Seduta n.400 del 22/10/2003 

CD Seduta

(ANTIMERIDIANA)

Mercoledì 22 Ottobre 2003

Presidenza del Vicepresidente Sanna

indi

del Vicepresidente Biggio

indi

del Presidente Serrenti

La seduta è aperta alle ore 10 e 13.

La spisA, Segretario f.f., dà lettura del processo verbale della seduta del 14 Ottobre 2003 (394), che è approvato.

Sull'ordine dei lavori

PRESIDENTE. Ha domandato parlare il consigliere Fadda. Ne ha facoltà.

FADDA (La Margherita-D.L.). Per chiedere ai colleghi e a lei se possibile un rinvio di trenta minuti, di una mezz'oretta insomma, perché mi sembra che la presenza in Aula non sia tra le più qualificate.

PRESIDENTE. Va bene, mi pare che sia abbastanza plausibile la richiesta, non vi sono opposizioni. La seduta è sospesa e lavoreremo senza interruzioni sino a concludere gli interventi dei Capigruppo; ricordo ai colleghi che abbiamo ancora cinque iscritti a parlare prima della serie degli interventi dei Capigruppo. La seduta è sospesa e i lavori riprendono alle ore 10 e 45.

(La seduta, sospesa alle ore 10 e 15, viene riprese alle ore 10 e 46.)

Continuazione della discussione generale del testo unificato del disegno di legge: "Norme sull'elezione del Presidente della Regione e del Consiglio regionale e disciplina del referendum regionale" (245/Stat/A) e delle proposte di legge Floris - Tunis - Businco: "Nuove norme sul sistema di rappresentanza e sull'elezione degli organi di governo della Comunità autonoma di Sardegna" (350/Stat/A), Onida: "Elezione del Consiglio regionale, forma di governo, (ai sensi dell'articolo 15, comma 2, dello Statuto speciale) e partecipazione degli emigrati al voto" (362/Stat/A), Scano - Dettori - Pacifico - Pinna: "Norme per l'elezione del Presidente della Regione e modifica della legge regionale 6 marzo 1979, n. 7 (Norme per l'elezione del Consiglio regionale) e successive modifiche e integrazioni" (379/Stat/A), Sanna Gian Valerio - Fadda - Biancu - Dore - Giagu - Granella - Secci - Selis: "Disciplina della forma di governo della Regione ed elezione del Consiglio regionale della Sardegna" (380/Stat/A), Spissu - Calledda - Cugini - Demuru - Falconi - Lai - Marrocu - Morittu - Orru' - Pirisi - Pusceddu - Sanna Alberto - Sanna Emanuele - Sanna Salvatore: "Elezione del Presidente della Regione sarda e del Consiglio regionale" (392/Stat/A), Capelli - Cappai - Piana - Randazzo: "Norme per l'elezione del Presidente della Regione e del Consiglio regionale" (396/Stat/A)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la continuazione della discussione generale del testo unificato del disegno di legge numero 145 e delle proposte di legge numero 350, 362, 379, 380, 392 e 396.

E' iscritta a parlare la consigliera Dettori. Ne ha facoltà.

DETTORI (Gruppo Misto). Signor Presidente, colleghe e colleghi, prima di dedicare alcune riflessioni alla parità di generi in materia elettorale per vedere in che modo rendere istituzionalmente reale la questione del genere nella rappresentanza senza cadere nelle pieghe dell'autocelebrazione o del vittimismo, che non ci appartiene, desidero svolgere alcune brevi considerazioni generali. Noi, come democrazia, riteniamo giusto e anche doveroso utilizzare i poteri attribuitici dal Parlamento per cercare di fare una legge elettorale sarda, ci impegniamo in questo dibattito con questo obiettivo. Tuttavia voglio dire che non condividiamo la criminalizzazione della legge nazionale perché la legge elettorale per le regioni a Statuto ordinario funziona, come dimostra l'esperienza di molte regioni, sia di centro destra che di centro sinistra; ha introdotto principi e meccanismi importanti come l'elezione diretta del Presidente, il premio di maggioranza, assicurando quindi la stabilità e la governabilità. Certo lascia aperto il problema del bilanciamento dei poteri, riguardo cioè il ruolo e la funzione dell'Assemblea legislativa, ma questo purtroppo non lo risolve neanche la legge uscita dalla Prima Commissione. La stessa lista bloccata, che in linea di principio è una cosa inaccettabile, potrebbe essere almeno in parte comprensibile per il fatto che 16 seggi vanno tutti, nella stragrande maggioranza dei casi, alla coalizione vincente, pertanto non servirebbero i voti di preferenza. Fermo rimanendo che ci si può trovare nella necessità di votare con la disciplina transitoria, riconfermo che è giusto ed anche doveroso che il Consiglio regionale adotti una propria specifica normativa elettorale. Ma la legge regionale ha un senso se essa è migliore sia dal punto di vista del funzionamento sia dal punto di vista dei principi cui si informa rispetto alla legge nazionale, altrimenti il rimedio rischia di essere peggiore del male. Io chiedo a coloro che stanno qui difendendo il testo votato dalla Prima Commissione: "Vi sentite di dire che il risultato…". Presidente, sento un brusio che non mi permette di continuare. Mi dispiace.

PRESIDENTE. Le chiedo scusa onorevole Dettori.

SPISSU (D.S.). E' il rumore del silenzio.

DETTORI (Gruppo Misto). Non è il rumore del silenzio, che sarebbe turisticamente accettabile.

Altrimenti il rimedio, dicevo, rischia di essere peggiore del male. Ora lo chiedo a coloro che stanno qui difendendo il testo votato dalla Prima Commissione: "Vi sentite di dire che il risultato prodotto sia migliore della legge nazionale?". Facciamo qualche esempio: siamo sicuri che questo doppio turno, non il doppio turno in generale, ma proprio questo previsto nell'articolo 1 del testo unificato, sia migliore del turno unico? Ancora: il premio di maggioranza, così com'è prefigurato, attribuito sia nel listino regionale che nei collegi provinciali, siete convinti che sia migliore del premio di maggioranza previsto nella legge nazionale?

(Interruzioni)

DETTORI (Gruppo Misto). Io vorrei naturalmente che… se no ricomincio. Basta adesso, c'è un limite a tutto.

PRESIDENTE. Onorevole Giagu, per cortesia!

DETTORI (Gruppo Misto).Anche all'onorevole Fantola, grazie.

PRESIDENTE. Onorevole Corona, per cortesia può stare seduto al suo posto? Questo movimento continuo in Aula disturba l'oratore di turno, quindi vi prego se non volete stare seduti al vostro posto, uscite nei salottini laterali, ma diamo la possibilità a chi sta intervenendo di poterlo fare in piena serenità e tranquillità.

DETTORI (Gruppo Misto). Ancora: il premio di maggioranza, così com'è prefigurato, attribuito sia nel listino regionale che nei collegi provinciali, siete convinti che sia migliore del premio di maggioranza previsto nella legge nazionale? E l'imposizione, praticamente per legge, dell'attuale bipolarismo, con l'ostracismo a possibili proposte diverse, è una soluzione più o meno democratica rispetto alla legge nazionale che, garantito al vincitore il premio di maggioranza, tratta gli altri schieramenti concorrenti secondo il principio di proporzionalità? E sul piano di alcuni altri principi generali, che ora ricorderò, potete forse dire di aver fatto uno sforzo di apertura, di sensibilità democratica, di modernizzazione delle istituzioni? Mi riferisco in primo luogo certo alla parità di genere, che sovrasta tutti gli altri principi che a questo si uniformano e di cui parlerò tra un attimo, ma ci sono altre questioni che non possono essere taciute, E' pensabile che si faccia una disciplina sulle ineleggibilità e delle incompatibilità tale che una grandissima parte degli elettori sardi sarebbe tagliata fuori dalla possibilità di essere eletta in Consiglio regionale? E che si può dire di questa incompatibilità consigliere - assessore, che sembra tagliata su misura dalle convenienze del ceto politico come un abito di sartoria? E perché non si può prendere in considerazione la possibilità di prevedere un collegio estero, con riserva per gli emigrati, donne e uomini, così come si è fatto in sede di legge per le elezioni politiche? Impegniamoci per fare una legge regionale, ma che sia profondamente diversa dal testo che è all'esame dell'Aula. Ritengo giusto affrontare alcuni nodi della rappresentanza di genere, che sicuramente saranno utili per un approccio corretto alla discussione anche da parte dei colleghi. Una breve risposa all'onorevole Oppi: a parte che sarebbe meglio evitare in quest'Aula espressioni che passano per pittoresche e che sono invece semplicemente volgari, può avere l'onorevole Oppi la bontà di spiegarci per quale motivo prevedere che le liste siano composte metà da donne e metà da uomini sarebbe come prevedere quote di tutela per un genere in estinzione? È così difficile da capire che, essendo l'umanità formata da due generi, dare a uno dei due generi parità di accesso sarebbe un principio universale di democrazia? Sanno anche Oppi e coloro che la pensano come lui che Costituzione è stata modificata e che se la legge regionale non ne terrà conto noi la impugneremo e la vostra legge elettorale finirà nel cestino?

Quando si affronta il tema della cittadinanza politica da un punto di vista dei due sessi la prima questione che ci appare e che vi dovrebbe apparire come evidente e insormontabile è quella della lettura quantitativa dei rapporti di genere. Guardiamoci, in tutti i paesi occidentali le donne sono la maggioranza della popolazione, ma la loro presenza nei centri decisionali, sia nei sistemi sociali che nei sistemi politici, è esigua. Ciò comporta un'organizzazione del lavoro, del sociale, delle organizzazioni politiche, delle istituzioni, pensata funzionalmente per uno solo dei due sessi, quello maschile; ciò comporta per molte donne pensare questi luoghi come inospitali e respingenti, da cui talvolta l'incostanza a voler partecipare attivamente, ma questo è un vero vulnus della democrazia e non una giustificazione per evitare le candidature delle donne, come molti dirigenti di partito, e non solo, fanno. Non arrampichiamoci sugli specchi per sfuggire ad un dato reale, cioè che il sistema politico e istituzionale è in gran parte pensato e gestito per mantenere il potere reale nelle mani di uno solo dei due generi di cui è composta l'umanità. Regole, tempi, modi, inadeguati al genere sottorappresentato, hanno in Europa avviato tra le donne e i giuristi, sia donne che uomini, un confronto serrato, che si è tradotto in molti Stati nella produzione di norme antidiscriminatorie, ponendo in modo ineludibile il problema di una legislazione paritaria che non è riducibile ad un problema di quote. Pertanto l'impostazione basata sulle quote è ormai da considerarsi superata, sempre che non si voglia ragionare delle quote presenti in alcune nazioni del nord Europa, di garanzia per l'elezione certa delle donne, ma temo che l'onorevole Oppi non parlasse di questo. Ci piacerebbe molto essere già a quei livelli alti di democrazia paritaria, ma così non è; quote e parità si presentano come i mezzi giuridici e politici per imporre una reale uguaglianza tra uomini e donne. Le quote sono una misura di regolazione, recupero (vogliamo chiamarla così?) mirante a compensare un disequilibrio creato in particolare dalla divisione socio sessuale del lavoro sviluppatasi a detrimento delle donne. Invece la parità è una misura non transitoria (è questo che preoccupa, credo), ma definitiva, destinata ad assicurare la condivisione del potere politico tra uomini e donne. In questo senso la parità ha una portata simbolica, più evidente delle quote, rimette in causa il monopolio maschile del potere politico, proponendone la condivisione al posto di una qualsiasi forma di partecipazione, gentilmente elargita eventualmente, in tutte le istanze deliberative, consultive e decisionali della vita politica e pubblica. Riguarda anche i vertici delle amministrazioni. Il problema non è di tutelare un genere, ma è quello di fare in modo, come prescritto dal nuovo dettato costituzionale, di garantire a due generi medesime opportunità. I dati dell'assenza femminile sono d'altronde indicatori eloquenti di un disagio e di una malattia del sistema democratico, eppure vengono talvolta ignorati dai giornali e dalle tivù, quindi anche dalle cittadine e dai cittadini di questo Paese. E' importante che questo disinteresse finisca, chiediamo alla stampa di aiutare una campagna per il riequilibrio della rappresentanza, anche se ad onor del vero è giusto riconoscere che gli organi di informazione in questo momento hanno mostrato una grande sensibilità nel trattare questi temi, aiutandoci a fare in modo che noi non siamo più il fanalino di coda dell'Europa. Le quote infatti potrebbero essere viste come una pericolosa frammentazione della cittadinanza, questo forse, ma nessun uomo l'ha detto qua, può essere importante da discutere, che sotto le spinte della più disperata rivendicazione distruggerebbe i principi dei diritti universali. La politica di parità offrirebbe invece una rifondazione universale della cittadinanza in nome dell'unica differenza, quella di sesso - gli uomini di colore sono uomini e donne, i portatori di handicap sono uomini e donne, gli indiani sono uomini e donne - che non è minoritaria e che si distinguerebbe da tutte le altre e legittimerebbe una legislazione paritaria. In ogni caso tre successive modifiche costituzionali hanno introdotto delle norme che con differenti formulazioni affermano la doverosità dell'intervento legislativo, statale e regionale, volto a promuovere la parità tra i sessi. Con la legge costituzionale numero 2 del 2001 infatti negli statuti delle regioni speciali è stata introdotta la norma in base alla quale al fine di conseguire l'equilibrio della rappresentanza dei sessi la legge regionale che disciplina le modalità di elezione dei consiglieri regionali promuove condizioni di parità per l'accesso alle consultazioni elettorali; la legge costituzionale numero 3 del 2001 nel modificare l'articolo 117 della Costituzione, ha previsto nel comma 7 che le leggi regionali rimuovano ogni ostacolo che impedisca la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica, e promuovano la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive.

Da ultimo, la legge costituzionale numero 1 del 2003 ha aggiunto all'articolo 51, primo comma, della prima parte della Costituzione la norma secondo cui a tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini. E se ciò non bastasse è intervenuta la sentenza della Corte Costituzionale che, dichiarando non fondato il ricorso del Governo Berlusconi alla legge elettorale della Val d'Aosta, considera legittime e rispettose del dettato costituzionale le norme a favore del genere sottorappresentato contenute nella legge elettorale della Val d'Aosta.

Il ricorso del Governo nazionale alla Corte ha fortunatamente avuto un esito paradossale: la Corte mette il proprio autorevole sigillo sulla legittimità della legge, dopo la scelta di merito del Consiglio regionale, cioè dimostrando che se questa norma non c'è è la legge regionale ad essere incostituzionale. Si è così dimostrato che la riscrittura degli statuti e delle leggi elettorali non può e non deve essere un'operazione autoreferenziale del ceto politico odierno, ma uno strumento di apertura a nuove energie. E' un'indicazione preziosa, sia per le altre Regioni speciali sia per quelle ordinarie, che si possono avvalere di una norma analoga prevista nella Costituzione. Sarebbe davvero paradossale che fosse la Sardegna a dare inizio agli esempi negativi, negando la modernità, l'apertura a nuove energie e invece scrivendo una legge tagliata su misura a un pezzo dell'attuale classe dirigente, quella che governa, vincendo i congressi, legittimamente controlla i partiti di entrambi gli schieramenti. Insomma la valutazione che si stia profilando una legge cucita su misura per le esigenze di una casta politica che, ad onor del vero, non solo esclude volutamente le donne, ma anche larghi strati di cittadini sardi.

Naturalmente ripresenteremo, come già forse abbiamo fatto, in Aula gli emendamenti bocciati nella Commissione autonomia, forti dell'appoggio di una petizione popolare che sta ancora raccogliendo in Sardegna, nei paesi, nelle città, molte adesioni, sui quesiti che anche in accordo con la Commissione pari opportunità regionale sono ritenuti la base su cui avere una discussione di merito e non per mediare verso il basso, cioè la reintroduzione delle quote, che noi non siamo disposte ad accettare. Ed è per questo, se così fosse, se così andasse, noi siamo disponibili innanzitutto a impugnare la legge, ma anche a promuovere un referendum.

I quesiti della petizione immagino li conosciate, per cui non li riprendo, ma sono la base democratica di una discussione che con grande sforzo delle donne in Sardegna, sia del centrodestra che del centrosinistra, si sta aprendo in tutti i luoghi. Forse sarebbe il caso che anche il Consiglio regionale provasse, con onestà intellettuale e con umiltà, a confrontarsi nel merito e con argomenti che siano validi e non, come detto talvolta, pittoreschi.

Il Consiglio regionale della Sardegna, che non sta vivendo un momento molto felice della propria storia dell'autonomia, potrebbe provare a riscattare la sua immagine approvando una legge elettorale che non tuteli chi è già sufficientemente tutelato e che includa anziché escludere.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pittalis. Ne ha facoltà. Si prepari il consigliere Pusceddu.

PITTALIS (F.I.-Sardegna). Nel corso di questo dibattito c'è stato un riferimento da parte di alcuni colleghi ai valori dell'autonomia. In sostanza è stato detto: "Questo rappresenta un banco di prova per il Consiglio regionale, noi non possiamo andare alle elezioni prossime per il rinnovo del Consiglio regionale con una legge nazionale, sarebbe la mortificazione dell'autonomia dei sardi". Sicuramente la riflessione merita attenzione e rispetto, ma mi pare avulsa dal contesto reale nel quale noi operiamo, perché se dovessimo tenere conto di questa osservazione c'è da chiedersi perché, io mi riferisco all'ultimo decennio, già nel 1992/93, quando si elaborò una legge elettorale il Consiglio regionale sardo escogitò addirittura il trilottaggio, legato evidentemente a logiche che nulla hanno e avevano a che fare con la stabilità, con la governabilità, con la tutela del principio dell'effettiva rappresentanza territoriale e politica del corpo elettorale. Ma tale è stata la determinazione nel salvaguardare i valori dell'autonomia della nostra Regione che nel 1998, alla vigilia del successivo appuntamento elettorale per il rinnovo del Consiglio regionale nel 1999, il Consiglio regionale mise mano anche in quella occasione - badate, lo dico non per fare critica ad alcuno, ma per mettere in evidenza anche i limiti che spesso alcune riflessioni portano con sé quando non tengono conto della realtà - e ricordo che anche in quella occasione si fece sicuramente un passo avanti su una proposta coraggiosa dell'allora collega consigliere Bonesu, che probabilmente aveva altre finalità, ma anche in quel contesto il Consiglio regionale riuscì soltanto a eliminare quella stortura del sistema che appunto era rappresentata dal trilottaggio, ma non riuscì a fare altro, perché la verità, ce la dobbiamo dire almeno qui, fra di noi, è che la materia - siamo tutti consapevoli - è complessa, è delicata, muove da visioni culturali differenti, ce ne rendiamo conto: chi preferisce il sistema presidenziale, chi quello assembleare, chi sul sistema di voto preferisce il maggioritario, chi il proporzionale puro, chi cerca di combinare insieme i due sistemi, ma la verità è che questa materia si presta anche a prese di posizione che talvolta nascondono anche il pur legittimo timore, la pur legittima paura di non scomparire dalla scena politica, soprattutto con riferimento a piccole forze politiche che legittimamente hanno il diritto di essere rappresentate nella massima assemblea regionale. Allora tutto questo, logicamente, insieme ad altre poco nobili posizioni che spesso vengono mascherate di autonomismo, porta ad aumentare anche la tensione nel dibattito, come abbiamo potuto notare in questi giorni e fa perdere quel filo conduttore che dovrebbe semmai animare quest'Assemblea, e cioè la necessità di spogliarsi degli interessi di parte, di partito, ma cercare di costruire un sistema, se veramente si crede in un valore autofondante, quindi nei valori della specialità e dell'autonomia di questa Assemblea, cercare appunto di costruire un sistema che risponda più alle logiche, agli interessi di chi qui rappresentiamo e non tanto alle logiche di parte e men che meno personali, perché anche le logiche personali e l'individualismo, il personalismo accentuato l'abbiamo notato spesso nel corso di dibattiti che hanno interessato la modifica delle leggi elettorali. Ecco perché noi - lo abbiamo già detto e lo ribadiamo chiaramente anche in questa sede - non possiamo non tener conto dello stato avanzato ormai in tutto il panorama nazionale, negli ordinamenti regionali, di un sistema che è quello presidenziale, che è quello ispirato, sia pure con i dovuti correttivi, a una logica maggioritaria, logica che deve consentire a chi ha ricevuto il consenso dal popolo di poter governare stabilmente per i cinque anni, quindi per tutto il mandato. E allora voi vedete e capite bene che riproporre sistemi ormai per altro collaudati con esiti infausti, perché l'instabilità politica della scorsa legislatura è figlia di quel sistema elettorale, l'instabilità politica che tutti abbiamo potuto non solo notare, ma quotidianamente abbiamo vissuto in quest'Aula, è figlia di un sistema elettorale scarsamente funzionante, inadeguato, che non ha saputo garantire la governabilità e la stabilità. Qualcuno vorrebbe tornare al sistema delle alchimie di palazzo e siccome le alchimie di Palazzo sono ben capaci poi di mandare a casa presidenti legittimamente indicati dal popolo, l'abbiamo visto in questa legislatura, abbiamo visto a livello nazionale quello che è successo con il presidente Prodi, frutto di un sistema elettorale anche quello viziato. Allora oggi si pretende di riproporre quindi un sistema dove il sovrano ancora una volta non sia il popolo, si vuole limitare la sovranità del corpo elettorale, si vuol fare spazio alle soluzioni, queste sì, che sono soluzioni di cabotaggio, che spesso si riesce a trovare nella difficoltà, nella contingenza e nell'urgenza di dare risposte nelle ovattate stanze del palazzo.

Ecco, noi riteniamo che tutto questo appartenga ad una esperienza che ormai fa parte del passato e vorremmo guardare avanti. Noi riteniamo di non essere conservatori, in questo campo, siamo all'insegna proprio del rinnovamento e del cambiamento, allora ecco perché la ragione che noi abbiamo posto già in Commissione all'attenzione anche delle forze politiche, la ragione di una posizione che il partito di Forza Italia ha assunto nella chiarezza. Stiamo veramente facendo un lavoro che possa dare il risultato da tutti auspicato? Proviamoci. In Commissione ci abbiamo provato, un confronto leale, aperto, anzi io non ho nessuna difficoltà a riconoscere il ruolo anche del Presidente, di tutta la Commissione, che sicuramente in buona fede ha tentato di portare un risultato che noi però, con il nostro voto che è stato di astensione, quindi un voto non a favore, abbiamo preso le distanze da quel testo esitato dalla Commissione, perché riteniamo appunto che non è che non sia stato fatto un buon lavoro, ma le ragioni che sono state già dette e sulle quali non so se avrò il tempo di soffermarmi mi pare che portino lontano da quegli obiettivi che sicuramente il Presidente e tutta la Commissione, almeno in quel contesto, si prefiggevano.

Noi non facciamo una difesa d'ufficio della legge nazionale, nella quale riteniamo che vi siano aspetti sicuramente da salvaguardare: il presidenzialismo, la certezza che chi vince le elezioni ha una maggioranza numerica stabile, la garanzia che se si verificano soluzioni all'interno dell'Assemblea di trasformazioni, di passaggi dall'uno all'altro schieramento e quant'altro, il Presidente, nel rispetto del mandato elettorale, ha uno strumento, che è quello di mandare a casa tutti quanti, e noi vogliamo rinunciare a queste prerogative in funzione di che cosa? In funzione di costruire un listino regionale dove vengano garantiti non solo a chi vince i nove consiglieri regionali, ma addirittura a chi perde i restanti sette? Con l'ulteriore danno, che a mio avviso verrebbe fatto, sulle rappresentanze territoriali effettive, perché il maggioritario verrebbe spalmato sui collegi provinciali. Immaginatevi un collegio come la Gallura, come il Sulcis, per non parlare del Medio Campidano e della stessa Ogliastra, dove addirittura farebbe l'asso pigliatutto lo schieramento che vince, senza quindi assicurare la rappresentanza politica, e voi comprendete bene con quali effetti distorsivi. E tutto perché? Io non vorrei che la finalità fosse quella di creare privilegi sul listino regionale per superare situazioni locali che non avrebbero assolutamente alcun senso, perché se un listino regionale esiste deve avere una logica, non quella di precostituire un numero certo e sicuro a chi vince e un numero certo e sicuro a chi perde.

Questo è uno degli argomenti veramente, ma non è il solo, che sicuramente ha fatto riflettere noi su una posizione che il partito di Forza Italia oggi assume, che su questo testo non ci sarà il voto favorevole del nostro partito. Questo, voi capite bene, ci porta dunque a fare - e la preannunciamo - una battaglia seria in Aula, ma che è una battaglia di democrazia, che è una battaglia a tutela di quei valori che riteniamo non siano prerogativa solo di una parte politica. Una battaglia che noi ci auguriamo possa vedere le forze politiche almeno su un punto accomunate, e cioè sulla necessità che si possa eliminare proprio dall'agenda politica, dall'esame di questo Consiglio, questo testo, riprendere il testo nazionale ed eventualmente su quello operare le correzioni che si ritengono utili e necessarie. Si è parlato della necessità di emendare il listino per introdurre la preferenza, ma non è un tabù, non è un problema, non lo è per nessuno, ma non possiamo, attraverso una proposta di modifica, consentire a chicchessia avventure terze, quarto o quintopoliste, perché ormai siamo in una logica bipolare e chi non rimane ancorato a questa visione mi pare che sia fuori dalla storia politica attuale, almeno quella politica e istituzionale. Ecco perché, e mi rivolgo soprattutto agli alleati, io ritengo che una riflessione al nostro interno sarebbe stata utile e possibile, utile anche con riferimento soprattutto alla necessità, forse prima di affrontare il tema elettorale vero e proprio, di affrontare e risolvere alcuni nodi che stanno a monte, cioè la questione sul potere e sui poteri e le funzioni del Presidente, dell'Assemblea, che forse avrebbero potuto essere risolte a monte; sulla necessità di dotare questo Consiglio regionale di un regolamento adeguato. Siamo impantanati da anni addirittura sulla modifica di un regolamento, la Commissione non si è più riunita e non si sa per quale ragione, c'è stata una mobilitazione corale, almeno della maggior parte delle forze politiche, per l'abolizione del voto segreto; tutto tace e tutto giace nel chiuso dei lavori di una Commissione che ormai praticamente non esiste più se non sulla carta. Non vi è stata la capacità di mettere mano alla legge 1 del 1977, quella che dovrebbe ridisegnare la struttura, la funzione delle competenze degli Assessorati, ancora appunto legati ad una logica vecchia, datata anno 1977.

Questo ottimismo e questa speranza anche di far leva sulle capacità nostre di autodeterminazione, io sono poco speranzoso ed allora rispetto a un risultato fumoso, incerto, rispetto alla prospettiva di un pasticcio, io preferisco la certezza di un sistema, quello elettorale, che so che ha funzionato bene in tutte le Regioni; so quali sono i problemi, ma noi possiamo intervenire a correggere, ma non addirittura ad ipotizzare qualcosa di assolutamente diverso, ma che ricorda leggi elettorali di questa e delle passate legislature. Ecco allora perché io ritengo che sia utile una riflessione su questo aspetto e su tutti gli altri che sono stati posti, dalla questione delle pari opportunità alla questione degli emigrati, senza enfasi, senza demagogia, ma con la consapevolezza che sono problemi posti all'attenzione dell'Assemblea e che vanno affrontati e risolti. Così come mi preme dare qui una risposta ad una forte sollecitazione che è venuta anche dal leader dei Riformatori Massimo Fantola sulla nota questione delle primarie. Io, su questo tema, a nome anche del mio Partito, avevo già detto in altre occasioni, anche nel corso di un dibattito, ma non solo io, il collega Balletto, che abbiamo avuto sui mezzi di informazione che noi non siamo contrari; avremmo voluto un sistema di primarie normato, possibilmente inserito, se fosse stato possibile, in un testo, ma mi risulta che proprio in questi giorni hanno presentato all'attenzione del Consiglio una proposta di legge su questo aspetto, noi diciamo all'amico Fantola: "Noi siamo per le primarie", invitiamo l'amico Fantola per quanto ci riguarda nello spirito di una coalizione che vorremmo rafforzare, irrobustire, che vorremmo creare autenticamente alternativa al centrosinistra, all'amico Massimo Fantola dico: "Noi ci siamo, iniziamo a lavorare", quello può essere sicuramente più che questa legge elettorale, a nostro avviso, pasticciata, la soluzione per rimettere in moto la macchina e per affidarci all'appuntamento prossimo del rinnovo del consiglio elettorale su basi certe quali quella che noi riteniamo essere rappresentata dalla legge nazionale.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pusceddu. Ne ha facoltà. Si prepari il consigliere Emanuele Sanna.

PUSCEDDU (D.S.). Il dibattito che si è svolto in Aula ci consente di svolgere alcune valutazioni sulle posizioni espresse dai Gruppi politici che mi sembra al momento siano abbastanza definite. La considerazione che voglio fare in premessa riguarda il rischio di vanificare una grande occasione e una irripetibile opportunità, vale a dire quella di dimostrare da parte di quest'Aula la possibilità di una autoriforma del proprio sistema elettorale partendo da un presupposto, il presupposto è la necessità di una nuova legge elettorale regionale e l'esigenza di questa improcrastinabile necessità è stata testimoniata dal fatto che un gran numero di gruppi politici hanno presentato ben sei proposte di legge, mentre c'è un disegno di legge proposto dal Presidente Masala, a suo tempo Assessore della riforma della Regione, disegno di legge per altro disconosciuto nella sua paternità da parte delle forze politiche di maggioranza, mi riferisco in primo luogo da parte di Forza Italia e di Alleanza Nazionale. E proprio questi due Gruppi politici rischiano di far vanificare uno sforzo che si è sviluppato in Commissione e che ha avuto momenti di alto confronto, proprio la posizione di questi Gruppi politici che da una posizione di iniziale disinteresse, mancando una specifica loro proposta di legge, ad una funzione di osservatore di quanto avveniva in Commissione per poi passare ad un voto di astensione in occasione del voto finale in Commissione, mentre oggi in Aula da parte dei Gruppi viene anticipata una contrarietà al testo esitato dalla Commissione.

Io ritengo che la posizione che in Aula hanno assunto Forza Italia e Alleanza Nazionale non sia una posizione credibile, è una posizione ibrida e confusa nella sua evoluzione temporale, ma ibrida e confusa anche nelle finalità, così come ibrida e confusa è stata l'esperienza di governo di Forza Italia e Alleanza Nazionale nel corso di questa legislatura e ciò che manca da parte di questi due Gruppi politici è proprio una analisi critica dell'esperienza di questa legislatura ed una analisi autocritica della propria esperienza di governo. Io penso che ci sia molta strumentalità nella posizione di questi due Gruppi politici, una strumentalità che mira ad arrivare ad un referendum sulla legge elettorale per distogliere l'attenzione dell'elettorato sui limiti e sulle insufficienze della loro esperienza di governo, per affrontare invece e porre all'attenzione degli elettori un discorso relativo alla legge elettorale. Ma io penso che gli elettori sardi siano sufficientemente avveduti per non capire la strumentalità della posizione di Forza Italia e di Alleanza Nazionale che, dopo il fallimento della propria esperienza di governo, vorrebbero ricostituire una sorta di verginità parlando di legge elettorale nazionale.

Io ritengo che sia invece necessario che le regole del gioco siano definite da tutti i giocatori, per cui la mia preoccupazione nasce proprio dal fatto che la posizione di chiusura assunta da Forza Italia e Alleanza Nazionale rischia di far venire meno quell'esigenza imprescindibile che tutti avevamo sollecitato.

Un'esigenza di riforma della legge, che nasce proprio dall'evidente limite della legge nazionale che viene applicata anche alle Regioni a statuto speciale. Qui non si tratta di sollevare un problema di malintesa autonomia, qui si tratta proprio di sollecitare un'espressione di alto contenuto autonomistico perché la nostra Regione sia per la sua specificità ma anche per l'articolazione politica dei Gruppi politici e delle forze presenti all'interno del Consiglio regionale, è nettamente diversa rispetto alla presenza delle Regioni a statuto ordinario.

C'è l'esigenza di dare una valenza alla componente dei valori autonomistici che attraversa gran parte dei partiti e dei movimenti presenti in Sardegna. C'è un'altra esigenza che è quella di garantire oltre che rappresentatività politica ai partiti e movimenti anche un criterio di rappresentatività territoriale che rischierebbe di essere vanificato proprio nel momento in cui la Regione si è data un nuovo assetto interno a livello di enti intermedi con la legge di riassetto delle circoscrizioni provinciali. Così come vi era la necessità di mettere in risalto i limiti di una legislazione nazionale che nella sua applicazione ha dimostrato un forte contrasto tra poteri in particolare tra il potere esecutivo rappresentato dal Presidente eletto direttamente e il potere parlamentare.

Io ritengo che sia eccessivamente azzardata la posizione espressa dal collega Balletto quando dice che il parlamentarismo è il cancro della nostra democrazia. Noi ci siamo posti l'esigenza di mettere all'interno del circuito parlamentare forze politiche e movimenti perché era un limite tenere fuori dalle istituzioni parti significative della società e proprio il limite che abbiamo evidenziato è sempre quello dell'extraparlamentarismo, perché ciò significa che se un movimento non trova espressione parlamentare, non per questo viene escluso, può essere escluso dalla rappresentanza però troverà altre forme per rappresentare i propri interessi e i propri bisogni.

Per cui, c'era la necessità di riequilibrare l'eccesso dei poteri del Presidente che talvolta ha visto il Parlamento come uno zerbino. E' proprio dalla necessità del fatto che non sempre i Presidenti eletti sono dei leader nella concezione weberiana del termine, ossia dei leader politici che vivono per la politica e non che vivono della politica e che dei De Gaulle non è che nascono ogni anno, l'esperienza ha dimostrato che persone inette e incapaci hanno assunto in sé dei poteri enormi e che talvolta hanno accentuato la rigidità nel rapporto tra le istituzioni.

Per cui, partendo da queste considerazioni ed anche dal fatto che è necessario garantire un sistema bipolare, riteniamo non credibile la posizione assunta da Forza Italia ed anche da Alleanza Nazionale, perché ora cerca di sposare l'ipotesi presidenzialista mentre invece è andata un'esperienza del governo sulla base di meccanismi strettamente parlamentari e all'insegna di esperienze nefaste e negative della prima Repubblica, perché il centrodestra non ha vinto le elezioni regionali del 1999 ma è andata al potere pur essendo l'elettorato schierato per il novanta per cento della rappresentanza consiliare in uno schema bipolare e solo otto consiglieri su ottanta sono stati eletti fuori della logica bipolare.

Ebbene, il condizionamento operato da questi otto consiglieri, che peraltro sono implosi nella loro rappresentanza, è imploso l'U.D.R. che si vede una rappresentanza differente rispetto a quella espressa dal corpo elettorale, è imploso il nuovo movimento, ha avuto momenti di difficoltà anche il Partito Sardo D'Azione con una scissione. Ebbene, Pili è andato al Governo sulla logica di una negoziazione politica, sulla base di un accordo parlamentare con forze politiche che non erano espressione di una logica bipolare. Ciò che ha tentato di salvaguardare pur interpretando una funzione di leadership è stata quella del malinteso senso del concetto di stabilità perché è vero che il presidenzialismo può dare stabilità, però oltre alla stabilità può dare anche immobilità. E l'errore che ha fatto il Presidente Pili è stato quello di mettere al primo punto del suo atteggiamento non tanto la governabilità, non tanto l'esigenza di una democrazia governante quanto l'esigenza di durare, di durare il più a lungo possibile anche e nonostante tanti voti contrari espressi dall'Aula. Ed allora la posizione sarebbe stata proprio quella di ridare veramente la parola agli elettori ed anche di chiudere questa legislatura così come ha fatto Alleanza Nazionale attraverso un'esperienza presidenziale che certo non lascerà il segno per quanto riguarda l'attività. Perché, colleghi del centrodestra, governare significa anche legiferare, governare si governa legiferando e ha sostenuto ieri il collega La Spisa, questa legislatura passerà alla storia autonomistica non solo per la più penosa e maldestra inquietante vicenda di trasformismo politico operato da alcuni consiglieri eletti in uno schieramento e passati in un altro schieramento e che hanno interpretato la funzione consiliare all'insegna, diciamo, di esperienze che sono state vissute in altri Paesi. Mi riferisco per esempio all'esperienza brasiliana dove un parlamentare nei decenni passati rispondeva direttamente agli elettori, non aveva vincoli di partito e anzi considerava il Partito o il Gruppo politico solo un luogo da affittare. I Partiti e i Gruppi non sono luoghi da affittare ma devono essere proprio rappresentanza di interessi specifici. Ma l'altro elemento che proprio sta caratterizzando, ha caratterizzato questa legislatura è proprio la mancanza di una legislazione profonda, è proprio il fatto che ha sollevato collega Pittalis poc'anzi quando dice che non voleva tornare al sistema delle alchimie di palazzo; ma è proprio il centrodestra che in questa legislatura è andato al potere solo ed esclusivamente tramite il sistema delle alchimie di palazzo. E' per questo che nella proposta di legge, proprio per recuperare un senso etico, un senso forte della responsabilità noi abbiamo individuato l'esigenza di ancorare il voto al Gruppo politico, al voto al Presidente per creare proprio quel legame indissolubile che ci deve essere sui vari livelli di rappresentatività politica e istituzionale.

La Commissione Autonomia ha svolto un buon lavoro stringendo i tempi ed evitando tatticismi, è riuscita ad esitare un testo largamente condiviso, un testo unificato che era stato approvato senza voti contrari. Per cui la posizione che oggi assumono Forza Italia ed Alleanza Nazionale, ribadisco ancora una volta, è una posizione confusa, è una posizione solo strumentale. Col passaggio in Aula, io ritengo che, anziché cogliere l'opportunità per migliorare il testo che senz'altro può avere anche dei momenti di non chiara esplicitazione, sta invece emergendo una presa di distanza ed una palese contrarietà da parte di forze politiche significative di questo Consiglio regionale.

Io ritengo che allora sia necessario attivare un confronto che riesca a raggiungere alcuni risultati chiari attraverso l'esplicitazione di regole semplici, dove il potere veramente deve essere dato agli elettori e dove proprio il confronto che si dovrà sviluppare in quest'Aula non può essere banalizzato. Mi rendo conto che, nonostante alcune cadute di stile che abbiamo sentito anche ieri in quest'Aula quando si parlava di parità, banalizzando concetti che sono all'attenzione dell'opinione pubblica e che devono essere punto di riferimento per la nostra azione politica e legislativa, non sono stati tenuti in debita considerazione.

Dicevo che però il confronto non è e non può essere banale perché si stanno confrontando anche dei modelli politici che sono differenti, da una parte c'è l'esigenza di stabilire delle norme che consentano anche, diciamo, di evitare la possibilità di ribaltoni, ma allora questo significherebbe affrontare il tema del mandato imperativo, del mandato dei singoli consiglieri.

Questo è un tema che purtroppo non risolve né la legge nazionale e che non risolve neanche la legge regionale. Ma un problema però noi dobbiamo avere presente, la legge nazionale rischia di far aumentare a dismisura la rappresentanza del Consiglio. Il Consiglio, se ci sarà una articolazione ai nastri di partenza delle elezioni in uno schema che non è bipolare, ma può essere anche con la presenza di tre o quattro o cinque coalizioni, potrà avvenire per il meccanismo della legge che il Consiglio regionale venga aumentato nella propria composizione arrivando anche ad avere circa cento componenti.

E questo è il risultato di un sistema perverso che dovendo garantire comunque in un'elezione che è a mono turno e dove una minoranza può ottenere ed otterrà il sessanta per cento dei rappresentanti, questo significa che per garantire quel sessanta per cento occorrerà aumentare forse a dismisura lo stesso Consiglio regionale.

Ed è per questo che io sono stato un sostenitore delle ipotesi del doppio turno perché noi dobbiamo prendere in considerazione anche la posizione dei perdenti, e non è detto che i perdenti siano una minoranza perché a perdere può essere anche il sessanta o il sessantacinque per cento del corpo elettorale. Ed allora, il doppio turno consentirebbe di riorientare il proprio voto, consentirebbe anche ad una parte degli elettori di non sentirsi sconfitta e perdente, e comunque darebbe quella legittimazione democratica e maggioritaria alla coalizione che si appresterebbe a governare per cinque anni.

È chiaro che la legge nazionale ha dei limiti e si è inteso, con la proposta esitata dalla Commissione, non mettere in discussione il bipolarismo, non mettere in discussione il presidenzialismo, non mettere in discussione il concetto di stabilità che assieme a quello di rappresentatività è uno dei punti cardine della legge costituzionale.

Quello che si è cercato di garantire è soprattutto la rappresentatività territoriale, è soprattutto quello di dare un reale potere agli elettori ed attraverso il voto congiunto di recuperare una condizione etica di responsabilità del mandato elettorale. Ma soprattutto era quello di potenziare i poteri dell'Assemblea e di fare in modo che l'iniziativa legislativa non venisse mortificata dall'eccesso di presidenzialismo.

Io ritengo che anche il discorso del premio di maggioranza, il cinquantacinque per cento è un premio più che sufficiente per garantire comunque quella stabilità; una stabilità che dovrebbe essere garantita soprattutto dalla governabilità, soprattutto da ciò che una maggioranza riesce a fare e soprattutto dalla condivisione degli obiettivi e delle strategie. Il testo risponde anche ad altre esigenze, tipo quella di definire meglio l'incompatibilità assessore - consiglieri, di temperare il premio di maggioranza e di dare un voto di preferenza anche nella lista regionale per evitare che alcuni consiglieri non si sottopongano al gradimento degli elettori.

Io non so come terminerà questa vicenda della legge elettorale regionale; certo preoccupa alquanto l'atteggiamento che stanno assumendo Forza Italia e Alleanza Nazionale, un atteggiamento confuso, ibrido, che ancorandosi passivamente sulla posizione della legge nazionale rischia di far perdere a questo Consiglio una opportunità di miglioramento di un testo che nella sua effettiva applicazione ha dimostrato limiti e insufficienze.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Emanuele Sanna, che concluderà questa serie di interventi. A seguire sarà il primo intervento dei Capigruppo.

È iscritto a parlare il consigliere Sanna Emanuele. Ne ha facoltà.

SANNA Emanuele (D.S.). Signor Presidente ed onorevoli colleghi, il Consiglio sta affrontando il provvedimento forse più impegnativo di questa legislatura, l'esito di questo dibattito è molto incerto, ma a nessuno di noi sfugge che il successo o il fallimento di questo progetto di legge lasceranno comunque un segno profondo nella vita politica della nostra Regione. Io penso che sarebbe stato un atto di grave abdicazione politica e istituzionale, cari colleghi, eludere questo appuntamento e consentire che il progetto di riforma elettorale regionale finisse come tanti altri nell'archivio delle incompiute di questa tormentata e sterile legislatura.

Rispetto l'opinione di chi pensa che una riforma così importante e così impegnativa arriva all'esame dell'Aula forse nel momento più critico per la nostra Assemblea legislativa, e mentre nella pubblica opinione cresce un sentimento motivato di sfiducia verso il Consiglio e verso ciascuno di noi. Non mi sfugge la delicatezza estrema di questo passaggio democratico, però resto fermamente convinto che non portare in Consiglio regionale questa riforma prima dell'epilogo della legislatura sarebbe stato un atto di grave irresponsabilità, rispetto alla delega che i sardi ci hanno affidato quattro anni fa.

Il tempo per fare almeno questa fondamentale riforma è quasi scaduto, cari colleghi, ma la responsabilità di portarla a compimento è solo nelle nostre mani. Dipenderà solo da noi se nel consuntivo del nostro mandato ci sarà nel capitolo desolante delle passività anche la rinuncia ad una radicale innovazione del nostro sistema politico o se ci sarà, invece, l'atto fecondo e responsabile dell'approvazione di questa riforma.

Ho ascoltato nel lungo dibattito una pluralità di posizioni e di proposte che, sia pure con alcune riserve mentali, mi sembrano in generale orientate a varare una riforma elettorale regionale che senza disperdere le innovazioni positive della legge nazionale introduca anche alcuni salutari correttivi per rafforzare la sovranità popolare e salvaguardare le peculiarità del sistema politico istituzionale della Sardegna.

Dico subito che non sono molto interessato a questo punto ad interloquire con alcuni giudizi grossolani quanto strumentali che sono stati espressi, in quest'Aula e fuori, sul complesso lavoro fatto dalla prima Commissione nei mesi scorsi per unificare sette differenti progetti di legge e mettere il Consiglio oggi nelle condizioni di decidere e di legiferare.

Mi limito a dire che tutte le osservazioni meritano il massimo rispetto ma alcune critiche emerse nella discussione generale appaiono non solo eccessive ed infondate, ma sfidano il buon senso e la capacità di giudizio dei sardi che, come è noto, non difettano. Il testo della Commissione, secondo i critici più intransigenti, peggiorerebbe la legge varata del Parlamento italiano nel 1999 per le Regioni ordinarie; e se il Consiglio dovesse approvare il testo unificato in sede referente, dicono alcuni colleghi, ci penserà il popolo sovrano a spazzare via col referendum questa creatura malformata.

Io vorrei sommessamente invitare tutti ad abbassare i toni e ad aprirsi ad un confronto di merito più serio e più sereno, anche perché nessuno di noi ha né la virtù dell'infallibilità, né ancor meno il monopolio delle intenzioni e delle decisioni del popolo sovrano. Comprendo che chi non è riuscito in Commissione a far diventare maggioritario il suo punto di vista su aspetti essenziali di questa legge, cerchi oggi di riproporlo e di farlo prevalere in Aula. E' del tutto legittimo, cari colleghi, è fisiologico che questo accada anche con una buona dose di asprezza nella dialettica parlamentare. Però adesso siamo ad un passaggio nel quale ognuno di noi sarà chiamato a un'assunzione di responsabilità sulla base di testi scritti e sottoposti formalmente all'esame del Consiglio e nessun espediente dialettico potrà impedire un rigoroso esame comparativo del contenuto di questo progetto con le norme contenute nella legge costituzionale numero 2 del 1999 varata dal Parlamento italiano e già in vigore da oltre tre anni in quindici Regioni a statuto ordinario.

In prima Commissione da gennaio a giugno, con la lunga parentesi della difficile sessione di bilancio, il confronto politico tra i componenti di tutti i Gruppi è stato serrato e propositivo e le convergenze che prevalgono, come le divergenze che restano ma sono a mio giudizio superabili, sono il frutto di un lavoro comune molto rigoroso, al quale hanno dato un contributo preziosissimo di idee, di sintesi politica sia i consiglieri che hanno votato a favore del testo unificato sia quelli che si sono astenuti dichiarandosi comunque disponibili ad una convergenza più ampia in questo Consiglio regionale. La Commissione ha lavorato intensamente su mandato di tutti i Gruppi e all'interno di una corsia preferenziale condivisa dalla Conferenza dei Capigruppo e precedentemente discussa da tutte le forze politiche al di là degli schieramenti di maggioranza e di opposizione.

Forse non è inopportuno ricordare anche che si erano persi due anni preziosi di tempo per affrontare concretamente questo grande tema e per esercitare le nostre prerogative di Regione speciale nel cruciale campo delle regole elettorali e della forma di governo. E forse bisogna anche dire che chi aveva pronosticato che la Commissione avrebbe inghiottito nelle sabbie mobili dell'inconcludenza questo progetto, è rimasto infine deluso, ma l'organo consiliare, cari colleghi, ha fatto esclusivamente fino in fondo, la sua parte e il suo dovere.

Dal mese di giugno c'è un testo unificato di riforma elettorale sarda sul quale il Consiglio può discutere e decidere in piena sovranità, modificando e migliorando la proposta della Commissione sui punti dove permangono limiti e contrasti politici; però, giunti a questo punto, va detto con chiarezza, con un Consiglio in bilico tra morte prematura e precaria sopravvivenza, penso che sarebbe esiziale per tutti promuovere o subire posizioni pilatesche su una riforma che incide in forme così dirompenti sui poteri e sulle libertà dei cittadini, e quindi sulla loro partecipazione collettiva alla vita democratica.

Aggiungo che chi cerca a questo punto del guado di trascinare il confronto nella palude del rinvio e dell'indecisione, perché calcola che la fine della legislatura darà a tutti una via di fuga dalle proprie responsabilità, non sta secondo noi coltivando una strategia sostenibile davanti al giudizio degli elettori. E io penso che una parte larga di questa Assemblea non sarà disponibile ad assecondare questa deriva.

Veniamo quindi al merito della riforma; scevri da pregiudizi e da calcoli di corto respiro e disponibili tutti ad arrivare ad una sintesi politica e legislativa di alto profilo autonomistico. Si è detto e scritto che la legge della Commissione peggiora quella del Parlamento italiano; bene, la formazione va sottoposta alla verifica dei testi. Vediamo, cari colleghi, quali parti del progetto di legge in discussione possono essere considerate peggiorative rispetto alla legge nazionale.

Questa riforma si regge su alcuni pilastri fondamentali e se cadono o si indeboliscono la riforma perde molto della sua forza innovativa e rigeneratrice del sistema politico, che per superare la crisi grave che sta vivendo deve innanzitutto ricollegarsi, a mio giudizio, con la sorgente della volontà popolare.

Il primo pilastro è sicuramente rappresentato dal passaggio, da una forma di governo parlamentare ad una forma di governo presidenziale. Il vertice dell'esecutivo, la guida del governo con questa riforma nasce direttamente dal corpo elettorale, si supera la mediazione degli eletti e la fiducia parlamentare che hanno caratterizzato, come sappiamo, cinquantacinque anni di esperienza autonomistica. E' una riforma radicale per me assolutamente condivisibile frutto di un grande dibattito politico ed anche culturale che ha attraversato il sistema politico italiano e regionale nel corso della sua difficile transizione dell'ultimo decennio.

Ora, se si legge il testo unificato della Commissione, senza le lenti deformanti della contingenza politica, io penso cari colleghi, che non si possa assolutamente affermare che questa proposta indebolisce la forma di governo fondata sul presidenzialismo.

Il Presidente viene eletto dal popolo, conserva tutti i suoi poteri e prerogative, nomina e revoca i componenti della Giunta, dispone di un'ampia autonomia e discrezionalità nella guida del governo, dispone di un sicuro coefficiente di governabilità attraverso il premio di maggioranza se la sua coalizione si sfalda o gli fa mancare la fiducia può sciogliere l'Assemblea e indire nuove elezioni.

Domando ai colleghi, in particolare ai colleghi di Forza Italia, dove è che abbiamo lesionato il pilastro del presidenzialismo? Noi abbiamo fatto una lunga ed appassionata discussione in Commissione, riprendiamola anche qui, sviluppiamola però per cortesia con la più grande onestà intellettuale. Se con la riforma elettorale avessimo potuto discutere anche di statuto, purtroppo quella fondamentale riforma l'abbiamo accantonata ed affidata ai meandri del Parlamento italiano, se avessimo discusso insieme di riforma delle regole, della forma di governo e di costituzione autonomistica, di sicuro avremmo corretto quella norma assolutamente irragionevole che dà al Presidente eletto dal popolo il potere di sciogliere un'assemblea anch'essa eletta dal popolo, anche quando il capo dell'esecutivo non può più esercitare le sue funzioni perché cessa di vivere, perché ha un impedimento permanente, perché abbandona il suo ruolo per ragioni personali; dovrà tornare il Consiglio regionale su questo punto.

Non ci siamo avventurati invece in questa pur opportuna e ragionevole modifica perché siamo stati realisti, e in questa fase abbiamo valutato che è bene non mettere a rischio la riforma complessiva rispetto ad un potenziale ricorso alla Corte Costituzionale. L'esperienza coraggiosa ma frustrante che stanno facendo in questo campo altre Regioni ordinarie e speciali, in maggioranza governate dal Polo, ci ha consigliato di essere prudenti su questo punto, non rinunciatari.

Insomma, noi abbiamo rispettato e blindato i vincoli costituzionali della stabilità e governabilità con l'elezione diretta e i poteri del Presidente e con un sicuro margine di seggi per la coalizione vincente che potrà attuare il suo programma con un governo di legislatura.

C'è un punto però, per me di estrema importanza, cari colleghi, che la Commissione ha modificato rispetto alla legge statale e che attiene al rapporto del Presidente con l'Assemblea elettiva, con la sua coalizione, con la sua base elettorale ed è quello che riguarda il cosiddetto voto disgiunto.

Vorrei che il collega Sanna Giacomo, che ascolto sempre, mi ascoltasse in questo passaggio e non disturbasse il Presidente Floris, perché è un punto cruciale del ragionamento.

Voto disgiunto o voto congiunto. La Commissione ha modificato la norma nazionale per precise e ben ponderate ragioni. E' prevalsa la tesi, che io condivido, che il Presidente vince con una coalizione e con un programma e fa un patto di legislatura con i suoi elettori, si fa il patto con gli elettori soprattutto con un programma di governo e con una coalizione e un Presidente che lo devono realizzare. Chi vota quel Presidente non può votare una coalizione con un programma alternativo e contrapposto. Per questo abbiamo proposto il voto congiunto, perché limita l'eccessiva personalizzazione della vita politica e istituzionale, evita la separazione del leader dalla sua coalizione, impedisce il potenziale discostamento del Presidente dal programma che ha presentato al giudizio degli elettori ed attenua anche quell'iperpresidenzialismo che degenera, cari colleghi, in monocratismo e determina un'oggettiva supremazia del capo dell'Esecutivo sulla Assemblea elettiva che riceve anch'essa una diretta e paritaria legittimazione popolare. Il voto congiunto, non so se mi sta ascoltando il collega Fantola, mi sembra di no, rafforza concretamente per questa via anche il bipolarismo.

La Commissione ha rispettato anche il principio della rappresentanza del pluralismo politico adottando un sistema che fatto salvo il premio di maggioranza resta sostanzialmente proporzionale e assicura la presenza in Assemblea di tutte le forze, di tutte le culture politiche che hanno una consistente base di consenso popolare.

La soglia di accesso non s'innalza con questo provvedimento per nessuno e anzi si attenua per le forze che si coalizzano per incentivare un sano e moderno bipolarismo programmatico che non può però diventare né coercitivo né penalizzante ed ancor meno modellarsi sugli schemi del sistema politico italiano. La Commissione attraverso il testo unificato ha modificato altri due punti chiave della legge nazionale, collega Pittalis, quella legge costituzionale del 1999 che con la norma transitoria della legge successiva del 2001 sarà applicata anche in Sardegna, se noi non legiferiamo, prevede un collegio regionale con lista bloccata dove tutti i seggi, tranne uno, vanno alla coalizione che vince anche di un solo voto in un unico turno elettorale; e, cosa ancora più inaccettabile, i seggi vengono assegnati senza preferenza sulla base delle candidature decise dai partiti.

Ora, cari colleghi, su questa norma, che impedisce di fatto agli elettori di scegliere i propri rappresentanti della lista regionale, che diventa riserva di seggi per le forze politiche, tutti i Gruppi politici nei mesi scorsi hanno dichiarato solennemente di voler correggere la legge nazionale introducendo la preferenza anche nel listino e quindi di conseguenza anche ripartendo i seggi tra le coalizioni in competizione e ripartendo di conseguenza inevitabilmente il premio di maggioranza nei due livelli regionale e provinciale.

Bene, la Commissione ha introdotto questa salutare correzione, i cittadini voteranno con preferenza anche nel listino e in Consiglio quindi non è detto che entrino quelli candidati, collega Pilo, dalle segreterie dei partiti. Lasciatemi dire a questo proposito, senza nessuna accentuazione polemica, che trovo davvero singolari le affermazioni di chi sostiene che il testo unico della Commissione blinderebbe il ceto politico e le oligarchie e peggiorerebbe su questo punto la legge italiana. Cos'è che blinda le oligarchie e i signori delle tessere, se ci sono? Una legge dove i cittadini scelgono tra molti candidati, quella della Commissione, o una legge - quella italiana - dove le scelte le hanno già fatte i partiti ed attraverso l'alambicco delle coalizioni con liste bloccate i cittadini devono solo ratificare? Lascio questa risposta a ciascuno di voi e ad ogni sardo di buon senso. La Commissione ha tentato anche di correggere un altro limite molto grave della legge italiana ordinaria. E' bene che venga sottolineato il fatto, cari colleghi, che senza riforma elettorale sarda, tra qualche mese si voterà per rinnovare questo Consiglio con una legge fatta in Parlamento che non garantisce la rappresentanza di tutte le province sarde dell'assemblea legislativa regionale.

È bene essere chiari fin d'ora su questo punto, perché può darsi che sia tema di campagna elettorale, è bene dire che chi sostiene, votiamo con la legge nazionale perché il male minore sta di fatto condannando alcune delle piccole province già istituite a non avere in quest'Aula consiglieri eletti nei rispettivi territori. Noi abbiamo fatto un lavoro immane per garantire ad ogni provincia una rappresentanza proporzionale alla sua consistenza demografica e la legge che stiamo discutendo, se approvata, impedirà che le province più grandi si mangino la rappresentanza di quelle più piccole e che otto consiglieri regionali vengano eletti con logica centralistica e prevaricatrice a danno dei territori e delle comunità più deboli.

Questa scelta giusta comporta, come sappiamo, conseguenze squilibranti sul piano della rappresentanza territoriale delle diverse forze politiche, sia pure per un numero limitato di seggi, e il Consiglio dovrà ricercare delle soluzioni ragionevoli per far convivere due esigenze legittime, senza però mortificare il principio prevalente della rappresentanza territoriale.

L'ipotesi alla quale siamo pervenuti quindi migliora nettamente i limiti della legge ordinaria votata dal Parlamento italiano, restano punti seri e complessi di divergenza e limiti che possono essere superati col contributo responsabile di tutti i Gruppi, cari colleghi, vedo che il tempo se ne sta andando, ci ritorneremo nella discussione sull'articolato.

Li elenco sommariamente: rappresentanza e parità dei sessi innanzitutto nell'accesso alle cariche pubbliche; questo è per me - cari colleghi - il punto più debole e deludente del testo uscito dalla Commissione. L'assenza delle donne nelle istituzioni impoverisce la democrazia, mutila la vita pubblica, il Consiglio non può essere pavido rispetto a questa sfida, però tutti, lo dico alla collega Pilo e alla collega Lombardo che hanno fatto un intervento appassionato che ho ascoltato, dobbiamo fare uno sforzo corale ed uscire dal bunker della legge nazionale perché quella legge non dà, da questo punto di vista come sappiamo, nessuna garanzia...

PRESIDENTE. Concluda onorevole Sanna.

SANNA EMANUELE (D.S.). Concludo, sto recuperando solo una parte del tempo che ho risparmiato rifacendomi al testo scritto aprendo questo dibattito. Solo due minuti e ho chiuso.

Emigrati, ripartizione dei seggi nel listino - li sto solo elencando - incompatibilità e ineleggibilità, primarie. Ecco i punti sui quali i Gruppi e i singoli consiglieri devono trovare una sintesi alta ed una giusta e ragionevole mediazione.

Concludo, signor Presidente, questa riforma è necessaria, serve a rafforzare la nostra democrazia autonomistica, serve a rafforzare e a rigenerare la principale istituzione politica nella quale i sardi incanalano, sia pure con rabbia, le loro istanze di progresso nella solidarietà e cercano di realizzare l'autogoverno come popolo distinto. Questa riforma è fatta per i cittadini, per chi ci ha eletto, cari colleghi, e quindi siamo tutti chiamati a guardare un orizzonte più ampio rispetto a quello della travagliata congiuntura politica che stiamo attraversando nella fase crepuscolare di questa legislatura. Questa riforma, io ne sono ben consapevole, non si può fare a colpi di maggioranza e deve nascere con un largo consenso politico, sociale e culturale, perché le regole devono garantire tutti i soggetti della vita democratica, partiti, elettori e coalizioni alternative. E' questo il nostro compito e io spero che ci sia da parte di ciascuno di noi una piena assunzione di responsabilità. Siamo ancora in tempo, torno all'inizio per esercitare con saggezza e lungimiranza la nostra funzione di legislatori e di riformatori. Se ci fermiamo o abdichiamo nell'esercizio delle nostre prerogative non sarà solo una scelta pilatesca e subalterna, ma sarà un altro passo rovinoso verso il definitivo fallimento della nostra funzione di rappresentanti del popolo sardo.

PRESIDENTE. Inizia adesso la serie degli interventi dei Capigruppo. E' iscritto a parlare il consigliere Balia. Ne ha facoltà.

BALIA (S.D.I. - S.U.). Signor Presidente e colleghi, la legge il cui testo è stato licenziato dalla Prima Commissione presenta sicuramente delle imperfezioni, contiene delle lacune, deve necessariamente essere migliorata in alcuni aspetti.

Non è perfetta, così come non sono perfette altrettante leggi licenziate dalle commissioni, ma è sicuramente soggetta a perfezionamento all'interno di quest'Aula.

In quella sede, quella della Commissione, i colleghi di maggioranza che oggi non solo criticano lo spirito e i contenuti della nuova normativa, ma parrebbe - per le espressioni che in Aula hanno avuto - intendano rinnegarla quasi nella sua totalità e nella sua filosofia, i colleghi di Commissione rappresentanti della maggioranza hanno attivamente partecipato al dibattito, hanno attivamente concorso con numerosi emendamenti a perfezionarla, li hanno votati dal primo all'ultimo, non vi è stato in quella sede un forte scontro e si sono limitati invece alcuni di essi a votare contro il testo finale della legge. Questo è un modo liquidatorio invece della proposta. L'architettura e la filosofia del progetto di legge, così come la Commissione l'ha esitato, è un'architettura ed una filosofia che in ogni caso tende a salvaguardare da un lato, ma ad esaltare dall'altro, gli stessi valori autonomistici. Peraltro, ma come si pretende, colleghi, di salvaguardare la nostra autonomia qui in Sardegna se noi invece fossimo semplici recettori ed utilizzatori di una legge che ci viene calata direttamente dal Parlamento italiano, senza che al riguardo nulla noi abbiamo potuto dire, nessuna correzione abbiamo potuto introdurre, nessuna modifica è stata, allo stato attuale delle cose? Se noi fossimo recettori della legge così come c'è stata propinata e non intervenissimo invece in sede legislativa non staremo ridando slancio ai valori autonomistici della Sardegna, ma l'autonomia ne uscirebbe svilita e sminuita. Perché non si dice, colleghi, e si riafferma, così come di fatto è, che la legge nazionale presenta numerosi, non uno solo, ma numerosi aspetti antidemocratici?

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE BIGGIO

(Segue BALIA.) Io provo ad indicarne qualcuno; lo diceva prima Emanuele Sanna: ma è ammissibile, ma è consentito, rientra nell'ordinarietà, rientra in una logica positiva che la scelta di chi deve essere eletto nel listino sia sottratta alla discrezionalità e alla volontà dell'elettore e sia invece affidata alle segreterie dei partiti? Secondo me quest'elemento è un elemento di forte e di assoluta aberrazione e guai a noi se non dovessimo intervenire con una correzione forte che ridia voce invece ai cittadini, e che ridia ai cittadini la possibilità concreta di scegliere i propri eletti.

Colleghi, ma è democratico? È una legge democratica che prevede che se un'aggregazione dovesse raggiungere il 39 per cento dei voti degli elettori, abbia un premio di maggioranza sino al 55 per cento? Oppure è democratica una legge che prevede che se gli elettori esprimono un consenso pari al 40,01 per cento il premio di maggioranza diventi addirittura del 60 per cento? Colleghi, a me pare che in tutto ciò nulla di democratico vi sia, ma quel premio che viene definito premio di maggioranza di fatto finisce con l'essere un premio per la minoranza, perché con il 40 per cento con si è maggioranza, si è minoranza, e gli si attribuisce un valore, un plusvalore sino al 60 per cento! Ma tutti abbiamo consapevolezza che se alcuni meccanismi di quella normativa dovessero funzionare in un certo modo produrrebbe altri effetti aberranti per cui il numero dei consiglieri fissato per quest'Assemblea in 80, rischierebbe di viaggiare verso una possibilità invece di esubero, e potrebbero essere 90, 95, 96, 98, perché deve essere garantito quel premio di minoranza a cui prima facevamo riferimento? Cosa dice al riguardo l'onorevole Fantola, invece, che lui insieme a altri Riformatori, anche nel passato, era propositore di testi di legge che tendevano non solo a garantire che il numero dei Consiglieri regionali non esorbitasse oltre gli 80, ma che venisse invece ridotto. Già ne facciamo noi e tanti di danni, colleghi, non ho capito perché dobbiamo correre il rischio che l'Assemblea legislativa della massima istituzione sarda non sia ancorata ad un numero fisso, rapportato alla popolazione residente, ma sia invece svincolata con la possibilità … qua ci sono quanti? 80 posti? Dovremmo in quell'ipotesi modificare anche la composizione dei posti in Aula, perché potrebbe accadere che debbano trovare posto a sedere non 80 Consiglieri, ma 90, 96 o anche oltre i 100.

Proviamo a vedere alcuni degli aspetti invece significativi, ve ne sono certamente anche degli altri, contenuti nella legge votata dalla Prima Commissione, su alcuni dei quali io non posso che esprimere un parere ed un'opinione decisamente positiva, ma su altri invece conservo delle perplessità per cui interverremmo anche come Gruppo politico con emendamenti prima del passaggio agli articoli. Ma il voto congiunto, che da alcune parti viene criticato, non sminuisce, non svilisce, non riduce il potere del Presidente, esalta; il voto congiunto è il potere del Presidente, è il potere della maggioranza che al Presidente fa riferimento, rafforza quel potere e, badate, rafforza anche il principio del bipolarismo. Non è vero, collega Pittalis, che quel principio entra in sofferenza: quel principio e quel criterio invece viene esaltato proprio dal voto congiunto. Le incompatibilità e le illegittimità sono state richiamate in più interventi; non c'è dubbio che così come vengono formulate all'interno del testo di legge sono eccessivamente esasperate, vanno ricondotte ad un criterio di maggiore equilibrio e potremo persino, con un emendamento, innovare il testo facendo direttamente riferimento alla legge nazionale. Presidenzialismo: noi abbiamo cercato di coniugare entrambi i criteri, l'esaltazione del presidenzialismo coniugato però con la salvaguardia e l'aumentata potestà dei valori dell'Aula consiliare. Non dimentichiamoci che se il presidenzialismo garantisce la governabilità, dall'altro lato rischia di essere un elemento che annichilisce e smorza i poteri dell'Aula. E allora, con la formulazione e col voto congiunto, così come l'abbiamo espresso, troviamo invece una forma per coniugare entrambi i valori e ottenere risultati apprezzabili.

Un altro elemento, invece, che sicuramente deve essere modificato è quello della rappresentanza territoriale, laddove, a seguito della istituzione delle nuove province, prevediamo un numero fisso di consiglieri da eleggere per ogni territorio: mentre dobbiamo ricercare un meccanismo che consenta a tutti i territori di esprimere una propria rappresentanza in Consiglio regionale, dobbiamo invece sminuire i rischi ai quali alcuni degli altri territori vanno incontro perché si ritroverebbero eletti consiglieri di partiti che in alcuni territori hanno preso più voti di quanti invece non ne abbiano preso in altri. Lì va introdotto un correttivo che consenta la salvaguardia del principio della attribuzione territoriale dei consiglieri, ma che ridia invece, però, in contemporanea, dignità al voto dei cittadini, non sminuendolo per un meccanismo un po' perverso che all'interno della normativa, così come è stata approvata dalla Commissione, invece è presente.

Il problema delle donne: mi dispiace parlarne in un momento in cui nessuna delle donne consigliere è presente in aula. Accade. E' una frase fatta dire che c'è un problema di rappresentanza delle donne? E' una frase fatta dire che le donne sono portatrici di una nuova e particolare sensibilità? E' una frase fatta dire che rappresentano, anche culturalmente, un valore e un valore diverso da quello che rappresentiamo noi uomini? Io credo di no; credo che il problema esista, credo che il problema non vada banalizzato, se non altro perché in tutta Europa c'è un bassissimo tasso di partecipazione delle donne, di presenza delle donne nei livelli istituzionali, ma questo tasso di presenza femminile nei livelli istituzionali delle donne in Europa è ancora e notevolmente più basso in Italia ed è ancora e notevolmente più basso in Sardegna, se rapportato anche con i valori dell'Italia.

Allora il problema esiste, il problema va affrontato, soluzioni che viaggino verso i criteri della parità vanno congiuntamente e comunemente ricercate, però mi pongo subito una domanda: perché le donne del centrodestra presenti in Consiglio regionale, che pure dichiarano di volere e fortemente volere che la legge contenga principi di parità di sesso, perché queste donne allora rischiano, forse, per le espressioni che dai rappresentanti dei loro partiti sono venute, di non vedere in quest'Aula approvato un nuovo testo di legge che in questa direzione le salvaguardi? Perché badate la legge nazionale non contiene quegli elementi necessari, se non generiche affermazioni per garantire il principio della pari possibilità di concorrere all'elezione nei livelli istituzionali. Allora, io credo che per prime queste consigliere dovrebbero svolgere un ruolo di sensibilizzazione verso i colleghi dei loro partiti, perché questo progetto di legge trovi un itinerario positivo dentro il Consiglio regionale. Ma io un'aggiunta, colleghi, la debbo fare e l'aggiunta è la piena consapevolezza che ciascuno di noi deve avere, e qualora non l'abbia vi è una riserva e un po' anche di mistificazione che neanche la parità di partecipazione nei numeri può ovviamente poi dare quei risultati di numero paritario di eletti. Il periodo scorso, subito dopo la presentazione da parte delle donne di alcuni emendamenti in Commissione, era uscito un articolo di Eugenia Tognotti, naturalmente a favore, sostenitrice anch'essa della tesi della parità e però avvertiva che, in alcuni casi, laddove anzi vi era una maggiore presenza in lista delle donne, questo non si era naturalmente tradotto in un maggior numero di donne elette. Perché? Perché le donne lamentano un'altra carenza, un altro problema che è tipico delle nostre istituzioni; le donne lamentano che il "potere", al di là di quello che si esercita nelle aule consiliari, è un potere fondamentalmente al maschile. Colleghi, questo è vero: quante sono le donne presenti negli enti strumentali? Ed è vero o non è vero che gli enti strumentali rappresentano un'utile tribuna politica dalla quale farsi conoscere? E' vero o non è vero che gli enti strumentali e la partecipazione a quei livelli decisionali costituiscono un elemento forte e importante per concorrere alla crescita della società civile?

Se noi dovessimo fare un'indagine statistica, io l'ho parzialmente fatta per motivi che dirò subito dopo, vedremmo che la presenza femminile negli enti strumentali è ancora di gran lunga inferiore rispetto alla presenza femminile nei livelli istituzionali elettivi. Allora, il problema della parità, se vogliamo che possa anch'esso tradursi in reale possibilità di partecipazione e di uguale parità di concorrenza assieme ai maschi nei livelli elettivi, è necessario che trovi a monte, e anche prima, una soluzione. Questo non esclude che la normativa regionale elettorale debba contenere gli elementi necessari per viaggiare verso la conquista della parità, ma vi è la premessa che a monte è necessaria una legge che preveda che l'attribuzione, le nomine che vengono fatte negli enti strumentali siano paritarie. Allora, partiamo da questo, partiamo da questa consapevolezza, questo sì che è un elemento dirompente, questo sì che è un elemento che sfascia gli attuali assetti, questo è un elemento che poi garantirà reali possibilità di partecipazione.

Io colgo l'occasione per annunciare che come Gruppo socialista depositeremo dopodomani un progetto di legge, lo depositeremo qua in Consiglio regionale, che prevede per gli enti strumentali direttamente nominati, eletti dalla Regione o nei quali in ogni caso la Regione è parte in causa e può incidere e dire la sua, che vi debba essere una parità di rappresentanza fra uomini e donne.

Io credo che questo sia l'elemento dirompente che consente alle donne di partecipare realmente alla vita politica degli enti strumentali e istituzionali in maniera forte e paritaria rispetto all'altro sesso, e che senza questo elemento di salvaguardia di innovazione non è un problema numerico di semplice partecipazione che le porterà in condizioni di reale paritarietà. Noi depositeremo il testo di legge firmato dal Gruppo Socialista e lo illustreremo la prossima settimana in una conferenza stampa.

Sulla legge in discussione voglio augurarmi che non accada ciò che è accaduto con la legge invece volta a salvaguardare il nostro territorio, che non vi sia da parte di chicchessia richiesta di voto segreto, perché quello davvero rappresenterebbe uno svilimento della nostra autonomia e un nuovo atto di pirateria politica.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Ladu. C'è un problema di Regolamento, onorevole Ladu, lei è già intervenuto.

LADU (P.P.S.-Sardistas). Ero intervenuto nel dibattito, non come Capogruppo.

PRESIDENTE. Solo il relatore può intervenire due volte, come relatore e come consigliere. Come Capogruppo lei non può intervenire in quanto era già intervenuto, infatti l'onorevole Cogodi, che è già intervenuto, non interviene questa volta come Capogruppo. Mi dispiace, onorevole Ladu. Può intervenire un altro del Gruppo, lei può intervenire successivamente sugli articoli.

LADU (P.P.S.-Sardistas). Se non posso intervenire non intervengo. Comunque non è un problema.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Cappai. Ne ha facoltà.

CAPPAI (U.D.C.). Signor Presidente, colleghi e colleghe, il dibattito sulla legge elettorale si inserisce in un contesto storico-politico piuttosto complesso; abbiamo assistito negli ultimi anni a profondi cambiamenti sia a livello nazionale che europeo. Il contestato nuovo Titolo V della Costituzione sta portando ad una profonda trasformazione della struttura dello Stato, che tende sempre più a decentrare le proprie competenze verso le istituzioni regionali e comunali. Nel confronto tra le varie forze politiche a livello nazionale sui grandi temi delle riforme si inserisce il delicato tentativo di scrittura della prima Costituzione europea. La Sardegna assiste a questi grandi cambiamenti quasi impotente e in uno stato di semiparalisi. Le frequenti crisi di governo e le diatribe fra i partiti, spesso determinate da personalismi e ricerche spasmodiche di potere personale, legittimate dalla vecchie leggi elettorali regionali e sfociate in crisi politiche interminabili, hanno reso inerme il potere esecutivo, facendo perdere di vista quello che doveva essere l'obiettivo principale in questa delicata fase di grandi cambiamenti storici: la predisposizione di programmi adeguati che potessero facilitare l'inserimento della nostra regione in questo contesto innovativo.

Ciò nonostante abbiamo assistito, negli ultimi tempi, quasi a un sussulto di coscienza e responsabilità da parte delle forze politiche isolane, che consapevoli di non poter accettare, per la specificità nella nostra Isola, un sistema elettorale nazionale, sembrano concordare, al di là delle polemiche sviluppatesi sulle varie proposte, su un unico punto fondamentale: la scrittura di un testo di legge elettorale in Sardegna. Mi dispiace constatare che i colleghi di Forza Italia e AN, che hanno lavorato in Commissione con noi oggi non concordino più su questa posizione. A questo punto è ovvio che il dibattito sul nuovo sistema elettorale e sulla nuova forma di governo non potesse essere ulteriormente procrastinato. La proposta di legge che ci apprestiamo a discutere, e mi auguro ad approvare, introduce alcune modifiche sostanziali apportate dalla Commissione autonomia alla legge elettorale nazionale; tuttavia, dal dibattito politico sviluppatosi a seguito dell'approvazione della proposta di legge da parte della Commissione autonomia, sono emerse alcune gravi lacune, anche in quest'ultimo testo, per cui alcune parti di esso andrebbero riviste e corrette.

Parto dal principio che non condivido le affermazioni di qualche mio collega, esponente della maggioranza, laddove sostiene che la proposta di legge, così come formulata, produrrebbe gli stessi danni delle vecchie leggi elettorali regionali. Il progetto di legge votato dalla Commissione accetta il presidenzialismo, accetta cioè la condizione più importante per garantire la stabilità di governo, nel rispetto della volontà dei cittadini espressa in occasione del referendum sulla legge elettorale.

Da questo punto di vista è pertanto perfettamente identica alla legge nazionale. Il problema è che come sardi, forti della nostra autonomia, e la legge costituzionale ci attribuisce questa facoltà, sentiamo il dovere di approvare una nostra legge regionale. L'UDC è sempre stato d'accordo su questo punto, fin dall'inizio abbiamo avuto una posizione inequivocabile: la Sardegna come Regione autonoma non può accettare una legge approvata a Roma, ma necessariamente deve approvare una legge elettorale propria che, fatti salvi i principi fondamentali della legge nazionale, introduca dei correttivi indispensabili per la specificità della nostra Regione, a garanzia e salvaguardia delle rappresentanze politiche, dei partiti minori e della popolazione sarda. Sì, dunque, all'elezione diretta del Presidente della Regione e al presidenzialismo, che tiene lontane le tentazioni trasformistiche e ribaltonistiche o qualsiasi altra scelta diversa da quella fatta dagli elettori; non possiamo invece accettare il principio del listino regionale bloccato, che attribuisce sedici seggi senza voto di preferenza. Riteniamo pertanto di dover apportare alcune modifiche essenziali, quali l'elezione parlamentare del vicepresidente, la garanzia delle rappresentanze territoriali, l'istituzione della preferenza nel listino regionale, la garanzia di stabilità e governabilità, pur riducendo intorno al 55 per cento la quota utile del premio di maggioranza.

Va inoltre ribadito il principio della distribuzione del premio di maggioranza sia nel collegio regionale che nei collegi provinciali. La legge elettorale delle Regioni ordinarie invece utilizza, per il premio di maggioranza, prioritariamente i seggi del collegio regionale, e qualora questi non siano sufficienti ricorre a seggi aggiuntivi, che possono far superare il numero di ottanta consiglieri regionali fissato dallo Statuto. Il ricorso ai seggi aggiuntivi, reso possibile dall'espressa deroga allo Statuto recata all'articolo 3, comma 3 della legge costituzionale numero 2 del 2001, è tuttavia precluso al legislatore regionale, che non dispone dello stesso potere di deroga.

Ritengo altresì che non si possa rinunciare al principio dell'attribuzione dei seggi nel collegio regionale, in misura proporzionale ai voti ottenuti e comunque secondo la scelta che questo consesso dovrà fare, esclusivamente alle due coalizioni più votate, al fine di incentivare non solo l'esistenza di una forte maggioranza, ai fini della stabilità del sistema istituzionale, ma anche la formazione di una coesa opposizione, nella logica di un moderno bipolarismo e per favorire le condizioni dell'alternanza di governo. Un moderno bipolarismo del quale però nessuno si illuda di poterci considerare prigionieri; noi possiamo tranquillamente essere aperti al dialogo. Credo inoltre che vada rivista e ridiscussa con molta serenità, è stata toccata anche in quest'Aula, la parte riguardante l'incompatibilità tra Assessore e consigliere regionale e la parte riguardante il doppio turno. Tutto questo però, cari colleghi, si potrà ottenere solo attraverso un dibattito costruttivo all'interno del Consiglio regionale, per cui noi siamo disponibili ad avviare da subito un confronto con tutte le forze politiche democratiche, per trovare la più ampia convergenza ed unità possibile nella consapevolezza che non possiamo presentarci alle urne con una legge nazionale, una legge nazionale peraltro già messa in discussione da quindici regioni italiane. Dobbiamo ricuperare tutto il nostro buon senso, per consentire ai sardi di scegliere nel giugno del 2004 una maggioranza reale e un Governo di legislatura.

Mi corre obbligo, Presidente, dire due parole anche sul problema delle donne. Probabilmente l'intervento dell'onorevole Oppi, del collega Oppi, ieri è stato mal interpretato perché l'onorevole Oppi non ha dichiarato di essere contrario alle candidature femminili, anzi in una parte del suo intervento ha pure dichiarato che potevano essere il cento per cento di questo consesso, quindi chi specula sulle dichiarazioni, o su certe dichiarazioni, male fa! Perché nessuno di noi, almeno per quanto riguarda il Gruppo dell'U.D.C., ha mai dichiarato di essere contrario alla rappresentanza femminile. Però siamo fortemente convinti che stabilire in norma un numero, una cifra, ottanta per cento, quaranta per cento, venti per cento o cento per cento, sia illegittimo, giuridicamente impossibile, lo riconfermiamo. E' lasciato alla facoltà di ciascun partito, al buon senso, alle organizzazioni interne dei partiti, mettere tante quante donne si sentono in dovere di concorrere in una competizione elettorale prima e nel governo della cosa pubblica dopo. Non sarà certo l'U.D.C. a non mettere donne in lista, peraltro le ha sempre avute, e ne ha individuato anche come rappresentanti nelle istituzioni, ne citiamo una per tutte: al Comune di Cagliari noi abbiamo mandato un Assessore donna e mi pare, e lo ripeto, che sia una delle poche donne che siedono nell'Esecutivo del Comune di Cagliari. Questo lo dico perché le donne che ieri hanno attaccato il nostro Partito ci riflettano e non pensino che noi abbiamo voluto attaccare loro.

PRESIDENTE. Grazie onorevole Cappai. E' iscritto a parlare il consigliere Vargiu. Ne ha facoltà.

VARGIU (Rif. Sardi-U.D.R.). Grazie Presidente, colleghi del Consiglio, siamo arrivati ad uno degli appuntamenti più importanti di questo Consiglio regionale, e cioè la discussione su una legge elettorale che ha fatto discutere tutti i consiglieri presenti in quest'Aula per un periodo ben più lungo rispetto a quello di pochi giorni che in questi giorni abbiamo riservato alla discussione generale. Forse vale per iniziare il ragionamento, come premessa, quella che un cittadino, cittadino informato, ha posto nel corso di una lettera che ha trasmesso a L'Unione Sarda, e che da L'Unione Sarda è stata pubblicata nei giorni scorsi sulla legge elettorale, cioè il ragionamento che forse questo Consiglio regionale meglio avrebbe fatto a discutere questa legge elettorale all'inizio del mandato di questa legislatura e non negli ultimi otto mesi. Meglio avrebbe fatto perché una discussione così vicina alla data delle elezioni è sicuramente inficiata dal rischio che ciascuno di noi sia in qualche misura influenzato dalle scadenze che lo riguardano personalmente, e che quindi questa legge abbia il rischio di poter essere in qualche maniera distorta da ragionamenti che non hanno valore nell'interesse generale ma nell'interesse dei singoli. La preoccupazione di ciascuno di noi consiglieri dovrebbe essere sempre quella di fare regole buone e cioè regole che valgano indipendentemente dal momento in cui esse vengono scritte. È evidente che se vengono scritte nel momento in cui massima è la serenità di chi le sta proponendo, è facile che le regole scritte siano davvero le regole che più si avvicinano ad essere le migliori.

Fatta questa premessa, che era però indispensabile, devo ricordare che il Gruppo consiliare dei Riformatori nel passaggio in Commissione si è astenuto sul testo della legge che oggi è arrivata in Consiglio regionale. L'astensione non significa certo che noi vogliamo sottrarci alla discussione in Aula, anzi noi auspichiamo di cuore che questa discussione continui e che durante il passaggio agli articoli sia possibile andare a vedere punto per punto quelle che sono le motivazioni che hanno condotto i Riformatori all'astensione in Commissione. Astensione che è motivata dal fatto che questa legge elettorale, così come nel testo viene proposta dalla Commissione, non è una legge elettorale che ci trova totalmente convinti e quindi è una legge elettorale che ha necessità di modifiche, noi non saremo certo in grado in questo testo definitivo, qualora lo fosse, di farle avere il nostro favorevole ed intendiamo il percorso in Aula come un percorso di miglioramento dal quale possa nascere una legge elettorale che davvero possa essere un orgoglio della Sardegna, e non solo il tentativo di superare in qualche modo la legge nazionale.

E per dire con più dettaglio quali sono i motivi sui quali noi Riformatori siamo convinti che l'Aula debba soffermarsi con un ragionamento, è forse necessario fare un passo indietro e tornare quindi al novembre del 1999, quando questa legislatura era appena iniziata ed era iniziata sotto auspici che non erano dei migliori, anzi erano dei presagi che sicuramente gli aruspici di un tempo avrebbero interpretato come i fondi del caffè negativamente, perché nel novembre del 1999 nonostante si fosse già votato da cinque mesi, questo Consiglio regionale era privo di una Giunta e si andò a votare su due referendum, due su tre di quei referendum erano proposti dai Riformatori, quelli sulle modalità elettorali e cioè sull'elezione diretta del Presidente della Regione e sul sistema elettorale maggioritario, si andò a votare su quei due referendum purtroppo consultivi, come qualcuno spesso ci ricorda, si andò a votare con l'idea che la legge elettorale in essere stesse dimostrando in pieno quanto poco efficiente potesse essere per risolvere i problemi della Sardegna.

Questo io lo vorrei ricordare nonostante già quella legge non fosse una legge completamente proporzionale, lo vorrei ricordare a tutti coloro che anche in quest'Aula, anche nel corso di questa discussione hanno ricordato i benefici effetti del proporzionalismo. Ecco, in quella circostanza, cioè ormai quattro mesi or sono, i sardi che andarono a votare e resero pertanto efficaci quei referendum che raggiunsero il quorum, cosa importante in un momento di disaffezione alla politica che è stato confermato in tutti i passaggi successivi rispetto a quel passaggio referendario, i sardi si espressero in maniera univoca ed inequivoca, perché oltre il 95 per cento del corpo elettorale in quella circostanza disse chiaramente che il sistema elettorale scelto per la Sardegna era il sistema elettorale con la scelta diretta da parte del corpo elettorale del Presidente della Regione, e con un sistema di garanzia maggioritario che consentisse al Presidente della Regione di governare.

Forse se noi avessimo votato già nel 1999 in questo modo, indipendentemente da chi avesse in quella circostanza vinto le elezioni, non avremmo assistito a tanti episodi di questo Consiglio regionale che hanno mortificato l'istituzione e mortificato il ruolo di ciascuno degli ottanta consiglieri regionali. E' per questo che noi Riformatori siamo estremamente chiari nel rispetto di quella volontà elettorale che noi attraverso i quesiti referendari sollecitammo, e di cui sollecitammo l'espressione. Quindi, è certo che in questo momento non possiamo che ricordare quel voto elettorale a tutta l'Aula, e ricordare la necessità di rispettare il parere espresso dal corpo elettorale dei referendum; altrimenti, signori, non prendiamoci in giro quando giudichiamo la disaffezione del mondo esterno al Palazzo rispetto alle cose ed ai riti di questo Palazzo. E' evidente che la gente non comprende, se dà indicazioni in un senso e vede i propri rappresentanti eletti fare cose diverse dalle indicazioni che il corpo elettorale ha fornito. La disaffezione diventa una conseguenza inevitabile in un clima di questo genere; diventerebbe una conseguenza inevitabile.

Pertanto la nostra valutazione sul presidenzialismo rimane intatta ed è quella per cui è necessario che la Sardegna abbia un sindaco, cioè che la Sardegna abbia una figura istituzionale espressa dai sardi, nella quale i sardi si riconoscano che, senza essere in alcun modo unto del Signore o uomo della Provvidenza, possa però essere l'uomo delle istituzioni sarde, cioè l'uomo in cui tutti i sardi vedono incarnata la guida della Regione Sardegna. E' evidente che in questo senso ha anche una validità la nostra richiesta, che ripetiamo in quest'Aula, di arrivare al voto disgiunto tra Presidente e coalizioni, è evidente non perché noi non rispettiamo il senso delle coalizioni ma perché noi consideriamo di fatto che il presidenzialismo si esplichi in questo modo, e cioè che l'appeal di un candidato Presidente possa essere superiore rispetto all'appeal esercitato presso gli elettori dalle singole coalizioni e che possa essere possibile scegliere un candidato consigliere di una coalizione, ma avere comunque fiducia in un Presidente che sia espresso in maniera differente. Questa è la massima sintesi del presidenzialismo, in questo modo si elegge il sindaco, questo è veramente il modo per indicare con la maggior autorevolezza e il maggior prestigio possibile il candidato Presidente.

Stessa cosa vale per il maggioritario; noi siamo disponibili alla discussione, e vorremmo che la stessa disponibilità in quest'Aula fosse anche degli altri Consiglieri, sul sistema attraverso il quale debba essere attribuito un premio di maggioranza; è ovvio che anche noi siamo assolutamente solidali alle obiezioni riecheggiate più volte in quest'Aula, per cui il premio di maggioranza non può essere attribuito con metodi che neanche nella Bulgaria di un tempo venivano praticati, è evidente che non siamo favorevoli ai listini bloccati, non siamo favorevoli a candidature paracadutate direttamente dalle segreterie dei partiti al Consiglio regionale, è evidente che siamo comunque favorevoli all'espressione del voto elettorale e quindi al giudizio su ciascun candidato alla Regione espresso da parte dei cittadini sardi. E' evidente, è norma elementare di ogni democrazia, però è altrettanto evidente che al Presidente che verrà eletto dovrà essere consegnata una maggioranza che consenta in maniera inequivoca di governare, perché la democrazia dell'alternanza, la democrazia del maggioritario è una democrazia in cui i ruoli sono chiari e definiti. C'è uno schieramento vincente e a quello schieramento è data la forza e l'onere di governare, e c'è uno schieramento perdente che deve avere tutti gli strumenti di controllo perché nello schieramento perdente è l'embrione dello schieramento vincente delle volte successive, ma gli strumenti di controllo non sono gli strumenti né del filibustering parlamentare, né gli strumenti dell'impedimento alla maggioranza di governare, gli strumenti di controllo sono quelli che consentono comunque alla minoranza di esprimere il dissenso, di trasmettere il proprio dissenso quando c'è all'interno del corpo elettorale e all'interno dell'intera Sardegna, ma che non impediscono in nessun modo alla maggioranza di poter governare, perché quello è un diritto della maggioranza. Forse se oggi noi fossimo andati ad affrontare insieme ai problemi della legge elettorale anche quelli che sono inequivocabilmente ed inevitabilmente collegati della riforma del Regolamento di questo Consiglio, forse avremmo fatto un regalo complessivo alla nostra volontà di dare alla Sardegna una legge che le dia stabilità e possibilità di governare.

Entro, poi, nel merito di alcuni singoli problemi che sono stati comunque sollevati nell'Aula, a cui comunque noi Riformatori abbiamo dedicato battaglie particolari. Uno è quello del voto agli emigrati. Per me è ancora una sofferenza dover chiamare emigrati quelli che ritengo non degli emigrati, ma dei sardi fuori Sardegna. Noi abbiamo la fortuna di essere sardi in Sardegna. Ci sono sardi come noi che sono fuori Sardegna, beh non è un problema di sottrarre tre o quattro seggi a chi ne ha diritto, cioè a noi, per darli a chi non ne ha diritto e cioè a chi sta fuori dalla Sardegna. E' un problema di riuscire ad avere tutte le risorse di intelligenza, di cultura, di dialettica che sono a disposizione della crescita della Sardegna all'interno di quest'Aula, se noi davvero crediamo, e lo diciamo sempre, che quest'Aula sia il massimo consesso dei sardi, sia il luogo dove si prendono le decisioni migliori per il futuro la Sardegna, beh, è nostro interesse che all'interno di quest'Aula siedano tutte le sensibilità, tutte le capacità, tutte le intelligenze che possono davvero essere messe al servizio della Sardegna.

Quindi il problema di riservare dei seggi a coloro che sardi sono ma non hanno come noi la fortuna di risiedere in Sardegna, è un problema sì di civiltà, è vero, ma è anche un problema di opportunità, è un problema di convenienza, è un problema di utilità, è che tante volte noi non ragioniamo per l'utilità generale, ma siamo più portati a ragionare per l'utilità personale, per l'utilità del gruppo consolidato e di chi guida. Non dimentichiamoci che molte volte questa utilità è un'utilità miope che non porta assolutamente lontano. Basterebbe pensare - e chiudo su questo argomento - a quanti dei nostri laureati per i quali noi abbiamo speso fior di quattrini perché arrivino alla laurea e a quanti di questi laureati, dopo la laurea, hanno avuto l'occasione di avere i master, di avere i corsi post laurea, di essere ulteriormente specializzati, quanti di questi oggi sono fuori Sardegna, quante di queste intelligenze che noi abbiamo contribuito a formare, a produrre, a far crescere, oggi non sono più disponibili per la crescita della Sardegna perché non trovano in Sardegna ciò che serve per la loro crescita. Allora fa ridere che in un mondo dove si parla di globalizzazione ad ogni pie' sospinto, noi abbiamo ancora volontà di negare a questi sardi, sardi come noi, il diritto di essere rappresentati.

E vengo al problema delle donne. Nessuno più di me, che ha come cultura di riferimento quella liberale, ha ben chiaro il rischio di poter fare riserve indiane per particolari categorie di persone. Però è altrettanto vero, ed è una riflessione che viene portata in tutta l'Aula, che oggi oggettivamente, l'accesso alla politica per le donne è più difficile rispetto agli uomini, nel senso che esistono delle situazioni consolidate che oggi fanno sì che sia più difficile per le donne in certe professioni - se la politica è una professione, è tra quelle - accedere alla possibilità di partecipare, quindi è una sensibilità che oggi viene sottratta. Allora, anche in questo caso è necessario che questo consenso inventi, pensi, ragioni su ipotesi che possano consentire questa inversione di tendenza ben sapendo che saranno ipotesi transitorie, non ci saranno riserve indiane per cent'anni, ma sono necessari dei provvedimenti che, in qualche modo, comportino una maggiore partecipazione delle donne alla vita politica e alla vita delle decisioni della nostra terra. È una sensibilità importante ed è una sensibilità anche questa di cui noi dobbiamo riuscire a non fare a meno.

Vado a concludere con un'ultima riflessione che si riallaccia anch'essa ai ragionamenti sul proporzionalismo che nuovamente si sono sentiti in quest'Aula. Chi parla di rilancio del proporzionale, e ha vissuto a Cagliari, forse dimentica che cosa erano le giunte della città di Cagliari prima dell'avvento del sistema elettorale maggioritario, giunte che ogni tre mesi cadevano per cambi di assessore, sindaci che duravano quanto gli assessori o poco più e comunque ai sei mesi venivano posti in crisi e in discussione, un sistema di governo che era davvero difficile, davvero raro da poter far marciare. Oggi dice che il sistema maggioritario è un sistema che nega l'essere stesso della democrazia liberale. Io sono contento che in questo Consiglio regionale ci siano tanti professori di liberalismo e spero che alla professione di liberalismo coincida e si sovrapponga anche la militanza nel liberalismo, ma ricordo che uno dei paesi che è considerato culla della democrazia liberale e cioè, la Gran Bretagna va avanti da secoli con il sistema maggioritario, il partito liberale in Gran Bretagna nonostante prenda oltre il 20 per cento dei consensi ha pochissimi seggi nelle due Camere, proprio perché il sistema elettorale è un sistema maggioritario; e questo non considerato nessuno scandalo da chi e di cultura liberale, perché probabilmente per chi è di cultura liberale non esiste un sistema elettorale che sia oggettivamente e aprioristicamente meglio di un altro. Esistono dei sistemi elettorali che vengono adattati alle circostanze e quindi esistono dei momenti in cui è più facile governare con un sistema maggioritario, ed altri in cui è più facile governare con un sistema proporzionale; "governare" significa dare risposte, quindi il sistema elettorale è funzionale alla volontà del mondo politico e della società di dare risposte ai suoi problemi anche attraverso la scelta di un sistema che possa consentire il governo.

Certo è che i sistemi elettorali, qualunque sia quello che si sceglie, non vengono calati dall'alto e né sono perfetti ab initio, sono sempre perfettibili. Allora, un sistema elettorale maggioritario che non preveda il ricorso alle elezioni primarie è un'aberrazione, nel senso che un sistema elettorale maggioritario che non abbia il corpo elettorale che va a scegliere anche i candidati che competono tra di loro nel corso della campagna elettorale, è un sistema elettorale - qui ha ragione qualche professore di liberalismo - che rischia di non essere liberale perché è quel sistema elettorale che consente nei collegi della Camera che un candidato veneto venga paracadutato a rappresentare una comunità campana, che è una cosa irragionevole perché il deputato è il rappresentante del suo territorio, delle esigenze, delle istanze, della vita economica e sociale, della propria circoscrizione elettorale. Questo è il ragionamento che sta alla base del maggioritario, un maggioritario senza le primarie è un maggioritario che è stato ficcato a forza e non dà le risposte che deve.

Anche qui in Consiglio regionale, se noi continuassimo a ragionare sul sistema maggioritario senza pensare al ragionamento sulle elezioni primarie, probabilmente staremmo facendo un torto a noi stessi, nel senso che staremmo andando ad un infingimento, ad una finzione giuridica dalla quale non nasce niente di buono per la nostra regione ed è per questo che noi abbiamo accolto in quest'Aula con estremo interesse e con estrema disponibilità le aperture che uno dei leader di Forza Italia ha fatto nei confronti delle elezioni primarie. Le elezioni primarie si possono fare per legge, certo non in questa tornata dedicata alla legge elettorale, ma se non abbiamo il tempo per farle per legge, ed è facile che questo tempo non lo abbiamo in questo Consiglio, beh, è importante che le facciamo per regolamento, che le facciamo mettendoci d'accordo tra centrodestra e centrosinistra, dandoci delle regole di garanzia che consentano quanto meno di scegliere i candidati alla presidenza della Regione coinvolgendo l'intero corpo elettorale. Non riempiamoci la bocca della necessità di essere una democrazia liberale se poi andiamo ad ignorarne quelli che sono i cardini fondamentali.

Sulle primarie il discorso è aperto, noi riformatori abbiamo presentato una proposta di legge in tal senso e non abbiamo intenzione di lasciare la presa e di far cadere nel dimenticatoio quello che consideriamo uno degli argomenti più importanti in discussione in questi giorni.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Diana. Ne ha facoltà.

DIANA (A.N.). Io prendo la parola nella speranza che le mie considerazioni vengano benevolmente accolte dall'esterno dell'Aula; non vorrei che sulla legge elettorale ci potessero essere fraintendimenti o comunque pensieri che in qualche maniera pensano che si sta cercando di minare l'autonomia della Sardegna che credo non sia mai stata messa in discussione. E fa specie che da tutte le considerazioni che emergono, l'unica cosa sulla quale sembrerebbe che ci stiamo soffermando è l'autonomia della Sardegna. Ma io l'ho data sempre per scontata ed assodata l'autonomia della Sardegna.

Ho detto in altre circostanze che l'autonomia fa parte del nostro DNA, nasciamo autonomi; io non vorrei che abusassimo di questo termine perché di fatto stiamo mascherando probabilmente in quest'Aula, con tutte una serie di considerazioni che riguardano in questo momento la legge elettorale, ma non solo, stiamo mascherando probabilmente altri problemi. E quindi, l'argomento più rilevante del problema diventano le donne, gli emigrati, le primarie, l'attenzione alle forze politiche che non si capisce quali siano visto che questo è un Consiglio regionale rappresentato da una moltitudine notevole di forze politiche, sulla preferenza nel listone, se ci deve essere o non ci deve essere un premio di maggioranza. Secondo me siamo tutti alla ricerca di consensi che non stanno in quest'Aula, e quindi tutti quanti ci arrabattiamo a trovare una motivazione che giustifichi perché le donne debbano essere rappresentate in una certa percentuale, perché gli emigrati debbano avere un posto all'interno del Consiglio regionale o più posti, fino ad arrivare alle primarie.

Abbiamo sempre detto e lo ribadiamo qui che non siamo contrari alla primarie, che qualcuno ci dica esattamente come intende fare le primarie, dopodiché siamo pronti a misurarci, non è un problema questo. E nessuno di questi è un problema; il problema è un altro, intanto il problema: il rispetto dello Statuto della Regione autonoma della Sardegna. E il rispetto dello Statuto dice che noi dobbiamo mettere in piedi una legge elettorale che garantisca rappresentatività e governabilità, questi sono i due aspetti fondamentali.

Quando si parla di rappresentatività ovviamente non lo si dice per i territori che possono anche essere rappresentati e debbono essere rappresentati, ma io credo che ci debba essere una rappresentatività di tipo politico, ed è in questa direzione che io credo bisogna andare. Sulla governabilità, credo che abbiamo speso tutti quanti un sufficiente numero di parole per capire che cosa intendiamo per governabilità.

Noi l'abbiamo sempre detto come partito, Alleanza Nazionale è per il maggioritario, è per il bipolarismo, è per l'elezione diretta del Presidente della Giunta, del sindaco, del Presidente della Provincia, del premier nazionale. L'abbiamo sempre detto e su questo non siamo disponibili a tornare indietro.

Ora è chiaro che il rischio che si corre è che la discussione sulla legge elettorale possa in qualche maniera creare frizioni all'interno della maggioranza o all'interno del Consiglio; e guai a chi pensa di poter minare accordi che ormai sono storici, una linea caratterizzata dal centrodestra ed una caratterizzata dal centrosinistra. Io non vorrei che ci fosse all'interno di questo Consiglio ma all'interno degli schieramenti la necessità come dire, di sostenersi a vicenda, di far sì che nessuno scappi, di non individuare esattamente quale deve essere per il futuro lo schieramento del centrodestra e quello del centrosinistra; ed ovviamente questo preoccupa e preoccupa tanto.

Può anche essere che qualcuno degli schieramenti abbia già individuato il suo candidato ideale, così come può essere che qualche schieramento non l'abbia ancora individuato; ed allora la ricerca di un sistema elettorale, che può essere condiviso o non condiviso, è elemento indispensabile. Noi siamo, come ho detto, per il turno unico. La legge che è uscita dalla Commissione, che ci ha visto certamente partecipare, e non è il numero delle sedute della Commissione, che siano quaranta o cinquanta, poca cosa rileva, il problema è che noi in quella sede abbiamo sempre detto di essere per il turno unico e non per il doppio turno; abbiamo anche detto che il premio di maggioranza doveva essere il 60 per cento e non il 55; abbiamo detto anche che bisognava dare attenzione alle forze politiche regionali. Certamente ci dev'essere, abbiamo parlato anche del voto congiunto e del voto disgiunto, abbiamo parlato anche del metodo Webster o d'Hondt, voglio dire, sono tutti criteri che in qualche maniera sono collegati alla legge elettorale, ma la cosa che ci interessa maggiormente è far sì che questa legge sia, se questa deve essere, una legge rispettosa di quelli che sono indirizzi consolidati dell'elettorato sardo. Abbiamo già fallito una volta con l'indicazione del Presidente della Giunta regionale e ne stiamo pagando le conseguenze tutti. Colui che sarà il candidato, e che verrà eletto, dovrà a pieno titolo rappresentare, con qualsiasi percentuale, la Sardegna, i sardi ed avere una maggioranza che sia sufficientemente ampia per garantire di governare.

E non bisogna avere paura del culto del Presidente, della monocrazia come qualcuna l'ha definita. Io credo che il Presidente sia influenzato positivamente e negativamente dalla maggioranza che lo sostiene, non sempre le responsabilità di chi rappresenta l'istituzione, in questo caso il Presidente, sono da ascrivere solo e esclusivamente al Presidente; e guai a noi se pensassimo questo, perché questo vorrebbe dire che noi siamo perfetti e che il Presidente è sempre perfettibile o è imperfetto. I guai spesso e volentieri vengono creati dai Gruppi politici, dal mancato collegamento con la Giunta, dal mancato collegamento col Presidente, dalle frizioni che nascono continuamente.

E nell'orientamento che si sta portando avanti in quest'Aula, mi è sembrato di capire che anche da forze che fanno parte del centrodestra ci sia la volontà di ritornare al proporzionale e quindi abbandonare una strada maestra che secondo noi è la morte della politica in questo momento, e che stiano decidendo di sposare una tesi che non è la tesi nostra. Questo non vuol dire che noi non dobbiamo rimanere uniti, questo non vuol dire che la maggioranza non sia coesa.

(Brusio in Aula)

Presidente, io credo di dover rinunciare a questo intervento perché non ci sono più le condizioni. Grazie.

PRESIDENTE. Colleghi, onorevole Diana…

DIANA (A.N.). Ho rinunciato all'intervento.

PRESIDENTE. Irrevocabilmente?

DIANA (A.N.). Sì.

PRESIDENTE. Bene. Colleghi ,qui sono arrivate varie proteste, data l'ora tarda, sono le 13 e 14 minuti per cui, preso atto degli umori dell'Aula, sospendiamo i lavori.

Ha domandato di parlare il consigliere Balletto. Ne ha facoltà.

BALLETTO (F. I.-Sardegna). Mi è giunta notizia che la Giunta ha presentato un disegno di legge che è stato assegnato in carico alla terza Commissione, riguardante l'autorizzazione alla contrazione di un mutuo da destinare alla sanità per far fronte alle note posizioni debitorie pregresse che le A.S.L. hanno maturato in questo periodo nei confronti dei soggetti convenzionati per il sistema sanitario nazionale.

Questo provvedimento è di estrema urgenza perché è fortemente richiesto dagli operatori del settore e rischia di creare una situazione di paralisi con grosse ripercussioni sia in campo economico, ma soprattutto in campo sociale.

La necessità, e qui in questo momento parlo anche a nome del Presidente della settima Commissione, è quella di operare una deroga alla disposizione che vieta lo svolgimento di sedute della Commissione in costanza dei lavori del Consiglio e quindi dicevo di operare una deroga perché le Commissioni congiunte possano riunirsi per esaminare questo disegno di legge che poi consta di un unico articolo il cui contenuto è stato da me rappresentato al momento.

Siccome siamo impegnati nei lavori della legge elettorale, e presumibilmente questi lavori si protrarranno nel tempo, data la complessità della materia, da qui la richiesta di poter operare in deroga, magari questo pomeriggio, prima dell'inizio dei lavori dell'Aula per esaminare questo provvedimento tanto atteso e tanto richiesto che verosimilmente comporterà anche, e non solo, sarebbe semplicistico definirlo così, una presa d'atto, ma certamente l'iter non sarà molto veloce.

Quindi, a nome mio e della settima Commissione chiedo al Consiglio ed ai colleghi di maggioranza e di opposizione di essere disponibili a concedere la deroga per lo svolgimento delle sedute congiunte della Commissione per una materia così importante.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Spissu. Ne ha facoltà.

SPISSU (D.S.). Noi non abbiamo obiezioni nel merito, nel senso che il Presidente della Giunta già ieri ci ha rappresentato questa esigenza e abbiamo dato il nostro assenso perché le Commissioni esaminassero il provvedimento e poi, dopo che le Commissioni lo esaminano e se lo esitano positivamente, vedremo come deve essere inserito nell'organizzazione dei nostri lavori.

Sollevo invece un'obiezione per questo pomeriggio perché alle ore 16.00 c'è un incontro con la Commissione pari opportunità dei Capigruppo, con la Commissione pari opportunità proprio della sala della terza Commissione. Credo che forse si possano convocare le Commissioni domani mattina anche perché probabilmente domani mattina saremo in una fase di sospensione dell'Aula per consentire a tutti i Gruppi di lavorare agli emendamenti; e quindi, forse, il lavoro delle Commissioni può essere utilmente svolto nella mattinata di domani.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Cogodi. Ne ha facoltà.

COGODI (R.C.). Parzialmente mi ha preceduto il collega Spissu; l'assenso per la convocazione in deroga delle due Commissioni l'abbiamo già espresso al Presidente della Giunta nella giornata di ieri, quindi nulla quaestio sulla procedibilità, salvo il giudizio di merito sul provvedimento che verrà dato quando vi sarà l'esame istruttorio in Commissione e poi in Aula.

Ugualmente quanto ai tempi invece, sì l'ha ricordato il collega Spissu, è previsto non un qualsiasi incontro delle rappresentanze del Consiglio attraverso i Gruppi questo pomeriggio, ma un incontro calendato con la Commissione regionale pari opportunità, che non è una qualsiasi delegazione, è un'articolazione, come dire, del sistema complessivo di partecipazione alla vita dell'istituzione autonomistica.

E quindi in ogni caso quell'incontro calendato e che è a conoscenza di tutti i Gruppi, ivi compreso il Gruppo dell'onorevole Balletto, non può essere soppiantato da nessun'altra iniziativa, vi fosse anche lavoro d'Aula, si dovrebbe sospendere per un certo tempo anche il lavoro d'Aula, io ritengo, per la rilevanza istituzionale intanto di questo incontro calendato.

Per cui la proposta che mi pare che possa essere avanzata è che si possa procedere adesso a concludere gli interventi che sono pochi, di conclusione della discussione generale, quindi di non tenere Consiglio questo pomeriggio ed appena ultimata la riunione, l'incontro che è previsto per le ore 16.00, ci si può dare anche qualche ora, dei Gruppi con la Commissione pari opportunità, si preveda per l'immediato momento successivo la convocazione delle Commissioni.

PITTALIS (F.I.-Sardegna). Siamo d'accordo.

COGODI (R.C.). Perché è una barzelletta?

CORONA (F.I.-Sardegna). Siamo d'accordo!

COGODI (R.C.). Mi dispiace che siate d'accordo voi, perché vorrei che voi siate d'accordo però dopo che siamo d'accordo noi, però va bene lo stesso, grazie.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Frau. Ne ha facoltà.

FRAU (A.N.). Signor Presidente, in questo Consiglio regionale succedono delle cose strane; chi conosce quella che è l'organizzazione e chi non la conosce, probabilmente può anche essere colpa nostra, però sarebbe opportuno che veramente si faccia un calendario delle cose da fare perché si sappia quando si lavora in Aula, per sapere quando si può lavorare come Commissione. Ieri, come sapete, c'è stata una riunione con gli allevatori e con i Capigruppo, è stato detto della necessità tra le altre cose di convocare la Commissione agricoltura.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE SERRENTI

(Segue FRAU.) La mia disponibilità c'è sempre, ma quando non si sa come vanno i lavori in Aula, non si sa esattamente quando convocare questa Commissione; dobbiamo fare delle cose importanti, dobbiamo dare dei pareri importanti, dobbiamo evidentemente audire gli assessori di competenza per quanto riguarda la lingua blu, dobbiamo così stendere ed approvare la risoluzione per quanto riguarda le multe per le quote "latte". Allora, io chiedo di sapere prima se domani mattina abbiamo Aula, se abbiamo Aula domani mattina ed anche domani sera, se abbiamo Aula domani mattina e non domani sera, perché lo voglio sapere, e credo che lo voglia sapere anche lei e gli altri, perché io stavo già prendendo le firme per convocare la Commissione, chiedo che, se sia possibile, venga data l'autorizzazione qui in Aula in modo che la Commissione domani mattina possa essere convocata per fare alcune cose, per dare alcune risposte, in modo che si possa lavorare se non dovessimo lavorare in Aula.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Pittalis sull'ordine del giorno. Ne ha facoltà.

PITTALIS (F.I. - Sardegna). Signor Presidente, proprio per la concomitanza di altre riunioni di questo pomeriggio e per consentire anche alle Commissioni di poter lavorare, io faccio mia la proposta di chiudere i lavori con gli interventi, mi pare che siano solo forse due ancora. Se sono interventi che si possono contenere nei tempi, proprio per non andare a questo pomeriggio, se sono quattro interventi mi pare che siano tempi contenuti per chiudere com'era stato già programmato perché io ho posticipato anche impegni proprio perché sapevo che non ci sarebbe stata soluzione di continuità come ha preannunciato il Presidente in apertura dei lavori dicendo che si sarebbe fatta una seduta fiume fino alla chiusura della discussione generale.

PRESIDENTE. Se questo era l'accordo io non posso che tener conto dell'accordo raggiunto anche se mi corre l'obbligo fare una precisazione: gli interventi sono di venti minuti l'uno, a prescindere poi da quanto uno vuole parlare, e per arrivare alla conclusione ci vuole un'ora e mezza. Una volta che sappiamo questo, se l'accordo è procedere, andiamo avanti. E' iscritto a parlare il consigliere Sanna Giacomo. Ne ha facoltà.

SANNA GIACOMO (Gruppo Misto). Signor Presidente, non credo che sia corretto imporre, a chi deve intervenire, di fare l'intervento a quest'ora, cosa mai accaduta nell'organizzazione dei lavori fino a questo momento. Nessuno sapeva che qua la mattinata sarebbe finita ad oltranza e se finisce ad oltranza vuol dire che è frutto di una decisione comune. Siccome decisione comune non ce n'è, non ce n'è stata alcuna, vorrei capire da dove deriva l'esigenza di stare ancora un'ora e mezza qua a fare gli ultimi quattro interventi. Questo ci siamo detti! Ieri sera io sollecitavo il Consiglio e il Presidente di turno a continuare a lavorare, erano le 19.26, siamo stati mandati a casa. Oggi di punto in bianco si va ad oltranza perché qualcuno si è svegliato che si deve terminare necessariamente questa mattina. Beh, se è il frutto di una decisione comune, mi trova d'accordo, ma siccome così non è ed io non ho partecipato a nessun tipo di decisione in rappresentanza del Gruppo Misto, non è possibile che all'improvviso qualcuno cambi le carte in tavola. Ci sia chiarezza nell'organizzazione dei lavori per il presente e per il futuro, credo che convenga ad ognuno di noi.

Presidente, io la invito a terminare come nelle altre circostanze i lavori che hanno già superato di gran lungo l'orario al quale lei ci aveva abituato e di poter riprendere serenamente questo pomeriggio per poter fare io il mio intervento e i colleghi il loro intervento che gli spetta di diritto, sempre che ne abbiano la voglia.

PRESIDENTE. Onorevole Sanna, io condivido totalmente le cose che dice, io stesso ho fatto osservare che c'è un'ora e mezza di discussione; naturalmente sono anche molto rispettoso di eventuali accordi che sono stati presi, ma se lei dice che accordi non ce ne sono, è forse l'onorevole Pittalis che ha compreso male, suppongo.

C'era questo accordo Presidente Sanna?

PITTALIS (F.I. - Sardegna). No accordo; l'ha preannunciato il Presidente Sanna. E' partito da lì.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Sanna Salvatore. Ne ha facoltà.

SANNA SALVATORE (D.S.). Io davvero non capisco, e poi avremo modo in qualche altra sede di chiarirci un po'. Io ho preannunciato in apertura di seduta che vista la rinuncia di diversi colleghi e visto il fatto che comunque c'erano ancora pochi interventi da svolgere, tenuto conto anche delle preoccupazioni espresse il giorno prima da altri colleghi, in mattinata avremmo cercato di chiudere gli interventi dei Capigruppo, per altro dagli interventi dei Capigruppo si erano cancellati due colleghi: Rifondazione e Margherita, quindi vi erano le condizioni probabilmente per chiudere in mattinata gli interventi dei Capigruppo, sospendere i lavori per dare la possibilità ai Gruppi di presentare gli emendamenti e decidere in Conferenza dei Capigruppo l'aggiornamento della Seduta; questo ho detto a tutti quelli che si sono avvicinati.

Allora, qui davvero non si capisce più niente perché quello che viene detto adesso poi viene smentito dalle stesse persone mezz'ora dopo, dopodiché io non posso far altro che rimettermi all'Aula, di più non posso fare! Questo è quello che è successo, è questo quello che ho detto a tutti i colleghi che stamattina sono stati presenti in Aula, se non ci sono più le condizioni perché si concluda in mattinata la serie degli interventi dei Capigruppo, poi si procederà come si è sempre proceduto.

PRESIDENTE. Il Presidente Sanna, che non ha bisogno di essere spiegato da me, però ha posto le questioni in maniera chiara e corretta, lui ha parlato di concludere nella mattinata gli interventi dei Capigruppo, la mattinata se ne è andata abbondantemente, ci sono ancora tre Capigruppo e la Giunta che devono parlare. A me pare opportuno non chiamare questi colleghi invitandoli a dimezzare il loro tempo a disposizione che è previsto per Regolamento e quindi, interrompiamo e riprendiamo i lavori questo pomeriggio e poi naturalmente interromperemo...

(Interruzioni)

Se ci sono altri impegni riprendiamo alle 18. Ha domandato di parlare il consigliere Oppi. Ne ha facoltà.

OPPI (U.D.C.). Sull'ordine dei lavori, per capire: io faccio parte della Commissione sanità e della Commissione bilancio, se i lavori riprendono a una certa ora non ci sono i tempi tecnici per quanto riguarda la Commissione, in qualsiasi caso chiedo che la Commissione venga convocata per domani mattina.

PRESIDENTE. Le Commissioni sanità e bilancio sono convocate in Aula quindi, vale per convocazione questo, domani mattina, facciamo alle ore 9.00, in modo tale che poi possiamo proseguire se c'è bisogno di proseguire, ma è molto probabile che domani mattina ci sarà un'interruzione dei lavori dell'Aula per consentire poi di coordinare il momento del voto per il passaggio agli articoli. Quindi le Commissioni che devono essere convocate saranno convocate in Aula.

Ha domandato di parlare il consigliere Cogodi. Ne ha facoltà.

COGODI (R.C.). Va beh, tanto è così tardi che siamo stremati! Sono le 13.30 e però il tempo lo occupiamo ad accavallare ipotesi di riunioni. Dire che la Commissione in via di deroga è convocata per domani mattina vuol dire dare per scontato che domani non c'è Aula e nessuno ha deciso che domani non c'è Aula! L'unica eccezione al lavoro d'Aula che noi abbiamo richiesto è quella per il tempo neccessario, questo pomeriggio, dell'incontro dei Gruppi consiliari con la Commissione regionale pari opportunità, perché la Commissione regionale pari opportunità non è una qualsiasi delegazione. Può essere un'ora, un'ora e trenta, tra le 16 e le 17.30; chi ha detto che si chiede la Commissione in deroga perché crolla mezzo mondo a partire dal mondo sanitario se non si fa questa legge che se è così urgente non si capisce perché non l'abbiate presentata prima, quando né il Consiglio, né le Commissioni per settimane non hanno fatto nulla. Si chiede la deroga, ok, si dice "sì" alla deroga e però la si vuol fare in sostituzione del Consiglio, e no! Si preveda che si tiene nel momento nel quale è previsto che non lavori l'Aula, può essere questo pomeriggio, può essere quando si vuole, ma prima si programma il lavoro d'Aula e poi si riunisce la Commissione, pur convocata da qui, per il tempo che rimane dopo il lavoro d'Aula. Mi parrebbe questa la procedura corretta, sennò si crea un affastellamento ed un'interferenza tale per cui davvero invece di procedere ordinatamente sai, il disordine poi non è che aiuta il chiarimento delle idee, già ce n'è poca di chiarezza di idee in questa come in altre materie, immaginiamo se poi questo inseguirsi di cose e di contro-cose aiuta un poco!

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Scano. Ne ha facoltà.

SCANO (Gruppo Misto). Solo per un'osservazione sull'organizzazione dei lavori. Io non ho nulla in contrario rispetto alla proposta che è stata fatta ora dal collega Oppi in relazione alla Commissione Terza, non so se anche la Commissione Sanità, sono d'accordo, però naturalmente ad un patto: in questo momento l'Aula è impegnata in primo luogo sulla legge elettorale; la legge elettorale naturalmente prevede anche che si presentino e si possano presentare degli emendamenti. Gli emendamenti, come tutti sappiamo, vanno tassativamente presentati, salvo gli emendamenti di sintesi, eccetera, eccetera, prima della votazione sul passaggio agli articoli, occorre un tempo che non sia eccessivo ma un tempo ragionevole. E' chiaro che se in quel tempo ragionevole, che potrebbe essere, non lo so, una giornata, mezza giornata, c'è una riunione di Commissione, ci sono dei consiglieri che hanno da una parte il dovere di partecipare all'elaborazione della legge elettorale, dall'altra il dovere di partecipare alla Commissione Bilancio o alla Commissione Sanità, allora l'importante, si può fare tutto, ma che queste esigenze vengano tutte tenute nella debita considerazione in una programmazione diciamo generale.

PRESIDENTE. Sono d'accordo, però potremmo procedere in questo modo: stasera ci sarà questo incontro con la Commissione pari opportunità. Benissimo! C'è un'altra esigenza politica: non si può cominciare il Consiglio fino alle ore 18; allora il Consiglio stasera riprende alle ore 18, ci sono tre interventi più la Giunta e quindi, 80 minuti, un'ora e mezzo, entro stasera certamente finiamo la discussione generale. Domani mattina le Commissioni che sono state chiamate in deroga sono convocate e domani mattina si riuniscono, domani sera potremmo riconvocare il Consiglio, magari in un'ora più comoda per consentire le valutazioni sugli emendamenti prima del passaggio agli articoli, le cose che diceva lei, onorevole Sanna, credo che siamo pronti per entrare nel merito dell'articolato e portare avanti la discussione sulla legge elettorale così come avevamo previsto. Io non credo che ci siano sprechi di tempo, niente di più che se lavoriamo adesso fino alla fine e poi ci convochiamo magari domani mattina perché stasera nessuno ha più voglia di lavorare. Facciamo così: il Consiglio è convocato stasera per le ore 18.00 e le Commissione domani mattina alle ore 9.

La seduta è tolta alle ore 13 e 36.



Allegati seduta

CD Seduta

(ANTIMERIDIANA)

Mercoledì 22 Ottobre 2003

Presidenza del Vicepresidente Sanna

indi

del Vicepresidente Biggio

indi

del Presidente Serrenti

La seduta è aperta alle ore 10 e 13.

La spisA, Segretario f.f., dà lettura del processo verbale della seduta del 14 Ottobre 2003 (394), che è approvato.

Sull'ordine dei lavori

PRESIDENTE. Ha domandato parlare il consigliere Fadda. Ne ha facoltà.

FADDA (La Margherita-D.L.). Per chiedere ai colleghi e a lei se possibile un rinvio di trenta minuti, di una mezz'oretta insomma, perché mi sembra che la presenza in Aula non sia tra le più qualificate.

PRESIDENTE. Va bene, mi pare che sia abbastanza plausibile la richiesta, non vi sono opposizioni. La seduta è sospesa e lavoreremo senza interruzioni sino a concludere gli interventi dei Capigruppo; ricordo ai colleghi che abbiamo ancora cinque iscritti a parlare prima della serie degli interventi dei Capigruppo. La seduta è sospesa e i lavori riprendono alle ore 10 e 45.

(La seduta, sospesa alle ore 10 e 15, viene riprese alle ore 10 e 46.)

Continuazione della discussione generale del testo unificato del disegno di legge: "Norme sull'elezione del Presidente della Regione e del Consiglio regionale e disciplina del referendum regionale" (245/Stat/A) e delle proposte di legge Floris - Tunis - Businco: "Nuove norme sul sistema di rappresentanza e sull'elezione degli organi di governo della Comunità autonoma di Sardegna" (350/Stat/A), Onida: "Elezione del Consiglio regionale, forma di governo, (ai sensi dell'articolo 15, comma 2, dello Statuto speciale) e partecipazione degli emigrati al voto" (362/Stat/A), Scano - Dettori - Pacifico - Pinna: "Norme per l'elezione del Presidente della Regione e modifica della legge regionale 6 marzo 1979, n. 7 (Norme per l'elezione del Consiglio regionale) e successive modifiche e integrazioni" (379/Stat/A), Sanna Gian Valerio - Fadda - Biancu - Dore - Giagu - Granella - Secci - Selis: "Disciplina della forma di governo della Regione ed elezione del Consiglio regionale della Sardegna" (380/Stat/A), Spissu - Calledda - Cugini - Demuru - Falconi - Lai - Marrocu - Morittu - Orru' - Pirisi - Pusceddu - Sanna Alberto - Sanna Emanuele - Sanna Salvatore: "Elezione del Presidente della Regione sarda e del Consiglio regionale" (392/Stat/A), Capelli - Cappai - Piana - Randazzo: "Norme per l'elezione del Presidente della Regione e del Consiglio regionale" (396/Stat/A)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la continuazione della discussione generale del testo unificato del disegno di legge numero 145 e delle proposte di legge numero 350, 362, 379, 380, 392 e 396.

E' iscritta a parlare la consigliera Dettori. Ne ha facoltà.

DETTORI (Gruppo Misto). Signor Presidente, colleghe e colleghi, prima di dedicare alcune riflessioni alla parità di generi in materia elettorale per vedere in che modo rendere istituzionalmente reale la questione del genere nella rappresentanza senza cadere nelle pieghe dell'autocelebrazione o del vittimismo, che non ci appartiene, desidero svolgere alcune brevi considerazioni generali. Noi, come democrazia, riteniamo giusto e anche doveroso utilizzare i poteri attribuitici dal Parlamento per cercare di fare una legge elettorale sarda, ci impegniamo in questo dibattito con questo obiettivo. Tuttavia voglio dire che non condividiamo la criminalizzazione della legge nazionale perché la legge elettorale per le regioni a Statuto ordinario funziona, come dimostra l'esperienza di molte regioni, sia di centro destra che di centro sinistra; ha introdotto principi e meccanismi importanti come l'elezione diretta del Presidente, il premio di maggioranza, assicurando quindi la stabilità e la governabilità. Certo lascia aperto il problema del bilanciamento dei poteri, riguardo cioè il ruolo e la funzione dell'Assemblea legislativa, ma questo purtroppo non lo risolve neanche la legge uscita dalla Prima Commissione. La stessa lista bloccata, che in linea di principio è una cosa inaccettabile, potrebbe essere almeno in parte comprensibile per il fatto che 16 seggi vanno tutti, nella stragrande maggioranza dei casi, alla coalizione vincente, pertanto non servirebbero i voti di preferenza. Fermo rimanendo che ci si può trovare nella necessità di votare con la disciplina transitoria, riconfermo che è giusto ed anche doveroso che il Consiglio regionale adotti una propria specifica normativa elettorale. Ma la legge regionale ha un senso se essa è migliore sia dal punto di vista del funzionamento sia dal punto di vista dei principi cui si informa rispetto alla legge nazionale, altrimenti il rimedio rischia di essere peggiore del male. Io chiedo a coloro che stanno qui difendendo il testo votato dalla Prima Commissione: "Vi sentite di dire che il risultato…". Presidente, sento un brusio che non mi permette di continuare. Mi dispiace.

PRESIDENTE. Le chiedo scusa onorevole Dettori.

SPISSU (D.S.). E' il rumore del silenzio.

DETTORI (Gruppo Misto). Non è il rumore del silenzio, che sarebbe turisticamente accettabile.

Altrimenti il rimedio, dicevo, rischia di essere peggiore del male. Ora lo chiedo a coloro che stanno qui difendendo il testo votato dalla Prima Commissione: "Vi sentite di dire che il risultato prodotto sia migliore della legge nazionale?". Facciamo qualche esempio: siamo sicuri che questo doppio turno, non il doppio turno in generale, ma proprio questo previsto nell'articolo 1 del testo unificato, sia migliore del turno unico? Ancora: il premio di maggioranza, così com'è prefigurato, attribuito sia nel listino regionale che nei collegi provinciali, siete convinti che sia migliore del premio di maggioranza previsto nella legge nazionale?

(Interruzioni)

DETTORI (Gruppo Misto). Io vorrei naturalmente che… se no ricomincio. Basta adesso, c'è un limite a tutto.

PRESIDENTE. Onorevole Giagu, per cortesia!

DETTORI (Gruppo Misto).Anche all'onorevole Fantola, grazie.

PRESIDENTE. Onorevole Corona, per cortesia può stare seduto al suo posto? Questo movimento continuo in Aula disturba l'oratore di turno, quindi vi prego se non volete stare seduti al vostro posto, uscite nei salottini laterali, ma diamo la possibilità a chi sta intervenendo di poterlo fare in piena serenità e tranquillità.

DETTORI (Gruppo Misto). Ancora: il premio di maggioranza, così com'è prefigurato, attribuito sia nel listino regionale che nei collegi provinciali, siete convinti che sia migliore del premio di maggioranza previsto nella legge nazionale? E l'imposizione, praticamente per legge, dell'attuale bipolarismo, con l'ostracismo a possibili proposte diverse, è una soluzione più o meno democratica rispetto alla legge nazionale che, garantito al vincitore il premio di maggioranza, tratta gli altri schieramenti concorrenti secondo il principio di proporzionalità? E sul piano di alcuni altri principi generali, che ora ricorderò, potete forse dire di aver fatto uno sforzo di apertura, di sensibilità democratica, di modernizzazione delle istituzioni? Mi riferisco in primo luogo certo alla parità di genere, che sovrasta tutti gli altri principi che a questo si uniformano e di cui parlerò tra un attimo, ma ci sono altre questioni che non possono essere taciute, E' pensabile che si faccia una disciplina sulle ineleggibilità e delle incompatibilità tale che una grandissima parte degli elettori sardi sarebbe tagliata fuori dalla possibilità di essere eletta in Consiglio regionale? E che si può dire di questa incompatibilità consigliere - assessore, che sembra tagliata su misura dalle convenienze del ceto politico come un abito di sartoria? E perché non si può prendere in considerazione la possibilità di prevedere un collegio estero, con riserva per gli emigrati, donne e uomini, così come si è fatto in sede di legge per le elezioni politiche? Impegniamoci per fare una legge regionale, ma che sia profondamente diversa dal testo che è all'esame dell'Aula. Ritengo giusto affrontare alcuni nodi della rappresentanza di genere, che sicuramente saranno utili per un approccio corretto alla discussione anche da parte dei colleghi. Una breve risposa all'onorevole Oppi: a parte che sarebbe meglio evitare in quest'Aula espressioni che passano per pittoresche e che sono invece semplicemente volgari, può avere l'onorevole Oppi la bontà di spiegarci per quale motivo prevedere che le liste siano composte metà da donne e metà da uomini sarebbe come prevedere quote di tutela per un genere in estinzione? È così difficile da capire che, essendo l'umanità formata da due generi, dare a uno dei due generi parità di accesso sarebbe un principio universale di democrazia? Sanno anche Oppi e coloro che la pensano come lui che Costituzione è stata modificata e che se la legge regionale non ne terrà conto noi la impugneremo e la vostra legge elettorale finirà nel cestino?

Quando si affronta il tema della cittadinanza politica da un punto di vista dei due sessi la prima questione che ci appare e che vi dovrebbe apparire come evidente e insormontabile è quella della lettura quantitativa dei rapporti di genere. Guardiamoci, in tutti i paesi occidentali le donne sono la maggioranza della popolazione, ma la loro presenza nei centri decisionali, sia nei sistemi sociali che nei sistemi politici, è esigua. Ciò comporta un'organizzazione del lavoro, del sociale, delle organizzazioni politiche, delle istituzioni, pensata funzionalmente per uno solo dei due sessi, quello maschile; ciò comporta per molte donne pensare questi luoghi come inospitali e respingenti, da cui talvolta l'incostanza a voler partecipare attivamente, ma questo è un vero vulnus della democrazia e non una giustificazione per evitare le candidature delle donne, come molti dirigenti di partito, e non solo, fanno. Non arrampichiamoci sugli specchi per sfuggire ad un dato reale, cioè che il sistema politico e istituzionale è in gran parte pensato e gestito per mantenere il potere reale nelle mani di uno solo dei due generi di cui è composta l'umanità. Regole, tempi, modi, inadeguati al genere sottorappresentato, hanno in Europa avviato tra le donne e i giuristi, sia donne che uomini, un confronto serrato, che si è tradotto in molti Stati nella produzione di norme antidiscriminatorie, ponendo in modo ineludibile il problema di una legislazione paritaria che non è riducibile ad un problema di quote. Pertanto l'impostazione basata sulle quote è ormai da considerarsi superata, sempre che non si voglia ragionare delle quote presenti in alcune nazioni del nord Europa, di garanzia per l'elezione certa delle donne, ma temo che l'onorevole Oppi non parlasse di questo. Ci piacerebbe molto essere già a quei livelli alti di democrazia paritaria, ma così non è; quote e parità si presentano come i mezzi giuridici e politici per imporre una reale uguaglianza tra uomini e donne. Le quote sono una misura di regolazione, recupero (vogliamo chiamarla così?) mirante a compensare un disequilibrio creato in particolare dalla divisione socio sessuale del lavoro sviluppatasi a detrimento delle donne. Invece la parità è una misura non transitoria (è questo che preoccupa, credo), ma definitiva, destinata ad assicurare la condivisione del potere politico tra uomini e donne. In questo senso la parità ha una portata simbolica, più evidente delle quote, rimette in causa il monopolio maschile del potere politico, proponendone la condivisione al posto di una qualsiasi forma di partecipazione, gentilmente elargita eventualmente, in tutte le istanze deliberative, consultive e decisionali della vita politica e pubblica. Riguarda anche i vertici delle amministrazioni. Il problema non è di tutelare un genere, ma è quello di fare in modo, come prescritto dal nuovo dettato costituzionale, di garantire a due generi medesime opportunità. I dati dell'assenza femminile sono d'altronde indicatori eloquenti di un disagio e di una malattia del sistema democratico, eppure vengono talvolta ignorati dai giornali e dalle tivù, quindi anche dalle cittadine e dai cittadini di questo Paese. E' importante che questo disinteresse finisca, chiediamo alla stampa di aiutare una campagna per il riequilibrio della rappresentanza, anche se ad onor del vero è giusto riconoscere che gli organi di informazione in questo momento hanno mostrato una grande sensibilità nel trattare questi temi, aiutandoci a fare in modo che noi non siamo più il fanalino di coda dell'Europa. Le quote infatti potrebbero essere viste come una pericolosa frammentazione della cittadinanza, questo forse, ma nessun uomo l'ha detto qua, può essere importante da discutere, che sotto le spinte della più disperata rivendicazione distruggerebbe i principi dei diritti universali. La politica di parità offrirebbe invece una rifondazione universale della cittadinanza in nome dell'unica differenza, quella di sesso - gli uomini di colore sono uomini e donne, i portatori di handicap sono uomini e donne, gli indiani sono uomini e donne - che non è minoritaria e che si distinguerebbe da tutte le altre e legittimerebbe una legislazione paritaria. In ogni caso tre successive modifiche costituzionali hanno introdotto delle norme che con differenti formulazioni affermano la doverosità dell'intervento legislativo, statale e regionale, volto a promuovere la parità tra i sessi. Con la legge costituzionale numero 2 del 2001 infatti negli statuti delle regioni speciali è stata introdotta la norma in base alla quale al fine di conseguire l'equilibrio della rappresentanza dei sessi la legge regionale che disciplina le modalità di elezione dei consiglieri regionali promuove condizioni di parità per l'accesso alle consultazioni elettorali; la legge costituzionale numero 3 del 2001 nel modificare l'articolo 117 della Costituzione, ha previsto nel comma 7 che le leggi regionali rimuovano ogni ostacolo che impedisca la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica, e promuovano la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive.

Da ultimo, la legge costituzionale numero 1 del 2003 ha aggiunto all'articolo 51, primo comma, della prima parte della Costituzione la norma secondo cui a tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini. E se ciò non bastasse è intervenuta la sentenza della Corte Costituzionale che, dichiarando non fondato il ricorso del Governo Berlusconi alla legge elettorale della Val d'Aosta, considera legittime e rispettose del dettato costituzionale le norme a favore del genere sottorappresentato contenute nella legge elettorale della Val d'Aosta.

Il ricorso del Governo nazionale alla Corte ha fortunatamente avuto un esito paradossale: la Corte mette il proprio autorevole sigillo sulla legittimità della legge, dopo la scelta di merito del Consiglio regionale, cioè dimostrando che se questa norma non c'è è la legge regionale ad essere incostituzionale. Si è così dimostrato che la riscrittura degli statuti e delle leggi elettorali non può e non deve essere un'operazione autoreferenziale del ceto politico odierno, ma uno strumento di apertura a nuove energie. E' un'indicazione preziosa, sia per le altre Regioni speciali sia per quelle ordinarie, che si possono avvalere di una norma analoga prevista nella Costituzione. Sarebbe davvero paradossale che fosse la Sardegna a dare inizio agli esempi negativi, negando la modernità, l'apertura a nuove energie e invece scrivendo una legge tagliata su misura a un pezzo dell'attuale classe dirigente, quella che governa, vincendo i congressi, legittimamente controlla i partiti di entrambi gli schieramenti. Insomma la valutazione che si stia profilando una legge cucita su misura per le esigenze di una casta politica che, ad onor del vero, non solo esclude volutamente le donne, ma anche larghi strati di cittadini sardi.

Naturalmente ripresenteremo, come già forse abbiamo fatto, in Aula gli emendamenti bocciati nella Commissione autonomia, forti dell'appoggio di una petizione popolare che sta ancora raccogliendo in Sardegna, nei paesi, nelle città, molte adesioni, sui quesiti che anche in accordo con la Commissione pari opportunità regionale sono ritenuti la base su cui avere una discussione di merito e non per mediare verso il basso, cioè la reintroduzione delle quote, che noi non siamo disposte ad accettare. Ed è per questo, se così fosse, se così andasse, noi siamo disponibili innanzitutto a impugnare la legge, ma anche a promuovere un referendum.

I quesiti della petizione immagino li conosciate, per cui non li riprendo, ma sono la base democratica di una discussione che con grande sforzo delle donne in Sardegna, sia del centrodestra che del centrosinistra, si sta aprendo in tutti i luoghi. Forse sarebbe il caso che anche il Consiglio regionale provasse, con onestà intellettuale e con umiltà, a confrontarsi nel merito e con argomenti che siano validi e non, come detto talvolta, pittoreschi.

Il Consiglio regionale della Sardegna, che non sta vivendo un momento molto felice della propria storia dell'autonomia, potrebbe provare a riscattare la sua immagine approvando una legge elettorale che non tuteli chi è già sufficientemente tutelato e che includa anziché escludere.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pittalis. Ne ha facoltà. Si prepari il consigliere Pusceddu.

PITTALIS (F.I.-Sardegna). Nel corso di questo dibattito c'è stato un riferimento da parte di alcuni colleghi ai valori dell'autonomia. In sostanza è stato detto: "Questo rappresenta un banco di prova per il Consiglio regionale, noi non possiamo andare alle elezioni prossime per il rinnovo del Consiglio regionale con una legge nazionale, sarebbe la mortificazione dell'autonomia dei sardi". Sicuramente la riflessione merita attenzione e rispetto, ma mi pare avulsa dal contesto reale nel quale noi operiamo, perché se dovessimo tenere conto di questa osservazione c'è da chiedersi perché, io mi riferisco all'ultimo decennio, già nel 1992/93, quando si elaborò una legge elettorale il Consiglio regionale sardo escogitò addirittura il trilottaggio, legato evidentemente a logiche che nulla hanno e avevano a che fare con la stabilità, con la governabilità, con la tutela del principio dell'effettiva rappresentanza territoriale e politica del corpo elettorale. Ma tale è stata la determinazione nel salvaguardare i valori dell'autonomia della nostra Regione che nel 1998, alla vigilia del successivo appuntamento elettorale per il rinnovo del Consiglio regionale nel 1999, il Consiglio regionale mise mano anche in quella occasione - badate, lo dico non per fare critica ad alcuno, ma per mettere in evidenza anche i limiti che spesso alcune riflessioni portano con sé quando non tengono conto della realtà - e ricordo che anche in quella occasione si fece sicuramente un passo avanti su una proposta coraggiosa dell'allora collega consigliere Bonesu, che probabilmente aveva altre finalità, ma anche in quel contesto il Consiglio regionale riuscì soltanto a eliminare quella stortura del sistema che appunto era rappresentata dal trilottaggio, ma non riuscì a fare altro, perché la verità, ce la dobbiamo dire almeno qui, fra di noi, è che la materia - siamo tutti consapevoli - è complessa, è delicata, muove da visioni culturali differenti, ce ne rendiamo conto: chi preferisce il sistema presidenziale, chi quello assembleare, chi sul sistema di voto preferisce il maggioritario, chi il proporzionale puro, chi cerca di combinare insieme i due sistemi, ma la verità è che questa materia si presta anche a prese di posizione che talvolta nascondono anche il pur legittimo timore, la pur legittima paura di non scomparire dalla scena politica, soprattutto con riferimento a piccole forze politiche che legittimamente hanno il diritto di essere rappresentate nella massima assemblea regionale. Allora tutto questo, logicamente, insieme ad altre poco nobili posizioni che spesso vengono mascherate di autonomismo, porta ad aumentare anche la tensione nel dibattito, come abbiamo potuto notare in questi giorni e fa perdere quel filo conduttore che dovrebbe semmai animare quest'Assemblea, e cioè la necessità di spogliarsi degli interessi di parte, di partito, ma cercare di costruire un sistema, se veramente si crede in un valore autofondante, quindi nei valori della specialità e dell'autonomia di questa Assemblea, cercare appunto di costruire un sistema che risponda più alle logiche, agli interessi di chi qui rappresentiamo e non tanto alle logiche di parte e men che meno personali, perché anche le logiche personali e l'individualismo, il personalismo accentuato l'abbiamo notato spesso nel corso di dibattiti che hanno interessato la modifica delle leggi elettorali. Ecco perché noi - lo abbiamo già detto e lo ribadiamo chiaramente anche in questa sede - non possiamo non tener conto dello stato avanzato ormai in tutto il panorama nazionale, negli ordinamenti regionali, di un sistema che è quello presidenziale, che è quello ispirato, sia pure con i dovuti correttivi, a una logica maggioritaria, logica che deve consentire a chi ha ricevuto il consenso dal popolo di poter governare stabilmente per i cinque anni, quindi per tutto il mandato. E allora voi vedete e capite bene che riproporre sistemi ormai per altro collaudati con esiti infausti, perché l'instabilità politica della scorsa legislatura è figlia di quel sistema elettorale, l'instabilità politica che tutti abbiamo potuto non solo notare, ma quotidianamente abbiamo vissuto in quest'Aula, è figlia di un sistema elettorale scarsamente funzionante, inadeguato, che non ha saputo garantire la governabilità e la stabilità. Qualcuno vorrebbe tornare al sistema delle alchimie di palazzo e siccome le alchimie di Palazzo sono ben capaci poi di mandare a casa presidenti legittimamente indicati dal popolo, l'abbiamo visto in questa legislatura, abbiamo visto a livello nazionale quello che è successo con il presidente Prodi, frutto di un sistema elettorale anche quello viziato. Allora oggi si pretende di riproporre quindi un sistema dove il sovrano ancora una volta non sia il popolo, si vuole limitare la sovranità del corpo elettorale, si vuol fare spazio alle soluzioni, queste sì, che sono soluzioni di cabotaggio, che spesso si riesce a trovare nella difficoltà, nella contingenza e nell'urgenza di dare risposte nelle ovattate stanze del palazzo.

Ecco, noi riteniamo che tutto questo appartenga ad una esperienza che ormai fa parte del passato e vorremmo guardare avanti. Noi riteniamo di non essere conservatori, in questo campo, siamo all'insegna proprio del rinnovamento e del cambiamento, allora ecco perché la ragione che noi abbiamo posto già in Commissione all'attenzione anche delle forze politiche, la ragione di una posizione che il partito di Forza Italia ha assunto nella chiarezza. Stiamo veramente facendo un lavoro che possa dare il risultato da tutti auspicato? Proviamoci. In Commissione ci abbiamo provato, un confronto leale, aperto, anzi io non ho nessuna difficoltà a riconoscere il ruolo anche del Presidente, di tutta la Commissione, che sicuramente in buona fede ha tentato di portare un risultato che noi però, con il nostro voto che è stato di astensione, quindi un voto non a favore, abbiamo preso le distanze da quel testo esitato dalla Commissione, perché riteniamo appunto che non è che non sia stato fatto un buon lavoro, ma le ragioni che sono state già dette e sulle quali non so se avrò il tempo di soffermarmi mi pare che portino lontano da quegli obiettivi che sicuramente il Presidente e tutta la Commissione, almeno in quel contesto, si prefiggevano.

Noi non facciamo una difesa d'ufficio della legge nazionale, nella quale riteniamo che vi siano aspetti sicuramente da salvaguardare: il presidenzialismo, la certezza che chi vince le elezioni ha una maggioranza numerica stabile, la garanzia che se si verificano soluzioni all'interno dell'Assemblea di trasformazioni, di passaggi dall'uno all'altro schieramento e quant'altro, il Presidente, nel rispetto del mandato elettorale, ha uno strumento, che è quello di mandare a casa tutti quanti, e noi vogliamo rinunciare a queste prerogative in funzione di che cosa? In funzione di costruire un listino regionale dove vengano garantiti non solo a chi vince i nove consiglieri regionali, ma addirittura a chi perde i restanti sette? Con l'ulteriore danno, che a mio avviso verrebbe fatto, sulle rappresentanze territoriali effettive, perché il maggioritario verrebbe spalmato sui collegi provinciali. Immaginatevi un collegio come la Gallura, come il Sulcis, per non parlare del Medio Campidano e della stessa Ogliastra, dove addirittura farebbe l'asso pigliatutto lo schieramento che vince, senza quindi assicurare la rappresentanza politica, e voi comprendete bene con quali effetti distorsivi. E tutto perché? Io non vorrei che la finalità fosse quella di creare privilegi sul listino regionale per superare situazioni locali che non avrebbero assolutamente alcun senso, perché se un listino regionale esiste deve avere una logica, non quella di precostituire un numero certo e sicuro a chi vince e un numero certo e sicuro a chi perde.

Questo è uno degli argomenti veramente, ma non è il solo, che sicuramente ha fatto riflettere noi su una posizione che il partito di Forza Italia oggi assume, che su questo testo non ci sarà il voto favorevole del nostro partito. Questo, voi capite bene, ci porta dunque a fare - e la preannunciamo - una battaglia seria in Aula, ma che è una battaglia di democrazia, che è una battaglia a tutela di quei valori che riteniamo non siano prerogativa solo di una parte politica. Una battaglia che noi ci auguriamo possa vedere le forze politiche almeno su un punto accomunate, e cioè sulla necessità che si possa eliminare proprio dall'agenda politica, dall'esame di questo Consiglio, questo testo, riprendere il testo nazionale ed eventualmente su quello operare le correzioni che si ritengono utili e necessarie. Si è parlato della necessità di emendare il listino per introdurre la preferenza, ma non è un tabù, non è un problema, non lo è per nessuno, ma non possiamo, attraverso una proposta di modifica, consentire a chicchessia avventure terze, quarto o quintopoliste, perché ormai siamo in una logica bipolare e chi non rimane ancorato a questa visione mi pare che sia fuori dalla storia politica attuale, almeno quella politica e istituzionale. Ecco perché, e mi rivolgo soprattutto agli alleati, io ritengo che una riflessione al nostro interno sarebbe stata utile e possibile, utile anche con riferimento soprattutto alla necessità, forse prima di affrontare il tema elettorale vero e proprio, di affrontare e risolvere alcuni nodi che stanno a monte, cioè la questione sul potere e sui poteri e le funzioni del Presidente, dell'Assemblea, che forse avrebbero potuto essere risolte a monte; sulla necessità di dotare questo Consiglio regionale di un regolamento adeguato. Siamo impantanati da anni addirittura sulla modifica di un regolamento, la Commissione non si è più riunita e non si sa per quale ragione, c'è stata una mobilitazione corale, almeno della maggior parte delle forze politiche, per l'abolizione del voto segreto; tutto tace e tutto giace nel chiuso dei lavori di una Commissione che ormai praticamente non esiste più se non sulla carta. Non vi è stata la capacità di mettere mano alla legge 1 del 1977, quella che dovrebbe ridisegnare la struttura, la funzione delle competenze degli Assessorati, ancora appunto legati ad una logica vecchia, datata anno 1977.

Questo ottimismo e questa speranza anche di far leva sulle capacità nostre di autodeterminazione, io sono poco speranzoso ed allora rispetto a un risultato fumoso, incerto, rispetto alla prospettiva di un pasticcio, io preferisco la certezza di un sistema, quello elettorale, che so che ha funzionato bene in tutte le Regioni; so quali sono i problemi, ma noi possiamo intervenire a correggere, ma non addirittura ad ipotizzare qualcosa di assolutamente diverso, ma che ricorda leggi elettorali di questa e delle passate legislature. Ecco allora perché io ritengo che sia utile una riflessione su questo aspetto e su tutti gli altri che sono stati posti, dalla questione delle pari opportunità alla questione degli emigrati, senza enfasi, senza demagogia, ma con la consapevolezza che sono problemi posti all'attenzione dell'Assemblea e che vanno affrontati e risolti. Così come mi preme dare qui una risposta ad una forte sollecitazione che è venuta anche dal leader dei Riformatori Massimo Fantola sulla nota questione delle primarie. Io, su questo tema, a nome anche del mio Partito, avevo già detto in altre occasioni, anche nel corso di un dibattito, ma non solo io, il collega Balletto, che abbiamo avuto sui mezzi di informazione che noi non siamo contrari; avremmo voluto un sistema di primarie normato, possibilmente inserito, se fosse stato possibile, in un testo, ma mi risulta che proprio in questi giorni hanno presentato all'attenzione del Consiglio una proposta di legge su questo aspetto, noi diciamo all'amico Fantola: "Noi siamo per le primarie", invitiamo l'amico Fantola per quanto ci riguarda nello spirito di una coalizione che vorremmo rafforzare, irrobustire, che vorremmo creare autenticamente alternativa al centrosinistra, all'amico Massimo Fantola dico: "Noi ci siamo, iniziamo a lavorare", quello può essere sicuramente più che questa legge elettorale, a nostro avviso, pasticciata, la soluzione per rimettere in moto la macchina e per affidarci all'appuntamento prossimo del rinnovo del consiglio elettorale su basi certe quali quella che noi riteniamo essere rappresentata dalla legge nazionale.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pusceddu. Ne ha facoltà. Si prepari il consigliere Emanuele Sanna.

PUSCEDDU (D.S.). Il dibattito che si è svolto in Aula ci consente di svolgere alcune valutazioni sulle posizioni espresse dai Gruppi politici che mi sembra al momento siano abbastanza definite. La considerazione che voglio fare in premessa riguarda il rischio di vanificare una grande occasione e una irripetibile opportunità, vale a dire quella di dimostrare da parte di quest'Aula la possibilità di una autoriforma del proprio sistema elettorale partendo da un presupposto, il presupposto è la necessità di una nuova legge elettorale regionale e l'esigenza di questa improcrastinabile necessità è stata testimoniata dal fatto che un gran numero di gruppi politici hanno presentato ben sei proposte di legge, mentre c'è un disegno di legge proposto dal Presidente Masala, a suo tempo Assessore della riforma della Regione, disegno di legge per altro disconosciuto nella sua paternità da parte delle forze politiche di maggioranza, mi riferisco in primo luogo da parte di Forza Italia e di Alleanza Nazionale. E proprio questi due Gruppi politici rischiano di far vanificare uno sforzo che si è sviluppato in Commissione e che ha avuto momenti di alto confronto, proprio la posizione di questi Gruppi politici che da una posizione di iniziale disinteresse, mancando una specifica loro proposta di legge, ad una funzione di osservatore di quanto avveniva in Commissione per poi passare ad un voto di astensione in occasione del voto finale in Commissione, mentre oggi in Aula da parte dei Gruppi viene anticipata una contrarietà al testo esitato dalla Commissione.

Io ritengo che la posizione che in Aula hanno assunto Forza Italia e Alleanza Nazionale non sia una posizione credibile, è una posizione ibrida e confusa nella sua evoluzione temporale, ma ibrida e confusa anche nelle finalità, così come ibrida e confusa è stata l'esperienza di governo di Forza Italia e Alleanza Nazionale nel corso di questa legislatura e ciò che manca da parte di questi due Gruppi politici è proprio una analisi critica dell'esperienza di questa legislatura ed una analisi autocritica della propria esperienza di governo. Io penso che ci sia molta strumentalità nella posizione di questi due Gruppi politici, una strumentalità che mira ad arrivare ad un referendum sulla legge elettorale per distogliere l'attenzione dell'elettorato sui limiti e sulle insufficienze della loro esperienza di governo, per affrontare invece e porre all'attenzione degli elettori un discorso relativo alla legge elettorale. Ma io penso che gli elettori sardi siano sufficientemente avveduti per non capire la strumentalità della posizione di Forza Italia e di Alleanza Nazionale che, dopo il fallimento della propria esperienza di governo, vorrebbero ricostituire una sorta di verginità parlando di legge elettorale nazionale.

Io ritengo che sia invece necessario che le regole del gioco siano definite da tutti i giocatori, per cui la mia preoccupazione nasce proprio dal fatto che la posizione di chiusura assunta da Forza Italia e Alleanza Nazionale rischia di far venire meno quell'esigenza imprescindibile che tutti avevamo sollecitato.

Un'esigenza di riforma della legge, che nasce proprio dall'evidente limite della legge nazionale che viene applicata anche alle Regioni a statuto speciale. Qui non si tratta di sollevare un problema di malintesa autonomia, qui si tratta proprio di sollecitare un'espressione di alto contenuto autonomistico perché la nostra Regione sia per la sua specificità ma anche per l'articolazione politica dei Gruppi politici e delle forze presenti all'interno del Consiglio regionale, è nettamente diversa rispetto alla presenza delle Regioni a statuto ordinario.

C'è l'esigenza di dare una valenza alla componente dei valori autonomistici che attraversa gran parte dei partiti e dei movimenti presenti in Sardegna. C'è un'altra esigenza che è quella di garantire oltre che rappresentatività politica ai partiti e movimenti anche un criterio di rappresentatività territoriale che rischierebbe di essere vanificato proprio nel momento in cui la Regione si è data un nuovo assetto interno a livello di enti intermedi con la legge di riassetto delle circoscrizioni provinciali. Così come vi era la necessità di mettere in risalto i limiti di una legislazione nazionale che nella sua applicazione ha dimostrato un forte contrasto tra poteri in particolare tra il potere esecutivo rappresentato dal Presidente eletto direttamente e il potere parlamentare.

Io ritengo che sia eccessivamente azzardata la posizione espressa dal collega Balletto quando dice che il parlamentarismo è il cancro della nostra democrazia. Noi ci siamo posti l'esigenza di mettere all'interno del circuito parlamentare forze politiche e movimenti perché era un limite tenere fuori dalle istituzioni parti significative della società e proprio il limite che abbiamo evidenziato è sempre quello dell'extraparlamentarismo, perché ciò significa che se un movimento non trova espressione parlamentare, non per questo viene escluso, può essere escluso dalla rappresentanza però troverà altre forme per rappresentare i propri interessi e i propri bisogni.

Per cui, c'era la necessità di riequilibrare l'eccesso dei poteri del Presidente che talvolta ha visto il Parlamento come uno zerbino. E' proprio dalla necessità del fatto che non sempre i Presidenti eletti sono dei leader nella concezione weberiana del termine, ossia dei leader politici che vivono per la politica e non che vivono della politica e che dei De Gaulle non è che nascono ogni anno, l'esperienza ha dimostrato che persone inette e incapaci hanno assunto in sé dei poteri enormi e che talvolta hanno accentuato la rigidità nel rapporto tra le istituzioni.

Per cui, partendo da queste considerazioni ed anche dal fatto che è necessario garantire un sistema bipolare, riteniamo non credibile la posizione assunta da Forza Italia ed anche da Alleanza Nazionale, perché ora cerca di sposare l'ipotesi presidenzialista mentre invece è andata un'esperienza del governo sulla base di meccanismi strettamente parlamentari e all'insegna di esperienze nefaste e negative della prima Repubblica, perché il centrodestra non ha vinto le elezioni regionali del 1999 ma è andata al potere pur essendo l'elettorato schierato per il novanta per cento della rappresentanza consiliare in uno schema bipolare e solo otto consiglieri su ottanta sono stati eletti fuori della logica bipolare.

Ebbene, il condizionamento operato da questi otto consiglieri, che peraltro sono implosi nella loro rappresentanza, è imploso l'U.D.R. che si vede una rappresentanza differente rispetto a quella espressa dal corpo elettorale, è imploso il nuovo movimento, ha avuto momenti di difficoltà anche il Partito Sardo D'Azione con una scissione. Ebbene, Pili è andato al Governo sulla logica di una negoziazione politica, sulla base di un accordo parlamentare con forze politiche che non erano espressione di una logica bipolare. Ciò che ha tentato di salvaguardare pur interpretando una funzione di leadership è stata quella del malinteso senso del concetto di stabilità perché è vero che il presidenzialismo può dare stabilità, però oltre alla stabilità può dare anche immobilità. E l'errore che ha fatto il Presidente Pili è stato quello di mettere al primo punto del suo atteggiamento non tanto la governabilità, non tanto l'esigenza di una democrazia governante quanto l'esigenza di durare, di durare il più a lungo possibile anche e nonostante tanti voti contrari espressi dall'Aula. Ed allora la posizione sarebbe stata proprio quella di ridare veramente la parola agli elettori ed anche di chiudere questa legislatura così come ha fatto Alleanza Nazionale attraverso un'esperienza presidenziale che certo non lascerà il segno per quanto riguarda l'attività. Perché, colleghi del centrodestra, governare significa anche legiferare, governare si governa legiferando e ha sostenuto ieri il collega La Spisa, questa legislatura passerà alla storia autonomistica non solo per la più penosa e maldestra inquietante vicenda di trasformismo politico operato da alcuni consiglieri eletti in uno schieramento e passati in un altro schieramento e che hanno interpretato la funzione consiliare all'insegna, diciamo, di esperienze che sono state vissute in altri Paesi. Mi riferisco per esempio all'esperienza brasiliana dove un parlamentare nei decenni passati rispondeva direttamente agli elettori, non aveva vincoli di partito e anzi considerava il Partito o il Gruppo politico solo un luogo da affittare. I Partiti e i Gruppi non sono luoghi da affittare ma devono essere proprio rappresentanza di interessi specifici. Ma l'altro elemento che proprio sta caratterizzando, ha caratterizzato questa legislatura è proprio la mancanza di una legislazione profonda, è proprio il fatto che ha sollevato collega Pittalis poc'anzi quando dice che non voleva tornare al sistema delle alchimie di palazzo; ma è proprio il centrodestra che in questa legislatura è andato al potere solo ed esclusivamente tramite il sistema delle alchimie di palazzo. E' per questo che nella proposta di legge, proprio per recuperare un senso etico, un senso forte della responsabilità noi abbiamo individuato l'esigenza di ancorare il voto al Gruppo politico, al voto al Presidente per creare proprio quel legame indissolubile che ci deve essere sui vari livelli di rappresentatività politica e istituzionale.

La Commissione Autonomia ha svolto un buon lavoro stringendo i tempi ed evitando tatticismi, è riuscita ad esitare un testo largamente condiviso, un testo unificato che era stato approvato senza voti contrari. Per cui la posizione che oggi assumono Forza Italia ed Alleanza Nazionale, ribadisco ancora una volta, è una posizione confusa, è una posizione solo strumentale. Col passaggio in Aula, io ritengo che, anziché cogliere l'opportunità per migliorare il testo che senz'altro può avere anche dei momenti di non chiara esplicitazione, sta invece emergendo una presa di distanza ed una palese contrarietà da parte di forze politiche significative di questo Consiglio regionale.

Io ritengo che allora sia necessario attivare un confronto che riesca a raggiungere alcuni risultati chiari attraverso l'esplicitazione di regole semplici, dove il potere veramente deve essere dato agli elettori e dove proprio il confronto che si dovrà sviluppare in quest'Aula non può essere banalizzato. Mi rendo conto che, nonostante alcune cadute di stile che abbiamo sentito anche ieri in quest'Aula quando si parlava di parità, banalizzando concetti che sono all'attenzione dell'opinione pubblica e che devono essere punto di riferimento per la nostra azione politica e legislativa, non sono stati tenuti in debita considerazione.

Dicevo che però il confronto non è e non può essere banale perché si stanno confrontando anche dei modelli politici che sono differenti, da una parte c'è l'esigenza di stabilire delle norme che consentano anche, diciamo, di evitare la possibilità di ribaltoni, ma allora questo significherebbe affrontare il tema del mandato imperativo, del mandato dei singoli consiglieri.

Questo è un tema che purtroppo non risolve né la legge nazionale e che non risolve neanche la legge regionale. Ma un problema però noi dobbiamo avere presente, la legge nazionale rischia di far aumentare a dismisura la rappresentanza del Consiglio. Il Consiglio, se ci sarà una articolazione ai nastri di partenza delle elezioni in uno schema che non è bipolare, ma può essere anche con la presenza di tre o quattro o cinque coalizioni, potrà avvenire per il meccanismo della legge che il Consiglio regionale venga aumentato nella propria composizione arrivando anche ad avere circa cento componenti.

E questo è il risultato di un sistema perverso che dovendo garantire comunque in un'elezione che è a mono turno e dove una minoranza può ottenere ed otterrà il sessanta per cento dei rappresentanti, questo significa che per garantire quel sessanta per cento occorrerà aumentare forse a dismisura lo stesso Consiglio regionale.

Ed è per questo che io sono stato un sostenitore delle ipotesi del doppio turno perché noi dobbiamo prendere in considerazione anche la posizione dei perdenti, e non è detto che i perdenti siano una minoranza perché a perdere può essere anche il sessanta o il sessantacinque per cento del corpo elettorale. Ed allora, il doppio turno consentirebbe di riorientare il proprio voto, consentirebbe anche ad una parte degli elettori di non sentirsi sconfitta e perdente, e comunque darebbe quella legittimazione democratica e maggioritaria alla coalizione che si appresterebbe a governare per cinque anni.

È chiaro che la legge nazionale ha dei limiti e si è inteso, con la proposta esitata dalla Commissione, non mettere in discussione il bipolarismo, non mettere in discussione il presidenzialismo, non mettere in discussione il concetto di stabilità che assieme a quello di rappresentatività è uno dei punti cardine della legge costituzionale.

Quello che si è cercato di garantire è soprattutto la rappresentatività territoriale, è soprattutto quello di dare un reale potere agli elettori ed attraverso il voto congiunto di recuperare una condizione etica di responsabilità del mandato elettorale. Ma soprattutto era quello di potenziare i poteri dell'Assemblea e di fare in modo che l'iniziativa legislativa non venisse mortificata dall'eccesso di presidenzialismo.

Io ritengo che anche il discorso del premio di maggioranza, il cinquantacinque per cento è un premio più che sufficiente per garantire comunque quella stabilità; una stabilità che dovrebbe essere garantita soprattutto dalla governabilità, soprattutto da ciò che una maggioranza riesce a fare e soprattutto dalla condivisione degli obiettivi e delle strategie. Il testo risponde anche ad altre esigenze, tipo quella di definire meglio l'incompatibilità assessore - consiglieri, di temperare il premio di maggioranza e di dare un voto di preferenza anche nella lista regionale per evitare che alcuni consiglieri non si sottopongano al gradimento degli elettori.

Io non so come terminerà questa vicenda della legge elettorale regionale; certo preoccupa alquanto l'atteggiamento che stanno assumendo Forza Italia e Alleanza Nazionale, un atteggiamento confuso, ibrido, che ancorandosi passivamente sulla posizione della legge nazionale rischia di far perdere a questo Consiglio una opportunità di miglioramento di un testo che nella sua effettiva applicazione ha dimostrato limiti e insufficienze.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Emanuele Sanna, che concluderà questa serie di interventi. A seguire sarà il primo intervento dei Capigruppo.

È iscritto a parlare il consigliere Sanna Emanuele. Ne ha facoltà.

SANNA Emanuele (D.S.). Signor Presidente ed onorevoli colleghi, il Consiglio sta affrontando il provvedimento forse più impegnativo di questa legislatura, l'esito di questo dibattito è molto incerto, ma a nessuno di noi sfugge che il successo o il fallimento di questo progetto di legge lasceranno comunque un segno profondo nella vita politica della nostra Regione. Io penso che sarebbe stato un atto di grave abdicazione politica e istituzionale, cari colleghi, eludere questo appuntamento e consentire che il progetto di riforma elettorale regionale finisse come tanti altri nell'archivio delle incompiute di questa tormentata e sterile legislatura.

Rispetto l'opinione di chi pensa che una riforma così importante e così impegnativa arriva all'esame dell'Aula forse nel momento più critico per la nostra Assemblea legislativa, e mentre nella pubblica opinione cresce un sentimento motivato di sfiducia verso il Consiglio e verso ciascuno di noi. Non mi sfugge la delicatezza estrema di questo passaggio democratico, però resto fermamente convinto che non portare in Consiglio regionale questa riforma prima dell'epilogo della legislatura sarebbe stato un atto di grave irresponsabilità, rispetto alla delega che i sardi ci hanno affidato quattro anni fa.

Il tempo per fare almeno questa fondamentale riforma è quasi scaduto, cari colleghi, ma la responsabilità di portarla a compimento è solo nelle nostre mani. Dipenderà solo da noi se nel consuntivo del nostro mandato ci sarà nel capitolo desolante delle passività anche la rinuncia ad una radicale innovazione del nostro sistema politico o se ci sarà, invece, l'atto fecondo e responsabile dell'approvazione di questa riforma.

Ho ascoltato nel lungo dibattito una pluralità di posizioni e di proposte che, sia pure con alcune riserve mentali, mi sembrano in generale orientate a varare una riforma elettorale regionale che senza disperdere le innovazioni positive della legge nazionale introduca anche alcuni salutari correttivi per rafforzare la sovranità popolare e salvaguardare le peculiarità del sistema politico istituzionale della Sardegna.

Dico subito che non sono molto interessato a questo punto ad interloquire con alcuni giudizi grossolani quanto strumentali che sono stati espressi, in quest'Aula e fuori, sul complesso lavoro fatto dalla prima Commissione nei mesi scorsi per unificare sette differenti progetti di legge e mettere il Consiglio oggi nelle condizioni di decidere e di legiferare.

Mi limito a dire che tutte le osservazioni meritano il massimo rispetto ma alcune critiche emerse nella discussione generale appaiono non solo eccessive ed infondate, ma sfidano il buon senso e la capacità di giudizio dei sardi che, come è noto, non difettano. Il testo della Commissione, secondo i critici più intransigenti, peggiorerebbe la legge varata del Parlamento italiano nel 1999 per le Regioni ordinarie; e se il Consiglio dovesse approvare il testo unificato in sede referente, dicono alcuni colleghi, ci penserà il popolo sovrano a spazzare via col referendum questa creatura malformata.

Io vorrei sommessamente invitare tutti ad abbassare i toni e ad aprirsi ad un confronto di merito più serio e più sereno, anche perché nessuno di noi ha né la virtù dell'infallibilità, né ancor meno il monopolio delle intenzioni e delle decisioni del popolo sovrano. Comprendo che chi non è riuscito in Commissione a far diventare maggioritario il suo punto di vista su aspetti essenziali di questa legge, cerchi oggi di riproporlo e di farlo prevalere in Aula. E' del tutto legittimo, cari colleghi, è fisiologico che questo accada anche con una buona dose di asprezza nella dialettica parlamentare. Però adesso siamo ad un passaggio nel quale ognuno di noi sarà chiamato a un'assunzione di responsabilità sulla base di testi scritti e sottoposti formalmente all'esame del Consiglio e nessun espediente dialettico potrà impedire un rigoroso esame comparativo del contenuto di questo progetto con le norme contenute nella legge costituzionale numero 2 del 1999 varata dal Parlamento italiano e già in vigore da oltre tre anni in quindici Regioni a statuto ordinario.

In prima Commissione da gennaio a giugno, con la lunga parentesi della difficile sessione di bilancio, il confronto politico tra i componenti di tutti i Gruppi è stato serrato e propositivo e le convergenze che prevalgono, come le divergenze che restano ma sono a mio giudizio superabili, sono il frutto di un lavoro comune molto rigoroso, al quale hanno dato un contributo preziosissimo di idee, di sintesi politica sia i consiglieri che hanno votato a favore del testo unificato sia quelli che si sono astenuti dichiarandosi comunque disponibili ad una convergenza più ampia in questo Consiglio regionale. La Commissione ha lavorato intensamente su mandato di tutti i Gruppi e all'interno di una corsia preferenziale condivisa dalla Conferenza dei Capigruppo e precedentemente discussa da tutte le forze politiche al di là degli schieramenti di maggioranza e di opposizione.

Forse non è inopportuno ricordare anche che si erano persi due anni preziosi di tempo per affrontare concretamente questo grande tema e per esercitare le nostre prerogative di Regione speciale nel cruciale campo delle regole elettorali e della forma di governo. E forse bisogna anche dire che chi aveva pronosticato che la Commissione avrebbe inghiottito nelle sabbie mobili dell'inconcludenza questo progetto, è rimasto infine deluso, ma l'organo consiliare, cari colleghi, ha fatto esclusivamente fino in fondo, la sua parte e il suo dovere.

Dal mese di giugno c'è un testo unificato di riforma elettorale sarda sul quale il Consiglio può discutere e decidere in piena sovranità, modificando e migliorando la proposta della Commissione sui punti dove permangono limiti e contrasti politici; però, giunti a questo punto, va detto con chiarezza, con un Consiglio in bilico tra morte prematura e precaria sopravvivenza, penso che sarebbe esiziale per tutti promuovere o subire posizioni pilatesche su una riforma che incide in forme così dirompenti sui poteri e sulle libertà dei cittadini, e quindi sulla loro partecipazione collettiva alla vita democratica.

Aggiungo che chi cerca a questo punto del guado di trascinare il confronto nella palude del rinvio e dell'indecisione, perché calcola che la fine della legislatura darà a tutti una via di fuga dalle proprie responsabilità, non sta secondo noi coltivando una strategia sostenibile davanti al giudizio degli elettori. E io penso che una parte larga di questa Assemblea non sarà disponibile ad assecondare questa deriva.

Veniamo quindi al merito della riforma; scevri da pregiudizi e da calcoli di corto respiro e disponibili tutti ad arrivare ad una sintesi politica e legislativa di alto profilo autonomistico. Si è detto e scritto che la legge della Commissione peggiora quella del Parlamento italiano; bene, la formazione va sottoposta alla verifica dei testi. Vediamo, cari colleghi, quali parti del progetto di legge in discussione possono essere considerate peggiorative rispetto alla legge nazionale.

Questa riforma si regge su alcuni pilastri fondamentali e se cadono o si indeboliscono la riforma perde molto della sua forza innovativa e rigeneratrice del sistema politico, che per superare la crisi grave che sta vivendo deve innanzitutto ricollegarsi, a mio giudizio, con la sorgente della volontà popolare.

Il primo pilastro è sicuramente rappresentato dal passaggio, da una forma di governo parlamentare ad una forma di governo presidenziale. Il vertice dell'esecutivo, la guida del governo con questa riforma nasce direttamente dal corpo elettorale, si supera la mediazione degli eletti e la fiducia parlamentare che hanno caratterizzato, come sappiamo, cinquantacinque anni di esperienza autonomistica. E' una riforma radicale per me assolutamente condivisibile frutto di un grande dibattito politico ed anche culturale che ha attraversato il sistema politico italiano e regionale nel corso della sua difficile transizione dell'ultimo decennio.

Ora, se si legge il testo unificato della Commissione, senza le lenti deformanti della contingenza politica, io penso cari colleghi, che non si possa assolutamente affermare che questa proposta indebolisce la forma di governo fondata sul presidenzialismo.

Il Presidente viene eletto dal popolo, conserva tutti i suoi poteri e prerogative, nomina e revoca i componenti della Giunta, dispone di un'ampia autonomia e discrezionalità nella guida del governo, dispone di un sicuro coefficiente di governabilità attraverso il premio di maggioranza se la sua coalizione si sfalda o gli fa mancare la fiducia può sciogliere l'Assemblea e indire nuove elezioni.

Domando ai colleghi, in particolare ai colleghi di Forza Italia, dove è che abbiamo lesionato il pilastro del presidenzialismo? Noi abbiamo fatto una lunga ed appassionata discussione in Commissione, riprendiamola anche qui, sviluppiamola però per cortesia con la più grande onestà intellettuale. Se con la riforma elettorale avessimo potuto discutere anche di statuto, purtroppo quella fondamentale riforma l'abbiamo accantonata ed affidata ai meandri del Parlamento italiano, se avessimo discusso insieme di riforma delle regole, della forma di governo e di costituzione autonomistica, di sicuro avremmo corretto quella norma assolutamente irragionevole che dà al Presidente eletto dal popolo il potere di sciogliere un'assemblea anch'essa eletta dal popolo, anche quando il capo dell'esecutivo non può più esercitare le sue funzioni perché cessa di vivere, perché ha un impedimento permanente, perché abbandona il suo ruolo per ragioni personali; dovrà tornare il Consiglio regionale su questo punto.

Non ci siamo avventurati invece in questa pur opportuna e ragionevole modifica perché siamo stati realisti, e in questa fase abbiamo valutato che è bene non mettere a rischio la riforma complessiva rispetto ad un potenziale ricorso alla Corte Costituzionale. L'esperienza coraggiosa ma frustrante che stanno facendo in questo campo altre Regioni ordinarie e speciali, in maggioranza governate dal Polo, ci ha consigliato di essere prudenti su questo punto, non rinunciatari.

Insomma, noi abbiamo rispettato e blindato i vincoli costituzionali della stabilità e governabilità con l'elezione diretta e i poteri del Presidente e con un sicuro margine di seggi per la coalizione vincente che potrà attuare il suo programma con un governo di legislatura.

C'è un punto però, per me di estrema importanza, cari colleghi, che la Commissione ha modificato rispetto alla legge statale e che attiene al rapporto del Presidente con l'Assemblea elettiva, con la sua coalizione, con la sua base elettorale ed è quello che riguarda il cosiddetto voto disgiunto.

Vorrei che il collega Sanna Giacomo, che ascolto sempre, mi ascoltasse in questo passaggio e non disturbasse il Presidente Floris, perché è un punto cruciale del ragionamento.

Voto disgiunto o voto congiunto. La Commissione ha modificato la norma nazionale per precise e ben ponderate ragioni. E' prevalsa la tesi, che io condivido, che il Presidente vince con una coalizione e con un programma e fa un patto di legislatura con i suoi elettori, si fa il patto con gli elettori soprattutto con un programma di governo e con una coalizione e un Presidente che lo devono realizzare. Chi vota quel Presidente non può votare una coalizione con un programma alternativo e contrapposto. Per questo abbiamo proposto il voto congiunto, perché limita l'eccessiva personalizzazione della vita politica e istituzionale, evita la separazione del leader dalla sua coalizione, impedisce il potenziale discostamento del Presidente dal programma che ha presentato al giudizio degli elettori ed attenua anche quell'iperpresidenzialismo che degenera, cari colleghi, in monocratismo e determina un'oggettiva supremazia del capo dell'Esecutivo sulla Assemblea elettiva che riceve anch'essa una diretta e paritaria legittimazione popolare. Il voto congiunto, non so se mi sta ascoltando il collega Fantola, mi sembra di no, rafforza concretamente per questa via anche il bipolarismo.

La Commissione ha rispettato anche il principio della rappresentanza del pluralismo politico adottando un sistema che fatto salvo il premio di maggioranza resta sostanzialmente proporzionale e assicura la presenza in Assemblea di tutte le forze, di tutte le culture politiche che hanno una consistente base di consenso popolare.

La soglia di accesso non s'innalza con questo provvedimento per nessuno e anzi si attenua per le forze che si coalizzano per incentivare un sano e moderno bipolarismo programmatico che non può però diventare né coercitivo né penalizzante ed ancor meno modellarsi sugli schemi del sistema politico italiano. La Commissione attraverso il testo unificato ha modificato altri due punti chiave della legge nazionale, collega Pittalis, quella legge costituzionale del 1999 che con la norma transitoria della legge successiva del 2001 sarà applicata anche in Sardegna, se noi non legiferiamo, prevede un collegio regionale con lista bloccata dove tutti i seggi, tranne uno, vanno alla coalizione che vince anche di un solo voto in un unico turno elettorale; e, cosa ancora più inaccettabile, i seggi vengono assegnati senza preferenza sulla base delle candidature decise dai partiti.

Ora, cari colleghi, su questa norma, che impedisce di fatto agli elettori di scegliere i propri rappresentanti della lista regionale, che diventa riserva di seggi per le forze politiche, tutti i Gruppi politici nei mesi scorsi hanno dichiarato solennemente di voler correggere la legge nazionale introducendo la preferenza anche nel listino e quindi di conseguenza anche ripartendo i seggi tra le coalizioni in competizione e ripartendo di conseguenza inevitabilmente il premio di maggioranza nei due livelli regionale e provinciale.

Bene, la Commissione ha introdotto questa salutare correzione, i cittadini voteranno con preferenza anche nel listino e in Consiglio quindi non è detto che entrino quelli candidati, collega Pilo, dalle segreterie dei partiti. Lasciatemi dire a questo proposito, senza nessuna accentuazione polemica, che trovo davvero singolari le affermazioni di chi sostiene che il testo unico della Commissione blinderebbe il ceto politico e le oligarchie e peggiorerebbe su questo punto la legge italiana. Cos'è che blinda le oligarchie e i signori delle tessere, se ci sono? Una legge dove i cittadini scelgono tra molti candidati, quella della Commissione, o una legge - quella italiana - dove le scelte le hanno già fatte i partiti ed attraverso l'alambicco delle coalizioni con liste bloccate i cittadini devono solo ratificare? Lascio questa risposta a ciascuno di voi e ad ogni sardo di buon senso. La Commissione ha tentato anche di correggere un altro limite molto grave della legge italiana ordinaria. E' bene che venga sottolineato il fatto, cari colleghi, che senza riforma elettorale sarda, tra qualche mese si voterà per rinnovare questo Consiglio con una legge fatta in Parlamento che non garantisce la rappresentanza di tutte le province sarde dell'assemblea legislativa regionale.

È bene essere chiari fin d'ora su questo punto, perché può darsi che sia tema di campagna elettorale, è bene dire che chi sostiene, votiamo con la legge nazionale perché il male minore sta di fatto condannando alcune delle piccole province già istituite a non avere in quest'Aula consiglieri eletti nei rispettivi territori. Noi abbiamo fatto un lavoro immane per garantire ad ogni provincia una rappresentanza proporzionale alla sua consistenza demografica e la legge che stiamo discutendo, se approvata, impedirà che le province più grandi si mangino la rappresentanza di quelle più piccole e che otto consiglieri regionali vengano eletti con logica centralistica e prevaricatrice a danno dei territori e delle comunità più deboli.

Questa scelta giusta comporta, come sappiamo, conseguenze squilibranti sul piano della rappresentanza territoriale delle diverse forze politiche, sia pure per un numero limitato di seggi, e il Consiglio dovrà ricercare delle soluzioni ragionevoli per far convivere due esigenze legittime, senza però mortificare il principio prevalente della rappresentanza territoriale.

L'ipotesi alla quale siamo pervenuti quindi migliora nettamente i limiti della legge ordinaria votata dal Parlamento italiano, restano punti seri e complessi di divergenza e limiti che possono essere superati col contributo responsabile di tutti i Gruppi, cari colleghi, vedo che il tempo se ne sta andando, ci ritorneremo nella discussione sull'articolato.

Li elenco sommariamente: rappresentanza e parità dei sessi innanzitutto nell'accesso alle cariche pubbliche; questo è per me - cari colleghi - il punto più debole e deludente del testo uscito dalla Commissione. L'assenza delle donne nelle istituzioni impoverisce la democrazia, mutila la vita pubblica, il Consiglio non può essere pavido rispetto a questa sfida, però tutti, lo dico alla collega Pilo e alla collega Lombardo che hanno fatto un intervento appassionato che ho ascoltato, dobbiamo fare uno sforzo corale ed uscire dal bunker della legge nazionale perché quella legge non dà, da questo punto di vista come sappiamo, nessuna garanzia...

PRESIDENTE. Concluda onorevole Sanna.

SANNA EMANUELE (D.S.). Concludo, sto recuperando solo una parte del tempo che ho risparmiato rifacendomi al testo scritto aprendo questo dibattito. Solo due minuti e ho chiuso.

Emigrati, ripartizione dei seggi nel listino - li sto solo elencando - incompatibilità e ineleggibilità, primarie. Ecco i punti sui quali i Gruppi e i singoli consiglieri devono trovare una sintesi alta ed una giusta e ragionevole mediazione.

Concludo, signor Presidente, questa riforma è necessaria, serve a rafforzare la nostra democrazia autonomistica, serve a rafforzare e a rigenerare la principale istituzione politica nella quale i sardi incanalano, sia pure con rabbia, le loro istanze di progresso nella solidarietà e cercano di realizzare l'autogoverno come popolo distinto. Questa riforma è fatta per i cittadini, per chi ci ha eletto, cari colleghi, e quindi siamo tutti chiamati a guardare un orizzonte più ampio rispetto a quello della travagliata congiuntura politica che stiamo attraversando nella fase crepuscolare di questa legislatura. Questa riforma, io ne sono ben consapevole, non si può fare a colpi di maggioranza e deve nascere con un largo consenso politico, sociale e culturale, perché le regole devono garantire tutti i soggetti della vita democratica, partiti, elettori e coalizioni alternative. E' questo il nostro compito e io spero che ci sia da parte di ciascuno di noi una piena assunzione di responsabilità. Siamo ancora in tempo, torno all'inizio per esercitare con saggezza e lungimiranza la nostra funzione di legislatori e di riformatori. Se ci fermiamo o abdichiamo nell'esercizio delle nostre prerogative non sarà solo una scelta pilatesca e subalterna, ma sarà un altro passo rovinoso verso il definitivo fallimento della nostra funzione di rappresentanti del popolo sardo.

PRESIDENTE. Inizia adesso la serie degli interventi dei Capigruppo. E' iscritto a parlare il consigliere Balia. Ne ha facoltà.

BALIA (S.D.I. - S.U.). Signor Presidente e colleghi, la legge il cui testo è stato licenziato dalla Prima Commissione presenta sicuramente delle imperfezioni, contiene delle lacune, deve necessariamente essere migliorata in alcuni aspetti.

Non è perfetta, così come non sono perfette altrettante leggi licenziate dalle commissioni, ma è sicuramente soggetta a perfezionamento all'interno di quest'Aula.

In quella sede, quella della Commissione, i colleghi di maggioranza che oggi non solo criticano lo spirito e i contenuti della nuova normativa, ma parrebbe - per le espressioni che in Aula hanno avuto - intendano rinnegarla quasi nella sua totalità e nella sua filosofia, i colleghi di Commissione rappresentanti della maggioranza hanno attivamente partecipato al dibattito, hanno attivamente concorso con numerosi emendamenti a perfezionarla, li hanno votati dal primo all'ultimo, non vi è stato in quella sede un forte scontro e si sono limitati invece alcuni di essi a votare contro il testo finale della legge. Questo è un modo liquidatorio invece della proposta. L'architettura e la filosofia del progetto di legge, così come la Commissione l'ha esitato, è un'architettura ed una filosofia che in ogni caso tende a salvaguardare da un lato, ma ad esaltare dall'altro, gli stessi valori autonomistici. Peraltro, ma come si pretende, colleghi, di salvaguardare la nostra autonomia qui in Sardegna se noi invece fossimo semplici recettori ed utilizzatori di una legge che ci viene calata direttamente dal Parlamento italiano, senza che al riguardo nulla noi abbiamo potuto dire, nessuna correzione abbiamo potuto introdurre, nessuna modifica è stata, allo stato attuale delle cose? Se noi fossimo recettori della legge così come c'è stata propinata e non intervenissimo invece in sede legislativa non staremo ridando slancio ai valori autonomistici della Sardegna, ma l'autonomia ne uscirebbe svilita e sminuita. Perché non si dice, colleghi, e si riafferma, così come di fatto è, che la legge nazionale presenta numerosi, non uno solo, ma numerosi aspetti antidemocratici?

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE BIGGIO

(Segue BALIA.) Io provo ad indicarne qualcuno; lo diceva prima Emanuele Sanna: ma è ammissibile, ma è consentito, rientra nell'ordinarietà, rientra in una logica positiva che la scelta di chi deve essere eletto nel listino sia sottratta alla discrezionalità e alla volontà dell'elettore e sia invece affidata alle segreterie dei partiti? Secondo me quest'elemento è un elemento di forte e di assoluta aberrazione e guai a noi se non dovessimo intervenire con una correzione forte che ridia voce invece ai cittadini, e che ridia ai cittadini la possibilità concreta di scegliere i propri eletti.

Colleghi, ma è democratico? È una legge democratica che prevede che se un'aggregazione dovesse raggiungere il 39 per cento dei voti degli elettori, abbia un premio di maggioranza sino al 55 per cento? Oppure è democratica una legge che prevede che se gli elettori esprimono un consenso pari al 40,01 per cento il premio di maggioranza diventi addirittura del 60 per cento? Colleghi, a me pare che in tutto ciò nulla di democratico vi sia, ma quel premio che viene definito premio di maggioranza di fatto finisce con l'essere un premio per la minoranza, perché con il 40 per cento con si è maggioranza, si è minoranza, e gli si attribuisce un valore, un plusvalore sino al 60 per cento! Ma tutti abbiamo consapevolezza che se alcuni meccanismi di quella normativa dovessero funzionare in un certo modo produrrebbe altri effetti aberranti per cui il numero dei consiglieri fissato per quest'Assemblea in 80, rischierebbe di viaggiare verso una possibilità invece di esubero, e potrebbero essere 90, 95, 96, 98, perché deve essere garantito quel premio di minoranza a cui prima facevamo riferimento? Cosa dice al riguardo l'onorevole Fantola, invece, che lui insieme a altri Riformatori, anche nel passato, era propositore di testi di legge che tendevano non solo a garantire che il numero dei Consiglieri regionali non esorbitasse oltre gli 80, ma che venisse invece ridotto. Già ne facciamo noi e tanti di danni, colleghi, non ho capito perché dobbiamo correre il rischio che l'Assemblea legislativa della massima istituzione sarda non sia ancorata ad un numero fisso, rapportato alla popolazione residente, ma sia invece svincolata con la possibilità … qua ci sono quanti? 80 posti? Dovremmo in quell'ipotesi modificare anche la composizione dei posti in Aula, perché potrebbe accadere che debbano trovare posto a sedere non 80 Consiglieri, ma 90, 96 o anche oltre i 100.

Proviamo a vedere alcuni degli aspetti invece significativi, ve ne sono certamente anche degli altri, contenuti nella legge votata dalla Prima Commissione, su alcuni dei quali io non posso che esprimere un parere ed un'opinione decisamente positiva, ma su altri invece conservo delle perplessità per cui interverremmo anche come Gruppo politico con emendamenti prima del passaggio agli articoli. Ma il voto congiunto, che da alcune parti viene criticato, non sminuisce, non svilisce, non riduce il potere del Presidente, esalta; il voto congiunto è il potere del Presidente, è il potere della maggioranza che al Presidente fa riferimento, rafforza quel potere e, badate, rafforza anche il principio del bipolarismo. Non è vero, collega Pittalis, che quel principio entra in sofferenza: quel principio e quel criterio invece viene esaltato proprio dal voto congiunto. Le incompatibilità e le illegittimità sono state richiamate in più interventi; non c'è dubbio che così come vengono formulate all'interno del testo di legge sono eccessivamente esasperate, vanno ricondotte ad un criterio di maggiore equilibrio e potremo persino, con un emendamento, innovare il testo facendo direttamente riferimento alla legge nazionale. Presidenzialismo: noi abbiamo cercato di coniugare entrambi i criteri, l'esaltazione del presidenzialismo coniugato però con la salvaguardia e l'aumentata potestà dei valori dell'Aula consiliare. Non dimentichiamoci che se il presidenzialismo garantisce la governabilità, dall'altro lato rischia di essere un elemento che annichilisce e smorza i poteri dell'Aula. E allora, con la formulazione e col voto congiunto, così come l'abbiamo espresso, troviamo invece una forma per coniugare entrambi i valori e ottenere risultati apprezzabili.

Un altro elemento, invece, che sicuramente deve essere modificato è quello della rappresentanza territoriale, laddove, a seguito della istituzione delle nuove province, prevediamo un numero fisso di consiglieri da eleggere per ogni territorio: mentre dobbiamo ricercare un meccanismo che consenta a tutti i territori di esprimere una propria rappresentanza in Consiglio regionale, dobbiamo invece sminuire i rischi ai quali alcuni degli altri territori vanno incontro perché si ritroverebbero eletti consiglieri di partiti che in alcuni territori hanno preso più voti di quanti invece non ne abbiano preso in altri. Lì va introdotto un correttivo che consenta la salvaguardia del principio della attribuzione territoriale dei consiglieri, ma che ridia invece, però, in contemporanea, dignità al voto dei cittadini, non sminuendolo per un meccanismo un po' perverso che all'interno della normativa, così come è stata approvata dalla Commissione, invece è presente.

Il problema delle donne: mi dispiace parlarne in un momento in cui nessuna delle donne consigliere è presente in aula. Accade. E' una frase fatta dire che c'è un problema di rappresentanza delle donne? E' una frase fatta dire che le donne sono portatrici di una nuova e particolare sensibilità? E' una frase fatta dire che rappresentano, anche culturalmente, un valore e un valore diverso da quello che rappresentiamo noi uomini? Io credo di no; credo che il problema esista, credo che il problema non vada banalizzato, se non altro perché in tutta Europa c'è un bassissimo tasso di partecipazione delle donne, di presenza delle donne nei livelli istituzionali, ma questo tasso di presenza femminile nei livelli istituzionali delle donne in Europa è ancora e notevolmente più basso in Italia ed è ancora e notevolmente più basso in Sardegna, se rapportato anche con i valori dell'Italia.

Allora il problema esiste, il problema va affrontato, soluzioni che viaggino verso i criteri della parità vanno congiuntamente e comunemente ricercate, però mi pongo subito una domanda: perché le donne del centrodestra presenti in Consiglio regionale, che pure dichiarano di volere e fortemente volere che la legge contenga principi di parità di sesso, perché queste donne allora rischiano, forse, per le espressioni che dai rappresentanti dei loro partiti sono venute, di non vedere in quest'Aula approvato un nuovo testo di legge che in questa direzione le salvaguardi? Perché badate la legge nazionale non contiene quegli elementi necessari, se non generiche affermazioni per garantire il principio della pari possibilità di concorrere all'elezione nei livelli istituzionali. Allora, io credo che per prime queste consigliere dovrebbero svolgere un ruolo di sensibilizzazione verso i colleghi dei loro partiti, perché questo progetto di legge trovi un itinerario positivo dentro il Consiglio regionale. Ma io un'aggiunta, colleghi, la debbo fare e l'aggiunta è la piena consapevolezza che ciascuno di noi deve avere, e qualora non l'abbia vi è una riserva e un po' anche di mistificazione che neanche la parità di partecipazione nei numeri può ovviamente poi dare quei risultati di numero paritario di eletti. Il periodo scorso, subito dopo la presentazione da parte delle donne di alcuni emendamenti in Commissione, era uscito un articolo di Eugenia Tognotti, naturalmente a favore, sostenitrice anch'essa della tesi della parità e però avvertiva che, in alcuni casi, laddove anzi vi era una maggiore presenza in lista delle donne, questo non si era naturalmente tradotto in un maggior numero di donne elette. Perché? Perché le donne lamentano un'altra carenza, un altro problema che è tipico delle nostre istituzioni; le donne lamentano che il "potere", al di là di quello che si esercita nelle aule consiliari, è un potere fondamentalmente al maschile. Colleghi, questo è vero: quante sono le donne presenti negli enti strumentali? Ed è vero o non è vero che gli enti strumentali rappresentano un'utile tribuna politica dalla quale farsi conoscere? E' vero o non è vero che gli enti strumentali e la partecipazione a quei livelli decisionali costituiscono un elemento forte e importante per concorrere alla crescita della società civile?

Se noi dovessimo fare un'indagine statistica, io l'ho parzialmente fatta per motivi che dirò subito dopo, vedremmo che la presenza femminile negli enti strumentali è ancora di gran lunga inferiore rispetto alla presenza femminile nei livelli istituzionali elettivi. Allora, il problema della parità, se vogliamo che possa anch'esso tradursi in reale possibilità di partecipazione e di uguale parità di concorrenza assieme ai maschi nei livelli elettivi, è necessario che trovi a monte, e anche prima, una soluzione. Questo non esclude che la normativa regionale elettorale debba contenere gli elementi necessari per viaggiare verso la conquista della parità, ma vi è la premessa che a monte è necessaria una legge che preveda che l'attribuzione, le nomine che vengono fatte negli enti strumentali siano paritarie. Allora, partiamo da questo, partiamo da questa consapevolezza, questo sì che è un elemento dirompente, questo sì che è un elemento che sfascia gli attuali assetti, questo è un elemento che poi garantirà reali possibilità di partecipazione.

Io colgo l'occasione per annunciare che come Gruppo socialista depositeremo dopodomani un progetto di legge, lo depositeremo qua in Consiglio regionale, che prevede per gli enti strumentali direttamente nominati, eletti dalla Regione o nei quali in ogni caso la Regione è parte in causa e può incidere e dire la sua, che vi debba essere una parità di rappresentanza fra uomini e donne.

Io credo che questo sia l'elemento dirompente che consente alle donne di partecipare realmente alla vita politica degli enti strumentali e istituzionali in maniera forte e paritaria rispetto all'altro sesso, e che senza questo elemento di salvaguardia di innovazione non è un problema numerico di semplice partecipazione che le porterà in condizioni di reale paritarietà. Noi depositeremo il testo di legge firmato dal Gruppo Socialista e lo illustreremo la prossima settimana in una conferenza stampa.

Sulla legge in discussione voglio augurarmi che non accada ciò che è accaduto con la legge invece volta a salvaguardare il nostro territorio, che non vi sia da parte di chicchessia richiesta di voto segreto, perché quello davvero rappresenterebbe uno svilimento della nostra autonomia e un nuovo atto di pirateria politica.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Ladu. C'è un problema di Regolamento, onorevole Ladu, lei è già intervenuto.

LADU (P.P.S.-Sardistas). Ero intervenuto nel dibattito, non come Capogruppo.

PRESIDENTE. Solo il relatore può intervenire due volte, come relatore e come consigliere. Come Capogruppo lei non può intervenire in quanto era già intervenuto, infatti l'onorevole Cogodi, che è già intervenuto, non interviene questa volta come Capogruppo. Mi dispiace, onorevole Ladu. Può intervenire un altro del Gruppo, lei può intervenire successivamente sugli articoli.

LADU (P.P.S.-Sardistas). Se non posso intervenire non intervengo. Comunque non è un problema.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Cappai. Ne ha facoltà.

CAPPAI (U.D.C.). Signor Presidente, colleghi e colleghe, il dibattito sulla legge elettorale si inserisce in un contesto storico-politico piuttosto complesso; abbiamo assistito negli ultimi anni a profondi cambiamenti sia a livello nazionale che europeo. Il contestato nuovo Titolo V della Costituzione sta portando ad una profonda trasformazione della struttura dello Stato, che tende sempre più a decentrare le proprie competenze verso le istituzioni regionali e comunali. Nel confronto tra le varie forze politiche a livello nazionale sui grandi temi delle riforme si inserisce il delicato tentativo di scrittura della prima Costituzione europea. La Sardegna assiste a questi grandi cambiamenti quasi impotente e in uno stato di semiparalisi. Le frequenti crisi di governo e le diatribe fra i partiti, spesso determinate da personalismi e ricerche spasmodiche di potere personale, legittimate dalla vecchie leggi elettorali regionali e sfociate in crisi politiche interminabili, hanno reso inerme il potere esecutivo, facendo perdere di vista quello che doveva essere l'obiettivo principale in questa delicata fase di grandi cambiamenti storici: la predisposizione di programmi adeguati che potessero facilitare l'inserimento della nostra regione in questo contesto innovativo.

Ciò nonostante abbiamo assistito, negli ultimi tempi, quasi a un sussulto di coscienza e responsabilità da parte delle forze politiche isolane, che consapevoli di non poter accettare, per la specificità nella nostra Isola, un sistema elettorale nazionale, sembrano concordare, al di là delle polemiche sviluppatesi sulle varie proposte, su un unico punto fondamentale: la scrittura di un testo di legge elettorale in Sardegna. Mi dispiace constatare che i colleghi di Forza Italia e AN, che hanno lavorato in Commissione con noi oggi non concordino più su questa posizione. A questo punto è ovvio che il dibattito sul nuovo sistema elettorale e sulla nuova forma di governo non potesse essere ulteriormente procrastinato. La proposta di legge che ci apprestiamo a discutere, e mi auguro ad approvare, introduce alcune modifiche sostanziali apportate dalla Commissione autonomia alla legge elettorale nazionale; tuttavia, dal dibattito politico sviluppatosi a seguito dell'approvazione della proposta di legge da parte della Commissione autonomia, sono emerse alcune gravi lacune, anche in quest'ultimo testo, per cui alcune parti di esso andrebbero riviste e corrette.

Parto dal principio che non condivido le affermazioni di qualche mio collega, esponente della maggioranza, laddove sostiene che la proposta di legge, così come formulata, produrrebbe gli stessi danni delle vecchie leggi elettorali regionali. Il progetto di legge votato dalla Commissione accetta il presidenzialismo, accetta cioè la condizione più importante per garantire la stabilità di governo, nel rispetto della volontà dei cittadini espressa in occasione del referendum sulla legge elettorale.

Da questo punto di vista è pertanto perfettamente identica alla legge nazionale. Il problema è che come sardi, forti della nostra autonomia, e la legge costituzionale ci attribuisce questa facoltà, sentiamo il dovere di approvare una nostra legge regionale. L'UDC è sempre stato d'accordo su questo punto, fin dall'inizio abbiamo avuto una posizione inequivocabile: la Sardegna come Regione autonoma non può accettare una legge approvata a Roma, ma necessariamente deve approvare una legge elettorale propria che, fatti salvi i principi fondamentali della legge nazionale, introduca dei correttivi indispensabili per la specificità della nostra Regione, a garanzia e salvaguardia delle rappresentanze politiche, dei partiti minori e della popolazione sarda. Sì, dunque, all'elezione diretta del Presidente della Regione e al presidenzialismo, che tiene lontane le tentazioni trasformistiche e ribaltonistiche o qualsiasi altra scelta diversa da quella fatta dagli elettori; non possiamo invece accettare il principio del listino regionale bloccato, che attribuisce sedici seggi senza voto di preferenza. Riteniamo pertanto di dover apportare alcune modifiche essenziali, quali l'elezione parlamentare del vicepresidente, la garanzia delle rappresentanze territoriali, l'istituzione della preferenza nel listino regionale, la garanzia di stabilità e governabilità, pur riducendo intorno al 55 per cento la quota utile del premio di maggioranza.

Va inoltre ribadito il principio della distribuzione del premio di maggioranza sia nel collegio regionale che nei collegi provinciali. La legge elettorale delle Regioni ordinarie invece utilizza, per il premio di maggioranza, prioritariamente i seggi del collegio regionale, e qualora questi non siano sufficienti ricorre a seggi aggiuntivi, che possono far superare il numero di ottanta consiglieri regionali fissato dallo Statuto. Il ricorso ai seggi aggiuntivi, reso possibile dall'espressa deroga allo Statuto recata all'articolo 3, comma 3 della legge costituzionale numero 2 del 2001, è tuttavia precluso al legislatore regionale, che non dispone dello stesso potere di deroga.

Ritengo altresì che non si possa rinunciare al principio dell'attribuzione dei seggi nel collegio regionale, in misura proporzionale ai voti ottenuti e comunque secondo la scelta che questo consesso dovrà fare, esclusivamente alle due coalizioni più votate, al fine di incentivare non solo l'esistenza di una forte maggioranza, ai fini della stabilità del sistema istituzionale, ma anche la formazione di una coesa opposizione, nella logica di un moderno bipolarismo e per favorire le condizioni dell'alternanza di governo. Un moderno bipolarismo del quale però nessuno si illuda di poterci considerare prigionieri; noi possiamo tranquillamente essere aperti al dialogo. Credo inoltre che vada rivista e ridiscussa con molta serenità, è stata toccata anche in quest'Aula, la parte riguardante l'incompatibilità tra Assessore e consigliere regionale e la parte riguardante il doppio turno. Tutto questo però, cari colleghi, si potrà ottenere solo attraverso un dibattito costruttivo all'interno del Consiglio regionale, per cui noi siamo disponibili ad avviare da subito un confronto con tutte le forze politiche democratiche, per trovare la più ampia convergenza ed unità possibile nella consapevolezza che non possiamo presentarci alle urne con una legge nazionale, una legge nazionale peraltro già messa in discussione da quindici regioni italiane. Dobbiamo ricuperare tutto il nostro buon senso, per consentire ai sardi di scegliere nel giugno del 2004 una maggioranza reale e un Governo di legislatura.

Mi corre obbligo, Presidente, dire due parole anche sul problema delle donne. Probabilmente l'intervento dell'onorevole Oppi, del collega Oppi, ieri è stato mal interpretato perché l'onorevole Oppi non ha dichiarato di essere contrario alle candidature femminili, anzi in una parte del suo intervento ha pure dichiarato che potevano essere il cento per cento di questo consesso, quindi chi specula sulle dichiarazioni, o su certe dichiarazioni, male fa! Perché nessuno di noi, almeno per quanto riguarda il Gruppo dell'U.D.C., ha mai dichiarato di essere contrario alla rappresentanza femminile. Però siamo fortemente convinti che stabilire in norma un numero, una cifra, ottanta per cento, quaranta per cento, venti per cento o cento per cento, sia illegittimo, giuridicamente impossibile, lo riconfermiamo. E' lasciato alla facoltà di ciascun partito, al buon senso, alle organizzazioni interne dei partiti, mettere tante quante donne si sentono in dovere di concorrere in una competizione elettorale prima e nel governo della cosa pubblica dopo. Non sarà certo l'U.D.C. a non mettere donne in lista, peraltro le ha sempre avute, e ne ha individuato anche come rappresentanti nelle istituzioni, ne citiamo una per tutte: al Comune di Cagliari noi abbiamo mandato un Assessore donna e mi pare, e lo ripeto, che sia una delle poche donne che siedono nell'Esecutivo del Comune di Cagliari. Questo lo dico perché le donne che ieri hanno attaccato il nostro Partito ci riflettano e non pensino che noi abbiamo voluto attaccare loro.

PRESIDENTE. Grazie onorevole Cappai. E' iscritto a parlare il consigliere Vargiu. Ne ha facoltà.

VARGIU (Rif. Sardi-U.D.R.). Grazie Presidente, colleghi del Consiglio, siamo arrivati ad uno degli appuntamenti più importanti di questo Consiglio regionale, e cioè la discussione su una legge elettorale che ha fatto discutere tutti i consiglieri presenti in quest'Aula per un periodo ben più lungo rispetto a quello di pochi giorni che in questi giorni abbiamo riservato alla discussione generale. Forse vale per iniziare il ragionamento, come premessa, quella che un cittadino, cittadino informato, ha posto nel corso di una lettera che ha trasmesso a L'Unione Sarda, e che da L'Unione Sarda è stata pubblicata nei giorni scorsi sulla legge elettorale, cioè il ragionamento che forse questo Consiglio regionale meglio avrebbe fatto a discutere questa legge elettorale all'inizio del mandato di questa legislatura e non negli ultimi otto mesi. Meglio avrebbe fatto perché una discussione così vicina alla data delle elezioni è sicuramente inficiata dal rischio che ciascuno di noi sia in qualche misura influenzato dalle scadenze che lo riguardano personalmente, e che quindi questa legge abbia il rischio di poter essere in qualche maniera distorta da ragionamenti che non hanno valore nell'interesse generale ma nell'interesse dei singoli. La preoccupazione di ciascuno di noi consiglieri dovrebbe essere sempre quella di fare regole buone e cioè regole che valgano indipendentemente dal momento in cui esse vengono scritte. È evidente che se vengono scritte nel momento in cui massima è la serenità di chi le sta proponendo, è facile che le regole scritte siano davvero le regole che più si avvicinano ad essere le migliori.

Fatta questa premessa, che era però indispensabile, devo ricordare che il Gruppo consiliare dei Riformatori nel passaggio in Commissione si è astenuto sul testo della legge che oggi è arrivata in Consiglio regionale. L'astensione non significa certo che noi vogliamo sottrarci alla discussione in Aula, anzi noi auspichiamo di cuore che questa discussione continui e che durante il passaggio agli articoli sia possibile andare a vedere punto per punto quelle che sono le motivazioni che hanno condotto i Riformatori all'astensione in Commissione. Astensione che è motivata dal fatto che questa legge elettorale, così come nel testo viene proposta dalla Commissione, non è una legge elettorale che ci trova totalmente convinti e quindi è una legge elettorale che ha necessità di modifiche, noi non saremo certo in grado in questo testo definitivo, qualora lo fosse, di farle avere il nostro favorevole ed intendiamo il percorso in Aula come un percorso di miglioramento dal quale possa nascere una legge elettorale che davvero possa essere un orgoglio della Sardegna, e non solo il tentativo di superare in qualche modo la legge nazionale.

E per dire con più dettaglio quali sono i motivi sui quali noi Riformatori siamo convinti che l'Aula debba soffermarsi con un ragionamento, è forse necessario fare un passo indietro e tornare quindi al novembre del 1999, quando questa legislatura era appena iniziata ed era iniziata sotto auspici che non erano dei migliori, anzi erano dei presagi che sicuramente gli aruspici di un tempo avrebbero interpretato come i fondi del caffè negativamente, perché nel novembre del 1999 nonostante si fosse già votato da cinque mesi, questo Consiglio regionale era privo di una Giunta e si andò a votare su due referendum, due su tre di quei referendum erano proposti dai Riformatori, quelli sulle modalità elettorali e cioè sull'elezione diretta del Presidente della Regione e sul sistema elettorale maggioritario, si andò a votare su quei due referendum purtroppo consultivi, come qualcuno spesso ci ricorda, si andò a votare con l'idea che la legge elettorale in essere stesse dimostrando in pieno quanto poco efficiente potesse essere per risolvere i problemi della Sardegna.

Questo io lo vorrei ricordare nonostante già quella legge non fosse una legge completamente proporzionale, lo vorrei ricordare a tutti coloro che anche in quest'Aula, anche nel corso di questa discussione hanno ricordato i benefici effetti del proporzionalismo. Ecco, in quella circostanza, cioè ormai quattro mesi or sono, i sardi che andarono a votare e resero pertanto efficaci quei referendum che raggiunsero il quorum, cosa importante in un momento di disaffezione alla politica che è stato confermato in tutti i passaggi successivi rispetto a quel passaggio referendario, i sardi si espressero in maniera univoca ed inequivoca, perché oltre il 95 per cento del corpo elettorale in quella circostanza disse chiaramente che il sistema elettorale scelto per la Sardegna era il sistema elettorale con la scelta diretta da parte del corpo elettorale del Presidente della Regione, e con un sistema di garanzia maggioritario che consentisse al Presidente della Regione di governare.

Forse se noi avessimo votato già nel 1999 in questo modo, indipendentemente da chi avesse in quella circostanza vinto le elezioni, non avremmo assistito a tanti episodi di questo Consiglio regionale che hanno mortificato l'istituzione e mortificato il ruolo di ciascuno degli ottanta consiglieri regionali. E' per questo che noi Riformatori siamo estremamente chiari nel rispetto di quella volontà elettorale che noi attraverso i quesiti referendari sollecitammo, e di cui sollecitammo l'espressione. Quindi, è certo che in questo momento non possiamo che ricordare quel voto elettorale a tutta l'Aula, e ricordare la necessità di rispettare il parere espresso dal corpo elettorale dei referendum; altrimenti, signori, non prendiamoci in giro quando giudichiamo la disaffezione del mondo esterno al Palazzo rispetto alle cose ed ai riti di questo Palazzo. E' evidente che la gente non comprende, se dà indicazioni in un senso e vede i propri rappresentanti eletti fare cose diverse dalle indicazioni che il corpo elettorale ha fornito. La disaffezione diventa una conseguenza inevitabile in un clima di questo genere; diventerebbe una conseguenza inevitabile.

Pertanto la nostra valutazione sul presidenzialismo rimane intatta ed è quella per cui è necessario che la Sardegna abbia un sindaco, cioè che la Sardegna abbia una figura istituzionale espressa dai sardi, nella quale i sardi si riconoscano che, senza essere in alcun modo unto del Signore o uomo della Provvidenza, possa però essere l'uomo delle istituzioni sarde, cioè l'uomo in cui tutti i sardi vedono incarnata la guida della Regione Sardegna. E' evidente che in questo senso ha anche una validità la nostra richiesta, che ripetiamo in quest'Aula, di arrivare al voto disgiunto tra Presidente e coalizioni, è evidente non perché noi non rispettiamo il senso delle coalizioni ma perché noi consideriamo di fatto che il presidenzialismo si esplichi in questo modo, e cioè che l'appeal di un candidato Presidente possa essere superiore rispetto all'appeal esercitato presso gli elettori dalle singole coalizioni e che possa essere possibile scegliere un candidato consigliere di una coalizione, ma avere comunque fiducia in un Presidente che sia espresso in maniera differente. Questa è la massima sintesi del presidenzialismo, in questo modo si elegge il sindaco, questo è veramente il modo per indicare con la maggior autorevolezza e il maggior prestigio possibile il candidato Presidente.

Stessa cosa vale per il maggioritario; noi siamo disponibili alla discussione, e vorremmo che la stessa disponibilità in quest'Aula fosse anche degli altri Consiglieri, sul sistema attraverso il quale debba essere attribuito un premio di maggioranza; è ovvio che anche noi siamo assolutamente solidali alle obiezioni riecheggiate più volte in quest'Aula, per cui il premio di maggioranza non può essere attribuito con metodi che neanche nella Bulgaria di un tempo venivano praticati, è evidente che non siamo favorevoli ai listini bloccati, non siamo favorevoli a candidature paracadutate direttamente dalle segreterie dei partiti al Consiglio regionale, è evidente che siamo comunque favorevoli all'espressione del voto elettorale e quindi al giudizio su ciascun candidato alla Regione espresso da parte dei cittadini sardi. E' evidente, è norma elementare di ogni democrazia, però è altrettanto evidente che al Presidente che verrà eletto dovrà essere consegnata una maggioranza che consenta in maniera inequivoca di governare, perché la democrazia dell'alternanza, la democrazia del maggioritario è una democrazia in cui i ruoli sono chiari e definiti. C'è uno schieramento vincente e a quello schieramento è data la forza e l'onere di governare, e c'è uno schieramento perdente che deve avere tutti gli strumenti di controllo perché nello schieramento perdente è l'embrione dello schieramento vincente delle volte successive, ma gli strumenti di controllo non sono gli strumenti né del filibustering parlamentare, né gli strumenti dell'impedimento alla maggioranza di governare, gli strumenti di controllo sono quelli che consentono comunque alla minoranza di esprimere il dissenso, di trasmettere il proprio dissenso quando c'è all'interno del corpo elettorale e all'interno dell'intera Sardegna, ma che non impediscono in nessun modo alla maggioranza di poter governare, perché quello è un diritto della maggioranza. Forse se oggi noi fossimo andati ad affrontare insieme ai problemi della legge elettorale anche quelli che sono inequivocabilmente ed inevitabilmente collegati della riforma del Regolamento di questo Consiglio, forse avremmo fatto un regalo complessivo alla nostra volontà di dare alla Sardegna una legge che le dia stabilità e possibilità di governare.

Entro, poi, nel merito di alcuni singoli problemi che sono stati comunque sollevati nell'Aula, a cui comunque noi Riformatori abbiamo dedicato battaglie particolari. Uno è quello del voto agli emigrati. Per me è ancora una sofferenza dover chiamare emigrati quelli che ritengo non degli emigrati, ma dei sardi fuori Sardegna. Noi abbiamo la fortuna di essere sardi in Sardegna. Ci sono sardi come noi che sono fuori Sardegna, beh non è un problema di sottrarre tre o quattro seggi a chi ne ha diritto, cioè a noi, per darli a chi non ne ha diritto e cioè a chi sta fuori dalla Sardegna. E' un problema di riuscire ad avere tutte le risorse di intelligenza, di cultura, di dialettica che sono a disposizione della crescita della Sardegna all'interno di quest'Aula, se noi davvero crediamo, e lo diciamo sempre, che quest'Aula sia il massimo consesso dei sardi, sia il luogo dove si prendono le decisioni migliori per il futuro la Sardegna, beh, è nostro interesse che all'interno di quest'Aula siedano tutte le sensibilità, tutte le capacità, tutte le intelligenze che possono davvero essere messe al servizio della Sardegna.

Quindi il problema di riservare dei seggi a coloro che sardi sono ma non hanno come noi la fortuna di risiedere in Sardegna, è un problema sì di civiltà, è vero, ma è anche un problema di opportunità, è un problema di convenienza, è un problema di utilità, è che tante volte noi non ragioniamo per l'utilità generale, ma siamo più portati a ragionare per l'utilità personale, per l'utilità del gruppo consolidato e di chi guida. Non dimentichiamoci che molte volte questa utilità è un'utilità miope che non porta assolutamente lontano. Basterebbe pensare - e chiudo su questo argomento - a quanti dei nostri laureati per i quali noi abbiamo speso fior di quattrini perché arrivino alla laurea e a quanti di questi laureati, dopo la laurea, hanno avuto l'occasione di avere i master, di avere i corsi post laurea, di essere ulteriormente specializzati, quanti di questi oggi sono fuori Sardegna, quante di queste intelligenze che noi abbiamo contribuito a formare, a produrre, a far crescere, oggi non sono più disponibili per la crescita della Sardegna perché non trovano in Sardegna ciò che serve per la loro crescita. Allora fa ridere che in un mondo dove si parla di globalizzazione ad ogni pie' sospinto, noi abbiamo ancora volontà di negare a questi sardi, sardi come noi, il diritto di essere rappresentati.

E vengo al problema delle donne. Nessuno più di me, che ha come cultura di riferimento quella liberale, ha ben chiaro il rischio di poter fare riserve indiane per particolari categorie di persone. Però è altrettanto vero, ed è una riflessione che viene portata in tutta l'Aula, che oggi oggettivamente, l'accesso alla politica per le donne è più difficile rispetto agli uomini, nel senso che esistono delle situazioni consolidate che oggi fanno sì che sia più difficile per le donne in certe professioni - se la politica è una professione, è tra quelle - accedere alla possibilità di partecipare, quindi è una sensibilità che oggi viene sottratta. Allora, anche in questo caso è necessario che questo consenso inventi, pensi, ragioni su ipotesi che possano consentire questa inversione di tendenza ben sapendo che saranno ipotesi transitorie, non ci saranno riserve indiane per cent'anni, ma sono necessari dei provvedimenti che, in qualche modo, comportino una maggiore partecipazione delle donne alla vita politica e alla vita delle decisioni della nostra terra. È una sensibilità importante ed è una sensibilità anche questa di cui noi dobbiamo riuscire a non fare a meno.

Vado a concludere con un'ultima riflessione che si riallaccia anch'essa ai ragionamenti sul proporzionalismo che nuovamente si sono sentiti in quest'Aula. Chi parla di rilancio del proporzionale, e ha vissuto a Cagliari, forse dimentica che cosa erano le giunte della città di Cagliari prima dell'avvento del sistema elettorale maggioritario, giunte che ogni tre mesi cadevano per cambi di assessore, sindaci che duravano quanto gli assessori o poco più e comunque ai sei mesi venivano posti in crisi e in discussione, un sistema di governo che era davvero difficile, davvero raro da poter far marciare. Oggi dice che il sistema maggioritario è un sistema che nega l'essere stesso della democrazia liberale. Io sono contento che in questo Consiglio regionale ci siano tanti professori di liberalismo e spero che alla professione di liberalismo coincida e si sovrapponga anche la militanza nel liberalismo, ma ricordo che uno dei paesi che è considerato culla della democrazia liberale e cioè, la Gran Bretagna va avanti da secoli con il sistema maggioritario, il partito liberale in Gran Bretagna nonostante prenda oltre il 20 per cento dei consensi ha pochissimi seggi nelle due Camere, proprio perché il sistema elettorale è un sistema maggioritario; e questo non considerato nessuno scandalo da chi e di cultura liberale, perché probabilmente per chi è di cultura liberale non esiste un sistema elettorale che sia oggettivamente e aprioristicamente meglio di un altro. Esistono dei sistemi elettorali che vengono adattati alle circostanze e quindi esistono dei momenti in cui è più facile governare con un sistema maggioritario, ed altri in cui è più facile governare con un sistema proporzionale; "governare" significa dare risposte, quindi il sistema elettorale è funzionale alla volontà del mondo politico e della società di dare risposte ai suoi problemi anche attraverso la scelta di un sistema che possa consentire il governo.

Certo è che i sistemi elettorali, qualunque sia quello che si sceglie, non vengono calati dall'alto e né sono perfetti ab initio, sono sempre perfettibili. Allora, un sistema elettorale maggioritario che non preveda il ricorso alle elezioni primarie è un'aberrazione, nel senso che un sistema elettorale maggioritario che non abbia il corpo elettorale che va a scegliere anche i candidati che competono tra di loro nel corso della campagna elettorale, è un sistema elettorale - qui ha ragione qualche professore di liberalismo - che rischia di non essere liberale perché è quel sistema elettorale che consente nei collegi della Camera che un candidato veneto venga paracadutato a rappresentare una comunità campana, che è una cosa irragionevole perché il deputato è il rappresentante del suo territorio, delle esigenze, delle istanze, della vita economica e sociale, della propria circoscrizione elettorale. Questo è il ragionamento che sta alla base del maggioritario, un maggioritario senza le primarie è un maggioritario che è stato ficcato a forza e non dà le risposte che deve.

Anche qui in Consiglio regionale, se noi continuassimo a ragionare sul sistema maggioritario senza pensare al ragionamento sulle elezioni primarie, probabilmente staremmo facendo un torto a noi stessi, nel senso che staremmo andando ad un infingimento, ad una finzione giuridica dalla quale non nasce niente di buono per la nostra regione ed è per questo che noi abbiamo accolto in quest'Aula con estremo interesse e con estrema disponibilità le aperture che uno dei leader di Forza Italia ha fatto nei confronti delle elezioni primarie. Le elezioni primarie si possono fare per legge, certo non in questa tornata dedicata alla legge elettorale, ma se non abbiamo il tempo per farle per legge, ed è facile che questo tempo non lo abbiamo in questo Consiglio, beh, è importante che le facciamo per regolamento, che le facciamo mettendoci d'accordo tra centrodestra e centrosinistra, dandoci delle regole di garanzia che consentano quanto meno di scegliere i candidati alla presidenza della Regione coinvolgendo l'intero corpo elettorale. Non riempiamoci la bocca della necessità di essere una democrazia liberale se poi andiamo ad ignorarne quelli che sono i cardini fondamentali.

Sulle primarie il discorso è aperto, noi riformatori abbiamo presentato una proposta di legge in tal senso e non abbiamo intenzione di lasciare la presa e di far cadere nel dimenticatoio quello che consideriamo uno degli argomenti più importanti in discussione in questi giorni.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Diana. Ne ha facoltà.

DIANA (A.N.). Io prendo la parola nella speranza che le mie considerazioni vengano benevolmente accolte dall'esterno dell'Aula; non vorrei che sulla legge elettorale ci potessero essere fraintendimenti o comunque pensieri che in qualche maniera pensano che si sta cercando di minare l'autonomia della Sardegna che credo non sia mai stata messa in discussione. E fa specie che da tutte le considerazioni che emergono, l'unica cosa sulla quale sembrerebbe che ci stiamo soffermando è l'autonomia della Sardegna. Ma io l'ho data sempre per scontata ed assodata l'autonomia della Sardegna.

Ho detto in altre circostanze che l'autonomia fa parte del nostro DNA, nasciamo autonomi; io non vorrei che abusassimo di questo termine perché di fatto stiamo mascherando probabilmente in quest'Aula, con tutte una serie di considerazioni che riguardano in questo momento la legge elettorale, ma non solo, stiamo mascherando probabilmente altri problemi. E quindi, l'argomento più rilevante del problema diventano le donne, gli emigrati, le primarie, l'attenzione alle forze politiche che non si capisce quali siano visto che questo è un Consiglio regionale rappresentato da una moltitudine notevole di forze politiche, sulla preferenza nel listone, se ci deve essere o non ci deve essere un premio di maggioranza. Secondo me siamo tutti alla ricerca di consensi che non stanno in quest'Aula, e quindi tutti quanti ci arrabattiamo a trovare una motivazione che giustifichi perché le donne debbano essere rappresentate in una certa percentuale, perché gli emigrati debbano avere un posto all'interno del Consiglio regionale o più posti, fino ad arrivare alle primarie.

Abbiamo sempre detto e lo ribadiamo qui che non siamo contrari alla primarie, che qualcuno ci dica esattamente come intende fare le primarie, dopodiché siamo pronti a misurarci, non è un problema questo. E nessuno di questi è un problema; il problema è un altro, intanto il problema: il rispetto dello Statuto della Regione autonoma della Sardegna. E il rispetto dello Statuto dice che noi dobbiamo mettere in piedi una legge elettorale che garantisca rappresentatività e governabilità, questi sono i due aspetti fondamentali.

Quando si parla di rappresentatività ovviamente non lo si dice per i territori che possono anche essere rappresentati e debbono essere rappresentati, ma io credo che ci debba essere una rappresentatività di tipo politico, ed è in questa direzione che io credo bisogna andare. Sulla governabilità, credo che abbiamo speso tutti quanti un sufficiente numero di parole per capire che cosa intendiamo per governabilità.

Noi l'abbiamo sempre detto come partito, Alleanza Nazionale è per il maggioritario, è per il bipolarismo, è per l'elezione diretta del Presidente della Giunta, del sindaco, del Presidente della Provincia, del premier nazionale. L'abbiamo sempre detto e su questo non siamo disponibili a tornare indietro.

Ora è chiaro che il rischio che si corre è che la discussione sulla legge elettorale possa in qualche maniera creare frizioni all'interno della maggioranza o all'interno del Consiglio; e guai a chi pensa di poter minare accordi che ormai sono storici, una linea caratterizzata dal centrodestra ed una caratterizzata dal centrosinistra. Io non vorrei che ci fosse all'interno di questo Consiglio ma all'interno degli schieramenti la necessità come dire, di sostenersi a vicenda, di far sì che nessuno scappi, di non individuare esattamente quale deve essere per il futuro lo schieramento del centrodestra e quello del centrosinistra; ed ovviamente questo preoccupa e preoccupa tanto.

Può anche essere che qualcuno degli schieramenti abbia già individuato il suo candidato ideale, così come può essere che qualche schieramento non l'abbia ancora individuato; ed allora la ricerca di un sistema elettorale, che può essere condiviso o non condiviso, è elemento indispensabile. Noi siamo, come ho detto, per il turno unico. La legge che è uscita dalla Commissione, che ci ha visto certamente partecipare, e non è il numero delle sedute della Commissione, che siano quaranta o cinquanta, poca cosa rileva, il problema è che noi in quella sede abbiamo sempre detto di essere per il turno unico e non per il doppio turno; abbiamo anche detto che il premio di maggioranza doveva essere il 60 per cento e non il 55; abbiamo detto anche che bisognava dare attenzione alle forze politiche regionali. Certamente ci dev'essere, abbiamo parlato anche del voto congiunto e del voto disgiunto, abbiamo parlato anche del metodo Webster o d'Hondt, voglio dire, sono tutti criteri che in qualche maniera sono collegati alla legge elettorale, ma la cosa che ci interessa maggiormente è far sì che questa legge sia, se questa deve essere, una legge rispettosa di quelli che sono indirizzi consolidati dell'elettorato sardo. Abbiamo già fallito una volta con l'indicazione del Presidente della Giunta regionale e ne stiamo pagando le conseguenze tutti. Colui che sarà il candidato, e che verrà eletto, dovrà a pieno titolo rappresentare, con qualsiasi percentuale, la Sardegna, i sardi ed avere una maggioranza che sia sufficientemente ampia per garantire di governare.

E non bisogna avere paura del culto del Presidente, della monocrazia come qualcuna l'ha definita. Io credo che il Presidente sia influenzato positivamente e negativamente dalla maggioranza che lo sostiene, non sempre le responsabilità di chi rappresenta l'istituzione, in questo caso il Presidente, sono da ascrivere solo e esclusivamente al Presidente; e guai a noi se pensassimo questo, perché questo vorrebbe dire che noi siamo perfetti e che il Presidente è sempre perfettibile o è imperfetto. I guai spesso e volentieri vengono creati dai Gruppi politici, dal mancato collegamento con la Giunta, dal mancato collegamento col Presidente, dalle frizioni che nascono continuamente.

E nell'orientamento che si sta portando avanti in quest'Aula, mi è sembrato di capire che anche da forze che fanno parte del centrodestra ci sia la volontà di ritornare al proporzionale e quindi abbandonare una strada maestra che secondo noi è la morte della politica in questo momento, e che stiano decidendo di sposare una tesi che non è la tesi nostra. Questo non vuol dire che noi non dobbiamo rimanere uniti, questo non vuol dire che la maggioranza non sia coesa.

(Brusio in Aula)

Presidente, io credo di dover rinunciare a questo intervento perché non ci sono più le condizioni. Grazie.

PRESIDENTE. Colleghi, onorevole Diana…

DIANA (A.N.). Ho rinunciato all'intervento.

PRESIDENTE. Irrevocabilmente?

DIANA (A.N.). Sì.

PRESIDENTE. Bene. Colleghi ,qui sono arrivate varie proteste, data l'ora tarda, sono le 13 e 14 minuti per cui, preso atto degli umori dell'Aula, sospendiamo i lavori.

Ha domandato di parlare il consigliere Balletto. Ne ha facoltà.

BALLETTO (F. I.-Sardegna). Mi è giunta notizia che la Giunta ha presentato un disegno di legge che è stato assegnato in carico alla terza Commissione, riguardante l'autorizzazione alla contrazione di un mutuo da destinare alla sanità per far fronte alle note posizioni debitorie pregresse che le A.S.L. hanno maturato in questo periodo nei confronti dei soggetti convenzionati per il sistema sanitario nazionale.

Questo provvedimento è di estrema urgenza perché è fortemente richiesto dagli operatori del settore e rischia di creare una situazione di paralisi con grosse ripercussioni sia in campo economico, ma soprattutto in campo sociale.

La necessità, e qui in questo momento parlo anche a nome del Presidente della settima Commissione, è quella di operare una deroga alla disposizione che vieta lo svolgimento di sedute della Commissione in costanza dei lavori del Consiglio e quindi dicevo di operare una deroga perché le Commissioni congiunte possano riunirsi per esaminare questo disegno di legge che poi consta di un unico articolo il cui contenuto è stato da me rappresentato al momento.

Siccome siamo impegnati nei lavori della legge elettorale, e presumibilmente questi lavori si protrarranno nel tempo, data la complessità della materia, da qui la richiesta di poter operare in deroga, magari questo pomeriggio, prima dell'inizio dei lavori dell'Aula per esaminare questo provvedimento tanto atteso e tanto richiesto che verosimilmente comporterà anche, e non solo, sarebbe semplicistico definirlo così, una presa d'atto, ma certamente l'iter non sarà molto veloce.

Quindi, a nome mio e della settima Commissione chiedo al Consiglio ed ai colleghi di maggioranza e di opposizione di essere disponibili a concedere la deroga per lo svolgimento delle sedute congiunte della Commissione per una materia così importante.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Spissu. Ne ha facoltà.

SPISSU (D.S.). Noi non abbiamo obiezioni nel merito, nel senso che il Presidente della Giunta già ieri ci ha rappresentato questa esigenza e abbiamo dato il nostro assenso perché le Commissioni esaminassero il provvedimento e poi, dopo che le Commissioni lo esaminano e se lo esitano positivamente, vedremo come deve essere inserito nell'organizzazione dei nostri lavori.

Sollevo invece un'obiezione per questo pomeriggio perché alle ore 16.00 c'è un incontro con la Commissione pari opportunità dei Capigruppo, con la Commissione pari opportunità proprio della sala della terza Commissione. Credo che forse si possano convocare le Commissioni domani mattina anche perché probabilmente domani mattina saremo in una fase di sospensione dell'Aula per consentire a tutti i Gruppi di lavorare agli emendamenti; e quindi, forse, il lavoro delle Commissioni può essere utilmente svolto nella mattinata di domani.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Cogodi. Ne ha facoltà.

COGODI (R.C.). Parzialmente mi ha preceduto il collega Spissu; l'assenso per la convocazione in deroga delle due Commissioni l'abbiamo già espresso al Presidente della Giunta nella giornata di ieri, quindi nulla quaestio sulla procedibilità, salvo il giudizio di merito sul provvedimento che verrà dato quando vi sarà l'esame istruttorio in Commissione e poi in Aula.

Ugualmente quanto ai tempi invece, sì l'ha ricordato il collega Spissu, è previsto non un qualsiasi incontro delle rappresentanze del Consiglio attraverso i Gruppi questo pomeriggio, ma un incontro calendato con la Commissione regionale pari opportunità, che non è una qualsiasi delegazione, è un'articolazione, come dire, del sistema complessivo di partecipazione alla vita dell'istituzione autonomistica.

E quindi in ogni caso quell'incontro calendato e che è a conoscenza di tutti i Gruppi, ivi compreso il Gruppo dell'onorevole Balletto, non può essere soppiantato da nessun'altra iniziativa, vi fosse anche lavoro d'Aula, si dovrebbe sospendere per un certo tempo anche il lavoro d'Aula, io ritengo, per la rilevanza istituzionale intanto di questo incontro calendato.

Per cui la proposta che mi pare che possa essere avanzata è che si possa procedere adesso a concludere gli interventi che sono pochi, di conclusione della discussione generale, quindi di non tenere Consiglio questo pomeriggio ed appena ultimata la riunione, l'incontro che è previsto per le ore 16.00, ci si può dare anche qualche ora, dei Gruppi con la Commissione pari opportunità, si preveda per l'immediato momento successivo la convocazione delle Commissioni.

PITTALIS (F.I.-Sardegna). Siamo d'accordo.

COGODI (R.C.). Perché è una barzelletta?

CORONA (F.I.-Sardegna). Siamo d'accordo!

COGODI (R.C.). Mi dispiace che siate d'accordo voi, perché vorrei che voi siate d'accordo però dopo che siamo d'accordo noi, però va bene lo stesso, grazie.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Frau. Ne ha facoltà.

FRAU (A.N.). Signor Presidente, in questo Consiglio regionale succedono delle cose strane; chi conosce quella che è l'organizzazione e chi non la conosce, probabilmente può anche essere colpa nostra, però sarebbe opportuno che veramente si faccia un calendario delle cose da fare perché si sappia quando si lavora in Aula, per sapere quando si può lavorare come Commissione. Ieri, come sapete, c'è stata una riunione con gli allevatori e con i Capigruppo, è stato detto della necessità tra le altre cose di convocare la Commissione agricoltura.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE SERRENTI

(Segue FRAU.) La mia disponibilità c'è sempre, ma quando non si sa come vanno i lavori in Aula, non si sa esattamente quando convocare questa Commissione; dobbiamo fare delle cose importanti, dobbiamo dare dei pareri importanti, dobbiamo evidentemente audire gli assessori di competenza per quanto riguarda la lingua blu, dobbiamo così stendere ed approvare la risoluzione per quanto riguarda le multe per le quote "latte". Allora, io chiedo di sapere prima se domani mattina abbiamo Aula, se abbiamo Aula domani mattina ed anche domani sera, se abbiamo Aula domani mattina e non domani sera, perché lo voglio sapere, e credo che lo voglia sapere anche lei e gli altri, perché io stavo già prendendo le firme per convocare la Commissione, chiedo che, se sia possibile, venga data l'autorizzazione qui in Aula in modo che la Commissione domani mattina possa essere convocata per fare alcune cose, per dare alcune risposte, in modo che si possa lavorare se non dovessimo lavorare in Aula.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Pittalis sull'ordine del giorno. Ne ha facoltà.

PITTALIS (F.I. - Sardegna). Signor Presidente, proprio per la concomitanza di altre riunioni di questo pomeriggio e per consentire anche alle Commissioni di poter lavorare, io faccio mia la proposta di chiudere i lavori con gli interventi, mi pare che siano solo forse due ancora. Se sono interventi che si possono contenere nei tempi, proprio per non andare a questo pomeriggio, se sono quattro interventi mi pare che siano tempi contenuti per chiudere com'era stato già programmato perché io ho posticipato anche impegni proprio perché sapevo che non ci sarebbe stata soluzione di continuità come ha preannunciato il Presidente in apertura dei lavori dicendo che si sarebbe fatta una seduta fiume fino alla chiusura della discussione generale.

PRESIDENTE. Se questo era l'accordo io non posso che tener conto dell'accordo raggiunto anche se mi corre l'obbligo fare una precisazione: gli interventi sono di venti minuti l'uno, a prescindere poi da quanto uno vuole parlare, e per arrivare alla conclusione ci vuole un'ora e mezza. Una volta che sappiamo questo, se l'accordo è procedere, andiamo avanti. E' iscritto a parlare il consigliere Sanna Giacomo. Ne ha facoltà.

SANNA GIACOMO (Gruppo Misto). Signor Presidente, non credo che sia corretto imporre, a chi deve intervenire, di fare l'intervento a quest'ora, cosa mai accaduta nell'organizzazione dei lavori fino a questo momento. Nessuno sapeva che qua la mattinata sarebbe finita ad oltranza e se finisce ad oltranza vuol dire che è frutto di una decisione comune. Siccome decisione comune non ce n'è, non ce n'è stata alcuna, vorrei capire da dove deriva l'esigenza di stare ancora un'ora e mezza qua a fare gli ultimi quattro interventi. Questo ci siamo detti! Ieri sera io sollecitavo il Consiglio e il Presidente di turno a continuare a lavorare, erano le 19.26, siamo stati mandati a casa. Oggi di punto in bianco si va ad oltranza perché qualcuno si è svegliato che si deve terminare necessariamente questa mattina. Beh, se è il frutto di una decisione comune, mi trova d'accordo, ma siccome così non è ed io non ho partecipato a nessun tipo di decisione in rappresentanza del Gruppo Misto, non è possibile che all'improvviso qualcuno cambi le carte in tavola. Ci sia chiarezza nell'organizzazione dei lavori per il presente e per il futuro, credo che convenga ad ognuno di noi.

Presidente, io la invito a terminare come nelle altre circostanze i lavori che hanno già superato di gran lungo l'orario al quale lei ci aveva abituato e di poter riprendere serenamente questo pomeriggio per poter fare io il mio intervento e i colleghi il loro intervento che gli spetta di diritto, sempre che ne abbiano la voglia.

PRESIDENTE. Onorevole Sanna, io condivido totalmente le cose che dice, io stesso ho fatto osservare che c'è un'ora e mezza di discussione; naturalmente sono anche molto rispettoso di eventuali accordi che sono stati presi, ma se lei dice che accordi non ce ne sono, è forse l'onorevole Pittalis che ha compreso male, suppongo.

C'era questo accordo Presidente Sanna?

PITTALIS (F.I. - Sardegna). No accordo; l'ha preannunciato il Presidente Sanna. E' partito da lì.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Sanna Salvatore. Ne ha facoltà.

SANNA SALVATORE (D.S.). Io davvero non capisco, e poi avremo modo in qualche altra sede di chiarirci un po'. Io ho preannunciato in apertura di seduta che vista la rinuncia di diversi colleghi e visto il fatto che comunque c'erano ancora pochi interventi da svolgere, tenuto conto anche delle preoccupazioni espresse il giorno prima da altri colleghi, in mattinata avremmo cercato di chiudere gli interventi dei Capigruppo, per altro dagli interventi dei Capigruppo si erano cancellati due colleghi: Rifondazione e Margherita, quindi vi erano le condizioni probabilmente per chiudere in mattinata gli interventi dei Capigruppo, sospendere i lavori per dare la possibilità ai Gruppi di presentare gli emendamenti e decidere in Conferenza dei Capigruppo l'aggiornamento della Seduta; questo ho detto a tutti quelli che si sono avvicinati.

Allora, qui davvero non si capisce più niente perché quello che viene detto adesso poi viene smentito dalle stesse persone mezz'ora dopo, dopodiché io non posso far altro che rimettermi all'Aula, di più non posso fare! Questo è quello che è successo, è questo quello che ho detto a tutti i colleghi che stamattina sono stati presenti in Aula, se non ci sono più le condizioni perché si concluda in mattinata la serie degli interventi dei Capigruppo, poi si procederà come si è sempre proceduto.

PRESIDENTE. Il Presidente Sanna, che non ha bisogno di essere spiegato da me, però ha posto le questioni in maniera chiara e corretta, lui ha parlato di concludere nella mattinata gli interventi dei Capigruppo, la mattinata se ne è andata abbondantemente, ci sono ancora tre Capigruppo e la Giunta che devono parlare. A me pare opportuno non chiamare questi colleghi invitandoli a dimezzare il loro tempo a disposizione che è previsto per Regolamento e quindi, interrompiamo e riprendiamo i lavori questo pomeriggio e poi naturalmente interromperemo...

(Interruzioni)

Se ci sono altri impegni riprendiamo alle 18. Ha domandato di parlare il consigliere Oppi. Ne ha facoltà.

OPPI (U.D.C.). Sull'ordine dei lavori, per capire: io faccio parte della Commissione sanità e della Commissione bilancio, se i lavori riprendono a una certa ora non ci sono i tempi tecnici per quanto riguarda la Commissione, in qualsiasi caso chiedo che la Commissione venga convocata per domani mattina.

PRESIDENTE. Le Commissioni sanità e bilancio sono convocate in Aula quindi, vale per convocazione questo, domani mattina, facciamo alle ore 9.00, in modo tale che poi possiamo proseguire se c'è bisogno di proseguire, ma è molto probabile che domani mattina ci sarà un'interruzione dei lavori dell'Aula per consentire poi di coordinare il momento del voto per il passaggio agli articoli. Quindi le Commissioni che devono essere convocate saranno convocate in Aula.

Ha domandato di parlare il consigliere Cogodi. Ne ha facoltà.

COGODI (R.C.). Va beh, tanto è così tardi che siamo stremati! Sono le 13.30 e però il tempo lo occupiamo ad accavallare ipotesi di riunioni. Dire che la Commissione in via di deroga è convocata per domani mattina vuol dire dare per scontato che domani non c'è Aula e nessuno ha deciso che domani non c'è Aula! L'unica eccezione al lavoro d'Aula che noi abbiamo richiesto è quella per il tempo neccessario, questo pomeriggio, dell'incontro dei Gruppi consiliari con la Commissione regionale pari opportunità, perché la Commissione regionale pari opportunità non è una qualsiasi delegazione. Può essere un'ora, un'ora e trenta, tra le 16 e le 17.30; chi ha detto che si chiede la Commissione in deroga perché crolla mezzo mondo a partire dal mondo sanitario se non si fa questa legge che se è così urgente non si capisce perché non l'abbiate presentata prima, quando né il Consiglio, né le Commissioni per settimane non hanno fatto nulla. Si chiede la deroga, ok, si dice "sì" alla deroga e però la si vuol fare in sostituzione del Consiglio, e no! Si preveda che si tiene nel momento nel quale è previsto che non lavori l'Aula, può essere questo pomeriggio, può essere quando si vuole, ma prima si programma il lavoro d'Aula e poi si riunisce la Commissione, pur convocata da qui, per il tempo che rimane dopo il lavoro d'Aula. Mi parrebbe questa la procedura corretta, sennò si crea un affastellamento ed un'interferenza tale per cui davvero invece di procedere ordinatamente sai, il disordine poi non è che aiuta il chiarimento delle idee, già ce n'è poca di chiarezza di idee in questa come in altre materie, immaginiamo se poi questo inseguirsi di cose e di contro-cose aiuta un poco!

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Scano. Ne ha facoltà.

SCANO (Gruppo Misto). Solo per un'osservazione sull'organizzazione dei lavori. Io non ho nulla in contrario rispetto alla proposta che è stata fatta ora dal collega Oppi in relazione alla Commissione Terza, non so se anche la Commissione Sanità, sono d'accordo, però naturalmente ad un patto: in questo momento l'Aula è impegnata in primo luogo sulla legge elettorale; la legge elettorale naturalmente prevede anche che si presentino e si possano presentare degli emendamenti. Gli emendamenti, come tutti sappiamo, vanno tassativamente presentati, salvo gli emendamenti di sintesi, eccetera, eccetera, prima della votazione sul passaggio agli articoli, occorre un tempo che non sia eccessivo ma un tempo ragionevole. E' chiaro che se in quel tempo ragionevole, che potrebbe essere, non lo so, una giornata, mezza giornata, c'è una riunione di Commissione, ci sono dei consiglieri che hanno da una parte il dovere di partecipare all'elaborazione della legge elettorale, dall'altra il dovere di partecipare alla Commissione Bilancio o alla Commissione Sanità, allora l'importante, si può fare tutto, ma che queste esigenze vengano tutte tenute nella debita considerazione in una programmazione diciamo generale.

PRESIDENTE. Sono d'accordo, però potremmo procedere in questo modo: stasera ci sarà questo incontro con la Commissione pari opportunità. Benissimo! C'è un'altra esigenza politica: non si può cominciare il Consiglio fino alle ore 18; allora il Consiglio stasera riprende alle ore 18, ci sono tre interventi più la Giunta e quindi, 80 minuti, un'ora e mezzo, entro stasera certamente finiamo la discussione generale. Domani mattina le Commissioni che sono state chiamate in deroga sono convocate e domani mattina si riuniscono, domani sera potremmo riconvocare il Consiglio, magari in un'ora più comoda per consentire le valutazioni sugli emendamenti prima del passaggio agli articoli, le cose che diceva lei, onorevole Sanna, credo che siamo pronti per entrare nel merito dell'articolato e portare avanti la discussione sulla legge elettorale così come avevamo previsto. Io non credo che ci siano sprechi di tempo, niente di più che se lavoriamo adesso fino alla fine e poi ci convochiamo magari domani mattina perché stasera nessuno ha più voglia di lavorare. Facciamo così: il Consiglio è convocato stasera per le ore 18.00 e le Commissione domani mattina alle ore 9.

La seduta è tolta alle ore 13 e 36.