avrebbe dovuto in questo caso fare alcune scelte precise su quattro o cinque settori di intervento, privilegiando il lavoro, crescendo in modo progressivo le condizioni perché fossero attivati migliaia e migliaia di posti di lavoro in tempi rapidi, anche con un processo a sostegno dei lavoratori che non hanno più nulla e nulla rischiano di ottenere? Questo era uno dei problemi da affrontare. Noi ci troviamo inizialmente di fronte ad una proposta di 832 miliardi, già il Consiglio regionale ne stralcia 130 con un suo emendamento nel mese di ottobre, che destina prevalentemente alla legge numero 15, ad interventi sulla piccola e media industria. Notate che questa legge non avrà nessuna possibilità di utilizzare questi fondi nel corso nel 1998, anche se fosse il mese di maggio, anche se fosse il mese di giugno, perché già questa legge dispone di 18.857.000.000 non spesi, se si aggiungono a questi 130 miliardi di quell'emendamento troviamo una somma mastodontica a favore di un'imprenditoria che non c'è, che non c'è in questo momento e che rischia, come ha detto recentemente il sottosegretario al tesoro ad Iglesias, di privilegiare attività, almeno per una parte attività imprenditoriali che cessano questa attività quando finiscono i contributi della Regione.
Quindi, non è un piano per il lavoro, un piano che disperde, un intervento che disperde in 35 - 36 voci; è un piccolo bilancio, è una destinazione di somme in una serie di rivoli che non hanno quegli effetti per la quale è stato previsto, per la quale è stata propagandato, per la quale è stata indicata la possibilità di avere queste migliaia di posti di lavoro. Si caricano di significati di sviluppo che non potrà avere con le somme esigue.
Gli 834 miliardi sono già decurtati di 130, rimangono poi 232 che devono essere inclusi da una rata di mutuo ordinario che deve essere deciso da questo Consiglio. Nelle somme residue ci sono i 114 miliardi che sono stati spostati dalla gassificazione del Carbosulcis e procrastinati nel tempo, destinandoli al suo utilizzo nell'anno 2000, ci sono 78 miliardi dei fondi di rotazione, in realtà rimangono rapidamente utilizzabili 400 e poco più miliardi che andranno in una dispersione di poste di bilancio che sono intorno alle 34 - 35. Ed allora bisogna che noi facciamo un esame che possa ricondurre agli effetti per la quale la stessa predisposizione di questo progetto di legge è originaria, cioè dare lavoro, dare lavoro subito. A cosa serve un piano straordinario? A cosa servono indirizzi come vengono prospettati in questa legge se non per dare lavoro? Soltanto per incentivare la produzione, l'arricchimento del Paese, l'arricchimento della nostra Isola? Certo, questo è l'obiettivo primario! E' l'obiettivo che potrà consentire in un arco di tempo, non immediato ma medio e a lungo termine, di avere un prodotto interno lordo in crescita e quindi una possibilità di occupazione. Ma noi abbiamo adesso decine di migliaia di lavoratori che non hanno prospettive immediate, se solo pensate che ci si sono 6 - 7 mila lavoratori così chiamati di lunga durata che hanno tra i 45 - 55 anni, che non avranno nessuna possibilità di avere un'occupazione, come nessuna possibilità di avere un'occupazione nell'immediato l'avranno i lavoratori della FAS che vengono licenziati da questa fabbrica che produceva ferro per l'edilizia e che rottamava, che fondeva la rottamazione di macchine e di altri utensili inservibili di tutta la Sardegna.
Quindi, abbiamo una situazione nella quale occorre rivedere, probabilmente, e concentrare, se ci fosse una volontà politica naturalmente, le risorse soltanto in alcune direzioni. Che cosa dire, per esempio, nel settore del agricoltura, del risanamento ambientale. Se questo non è un programma organico, un piano che malgrado tutti i positivi aggiustamenti operati della terza Commissione, credo che il Consiglio debba dare merito alla terza Commissione, quella che veniva chiamata agli inizi di agosto di non usufruire di vacanze ma di approvare in tempi rapidi, nel giro di qualche giorno, il disegno di legge presentato dalla Giunta. Ha apportato certamente delle modifiche positive in ordine al finanziamento ai comuni, agli enti locali, alle amministrazioni comunali e alle province; ha cassato alcune delle proposte che venivano fatte di investimenti assolutamente inutili e di sperpero di danari pubblici che non avrebbero raggiunto alcun significato positivo. Abbiamo bisogno, quindi, di assicurare rapidamente migliaia di posti di lavoro, in questo caso sì, perché disprezzare i lavori socialmente utili o di pubblica utilità? Non credo che possa essere giusto in una situazione come la nostra, forse nel Veneto, forse nel Nord Italia, forse nel Galles, forse in altre regioni dell'Europa e nel nostro Paese l'assistenza può anche essere disprezzata, ma l'assistenza in Sardegna e nel Mezzogiorno non può esserlo, perché vi sono condizioni nelle quali anche l'assistenza è uno degli elementi di sopravvivenza del singolo e dei propri nuclei familiari. Quanti posti di lavoro è possibile attivare con questi provvedimenti, così come sono stati aggiustati dalla terza Commissione? Migliaia? Vediamo qualche esempio: abbiamo sentito parlare più volte del Galles. Il Galles sì che ha risolto i problemi, però nessuno si preoccupa di trovare i riferimenti anche del Galles. In una recente intervista che porta una data anche molto ravvicinata, il ministro che è venuto in Italia in una intervista rilasciata al "Il Sole 24 ore" dichiara: "Noi abbiamo avuto tra l'83 e l'86 30 mila miliardi di investimenti stranieri; abbiamo ridotto la disoccupazione dal 14 per cento al 7 per cento. La vera arma vincente è la totale assenza di burocrazia. Se l'impresa italiana vuole investire da noi, in settimana sono in grado di farvi sapere tutte le condizioni delle infrastrutture, il costo del lavoro, e così via. E dopo una semplice richiesta scritta, rivolta solo a noi, il progetto può partire entro sei - otto settimane". Ed aggiunge: "Sono capaci i sindaci - i nostri sindaci - di attivare e di dare risposte quali aree, luce, acqua e tutte le altre infrastrutture occorrenti?" Ecco, siamo noi in grado, anche disponendo di risorse finanziare imponenti, nell'ordine di decine di migliaia di miliardi, di avere condizioni tali per poter avere un'occupazione rapida e un incremento della produzione e dell'arricchimento della nostra Isola nella direzione che è stata indicata dal Ministro del Galles? E poi c'è ancora Manfredonia, e qui siamo in Italia, nel Mezzogiorno, credo che il riferimento sia più facile e persino confrontabile. A Manfredonia sono stati investiti 800 miliardi, già operanti: ventisette aziende, 800 miliardi di investimenti, 1800 occupati diretti e probabili 1000 di attività indotta. 800 miliardi investiti già operanti per una previsione di 2500-2800 posti di lavoro! Perché propagandare 20-30 mila posti di lavoro in una situazione come la nostra quando non sono certe neanche le risorse finanziarie disposte da questo piano? E poi, vi sono alcune altre considerazioni: ci sono le entusiastiche dichiarazioni sulla riammissione della Sardegna nell'obiettivo 1. A dire la verità c'è qualcuno che si dissocia, come l'Assessore della Programmazione, che è stato molto più prudente, gli altri sono entusiasti. Tra il 2000 e il 2006 la Sardegna potrà disporre non so di quante migliaia di miliardi, ed è un bene che sia così. Credo che dobbiamo salutare con interesse e felicitarci con chi ha operato in questa direzione per ottenere questo risultato. Però chi valuta l'altra faccia della medaglia? Malgrado gli investimenti che sono stati operati nel corso di questi anni, malgrado gli interventi finanziari dello Stato e dell'Unione Europea, la Sardegna rimane una delle Regioni più povere del bacino del Mediterraneo. Una Regione periferica dell'Unione Europea, del bacino del Mediterraneo con problemi gravissimi, assimilabili a quella parte più povera. Questo è il risvolto, queste sono le condizioni.
E allora, bisognerà agganciarci alle risorse nazionali disponibili nello stesso bilancio: 36 mila miliardi, 12 mila per grandi opere di infrastrutturazione per l'anno prossimo, quindi una possibilità reale di partecipare alla ripartizione di questi fondi, a beneficiare delle opere di infrastrutturazione, della possibilità conseguente quindi di produrre posti di lavoro e di aumentarne gli stessi con la realizzazione di queste opere. Altre possibilità sono previdenze da far valere sulla nostra insularità: finché non riusciremo a far comprendere all'Unione Europea che l'insularità della Sardegna è un pregiudizio gravissimo al suo sviluppo, alla sua possibilità di confronto con le produzioni delle altre Regioni italiane ed europee, finché non faremo questo, la nostra Regione non riuscirà ad andare avanti in modo sensibile verso quello sviluppo e quel progresso economico e sociale che auspichiamo continuamente e che difficilmente realizzeremo.
Ho finito, signor Presidente, volevo riferirmi ad una questione che riguarda noi, che riguarda la maggioranza, la Giunta e il Presidente della Giunta regionale. Non siamo tra quelli che tenteranno di presentare soluzioni impossibili alle decine di migliaia di lavoratori che affrontano difficoltà economiche e sociali fra le più gravi di questo dopoguerra. Soffrono per la mancanza di prospettive prevedibili a medio termine e, delusi, ripongono le loro speranze affidandosi agli imbonitori di turno. Apparteniamo a quella categoria di politici che non vilipende le istituzioni e non insulta i suoi componenti. Abbiamo affrontato una divisione del partito che costruimmo con tanta fiducia nel 1991 e negli anni seguenti. Siamo stati e saremo disponibili per assicurare un governo all'Italia perché venga impedito il trauma di elezioni anticipate dopo due anni di legislatura e di governi di centrosinistra. Con questo gesto responsabile è stato allontanato un aspro conflitto di proporzioni imprevedibili. Abbiamo fatto scelte non pensando agli interessi di partito, ma al bene del Paese. Siamo stati, come nel 1944, al fianco di chi voleva un'Italia risorta, civile e democratica, assumendoci persino la responsabilità del Ministero della guerra con il governo Bonomi; responsabili fino ad accettare, pur protestando e denunciando la rottura del fronte antifascista, la nostra esclusione dal governo nel 1947, un atto che poteva portare alla guerra civile come in Grecia e che solo per la nostra saggezza e lungimiranza fu evitato all'Italia. Siamo stati responsabili fino al punto di appoggiare il governo Andreotti, nel 1978, senza parteciparvi, per affrontare una crisi economica devastante come la svalutazione che viaggiava in quegli anni intorno al 25-30 per cento; nel vivo dell'attacco terroristico e con l'assassinio dell'onorevole Moro che fece vacillare il sistema democratico e le libertà del Paese, rappresentammo, in quel difficile momento, un solido baluardo. Di questa scelta ci fu reso merito anche se con grande ritardo, tuttavia è molto importante per ristabilire la verità storica negata in precedenza. In Sardegna negli ultimi tempi le istituzioni regionali e i suoi componenti sono stati insultati e vilipesi senza che la sinistra e le forze democratiche muovessero un dito per difendere questo Consiglio. Rivoluzionari da strapazzo si ergono a giudici dei nostri deliberati, senza essere interpreti in alcun modo della volontà del popolo sardo. Il partito che ci accingiamo a costruire nella nostra Isola e in Italia sostiene il Governo D'Alema, mentre in Sardegna le formazioni della maggioranza sono in netta contraddizione con le scelte nazionali. Da queste maggioranze ci attendiamo un atteggiamento diverso, non in termini di spartizione di posti che rifiutiamo, ma di attenzione alle nostre meditate proposte sempre avanzate con grande senso di responsabilità. Una seconda fase discriminatoria non l'accettiamo più dopo quello che avvenne nel 1994, non porgeremo l'altra guancia, chi scambia il nostro senso del dovere verso i nostri conterranei solo per rinunce e sottomissioni sbaglia. Su questa strada si sta commettendo un grosso errore perché, in questo modo, siamo nostro malgrado decisi a scegliere la strada dell'opposizione. Opposizione non protestataria e velleitaria, ma la denuncia delle responsabilità e delle inefficienze di questa maggioranza. Senza molti giri di parole considerate che potremmo essere utili a formulare proposte e trovare soluzione all'interesse del popolo sardo, conoscitori come siamo della storia, della tradizione e delle peculiarità nostre e della possibilità che ci viene offerta dall'essere parte della nazione italiana e dell'Europa. Sta a voi cambiare registro e stabilire con noi rapporti di pari dignità e responsabilità, altrimenti ognuno per la sua strada e buon viaggio.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Casu. Ne ha facoltà.
CASU (F.I.). Grazie onorevole Presidente del Consiglio. Ho già fatto un intervento sul "447", cioè la relazione di minoranza, ma considerato l'argomento di estrema importanza, visto e considerato che l'Aula dormicchia in qualche modo, ho ritenuto opportuno chiedere di intervenire per esprimere ancora qualche opinione. Rio credo che, di fronte ad un provvedimento riguardante l'occupazione, piano straordinario per l'occupazione e la produzione, io credo che il Consiglio dovrebbe essere molto più assiduo, più attento e più impegnato nella discussione perché è un problema non di carattere accademico, ma è un problema che riguarda la sorte di un esercito di disoccupati, un esercito molto molto numeroso. Ritengo che le statistiche che ormai ci parlano del 28 per cento di disoccupati in Sardegna non siano corrispondenti completamente alla verità. Ma supponiamo anche l'ipotesi che anziché 334 mila i disoccupati siano 150 mila, 180 mila, è pur sempre una cifra assolutamente rilevante, è una cifra che credo dovrebbe mettere un po' di preoccupazione al Consiglio regionale. Questa è l'Assembla più importante nell'Isola per quanto riguarda la possibilità di stimolare la produzione e il lavoro. Be' pare che non ci riguardi, come se si trattasse di un provvedimento che noi esaminiamo così per obbligo e non perché riguardi una parte notevole dei cittadini della Sardegna, e questo, in qualche modo, onorevole Presidente, mi ha spinto a riprendere anche oggi la parola. Riprendo anche oggi la parola perché sento spesso in questo Consiglio, e non solo in questo Consiglio, creare posti di lavoro, come se si potessero creare posti di lavoro sborsando 100 miliardi. Non si affronta il problema alle origini, non si affronta il problema nella causa. Perché abbiamo scarsa occupazione? Perché l'attività produttiva che si svolge in Sardegna è un'attività ristretta; è un'attività svolta da imprese che non sono in grado di competere sul mercato. Ed allora mi viene da pensare, mi rivolgo in modo particolare adesso alla Giunta, la Giunta, di fronte a questo esercito di disoccupati, che sotto il profilo sociale potrebbe anche diventare uno strumento pericoloso, badate, credete che tollereranno all'infinito questa nostra incapacità di intervenire? Io non ne sono proprio sicuro. Allora, mi chiedo, la Giunta si è fatta un disegno per gli interventi che intende operare per rimuovere le cause della disoccupazione? Se dovessi esprimere il giudizio sul disegno di legge numero 447 dovrei rispondere di no. Non esiste un disegno organico della Giunta con il quale si affronti il problema della disoccupazione, perché affrontare il problema della disoccupazione significa affrontare il problema della produzione, dello sviluppo economico e questo non esiste nel disegno "447". Anziché cercare di individuare l'oggetto dell'attività economica che in Sardegna si può svolgere proficuamente - e ce ne sono di attività economiche che si possono svolgere proficuamente, non è che manchino, le risorse ci sono - no, si cercano i soggetti. Dalla lettura del "447" io rilevo che l'occupazione la dovrebbero creare le società miste nei comuni, quindi capitale del Comune per modo di dire, cioè capitale regionale passato ai Comuni, con capitale privato. Ma quali sono gli oggetti dell'intervento? In questo disegno di legge noi rileviamo i soggetti che devono operare, ma in quale campo devono operare? Cosa devono produrre? Se noi vogliamo creare occupazione duratura dobbiamo produrre, credo che non ci sia ombra di dubbio su questo. Se noi non produciamo, se non incrementiamo il prodotto interno lordo, occupazione duratura non ne creiamo, ritengo che non ci sia più nessuno che possa contestare questa affermazione. Per creare occupazione duratura è necessario creare produzione, è necessario incrementare il prodotto interno lordo, e Dio solo sa quanto abbiamo bisogno di far crescere il prodotto interno lordo. No, non esiste questo nel disegno di legge che ci viene presentato per affrontare il problema dell'occupazione. Qualcuno ha detto poc'anzi, l'onorevole Montis, non lo vedo più, la guerra furibonda all'interno della Giunta - sono parole sue non mie - io non sono informato su quello che succede all'interno della Giunta tra le varie componenti politiche della Giunta, né mi interessa, a me interessa esaminare quello che arriva in Consiglio per vedere se ciò che arriva, va nella direzione giusta per quanto riguarda gli interessi del popolo sardo.
Credo che quest'Aula debba incominciare ad avere l'iniziativa di affrontare il problema del lavoro in altri termini, debba incominciare a rompere il tabù esistente relativamente alla flessibilità salariale della remunerazione in Sardegna e nel Meridione. Leggevo da poco (non sono parole mie signor Presidente), Padoa Schioppa che è un degno rappresentante italiano nella Comunità Europea che dice: "Ma è possibile che noi non riusciamo a comprendere queste cose? Esiste un artigiano che da solo non ce la fa a mandare avanti la sua officina; esiste un imprenditore commerciale che ha bisogno di un aiuto, però l'uno e l'altro non lo possono prendere. Perché non lo possono prendere, perché il costo l'azienda non lo potrebbe sopportare. Ma il costo qual è? E` il costo determinato in sede nazionale con l'ammontare dei salari minimi. Ma perché, considerata l'entità della disoccupazione che abbiamo in Sardegna, che abbiamo in Italia, che abbiamo in Europa - attenzione è un problema non isolato, non isolano, ma è un problema che riguarda tutto il continente europeo - non ripristiniamo in qualche modo la libertà di contrattazione? Perché non consentiamo che l'artigiano chiami a lavorare l'operaio e stabiliscano di comune accordo il compenso?" Non tiratemi le pietre perché so già che di fronte all'ingiustizia che si verrebbe a creare, ritengo che molti lo pensino sostenendo: "Come, in Sardegna un operaio entra a lavorare e prende un milione, in Lombardia un operaio entra a lavorare e prende 1500.000". Io ritengo che in Sardegna un operaio disoccupato, disoccupato per un anno, due anni, tre anni, cinque anni, se lo chiamassero a lavorare e gli dicessero: "Non ti possiamo dare il salario pieno di lire 1.500.000, tu incominci con un salario di un milione perché con il salario di un milione la mia impresa può sopportare il costo, con il salario di 1.500.000 la mia impresa non può sopportare il costo ed allora non ti assumo". Sono dei problemi, questo della flessibilità salariale, tabù, li dovremo affrontare perché diversamente una terapia per la disoccupazione non la troviamo, non la trovate. Sono delle pezze che possono prorogare i lavori socialmente utili. Prorogarli, ma non farli diventare lavori duraturi; diventeranno lavori duraturi solo se il lavoro sarà produttivo di ricchezza, sarà produttivo di beni, sarà produttivo di reddito. Solo in questo caso trasformeremo i lavori socialmente utili in lavori duraturi.
Cosa dovrebbe fare la Regione? Signor Presidente, lei ricorda che recentemente c'è stata in Consiglio la visita della Commissione lavoro della Camera. Lei introdusse la conversazione. Nell'introduzione della conversazione, se non ricordo male, lei mise in rilievo tre punti. Quali erano questi punti? Il problema di carattere culturale - di cui noi non parliamo quasi mai, culturale nel senso più ampio del termine -, il problema delle infrastrutture, il problema degli investimenti. Questi furono i tre punti essenziali sui quali si sviluppò la conversazione quel pomeriggio.
Ma questi punti, signor Presidente del Consiglio, li affrontiamo noi col disegno di legge numero 447? Io direi di non, se non marginalmente.
Scusate un po', quando mi si dice che la rete (scusate, forse io questo esempio l'ho portato qualche altra volta in Consiglio) ferroviaria sarda risale all'anno di grazia 1894, ma come possiamo pensare di entrare in Europa con la rete ferroviaria di oltre un secolo fa? Qualcosa si è fatta nel settore dei trasporti marittimi. Tante volte ho viaggiato e ho visto sulle navi gente buttata, coricata in coperta! Noi dobbiamo avere servizi più efficienti che colleghino la Sardegna con il resto d'Italia. Ma neanche i collegamenti aerei sono all'altezza dell'anno 2000! Ci stiamo avvicinando all'anno 2000. Cosa abbiamo fatto nel campo delle infrastrutture con questo disegno di legge dove vengono erogati (stavo facendo i calcoli), se noi consideriamo tutto l'arco di tempo al quale si riferisce il disegno di legge, tremila - quattromila miliardi! Ma solo nell'anno 1999, signor Presidente del Consiglio, noi potremo spendere, al di fuori del normale bilancio della Regione, all'incirca millesettecento miliardi, al di fuori del bilancio ordinario. Si può affrontare il problema delle infrastrutture, si può incominciare ad affrontare, ma non lo affrontiamo mai! Noi viviamo alla giornata! Ma come entrerete, come entreremo in Europa il 1° gennaio 1999? Come saremo in grado di battere la concorrenza con le imprese francesi, olandesi, tedesche e quante altre? Saremo in grado di farlo? Certamente no!
Ed allora perché non affrontiamo questi problemi di fondo sul serio, altro che costituire le società con capitale misto, comuni e privati. Cosa faranno i comuni e i privati? Quale attività eserciteranno? Eppure ci sono le attività.
Vi ricordo che certamente il settore turistico è un settore degno di rilievo; la stessa agricoltura è un settore degno di rilievo, l'industria agro-alimentare è un settore di rilievo. Ecco perché non incoraggiamo i settori che hanno la capacità, che sono suscettibili di creare ricchezze e quindi di creare produzione, di creare occupazione! Continuiamo a tamponare le falle e a tamponare solo le falle!
Un'altra cosa mi sia consentito di dire, signor Presidente. Questo discorso lo farò oggi e lo farò a proposito della legge finanziaria. Tutti noi ne siamo responsabili. L'indebitamento della Regione raggiungerà i cinque - seimila miliardi alla fine del 1998.
Noi possiamo continuare ad indebitare la Regione? Tra non molto i debiti della Regione saranno pari a tutte le entrate di un anno.
Allora, altro elemento che noi dobbiamo prendere in seria considerazione, è quello veramente non solo come intenti - mi rivolgo all'Assessore del bilancio e della programmazione economica -, quello di riclassificare la spesa, di selezionare la spesa.
Siamo giunti al momento in cui noi questo discorso lo dobbiamo affrontare pena il fallimento della Regione autonoma Sardegna se non lo affrontiamo. Ma vi rendete conto che indebitare ulteriormente l'ente significa caricare il costo sulle future generazioni, o non lo abbiamo mai esaminato a fondo questo discorso?
I debiti chi li pagherà? Gli oneri del servizio finanziario chi li dovrà sopportare? La futura Giunta regionale, dopo le elezioni cosa potrà governare nella Regione Autonoma Sardegna? A mala pena le spese obbligatorie, perché tutto l'altro è stato utilizzato. Possiamo noi bloccare l'attività delle future giunte, utilizzando tutte le risorse attraverso il 447 ed attraverso la legge finanziaria che stiamo per portare in Aula alla discussione? Io dico che ciascuno di noi ha il dovere di fare una seria riflessione ed affrontare il problema, anche se si tratta di un problema difficile, quello della occupazione, non slegato, non disgiunto dal problema della produzione e dello sviluppo economico.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Busonera. Ne ha facoltà.
BUSONERA (Progr. Fed.). Colleghi, dico subito che io mi esprimerò a favore di questo disegno di legge, e non in quanto consigliere di maggioranza, né perché esso sia il miglior documento possibile, perché anzi vi sono sicuramente, in questo disegno di legge, dei punti criticabili e perfettibili, ma perché esso rappresenta, al di là della sua obiettiva valenza, il primo documento che coerentemente con l'impegno preso nella conferenza per il lavoro e lo sviluppo, del 21 aprile scorso, rappresenta il primo documento che intende varare un programma organico per il lavoro, cosa che finora ha fatto solo la nostra Regione; e perché c'è in questo sforzo, la consapevolezza che la situazione occupativa e socio-economica sarda non consente più attese, pena il rischio di mettere a repentaglio la stessa coesione sociale.
E` assolutamente condivisibile la politica entro cui si muove questo disegno legge, che tiene conto della posizione della Regione Sarda nel contesto europeo e nel quadro delle politiche nazionali per il Mezzogiorno e dell'intesa Stato - Regione. In questo ambito il programma si articola su tre direttrici: la prima finalizzata al consolidamento e allo sviluppo del sistema imprenditoriale, con riferimento particolare ai settori artigianale e industriale, con misure di sostegno non riconducibili a mero assistenzialismo, ma coerenti con vincoli comunitari; miglioramento ed ampliamento dei servizi e delle infrastrutture connesse agli insediamenti produttivi, riduzione degli oneri contributivi a carico delle imprese per nuove assunzioni, valorizzazione delle iniziative di giovani imprenditori in agricoltura.
La seconda direttrice riguarda le misure regionali integrative di quelle previste dalla legislazione nazionale, per trasformare le forme di lavoro sostenuto in lavoro di impresa, e quindi autonomo e continuativo.
La terza direttrice prevede progetti di sviluppo locale anche attraverso la contrazione di mutui da parte di comuni singoli associati, a cui concorrono risorse regionali finalizzate alla realizzazione delle necessarie dotazioni strutturali ed infrastrutturali, materiali e immateriali del territorio e dell'ambiente, funzionali alla promozione e al sostegno di iniziative economiche e locali.
Nell'ambito di tale direttrice si alloca il rifinanziamento del PIA e gli investimenti contro l'abbandono e la dispersione scolastica.
Io voglio sottolineare la volontà di questo piano di dare una risposta ai fenomeni di spopolamento delle aree interne ed ai fenomeni di disgregazione sociale delle aree urbane, chiamando ad un ruolo di protagonista le comunità e le istituzioni locali, e superando la vecchia logica dello sviluppo per poli, che ha contraddistinto in Sardegna la politica delle Partecipazioni statali, e che ha prodotto, soprattutto in alcune aree, gravi guasti sul piano sociale, occupazionale ed ambientale.
Voglio ancora sottolineare la valenza che questo piano intende dare allo sviluppo tecnologico e alle attività turistiche attraverso disposizioni finalizzate ad incrementare e potenziare alcuni ambiti strategici per lo sviluppo della regione, come la ricerca applicata, l'innovazione tecnologica, la valorizzazione dei centri storici, dei beni culturali e il turismo.
Non vi è dubbio che nella perfettibilità di questo disegno di legge vi è il tentativo vero, io dico, di dare una risposta articolata e concreta alle esigenze di sviluppo e di lavoro non solo nell'immediato, ma anche a medio e lungo termine. Ne è la riprova la notevole entità delle risorse che sono state impegnate, e che sicuramente comportano e comporteranno un sacrificio per le finanze regionali anche in termini di indebitamento.
Questo sforzo, nella sua dimensione pluriennale, sarà possibile e darà frutti solo se vi sarà contestualmente la volontà e la capacità di portare avanti un energico processo di razionalizzazione e di bonifica della spesa regionale, come ha sottolineato più volte l'Assessore alla programmazione. Le risorse da investire nello sviluppo e nel lavoro devono recuperarsi eliminando impegni di spesa inutili ed operando una selezione delle priorità. Il documento di programmazione economico-finanziario, approvato a luglio di quest'anno, ha sintetizzato già le priorità delle politiche di sviluppo della nostra Regione, coniugandole ad un nuovo modello di programmazione, ad un nuovo criterio della gestione delle risorse, alla riforma della spesa e all'entità dell'indebitamento, unitamente alla capacità di recuperare produttività ed efficienza.
Il piano del lavoro è quindi già dentro il documento di programmazione economico-finanziaria, che si tradurrà adesso in misure e scelte sulla finanziaria e bilancio del 1999.
Gli oneri che esso comporta sono alti ma sostenibili, a patto che ci sia il risanamento della spesa, oltreché una sua accelerazione ed ottimizzazione, e questo è sicuramente un obiettivo importante ed improcrastinabile.
Certamente questo progetto così ampio e così importante potrà funzionare se unitamente a queste scelte vi saranno risorse umane opportunamente formate per realizzarlo.
Diventa prioritario quindi per l'occupazione e lo sviluppo investire nelle risorse umane, nell' istruzione e nella formazione, colmando quella grande lacuna che nella nostra regione è rappresentata dai dati sulla scolarizzazione, che ci collocano agli ultimi posti in campo nazionale. Ma colmando anche quella distanza che esiste fra mondo dell'istruzione e della formazione professionale, e tra l'istruzione e la formazione e il sistema produttivo.
Tra i fattori dello sviluppo, quali il reperimento del capitale finanziario per gli investimenti, il processo tecnologico, io aggiungo le infrastrutture, c'è anche il capitale umano; e sulle risorse umane, come fattore di crescita e di sviluppo, l'Unione Europea sta investendo con fondi strutturali.
Complessivamente la Regione sarda investe, ed investirà in formazione professionale, fra trasferimenti comunitari, nazionali e risorse regionali, molti miliardi, con i quali si possono formare migliaia di soggetti.
L'entità delle risorse non è da sottovalutare; è urgente deciderne la loro utilizzazione al meglio, partendo da una profonda riforma della formazione professionale.
Il progresso scientifico e tecnologico, la nuova società dell'informazione, la modernizzazione degli scambi stanno producendo un cambiamento epocale che interessa sia l'istruzione, con le necessità di nuove forme di sapere, sia le imprese, perché impone nuove forme di lavoro che nella vita quotidiana stanno modificando le nostre abitudini.
Se non riusciamo a governare una trasformazione così rapida e profonda rischiamo di avere in Sardegna, malgrado tutti i progetti, un livello ancora più drammatico di disoccupazione e di esclusione sociale.
In tale situazione l'istruzione e la formazione del capitale umano rivestono una delle priorità senza la quale parlare di sviluppo, progresso e futuro non ha senso.
In questa ottica io ritengo di dover muovere una critica a questo disegno di legge che, pur predisponendo investimenti contro l'abbandono e la dispersione scolastica, e pur prevedendo un impegno di spesa di venti miliardi all'anno per il 1999 e per il 2000, non pone con forza il problema di una istruzione e di una formazione fortemente innovati ed innovativi, ben sapendo che sempre più peserà nell'esclusione sociale la distinzione tra coloro che sanno e coloro che non sanno, tra coloro che sanno fare e coloro che non sanno fare.
Voglio sottolineare che questo è stato recepito molto bene oggi, soprattutto dalle donne, che hanno compreso l'importanza dell'investire in cultura e formazione, e che indubbiamente stanno mostrando, io vorrei dire uniche, le maggiori capacità di adattamento all'occupazione. Ciò non di meno è notorio che il basso tasso di occupazione in Sardegna riguarda soprattutto le donne che sono state le prime ad essere espulse dai processi produttivi, e che ancora oggi sono oggetto di discriminazione nell'accesso al lavoro e nella progressione di carriera.
Manca, in questo disegno di legge, un impegno forte della Regione a sostenere il lavoro femminile soprattutto nella creazione di impresa, e in quei settori lavorativi più tipicamente maschili, in cui alle donne sono opposti i maggiori ostacoli. Manca ogni riferimento, in questo disegno di legge, alla necessità di attivare una rete di informazione e assistenza tecnica per la creazione di impresa. Manca la proposizione e la definizione di una corsia preferenziale per l'accesso ai benefici previsti dalle leggi 15 e 21, per le domande presentate da società e cooperative che abbiano i requisiti di composizione femminili richiesti dalla 215 del 1992.
Manca l'impegno, nell'ambito della riforma del sistema della formazione professionale, a individuare specifiche modalità di consultazione della Commissione Regionale delle pari opportunità, per la predisposizione degli interventi formativi rivolti alle donne e per la verifica dei criteri di accesso a tutte le attività di formazione.
Ritengo che formazione e occupazione dei giovani e delle donne debbano essere al centro del patto per il lavoro. I tre quarti dei non occupati sono loro. Da loro si deve partire per rispondere alle esigenze di una nuova domanda, che è quella di formazione e di qualità più alta, che deve integrare saperi e competenze, professionalità e cultura.
L'occupazione non è solo un problema di flessibilità e di costo del lavoro. Oggi più che mai la maggiore importanza data al sapere nel processo produttivo può diventare una nuova opportunità o un'ulteriore fonte di esclusione sociale.
Governare oggi la Regione significa avere consapevolezza di questi mutamenti e conseguentemente assumersi la responsabilità di elaborare programmi di intervento che rompano con il passato.
Questo disegno di legge vuole essere l'avvio di un diverso modo, di una ineludibile necessità di chiudere con l'immobilismo, con l'inefficienza, con lo spreco, con l'assistenzialismo.
Le nuove regole, quelle europee e quelle nazionali, impongono di creare lavoro e sviluppo facendo i conti con le nostre risorse materiali e immateriali, sforzandoci di coniugare l'obiettivo del sociale con l'esigenza di costruire una economia moderna e competitiva, possibilmente nel rispetto e nella valorizzazione delle nostre risorse, oltreché delle nostre tradizioni e della nostra cultura.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Balletto. Ne ha facoltà.
BALLETTO (F.I.). Onorevoli colleghi, signori della Giunta, visto che il presidente Palomba, come spesso gli capita di fare in quest'aula, non è impegnato evidentemente nella soluzione dei grandissimi e gravissimi problemi della Regione Sardegna -è giusto che sia così, onorevole Cogodi - e quindi saprà, per riferito, di che cosa si è parlato e che cosa si è detto nel corso della discussione sul piano straordinario del lavoro.
Il piano straordinario per lo sviluppo e l'occupazione è un provvedimento sbandierato e propagandato come risolutore dei problemi che affliggono l'Isola, e che questa sciagurata legislatura, caratterizzata dall'arroganza e dall'incapacità dei partiti del centrosinistra ha ingigantito a dismisura. Purtroppo il piano, anche se notevolmente migliorato in Commissione - questo va detto -non coglie affatto nel segno. Rifondazione Comunista ne esce con le ossa rotte.
Il piano dei mille miliardi per tre anni, minacciando di uscire dalla maggioranza, imponendo scadenze perentorie per l'approvazione del piano, e nei termini proposti, ha accettato un piano che non è niente di più che una modestissima espressione di legge finanziaria. Ma pur non essendo il piano da mille miliardi per tre anni, Rifondazione Comunista non ha dato corso alle minacce di abbandonare la maggioranza, e ha dimostrato di essere della medesima pasta dei compagni attuali di coalizione, i quali l'unica cosa che hanno saputo fare bene è stata quella di sostenere per ben sei volte l'Esecutivo presieduto dall'onorevole Palomba.
E` un piano velleitario -come ha detto il mio collega Tunis -, pretestuoso e demagogico, ancora una volta infarcito di promesse che si materializzano in interventi di difficilissima, se non di impossibile attuazione; reclamizzati con tanta enfasi, sfruttando e abusando le aspettative delle centinaia di migliaia di disoccupati e delle imprese agonizzanti. E` una manovra -lasciatemelo dire - che si aggiunge alle tante finora poste in essere, ma che anziché migliorare la situazione, come detto, l'hanno solamente peggiorata.
Ho sottomano la raccolta degli strumenti legislativi, per chi lo volesse vedere e lo volesse leggere, posti in essere dall'Amministrazione regionale a sostegno dell'occupazione che, come vedete, è ben voluminoso, e si arricchirà ancora una volta di una legge inutile, qual è per l'appunto il disegno di legge in discussione.
Nel 1986, nella prima Conferenza sullo sviluppo e sul lavoro - allora era assessore l'onorevole Cogodi -, la disoccupazione in Sardegna era del 20,49 per cento, e si registravano allora 230 mila unità. La disoccupazione nel Paese era all'11,13 per cento.
Oggi in Sardegna -parlo e contrappongo dati omogenei - la disoccupazione è passata al 28 per cento, i disoccupati sono oltre 330 mila unità, e il differenziale, che nel 1986 era di appena otto punti, adesso, alla fine del 1986, è passato a oltre sedici punti, e questo nonostante tutti gli interventi, tutti i piani, la Conferenza del lavoro di allora, eccetera.
Questi sono dati, questa è la realtà. Il piano è fallimentare perché ancora una volta questa maggioranza ha anteposto agli interessi dei sardi quelli propri; ancora una volta ha dimostrato di avere a cuore solamente interessi legati alla propria sopravvivenza, resi ancora più attuali dalla imminente scadenza della legislatura, e dalla necessità di recuperare fasce di consenso con promesse da un'attività di governo disastrosa.
Voi della maggioranza, che avete a disposizione le strutture degli uffici e fior di consulenti profumatamente pagati (il capogruppo Pittalis, in una sua interpellanza in questi giorni, ha portato all'attenzione di quest'Aula e dell'intera Sardegna lo sconcio che si attua e che si consuma per ciò che riguarda il ricorso alle consulenze), che siete certamente persone non alle prime esperienze, ben sapete come e con quali regole e principi economici si deve governare. Ma non lo fate. Le scelte connesse alla buona amministrazione che eliminano privilegi e bottega non pagano nel tempo breve in termini di consenso. Da qui l'esigenza per degli irresponsabili, quali voi avete dimostrato di essere, e la necessità di continuare a curare solamente i vostri orticelli. Questa dissennata attività vi ha spesso visti in contrapposizione - è inutile negarlo - tra le diverse formazioni partitiche, ma non solo, in guerra tra fazioni all'interno delle stesse formazioni, all'interno degli stessi schieramenti. Vige anche tra di voi, e soprattutto tra di voi, la legge del taglione "mors tua vita mea", ma purtroppo chi ne ha fatto le spese, ancora una volta è stata la incolpevole società sarda. Il piano è fallimentare perché parte da presupposti sbagliati che ne inficiano in radice tutto il suo impianto. Infatti è errato credere che la crisi occupazionale in Sardegna sia un fatto straordinario, e che debba essere affrontato e risolto con interventi straordinari. E` contraddittorio perché individua strumenti per affrontare il problema che non sono brevi e di immediate ricadute, e ciò è in contrasto con la dichiarata finalità del piano, caratterizzato da esigenze di risposte immediate, o quanto meno tempestive. Presenta incompatibilità con il sistema dell'utilizzo pianificato e corretto delle risorse disponibili presenti e future, poiché attraverso gli interventi di spesa si raggiunge un livello di indebitamento non sopportabile, e che comprime ogni possibilità di intervento che possa essere in qualche modo significativo per i prossimi esercizi finanziari.
Vediamo di analizzare brevemente questi tre aspetti. Primo: il piano straordinario è velleitario, perché muove dalla pretesa che l'intervento regionale debba essere di natura straordinario, in quanto la disoccupazione è intesa come un problema di natura straordinaria. Essa non è infatti un problema esclusivamente sardo, ma bensì di carattere nazionale, europeo, ed oserei dire mondiale. Questa visione della straordinarietà del fenomeno in Sardegna è profondamente errata, in quanto il problema è essenzialmente un problema strutturale e di sviluppo che come tale va considerato e trattato. Inutile soggiungere che lo sviluppo economico è direttamente collegato, dipendendone, dalle imprese e dalle iniziative che le medesime riescono a promuovere se le condizioni di mercato lo consentono, ed è in questa direzione che il potere politico, pubblico, regionale dovrebbe operare; se le condizioni di mercato lo consentono, perché se il mercato non lo permette non vi sarà barba di imprenditore che verrà a rischiare i suoi soldi. Ed ecco da qui la necessità dell'impresa pubblica, perché i denari pubblici possono essere spesi male, possono essere sprecati, perlomeno così è sempre stato sinora, e perlomeno così si intende ancora fare.
Le leve fondamentali, ovverossia gli strumenti di politica economica, capaci di incidere in termini di espansione o di stasi dell'economia, non sono mezzi a disposizione della Regione Sardegna. Essi spettano al Governo centrale, ed addirittura oggi, nella prossima attuazione dell'Unione Europea, spettano all'autorità monetaria della Comunità stessa. Il riferimento alle politiche di bilancio, per quanto attiene alla spesa pubblica, alle politiche fiscali per quanto attiene il prelievo fiscale e la pressione tributaria che grava sulla produzione di ricchezza, e alle politiche monetarie per ciò che riguarda l'espansione o la contrazione degli investimenti è obbligatoria, e voi ben lo sapete, perché non posso ritenere che non abbiate le capacità per capire questo. Lo sapete benissimo, solo che vi muovete in altra direzione. La Regione Sardegna come per altro tutte le regioni d'Italia, non può quindi incidere sullo sviluppo attraverso l'utilizzo degli strumenti poc'anzi individuati, in quanto non sono di loro competenza.
Se queste valutazioni, colleghi, hanno fondamento e non si vede come qualcuno possa obiettarvi, la Regione Sardegna assume solo veste secondaria, ma non per questo meno importante nei processi che riguardano lo sviluppo economico-locale. Dicevo prima ed affermo ora, che la Regione può intervenire in questo processo con gli strumenti a sua disposizione, in due distinte direzioni: primo, con gli investimenti pubblici in infrastrutture; secondo, con l'efficienza e l'efficacia della sua burocrazia e della spesa. Tutto ciò che va in direzione contraria non può dare, colleghi, un valido contributo alla soluzione del problema che si vuole affrontare, con il piano straordinario del lavoro, si va invece nella direzione sbagliata, poiché la Regione continua a ritenere che essa e i Comuni (fatto veramente storico ed innovativo, abbiate la compiacenza di leggervi l'articolo 19) debbano essere i soggetti attivi e i principali interpreti di nuove iniziative imprenditoriali. Infatti, una corretta attività di amministrazione non può prescindere dal rispetto dei ruoli dei soggetti che vi partecipano. La Regione e i Comuni possono e devono incidere nel processo di sviluppo svolgendo il compito che gli è proprio, vale a dire (come ho detto poc'anzi) rendendo efficienti i loro apparati burocratici e stimolando con la spesa pubblica, gli investimenti in infrastrutture produttive, mentre alle imprese è affidato il compito di promuovere le nuove iniziative sul territorio, reso più idoneo agli insediamenti imprenditoriali aggiuntivi, per il miglioramento delle condizioni che le nuove infrastrutture, su impulso della Regione, hanno determinato.
Altro aspetto fortemente censurabile del piano sta nel fatto che si intende dare risposta definitiva a quella larga fascia di lavoro assistito, oltre 15.000 unità, rappresentato da lavori socialmente utili, lavori di pubblica utilità, progetti speciali per l'occupazione, trasformando rapporti lavori precari in lavori produttivi attraverso contratti a tempo indeterminato. Ma non è certamente la diversa qualifica del rapporto di lavoro che trasforma il lavoro improduttivo in lavoro produttivo, né tanto meno i posti di lavoro possono crearsi per legge, e ciò diventa ancora più difficile se non impossibile da ottenere se il datore di lavoro è un'impresa appositamente creata dai Comuni con l'istituto delle cosiddette "società miste".
Con questo sistema, con questa azzardata invenzione dell'Esecutivo regionale non si dà risposta, signori e onorevoli colleghi, alla nobile esigenza di assicurare il lavoro duraturo ai lavoratori precari, poiché ben sappiamo tutti noi che i Comuni potranno solamente riproporre posti di lavoro assistiti, né più e né meno come quelli che surrettiziamente il disegno di legge numero 447 vorrebbe eliminare. Sotto questo aspetto e conclusivamente si può affermare che nell'articolo 19 sono sbagliati i soggetti destinatari dell'intervento. Nessuno può negare che se davvero s'intendono favorire le condizioni dello sviluppo e dell'occupazione stabile, i destinatari del provvedimento, non possono che essere le imprese.
Secondo aspetto: come detto in precedenza, le proposte contenute nel disegno di legge, peccano di una grave contraddizione, con la premessa che costituisce la finalità del piano medesimo, cioè quella di dare risposte immediate alle esigenze di occupazione delle famiglie più disagiate sul piano sociale.
L'errore di fondo è sempre quello di partenza e cioè che il fenomeno della disoccupazione, così com'è visto dai nostri inconcludenti governanti, ha assunto dimensione tali da essere affrontato con strumenti straordinari capaci di dare - come si diceva prima - risposte immediate e adeguate.
Ma è proprio in questo convincimento che sta la contraddizione, poiché anziché utilizzare gli strumenti d'intervento regionali già collaudati, come quelli previsti dalle leggi d'incentivazione esistenti, si preferisce percorrere nuove strade attraverso la formazione di piani comunali ed intercomunali, i quali, a prescindere dalla loro dubbia efficacia (e qui ci sarebbe da parlare a lungo) richiederanno per la loro sola elaborazione, tempi lunghi e non brevi. Ditemi voi come si può dare risposte immediate! E come si può in un comma dell'articolo 19 andare a sostenere che se queste misure nel corso di un anno dovessero dare utili risultati, si darà corso per gli anni 1999 e 2000, alla contrazione di mutui per altrettante risorse quante ne sono state impegnate per il primo esercizio!
Signori, ma non facciamo ridere la gente! Ma non prendiamoci in giro neanche tra di noi! Se uno dei più grossi problemi di questa legislatura è proprio quello di non sapere qual è il lo stato della spesa! Se è proprio quello di non sapere qual è l'efficacia delle leggi di spesa! Se ancora giacciono nei fondi di rotazione centinaia e centinaia di miliardi, e sono stati assunti solo come fondo di riserva per dare corso a queste manifestazioni di spesa ancora inefficaci e inconcludenti!
L'unico rimedio che si profila alla sconcezza rappresentata dall'articolo 19 è la sua soppressione, e in tal senso si attiverà Forza Italia con la presentazione di apposito emendamento. La strada da percorrere in assenza di una seria e chiara volontà riformatrice in senso liberale - (lo dice anche D'Alema che è liberale, quindi, non vedo perché la cultura liberale non possa entrare realmente in quest'Aula) - è quella di sostenere le leggi d'incentivazione già esistenti, al fine di far fronte agli impegni già assunti nei confronti delle imprese che hanno avanzato domande di finanziamento con istruttorie già approvate, e con leggi che abbiano la caratteristica della generalità e dell'automaticità, nel senso che le imprese che esistono possono direttamente utilizzare i benefici che derivano dalle leggi, senza doversi inventare nulla!
Quindi, mi riferisco per esempio approvandone i contenuti, alla disposizione del disegno di legge 387 che la Commissione sesta ha fortemente voluto, appoggiando in questo caso il disegno di legge dell'Assessore al lavoro, che prevede gli sgravi contributivi direttamente alle imprese, solo perché esistono! In questo modo si deve operare!
Si deve operare con lo sgravio dell'abbattimento della pressione fiscale, perché potrebbe veramente rilanciare, mettendo e lasciando a disposizione delle imprese risorse, nuovamente agli investimenti.
Questo, come dicevo in precedenza, non è uno strumento della politica regionale perché è uno strumento della politica nazionale. Ma, per quale motivo, posto che il governo centrale è a voi omologo, se queste cose le capite, non vi fate portatori di questa fondamentale e prioritaria esigenza per il rilancio dello sviluppo? Invece no, così non è!
Diversa cosa sarebbe, rispetto all'impianto dell'articolo 19 e le finalità che esso si prefigge di ottenere, la previsione che i mutui da contrarsi da parte dei comuni, debbano essere destinati al finanziamento di opere pubbliche necessarie per la creazione d'infrastrutture finalizzate a promuovere lo sviluppo economico dei propri territori e con ciò stesso dare impulso a nuova occupazione stabile. Niente più che investimenti in infrastrutture veramente e realmente produttive.
Poiché siamo convinti che questa impostazione sia corretta e in linea con quanto tutte le forze politiche dell'arco costituzionale non perdono occasione di affermare, Forza Italia in questa direzione presenterà un apposito emendamento.
Terzo aspetto; la manovra fa acqua anche sotto un altro aspetto, quello dell'indebitamento.
Il collega Casu nella relazione di minoranza e nel suo caloroso e vibrato intervento di poc'anzi, ha rappresentato in maniera chiara e in tutta la sua drammaticità, il preoccupante stato dei conti della Regione sarda, i quali a mutui contratti per il finanziamento e la copertura delle prese previste dalle leggi di bilancio e dal piano straordinario del lavoro a fine 2000, tenendo pure conto del disavanzo finanziario previsto al 31 dicembre 1998, supererà i 7.600 miliardi.
Roba che se si trattasse d'impresa privata si dovrebbero portare i libri in Tribunale per dichiarare la bancarotta con fraudolenza, poiché si è fatto abusivo ricorso al credito, al credito della speranza e della fiducia mal riposte alla riprova dei fatti che l'elettorato vi ha riconosciuto dandovi il suo consenso nel 1994.
A concorrere a questo colossale indebitamento contribuisce pure il disegno di legge numero 447, che incide per il triennio per oltre 800 miliardi.
Non sono così lontani i tempi in cui la Giunta assumeva l'impegno secondo il quale, testuale: " Attraverso una manovra che prevede un risparmio sulle spese dei futuri esercizi, a valere sulle proprie entrate, viene eliminato il ricorso ai mutui relativi agli impegni e al disavanzo degli esercizi pregressi".
Tanto si legge a pagina due della nota di accompagnamento al bilancio pluriennale per gli esercizi 1998-2000 (quindi, un anno fa) e queste dichiarazioni le ha rese la Giunta presieduta dell'onorevole Palomba.
Quanto è lontano da questo punto di vista il disegno di legge 447! Certamente esso disattende questo nuovo orientamento della politica regionale di bilancio che, per dirla tutta, l'assessore Scano ha fortemente voluto, ma non vi è riuscito, perché le forze della conservazione gliel'hanno impedito! Questa è la verità. E sotto questo aspetto, tanto di cappello!
Si ritorna al passato, quindi, dal quale alla riprova dei fatti non ci si è mai discostati, facendo ancora più ricorso indiscriminato ed ingiustificato alla contrazione di mutui per incrementare le risorse disponibili.
L'indebitamento, colleghi della maggioranza, può essere ammesso solo quando le risorse così ottenute sono destinate a finanziare, con assoluta certezza, nuovi investimenti produttivi le cui ricadute in termini di produttività saranno senz'altro in grado di compensare gli oneri finanziari che l'indebitamento nuovo comporta.
Se così non sarà l'indebitamento si traduce nell'ennesimo spreco, e quindi origina impoverimento, anziché crescita del sistema economico.
Questo è ciò che si verificherà se rimarrà in piedi l'articolo 19, poiché i mutui saranno impiegati quasi esclusivamente per finanziare il lavoro assistito anziché quello produttivo.
Ma vi è pure un altro aspetto che deve essere considerato e preso in esame seriamente: è del tutto anomala infatti la circostanza che il disegno di legge 447 sia stato considerato come fatto a sé stante, del tutto avulso dagli altri disegni di legge in materia di sviluppo e di occupazione, tra cui rientra il disegno di legge 387 portante sgravi contributivi alle imprese e, soprattutto, dall'intera manovra economica prevista dalla legge finanziaria per il 1999. Questo perché ogni previsione di spesa e di assestamento di bilancio deve trovare armonizzazione e compatibilità di risorse all'interno del sistema delle norme fondamentali della finanza regionale, e cioè della legge finanziaria e del bilancio triennale.
Questi ultimi strumenti hanno proprio la funzione di rendere compatibili i vari interventi che comportano spese tra di loro, e valutare se l'indebitamento complessivo della Regione è compatibile con le risorse attuali e con quelle disponibili in futuro. Questo è l'aspetto fondamentale che, lor signori, invece trascurano. Bisogna capire come sarà amministrata questa regione nel domani, con quali risorse.
Il pericolo è che chi oggi governa, attraverso la contrazione di mutui ponga una seria ipoteca sulla libera disponibilità delle risorse prossime a venire, consumando nel presente, direi bruciando nel presente, quello che in termini reali sarà reso disponibile solo nel domani. Non aver tenuto presente tutto questo rappresenta un vero e proprio furto da parte di chi governa, poiché impegnerà cospicue risorse senza apprezzabili ricadute in materia di nuova occupazione stabile e duratura.
Questo misfatto si consumerà a danno delle generazioni a venire, in quanto si troveranno a fronteggiare gli impegni sconsideratamente assunti dai loro predecessori.
In conclusione: se si fossero volute affrontare con responsabilità e coscienza le complesse problematiche del lavoro, sarebbe stato necessario fare molti passi indietro. Si sarebbero dovute abbandonare con i fatti e non solo a parole, come è sempre avvenuto fino a oggi, le politiche di natura assistenziale, populiste e demagogiche, aventi solamente la caratteristica di propaganda elettorale tanto cara alla compagine del centrosinistra.
Sarebbe stato indispensabile un segnale forte di abbondano delle politiche che si imperniano sulla presenza invadente ed invasiva della pubblica amministrazione nel governo dell'economia, che la vedono ancora oggi sempre più impegnata nella veste di imprenditore.
Sarebbe stato indispensabile, con atto di coraggio e di responsabilità, ispirarsi una volta per tutte alle regole del libero mercato, moderato certamente e regolato dall'irrinunciabile esigenza di tutela e di rispetto dei ceti più deboli e bisognosi.
Per concludere: sarebbe stato tempo che questo inconcludente ed irresponsabile Esecutivo e la maggioranza che lo sostiene, avesse dato, anche se tardivamente, ad un'attività di buon governo avente al suo centro solamente gli interessi dei rappresentati, un serio e fattivo impulso.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Lippi. Ne ha facoltà.
LIPPI (F.I.). Signor Presidente, colleghi consiglieri: ci avviamo stancamente, direi (visto anche lo scarso interesse che oggi si registra all'interno di questa Assemblea regionale) alla fine di questa undicesima legislatura.
Come spesso accade in ogni legislatura che si voglia, in Consiglio regionale o in qualsiasi altra amministrazione, è facile che proprio in coda vengano presentate delle proposte di legge, dei documenti che tendono in una certa qual maniera a porre un rimedio rispetto a tutto quello che, in questo caso, questa maggioranza di centrosinistra non è riuscita, non dico ad attuare, ma, anche, a proporre alla società sarda e quindi alle aspettative di tutti quei cittadini che in una certa qual maniera, nel 1994, avevano creduto alla possibilità attraverso la quale un Governo di centrosinistra avrebbe potuto ridare speranza e vitalità alla nostra economia.
Un documento, quello in discussione oggi, così alla pari con il documento che seguirà alla discussione nei prossimi giorni, che propone degli interventi finalizzati all'occupazione e allo sviluppo del sistema produttivo regionale, così tanto richiesto e così tanto decantato nei mesi che hanno preceduto questa discussione dal centrosinistra, tanto che ci si sarebbe aspettati in maniera realistica un documento importante, un documento innovativo, un documento che fosse capace, non solo di ripercorrere tappe già percorse, e quindi limitarsi solo ed esclusivamente a rifinanziare o a sostenere misure già contenute nei bilanci regionali ed a sostenere leggi che già sono leggi attuative, che quindi sono già nella disponibilità del mondo dell'impresa ma, evidentemente, è mancata in assoluto da parte di questa maggioranza, a 6 mesi dalle elezioni, la voglia di presentare qualsiasi elemento di novità; una mancanza di coraggio, vorrei dire, che di certo non fa onore alla maggioranza, ma che rischia di minare anche la credibilità dell'intera Assemblea.
Ed è per questo - e lo diceva prima il collega Balletto nel suo intervento - che il Gruppo di Forza Italia cercherà, alla disperata nei prossimi giorni, attraverso la presentazione di emendamenti, di recuperare un minimo di credibilità verso l'esterno, cercando di aggiustare (laddove è possibile aggiustare) questo provvedimento, intervenendo e inserendo delle norme che crediamo possano essere realmente degli elementi di novità, quegli elementi di novità che in molti, in tanti fuori da questo palazzo stanno aspettando.
In particolar modo quella classe imprenditoriale che oggi qualcuno potrebbe pensare privilegiata rispetto al contenuto di questo documento, e che voglio ricordare essere l'unico elemento oggi in grado di poter assicurare realmente nuova occupazione.
Una classe imprenditoriale che, purtroppo - a mio giudizio - nonostante provenga da quel mondo, ancora in questo provvedimento è fin troppo assistita. Perché dico questo?
Perché abbiamo, probabilmente, avuto bisogno dell'intervento del neo presidente del Banco di Sardegna, in Commissione bilancio, durante l'audizione che si è tenuta nelle settimane scorse, perché ci venisse ricordato che in Sardegna, per un sistema e per una classe politica che negli anni ha preferito assistere in tutte le misure ed a tutti i livelli il mondo dell'impresa, oggi in Sardegna non esiste una vera cultura d'impresa.
Oggi in Sardegna non esiste un'impresa fatta e rivolta verso il mercato, ma, in gran parte, esiste un'impresa che, probabilmente, tende di più a lavorare nello studiare situazioni e soluzioni di come poter usufruire ed accedere alle provvidenze regionali sovvenzionate, piuttosto che lavorare per capire come affrontare il mercato, come mantenersi all'interno dello stesso, e quindi creare realmente su forti posizioni di mercato nuova occupazione.
Allora, credo che insieme al mondo dell'impresa, insieme al mondo creditizio, questa Assemblea regionale, o per meglio dire questa maggioranza di governo meglio avrebbe fatto, in questa circostanza, ad aprire un confronto più serrato, più diretto, più costruttivo, tale da consentire alle nostre imprese di iniziare un percorso diverso, un percorso meno assistito, più di servizi, che potesse consentire realmente la nascita anche di nuova imprenditorialità.
Quindi, un nuovo coraggio che è mancato - e questo non posso che ritenere che lo si debba, nella stragrande maggioranza, all'avvicinarsi delle elezioni - e come al solito scattano i meccanismi che vogliono dare una presenza, un gettito di denari su tutto il territorio, un gettito a pioggia che alla fine non accontenta mai nessuno, che non crea una stabilità occupazionale, che rende sempre più precario il lavoro di centinaia e centinaia di persone, che oggi sono veramente appese a un filo di speranza.
Una legge che tende ancora, in maniera prettamente elettoralistica, a favorire i lavori socialmente utili.
E' chiaro che chi oggi proviene dall'esperienza dei lavori socialmente utili è scontato che, in assenza di altre alternative, non aspetti altro che la proroga, e quindi il rinnovo di questa possibilità di lavoro, di occupazione. Ma, sono certo che se a queste persone, fino ad oggi impegnate nei lavori socialmente utili, si andasse a chiedere se rispetto a questa misura precaria, che oggi c'è, potrà esserci per un altro anno, forse per altri due, ma che prima o poi andrà a termine, perché non ci saranno più risorse, perché il Governo nazionale cambierà strada, cambierà orientamento, perché già i sindacati hanno cambiato opinione rispetto a questa possibilità. Allora io sono sicuro che chiunque di quei lavoratori oggi è impegnato nello svolgere attività socialmente utili sarebbe disponibile a rinunciare anche, probabilmente, a qualche mese di paga, se ci fossero realmente concrete possibilità di sviluppo, se venissero garantite realmente delle possibilità di sviluppo per le nostre aziende, se concretamente si ponesse in essere tutta quell'infinita serie d'infrastrutture capaci di poter anche accattivare in Sardegna nuovi investimenti e nuovi insediamenti.
Ma per fare questo ci vuole il coraggio di una politica per cambiare, anche a costo di diventare impopolari. Ma è evidente che a sei mesi dalla scadenza naturale del mandato, presi come siamo tutti (e credo che le assenze nell'aula lo possano dimostrare e testimoniare) già ad essere entrati in campagna elettorale per proteggere il nostro scranno, è chiaro che in queste condizioni difficilmente, se non ci sarà una presa d'atto e di coscienza da parte della maggioranza, ci saranno possibilità per poter migliorare e far uscire un provvedimento che non sia il solito banale provvedimento, che oggi sembra più un assestamento di bilancio di quanto possa sembrare una legge di intervento a favore dell'occupazione e dello sviluppo produttivo.
Tra le altre cose, non si riesce proprio a cambiare una cultura e una mentalità che vuole questa maggioranza sempre di più radicata in quelle che sono ormai leggi che, il più delle volte dobbiamo riscontrare sono anche delle leggi superate, anacronistiche, fuori dai tempi.
Alcune delle stesse, probabilmente, sono anche in netta contrapposizione rispetto a quelle che sono le norme comunitarie, materia oscura per questa maggioranza, viste e considerate tutte le leggi che ogni volta vengono rispedite indietro al mittente dall'Unione Europea.
Anche da qui si denota una scarsa propensione a voler cambiare, a voler innovare, a voler trovare nuove vie e nuove soluzioni per consentire un nuovo sviluppo d'impresa. Per poi arrivare, laddove non si riesce ad accontentare tutti, ad inventarsi (così come parrebbe intenzione del nostro assessore Deiana) le estrazioni a premio. Allora esistono le leggi, esistono i regolamenti, ma, siccome questo Consiglio, questa maggioranza è avara di risorse su leggi che esistono, che impegnano delle risorse, che fanno impegnare delle persone nella presentazione di progetti, che fanno impegnare queste stesse persone nei confronti degli istituti di credito ricorrendo ad anticipazioni, consapevoli così come sono, di aver già avuto un ok in fase di istruttoria da parte della banca, siccome poi questo Consiglio regionale è avaro, allora l'assessore (io mi auguro non perché si sia a sei mesi dalle elezioni), non potendo accontentare tutti i progetti, nella fattispecie della legge regionale numero 28, incentivi a favore delle imprese giovanili, ha la bella pensata, dopo anni e anni che si è utilizzato il criterio della graduatoria, di fare un'estrazione. Voglio dire: mettiamo a concorrere gli aspiranti imprenditori, chi sarà il fortunato a essere pescato, avrà la possibilità di poter avere una chance per potersi inserire nel mondo produttivo, e quindi, contribuire, questo ce l'auguriamo tutti, visti gli ottimi risultati, e l'assessore lo sa perché si è fatto fautore di una bellissima relazione che ho avuto modo di leggere sull'andamento in questi anni della legge 28, una legge che ha prodotto dei suoi risultati, che ha creato delle aziende che oggi si confrontano con il mercato, che ha dato la possibilità a quasi 800 persone di poter trovare nuova occupazione, che ha una bassissima percentuale di mortalità d'azienda, e anche questo è estremamente importante.
Questi sono argomenti che ci devono portare a riflettere, perché da una parte la Regione s'indebita, cerca nuove risorse, cerca di sistemare un po' di risorse qua e là e poi, però, fatalmente si dimentica di alcune leggi che realmente funzionano, che realmente stanno dando risposte e che realmente stanno impegnando oggi, 1° dicembre, centinaia di persone che, nel bene o nel male, magari anche in questo momento, stanno lavorando con i loro consulenti, con i loro commercialisti, per presentare un piano di fattibilità, per perfezionare un intervento sulla legge numero 15 o su qualsiasi altra legge che possa consentire loro realmente, non solo di consolidare la loro posizione sul mercato, ma anche di avere una possibilità, una chance in più per entrare dentro il mercato produttivo del lavoro.
Allora, io non credo (ed è qui la differenza che sta tra quella che è la politica del centro destra e quella che è la politica del centro sinistra) che la Sardegna abbia bisogno ancora di misure o di finanziamenti rivolti e finalizzati ai lavori socialmente utili. So che questo può essere impopolare; so che dire questo, a 6 mesi dalle elezioni, può anche significare perdere qualche voto, ma, se i cittadini della Sardegna, se le persone che oggi sono impegnate a svolgere quelle mansioni, capissero e fossero certi di avere una classe politica di maggioranza capace di trovare e garantire nuove soluzioni, io credo allora e sono sicuro che probabilmente quello che oggi potrebbe passare per un gesto impopolare, un domani invece potrebbe rafforzare anche in termini elettorali, quelle forze politiche che si impegnassero su questo fronte e su questa battaglia.
Certo, fa comodo a tutti, non ci si impegna, non c'è niente da inventare, c'è semplicemente da mettere a correre delle risorse che sistemano ed accontentano 100, 2000 o 3000 persone, rispetto al 30 o al 33 per cento di disoccupazione (adesso non so a che percentuale si sia arrivati) è sicuramente una goccia in mezzo al mare, ma è comunque in ogni caso un dare risposte.
Sono convinto che il sistema va cambiato e che va cambiato il meccanismo, non è più pensabile nascondersi dietro a un niente. Ci sono delle urgenze (e quella sull'occupazione è una di queste, è sicuramente la più importante) che non possono essere più rinviate, ma, non possono neanche più essere affrontate con gli strumenti con i quali oggi il nostro Consiglio cerca di affrontare. L'ho detto prima ma lo ripeto, perchè lo voglio sottolineare: non c'è nessun elemento di novità.
Sono due provvedimenti, quelli all'attenzione dell'Assemblea, che sono privi di ogni originalità, che tralasciano settori nuovi completamente inesplorati. Uno su tutti (che per altro so e mi risulta essere stato anche in piccola parte oggetto di finanziamento nella finanziaria nazionale), è quello delle nuove tecnologie, dei nuovi servizi tecnologici, un campo inesplorato che questa maggioranza non ha voluto sostenere negli anni passati, quando un imprenditore sardo, del quale la maggioranza può pensare quello che vuole, ma che comunque in ogni caso ha avuto la capacità e l'inventiva di inserirsi nel momento giusto in un segmento che è in piena espansione a livello mondiale, è stato costretto, perché nessun intervento mirato è stato fatto a sostegno di quell'attività, è stato costretto suo malgrado a vendere ad un colosso internazionale che è la Telecom, quel tipo di attività, quello stesso colosso che oggi, probabilmente, attraverso un giro d'appalti mette a rischio e a repentaglio la possibilità occupazionale di 120 persone, in ogni caso prese per la fame, sottopagate. Anche su questo la maggioranza, e in particolar modo la Giunta e il suo Assessore del Lavoro, tace nonostante si finanzino progetti di aggiornamento per 800 milioni a questa stessa società che, a sua volta, tiene a bacchetta e a stecchetta i suoi dipendenti pagandoli lire 10.000 all'ora lorde, certamente molto meno di quello che può prendere (e non me ne vogliano perché non è denigratorio) qualsiasi "colf" (oggi le chiamano così) che vengono chiamate a casa a svolgere mansioni casalinghe.
Oggi è questo il mercato del lavoro in Sardegna. Un mercato di lavoro che consente di poter strozzare le persone, perché la gente è alla disperazione e, pur di trovare un lavoro, stiamo finendo a livelli di mano d'opera da terzo mondo. Nessuno controlla più se vengono fatti e vengono rispettati i contratti, se ci sono coperture assicurative e via discorrendo. Però, tante volte la Regione stessa si fa complice, finanziando miglioramenti per le stesse aziende, finanziando corsi di formazione - presumo fittizi e fasulli - per aggiornare e migliorare le qualità professionali degli operatori che operano all'interno di queste aziende. Non possiamo e non dobbiamo dimenticarci di tutte queste cose, anzi, ognuno di noi dovrebbe avere una capacità di esplorare questo mondo sperduto del lavoro, che è presente in Sardegna e che è presente fuori da queste stanze del palazzo. Perché, allora, veramente potremmo renderci conto in che stato sono oggi le aziende da una parte e i lavoratori dall'altra.
Non credo che resti altro da fare per il Gruppo di Forza Italia - lo diceva prima nel suo intervento l'onorevole Balletto - che fare fino all'ultimo una guerra su ogni emendamento, perché questa è realmente l'ultima occasione di legislatura che abbiamo, tutta l'Assemblea per cercare di fare qualcosa di serio per la nostra Sardegna. Grazie.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Manunza. Ne ha facoltà.
MANUNZA (Gruppo Misto). Signor Presidente, onorevoli colleghi, viene veramente difficile tentare di portare un contributo positivo al dibattito odierno su un provvedimento che rappresenta un grande punto interrogativo.
Rispetto all'obiettivo che si vorrebbe perseguire, appaiono all'orizzonte solo nebbie fitte; si sta cioè costruendo a mio parere un castello di sabbia sulle speranze di sviluppo vero della Sardegna intera, sulle attese di lavoro vero e dell'occupazione stabile delle giovani generazioni, di quella generazione che il lavoro non l'ha ancora conosciuto, di quella generazione che il lavoro l'ha perso o che vive di lavoro precario.
Con questo provvedimento che si vorrebbe approvare e con i collegati, si sta creando infatti una nuova intricata rete di meccanismi normativi e tecnici che, come altri già operativi, creeranno intralci e freni in materia di sviluppo e di occupazione, soprattutto perché si è voluto mantenere in piedi un sistema pubblico complessivamente inadeguato e impreparato, specie quello degli enti locali e regionale. Avremo occasione di ritornare sui contenuti specifici dei provvedimenti, quando entreremo nella discussione di merito. Oggi, nel contesto della discussione generale, a me preme e pare più utile affrontare alcuni temi di natura politica. Il primo riguarda i tempi ed i modi con i quali si è arrivati alla discussione odierna, che rischia di far passare in sottordine, come in effetti sta accadendo, lo strumento più importante per un governo, ossia la legge finanziaria, il bilancio annuale e quello pluriennale, cioè gli strumenti fondamentali per l'economia, lo sviluppo, la vita civile di un'intera comunità.
Dopo l'approvazione del documento di programmazione economica che ha dato le grandi linee sulle quali avrebbe dovuto camminare il governo della nostra regione, erano maturi i tempi, e c'era tutto il tempo perché la Giunta regionale affrontasse la manovra economico-finanziaria in prospettiva pluriennale, sostanzialmente perseguendo obiettivi strategici, accorpare le risorse e la programmazione regionale, nazionale ed europea e riformare la struttura del bilancio.
Questo non è stato fatto, anzi, si va verso un ulteriore aggravio e appesantimento delle procedure dei controlli, immettendo in circolazione altre macchine senza che ci siano i piloti abilitati a guidarle, perché la strumentazione è molteplice e perplessa(?), con il risultato che rimangono ferme ai box di partenza. Le strade della Sardegna sono lastricate di programmazione, le casse delle banche sono piene dei depositi regionali inutilizzati. Si travasano le risorse da un fondo ad un altro, da un programma ad un altro, per dimostrare fittizi livelli di spesa. S'inventano nuove procedure, ma il risultato non cambia, la Sardegna rimane una regione sottosviluppata, la disoccupazione cresce di mese in mese, il sistema industriale è in continuo declino, l'agricoltura da fattore di sviluppo diventa sempre più fonte di disavanzo economico e così via.
Questa Giunta, signor Presidente, è nata 4 anni fa con un programma economico ambizioso; aveva alle spalle una alleanza e quindi, una maggioranza ipoteticamente forti. L'obiettivo primario era quello di porre le basi di uno sviluppo duraturo, di un'espansione degli investimenti produttivi e quindi delle occasione di lavoro, per aggredire e ridurre in maniera sensibile la disoccupazione. Invece, la Giunta di centro sinistra, l'alleanza politica che si è via via risolta, e il Presidente Palomba hanno fallito tutti gli obiettivi che si erano posti.
Il rientro della Sardegna nell'Obiettivo uno che viene pomposamente rivendicato come un risultato strategico, determinante dell'azione politica della Giunta regionale, è in effetti un falso obiettivo.
La Sardegna, infatti, non è mai uscita dall'Obiettivo uno, non ha mai superato i parametri di Maastricht perché la realtà vera è tutta diversa, con il prodotto interno lordo in decremento costante, con prospettive di crescita della produzione ridotte al lumicino, con un livello di spese delle risorse comunitarie inferiore rispetto agli impegni dichiarati, con una condizione socioeconomica complessiva in crisi devastante, della quale la crescente disoccupazione e il dilagare della criminalità comune e organizzata, sono gli indici più preoccupanti e drammatici.
Credo, anzi sono fermamente convinto, che l'entusiasmo del Presidente Palomba nel diffondere dati economici non rispondenti al vero, in una sorta di autoesaltazione, abbia dato la convinzione anche agli organismi europei che veramente la Sardegna stava diventando un'isola felice e quindi, che fosse naturale la fuoriuscita dall'Obiettivo uno. Si stava quindi, cioè, per aggiungere beffa alla beffa, cosa che è ancora più sconcertante perché le conseguenze nefaste che sarebbero derivate all'economia, allo sviluppo ed alla stessa crescita civile della Sardegna, erano la conseguenza diretta di una distorta e non veritiera attività propagandistica della Giunta regionale, tesa a vendere la pelle dell'orso prima di averlo catturato.
Fortunatamente questo non è avvenuto. C'è stato un ripensamento dell'Unione Europea che ha valutato in maniera più oggettiva i dati dell'economia isolana, e la Sardegna può così sperare di continuare ad attingere risorse comunitarie, con prospettive di vero sviluppo se cambia la rotta a 360 gradi sia nelle alleanze politiche sia nelle strategie economiche.
Tre sono a mio giudizio sostanzialmente le condizioni di fondo perché la Sardegna possa guardare all'inizio del terzo millennio, con fondate speranze di progresso; una diversa alleanza politica e programmatica coesa e omogenea, moderata e di progresso nella quale la maggioranza dei sardi possa riconoscersi, perché l'aggregante rappresentato da quel sentimento diffuso di sardità che attraversa quanti si riconoscono nell'area cattolica, laica e liberal-democratica che vogliono mettersi insieme per dare alla Sardegna un governo forte e stabile, in grado di rappresentare veramente e risolvere i problemi nodali del progresso e del futuro.
La seconda condizione è la programmazione, quella vera, chiara e univoca, dove le vocazioni dei territori, le risorse disponibili e le regole trovino una concreta simbiosi e possano consentire l'attuazione concreta dei processi di crescita e di sviluppo.
Tra POC, Piano di Rinascita, Pia, programmazione negoziata, contratti d'area ed altri strumenti similari non si riesce ancora a capire dove andare e come procedere.
Può essere sufficiente portare ad esempio il giudizio espresso l'altro ieri dal segretario confederale della C.G.I.L. a Roma a conclusione dell'incontro per il contratto d'area di Sassari. "Dalla montagna è stato partorito un topolino", ha dichiarato il segretario confederale della C.G.I.L. a "La Nuova Sardegna" di domenica 29 novembre, dopo l'incontro con Bassanini e Borghini. "Dopo un approccio iniziale corretto che tendeva individuare le vere aree di crisi - ha ancora osservato - si è passati ad un intervento confuso e disinvolto che spesso è legato anche a favoritismi politici, con la conseguenza che fino ad ora non si è avviato un processo di vero sviluppo e non si è creata nuova occupazione. Il piano del lavoro che noi stiamo esaminando, non individua le ragioni della crisi, è confuso e disinvolto, è legato a favoritismi politici, il primo di tutto verso l'estrema sinistra perché rappresenta il puntello estremo di una Giunta che non ha più gambe per camminare, per di più siamo in presenza di una programmazione che dire mistificatoria è poco".
Pensate, la Giunta regionale si dibatte come un'ossessa perché venga mantenuto l'impegno di realizzare il gassificatore del Sulcis. Ma che fa con il piano del lavoro? Andate a leggervi l'articolo 34 del piano e troverete che 114 miliardi previsti in bilancio per il 1998 vengono sottratti a quella destinazione, per poi riscriverli nel bilancio del 2000, ovvero "a babbo morto" come si suol dire.
Lascio alle organizzazioni sindacali, alle forze politiche, a quelle popolazioni, a quei lavoratori ogni giudizio su questa operazione che è la testimonianza di un metodo tutto da rifiutare e condannare.
La terza condizione di fondo è quella della struttura complessiva della pubblica amministrazione, di quella regionale in particolare, e degli enti locali.
In 5 anni, in sostanza, non si è mossa foglia, non c'è stato un provvedimento che abbia voluto significare l'avvio di un passo in avanti verso una pubblica amministrazione adeguata ed efficiente.
Non solo non sono state recepite le innovazioni della legislazione statale, che nelle altre regioni stanno segnando una svolta vera nel rapporto cittadino-istituzioni, ma la Giunta e la maggioranza di centro sinistra in Consiglio regionale non sono state in grado di coagulare una proposta accettabile nemmeno sul piano delle riforme interne sulle quali abbiamo competenza legislativa primaria.
La Regione e gli enti locali sono allo sbando, non c'è certezza nella procedura, e il danno al cittadino e all'economia è di tutta evidenza.
E` stato avviato un processo di riforma, il Presidente Palomba ha scritto di suo pugno fin dall'insediamento della prima Giunta da lui presieduta, termini e tempi, non è stato mantenuto nessun impegno nonostante gli sforzi fatti da vari assessori che si sono succeduti agli Affari generali (me compreso), la Giunta di centro sinistra non ha partorito nemmeno il classico topolino. E tutto è ancora fermo, sacrificando sull'altare delle continue e ricorrenti crisi politiche su giochi di potere interni alla maggioranza.
Si possono approvare uno o cento piani del lavoro, ma se non si attuano i processi di riforma e di ammodernamento della pubblica amministrazione, non ci sono piani che funzionano, non ci saranno risultati per i quali combattiamo.
Sotto questo aspetto la responsabilità della Giunta, del Presidente e della maggioranza sono totali. Non c'è possibilità di alcuna giustificazione. Queste che ho appena elencato sono le emergenze di fondo, sono emergenze che se avessero trovato ascolto reale da parte della Giunta e della maggioranza, avrebbero potuto da sole costituire un piano del lavoro concreto, perché capaci di muovere interessi, energie e risorse per portare la Sardegna nell'area del progresso, della modernità, dell'efficienza e quindi dello sviluppo culturale ed economico, in una parola sola: della crescita civile.
Su questo versante si potrebbe continuare a fiumi ma c'è l'esigenza di concludere. Non mi soffermo più di tanto sul giudizio negativo che è stato dato più volte dalle parti sociali e dall'economia che, nonostante i protocolli preconfezionati, non hanno concorso in maniera determinante all'elaborazione del piano. E` un dato dal quale non si può prescindere. Lo stesso coinvolgimento degli enti locali ha trovato forti contrapposizioni per l'indebitamento al quale la Regione dovesse di fatto ricorrere.
Gli amministratori degli enti locali più avveduti e realisti avvertono i pericoli degli onori che dovrebbero ricadere dei Comuni, mentre i bilanci tendono a essere sempre più magri, proprio per l'effetto della manovra del rientro del debito pubblico, del cosiddetto "patto di stabilità" al quale anche la Regione sarda avrebbe dovuto concorrere sulla base degli impegni della legge finanziaria dello Stato.
Ma è proprio l'indebitamento la spia delle contraddizioni che hanno sempre caratterizzato questa Giunta regionale. Il documento di programmazione economica approvato nei mesi scorsi, fonda i suoi presupposti sul rientro dell'indebitamento, mentre il piano per lo sviluppo e dell'occupazione determina una notevole espansione del debito.
Anche gli oltre 500 miliardi reperiti tra le pieghe del Bilancio 1998 e il pluriennale '98-2000, di fatto chiudono un buco, ma ne aprono mille, il tutto per consentire alla Giunta regionale di reggersi sulle stampelle di Rifondazione Comunista che anche in Sardegna alza di continuo il prezzo del ricatto contro una coalizione che non ha motivazioni sociali, culturali e politiche omogenee ed aggreganti, in Sardegna aggravata da un livello di litigiosità pericolosa, perché talvolta scade anche a livello di insulto personale.
Che il piano sia una finzione politica finalizzata al mantenimento del potere, piuttosto che a risolvere i problemi, lo si evince dall'impalcatura che lo sorregge. Intanto, due diversi disegni di legge che devono seguire l'iter regolamentare, poi, il rinvio ad altri provvedimenti legislativi da adottarsi entro 3 o 4 mesi; per consolidare e sviluppare il sistema produttivo regionale, si punta ai PIP comunali ed intercomunali, alle istituzioni degli sportelli unici, alla gestione della semplificazione delle procedure, secondo il decreto legislativo 112 del marzo scorso, di attuazione della legge 59/1997, la "Bassanini 1" e così via.
C'è da rimanere stupefatti, e sono portato a credere che gli amministratori degli enti locali che hanno espresso un giudizio positivo, lo abbiano fatto in assoluta buona fede, visto che non c'è alcuna traccia dei provvedimenti legislativi di riforma che guardano i comuni e le province sarde, dalla legge costituzionale numero 2/93, che attribuisce alla Regione sarda competenze in materie di ordinamento, alle leggi così dette Bassanini e a decreti legislativi di attuazione, a cominciare proprio da quelle materie di lavoro che la Regione avrebbe dovuto recepire con legge entro il 10 luglio scorso.
A questo stato di cose occorre dire basta, occorre tutelare i cittadini sardi contro le mistificazioni e contro gli imbonitori ed i venditori di fumo. Lo faremo in maniera puntuale quando i singoli provvedimenti saranno affrontati concretamente dall'Assemblea; faremo emergere le contraddizioni, i falsi percorsi, l'insufficienza politica e progettuale della proposta della Giunta regionale, che con questa operazione demagogica punta solo a salvare sé stessa.
Oggi possiamo solo esprimere un giudizio di larga massima, ma ugualmente netto e contrario alle soluzioni prospettate. Per imprimere una svolta vera allo sviluppo dell'economia della Sardegna, c'è bisogno di alleanze politiche coeve, oltre che di programmi concreti; requisito che non ha né la Giunta né la maggioranza di centrosinistra che la sostiene da quattro anni a questa parte.
La Sardegna e i sardi hanno bisogno di vero sviluppo, di occasioni di lavoro stabile, di valorizzare le proprie risorse che non sono poche né insignificanti.
Occorre progettare e realizzare un sistema di interventi che sia adeguato e compatibile con i processi di crescita della società civile, sotto il profilo economico e culturale del Paese e dell'Europa, nel cui contesto anche la Sardegna deve poter camminare verso traguardi di progresso certo, commisurabile con i fatti e non con le chiacchiere, alle quali la Giunta la maggioranza di sinistra, ma, soprattutto le forze politiche di sinistra, si affidano per propagandare demagogicamente progetti politici ed economici insussistenti e privi di prospettiva.
Spiace dirlo e spiace rilevarlo, perché chi ha esperienza politica autonomista ha potuto conoscere e valutare ben altre consistenze progettuali e programmatiche alla sinistra sarda. Oggi, purtroppo, l'obiettivo è solo uno: occupare tutti gli spazi di potere e consolidare un sistema che possa garantire la sopravvivenza a se stesso.
Queste sono le ragioni per le quali, signor Presidente, colleghi del Consiglio, esprimo una valutazione complessiva negativa nei confronti di questo piano del lavoro, mentre esprimo l'auspicio che in questo scorcio di legislatura, il Consiglio regionale possa trovare una nuova coesione e spinta autonomistica per affrontare in maniera decisiva il confronto con lo Stato, per garantire alla Sardegna e ai sardi reali progressi di crescita e di sviluppo, nel contesto del Paese e della comunità internazionale.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Falconi. Ne ha facoltà.
Falconi (Progr. Fed.). Cercherò, com'è mia consuetudine, di essere breve e di portare alcune considerazioni e alcune proposte sul disegno di legge che abbiamo in discussione. Voglio fare una premessa, partendo un po' da lontano, ma arrivo subito all'articolato, dicendo che sull'occupazione non è un problema sardo, non è neanche italiano, è un problema mondiale, è un problema dell'Unione europea, è un problema delle società moderne tecnologicamente avanzate.
Proprio queste nazioni tecnologicamente avanzate, oggi si ritrovano questo problema della disoccupazione di massa, con sacche al loro interno, con territori che hanno problemi di debolezza per infrastrutture, per ritardi storici e culturali, quindi ritardi di sviluppo. E questa è anche l'Italia, l'Italia con il suo meridione.
Questi paesi della Comunità Europea, che hanno e avevano problemi finanziari con i conti pubblici, con il trattato di Maastricht hanno prospettato un progetto per controllare i conti ed i grandi parametri economici e per far rientrare sotto controllo i bilanci nazionali.
Tutto questo non si è fatto per l'occupazione neanche in Europa; solo oggi si pone con una certa forza questo tema, che oggi sì è al centro dall'agenda politica europea. Forse il cambiamento in una certa direzione, dello scenario politico europeo, sta appunto portando l'occupazione al centro dell'attenzione dei governi nazionali, soprattutto italiano, inglese, tedesco e francese.
I temi e i problemi dell'occupazione che abbiamo davanti sono quindi di questa portata. Una regione debole come la nostra, inserita in una parte debole dell'Italia, nel meridione italiano, può davvero pensare o osare di pensare che da sola, in compagnia delle sue debolezze strutturali, possa dare risposte esaustive al dramma moderno della disoccupazione di massa? Penso proprio di no.
Il rischio di questo progetto di legge è proprio questo: che venga caricato di aspettative e di significati che non ha.
Il rischio per il piano per il lavoro - preferisco questo titolo rispetto alla sua rimodulazione, forse questo è servito per cambiare Commissione di merito, io preferisco denominarlo "piano per il lavoro", com'era in origine - è che per i giovani si carichi di significati e di aspettative esagerate, di speranze sovradimensionate rispetto alla realtà effettiva dell'intervento concreto che si andrà a fare. Diamogli dunque la giusta valenza. E` un provvedimento serio che si colloca fra le altre azioni comunitarie, nazionali e regionali che possono e devono dare risposte concrete.
I colleghi che mi hanno preceduto anche poc'anzi, hanno parlato di strumenti di programmazione negoziata che insistono in altre Regioni. Hanno fatto esempi su Crotone, su Manfredonia, quasi a voler dimostrare che in Sardegna nulla si è fatto e nulla si è mosso in questa direzione e nulla si vede all'orizzonte. Non è proprio così. Quando si vuole descrivere lo zero assoluto per amore di tesi si sbaglia, si fa torto alla verità.
Nel centro Sardegna, territorio dal quale provengo, sono già operanti tre strumenti di programmazione negoziata nazionale. Il contratto di programma per la reindustrializzazione della Sardegna centrale non solo è operante, è in fase di esaurimento, e alla fine ha già anche prodotto i suoi posti di lavoro. Il patto d'area non è solo firmato, sono decretate le imprese che andranno a realizzare i loro stabilimenti nel centro della Sardegna.
Il patto d'area e il contratto d'area: Sassari e il Sulcis stanno per firmare questi strumenti. Nei territori si stanno approntando proposte di programmazione negoziata non solo per l'industria, ma anche per il turismo che fanno ben sperare. Insomma, sta crollando il luogo comune che in Sardegna c'è scarsa imprenditoria: 490 domande sull'ultimo bando della 488 dimostrano esattamente il contrario.
Ma, veniamo al provvedimento che siamo chiamati a discutere, possibilmente a discuterlo, a migliorarlo, ma certamente a non demolirlo, quindi, a non mortificare le grandi aspettative che ci sono attorno ad esso.
Iniziamo dall'articolo 1: non vi sorprenda, l'articolo 1 è stato soppresso. Se ne è fatto un gran parlare. Fui io a predisporre quell'emendamento, a firmarlo e a presentarlo assieme ad altri colleghi, poi ritirai la firma per disciplina di maggioranza - e sottolineo di maggioranza - forse sbagliando in quella fase. Ma veniamo al concreto. Che cos'ha prodotto quell'emendamento? Non solo sono pronte le somme, ma si sono fatti già alcuni decreti. Sono in fase di completamento alcuni altri, il bando è completo, le richieste sono eccedenti rispetto alla disponibilità finanziaria. Le imprese che rientrano in questo bando potranno avere, non solo i decreti, ma anche i soldi entro dicembre, invece che giugno o dicembre dell'anno prossimo. Se questo è il danno della soppressione dell'articolo 1, io me ne assumo pienamente la responsabilità. In origine l'articolo 1 conteneva anche il rifinanziamento della legge 28.
Assessore Deiana, la sua proposta di estrazione, che ormai è pubblica, - ne ha parlato il collega Lippi e io la voglio riprendere - la considero una positiva provocazione. Sono d'accordo con lei che una legge che è datata 1984 e che solamente negli ultimi anni è entrata a regime, che funziona e funziona bene, che sta dando risposte e sta creando occupazione, con una moria d'impresa esigua, è un danno per i giovani e anche per i meno giovani non rifinanziarla. Però, l'idea di andare a un'estrazione è un po' come cambiare le regole a partita in corso.
Le imprese che hanno presentato domanda sulla 28 erano tutte convinte di dover fare la fila se non erano sufficienti le risorse finanziarie. La fila c'è e bisogna rispettarla. Se si cambiano le regole si sbaglia, perché si crea un precedente che si sa quando inizia, quando si fa l'estrazione, ma non si sa dove finisce.
Presumo che ci si esponga, comunque, a una catasta di ricorsi che bloccano e ingessano anche le esigue risorse che abbiamo. Troviamo altre soluzioni.
Penso che in finanziaria, ma anche in questo piano, possano e debbano essere trovate altre risorse, anche sotto forma di anticipazione, visto che si stanno aspettando le risorse della 402. Se queste risorse ci sono e sono certe si potrà pensare a forme di anticipazione, come si erano già fatte anche per altre leggi, anche sulla 17 si anticipava e poi, al rendiconto, si rimpinguavano i capitoli dai quali si attingevano le somme che in quel momento servivano. Quindi, io la invito veramente a rivedere e la considero positiva la sua provocazione, chiamiamola così. Ha attirato l'attenzione e mi pare che sia stata ripresa più volte anche stasera, ma è una strada sbagliata quella che si vuole perseguire.
L'articolo 2 lo considero un articolo centrale; vi è una grande attesa perché è rivolto davvero all'impreditoria in Sardegna, al mondo dell'artigianato che rappresenta il 60 per cento della produzione in Sardegna, che rappresenta 35.000 aziende e 80.000 addetti. Questi sono i grandi numeri con i quali creeremo occupazione, collega Montis. Se questo articolo è rivolto, con 200 miliardi di dotazione finanziaria, a 35.000 aziende, non credo che queste riescano a creare solamente alcune centinaia di posti di lavoro, ma molti di più. Certamente l'estensione della 15 al comparto dell'artigianato, tra l'altro migliorando, sempre in questo articolo, il parametro di intervento in conto interessi, penso che dia risposta e respiro all'occupazione nelle botteghe artigiane che sono spalmate e diffuse in tutto il territorio regionale.
Anche questo è un articolo equamente spalmato in tutto il territorio regionale.
Voglio riprendere l'articolo 3, seppure soppresso dalla terza Commissione, sui programmi di miglioramento dei servizi nei distretti industriali. Io non voglio polemizzare ancora con la terza Commissione, sono sempre stato rispettoso del voto e quindi anche del voto di questa Commissione, ma mi sia consentito di sottolineare il fatto che in quella fase si è creata una certa maggioranza che, nella forma in cui si è costituita, tra l'altro, voleva raddrizzare l'intero provvedimento a favore dell'impresa, togliendo dal lavoro assistito.
In questo caso ha fatto esattamente il contrario e quindi, loro stessi, quelli che hanno votato in terza Commissione, devono ravvedersi in questa direzione, perché è importante questo articolo se vogliamo che le nostre imprese crescano, si associno in consorzi industriali, creino i distretti industriali capaci di salpare il Tirreno e d'immergersi nel mercato europeo e mondiale.
Il caso dei lapidei in questo è emblematico, ma bloccherebbe, se questo articolo non viene ripristinato, proprio un ammodernamento dell'apparato produttivo in Sardegna. Quindi, veramente, non si capiscono i motivi veri che hanno portato all'abrogazione di quest'articolo.
Brevemente ancora sull'articolo 5: questo articolo è forse il più qualificante, che recepisce di fatto la Bassanini, crea lo sportello unico per le attività produttive e assistenza alle imprese. Sottolineo quest'ultima frase: l'assistenza alle imprese in tutti i territori da parte dei comuni, da parte della sportelli comunali.
Anche qui non si vogliono aprire 378 sportellini comunali. Sarà necessario che i comuni, i piccoli comuni si associno, che creino questi sportelli e, naturalmente, è necessario che la Regione non solo investa i comuni di queste responsabilità, ma per fare questo li doti di risorse finanziarie.
L'articolo 6, e mi avvio a concludere, sullo (?) d'impresa, abbiamo questa grande necessità in Sardegna: vendere i nostri agglomerati industriali fuori dalla Sardegna, vendere tutti gli spazi che abbiamo inutilizzati. Gli spazi e le nostre leggi di sostegno sono delle risorse, sono dei valori che possono essere e debbono diventare forti attrattori d'impresa anche a livello internazionale.
Mi avvio a concludere dopo aver parlato di pochi articoli. Sui lavori socialmente utili faccio solo una brevissima considerazione: notoriamente io non sono un sostenitore di questo tipo d'interventi che sono pressoché assistenziali, ciò nonostante penso che oggi serva un giusto mix fra il lavoro sostenuto e il lavoro d'impresa, naturalmente per dare risposte anche immediate a chi da anni aspetta un lavoro.
In conclusione quindi, questo intervento legislativo e finanziario non consideriamolo esaustivo, cerchiamo di migliorarlo con emendamenti, senza fare assalti alla diligenza, inquadriamolo comunque con altri provvedimenti, con provvedimenti dell'Unione Europea, con provvedimenti nazionali, con quelli della "488", con gli strumenti di programmazione negoziata, con tutte le leggi di sostegno regionali. Va inquadrato con tutti questi provvedimenti.
Possiamo far marciare questo sistema. Il nostro compito, il compito della politica è prestare maggiore attenzione a quei territori della nostra isola, che sono marginali, che hanno una scarsa capacità progettuale, che hanno bisogno, questi sì, anche di essere assistiti dal punto di vista progettuale.
PRESIDENTE. Questo dell'onorevole Falconi era l'ultimo intervento del dibattito della parte generale, se siamo d'accordo vi propongo questo: mancano gli interventi dei Capigruppo; vi propongo quindi di andare a domani, di iniziare alle ore 10, di sviluppare gli interventi dei Capigruppo e poi vediamo a che ora finiamo e come proseguire.
La seduta è tolta alle ore 19 e 37.
Versione per la stampa