Seduta n.213 del 10/09/1997 

CCXIII SEDUTA

(Antimeridiana)

Mercoledì, 10 settembre 1997

Presidenza del Vicepresidente Milia

La seduta è aperta alle ore 9 e 43.

DEMONTIS, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del 6 agosto 1997 (209), che è approvato.

Svolgimento di interpellanze

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento dell'interpellanza numero 367 sulle riserve marine. Se ne dia lettura.

DEMONTIS, Segretario:

Interpellanza Bonesu sulla riserve marine.

Il sottoscritto, a nome del gruppo sardista,

PREMESSO che in data 22 aprile 1997 il Ministro dell'Ambiente e il Presidente della Regione hanno stipulato una intesa per l'istituzione delle riserve marine della Penisola del Sinis Isola di Mal di Ventre, di Capo Caccia-Isola Piana, di Tavolara- Punta Coda Cavallo e di Capo Carbonara ;

CONSIDERATO che se tale intesa, di per se stessa, deve considerarsi un fatto positivo, emergono però dal documento, dagli elaborati approvati dalla Consulta del mare e da dichiarazioni rilasciate da dirigenti del Ministero dell'Ambiente, profili preoccupanti, che stanno destando viva ostilità nelle popolazioni interessate. La gestione delle riserve marine sarà infatti normata con convenzioni e regolamenti determinati dal Ministero dell'Ambiente, su cui la Regione dovrebbe esprimere un parere non vincolante. Sembra all'interpellante che accettando tale fatto si sia violato, a danno dei poteri della Regione, quanto dalla Corte Costituzionale stabilito con la sentenza n. 337 del 15 giugno 1989. La Suprema Corte ha infatti affermato che l'intreccio dei poteri statali in materia di riserve marine "con numerose materie assegnate alle competenze regionali le principali delle quali (agricoltura e foreste, edilizia ed urbanistica, caccia e pesca, turismo ed industria alberghiera), nel caso della Sardegna, sono attribuite alla competenza esclusiva della Regione - comportano che l'esercizio di quei poteri statali si svolga nel rispetto di procedure di cooperazione legalmente stabilite che, in relazione ai momenti di massima incidenza sulle competenze regionali, debbono consistere in specifiche forme di intesa". Pertanto convenzione e regolamenti incidendo su competenze esclusive della Regione, per esempio in materia di pesca e turismo, debbono essere adottati d'intesa con la Regione;

CONSIDERATO altresì che gli elaborati adottati dalla Consulta per la difesa del mare appaiono disomogenei e non rispondenti alle situazioni locali; per esempio per la riserva di Tavolara- Capo Coda Cavallo si sono escluse le aree di porti futuribili, mentre per la riserva della Penisola del Sinis sono stati inseriti in riserva generale gli attuali approdi. L'attività di pesca è stata comunque in tutte le riserve considerata un elemento eventuale ed accidentale, non accordando alcuna garanzia alle attività attualmente esercitate da varie centinaia di pescatori, che non avrebbero altre alternative per la loro attività. Ogni attività è comunque subordinata, anche nelle aree di riserva parziale, alle attività di ricerca scientifica, con una ingiustificata limitazione di diritti, quali quello al lavoro, costituzionalmente garantiti;

RITENUTO che negli organismi di gestione non è garantita la presenza di coloro che hanno rilevanti interessi sulle aree di riserva, come i pescatori e gli operatori turistici; che sotto il profilo finanziario non sono previsti interventi finalizzati allo sviluppo delle aree interessate dalle riserve, né misure compensative dei danni; che anche le risorse per la gestione appaiono estremamente limitate considerato che il Piano triennale per l'ambiente prevede complessivamente cinque miliardi per tutte le numerose riserve marine italiane, a ciò si aggiunga che dirigenti del Ministero dell'Ambiente hanno affermato che, nonostante l'intesa parli di vigilanza da parte del Corpo Forestale della Regione, la vigilanza sarà primariamente compito delle Capitanerie di porto, e che, per quanto si conosce, i regolamenti dovrebbero rispecchiare quello in vigore ad Ustica, che non prevede alcuna possibilità di intervento da parte della Regione.

Tutto ciò premesso chiede di interpellare il Presidente della Giunta regionale e l'Assessore della difesa dell'ambiente per sapere se di fronte a questi problemi la Giunta regionale intenda andare avanti, rinunciando alle prerogative della Regione e alla tutela del diritto al lavoro dei sardi, o intenda richiedere più ampie garanzie al Governo in un quadro di collaborazione e non di subordinazione. (367)

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il consigliere Bonesu per illustrare la sua interpellanza.

BONESU (P.S.d'Az.). Signor Presidente, onorevole Assessore, colleghi onorevoli, il problema delle riserve marine è, credo, un elemento importante del discorso che come Regione dobbiamo fare sulla capacità di gestire il nostro territorio, perché è un settore, quello della tutela dell'ambiente, che lo Stato riserva a se stesso, ma, come ha avuto modo di dichiarare la Corte Costituzionale, è anche un settore che venendo ad incidere su poteri primari della Regione necessita di forme di collaborazione tra Stato e Regione. A questo si aggiunga che il problema delle riserve marine è anche un problema di contemperamento di interessi, anzi di portare tutti gli interessi che vi sono in materia verso un fine unico che è quello della corretta gestione del litorale, delle acque, del mare territoriale. Ora dal 1982 purtroppo in Sardegna non si è fatto niente, anzi tentativi unilaterali di imporre riserve marine come quella del parco di Orosei, proprio per questi problemi si sono rivelate un completo fallimento. Non per questo il problema della tutela del mare territoriale, delle forme biologiche e in taluni casi tipiche del litorale della Sardegna non si pone, per cui in effetti io avevo già sollecitato tre anni fa con un'interrogazione l'Assessorato a muoversi, nel senso di andare verso l'istituzione delle riserve marine. Questo anche in considerazione che gli strumenti di salvaguardia dell'integrità marina, sono di difficile applicazione in tutto il territorio, noi abbiamo nel mare territoriale della Sardegna l'intervento di numerosi organi di polizia, ma tutti assolutamente scoordinati e, d'altra parte, come si è detto più volte, abbiamo come Regione l'assoluta mancanza di una legge quadro che dia strumenti, basti pensare a quello che sta succedendo in questi giorni per il problema della pesca a sciabica, che la legge consente ma le cui modalità di esercizio chiaramente stanno portando vaste masse di pescatori, non solo i pescatori, a ritenere che quella legge sia comunque inadatta alle attuali esigenze, alle attuali situazioni ambientali naturalistiche degli stock ittici della Sardegna.

Problema delicato, quindi dicevo, quello delle riserve marine. E l'Assessorato, la Regione ha tentato di affrontare il problema con un'intesa con il Governo, intesa chiaramente che il Ministero dice che non è prevista nessuna norma di legge, ma la Corte Costituzionale, e noi sappiamo che le sentenze della Corte Costituzionale quando interpretano le leggi praticamente sono delle leggi perché se si va in senso contrario la Corte Costituzionale dichiarerà poi la normativa illegittima, prevedono appunto un'intesa. Qua si è detto e ridetto che il Governo può istituire le riserve marine, non è affatto vero, perché quando ci ha tentato, come nel parco di Orosei, e per stare invece ai parchi terrestri per la riserva di Monte Arcosu, il Governo davanti alla Corte Costituzionale ha perso lo scontro con la Regione e la riserva marina non è stata istituita. Quindi occorre partire da questo principio, cioè se qualche ottuso burocrate ministeriale non se ne dà per inteso che in materia esistono poteri della Regione, chiaramente come altre volte si è pronunciata la Corte Costituzionale si possono chiedere ulteriori pronunce. Ora ci sembra che in quell'intesa, positiva in quanto avvia comunque il discorso sulle riserve marine, vi sia sicuramente una clausola che non rispetta questi principi e non li rispetta quando afferma che i regolamenti sono approvati dal Ministero sentita la Regione. Ebbè, il problema che i poteri regionali in materia di pesca, e chiaramente i regolamenti incidono sui poteri primari regionali, non possono essere decisi dal Ministero sentita la Regione, con un semplice parere consultivo della Regione. Occorre che questi provvedimenti siano adottati d'intesa tra il Governo e la Regione. Non vorremmo che il regolamento fosse come quello previsto per la riserva di Ustica in cui della Regione siciliana non si parla assolutamente. E la riserva di Ustica è un organismo statale con una delega al comune fra l'altro molto stretta e non vi è nessun potere della Regione, pur regolando in particolare quello di Ustica soprattutto l'aspetto pesca che chiaramente anche per la Sicilia appartiene alle competenze primarie. E questo non per un capriccio o per una rivendicazione astratta di poteri, ma proprio perché crediamo che la Regione, su un tema delicato sia dal punto di vista ambientale sia dal punto di vista economico come è quello della pesca, debba avere dei poteri di governo e non può farsene spogliare. Quindi su questo punto credo che occorra richiamare al di là della dizione dell'intesa i poteri che la Regione ha in materia. E credo che a questo siano legati anche altri problemi, cioè mi sembra che di quella intesa, a parte questo errore formale di scrittura, il Governo stia tendendo a dare una interpretazione particolare. Per esempio, nell'intesa si parla di poteri di vigilanza affidati al Corpo forestale di vigilanza ambientale della Regione; abbiamo sentito che in certe occasioni si vuole dare il potere di controllo alle capitanerie di porto, ovviamente con un rapporto rispetto agli operatori, a chi si trova a lavorare in queste riserve, che assume un carattere diverso. Noi ricordiamo che il Corpo forestale di vigilanza ambientale non è solo un corpo di polizia, ma è soprattutto e deve conservare la natura di corpo tecnico, quindi è anche un corpo che dà assistenza. Credo che invece fra i compiti della capitaneria di porto e della guardia costiera non vi sia certamente quello di dare assistenza tecnica ai pescatori. Quindi anche gli organismi che esercitano la vigilanza sulle riserve non è indifferente che siano gli organismi statali o quelli regionali. Vi è poi un discorso, cioè che i piani delle riserve marine come approvati dalla Consulta del mare sono estremamente disomogenei. Per esempio mentre per quello dell'isola di Tavolara si prevede con esclusione dalla riserva marina ogni campeggio, ogni porticciolo anche di quelli ideati che non si realizzeranno mai, in altre situazioni, come per esempio quella del Sinis, anche a pro di pescatori che sono consolidati da una tradizione secolare, non vengono contemplati e quindi astrattamente può essere vietato l'approdo e la navigazione proprio dove i pescatori per tradizione secolare esercitano tale attività senza neanche prevedere luoghi sostitutivi. Vi è poi il grosso problema delle fonti finanziarie. Il piano triennale per l'ambiente prevede per tutte le riserve marine italiane cinque miliardi. Chiaramente sono fondi assolutamente insufficienti se dispersi in ancora maggiore numero di riserve marine per assicurare un minimo di interventi, se no diventa pagare il direttore della riserva, pagare magari due guardie della riserva e basta; e io credo che le riserve marine abbiano bisogno di interventi finanziari più cospicui. Vi è il discorso chiaramente dell'esercizio della pesca che non può essere considerato meramente, eventuale e accidentale. In certe riserve marine in particolare, ricordo quella del Sinis e anche quella di Tavolara, vi è una importante fonte di pesca. Vi sono centinaia di pescatori che gravitano su queste riserve, per cui è chiaro che la pesca va regolamentata, che determinate zone vanno sottratte alla pesca, ma occorre anche lasciare a questi pescatori la possibilità di pescare con criteri preferenziali in vasti tratti di mare, proprio a compensazione di ciò, anche perché al primo impatto non si avranno gli effetti positivi della riserva, cioè l'aumento degli stock ittici, ma si avranno soltanto gli effetti negativi della riduzione dell'area di pesca per cui si inciderà ancora maggiormente su aree più ridotte. In questo quadro però vi è da sottolineare la carenza della Regione nell'utilizzare le fonti di finanziamento per la pesca previste dall'Unione europea. Ho visto che ultimamente la Giunta ha presentato un disegno di legge, credo che questo discorso arrivi tardivamente e vada comunque accelerato. Queste sono tutte preoccupazioni che tra i pescatori ma anche tra gli operatori turistici delle zone dove sono previste le riserve sono molto vive, e non vorrei che il discorso "riserva sì, riserva no" venga alla fine determinato, come è avvenuto per i parchi, anche da una reazione negativa degli operatori del settore. Perché le riserve sono partite sicuramente meglio, con una citazione della necessità di istituzione, ma le modalità di istituzione possono essere tali appunto da minacciare questo consenso che è assolutamente necessario. Non è che poi le riserve le si istituisce con semplici provvedimenti di polizia, la polizia serve contro isolati attentatori alla integrità della riserva; chiaramente non serve, e l'esperienza l'ha dimostrato, quando vi è una mancanza generalizzata di consenso per cui le regole non vengono osservate dalla generalità. Queste sono preoccupazioni che esprimiamo e confidiamo che la Giunta regionale, attendiamo una risposta, si ponga questi problemi e agisca di conseguenza.

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare l'Assessore della difesa dell'ambiente.

ONIDA (Popolari), Assessore della difesa dell'ambiente. Onorevole Presidente, colleghi, il collega Bonesu ha posto una serie di problemi attorno alla istituzione delle riserve. Problemi che riteniamo meritevoli tutti di attenzione e di approfondimento; e anche la filosofia che ispira le sue sollecitazioni è una filosofia che la Giunta ritengo possa condividere, articolare il problema della trasformazione, della espressione "sentita la Regione" in quella invece più sostanziale della intesa, quindi della pari dignità e della capacità delle espressioni di volontà di pari valore, credo sarà uno degli argomenti che in tutta la materia di attenzione all'ambiente dovremmo di più tenere come obiettivo del nostro agire politico. Ciò nonostante alcune valutazioni mi sembrano doverose anche per stemperare un pochino le preoccupazioni che emergono dall'intervento dell'onorevole Bonesu e del Gruppo. I profili preoccupanti che starebbero destando viva ostilità presso le popolazioni interessate, a seguito della intesa Stato-Regione per la istituzione delle riserve marine della penisola del Sinis, l'isola di Mal di ventre, di Capo Caccia-isola Piana, Tavolara-Punta Coda Cavallo e Capo Carbonara appaiono allo stato dei fatti ingiustificati e ancora di dimostrare. Le motivazioni che stanno alla base della interpellanza non trovano infatti fondamento nelle norme e negli atti conseguenti. La preoccupazione per gli aspetti gestionali dell'area che a dire dell'interpellante sarebbero prerogativa dello Stato, sono superati dai principi sui quali si fonda la stessa intesa che ha consentito di riportare i poteri statali nell'alveo di quanto stabilito dalla suprema Corte, anche con i recenti pronunciamenti in ordine alle prerogative esclusive della Regione nelle materie connesse con la istituzione delle riserve marine. Ciò vale a maggiore ragione anche per future convenzioni e regolamenti della riserva. Sulla presunta disomogeneità degli elaborati adottati dalla Consulta per la difesa del mare, che non sarebbero sempre a detta dell'interpellante rispondenti alle situazioni locali, niente si deve aggiungere se non l'evidente constatazione di una insufficiente informazione ed analisi delle situazioni che stanno alla base della istituzione delle riserve. Non si comprende infatti su quali basi si dovrebbero inserire nell'area di una riserva luoghi idonei per futuri porti quando per definizione stessa di riserva questi non possono comprometterne l'esistenza. Ciò non vale evidentemente per quelle aree che pur in presenza di approdi, hanno mantenuto quelle caratteristiche di naturalità che ne hanno consentito la proposizione a riserva marina. L'attività di pesca che tanto preoccupa l'interpellante potrà trovare, come in tutte le attività produttive dell'uomo, la giusta e intelligente regolamentazione nell'ambito della gestione della riserva che la norma istitutiva affiderà ai comuni interessati. Circa l'ingiustificata limitazione dei diritti al lavoro che scaturirebbe dall'istituzione delle riserve marine, francamente non si comprende su quali ipotesi possa essere fondata tale osservazione, posto che le attività che saranno consentite nelle riserve marine produrranno nuove occasioni di lavoro troppo evidenti da poterne ancor solo accennare. Non risponde al vero l'affermazione che negli organismi di gestione non trovino rappresentanza le associazioni rappresentative, gli interessi economici nell'area. E' sufficiente rileggersi le norme di riferimento, in particolare l'articolo 19, commi 1, 2, 5, della 394 e la stessa intesa Stato-Regione del 22 aprile 1997. Sotto il profilo finanziario l'interpellante sostiene che non siano previsti interventi finalizzati allo sviluppo delle aree interessate, né congrue risorse per la gestione. Si fa presente che la gestione delle riserve marine non richiede onerosi finanziamenti aggiuntivi, in quanto la voce più cospicua che attiene alla vigilanza rientra nei compiti delle istituzioni preposte. Le attività di promozione, le infrastrutturazioni eventualmente necessarie, la gestione economica dell'area potranno essere realizzate previa regolamentazione, col concorso dei soggetti interessati ai quali andranno i benefici detraibili con indubbie ricadute occupazionali: percorsi attrezzati, subacquei, musei del mare, gestione di approdi mobili, escursioni guidate eccetera. Le riserve marine, quindi, al pari di altre aree protette, non devono essere considerate né come luoghi di assistenza né come aree di esclusiva contemplazione, ma come occasione di uno sviluppo intelligente che la Sardegna, nonostante tutto è ancora in grado di assicurare. Pertanto, alla luce delle deduzioni e alle interpellanze del consigliere Bonesu si può solo affermare che le politiche di salvaguardia e valorizzazione del territorio della Sardegna andranno comunque avanti senza perciò rinunciare alle prerogative della Regione nel governo del proprio territorio, in un quadro di attiva partecipazione e confronto con lo Stato e gli organismi dell'Unione Europea, come peraltro è avvenuto sino a questo momento.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il consigliere Bonesu per dichiarare se è soddisfatto.

BONESU (P.S.d'Az.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, la risposta dell'Assessore mi lascia completamente insoddisfatto. Mi sembra che vi sia una grave sottovalutazione dei problemi, nel negare l'evidenza di certi problemi, il voler perseguire una linea che, purtroppo, vedo conforme a quella del ministero dell'ambiente che chiaramente provocherà, con le popolazioni locali, gravi frizioni. Cioè non si può andare a dare risposte così semplicistiche (va tutto bene) anche quando non va bene, a dire che occorre cambiare quella formula dell'intesa ma senza ammettere di aver commesso degli errori, senza voler ammettere che effettivamente le attuali formulazioni delle riserve non danno garanzie. Sotto il piano della disomogeneità non è scarsa informazione, e io gli elaborati li ho chiesti all'Assessorato, in parte li ho avuti, sono redatti su criteri completamenti diversi. Io cito il caso della riserva di Tavolara dove anche gli approdi che sono soltanto in mente Dei, sono esclusi dalle riserve. In altre riserve non si è tenuto per niente conto della situazione esistente. Non si possono negare cose così evidenti che anche una lettura, anche superficiale degli elaborati risulta. Mi preoccupa che effettivamente questi problemi non siano presi nella dovuta considerazione. Attenzione, del parco del Gennargentu se ne parla da trent'anni e non è stato fatto per le reazioni delle popolazioni. Non è che le riserve marine, senza il consenso delle popolazioni si possano fare e soprattutto possano funzionare. La vigilanza in mare e i provvedimenti di polizia hanno ancora minore impatto che in terra. E non si può, d'altra parte, spingere centinaia di lavoratori a discutere se un domani potranno o non potranno lavorare, perché le reazioni sappiamo quali saranno. Per cui dichiaro la totale insoddisfazione e credo che riprenderò l'argomento in questo Consiglio in altre forme e in altre occasioni.

PRESIDENTE. Segue ora l'interpellanza numero 305. Se ne dia lettura.

CONCAS, Segretaria:

Interpellanza Boero - Biggio - Carloni - Usai Edoardo - Sanna Nivoli sulle problematiche inerenti il Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale e sui gravi episodi di intolleranza.

I sottoscritti,

OSSERVATO che la lunga crisi del governo regionale, non consentendo il regolare svolgersi di tutte le forme dell'attività legislativa, ha impedito tra queste ultime la formulazione di interpellanze, il cui oggetto necessita di precisi referenti in una Giunta regionale, compiutamente in carica e nel pieno esercizio delle proprie funzioni;

PREMESSO che nel lungo periodo della predetta crisi si sono verificati una quantità di episodi incresciosi, provocati un po' in tutto il territorio sardo da componenti il Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale durante l'esercizio delle proprie funzioni, episodi che hanno evidenziato la mancanza di professionalità e di indirizzi operativi che privilegiassero più la prevenzione che la repressione, incrementando così il già difficile rapporto con il mondo agro-pastorale e quanti altri, a vario titolo, usufruiscono dei frutti ambientali;

RILEVATO che a tutt'oggi il Corpo Forestale è pesantemente carente nei suoi quadri ufficiali e che la quasi totalità degli Agenti, assunti nell'ultimo concorso, dimostrano una evidente carenza di istruzione al compito per cui sono deputati;

APPRESO che le su menzionate disfunzioni e la disistima della popolazione sarda in genere nei confronti degli Agenti del Corpo Forestale è sfociata nel grave episodio di violenza ed intolleranza che avrebbe, nella sua meccanica, potuto concretizzarsi con una autentica strage;

CONSIDERATO che tale forma di violenza non può essere semplicisticamente liquidata con le dovute indagini del caso per individuare i colpevoli e con le altre altrettanto dovute forme di esecrazione del grave fatto, ma tutta la vicenda deve essere presa seriamente in esame come evidente cartina di tornasole di un grave stato di disagio procurato a suo tempo dalla forma clientelare ed affatto illuminata di creazione del pur necessario Corpo di Vigilanza Forestale;

TUTTO CIÒ PREMESSO, i sottoscritti interpellanti, nel rivolgere un sentito augurio di pronta guarigione agli Agenti feriti nell'odioso agguato, e nell'esprimere ai medesimi ed al Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale la loro sincera solidarietà,

chiedono di interpellare il Presidente della Giunta regionale e l'Assessore della difesa dell'ambiente per conoscere quali concrete ed urgenti misure abbiano già intrapreso ed intendano intraprendere affinché il rapporto particolarmente deteriorato tra il Corpo Forestale e la popolazione torni ad essere quello di una civile convivenza e costruttiva collaborazione.

I sottoscritti interpellano, inoltre, il Presidente della Giunta regionale e l'Assessore della difesa dell'ambiente per sapere come e quando verranno avviate quelle opportune iniziative per la dovuta e compiuta professionalizzazione del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale, e per il necessario completamento dei quadri ufficiali, e quali misure di reale effettivo collegamento vengano poste in essere con tutti gli altri Corpi di Polizia che allo stato attuale risultano essere particolarmente carenti. (305)

PRESIDENTE. Uno dei presentatori dell'interpellanza ha facoltà di illustrarla.

BOERO (A.N.) Signor Presidente, gentili colleghe e colleghi, signor Assessore. Questa interpellanza appartiene all'era del paleozoico della nostra legislatura, però stranamente, leggendo proprio la sua prima introduzione è di un'unica attualità. Leggo: osservato che la lunga crisi del Governo regionale (ovviamente si riferiva ad una delle tante precedenti crisi) non consentendo il regolare svolgersi di tutte le forme dell'attività legislativa (quale grave verità, anche recente) ha impedito tra queste ultime la formulazione di interpellanze, il cui oggetto necessita di precisi referenti in Giunta regionale. Fino a non molto tempo fa, a poche settimane fa, non sapevamo, non sapeva neanche lei, caro Assessore, se era confermato o meno nelle trattative della Giunta che poi si è fotocopiata; quindi compiutamente in carica e nel pieno esercizio delle sue funzioni. Ecco, già in queste prime parole, in questa prima osservazione di troppi mesi fa, un'interpellanza che aveva un'urgenza, una necessità, un'osservazione del quadro politico, che non permetteva di intervenire su disfunzioni gravi che sono oggetto dell'interpellanza stessa. E ne dimostra, quanto meno già per l'aspetto politico, la sua continua attualità. Io chiedo, oggi, all'Assessore dell'ambiente ciò che ha potuto vedere, fare nella precedente sua esperienza, perché correttezza vuole questa interpellanza è stata prodotta quando l'attuale Assessore dell'ambiente prendeva da poco tempo, per la prima volta, tale incarico. Quindi era anche uno stimolo a che l'Assessore, allora prendendo per la prima volta il suo incarico, prendesse atto di una grave situazione in cui versa il corpo forestale e di vigilanza ambientale e prendendo coscienza del fatto che trovava drammatica evidenza in quell'aggressione con conflitto a fuoco, cioè qualcosa da non trascurare in assoluto, aveva evidenziato uno stato di conflittualità, di disagio tra le popolazioni, non tra uno sconsiderato, perché quell'atto, signor Assessore, all'epoca era ciò che è avvenuto drammaticamente all'onore delle cronache, ma tanti fatti sono di cognizione, di continui atti di intolleranza da parte delle popolazioni e in varie zone della Sardegna; non nella zona dove è avvenuto quel fattaccio. Di intolleranza da parte delle popolazioni a un modo arrogante, per nulla preventivo da parte di una percentuale. Cioè non mi interessa, non ho desiderio, non c'è nessuna volontà di demonizzare il corpo forestale, per carità. Ci sono senz'altro delle buone professionalità, delle persone degne di tutto rispetto che conoscono l'ambiente, non solo quello floristico e faunistico ma siccome nell'ambiente c'è la parte più importante, l'uomo e con le sue interazioni nell'ambiente conoscono le popolazioni, le tradizioni e di conseguenza sanno anche comportarsi, sanno come occorre interpretare le norme e non in via unicamente repressiva, o addirittura, in certi aspetti, con forme di abuso di potere che non sono venute all'onore delle cronache, ma che sono avvenute, che talvolta avvengono soprattutto a danno del mondo agropastorale e di chi comunque, a vario titolo, vive l'ambiente sia in senso sportivo, sia in senso di pura necessità, si sopravvivenza. Ed ecco, quindi, l'attualità, ancora oggi di questa vecchia interpellanza, caro Assessore, perché? Perché andiamo incontro alla stagione che vedrà il riversarsi nelle campagne di quote abbondanti di popolazioni che andrà a fare il legnatico, che andrà a fare il ghiandatico, che andrà a raccogliere i funghi, che andrà a usufruire di tutti quei frutti spontanei che la stagione autunnale e invernale nella nostra meravigliosa Isola concede, e per molti aspetti non è solo un doveroso svago, ma sono forme di sopravvivenza, di integrazione a un magrissimo bilancio, di possibilità di andare avanti per tante centinaia di migliaia di famiglie di disoccupati, per cui il Corpo forestale, per certe percentuali, se agisce con severità repressiva, perché molta di questa gente, caro Assessore, penso che lei lo sappia, non è neanche in condizioni di acculturarsi in modo dovuto per sapere esattamente, momento per momento, cosa si può fare, cosa non si può fare, come lo si deve fare o come non lo si deve fare. Quindi il Corpo forestale deve innanzi tutto, a mio modo di vedere e del mio Gruppo, portare avanti un'azione preventiva istruttiva e non ciecamente repressiva, evitando tra l'altro questo genere di reazione, perché chi non ha nulla da perdere, chi vive in campagna per sopravvivere certamente il confine della relazione, diciamo, calibrata al torto che secondo il lavoratore occasionale della campagna pensa di ricevere dalla forestale non è mai equilibrato, ed ecco la conseguenza delle reazioni.

Il legislatore, qui c'è da riadeguare tante cose in materia di legge, perché ci sono norme assurde, cieche, che reintroducono il grave problema che abbiamo in materia di prevenzione ambientale, norme dello Stato che prevaricano le norme della Regione, che non si calano sulla tradizione del nostro popolo, vanno al di là; norme sostenute da un certo mondo "ambientalista", che in ambiente e soprattutto in ambiente sardo ci vive poco o nulla, e addirittura certo verde esasperato fa da pungolo perché azioni veramente troppo severe da parte di certa forestale facciano una grossa repressione nei confronti delle nostre popolazioni.

Sono cose che io invito, me stesso per la parte che ho di legislatore, anche se di opposizione, lei e la maggioranza a prendere in considerazione, nel rispetto delle nostre tradizioni, nella necessità del nostro popolo, nel rispetto comunque dei processi ambientali, ma c'è lo spazio per il tutto.

Termino, Assessore, con questo desiderio, con questo invito che lei mi possa dire cosa ha potuto fare e cosa intende fare in oggetto all'interpellanza.

PRESIDENTE. Ha facoltà di rispondere l'Assessore della difesa dell'ambiente.

ONIDA (Popolari), Assessore della difesa dell'ambiente. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il problema che l'onorevole Boero ha posto, di ripensare un po', anche ritengo con una rivisitazione della legge 26, la funzione, il ruolo del Corpo all'interno delle politiche di vigilanza e tutela dell'ambiente della Sardegna, sono temi importanti e credo di attualità. Io devo dire subito che, pur condividendo molte delle cose contenute nella interpellanza e ripetute nell'intervento in quest'aula, non posso non essere assolutamente certo di un atteggiamento che mi vede schierato in favore dell'azione del Corpo forestale e di vigilanza ambientale, alla luce soprattutto di quel che è accaduto negli ultimissimi tempi. Il problema dell'aver avuto momenti di grande difficoltà sta a significare che probabilmente il Corpo agisce anche quando è necessario per tutelare un interesse vasto e importante come l'ambiente, l'interesse forse più importante della Sardegna, anche in contrasto con abitudini, con atteggiamenti qualche volta al di fuori delle leggi dei nostri concittadini, e spero che

siano pochi, i quali però, spesso, qualche volta per lo meno, reagiscono in maniera che noi non possiamo assolutamente condividere. Basti soltanto ricordare l'ultimo anno, l'ultima azione del Corpo in ordine alla prevenzione e alla lotta agli incendi. Non è finita la stagione, non possiamo abbassare la guardia, ma ad oggi questo è stato uno degli anni, negli ultimi 10-15, che ha avuto un picco in altezza del numero degli incendi appiccati e una percentuale bassissima di ettari bruciati. Cioè, l'intervento del Corpo, non soltanto del Corpo, ma anche degli operai forestali, del volontariato, dei barracelli, di tutto il mondo che è stato mobilitato in ordine a questo aspetto, ma con la centralità e la regia del Corpo, ha determinato in un anno in cui anche la stagione, vi ricorderete tutti le temperature del mese di giugno, era favorevole a vedere bruciata la nostra regione, i risultati sono stati straordinari. Io credo che dobbiamo tenere conto di questo.

Però, più puntualmente, in ordine anche a tutta un'altra serie di argomentazioni, vorrei dare al collega Boero e al suo Gruppo qualche valutazione ulteriore. Non si ritiene di condividere l'affermazione secondo la quale si sarebbe verificata una quantità di episodi incresciosi, che hanno evidenziato la mancanza di professionalità e di indirizzi operativi che privilegiassero più la prevenzione che la repressione. Questi sono argomenti delicati: intanto bisognerebbe avere certezze storiche degli accadimenti, degli episodi. Noi queste non le abbiamo; le uniche certezze che abbiamo sono i fatti di Padru, con la strage mancata, sono i fatti di Iglesias, sono i fatti di San Teodoro dell'altro giorno, e tutta un'altra serie di occasioni nelle quali i nostri operatori del Corpo hanno subito purtroppo attentati e disagi.

Pur premettendo che una continua ulteriore formazione professionale del personale del Corpo forestale risponde pienamente al pubblico interesse, si rileva come la generalità dei fatti smentisca la richiamata mancanza di professionalità del personale. In particolare si evidenziano i risultati lusinghieri della decorsa campagna, anche quella dei due anni precedenti. Non è altrettanto quantificabile, ma assolutamente prioritario negli indirizzi di coordinamento del corpo forestale di vigilanza ambientale è l'azione di supporto tecnico e di collaborazione degli operatori rurali, nonché di prevenzione, quali uniche forme atte a conseguire il qualificante risultato di scongiurare danni all'ambiente e di garantire la contestuale osservanza di precetti a tutela dei medesimi. Si sottolinea tra le altre l'azione di sensibilizzazione in materia ambientale operata dal Corpo in ordine per esempio alla festa degli alberi, in collaborazione con i Provveditorati, con le scuole di tutta la Sardegna, con i giovani di tutta la Sardegna e con i comuni di tutta la Sardegna. Circa la pesante carenza dell'organico del personale del Corpo con le qualifiche direttive e dirigenziali si conferma quanto indicato dall'interpellanza. Infatti l'attuale quota di ispettori laureati rispetto al totale risulta di appena il 2,4 per cento contro un'esigenza fissata in analogia con il Corpo forestale dello Stato del 9,5 per cento. Per contro non circostanziata dai fatti risulta l'affermazione secondo la quale la quasi totalità degli agenti assunti nell'ultimo concorso dimostrano un'evidente carenza di istruzione al compito per cui sono deputati. Si premette che chiunque può facilmente constatare come il livello di professionalità posseduto da tale personale sia assolutamente soddisfacente o più spesso nettamente superiore rispetto alla qualificazione funzionale di tradizionale inquadramento al quarto e quinto livello. Inoltre all'atto del concorso il titolo di studio richiesto per l'assunzione dei sottufficiali risultava la licenza media inferiore, per contro il corpo dispone di numerosissime guardie e sottufficiali che essendo in possesso del diploma di laurea e del diploma di scuola media superiore mettono a disposizione il proprio titolo di studio, sia pure indirettamente, dell'amministrazione, della collettività. Abbiamo circa 80 o 100, in questo momento non ho il dato preciso, operatori con titoli di scuola media superiore e con il titolo di laurea, sono energie, sono cultura, sono conoscenze che anche nell'esercizio di una funzione di cui al livello quarto e quinto si mettono a disposizione nel contesto della loro operatività. Ciò non esclude in assoluto che qualche agente e forse anche più di uno non si sia reso responsabile di episodi caratterizzati da scarsa preparazione e/o limitata sensibilità nei confronti dell'utenza. Si ritiene però che la principale soluzione per migliorare ancora la formazione e l'approccio con i cittadini del personale del corpo sia l'attivazione di una scuola forestale permanente. Onorevole Boero, io sono diventato Assessore alla fine del novembre 1996, a gennaio del 1997, esattamente due mesi dopo, pensando anche che forse la risposta per iscritto che io ho trasmesso attraverso la Presidenza della Giunta a lei e al suo Gruppo potesse essere sufficiente per forse far sì che cadesse anche l'opportunità dell'interpellanza, ma in quella data, già in quella data la decisione di costruire e di abilitare una struttura universitaria importante già esistente a disposizione della Regione, l'ex seminario di Cuglieri, come per realizzarla come scuola di formazione permanente del Corpo e del volontariato della protezione civile, l'ho assunta, l'ho proposta alla Giunta e la Giunta l'ha assunta, e siamo in quella direzione della realizzazione della formazione permanente del Corpo, perché questo credo sia il nodo vero, che questa sia la qualità che noi dobbiamo raggiungere per superare anche le difficoltà che attraverso i vostri rilievi avete portato oggi a conoscenza del Consiglio e se ce ne fosse la necessità anche prima d'oggi, a dire la verità, da molti è stato questo sottoposto a riflessione.

Resta comunque non riscontrata né riscontrabile la pretesa generalizzata di disistima della popolazione sarda nei confronti degli agenti del Corpo forestale; io ho una sensazione diversa. Disistima che per contro è sicuramente nutrita da quella quota limitata di trasgressori che, spinta non certo dal disagio economico, recentemente e ripetutamente porta a compimento illeciti disegni di dispregio del diritto dell'ambiente e della collettività e a danno della possibilità di sviluppo di tutti i sardi fondate sulle risorse naturali dell'Isola. Esaminate le radici di una più o meno patologica disistima, che può a torto o a ragione può essere nutrita da alcuni cittadini sardi, degni comunque di pieno rispetto anche se autori di illeciti ambientali, si ritiene fondamentale ai fini di una civile convivenza non confondere possibili forme di dissenso, anche dialetticamente forti, con azioni come quelle richiamate che non possono non dirsi criminali e in quanto tali condannate da tutti i cittadini, certamente da questa istituzione.

In riscontro ancora all'interpellanza, evidenziato che il rapporto tra il Corpo forestale e la collettività era ed è quella di una civile convivenza e costruttiva collaborazione, chiarito che non si può ipotizzare alcuna forma di civile convivenza con criminali nemici di tutti i sardi, abbiamo proceduto ad evidenziare le seguenti proposte, anche a migliorare ulteriormente il servizio reso dal Corpo nell'ottica di un'efficace e prioritaria prevenzione, doverosamente accompagnata dall'applicazione dell'azione repressiva prevista dalle norme complessive emanate dagli organi legislativi, compreso il nostro Consiglio regionale, ma anche dallo Stato. Le azioni programmatiche in corso di attuazione: primo, la realizzazione - dicevo - e l'attivazione della scuola forestale come sede permanente di formazione professionale, mirata anche ad una maggiore sicurezza nel servizio e ancora migliore capacità di contemperare l'attività di vigilanza con la locale utenza, con particolare riferimento alle realtà affette da dissesto sociale. Io anche per iscritto ho pregato il collega Ballero di procedere senza attendere l'espletamento di tutti i concorsi in atto per le carriere direttive degli ispettori del Corpo che sono in corso di svolgimento e che si proceda alla formazione in loco, in Sardegna, anche per tutti quei motivi di sensibilità di una formazione in loco di una scuola nostra e in questo momento noi abbiamo un rapporto col Formez che comunque riteniamo ancora capace di dare una qualità alla formazione superiore a quelle che possono venire anche all'esperienza statuali, che per altri versi possono avere un significato, quando si parla del Corpo forestale dello Stato, in Sardegna probabilmente la nostra scuola di formazione darà risultati di maggiori legamenti con la nostra sensibilità, con la nostra legislazione, con la nostra gente, con le nostre realtà.

E ancora, il completamento del sistema radio regionale per sanare le attuali difficoltà e la mancanza di riservatezza delle comunicazioni, entro il 31 dicembre la SIMOC completerà la rete radio che consentirà davvero la comunicazione in tempo reale in tutta la Sardegna, in tutto il sistema della vigilanza di cui il Corpo è il principale soggetto. Ancora, il varo di un programma pluriennale per la realizzazione di idonee sedi per le stazioni forestali anche sul piano della sicurezza, con il collega Manchinu ci siamo ripromessi di fare nel breve periodo proprio un esame anche economico della maggior capacità ed efficienza delle caserme forestali, programmate e finanziate, di proprietà della Regione, piuttosto che dell'utilizzo attraverso l'affitto di locali spessissimo non idonei all'interno di cittadine, di comuni, di realtà che spesso rendono anche più facile l'azione di attacco alle nostre realtà di difesa. Quindi anche sul piano della sicurezza probabilmente questo darà alla Regione una maggiore certezza.

Ancora, l'esercizio di adeguati interventi presso il Ministero dei trasporti perché il personale del Corpo possa utilizzare le palette di servizio della Polizia stradale, se è necessario, attraverso eventuali modifiche al Codice della strada, compatibilmente con le disponibilità finanziarie e la sostituzione dei mezzi e degli automezzi inidonei e vetusti in dotazione al Corpo con altri più sicuri e più capaci di rendere un servizio efficiente. Abbiamo purtroppo ormai una condizione di vetustà, di mezzi non più idonei che qualche volta in queste cose possono realizzare anche effetti negativi sul piano della sicurezza degli operatori. E ancora l'estensione delle elargizioni speciali in favore del personale del Corpo di polizia dello Stato vittime del dovere anche agli operatori del Corpo di vigilanza. E il presidente della Commissione prima che ha in carico il disegno di legge mi pare di uno o due articoli si è impegnato a mettere all'ordine del giorno come uno dei primissimi argomenti questo aspetto che reputo un atteggiamento di grande sensibilità nei confronti di chi collabora con l'istituzione regionale a difendere il territorio. Ulteriori chiarimenti(?) e proposte, l'accelerazione degli adempimenti concorsuali per l'assunzione di ispettori in possesso di diploma di laurea, e proposte di adeguamento del contingente da assumere in funzione delle intervenute variazioni negative dell'organico degli ispettori. La legge ha 10 anni e circa 100 unità in questi dieci anni sono venute a mancare per licenziamento o per altri motivi. Unità che consentirebbero di estendere i concorsi ai laureati in scienze biologiche, naturali e geologiche, nonché in ingegneria idraulica. E alcuni di questi sono già in corso. Riguardo ai rapporti con i Corpi di polizia, si dà atto che il Corpo forestale è ordinariamente rappresentato in seno ai comitati per la sicurezza pubblica presieduti dai prefetti dell'Isola, al fine di coordinare l'azione del Corpo con quella delle diverse forze di polizia. L'importante è sottolineare che il personale opera sempre più isolato negli ambiti rurali, in quanto le forze di polizia statuali manifestano la tendenza sempre di più a spostare il loro campo di azione unicamente sulle aree urbane e sulle strade di grande traffico. Le campagne della Sardegna sono vissute in termini di vigilanza e controllo soltanto dagli operatori del Corpo forestale di vigilanza ambientale della Regione Sardegna. L'impegno finale che vogliamo assumere è quello, dopo dieci anni, di rivisitare, e ce n'è motivo, tutte le sollecitazioni che sono pervenute oggi attraverso la vostra interpellanza, ieri da interventi anche di altra natura anche fuori dai rapporti istituzionali di cittadini, colleghi e delle altre istituzioni, per rivedere appunto la legge numero 26 che dopo dieci anni necessita di una sua rivisitazione.

PRESIDENTE. Ha facoltà di dichiarare se è soddisfatto o meno il consigliere Boero.

BOERO (A.N.). Signor Assessore, la ringrazio della sua risposta che mi lascia parzialmente soddisfatto per certi aspetti, per certi altri ancora perplesso. Certamente l'annuncio che finalmente, chissà fra quanto tempo, comunque si è nell'indirizzo della creazione della scuola di formazione forestale, è uno degli aspetti positivi dell'impegno per correggere varie storture che comunque allo stato odierno permangono nel Corpo forestale. Io le voglio soltanto ricordare che l'azione contro il bracconaggio avviene solo nella dovuta forma repressiva, dovuta, e avviene preminentemente acchiappando proprio quei bracconieri che si fidano, avviene nei punti, negli snodi stradali in cui chi si fida deve passare. Allora casca episodicamente ai posti di blocco e quindi ha una perquisizione a volte fatta bene, a volte non fatta bene e quindi passa; ma la somma degli interventi che raggiungono lo scopo, l'ubicazione, le modalità nella generalità sono queste. Cioè non abbiamo una preparazione e non abbiamo di conseguenza una azione che avvenga a tutto campo, proprio in ambiente, nelle parti più importanti dove colpire le forme di bracconaggio, soprattutto quelle mercantili, a vasto raggio, di gente che non avrà mai a che fare con il mondo della caccia, che non ha bisogno del porto d'arma, del fucile, che con cavi, lacci, reti e trappole di vario genere fanno autentiche distruzioni; e lì l'azione deve essere articolata e senz'altro repressiva al massimo, e lì per esempio non ci siamo in assoluto. L'attuale situazione, quella di oggi, domani io prendo atto di tutto ciò che lei ha detto, in modo particolare la scuola, insomma deve variare l'approccio globale con il nostro ambiente umano, floristico, faunistico e vegetale, perché si è fino ad oggi forti con i deboli e deboli con i forti. I deboli chi sono? Sono quei cittadini che vanno a raccogliere legna, funghi, ghiande, sono quei cittadini che cercano di pulirsi alcune parti del campo, sono interpretazioni spesso reiterate di leggi che non sono più in vigore o se lo sono sono interpretate male, dove praticamente l'agricoltore, l'allevatore non è più padrone neanche a casa sua, non può neanche più levare un fondo di cisto che ricresce, di questi fatti non si può dire che non avvengano in modo globale e reiterato; e sono questi i fatti, caro Assessore, che creano la disistima del popolo di cui ci dobbiamo preoccupare. Infatti io di certo non mi preoccupo, come del resto non si preoccupa lei, della disistima dei delinquenti, quella disistima non ci interessa, anzi ci fa piacere che aumenti la disistima dei delinquenti e dei bracconieri peggiori a livello mercantile, quelli attrezzati di tutto punto che fanno autentiche stragi di ambiente. Per quanto concerne i rapporti con i corpi di polizia, il collegamento, il fatto che avvenga una specie di coordinamento a livello superiore, gerarchico, non dimostra in assoluto quello che non avviene in campo, tra le varie stazioni dei carabinieri dei vari comuni dove la lamentazione proprio dei comandi dei carabinieri è generale e non è localizzata, cioè salvo rari casi non si riesce a coordinare una azione preventiva, eventualmente repressiva, con il Corpo forestale perché nella generalità dei casi i dirigenti e il Corpo forestale agisce in modo totalmente scollegato con i comandi dei carabinieri e di polizia locali. Cioè nel pratico, nel quotidiano non avviene ancora quel necessario collegamento; che poi ci siano direttive generali concordate non lo metto in dubbio, ma la realtà dei fatti è questa. È in questa direzione che c'è la sollecitazione nei suoi confronti perché poi i dirigenti della forestale pongano rimedio a questo stato di cose.

Discussione del disegno di legge"Tutela e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna"(87)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge numero 87; relatore il consigliere Zucca.

Dichiaro aperta la discussione generale. Ha facoltà di parlare il consigliere Zucca, relatore.

ZUCCA (Progr. Fed.), relatore. Signor Presidente, onorevoli colleghi, dopo una fase tormentata nella vita della Regione autonoma, rischio consapevolmente l'enfasi e anche la retorica citando un emistichio Virgiliano: Paulo maiora canamus occupiamoci di argomenti un po' più elevati. E anche rischiando l'enfasi, non esito di affermare che l'occasione di questa discussione sulla legge sulla cultura è un'occasione solenne, è un'occasione solenne come solenne è l'enunciazione dell'articolo primo che fa da epigrafe a tutta la legge. La Regione autonoma della Sardegna assume l'identità culturale del popolo sardo come bene primario da valrizzare e promuovere, e individua nella sua evoluzione e crescita il presupposto fondamentale di un intervento volto ad attivare il progresso personale e sociale e processi di sviluppo economico e di integrazione interna e internazionale. E' una formulazione impegnativa e, come dicevo, solenne. Ed è un'affermazione che non va in contrasto con il termine ora di moda, e cioè quello della globalizzazione, perché anche la globalizzazione può avere molte valenze, sia positive che negative. Altra cosa infatti è partecipare individualmente e come comunità e come popolo di un processo di osmosi e di scambio, che ha come presupposto un alto livello di autocoscienza e di consapevolezza del proprio essere, altra cosa è essere oggetto della globalizzazione, clienti di un mercato economico e culturale nel quale non si apporti niente di proprio. E' un tema che può essere sintetizzato con due termini, se intesi nella loro pregnanza: il particolare e l'universale. Del resto l'Europa futura può essere davvero il concretizzarsi di un grande ideale, se sarà la valorizzazione di realtà e culture diverse e non una piatta omologazione all'insegna del consumismo più becero. Essere europei, per un popolo, come il popolo scandinavo, è una cosa diversa dall'essere europei per un popolo mediterraneo, come il francese, l'italiano e lo spagnolo. Ma, scendendo per li rami(?), etnie di minor rilevanza quantitativa non per questo hanno meno diritto di recitare la loro parte nel concerto amplissimo delle differenti nazionalità europee. Io non entro nel merito di una disputa che trovo oziosa (nazione sarda sì nazione sarda no), dico semplicemente che se ci riconosciamo come popolo sardo ci sarà pure una ragione di natura storica, culturale, in termini generali. Ci sono insomma delle radici e, come diceva Kierkegaard: non siamo noi ad avere le radici, ma sono le radici che sostengono noi. E per restare nella metafora che io faccio mia: quidquid bene dictum est, meum est, diceva Seneca: tutto ciò che è detto bene lo faccio mio, con questa legge vogliamo dare linfa alle radici, far crescere la pianta, perché di questo si tratta, di rimettere in moto un processo di valorizzazione della nostra storia, del nostro grande patrimonio che ha visto momenti di splendore e di affermazione e momenti di decadenza, di affievolimento, sia della battaglia per il pieno riconoscimento della propria identità e sia addirittura di una battaglia per una più piena autonomia, che è altra cosa ma non indipendente dalla prima. Sono ben consapevole che, in linea di massima, le leggi non promuovono processi storici, ma registrano situazioni spesso anche tardivamente. Ma nel caso nostro non si tratta di aspetti particolari, di settori particolari ma di un quadro di riferimento generale che può rendere più agevoli i processi di crescita culturale e civile. Guai a noi se ragionassimo in termini astratti, contrapponendo la valorizzazione e lo studio della nostra cultura e della nostra lingua all'urgenza di conoscere i codici linguistici che ci fanno entrare nel mondo intero, cioè l'inglese, il linguaggio informatico. E' sciocco e sterile considerare in contrasto, addirittura incompatibili, la valorizzazione del proprio essere e l'appropriarsi di altri mondi ideali, culturali e tecnologici. Socrate o il computer? Il dialogo tra persone e tra popoli nei tradizionali mondi delle lingue e delle parlate che hanno in sé tanti sedimenti di storia o solo scambio, in codice, di messaggi informatici? Solo un malinteso senso della modernità o una massiccia dose di "asinità" può vedere in contrasto le due cose, che invece devono integrarsi e convivere. Ma prima di addentrarmi in un aspetto specifico, sul quale mi diffonderò, quello dell'insegnamento del sardo nelle scuole, voglio ipotizzare anche in termini pratici i vantaggi, anche meramente economici, che possono venirci dalla valorizzazione della nostra cultura. Abbiamo resti di civiltà, vestigia di un passato remoto che sono unici e non hanno nemmeno stringenti analogie altrove. Parlo dei nuraghi, delle tombe dei giganti, delle domus de janas, ma anche le vestigia della civiltà fenicio-punica sulla quale il compianto Sabatino Moscati ha fatto gli studi più importanti di questo secolo, sono molto meglio conservate e valorizzate in Sardegna che nella terra stessa dei fenici. Non per niente gli studiosi e archeologi delle nostre università guidano gli scavi a Cartagine e dintorni. Ma non è solo la banale fruizione turistica, non è solo il consumo anche in termini intelligenti di un patrimonio monumentale che può arrecare benefici alla nostra economia; è qualcosa di più profondo, di meno immediato ma di grande validità. Tra due persone che contrattano e trattano nel tradizionale rapporto, ha più chance quello che ha più piena coscienza di sé, più sicurezza del proprio essere. Cosa analoga, se non identica, si può dire nei rapporti istituzionali, commerciali e culturali con altre realtà. Se vogliamo attualizzare, riferirci alla stretta attualità, il ruolo che la Sardegna può recitare per valorizzare la propria specialità nel quadro di una riforma federalista dello Stato, può essere molto più alto se le ragioni della specialità non si fondano su ragioni statutarie ma su tutto ciò che sta, come è uso a dire, anche a monte dello Statuto. Sarebbe interessante fare un vero excursus anche sul momento in cui la Sardegna ha avuto una sua statualità. Giuseppe Dessì diceva, con l'arguzia che non gli mancava, disse una volta che il più grande uomo della Sardegna è stata una donna: Eleonora d'Arborea. Con Eleonora d'Arborea, anche al di là dell'aureola mitizzante, la Sardegna ha avuto davvero un momento di alta statualità, e ha dato con la Carta de Logu un eccelso esempio di civiltà giuridica. Basti pensare alle affermazioni contro la violenza sessuale ai danni delle donne, affermazioni per quei tempi di modernità addirittura strabilianti. Ma per passare a situazioni storiche più recenti, anche la grande battaglia per la conquista dell'autonomia è stato un movimento con un'elevata aspirazione di statualità. Tutto questo per dire che una legge che favorisca il diffondersi di ampie conoscenze sulla nostra storia, non solo quella dei grandi regni, che spesso abbiamo subito, ma anche quella meno conosciuta, quella, per intenderci, valorizzata dalle col des annales (?) francese la piccola storia non può che essere salutata come un avvenimento significativo. Io non mi addentro né a riassumere né a commentare i singoli titoli e articoli, ne parleremo al momento opportuno, ma mi soffermo su un aspetto nevralgico che ha determinato una sentenza di rigetto della Corte costituzionale nel 1994, e cioè il titolo quarto relativo all'insegnamento del sardo nella scuola. Intanto basta citare esattamente il titolo della legge, che parla della promozione della cultura e della lingua della Sardegna, perché anche se è ovvio e giova ripeterlo, solo all'interno di una visione generale della cultura acquista il suo significato la salvaguardia e la diffusione della lingua sarda, che è un aspetto essenziale ma non l'unico della cultura. Come è noto proprio il titolo quarto, relativo ai programmi scolastici, è stato dichiarato illegittimo con la sentenza numero 290, e non sto a fare tutta la cronistoria che i colleghi conoscono, in quanto esorbitante rispetto alle competenze attribuite dall'articolo 5 alla Regione autonomia della Sardegna in materia di istruzione. Ebbene, la nuova formulazione di questo titolo quarto: Integrazione dei programmi scolastici nell'ambito dell'autonomia didattica delle scuole, dovrebbe garantirci dai rischi di un nuovo rinvio. Infatti il riferimento alla legge nazionale rende la proposta perfettamente coerente e compatibili con la legislazione dello Stato, in attesa di una riforma sempre tardiva in senso davvero federalista. Ovviamente, cosa propone questa parte della legge, che ripeto è indissolubilmente legata a tutta la parte che precede? A questo riguardo forse abbiamo fatto bene a non promulgare una parte della legge, evirandola in qualche modo, togliendo cioè la parte per la quale c'era stato il rigetto relativo all'insegnamento del sardo nelle scuole. Ebbene, questa parte, nella nuova proposta propone percorsi formativi sotto forma di progetti regionali per le scuole di ogni ordine e grado, relativamente alle aree dell'articolo 17, finanzia corsi universitari per la formazione del personale docente, ipotizza periodiche verifiche della sperimentazione, sulla base delle quali procedere in rapporto al raggiungimento degli obiettivi previsti, il primo dei quali è ovviamente dare ai giovani la piena consapevolezza e conoscenza della tradizione linguistica e culturale della Sardegna. Non sto a riferire dettagliatamente sul concorso della Regione per l'acquisizione di metodologie, sul coinvolgimento dei centri di servizi cultuali e su altri aspetti tecnico-pratici in tempi nobilissimi importanti e seri, che come tutte le cose serie non sono facile da perseguire, né sono perseguibili solo dalla Regione, ma fondamentalmente dalla scuola. La Regione fornirà i mezzi, la legislazione che rende la cose possibili, ma il fare in concreto spetta fondamentalmente alla scuola, ai docenti, ai dirigenti, ai discenti e alle famiglie. E qui passo ad esprimere alcune personali valutazioni sull'insegnamento del sardo nelle scuole. Debbo anche confessare che nella scorsa legislatura ho fatto un intervento anche in sardo, tra l'altro, ...(?) più critico che favorevole, con tantissime perplessità più che volontà di approvazione in ordine all'insegnamento della lingua sarda. Ebbene, non ho nessuna vergogna, nessun pudore a dire che ho cambiato opinione. Ho cambiato opinione perché ho letto molte cose che mi hanno fatto riflettere, e anche perché sento con sgomento che ogni giorno che passa una parte di un grande patrimonio di tradizioni, di pratica linguistica sarda va perso. Quindi bisogna fare in fretta, non temere anche qualche forzatura, usare tutti i mezzi possibili di comunicazione per favorire nei giovani il riappropriarsi di una competenza linguistica sarda. Il riappropriarsi o anche l'appropriarsi, qui voglio essere molto chiaro: trovo profondamente sbagliato, nell'affrontare un problema di questa portata, partire dalla situazione quale vorremmo che fosse e non dalla situazione qual è: la situazione, in parole povere, vede un'alta percentuale di bambini, adolescenti e giovani sardi che hanno della lingua sarda una competenza passiva, riescono, cioè, più o meno a capirla ma non la sanno parlare, una percentuale più bassa di quanti non hanno neppure questa, e un certo numero, ovviamente più nei paesi che nelle città, di ragazzi, di giovani che hanno un possesso buono della parlata del loro paese e naturalmente pochissimi che addirittura parlano quasi correttamente sia il logudorese che il campidanese.

Non è il caso di dilungarsi sulle cause di questa situazione, l'influsso nefasto dei mass media, l'ottusità di alcuni genitori che trovano disdicevole parlare ai figli in sardo. Quanto diversamente la pensava Antonio Gramsci nella celebre lettera alla sorella Teresina, nella quale la esortava a insegnare alla figliola Mea a parlare in sardo, perché la perdita di questa competenza sarebbe stata una cosa gravissima!

Anche il numero di coppie che parlano il sardo, ma essendo di due paesi diversi e magari abitando in città, parlano il sardo ciascuno nel proprio paese, ma non in sardo tra di loro, è una delle cause della perdita di competenza linguistica. E si potrebbe continuare, ma non è il caso. L'importante è partire da questa situazione preoccupante per porvi rimedio, non per imporre nulla, ma per riattivare un processo che avrà certamente tempi lunghi e comporta gradualità e misura. Guai a noi se il giovinetto del ginnasio studierà il sardo semplicemente in aggiunta al latino e al greco, inesorabilmente così lo odierà. Bisogna suscitare interesse, bisogna suscitare curiosità. Lo diceva già Aristotele che la curiosità è la madre di ogni sapere.

Come si può notare, comunque, il tono del dibattito attuale sul bilinguismo, confrontandolo con quello del 1989 si vede che si sono fatti enormi passi avanti. Basterebbe, a titolo esemplificativo, confrontare gli articoli di Restaino del 1989 con quelli del 1994 e 1995 di Cherchi, di Pillonca e di Francesco Masala, per vedere che alcune questioni sono ormai alle spalle. Non è più tempo di discettare a vuoto. Incassum disserere, dicevano i latini, se il sardo sia una lingua o un dialetto. Del resto le odi di Saffo sono in dialetto eolico e non sono per questo meno nobili di quanto lo siano; i poemi omerici sono in dialetto ionico, con una base eolica, e non per questo sono meno importanti e meno elevati di tono. E' tempo di porre mano a un'opera di diffusione delle conoscenze su lingua e cultura di Sardegna, oltretutto, sul piano strettamente glottologico la differenza tra lingua e dialetto non esiste assolutamente, solo elementi extralinguistici suggeriscono una differenziazione tra le due cose.

Durante un convegno organizzato a Milano dal circolo dei sardi mi capitò di pranzare e durante l'interruzione dei lavori un notaio sardo, presidente di un circolo, abitante di Orani (?), abitante a Pordenone, si mostrava molto scandalizzato del fatto che al suo paese il bando in sardo diceva: tomatas bonas po insalada e sugu, anziché po bagna anziché sugu. C'era a tavola con me un illustre glottologo, che è il professor Telmon, tra l'altro autore di un bellissimo saggio sugli italiani regionali, il quale diceva giustamente, in rapporto a questo problema della intrusione in una lingua di parole da un'altra lingua, come in questo caso, che la paura ossessiva di perdere la purezza, la fobia della contaminazione è un termometro preoccupante, un segno di debolezza, un segno di indebolimento. Insomma, una lingua vitale e in buona salute è in grado di metabolizzare e di lasciarsi contaminare. Io trovo giusta questa osservazione del professor Telmon, a patto di evitare la mostruosità di parole italiane con la terminazione sarda. Quelle sono mostruosità e non contaminazioni. Si tratterà comunque di evitare gli eccessi e di procedere con equilibrio e con gradualità. Io voglio dire che con tutto il male che si dice, a torto spesso, della scuola, non mancano esempi positivi di sperimentazione in vari ordini dell'istruzione (il libro della Pinna Catte è molto eloquente al riguardo), e non mancano nemmeno strumenti validi a disposizione dei futuri insegnanti. Ci sono delle grammatiche del sardo che sono di altissimo pregio scientifico, come quella di Blasco Ferrer, e allo stesso tempo di elevata possibilità divulgativa. Ma naturalmente c'è molto da progettare, c'è molto da produrre, sia per i futuri insegnanti, sia per i futuri allievi. La legge prevede organismi come il sistema bibliotecario e documentario, l'osservatorio. La Commissione ha fatto un lavoro enormemente positivo, sfoltendo questi organismi che erano, in una prima fase, pletorici, ed ha anche con alcune modifiche evitato a priori che diventino, come usa dire, carrozzoni. Naturalmente anche una legge positiva come questa non può produrre tutti i suoi effetti, se non in stretta correlazione con un ampliamento dei poteri della Regione, a cominciare dal problema delle sovrintendenze archeologiche, fino a tutti gli aspetti della vita sociale e quindi culturale.

Prima di concludere, voglio ricordare che positivamente la Commissione ha inglobato in questa legge 87 anche una proposta dell'onorevole Tunis, che riguardava l'insegnamento dello Statuto e dell'ordinamento giuridico nelle scuole. Nell'articolo 17 ha inglobato questa proposta che ha giudicato positiva.

Finisco con una citazione da un'area che non è la mia, invadendo l'area del collega Marteddu, una citazione da Vincenzo Gioberti, il quale scrive: "Si ricordino tutti a cui cale della patria comune che secondo l'esperienza la morte delle lingue è quella delle nazioni". Si parva licet componere magnis, nel caso nostro la scomparsa del sardo dall'uso dei parlanti sarebbe un po' la morte dell'autonomia speciale, che è un valore che accomuna tutti i sardi.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare sull'ordine dei lavori il consigliere Masala. Ne ha facoltà.

MASALA (A.N.). Devo intervenire su questioni di ordine procedurale. Signor Presidente, io sono veramente dispiaciuto di dover intervenire in questa fase proprio subito dopo, come del resto lo Statuto prevede, la dotta relazione del professor Zucca, però lo debbo fare, perché il Regolamento me ne dà facoltà e soprattutto mi impone di farlo. Ora la questione che io debbo sollevare è, ai sensi dell'articolo 86 del Regolamento, quella relativa alla richiesta sospensiva per il rinvio del disegno di legge in Commissione. Quali le ragioni? La stessa relazione dell'onorevole Zucca ha chiaramente dimostrato che la materia di cui si parla è impregnata di questioni di natura istituzionale, tant'è che alcuni argomenti, per esempio la lingua è addirittura rappresentata come l'essenza stessa, uno degli elementi costitutivi della stessa entità del popolo sardo. Allora, ahimé, non me ne vogliano i colleghi e soprattutto il professor Zucca, ma io non ho nessun intendimento di far scendere a livelli meno elevati di quanto egli abbia fatto questo dibattito che eventualmente si andrà a svolgere, ma mi corre l'obbligo di chiedere che il Regolamento venga scrupolosamente osservato. Allora il problema è da leggere alla luce dell'articolo 35 del Regolamento. Noi ci troviamo di fronte a una legge rinviata dal Governo, non condivisa dalla Regione e quindi con rinvio della questione alla Corte Costituzionale, si tratta comunque di una legge che è stata rinviata dal Governo. Allora, mentre per tutte le altre leggi quando l'oggetto, la materia, in esame dalle Commissioni può essere inviata alle altre Commissioni eventualmente ritenute competenti per tutta o per parte della legge medesima, è facoltativo, nel senso che sia la Commissione che ha il carico di legge, sia la Commissione che eventualmente ritenga di avere una certa quale competenza in materia, possono indipendentemente l'una dall'altra chiedere di esprimere un parere. Nel caso in ispecie non vi è dubbio e me l'ha confermato in modo inequivocabile la relazione dell'onorevole Zucca, la materia attiene senz'altro a questioni di ordine istituzionale. Non vi è dubbio che ci troviamo di fronte a un'applicazione di principi statutari, non vi è dubbio che il contenuto della legge, come poi si vedrà nell'esame, investe problemi attinenti all'ordinamento regionale, ma soprattutto in ordine all'attuazione e all'applicazione dei principi statutari. In una parola non mi pare possa essere revocato il dubbio che questa legge contiene molti riferimenti alla natura istituzionale. Allora se la legge rinviata, recita l'articolo 35, presenta aspetti istituzionali le Commissioni hanno obbligo, non è quindi una facoltà, ma hanno l'obbligo di chiedere il parere per iscritto alla Commissione cui tale materia è attribuita, vale a dire la Commissione ottava avrebbe dovuto, ai sensi dell'articolo 35 del Regolamento, chiedere obbligatoriamente il parere scritto alla Commissione prima.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Marco Tunis. Ne ha facoltà.

TUNIS MARCO (F.I.). Signor Presidente, il mio è un intervento di tipo tecnico sull'ordine dei lavori. Poiché si è verificato nella stesura del documento l'omissione del riferimento che un articolo della legge che si porta in Aula riporta in gran parte lo spirito e la sostanza della proposta di legge numero 70 del 21 febbraio '95, presentata dal consigliere regionale Tunis Marco Fabrizio. Questa legge è stata discussa in una seduta della Commissione, è stata approvata, e si è deciso di portarla con un articolo apposito in Aula nella legge della cultura sarda. Ora, soltanto a fini tecnici, perché gli uffici stessi possano registrarlo, per evitare che un progetto di legge rimanga campato in aria, qualora dovesse essere approvato, mi riferisco alla legge della cultura sarda, occorre per forza che su quella proposta di legge numero 70 venga notato che o viene rinviata, o viene approvata, ma comunque io ritengo che ne faccia parte integrante, sia pure in misura minima, cioè rimane un fatto tecnico, riservandomi per quanto riguarda invece il merito un intervento in sede di dichiarazione di voto, il progetto di legge era il numero 70 del febbraio '95, agli atti della Commissione cultura approvato.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Bonesu. Ne ha facoltà.

BONESU (P.S.d'Az.). Sulla questione sospensiva avanzata dall'onorevole Masala, io la ritengo completamente infondata. Infatti sia sotto l'aspetto formale non è richiamabile l'articolo 35. Il Regolamento del Consiglio regionale della Sardegna, a differenza di quanto prevedono i Consigli regionali della Toscana e delle Marche, non prevede una particolare forma di trattazione per le leggi dichiarate parzialmente incostituzionali, per cui questo disegno di legge ha dovuto riprendere l'iter dall'inizio, infatti è un disegno di legge di questa legislatura e non ha nessuna connessione formale con la legge che era stata approvata dal Consiglio regionale nella precedente legislatura; questo sotto l'aspetto formale. Sotto l'aspetto sostanziale si deve notare che non vi è nessuna competenza di altre Commissioni all'infuori dell'ottava, perché la Corte Costituzionale ha ritenuto legittima la precedente legge sotto tutti i profili, salvo quello dell'insegnamento nelle scuole. Ora l'insegnamento nelle scuole, chiaramente è materia di competenza dell'ottava Commissione, per cui i richiami a competenze di altre Commissioni sono completamente infondati.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Scano. Ne ha facoltà.

SCANO (Progr. Fed.). Il collega Bonesu mi ha ora sollevato dal compito di fare un'argomentazione molto ravvicinata. Mi limito quindi a dire questo: in generale le osservazioni del collega Masala, quando sono condivisibili, e anche quando non lo sono, sono fondate su un'attenta riflessione giuridica, questa volta, mi consenta il collega Masala, la sua osservazione mi pare che sia frutto di una forzatura. Questa è la terza legislatura nella quale si affrontano progetti o disegni di legge sulla tutela e la promozione della lingua e della cultura sarda. Nella terzultima, scusate, nella penultima, come nell'ultima legislatura, come in questa, è stato seguito sempre lo stesso iter, cioè questa materia è stata riconosciuta, mi pare di ricordare, senza obiezioni (almeno per ciò che la mia memoria mi soccorre) sempre come competenza esclusiva dell'ottava Commissione. Non capisco bene quali sarebbero gli aspetti istituzionali che richiedono un coinvolgimento della prima Commissione. Nella penultima legislatura la legge varata dalla Commissione cadde in Aula, era se ricordo, io non ero in Consiglio, ma ricordo il dibattito politico e culturale nella primavera dell'89; nell'ultima legislatura, come è stato poc'anzi ricordato la legge venne approvata e poi intervenne ciò che sappiamo e cioè la posizione negativa assunta dal Governo in relazione ad alcune parti della legge. E per quanto riguarda questa legislatura, l'iter disegnato dal Presidente del Consiglio, e cioè l'attribuzione alla ottava Commissione, non è stato contestato in nessuna sede. Quindi a me pare che invocare ora, presentare una obiezione di quel genere, invocare una questione sospensiva, mi pare in tutta franchezza che sia una posizione forzata, non fondata e anche in tutta schiettezza non comprensibile. Quindi noi, se si arrivasse al voto, voteremmo perché sia respinta la questione sospensiva.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Pittalis. Ne ha facoltà.

PITTALIS (F.I.). Brevemente, signor Presidente, il problema che ha sollevato il collega Masala, che sicuramente ha un fondamento, riteniamo però che in relazione a questa legge, che ha costituito oggetto di ampia riflessione, di ampio dibattito già in sede di Commissione, dove probabilmente il problema avrebbe dovuto trovare la sua giusta collocazione, riteniamo che, ancorché sia oggetto di riflessione l'osservazione avanzata dal collega Masala, le questioni di forma rispetto ad un disegno di legge in gestazione, come è stato ricordato, già da diversi anni, meriti una definitiva approvazione. Quindi per quello che riguarda il nostro Gruppo, riteniamo che la sostanza in questo caso debba prevalere anche sulle questioni di forma e siamo, mi esprimo a nome del Gruppo, perché il disegno di legge venga senz'altro esitato in questa seduta.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Zucca sull'ordine dei lavori per quanto richiesto dal consigliere Tunis Marco.

ZUCCA (Progr. Fed.). Io non sono notoriamente homo causillicus, mi affascinano poco le quisquilie di carattere accentuatamente regolamentare, però ho quel minimo di competenza per dire che quando una Commissione decide di valutare due proposte di legge le presenta in collazione l'una con l'altra. Il caso di cui parla l'onorevole Tunis non è assolutamente così. Il suo ricordo è del tutto inesatto, sbiadito. Nel senso che la Commissione non esaminò e non approvò la proposta di legge numero 70, niente di tutto questo. Tenuto conto delle esigenze che di persona audito l'onorevole Tunis portò in Commissione, si ritenne che nella formulazione del disegno di legge numero 87, al punto f) dell'articolo 17, fosse largamente compreso con una piccola modifica che è stata apportata il contenuto di quella legge che non è stata esaminata e in quanto tale non doveva...(?). infatti è scritto nella lettera f) dell'articolo 17 che tra le aree disciplinari di cui si ipotizza l'insegnamento nelle scuole "il diritto con specifico riferimento alle norme consuetudinarie locali e l'ordinamento della Regione autonoma della Sardegna", che era il contenuto di un articolo unico di quella legge che non è vero che è stata approvata, altrimenti avremmo portato due leggi in collazione. Quindi per la precisione dei fatti, l'ho detto nella relazione credendo di essere stato abbastanza chiaro ed esplicito, ma evidentemente l'onorevole Tunis non ha colto esattamente il segno di quello che io ho voluto dire.

PRESIDENTE. Onorevole Tunis, credo che all'esito della valutazione del provvedimento numero 87, potrà ritirare o chiedere che la sua proposta di legge numero 70 venga discussa ulteriormente in Commissione.

Pongo in votazione la questione sollevata dal Presidente del Gruppo di Alleanza nazionale,onorevole Masala, ex articolo 86 del Regolamento, votazione per alzata di mano.

Chi è favorevole alla questione sospensiva posta dall'onorevole Masala alzi la mano. (Viene richiesta la controprova). Chi non l'approva alzi la mano. Chi si astiene.

(Il Consiglio non approva).

Procediamo alla discussione generale del disegno di legge numero 87. Prima iscritta a parlare è l'onorevole Lombardo. Ne ha facoltà.

LOMBARDO (F.I.). Signor Presidente del Consiglio regionale, signor Presidente della Giunta, colleghe e colleghi, non è un caso che sia proprio il disegno di legge sulla cultura e sulla lingua sarda ad aprire oggi i lavori dell'Aula di via Roma. L'indecorosa ed inutile pausa per risolvere crisi che non sono state risolte e ricomporre dissidi che non sono stati ricomposti, ha notevolmente rallentato l'esame di questo disegno che noi di Forza Italia riteniamo importantissimo, e nella sua sostanza e in quanto atto qualificante per l'attività di questo Consiglio. Si tratta di un testo che va a riaffrontare un problema che oggi è ancora più centrale e attuale di quando questo dibattito prese le sue prime mosse. Era il 1971, e soprattutto un tema ancora più caro dopo il pretestuoso rinvio da parte del Governo e le censure dell'Alta Corte. Un primo plauso va attribuito per la decisione di non aver voluto rimaneggiare la legge dichiarata incostituzionale, ma di ripensare completamente il complesso del progetto in termini sistematici. E ciò allo scopo di non limitare il settore della legge riservato alla innovazione dei programmi scolastici. Anche se per meriti non propriamente nobili, comunque l'attività legislativa in materia di valorizzazione della cultura e della lingua sarda si viene a collocare nello stesso periodo in cui è in atto nel Paese un dibattito profondo e acceso sul federalismo possibile, sulle specificità culturali e sulla esigenza di unitarietà nella diversità delle varie aree culturali e socio economiche italiane. Per questo non ininfluente motivo, la discussione che oggi questo Consiglio regionale affronta si carica e si colora di motivazioni ulteriori. Il dibattito che oggi cominciamo esulando in parte dall'articolato della legge, deve a nostro avviso essere incentrato su una integrazione dei popoli in soggetti super statuali nel difficile mantenimento della propria identità culturale, sociale e linguistica. Dobbiamo insomma discutere come resistere adeguatamente alla omologazione delle dittature mass mediatiche. Un tema di questa portata, interessante e pregnante per ogni realtà, lo è maggiormente per la realtà sarda per l'atavico e fiero spirito di popolo e nazione che portiamo impresso a fuoco nel nostro DNA. Ecco perché il Gruppo consiliare Forza Italia esprime un vigoroso sostegno al primo articolo del disegno di legge in esame e alla sua petizione di principio che assume l'identità culturale del popolo sardo come bene primario da valorizzare e da promuovere, e individua nella sua evoluzione e nella sua crescita il presupposto fondamentale di ogni intervento volto ad attivare il progresso personale e sociale e i processi di sviluppo economico e integrazione interna e internazionale. La Sardegna e i sardi hanno urgente bisogno di recuperare le loro specificità, di ritrovare anche in via legislativa un incoraggiamento ad espressioni autentiche del loro proprio sentire. Bene dunque che la Regione riconosca pari dignità alla lingua sarda rispetto a quella italiana. Ma colleghi dobbiamo stare molto attenti e valutare con ponderazione se sia nelle nostre mani, nelle mani dei soli legislatori regionali voglio dire, il potere di rivitalizzare e riportare a completo splendore una lingua moribonda e particolare. La lingua, l'espressione sono strumenti preziosissimi e del tutto particolari, ma strumenti comunque, veicoli che devono servire a comunicare sensazioni, stati d'animo ma anche fatti di un mondo velocissimo nel rinnovarsi e nel creare continuamente realtà rinnovabili. Possiamo supplire, per via legislativa, a cambiamenti epocali che passano veloci e incuranti sopra le nostre stesse teste? Possiamo intervenire nelle coscienze e creare dal niente una nuova cultura? Purtroppo oggi, in Sardegna, il sardo è una lingua di secondo livello, uno strumento di comunicazioni che pochissimi adoperano correntemente. Siamo in grado di riportare il sardo a lingua utile? Non è certo una risposta negativa quella che vogliamo e intendiamo proporre. Ci interessa, al contrario, suscitare un dibattito e una riflessione completa di tutta l'Aula. Noi, per il nostro canto, speriamo di poter riuscire, con questo che è comunque un esperimento, ad educare nel senso migliore del termine il nostro popolo a riscoprire se stesso, le sue radici, la sua storia e la sua cultura. Siamo consapevoli che partiamo da una situazione di deserto totale, in cui i programmi ministeriali dell'istruzione pubblica ignorano completamente le specificità della storia dei popoli, proponendo la conoscenza dei medesimi programmi di studio ai giovani del trentino come a quelli del Lazio e come a quelli sardi. E ciò è evidentemente è il frutto e il retaggio insieme della peggiore cultura centralista oppressista e retrograda. Ma nelle università sarde, che godono, al contrario, di una larga e importante autonomia, non è migliore la situazione. Se si pensa che le cattedre di linguistica e di storia della Sardegna rappresentano insegnamenti facoltativi a cui è negata la stessa dignità di discipline autonome e fondamentali dei diversi corsi di studio. E allora il primo e il più importante traguardo cui questa legge può aspirare è dunque quello di imprimere un forte risveglio, un sussulto di orgoglio a coscienze da troppo tempo appiattite sulla rassegnata considerazione che la nostra cultura è moribonda e deve andare a morire, sostituita dallo scarno linguaggio delle reti televisive. Rimane, lo ripeto, la perplessità che il nostro sia uno sforzo prometeico, immane (?) nella sua ambizione. Ma forse conviene tentare di recuperare quello che le generazioni che ci hanno preceduto non hanno fatto. Ciò che è importante è che lo sforzo che quest'Aula compie sia gradito e favorevolmente accolto dalle popolazioni alle quali esso è rivolto. Qualsiasi pianificazione linguistica trova, nel consenso popolare, la sua sola ragione di esistenza. Questo è l'obiettivo politico che il Gruppo Forza Italia intende esprimere nell'offrire il suo sostegno a questa legge. Ciò doverosamente premesso desidero passare a un esame più completo dell'articolato del disegno di legge numero 87. Il primo problema che si porrà in sede di attuazione della legge se essa vedrà compiutamente la luce, sarà quello dell'insegnamento di quale lingua sarda, di quale variante? E soprattutto dell'insegnamento della lingua sarda o in lingua sarda? Sono questioni non da poco e non da ritenersi superate per le scarne indicazioni contenute in legge sull'insegnamento graduale della lingua del luogo di appartenenza. Sarà anche questo un problema che dovrà essere affrontato con estrema attenzione e ggrande sensibilità, sempre tenendo bene a mente l'obiettivo politico che si intende perseguire. E sono problemi sui quali il nostro Gruppo gradirebbe sentire in Aula il parere del relatore della Commissione. Una reale perplessità rimane in ordine alla previsione di una serie di apposite leggi di settore, che conoscendo i tempi e i modi dell'attività legislativa rappresenteranno probabilmente solo l'ennesimo rallentamento prima di giungere al pieno regime dello spirito della riforma che variamo. Non piena soddisfazione esprimiamo anche in relazione alla costituzione dell'osservatorio regionale per la cultura e la lingua sarda. L'esperienza infatti ci insegna che anche organismi nati con le migliori attenzioni poi si tramutano in pesi e ostacoli a una compiuta efficiente e moderna attività amministrativa. E ci sembra proprio che un organismo così composito e complesso, e così dipendente da scelte evidentemente politiche non possa che frapporsi all'esigenza di avere una lingua e una cultura vive, e cioè autonome e svincolate dal principe e dai suoi desideri contingenti e di parte. In sintesi il Gruppo Forza Italia avrebbe preferito un'altra legge, differente, non nelle sue norme in dettaglio ma nel suo impianto complessivo. Un sistema di norme che garantisse come diritto costituzionale dei cittadini l'esprimersi con la lingua dei loro padri anche in un'epoca di globalizzazione e internetizzazione, se mi si consente il neologismo. Pur tuttavia siamo consapevoli che simili riforme necessitano di competenze ben maggiori di quelle di cui oggi l'ente Regione dispone. Si tratta comunque di un primo passo. Nelle more di applicazione della legge una particolare attenzione dovrà essere dedicata al suo uso nella pubblica amministrazione. E' inutile negare che sarà proprio l'integrazione con i monolingui italiani il principale problema cui si dovrà far fronte. Diritti concorrenti si scontreranno in tempi di sempre maggior mobilità delle persone. Ma anche in questo caso riteniamo opportuno un approccio strettamente culturale nell'applicazione delle norme. Nel concludere voglio esprimere a nome mio personale e del Gruppo che rappresento, un plauso particolare per la norma che consentirà ai paesi della Sardegna di riassumere il loro nomi originale in luogo delle spesso ridicole traduzioni italofone che sono state maldestramente imposte. Anche così si riguadagna il proprio orgoglio di popolo quale noi tutti ci sentiamo. E sarà bene che su una legge di tale importanza, ciascun consigliere, nell'alta autonomia che gli deriva dal ruolo, sappia e possa esprimere liberamente il proprio parere, senza i condizionamenti ideologici proprio in questa che è una legge di libertà. Auspico che questa riforma sia la prima delle tante che la Regione attende e poter tornare a essere un soggetto politico vicino e non nemico dei cittadini come oggi accade.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Petrini. Ne ha facoltà.

PETRINI (Gruppo Misto). Signor Presidente, colleghi, come Presidente dell'ottava Commissione, che sono stata eletta dopo il professor Zucca, è da parte mia non soltanto un dovere prendere la parola su questa importante proposta di legge, ma lo faccio con vero piacere. Ho soltanto un mio personale rammarico che alla ripresa dei lavori, dopo tanta lunga assenza, vi siano così pochi colleghi attenti a questa legge, questo veramente un po' mi dispiace perché non vorremmo che fosse sminuita. Colleghi, Presidente, l'identità di un popolo viene mantenuta e salvaguardata oltre che dall'orgoglio di essere razza, dall'integrità dei propri confini e dalla lingua. Questo disegno di legge ha la seguente finalità: tutelare e valorizzare la cultura e la lingua sarda. Non posso affrontare tutto il problema però vorrei affrontare il problema lingua che, in fin dei conti, poi, è un problema di identità. La lingua sarda è una lingua lontana nel tempo, perché trae le sue origini dalla civiltà nuragica che, a sua volta, le ritrova nella civiltà sumerica. E' appunto attraverso l'identità fra queste due lingue, noi possiamo ritrovare queste antiche radici. Ecco, la prima, la lingua sarda-nuragica non la troviamo in pratica, non c'è niente di scritto, però attraverso i resti che ci sono pervenuti che ha preso le basi da quella sumerica che invece ha lasciato abbondanti scritti nei suoi caratteri cuneiformi. Io non voglio addentrarmi in un discorso di antica linguistica comparata, prima di tutto perché non credo di avere una conoscenza sufficiente per fare questo, però so per certo che vi sono alcune parole che i linguisti chiamano "le parole del mistero", che ci sono pervenute da un passato molto remoto, parole che non sono più in uso, però sono ancora utili semanticamente per chiarire la storia e l'origine del popolo sardo. Mentre sono molto ben conservati i caratteri cuneiformi nelle loro tavolette d'argilla, sono identificati molto bene in questa cornice storica millenaria fin dall'origine della scrittura, e sopravvivono nelle parole ancora, se non nello scritto, perché non abbiamo ritrovato, come vi ho detto all'inizio, una scrittura che identifica il popolo sardo. Però le abbiamo ancora queste parole che si ritrovano nei toponimi, nei cognomi, nei soprannomi. Questa ricerca filologica può soltanto basarsi sul fondamento dell'archeologia, perché noi sappiamo che la nostra è una civiltà sepolta, ma il professor Lilliu, il professor Moscati, che ci ha lasciato da pochissimi giorni, hanno messo le basi, universalmente accettate, della provenienza della civiltà nuragica dalla Mesopotamia. Tutto questo lungo excursus di dominazioni, di storia, ci ha lasciato, come ha detto la collega Lombardo, alla quale solo la giovanissima età ha permesso di usare parole così roboanti con una serenità e una dolcezza che non mi ha fatto che sorridere. Lei dice che abbiamo impressa a fuoco nel DNA la fierezza di essere popolo. Sì, io devo dire alla collega Lombardo, se ne ha conoscenza, che il DNA è una complessissima spirale formata da tantissimi geni, e io credo che ogni dominazione che è subentrata in questa nostra martoriata isola, ha lasciato qualche gene, per cui noi ora siamo un DNA risultante di tanti geni che ci hanno lasciato un'impronta anche nella lingua. Abbiamo infatti vocaboli preromani, parole onomatopeiche, parole di origine basca, fenicia, abbiamo parole latine, parole che derivano dallo spagnolo e dal catalano, parole di origine corsa, inoltre abbiamo italianismi o etimologie per le semplici assonanze, che però andrebbero approfondite; parole che derivano dall'arabo, dal berbero, dal greco. Ecco, il motivo di questo excursus linguistico attraverso le varie civiltà è per puntualizzare che la lingua sarda ha conglomerato nuovi termini da tutte queste dominazioni, tutto assorbendo, tutto assimilando, in un divenire che è oggi la nostra attuale realtà. Talvolta, però, è successo che la distanza tra le province e tra i paesi hanno fatto sì che ciascuno conservasse abitudini, costumi, modi di parlare, persino tutte (?) queste parole diverse pur non essendo una lingua diversa. Ma, a nostro parere questo è positivo, è variegato, è un'ampia accettazione della civiltà.

Questa legge è stata molto discussa, molto vissuta in Commissione, ma anche in questo io vedo personalmente una preparazione particolare e un'accortezza dei colleghi, anche e soprattutto dell'opposizione, che hanno accuratamente analizzato questa legge. A tutti voi, grazie.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Boero, che non vedo in aula.

E' iscritto a parlare il consigliere Concas. Ne ha facoltà.

CONCAS (R.C.-Progr.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, noi non ci opponiamo alla tutela e alla valorizzazione della cultura sarda. E' opinione diffusa che la Sardegna vanta un vasto patrimonio culturale, una quantità di tratti caratteristici e distintivi, superiore a quella della maggior parte delle regioni dell'Europa mediterranea. Proprio per questo motivo è giusto che ci siano leggi di settore atte a costituire una rete di servizi, di ricognizione, catalogazione, conservazione, tutela e fruizione del patrimonio culturale regionale.

Sappiamo che ogni formazione culturale vive una sorta di vita, nasce, dura più o meno a lungo nel tempo, si propaga da un luogo all'altro, si conserva talvolta inalterata e talvolta subisce trasformazioni più o meno profonde, infine cessa di esistere nell'uso e di agire negli individui e nei gruppi. Da qui la necessità di leggi per mantenere un legame tra passato e presente. I nostri dubbi riguardano la tutela della lingua sarda: a mio giudizio non esiste una lingua sarda tale da attribuirle pari dignità rispetto alla lingua italiana. Esistono in Sardegna vari dialetti, diversi l'uno dall'altro; la lingua italiana rappresenta l'affermazione di un dialetto sugli altri, il dialetto toscano, quindi per avere una lingua sarda è necessario che un dialetto prevalga sugli altri. Scientificamente una lingua differisce dal dialetto per la sua maggiore diffusione e il conseguente maggiore prestigio culturale e politico. Una lingua viene definita come l'insieme delle convenzioni e delle regole linguistiche che consentono agli individui e ai componenti di un dato gruppo di esprimersi e di intendersi, cioè di comunicare. Questo sistema di regole non è un fatto individuale, è un fatto sociale, comune a tutti gli individui appartenenti a una stessa comunità linguistica. La lingua viene definita anche come un codice, cioè un repertorio di segni convenzionali diretti per mezzo dei quali i parlanti di una stessa lingua si intendono tra loro. Queste definizioni non sono valide per un'ipotetica lingua sarda, proprio perché esiste un'infinità di dialetti molto diversi tra loro: il gallurese e il sassarese di staccano dal...

MONTIS (R.C.-Progr.). Che ascolti almeno l'Assessore, anziché tener banco lì.

PRESIDENTE. Per favore, colleghi, vi prego di prendere posto.

CONCAS (R.C.-Progr.). Dicevo che il gallurese e il sassarese si staccano dal sardo antico per la loro morfologia, per la loro sintassi essenzialmente italiana e per il loro lessico. E' vero, il lessico gallurese e sassarese contiene parecchi vocaboli sardi e spagnoli, ma è anche vero che contiene voci, vocaboli propri del lessico italiano. Lo stesso logudorese ha diverse varianti, e così il campidanese.

Una lingua è vista come elemento che unifica un popolo; mi sembra evidente che questa caratteristica non appartiene alla lingua sarda, viste le tante varianti esistenti.

Ritornando al disegno di legge numero 87 i miei dubbi riguardano soprattutto l'articolo 15, che recita: "La Regione contribuisce finanziariamente alla produzione e alla diffusione di programmi radiofonici e televisivi, nonché a pubblicazioni su testate giornalistiche in lingua sarda. Ma qual è questa lingua sarda? Il gallurese, il sassarese, il campidanese? Dubbi anche per l'articolo 17.

Io non posso continuare, signor Presidente, se vengo interrotta continuamente.

ZUCCA (Progr. Fed.). Perché ha detto che il gallurese non è sardo.

PRESIDENTE. Onorevole Zucca, la prego.

CONCAS (R.C.-Progr.). Io sono stata abbastanza corretta e ho seguito gli interventi senza interrompere nessuno.

MONTIS (R.C.-Progr.). Zucca privilegia la lingua di Eleonora d'Arborea.

PRESIDENTE. Assolutamente. Vi prego di far silenzio e di far proseguire l'onorevole Concas.

CONCAS (R.C.-Progr.). Dicevo che dubbi anche per l'articolo 17. L'Amministrazione regionale interviene con risorse proprie per sostenere la formazione scolastica degli allievi e l'aggiornamento del personale docente e direttivo nelle scuole di ogni ordine e grado. Vorrei sapere chi saranno gli insegnanti degli insegnanti. Infine esprimiamo forti preoccupazioni per le ingenti risorse finanziarie destinate alla tutela della lingua sarda. Noi non siamo per la repressione dei dialetti, ma riteniamo che in questo momento la Regione Sardegna dovrebbe spendere le proprie risorse finanziarie per risolvere problemi che necessitano di un'assoluta priorità, per questo motivo ci asteniamo dalla votazione. Grazie.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Sassu. Ne ha facoltà.

SASSU (Progr. Fed.). Signor Presidente, colleghi del Consiglio, la discussione sul disegno di legge sulla tutela e valorizzazione della cultura e della lingua sarda avviene quando nel Paese si è già sviluppata, ma si sviluppa ancora oggi un'ampia discussione sul federalismo e sul riconoscimento delle peculiarità delle varie realtà del Paese. In questa stagione di riforme è stato giusto, secondo me, rivendicare da parte della Regione sarda, d'intesa anche con altre regioni a statuto speciale, rivendicare il riconoscimento della nostra specialità, il riconoscimento delle ragioni di ordine storico, culturale, geografico, dell'identità del nostro popolo. E' stato giusto perché un approccio positivo a questo problema infatti non era scontato prima, e io dico che non è ancora scontato, basta pensare al modo inaccettabile, dal mio punto di vista con cui alcuni pensano di risolvere il tema delle peculiarità delle varie identità, penso da un lato alla proposta di secessionismo che viene dalla Lega di Bossi e dei suoi contenuti che sono intolleranti e distruttivi, ma penso anche da un altro lato al modo con il quale si voleva dare una risposta alla domanda di autonomia delle regioni a statuto speciale. Si trattava di un'operazione di semplice omologazione alle altre regioni che non voleva tenere in alcuna considerazione la richiesta di autonomia e di specialità che veniva posta da varie parti. Molto opportunamente, lo voglio dire in quest'occasione una nostra autorevole delegazione ha posto il problema ai rappresentanti della Bicamerale, la quale poi nella definizione di un'Italia federale ha riconosciuto la peculiarità della realtà sarda. E' stato giusto quindi rivendicare la specialità in questa stagione di riforme. Detto questo, però, signor Presidente e colleghi del Consiglio, voglio anche dire molto esplicitamente che non ci si può limitare ad una semplice rivendicazione nei confronti del Governo nazionale su questo piano. Dobbiamo essere noi in primo luogo a salvaguardare le vere ragioni della nostra specialità. Sono le ragioni storiche, le ragioni culturali che ci hanno portato in passato a rivendicare ed anche ad ottenere la nostra autonomia che ha fondamento nello Statuto. Io sono convinto però che la consapevolezza di queste ragioni si stia in qualche modo, purtroppo, gradualmente perdendo; alla base della nostra debolezza della nostra autonomia c'è infatti una insufficiente consapevolezza della nostra identità culturale. E su questo, colleghi, io vorrei fare una prima riflessione: si sta realizzando in Sardegna, da vario tempo, un processo che è stato definito da un autorevole linguista sardo un processo di desardizzazione, e spiego meglio. Quelli della mia generazione nei nostri paesi e forse anche nelle città, ad opera della scuola e persino delle nostre famiglie, hanno vissuto questa singolare forma di desardizzazione, una fase nella quale a vari livelli si è auspicato meno sardo e più italiano, il sardo era visto più come un ostacolo all'apprendimento dell'italiano, per questo motivo si era pensato che per rafforzare la conoscenza dell'italiano fosse necessario nelle scuole indebolire il sardo. La conoscenza dell'italiano era vista come uno strumento per farsi strada nella vita, il parlare italiano era anche simbolo di un riscatto sociale nei nostri paesi. Io ho vissuto, come tanti altri, quest'esperienza. Forse tutto questo nasceva dall'esigenza di unificare l'Italia anche sul piano culturale. Ora questa unificazione culturale del Paese sul piano linguistico si è realizzata, infatti una recente indagine dell'ISTAT ha stabilito che in Italia il 94 per cento della popolazione parla ormai correttamente la lingua italiana. Ma il dato più significativo di quella indagine dell'ISTAT è che, contestualmente alla diffusione in modo massiccio dell'italiano, ricompare in modo prepotente anche il dialetto, il 60 per cento degli italiani alterna frequentemente, dice quell'indagine, nel parlare la lingua italiana, anche il proprio dialetto. Ma il fatto paradossale e questo voglio richiamare all'attenzione del Consiglio, il fatto paradossale segnalato da quest'indagine è che i sardi vanno in controtendenza rispetto a questo dato e sono quelli che usano di meno le loro parlate locali, il 14,5 per cento parla la parlata locale, contro il 40 per cento dei siciliani e il 50 per cento dei veneti e dei trentini. Quindi evidentemente c'è proprio questa forma a cui facevo riferimento prima, accennata dal linguista sardo, di desardizzazione della nostra lingua. E si capisce perché è successo questo da noi, in Sardegna, benché siamo una Regione autonoma con Statuto speciale, la lingua sarda non ha ottenuto nel passato un riconoscimento giuridico, mentre altre regioni, tantissime altre regioni, da tantissimi anni hanno avuto approvate leggi sul loro patrimonio linguistico culturale, dal Veneto nel '74, alla Sicilia nel '75 e nell'81 e poi via via altre regioni tanti anni fa. In Sardegna invece sono stati messi in campo dei veri e propri decreti che hanno determinato quasi, non dico la morte, ma un processo di lenta agonia della lingua sarda. Mi è capitato di leggere giorni fa un documento storico del XVII secolo, relativo alla fondazione da parte dei Gesuiti del primo nucleo dell'università di Sassari, i Gesuiti in quel momento chiedevano in quale lingua avrebbero dovuto insegnare in questo primo nucleo dell'università e rispetto alle tre possibili soluzioni, che erano il latino allora, il logudorese o il catalano la risposta fu il catalano, insegnare all'università di Sassari attraverso la lingua, il catalano. Naturalmente questa è storia del passato, è del 1600, ma io non credo che anche la scuola oggi abbia fatto molti passi in avanti rispetto ai 4 secoli fa. Tutti abbiamo letto per esempio in un quotidiano locale la vicenda, che poi è anche approdata in Tribunale, di due scolari che furono respinti perché parlavano il sardo. Certo, so benissimo che tutta la scuola non è così, ma questo è certo il segnale di un malessere profondo che è dentro la nostra società. La stessa Università credo che non abbia fatto molti passi in avanti in questa direzione. Nel passato si insegnavano altre lingue meno importanti, come la lingua araba, nella Università di Cagliari, o la lingua olandese nell'università di Sassari, e in quel periodo si trascurava per esempio l'insegnamento della lingua sarda. Allora ha ragione davvero Tullio De Mauro che è un intellettuale linguista molto valoroso quando diceva che la lingua è un po' come la seconda pelle per i popoli ed è doloroso rimuoverla - diceva Tullio De Mauro - e soprattutto è dannoso che le istituzioni pubbliche disprezzino le minoranze linguistiche. Poi Tullio De Mauro diceva ancora che lasciar morire una lingua è una perdita anche per la lingua nazionale che si impoverisce, di riflesso, rispetto alla morte della lingua locale. Ecco perché è giusto che finalmente oggi questo Consiglio si appresti a discutere, ad approvare un provvedimento che valorizzi e tuteli, come dice il titolo della legge stessa, la lingua e la cultura sarde. Anche se io non credo che solo per legge o solo per decreto il nostro patrimonio possa essere tutelato e valorizzato. Tuttavia una legge occorre, questa legge - è stato già ricordato - perviene in Aula per la quarta volta, dopo un iter legislativo molto sofferto; ben tre approvazioni da parte del Consiglio in pochi mesi nel 1993, poi successivamente - è stato ricordato anche questo - la dichiarazione di incostituzionalità da parte della Corte Costituzionale.

Io, signor Presidente e colleghi del Consiglio, debbo confessare che in questa fase non sono molto interessato a riprendere quella polemica che ne ha fortemente rallentato l'approvazione, la polemica relativa alla bocciatura da parte del Governo e poi alla dichiarazione di incostituzionalità da parte della Corte Costituzionale. Credo anche che, a distanza di quattro, anni dobbiamo guardare ai contenuti di quella polemica di allora con molto equilibrio e con più distacco. Oggi appaiono fuori luogo gli estremismi che in qualche modo erano apparsi nel passato per affermare, si diceva, la nostra autonomia, la nostra specialità. Temi che sembrano riecheggiarne anche altri oggi che circolano come quelli detti da Bossi tempo fa, quella di cacciare gli insegnanti continentali e simili altre farneticazioni; così come la richiesta di poter predisporre programmi didattici regionali, ipotizzando quasi un mini ministero della cultura su basi etnico linguistiche in Sardegna. Io non credo che sia questa la strada per affermare la nostra autonomia almeno in questa fase; sono convinto proprio del contrario, e cioè che mentre noi affermiamo il valore della identità culturale del popolo sardo, vanno riconosciuti i comuni valori nei quali tutti possiamo riconoscerci, dalla Padania di Bossi al Mezzogiorno, dalla Lombardia alla Sardegna. Viviamo oggi, lo diceva anche il relatore, un momento storico in cui il progresso tende a portare l'uomo a stabilire rapporti sempre più ampi che vanno oltre le Regioni, oltre gli Stati. Questo avviene per opera del progresso e i collegamenti sono divenuti di livello mondiale, di livello planetario. E per questo motivo si afferma nel mondo la tendenza a stabilire standard culturali di tipo linguistico e di tipo estetico che sono sempre più generali; lo diventano perché siano estendibili ovunque in tutte le parti del mondo. Il fatto per esempio che nel mondo si affermi una lingua su tutte le altre, l'inglese, nasce proprio dall'esigenza di comunicare a livello mondiale, di comunicare a livello planetario. Ecco, affermare tutto questo però non è in contrasto con l'esigenza di voler riconoscere la nostra specificità; infatti proprio quando si stanno ampliando gli orizzonti culturali a livello mondiale io credo che ci sia maggiore bisogno di identità.

Io, signor Presidente e colleghi del Consiglio, voglio affermare la necessità proprio in questo momento di mondializzazione di un bisogno di identità che non è e non deve essere in contrasto con l'altro bisogno di comunicazione planetaria. Mentre ci sentiamo cittadini del mondo, cittadini dell'Europa, come ripetiamo spesso anche in quest'Aula, abbiamo bisogno di sentirci di un certo posto, di un territorio ben preciso, c'è il bisogno di avere un punto di riferimento che è la famiglia per ciascuno di noi, che è il quartiere, che è il paese, che è la città e la Regione. E quest'esigenza, signor Presidente, è tanto più vera quanto più forte è il carattere storico e culturale di un territorio. In Sardegna questi caratteri storici e culturali sono fortemente marcati, molto più marcati che altrove. Perciò il concetto che dobbiamo affermare mi sembra proprio questo, quello che dicevo prima, mentre a livello mondiale si va affermando la necessità di mega etnie, di valorizzazione di una cultura e di una solidarietà più vaste, c'è anche l'attualità dell'affermazione dell'identità locale, soprattutto in quelle realtà dove più marcata è la caratterizzazione culturale e linguistica. Io credo che noi non possiamo ancora restare bloccati nel dilemma lacerante se ci dobbiamo chiudere in una minoritaria e riduttiva identità, in contrapposizione con altre identità, come si fa altrove, o rigettare dall'altro verso tale identità per annacquarla in un'immagine più generale. Io ripeto che occorre guardare a questo problema con molto equilibrio. Ecco perché ho concorso insieme agli altri colleghi affinché la Commissione predisponesse un testo di legge che superasse il conflitto con il Governo nazionale e con la sentenza della Corte Costituzionale. L'altra domanda è se spetta alla Regione o allo Stato il compito di individuare le norme generali e le discipline di insegnamento. Questo è ormai chiarito definitivamente dalla Corte Costituzionale, e bene ha fatto la Commissione a limitare il compito della Regione ad adattare alle sue particolari esigenze le disposizioni delle leggi dello Stato, emanando quindi norme esclusivamente di integrazione e di attuazione.

L'articolo 17 infatti prevede che l'Amministrazione regionale intervenga con risorse proprie per integrare i corrispondenti interventi dello Stato per la conoscenza della lingua e della cultura sarda e non invece, come si prevedeva nel testo rigettato, negli articoli 23 e 24, per attuare modifiche vere e proprie dei programmi scolastici. Io vedo un ruolo essenziale nella scuola, lo diceva anche il relatore; è la scuola l'istituzione, è la sede più naturalmente deputata ad essere investita di questo problema, signor Presidente.

E superato il dissidio con il Governo nazionale e con la Corte Costituzionale io credo che occorra dire che ci sono robuste, molto robuste ragioni pedagogiche e didattiche perché la lingua e la cultura sarda entrino a pieno titolo e a pieno diritto nella scuola. Il modo migliore infatti per stimolare l'interesse all'apprendimento è proprio quello di partire dall'esperienza, dal mondo, dal vissuto dello studente. Chi ha vissuto il mondo della scuola, chi ha lavorato all'interno della scuola sa questo: che l'interesse si suscita solo se si parte dall'esperienza e dal vissuto degli studenti. E quale vissuto più importante può essere quello del legame costante, del rapporto permanente con la propria Regione.

L'altro quesito è quali lingue, è stato posto anche da altri interventi. Gli studiosi, i linguisti, hanno molto discettato su questo; alcuni sulla necessità di una Koinè, di una lingua comune cioè, di una lingua ufficiale per tutto il territorio della Sardegna, di una versione standard attraverso una mediazione delle varianti locali. Altri studiosi affermano invece la necessità e la validità delle parlate locali e delle varianti dialettali. Io, pur non essendo un linguista esperto, dico molto sommessamente la mia opinione. Io sono del parere che le parlate locali debbano essere valorizzate di per sé stesse; ci sono varianti in Sardegna che hanno una vera e propria tradizione letteraria a partire già dal Medioevo. Penso ai testi in lingua sarda degli Statuti sassaresi, penso alla Carta De Logu. Questo patrimonio non deve essere distrutto, anzi può essere materia di studio specifico, io credo però che almeno in questa fase sia sufficiente attuare ed ottenere un primo risultato e cioè quello di fare in modo che le persone del nord Sardegna, ma in primo luogo i ragazzi, e quelli del sud imparino a comunicare nelle varie parlate locali e a comprendersi anche senza l'uso della lingua italiana.

Non c'è necessità di istituire con un emendamento da parte della Giunta un'accademia, un comitato tecnico-scientifico, una struttura che sancisca la purezza di una lingua standardizzata. Opportunamente la proposta prevede l'istituzione di un osservatorio regionale che ha il compito invece di proporre indirizzi generali per il perseguimento delle finalità della presente legge e di verificare l'attività svolta, ma senza entrare nel merito della purezza della lingua. La tutela e la valorizzazione non possono essere imposte, devono essere un fatto spontaneo. Io non credo che possano esserci strutture che impongano la purezza della lingua sarda.

Mi avvio alla conclusione, signor Presidente. Nel momento in cui ci apprestiamo ad approvare il provvedimento dobbiamo essere consapevoli che l'approvazione di questa legge non è un punto di arrivo, è un punto di partenza; da ora parte un cammino lungo, io credo molto difficile, faticoso che ci dovrà coinvolgere tutti perché è il cammino della riappropriazione della coscienza di essere sardi, la riappropriazione di appartenere ad un popolo che ha una propria storia, che ha una tradizione, che ha una lingua comune e quindi anche la necessità di contrastare una tendenza che c'è in Sardegna, che viene dalla televisione, che viene dalla stessa famiglia, purtroppo viene anche dalla scuola, che è quella di connotare negativamente l'identità del sardo e quindi a noi stessi, in tutte le articolazioni, e quindi alla Regione, agli enti locali, alla scuola, alla famiglia che dobbiamo chiedere di impegnarci in questo campo. Io credo che l'impegno debba essere forte se vogliamo ottenere risultati. All'approvazione di questa legge e a questo percorso io assegno un valore politico e culturale rilevantissimo. Io credo che sia uno dei più qualificanti di questa legislatura, penso anche di altre provvedimenti di precedenti legislature. E per questo quindi credo che valga la pena di battersi perché questa nostra Sardegna io credo che abbia dato molto al Paese, lo ha arricchito dando mano d'opera con i nostri emigrati, che ha consentito al Nord di crescere e di prosperare sul piano economico. Ma io credo che noi dobbiamo rivendicare anche un altro merito: quello di riuscire permanentemente ad arricchire la cultura nazionale con un patrimonio nostro che è enorme e non può essere svilito. Per questo motivo io credo, signor Presidente e colleghi del Consiglio, questo nostro patrimonio noi lo dobbiamo conoscere, conservare, valorizzare e comunicare. Credo che risulti chiaro, dalle cose che ho detto, che voterò a favore della legge per la tutela e la valorizzazione della lingua e della cultura sarda.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Frau. Ne ha facoltà.

FRAU (A.N.). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, le dico la verità: io avrei voluto fare questo mio intervento previa distribuzione del testo italiano, in sassarese. Io non sono un sassarese, nonostante abiti a Sassari da quarant'anni, io sono anglonese, quindi ho una parlata, diciamo così, logudorese, avrei voluto parlare nel sassarese che purtroppo però non so parlare, per evidenziare a quest'Aula, agli illustri ottanta consiglieri, o principalmente a quelli che sono presenti, per evidenziare quanti di noi consiglieri avrebbero capito qualcosa, se non leggendo il testo in italiano, di quello che io dicevo in sassarese. A dimostrare questo che ci sono tante e troppe parlate, è inutile che andiamo ai nuraghi per vedere come parlavano, ci rendiamo conto di quello che è oggi per dimostrare soltanto le differenze sostanziali che ci sono fra le varie parlate in Sardegna. Differenze sostanziali dovute a mille cause: la difficoltà di comunicare in tempo, i mezzi di trasporto, le comunicazioni. La Sardegna è un insieme di realtà eterogenee che si esplicitano nelle parlate, ma si esplicitano anche, per esempio, visto che parliamo tanto delle cavalcate sarde, dei costumi che sono diversissimi fra di loro. Ecco, mentalità diverse, costumi diversi, parlate diverse. Qualcuna di queste cose lo dirò in seguito. Dicevo quindi in sassarese non mi è possibile; purtroppo non lo so parlare nonostante buona parte di questa parlata la capisco. Dicevo questa è una proposta di legge importante, anzi direi, forse, una di quelle più importanti che può essere però anche dirompente, che ha lungamente occupato l'ottava Commissione, che ha, diciamo la verità, anche ben lavorato, pur con evidenti differenziazioni fra le forze politiche. E' un iter lungo che ha avuto inizio, come tutti ben ricordiamo, nella decima legislatura. La legge fu approvata, fu poi rinviata dal Governo nazionale, ancora riapprovata, e nuovamente rinviata, sino alla sentenza della Corte Costituzionale che dichiarava incostituzionali gli articoli 23 e 24 e tutto l'intero articolo quarto. Fu quasi, a mio avviso, in quell'occasione, una prova di forza col Governo nazionale per dimostrare che noi sardi non ammettevamo veti di sorta. Ma iniziamo, lasciate tutte queste cose storiche, iniziamo col parlare di questo disegno di legge che ha per titolo: promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna, con qualche premessa al fine di poter meglio inquadrare il tutto. La nazione non è data dal suolo né dalla vita comune e conseguentemente comunanza di tradizioni, di costumi, linguaggio, religione. Tutto ciò è la materia della nazione, la quale non sarà tale se non avrà la coscienza di questa materia e non assumerà, nella sua coscienza, come il contenuto della propria essenza spirituale e quindi non ne farà oggetto della propria volontà. Così si esprimeva Giovanni Gentile, il quale continuava: la nazione dunque non si identifica nella lingua ma è la lingua uno degli elementi portanti della nazione e dello Stato, il quale a sua volta è il volere, come volere comune e universale. Non a caso Dante pone l'unità della lingua come premessa indispensabile all'unità nazionale, e il Petrarca canta il suo sogno dell'Italia unita, politicamente e nella lingua. E il prestigio della nazione cresce col prestigio della lingua. Nato dalle opere immortali dei poeti, dei narratori e dei filosofi e degli scienziati, mentre se ne può cogliere la decadenza attraverso il decadere della lingua nazionale, non più sorretta da capolavori letterari, non più amata e difesa. E quando lo Stato è a brandelli e la nazione disperde i suoi valori nella vanità del particolare, risorgono le pretese delle lingue, dei dialetti, delle parlate locali, pronte a sostituirsi alla lingua nazionale. Allora è indispensabile intraprendere e sviluppare una politica linguistica che sia in grado di ricondurre in armonia i termini del problema e i fattori linguistici stessi. Perché nel caos attuale si rivendicano diritti mai negati, si confondono le funzioni fra i diversi linguaggi, si contrappongono artificiosamente parlate, dialetti e lingua nazionale, accusata addirittura, quest'ultima, di sopraffazione. Quando cadono gli ideali dei grandi spazi si fanno avanti gli egoismi dei campanili. Ma una politica linguistica che si rispetti non può svilupparsi che su tre direttrici. Primo, conservazione dei dialetti; secondo, conservazione delle minoranze linguistiche; terzo, difesa e sviluppo della lingua nazionale. La conservazione dei dialetti si sviluppa nella valorizzazione del costume, delle tradizioni, delle fedi e dei canti popolari, nella diffusione locale delle opere letterarie e dialettali, nella diffusione più vasta di quelle che assurgono al valore dell'arte, nel sostegno pubblico, associazioni, circoli, filodrammatiche, riviste dialettali o quant'altro, abbiano come fine la preservazione e la divulgazione del dialetto. Ma all'apparato pubblico non si può chiedere di più, posto che il dialetto è affidato alla tradizione e quindi alla trasmissione orale di generazione in generazione, non è strumento di comunicazione nazionale ma si esaurisce nel rapporto immediato della famiglia o, al massimo, in quello della comunità locale e non a tutti i livelli degli strati sociali. Anche nell'ambito locale, infatti, man mano che si avanza nelle scale dei valori culturali si tende a preferire sempre più l'uso della lingua nazionale. E a questo proposito un'indagine della Doxa del settembre '96, qualcosa l'ha ricordato l'onorevole Sassu poco fa, rivela che i dialetti perdono slancio e spazio, tant'è che l'italiano, inteso come lingua, sta venendo fuori di prepotenza negli ultimi anni, lasciando al palo i dialetti e relegando tra gli articoli di antiquariato vocazioni particolaristiche e tutto questo è merito, ricordiamocelo, dei giovanissimi. Solo il 14 per cento degli italiani, per lo più avanti negli anni, restano fedeli al dialetto sempre e comunque, tant'è che anche la Sardegna non si discosta da queste percentuali. Inoltre il dialetto è statico, e quindi tende ad isolare, non essendo capace di ricevere l'incessante apporto del nuovo. La lingua nazionale si arricchisce quotidianamente di parole nuove per indicare oggetti nuovi, atteggiamenti, rapporti e sistemi di comunicazione nuovi, per aprirsi alla modernità e adeguarsi all'aumentata velocità dell'informazione e delle relazioni. E così l'uso sempre più appropriato e diffuso della lingua nazionale diventa anche stato di necessità per favorire il progresso, senza tacere che è la lingua nazionale che ha sconfitto l'analfabetismo e ne combatte i residui. La tutela delle minoranze, sempre in rapporto alla lingua nazionale, oltre che interesse della nazione e dello Stato, è preciso dovere di ogni paese civile, nel rispetto però e nei limiti della verità storica e delle realtà (...). Purtroppo da noi il fenomeno è degenerato a tal punto che l'adempimento di tale obbligo morale e costituzionale si traduce in una vera e propria aggressione alla lingua nazionale tramite (?) per esempio l'artificiosa espansione di lingue straniere nel nostro territorio, dove si può sicuramente parlare queste lingue ma non l'italiano. E' il caso dello sloveno, il 3 per cento di popolazione, del tedesco, pochissimi, o del francese, ancora pochissimi. Così un fenomeno di nessuna preoccupazione ed anche, forse, benefico se lasciato alla sua genuinità, si è capovolto drammaticamente fino a vedere, in nome della tutela di gonfiate minoranze linguistiche, compressa e disprezzata la lingua italiana e a renderne rischioso l'uso entro i confini della Patria. Non dimentichiamo, l'ho detto in un'altra occasione, che anche il Presidente della Repubblica ultimamente ha ricordato agli italiani, principalmente ai giovani di parlare e di parlare bene l'italiano.

Oggi, dunque, il primo piano della politica linguistica è la difesa, l'esaltazione e lo sviluppo della lingua nazionale, difesa anche dalle aggressioni interne. E' questa la battaglia più moderna e più giusta, in un mondo che tende alle grandi unificazioni territoriali e porta alla ricerca di strumenti comuni di comunicazione. Proporre l'insegnamento nelle scuole dei dialetti e delle cosiddette lingue è anacronistico, se non mera follia. E nessun giovane lo chiede, nel momento in cui aspira a perfezionarsi, per esempio, con l'inglese, il francese, lo spagnolo, il tedesco o altro, oppure ad apprendere il russo, il giapponese, il cinese o l'arabo, oppure, ricordando ancora il giovane che vuole apprendere il fantastico linguaggio della telematica per comunicare con tutta la Terra e con lo spazio e pertanto restringere il mondo.

La lingua, afferma Leonard Palmer, è la visione del mondo e l'uniformità linguistica la forza integratrice della comunità. Questo è tanto più importante per la lingua italiana, strumento di opere di valore universale. E' da parecchi secoli che i nostri grandi, siano essi siciliani o sardi, piemontesi o napoletani, abruzzesi o veneti, hanno scritto o scrivono in purissima lingua italiana i loro capolavori. Non dimentichiamo, a questo proposito, che lo scrivere in italiano non ha impedito certamente a Grazia Deledda, Sebastiano Satta e ad altri, di scrivere libri di cose sarde che sono l'orgoglio della cultura e della storia della nostra civiltà. Noi potremmo studiare tutto ciò che interessa la Sardegna, la sua cultura la sua geografia, i suoi mari, le sue coste, le sue tradizioni, in italiano; non c'è assolutamente bisogno di usare fantomatiche lingue. Anche in questo caso, parlando di Grazia Deledda, di Sebastiano Satta e di altri, l'italiano è diventato un veicolo indispensabile per portare il messaggio della sardità nel mondo. E' attraverso l'italiano che la cultura sarda si è espressa al meglio. Questo sta a significare che noi dobbiamo, pur riscoprendo e tutelando le nostre tradizioni, tradizioni che sono state negli anni scorsi vilipese nel nome del progressismo: il sottoscritto veniva accusato di essere fascista da ragazzino solamente perché volevo difendere le nostre tradizioni nel momento in cui facevano fuori tutto, o oggi forse mi accuseranno della stessa cosa perché voglio difendere l'italiano. Quindi tradizioni vilipese e derise, non molto tempo fa, in nome del modernismo e del progressismo. Allora, onorevoli colleghi, partiamo da questa premessa, in cui sta tutto il mio attaccamento alla lingua di Dante, pur essendo il sottoscritto, e lo voglio rimarcare, uno che sa parlare bene, direi molto bene, uno dei tanti dialetti della Sardegna, quindi dicevo partendo da questa premessa mi rifaccio subito all'oggetto dell'articolo 2, che dice questo: "Ai sensi della presente legge, la Regione assume come beni fondamentali da valorizzare la lingua sarda, riconoscendole pari dignità alla lingua italiana.". Iniziamo a capirci, per fare chiarezza. La lingua sarda: io quando sento qualcuno di quei grossi soloni, se ne vedono molti in giro, principalmente foraggiati con soldi pubblici, che parlano di lingua sarda, io, da sardo, mi adiro, per non usare un altro termine. Lingua sarda: esiste una lingua sarda, una lingua che può essere compresa e scritta da tutti i sardi, noi ottanta consiglieri compresi? Ho detto all'inizio che se avessi potuto parlare in sassarese, ma questo non è possibile, nonostante in quella zona, che è una grossa zona, io viva da quarant'anni. Che cosa si intende poi, amici, onorevoli colleghi? Lo Zingarelli, nel suo vocabolario, definisce lingua il sistema grammaticale e lessicale per mezzo del quale gli appartenenti a una comunità comunicano fra di loro. Il Battaglia, nel Grande dizionario della lingua italiana, definisce la lingua sistema orale e scritto istituzionalizzato, creato dai parlanti e dagli scrittori, idioma ufficiale parlato e letterario proprio di una nazione, contrapposto alla parlata di un ambiente geografico e culturale ristretto, che pure può essere affine. Per contro, lo stesso Zingarelli definisce dialetto un sistema linguistico particolare usato in zone geografiche limitate; mentre il Battaglia dice, a proposito dei dialetti: parlata propria di un ambiente geografico e culturale ristretto, come la Regione, la provincia, la città o anche il paese, contrapposta a un sistema linguistico affine per origine e sviluppo, ma che per diverse ragioni si è imposto come la lingua letteraria e ufficiale. Mentre nella Nuova Enciclopedia Universale si legge: dialetto, sistema linguistico in un ambito geografico limitato, tant'è che la stessa Nuova Enciclopedia Universale fa una classificazione dei dialetti italiani dividendoli in gallo-italici, veneti, toscani, centromeridionali, romaneschi, sardi, ecc. Non solo: una classificazione più ampia dei dialetti italiani è data dallo stesso Zingarelli, che per quanto la nostra Isola - recita testualmente - sono dialetti il logudorese, il campidanese, il gallurese, il sassarese, fermandosi quindi a queste quattro grosse aree. Ma credo che questa suddivisione non sia solo dello Zingarelli. Infatti, una pubblicazione edita ultimamente dalla Regione autonoma della Sardegna, in relazione alla legge sulle nuove province, e quell'atlante che ci è stato dato, molto bello e molto interessante, riconosce ben dieci parlate, compresi l'algherese e il ligure. Queste parlate sono: il gallurese, il sassarese, il logudorese settentrionale, il logudorese comune, il logudorese orientale, il logudorese meridionale, il campidanese, il nuorese e il barbaricino. Alla faccia dell'unità linguistica! Alla faccia della cosiddetta lingua sarda! Questa è la torre di Babele che abbiamo in Sardegna e che qualcuno vorrebbe introdurre nelle scuole o negli enti pubblici. Sicuramente non ci comprenderemmo più, purché qualcuno non pensi che sia questo il modo per fermare coloro i quali, italiani di altre parti d'Italia, vogliono venire in Sardegna come è giusto che sia. E allora, da quanto detto esiste una lingua sarda che sia idioma parlato e letterario proprio di una nazione, col quale gli appartenenti a una comunità, in questo caso la Sardegna, comunicano fra di loro? Io non credo assolutamente. Esistono almeno, e questo è vero, quattro parlate diversissime fra di loro, in cui il campidanese la fa da padrone per il numero dei potenziali parlanti tale dialetto. Ma non solo: l'anno scorso, in relazione alla ricorrenza de Sa die de sa Sardinia - già questo termine non è sicuramente campidanese, ma forse è logudorese - è stato distribuito e affisso nei comuni della Sardegna un manifesto trilingue. Mi dispiace, io avrei voluto fare oggi il mio intervento usando questi mezzi di comunicazione, purtroppo, nonostante abbia cercato, non sono riuscito a ottenere questo manifesto per farvelo vedere e leggere, se qualcuno non l'avesse visto. Dicevo, è stato affisso nei comuni della Sardegna un manifesto trilingue, uso questo termine improprio, in cui si magnificava l'evento in italiano, in campidanese e in logudorese. E nello stesso giorno, ricordiamo, ci hanno fatto omaggio e ringraziamo, di una carta telefonica con un libretto in cui si descriveva la manifestazione in inglese, in italiano e, in questo caso, solo in campidanese. Cioè lo stesso Assessorato che ha sponsorizzato questo disegno di legge sulla equiparazione della lingua italiana a quella sarda non può esimersi dal pubblicare, giustamente dico io, un manifesto con due parlate sarde diverse, affinché fosse compreso dal maggior numero di sardi. Salvo poi buona parte di noi, compreso il sottoscritto, lasciando il campidanese, che non capivo, ho cercato di capire quel logudorese inventato, tant'è che sono dovuto andare a leggere il testo in italiano perché quel logudorese era inventato. Questa, a mio avviso, è una vergogna per coloro i quali parlano il logudorese, pur con tutte quelle varianti di cui ho detto prima. Ancora, nei primi mesi del 1996 alcune amministrazioni comunali della Gallura hanno preso posizione oltre averne parlato nell'ambito di ogni singolo Consiglio comunale in un convegno tenuto a San Teodoro, dicendo che l'impostazione di una lingua sarda, peraltro allo stato inesistente, creerebbe motivo di divisione e di attrito tra comunità delle varie aree linguistiche della Sardegna. Io qui quella delibera vorrei leggervi molto brevemente "dopo aver parlato dei vari dialetti, del Gallurese e del Sassarese che sono diversissimi tra loro, dopo aver detto che si vuole imporre alla fin fine una lingua diversa, nel dire anche che è opportuno indubbiamente salvaguardare nelle comunità, non imponendolo per legge, le parlate anche della Gallura, dicono questi consigli comunali della Gallura che nelle scuole, nelle istituzioni, i galluresi ritengono necessario ed opportuno continuare ad usare esclusivamente la lingua italiana, sottolineato, ormai utilizzata e conosciuta da tutti, l'unica che consenta di comunicare all'interno dell'Isola con popolazioni di aree linguistica diversa". Questa è una delibera dei consigli comunali di Aggius, Trinità, eccetera, riuniti tutti insieme a San Teodoro nei primi mesi del 1996. Ma non solo, amici miei, perché le cose poi bisogna andare a leggerle per vedere che cosa dicono i nostri Soloni. Lo stesso professor Giovanni Lilliu, accademico dei Lincei e anfitrione di tutto il sardismo regionale, in una intervista pubblicata su "Autonomia, cultura e lingua sarda" in un convegno tenuto in continente, e anche questo convegno è bene ricordarlo è un'altra sporcaccionata, sono state invitate tutte le forze politiche di questo Consiglio regionale ad eccezione di Alleanza Nazionale, e queste cose vengono fatte con soldi pubblici ed io non sono più disponibile a queste cose, d'accordo? Anche questo è bene che lo comprendiamo.

Questo signore, intervistato da certo professor Pillonca che gli parlava in un logudorese strano e lui rispondeva in campidanese, alla fine io leggo la traduzione italiana, diceva questo perché questa è la verità alla fin fine: "Ripeto quanto ho sempre detto..." Coloro i quali, questa era la domanda, parlano di lingua sarda chiedono costantemente quale variante, lei che cosa risponde a costoro? (Pagina 109), e lui risponde "ripeto quanto ho sempre detto, ciascuno deve parlare la sua variante, dal confronto fra le varianti verrà fuori la variante più forte e quella sarà da usare nella scrittura e anche nel parlare, la variante sarda più forte si imporrà da sola". Ecco, dobbiamo fare un esperanto. Cioè noi vogliamo difendere in Sardegna quelle particolarità e poi cerchiamo di imporre a quelli di Sorso la parlata di Gavoi, sto facendo un esempio, o a Sennori, che hanno una parlata tutta particolare, quella di Ploaghe. Cioè la conclusione finale, cari amici, sono queste, non solo, ma sempre nello stesso opuscolo, il professor Bandinu a pagina 105 dice: "nella scuola si inizia a parlare e a scrivere nella parlata locale, che è la lingua materna, nello stesso tempo si presentano anche le altre parlate fondamentali, un miscuglio di logudorese o di campidanese, alla fine del processo si potrà giungere a una lingua nazionale sarda come lingua ufficiale dei sardi". Cioè un esperanto, quello che hanno fatto a Malta, perché avevano necessità di una lingua che non esisteva. Ricordiamo che a Malta si parlava l'italiano e si sono inventati qualche cosa per dire che avevano una lingua, vogliamo questo amici miei? Ho voluto leggervi alcuni passi tra i più belli pubblicati in opuscoli, in libri, in giornali, eccetera, sempre con i soldi pubblici, amici miei, tutto questo porterebbe se applicato ad un esperanto stupido e andrebbe contro tutte quelle peculiarità e diversità nei linguaggi dei singoli centri della Sardegna facendo violenza a quelle stesse popolazioni. Mi chiedo e vi chiedo: come può una lingua, che come tale non esiste, essere equiparata ad una lingua che esiste, che è parlata e compresa da almeno 52 milioni di connazionali? Quindi tutto questo castello che è stato costruito, tutte le cose che vengono propinate, direi anche stupidaggini che vengono propinate nei convegni, poi sono sempre quelle dieci o dodici persone, vediamo sempre i nomi, sono sempre gli stessi, sinché qualcuno non passi a miglior vita sono sempre gli stessi. Quindi tavole rotonde su questo problema, come insegnare la lingua e la cultura della Sardegna nelle scuole si può e si deve. Quindi tutto il castello che è stato costruito, tutte le stupidaggini che vengono propinate nei convegni, tavole rotonde su questo problema, come insegnare la lingua e la cultura della Sardegna nelle scuole si può. Per esempio è stato questo convegno organizzato dall'associazione Il Gremio dei sardi a Roma nel giugno del 1996, alla presenza dell'onorevole Mariotto Segni che è il padrino, che non parla e non conosce nessun dialetto. E faccio anche un esempio, il compianto onorevole Pazzaglia che ha tanto difeso l'unità linguistica, al quale io in questo momento mi ricordo la persona, la personalità, le battaglie, e gli dedico questo mio modesto intervento, un giorno disse: un giorno ci trovammo con l'onorevole Mariotto Segni in Parlamento insieme io e un altro collega deputato parlavamo in campidanese, l'onorevole Mariotto Segni non ha capito assolutamente niente, perché non poteva capire assolutamente niente, però presiede un convegno su come insegnare la lingua e la cultura della Sardegna. Io dicevo quindi che tutte queste cose devono essere respinte nell'interesse della nostra terra e del nostro avvenire. Quindi a mio avviso cade l'articolo 2 e pertanto deve essere ripulito tutto l'articolato di legge in merito a una presunta lingua che non esiste, lasciando spazio solamente allo studio della nostra cultura, delle nostre tradizioni locali, della nostra musicalità, l'insegnamento della storia, della vita delle singole zone che costituirebbe un primo contributo sufficiente, anzi opportuno, quindi uno studio che può essere portato avanti, è bene ricordarlo con la massima tranquillità con l'uso della lingua nazionale. Se tutto questo non dovesse essere attuato io mi chiedo e vi chiedo come possa essere fatta la sperimentazione di cui all'articolo 10 del disegno di legge. Facciamo un esempio pratico, prendiamo una grossa città, che può essere Cagliari o Sassari, in questo centro, prendiamo Sassari, e principalmente nel centro storico una parte dei cittadini parla e sa parlare il sassarese, ma una buona parte degli attuali sassaresi provengono da altre zone della Sardegna e sono pertanto in via di massima portatori di altri dialetti. Allora la sperimentazione, perché questo è importante, come la facciamo? Con l'uso del sassarese, visto che è il dialetto della città ospitante, oppure ogni singolo alunno deve essere posto in condizioni di esprimersi nell'ambito della stessa scuola e della stessa classe nella parlata che conosce? E se un giovane studente dovesse spostarsi da un centro ad un altro potrebbe eventualmente continuare a parlare, in quella sperimentazione, nel suo dialetto inteso come lingua madre o sarebbe costretto ad apprendere il nuovo dialetto che eventualmente dovesse essere parlato in quel centro? Siamo e saremo pertanto in una torre di Babele, per non parlare poi degli insegnanti, qualcosa è stata già detta, lo stesso problema riguarda la difficoltà pratica della traduzione degli atti della Regione e degli enti locali negli idiomi localistici, oltretutto la pubblicità dei lavori di un'assemblea elettiva, che deve essere tale per tutti i cittadini, verrebbe impedita dall'uso di un dialetto non conosciuto da un cittadino che non faccia parte di quel comune o della zona dove quel dialetto stesso si parla, pur vivendo in quell'altro centro in cui si parla un altro dialetto. E che dire della possibilità di parlare con i dipendenti di un comune nel dialetto di quest'ultimo comune che impedisce di fatto l'assegnazione a quei comuni di un vincitore di concorso che non conosca quel dialetto. E' vero che notizie di questi giorni vorrebbero che si faccia un esame di ammissione, ma questo credo che sia contro quelle che sono le libertà costituzionali che esistono in Italia, di cui la Sardegna fa parte. Si vorrebbe di fatto attuare una forma di razzismo che conosciamo già in qualche zona d'Italia per opera di gruppi politici locali. Ma un capitolo a parte riguarda le risorse che la Regione sarda, cioè tutti noi cittadini della Sardegna, sarà costretta a sborsare nei riguardi di una legge che sicuramente non è nelle menti della stragrande maggioranza dei nostri corregionali; infatti i problemi della Sardegna, onorevoli colleghi consiglieri, sono sotto gli occhi di tutti: calo dell'occupazione, degrado ambientale, inefficienza dei servizi, un sistema ferroviario anacronistico, eccetera. Ed è proprio la risoluzione di questi problemi che potrà costituire fondamento della rinascita della nostra terra e del rapporto tra Regione e cittadini. Allora è opportuno affermare con la massima chiarezza che l'applicazione di questa legge, se non dovesse essere approvata, al di là del produrre risultati apprezzabili dal punto di vista culturale nel momento in cui nella nostra Isola si stanno chiudendo decine e decine di scuole, centinaia di classi, comporterà come giustamente ha scritto il 4 settembre del 1993 su un quotidiano locale il dottor Salvatore Corda, docente di filosofia e di storia, saranno quindi spese superflue che favoriranno carriere politiche ed accademiche dei soliti amici degli amici e dilaterà le difficoltà dell'attività burocratica.

Già vedo dietro le porte di questo Consiglio eminenti studiosi con le bozze pronte per pubblicare sintassi, vocabolari e quant'altro in una lingua inventata o malamente scritta. Pertanto una sfida, se veramente credete nella bontà della legge e nella necessità che i sardi si esprimano nella loro lingua facciamo che tutto questo avvenga a costo zero, allora vedremo realmente quanti siano disponibili a tutto ciò e quanti faranno marcia indietro con la coda tra le gambe per non aver potuto mettere mano nelle casse della Regione per incassare quanto promesso e sperato.

Onorevole Presidente, la Sardegna in questi ultimi decenni ha cambiato radicalmente, questo fatto può far generare in noi un sentimento di malinconia e di nostalgia; il nostro tessuto sociale ha subito delle mutazioni profonde, si è passati da un'attività prettamente contadina ad un'altra per buona parte industrializzata o quanto meno rivolta verso il pubblico impiego. I sondaggi indicano precise linee di tendenza che vedono i giovani con un legame sempre più debole con il proprio dialetto perché preferiscono dedicare il proprio tempo allo studio delle principali lingue straniere, sia per avere concrete possibilità occupazioni, ma anche per problemi turistici e per la stessa mobilità lavorativa. A questo proposito è bene ricordare che gli insegnanti appartenenti alla Comunità europea avranno la possibilità di lavorare anche nella scuola italiana. Non cogliere i segni di trasformazione della nostra realtà, ma anche della realtà nazionale, scegliere invece di tenere in vita per legge una labile identità sarda significa imboccare la via dell'atrofia e degli sprechi finanziari. Altre sono le strade con cui la conservazione e la trasmissione dei dialetti e della cultura sarda trovano naturali esiti positivi; la comunicazione personale, il folclore, le feste, l'arte popolare, le processioni, la musica, la danza, grandi occasioni che noi tutti dobbiamo cogliere non con l'insegnamento forzato e forzoso, che ci porterà a non comprenderci da un centro all'altro. A me pare invece, usando sempre le considerazioni del professor Corda, che al di là di un'identità sarda vada semmai rafforzata e perfettamente acquisita dai sardi stessi l'identità di essere italiani, condizione necessaria per una coerente collocazione sui livelli europei e dunque per non rimanere indietro nella storia. Questo disegno di legge è da valutare pertanto come culturalmente irrilevante, velleitario nei propositi e nelle enunciazioni, economicamente dispendioso. Sarà cioè un ennesimo carrozzone.

Onorevoli colleghi questo disegno di legge si traduce in una sostanziale rottura dell'unità linguistica con effetti deleteri in ordine all'unità nazionale, se è vero, come è vero che per lingua si intende l'idioma ufficiale parlato e letterario della nazione. Non dovrebbe sfuggire a noi legislatori che nel momento in cui entità locali con tradizioni rispettabili sul piano culturale dovessero collocarsi e si collocano, rispetto all'unità nazionale in una posizione contestativa, esse si appoggerebbero e si appoggiano in modo sostanziale alla diversità del linguaggio; e su questa teoria si basano alcuni gruppi in Sardegna in nome di una nazione sarda e della diversità dei sardi rispetto a tutti gli altri italiani.

Non sono pertanto soltanto i sentimenti e le convinzioni in ordine agli effetti devastanti sul piano della comunicazione fra i cittadini che mi inducono ad evidenziare conseguenze negative, ma anche la preoccupazione del carattere strumentale del bilinguismo rispetto all'unità nazionale. Basterebbe, onorevole Presidente, ed ho finito, questo carattere per indurre noi tutti, al di là delle considerazioni in ordine alla cultura, una cosa importante l'abbiamo detto, alle tradizioni, alle parlate locali a respingere una proposta pericolosa, irragionevole e assurda.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere La Rosa. Ne ha facoltà.

LA ROSA (Gruppo Misto). Signor Presidente del Consiglio, signori Assessori, colleghe e colleghi, il mio sarà un intervento molto breve, anche perché sottoscrivo la relazione del collega Zucca, soprattutto per l'impostazione, per come ha voluto rappresentare questa problematica così importante. Quindi desidero fare soltanto alcune considerazioni.

Questa legge, come è a tutti noto, arriva certamente con un forte ritardo e porta con sé il rischio non di essere rigettata, ma di restare inattuata o di essere vissuta come adempimento burocratico. Questo è un rischio che dobbiamo evitare, proprio se vogliamo davvero che questo ritardo grave che si è realizzato non diventi del tutto incolmabile, e quindi la legge rimanga uno strumento vuoto. Io credo che questo non sia un rischio da sottovalutare; purtroppo capita spesso con tante altre leggi ed io credo che ci sia un rischio anche su una legge come questa. Importanti saranno le diverse leggi di settore capaci di promuovere, organizzare, valorizzare sotto ogni aspetto la ricchezza inestimabile del nostro patrimonio culturale, immateriale e materiale. Penso inoltre che gli interventi della Regione nel campo scolastico e formativo potrebbero e dovrebbero essere rivolti certamente a bambini e ragazzi, ma non solo, penso agli adulti. Vorrei che nascesse a partire da qui un sistema di educazione degli adulti nella nostra Regione. Cosa che riterrei non meno importante dei possibili interventi della Regione nel sistema scolastico. E vorrei che si occupasse uno spazio importante anche nella formazione professionale, e per quanto riguarda gli aspetti più propriamente formativi, ma anche per quanto riguarda gli aspetti professionalizzanti. C'è nella nostra gente una sottovalutazione della nostra cultura, della nostra cultura materiale in particolare e insieme anche delle professioni e dei mestieri più direttamente capaci di valorizzare la nostra cultura e insieme la nostra identità, di tenerla viva. Ci sono piccole oasi dove la riscoperta e la valorizzazione della cultura materiale di una comunità rappresenta anche un indirizzo ed una ragione di sviluppo, non soltanto della cultura ma dello sviluppo tout court di quella comunità. Quindi proprio anche di attività produttive e di servizi; non si deve trascurare il fatto, appunto, che questa legge, le leggi di settore della concreta promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna possono rappresentare un positivo impulso ad accresce le stesse possibilità di lavoro e di sviluppo insieme a quelle delle identità della persona, della comunità e di un popolo. E vorrei aggiungere, infine, un'ultima considerazione: una legge come questa io auspico che possa aprire una stagione e che non rimanga isolata. Non soltanto le leggi di settore di cui si fa richiamo nella legge medesima ma io credo che non si farebbe un buon lavoro, e comunque un lavoro compiuto, se si trascurasse la tutela e la valorizzazione del territorio, del patrimonio paesaggistico e naturale in questa Regione. E mi richiamo anche alle leggi sui parchi. Io credo che un lavoro compiuto richieda anche che presto noi possiamo discutere e approvare le leggi sui parchi naturali in questa Regione. Per i motivi sopraddetti io chiaramente do la mia adesione a questa legge.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Ivana Dettori. Ne ha facoltà.

DETTORI IVANA (Progr. Fed.). Signor Presidente, colleghe e colleghi, ancora una volta viene affrontato in quest'Aula un dibattito su un provvedimento legislativo riguardante la lingua e la cultura della Sardegna. E ciò avviene dopo cinquant'anni di mancata attuazione dei principi ispiratori della legge costitutiva dell'autonomia del popolo sardo. Avviene dopo decenni di discussione nel mondo intellettuale, politico e sociale, di quale lingua, così come ancora una volta in quest'Aula è stato ricordato, ci tornerò brevemente in seguito, parlare, eventualmente insegnare, con quale lingua dialogare. In questa legge, di proposito, abbiamo inteso non predisporre e non decidere sul fatto che una lingua fosse predominante sulle altre. Così come la relazione, la legge, il collega Sassu ha ricordato, non si tratta di inventare e di istituzionalizzare una così detta koinè ma si tratta, così come la legge dice nel suo articolato, di valorizzare e non più tutelare, questa è un'importante modifica che quella Commissione ottava ha voluto apportare al testo di legge: valorizzare e promuovere le lingue locali, le parlate locali. Dopo l'iter legislativo negativo avuto dallo stesso provvedimento nella passata legislatura, questa discussione avviene dopo tutto ciò e auguro a tutti noi, che questa sessione di lavoro sia fruttuosa e ci consenta di approvare la legge con il più largo consenso possibile. In tal modo ritengo si darebbero, non che questo naturalmente sia di fondamentale importanza per l'iter stesso della legge, ma ritengo che sia importante per lo stesso Consiglio, dicevo in tal modo si darebbero risposte a tutti coloro, intellettuali e non, che in diversi occasioni, in diversi convegni, in diversi interventi hanno avuto modo di affermare che la composizione dell'attuale Consiglio regionale della Sardegna non sembra la più propizia ad un'azione di tale portata, in quanto parrebbe aumentata in questo Consiglio la percentuale di chi considera la valorizzazione della lingua e della cultura, anzi delle lingue e delle culture regionali, un fatto di vetero sardismo, di, forse, nazionalismo, un'operazione di perifericizzazione della Sardegna che potrebbe sottrarla al grande mercato nazionale delle idee e delle merci al quale invece si vorrebbe garantire una centralità unica e totalizzante. Credo di poter affermare che già con il lavoro svolto in Commissione si sia in grado di dimostrare che l'attenzione e la serietà nell'esaminare e nell'approvare in Commissione stessa sia invece stata grande. Ho voluto accennare brevemente a questa questione perché va sgombrato il terreno da certi atteggiamenti di irrisione verso un Consiglio non all'altezza di comprendere quale valore abbia in sé la valorizzazione della lingua e della cultura. Va anche sgombrato il terreno da certi atteggiamenti individuabili in non marginali strati di intellettualità di oggi in Sardegna (a dire il vero non solo di intellettuali, ormai) atteggiamento che Antonio Pigliaru chiamava "cosmopolitismo di maniera", che in nome di un presunto obiettivo della provincializzazione realizza il massimo del provincialismo. D'altronde, nell'epoca di internet, della valorizzazione di tutte le lingue e di tutti i dialetti (e non è certo il caso della Sardegna) la paura di diventare una provincia marginale del regno mi pare ampiamente superata. I principi ispiratori della legge in discussione, che assume l'identità e la cultura del popolo sardo come bene primario da valorizzare e promuovere, afferma inoltre che la lingua, la storia e la cultura e tutto il patrimonio comunitario sono beni ai quali si dà senso e valenza positiva nell'accezione più moderna ed aperta, secondo d'altronde la più aggiornata ricerca sociale, antropologica e psicolinguistica, se essi sono vivi, usufruibili e fruibili. E ancora, ricordando un'affermazione di Arfè (?) durante la discussione della risoluzione del Parlamento europeo sulla Carta comunitaria delle lingue e culture regionali e dei diritti delle minoranze etniche, nel quale affermava: "E' nell'interesse della democrazia europea e dell'Europa nel suo insieme, che non scompaia e neanche impallidisca una testimonianza della sua storia, che è anche parte integrante del suo patrimonio di civiltà, e ancora più è interesse dell'Europa inserire queste energie nel proprio circolo, anche come contributo alla lotta contro un processo di standardizzazione culturale a livelli sempre più bassi, che ignora anche il pedagogismo paternalistico di altri tempi e che impone e propone mode e costumi e comportamenti uniformizzati e mortificanti, che espone l'Europa ai pericoli di un'autentica colonizzazione di provenienza americana e giapponese, grazie ai previsti sviluppi delle nuove tecnologie nei mezzi di comunicazione e di massa". Non si tratta dunque, con l'approvazione di questa legge, di mettere in moto un processo di provincializzazione, ma piuttosto muoverci, come Consiglio regionale della Sardegna, all'interno dell'orizzonte europeo per sprovincializzare l'odierno dibattito sulla cultura e sulla lingua dei sardi, e riuscire a metterci in sintonia con quanti affrontano questa questione in altre diverse realtà europee. Il collega Sassu ricordava le date delle altre regioni europee che già da tempo e da anni hanno approvato le loro leggi regionali, che adesso sono largamente attuate, e che hanno portato ricchezze nel loro patrimonio culturale, linguistico e anche di programmazione scolastica. Per dare quindi una soluzione che consideri la valorizzazione dell'identità dei sardi come esigenza non solo culturale ma politica in senso lato. Noi abbiamo il dovere di partecipare al processo di integrazione europea, nel momento in cui discutiamo, abbiamo discusso e discuteremo ancora di Italia federale, con la nostra soggettività storica, politica e istituzionale di Regione autonoma a Statuto speciale. Dobbiamo fondare sulla specificità etnica, culturale e linguistica, la specificità politica della nostra autonomia regionale. Dobbiamo far rientrare la cultura e la lingua della nostra Regione fra le culture e le lingue dell'Europa. In questo Consiglio, stamani, si parlava di bisogno di identità, e vi è bisogno reale di identità, di valorizzare quello che è stato il nostro patrimonio, dopo una stagione - è stato ricordato anche questo - che negli anni settanta ha avuto il suo apice in cui parlare in sardo era una vergogna, anzi, dirò di più, parlare il sardo significava far parte di un ceto sociale meno abbiente, marginale, e quindi per dimostrare che si era in fondo ricchi e borghesi bisognava saper parlare l'italiano, e se qualcuno conosceva il sardo doveva anche occultarlo. Credo che questa stagione sia superata, e non solo superata, ma ritengo anche che vi sia proprio nella ricerca di identità che non riguarda più la nostra regione e il nostro popolo, ma riguarda i popoli e le regioni d'Europa, io direi anche del mondo, vi è proprio la necessità che la propria identità non sia un patrimonio di conservazione per noi stessi e basta, ma sia un patrimonio che venga aperto agli altri e che possa felicemente contaminarsi con altre culture, per accrescere in qualche modo il valore della propria cultura e della propria appartenenza.

La legge non riguarda soltanto la valorizzazione e la promozione di un patrimonio storico e linguistico, non pone soltanto la questione delle minoranze etniche e delle lingue minoritarie, e qui direi, forse, delle varianti minoritarie, ma in maniera più decisiva pone e affronta il problema fondamentale dello sviluppo culturale ed economico della Sardegna. Economia e cultura sono binomi sempre più compatibili, direi sempre più spesso inscindibili. Sono produzione materiale, non si può più prescindere da ciò, anche nella programmazione economica e nella individuazione delle risorse da investire in questo settore, anche per noi. E investire risorse in questo settore significa, oltre a valorizzare le risorse endogene, abbiamo tanto parlato, e questo lo dico soprattutto ai colleghi della maggioranza, di sviluppo endogeno dell'isola, di valorizzazione delle risorse e del patrimonio culturale e paesaggistico della Sardegna. Sotto questo aspetto condivido e assumo le riflessioni che faceva poc'anzi il collega La Rosa, ma significa anche creare occasioni reali di reddito. E, guardate, questo lo si può dimostrare se noi ci soffermiamo per un solo istante a ragionare su quello che è avvenuto questa estate in Italia, ed esattamente alla fruizione solo e semplicemente dei musei e di tutte quelle opere monumentali nazionali per cui sono state assunte - banalizzo, per un attimo - diverse persone, al fine tenere aperto per più ore, per più giorni alla settimana, tutto il nostro patrimonio culturale e museale. Questo ha creato, certo, in questo caso occasione di reddito limitata, ma ha creato occasione di reddito. E dobbiamo dire che altre nazioni hanno già saputo fare meglio di noi sotto questo aspetto. E allora, noi abbiamo il dovere di creare occasioni di reddito utilizzando il nostro patrimonio, e credo che, sotto questo aspetto, alcuni dei provvedimenti che questa maggioranza ha posto in essere forse possono andare in questo senso, in questo percorso. Non voglio qua richiamare alcune delle questioni su cui invece molti colleghi non sono d'accordo, ma io credo che approvare questa legge in questo momento significhi anche dare risposte, e non parziali, ma risposte anche al bisogno di occupazione, e comunque, lasciatemelo dire, credo che sia anche superato, ampiamente, anche da un dibattito culturale rispetto a questo, contrapporre sempre a investimenti nella cultura, nella istruzione, nella scuola, bisogni primari di occupazioni. Sono questioni superate, e non si fa un gran ragionare, non si vola alto in questo modo. Ritengo, invece, che noi dovremmo sperimentarci, così come stiamo iniziando a fare, a far sì che, invece, il nostro patrimonio culturale produca reddito.

Voglio soffermarmi brevemente, rinuncio a leggere il mio intervento successivo, ma voglio però necessariamente soffermarmi ancora su due questioni. La prima: la proposta di insegnamento del sardo nella scuola crea spesso dubbi, cautele, riserve e anche tenaci opposizioni. Bene, credo che anche questo vada velocemente superato. L'insegnamento del sardo, se in sardo, quale sardo, è superato, io dico, dalle esperienze, poco conosciute purtroppo, e questo è un altro dei problemi che noi abbiamo, quello della informazione di quanto la scuola sarda produca, di esperimenti molto interessanti su progetti di educazione bilingue in Sardegna, e questi progetti di educazione bilingue in Sardegna, ahimè, duole dirlo, sono finanziati integralmente dalla Comunità europea, che invece ha e spende risorse ingenti in questo senso, e ha un programma comunitario che tende a valorizzare l'uso della propria lingua nelle scuole. Il progetto ha finito la sua prima fase, coordinato dalla professoressa Maria Teresa Catte, a cui auguro lunga vita, in modo tale che possa riproporsi in più convegni per parlarci ancora di queste esperienze. E credo che esperienze di questo tipo dimostrano e dimostreranno ancora che non solo è possibile farlo, ma che è anche possibile far convivere felicemente all'interno della stessa classe, non dico il sardo e l'italiano, che non vanno viste come lingue nemiche, e tanto meno il legislatore può farlo pertanto, ma anche parlate cosiddette locali, io dico altre lingue sarde.

Quindi credo che queste siano esperienze di cui anche la Regione sarda con l'approvazione della legge deve farsi carico. E d'altronde bisogna anche ricordare che la cultura sarda che si intende introdurre nella scuola non va intesa come una materia a sé stante, staccata dalle altre discipline, ma come studio della realtà locale in percorsi conoscitivi che conducano ad ambiti spaziali e temporali più ampi. E questo l'uso della propria lingua fa e ottiene.

In ultimo voglio dire che noi siamo stati bloccati per anni sul lacerante dilemma della questione che ha posto molto bene il collega Zucca nella sua introduzione, se era quello di forzare nel fatto che la Regione Sardegna autonomamente potesse produrre programmi e non sperimentazione nella scuola. Abbiamo optato per riscrivere gli articoli rinviati con, io credo felicemente, l'articolo 17, che ci permetterà e permetterà alle scuole sarde in realtà di programmare nuovi percorsi culturali formativi, che vadano nell'accrescimento della autodeterminazione di sé, della propria personalità, del proprio essere sardi e del proprio vivere pienamente l'identità culturale di tutti noi. D'altronde io credo che probabilmente questo dilemma verrà presto superato con l'approvazione della legge nazionale sull'autonomia scolastica. Credo comunque che noi già nella legge che andremo ad approvare abbiamo strumenti idonei per superare questo gap che non ci ha permesso di promulgare la legge fino a ora, e credo che anche rispetto a questo noi otterremo risultati molto importanti.

In ultimo voglio dire che questa abbiamo cercato di configurarla è vero come legge quadro, ma in realtà è una legge di sostanza nella programmazione culturale, nella sua accezione più ampia, quindi anche linguistica, artistica, monumentale, architettonica, ed anche, credo, musicale, senza questo dimenticarcelo attiene a un'altra sfera forse, bisogna anche dire che la legge prevede una serie di leggi di settore, ma bisogna anche dire che in Commissione giacciono già da anni progetti di legge sui musei locali, sul sistema bibliotecario, ed anche altri. Quindi io credo che una volta approvata questa legge la Commissione abbia tanto e tale materiale per approvare legge di settore che già esistono e che faranno sì che vi sia una rete reale fra leggi che tenderanno a valorizzare e promuovere la lingua, la cultura dei sardi. Grazie.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Boero. Ne ha facoltà.

BOERO (A.N.). Gentile Presidente, colleghe e colleghi, il mio intervento sarà brevissimo e tende a far riflettere, ha la presunzione di far riflettere quei pochi colleghi che hanno la resistenza di stare qui, sul problema globale della cultura, delle culture in Sardegna. Il titolo, il testo di questa legge per essere coerenti e corretti doveva essere al plurale, non al singolare, perché affermo questo? Evidentemente un grosso esponente della cultura sarda, un alto esponente della cultura sarda non è nell'attenzione dei cuori e della mente di molti di voi, colleghi della maggioranza. E parlo di quel grande poeta che ha scritto "Sardegna quasi un continente". Se si avesse la vera coscienza e conoscenza del nostro quasi un continente, della nostra isola, questa grossa asineria che è rappresentata da questo testo di legge non verrebbe fuori. La Sardegna è veramente quasi un continente nella sua diversità delle formazioni geologiche, della flora, della fauna, e dell'essere più importante dell'ambiente che è l'uomo. In Sardegna esistono da svariati secoli, da millenni, per le varie vicissitudini storiche autentiche diversità razziali, quindi linguistiche e, sottolinguistiche, dialettiche. Partendo da questa constatazione che egregiamente e in modo compiuto mi ha fatto osservare il mio collega Frau, ciò che si intende o si intenderebbe fare con questo progetto di legge deve essere sì la promozione, ma della globalità delle culture, degli idiomi, ma non certo del modo e con gli scopi che questo testo di legge si prefigge. Io vi invito a ritirarlo immediatamente pena di guadagnare ancora questo Consiglio regionale, il primato dell'ignoranza di se stessi, della conoscenza di casa propria, delle proprie tradizioni e delle necessarie interazioni nella crescita della società, nella sua globalità tra cultura e progresso. Quindi desidero dire che questo testo di legge, cara collega Ivana, non dà risposte all'occupazione in senso lato e bello della parola, è vero, dà risposte all'occupazione, è stato studiato anche questo testo di legge per dare risposte a un certo tipo di occupazione, la vostra occupazione di sempre, della prima mai morta Repubblica clientelare, per finanziare certi professori, per finanziare e continuare a finanziare certa gente che è meglio che andrebbe in pensione, dovrebbe andare in pensione in via definitiva, perché fa torto alla Sardegna e alla cultura della Sardegna. Questa è una di quelle leggi clientelari che, trattando una materia importantissima, vitale, la tratta in chiave puramente clientelare e con un alto tasso di ignoranza della nostra cultura, andando contro il viver quotidiano, contro gli interessi del viver quotidiano delle nostre popolazioni. Perché, giova ricordarlo, e termino, che nel solo Campidano non esiste il campidanese, se uno va a Burcei trova un idioma certamente diverso da Sinnai, in linea d'aria sono pochi chilometri, se entriamo proprio nel pieno Campidano, se si conoscono le parlate che si fanno nel guspinese non sono quelle di Samassi, Serrenti e così via dicendo. E parliamo sempre del Campidano per allargarci a is maurreddusu, nella zona del Tunis, cioè dell'Iglesiente, perdonatemi l'ironia, però anche lì esistono delle parlate completamente differenti. Allora ripensateci, ritiratelo, non si voti, ma per decoro si ritiri questo testo di legge, lo si ripensi, lo si ristudi perché una legge per promuovere al massimo le nostre tradizioni, la nostra cultura, la grandezza della nostra Sardegna, che è veramente un continente, un continente di umanità, di tradizioni, di cultura, di natura, di ambiente, non può essere mortificato da questa "schifetenzia" di proposta di legge.

PRESIDENTE. La seduta riprenderà alle ore 16 e 30 con l'intervento dell'onorevole Bonesu.

La seduta è tolta alle ore 13 e 07.