Seduta n.232 del 22/04/1993
CCXXXII SEDUTA
(ANTIMERIDIANA)
GIOVEDI'22 APRILE 1993
Presidenza del Presidente FLORIS
indi
della Vicepresidente SERRI
indi
del Presidente FLORIS
INDICE
Proposta di legge Satta Gabriele - Satta Antonio - Marteddu - Amadu - Dettori - Ferrari - Manchinu - Sardu - Zucca - Desini - Baghino: "Modifiche ed integrazioni alla legge regionale 22 dicembre 1989, n. 45, recante 'Norme per l'uso e la tutela del territorio regionale'" (386). (Continuazione della discussione):
USAI EDOARDO ..................
PAU .........................................
PUSCEDDU ...........................
MANNONI .............................
DADEA ...................................
SORO ......................................
ORTU ......................................
BALIA, Assessore degli enti locali, finanze ed urbanistica …………..
La seduta è aperta alle ore 10 e 11.
PORCU, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del 20 aprile 1993, che è approvato.
Continuazione della discussione della proposta di legge Satta Gabriele - Satta Antonio - Marteddu - Amadu - Dettori - Ferrari - Manchinu - Sardu - Zucca - Desini - Baghino: "Modifiche ed integrazioni alla legge regionale 22 dicembre 1989, n. 45, recante 'Norme per l'uso e la tutela del territorio regionale'" (386)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la continuazione della discussione generale della proposta di legge numero 386.
E' iscritto a parlare l'onorevole Edoardo Usai. Ne ha facoltà.
USAI EDOARDO (M.S.I.-D.N.). Signor Presidente, onorevoli e scarsi colleghi - scarsi quanto a numero, non certo quanto a capacità e intelligenza - io farò soltanto qualche brevissima considerazione di carattere politico generale, riservandomi di intervenire eventualmente sui tre articoli che formano la proposta di legge 386. Questa nostra discussione rappresenta un'ulteriore puntata, e non c'è neppure da sperare che sia l'ultima di questa storia infinita, di una vicenda molto simile a una telenovela che non coinvolge un ristretto numero di spettatori, di casalinghe, di pensionati e di sfaccendati, ma riguarda la quasi totalità dei sardi nella loro qualità di fruitori del bene ambiente, di amministratori locali, di imprenditori, di appartenenti ad associazioni ambientaliste e via discorrendo. Da questa quasi totalità è necessario escludere chi ha avuto per anni, a partire dal mese di marzo del 1989, la possibilità di legiferare, di decidere, di dare ai cittadini, alla comunità, risposte concrete, ma soprattutto immediate. Invece si è fatto di tutto, purtroppo riuscendoci, per mischiare le carte, per creare confusione, per non dare certezze a chi queste certezze chiedeva rifugiandosi ancora una volta nel pasticcio, nell'approssimazione, nel rinvio improduttivo ed estenuante. Non si sono date certezze ai cittadini che le chiedevano, non si sono date certezze agli amministratori locali, i quali negli ultimi giorni hanno inondato le sedi dei Gruppi e gli uffici della Regione con messaggi di dissenso e di disappunto per quanto il Consiglio regionale si appresta o si appresterebbe a compiere: questi amministratori locali a cui è stata fatta balenare una ipotesi, o una serie di ipotesi, poi puntualmente smentita dai fatti. Non si sono date certezze, signor Presidente, agli imprenditori, che legittimamente intendono portare a termine, o iniziare, i loro programmi di investimento senza essere subordinati ai capricci di questo o di quell'Assessore, di questa o di quella maggioranza. Non si sono date certezze agli ambientalisti, i quali anch'essi legittimamente - perché no? - intendono perseguire i loro obiettivi.
Ogni volta che si è parlato in Consiglio regionale di norme per la tutela del territorio, si è disquisito molto sulla portata storica dell'avvenimento, sull'occasione irripetibile che la Sardegna aveva, sull'avvenimento che lasciava il segno, senza dare però ai cittadini un preciso e definitivo quadro normativo al quale fare riferimento e dal quale dipendere. Eppure nella prima discussione sulla legge urbanistica regionale - mi riferisco ai mesi di febbraio e marzo del 1989 - chi mi precedette in Consiglio illustrò, certamente meglio di quanto in questo momento possa fare io, le carenze, le manchevolezze, le incongruenze, i pericoli di una legge le cui maglie erano troppo larghe e che avrebbero consentito ai più furbi, ai più spregiudicati, a coloro che avevano santi in paradiso più di altri, di continuare a fare e a disfare a loro piacimento, aggirando con deroghe, con pasticci, con nulla osta, il risibile ostacolo di quelle norme di salvaguardia che impedivano le costruzioni nella fascia costiera dei due chilometri, fino a quando non fossero stati approvati i piani paesistici, per i quali si poneva il termine che allora pareva tra le altre cose lunghissimo, di due anni, e che poi si è rivelato largamente insufficiente, come ha ricordato anche qualche collega.
Il problema del varo dei piani paesistici è stato oggetto, da parte di molti consiglieri, di sollecitazioni ai Presidenti e agli Assessori di turno. Io stesso mi permisi, fresco di elezione, in un question time di chiedere all'allora Presidente della Giunta, sei mesi dopo la votazione della 45, quale strada andassero percorrendo i piani paesistici. L'allora Presidente della Giunta mi rispose, con un sorriso di comprensione, che i piani paesistici stavano facendo la loro strada, che mancava in buona sostanza ancora un anno e sei mesi alla scadenza dei due anni e che entro i due anni i piani paesistici sarebbero stati varati. La risposta era sempre questa, sempre puntuale e sempre con lo stesso sapore di dilatorietà: i piani sono allo studio dell'équipe di tecnici e quanto prima verranno portati all'attenzione e all'approvazione del Consiglio. Signor Presidente, colleghi, quel quanto prima, che poteva sottintendere qualche mese a far data dal dicembre 1989, è diventato tre anni e quattro mesi. Si è andati di rinvio in rinvio, di proroga in proroga senza che la squinternata barca dei piani avvistasse non dico un approdo sicuro, ma neppure la terra. Oggi, ancora una volta, e questa volta veramente con termini strettissimi, viene portata alla nostra attenzione non lo strumento senza il quale la legge non decollerà, ma una nuova proposta di legge, firmata da alcuni colleghi, che intende sottrarre al Consiglio regionale la possibilità di valutare i piani e che affida tale facoltà alla Giunta regionale, con una sorta di delega che poi vedremo in sede di votazione finale, signor Presidente e colleghi, se il Consiglio, che rimane in questo sistema sempre il massimo organo rappresentativo degli elettori sardi, vorrà o meno attribuire all'Esecutivo.
Ma vi è di più. Lungi dal presentare i piani, la maggioranza di governo della Regione fissa i criteri con i quali dovranno essere redatti i piani paesistici, quasi che tre anni e quattro mesi dall'approvazione della legge non fossero stati sufficienti a coprire questo vuoto e contemporaneamente stabilisce tutta un'altra serie di termini che con l'aria che tira e che è tirata finora rinvieranno ancora di anni, se non sine die, l'applicazione della legge, con tutte le conseguenze facilmente immaginabili, in un momento di grande incertezza, di crisi diffusa, di sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni e nei confronti del ceto politico al potere. Con questo non voglio dire, signor Presidente e colleghi, che il Gruppo del Movimento Sociale Italiano abbia mutato opinione sull'impianto complessivo della legge 45, contro la quale da soli, sia al momento della sua prima approvazione sia al momento della sua seconda approvazione nel novembre 1989, avemmo il coraggio di votare giudicandola insufficiente, lacunosa, contraddittoria, permissiva a oltranza con alcuni soggetti e punitiva altrettanto ad oltranza con altri. La nostra opinione da allora su questo argomento non è cambiata e permangono tutte le critiche e le riserve che formulammo a suo tempo. Si tratta invece di dare ai cittadini tutti uno strumento legislativo, ancorché non di nostro gradimento, che costituisca un punto di riferimento preciso e ponga fine allo stato di anarchia, di incertezza, di precarietà che sinora ha governato la materia.
La proposta di legge numero 386 rappresenta una parte, e neppure la più importante, di quella che avrebbe dovuto essere - ma non lo è stata e non sapremo mai se lo sarà - una disciplina organica dello sviluppo turistico della Sardegna, accompagnata da una seria programmazione del territorio, del quale fanno sì parte le coste, ma anche tutte le risorse territoriali e ambientali esistenti nell'Isola. Sviluppare il turismo non vuole dire trasformare i sardi in un popolo di camerieri, ma significa iniziare a pensare che il turismo, ancorché non da solo, può, deve, seppure gradualmente, creare quei posti di lavoro persi in altri settori, non per formare camerieri, ma per formare imprenditori e soggetti che producano ricchezza e sviluppo.
L'intento di sottoporre a vincolo paesistico di inedificabilità i terreni costieri nella fascia di 300 metri dalla linea della battigia e di non consentire accordi di programma che in qualche misura stravolgano il territorio con deroghe, nulla osta o altre diavolerie consimili, ampiamente utilizzate negli anni passati, non possono che ricevere da parte del Gruppo del Movimento Sociale una cauta attenzione e potranno anche essere valutati positivamente nel convincimento che la materia dovrà essere oggetto di quel riordino complessivo della disciplina del turismo e della pianificazione territoriale senza la quale qualsiasi legge urbanistica, signor Presidente, qualsiasi norma di salvaguardia acritica del territorio non produrrà che effetti negativi sul territorio stesso e sul tanto desiderato sviluppo della Sardegna.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Pau. Ne ha facoltà.
PAU (Gruppo Laico Federalista). Signor Presidente, colleghi, questo appuntamento così importante per lo sviluppo della nostra Isola, che ci vede impegnati nell'esame dei piani paesistici, rappresenta certo, bisogna dirlo con assoluta franchezza, un fallimento nella politica di programmazione di territorio e del suo governo. E' pur vero che nella proposta presentata dalla Commissione ci sono delle innovazioni di notevole rilievo rispetto alla legge 45. La prima è rappresentata dalla modifica della procedura di approvazione dei piani, in ossequio, come viene detto nella relazione, al principio della separazione dei ruoli tra Consiglio e Giunta. Viene inoltre ribadita e rafforzata la funzione di indirizzo del Consiglio regionale nel ruolo che gli è proprio, quello dell'approvazione del regolamento; vi è una rivisitazione e sistematizzazione con modifiche e integrazioni della normativa di omogeneizzazione. Ancora, in questa proposta di legge vengono confermati alcuni concetti di tutela rigorosa delle coste, delle emergenze ambientali, paesistiche e naturalistiche. Un ulteriore elemento che ci sta particolarmente a cuore, è quello del riconoscimento delle potestà programmatorie degli enti locali e in particolare dei comuni. Tuttavia non è possibile, parlare, come si sta facendo, di norme per l'uso e la tutela del territorio, senza di converso avere una chiara visione della domanda di uso di questo territorio, dei soggetti che lo debbono utilizzare, delle finalità e dei modi di utilizzo. Su questo versante non solo occorre fare chiarezza, ma occorre uno studio preordinato, perché ad oggi non solo la classe politica ma chiunque debba discutere di queste cose ha a disposizione soltanto dei dati empirici. Mi sia concessa una divagazione dal tema specifico dei piani almeno per vedere qual è lo stato delle cose in questo momento.
Alla fine di ogni stagione turistica estiva - ma lo vedete, cari colleghi, anche nei periodi di punta del turismo fuori stagione, come il periodo di Pasqua - dalla lettura dei giornali si apprende che Alghero ha avuto un calo del 20 per cento rispetto all'anno precedente, San Teodoro del 5 e così via. E' un tormentone che si ripete tutti gli anni: se questi dati fossero veri - ma io credo che non siano veri - il flusso turistico del prossimo anno, a forza di cali, dovrebbe ridursi quasi a zero. Io dico che questi dati del tutto empirici non danno la reale dimensione del fenomeno turistico. Certo, in questi anni la crescita del turismo ha dovuto scontrarsi con una sfavorevole congiuntura, sia nazionale che internazionale. Però io non riesco a spiegare in maniera razionale da che cosa derivi questa spasmodica richiesta di nuovi insediamenti. In particolare mi domando verso quale utenza questa ricettività sarebbe rivolta. Ci deve essere pure una ragione ben solida e ben fondata se imprenditori come l'Aga Khan o Berlusconi decidono di investire e insistono per poterlo fare. Evidentemente hanno le loro buone ragioni, avendo eseguito sicuramente delle ricerche di mercato e quindi sapendo bene di trovare anche l'utenza. Ma allora, come dare corpo a un organico progetto di salvaguardia e di recupero ambientale e paesaggistico e coniugarlo contemporaneamente con lo sviluppo, che non è solo turismo?
In quest'aula abbiamo focalizzato i nostri interventi soprattutto sullo sviluppo turistico. Le coste, voi lo sapete, sono tuttavia oggetto anche di altre forme di utilizzazione e noi dobbiamo garantire in via prioritaria gli usi e le attività della popolazione. Questo è un argomento che, nel regolamento proposto dalla Commissione, viene in qualche modo toccato, in particolare per ciò che concerne gli usi agricoli, sui quali, in via transitoria, si rimanda alle norme emanate dagli Ispettorati agrari. Vorrei dire alla Commissione che ha stilato questo Regolamento, che probabilmente ci troveremo per un qualche periodo in una fase di vacatio legis, nel senso che gli Ispettorati agrari, se andate a consultare gli atti e i documenti (questo ve lo dico perché di mestiere faccio l'agronomo e quindi queste cose le seguo), solo per alcuni settori, solo per alcune zone, quelle irrigue, hanno emanato delle direttive. Capisco perciò anche il motivo per cui già la legge regionale numero 45 prevedeva l'emanazione di norme specifiche per la definizione di questo problema. Le coste non sono solo turismo, ma bisogna garantire gli attuali usi e le attività delle popolazioni: in particolare mi riferisco ad alcune zone particolarmente vocate a questo, come la Nurra e la costa sud orientale della Sardegna, dove le attività agro-silvo-pastorali sono ben presenti. Dobbiamo ricordarci che queste zone non devono essere fruibili solo sotto l'aspetto edificatorio.
La ristrettezza dei tempi tecnici non consente un esame approfondito dei singoli piani. Sarebbe stato comunque molto difficile discuterli in quest'aula, perché bisognerebbe avere una particolare competenza tecnica per esaminarli a fondo. Occorre dunque adottare dei criteri generali, che noi in questo caso consideriamo minimi perché una legge possa essere decentemente varata: criteri generali per la tutela e la valorizzazione delle risorse ambientali e soprattutto di quelle costiere. Pur non facendone parte, come Gruppo repubblicano, siamo convinti che la Commissione abbia operato bene nell'esaminare la complessa materia che riguarda questo settore e abbia correttamente interpretato le finalità per le quali i piani stessi erano nati, restituendo - anche se non in maniera del tutto soddisfacente - un ruolo credibile alla Regione nell'individuazione delle aree da sottoporre a massima tutela. Certo, il vincolo dei 300 metri costituisce uno strumento abbastanza discutibile, perché imporre dei vincoli su un territorio senza vedere puntualmente cosa c'è dentro è un'operazione sostanzialmente non corretta. Occorreva fare un'analisi conoscitiva del territorio così da fornire una puntuale indicazione per la perimetrazione di ambiti omogenei, individuando i diversi gradi di trasformabilità del territorio e distinguendo le zone di massima tutela da quelle dove sono ammessi interventi compatibili con l'ambiente preesistente. Il modo di procedere adottato sotto questo profilo rappresenta una sconfitta in termini di governo del territorio, ma arrivati a questo punto le scelte sono quasi obbligate, non c'è altro modo per ergere una diga contro l'ulteriore, possibile devastazione del territorio. Il limite dei 300 metri rappresenta quindi una misura minima, seppure necessaria, perché dobbiamo ricordarci, Presidente, cari colleghi, che i beni del paesaggio sono un patrimonio che va preservato e valorizzato per ragioni culturali, sociali ed economiche. A chi in questi giorni ha proposto quasi una mobilitazione popolare, dobbiamo ricordare che la tutela di questa fascia seppure minima di territorio può rappresentare per i comuni costieri e per l'intera Isola maggiori vantaggi nel futuro e maggiori benefici economici rispetto a un uso dissennato del territorio.
Per far capire meglio questo concetto, mi sia consentito di ricorrere ad un'immagine. In tutti gli aeroporti, italiani e internazionali, quando arrivano i bagagli e suona la campana intorno al tapis roulant si ammassano tante persone, non sempre quelle che hanno un maggiore grado di civiltà. Chi non fa questo rimane in seconda, in terza fila e nonostante la sua valigia gli passi davanti non sempre riesce a prenderla. Se invece ci fosse maggiore correttezza, basterebbe tirarsi uno o due passi indietro e ciascuno avrebbe la possibilità di ritirare rapidamente la propria valigia. Questo per dire che chi occupa la prima fila sta probabilmente talvolta ledendo i diritti di coloro che non possono affacciarsi. Questo vale anche per l'uso della fascia costiera. Vorrei anche ricordare che in fondo, rispetto alle fasi precedenti di programmazione del territorio ed in particolare rispetto al decreto Floris, si tratta di appena 150 metri in più: un limite che non può certamente pregiudicare nessun serio intervento nella fascia costiera. Infatti nessuno esclude - e con gli accordi di programma questo può essere fatto - che nella prima fascia possano trovare allocazione i porti, con le loro attrezzature e tutti i servizi connessi alla balneazione. Questo certamente non è un fatto di secondaria importanza.
Per queste ragioni, e non voglio tediarvi ulteriormente, il Gruppo repubblicano riconosce l'esigenza di modificare la legge regionale 45 e di approvare un regolamento che dia ai comuni un ruolo propositivo, persino per l'eventuale ampliamento delle aree di tutela, perché dobbiamo ricordare che la fascia dei 300 metri è solo la fascia minima di salvaguardia: in alcuni piani, del resto, la fascia di salvaguardia è di 800-900 metri. In vaste aree del territorio già nella prima proposta di piano erano già perimetrate aree di rispetto ben più profonde di 300 metri. Si tratta, con questa norma di salvaguardia, di coprire le falle rimaste aperte dove cioè coloro che avevano steso i piani non avevano previsto zone di salvaguardia. Per farvi un esempio: a San Teodoro, nonostante il Comune avesse chiesto di individuare le zone di massima tutela lungo la costa e di indicare le zone di espansione intorno ai borghi e agli stazzi galluresi, nella redazione del piano si è proceduto a fare il processo inverso: cioè nelle zone su cui il Comune richiedeva la massima tutela è stata prevista la massima edificabilità; al contrario, laddove il Comune aveva chiesto di espandersi è stato messo il vincolo. Il regolamento dovrà dunque consentire ai comuni un ruolo propositivo anche per l'eventuale ampliamento delle aree di tutela in sede di predisposizione dei P.U.C.
Per concludere, dico che non siamo certo soddisfatti di come le cose siano andate, non solo in questa vicenda, ma anche nel passato e di come siano andate maturando col tempo, tuttavia riconosciamo che, arrivati a questo punto, non ci sono possibilità di muoversi diversamente. Pertanto daremo il nostro voto favorevole alla modifica della legge 45 secondo quanto è stato proposto dalla Commissione urbanistica regionale.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Pusceddu. Ne ha facoltà.
PUSCEDDU (P.S.D.I.). Signor Presidente, colleghi del Consiglio, il dibattito che si è sviluppato in quest'aula sulla proposta di legge 386 recante modifiche alla legge regionale numero 45 del 1989, testimonia come il Consiglio regionale si trovi di fronte ad uno dei passaggi politici più delicati dell'intera legislatura. Sulla problematica dei piani territoriali paesistici, che rappresentano un tentativo - purtroppo finora solo un tentativo - di programmazione urbanistica su territori di rilevante interesse ambientale, si sono scaricate tensioni direttamente riconducibili agli interessi posti in gioco. La grande attenzione riposta dagli organi di informazione, la mobilitazione di associazioni, di categorie, le varie prese di posizione, la rivolta, anche, di intere comunità locali, le stesse divaricazioni che attraversano trasversalmente i Gruppi consiliari e politici (compreso il nostro Gruppo socialdemocratico), nei quali su questi temi si misurano sensibilità diverse, evidenziano il fatto che non ci troviamo di fronte ad una discussione accademica o di mera interpretazione giuridica di determinate norme. La posta in gioco vera è invece la qualità dello sviluppo della nostra Isola, basato su un corretto uso del territorio. Per esigenza di semplificazione potremmo dire che anche in questa circostanza in quest'aula si sono confrontate due scuole di pensiero. Vi è da una parte chi difende la priorità del bene ambientale naturale e in particolare propone l'estensione di vincoli sul paesaggio costiero, che per sua stessa natura ha necessità di un'attenta tutela. Gli eccessi di questa impostazione vengono additati dai critici come viziati da fondamentalismo ecologico, che tenderebbe ad una "musealizzazione" del nostro territorio e pertanto chiuderebbe gli occhi rispetto ad ogni prospettiva di sviluppo economico. Dall'altra parte, invece, sta chi vuole accelerare le possibilità di sviluppo economico, puntando in particolare sul settore turistico: la massima valorizzazione delle opportunità offerte dalla risorsa mare diventerebbe occasione di riscatto sociale e di lavoro per intere comunità. Gli eccessi di questa posizione, sempre dai critici dell'altra parte, vengono indicati come manifestazioni di una volontà cementificatrice delle coste. Ma al di là degli eccessi di una o dell'altra posizione dobbiamo chiederci se è utile una impostazione così manichea e dicotomica: siamo veramente convinti della netta incompatibilità tra difesa ambientale e sviluppo economico? Noi riteniamo che sia possibile contemperare le esigenze di una difesa territoriale equilibrata e responsabile con quelle, altrettanto valide, dello sviluppo economico. Ma poiché tali obiettivi non si raggiungono spontaneisticamente, occorre un'attenta pianificazione territoriale e una programmazione corretta dell'utilizzo delle risorse.
I piani territoriali paesistici, per loro stessa natura, dovrebbero muoversi all'interno di questa logica, se conveniamo sulla loro funzione di sintesi delle relazioni tra ambiente naturale e attività antropiche. La legge regionale 45 dell'89 ha disciplinato con caratteri innovatori la materia urbanistica, nei cui confronti la Regione ha potestà legislativa esclusiva. Ciò significa che lo sviluppo urbanistico del nostro territorio e la qualità dei suoi insediamenti dipenderanno direttamente dalle nostre scelte e dal modo in cui verrà esercitato questo potere autonomistico. La consapevolezza che fosse necessaria una pianificazione territoriale capace di porre fine a un insostenibile spontaneismo edilizio è una conquista relativamente recente. La pianificazione è necessaria e indispensabile; tuttavia l'odierna pianificazione non avviene su una tabula rasa; ci sono realtà in cui il territorio è stato gravemente offeso ed è irrimediabilmente compromesso. Io abito nel comune di Quartu, il quale appunto, attraverso scelte non soggette a pianificazione attenta, ha visto compromettere in modo irrimediabile tutta la fascia costiera: forse, in considerazione di questi errori del passato, avverto con una più marcata sensibilità l'esigenza di una pianificazione territoriale che affronti anche il problema della riqualificazione urbanistica di grandi parti del territorio. In talune zone costiere vi sono volumetrie eccessive, non sostenibili dall'ambiente naturale. Per questo è necessario anche prestare attenzione ad un'accorta riqualificazione di ciò che è stato costruito. E a questo proposito mi preme sottolineare che può destare preoccupazione il fatto che tra i vari capitoli del fondo unico da destinare agli enti locali, proprio quelli destinati specificamente al risanamento urbanistico di determinati territori rischiano, se non vi sarà un'attenta sensibilità da parte degli enti locali, di non essere utilizzati per soddisfare le esigenze che avevano indotto l'amministrazione regionale a stanziare determinate risorse.
In merito alle competenze sulla pianificazione territoriale esiste un ulteriore problema, che non può essere sottaciuto: quello dei soggetti. C'è un eccesso di soggetti istituzionali interessati alla pianificazione territoriale. La stessa legge regionale numero 45, di fatto, è stata scardinata, per quanto concerne l'impianto dei rapporti con gli enti locali, dalla legge 142 del 1990. Alla Provincia, infatti, da questa legge, che è successiva alla 45, viene conferito il potere di adozione del piano territoriale di coordinamento, che è un atto di programmazione ben diverso dal piano urbanistico provinciale previsto dall'articolo 16 della legge regionale 45. Alla Provincia viene attribuita la competenza di accertare la compatibilità dei piani urbanistici comunali con le previsioni del piano territoriale di coordinamento. Ho voluto espressamente sottolineare, sia pure di passaggio, questo aspetto, per inquadrare la qualità del rapporto che la Regione deve avere con gli enti locali. Un rapporto che anche nelle odierne vicende risulta tuttavia conflittuale. Basti pensare alle prese di posizione dei vari comuni: cito Teulada, Olbia e gli altri comuni rivieraschi dell'alta Gallura; oppure basti contare i fax che hanno inondato le nostre scrivanie, trasmessi dai vari comuni della Sardegna. Per questo diciamo che la Regione non può abdicare al ruolo di programmazione e di pianificazione territoriale, perché se è vero che gli enti locali sono i soggetti primari del proprio sviluppo, non è possibile in Sardegna consentire una pianificazione costiera a pelle di leopardo, a seconda delle sensibilità delle singole amministrazioni interessate. Perciò anche gli accordi di programma dovranno essere vagliati attentamente, evitando generalizzazioni e limitandoli esclusivamente, così come proposto dalla Commissione, a casi di rilevante interesse regionale. Sugli accordi di programma occorre salvare la finalità, ma dobbiamo stare particolarmente attenti alla gestione degli stessi: non possiamo consentire che l'eccezione in questa materia diventi la regola.
Io ritengo che, affrontando questi temi, occorra anche cercare di vedere il rapporto intercorrente tra uso del territorio e dinamiche dello sviluppo nella nostra Regione. E per questo è necessaria anche una profonda analisi dei movimenti demografici che negli ultimi decenni hanno interessato la nostra Isola. Noi siamo passati attraverso una scelta di sviluppo per poli, che ha portato ad una accentuata mobilità demografica dalle zone interne verso i centri che consentivano occasioni di lavoro. Abbiamo perciò sperimentato in passato questo tradizionale rapporto città-campagna. Oggi i dati del più recente censimento, quello del 1991, testimoniano che la mobilità demografica non avviene più per poli di sviluppo. I comuni che hanno avuto un maggiore incremento demografico sono i comuni costieri e rivieraschi. I movimenti della popolazione avvengono allorquando esiste una ricerca di ricchezza: la crescita demografica dei comuni costieri è un segno dell'attrazione e anche delle possibilità di sviluppo economico che possono esercitare il nostro bene mare e le zone costiere. E' pur vero che dopo l'epoca dell'oro noi abbiamo assistito alla realizzazione di tanti villaggi fantasma. Dobbiamo stare attenti a non consentire che continui a sorgere una miriade di villaggi fantasma utilizzabili solo per pochi mesi all'anno. Occorre invece promuovere uno sviluppo più equilibrato. Ed è per questo che io condivido l'impostazione data dalla Commissione per quanto riguarda le modifiche alla legge 45. L'estensione del vincolo di 300 metri rappresenta una misura di salvaguardia percorribile, tenendo però presente che non possiamo limitarci solo all'adozione di una misura strettamente vincolistica, perché in materia urbanistica l'estenuante rinvio non risolve i problemi e non possiamo neanche accettare che in questa materia si vada avanti attraverso un approccio di tipo schizofrenico. Vi è la necessità comunque di dare certezza giuridica all'attuazione di norme che sono state approvate per recuperare in termini di fiducia un rapporto con l'imprenditoria, perché se un imprenditore non ha certezza dei tempi e non ha fiducia nella funzione di interlocutore della pubblica amministrazione, non potrà esserci occasione di sviluppo equilibrato nella nostra Regione.
Per quanto riguarda il lavoro della Commissione, infine, dopo le tante proroghe che in materia questo Consiglio ha voluto dare e che sono testimonianze delle oggettive difficoltà incontrate, si è arrivati ad una proposta di legge che contiene elementi di indubbio interesse, tra i quali mi preme ricordare anche il fatto che l'approvazione dei piani territoriali paesistici sia sottratta alla competenza del Consiglio regionale per affidarla alla competenza della Giunta. Questa, anche per la qualità del rapporto con i soggetti privati, mi sembra una decisione saggia e utile, anche perché il Consiglio deve riscoprire in primo luogo e recuperare il ruolo di indirizzo che gli è proprio. Sulla base di queste considerazioni, tenendo presente che comunque, attorno ad un obiettivo di sviluppo economico sostenibile e attento alle esigenze di tutela ambientale, noi dobbiamo inquadrare anche questa discussione delle modifiche della legge 45, io ritengo che, sulla base del lavoro svolto dalla Commissione, con gli opportuni adattamenti che si stanno in queste ore concordando, sia possibile dare un segnale importante anche alla opinione pubblica sarda.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Mannoni. Ne ha facoltà.
MANNONI (P.S.I.). Signor Presidente, colleghi, noi abbiamo affrontato questo lungo dibattito, i cui esiti sono ancora lontani dal definirsi con precisione e affidabilità, sulla base di una relazione svolta dalla Commissione e per essa del suo Presidente: una relazione che definirei ampia, puntuale, responsabile, frutto di un lavoro che ha trovato una sintesi organica e positiva. La Commissione è partita dalla verifica dell'impraticabilità della procedura prevista dalla legge regionale numero 45 per l'approvazione dei piani. Impraticabilità che, come è stato affermato, nasce da una convinzione di principio sulla distinzione dei ruoli tra Consiglio e Giunta. La Commissione ha scelto di spostare sulla Giunta, previa fissazione di vincoli e di orientamenti generali da parte del Consiglio, la fase conclusiva dell'iter di approvazione dei piani paesistici. Devo dire che la fase che ha condotto a questo dibattito (e, auspichiamo a una decisione ultimativa) ha visto la Commissione come unico soggetto di riferimento consiliare. E' stato detto che la Giunta avrebbe avuto poco spazio in Commissione; certo non ne ha occupato molto. Così è, non analizziamo le cause, ma la realtà vera è che, come dicevo poc'anzi, in questa fase finale l'unico soggetto di riferimento è stata la Commissione, che ha affrontato anzitutto una questione di strumenti e procedure giungendo a elaborare una modifica legislativa che mi pare trovi largo consenso in Consiglio. A questa modifica legislativa la Commissione ha aggiunto un corpo di orientamenti e di norme cui in un primo momento si intendeva dare la veste di regolamento, e che, mi pare, il dibattito successivo e la stessa ripresa del lavoro in Commissione di ieri notte, ha portato a definire meglio come direttive di coordinamento e di omogeneizzazione. L'iniziativa della Commissione sblocca, quindi, un meccanismo che tendeva all'inerzia e all'immobilismo e ci conduce verso una soluzione che può aprire la strada ad una conclusione di questo complesso iter, per contribuire a dare certezze di riferimento all'attività degli enti locali e all'attività dei privati.
Il dibattito si è ovviamente incentrato su tre principali argomenti: il primo riguarda il vincolo paesistico di inedificabilità; il secondo riguarda lo strumento accordo di programma; il terzo è quello della gestione transitoria in particolare per ciò che riguarda i nulla osta alberghieri concessi nel periodo intercorso fra l'entrata in vigore della 45 e il momento attuale. Mi pare che su tutto ha alleggiato il solito dilemma, che è antico quanto, purtroppo, irrisolto, fra due termini che ci hanno spesso assillato e che ancora oggi sono al centro della nostra attenzione: lo sviluppo e la qualità ambientale. Molti, con eccessiva disinvoltura, finiscono per esorcizzare questa antinomia dicendo che bisogna trovare una composizione tra le esigenze dello sviluppo urbanistico e la qualità dell'ambiente: con ciò essi riaffermano l'esistenza del problema senza mai trovare a questo problema una soluzione di sintesi, un punto di equilibrio. La sintesi è difficilmente componibile e non lo è certo con astratte affermazioni di principio. Occorrono comportamenti di fatto, scelte di legge e scelte di pianificazione territoriale e urbanistica. Bisogna stare molto attenti, perché l'alibi dello sviluppo, cioè l'individuazione della crescita urbanistica come chiave dello sviluppo ha portato a delle mostruosità: la città lineare di cui si è parlato, la città lineare lungo la costa, i 60 milioni di metri cubi possibili e forse di più, 70 (è sempre una cifra che si sposta un po' più su o un po' più giù, enorme comunque) sono il risultato, la proiezione di una Regione in gran parte disperata, alla ricerca di una via dello sviluppo, che identifica quella, come dire, più facile, nel senso di più reperibile e a portata di mano e in pratica però brucia sull'altare dell'atteso sviluppo un patrimonio, una risorsa di grande valore.
Nel dibattito svoltosi in aula in questi due giorni la grande assente è proprio la strategia per il turismo. Noi siamo abbastanza esperti per leggere i programmi generali di sviluppo, non è questo, che manca: manca proprio un ragionamento culturalmente aggiornato su quello che il turismo è, su quello che vuole e deve essere, su ciò che da esso ci si attende e su ciò che si è disposti a sacrificare perché vada meglio. Questo orientamento è mancato. Altra questione che forse è stata sviluppata in maniera implicita, qualche volta criptica, è quella relativa alla politica per il territorio, globalmente inteso, della Sardegna. Evocare questi temi di carattere generale non vuol essere un modo per portare i problemi in alto mare. Si tratta piuttosto di ricercare le coordinate fra le quali muoversi senza sbandare eccessivamente da una parte e dall'altra. Il tema dell'armatura urbana di questa Regione non è nuovo, non è senza precedenti nella storia dell'autonomia e non è senza precedenti nella storia della programmazione in Sardegna. Come si correggono gli squilibri e come si incoraggiano le potenzialità, estendendole anche ai territori finora non toccati da certe opportunità. Ecco, questo è mancato. In assenza di riferimenti acquisiti e condivisi, soggetti si agitano e si scontrano come impazziti, come farfalle che girano intorno alla luce: nascono allora le incomprensioni e le difficoltà di rapporto.
Onorevoli colleghi, nei giorni scorsi abbiamo discusso in quest'aula i problemi del decentramento di poteri e di risorse agli enti locali, abbiamo messo in campo principi di democratizzazione dell'autonomia. Questi principi di democratizzazione dell'autonomia non si realizzano attraverso l'assegnazione a ciascuno di un mucchietto di risorse con il quale può fare ciò che vuole. Io sono convinto che questa autonomia più vissuta si possa realizzare attraverso quel metodo di partecipazione e concertazione presente anch'esso nella storia della programmazione regionale in Sardegna. Sono stati aboliti i vecchi strumenti di partecipazione, perché ormai inefficaci. Qualche giorno fa il Consiglio ha abrogato i comprensori e ha fatto un'opera giusta di risanamento, ma la concertazione non si esaurisce in un istituto: è un principio, che consente di chiamare i diversi soggetti, Regione, Comuni, imprenditori, rappresentanti del mondo del lavoro, intorno a un tavolo per elaborare obiettivi e per condividere la programmazione regionale. E' un metodo da applicare anche per definire le principali opzioni dello sviluppo turistico in termini di industria, in termini di infrastrutturazione, di armatura del territorio e di valorizzazione dell'impianto urbano. Il conflitto è normale così come è fisiologica la dialettica fra centro e periferia, fra ruolo legislativo e ruolo amministrativo locale, perché amministrativo e legislativo sono due cose distinte. Ma quando non si realizza il concerto sugli obiettivi generali e specifici territoriali si precipita in un circuito vizioso e non virtuoso.
La Commissione ha fatto una cosa molto importante nel suo indirizzo e nella sua relazione, resa in aula ieri. La Commissione ha compiuto la scelta di rompere la città lineare artificiale. Su questo punto bisogna pronunciarsi chiaramente. Su questo punto la cultura, o meglio, la pseudo-cultura, si è spesso cimentata creando una alternativa fra deserto e cemento, come se non ci fossero invece una serie di opzioni intermedie e ragionevoli, rispetto a questa alternativa artificiosa e fuorviante. Certo in Sardegna in questi anni è avanzata anche una cultura più articolata, la cultura dei parchi, per esempio, della salvaguardia ambientale attraverso lo strumento del parco, ed è avanzata anche, più a livello di opinione diffusa che di istituzioni, un'attenzione nuova alla propria memoria storica, all'utilizzazione dei centri storici come nucleo intorno al quale costruire e anche allargare, o creare una nuova città aperta al turismo e strumento per il turismo. La Commissione ha compiuto un'operazione culturalmente di rilievo perché ha fatto la scelta di rompere la logica della città lineare lungo il mare, per convertire l'indirizzo dello sviluppo turistico verso i centri esistenti, valorizzando in particolare i centri storici. La scelta va condivisa, nel senso che occorre spostare nei centri abitati e intorno ad essi l'incremento, alleggerire la linea di costa. Alleggerire la linea di costa significa tutelare una zona che la conoscenza scientifica indica come nevralgica, cioè la zona filtro fra mare e terra. Bisogna sottolineare questa scelta, perché essa va anche incontro a un discorso sull'economia dei servizi, perché questa scelta porta la gente tutta a vivere e convivere nel e con lo sviluppo, anche con quello turistico.
Allora questo vincolo dei 300 metri, che è stato portato come proposta, può trovare delle motivazioni e delle ragioni. Questo vincolo mi pare, anche dal dibattito, che sia accettato da molti in linea di principio, spesso con riserve e temperamenti, contestato in verità da pochi e soprattutto a livello di poteri locali. Sul piano concettuale il vincolo è contestabile, perché una pianificazione aderente alla realtà si fa carico di essa e stabilisce orientamenti, vincoli e opportunità in relazione allo specifico, non in termini generali e astratti. Abbiamo constatato che allo specifico, alla conoscenza scientifica e puntuale, alla determinazione del possibile e compatibile nelle diverse morfologie e realtà non si è giunti, questa è la questione: occorre realisticamente riconoscere che non si è giunti a questo livello di definizione di compatibilità e possibilità. Di paesaggio e urbanistica, in questi anni, si è parlato troppo e fatto poco; il presenzialismo ai convegni non ha avuto un corrispettivo in impegni operativi e in proposte. Allora, il Consiglio, e per esso la Commissione, ha dovuto svolgere un ruolo di supplenza: il vincolo dei 300 metri è la conseguenza di tutto questo e rappresenta oggi un argine necessario per consentire di passare alla fase finale, con l'approvazione dei piani da parte della Giunta, che viene autorizzata a farlo con un mandato puntuale e con limiti precisi. I problemi ci sono: la inedificabilità sopravvenuta nella fascia fra i 150 e i 300 metri pregiudica i programmi di sviluppo di alcune zone. Certo, problemi ne pone. E' difficile disconoscere che tale cambio di regime crea dei problemi: i sindaci galluresi hanno manifestato, il sindaco di Teulada altrettanto. Sono una parte dell'intera isola, solo una parte; ma la Gallura nord orientale, in particolare, è il polo turistico più forte: quel territorio non si sostiene né con l'industria né con la pastorizia, né con gli scarsi proventi della pesca. Questo problema va affrontato con la gradualità e con gli strumenti adatti e io sono comunque convinto che l'indirizzo della Commissione sia complessivamente utile a una gestione non violenta dell'offerta futuristica del nostro territorio.
Resta ancora un problema: la praticabilità degli accordi di programma, soprattutto di quelli di gestazione, alla luce della nuova normativa. La legge 45 definisce l'accordo di programma quale strumento attuativo della pianificazione paesistico-territoriale, solo questo. E' uno strumento particolare che consente una valutazione coordinata e complessiva dell'impatto ambientale, territoriale, economico e sociale di blocchi di investimento significativo. Allora questo strumento deve essere meglio definito normativamente, perché resti strumento di uso, abilitato e ben finalizzato per un insieme di interventi di rilevante significato, ma sia comunque praticabile. Se l'accordo di programma troverà qui e ora una normazione che ne definisca caratteristiche e funzione potrà essere lo strumento attraverso il quale contemperare le esigenze del risultato aziendale con quelle della tutela del territorio e della qualità complessiva dello sviluppo turistico.
La proposta avanzata dalla Giunta regionale ieri sera, in sede di Commissione, di riconoscere che gli interventi di carattere non residenziale facenti parte di un accordo di programma incentrato soprattutto sulla portualità turistica, possano essere realizzati anche nella fascia dei 200 metri, sembra ragionevole e può costituire una base di discussione anche nella fase finale di questo dibattito. Sappiamo che i porti turistici rientrano nella programmazione regionale in essere da anni, che la più parte di questi vengono realizzati da soggetti pubblici e che quelli privati sono in numero assai limitato, sia a livello di realizzazione sia a livello di proposte, per cui l'ipotesi della Giunta avrebbe ricadute estremamente contenute e quantificabili. Quindi affrontiamo oggi, nel corso di questa parte finale del dibattito, una disciplina più specifica e dettagliata dell'accordo di programma, e lasciamo lo spazio per una soluzione razionale.
Un'ultima parte di queste brevi osservazioni vorrei dedicarla ai nulla osta alberghieri nella fascia di tutela massima o media. Su questo argomento non c'è stata chiarezza, diciamolo francamente, in questi anni sull'argomento dei nulla osta alberghieri non c'è stata chiarezza. In relazione a quanto è stato autorizzato sembra che dovremmo arrivare a un boom degli investimenti, ad una ricettività turistica senza precedenti. Un nuovo Eldorado si apre per la Sardegna. Sarà così? Io ho qualche dubbio. Anche in questo caso manca un punto di riferimento: l'interlocutore turismo dov'è? Cosa occorre? Chi ne rappresenta la domanda deve dirlo. L'interlocutore turismo è assente ancora una volta da questo dibattito. Allora, a questo punto, io, che non sono un esperto della materia, nel senso che non sono un tecnico, né aspiro ad esserlo al momento, direi che i nulla osta che non sono giunti alla concessione edilizia devono decadere ope legis, con l'approvazione della legge che oggi abbiamo in discussione. Facciamo, insomma, giustizia di un eccesso di espansione di nulla osta e non di espansione turistica. Anche in questo caso, dicevo, purtroppo manca l'interlocutore della domanda turistica e finisce che chi rappresenta questa esigenza sono i comuni, talvolta, i singoli consiglieri, insomma manca lo strumento di misura. Quindi è meglio bloccare.
PRESIDENZA DELLA VICEPRESIDENTE SERRI
(Segue MANNONI.) Onorevoli colleghi, io ho terminato queste brevi osservazioni. Dobbiamo concludere con una decisione seria, ponderata e all'altezza dei bisogni vecchi, quelli dello sviluppo, per trovare più ricchezza e più occupazione anche dal turismo, e dei bisogni nuovi, cioè quelli che sono vecchi anch'essi, ma che vanno assumendo maggiore consapevolezza nella cultura corrente, come il rispetto delle proprie radici, la capacità di interpretarle e di tramandarle al futuro. Il bisogno di qualità della vita è un bisogno nuovo, che si articola nella sua complessità come soddisfazione di esigenze materiali fondamentali, ma anche di interessi non materiali. Non dobbiamo decidere sulla base di una spinta emotiva. Bisogna evitare decisioni non razionali: decidiamo oggi sapendo che in questa materia, più che in altre, impegniamo il presente, ma anche il futuro.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Dadea. Ne ha facoltà
DADEA (P.D.S.). Signor Presidente, colleghi consiglieri, uno dei più diffusi quotidiani nazionali, il "Corriere della Sera" del 18 aprile, nel dedicare ampio risalto alla decisione della Commissione urbanistica regionale di istituire un vincolo generalizzato di inedificabilità nella fascia dei 300 metri dal mare ha definito la riunione odierna del Consiglio regionale la madre di tutte le battaglie dell'ormai annosa guerra contro la cementificazione delle coste. Una definizione forte, forse eccessiva e anche un po' truculenta che dimostra tuttavia l'attenzione, l'attesa e anche l'apprensione che circonda le decisioni di questo Consiglio, non solo in ambito regionale, ma anche a livello nazionale. Siamo, infatti, ad un passaggio cruciale: da esso dipenderà la possibilità di tutelare il bene ambientale più prezioso della nostra Isola, la possibilità di preservare quei gioielli di famiglia che ci sono stati lasciati in eredità dai nostri padri e che noi abbiamoli dovere e l'obbligo di trasmettere alle future generazioni il più possibile intatti. La possibilità stessa che la nostra Isola continui ad essere il sogno e la meta di tanti vacanzieri è indissolubilmente legata alla capacità che dimostreremo di tutelare le sue bellezze naturali e il suo inestimabile patrimonio ambientale. L'ambiente e il territorio rappresentano sicuramente la risorsa più preziosa di cui dispongono oggi i sardi per il loro futuro. Le scelte che oggi il Consiglio regionale farà per la tutela e la corretta utilizzazione di queste risorse avranno un'importanza decisiva per lo sviluppo della Sardegna e per la condizione economica e civile dei suoi abitanti. Un passaggio cruciale, quindi, perché da esso dipenderà la possibilità di individuare quel delicato punto di equilibrio che consenta di contemperare le ineludibili esigenze di uno sviluppo economico equilibrato con l'altrettanto ineludibile necessità di tutela dell'ambiente, la ricerca cioè di un punto di equilibrio tra compatibilità ambientale e sviluppo sostenibile. E' evidente che, nella ricerca di questo punto di equilibrio, prioritaria deve essere la necessità di garantire la riproducibilità delle fonti che alimentano questo sviluppo, e dato che il patrimonio ambientale è un bene non riproducibile, ne consegue che il dovere primario che noi abbiamo è la sua tutela.
Ma la seduta odierna si è caricata di significati che vanno al di là del contenuto stesso del provvedimento: in gioco vi è anche il delicato rapporto tra Regione ed enti locali, ne accennava prima il compagno Mannoni. Il conflitto che si è aperto tra il Consiglio regionale ed alcuni comuni costieri rischia di inquinare quel rapporto di fattiva collaborazione avviato appunto con l'approvazione della legge di accompagnamento al bilancio che stanzia nuove risorse e trasferisce nuove competenze e funzioni agli enti locali. Il rischio è che a subire una battuta d'arresto possa essere il tentativo comune di costruire nella nostra Regione un moderno sistema delle autonomie, in cui Regione ed enti locali partecipino con pari dignità alla rappresentanza degli interessi e dei bisogni dei cittadini. Un sistema delle autonomie che esalti da un lato la piena responsabilità degli enti locali e dall'altro restituisca però all'istituto regionale il suo ruolo più alto di programmazione, di indirizzo e di controllo e la potestà di rappresentanza più complessiva degli interessi di tutti i cittadini sardi. Un sistema delle autonomie in cui trovi piena cittadinanza e sia riaffermato il diritto-dovere della Regione di tutelare un valore collettivo costituzionalmente protetto qual è appunto il bene ambiente anche al di sopra e al di là della stessa autonomia comunale.
Così come penso non può rimanere estranea al nostro dibattito la constatazione che le nostre coste, le più pregiate, sono diventate oggetto di attenzioni da parte della criminalità organizzata, che non disdegna di investirvi i proventi delle sue attività illecite. E' questo un segnale inquietante, anche se non è il solo e non è sicuramente il primo della penetrazione della mafia e della camorra nella nostra Isola e dell'utilizzo degli investimenti sulle coste per riciclare il denaro sporco. Ma soprattutto l'ultimo episodio, riportato oggi sulla stampa, evidenzia l'emergere in Sardegna di un versante criminale della più vasta questione morale, legato alla questione territorio. Si ha la sensazione che anche nella nostra Isola potremmo trovarci di fronte a un torbido intreccio tra politica, affari e criminalità organizzata. Tutto questo deve essere motivo di riflessione per tutti, al fine di evitare che con le nostre decisioni possiamo diventare, sia pure inconsapevolmente, strumenti e oggetto di torbidi ed inquietanti interessi.
Per tutte queste considerazioni abbiamo giudicato la decisione della Commissione urbanistica una decisione coraggiosa e lungimirante, ma anche una decisione obbligata. Obbligata perché la Commissione si è trovata di fronte ad un bivio, si è trovata di fronte a un dilemma: o respingere i piani territoriali paesistici adottati, per il loro contenuto assolutamente inaccettabile, oppure l'adozione di una norma generale di tutela che consentisse di attivare un processo di pianificazione su basi, modalità e contenuti del tutto nuovi. Ma perché ci si è trovati, perché la Commissione urbanistica si è trovata di fronte a questo dilemma? Perché le proposte di piano territoriale paesistico non solo non hanno adempiuto alle finalità per cui erano state pensate, ma ne hanno stravolto il senso e il disegno originario. I piani territoriali paesistici avrebbero dovuto esprimere una progettualità di grande respiro e di alto profilo tecnico e avrebbero dovuto fornire agli enti locali gli strumenti per la salvaguardia e la piena valorizzazione delle emergenze naturalistiche e ambientali. Tutto si può dire di quegli elaborati tranne che essi siano strumenti di una pianificazione corretta: essi appaiono piuttosto l'assemblaggio disordinato e confuso di una serie di spinte particolaristiche e settoriali. Il nostro giudizio sui piani territoriali paesistici adottati è, e non da oggi, netto e inequivocabile: essi sono il frutto di un sistematico stravolgimento degli elaborati originariamente predisposti dall'équipe di progettisti. Lungi infatti dal modificare le previsioni edificatorie previste dagli strumenti urbanistici comunali, cioè, come è stato ripetuto più volte, gli oltre 60 milioni di metri cubi della paventata città lineare, ne hanno inopinatamente incrementato le previsioni edificatorie ben oltre i 60 milioni di metri cubi. Così come appare non condivisibile il tentativo di conculcare lo stesso potere edificatorio comunale. Infatti i nuovi piani non solo non hanno tenuto conto delle osservazioni e delle richieste delle amministrazioni comunali, volte a tutelare e difendere le proprie strumentazioni urbanistiche, ma ne hanno spesso stravolto le previsioni, accogliendo le più disparate richieste edificatorie da parte di soggetti privati, soprattutto accordando uno smarcato privilegio alle spinte edificatorie di grossi operatori immobiliari, il più delle volte in palese contrasto con interessi urbanistici comunali. Non solo, ma in molti casi, attraverso le proposte di piano territoriale paesistico si è provveduto a un vero e proprio rifacimento dei piani regolatori comunali, come nel caso del comune di Arzachena e dello stesso comune di San Teodoro, penalizzando nella fascia costiera qualunque uso del territorio diverso da quello edificatorio, soprattutto penalizzando l'uso per fini agricoli. Attraverso l'introduzione, poi, della normativa di omogeneizzazione, che avrebbe in teoria dovuto omogeneizzare piani tra loro scollegati per contenuti specifici, metodologie, normativa propria, si sono introdotte norme che consentono di far salve tutte le lottizzazioni approvate prima della legge regionale 45 e tutti i nulla osta alberghieri rilasciati in questi anni con consapevole leggerezza. Nulla osta e deroghe alberghiere la cui concretizzazione comporterebbe da sola una previsione edificatoria - è stato più volte ricordato durante questo dibattito - di oltre 5 milioni di metri cubi e la triplicazione dei posti letto alberghieri. Tutto questo - concordo col collega Mannoni - in assenza di una razionale programmazione turistica regionale. Un modo distorto di fare pianificazione territoriale, che di fatto comprometterebbe qualsiasi ipotesi di riequilibrio dello sviluppo turistico tra le diverse aree della Sardegna. Ecco, questo sì, che rappresenta il vero fallimento della pianificazione. In questo modo si sviliscono e si delegittimano gli strumenti della pianificazione. Altro che il vincolo di inedificabilità nella fascia dei 300 metri, è l'uso distorto degli strumenti della pianificazione che ne determina la delegittimazione, minando fortemente la credibilità dell'istituto autonomistico, che quegli strumenti e quella pianificazione ha fortemente voluto.
Ma a queste considerazioni se ne aggiunge un'altra non meno rilevante, che ha avuto un peso determinante nelle decisioni della Commissione urbanistica stessa, e cioè la sostanziale non idoneità del Consiglio regionale ad affrontare e ad approvare i piani paesistici, non solo per la mancanza dei necessari supporti tecnici, ma soprattutto perché la prerogativa primaria della nostra Assemblea elettiva è stata e rimane quella legislativa, quella di emanare leggi, di stabilire indirizzi, non certo di cimentarsi con atti amministrativi ad alto contenuto tecnico quali sono i piani territoriali paesistici. Questo anche in ossequio a una concezione sempre più diffusa, che è stata anche ribadita negli ultimi tempi dalla Commissione bicamerale per le riforme istituzionali; una concezione che ha trovato sanzione nella stessa legge 142 sulla riforma delle autonomie locali e che ha trovato sanzione anche in questo Consiglio regionale, nel momento in cui si sono approvate le norme sull'incompatibilità tra la carica di consigliere regionale e quella di assessore. La concezione, cioè, che tende a separare la responsabilità e le competenze dei governi, che devono governare e amministrare, da quella delle assemblee elettive, che devono fare leggi, fare norme, esprimere indirizzi. Non quindi il codardo tentativo del Consiglio di spogliarsi di una pesante responsabilità per trasferirla alla Giunta, come da qualche parte è stato detto. Nessun atto di codardia, bensì la ferma e risoluta riaffermazione del ruolo primario e fondamentale che deve assolvere la nostra Assemblea elettiva dalla consolidata tradizione legislativa. Ecco, da queste considerazioni è maturato il nostro severo giudizio sulle proposte di piano territoriale paesistico. Da queste stesse considerazioni è nata la scelta della Commissione urbanistica, scelta che il Gruppo del Partito Democratico della Sinistra condivide integralmente. Un provvedimento, quello approvato dalla Commissione, che possiamo definire come una sorta di soluzione politica obbligata, capace da un lato di porre definitivamente sotto tutela una quota consistente di valori e di beni ambientali, di recuperare la parte migliore del processo di pianificazione e dall'altro di mantenere aperta una fase ulteriore di specificazione della pianificazione, affidata non a una trattativa privata e discrezionale, ma a una dialettica istituzionale trasparente tra Giunta, Consiglio regionale e amministrazioni comunali, nella quale i Comuni dovranno essere pienamente responsabilizzati attraverso la revisione dei propri strumenti urbanistici. Una soluzione politica obbligata, quindi, quella adottata dalla Commissione, nella quale il Gruppo del Partito Democratico della Sinistra si riconosce interamente. Il P.D.S. è per una difesa integrale del vincolo di inedificabilità nella fascia dei 300 metri dal mare senza deroghe ed eccezioni alcune, salvo quelle contenute nell'articolo 2 della proposta di legge 386. Un vincolo necessario a preservare un bene ambientale non riproducibile, una misura vincolistica a tutela di un patrimonio naturalistico di incompatibile valore, la cui salvaguardia è esigenza largamente maggioritaria nella coscienza e nella cultura ambientale, e non solo nella cultura ambientale, dei cittadini sardi.
Il vincolo di inedificabilità dei 300 metri è imposto dal sostanziale fallimento della pianificazione così come si è realizzata attraverso le proposte dei piani paesistici. Esso consente di rigettare la gran parte delle deroghe alberghiere e dei relativi nulla osta concessi nella fascia dei 300 metri e con essi di scongiurare l'ulteriore colata di cemento e la triplicazione dei posti letto alberghieri. Il provvedimento non della Commissione intacca l'istituto dell'accordo di programma così come è individuato dall'articolo 28 della legge regionale 45; si limita a modificarne la capacità operativa e anche ad impedirne le previsioni edificatorie nella fascia dei 300 metri. Non appare però superfluo ricordare che non esistono, così come è stato affermato e sottolineato nell'intervento del relatore di maggioranza, il compagno Satta, che non esistono accordi di programma ex lege 45, perché tali accordi, come veniva ribadito dalla risoluzione approvata dalla Commissione urbanistica del 6 maggio 1992, non potevano essere stipulati prima dell'approvazione dei piani territoriali paesistici. Non escludiamo però che possano essere apportate ulteriori specificazioni di questo importante istituto, che possano quindi esserci ulteriori specificazioni dell'articolo 28, purché non intacchino o stravolgano la portata generale dei vincoli introdotti.
Signor Presidente, colleghi consiglieri, ora il problema che si pone a tutti noi è quello di passare da una politica di tutela, spesso velleitariamente passiva e difensiva, ad una politica di valorizzazione, di promozione e di utilizzazione sapiente e moderna della risorsa ambiente, senza sciupare e depauperare in maniera irreparabile il patrimonio naturale di inestimabile valore di cui oggi disponiamo. Dobbiamo cioè essere capaci, anziché attardarci in una sterile lamentazione sugli errori del passato più o meno recente, di promuovere la risorsa ambiente come fattore di sviluppo economico, di progresso civile, di superamento della perdurante dipendenza del nostro sistema produttivo, come fattore soprattutto che realizza un nuovo rapporto dell'uomo e della comunità con la natura sarda, con tutte le componenti dell'ecosistema regionale. Da una indispensabile politica di tutela dobbiamo passare a una politica di pianificazione e di utilizzazione ambientale che sia rispettosa delle regole fondamentali per il mantenimento della risorsa ambiente e allo stesso tempo capace di individuare lo spazio in cui possano operare correttamente iniziative imprenditoriali e interessi economici e sociali non pregiudizievoli delle esigenze e delle aspettative della nostra comunità. Dobbiamo in sintesi esser capaci di difendere e conservare il capitale ambiente e di fargli maturare quegli interessi che diano benessere, opportunità di lavoro e di crescita per gli abitanti della nostra Regione.
Perseguire con coerenza e con coraggio questo obiettivo in una Regione travagliata dalla disoccupazione di massa, dal rischio della dissoluzione del suo gracile sistema industriale, attraversata da allarmanti fenomeni di sofferenza e di emarginazione sociale, che interessano non solo le aree endemiche del mondo agro-pastorale, ma investono sempre più massicciamente le stesse aree urbane, ecco, tutto questo rappresenta una sfida difficile, complessa e dagli sbocchi non scontati, una sfida che tutti noi dobbiamo cercare di vincere. A ben riflettere oggi, come sardi, come classe politica e come classe dirigente in generale, ci troviamo di fronte a un dilemma delicato: uso rigoroso o uso permissivo del nostro territorio? Il ricatto al quale in qualche misura alcune forze vorrebbero che soggiacessimo è posto brutalmente in questi termini: se volete uno sviluppo economico più dinamico e se non volete convivere con la disoccupazione giovanile di massa, dovete allentare le difese giuridiche e politiche sul vostro territorio. Secondo questa insidiosa quanto inaccettabile tesi, i grandi gruppi, i colossali investimenti necessari per sfruttare appieno la risorsa ambiente della Sardegna, verranno e resteranno nella nostra Isola solo se la classe politica e il sistema autonomistico regionale, in primis questo Consiglio regionale, rinunceranno ad essere gendarmi e custodi del territorio. Sono sicuro che la classe autonomistica sarda e questo Consiglio regionale, signor Presidente, colleghi consiglieri, sapranno scegliere con fierezza e con orgoglio la strada giusta e sapranno unitariamente rigettare questo inaccettabile ricatto, impedendo il baratto irresponsabile del consumo e della distruzione delle risorse ambientali in cambio di un effimero quanto precario sviluppo economico.
Signor Presidente, colleghi consiglieri, oggi dobbiamo avere la consapevolezza che la questione territorio, così come la questione ambiente, coincide in Sardegna interamente con la più generale questione morale e per un verso, come abbiamo visto, anche con la stessa questione criminale. Esse rappresentano un terreno concreto di verifica della credibilità di ogni proposta di riforma della politica. Anche su questo terreno si misurerà la credibilità e l'autorevolezza della classe politica sarda, la capacità cioè di mettersi in sintonia con la forte domanda di cambiamento che è emersa prepotentemente il 18 aprile anche in Sardegna. Il risultato del referendum rappresenta una forte sollecitazione al cambiamento e alla trasparenza politica. Sarebbe imperdonabile se il Consiglio regionale nell'affrontare un argomento tanto delicato e complesso, tradisse quella forte domanda di trasparenza impedendo, con il ricorso al voto segreto, che ciascuno di noi, in piena libertà ed autonomia di coscienza, possa esprimere alla luce del sole i propri legittimi convincimenti e assumersi sempre alla luce del sole e di fronte all'opinione pubblica sarda, interamente le proprie responsabilità.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Soro. Ne ha facoltà
SORO (D.C.). Signor Presidente, io credo che questa discussione sia stata forse lunga, ma a differenza di tante volte più espressiva di argomenti, di motivazioni, di scelte, di proposte, forse meno di aspirazioni, come tanto spesso ci accade. Credo che sia stata, questa, una discussione in cui ci siamo ascoltati e ci siamo in qualche modo anche scoperti meno lontani nelle posizioni che abbiamo proposto di quanto ci si voglia far apparire.
Le molte distinzioni che sono apparse nel dibattito e nella discussione sono forse espressive della diversa sensibilità culturale, delle diverse esperienze di vita che ognuno di noi ha fatto, ma al fondo è emersa in misura visibile una convergenza che è più larga di quanto non fosse prevedibile alla vigilia. Non solo una convergenza larga nella valutazione del testo proposto dalla Commissione, ma anche nel giudizio che abbiamo manifestato e che esprimiamo sulle nostre responsabilità, su tutto ciò che è stato in questa legislatura e nelle scorse, ma soprattutto su tutto ciò che non è stato. Dobbiamo con molta franchezza dirci che oggi stiamo assumendo decisioni in questa materia in assenza dei piani. Vi sono le condizioni, forse, per fare dei piani paesistici migliori di quelli che potevano essere fatti solo alcuni mesi fa, però non ci sono i piani e l'assenza non è un fatto indifferente, né rispetto al processo legislativo né rispetto agli utenti che delle nostre leggi in qualche misura risentono.
L'assenza di una programmazione compiuta, dal momento in cui si è deciso attraverso la legge 45 di assumere con pienezza il governo e la tutela del territorio costiero, non è stata priva di effetti, se è vero che il binomio intorno al quale ruota la nostra discussione, quello tra sviluppo e ambiente, nel senso di sviluppo che deriva dalla tutela dell'ambiente, nel corso di questi anni ha subito effetti ben precisi, perché lo sviluppo non c'è stato e per converso l'ambiente in qualche misura si è degradato. Non solo per la persistenza di opportunità edificatorie collegate col vecchio regime, che hanno avuto sviluppo in questi anni, ma anche per la diffusione di un processo turistico di livello medio-basso (più basso che medio) che ha portato in Sardegna, nelle coste, nelle solite coste della Sardegna, più gente di quanto forse sia compatibile con un corretto uso del territorio, per un equilibrio corretto fra l'uomo e l'ambiente.
La mancanza di una scelta compiuta e matura di pianificazione non è stata indifferente, perché in questi anni si sono sovrapposti atti legislativi e atti di governo perché si sono susseguiti diversi programmi di Giunta regionale, l'ultimo solo cinque mesi fa, che hanno assunto spesso posizioni diverse, che hanno sensibilmente oscillato.
Da questa premessa dobbiamo partire per compiere le scelte odierne, che non sono né facili né scontate, né giocabili esclusivamente sul piano di un interesse tattico.
Dovremo tutti resistere alla tentazione di privilegiare un solo aspetto della discussione e fare uno sforzo per conservare insieme l'intero quadro di riferimento. Molti fattori, io li ho colti nel dibattito di questi giorni, possono allontanarci da un giudizio onesto e chiaro: intanto il contesto esterno della crisi economica, dell'occupazione, del bisogno di sviluppo e di lavoro, che è riecheggiato in molti interventi, e poi il peso oggettivo delle nostre responsabilità individuali, delle storie personali di tutti noi, di alcuni di più, di altri di meno, che però contano, nell'esercizio della decisione politica e legislativa. Io credo che dovremo liberarci per quanto è possibile dell'oggettivo condizionamento che queste esperienze hanno per tutti noi. Ma, ancora, può allontanarci da un giudizio sereno la consapevolezza di aspettative che si sono costituite, che si sono legittimamente costituite in Sardegna, nella complessità delle esperienze delle comunità locali. E ancora dobbiamo allontanare la preoccupazione di un giudizio in qualche misura semplificato da parte della pubblica opinione, intorno a paradigmi riduttivi della complessità della questione di cui oggi noi discutiamo e che ci vorrebbe tutti schierati in due opposti partiti. E poi l'esistenza di una titolarità, ancora contestata per l'autonomia regionale, del ruolo di soggetto decisivo e prevalente, del ruolo di guida dello sviluppo del territorio e della tutela dell'ambiente.
La Regione, l'autonomia regionale ha questo ruolo. Eppure il fatto che questa titolarità venga contestata in qualche misura condiziona l'esercizio della nostra espressione di giudizio. E allora dobbiamo liberarci da questi condizionamenti e orientarci, io credo, intorno alle quattro direttrici strategiche sulle quali ci siamo a lungo soffermati in questi anni, registrando convergenze che vanno al di là dell'attuale e delle vecchie maggioranze.
Una prima è quella che vuole che lo sviluppo sia derivato dall'ambiente e quindi che più si tutela la risorsa dell'ambiente più essa è preziosa, invertendo una logica rispetto alla quale per anni si era soffermato non solo il legislatore, ma anche il consumatore delle leggi regionali. La tutela si esercita con i vincoli, ma anche con i programmi, impedendo o limitando la quantità, ma anche esigendo la qualità degli interventi.
Una seconda direttrice è quella che vuole che l'ambiente, il territorio della nostra isola, la sua struttura orografica, la sua struttura ecologica, i suoi equilibri fra uomo e natura, rappresentino la memoria della nostra storia; sono il segno visibile non solo per gli altri, ma anche per noi stessi dell'identità, quindi sono, il territorio e l'ambiente, l'identità della Sardegna e l'identità io credo che non abbia prezzo, che non si aliena, non si può vendere. Questa è una scelta che abbiamo definito negli anni e che oggi vogliamo confermare.
La terza è quella che vuole che l'ambiente sia il patrimonio più importante che noi abbiamo, una risorsa strategica; ma non un patrimonio di alcuni sardi rispetto ad altri, di alcuni sardi più che di altri. E' un patrimonio, se non apparisse retorico dirlo, non solo di tutti i sardi, ma di tutti gli uomini del mondo e quindi la titolarità, l'esercizio di governo di questo patrimonio, la tutela di questo patrimonio deve essere affidata non a una parte dei sardi, non a un segmento della società sarda, ma all'interezza della società sarda che questo Consiglio rappresenta ed esprime. Quindi si è posta ancora e si è risolta la relazione fra la Regione e i Comuni. Forse in qualche occasione, in questi anni di inerzia non indifferente delle nostre decisioni, in qualche occasione si è ceduto ad un richiamo, io non dico localistico, che avrebbe un significato negativo, ma alla sollecitazione forte delle comunità locali, che sono quelle più esposte non solo al controllo sociale, ma anche all'esigenza degli utenti, dei cittadini, che sono i terminali delle nostre decisioni e che trovano nell'amministrazione dei comuni il loro riferimento più immediato, più scontato, e quindi che pongono le comunità locali nelle condizioni di esigere e di richiedere di contare di più nelle decisioni che riguardano la tutela dell'ambiente e la programmazione urbanistica e paesistica. Tuttavia in questa scelta, in questa relazione, noi abbiamo sempre riconosciuto, sempre più riconosciuto, forse qualche volta anche cedendo, un ruolo di partecipazione, di iniziativa di proposta, di interlocuzione fattiva da parte dei comuni, ma abbiamo rivendicato e dobbiamo rivendicare il ruolo decisivo e conclusivo in queste decisioni da parte di questa Assemblea, che è l'espressione della comunità generale dei sardi.
Infine, una quarta scelta: ogni nostro intervento che effettuassimo sul territorio delle coste sarde noi sappiamo che consuma una parte di esse, una parte che può essere grande o piccola, ma comunque non riproducibile. Quindi si consuma la risorsa che noi riteniamo più importante per lo sviluppo della nostra Isola. La consumano certamente i volumi che modificano l'orizzonte fisico, ma la consumano, talora in misura ancora più importante, gli uomini che si riversano sulle coste sarde, sulle spiagge, sul territorio, sul mare, sulle pinete, sul paesaggio della Sardegna. Da qui è derivata una scelta, ineludibile, di una politica della Regione sarda che punti a conseguire un segmento del mercato turistico mondiale, che non sia un segmento basso, ma sia un segmento alto e medio alto: una scelta che comporta una politica esigente di qualità oltre che di compressione delle quantità. Ecco, se valgono ancora queste quattro direttrici, queste quattro scelte di politica del territorio, di governo della Regione, e per noi valgono ancora, credo che la scelta che la Commissione ha operato, la scelta del vincolo dei 300 metri, vada oggi confermata. Noi dobbiamo dire che essa non esaurisce né conclude - né credo abbia la pretesa di concludere - gli atti che assicurano una compiuta corrispondenza tra il governo del territorio e l'insieme della programmazione regionale. Però questa scelta corrisponde non solo ad un bisogno moderno della cultura dei sardi, ma corrisponde anche, io credo, oggi, ai suoi interessi.
La Giunta regionale dovrà impegnarsi perché si concluda l'atto pianificatorio corrispondente in misura più compiuta alle esigenze che abbiamo tutti rappresentato, che anch'io, per parte mia, voglio ancora suggerire. Operi la Giunta regionale in misura decisa e comprensibile per individuare un carico edilizio massimo per ciascuna area che sia compatibile con l'equilibrio di cui abbiamo parlato.
Operi sulle tipologie, evitando nella costa le case a schiera che corrispondono ad una utenza medio bassa ma che dal punto di vista paesaggistico, soprattutto, producono un effetto barriera; quello che abbiamo sperimentato tutti negli ingombranti villaggi che hanno popolato in questi anni le nostre coste e che, oltre ad aver compromesso il territorio, oltre ad aver portato una utenza sempre più povera, più bassa e quindi sempre più orientata a non lasciare risorse in Sardegna, ma a consumare le risorse della Sardegna, ha finito con l'occupare l'orizzonte di parti sempre più larghe della nostra costa.
E ancora individui la Giunta regionale - sembreranno scelte minimali, ma io credo che contino anche queste - un lotto minimo con la prescrizione di una unicità immobiliare indivisibile, all'interno del lotto minimo, per evitare che succeda quello che io ho visto succedere in molte parti del nostro territorio: che i progetti di ville sono diventati progetti di loculi e in questi loculi sono andate famiglie e queste famiglie si sono riversate sul mare e hanno occupato il territorio, lo hanno degradato e o hanno reso meno fruibile da parte non solo dei sardi, ma del turismo mondiale al quale noi diciamo di voler ambire. Una scelta di parametri che incentivi la qualità della progettazione, che arrivi fino alla prescrizione di strumenti multimediali tali da assicurare la lettura del risultato conclusivo degli interventi prima del rilascio delle concessioni; l'obbligo di una fideiussione sulla qualità per consentire che in Sardegna ci sia qualcuno che sia responsabile della compiutezza dei progetti e degli interventi nella nostra costa. A quanti di voi è capitato di vedere nelle nostre coste quelle brutte palazzine di blocchetti senza intonaco? Perché la Sardegna non è solo la Costa Smeralda, la Sardegna è tutto quell'insieme di villaggi, di paesi, di borghi e di interventi sui litorali che sono incompiuti, perché la tentazione di utilizzare al massimo le volumetrie largamente dispensate dai vecchi piani ha prodotto il risultato di abbruttire, di peggiorare l'immagine che noi offriamo non solo al turista ma a noi stessi, di perdere insieme l'identità senza avere neanche il compenso della qualità e del corrispettivo.
Queste cose dovremo fare. Ma faremmo offesa alla nostra intelligenza se pensassimo che tutto questo è sufficiente a dare una risposta compiuta alla domanda complessa che ci è stata posta, se negassimo che la giusta opposizione, lo ricordava l'onorevole Mannoni per ultimo, di scelte differenti sul processo formativo delle leggi, di questa legge, ha prodotto e ancora oggi può produrre effetti distorsivi sui programmi economici e nelle attività della pubblica amministrazione. Di questo dobbiamo farci carico: occorrerà trovare una qualche soluzione a questi problemi.
Perché se insieme al vincolo generale, insieme ai piani che fossero complessivamente formati, ancorché arretrati di 300 metri sul mare, non ci riservassimo uno strumento di governo che sia specifico della Regione, se bastasse il vincolo, se bastassero i piani, quale ruolo riserveremmo alla Regione per il futuro, per affrontare il nuovo, per raccordare la dinamica della programmazione regionale con la staticità delle carte e dei vincoli?
Tutti quelli che sono intervenuti hanno richiamato l'articolo 28 della legge 45 come lo strumento che può essere utilizzato per riprodurre le condizioni di una titolarità piena al governo di tutto quanto può ancora accadere. Rispetto al momento in cui è nata la legge 45 io credo che l'articolo 28 debba essere ripensato e debba avere dei caratteri differenti perché, o l'istituto dell'accordo di programma non consente margini rispetto alla norma e quindi è inutile, oppure rischia di consentirne troppi e quindi di aprire varchi inaccettabili.
Occorre trovare una configurazione dell'istituto dell'accordo di programma che sia più esigente, che sia oggettivamente straordinario per l'entità degli interventi, per il merito e per le procedure di approvazione. All'interno di queste procedure, bisogna restituire al Consiglio regionale un ruolo sostanziale pari a quello che si esercita con la formazione dei piani, delle direttive e dei vincoli e quindi compatibile con una modificazione degli stessi.
Questa io credo debba essere la strada sulla quale orientarci. Mi pare che su questo obiettivo ci siano state molte dichiarazioni di intenti. E' forse necessario un supplemento di impegno per ricollegare verso uno sbocco di grande unità la nostra riflessione. Le decisioni che assumiamo sono certamente di quelle che lasciano segni: ma in fondo niente è mai definito nel processo legislativo. Mettiamoci nelle condizioni di non interrompere il corso dello sviluppo, di non alterare in alcun modo il nostro patrimonio ambientale, evitiamo l'inerzia e l'incertezza del diritto. Evitiamo percorsi che non siano lineari, ma conserviamoci, colleghi, la facoltà di poter decidere ancora.
PRESIDENTE E' iscritto a parlare l'onorevole Ortu. Ne ha facoltà.
ORTU (P.S.d'Az.). Onorevole Presidente, onorevoli consiglieri, l'impegno responsabile espresso dal Consiglio nel dibattito in corso sull'uso e la tutela del territorio regionale sta a dimostrare l'alto livello di maturazione raggiunto dalla società sarda sui problemi legati alla conservazione, tutela e valorizzazione dell'ambiente. Un bene e una risorsa, questa, che ha assunto nel mondo contemporaneo un valore inestimabile e di cui i popoli si fanno sempre più gelosi, attenti e severi custodi e fruitori con grande senso della misura. L'Europa in particolare da tempo è pervasa dalla febbre contagiosa della ricerca spasmodica di una sempre più alta produttività di profitto e reddito. Per conseguire questi obiettivi, comunque, si sono avvelenate le acque, si è inquinata l'aria, è stato messo in pericolo spesso l'equilibrio ecologico, è stato distrutto o compromesso l'habitat naturale dell'uomo o ha subito, quest'habitat, grave e irrimediabile degrado. In questo scenario la Sardegna invece conserva ancora ampi spazi del suo territorio non antropicamente congestionati, ove ancora regna un accettabile equilibrio della natura che, incontaminata o quasi, si offre al godimento, alla fruizione dell'uomo, sempre più alla ricerca di cieli e acque pulite, di verde e di silenzio. Beni sempre più rari, e pertanto di valore in costante crescita: beni oggi inestimabili e ricercatissimi, come tesori a cui nessuno intende rinunciare né disfarsi perché spesso irripetibili, non riproducibili.
Nel corso della precedente legislatura, in un disegno ragionato e moderno, si pose particolare attenzione e impegno ad una serie di leggi e di iniziative finalizzate alla individuazione, alla tutela ed ad una regolata fruizione del grande e inestimabile patrimonio ambientale di cui la Sardegna è ancora ricca, innanzitutto i litorali e le coste. L'avvio della predisposizione dei piani paesistici, le leggi sulle cave, i parchi, il corpo di vigilanza ambientale e le nuove norme sull'urbanistica dettate dalla 45 costituiscono un insieme moderno e organico di leggi in difesa del territorio e dell'ambiente e sono in grado di qualificare queste leggi positivamente e di onorare una classe politica sotto qualunque cielo. Purtroppo questo processo generoso e intelligente poi si è arrestato, o quanto meno ha subito un forte rallentamento, molte battute d'arresto. Le leggi, inapplicate, non hanno esercitato la loro funzione di progresso; il corpo di vigilanza ambientale è ancora incompiuto e solo ora si va procedendo all'assunzione di giovani sottufficiali. Solo di recente, con la legge sulle cave, si è iniziato a difendere il territorio.
Le norme dettate dalla 45 sull'urbanistica hanno incontrato furbi mistificatori, che hanno fatto del loro meglio per aggirarle e renderle spesso quasi inefficace pregone. Dopo tanti anni, i piani paesistici sono ancora da definire, perché possano esercitare la loro utile efficacia. Nel frattempo, forse per scarsa convinzione della loro benefica funzione, sono stati seguiti con scarsa attenzione da politica e strutture burocratiche. Si è spesso lavorato su vecchie, inadeguate e superate cartografie, senza una personale, particolare e reale conoscenza del territorio oggetto di studi e di programmazione. Ne sono conseguiti piani qualche volta, troppo di frequente, molto approssimati e di scarsa valenza tecnico-scientifica, scoordinati fra loro. Certo, si è trattato di un'esperienza nuova, come qualcuno ha osservato in quest'aula, nuova per molti tecnici e politici sardi. Ma va sottolineato che non si trattava di inventare nulla. D'altronde non si partiva da un deserto di studi: esperienze simili erano state già realizzate altrove, conosciute e diffuse da riviste specializzate e da testi numerosi. Non si può ogni volta, per ogni problema, ripartire dal nulla, dallo zero, senza tenere conto degli studi compiuti, delle esperienze praticate, dei successi e degli errori di tanti che hanno affrontato le varie questioni. In diverse Regioni d'Italia e soprattutto all'estero le esperienze positive in materia non mancano e costituiscono un patrimonio da tenere ben presente. Lo scambio di ingenerose e non produttive, vicendevoli accuse oggi in quest'Aula tra Assessori, a cui abbiamo in questa sede assistito, non è certamente esercizio molto edificante ed utile. "A sidda ettare de pala in coddu", non giova a nessuno e non contribuisce affatto a risolvere il problema di cui andiamo discutendo dopo anni di attesa e di spesa non indifferenti. La realtà triste è che alla Commissione urbanistica, dopo innumerevoli rinvii, impegni e promesse non mantenute, sono stati consegnati, con innegabile e assurdo ritardo, piani paesistici tecnicamente imperfetti, inaccettabili anche perché non rispondenti allo spirito e alla lettera della legge. Strumenti, se applicati così come sono, non di tutela, ma qualche volta di profondo degrado dell'ambiente costiero, con una proposta sconsiderata di uso irrazionale, in misura tale da liquidarne con immediatezza ogni sua potenzialità nel tempo. Piani che puntualmente hanno perso quel che di buono in essi era contenuto nella prima stesura, stravolti, piegati progressivamente alle pretese, agli interessi, alle spinte di potentati politici ed economici, spesso di stretta e chiara natura colonialistica o anche a stupide ambizioni e anacronistiche lotte, a gare di campanile. In questo tumultuoso agitarsi sono stati coinvolti piccoli e non piccoli interessi di costruttori, artigiani, bottegai, è stata sollecitata e mobilitata la disperazione, il bisogno stringente di occupazione e lavoro di migliaia di disoccupati che pur vivono, meglio dire vivacchiano, intorno ai paradisi delle vacanze dei VIP. Non importa che la risorsa ambiente venga consumata o bruciata in un solo momento; non si tiene conto che va usata, invece, con parsimonia, quale si conviene a una risorsa strategica che va conservata nel tempo e non consumata tutta nel contingente. Così è avvenuto aggredendo anche terre pubbliche, acquisite e detenute ancora oggi illegittimamente, come può essere constatato e provato nei litorali e sulle colline cementificate di Monte Nai e Costa Rei alle porte di Cagliari. Ma su tutto ciò il palazzo della politica e la magistratura non intervengono, legittimando senza pudore un pubblico palese furto ai danni delle collettività, spogliata fraudolentemente da migliaia di ettari inalienabili perché soggetti all'istituto dell'uso civico.
Accogliendo le varie e smodate richieste di volumetrie si è pervenuti a proporre la legittimazione di oltre 60 milioni di metri cubi di cemento da colare lungo le coste sarde. Quanti ne prevedono i piani paesistici dalla Giunta proposti con inusitata disinvoltura alla approvazione del Consiglio per conseguire quale interesse generale? Si dice lo sviluppo del turismo, l'occupazione, il prodotto interno lordo. Tutti siamo consapevoli che proprio così non è: il richiamo di una natura conservata nella sua incontaminata bellezza e suggestività esercita il suo fascino e concorre alla formazione di correnti turistiche richiamate proprio dalla offerta regolata e inesauribile dei valori ambientali naturalistici e paesaggistici che si offrono con discrezione e misura perché durino quasi inalterati nel tempo. E questo contrasta con le migliaia di seconde case che si vogliono costruire, case minime che hanno deturpato e occupato il territorio in molte zone dell'Isola. Tutto lascia pensare che una tale accorta politica non si intende sceglierla e praticarla, per soddisfare invece le ingordigie di pochi ed individuati potentati, di avidi speculatori.
Si ripropongono ancora villaggi turistici destinati ad ospitare migliaia di turisti con poco profitto per l'economia sarda e molto invece per qualcuno che in Sardegna ha inteso ed intende riciclare denaro sporco, proveniente dal traffico internazionale della droga, da sequestri o da altre attività malavitose. E' di ieri la notizia del sequestro operato dalla finanza, su mandato della magistratura, di un villaggio turistico costituito da ben 135 appartamenti nella zona di Olbia. Non possiamo consentire che si continui ad alienare il nostro territorio affinché questo costituisca base e occasione di investimento per la mafia e per la malavita organizzata. E' un problema non solo di ordine urbanistico, ma di carattere morale.
La Commissione urbanistica bene ha fatto a rifiutare i piani paesistici che le sono stati affidati rispedendoli al mittente, a una Giunta ancora una volta e sempre inadempiente anche per atti legislativi e di amministrazione ereditati e mal gestititi. La Commissione li ha respinti con forti e inattaccabili motivazioni tecniche e politiche.
Prendiamo atto della grande onestà intellettuale dei componenti della Commissione: tutto ciò fa loro onore. I piani paesistici vanno profondamente rivisitati ricercando coerenza e compatibilità con il paesaggio. Il paesaggio etnico è cultura, parte integrante e non irrilevante della nostra identità. Le memorie storiche ed archeologiche, finora dimenticate e trascurate (penso al Sinis, penso al piano paesistico di Cabras, che ignora l'esistenza del villaggio di San Salvatore, che ignora Cuccuru e Is Arrius) sono ricordi preziosi del nostro passato, delle nostre radici, testimoniano le attività stesse dell'uomo. Certo, non si possono classificare terreni aridi e asciutti sulle colline come se invece fossero terreni irrigui e vietare pertanto certe coltivazioni, oppure ignorare che certi terreni sono irrigui e classificarli asciutti vietando ai contadini le colture tradizionalmente esercitate, determinando carichi di bestiame assurdi, perché certamente porterebbero alla sottoutilizzazione dei territori, per i quali invece i contadini pagano fior di imposte ai consorzi di bonifica. Ma nel contempo è necessario porre sbarramenti, argini a difesa del territorio e del paesaggio.
La Commissione ha proposto una serie di norme che modificano e integrano la 45, compiendo un atto di supplenza nei confronti di una Giunta inerte, silenziosa e latitante sulla materia. E' un estremo tentativo di difesa di cui dobbiamo essere grati alla Commissione e in particolare alla Presidenza, al suo Presidente. Il vincolo dei 300 metri per l'edificazione lungo le coste è oggi una necessità a salvaguardia del territorio, consente all'amministrazione regionale di guardare avanti, di procedere senza assilli e senza affanno alla necessaria revisione dei piani. Per l'attuale tendenza dell'economia turistica non si corre pericolo alcuno di bloccare lo sviluppo. Al vincolo dei 300 metri il Consiglio ritorna, lo ricordava ieri l'onorevole Fausto Fadda, dopo sette anni, e vi torna perché le varie Giunte, in così lungo tempo, non sono riuscite nell'attuazione della 45 e non sono state capaci di proporre all'approvazione del Consiglio piani paesistici credibili e accettabili. Troppe deroghe sono state concesse e troppi accordi di programma sono stati assunti motu proprio dalle Giunte. Il disegno e la volontà di un aumento considerevole delle strutture alberghiere e della capacità ricettiva in genere non aiutano oggi la crescita del settore turistico, anzi lo affossano. Da qualche anno operatori e studiosi attenti della materia denunciano con allarme una crisi del turismo, un'evidente recessione, il calo degli arrivi, specie stranieri, una grave flessione delle presenze negli alberghi: alberghi e posti letto non utilizzati neanche nei mesi di punta, breve, sempre più breve, la stagione turistica. Che fare, dunque? Elevare le tariffe? Se si elevano le tariffe si va fuori mercato: la concorrenza è stringente. In queste condizioni, quando la clientela è scarsa, accrescere l'offerta con ulteriori investimenti nel settore alberghiero può portare al fallimento di tutti, vecchi e nuovi operatori. Le ragioni della crisi sono note e a queste bisogna dare adeguate risposte con infrastrutture e servizi di qualità, non ultimi quelli per il tempo libero, ma è un argomento questo che andrebbe trattato in altro contesto. Prendiamo atto oggi che la Giunta non è in condizione di onorare il pagamento di una cambiale su cui ha impegnato la propria parola e la propria credibilità politica. Così è stato per lo Statuto a febbraio, così per la lingua, così per il rilancio dell'economia e dell'occupazione, così per il piano di rinascita e potremmo continuare all'infinito: un fallimento di cui noi sardisti chiamiamo la Giunta a rispondere, traendone le dovute e necessarie conseguenze politiche.
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Per esprimere il parere della Giunta ha facoltà di parlare l'onorevole Assessore degli enti locali, finanze ed urbanistica.
BALIA, Assessore degli enti locali, finanze ed urbanistica. Onorevole Presidente, onorevoli consiglieri, a conclusione di questo dibattito una cosa credo che possa essere affermata con certezza e che non possa essere contestata: in tema di tutela, in tema di pianificazione dell'uso del territorio non vi sono certamente ipotesi di natura deterministica, cioè ipotesi universalmente accettate. Ecco perché, onorevole Presidente, onorevoli consiglieri, il frutto del lavoro della Commissione non è un risultato contraddittorio, come da qualche parte è stato affermato, ma costituisce un normale aggiornamento alle mutate condizioni, anche culturali. Il dibattito che ne è conseguito, che si è svolto in quest'aula, pure vivace ed appassionato, non ha certo rappresentato, eppure ve ne era certamente il pericolo, una recita a soggetto rivolta alla tutela delle parti, maggioranza da un lato, opposizione dall'altro. Si sono piuttosto confrontate posizioni ideali ed ipotesi di intervento assolutamente responsabili. Sarebbe, io credo, risultato abbastanza facile, per l'onorevole Cogodi ad esempio, strumentalizzare le differenti ma certamente legittime posizioni espresse da alcuni rappresentanti della maggioranza in ordine ai vincoli nell'ambito dei 300 metri dalla battigia. L'onorevole Cogodi invece ha responsabilmente preferito rivolgere una serrata critica sui contenuti, racchiusa anche nell'affermazione che i 300 metri di vincolo assoluto rappresentano una barriera e non una soluzione. E' però ben vero, e va richiamato, che essi rappresentano in ogni caso una scelta politica, una scelta direi, nobile, che non va snaturata da ipotesi che potrebbero farla apparire come una scelta di natura residuale, perché tale certamente non è.
La scelta di sottoporre a vincolo i 300 metri dai limiti della battigia è un atto che sta alla base della programmazione sull'uso del territorio, non è un atto che impedisce gli atti di programmazione. E' peraltro legittimo, è assolutamente comprensibile che su un argomento così delicato si sviluppino fantasie diverse, differenti, evidentemente conseguenti a un differente approccio metodologico quale risultante di un confronto che, come dicevamo, ha valenze culturali. Certo, non servono le enfasi esasperate, non serve certamente la retorica, serve però anche avere piena consapevolezza che le soluzioni che adotteremo sui piani territoriali paesistici rappresentano decisioni di grande importanza: è, questo, un momento che segna in qualche modo la fine dell'incertezza, dell'agonia dei cittadini e degli imprenditori che si vedono restituita certezza di diritto. Concordo con quanto l'onorevole Gabriele Satta, Presidente della Commissione, ha affermato rispetto alla serietà del lavoro svolto all'interno della Commissione consiliare e concordo anche sulla totale assenza di polemiche e tanto meno di conflitti, così come si è cercato di far intravedere, tra la Commissione e la Giunta regionale. L'una e l'altra si sono confrontate in maniera assolutamente seria, addivenendo alla comune costruzione di un percorso, alla composizione di un nuovo costrutto, certamente più severo del precedente, ma non per questo meno consapevole delle implicazioni e delle interferenze in relazione allo sviluppo economico.
I rappresentanti della Giunta regionale hanno partecipato a tutta la prima fase dei lavori della Commissione in maniera assolutamente puntigliosa e pignola e quindi hanno seguito per un periodo abbastanza lungo i lavori medesimi. E' vero, non hanno concorso alla materiale scrittura della normativa così come è stata riformulata, però va riaffermato a voce alta che hanno certamente concorso a delinearne la filosofia. Le modifiche che sono state introdotte non sono certamente frutto di comportamenti schizofrenici e irresponsabili, né una risultante casuale: fanno parte, sono espressione di una nuova cultura, direi di un nuovo senso etico. Vi è una rinnovata coscienza collettiva, che, partendo dalla consapevolezza che il degrado ambientale non è una fatalità, rifugge da visioni mercantilistiche ed attribuisce al bene ambiente un valore di natura etica. Certo, lo sappiamo tutti, l'ambiente ha pure valenza strategica e questo significa che gli va riconosciuta una funzione essenziale nello sviluppo economico dei nostri territori e delle nostre popolazioni. Ma è anche un bene limitato, suscettibile di grave degrado, suscettibile di usura, ed ecco perché vanno limitate, possibilmente contenute al minimo, ridotte seppure non eliminate, le espressioni e le scelte di natura discrezionale degli Assessori che si susseguono nel tempo.
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE FLORIS
(Segue BALIA.) Né, vista la delicatezza del problema, è più pensabile che possa continuamente essere legalizzato, attraverso atti normativi, ciò che prima invece era illegale. Prima va garantita l'integrità, la tutela di un bene che è prezioso. Certo, abbiamo sempre espresso riserve ed opposizioni rispetto alle ipotesi di "sviluppo zero", lo accennava poc'anzi l'onorevole Soro nel suo intervento, ma i termini del problema vanno semplicemente rovesciati: l'integrità del bene, può, se opportunamente guidata, essere a sua volta fonte di sviluppo. Questo l'onorevole Soro proponeva: un rovesciamento dei termini del problema.
Ma quali sono, sostanzialmente, le architravi concettuali che segnano con nuovi limiti le norme licenziate dalla competente Commissione? Il limite dei 300 metri dal mare, la modifica introdotta per quanto riguarda le zone C non contigue e il riattribuire, il riassegnare competenze e compiti alla Giunta regionale, ma anche qui con un limite ben specificato ed espresso: cioè competenze e compiti in riferimento ad adempimenti di pura natura amministrativa, fatto questo che non riduce certamente, ma semmai esalta, il ruolo che il Consiglio ha svolto, sta svolgendo e dovrà svolgere. Diceva qualcuno, mi pare l'onorevole Mannoni, che questo è un piano, per così dire, raccontato, anziché un piano disegnato, e sottolineava l'onorevole Baroschi una serie di incongruenze, una serie di imperfezioni, relativamente alla cartografia, relativamente alle norme di omogeneizzazione e anche in relazione all'intesa raggiunta dalla Giunta regionale con gli enti locali. Sono limiti veri, sono limiti certi, sono limiti ai quali bisognerà porre rimedio e che vanno corretti. Ecco la funzione e il ruolo nuovo riguardo a questi aspetti che alla Giunta regionale devono essere riattribuiti. Così come io condivido le altre espressioni, le altre perplessità in questa sede sollevate rispetto al ruolo svolto, in qualche caso troppo negletto, eccessivamente ridotto in un cantuccio, da parte degli enti locali, che sono poi gli enti sui quali si scaricano le maggiori tensioni sociali del territorio. Quindi, sono aspetti che vanno recuperati e vanno recuperati in positivo.
Dicevo che la nuova formulazione della Commissione contiene e anche la sostanza di un messaggio: l'esigenza di coniugare ambiente con sviluppo. Due termini, in questo caso, che anziché viaggiare in un perenne e costante conflitto devono essere resi compatibili e parte di un unico fenomeno capace di creare sinergia. Lo sviluppo deve quindi essere orientato in senso qualitativo: non solo economia ma eco-economia. Vi è stato chi ha accennato ad atti di pirateria sul territorio e anche su questo bisogna fare chiarezza. Badate, si è parlato di 65, 70, 80 milioni, diceva qualcuno, di metri cubi impegnati attraverso i piani territoriali paesistici. I piani territoriali paesistici non impegnano metri cubi, questo a conferma e a sostegno dell'ipotesi che tracciava l'onorevole Fadda, ma rinviano evidentemente questo impegno a una fase successiva, alla fase riservata ai piani urbanistici comunali. Il concetto in ogni caso è quello dello sviluppo sostenibile: uno sviluppo, cioè, che soddisfacendo le esigenze del presente non comprometta la capacità di sviluppo futuro. Concordo con chi sostiene che i nulla osta non costituiscono valida fonte di diritto di per se stessi; è vero che hanno generato dall'altra parte delle aspettative. Non vanno demonizzati, però vanno sicuramente superati; c'è una nuova cultura, accantoniamoli. Quelli che hanno compiuto l'intero percorso e quindi possono dispiegare tutta la loro efficacia per fortuna sono abbastanza pochi e sono pochissimi quelli che ricadono in zona 1, cioè in zona in tutela integrale. D'altronde, sempre in relazione al limite dei 300 metri di rispetto, la già più volte espressa (e ribadita anche in incontri che si sono tenuti in questi giorni) non contrarietà degli amministratori locali ai vincoli imposti nei 300 metri dalla battigia, lo rimarcava già l'onorevole Zucca, non rappresenta forse la consapevolezza, in qualche maniera, che l'itinerario tracciato è un itinerario giusto? Non è possibile - l'appello in questo caso è rivolto ai cittadini ed è rivolto anche alla classe imprenditoriale - che i vincoli possano essere, sotto questo profilo, accettati e che vadano ricompresi, questi vincoli, nei calcoli aziendali, per trasformarli da valore negativo in valore positivo? E' possibile in definitiva che la fascia di rispetto in linea generale, anziché rappresentare sempre e comunque un disvalore, venga trasformata in valore? Certo, tutti i vincoli, lo sappiamo bene, tutti i limiti pongono problemi e fanno discutere, ma la società civile è sempre e comunque permeata da condizionamenti, a volte ingiusti a volte giusti.
Il problema degli accordi di programma. La Giunta, ma anche la Commissione, ma io direi quasi l'intero Consiglio regionale restino favorevoli agli accordi di programma. L'onorevole Dettori lo ha richiamato nel suo intervento, più volte dicendo: "il problema non è quello di rinnegarli, il problema è quello di fissare i principi, di fissare i criteri". Evidentemente può darsi che sia necessaria l'introduzione di qualche rettifica rispetto al passato; può darsi che la casistica da ricomprendere, seppure rivolta a tutti i possibili accordi di programma, tutti noi siamo consapevoli che poi di fatto sarà una casistica numericamente limitata, direi, circoscritta. Ecco, quindi, relativamente agli accordi di programma, l'invito che la Giunta fa è di dare sfogo a tutte le fantasie positive che questo Consiglio è in grado di sprigionare. L'istituto dell'accordo di programma è un elemento di tutela per la Regione, non deve essere anche questo vissuto come atto negativo. Il fatto - io condivido l'ipotesi - che l'accordo di programma debba essere successivo rispetto ai PTP non significa assolutamente rinunciare a ragionamenti capaci di sollecitare e di sprigionare queste fantasie positive. Hanno anche altri effetti positivi, onorevole Dadea. Si è parlato - lo si è accennato da più parti, lei, l'onorevole Ortu poc'anzi - dei pericoli di investimenti in alcune parti della Sardegna, di danari di provenienza illecita. Siccome si tratta solitamente di grosse masse di investimento, ecco, il modello dell'accordo di programma permette, direi, un'ulteriore possibilità, un'ulteriore fase di controllo e di scelta. Un controllo e una scelta che in questo caso finiscono con l'attribuire agli accordi di programma un ruolo di natura sociale.
Insomma, gli accordi di programma sono una componente dello sviluppo, fanno parte di questa strategia, fanno parte della strategia per il turismo. Lo diceva l'onorevole Mannoni, con un avvertimento, ma mi pare superfluo, persino ovvio: nessuno pensa, quando parla di turismo, quando parla di edificazione, di uso delle coste e del territorio, nessuno pensa a imitazioni di Rimini o a esempi che a quello possono essere assimilati.
La Giunta è consapevole che la legge, così come la Commissione l'ha licenziata, è da perfezionare, che possono essere introdotte delle migliorie; questa è sicuramente la sede più opportuna. E, per concludere, io condivido che tutto il problema legato alle coste, alla tutela del paesaggio deve trovare una cornice ed una forma per essere inquadrato in un contesto più ampio; bisogna legarli ad altri percorsi e ad altri itinerari, per esempio sui parchi. E anche a questo proposito, bisogna fare sforzi per uscire finalmente dalle secche e dalle fasi riservate allo studio, pur importanti ed essenziali, per arrivare finalmente alle fasi applicative e alle costruzioni reali, facendo in modo che questo percorso, questo itinerario sia fonte anche di reddito per la Sardegna: cioè smettiamola di offrire tutto e sempre solo e assolutamente gratis. Siamo l'unica nazione e l'unica Regione al mondo poste in queste condizioni. Tutti gli altri dall'uso dei propri beni traggono vantaggi anche economici.
Io credo che questo Consiglio stia per portare a definizione, sia pure parziale, con i limiti che sappiamo, un atto che è assolutamente importante. Un percorso quasi kafkiano, per certi versi, si sta interrompendo. Non vi è rinunzia alle utopie, onorevole Satta, anzi mi pare che possono risultarne esaltate. Certo concorriamo attraverso quest'atto a buttare un sasso nello stagno, e non è un sasso che ha come compito quello di intorbidire ulteriormente le acque, ma di smuoverle.
PRESIDENTE. I lavori del Consiglio riprenderanno questo pomeriggio alle ore 17.
La seduta è tolta alle ore 12 e 50.
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