Seduta n.316 del 02/03/1994
CCCXVI SEDUTA
(ANTIMERIDIANA)
MERCOLEDI' 2 MARZO 1994
Presidenza del Presidente FLORIS
indi
del Vicepresidente SERRENTI
indi
della Vicepresidente SERRI
indi
del Presidente FLORIS
INDICE
Dichiarazioni della Giunta regionale sui rapporti Regione-Stato e sulla vertenza Sardegna. (Continuazione e fine della discussione, presentazione e approvazione di oo.dd.gg.):
PUBUSA .................................
BAROSCHI.............................
MULEDDA..............................
MANNONI .............................
ORTU.......................................
CABRAS, Presidente della Giunta
DADEA ..................................
COGODI .................................
SCANO ...................................
Sull'ordine del giorno:
USAI SANDRO .....................
BAROSCHI.............................
DADEA ..................................
PULIGHEDDU.......................
COGODI ..................
LORETTU.................
CABRAS, Presidente della Giunta
La seduta è aperta alle ore 10 e 01.
URRACI, Segretaria, dà lettura del processo verbale della seduta del 22 febbraio 1994, che è approvato.
Continuazione e fine della discussione delle dichiarazioni della Giunta regionale sui rapporti Regione-Stato e sulla vertenza Sardegna
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la continuazione della discussione delle dichiarazioni del Presidente della Giunta regionale sui rapporti Regione-Stato e sulla vertenza Sardegna.
E' iscritto a parlare l'onorevole Pubusa. Ne ha facoltà.
PUBUSA (P.D.S.). Non so se ne valga la pena parlare a un uditorio così esiguo. Ovviamente l'uditorio presente va elogiato.
(Interruzioni)
Non è che questa discussione serva a molto, quindi si può parlare anche in pochi.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, penso che la relazione del Presidente della Giunta regionale abbia il valore di un rapido, sintetico bilancio di fine legislatura, una legislatura che ha visto l'attuale Presidente della Giunta e anche il suo partito in una posizione di decisione nel corso di questa legislatura, e quando dico posizione di decisione intendo dire che i momenti più importanti di questa legislatura sono stati segnati dagli orientamenti che il Presidente e il suo Partito hanno assunto. Orientamenti di decisione perché potevano, a seconda della scelta medesima, indirizzare la legislatura in un senso oppure la potevano indirizzare in un altro. Mi riferisco a tre passaggi fondamentali, quello iniziale in cui si è avviata la legislatura medesima e si sono definiti gli assetti e in qualche modo si è stabilito qual era il canale che questa legislatura doveva assumere, il momento centrale in cui c'è stato un mantenimento di un assetto di Giunta, ma un cambio ai vertici, e il momento finale in cui non c'è stato un cambio di vertici, ma c'è stato un cambio di struttura e di coalizione.
Io credo che sia sufficiente guardare a questi tre passaggi fondamentali - poi dirò qualcosa anche nel merito - per rendersi conto di due cose. E mi dispiace dover essere critico, ma il mio carattere non mi porta a seguire gli slogan o gli assetti che normalmente vengono seguiti, per cui benché formalmente anche io faccia parte di un partito di maggioranza, cerco di non chiudere gli occhi di fronte alla realtà, anche perché la realtà è più forte e chiudere gli occhi rischia di rendere un po' ridicoli. Il primo punto è che queste scelte sono state caratterizzate da decisioni fondate non su una ispirazione politica e ideale, o se volete, in termini pragmatici, come si dice oggi, programmatica. Cosa intendo dire? Intendo dire che la scelta è di tipo politico, laddove vi sia un obiettivo che si intende perseguire o una idealità che si intende in qualche modo realizzare attraverso dei programmi, e pertanto a quella idealità e a quell'obiettivo programmatico si preordinano le attività, i mezzi, le alleanze, vedendole come strumentali rispetto all'obiettivo politico che si intende perseguire. Bene, io credo che da quest'angolo visuale la scelta iniziale di questa legislatura, poi vedremo anche quella finale, sia stata una scelta da parte del Presidente e del suo Partito, orientata verso una esclusiva convenienza di Gruppo, ma usare il termine Gruppo direi che in questo caso è improprio, perché gruppo implica che vi sia un interesse trascendente rispetto agli individui che li accomuna, e in questo caso in effetti più che un interesse di gruppo inteso in questo senso vi è una somma di interessi individuali o di interessi di sottogruppi. La scelta iniziale è stata determinata soprattutto da questo, cioè dalla incapacità di individuare un obiettivo politico che accomunasse o che fosse al di sopra degli obiettivi di singoli gruppi o di singole persone. Si è invece operata la scelta che ha soddisfatto nel modo più puntuale gli interessi di ciascuno. Naturalmente, io non voglio essere né ipocrita né tanto meno stare nell'iper uranio, la politica è innanzitutto soddisfazione di interessi di carattere generale ma in questo ambito anche di interessi di carattere individuale. La politica è sempre stata mossa anche da queste leve, tuttavia c'è un punto che secondo me è molto delicato e che va sempre analizzato, e cioè si tratta di vedere se tra le motivazioni, dando per scontato che ci sia sempre anche una motivazione di carattere personale, quelle ideali e generali sono tali da assorbire quelle particolari e personali, nel qual caso si tratta di idealità che in qualche modo recuperano l'interesse personale, oppure se l'interesse personale e di gruppo diventa assolutamente prevalente, tale da oscurare e da far completamente sparire qualsiasi motivazione di carattere ideale e generale. E' un passaggio molto delicato, perché è del tutto evidente che in un caso noi ci troviamo in presenza di attività del tutto legittime da un punto di vista politico, là dove invece prevalga esclusivamente l'altro elemento, ci troviamo in presenza di attività che non hanno alcuna giustificazione di carattere politico, intesa la politica come attività volta a risolvere non solo problemi particolari o delle persone singole che la fanno, ma anche interessi generali. Io dico che il primo limite di questa legislatura è che in questo bilanciamento, ciò che ha prevalso è esclusivamente il primo elemento, cioè interessi personali, interessi di Gruppo, senza che al di là di questi, che ripeto nella politica sono fisiologici legittimi, si potesse in qualche modo individuare, anche con uno sforzo, delle finalità unificanti di carattere più generale che ridondassero a favore della collettività o fossero in qualche modo obiettivo di quanto si andava facendo. Io credo, signor Presidente, onorevoli colleghi, che sia questa aridità culturale, questa aridità ideale, questa mancanza di eticità intesa come tensione dell'attività verso fini che in qualche modo stanno al di sopra delle persone e dei Gruppi, che si è ripercossa in modo drammatico sulle singole attività, dando loro il carattere che esse poi hanno subito: il carattere delle scelte del giorno per giorno, il carattere di un rapporto con lo Stato che non ha mai assunto in questa legislatura la dignità di un rapporto tra le grandi istituzioni che trovano il loro fondamento nella Costituzione e che si alimentano della consapevolezza delle grandi esigenze politiche, materiali e ideali di una comunità; quindi un incontro tra le esigenze di una grande comunità regionale con la più ampia comunità statale. Questo elemento non c'è mai stato in questa legislatura. Io ricordo che nella precedente, verso la quale pure ci fu qualche momento critico, questo elemento era di gran lunga presente; possiamo dire che la Giunta passata, e soprattutto il suo Presidente, fosse talora enfatico nelle forme, o talvolta ci apparisse bonariamente assumere atteggiamenti forse demodé forse propri di altre epoche o di altre contingenze, tuttavia dobbiamo dire che il presidente Melis, quando rappresentava la Regione, aveva il piglio del capo di una comunità regionale, aveva la pretesa di svolgere il ruolo di un rappresentante di una entità che, certo, è un'entità che nell'ambito della comunità nazionale viene in qualche modo assorbita, ma che tuttavia ha una sua precisa soggettività. Tutto questo, lo dobbiamo ammettere, nel corso di questa legislatura è venuto meno. Poi nel rapporto interno sono venute meno altre tensioni che sono state esclusivamente enunciate ma che poi nella pratica sono state fortemente contraddette; la tensione, per esempio, verso la creazione di una macchina istituzionale ed amministrativa, capace di rispondere alle esigenze dell'oggi, esigenze che sembrano di grandissimo momento, ma che, se osserviamo, sono elementari, in definitiva un rapporto diverso con i cittadini; cittadini che si raffrontano nei confronti della amministrazione come soggetti di diritti, non più in una posizione di sudditanza; un'amministrazione che non si configura più come autorità dispensatrice di favori o, al contrario, talvolta di provvedimenti in qualche modo negativi o sanzionatori, ma un'amministrazione che si rivela come erogatrice di servizi, come vicina alle persone, non solo, ma un'amministrazione che, nell'ambito dell'attività economica, svolge un ruolo fondamentale, un ruolo positivo. Si è giustamente osservato da molte parti che ormai in Italia, soprattutto in Sardegna e nel Meridione, si sono sperimentate tutte le forme di incentivazione finanziaria nei confronti delle attività economiche e non si saprebbe cosa d'altro inventare; rimane però un problema irrisolto e forse questa è la grande questione che va risolta, il grande incentivo che andrebbe dato, e cioè di un'amministrazione che dia tempi certi per quanto riguarda la propria attività, e che, nei confronti dei soggetti, abbia una posizione di chiarezza. In presenza di taluni presupposti, scattano automaticamente come diritti determinati provvedimenti, mentre in assenza di queste condizioni non è pensabile che tramite il favoritismo o la via traversa si possa ottenere lo stesso risultato. Bene, anche tutta questa problematica, che aveva avuto nella scorsa legislatura un momento di attenzione, quanto meno nel Consiglio attraverso l'approvazione di alcune leggi che ponevano questa Assemblea legislativa in sintonia con analoghi processi che si sviluppavano a livello nazionale, hanno avuto invece nel corso di questa legislatura la più totale disattenzione, tant'è che anche quelle leggi, inserite nell'ambiente politico e culturale di cui sto parlando, hanno finito per perdere del loro significato, e anche una riforma che poteva avere una sua valenza positiva come quella del difensore civico si è ridotta in un mero onere, cioè l'onere dei 12 milioni al mese che vengono erogati a chi pro tempore ricopre quell'ufficio. Quindi un qualcosa che doveva essere positivo si traduce in qualcosa di dannoso anche dal punto di vista economico, perché è un'erogazione che è praticamente a carico dei cittadini senza che essi ne abbiano alcun vantaggio, anzi è un'erogazione che avviene in favore di chi quell'ufficio e quella legge invece di attivare vanifica, inaridisce, annulla.
Ora, io credo sia necessario prendere atto di questo, e dico queste parole non con spirito critico verso questo o quello, dico che è necessario prendere atto di questo perché signor Presidente, onorevoli colleghi, un'attività istituzionale che prosegua con queste modalità, con questi parametri, cioè priva di qualsiasi aggancio ideale, priva di qualsiasi spessore programmatico, priva di qualsiasi eticità politica intesa appunto in questo senso, cioè dell'attività politica che è predisposizione di mezzi, attività, coalizioni, per il raggiungimento di obiettivi di carattere generale, presto o tardi cade, e quando cade cade in modo fragoroso e fa danni maggiori. Io voglio ricordare la vicenda nazionale, bene, a livello nazionale si erano creati tali e tanti elementi di deterioramento della situazione politica per cui le coalizioni nascevano con quelle finalità di cui parlavo, tendevano più a soddisfare gruppi, interessi, persone e l'attività politica era diventata autoreferenziale per gli stessi soggetti che la svolgevano. Sembrava che quelle coalizioni fossero a prova di bomba, blindate, che nessuno le potesse toccare, sembrava che i protagonisti di quelle stagioni avessero assunto una tale potenza nel nostro paese da essere intoccabili. Bene, abbiamo visto che quando si era raggiunto il culmine della potenza, e addirittura c'era qualcuno che faceva i congressi facendosi inquadrare in un grande schermo rettangolare che a me ricorda Dio, almeno per come ce lo disegnavano...
(Interruzioni)
Il triangolo, scusate, io con la geometria non vado d'accordo... Io ricordo sempre che nel corso del catechismo ci veniva disegnato questo grande occhio. Beh, si è arrivati anche a quelle cose paradossali e ridicole ma, proprio mentre con questi barocchismi si enunciavano i fasti, il crollo diventava più clamoroso. Oggi i leader di quella stagione penosamente battono i tribunali come indagati o cercano non più di fare politica ma di gettare qua e là un po' di veleno acchiappandosi soltanto qualche altro capo di imputazione per calunnia. Questa è la conclusione di quella vicenda, perché era una vicenda che non aveva nulla di politico; aveva perso tutti i parametri su cui una politica si può reggere. Io credo, signor Presidente e colleghi che qui siamo arrivati a una situazione analoga. Siamo arrivati, nel corso di questa legislatura, a una situazione che ovviamente con protagonisti minori quali noi tutti siamo, ha le stesse caratteristiche, cioè non si riesce più a vedere una finalità, non si riesce più a vedere una qualche cosa che stia al di fuori di noi e per la quale noi ci battiamo, non si riesce a vedere nell'ambito dell'attività di questa Giunta, niente che vada al di là delle cose che non superano il contingente. Dell'amministrazione ce ne stiamo occupando in questi giorni non per fare le grandi riforme di cui si parlava ma per tamponare questa o quella leggina che, stravolgendo i principi di imparzialità che devono consentire a tutti i cittadini di avere pari opportunità, tendono a infilare nell'ambito dell'amministrazione regionale delle persone assunte al di fuori di ogni regola che disciplina questa materia. Ci troviamo in presenza di un'attività in cui il nostro massimo risultato è evitare che si commettano violazioni di questi princìpi elementari. Io inviterei alla riflessione perché credo che non prendere atto di questo sia il presupposto per ulteriori gravissimi errori, il che potrebbe anche preoccuparmi fino ad un certo punto se a subire le conseguenze di queste involuzioni e di questi disastri non fossero i cittadini della Sardegna. Pertanto, più che di dibattiti rituali o di relazioni auto assolutorie in cui ci si auto dà non solo la sufficienza ma più che la sufficienza, c'è la necessità di discussioni che entrino nel merito di queste difficoltà, che entrino nel merito del perché un ceto politico, un'istituzione, una Giunta sono entrate in questi meandri, in questi tunnel aridi, privi di qualsiasi spessore ideale e quali siano le condizioni per uscirne e cioè vedere se ancora vi sono le energie o ancora vi è un barlume di capacità e di essere nel contempo, insieme ad altre forze, promotori del nuovo o del diverso - che può essere anche non migliore, laddove noi non riusciamo a creare le condizioni - che comunque ormai si impone. Io penso che questo sia il compito fondamentale che in questa fase politica tutti i protagonisti della vicenda politica regionale hanno e penso anche che sia questa l'ultima occasione. La mia personale convinzione è che laddove non vengano, come mi pare non stiano venendo, segnali che indichino che la strada che si vuole prendere è un'altra, e cioè la strada della normalità politica, la strada in cui la politica diventa quello che deve essere, le soluzioni che si dovranno trovare saranno necessariamente delle soluzioni in larga misura anomale e straordinarie rispetto a quelle che taluno va prospettando, nel senso che credo che là dove non ci sia un qualche sussulto finale dobbiamo pensare alla futura scadenza regionale come momento in cui, nei posti chiave della futura politica regionale dobbiamo ricorrere a persone che rispetto a questi assetti, siano state del tutto estranee e non solo estranee, ma fortemente critiche e autonome. Io credo che questo sia ciò che si sta prospettando, non perché queste prospettazioni nascano da chissà quale volontà ma dall'incapacità di queste forze, dalle forze e dalle personalità che hanno diretto questa fase politica di rendersi conto delle questioni. Quindi se questo dibattito può avere l'utilità penso sia quella di vedere perché e come abbiamo sostanzialmente sprecato una legislatura, vedere perché e come nel corso di questa legislatura abbiamo fatto più guasti che azioni positive, vedere perché e come l'istituzione è scesa in una situazione così bassa, lo stesso Consiglio ha perso consapevolezza di sé, del proprio ruolo, e del proprio rango, e stabilire, se è possibile, quali possono essere le vie d'uscita. Ripeto che là dove non si faccia proseguendo in riti stanchi la realtà trova sempre le sue soluzioni. Soluzioni che, ripeto, là dove non siano governate possono essere addirittura peggiori della situazione attuale. Qui sta la drammaticità e sta anche l'ulteriore responsabilità del non farsi carico delle questioni. Infine, conclusivamente, vorrei qui formalmente porre al Presidente, se mi ascolta, una questione che a me sta a cuore, è una questione particolare che si potrebbe sollevare anche con un altro strumento, ma forse questo può essere lo strumento più diretto e più semplice. Il Presidente ha un collaboratore che è candidato alle elezioni, ha il diritto di candidarsi e gli auguriamo, come si augura a tutti, di esser eletto. Tuttavia io ritengo che data la...
PRESIDENTE. Onorevole Pubusa, la prego di concludere, anche perché lei è fuori tema. Noi stiamo parlando di rapporti tra Stato e Regione, e, mi scusi, ha fatto un intervento che non ha niente a che vedere con l'argomento di cui stiamo parlando.
PUBUSA (P.D.S.). Non ne ho accennato perché sul nulla signor Presidente, non si può discutere; io discuto su qualcosa, sul nulla non discuto. Volevo soltanto, conclusivamente, invitare il Presidente a chiedere al suo collaboratore, di sospendere la sua attività, fino allo svolgimento delle elezioni. Noi gli auguriamo di essere eletto, se non lo sarà, riprenderà la sua normale attività.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Baroschi. Ne ha facoltà.
BAROSCHI (P.S.I.). Sono candidato anch'io, e quasi c'è da chiedersi se il candidarsi costituisca motivo di vergogna. Io credo che si debbano in qualche modo riportare queste questioni di etica a quello che, piaccia o dispiaccia a molti, è ancora l'elemento fondante della nostra società: l'uomo. Hanno voglia taluni di cercare di sostituire con le regole, le regolette, le deroghe a questo fondamentale elemento della società! Non ci riusciranno, anche perché, tutto sommato, questi sono strumenti più di killeraggio che non di elaborazione politica. Io farò uno sforzo per rimanere all'interno della questione che stiamo trattando e mi pare che, avendo la Conferenza dei Capi Gruppo stabilito di fare questa discussione in questo periodo, ed essendo questa la sede più adatta per esprimere opinioni politiche, in buona sostanza questo dibattito possa costituire, se i singoli consiglieri che intervengono lo vogliono, una sorta di analisi dell'intera legislatura e dei fatti politici che vi sono intervenuti ma soprattutto il momento più qualificante perché ciascuno di noi dia il suo modestissimo contributo a che in questi ultimi due mesi e nella prossima legislatura il Consiglio regionale possa lavorare sulla sorta dell'esperienza che abbiamo fatto nei nostri rapporti Regione-Stato. Sarebbe veramente strano che ciascuno di noi intervenisse senza tener conto dei mutamenti che sono intervenuti nel potere centrale; se così facessimo, molto probabilmente, usciremmo fuori tema, discutendo non sulla terra, ma sulla luna di una questione che invece ci interessa in maniera particolare. Se non teniamo conto degli accadimenti in campo economico e politico, non comprenderemo quale è stato il risultato della nostra azione politica nei confronti dello Stato in questi ultimi anni. A me pare di poter sintetizzare questa situazione con una affermazione molto breve. L'opera del Consiglio e della Giunta e del suo Presidente è servita a tamponare e a bloccare un'ondata che, se non contenuta, avrebbe certamente liquidato il nostro apparato produttivo, soprattutto quello del comparto industriale. E' fin troppo facile dire che è tutto uno sfascio, che la disoccupazione aumenta anche nella nostra Isola, che le prospettive per il futuro sono nere, ma è altrettanto vero che, se non avessimo potuto opporre questa barriera, adesso non discuteremmo più di disoccupati, parleremmo di una società e di un apparato produttivo totalmente desertificato; la chimica, le miniere, l'energia, la cartiera, giusto per fare qualche esempio, non ci sarebbero più. Noi non discuteremmo quindi di possibile ripresa, non parleremmo della prospettiva di reintegrare i posti di lavoro che sono venuti a mancare, insomma ci troveremmo nella più nera delle crisi. E allora il giudizio che io esprimo su questa legislatura, per questa vicenda, credo che sia altamente positivo. Certo, ci sono quelli che avrebbero desiderato fare le barricate, quelli che avrebbero preso le armi, quelli che in qualche modo avrebbero canalizzato verso forme più dure la propria protesta. Però, di fronte all'ondata che stava per travolgere il nostro Paese, la nostra Isola sarebbe stata cancellata. Allora, la difesa flessibile che ha adottato la Giunta, andando a vedere caso per caso qual era la strada migliore per poter salvaguardare il salvaguardabile, credo che alla fine abbia dimostrato non solo la sua ragionevolezza ma soprattutto la sua efficacia. L'aver costretto poteri centrali, quali quelli che ci sono nelle partecipazioni statali, nello stesso Governo, e non ultimo anche nel Parlamento, ad una discussione realistica, fattiva, positiva delle questioni che andavamo via via sottoponendo, è stata la prima di queste vittorie, aver costretto, cioè a guardare all'apparato produttivo isolano non sulla scorta di parametri dell'economia internazionale o anche nazionale, che ci avrebbero visto comunque penalizzati, ha costituito una importantissima vittoria, perché questa impostazione ha costretto gli altri, i nostri interlocutori, i nostri avversari, talvolta i nostri nemici, a fare i conti con la realtà sociale della nostra isola ma anche con quella economica. Laddove c'erano promesse di distruzione totale dei settori produttivi isolani, sulla base di considerazioni che non vedevano neanche rappresentata la nostra isola - penso alla chimica, per esempio, o alle stesse miniere - aver costretto questi interlocutori a venire al tavolo e a ragionare in termini più positivi e con valutazioni sulla possibilità di uno sbocco economico ancora per il nostro apparato industriale, credo che sia stata la chiave di volta che ha consentito di arrivare ad oggi a una situazione nella quale possiamo registrare segni concreti di arresto di quest'onda che doveva sommergerci, e talvolta anche il suo riflusso. Questo non vuol dire che viviamo in un paese beato, in un'isola felice nella quale i pericoli non ci sono. Pur tuttavia, possiamo consegnare alla prossima legislatura un'azione politica di estrema positività che, a mio modesto avviso, dovrebbe dirla lunga ai futuri governanti sul modo in cui si difendono concretamente, non a parole, gli interessi della nostra collettività regionale.
Io non la farò molto lunga in questo mio intervento, anche perché mi rendo conto, signor Presidente del Consiglio, che ben pochi consiglieri hanno accolto il suo invito a stare qui, prima che altrove. Io l'avrei fatto comunque, anche senza il suo invito, perché credo di aver assunto, con l'elezione a consigliere regionale, un dovere nei confronti di coloro che hanno ritenuto di dovermi investire di questo alto ufficio, ed è soprattutto quello al quale io tengo a dare tutto il mio impegno con il massimo delle mie capacità, pur modeste che esse siano.
C'è un aspetto che, in qualche modo, viene messo da parte, e che invece con i problemi dello sviluppo, con i problemi della vertenza Sardegna, soprattutto in campo economico, è strettamente correlato e che - per le funzioni che ho svolto in questa legislatura - mi ha visto più impegnato di altri colleghi, e cioè quello relativo alle riforme statutarie. Si ha l'impressione, soprattutto nella pubblica opinione, che questi temi siano considerati - come dire? - temi la cui astrattezza è la caratteristica più rilevante. Cioè, la gente pensa, generalmente, che parlare di Statuto voglia dire perdere di vista i problemi più concreti della crisi economica, della disoccupazione e quant'altro. E certamente, di fronte a un operaio che si vede mancare il proprio stipendio a fine mese, o addirittura il proprio posto di lavoro, tutto questo non può che apparire profondamente vero. Però, per la funzione che qui esercitiamo, noi non possiamo lasciarci prendere la mano da questo pur nobile sentimento di solidarietà e di partecipazione per coloro che vedono messa in pericolo la propria vita sociale ed economica nella nostra isola. Dobbiamo fare uno sforzo per far comprendere che, se la Regione non ha strumenti giuridici adatti non può difendere fino in fondo gli interessi della nostra collettività. Faccio l'esempio delle privatizzazioni, sulle quali noi non abbiamo potuto dire una sola parola, nonostante nel nostro apparato economico le partecipazioni statali avessero una parte enorme, per non dire quasi esclusiva. Tutto questo sta a dimostrare che, se non riusciamo a recuperare poteri, anche per poter tutelare i nostri interessi quando si determinano fatti economici di questo genere, noi saremo sempre e comunque in una posizione difensiva e non propositiva, quale invece sarebbe molto più utile per i nostri interessi porre in essere. Voglio dire che finché un presidente di un ente o di una S.p.A. può determinare scelte dalle quali è totalmente esclusa la partecipazione della Regione, noi saremo sempre e comunque soggetti ad un potere, che non potremo in alcun modo limitare anche quando si esercita in modo contrario alla tutela dei nostri interessi. Il problema di una ricontrattazione dello Statuto della regione diventa dunque questione fondamentale, non solo, ma anche soprattutto per lo sviluppo economico e sociale della nostra Isola. E qui, probabilmente interviene un'autocritica: presi dall'emergenza economica noi abbiamo sottovalutato l'importanza delle riforme statutarie. E' ben vero che, nel frattempo, presso gli organi centrali dello Stato, si andava determinando una situazione di forte mutazione dei meccanismi che attengono ai rapporti tra gli organi dello Stato a livello centrale. Pur non essendosi ancora determinato alcunché, perché la semplice innovazione della legge elettorale non produce di per sé un mutamento dell'allocazione dei poteri tra sede centrale e sede periferica, sappiamo molto bene che l'aver spezzato in qualche modo una situazione di stallo può consentire domani di avviare un'azione che riporti, secondo un concetto più moderno e più democratico, molti poteri alle Regioni. Anzi ci sono taluni che ritengono che oggi tutte le materie debbano rientrare nella potestà legislativa esclusiva delle Regioni, salvo talune, che configurano l'unitarietà dello Stato: la difesa, il battere moneta e quant'altro. Allora, s così è, questo Consiglio regionale dovrebbe in qualche modo, con i modi che gli sono più propri, consegnare alla prossima legislatura un auspicio a che oltre al permanere della difesa dei nostri interessi in campo economico e sociale, ci sia anche un'azione molto più produttiva - a mio parere - ma dura, per la conquista di una nuova forma dello Stato che veda rivalutata la partecipazione delle Regioni alla formazione della politica nazionale sia in campo economico che sociale.
Io credo che non sia il caso, adesso, di entrare nei dettagli; certo è che le ultime produzioni della Commissione bicamerale possono in qualche modo costituire una valida posizione di partenza per conseguire questo tipo di risultato. Credo che a questo fine possano essere anche utilizzate le rappresentanze parlamentari che da quest'isola scaturiranno dalle prossime elezioni del 27 e 28 marzo.
Io non avrei altro da aggiungere se non fosse un invito che faccio a me stesso e ai colleghi che hanno ancora la bontà di ascoltarmi dopo un quarto d'ora di intervento, ed è questo: io non credo che, una volta entrati in quest'Aula, noi possiamo lasciare fuori dalla porta il nostro carattere, il nostro modo di vedere, la nostra personalità, ce li portiamo sempre appresso. Però, entrando in quest'Aula noi veniamo investiti da una funzione che in qualche modo deve essere esemplare, e allora prima di accedere agli strumenti che sono a disposizione del singolo cittadino io credo che, in quest'Aula, dobbiamo esprimere tutto ciò che sentiamo anche quando dovessimo avere dei pareri contrari sui modi e sui comportamenti dei colleghi o delle istituzioni. Dobbiamo avere fiducia in noi stessi, in questa Istituzione che pro tempore rappresentiamo. Perché se facciamo ricorso noi, consiglieri regionali ad altri poteri prima che a questo, io credo che stiamo contribuendo a delegittimare quest'Aula. Se il confronto politico non avviene qui, che cosa ci fa quest'Aula? A che cosa serve il Consiglio regionale se non al confronto? Io credo che, forse per il pessimismo, perché il dibattito quasi sempre o spesso è inconcludente, non tutto quello che qui avviene ci soddisfa. Per migliaia di ragioni, ma di fatto se perdiamo questa visione dell'Aula parlamentare, noi stiamo delegittimando totalmente il Consiglio regionale, e questo almeno a me dispiace. E credo che, al di là della presenza fisica del consigliere, valga molto di più, onorevole Presidente, me lo consenta, una visione della propria funzione, che dovrebbe presiedere a qualunque nostro comportamento. Io desidero ultimare questo mio intervento ricordando che cinque anni passati in un'Assemblea elettiva non sono pochi, sono tanti se li si è riempiti di impegno, se ciascuno di noi ha potuto esercitare appieno la sua funzione, senza lasciarsi tirare la giacca dal proprio partito di appartenenza, da interessi particolari e quant'altro, e cioè avendo esercitato appieno e profondamente la propri funzione. Se così è per ciascuno di noi, allora un Consiglio che è fatto di consiglieri di tal fatta ha l'autorevolezza per esprimere un Governo regionale che di questa autorevolezza si riempie e che è interlocutore valido per qualunque potere, anche quello centrale, anche quello più conservatore, anche quello che non ha nei propri programmi una visione più democratica e quindi più aperta anche alla tutela degli interessi delle nostre popolazioni. Tutto promana quindi da questa istituzione, e se così sarà nella futura legislatura io credo che questa vertenza Sardegna potrà diventare un ottimo ricordo per ciascuno di noi perché avremmo superato i problemi che pure sono gradi.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Muledda. Ne ha facoltà.
MULEDDA (P.D.S.). Signor Presidente, colleghi consiglieri, io credo che questo dibattito sia stato e sia opportuno perché dà luogo a ciascuno di noi a una riflessione pur nel periodo che viviamo che è difficile e che impegna tutti noi in un confronto che può diventare aspro e che talvolta rischia perfino di superare i limiti dei rapporti politici per diventare altro. E se diventa altro rischia di fare un danno incalcolabile alla funzione propria della politica, di chi fa politica, per vocazione, per scelta di vita, per collocazione nel sociale. Per ciascuno di noi, ovviamente, in una situazione come questa, a fine legislatura, che sia stato o che sia al governo, o che sia qui nei banchi del Consiglio, per ciascuno di noi è venuto il momento ovviamente di fare i conti con riflessioni, quanto meno, che portano a misurarci non soltanto col contingente, ma anche in qualche misura con gli schieramenti, con le collocazioni dei singoli all'interno dei partiti, e anche in qualche modo con le proprie storie personali. Io credo che sia giusto dare giudizi sull'esperienza di questi cinque anni, dare giudizi forse anche di tempi più lunghi, dare giudizi forse anche sull'esperienza di questo Governo regionale per quanto si proponeva di fare come programma e per quanto ha fatto.
Il Presidente della Giunta ha riferito in Consiglio sull'argomento specifico della vertenza Sardegna, che io ritengo debba essere riportata ai termini proposti nel programma della Giunta, di una coalizione quale mai si è realizzata in Sardegna per ampiezza di consensi e per un'operatività che si è determinata nella condizione di peggior crisi che la Sardegna abbia mai affrontato.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE SERRENTI
(Segue MULEDDA.) Questi sono i parametri all'interno dei quali dobbiamo dare un giudizio; non tanto per ribadire, però, come talvolta capita, il pregiudizio. Pregiudizio vuol dire giudizio formato prima; ora può capitare che chi era contrario, legittimamente, a che si formasse questa coalizione, continui a mantenere il suo pregiudizio e non affronti onestamente, con obiettività, il confronto rispetto a quello che è un giudizio da dare oggi su quanto proposto a suo tempo nel programma e su quanto fatto in attuazione di quel programma. Io intervenni a suo tempo, quando ci fu la discussione sulla fiducia, e consideravo allora nel dire "noi" e "voi" come si diceva, che probabilmente alla fine dell'esperienza di governo i "noi" e i "voi" non sarebbero stati gli stessi come soggetti. "Noi" nel senso del mio partito, "noi" nel senso degli uomini più vicini a me; "voi" nel senso di altro partito, visto come un aggregato che metteva insieme energie, uomini, soggetti, esperienze, visione della politica e in qualche modo visione del mondo. Si è realizzato questo, non perché io fossi un facile profeta, ma perché nazionalmente e nel mondo, purtroppo, si sono verificate condizioni tali per cui quelli che erano i "noi" non sono più i "noi" e quelli che erano i "voi" non sono più i "voi" e occorre andare a verificare il "noi" e il "voi". Lo dobbiamo fare in una campagna elettorale nella quale, con mille problemi, dovremo andare a confrontarci, mi auguro, fermamente su questioni di politica, su questioni di programmi, su questioni di strategie che tengono al centro gli interessi complessivi di questo popolo sardo, gli interessi veri che vanno naturalmente oggi rivisti, aggiornati, perché nessuno può illudersi che quello che era vero, che era sancito, oggi posa esserlo. Per fortuna chi pensa e riflette, e quindi anche chi legge, dovrà fare i conti con una situazione che vede come centro una cosa che non è più centro, una cosa che non è più ferma, ed è il sistema di relazioni che si devono determinare fra soggetti diversi, tra territori diversi, tra popoli diversi ma anche fra istituzioni diverse, per cercare di trovare uno spazio in cui questa Sardegna, questo popolo sardo con le sue istituzioni si rapporti a quella che è l'Europa, oggi di quindici, a quella che è l'Italia dove si parla di federalismo, a quella che è anche la realtà sarda dove si articolano i poteri sempre più precisamente, almeno quanto a domanda se non quanto a risposta che non siamo riusciti a dare. Questa mi pare che sia la questione centrale che dobbiamo affrontare oggi per il domani, se vogliamo avere una funzione quanto meno in questo fine legislatura che sia la più propositiva possibile; è una questione di relazioni non di punti fermi. Allora la vertenza Sardegna io la riprendo così come la inquadrava, nelle dichiarazioni programmatiche, il presidente Cabras. Le nuove relazioni tra popoli, tra soggetti politici, debbono essere determinate con una nostra nuova soggettività, riprendendo e coltivando le radici, guardando alla cultura profonda che c'è dietro ma guardando a un futuro che ha nomi e strutture diverse. C'è una questione mondiale ormai che attiene a quello che un autore americano definita un megatrend, cioè l'affermazione dei soggetti minori rispetto all'omogeneizzazione dell'informazione planetaria e delle culture. C'è una tendenza fortissima all'affermazione dei soggetti cosiddetti minori e mi riferisco non solo alla volontà del popolo ma anche degli enti locali di avere oggi maggiore forza nell'affermare la propria identità. Una cultura lunga di autonomia, in diverse forme affermate e con diversi princìpi, talvolta, ma che riportano sempre ad una cultura del popolo sardo che ha sempre ambito ad avere un ruolo che si affermi nel mondo al di là delle contingenze. L'anima sardista, l'anima laica, l'anima socialista della cultura che si è costituita in Sardegna oggi vanno riprese e riportate per quanto possibile a unità di intenti; e questa unità di intenti, nell'interesse del popolo sardo, si afferma anche nelle campagne elettorali. Si può dire che non abbiamo fatto granché in questo Consiglio regionale; io non concordo con chi dimentica quanto è stato fatto, avendolo anche per soggetto in questo Consiglio. Noi abbiamo affermato alcune questioni di riforma che vanno tenute presenti per quello che comportano come conseguenze di atteggiamenti nella pratica politica, nei rapporti tra i partiti, e ripeto nell'interesse del popolo sardo. Parlo per esempio della riforma elettorale. C'è un sommovimento tale, una frantumazione tale che chi ha oggi senso di responsabilità e comunque ruolo di direzione politica responsabilmente, deve lanciare messaggi non di frantumazione ma di aggregazione di forze e di energie intorno a programmi che siano non soltanto il lievito per il futuro, ma siano davvero uno strumento che possa mettere insieme le energie che vanno in sintonia su quei programmi che ciascuno deve esporre in campagna elettorale, nel dibattito culturale e politico all'opinione pubblica perché sia giudicato. Allora io credo che riprendere il tema della vertenza Sardegna debba essere in questo Consiglio regionale, e nel prossimo, un impegno costante, partendo però da una esperienza storica che ha visto questo Consiglio regionale, l'istituzione Consiglio regionale, attivare non soltanto una contrapposizione, una rivendicazione fino a enunciare l'esigenza di conflitto istituzionale, come è stato fatto all'inizio dell'esperienza di questa Giunta, ma che ha visto un'elaborazione profonda e che deve tendere a far salvo un principio che è quello dell'articolo 13 dello Statuto che prevede che, a fronte di un federalismo che a mio parere può portare gran male all'Italia - il federalismo del Bossi e delle regioni forti - si riaffermi invece il concorso dello Stato per lo sviluppo economico e sociale e culturale di questa Regione. Dobbiamo riaffermarlo questo termine, perché se non si ha questo obiettivo specifico, può diventare una vertenza, un'umiliazione, invece che affermazione di autonomia, può voler dire che abdichiamo al nostro ruolo di soggetti - perché concorso vuole dire essere in due quanto meno - per rinunciare e diventare un'appendice di un mondo che si evolve troppo rapidamente rispetto alla nostra capacità di decidere e di incidere, di elaborare e di produrre e quindi di confrontarci con quel mondo che è un mondo reale che può trascinarci in una deriva che ci allontana sempre di più dall'Europa e dai corsi principali della storia in questo momento. Questo diceva il Presidente Cabras, grosso modo - l'ho riassunto malamente - nelle sue dichiarazioni programmatiche, a proposito della vertenza Sardegna, da affrontare con questa maggioranza, con questo schieramento politico, e negli atti concreti della Giunta. Diceva ieri il collega Cogodi che dopo dieci anni dall'84 si ha solo un decreto legge. Imperfetto quanto si vuole ma si ha un decreto! A me basterebbe questa riaffermazione dell'attualità dell'articolo 13 e del suo finanziamento perché tiene in vita un articolo, una garanzia costituzionale che rischiava di scomparire dalla pratica politica e istituzionale, confondendo questa Regione ad autonomia speciale, confondendola in un momento in cui i regionalismi e i federalismi parlano lingue che a noi non possono star bene. E' stata riaffermata la nostra soggettività politica e istituzionale, in una contrattazione diretta tra i due esecutivi, compiuta almeno in parte con l'approvazione da parte del Senato del decreto legislativo di attuazione. Allora io credo che, quando si parla di vertenza Sardegna, questa questione vada tenuta sempre in primo piano, e non dimentico tutto quanto è stato fatto prevalentemente in termini unitari, negli ultimi dieci anni, per riaffermare la pratica del diritto dei sardi all'attuazione dell'articolo 13, e nonostante debba dire che le risorse sono insufficienti, per me è grande vittoria vere riaffermato il principio e la vitalità di questo principio nel rapporto fra questa Regione, fra questo esecutivo e il governo e lo Stato italiano.
Seconda questione: nel merito occorre dire che io personalmente, fermo restando il principio del concorso, sarei per attivare quanto non abbiamo fatto in questi anni, in primo luogo per la riforma dello Statuto. E' una grave colpa, la nostra, di questo Consiglio, non essere riusciti neppure a insediare la Commissione per la riforma dello Statuto e non avere attivato le sinergie possibili della società civile oltre che l'elaborazione dei consiglieri di questo Consiglio in questa direzione. Dobbiamo riaffermare in questo momento che lo Statuto va riformato partendo da quel principio, traguardando all'Europa, traguardando alla materialità delle Costituzioni europee e nazionale in una battaglia che riaffermi la nostra soggettività. I poteri statutari vanno ridefiniti non solo traguardando a quanto ha detto la Commissione bicamerale sul ruolo dello Stato e delle Regioni ma riaffermando poteri diversi, più forti, per questa Regione che ha, dalle sue origini, un'autonomia speciale e quindi una sua forza da esprimere in un contesto nazionale ed europeo. Poteri più ampi, più forti, per decidere di un autogoverno che abbia un programma e che non sia scisso dallo Statuto, perché i poteri servono se si hanno programmi, è inutile dire che diamo o non diamo poteri ai comuni - per dire un'altra fallanza di questi 50 anni di autonomia - se non diciamo il perché della possibilità di accesso del cittadino utente, della fruizione di servizi, della partecipazione a formare decisioni nelle forme democratiche, se non diciamo questo e non abbiamo insieme un programma che sostanzi questi poteri, potremmo sempre avere la sbandata che abbiamo avuto: una volta troppe istituzioni, un'altra volta troppa economia. Non abbiamo mai messo insieme tutte le forze possibili per vincere la battaglia comune per portare l'autonomia intesa come sintesi complessiva di istituzione e di programma e di sviluppo al livello giusto di maturazione. Questa è la questione che questa maggioranza doveva affrontare e amaramente dobbiamo dire che non è riuscita a portarla avanti di un millimetro. Dobbiamo ragionare, sull'articolo 13 per quanto riguarda i poteri e gli strumenti per lo sviluppo ma dobbiamo ragionare anche, nell'immediato, per dire che le forze politiche, comunque siano oggi articolate, devono tirare fuori, nella proposta programmatica, le idee concrete per la riforma dello Statuto. Con ciò non dobbiamo necessariamente dire che andremo a fare una legislatura costituente, poi potrà anche esserci questa esigenza, ma oggi occorre che ciascuno di noi, in questa campagna elettorale terribile, dica che cosa intende per riforma dello Statuto e dica quali obiettivi si pone per lo sviluppo per fare dell'insieme della visione autonomistica la questione che aggreghi le forze. Diceva il collega Pubusa che talvolta le maggioranze nascono e io dico che talvolta si fanno anche le candidature per risolvere questioni spicciole di interessi personali. E' capitato che, per esempio, in questa vicenda della formazione delle liste, obiettivi comuni, enunciati, programmi concordati poi non abbiano avuto come conseguenza una unità di intenti nella formazione delle liste e degli schieramenti. Questa è una contraddizione palese che indebolisce la politica e le istituzioni. Allora poiché si va verso le elezioni regionali, che riguarderanno tanti consiglieri e riguardano comunque tutto il popolo sardo, occorre in questa fase che le forze che hanno omogeneità di programmi e trovino la forza dell'unità, perché va data attuazione alla riforma che abbiamo fatto che pretende che vi siano aggregazioni, pena il dissolvimento del ruolo dell'istituzione regionale, a quella legge va data attuazione politica, con programmi e liste, enunciando gli obiettivi che dobbiamo andare a proporre alla gente.
Io questo sforzo tenterei di farlo, ma non soltanto con le forze della sinistra, a me non sta bene la diaspora, la frantumazione, l'improvvisazione, a me non sta bene che vi sia una riduzione del ruolo delle istituzioni a quello di cinghia di trasmissione di interessi esterni che possono davvero etero dirigere queste istituzioni, comunque si conformino, che si chiami Berlusconi, per fare un'estrema sintesi, o che si chiami nomenclatura che permane. A me serve che queste istituzioni siano rappresentative di interessi reali, in una battaglia che si misuri su contenuti concreti e quindi, di fatto, su questo vada a selezionare le classi dirigenti di questa Regione e di questo Paese. E allora aggregazioni, uno sforzo di unità, uno sforzo di elaborazione e ciascuno dica la sua! Però a me serve che sull'articolo 13 e sullo Statuto vi siano pronunciamenti nell'immediato, per dire quali sono gli obiettivi che vogliamo andare a raggiungere nel sistema di relazioni attuali. Non illudiamoci, l'Europa può essere l'Europa dei popoli, delle Regioni, qualcuno dice dei Comuni, o può essere l'Europa dei grandi potentati economici che della Sardegna, del suolo popolo, del suo ambiente e della sua cultura possono fare a meno, perché ne possono fare a meno. Noi non vogliamo essere un'appendice, vogliamo essere soggetti.
Altre due questioni voglio sottolineare. Io ho avuto non lunghissime conversazioni con il Presidente sulla questione dell'energia, l'aver vinto la battaglia sulla gassificazione del carbone Sulcis, o noi lo vediamo per quello che è, in termini strategici, di condizione per lo sviluppo, o e lo vediamo come vittoria di chi diceva che prima vengono le risorse locali-strategiche, quindi il carbone, poi può venire anche la gassificazione del catrame, e se lo vediamo in questo modo e tiriamo le conseguenze e diciamo che la Sardegna, come diceva il Presidente, in Italia e per larga misura in Europa, diventerà una Regione con alta, altissima disponibilità energetica, abbiamo vinto una battaglia, che dura dal giorno che le miniere in Sardegna sono state riattivate dopo la liberazione, per riaffermare un ruolo che non poteva essere soltanto quello di mandare uomini a diventare neri di carbone per avere un salario. Uomini oggi ne possono scendere di meno in miniera per fortuna, però abbiamo una prospettiva da coltivare e da vincere con battaglie ulteriori: una base energetica regionale capace di attirare investimenti, perché senza energia non si fanno investimenti. C'è un esubero con questo ridisegnare il piano energetico regionale, ha ragione il Presidente, questo esubero è una risorsa strategica che questa Giunta deve ascrivere come una, forse la più grossa vittoria degli ultimi venti anni in termini di autonomia, perché incide sulla struttura profonda e non soltanto perché porta memoria storica in emersione ma mezzi per lo sviluppo, energia.
Abbiamo parlato tante volte di trasporti, abbiamo detto che occorre che la continuità territoriale sia applicata; certo che è imperfetto questo decreto legge, ma nel momento in cui sancisce che la Regione autonoma della Sardegna può andare a formare la griglia per decidere a quali settori, a quali mezzi, a quali comparti dello sviluppo si spossa dare priorità per l'abbattimento dei costi di trasporto, abbiamo affermato un principio che spero regga alla contrapposizione comunitaria e abbia miglior sorte di quanto non abbia avuto la "64" per l'abbattimento del 30 per cento generalizzato, ma se questo principio diventa davvero potere regionale esplicabile, gestibile, governabile, abbiamo vinto un'altra battaglia che dura da trent'anni, per non dire che dura da quel dì che il Congresso sardista costituì il Partito Sardo d'Azione. Anche prima, ma io non voglio andare a cercare il prima, che era una cosa molto confusa, vado a cercare il giorno che l'autonomia moderna in Sardegna si è esplicata con soggetti politici.
Concludo, Presidente, bisogna tornare alla politica, alla politica intesa come non un'arte del possibile, a bocce ferme, la politica intesa come capacità di dare voce, gambe, soggettività a questo nostro popolo, intesa come capacità di governo e di confronto, non solo in difesa, ma per promuovere un altro genere di sviluppo, sena recidere niente della nostra esperienza culturale, politica e sociale. Poi ciascuno di noi farà le sue autocritiche come singolo, come appartenente a gruppi, e probabilmente da questa critica e autocritica deriverà la nostra possibile e diversa dislocazione negli schieramenti politici del domani, perché così sarà, inevitabilmente. Io non so quanto saremo vicini tra noi, come soggetti simili, nel prossimo futuro, con quelli con i quali eravamo molto vicini prima. Ciascuno di noi è messo a dura prova in questa fase. E chi è che non ha avuto esperienza in questi ultimi due anni di partito e movimento, di doppia e talvolta tripla appartenenza, nel senso che ciascuno di noi ha vissuto contraddizioni, intendiamoci, profonde, perché ha visto in movimenti e in altri soggetti politici elementi che lo incitavano a misurarsi, confrontarsi e talvolta a fase piccoli tratti di esperienza politica in comune. Cosa prevarrà in noi? La nostra storia immobile, santificata, portata nella nicchia o non invece il confronto tra i vari soggetti in lealtà di intenti e in buona fede compiuta che io attribuisco a tutti? Noi abbiamo vissuto questi anni in questa maniera e questa maggioranza ha avuto queste contraddizioni e più che essere un rapporto formale Giunta-Consiglio per la fiducia, è stato un rapporto trasversale, attraversato da tutti quanti noi. Questa esperienza, io la giudico positiva per questi aspetti che dicevo, per l'articolo 13, per l'energia, per i trasporti, per la Sardegna centrale e il rapporto con l'Europa, vittorioso per la prima volta, la considero utile come viatico per un futuro che veda questo Consiglio regionale, le forze politiche, i Gruppi dirigenti di questa Regione, farsi forti di questa esperienza. E' nella differenza dei ruoli che sarà inevitabile andare comunque a un futuro governabile, perché è governabile, a condizione che molti egoismi saltino e si trovi la ragione dell'unità la chiarezza dei conseguenti comportamenti.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Mannoni. Ne ha facoltà.
MANNONI (P.S.I.). Dobbiamo notare intanto che il dibattito finisce fortunatamente per sfuggire a una sorta di rito che di tanto in tanto si è celebrato in quest'Aula a proposto dei problemi di rapporto tra Regione e Stato, un rito cui ciascuno tenta, in questo gioco delle parti un po' stantio, di alzare il tiro della rivendicazione aumentando il pacchetto dei doveri, degli obblighi e delle incombenze per la Giunta regionale, per poi arrivare la volta successiva a denunciare l'incapacità della Giunta in carica, il fallimento della sua impostazione e ricominciare da capo. Questa è una storia vecchia, non ho avuto modo di rileggere atti consiliari per richiamarli alla mia memoria, ma se facciamo richiamo a questa o alla passata legislatura rileviamo che questo tipo di ritualità è stato celebrato fin troppe volte. Devo dire peraltro che in questo dibattito, man mano che si va avanti, emerge con più realismo e con più profondità il senso delle questioni in essere. Intanto emerge la consapevolezza che qualsiasi impegno rivendicativo o costruttivo di nuovi equilibri da parte dell'autonomia regionale cade oggi in una realtà politica e istituzionale nazionale non solo confusa ma diversa rispetto a quella a cui si era fatto riferimento all'inizio di questa legislatura. Faccio solo un esempio: una delle questioni poste di consueto al centro della nostra battaglia per lo sviluppo economico e industriale in particolare è quella relativa al rapporto con le partecipazioni statali, alla Conferenza delle partecipazioni statali. Ebbene, oggi richiamare un concetto di questo tipo mi sembrerebbe un po' folle, del tutto vano, comunque. È venuto meno il sistema, è crollato nelle sue contraddizioni, nella sua inconsistenza e quindi, uno dei punti di riferimento non esiste più. Questo esemplificavo per richiamare il concetto della trasformazione profonda dei termini del confronto Regione-Stato, come anche la crisi generale della finanza pubblica e quindi il venir meno delle disponibilità, dei margini di attribuibilità delle risorse dello Stato alle diverse realtà, che ha creato un contesto particolarmente difficile nel quale inserire la rivendicazione per una nuova legge di rinascita, il discorso sulla continuità territoriale e quant'altro è stato necessario mettere in campo per la difesa dell'apparato produttivo e per acquisire, semplicemente, da parte della Regione, strumenti a proprio carico anche finanziario di intervento nei vari settori dell'economia produttiva. Voglio rappresentare quindi la mia opinione in ordine a una estrema difficoltà del contesto politico-istituzionale, economico e finanziario nazionale nella quale si è dovuto inserire il processo, l'impegno e la battaglia per la difesa del sistema produttivo, per l'inserimento di normative nuove. Gigi Muledda faceva riferimento all'intervento sulla Sardegna centrale che ha fatto da testa d'ariete rispetto a una realtà giuridico istituzionale della comunità che non consentiva un intervento forte di sostegno dell'attività produttiva se non entro parametri estremamente ridotti e con garanzie particolarmente severe. Oggi, noi abbiamo all'ordine del giorno del Consiglio una norma che estende a tutta la Sardegna provvidenze inizialmente previste per quell'area, abbiamo quindi introdotto, con una battaglia dura e intelligente, una possibilità nuova di sostenere lo sviluppo in Sardegna.
Dicevo che il contesto nazionale di questi anni è difficile, addirittura drammatico. Tutto il contesto della democrazia nel nostro Paese è un contesto drammatico, addirittura. Rispetto a questo quadro, dobbiamo valutare i passi avanti nel rapporto Regione-Stato per quanto riguarda soprattutto i problemi dello sviluppo economico e della difesa della prospettiva produttiva. Anch'io farò come altri un accenno a due punti: uno riguarda il decreto legge sull'articolo 13. Qualcuno a ragione osservava che è un processo irrituale quello di ricorrere a un decreto legge per un provvedimento di rifinanziamento dell'intervento di cui all'articolo 13, quando invece un processo democratico, avrebbe richiesto responsabilità del Governo di fronte al Parlamento, una discussione, un'integrazione, un apporto dei Gruppi parlamentari e, infine, forse una legge più ampia e organica. Chi potrebbe obiettare il contrario? Nessuno. Si tratta di farsi carico, però, di una pericolosa situazione istituzionale del nostro Paese della limitatezza dei mezzi finanziari messi a disposizione di queste politiche e quindi di ricavare il massimo possibile con un'affermazione di un principio. Infatti tante cose sono scritte nella Carta costituzionale, tante cose sono scritte negli Statuti e vengono lasciate dormire, vengono lasciate nel dimenticatoio. Riaffermare il principio dell'impegno dello Stato per lo sviluppo economico e sociale della Sardegna era importante nella fase finale delle due legislature, quella nazionale, e quella regionale. Quindi, dobbiamo riconoscere a questo risultato un valore alto, un valore di principio, un valore che ci consentirà di riprendere, nella nuova situazione del dopo elezioni, un rapporto con il Governo per ampliare i contenuti di questo decreto legge. Il decreto legge riguarda una parte delle ipotesi possibili di approvazione della nuova legge di rinascita; per ampliare questi contenuti, questi limiti è ora possibile ancorarsi a un principio che è stato riaffermato, ma anche a degli strumenti che sono stati forniti alla Regione sarda, strumenti immediatamente spendibili che consentono di dare corpo, come è stato poc'anzi sottolineato, a un principio. Quando si parla di continuità territoriale non pensiamo mica a un ponte che attraversa il mare, o a non so quale ponte aereo, in termini figurati, ma semmai a strumenti, a interventi, a provvidenze che consentano di non avvertire, o di avvertire il meno possibile, il differenziale dell'insularità rispetto alle altre attività economiche e questo abbiamo spuntato. Quindi sull'articolo 13 portiamo a casa un segnale forte e qualche strumento estremamente utile. L'altro punto su cui devo ritornare è quello relativo alla gassificazione del carbone. Lo faccio volentieri perché ho avuto occasione di vivere in prima persona, dall'interno della Giunta regionale, come Assessore della programmazione, un confronto allora sì difficile e negativo fra tesi politiche, economiche e tecniche sostenute dalla Regione sarda. Tesi non semplicemente rivendicazionistiche, ma supportate da un'elaborazione scientifica e culturale evoluta, riguardanti la gassificazione del carbone e quindi la trasformazione del sistema energetico regionale proprio per l'immissione di questa fonte diversa e nuova e però, comunque, nostra, autonoma. L'Enel negava il suo assenso, il Governo nicchiava, mille ostacoli sono stati frapposti all'attivazione di questa procedura, di questo cammino nuovo per l'approvvigionamento energetico, sembrava una bandiera destinata a sventolare nel tempo, inutilmente, sul pennone dell'autonomia mentre oggi abbiamo realizzato un punto importante che induce nel territorio regionale una trasformazione profonda, devo dire, oltre a quello che diceva poc'anzi Muledda, anche da un punto di vista dell'innovazione tecnologica e quindi della possibilità di essere punta avanzata nel settore energetico. Quindi devo esprimere un giudizio realisticamente positivo non enfatico sulle cose fatte, sugli obiettivi conquistati e condivido la riserva che il Presidente ha avanzato nella parte finale della sua relazione quando, a fronte di alcuni passi avanti rilevanti come quelli ora richiamati, sottolinea il fatto che sul livello statutario della conquista, cioè di strumenti di governo e di poteri nuovi, dobbiamo segnare un momento di insuccesso, sia detto con chiarezza. E questo, devo dire, è un dato che caratterizza negativamente il corso di questa legislatura. Perché dico questo? Perché proprio sull'assetto dei poteri, sulla riforma dello Stato, sulla trasformazione dello Stato centrale in stato federale o altro, è incentrato gran parate del confronto politico del nostro paese. Mi riferisco al lavoro che ha compiuto la Commissione bicamerale e alla proposta insufficientemente autonomistica che è stata elaborata dalla Commissione medesima, e mi riferisco anche a tutte le prospettazioni, e al confronto in essere tra le forze politiche riguardo alla risistemazione dei poteri dello Stato. Oggi la questione centrale nel paese è quella di ricostruire lo Stato, ricostruirlo ponendo la questione fondamentale dei diritti individuali e collettivi e della soddisfazione di questi diritti sulla base di un nuovo modello di dislocazione dei poteri e su questo versante si incrociano tanti argomenti. Noi dobbiamo uscire da quello che viene definito lo statalismo soffocante, inefficiente e occasione di distorsione. Chi chiama in ballo lo statalismo e lo condanna non è Berlusconi, è il programma del PDS in queste elezioni. Lo cito per richiamare una istanza condivisa, sia pure con diverse ispirazioni dai diversi interlocutori politici. Dice il libretto verde del PDS che dobbiamo uscire dallo statalismo soffocante. Se ne può uscire, da questo statalismo soffocante, o in direzione della distruzione delle garanzie per i cittadini e per i corpi sociali organizzati, verso un liberismo più conclamato che vissuto, verso una situazione che lascia passare sia il dominio delle aree che quello dei settori più forti, magari con la riserva che lo Stato debba intervenire a sostenere con agevolazioni fiscali o con accollo di perdite di settori forti in crisi. Questa è una via d'uscita di tipo liberista anche se in senso improprio, anche se in maniera distorta. Si può invece uscire nella direzione di un modello rinnovato di tipo federalista cooperativo, e questo è il terreno sul quale dobbiamo incentrare un dibattito interno a questa Regione, affinché le scelte, i confronti e gli scontri e la formazione di alleanze o l'assunzione di posizioni isolate da parte di soggetti politici avvengano su cose che oggi hanno rilievo e che sono decisive per il nostro futuro. Si può uscire nella direzione di uno Stato caratterizzato da poteri decentrati e da nuova articolazione centrale. Un federalismo, quello di cui parlavo io poc'anzi, di cui parliamo e di cui ci facciamo portatori, che prevede l'introduzione di meccanismi forti di carattere perequativo e riequilibratore, assumendo lo sviluppo delle zone deboli come essenziale al paese. Qui si innesta quindi la nostra istanza rivolta al mantenimento della specialità, come strumento di autogoverno ma anche come dotazione che corrisponde a una identità storica, etnica, economica, politica. Io credo che nello scontro che attraversa il paese in questa campagna elettorale, nel confronto in atto ci si misura su questi termini. Forse il primo confronto-scontro in essere ha troppo di vecchio, ha troppo del passato anche nella formazione delle alleanze, ha troppo del passato nella cristallizzazione dei rapporti politici: il primo scontro-confronto, forse per questo non consentirà il diradarsi delle nebbie e forse il processo sarà più lungo di quanto non potessimo prevedere al suo inizio. La posta in gioco però è alta, noi sosteniamo e dobbiamo sostenere, credo che sia interesse complessivo della cultura autonomista di questa Regione, una impostazione di tipo federale. Ancora una volta citerò il programma del PDS per dire che si parla di riforma di ispirazione federalista. Ma vedete, è difficile entrare nel campo senza approssimazioni, qualcuno, talvolta ha ironizzato sul fatto che nel documento che ha sorretto questa maggioranza e questa Giunta si parlasse di orizzonte federalista. Il fatto è che ci si avvicina a concetti di questo tipo con prudenza, forse diventandone non padroni ma partecipi in maniera graduale e a quel punto forse più vissuta e magari più consapevole. Questa impostazione cambia tutto, se noi accettiamo, l'impostazione di tipo federale, Tremonti ha scritto un libro sul federalismo fiscale in cui, dal suo punto di vista politico ma con grande spessore conoscitivo e culturale, fa discorsi chiari sulle responsabilità che si assumono i poteri locali nel momento in cui passa l'ipotesi federalista. Da essa deriva la necessità del potere impositivo e di sovvenire alle necessità della gestione del bilancio e quindi della finanza pubblica. Si passa da una finanza derivata a una finanza originaria in cui ciascuno deve provvedere ai bisogni della comunità. Allora, anche il discorso del rapporto Regione-Stato cambia; certo non demorderemo e non possiamo mollare la presa rispetto all'articolo 13 e al dovere dello Stato di garantire lo sviluppo economico e sociale della Sardegna, però cambia tutto il complesso dei rapporti politici che stanno attorno alla spesa pubblica in Sardegna e si modifica anche conseguentemente il rapporto potere-autonomistico-cittadino, per quanto riguarda l'uso della risorsa pubblica, non solo in termini di soddisfazione dell'esigenza che è di ogni cittadino, quella della chiarezza e della trasparenza, ma di efficacia dell'uso delle risorse rispetto ai fini di soddisfazione dei diritti della cittadinanza e dello sviluppo. Insomma quando passeremo e speriamo di passare, al federalismo anche impositivo, tutta la politica della spesa verrà messa sotto shock ed è ora che questo avvenga. Ci si avvia quindi verso un altro assetto però confusamente, perché tarda a delinearsi un nuovo blocco sociale e politico che assuma la guida verso un nuovo, che è più invocato che definito, più sperato che procurato. Sappiamo però con chiarezza, credo sia consapevolezza comune, che il meccanismo di formazione del consenso attraverso l'utilizzazione delle risorse della spesa pubblica, non si può riprodurre nei termini clientelari e consociativi, questo sì consociativismo reale e non parolaio, di cui si è vissuto in questi decenni. Certo i passaggi sono graduali, contraddittori talvolta; anche in questa legislatura, in questo convulso finale di legislatura, si verificano contraddizioni, si verifica il solito assalto alla diligenza; in materia di personale, di sanità, si tenta cioè di portare nell'alveo legislativo, in questo momento, tutto il complesso di interessi forti, o meno forti, ma organizzati che vogliono pesare nella competizione elettorale. Lo scambio è presente anche in questa fase finale della legislatura; e non quello più apparente, perché ci sono meccanismi più sottili che cercheremo anche di svelare. Dicevo che il nuovo assetto dei poteri che si ipotizza porterà a un sistema dove c'è più responsabilità e controllo, a una modifica del rapporto Regione-Stato per quanto riguarda le rivendicazioni tradizionali. Da questo punto di vista, dal punto di vista delle anticipazioni del nuovo, la legislatura che si chiude non rappresenta una preparazione adeguata al cambiamento. Sul piano normativo abbiamo registrato passi avanti importanti ma parziali; io voglio ricordare che in questa legislatura si è introdotta finalmente la programmazione pluriennale del bilancio, perché la cosa era quasi mitica nel passato, veniva proposta, ostacolata e non attuata. Anche per quanto riguarda l'uso delle risorse, il decentramento si è avviato attraverso i fondi agli enti locali che privano la Regione di tante discrezionalità. Le leggi elettorali hanno fatto un primo passo avanti nei limiti statutari, che è quello di consentire, anzi di suggerire se non di imporre le aggregazioni tra le forze politiche. Sul piano gestionale invece si devono registrare anche qui delle contraddizioni; c'è stato un passaggio di regime per esempio nel settore della Giunta, si è passati dal regime degli assessori consiglieri a quello degli assessori tecnici. Una esperienza che io valuto contraddittoria, da consolidare, anche perché i cosiddetti assessori tecnici sono una nostra invenzione, sono il prodotto di un linguaggio corrente che non ha significato. Sono funzioni distinte ormai quelle del consigliere e quelle dell'assessore; e però mi pare che anche in questa esperienza ci sia la tendenza a ripetere vecchi modelli che nella legislatura passata venivano chiamati "modelli di califfato". C'è un'autonomia della funzione di governo che va accentuata di pari passo però con l'accentuazione del ruolo del Consiglio che è decaduto rispetto al controllo dell'attività di governo. Faccio questa affermazione con piena consapevolezza: la capacità di controllo e di indirizzo da parte del Consiglio è venuta meno in questo periodo, probabilmente per mille concause, perché la riforma non era sufficiente, perché non era definita, però sul piano gestionale va sottolineata la grave crisi dell'amministrazione regionale; una crisi che ormai sta diventando quinquennale, decennale, non so più come definirla con un aggettivo che si riferisca al tempo. La crisi dell'amministrazione come struttura amministrativa trascina per larga parte la crisi dell'autonomia come istituzione. Sul piano politico - Muledda ha fatto bene ad affrontare questo versante, perché sembra che qui siamo lontani dal confronto, invece il confronto è in noi e con noi in ogni fase della nostra vicenda istituzionale - siamo di fronte a un orizzonte senza certezze. Noi avevano costituito questa maggioranza e dato vita a questa Giunta attraverso un accordo politico avente la caratteristica di tentare di accrescere, e accrescere quindi di fatto, la solidarietà autonomistica in presenza di una emergenza economica e in presenza di una emergenza istituzionale. Debbo dire che sulla efficacia e sulla compattezza di questa maggioranza e di questa Giunta ha pesato negativamente la crisi delle forze politiche che le hanno dato vita; la crisi che ha attraversato tutte le forze politiche. La struttura di questo Consiglio è cambiato in tutti questi anni, quasi tutti i gruppi hanno subito diaspore, divisioni, ristrutturazioni profonde. Come si può pensare che questo non si ripercuotesse in qualche maniera sulla capacità di realizzazione programmatica della Giunta ma soprattutto del Consiglio? Vi era alla base del patto politico che ha determinato questa Giunta anche un intento più squisitamente politico; ed era quello di parificare la posizione di ciascun contraente politico per quanto riguarda il futuro rispetto alle formule politiche. Cioè si ipotizzava di passare attraverso una fase di unità per dare vita in seguito ad una fase di normale alternanza di schieramenti. L'obiettivo era quello di consentire, di agevolare anche in questo Consiglio regionale, la ricomposizione e la polarizzazione degli schieramenti e degli orientamenti. Devo dire che la Giunta non è stata un ostacolo rispetto a questo obiettivo; se questo non si è realizzato, o non si è realizzato ancora, non dipende dall'attività della Giunta regionale. Semmai devo sottolineare che in Sardegna le forze politiche scontano un ritardo e una faziosità maggiore di quanto non si sia riscontrato altrove. Più specificamente vi è una situazione confusa nella quale trovano spazio vecchie abitudini a far prevalere egoismi di partito, schemi di prevalenza degli interessi di apparato rispetto al riconoscimento della pari dignità degli interlocutori. Questo è avvenuto nel campo progressista recentemente; la rottura del tavolo progressista nasce largamente dalla concorrenza degli elementi di cui facevo cenno. In questo campo non si è consolidata un'alleanza che invece ha trovato spazio nel territorio nazionale. Io devo dire con franchezza che il consolidarsi del nocciolo duro PDS - Rifondazione che ha dato vita all'interno dell'ipotesi di Alleanza progressista alla riedizione del vecchio partito comunista italiano...
(Interruzioni)
...il nocciolo duro, dicevo, non ha avuto la disponibilità a riconoscere il ruolo non solo dei socialisti e dei laici ma neppure della forza sardista, operando anche preliminarmente delle esclusioni di formazioni autonomiste e di sinistra pregiudiziali. E quello che preoccupa di più, caro Pubusa, è che il processo di aggregazione prevede l'aggregazione al vecchio schema del PCI di elementi ex democristiani, che sono quella parte che non ha resistito a quel tanto di rinnovamento che il partito popolare ha messo in piedi. Ecco dov'è il punto equivoco. E allora questo stato di polemica, di rottura, deve stare in piedi? Ci dobbiamo avviare verso la nuova legislatura con questi schemi? Noi socialisti ci troviamo bene, nello schieramento di Alleanza Federalista, uno schieramento di sinistra, progressista, non vogliamo con questo - sia evidente e chiaro - esprimere o ripetere vecchie esperienze di tipo oscillatorio tra diverse possibili alleanze, fra l'uno e l'altro interlocutore, però diciamo con chiarezza che non poniamo pregiudiziali. La definizione dell'area progressista e del rinnovamento non è ancora avvenuta, nessuna barriera è stata innalzata nei confronti di chi, anche nell'area del centro, ha affrontato e affronterà con coerenza il rinnovamento della politica come contenuti e come composizione dei gruppi dirigenti. Gli equilibri che si creeranno dopo il 27 marzo sono improbabilmente prevedibili. Sarebbe stolto non guardare a questi equilibri con l'intento di riannodare gli spezzati fili dell'area progressista, noi vorremmo contribuire a ciò senza pregiudiziali, se non quella dei programmi. Io apprezzo molto quello che ha detto il compagno Muledda nel suo intervento precedente: nessuna pregiudizialese non quella dei programmi e del rinnovamento, perché è interesse comune della gente alla quale ci si richiama spesso, è interesse dell'istituzione, una semplificazione e una aggregazione delle forze politiche intorno a programmi che mettono insieme. Non ha senso la polverizzazione, non ha senso la polonizzazione del Consiglio regionale nella prossima legislatura, dobbiamo tessere tutto il filo che siamo capaci di tessere e il contributo alla nuova fase dell'autonomia va dato da ciascuna forza politica nella chiarezza e nella difesa della propria identità. L'azzeramento delle specificità e delle identità, non serve a nessuno e credo che questo vada sostenuto nei confronti di ogni vecchio o nuovo tentativo di egemonia o di trasformismo come quello che aleggia in certi settori. Il contributo alla nuova fase dell'autonomia, quella che poc'anzi in qualche modo chiamavo della autonomia gestionale, della responsabilità, l'autonomia delle responsabilità anziché l'autonomia dello scarico e della contestazione verso l'esterno, deve avvenire anche attraverso la ricomposizione di aree politiche sulla base delle sintonie programmatiche in un confronto stringente sullo Statuto, e sulla questione dei meccanismi di gestione della spesa pubblica, che - lo continuerò a ripetere, finché sarò in questo Consiglio regionale e quindi per breve tempo ancora, ma dovunque avrò la possibilità di parlare - è il nodo centrale delle discriminanti politico-ideologiche. Questo nostro dibattito serve a fare il punto e a mettere sotto critica la Giunta, ma servirebbe di più se contribuisse a far crescere la cultura del cambiamento, dell'autogoverno e della responsabilità dell'autonomia regionale.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Ortu. Ne ha facoltà.
ORTU (P.S.d'Az.). Onorevole Presidente, vi sono momenti particolari nella vita degli individui, delle società, delle aziende, in cui si sente il dovere e la necessità di fare delle sintesi, momenti in cui la riflessione è portata al passato, a fare il bilancio di quello che è stato il proprio agire, il bilancio dei risultati positivi e dei fallimenti e non è sufficiente in tali frangenti elevare dei canti funebri e celebrare riti funebri. Un attitìdu triste e lamentoso serve a seppellire forse un passato, a cantarne le virtù, i meriti, ma non certamente a costruire un futuro e io voglio arrivare a questa sintesi, non riallacciandomi ad un lontano passato ma cercando di fare una sintesi e un bilancio degli ultimi anni, perché in quello che si è fatto o non si è fatto negli ultimi anni si contiene anche una lunga vicenda storica che oggi vorremmo chiudere per aprirne una nuova, più promettente, e voglio riferirmi pertanto alla costituzione e alla formazione della maggioranza, che oggi ancora regge le sorti del governo sardo per fare alcune considerazioni. Al momento in cui questa maggioranza fu proposta e costituita, noi non addivenimmo ad un giudizio positivo e tanto meno ci imbarcammo in questo grande veliero che doveva portare la Sardegna verso nuovi orizzonti. Si diceva anche verso orizzonti federalisti. Non accettammo di farne parte per alcune considerazioni, intanto perché solo in momenti costituenti, veramente costituenti si può dare l'adesione ad una grande, ad una ampia maggioranza, perché se il Governo deve essere quello delle cose comuni, se il governo deve essere quello semplicemente dell'economia, della società e non anche una revisione profonda delle regole che organizzano la società stessa, riteniamo che sia molto utile avere una maggioranza forte che governi senza dimenticare che alla maggioranza forte che governa si deve contrapporre anche una minoranza che non sia labile, che non sia esangue, una opposizione che stimoli e che alimenti la dialettica democratica. E questa era una prima considerazione che allora facemmo. Noi comprendemmo allora le difficoltà anche di governo della economia e di governo della società in quel momento, nel momento che noi oggi ancora viviamo, perché questo governo andava a collocarsi in un contesto certamente non felice, in un contesto di grandi difficoltà generali di ordine economico, di ordine finanziario, direi anche in un momento in cui c'era e c'è una profonda crisi di valori e di ideali.
Ritenevamo che, anche per quanto riguarda questo tipo di governo, non ci fossero allora, come non ci sono oggi, gli strumenti istituzionali e le risorse capaci di modificare il corso degli eventi della storia, il tipo di sviluppo dell'economia e della società che noi vogliamo. E infatti per noi questa maggioranza non è riuscita e non poteva, lo dicevamo allora e lo ripetiamo oggi, difendere gli interessi del popolo sardo e avviare un processo di liberazione che non è soltanto di carattere politico e culturale, ma è anche un processo di liberazione di ordine economico e sociale. I rapporti tra l'autogoverno dei sardi, tra la Regione autonoma della Sardegna e lo Stato, non potevano che essere di subalternità, non potevano essere che deboli, e ne abbiamo avuto prove diverse. Al momento in cui, per esempio, c'è stata la grossa diatriba tra la Regione sarda, tra questo Consiglio, e il Governo nazionale per il frequente rinvio delle leggi approvate dal Consiglio, ebbene, questa forza, questa contrapposizione netta - qualcuno la definì una guerra istituzionale tra noi e lo Stato - è stata una battaglia debole e persa. Ricordo il caso della legge sulla cultura, per due volte rinviata dal Governo, con le forze politiche che in Sardegna, qui in quest'Aula, affermavano certe cose, che poi non riuscivano a far valere a livello ministeriale e governativo o non avevano la forza o non avevano la volontà, quella forte volontà che molto spesso spacca le montagne, ma in questo caso non spaccò neanche una collina o una collinetta.
Si è detto che avremmo attutito la nostra opposizione o avremmo cancellato il nostro modo di pensare e di dare giudizi su questa maggioranza dicendo che si sarebbe realizzata un'alleanza con il Presidente. Le alleanze non si fanno con i Presidenti né con i Vicepresidenti, le alleanze si costituiscono su programmi, su progetti, su linee politiche che vanno portate avanti insieme. Non abbiamo mai coltivato amori nascosti, amori sottobanco, abbiamo sempre espresso liberamente e conseguentemente abbiamo anche operato, dicendo e formalizzando le nostre proposte e il nostro modo di pensare e giudicare la maggioranza di Governo. Anche sul versante economico e sociale, in un momento di grande crisi, nella repubblica tutta e in Europa, crisi di carattere economico, finanziario e sociale, che non poteva, in una Regione così debole e particolarmente esposta come la Sardegna, non avere espressioni ancora più forti e devastanti, il compito era molto difficile, non c'è dubbio. Ma la realtà è che non si è riusciti neanche a conservare e a valorizzare l'esistente, anzi abbiamo più demolito che costruito, siamo stati testimoni di una devastazione, di un crollo della nostra economia in tutti i settori, senza concretamente riuscire a rimpiazzare quello che cadeva con altre iniziative forti che dessero alla Sardegna un futuro e non solo nel settore minerario, ma nel settore della chimica, delle saline, del tessile, dell'industria manifatturiera, dell'agricoltura. E non si è neanche andati avanti realizzando quel tessuto di servizi che è premessa necessaria e indispensabile perché le iniziative economiche trovino un habitat favorevole, per costruire un domani, in un'isola così scarsamente dotata di servizi, dove è anche difficile, per la sua vastità, realizzare servizi efficienti e diffusi che favoriscano la produzione, la vita civile, le imprese, il sistema ferroviario che ancora tarda a realizzarsi. Moderno, efficiente, i trasporti marittimi, il piano telematico, il piano energetico. Quando fu rotto, per la prima volta in Italia, il monopolio dei baroni dell'energia elettrica, ebbene, questo avvenne in Sardegna, quando l'Assessore dell'industria era un sardista, l'onorevole Piero Soggiu, che primo in Italia, in questa nostra Isola, ruppe il monopolio dell'energia elettrica della Bastogi, costituendo allora la Società Elettrica Sarda, decenni prima, perché la presenza di una forte produzione di energia elettrica ritenevamo e riteniamo che sia condizione necessaria senza la quale non si può oggi sviluppare nessuna attività produttiva. Ma stiamo attenti, produzione di energia elettrica, abbondante e a bassi costi, perché gli utenti, i consumatori devono considerare conveniente utilizzarla, altrimenti potrebbe avvenire quanto sta avvenendo in altre parti d'Italia, in Piemonte per esempio, dove gli imprenditori chiudono le loro fabbriche piccole o grandi e si trasferiscono in Francia dove il costo dell'energia elettrica è molto più basso e producono e danno lavoro sotto altri cieli. Coniugare pertanto l'abbondanza di energia elettrica con il basso costo, riteniamo che sia una cosa necessaria per richiamare capitali, iniziative e imprese a collocarci in Sardegna. Ma non siamo andati avanti neanche con il realizzare altre reti di servizi, elemento necessario in Sardegna, senza il quale non si sviluppano il turismo, l'industria, l'agricoltura. Mi riferisco per esempio al piano delle acque. Certo non ci sono stati gli strumenti e le risorse per portare avanti un piano organico per risolvere questo antico problema della Sardegna. Sul versante istituzionale, si è parlato tanto, oggi, di dare forte soggettività politica a questo popolo, questo popolo che è studiato da tanti illustri pensatori, dal punto di vista storico, dal punto di vista etnico, da tanti punti di vista, ma è oggetto sempre di studio. Non è l'oggetto che si fa soggetto operante, soggetto politico-istituzionale, soggetto economico. Questo noi vorremmo che fosse, riacquistare questa soggettività partendo dalla nostra cultura, da questa minicultura della Sardegna, da questa minicultura che prende coscienza per capire, comprendere e osservare il mondo con gli occhi nostri. Pertanto, come acquistare soggettività politica? Contrattando con lo Stato quei poteri che oggi ci mancano, che oggi non abbiamo, che oggi lo strumento Statuto, vecchio e debole, non ci dà. Dobbiamo ricontrattare con lo Stato centrale i poteri dell'autogoverno dei sardi. Noi abbiamo innalzato una bandiera che è quella del federalismo. Non oggi, settant'anni fa, ma in Sardegna era viva ancora prima di noi, e abbiamo costituito, certo, una forza politica; non più soltanto un dotto conversare, non più soltanto delle proposte ma uno strumento politico che doveva lottare e combattere per raggiungere questi obiettivi. Invece, cosa è avvenuto? E' avvenuto che prima ci si è affidati alla Bicamerale; la Bicamerale che ha lavorato a Roma, alla quale non abbiamo dato nessun apporto costruttivo di proposte; si è istituita una commissione speciale per lo Statuto, non è riuscita neanche a insediarsi per divisioni veramente su cose minime, sulla frattaglia; non ha lavorato, non ha prodotto. E intanto, il problema delle riforme istituzionali dello Stato si trovava e si trova sempre al centro dell'attenzione politica in Sardegna e in Italia.
E chiudiamo questa legislatura proprio sconsolatamente prendendo atto che per cinque anni non si è trovato il tempo per discutere una proposta concreta, non perfetta ma concreta, di riforma dello Statuto della Sardegna. Cinque anni or sono, il Gruppo sardista presentò una propria proposta di Statuto. E' rimasta lì sotto molte carte, sotto la polvere che si è accumulata nel tempo. Pertanto il ruolo di legislatura costituente si è perso cammin facendo. In questo senso abbiamo fallito. Per la centralità che noi diamo al problema, riteniamo che su questo argomento, su questo tema si giochi il futuro dell'Isola. Noi non potremo programmare concretamente uno sviluppo della nostra economia, uno sviluppo della nostra società, una riforma globale della vita anche di ordine istituzionale nostro se prima non risolviamo il problema del nuovo Statuto.
L'ordinamento interno, il sistema elettorale, le nuove province, non sono forse tutti momenti che devono essere previsti e trovare il loro punto di riferimento in quella legge quadro che è la riforma dei poteri, dei rapporti tra la Sardegna e lo Stato centrale? Perché lì all'interno dello Statuto, vanno queste cose previste e poi si realizzano, altrimenti rischiamo veramente di elaborare e di fare cose che poi non trovano nessuna coerenza con la legge quadro. Certo, dopo le riforme istituzionali bisogna pensare a quello che sarà il quadro di sviluppo economico e sociale nell'isola. I padri del sardismo quando si riunirono a Macomer parlarono di socialismo non statalista. Oggi tutti sono contro lo statalismo, oggi, dopo settant'anni finalmente le menti eccelse ci sono arrivate. Eppure settant'anni fa era detto e scritto: socialismo, nel senso che devono essere tutelate le categorie più deboli, incentivate a crescere, difese dai forti. Uno sviluppo economico e d'impresa che si realizza non proponendo, realizzando e prevaricando sui deboli ma con una regola che limita la forza dei forti a difesa dei più deboli, dei più esposti.
Bene, su questo terreno noi intendiamo muoverci ancora per superare un'antica maledizione che grava ancora oggi sui sardi. La Sardegna ha un milione e seicentomila abitanti, forse è sempre bene ricordarcelo, per avere i piedi per terra; un milione e seicentomila abitanti cioè quanto un terzo della città di Roma. Eppure quanta vita in questo milione e seicentomila abitanti, quanta ambizione: la nazione sarda, l'unità del popolo sardo, un piano di sviluppo dell'economia sarda, per questo popolo, la cultura dei sardi. Abbiamo tanta storia alle nostre spalle, siamo veramente grandi, nonostante il limitato numero di abitanti. Eppure, all'interno di questo milione e seicentomila abitanti, quante divisioni, quanti settarismi, quanta faziosità "Pocos, locos y mal unidos", ecco la grave maledizione che pende sempre su questo popolo, che non riesce a trovare i momenti di unità, e ne avemmo tanto bisogno! I grandi, i forti, riescono a coalizzarsi e andare avanti. Noi puntigliosi a resistere, invidiosi l'uno dell'altro, a renderci sempre più deboli nei confronti degli altri che sono forti, e sempre più forti. Diceva l'onorevole Muledda: "l'Europa non ha bisogno di noi, noi abbiamo bisogno dell'Europa". Ma come andarci se non riusciamo a trovare un minimo di unità per proporre le nostre istanze, per difendere gli interessi del nostro popolo? Ecco, allora, l'appello all'unità che è venuto dal Partito Sardo d'Azione. Proprio in considerazione della diversità, in considerazione di quella specificità che ci ha riconosciuto la Costituente, con la costituzione della Regione autonoma della Sardegna, in nome di tutto questo, perché diversi sono i nostri problemi, perché troppo in ritardo siamo nella storia noi abbiamo proposto e proponiamo sempre, ancora, un'alleanza federalista, cioè un'alleanza che può essere intesa federalista all'interno e federalista verso l'esterno, federalista nei rapporti tra movimenti e partiti politici in Sardegna per ritrovare una maggiore unità, una maggiore convergenza, e abbiamo rivolto questo nostro appello a chi? Non a tutti indistintamente ma a coloro che credono nella necessità di conquistare questa soggettività istituzionale e politica di cui prima si parlava, alle forze sardiste, alle forze laiche, alle forze socialiste, alla cultura socialista, di sinistra, alla cultura cattolica, ma questo nostro appello che sembrava aver conquistato quanto meno una parte delle forze politiche in Sardegna, poi ha avuto un momento di arresto. Tatticismi di piccolo respiro, tatticismi buoni per il piccolo cabotaggio ma non per grandi navigazioni, non hanno favorito questo ambizioso progetto, eppure noi confidiamo ancora perché crediamo in una articolazione diversa delle forze politiche in Sardegna, che ormai non rispondono più alla cultura e alle esigenze di un popolo che vuole camminare. Bando pertanto ai settarismi e alle faziosità, ai campanili di partito, ai piccoli calcoli e ai piccoli egoismi di piccoli uomini; per questo noi diciamo: unità in Sardegna e unità fuori dalla Sardegna. Pertanto, Gruppo parlamentare sardo autonomo non direttamente dipendente dai partiti politici che vivono, che si costituiscono al di là del Tirreno, con rapporti certamente stretti con tutte quelle aree che sono vicine al nostro modo di pensare, ai nostri programmi, ai nostri obiettivi. L'unità è necessaria per le prossime scadenze; purtroppo le premesse non sono molto positive e dovremo fare uno sforzo grande per arrivare a altre prossime date con l'obiettivo di realizzare quell'unità che finora non si è realizzata. Noi come sardisti ci siamo, continuiamo a fare la nostra proposta, a difenderla e a lavorare per realizzarla e portarla avanti.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il Presidente della Giunta.
CABRAS (P.S.I.), Presidente della Giunta. Una prima considerazione è che la ritualità, che critichiamo in ogni occasione nella quale discutiamo di argomenti come questo, poi finisce per essere largamente superata per cui chi ha qualcosa da dire la dice, e soprattutto chi ha qualcosa da proporre la propone, cogliendo anche un'occasione rituale come questa. Chi non ha nulla da proporre non sempre sta zitto. Anche questo fa parte ovviamente della ritualità della politica e con questa ritualità, dobbiamo fare i conti quotidianamente. Ciascuno di noi, nella sua responsabilità istituzionale, si misura con tutto questo. Io credo che sia necessario sottolineare un aspetto che prevale su tutto il resto e cioè che all'interno della discussione che abbiamo fatto oggi, ma anche negli atteggiamenti che parti politiche, singoli consiglieri assumono rispetto a questa problematica, c'è una profonda differenza nell'analisi ed è chiaro quindi che, partendo da una profonda differenza nell'analisi, si arriva inevitabilmente anche nelle proposizioni o nell'assenza totale di proposizioni, ad essere contraddittori o a segnare grandi differenze.
PRESIDENZA DELLA VICEPRESIDENTE SERRI
(Segue CABRAS.) C'è una concezione che ho rilevato, anche in alcuni interventi che ho ascoltato da ieri sera a oggi, che parte dal presupposto che la situazione nella quale noi viviamo, come sardi o come cittadini dell'Europa e del mondo, sia storicamente caratterizzata da una immutabilità del contesto, quasi che la politica sia come la geografia fisica: sempre uguale, non cambia mai niente. Io ho notato in alcune proposte, in alcune riflessioni che sono state sottoposte alla nostra attenzione, questo elemento e quindi a questo elemento - non che sia l'unica discriminante, ma è una discriminante importante - si riconducono alcune "elaborazioni"; ce n'è un'altra che condivido di più, sulla quale sono personalmente impegnato a lavorare, che si sforza di cogliere l'evoluzione che si sta verificando nel contesto nel quale noi siamo inseriti, senza subirla ovviamente, cercando di svolgere un ruolo che io chiamo di governo, non so chiamarlo diversamente, ma che è un ruolo che non deve essere svolto solo dalla Giunta regionale, deve essere svolto da tutti coloro che hanno comunque una funzione istituzionale e politica di rappresentanza e hanno quindi la responsabilità di cogliere l'evoluzione, di rendersi conto che le cose stanno cambiando e non contrapporre a un cambiamento che è presente, che si è sviluppato nel corso di questi anni e che è stato più acuto negli ultimi due anni, una muraglia che rischia di essere di cartone, perché viene perforata e sfondata e ci fa rovinare tutti facendo battaglie che spesso sono battaglie solo perché gridate ad alta voce, ma che non producono risultati concreti. E' necessario non contrapporsi in questo modo ma con la forza degli argomenti, delle proposte concrete, dell'analisi che noi abbiamo sempre fatto, su come il nostro sistema economico e sociale deve stare insieme agli altri, nel contesto italiano ed europeo e su come dobbiamo rendere atto della fine irreversibile di alcuni presidi che io definisco di protezione. Ha ragione chi dice che è stato un grande risultato riuscire ad ottenere oggi, in questo contesto, una legge dello Stato che ancora riconosce validità politica all'articolo 13 del nostro Statuto speciale perché non era per nulla scontato tutto questo. Andiamo a rileggere gli atti parlamentari della legislatura che si è appena conclusa in Parlamento e se ne abbiamo la pazienza leggiamo con un minimo di attenzione il dibattito che si è sviluppato dentro la Commissione bicamerale, non soltanto il suo prodotto finale. Noi abbiamo avuto un rappresentante importante in quella Commissione bicamerale, che ne è stato anche vicepresidente, parlo dell'onorevole Soddu, che ha rappresentato, secondo la mia opinione, in maniera efficace, le istanze delle Regioni a Statuto speciale del nostro paese, e solo, credo, anche grazie a un intervento e a una presenza continua e costante dalla Commissione bicamerale è venuta fuori una proposta che fa salva, nella fase di evoluzione e di riforma verso la quale andiamo, la funzione e il ruolo delle Regioni a Statuto speciale, perché le volevano cancellare. E allora io sono abituato a ritenere che può essere insufficiente tutto questo, però non ho il diritto di ritenere che tutto questo sia niente, che tutto questo non serva a nulla e che tutto questo non sia al contrario una premessa importante che ci consente di continuare a lavorare duramente, pur contrapponendoci su valori e principi, o su proposte politiche per rappresentare degnamente gli interessi della nostra Regione, cercando di sottolineare i risultati che si segnano avendo anche la consapevolezza di quelli che non si raccolgono. Perché, e questa è la terza considerazione che mi sento di fare, il vero nodo politico di questa legislatura e della precedente, ma direi di questa in maniera ancora più rilevante, sta proprio nel nuovo Statuto. Nel fatto che noi non abbiamo avuto la possibilità - può darsi che non abbiamo avuto nemmeno la forza - di negoziare un nuovo Statuto che stabilisca quali sono i nuovi poteri che stanno in capo alla Regione Sardegna, in un contesto che è profondamente mutato rispetto a quello del 1948, anno nel quale è stato varato lo Statuto che oggi è vigente. E credo che su questo terreno noi dobbiamo approfondire la discussione, cercando di uscire rapidamente da alcune affermazioni di carattere generale per scendere in profondità. Io mi sono permesso di fare qualche accenno nell'introduzione, forse non gli ho dato la necessaria e adeguata enfasi, ma, badate, ciò che ha deciso nelle sue elaborazioni conclusive la Commissione bicamerale rovescia il concetto precedente delle competenze e della distribuzione delle competenze per materia, ma la frontiera sulla quale noi dobbiamo svolgere la nostra azione nei prossimi mesi, come dovrà farlo il prossimo Consiglio regionale, nei confronti dello Stato e del suo Parlamento che verrà eletto nelle elezioni politiche della fine di questo mese, è sulla concorrenza che la Regione Sardegna e le altre regioni d'Italia possono esercitare sulle materie di stretta competenza dello Stato, non sulle materie che sono trasferite ormai definitivamente alla Regione. E' lì che si misura la nostra capacità negoziale, nelle materie che lo Stato si è mantenuto con materie di esclusiva competenza; e la grossa novità sta nel fatto che le Regioni a Statuto speciale possono con lo Statuto stabilire quali sono le forme di concorrenza sulle materie di competenza specifica dello Stato. Questo è il negoziato al quale noi dobbiamo attrezzarci e il terreno sul quale noi dobbiamo sviluppare concretamente, sino in fondo, la nostra capacità di elaborazione; stabilire se i trasporti che sono una materia, dalla proposta della Bicamerale, posta in capo esclusivamente al centro sono o no - e io ritengo le siano - una materia sulla quale una Regione come la nostra deve volgere una funzione concorrente sancita dal nuovo Statuto speciale; altrettanto dicasi per la politica estera e altre materie che sono riservate alla esclusiva competenza dello Stato. Su questo terreno io non ho nessuna difficoltà a dire che siamo in grande ritardo; perché stiamo ancora rimacinando una vecchia elaborazione che non tiene conto dell'evoluzione sociale, economica, politica. Insomma, nella Commissione Bicamerale, si sono preoccupati di non usare la parola federalismo solo per una ragione di contingenza politica, perché il federalismo era la parola d'ordine della Lega. Ma possiamo noi fare riforma costituzionale di uno Stato non usando una parola importante, che ha una storia come questa? Tutti parlano di "al limite del federalismo", "quasi federalismo", perché? La spiegazione è che non si vuole utilizzare questa parola anche per distinguere, per dire che il federalismo di noi sardi è completamente diverso dal federalismo dei lombardi, perché quello dei lombardi è inventato negli ultimi tre anni, non è costituito su una elaborazione che ha una storia e una cultura alle spalle come quella di chi si è misurato su questa frontiera. E allora io credo che noi dobbiamo essere consapevoli di questo e batterci perché la parola federalismo diventi una parola della quale non bisogna parlare sottovoce, bisogna soltanto sottolineare qual è il tipo di federalismo al quale ci riferiamo noi per far sì che la fase costituente di cui si parla e che si aprirà - speriamo bene, allacciamoci tutti le cinture - con il parlamento che verrà eletto alla fine di questo mese, sia una fase costituente non soltanto di nome ma anche di fatto. E noi ci prepariamo a questo appuntamento, noi Regione, chi sarà qui a rappresentare i sardi nel nuovo Consiglio regionale, chi ci rappresenterà nel nuovo Parlamento nel suo complesso di fronte a questo appuntamento.
L'altra importante questione, che oggi è presente solo nei programmi di alcuni schieramenti politici che si confrontano di fronte alla prossima scadenza parlamentare, è che non è possibile che le Regioni non partecipino direttamente ad alcune decisioni importanti dello Stato senza essere parte decisiva del processo formativo delle decisioni. Mi riferisco al fatto che le Regioni non possono avere una Camera delle Regioni nel Parlamento del paese, così come le Regioni non possono partecipare come vi partecipano oggi alla elezione delle due più importanti cariche dell'ordinamento costituzionale: il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale. Si deve assolutamente entrare su questo terreno di discussione, passare dai programmi come in alcuni schieramenti politici sono scritti e proposti e scendere sul terreno concreto del confronto. Ecco questo a me pare sia il terreno attuale sul quale ci potremo sicuramente dividere, però quando la divisione, il confronto, si realizza mettendo sul campo delle proposte che si propongono - scusate il bisticcio - di arrivare poi ad una sintesi concreta che possa essere la posizione della Regione, da portare sul terreno del confronto con le altre Regioni speciali e insieme alle altre Regioni a Statuto ordinario nel confronto con lo Stato, questo mi pare il modo migliore per uscire da questa fase che è stata giudicata da molti, nei loro interventi, di stanca ripetizione, di enunciazione di problemi sviluppati senza arrivare poi ad una definitiva conclusione. Vorrei concludere facendo una battuta sulla politica che è stata presente negli interventi di alcuni. Io confesso di essere carico di dubbi; credo che chi si confronta nelle prossime competizioni elettorali non si stia confrontando sul terreno che io considero quello reale; troppe cose improvvisate nelle ultime ore, nelle ultime settimane. E quindi ritengo che l'esito di questa consultazione elettorale, che avrebbe dovuto segnare una svolta decisiva, avviare la cosiddetta seconda Repubblica, probabilmente segnerà una battuta di arresto rispetto alle attese che tutti quanti noi avevamo. Partiti e movimenti che si improvvisano un mese prima delle elezioni e che nei sondaggi registrano consensi che arrivano addirittura al 25%, non lasciano per niente sperare su un futuro che possa essere effettivamente, produttivamente impegnato sulla frontiera dei problemi che noi abbiamo individuato anche nella discussione di oggi. Penso pertanto che occorrerà guardare con molta laicità al risultato di queste elezioni prossime future, dando ad esse il giusto segno, sulla base delle premesse che ho ricordato. Questa fase che stiamo vivendo, nella quale sicuramente molte cose che si sono dette sono giuste e segnano l'esigenza di un profondo cambiamento, è anche una fase caratterizzata da molta superficialità, io ritengo, nel valutare esattamente quali sono i processi che sono in atto nell'opinione generale. Spesso si confonde la politica, quella che dura, quella che diventa un riferimento costante, quella ideale, con l'umore e i processi sommari della piazza. L'umore ed i processi sommari della piazza non hanno mai fatto politica, hanno semmai fatto giustizia di alcuni episodi contingenti ma non hanno proposto mai niente di duraturo e fermo. Io credo che la Sardegna e tutti noi abbiamo bisogno al contrario di superare una fase così difficile e delicata mettendo davanti, così come è nella nostra antica e sana tradizione, proposte, programmi e soprattutto la ferma volontà di superare sempre e comunque le difficoltà che hanno caratterizzato costantemente la nostra vita, con la caparbietà di insistere e di non arretrare neanche di un millimetro, di stare fermi forse come abbiamo fatto in quest'ultimo anno, quando alla fine del '92 sembrava che tutto il sistema industriale dell'isola dovesse crollare nel giro di qualche settimana. Siamo riusciti a non farlo crollare. Certo, ci proponevamo di allargarlo, non di non farlo crollare, però è un risultato anche essere riusciti a non farlo crollare.
PRESIDENTE. Sono stati presentati due ordini del giorno. Se ne dia lettura.
URRACI, Segretaria:
Ordine del giorno Cogodi, Morittu, Murgia, Urraci, Salis sul corretto esercizio delle funzioni istituzionali nel corso della campagna elettorale.
Il Consiglio regionale
1 - anche in considerazione dell'obbligo di legge (art. 1 punto 5) della nuova Disciplina delle campagne elettorali che impone la limitazione alla sola esigenza di completezza e imparzialità della informazione per la presenza nelle trasmissioni informative di pubblici Amministratori (ivi compresi gli amministratori regionali);
2 - tenuto conto, invece, che sono in programma e si annunciano innumerevoli iniziative di convegno, dibattito, pubblicizzazione e quant'altro di attività propagandistica di cui è parte, diretta o indiretta l'autorità o comunque l'uso di risorse pubbliche regionali;
3 - ritenuto che, al di là della lettera, debba valere anche lo spirito della legge e comunque la totale correttezza dei comportamenti politici specie nella delicata contingenza elettorale;
tutto ciò premesso il Consiglio regionale
a) impegna la Giunta regionale e ogni singolo assessore ad attenersi scrupolosamente all'espletamento dei soli compiti istituzionali, prevedendosi:
1. L'astensione propria e dei componenti degli uffici di segreteria e di gabinetto da qualsivoglia intervento in campagna elettorale;
2. per la diversa ipotesi, di impegno in campagna elettorale, di dichiarare preventivamente la sospensione dell'esercizio dei compiti istituzionali;
3. la sospensione di ogni forma di pubblicizzazione, attraverso convegni e incontri direttamente o indirettamente sorretti dall'uso di denaro pubblico;
4. di impartire analoga direttiva agli Amministratori di tutti gli Enti diretti e indiretti dalla Regione e analogo invito a tutti gli enti partecipati;
5. di astenersi dall'uso di qualsiasi mezzo diretto ed indiretto della Regione qualora - anche sospendendosi dalle funzioni istituzionali - il Presidente, gli Assessori, gli Amministratori degli Enti regionali e i loro staff ritenessero di prendere parte alla campagna elettorale
b) domanda al Difensore civico di vigilare sull'osservanza del presente o.d.g. nonché di ricevere le segnalazioni dei cittadini su eventuali casi di trasgressione e di trasmetterne copia al Collegio regionale di garanzia elettorale. (l)
Ordine del giorno Lorettu, Dadea, Mannoni, Pusceddu, Merella sulla 'Vertenza Sardegna"
Il Consiglio Regionale
a conclusione della discussione sulle dichiarazioni della Giunta regionale sulla "Vertenza Sardegna"
PREMESSO CHE:
- il 21 febbraio è entrato in vigore il Decreto legge n. 113 che reca provvedimenti urgenti per lo sviluppo economico e sociale della Sardegna in attuazione dell'articolo 13 dello Statuto Speciale;
- nel dicembre 1993 è stato emanato il D.P.R. che regola l'attuazione del progetto di gassificazione del carbone Sulcis;
- il Governo ha in corso di definizione i piani per il definitivo riordino, nell'ambito del processo di privatizzazione, delle attività a partecipazione pubblica nei settori della metallurgia, della chimica e della carta;
- permane ancora irrisolto il problema dell'approvvigionamento del gas metano, fattore essenziale per colmare il differenziale di opportunità in campo energetico fra la Sardegna e il continente;
- la situazione economica e sociale dell'isola continua ad essere caratterizzata dal gravissimo problema della disoccupazione che nel corso del 1993 ha ripreso ad incrementare i valori percentuali sulla popolazione attiva già notevolmente più elevati rispetto alla media nazionale;
- occorre passare dalla fase di blocco delle dismissioni e mantenimento delle risanate attività produttive a quella di sviluppo e allargamento della stessa base produttiva;
- dopo l'avvio del terzo piano di rinascita con il decreto legge urgente, occorre provvedere affinché l'ulteriore confronto Stato-Regione consenta di varare il complesso di norme in attuazione dell'articolo 13 dello Statuto Speciale secondo le linee e gli obiettivi contenuti nell'ordine del giorno voto del Consiglio regionale del marzo 1993;
impegna la Giunta regionale
a) ad attivarsi affinché il Parlamento converta in legge nei termini prescritti il D.L. ed a promuovere ogni iniziativa utile all'attuazione immediata dei suoi contenuti;
b) a proseguire l'azione propositiva e di confronto con il Governo per definire compiutamente l'insieme delle norme sul terzo piano di rinascita;
c) ad assumere ogni iniziativa utile alla soluzione del problema relativo all'approvvigionamento del gas metano secondo lo studio di prefattibilità predisposto dalla Regione per il Nord Sardegna;
d) a promuovere d'intesa con il movimento sindacale il massimo di impulso nei confronti del Governo affinché i piani di riordino delle aziende pubbliche nei settori della metallurgia, della chimica e della carta prevedano lo sviluppo e a rafforzamento delle attività in Sardegna come premessa essenziale dell'allargamento di tutta la base produttiva industriale dell'Isola;
e) a porre in essere ogni attività capace di rendere efficace ed efficiente nel più breve tempo il sistema di aiuti a favore dello sviluppo delle piccole e medie imprese già codificato con le recenti leggi approvate dalla Regione
f) a porre in atto tutte le iniziative atte alla tempestiva definizione dell'intesa Regione-Stato per l'istituzione del Parco Nazionale del Gennargentu, Golfo di Orosei, Asinara (2).
PRESIDENTE. Gli ordini del giorno possono essere illustrati.
Ha domandato di parlare l'onorevole Dadea. Ne ha facoltà.
DADEA (P.D.S.). Per introdurre una questione di natura procedurale. Senza entrare nel merito dell'ordine del giorno numero 1, vogliamo sottoporre all'attenzione della Presidenza la questione dell'attinenza del contenuto dell'ordine del giorno con il dibattito scaturito dalle comunicazioni del Presidente. Ripeto, senza entrare nel merito dell'ordine del giorno, sul quale poi eventualmente esprimeremo le nostre valutazioni, pongo un problema di natura procedurale. Non mi sembra che ci sia attinenza col dibattito e il confronto scaturito dalle comunicazioni del Presidente in materia di rapporti Stato-Regione e sulla vertenza Sardegna.
PRESIDENTE. Sulla questione posta dall'onorevole Dadea, intendo precisare che la discussione sulla vertenza Sardegna è stata talmente ampia e ha toccato talmente tanti aspetti per cui è stato ritenuto ammissibile questo ordine del giorno considerando anche che questa è una delle ultime occasioni in cui il Consiglio può pronunciarsi su tale materia.
Per illustrare l'ordine del giorno numero 1, ha domandato di parlare l'onorevole Cogodi. Ne ha facoltà.
COGODI (Rinascita e Sardismo). Ringrazio il Presidente del Consiglio per la rigorosa e corretta interpretazione che ha voluto dare, immagino unitamente all'Ufficio di Presidenza, sull'ammissibilità dell'ordine del giorno. Peraltro ci rendiamo conto tutti, e primi fra tutti noi, che l'ordine del giorno che abbiamo steso e abbiamo presentato, che in via formale siamo ai limiti dell'ammissibilità formale. Tuttavia, se questo Consiglio regionale si fosse tanto soffermato e fosse rigoroso, in ogni occasione, sulla correttezza formale, chi era presente avrebbe dovuto, per esempio, lamentare che la discussione sulla vertenza Sardegna, cioè sulla questione più rilevante per questa Regione, si sia svolta interamente con una presenza di consiglieri regionali che ha oscillato tra i 10 e i 15 presenti di parte di maggioranza. Su una maggioranza di sessantacinque consiglieri regionali, questa è stata la media dei presenti in Aula nel corso della discussione. Poi accade che i consiglieri affluiscono in Aula ben informati sul ruolino di marcia, improvvisamente, sbucando da chissà dove, quando si deve esprimere un voto. Questo, l'ho detto e lo ripeto, non è corretto esercizio della funzione legislativa e assembleare. Chi doveva lamentare qualcosa doveva lamentare questa lesione che ancora una volta si è verificata; peraltro, siccome non ci sono neppure nel nostro Regolamento modi per verificare facilmente il numero legale e anche perché chi è presente non è che deve perdere anche altro tempo, chi è presente vuole anche lavorare, così si procede. Però il dato di fatto è che, ancora una volta, su argomenti importanti, come il problema dei problemi, può essere testimoniato da quei dieci, quindici volenterosi che sono rimasti qui tra ieri sera e stamane, che la stragrande maggioranza del Consiglio e della maggioranza, che è tenuta a garantire la presenza in Consiglio, posto che garantisce una Giunta ed un Governo, posto che vota ordini del giorno che avranno effetti politici, posto che tiene in carica una Giunta che nomina amministratori negli enti, posto che ha in carica un Presidente della Regione che rappresenta tutti, posto tutto questo, non era presente. E poi è vero che nel corso della discussione si è parlato di tutto e la Presidenza ha tenuto conto della contingenza nella quale si versa, per cui c'è chi ha esposto il suo programma elettorale, c'è chi ha esposto le ragioni delle alleanze, c'è chi ha addirittura illustrato il simbolo con cui si presenta alle elezioni. Immaginate: la discussione ha riguardato tutto e si vorrebbe ora dire che un ordine del giorno che introduce un criterio che dovrebbe essere ovvio e richiama alcuni criteri di buona amministrazione, non dovrebbe essere ammissibile.
L'ordine del giorno numero 1 richiama, ripeto, questi criteri di buona e saggia amministrazione, di correttezza e di garanzia, e non vi sarebbe bisogno di questo ordine del giorno se questa correttezza, che dovrebbe essere ovvia, si dispiegasse. E' una correttezza, badate, non solo politica in senso astratto, ma anche legale, che deve essere garantita, perché la legge dello Stato già obbliga gli amministratori pubblici, ivi compresi gli Assessori delle Regioni, ivi compresa la nostra, ad astenersi da ogni e qualsiasi presenza, nei mass media e negli organi di informazione, se non in ragione strettamente necessaria all'espletamento del loro mandato. Cioè, per esempio, se c'è da ritirare per l'ammasso carne AIMA l'Assessore dell'agricoltura può avvertire che si paga un solo vitello e non tre al valore di uno. Questo lo può fare e tante altre cose simili. Però, quanto ogni Assessore ha in testa di fare, nell'esercizio della sua attività politica, in campagna elettorale questo Assessore se lo tiene in mente e lo applica nel suo ufficio, perché un Assessore, un amministratore della Regione sarda deve attendere al suo ufficio, anche nel corso di una campagna elettorale. Nessuno di noi ci ha mai creduto che gli Assessori in carica siano tecnici; sono degli ottimi politici, nel senso più tradizionale del termine, nel senso che si adoperano moltissimo per far valere politicamente l'appartenenza al partito che li ha designati o alla componente interna del partito che li ha garantiti. Sono ottimi politici in questo senso, però in campagna elettorale devono fare una scelta; se intendono svolgere la campagna elettorale si devono astenere dalle funzioni istituzionali che la legge attuale della Regione vorrebbe che fosse in ogni caso siccome non si può a nessuno impedire di esercitare i suoi diritti costituzionali e anche degli Assessori e dei componenti dei loro uffici di gabinetto, alcuni sono anche candidati, immaginiamo se i candidati degli uffici di gabinetto, delle segreterie o degli staff del Presidente o degli Assessori non possono fare campagna elettorale! Sono candidati, la dovranno fare ma si asterranno da essere componenti immagino, di segreterie, di gabinetti, di staff in campagna elettorale. Per tutte queste figure, siccome è diritto di ognuno partecipare alla vita politica e quindi anche alla campagna elettorale in difesa dei principi e degli ideali che ognuno ha, l'ordine del giorno dice che non si faccia confusione, che chi vuole sostenere la campagna elettorale la sostenga da libero cittadino della Repubblica, non da Assessore in quanto Assessore nella convegnistica ufficiale. Questo vale per gli Assessori ma varrebbe anche per alcuni Presidenti di Commissione che sono pure candidati. Non è che facciamo le zone franche nelle istituzioni. Per esempio, i Presidenti di Commissione candidati io ritengo che bene farebbero a delegare i Vicepresidenti non candidati a svolgere le attività delle Commissioni in questa fase, cosa che invece non accade, e quant'altro. Quindi distinguere il ruolo, nella libertà. L'ordine del giorno richiama anche un altro ovvio principio che nel corso della campagna elettorale non si faccia uso, né diretto, né indiretto, né voluto, né occasionale degli strumenti della pubblica amministrazione. Quindi né di macchine, né di telefoni, né di altri strumenti e mezzi, che, chi si adopera con le proprie risorse sa benissimo che ogni cosa ha un valore e anche le cose della pubblica amministrazione hanno un valore e non devono essere in conto della competizione elettorale che è di parte per sua natura. Si dirà: ma tutto ciò è ovvio, ma che cosa vuol dire, che adesso l'Assessore va con l'autista e con la macchina o che i componenti dello staff del Presidente o dell'Assessore usano la macchina di servizio? Per carità, pensiamo che ciò non accada, però meglio che tutti ci facciamo coralmente un richiamo in modo che ci si ricordi, perché non sempre di ciò ci si ricorda, tant'è che la campagna elettorale di fatto è già iniziata e tutto ciò non sta accadendo. Quindi semplicemente si dice che c'è un accordo, che è unanime, è corale perché a questi criteri ci si possa ispirare.
Quanto al merito dell'altro ordine del giorno che noi non condividiamo, debbo solo dire, per quanto riguarda il nostro Gruppo che nel merito della vertenza Sardegna abbiamo anche ritenuto di non presentare un ordine del giorno. Non condividiamo questo, perché non dice nulla di vero, perché reincarica la Giunta di fare quello che avrebbe dovuto fare e non ha fatto. E a chi non ha fatto, a chi non ha espletato il mandato, a chi non è stato capace, non si ridà nessun mandato, in genere, tra le persone civili, tra le persone normali si toglie il mandato. Qui si ridà il mandato di fare quello che la Giunta non ha fatto, però noi in questo momento non potevamo dare nessun mandato a questa Giunta; avremmo dovuto solo riesprimere un giudizio che abbiamo più volte espresso, cioè che questa Giunta meno cose fa meglio è, perché a questo punto quello che fa o che si accinge a fare è chiaro che non può essere che di danno ulteriore per la nostra Regione. Anche qui non c'entrano nulla le singole persone, è la qualità della consociazione politica che non consente che da questa compagine venga fuori un progetto politico, una direzione unica di lavoro. Qui è il giudizio di merito, il giudizio negativo, non sulla capacità, sull'onestà e sulla dedizione delle singole persone. E' questa formula che era debole prima ed è davvero inammissibile che permanga adesso, quando in campo, invece, ci sono le diverse aggregazioni che ai cittadini dicono qual è l'alternativa. E non si può dire: "Ti indico l'alternativa, però governo, scelgo e decido insieme a colui che mi è alternativo". Questa è la contraddizione per la quale non ha senso l'origine del giorno che la maggioranza presunta presenta e sicuramente approverà per completare il rito e per cui la nostra parte di opposizione ha ritenuto non valesse neanche il merito di presentare ordini del giorno alternativi.
PRESIDENTE. Uno dei presentatori dell'ordine del giorno numero 2 ha facoltà di illustrarlo.
DADEA (P.D.S.). Si dà per illustrato.
PRESIDENTE. Per esprimere il parere della Giunta ha facoltà di parlare l'onorevole Presidente della Giunta.
CABRAS (P.S.I.), Presidente della Giunta. Sull'ordine del giorno numero 1, la Giunta non può esprimere una valutazione, perché è un'iniziativa totalmente consiliare che si rivolge, tra l'altro, a dettare comportamenti per la Giunta. Quindi non mi sembra per niente opportuno che la Giunta esprima valutazione formale. Così come è scritto si presta a troppe interpretazioni differenti, e andrebbe forse, probabilmente, in alcune parti esplicitato meglio. Si capisce il senso di quello che l'ordine del giorno vuol dire. Per quanto è nelle possibilità e nelle capacità del Presidente, l'azione già da prima che iniziasse la campagna elettorale è indirizzata allo spirito che si propone quest'ordine del giorno. Vorrei in questo senso tranquillizzare anche il collega Pubusa, che mi ha gentilmente invitato a far rispettare lo spirito di quest'ordine del giorno, rispetto a un componente dell'ufficio di gabinetto del Presidente, che è impegnato in campagna elettorale. L'onorevole Pubusa, ovviamente, ha citato solo come esempio, un componente dell'ufficio di gabinetto del Presidente, per significare una situazione che riguardava anche altri componenti degli uffici di gabinetto. Ovviamente, io non faccio nessuna dichiarazione formale di accoglimento di questo ordine del giorno. Credo che sia scritto in maniera non perfetta per quanto riguarda gli obiettivi e che possa prestarsi a interpretazioni differenti, ma ne condivido lo spirito, quindi se fosse scritto diversamente andrebbe sicuramente meglio, in ogni caso mi rimetto alle valutazioni del Consiglio.
La Giunta accoglie invece l'ordine del giorno numero 2.
PRESIDENTE. Metto in votazione l'ordine del giorno numero 1. Per dichiarazione di voto ha domandato di parlare l'onorevole Scano. Ne ha facoltà.
SCANO (P.D.S.). Signor Presiedente, il problema è reale perché ci sono precedenti scandalosi di utilizzazione delle istituzioni a fini di parte in campagna elettorale e anche, naturalmente, fuori dalla campagna elettorale. Io credo che sia giusto e indispensabile quindi affermare l'esigenza che le istituzioni non siano piegate a fini di campagna elettorale, di propaganda; che non si debbano utilizzare le funzioni istituzionali e mezzi, come è detto nell'ordine del giorno, diretti e indiretti della Regione, per la propaganda medesima. Per esempio gli uffici di gabinetto non debbono trasformarsi in uffici di galoppinaggio elettorale, e forse sarebbe anche bene che i candidati che fanno parte degli uffici si dimettessero dagli stessi.
Detto questo però, voglio anche dire con molta chiarezza che altra cosa sono gli eccessi e le stravaganze. Per esempio al punto A si dice: "Il Consiglio regionale impegna la Giunta regionale e ogni singolo assessore ad attenersi scrupolosamente all'espletamento dei soli compiti istituzionali, prevedendosi:
1. L'astensione propria e dei componenti degli uffici di segreteria e di gabinetto da qualsivoglia intervento in campagna elettorale". Badate, questa cosa detta in questo modo e sancita da un voto del Consiglio, significa non che l'assessore deve fare un uso corretto, come è chiaro, della propria carica e di tutto ciò che ad essa è connesso, ma significa che, se vuoi rimanere assessore, deve dimettersi da cittadino. Io domando: un assessore ha diritto o no di partecipare a un'assemblea di partito? Penso di sì. Sulla base di questo no.
(Interruzioni)
Naturalmente sono delle affermazioni ironiche che sottolineano la giustezza e la ragionevolezza di quanto io sto dicendo.
(Interruzioni)
PRESIDENTE. Prego i colleghi consiglieri di far continuare l'oratore.
SCANO (P.D.S.). Posso parlare? Qui si parla di intervento in campagna elettorale, allora l'esercizio del diritto di voto è un intervento in campagna elettorale in quanto con esso si sostanzia una possibilità di influenza sul risultato del voto. Allo stato delle cose, se noi accettiamo, non lo spirito, perché sullo spirito anch'io sono d'accordo, condivido le considerazioni svolte poc'anzi dal Presidente della Giunta, ma se noi approviamo l'ordine del giorno così come è scritto, io penso che l'onorevole Cabras non possa nemmeno andare a votare. Insomma, io credo, per chiudere, che bisognerebbe guardarsi, onorevole Morittu, dal pretendere di cambiare i codici e le regole a seconda del ruolo che si ricopre. Le regole e i codici debbono valere per tutti in qualsiasi situazione, sia che si sia assessori, sia che non si sia assessori, sia che non lo si sia più.
PRESIDENTE. Onorevole Cogodi, lei ha già illustrato l'ordine del giorno. Siamo in sede di dichiarazione di voto.
COGODI (Rinascita e sardismo). Se il problema è di scrittura noi chiediamo che sia riscritto.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Marinoni. Ne ha facoltà.
MANNONI (P.S.I.). Signor Presidente, l'ordine del giorno presentato dai colleghi consiglieri Cogodi, Morittu, Murgia, Urraci e Salis, è un ordine del giorno che si pone dei problemi seri, perché vi è una sensibilità diversa anche rispetto a tempi passati, sensibilità che è andata crescendo anche attraverso le discussioni e i dibattiti che si sono tenuti nell'introduzione di norme elettorali nuove, di vincoli di legislatura, di vincoli di incompatibilità. Questa sensibilità ormai è sviluppata, è come un nervo scoperto, allora non possiamo noi oggi meravigliarci che qualcuno la richiami in discussione. C'è il problema di un uso attento e discreto dei pubblici poteri di cui sono depositari assessori e quanti altri sono depositari di questi poteri, in modo che sulla campagna elettorale non si eserciti un ruolo pesante che, a parte il buon gusto e il cattivo gusto, provochi dei condizionamenti nell'esercizio della campagna elettorale che non possono essere accettati: convegnistica più o meno finanziata dalla Regione, con manifesti ampiamente illustrati ed esposti, cose che conosciamo tutti, non c'è nessuno che ignori queste cose. E allora, un ordine del giorno può essere anche rivisto nella sua formulazione letterale, e l'osservazione del collega Scano non è priva di significato, quando dice: diamo una stesura all'ordine del giorno che consenta l'esercizio del potere amministrativo e politico. Però lasciamo in piedi la necessità di sottolineare che evidentemente sono già in essere comportamenti di carattere propagandistico ed elettorale, e se volete possiamo già incominciare a dire di che cosa si tratta, è chiaro?
MERELLA (P.R.I.). Perché non lo dici?
MANNONI (P.S.I.). Lo dico come tu hai detto le cose in Commissione, che non hai detto.
PRESIDENTE. Onorevole Mannoni ha concluso il suo intervento? Metto in votazione l'ordine del giorno numero 1.
Ha domandato di parlare l'onorevole Cogodi. Ne ha facoltà
COGODI (Rinascita e Sardismo). C'è un errore al punto b) quel "domanda" di intende "demanda", ovviamente.
PRESIDENTE. Va bene, quel "domanda" si intende "demanda".
Metto in votazione l'ordine del giorno numero 1. Chi lo approva alzi la mano (Viene richiesta la controprova). Chi non lo approva alzi la mano.
(Non è approvato).
Metto in votazione l'ordine del giorno numero 2. Chi lo approva alzi la mano. (Viene richiesta la controprova). Chi non lo approva alzi la mano.
(E' approvato)
Sull'ordine del giorno.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare sull'ordine del giorno l'onorevole Sandro Usai. Ne ha facoltà.
USAI SANDRO (P.P.I.). Signor Presidente, io chiedo a lei, signor Presidente e all'assemblea che invertendo l'ordine del giorno sia anticipata la discussione dei punti 5 e 6, che riguardano le proposte di legge numero 465 e 469. Sono due leggine, che riguardano comparti economici, di un solo articolo che sono state approvate all'unanimità in Commissione, per cui crediamo che la discussione sia abbastanza semplice e tra l'altro è una discussione che non può portar via molto tempo alla discussione sulla legge della sanità. Questo, per consentire che queste due leggine, una volta approvate, possano seguire l'iter di approvazione del Governo nei tempi più brevi possibili.
PRESIDENTE. L'onorevole Usai ha chiesto un'inversione dell'ordine del giorno con la discussione delle proposte di legge numero 465 e 469 prima del disegno di legge numero 406. Ha domandato di parlare l'onorevole Baroschi. Ne ha facoltà.
BAROSCHI (P.S.I.). Se non dobbiamo seguire l'ordine del giorno prefissato dalla Conferenza dei Capigruppo, chiedo anch'io che venga invertito l'ordine del giorno per esaminare la legge rinviata sui controlli degli atti degli enti locali, perché decade con questa legislatura ed è opportuno che il Consiglio la esamini al più presto.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Dadea. Ne ha facoltà.
DADEA (P.D.S.). Signor Presidente, penso che si renda necessaria una breve Conferenza dei Capigruppo per stabilire l'ordine dei lavori, non è pensabile che noi procediamo nell'affrontare un ordine del giorno così complesso e delicato attraverso continue inversioni dell'ordine del giorno. E' invece opportuno che la Conferenza dei Capigruppo stabilisca un ordine del giorno realistico per poterlo affrontare.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Puligheddu. Ne ha facoltà.
PULIGHEDDU (P.S.d'Az.). Pare troppo facile cambiare l'ordine del giorno se si accettano modificazioni chiedo che al primo posto venga messa la leggina sullo sport, la numero 427, perché le cose importanti sono importanti, ma quelle che c'erano prima bisognava approvarle prima per evitare scavalcamenti di qualsiasi genere. Quindi chiedo la discussione della legge sullo sport.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Cogodi. Ne ha facoltà
COGODI (Rinascita e Sardismo). Siccome oltre alle richieste in Aula dei consiglieri pervengono, anche, garbate e significative lettere da parte di colleghi che richiedono ai cari Capigruppo di non espungere dal novero degli argomenti che le Commissioni hanno esitato cose importanti che invece parrebbero non essere contenute nell'ordine del giorno e alle quali tutti teniamo, io riavanzo la proposta che ho avanzato più volte, cioè che tutti gli argomenti che le Commissioni consiliari hanno esitato con il loro lavoro e la loro applicazione siano, nell'ordine cronologico, iscritte all'ordine del giorno dei lavori del Consiglio e che il Consiglio lavori, finché ne ha voglia e finché il tempo lo consente, per discutere seriamente ed approvare i provvedimenti che riesce ad approvare, salvo eccezionali argomenti di eccezionale rilevanza su cui vi fosse l'unanimità del Consiglio.
Quindi la mia proposta è che vengano reinseriti all'ordine del giorno del Consiglio, in ordine cronologico, tutti gli argomenti che le Commissioni hanno istruito ed esaminato e che il Consiglio lavori e approvi quello che riesce ad approvare. Così si capisce meglio cos'è che si è fatto in questa legislatura e perché si arriva agli ultimi giorni della legislatura con 200 provvedimenti istruiti nelle Commissioni che non potranno forse essere approvati in Aula, perché c'è una responsabilità politica, perché chi governa il traffico in ogni istituzione è la maggioranza e il motore di ogni maggioranza è la Giunta. Ragione per la quale la nostra proposta è che vengano iscritti all'ordine del giorno tutti gli argomenti, in sequenza cronologica rispetto a quando le Commissioni li hanno inviati all'Aula.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Lorettu. Ne ha facoltà.
LORETTU (P.P.I.). Signor Presidente, io penso che, come ha detto anche qualche altro collega, a questo punto si renda opportuno, forse indispensabile, mettere a punto l'ordine dei lavori attraverso una Conferenza dei Capigruppo, per stabilire, esattamente, di fronte alla molteplicità di proposte che sono emerse la programmazione dei nostri lavori. Vorrei però proporre, signor Presidente, constatando che è presente in Aula un alto numero di consiglieri in questo momento, di affrontare possibilmente immediatamente il problema della costituzione del comune autonomo di Padru e della relativa petizione. Perché in questo momento il Consiglio è in grado di deliberare validamente su questo argomento.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Presidente della Giunta. Ne ha facoltà.
CABRAS (P.S.I.), Presidente della Giunta. Chiedo scusa, penso che non sia opportuno che noi proseguiamo, in una fase delicata come questa, a continue modificazioni dei programmi stabiliti. Allora, poiché la prima proposta, quella che ha fatto il collega Usai, cioè della flessibilità dell'ordine sugli argomenti che sono già iscritti all'ordine del giorno della tornata che inizia oggi, era implicitamente stata valutata nella Conferenza dei presidenti dei Gruppi e siccome noi abbiamo come primo punto, immediatamente dopo quello che abbiamo concluso, un argomento di grande importanza come la legge sul riordino del sistema sanitario, che richiederà una discussione generale e che richiederà probabilmente nel corso di questa discussione generale delle pause di confronto e di valutazione per i diversi gruppi politici, perché è indispensabile che questo provvedimento venga discusso con il massimo di attenzione e anche di equilibrio, io penso che si potrebbe già decidere in questo momento che gli spazi che si rendessero automaticamente disponibili, siccome si tratta di proposte di legge di un solo articolo, possono essere impiegati per esaminare quegli argomenti che già fanno parte dell'ordine del giorno e che hanno le caratteristiche che ricordavano i colleghi che sono intervenuti prima. Non affronterei per il momento la introduzione di altri argomenti, senza che prima abbiamo esaurito ciò che abbiamo inserito nell'ordine del giorno attualmente all'esame del Consiglio. Perché questo comporterebbe nuovamente una discussione che probabilmente non ci porterebbe a nessuna conclusione. Quindi la mia proposta è che si inizi l'esame del primo punto che segue nell'ordine del giorno, sapendo che questo è un punto di tale rilevanza che ci consentirà nel corso della serata degli spazi che possono essere impiegati per affrontare gli argomenti che sono stati proposti e che sono compresi nell'ordine del giorno.
PRESIDENTE. Per concordare il prosieguo dei lavori sospendo la seduta e convoco la Conferenza dei Capigruppo.
(La seduta, sospesa alle ore 13 e 31, viene ripresa alle ore 13 e 49.)
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE FLORIS
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, i lavori del Consiglio riprenderanno questo pomeriggio alle ore 17. Ferma restando l'iscrizione all'ordine del giorno di tutti gli argomenti già licenziati, i lavori procederanno secondo quest'ordine: "Nuove norme sul controllo sugli atti degli enti locali"; "Nuovi incentivi per le attività industriali". La proposta di legge numero 469; il disegno di legge numero 406 "Riordino della disciplina sanitaria" e a seguire l'ordine del giorno che abbiamo già concordato. Allegato all'ordine del giorno sul quale la Conferenza aveva già espresso il proprio giudizio sulle priorità, c'è l'elenco di tutti gli altri argomenti che sono stati esitati dalle Commissioni e che sono all'attenzione del Consiglio regionale.
La seduta è tolta alle ore 13 e 50.
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