Seduta n.57 del 21/12/2004 

LVII SEDUTA

Martedì 21 dicembre 2004

Presidenza del Presidente SPISSU

indi

del Vicepresidente Paolo FADDA

indi

del Presidente SPISSU

La seduta è aperta alle ore 10 e 17.

MANCA, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del mercoledì 1 dicembre 2004 (52), che è approvato.

Congedi

PRESIDENTE. Comunico che il consigliere regionale Renato Cugini ha chiesto di poter usufruire di un giorno di congedo per la seduta odierna e che la consigliera regionale Mariuccia Cocco ha chiesto di poter usufruire di due giorni di congedo per le sedute del 21 e 22 dicembre 2004. Se non ci sono opposizioni i congedi si intendono accordati.

Comunicazioni del Presidente

PRESIDENTE. Comunico che il Presidente della Regione, in applicazione dell'articolo 24 della legge regionale 7 gennaio 1977, numero 1, ha trasmesso l'elenco delle deliberazioni adottate dalla Giunta regionale nella seduta del 7 dicembre 2004.

Annunzio di presentazione di disegno di legge

PRESIDENTE. Comunico che è stato presentato il seguente disegno di legge:

"Autorizzazione all'esercizio provvisorio del bilancio della Regione per l'anno 2005". (75)

(Pervenuto il 20 dicembre 2004 ed assegnato alla terza Commissione.)

Annunzio di presentazione di proposta di legge

PRESIDENTE. Comunico che è stata presentata la seguente proposta di legge:

VARGIU - CASSANO - DEDONI - PISANO: "Riorganizzazione della struttura pubblica del turismo in Sardegna". (74)

(Pervenuta il 16 dicembre 2004 ed assegnata alla sesta Commissione.)

PRESIDENTE. Colleghi, penso sia necessario aggiornare la seduta di trenta minuti per consentire all'Assessore della programmazione, impegnato nel Comitato di sorveglianza, convocato per questa mattina, sui programmi comunitari, di arrivare in aula. La seduta riprenderà alle ore 10 e 50.

(La seduta, sospesa alle ore 10 e 20, è ripresa alle ore 10 e 58.)

Discussione generale del Documento di programmazione economica e finanziaria (DPEF) 2005-2007. (Doc. n. 2/A)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del Documento di programmazione economica e finanziaria 2005-2006. Dichiaro aperta la discussione generale. Ha facoltà di parlare il consigliere Secci, relatore di maggioranza.

SECCI (La Margherita-D.L.), relatore di maggioranza. Grazie, Presidente. Il Documento di programmazione economica e finanziaria arriva in Aula con notevole ritardo rispetto ai tempi di presentazione stabiliti dalla legge, ma penso che non sfugga a nessuno che quello in corso è un anno particolare e non era assolutamente possibile rispettare il prescritto termine di approvazione, cioè il 30 giugno. D'altronde si sono inserite delle priorità, stabilite dal Governo della Regione ma non solo, quali l'assestamento del bilancio 2004, finalizzato a coprire il disavanzo della sanità del 2003 e il provvedimento in materia di urbanistica che hanno, come sappiamo tutti, impegnato il Consiglio per lungo tempo. Quindi diciamo che il Governo della Regione ha utilizzato il tempo minimo che aveva a disposizione per predisporre un documento di questa importanza, di questa rilevanza e di questo significato.

La terza Commissione ha dunque potuto cominciare l'esame del provvedimento soltanto il 9 dicembre e lo ha esitato il 15, con un lavoro che è risultato abbastanza celere, grazie anche alla collaborazione, al senso di responsabilità e al contributo positivo che nel dibattito è stato dato da tutte le parti politiche che compongono la Commissione stessa.

La Commissione ha anche provveduto a sentire le parti sociali, e i documenti da loro presentati sono agli atti. Il giudizio che le parti sociali hanno dato su questo documento è in qualche maniera sospeso, perché la maggior parte dei nostri interlocutori attende, per esprimere un giudizio definitivo, che il Governo regionale adotti il sistema della concertazione per la predisposizione della manovra finanziaria di prossima approvazione. In quella sede si verificherà - così ci è stato detto - se le indicazioni contenute nel DPEF sono condivise.

Un altro elemento che ha caratterizzato il lavoro della Commissione è l'introduzione di significative modifiche, segno che la Commissione ha giudicato il provvedimento non solo rispondente a quanto previsto dall'articolo 1 della legge di contabilità, la legge numero 11 del 1983, ma anche interamente condivisibile nei contenuti.

Il Documento di programmazione economica e finanziaria 2005-2007 segna, come detto nella presentazione dello stesso, l'avvio di una nuova stagione di sviluppo e per questo propone anche la riformulazione degli strumenti della programmazione, introducendo il programma regionale di sviluppo, che costituirà il riferimento programmatico per l'intera legislatura, mentre il DPEF diventerà lo strumento annuale di aggiornamento, di verifica e di elaborazione della manovra finanziaria. Quindi ancora una volta si rende necessario (e penso che la Giunta lo farà a breve, anche perché le modifiche da apportare alla legge numero 11 non sono soltanto queste) un provvedimento di legge che modifichi i contenuti della legge di contabilità e quindi introduca il programma regionale di sviluppo come elemento della programmazione, prevedendo anche i tempi e i modi. La Giunta si è impegnata a fare questo entro la primavera dell'anno prossimo per consentire - lo si desume con molta chiarezza dal documento - l'approvazione del DPEF nei tempi previsti dalla legge.

Il Documento di programmazione economica e finanziaria indica con molta precisione i piani e i progetti che saranno contenuti nel programma regionale di sviluppo sia come nuovi strumenti sia come aggiornamenti di strumenti esistenti. Non elenco questi elementi perché sono sicuro che tutti i colleghi hanno letto con attenzione la parte introduttiva del DPEF, in cui tutti questi elementi e le loro finalità sono indicati con assoluta chiarezza. Il Documento stesso si colloca in uno scenario di emergenza economica, territoriale e sociale, e per questa ragione la Giunta ha voluto indicare un preciso quadro di priorità nell'azione di governo, che richiamo brevemente e sinteticamente per titoli: controllo delle risorse (entrate) e della spesa, riforma della Regione, istruzione e formazione, potenziamento della base produttiva, internazionalizzazione, sviluppo locale e rurale, turismo sostenibile, ricerca e politiche sociali. Per ognuna di queste priorità il documento contiene una puntuale e dettagliata analisi delle condizioni attuali e proposte precise che indicano il percorso che deve essere seguito e gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Il Documento contiene anche un quadro macroeconomico che mette a confronto la realtà sarda con quella nazionale ed europea, evidenziando la drammaticità della situazione socioeconomica della Sardegna, con tendenze per molti indicatori al peggioramento negli ultimi anni.

Naturalmente il punto forte del Documento è la parte cogente, chiamiamola così, perché le scelte definitive in materia di politiche di sviluppo, di politiche di incentivazione, di politiche sociali e di politiche sanitarie saranno oggetto di piani specifici e di elementi che saranno contenuti nel programma regionale di sviluppo, mentre per quanto riguarda la manovra di bilancio oggettivamente era necessaria un'indicazione più precisa. Naturalmente il Documento non poteva prescindere da un'analisi molto dettagliata della situazione finanziaria della Regione. Infatti, la Regione si trova in una condizione di difficoltà estrema dal punto di vista finanziario, non soltanto sotto l'aspetto dell'indebitamento, che vedremo in un passaggio successivo, ma anche perché la politica delle entrate da molto tempo è carente o assente del tutto, oppure non è stata sufficientemente seguita negli anni. Non volendo dare giudizi (che però sono contenuti nel Documento), non mi soffermo su questi aspetti, anche perché la Commissione, anziché ricorrere alla dialettica consiliare che, come è capitato e capita nei lavori sia di Commissione sia d'Aula, viene spesso utilizzata per scaricare le responsabilità su chi ha governato nel passato, ha preferito un approccio di questo tipo: "Prendiamo atto di ciò che è capitato sino ad ora, prendiamo atto della situazione difficile che si è generata e vediamo in che maniera vi si può porre rimedio assumendosi ciascuno le proprie responsabilità".

Dico queste cose perché ritengo - e la Commissione condivide questo pensiero - che il problema delle entrate riguardi tutta la regione e quindi debba vedere impegnate tutte le parti politiche presenti in Consiglio regionale nella ricerca di una soluzione. Un dato è chiaro e inequivocabile, cioè che lo Stato non rispetta i patti stipulati con la Regione Sardegna; lo Stato non riconosce alla nostra Regione quello che è contenuto nel Titolo III dello Statuto, aggiornato con la legge 122/83, che prevede che una parte di ogni entrata tributaria riscossa in Sardegna sia trasferita alla Regione. Questa disposizione legislativa non è stata rispettata fino a oggi e abbiamo avuto altre occasioni, anche nella passata legislatura, di discuterne e di rivendicare il riconoscimento alla Sardegna di quello che le è dovuto. Se ciò fosse avvenuto forse la situazione finanziaria generale della Sardegna non sarebbe quella attuale.

Il Documento non lo richiama in termini così precisi, io intendo soltanto dare un'indicazione sulle cifre: in qualche circostanza, come abbiamo sottolineato, la minore entrata annuale per il mancato riconoscimento di quanto dovuto per IVA, IRPEF, IRPEG e imposta di fabbricazione, si aggira intorno ai 750 milioni di euro che, a ben guardare, è quasi pari all'indebitamento a cui si ricorre annualmente per ottenere il pareggio del bilancio. Su questa materia il Documento dice con chiarezza che cosa il Governo della Regione intende fare, che poi è scritto anche in documenti che sono stati già oggetto di accordo con lo Stato, a partire dall'aprile del 1999, quando con l'intesa Stato-Regione, nell'ambito di un accordo di programma quadro, è stata prevista tutta una serie di passaggi per la verifica di questi aspetti e quindi il riconoscimento alla Sardegna di quanto le è dovuto. Questa materia è stata, nella passata legislatura, per ragioni che non sto a richiamare, un po' trascurata, se non per un richiamo fatto nel 2001 dalla Giunta regionale in un accordo con il Governo, con cui si sottolineava la necessità della istituzione di una commissione paritetica che valutasse questi aspetti, però poi in pratica non si è approdati a nulla.

Quindi occorre, nell'ambito della questione delle entrate, avviare una rivendicazione precisa e, aggiungo io, unitaria nei confronti dello Stato, perché il problema delle risorse finanziarie spettanti alla Regione non ha colore politico, non è di destra o di sinistra, ma riguarda il diritto della Sardegna di vedersi riconosciuto quello che le è dovuto.

La situazione finanziaria naturalmente è condizionata, in maniera assolutamente straordinaria, dalla presenza di un disavanzo e di un indebitamento che hanno generato condizioni assolutamente insostenibili, senza un intervento correttivo importante sia nell'ambito della riduzione dell'indebitamento e del disavanzo sia nell'ambito, come vedremo più avanti, della riduzione della spesa. Lo richiamo brevemente, poi ci sono anche in questo caso le tabelle che chiariscono per ciascun aspetto l'evoluzione della situazione e mostrano con molta precisione come l'indebitamento e il disavanzo abbiano avuto una crescita esponenziale nell'ultimo periodo.

L'Assessore, in Commissione, ha voluto distinguere, ma lo ha fatto anche in molti documenti, l'evoluzione dell'indebitamento e l'andamento del disavanzo relativamente a due periodi in cui le responsabilità di governo erano diverse: il periodo 1994-1999, in cui c'è stato un andamento medio della spesa superiore del 10 per cento rispetto alle entrate e il periodo 2000-2004 in cui l'andamento medio della spesa è stato invece superiore a quello delle entrate di circa il 20 per cento. Ovviamente per questi motivi si è dovuto ricorrere, in questi ultimi anni o in questo decennio, alla contrazione di mutui per un importo di oltre 2 miliardi di euro. Il disavanzo, invece, secondo le stime che sono abbastanza attendibili della Ragioneria, al 31 dicembre 2004 sarà superiore ai 4 miliardi di euro. Questi due elementi, indebitamento e disavanzo, assommano a 6,2 miliardi di euro e naturalmente è tutto coperto da autorizzazioni alla contrazione di mutui, il che dice anche, con molta chiarezza, che l'indebitamento è superiore alla capacità che ha la Regione di restituire le somme che chiede. Quindi, se chiedessimo subito i mutui necessari per coprire il disavanzo avremmo uno sforamento del 17 per cento rispetto alla capacità di indebitamento.

Capite bene come in questa drammatica condizione chiudere una situazione finanziaria sia estremamente difficile. Allora la Commissione ha condiviso l'impostazione che la Giunta stessa ha proposto e dice con molta chiarezza in che maniera si può e si deve operare in questo periodo per il risanamento della situazione finanziaria, che è il primo elemento di base per essere protagonisti di una nuova stagione di sviluppo. La copertura del disavanzo o la riduzione del disavanzo (perché nel documento viene proposta una riduzione del disavanzo attraverso strumenti che adesso brevemente richiamo), secondo la proposta della Giunta avviene nel modo che ho illustrato; rimarrà ovviamente una quota che dovrà essere coperta con l'indebitamento possibile. Per il resto la Giunta propone di portare il disavanzo al 31 dicembre 2004 a un importo più sostenibile di 2,5 miliardi di euro, attraverso questi elementi che contraddistinguono la manovra stessa: dismissione del patrimonio immobiliare disponibile che non è di nessuna utilità per la Regione e dismissione di partecipazioni non strategiche di tipo mobiliare. Ci sono partecipazioni che la Regione non ha più ragione di mantenere oggi, ed è anche questo un elemento che potrebbe contribuire alla riduzione del disavanzo. Oltre a questo l'altro indicatore è quello del concorrere, abbiamo già detto in che maniera, alla determinazione di nuove entrate. Un'altra operazione, che per la verità è stata tentata anche col DPEF dell'anno scorso dal precedente Governo regionale, fatta però su base intuitiva più che su base analitica, come invece deve avvenire per questo tipo di attività, è la riduzione dei residui. Non dimentichiamoci, infatti, che la Regione ha oltre 7 miliardi di euro di residui, che non sono più sostenibili e non si sa bene se genereranno tutti delle condizioni di spesa o se invece ci sono, come è molto probabile anzi certo che ci siano, ampie possibilità di recupero di queste risorse e quindi di riduzione del disavanzo.

Queste operazioni tutte insieme dovrebbero consentire, come è detto, una riduzione del disavanzo sino a 2 miliardi e mezzo di euro. Questo consente la chiusura a pareggio, naturalmente, della manovra finanziaria 2005-2007, perché una scelta che la Giunta poteva fare era quella di chiudere a pareggio, cioè tante risorse entrano (lo vediamo nella tabella riepilogativa finale) tante ne possiamo spendere, con una rigidità della manovra finanziaria che forse non sarebbe stata sostenibile. L'alternativa era dire: "Va bene, l'indebitamento che ogni anno viene autorizzato è eccessivo, non è sostenibile, dobbiamo correggere la rotta, dobbiamo tendere a un pareggio che sia determinato senza l'accensione di mutui, però questo può essere fatto solo in modo graduale". Il Documento indica questa strada e noi la condividiamo.

Leggo la tabella riepilogativa, per chi ha il piacere di seguire le cose che sto dicendo, che riporta per il 2005 entrate pari a 3 miliardi e 560 milioni di euro e spese obbligate per 4 miliardi e 714 milioni di euro, con una differenza di 1 miliardo e 154 milioni di euro. La proposta che il documento contiene è quella di dividere questa somma in due parti: una parte, circa 580 milioni di euro, alla cui copertura si provvede attraverso l'autorizzazione a nuovi mutui e la restante parte, oltre 500 milioni di euro, ricorrendo a quello che nella parte conclusiva del Documento la Giunta indica come elemento per arrivare al pareggio, cioè una manovra correttiva del sistema delle spese che porti appunto a un contenimento, a una razionalizzazione, a una moralizzazione, addirittura, se vogliamo usare un termine così significativo, delle spese stesse. Tutto questo è indicato nella parte conclusiva, che è abbastanza dettagliata e specifica; si parla di una riduzione del 10 per cento e di altre operazioni o manovre sul prossimo bilancio che devono portare a raggiungere questo risultato.

Il giudizio conclusivo sul DPEF, signor Presidente, è che sia un documento obbligato. Certamente sarebbe stato più dettagliato e incisivo nelle parti delle scelte se la Giunta regionale si fosse trovata di fronte a una situazione finanziaria sana. Le scelte strategiche della Giunta, in qualche maniera, sono condizionate dalla scarsità di risorse, quindi si è scelto intanto di risanare, di progettare e di individuare le strade da percorrere e gli obiettivi da raggiungere e poi, nello corso del prossimo anno, che, a mio avviso, sarà quello decisivo per la programmazione degli interventi, si dovrà andare al cuore delle scelte con piani e progetti dettagliati che consentano a tutti di condividere, io spero, le proposte di questa maggioranza.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Secci. Sono state presentate anche due relazioni di minoranza da parte degli onorevoli Vargiu e Scarpa. Ha facoltà di parlare per primo il consigliere Vargiu.

VARGIU (Riformatori Sardi), relatore di minoranza. Grazie, Presidente. Colleghi del Consiglio, autorevoli Assessori, io inizierei la mia riflessione proprio partendo dalle ultime parole citate dal collega Secci nella relazione di maggioranza che accompagna il Documento di programmazione economica e finanziaria, e cioè partirei dalla riflessione che questa manovra economico-finanziaria, che sarà conseguente al DPEF, risentirà delle reali condizioni delle casse della Regione Sardegna. Pertanto lo spirito di questa manovra dovrebbe essere contenuto nell'odierno DPEF, che ha come obiettivo il risanamento della spesa con la minore sofferenza possibile, ovviamente, per il tessuto sociale della Sardegna, ed è un obiettivo che in qualche maniera condiziona qualsiasi documento di programmazione e di spesa.

E' una riflessione sulla quale, pur con dei distinguo, saremmo anche in grado di concordare, seppure da una riflessione di questo genere nascano obbligatoriamente uno spirito e soprattutto una sostanza di contenuti e di proposte che purtroppo non è dato trovare nel testo del DPEF 2005-2007. E l'assenza sostanziale di queste proposte, al contrario di quanto sostenuto dal collega Secci, è forse la cosa che più ci preoccupa e ci lascia insoddisfatti alla fine dell'esame di questo Documento.

Devo dire che da uno schieramento politico - che ha presentato il DPEF - che ha raccolto il consenso degli elettori sardi sulla base di contenuti e proposizioni di profonda innovazione sarebbe stato senz'altro lecito attendersi la presenza all'interno del Documento di qualcosa di più dal punto di vista metodologico e sostanziale. E' infatti palese che in quest'Aula da parte della minoranza non potrà che essere rievoca una serie di obiezioni che altre volte sono state presentate durante la discussione del DPEF.

Io ricordo, perché mi avevano colpito già da allora, le osservazioni che il collega Pier Sandro Scano, autorevole esponente del centrosinistra e anche Assessore regionale della programmazione, fece più volte sia in Commissione che in Aula contestando in certi momenti la ragionevolezza stessa, la ratio stessa del DPEF. L'onorevole Scano cioè rifletteva su questo: se il DPEF rischia di diventare una fotografia dell'esistente, per quanto dettagliata e precisa, e di essere una elencazione dello stato dell'arte nei vari settori di sofferenza o di eccellenza che ha la Sardegna, con il ragionamento sia sul reperimento delle risorse che sull'utilizzo delle risorse economiche, che appare avulso dalla fotografia dell'esistente e dal metodo proposto per cambiare e migliorare l'esistente, che significato ha il Documento stesso? Nel senso che un Documento di programmazione economica e finanziaria che non fa scelte, che non indica strategie di soluzione, che non è puntuale nell'indicare i settori che devono essere aggrediti per primi e le situazioni d'emergenza che sono indifferibili nel contesto complessivo della Sardegna, non ha ragion d'essere! Ed è evidente che l'elencazione quasi ossessiva delle sofferenze che vi sono in tutti i settori della Sardegna, e che riempie pagine e pagine del DPEF, rischia di non avere nessuno sbocco concreto se non c'è un puntuale collegamento con le risorse economiche in campo e con le scelte sull'utilizzo delle stesse.

Il DPEF non può e non deve essere il libro bianco dei desiderata di una maggioranza, di un'amministrazione regionale, ma deve puntare ad essere la cornice di riferimento delle scelte di governo, quindi è giusto che lasci trasparire, indichi chiaramente, fotografi e sottolinei le difficoltà del momento sia dal punto di vista del reperimento delle risorse, sia dal punto di vista della struttura del sistema Sardegna, però deve essere presente in maniera altrettanto netta (direi con un eguale numero di pagine dedicate, qualora fosse indicativo dell'attenzione che si riserva al problema), la determinazione dell'amministrazione regionale nel risolvere le problematiche che sono sul tappeto, e quindi la consapevolezza della necessità di fare delle scelte. E le scelte, signori, su questo bisogna che ci ragioniamo perché avremo modo di ritornarci tante e tante volte nel corso di questo quinquennio legislativo, richiedono comunque impopolarità, perché ciò che consente di mantenere il consenso sociale è dare a tutti senza chiedere a nessuno ragione del privilegio. Quando invece s'intende tagliare il privilegio, tagliare il consolidato, tagliare lo storico per dare indicazioni come quelle che l'attuale Giunta regionale propone, cioè di discontinuità e di innovazione rispetto al passato, l'impopolarità, la perdita di consenso sociale è qualcosa di cui si deve tenere nel conto. Quindi diventa assolutamente più importante il confronto all'interno di quest'Aula.

La lettura di questo DPEF, lo ripeto, non ci tranquillizza affatto da questo punto di vista. Il testo è verboso, ridondante, ampio e dettagliato in quella fase che, rubando un termine alla cultura medica, si potrebbe definire di diagnostica, ma è assai più povero di indicazioni concrete nella fase che riteniamo più importante, cioè quella meno condivisa, quella propositiva delle terapie.

Il nuovo Governo della Regione con questo DPEF sembra avere sostanzialmente perso un'occasione preziosa per dare un taglio netto al passato anche nell'utilizzo degli strumenti di programmazione economica e finanziaria, e rischia di consegnare all'Aula - ancora una volta, verrebbe voglia di dire - un documento che rimane monumento di se stesso, dimenticato in qualche cassetto dell'amministrazione regionale.

In questa fase, colleghi, pur nella ristrettezza dei tempi a disposizione della Giunta, come sottolineato anche dal relatore di maggioranza, sarebbe stato lecito attendersi un documento più agile e snello, con meno pagine ma di più facile lettura, che indulgesse meno nella fotografia dell'esistente e nel dettagliato raccontino, presente in tutti i DPEF che abbiamo sinora visto in quest'Aula, di ciò che già c'è. Quindi un documento più incentrato sulla definizione delle linee metodologiche strategiche da indicare all'Aula e alle parti sociali, che contenesse quei significativi elementi di discontinuità con il passato, auspicati anche dalla opposizione, e nel quale avremmo voluto individuare con chiarezza gli strumenti che la Giunta regionale intende mettere al servizio del programma elettorale dello schieramento che ha vinto le elezioni.

Avremmo dunque voluto iniziare già da questo DPEF il confronto ideale e di metodo sulle scelte strategiche di questo quinquennio. L'appuntamento sembra invece rinviato, perché l'odierno DPEF presenta pochi elementi di innovazione e ancora minori elementi di discontinuità con il passato. La politica delle entrate viene affrontata con la sottolineatura della necessità di un nuovo rapporto economico con il Governo centrale, che appare assolutamente in continuità con le affermazioni purtroppo in larga parte prive di risultati concreti delle amministrazioni precedenti. Così come le esigenze di chiarezza e di ripulitura del bilancio, che sono state sottolineate anche dal relatore di maggioranza nel suo intervento, sembrano giuste ma non sono una novità, nel senso che tutte le amministrazioni precedenti hanno dato priorità a questa indicazione che poi, per motivi di vario genere, non è arrivata all'approdo finale. Manca invece in questo Documento una scelta che la scorsa amministrazione aveva fatto con chiarezza, cioè quella della contabilità patrimoniale, che rappresenta oggi lo strumento più moderno per la gestione delle politiche economiche della Regione. Non che la rivendicazione sul fronte delle nuove entrate possa apparire ingiustificata; il relatore di maggioranza chiede il coinvolgimento dell'intero Consiglio su questo argomento e questo coinvolgimento decisamente ci sarà, ma non pare la soluzione dei problemi, ovviamente, in quanto siamo in un momento di contrazione dei finanziamenti da parte dello Stato e di federalismo fiscale, che hanno messo, e qualcosa ne sa quest'Aula, addirittura in crisi lo status stesso delle Regioni a statuto speciale. E' per questo che appare senz'altro obbligata la strada del contenimento del ricorso a nuovo indebitamento, che oltretutto non è più sostenibile per le casse della Regione, ma anche quella delle dismissioni delle proprietà immobiliari e delle partecipazioni regionali, che peraltro, e lo stesso DPEF lo sottolinea, non può certo rappresentare una soluzione di breve termine per la sofferenza dei bilanci della Regione.

In questo quadro di incertezza sulle nuove risorse, che si accompagna alla graduale riduzione ed estinzione delle disponibilità economiche di provenienza europea, diventa quindi eccessivamente dettagliata, quasi maniacale, la puntuale disamina, settore per settore, delle sofferenze e delle esigenze del sistema Sardegna. Invero il DPEF introduce un nuovo elemento di programmazione che verrà presentato - così si legge - entro il primo anno di vigenza del DPEF stesso, e cioè il programma regionale di sviluppo. A tale strumento sembrerebbe affidata la funzione di riferimento in progress, contenendo specifici piani progetto con un adeguato corollario di risorse economiche e umane. Quindi sembra che dobbiamo rinviare la discussione di metodo alla presentazione del programma regionale di sviluppo. A sostegno dell'utilizzo di tale strumento viene indicata l'esperienza positiva di altre regioni italiane - la Toscana, la Lombardia -, che paiono peraltro, a differenza della Sardegna, avere già in gran parte completato il processo di revisione e di adeguamento della propria struttura burocratico-amministrativa e sembrano pertanto decisamente più capaci della Sardegna di organizzare la propria programmazione regionale attraverso mezzi duttili e aderenti alle esigenze delle specificità regionali.

Non vorremmo che il programma regionale di sviluppo, invece di essere di ausilio nella programmazione regionale, diventasse, proprio in virtù dei ritardi della burocrazia regionale, un ulteriore elemento di aggravio burocratico per l'attività del Consiglio e degli uffici, privo di reali capacità di programmazione economica e ininfluente ai fini dello sviluppo. Questa Regione non sembra, infatti, avere oggi bisogno di nuovi fiumi d'inchiostro che riscrivano vecchi documenti aggiornando qualche congiuntivo o qualche fotografia di settore, ma ha bisogno di radicali terapie innovative, quelle che sono state proposte da entrambi gli schieramenti durante la campagna elettorale, che possono conseguire l'effettivo dimagrimento delle strutture regionali, il loro adeguamento alla mission che verrebbe urgentemente richiesta dal quadro di riferimento tracciato in questo e in precedenti DPEF.

Dal DPEF era dunque lecito attendersi le linee guida per questo restailing della macchina amministrativa regionale, alla luce dell'auspicata perdita del ruolo gestionale diretto, che ancora rappresenta uno dei maggiori gravami dell'amministrazione. Purtroppo queste indicazioni, colleghi, ancora mancano, così come manca la proposizione dei contrappesi di riequilibrio istituzionale, pure resi indispensabili dal nuovo sistema elettorale, più volte individuato nell'articolato del DPEF come fonte di stabilità indispensabile - e siamo d'accordo - per l'attuazione delle politiche di riforma. Non mancano nel DPEF, è doveroso dirlo, ampie parti condivisibili che riprendono e amplificano indicazioni contenute in precedenti DPEF e mai arrivate a destinazione.

Su questi argomenti sarà opportuno iniziare quanto prima un confronto, in Commissione e in Aula, che aiuti a dare concretezza alle enunciazioni teoriche. Mi riferisco in particolare alle politiche sulla trasformazione culturale della nostra regione, che appare davvero una delle principali emergenze della nostra terra, la cui soluzione diventa addirittura propedeutica rispetto agli altri problemi che sono sul tappeto. Appare, infatti, evidente come il ritardo culturale, il posizionamento di basso profilo nelle graduatorie sul tasso di scolarizzazione, il modesto numero dei laureati, la carenza di raccordo tra mondo dell'università, del lavoro e dell'impresa, la scarsa attenzione alle potenzialità della ricerca scientifica rappresentino un freno a qualsiasi discorso di sviluppo e siano causa ed effetto insieme della difficoltà dei sardi nel darsi una classe dirigente all'altezza delle necessità e conseguentemente del ritardo economico e sociale dell'Isola.

L'apertura della Sardegna al mondo passa senz'altro attraverso le politiche di continuità territoriale fisica e telematica, ma passa anche e soprattutto attraverso l'acquisizione degli strumenti di comunicazione con il mondo, attraverso l'apprendimento universale della lingua internazionale degli scambi - l'inglese - e attraverso la moltiplicazione dei rapporti culturali, commerciali e politici con le altre regioni del mondo. Nel DPEF appare ancora condivisibile il proposito di riportare a valutazione di qualità tutto ciò che è spesa pianificata regionale. A tale valutazione sarebbe indispensabile che venissero improntate le stesse leggi che questo Consiglio regionale approva, perché siano sempre corredate, come per altro avviene in nazioni che maggiore attenzione hanno dedicato alla valutazione delle ricadute economiche dell'organo legiferante, dal monitoraggio degli effetti che la loro vigenza produrrebbe nel breve, nel medio e lungo periodo sul territorio.

Condivisibile appare anche la volontà del Governo regionale di introdurre un moderno concetto di pianificazione in alcuni settori di intervento, ove mancano le linee guida di intervento o dove la spesa appare decisamente fuori controllo. Assai atteso è il nuovo piano sanitario regionale, ma grande attenzione non potrà che esserci anche verso quello del turismo, quello agricolo, quello territoriale e ambientale e verso tutti gli altri piani che assumono ora una visione strategica attraverso l'attuale DPEF. I contenuti che riempiranno ogni singolo piano, probabilmente anche all'interno della cornice di riferimento del nuovo programma regionale di sviluppo, saranno ovviamente oggetto di specifiche riflessioni di dettaglio da parte delle forze politiche di opposizione, ma saranno soprattutto il vero banco di prova della reale volontà di innovazione di questo Governo regionale, che sarà chiamato a prendere decisioni importanti sulla allocazione delle risorse economiche e a fare scelte sulle quali potrà essere misurata la volontà di innovazione reale, in particolare sulle politiche attive del lavoro.

Attendiamo di conoscere le valutazioni che la Giunta intenderà fare sull'eventuale rifinanziamento del vetusto piano straordinario per il lavoro, la cui sorte apparirebbe segnata alla luce dell'analisi strutturale svolta dal DPEF, che poi però nega se stesso nell'enunciato di un birichino emendamento possibilista introdotto dalla Commissione alla pagina 80.

Qualche parola in più intendo invece spendere a proposito del piano della comunicazione, che rappresenta senz'altro un'indispensabile innovazione nell'approccio con il cittadino, ma introduce anche inquietanti problematiche di controllo sociale che meriteranno sicuramente un adeguato approfondimento specifico e l'ideazione di strumenti di verifica del piano che prevedono ampiamente il coinvolgimento nel ruolo di controllo da parte delle forze consiliari di minoranza.

Un'ultima considerazione, infine, va espressa sul metodo di oggi e di domani, anche riprendendo osservazioni puntualmente svolte dalle parti sociali nel corso delle audizioni in Commissione. Per la Sardegna, per questa Giunta, ma anche per l'intero organo legislativo regionale si apre in questo quinquennio una stagione delicata e difficile per il quadro macroeconomico di riferimento, per i cambiamenti istituzionali statuali in divenire, per la contrazione delle risorse disponibili, per le profonde esigenze di riforme ormai indifferibili. E' evidente come questa fase necessiti di scelte forti di governo, ma anche di solidarietà consiliare, di condivisione di responsabilità sulle regole, sui metodi, nelle vertenze con lo Stato. Il metodo della concertazione con le parti sociali deve pertanto restare la stella polare della programmazione regionale, non certo perché dalla concertazione debba obbligatoriamente discendere l'accordo generale, che sappiamo essere una chimera, neanche desiderata in tempo di indicazioni di priorità e di decisioni reali, ma perché soltanto dal confronto con le parti sociali può rafforzarsi la consapevolezza e la certezza della bontà delle scelte di governo.

Il metodo della condivisione delle regole e del confronto sulle idealità e sui programmi deve invece restare la stella polare dei rapporti all'interno dell'organo legislativo regionale, perché il riequilibrio dei poteri tra esecutivo e legislativo, reso indispensabile dal nuovo sistema elettorale, e il cammino delle riforme possano avvenire nella consapevolezza delle diversità, ma anche nella ricerca degli elementi di condivisione che sono indispensabili perché ciascuna forza consiliare possa fare bene il proprio mestiere, diverso nella proposizione di specifiche soluzioni, ma identico nell'obiettivo dell'interesse comune dei sardi.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il consigliere Scarpa, relatore di minoranza.

SCARPA (Gruppo Misto), relatore di minoranza. Signor Presidente, Assessori, colleghe e colleghi, il Documento di programmazione economica e finanziaria giunge all'approvazione dell'Aula con forte ritardo, come già ricordato, e sembra preludere a un ben più impegnativo documento di programmazione, di cui si è preannunciata la presentazione, che è stato chiamato dalla Giunta "Programma regionale di sviluppo". Tuttavia questo Documento presenta profili di interesse, perché è la prima proposta organica di programmazione che viene formulata dal Governo regionale al parlamento dei sardi. Nel Documento ci sono numerosi spunti e propositi di azione che sono in linea generale condivisibili, noi li riteniamo condivisibili. Questo vale per una serie di questioni che sono state indicate, ne cito alcune: puntare a uno sviluppo sostenibile, incrementare i livelli di riuscita scolastica e di istruzione, intervenire con un riordino nel campo della ricerca, rendere più efficiente ed efficace il sistema della formazione e organizzare gli strumenti nel campo della società dell'informazione. Ancora: migliorare la qualità della convivenza, contrastare i fenomeni di povertà, emarginazione e malessere sociale, combattere lo spopolamento delle zone interne, sostenere l'imprenditorialità, le risorse umane e la conoscenza. Condividiamo anche la necessità di controllare le risorse, realizzare un sistema di monitoraggio della spesa, ridefinire il rapporto con lo Stato in relazione a qualità e contenuti dei trasferimenti. Condividiamo anche la necessità di internazionalizzare la nostra economia, di dare particolare attenzione allo sviluppo rurale e locale, di lavorare per un turismo sostenibile e migliorare la gestione del patrimonio regionale e di procedere a una forte comunicazione con i cittadini. Come dicevo, questi principi sono tutti ampiamente condivisibili, noi e il nostro partito li condividiamo, però allo stato possiamo solo sperare che non si tratti di semplici enunciazioni di principio e sperare che alle parole su questi temi seguano fatti concreti che attenderemo e valuteremo.

Ci sono alcune questioni specifiche, però, sulle quali riteniamo di doverci soffermare. La prima riguarda il fatto che il Documento si apre con una enunciazione di principio che in Commissione si è tentato inutilmente di far eliminare e che trae come fondamento di tutto lo sviluppo, delle argomentazioni e delle linee di intervento che si vogliono proporre il fatto che: "Ci troviamo di fronte a una legislatura nata con un sistema elettorale inedito per l'Isola. Tale profonda innovazione istituzionale rappresenta un'occasione storica per la Sardegna in quanto può favorire il definitivo abbandono di un vecchio modello di sviluppo non auto propulsivo legato a una visione contingente, non strategica" eccetera. Il Partito Sardo d'Azione ha ripetutamente affermato, prima e dopo le scorse elezioni regionali, la gravità della mancata approvazione di una legge elettorale sarda e del fatto di essere addivenuti al voto con la legge nazionale. Il Partito Sardo d'Azione ha chiesto e chiede a gran voce una legge elettorale sarda, basata sul sistema proporzionale, più rispondente alla nostra realtà storica, sociale e culturale. E' inaccettabile il fatto che la Giunta imposti tutto il DPEF su un giudizio così categorico su una questione centrale e oggi delicata che è in attesa della possibile adozione di una legge elettorale tutta sarda.

E' inaccettabile che la Giunta proponga all'Aula un'anticipazione di giudizio circa la bontà o meno di un sistema elettorale e ipotechi le possibili scelte future del Consiglio regionale in questa materia. E' inaccettabile ancora che la Giunta faccia discendere tutti i suoi propositi in materia di programmazione economica e finanziaria da un incidente istituzionale, quale la mancata approvazione nella scorsa legislatura di una legge elettorale da parte del Consiglio regionale della Sardegna. Al contrario riteniamo necessario che immediatamente venga attivata una sessione straordinaria dei lavori su questo tema, perché venga adottata finalmente, dal parlamento dei sardi, una legge elettorale più rispondente alle esigenze della nostra società. Ripetiamo, non si può accettare che la legge elettorale che ci è stata imposta dall'ordinamento italiano venga considerata un'occasione storica per la Sardegna. Non sosteniamo certo che la precedente legge elettorale fosse perfetta, né vogliamo difenderla o restaurarla, ma è evidente che la legge elettorale che è stata applicata in Sardegna nelle scorse elezioni non è idonea a rappresentare le specificità culturali e politiche che da sempre hanno caratterizzato il nostro popolo. Per questo chiediamo con forza che questa parte del DPEF venga eliminata. Ci sono stati interventi sulla stampa nei giorni scorsi anche da parte di esponenti della maggioranza che vanno in questa direzione e speriamo veramente che ci sia la sensibilità, oggi, di sospendere ogni valutazione su questo argomento e di rimetterlo alle sedi competenti e alla Commissione consiliare competente, che farà tutte le valutazioni necessarie su questo argomento.

Per passare a un altro punto, con riferimento alla riforma della Regione, è corretto predisporsi all'attuazione delle recenti riforme costituzionali, dando pieno corso al decentramento dei poteri verso gli enti locali e al federalismo amministrativo. Si legge un brevissimo accenno nel Documento alla necessità di un nuovo statuto di autonomia, ma su questo punto il Documento proposto dalla Giunta assume una posizione notarile di messa a disposizione di risorse e competenze. Quando questo Documento sarà approvato dall'Aula diventerà volontà dell'Aula, ma noi ci saremmo aspettati almeno un accenno a questo tema e il fatto che non sia stato così è oggi un'occasione mancata di dibattito e di confronto.

La posizione sardista su questo tema è nota: noi abbiamo chiesto e proposto, anche con gli strumenti previsti dal nostro ordinamento regionale, la costituzione di un'Assemblea costituente del popolo sardo, e la soluzione che invece è stata adottata da questa maggioranza non la condividiamo e la respingiamo con sdegno e con vigore. Condividiamo la necessità di affrontare la riorganizzazione delle competenze degli Assessorati, oltre a quelle in materia di attività produttive che è stata proposta esplicitamente nel Documento, segnaliamo la necessità di unificare anche le competenze in materia di istruzione e di formazione.

Passando a un altro punto, con riguardo alle politiche della conoscenza rileviamo un'attenzione superficiale, a nostro avviso, sulla questione della lingua sarda e della cultura identitaria. Poche righe in un paragrafo che viene prioritariamente dedicato all'arte, a cui ci si dedica più diffusamente. In Commissione sono stati proposti due emendamenti miranti a introdurre la questione della lingua sarda e della cultura identitaria tra le priorità nel medio periodo dell'azione di governo e la redazione di uno specifico piano di settore all'interno del programma regionale di sviluppo. Questi emendamenti, previo parere negativo della Giunta, sono stati bocciati. E' arrivato il momento che il Presidente della Regione e la Giunta regionale dichiarino le loro effettive intenzioni con riferimento a questi argomenti. Non si tratta di una domanda fuori luogo, il momento per fare chiarezza è oggi, è la discussione del DPEF, durante la quale possiamo augurarci che siano fugate le nostre preoccupazioni e venga assunta una posizione chiara su questi argomenti.

Riguardo ad altre questioni che sono state affrontate, condividiamo le preoccupazioni che sono state sviluppate circa la politica agricola comunitaria e crediamo necessario e urgente che si sviluppino, nelle sedi competenti, gli strumenti per contrastare queste preoccupazioni e procedere a un forte rilancio del settore.

Per quanto riguarda le attività produttive - industria, artigianato, commercio e turismo - aspettiamo ugualmente atti concreti che consentano di valutare le precise intenzioni e le iniziative volte a difenderle e a consentire uno sviluppo in termini solidi e moderni.

Con riguardo alle politiche del lavoro siamo costretti ad attendere di conoscere la vera sorte del piano straordinario per il lavoro e concordiamo sulla urgenza di trovare finalmente una soluzione vera e duratura per i lavoratori socialmente utili.

La parte del documento che si riferisce alle reti e infrastrutture si apre con una tabella che si commenta da sola e che evidenzia la discriminazione e l'esclusione politica, economica e sociale a cui il popolo sardo è stato sottoposto da parte dei Governi italiani nei decenni. Rispetto alla media italiana, in Sardegna esiste meno di un quarto della dotazione di rete ferroviaria, meno di un terzo della dotazione della rete energetica ambientale, la metà della dotazione della rete stradale, più in generale la metà delle infrastrutture economiche e sociali. Altro che modernità! Cinque ore di treno da Cagliari a Sassari, 200 interminabili chilometri! La strada statale 131 è un'odissea di cantieri aperti, incroci a raso, limite di velocità di 50 chilometri in più tratti, autovelox e manto stradale dissestato; collegamenti aerei dal nord al sud dell'Isola nessuno; metano no; continuità territoriale delle merci no; costo del denaro uguale a quello del resto dell'Italia no. La realtà che viene illustrata da questa tabella è una vergogna che i sardi vivono sulla loro pelle quotidianamente, mentre la realtà odierna anziché indirizzarsi verso un recupero di questi svantaggi conosce solo ulteriori aggravi e smantellamenti, come quello che intendono operare le Ferrovie Italiane S.p.A., annunciato negli ultimi giorni e denunciato anche dal nostro Presidente del Consiglio.

Questa tabella sarebbe una perfetta cartolina di auguri per il Presidente del Consiglio dei ministri italiano, per i Ministri competenti, per chi ha la responsabilità di provvedere immediatamente a risanare questa ferita profonda, a renderci tutto quanto ci è stato tolto in tutti questi anni restituendoci la dignità dei diritti e della piena cittadinanza, con l'augurio di buon lavoro e che questa tabella pesi come un macigno sulle loro coscienze.

Per quanto riguarda la questione delle entrate crediamo sia necessario perseguire gli obiettivi già posti dall'intesa istituzionale di programma del 1999, indicati anche del DPEF, quindi tra l'altro riteniamo necessario e urgente verificare le modalità di calcolo delle devoluzioni, al fine di garantire che tra le quote di spettanza regionale siano comprese anche quelle afferenti ai redditi prodotti nella regione, ma versati a uffici situati fuori del territorio regionale. A questo proposito rileviamo solo che in una parte del DPEF si continua a fare riferimento, in merito alla vertenza che si intende promuovere con lo Stato, al tributo riscosso anziché a questo aspetto.

Un'ultima annotazione riguarda la prima priorità indicata nel documento in materia di bilancio. Vi si legge che "deve essere effettuata una rigorosa politica di eliminazione delle spese improduttive e di riqualificazione di quelle di difficoltosa utilizzabilità a beneficio dei settori di spesa portanti e funzionali allo sviluppo economico e sociale". Anche questa è un'affermazione di principio condivisibile, anche se non è dato oggi sapere quali siano queste spese, questi settori portanti, e ci riserviamo di valutare nel merito il giudizio e le scelte che verranno adottate dalla Giunta e dalla maggioranza al riguardo. Di certo non si tratta di una questione secondaria.

PRESIDENTE. Si è conclusa la presentazione delle relazioni. Il primo iscritto a parlare è il consigliere Uras. Ne ha facoltà. Ricordo che le iscrizioni a parlare devono pervenire entro la conclusione del suo intervento.

URAS (R.C.). Il Documento di programmazione economica e finanziaria 2005-2007 è certamente ampio e consistente. E' anche un documento che evidenzia una preoccupazione che condividiamo penso in molti in quest'Aula, la preoccupazione cioè che le risorse finanziarie della Regione siano sempre più ridotte e che il contributo che in forza di disposizioni legislative di rango costituzionale arrivano dal gettito fiscale e il contributo che in forza della necessaria solidarietà nazionale e comunitaria arriva alle regioni povere - come la Sardegna - si vadano assottigliando per ragioni che sono anche chiare e che in questo momento specifico sono state anche oggetto di polemica politica.

Ridurre le tasse senza dare benefici veri, concreti soprattutto alle categorie sociali più deboli, così come si sta realizzando a livello nazionale su spinta del Governo di centrodestra, è un danno anche per la Sardegna. E' un danno per la Sardegna la finanziaria che taglia le buste paga nel sistema pubblico, un sistema sempre più attaccato a livello nazionale, ma io dico anche a livello locale, per cui il vero problema non è recuperare efficienza, ma sostituirlo per creare nuovi affari a favore di capitali privati sempre più garantiti, sempre più protetti, sempre meno liberi nel mercato libero.

Ci sono quindi condizioni difficili. Il modo in cui si è programmata e soprattutto realizzata la spesa in questi anni, nonostante una provvista finanziaria ingente che poteva, sì, risolvere diversi e annosi problemi dello sviluppo della Sardegna, è stato un elemento aggiuntivo a questa situazione di difficoltà, per cui alla fine facciamo i conti, ci guardiamo le tasche, soldi ce ne sono pochi e bisogna orientarli bene. E bisogna anche incominciare a fare un po' di analisi critica su come sono state orientate le provviste pubbliche e sui soggetti che ne hanno beneficiato fino ad oggi, perché il danaro pubblico è andato fuori delle casse dell'amministrazione regionale e non sempre ha colpito bene: in molti casi ha garantito i garantiti, in molti casi ha addirittura garantito sprechi per i garantiti, e forse invece si sono posti ostacoli notevoli alle politiche sociali, alle politiche attive del lavoro, per dimostrarne la loro inconsistenza, per dire che non servono, per dire cioè che bisogna cambiare tiro, che il punto di riferimento principale è l'impresa, la sua salute, la sua capacità di consolidarsi. Io penso che l'impresa debba essere aiutata a stare in salute, ma l'esperienza sarda, dalle partecipazioni statali alle partecipazioni regionali, alle leggi si incentivazione più o meno ben gestite e ben istruite caso per caso, ha dimostrato un dato che è davanti agli occhi di tutti: non abbiamo un settore industriale in salute, non abbiamo un'impresa in salute. Abbiamo una microimpresa diffusa, debole, anche poco organizzata, scarsamente consorziata, che ha difficoltà ad avere sbocchi di mercato. Quindi abbiamo una tradizione di spesa verso quella direzione assolutamente negativa, eppure non diciamo: siccome la spesa a favore dell'impresa, del sistema produttivo è negativa la cancelliamo. Diciamo il contrario: la dobbiamo riqualificare.

Altrettanto io credo debba essere fatto nell'ambito delle politiche del lavoro e sociali. Io non condivido l'analisi che sta alla base delle indicazioni contenute nel punto 6.3, sulle politiche del lavoro. Non credo che in Sardegna la crescita occupazionale, che risulta più elevata nell'ultimo quinquennio o sessennio, anche rispetto a tutte le regioni del Mezzogiorno, e sfiora la media di crescita nazionale, sia dovuta al pacchetto Treu. Non credo che la flessibilità né il lavoro temporaneo abbiano garantito una crescita occupazionale così significativa. Chiedo scusa, signor Presidente, c'è un po' di disattenzione, ma credo che questo sia un concetto che va capito anche sul piano politico dato quello che comporta. Non credo che sia il pacchetto Treu la chiave attraverso la quale si legge la crescita dell'occupazione in Sardegna, perché altrimenti le percentuali sarebbero state ovunque e comunque quelle, invece il resto del Mezzogiorno è indietro rispetto alla crescita che c'è stata in Sardegna.

Non credo che possa dirsi che dipenda dalla flessibilità in un sistema come questo, che non è quello lombardo. La flessibilità ha una sua utilità nel sistema lombardo, oppure è utile se c'è una grande crescita delle presenze imprenditoriali, industriali, un'attrazione forte di capitali esteri, nel momento in cui si sia reso funzionante il sistema degli incentivi, in esso ricomprendendo anche la dinamica attraverso la quale gestire il rapporto di lavoro. Ma la Sardegna è allo sfascio, sta chiudendo le fabbriche! Attrazione di capitali non ce n'è! E allora non funziona, non è così. Da noi chi perde il lavoro non entra in un altro; funziona così in Lombardia, dove il tasso di disoccupazione è del 3 per cento, da noi è del 17. Chi perde il lavoro è morto, non ha più lavoro.

Allora credo che quando si fanno politiche attive del lavoro sane (nonostante gli ostacoli posti dalla destra nell'ultimo quinquennio, perché la legge numero 37 è stata approvata nel 1998 e attivata nel 1999), non sia giusto non citare la legge 37. In questo documento non è citata una volta, benché abbia salvato situazioni difficili, soprattutto nei piccoli comuni, nelle piccole unità. Noi abbiamo più di 270 comuni con meno di 3 mila abitanti e più del 25 per cento dei comuni con meno di mille abitanti. La legge 37 ha salvato situazioni di difficoltà anche di vita personale non solo della comunità. Credo quindi che l'analisi vada un po' rivista.

In Sardegna si cresce un po' di più, siamo passati da 495 mila a circa 550 mila occupati in più in quel periodo, perché avevamo una strumentazione di politiche attive del lavoro originale. Quindi quelle politiche vanno rilanciate e potenziate, i risultati ci sono.

Io ho letto nel DPEF che le tabelle sono state compilate dal CRENoS sulla base di dati ISTAT. Il CRENoS è un soggetto che partecipa alla definizione del progetto comunitario EDA - una sigla che ricorda Eleonora D'Arborea -, perché è partito insieme alle province, ha fatto un'analisi degli strumenti di politiche del lavoro e ha organizzato un data base relativo all'applicazione dell'articolo 19 della legge 37, una delle poche leggi monitorate. I comuni, infatti, per ricevere i finanziamenti hanno dovuto rendere conto delle cose fatte, hanno dovuto compilare delle schede che sono state poi raccolte. Non saranno tutte attendibili? Una buona parte lo sono e il risultato è che dove si sono spese le risorse la corrispondenza delle occasioni di lavoro indicate nei programmi preventivi è più o meno identica, si sono realizzate migliaia e migliaia di occasioni di lavoro.

Ma la legge 37 è una norma complessa, dove ci sta di tutto: l'ampliamento delle aree di intervento forestale, la bonifica dei canali irrigui, la lotta alla dispersione scolastica, i piani provinciali, che purtroppo sono stati massacrati dalla scellerata gestione politica della precedente legislatura, che ha ridotto via via le risorse finanziarie destinate a questo. Allora credo che da questa analisi sia necessario partire per trovare soluzioni che siano coerenti anche con l'esperienza che abbiamo fatto e che ci consentano di iniziare veramente dagli ultimi, i poveri, nuovi e vecchi, quelli che si trascinano fino alla fine del mese, che non hanno bisogno solo di un'assistenza ben strutturata e organizzata - anche di quello, e uno dei nuovi bacini occupazionali può essere proprio l'intervento a favore delle persone -, ma hanno bisogno di più, hanno bisogno del riconoscimento di un reddito minimo garantito che consenta loro di affrancarsi dal bisogno, di essere soggetti attivi in funzione della crescita civile e democratica della propria comunità. Questo penso e questa è la battaglia che faremo qua in Aula, ma anche nel sociale, con tutti quelli che ci stanno, a prescindere da ogni ragionamento. E' una battaglia che faremo, insieme ai sindaci, nelle piazze, in tutti i comuni della Sardegna, perché è giusta. Come tutte le cose a cui noi ci appassioniamo forse la viviamo con grande tensione, forse non siamo lucidi e pacati come dovremmo essere in ogni circostanza, perché siamo trascinati dalla voglia di contribuire veramente a risolvere i problemi, soprattutto quelli che toccano l'uomo, perché al centro della nostra iniziativa non vi deve essere il mercato o l'impresa, ma l'uomo, che è il destinatario finale di ogni sforzo, anche di quelli che si compiono qua.

Credo quindi che stare nelle piazze, in ogni comune della Sardegna, a fianco di chi ha bisogno, cercando di dargli speranza e nel contempo la possibilità di partecipare, di rendersi utile, di contribuire insieme agli altri a far crescere la Sardegna, di non rimanere ai margini, di essere incluso e non escluso, sia la vera scommessa economica per un popolo come questo, che è composto da un milione e 600 mila abitanti, che è sparso in un grande territorio, che è spesso isolato, che vive ogni tragedia, compresa la calamità naturale che recentemente lo ha colpito, con grande dignità, ma anche con una sofferenza particolare. Quelle case sventrate, quelle poche cose che si trovano nelle case di un comune come quello che è stato colpito dalla recente calamità naturale, la dicono lunga su quale sia la sfida che dobbiamo intraprendere: costruire condizioni di vita migliori per tutti, ma soprattutto per quelli che nulla hanno avuto e che da molto aspettano.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Maninchedda. Ne ha facoltà.

MANINCHEDDA (Progetto Sardegna). Onorevoli colleghi, parlerò del DPEF, ma parlerò anche di potere e di democrazia.

Il DPEF si articola in due parti, come tutti sappiamo: la prima parte è relativa alla manovra finanziaria propriamente detta, che è stata magistralmente illustrata dal Presidente della terza Commissione. Qui gli obiettivi e gli strumenti per raggiungerli sono ben determinati e si possono e si devono, secondo me, apprezzare una competenza e un rigore che meritano sostegno e plauso. La seconda parte è quella relativa alla programmazione regionale e ai suoi strumenti. Questa parte è pregevole quanto l'altra, ma lo è perché apre una discussione importante e ci chiede di svolgerla seriamente. E' la parte problematica del DPEF, quella scritta, secondo me, per stimolare ragionamenti più che decisioni.

Io vorrei sviluppare un ragionamento sul futuro della programmazione regionale, che qui è soltanto tratteggiata in linea di massima. Abbiamo un dato certo, cioè in campo urbanistico, sanitario, ambientale, infrastrutturale, culturale, viene annunciata una nuova fase di programmazione regionale, che poi confluirà nel programma regionale di sviluppo. Programmazione non significa necessariamente centralismo, però di questo rischio bisogna parlare, non foss'altro perché in molti documenti politici dei partiti della coalizione si parla della volontà di dar vita in Sardegna a un sistema di tipo federale e si fa del federalismo buono il modello dell'azione istituzionale, mentre in altri documenti si difende un modello piramidale a decisioni concentrate.

Sulle domande centrali in democrazia, cioè sul chi, sul dove, sul come si decide, il federalismo solidale propone un metodo pattizio regolato dal diritto nelle sue procedure, mentre il metodo centralistico determina il luogo della decisione e disciplina il dovere degli altri di applicarla. Noi abbiamo assistito in tutto il mondo, in questi anni, a processi di semplificazione e di concentrazione delle decisioni. Pensate agli Stati Uniti. In molti hanno denunciato, però, e senza successo, il tradimento di queste politiche rispetto al motivo per cui erano state varate. L'unico obiettivo raggiunto è stata la stabilità, ma l'efficienza, la trasparenza e la giustizia anziché aumentare sono diminuite, perché la concentrazione del potere della decisione ha un immediato riflesso. L'aumento della burocratizzazione e l'aumento del potere degli apparati ha sempre significato una diminuzione dei poteri parlamentari, e quindi dei poteri democratici. Gli apparati degli Stati o delle Regioni, poco importa, hanno ormai da tempo superato l'ordinaria funzione di garanzia concreta delle regole giuridiche generali attraverso gli atti amministrativi, e invece hanno assunto, ormai da tempo, compiti di gestione diretta di grandi interessi pubblici. Questo è accaduto anche in Sardegna: pensate alla sanità, pensate al sistema della incentivazione finanziaria. Questi apparati, al di là di quanti pensano alla vigenza delle leggi a riga e squadra - more geometrico, direbbero i latini -, non agiscono che formalmente nel rispetto delle leggi che noi variamo. In realtà operano secondo una loro logica, dettata quando va bene da esigenze di funzionamento, quando va meno bene da interessi sindacali, quando va malissimo, secondo logiche elitarie di patronage.

Allora io vorrei segnalare e sottolineare come primo punto che sarebbe un grave errore che la programmazione regionale ripartisse da un vocazione centralistica e quindi necessariamente democratica, perché questo comporterebbe una crisi della democrazia e della legalità pari a quella che abbiamo promesso, in campagna elettorale, di voler modificare.

In secondo luogo c'è da considerare il ruolo del Consiglio regionale e del mutato quadro della elezione diretta del Presidente della Regione. Un dato incontestabile è che l'elettorale ha concentrato sul Presidente, e non sul Consiglio, quella funzione di indirizzo politico che prima si esprimeva con i voti di fiducia ai Presidenti incaricati. Il Consiglio, a mio avviso, non può confliggere con il Presidente sugli indirizzi politici e finanziari, ma proprio per questo deve chiedersi qual è il suo ruolo di fronte al bilancio. E' un ruolo di ratifica? E' un ruolo di controllo? Solo di controllo? Una cosa è certa, che il Consiglio non è più il luogo dove le decisioni maturano, è semmai il luogo dove divengono esplicite. E questo pone un problema dinanzi a una nuova stagione di programmazione regionale, perché in realtà l'esercizio del solo potere di controllo condanna il Consiglio a far da sentinella all'amministrazione regionale e alla Giunta e gli toglie il potere di concorrere realmente al progetto. O meglio, si sottende che la partecipazione avvenga non nelle istituzioni, ma attraverso i partiti, la cui natura democratica è a noi tutti nota; si sottende che la partecipazione avvenga attraverso i convegni, attraverso i dibattiti e quant'altro, affidando alle istituzioni una funzione solo di ratifica di ciò che diciamo fuori delle istituzioni. Spero che si colga che se questa dovesse diventare l'evoluzione del sistema sardo, noi ci troveremmo a vivere in un sistema burocratizzato, populistico e partitocratrico esattamente opposto a quello che abbiamo promesso di costruire in campagna elettorale. Io sono perfettamente consapevole di inoculare qualche dubbio e di creare qualche disagio, ma preferisco pagare, come mi sta accadendo in questi giorni, i costi della franchezza oggi piuttosto che quelli del rimorso domani.

Secondo punto, la Sardegna ha un sistema istituzionale facilmente riassumibile: il Presidente, la Giunta, il Consiglio, otto province, più di trecento comuni, ventiquattro comunità montane, che adesso andiamo a ridurre. Come concepiamo questo sistema rispetto ai provvedimenti di spesa? Se il sistema degli enti locali è concepito come luogo di consultazione e di applicazione della decisione, io credo che stiamo sbagliando. Prima o poi qualcuno porrà, alla luce del nuovo dettato costituzionale, il problema della pariteticità della sovranità allocata negli enti locali e negli enti regionali.

La Regione oggi, lo sappiamo tutti, usurpa poteri non suoi. Poteri, dico, e non funzioni, e occorre che sia la Regione a ridistribuire questi poteri secondo uno schema pattizio, solidale e federale buono, per evitare che un domani possa esserle imposto dalla ribellione di chi vede i suoi poteri violati. Io ho il vago sentore che noi abbiamo istituito otto province per nulla, non ho difficoltà a dire che mi sembrano esuberanti, ma abbiamo il dovere di inserire questa architettura barocca che abbiamo costruito nella programmazione che andiamo a fare. Non possiamo pensare di fare una programmazione su un binario da treni superveloci avendo un'architettura istituzionale da treni a scartamento ridotto e con le Ferrovie complementari della Sardegna, come si chiamavano un tempo quando io le frequentavo.

Terza e ultima osservazione: i diritti e le politiche sociali. Quando si toccano questi temi si finisce per parlare di scuola, salute, previdenza e lavoro, e su questi temi, che sono quelli su cui la coalizione di centrosinistra dovrebbe essere più matura, perché non ammettere - io lo ammetto - un ritardo di elaborazione politica? Per cui l'unica certezza è che sappiamo che sono dei grossi centri di costo, rispetto ai quali dobbiamo mettere ordine, ma noi siamo in ritardo nell'elaborazione di una strategia economica rispetto a questi diritti. Io penso che alcuni indirizzi varati da esponenti della Giunta attuale debbano essere rafforzati, ma bisogna meditarli, approfondirli in un disegno più generale, non solo di settore dell'area socioassistenziale. Io ho paura che noi bonifichiamo i bilanci e non riusciamo a tradurre la nostra cultura solidaristica in risultati altrettanto evidenti. Domani potrebbero dirci: "Avete bonificato il bilancio", ma non ci diranno ciò che mi vorrei sentire dire, cioè che abbiamo aumentato la giustizia sociale, la partecipazione, la democrazia.

Io non sono mai stato con i ricchi, mai, perché penso che non abbiano bisogno di me. Mi piacerebbe che il programma regionale di sviluppo fosse uno strumento che crea nuove occasioni a chi non le ha. Penso che quando la società non produce il reddito necessario per la dignitosa cittadinanza, il reddito di cittadinanza debba essere prodotto dalla politica sulla fiscalità generale. Io in queste cose credo.

Io approvo il DPEF con convinzione per i suoi conti e per gli stimoli che ci fornisce, perché ci mette finalmente di fronte a qualcosa di decisivo, ci fa parlare di cose importanti, proprio in quella parte culturale del DPEF tanto biasimata e che invece io trovo finalmente stimolante su temi che attengono alla nostra responsabilità.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Capelli. Ne ha facoltà.

CAPELLI (U.D.C.). Signor Presidente, Assessori, colleghi, ho trovato molto stimolanti le argomentazioni portate all'attenzione dell'Aula, ad arricchimento del dibattito, dal collega Maninchedda, però dopo aver condiviso la premessa del suo intervento non ho potuto condividerne anche le conclusioni. Nel senso che l'articolo 1 bis della legge 11/83, che norma la contabilità della Regione, dice, alla lettera d), che il DPEF contiene gli obiettivi generali programmatici dello sviluppo regionale, in particolare quelli dell'occupazione, del reddito e del sistema delle infrastrutture e dei servizi alla produzione, e, alla lettera e), gli indirizzi e le priorità delle politiche e delle azioni che saranno perseguite e attuate anche in riferimento alla legislazione da emanare, per il conseguimento degli obiettivi di cui alla lettera d). Di tutto questo il DPEF 2005-2007 non dice niente, non traccia una linea. Il documento che ci è stato presentato è molto vasto nella lettura della condizione economica della Sardegna, nella sua parte narrativa è anche molto interessante, devo dire, ma niente ha a che vedere con la politica di programmazione.

E' un'analisi sicuramente dettagliata, tant'è che ritengo sia condivisibile quanto è stato detto da alcune parti sociali, in modo particolare dai sindacati, e cioè che è un documento molto ampio, ma anche molto dispersivo. Praticamente non si individua la linea politica di questa maggioranza e della Giunta.

Non mi rifaccio a interventi precedenti, quale quello dell'onorevole Uras, che ha fatto un'ampia sottolineatura sulle problematiche inerenti alla legge 37, e non entro nel merito di ciò che è stato detto perché in parte largamente condivisibile. Anche lì si parte da una premessa di condivisione del DPEF, ma poi nell'analisi fredda e critica si vede che la condivisione non è da quelle parti.

Lo trovo carente in diversi aspetti, ma limiterò il mio intervento, anche nel tempo, perché vorrei leggerne alcune parti, ai colleghi che vogliano prestare attenzione, alla Giunta e al Presidente. Premesso che il DPEF non può e non deve essere - e sono d'accordo - un cartello elettorale o un programma elettorale, perché le elezioni sono finite e sono finite per tutti, ora dobbiamo pensare a legiferare e, per quanto vi riguarda, a governare la Sardegna. La discussione del DPEF non può essere una prosecuzione della campagna elettorale, ma io ho assistito in quest'Aula, così come ho letto nel documento, a una denigrazione continua, a volte anche a ragione, devo dire, della politica del passato. I richiami al passato all'interno di questo Documento sono diversi. Noi in Commissione abbiamo detto di concordare sul fatto che bisogna risanare le finanze regionali, condividiamo molte premesse di questo DPEF, però non riusciamo a individuare un metodo per arrivare insieme al raggiungimento degli obiettivi conseguenti con le premesse fatte. Abbiamo affermato, per esempio, che un modo per tagliare le spese è quello di abolire totalmente gli enti regionali inutili e, ahimè, di enti inutili ne abbiamo creato tanti, però nel DPEF non c'è traccia di questa indicazione.

Abbiamo sviluppato in Commissione diverse interlocuzioni che pensavamo potessero portare alla modifica di un indirizzo, o meglio alla ricerca di un indirizzo, di una via da percorrere insieme, che potesse comunque portare al conseguimento degli obiettivi condivisi. Non siamo riusciti a incidere sotto questo punto di vista. L'assenza di emendamenti - almeno per il momento - la dice lunga sul fatto che probabilmente il discutere, il confrontarsi non ha prodotto grandi risultati.

Io avrei proposto un emendamento soppressivo di questo testo, non per grave, pesante critica al Documento, ma perché, come ho sottolineato negli interventi in Commissione, penso che il percorso del DPEF sia obbligato, quasi fastidioso. E' un percorso richiesto dalla legge, ma la discussione sia in Aula, sia in Commissione, pur essendo stata in alcuni momenti molto arricchente, è apparsa e appare come la consumazione di un atto di una commedia di cui noi tutti siamo attori, alcuni principali altri secondari. Per cui c'è un problema di impostazione politica, di sistema che, a mio avviso, non mi stancherò di dire, deve richiamare di più la nostra attenzione e il confronto fra le parti. E' un sistema che non va, perché il DPEF, dopo la vostra approvazione, andrà nel dimenticatoio e si passerà alla finanziaria, vero atto sostanziale della programmazione economica della Regione e fondamentale per l'economia della Sardegna.

Ha detto poc'anzi il collega Maninchedda che la sua attenzione non può essere rivolta ai ricchi, ma è rivolta alle classi deboli. Io credo che in questo il suo pensiero sia totalmente condivisibile, perché noi dobbiamo pensare a rendere più equa, più giusta e più equilibrata la nostra società, e per realizzare un corretto equilibrio sociale è sicuramente necessario perseguire un corretto equilibrio economico. Ma proprio parlando di equilibri mi domando: avete letto nel DPEF quale sia la politica della Giunta sulle aree deboli della Sardegna? Avete individuato un percorso per le cosiddette zone interne, che, ahimè, solo interne non sono, ma si vanno sviluppando, intese come aree in gran parte deboli della Sardegna? Io non ho trovato un riferimento di merito, un obiettivo, un percorso, un metodo che fosse riconducibile alle aree deboli della nostra regione, forse a causa della fretta che si è avuta nella presentazione del documento, una fretta dettata dalla scelta della Giunta di procedere alla discussione in Aula di altri disegni di legge, pur opportuni, ma a mio avviso non prioritari. Erano prioritari sicuramente il DPEF e la finanziaria, che, come avviene ormai da troppo tempo, vengono presentati con largo ritardo.

E' indubbio che stasera, in Commissione, delibereremo l'ennesimo ricorso all'esercizio provvisorio, non so per quanto tempo, dipenderà dalla discussione, dipenderà da quando la Giunta presenterà la finanziaria che ancora, per quanto di mia conoscenza, non è pervenuta all'attenzione della Commissione e del Consiglio. Una finanziaria - mi ricollego a quanto sosteneva il collega Maninchedda, con cui concordo - fondamentale per lo sviluppo della Sardegna, perché la Sardegna, non mi stancherò di ripeterlo, il mondo economico sardo, il mondo sociale sardo, ma è più comprensibile per il mondo sociale che per quello economico, dipende quasi totalmente dalla legge finanziaria regionale. Questo è un dato molto pesante, perché è indice di un sistema economico e produttivo debole. Se Regioni come il Veneto, la Lombardia, il Piemonte, la Toscana o altre non approvassero per tempo la loro legge finanziaria, questa notizia potrebbe passare un giorno nei titoli principali della stampa locale, ma non avrebbe il grosso risalto che invece ha la non approvazione nei tempi della legge finanziaria della Regione sarda.

Questo, appunto, la dice lunga sulla struttura economica e sociale della nostra Isola e la dice lunga anche sul fatto che, essendo una priorità, ci apprestiamo a iniziare il percorso di discussione della finanziaria regionale con l'esame del DPEF. Allora era giusto essere più tempestivi col DPEF, la finanziaria e il bilancio regionale o era giusto, come dite voi, rispettare il vostro programma elettorale, che comunque poteva essere rispettato, ma in termini sicuramente non prioritari, come invece avete voluto, determinando in questo modo un ulteriore ritardo per la finanziaria regionale?

Ecco perché questo testo, a mio avviso, ad una lettura attenta alla ricerca di indicazioni per lo sviluppo e il riequilibrio territoriale e non solo della Regione, non dà risposte. Non dà risposte perché semplicemente percorre percorsi già visti, già letti, già discussi. Ma devo dire che la fretta a volte è una cattiva consigliera. Ricordo che all'inizio della passata legislatura - e questo è il mio unico riferimento al passato in questo intervento - si fece un gran discutere in quest'Aula, fuori di quest'aula, sui media, sulla stampa locale e non solo, per un banale errore fatto dall'allora presidente Pili nel riportare una parte delle dichiarazioni programmatiche di un'altra Regione. Fatto deprecabile questo, ma che a mio avviso, ad una lettura serena e fredda dei tempi andati, si configura semplicemente come un passo falso forse costruito ad arte da qualcuno. Allora mi domando: perché cadete nello stesso errore? Perché, per la fretta, cadete nell'errore di ricopiare atti già visti e discussi? Perché arrivate a proporre in quest'Aula atti che sono già stati scritti da altri, che sono già stati discussi in quest'Aula e quanto meno non cambiate le virgole, le virgolette, i termini, i contenuti di sostanza e di merito? Voi siete stati eletti, parlo della maggioranza attuale, legittimamente dal popolo sardo per un auspicato cambiamento, che forse noi nella passata legislatura non abbiamo né potuto, né saputo portare a compimento. La vostra enunciata voglia di novità, di cambiamento, di rottura netta con il passato non si evidenzia neanche negli atti della Giunta, quando, per esempio, a seguito di ricorsi presentati al Presidente della Regione, non si dà corso ai conseguenti atti che il Presidente dovrebbe adottare a seguito delle relazioni ispettive. Chissà perché sono accantonati da una parte da oltre un mese e il Presidente su quegli atti non si decide ad assumere le determinazioni conseguenti! In altri tempi tutto questo veniva chiamato da voi, in quest'Aula, e non lo dico io, "clientelismo", protezione dei forti a discapito dei deboli. Io parlo di atti, non di sensazioni e non di articoli letti sulla stampa. Ma torniamo al perché voi che dovete cambiare...

FLORIS VINCENZO (D.S.). Accenni…

CAPELLI (U.D.C.). Accenno, perché non è presente il Presidente, quando sarà presente farò nomi, cognomi, numeri di protocollo, esibirò atti, ma tutto questo credo che sarà comunque conseguenza di una interrogazione che sarà presentata e quindi, in quel momento, quando le persone che dovrebbero governare la Sardegna degneranno della loro presenza anche il Consiglio, direttamente potrò proporre le cose.

Se la copiatura è un errore, se la discontinuità da voi dichiarata è la vostra legge prima, vi pregherei di seguire le conclusioni di questo documento, del DPEF. Io le ho numerate, sono nove passaggi che voi dettate nelle vostre conclusioni, li ho numerate da 1 a 9. Come vedete ho il documento in mano e vi leggo il punto 4: "Non deve includere nuovi o maggiori interventi e, nell'eventualità di un loro inserimento, la relativa copertura deve essere necessariamente ricercata nelle risorse previste dalla vigente legislazione. Conseguentemente gli accantonamenti del fondo per nuovi oneri legislativi sono circoscritti a una riserva per il cofinanziamento delle iniziative ammesse a contributo comunitario". Ho cercato di dare anche l'intonazione secondo le virgole e i punti e virgola che sono inseriti nelle conclusioni di questo Documento. Per intenderci, sono la sintesi di obiettivi e indirizzi le conclusioni a cui giungono questa maggioranza e questo Governo regionale per il Documento di programmazione economica e finanziaria.

Vi devo tediare ancora un attimo e leggervi il punto 5: "Le spese di funzionamento devono essere limitate a quelle strettamente legate al soddisfacimento di obbligazioni in essere e a quelle volte a garantire le normali attività amministrative, escludendo quelle finalizzate al soddisfacimento di nuovi e maggiori bisogni. Si presume una flessione delle stesse in misura non inferiore al 10 per cento". Così i punti 6 e 7, ma non vi voglio tediare nel leggervi tutto, con un'unica correzione, che io nel mio testo leggo nel punto 7: "La spesa corrente in genere, ivi compresi i trasferimenti a qualsiasi titolo, devono subire un abbattimento progressivo annuo del 5 per cento." Voi invece nel documento scrivete del 10 per cento, questa è l'unica differenza. Così il punto 8 e così il punto 9. Su questi punti ho fatto delle domande precise in sede di Commissione ai sindacati e sono andato a rivedere le risposte che diedero a suo tempo su quelle domande all'incirca, un anno e mezzo fa, e quelle che hanno dato oggi. Sono le stesse risposte di non condivisione di questi punti. Però, colleghi, quello che vi devo sottolineare, è che io non ho letto il DPEF presentato dalla Giunta, che, come vedete, è perfettamente sovrapponibile; ho letto il DPEF presentato nel 2004-2006, presentato quindi dal nostro Governo, dal nostro Assessore, dal nostro Presidente, nel 2004-2006. Si è fatto un semplice lavoro di copia e incolla, e la parte finale delle conclusioni è esattamente quella che voi avete emendato durante la discussione del precedente DPEF, presentando, a firma dell'onorevole Gian Valerio Sanna, degli emendamenti soppressivi totali. Domando: l'esercizio della copiatura fa parte anche del vostro Governo regionale? Per essere state riportate le parole "undici province", voi avete condannato, sollevato sedie, banchi, poltrone! Avete fatto cadere un progetto politico e ostato all'elezione di un Presidente della Regione a causa di una copiatura criticabile e, con ragione e cognizione di causa, credo di poter parlare di un grande tranello organizzato all'interno di quella maggioranza, voglio precisarlo, per cui non siete voi i responsabili. Ma non è di questo che voglio parlare, non è questo che voglio sottolineare. Quell'episodio appartiene ai nostri panni sporchi, questi sono i vostri panni sporchi, questa è la conclusione di un documento che voi avete ostato, emendato, bocciato nel 2004 e che oggi ci riproponete con un semplice esercizio di copiatura, perché, probabilmente per la fretta e per non prendervi nemmeno il disturbo di parlare in Aula delle leggi che devono governare la Sardegna, vi siete affrettati a utilizzare i nuovi sistemi informatici per copiare e adesso vi apprestate ad approvare le stesse conclusioni, che avevate cercato di ostare e bocciare, espresse dal precedente Governo regionale un anno fa!

PRESIDENTE. Sospendiamo adesso la seduta e quindi gli interventi. I lavori dell'Aula riprenderanno alle ore 16 e 30. Comunico che la Commissione terza è convocata per le ore 16 per l'esame del disegno di legge di autorizzazione all'esercizio provvisorio del bilancio regionale per un periodo di due mesi. Convoco la Conferenza dei Capigruppo per valutare insieme ai Presidenti di Gruppo come procedere.

(La seduta, sospesa alle ore 12 e 38, viene ripresa alle ore 16 e 49.)

PRESIDENTE. Possiamo iniziare i lavori pomeridiani. Proseguiamo la seduta che era stata sospesa.

E' iscritto a parlare il consigliere Bruno. Ne ha facoltà.

BRUNO (Progetto Sardegna). Signor Presidente, signor Assessore, colleghi consiglieri, il Documento di programmazione economica e finanziaria che oggi discutiamo ci permette di approfondire e mettere in evidenza gli obiettivi programmatici e politici che questa maggioranza ha assunto direttamente con i cittadini. Lo facciamo in un contesto non semplice: la Sardegna oggi presenta un divario ampio con le aree più ricche del Paese e dell'Europa, un tasso di disoccupazione del 17 per cento, che raggiunge punte drammatiche per i giovani e per le donne, un basso numero di laureati, alti indici di abbandono scolastico.

Anche la situazione finanziaria della Regione, lo sappiamo, mostra una tendenza negativa. Abbiamo visto, dal DPEF, che tra il 2001 e il 2004 i bilanci di previsione si sono chiusi con autorizzazioni di mutui a pareggio pari in media a 1080 milioni di euro, cioè oltre il 20 per cento delle entrate proprie. La conseguenza di questa accelerazione dello squilibrio di bilancio in presenza di una consolidata lentezza della spesa regionale è stata la rapida crescita del disavanzo che nel 2003 ammontava a 2,9 miliardi di euro. Il crescente ricorso all'indebitamento ci ha portato a uno stock del debito che ha superato il 50 per cento delle entrate correnti della Regione. Dobbiamo dunque rapidamente cambiare prospettiva e farlo con decisione. Il DPEF mostra le scelte di fondo da seguire nella manovra di bilancio: il contenimento del disavanzo, il contenimento della spesa con una tendenza al risanamento finanziario da attuare con la gradualità necessaria per garantire prospettive di sviluppo e di benessere sociale e, ancora, la riqualificazione della spesa stessa e una politica determinata e coraggiosa sul fronte delle nuove entrate.

Nonostante la gravità della situazione siamo ottimisti; siamo ottimisti perché consapevoli dei notevoli margini di miglioramento che vi sono. Si può anche spendere di meno e si può spendere meglio e ottenere di più; si può aumentare di molto la capacità progettuale, abbiamo ancora a disposizione ingenti risorse europee pronte a finanziare buoni progetti e dobbiamo dunque essere in grado di favorire, di incentivare, di coordinare la ricerca e la capacità di progettazione integrata da parte di imprese e istituzioni.

Ma, al di là delle linee generali della manovra di bilancio, questo DPEF esprime scelte di governo ben precise. Conosciamo la vecchia politica che ha separato la fase programmatica della campagna elettorale dall'attuazione pratica di governo. Spesso si è navigato a vista, noi invece vogliamo fare in modo che il programma sia la rotta che ci deve guidare in tutta la legislatura. Con questo DPEF vogliamo inaugurare una nuota stagione di programmazione. Per la prima volta in Sardegna la Giunta regionale si è impegnata a presentare il programma regionale di sviluppo e lo farà entro il primo anno di operatività. Il DPEF diventerà dunque lo strumento annuale di attuazione, di verifica, di rendiconto del programma regionale di sviluppo che contemplerà la pianificazione territoriale e ambientale, il piano agricolo, quello sanitario e sociale, il piano dello sviluppo sostenibile, dell'istruzione e della formazione, dei trasporti, delle acque, dei rifiuti, eccetera. Una programmazione che, come diceva stamattina il collega Maninchedda, non può e non vuole essere centralista. La nuova stagione di programmazione e di sviluppo è già partita con il processo condiviso di elaborazione del piano sanitario regionale e del piano sociale, a testimonianza della scelta di questa coalizione e del suo Presidente di partire dagli ultimi. Una programmazione che ha inaugurato, che ha presentato anche un metodo, un modello, quello del coinvolgimento, della partecipazione nel territorio dei cittadini e di tutti i soggetti interessati. Le politiche sociali sono la nostra priorità. Il DPEF afferma, a pagina 14, che l'intera politica di governo sarà riorientata in funzione degli obiettivi di coesione sociale, il che vuole dire che la politica di governo deve tendere sempre di più alla valorizzazione e alla centralità della persona. Il nuovo piano sociale dovrà allora definire una politica di prevenzione e di lotta al disagio sociale attraverso interventi personalizzati, basati sulla reale conoscenza dei bisogni presenti nella società sarda, mediante una rete integrata di servizi rivolti a tutti e su tutto il territorio regionale. E gli attori sociali - la famiglia, il volontariato, la cooperazione sociale - saranno protagonisti responsabili, unitamente agli enti locali. Sarà responsabilità di questo Consiglio far precedere il piano da una legge quadro che riordini unitariamente il settore adeguando ai nostri territori i principi della legge numero 328 del 2000 e ammodernando la disciplina esistente.

Se, come afferma il DPEF, la Sardegna è affetta da un'emergenza sociale che va oltre le statistiche pur preoccupanti sui livelli di povertà, la risposta di questo Consiglio, spero unanime, deve essere altrettanto decisa. Politiche sociali dunque e politiche del lavoro: il DPEF riprende con forza e rilancia il valore del lavoro, la dignità del lavoro per tutti, le politiche del lavoro che necessitano di nuovi strumenti, di nuove strategie, ma anche di continuità sulla base della verifica dei risultati prodotti dalle politiche attive del lavoro in Sardegna. La nuova definizione degli assetti del sistema regionale del lavoro e i servizi per l'impiego, in discussione in sesta Commissione, avvierà l'organizzazione nei territori di attività decentrate di cui vi è urgente bisogno.

La fase di cambiamento epocale che viviamo ci spinge soprattutto a mettere insieme tutti i soggetti che nel territorio svolgono un ruolo nell'attuazione delle politiche di sviluppo: gli enti locali, l'Agenzia del lavoro, i sindacati, i soggetti della formazione e della rappresentanza, il mondo del credito. Soprattutto i giovani devono essere accompagnati alla scoperta degli strumenti di tipo normativo, finanziario e di supporto tecnico già a loro disposizione, senza dimenticare coloro che, già adulti, hanno perso il lavoro e attendono di essere reinseriti e recuperati in un ruolo attivo, sociale ed economico.

Ma un'altra novità importante presentata in questo DPEF mi sembra avvenga sul piano del metodo: il DPEF presenta una nuova modalità di comunicazione con i cittadini, è un fatto sostanziale. Abbiamo detto in campagna elettorale che non vogliamo una delega in bianco e per far questo la Regione ha deciso di avviare a consultazione sistematica con i cittadini, attraverso un forum permanente, attiverà strumenti interattivi di dialogo, rileverà la soddisfazione dei cittadini utenti e ciò al fine di mantenere un rapporto costante durante tutto il mandato. Far conoscere i programmi, verificarne l'attuazione, formulare proposte e suggerimenti, anche attraverso il sito Internet della Regione, deve diventare la regola per migliorare la democrazia, la regola del dialogo.

L'obiettivo che chiaramente emerge dal DPEF è quello di riformare profondamente la Regione, rendendo trasparente la responsabilità di ogni atto politico e amministrativo, adottando sistemi di valutazione e di monitoraggio seri per ogni euro speso, rendendo poi pubblici i risultati. E' una sfida ardua che questo DPEF presenta con determinazione e con lungimiranza, in linea con la politica di cambiamento annunciata e che vede questa maggioranza unita e responsabile nel raggiungimento degli obiettivi di governo prefissati.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Contu. L'onorevole Contu non è in aula perciò decade. E' iscritto a parlare il consigliere Serra. Ne ha facoltà.

SERRA (Insieme per la Sardegna). Signor Presidente, il Documento di programmazione economica e finanziaria presentato dalla Giunta, e che ci apprestiamo ad approvare, è in linea e in sintonia con il programma di governo di questa maggioranza. Il documento delinea con chiarezza la strategia di sviluppo dell'Esecutivo regionale che questo Consiglio non può non condividere e deve necessariamente apprezzare.

Appare molto ben definito e nitido il quadro delle emergenze, la cui risoluzione rappresenta la grande sfida che questa maggioranza lancia per il prossimo quinquennio. Credo che si possa affermare che questo documento prefigura il nuovo strumento di programmazione di cui la Regione si doterà, cioè il programma regionale di sviluppo che, giustamente, è stato definito bussola politico-programmatica della legislatura. E' proprio di questa bussola che oggi si sente la necessità e il bisogno inderogabile. Finalmente si riprende a parlare di programmazione in termini di piani e quindi di pianificazione. Certo, possono essere fatte osservazioni e mossi dei rilievi a questo modo di procedere, ma io credo che i benefici siano superiori a eventuali scompensi. Forse è corretto pensare e sostenere che programmi e bilanci possono essere presentati e discussi in un'unica sessione del Consiglio, ma ritengo ancora più corretto che questa Regione si debba assolutamente al più presto dotare dei nuovi strumenti di programmazione e gestione delle risorse.

Le discussioni e il dibattito politico di questi mesi, fuori e dentro il Consiglio, l'attività e le audizioni delle Commissioni consiliari hanno messo in luce e in evidenza proprio questa carenza e questo bisogno. Penso, ovviamente, senza entrare qui nel merito, al piano sanitario, a quello energetico, a quello per la salvaguardia dell'assetto idrogeologico e così via. E' vero, oggi la spesa pubblica deve sottostare a procedure e controlli complessi, che spesso rallentano in modo eccessivo l'azione delle pubbliche amministrazioni, ma la risposta a queste difficoltà non può e non deve essere quella che porta e che ha portato finora a navigare a vista. Valga per tutti, a tal proposito, l'esempio della sanità: vent'anni senza un rigoroso piano hanno portato a situazioni veramente al limite del credibile. C'è da quasi tutti i territori e da quasi tutte le Unità sanitarie locali una richiesta di maggiore impegno e maggiori risorse umane e finanziarie e, però, contemporaneamente, una denuncia di sotto utilizzo di strutture, attrezzature e personale. Solo una politica di piano, non dico rigido, ma certamente oltre che leggero molto rigoroso, può avviare a soluzione i problemi che permangono in questo settore e che da troppo tempo ormai vanificano l'azione di tante elevatissime competenze che pure, occorre dirlo, sono presenti nel sistema sanitario sardo.

Il DPEF non elude, per altro, le grandi difficoltà a cui stiamo andando incontro. E qui vorrei fare la mia seconda osservazione che è questa: come si pone il nostro DPEF rispetto alla finanziaria del Governo nazionale? E, più in particolare, quali sono gli elementi di convergenza e di contrasto? E ancora, quali coerenti giudizi diamo noi di questo, cioè del DPEF, e di quella, la finanziaria? Sul fatto che sia indispensabile aprire una vertenza con il Governo perché ci vengano attribuite le entrate che ci spettano per Statuto nella loro interezza, penso alla percentuale di IRPEF, IVA e così via, credo che siamo tutti d'accordo, è detto anche nelle relazioni di minoranza. Ma occorre convergere e agire di conseguenza anche in relazione al fatto che la finanziaria nazionale penalizza e castiga prima di tutto le Regioni e gli enti locali.

Uno dei miei difetti, che conosco e che posso dichiarare pubblicamente, è quello di essere un tantino integralista, vorrei cioè sempre ricondurre ogni ragionamento politico a un'unica logica generale, e in questo senso non è corretto eccedere, ma non si può neppure scindersi e modificare totalmente le proprie opinioni a seconda del luogo in cui ci si trova di volta in volta. Non si può sostenere un governo e la sua azione finanziaria, che, per quanto attiene alle compartecipazioni regionali e alle imposte e tasse sugli affari, mentre aumenta sostanzialmente il gettito mantiene invariata la quota di compartecipazione riducendo così l'aliquota da 9 decimi a 4,5 decimi. E questo mentre si approvano le leggi sulla cosiddetta devolution, brutta parola, che a mio avviso si traduce esclusivamente con maggiori oneri per le Regioni e gli enti locali e minori trasferimenti di risorse. Esemplare, a questo proposito, quanto avviene ancora in relazione alla compartecipazione della Regione con risorse proprie alla spesa sanitaria: si passa da zero fino a tutto il 1989, al 7 per cento del 1990 e via via crescendo fino al 29 per cento attuale. Il concetto è quindi solo questo: mentre il Governo, per ridurre l'imposizione fiscale nei modi che conosciamo (il 55 per cento delle riduzioni riguarda solo il 20 per cento dei contribuenti e quindi i benefici sono solo per le fasce di reddito più elevate cioè, per dirla chiara, per i ricchi) vengono tolti alla sanità 7 miliardi di euro, e la spesa sanitaria in tutte le Regioni, compresa ovviamente la nostra, rappresenta la fetta più consistente del bilancio.

Per tornare, dunque, al passaggio di prima sull'integralismo, ritengo assolutamente indispensabile che questo Consiglio, tutto questo Consiglio, assuma una posizione netta, così come hanno fatto gran parte delle Regioni italiane, contro la finanziaria nazionale e a favore delle autonomie e degli sforzi che anche questa Regione si appresta ad affrontare per rimediare in proprio a storture che derivano da una politica finanziaria nazionale che solo nelle enunciazioni formali è a favore delle autonomie e delle Regioni.

Non credo infine che si possa dissentire quando si sostiene che occorre avviare una politica di bilancio che riduca drasticamente il rapporto debito-entrate correnti che dal 1998 al 2004 si è quasi quadruplicato. E' ambizioso il progetto contenuto nel DPEF relativo all'allargamento della base produttiva e occupativa. La questione della occupazione, è stato detto e ripetuto, rappresenta non un problema ma il problema per la Sardegna. E in questo il DPEF, mentre ripropone al centro dell'interesse questo tema, indica anche con chiarezza l'intenzione di modificare sostanzialmente i metodi di incentivazione. Non basta più, non è corretto sostenere singole categorie produttive, è invece necessario individuare e sostenere filiere produttive e intere aree territoriali. Sì, questo è un progetto ambizioso che chiaramente, per poter essere realizzato, deve vedere coinvolte tutte le forze sociali interessate e in particolar modo i rappresentanti della piccola impresa e dell'artigianato. Con l'approvazione del bilancio si daranno gambe a un programma come questo che racchiude, nelle dieci priorità in cui è diviso, il futuro prossimo della Sardegna.

Nei primissimi mesi successivi all'insediamento di questo Consiglio vennero indicate da più parti l'esigenza e la volontà di fare qualcosa di rivoluzionario, e cioè di riuscire ad approvare il bilancio senza dover ricorrere all'esercizio provvisorio. Alcune urgenze, non dipendenti, almeno in parte, dalla volontà del Consiglio, hanno impedito anche quest'anno il raggiungimento di tale obiettivo. Si può ora comunque caratterizzare qualitativamente il bilancio prevedendo soluzioni e organizzando le risorse disponibili in modo che incidano con efficacia nella risoluzione dei problemi relativi alle citate dieci priorità.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Oscar Cherchi. Ne ha facoltà.

CHERCHI OSCAR (Gruppo Misto). Grazie, signor Presidente. Oggi siamo chiamati ad affrontare uno dei momenti politicamente più alti e importanti di questa Assemblea legislativa. Infatti in Aula approda un tassello fondamentale della vita politica regionale, un documento che, in un modo o nell'altro, nel bene o nel male, segnerà il futuro della nostra Isola e farà storia, farà proprio storia, quella storia che ha già segnato nel mese di giugno l'elezione del presidente Soru come capo dell'Assemblea regionale, quindi della Giunta regionale sarda.

Oggi, in quest'Aula, ci viene offerta l'opportunità di incidere profondamente sull'economia e sulla società sarda. Abbiamo l'occasione di riscrivere la storia dando una svolta e imprimere così la nostra impronta, lasciare il nostro segno insomma. A nessuno deve sfuggire a quali responsabilità siamo chiamati: non a noi consiglieri, che siamo chiamati a votare il Documento, non alla Giunta che ha il compito di guidare questa delicata fase di governo della Sardegna. In Aula ci accingiamo a delineare le linee di sviluppo sulle quali si dovrà muovere la nostra terra nei prossimi anni.

La discussione quindi del DPEF, del documento di programmazione economica e finanziaria per il periodo 2005-2007, costituisce quindi un'occasione importantissima di rilancio dell'economia dell'Isola, ma può anche rappresentare l'ennesima occasione persa. Il Documento di programmazione economica e finanziaria deve addirittura proporre una visione integrata dello sviluppo, anticipando il programma regionale di sviluppo che, come avete promesso e come vi siete impegnati pubblicamente a fare, sarà varato entro i prossimi dodici mesi.

Le aspettative riposte in questo programma sono dunque notevoli, tuttavia sin da ora mi sembra che molte siano destinate a rimanere tali alimentando le delusioni di molti. Fin dalle prime pagine, infatti, ho potuto apprezzare una lunga e dettagliata lezione di economia, una dotta esposizione di concetti accademici. Ho avuto la sensazione di avere tra le mani una dispensa universitaria, e chi ha studiato all'università sa perfettamente quanto tali dispense siano a volte noiose e difficili da studiare e soprattutto da digerire. In realtà è interessante e stimolante, ma pur sempre una lezione dal sapore eccessivamente accademico, tale da richiamare alla mente le sudate carte di leopardiana memoria. Un documento comunque tecnico e poco snello, che non ha soddisfatto tanti interrogativi. Da tradizionale strumento operativo, quale deve essere, il DPEF è stato trasformato in uno strumento programmatico che, come si legge nel documento stesso, ha il carattere di atto propedeutico a un futuro progetto regionale di sviluppo.

Nonostante questo progetto non abbia ancora visto la luce, voi indicate gli indirizzi strategici, il quadro degli interventi e addirittura quello delle risorse come giustamente deve essere. Un vero plauso, quindi, per la capacità di programmazione, per le scelte di medio e lungo periodo, ma credo che sarebbe stato più opportuno presentare un documento maggiormente sintetico e mirato verso alcuni obiettivi particolari. Soprattutto, mi permetta, Assessore, per leggere quelle 131 pagine, si sono impiegate molte ore, anche perché bisognava digerirne il contenuto.

Il quadro - quadro inteso naturalmente come un dipinto - del DPEF non suscita quindi ottimismo: si usano tinte forti si usano tinte forti e su tutte domina il rosso, quel rosso che poi in effetti è il denaro, il denaro che è poi l'assente di lusso nelle casse della Regione. Lo dicono i numeri: il disavanzo d'amministrazione è di circa 4 miliardi di euro, quindi la situazione a questo punto è gravissima, così perlomeno se ne deduce. Le finanze e i conti regionali sono andati a rotoli negli ultimi quattro anni; a partire dal 2001 quindi le cose sono peggiorate progressivamente in maniera quasi irrimediabile. Questa è una sua dichiarazione che già tempo fa avevo sottolineato, all'interno di una intervista lei stesso individua questo progressivo peggioramento e l'irrimediabile situazione della Regione Sardegna per quanto riguarda deficit. Quel deficit, ovviamente, esisteva anche allora ed è una patologia che ci portiamo dietro da molti anni. Ma quel 2001 è diventato uno spartiacque tra due periodi e tra due diversi modi di fare politica e di amministrare. Nel 1999 il disavanzo si aggirava intorno a 1 miliardo e 700 milioni di euro, una cifra che detta così e vista così è decisamente inferiore a quella sulla quale ci stiamo confrontando oggi, quindi un motivo su questo ci sarà e qualcuno avrà delle responsabilità, così come accade quando qualcosa non va o perlomeno qualcosa deve essere giustificato. Bisognerebbe domandare cosa sia accaduto a chi ci ha preceduto, lasciandoci in eredità un pesantissimo fardello.

Ora per tutti è arrivato il momento delle scelte. La situazione è tanto grave da non lasciare troppi spazi di manovra. Una cosa però è certa: dobbiamo dare un taglio a un certo tipo di spesa evitando gli sperperi, quindi possiamo dire a voce alta che è finito il tempo delle spese allegre. Qualcuno ci rimarrà male, ma questa deve essere una rivoluzione copernicana della politica e dell'amministrazione della cosa pubblica, perché questo in effetti voi avete promesso durante la campagna elettorale.

Bisogna pensare a una trasformazione radicale nella programmazione delle spese e delle entrate, a un netto capovolgimento delle pratiche passate che non dovranno penalizzare le fasce deboli e i settori più sensibili alla programmazione regionale. Perché si è arrivati a una situazione finanziaria tanto grave? La risposta è quasi banale: si è speso molto e si è speso male. Abbiamo un indebitamento cronico e permanente, sono stati assunti impegni di spesa mediamente superiori al 20 per cento delle entrate e i debiti dal 2001 hanno avuto una impennata pari addirittura al 162 per cento all'anno. Tutto questo ha portato a una grave e pericolosa perdita di competitività non soltanto a livello europeo, ma anche rispetto alle altre regioni italiane, comprese quelle delle Mezzogiorno. Continuiamo drammaticamente a essere il fanalino di coda, mancano le condizioni di competitività per le nostre imprese e per i nostri prodotti. E poi ancora l'industria, che stenta a decollare, per non dire per ultimo il turismo, che dovrebbe essere il volano di tutta l'economia sarda, in realtà lo è soltanto per alcune zone della Sardegna, ma non è esteso su tutto il nostro territorio. La stessa Confindustria ha sottolineato come le nostre imprese siano affette da nanismo: il loro numero cresce, ma hanno sempre meno dipendenti, quasi un paradosso che la dice lunga sullo stato critico dell'industria isolana. La flessione è testimoniata da una crescita del PIL quasi impercettibile. E' necessario cambiare rotta, compiere degli sforzi concreti nella politica delle incentivazioni.

All'interno del DPEF, la Giunta indica delle priorità e dà degli indirizzi strategici precisi, possiamo dire che ha anche pensato in grande preventivando almeno teoricamente di riuscire entro il 2010 a raggiungere una crescita economica pari a circa il 3 per cento, un tasso di occupazione vicino al 70 per cento e un tasso di partecipazione delle donne al lavoro superiore al 60 per cento. Qui bisogna dire che sono aspirazioni e ambizioni più che legittime e che sicuramente noi condividiamo, ma sono obiettivi raggiungibili? Siamo sicuri che questi obiettivi verranno realmente raggiunti e che nel 2010 voi potrete dire: "Ce l'abbiamo fatta, ci siamo riusciti"?

Per sostenere la ripresa e garantire la capacità di programmazione è necessario che la Regione abbia di nuovo il controllo delle risorse finanziarie. Si deve lavorare sul fronte delle entrate per ottenere dal Governo il 70 per cento dell'IRPEF prelevata ai sardi, tra l'altro così in effetti è previsto nel nostro Statuto, ed una quota adeguata dell'IVA. Le altre Regioni a statuto speciale ricevono l'80 per certo, noi ci fermiamo addirittura al 22 per cento. E' indispensabile che la Sardegna faccia valere i suoi diritti davanti al Governo centrale, dobbiamo far valere la nostra identità di nazione sarda, non possiamo e non dobbiamo più permettere di essere bistrattati nemmeno dal Governo di Roma.

Perché esistono queste differenze rispetto alle altre Regioni a statuto speciale? Perché noi abbiamo questa differenza? Io credo che la disparità sul recupero dei trasferimenti dell'IVA e dell'IRPEF debbano in qualche modo essere chiariti subito. Bisogna sicuramente pareggiare i conti perché ne va del nostro futuro. E allora occorre eliminare il vero motivo all'origine di questa differenza di trattamento; troppo spesso siamo stati divisi e addirittura dei separati in casa. Abbattiamo, dunque, questa predisposizione verso la divisione, una caratteristica insita nel nostro DNA, che ci impedisce di basare la nostra politica sul sentimento e sulla devozione per la nostra terra e i nostri concittadini. Abbattiamo questo muro, cancelliamo il colore delle nostre maglie, lavoriamo uniti e il traguardo sarà raggiunto.

Poi c'è anche il versante delle spese. Credo che l'obiettivo sia riuscire ad arrivare a una netta riduzione recuperando ogni anno, per tre anni, almeno 1 miliardo di euro, questo è quello che si propone. Purtroppo i soldi sono i veri latitanti. E allora si rischia di toccare il fondo, addirittura in quest'ultima fase lo si è anche raschiato. Si tentano tutte le strade possibili alla ricerca di risorse fresche, così si affaccia anche l'ipotesi di mettere in vendita i gioielli di famiglia, come titolava qualche tempo fa un quotidiano locale: verificare il patrimonio immobiliare della Regione, dismettere i beni non strategici attraverso la cosiddetta cartolarizzazione per trasformare in titoli e denaro un patrimonio inutilizzato o sfruttato male.

La Giunta, con una precisione degna dei migliori certosini, cerca di eliminare i residui passivi, le somme impegnate e non spese. Tra le altre priorità c'è la riforma della Regione, con una nuova organizzazione interna e un decentramento degli enti locali. Mi pare altrettanto indispensabile un'azione urgente per l'istruzione e la formazione professionale. I dati sul numero bassissimo dei laureati (addirittura solo il 10 per cento della popolazione attiva è in possesso della laurea), dei diplomati (siamo la regione con il più alto numero di giovani che non conseguono il diploma di scuola superiore), per non parlare delle figure professionali qualificate, non ci fanno certo onore. Abbiamo una forza lavoro tra le meno qualificate d'Europa, addirittura più indietro rispetto ai paesi dell'Est europeo. Quindi questo è un quadro allarmante e rappresenta un aspetto su cui bisogna investire e puntare per il futuro, importante quanto lo sviluppo del turismo sostenibile o l'internazionalizzazione con gli aumenti dei livelli di esportazione e su cui ancora c'è tanta strada da fare.

Ora, la Giunta intende potenziare la cultura e la capacità tecnica d'impresa attraverso l'erogazione di servizi reali dando spazio a nuove imprese. Il vostro documento in maniera estremamente minuziosa affronta e spulcia tantissimi aspetti. Il presidente Soru e gli Assessori hanno volato alto, puntano sulle risorse interne dell'Isola, che deve imparare a generare ricchezza, considerando gli stanziamenti europei e statali come un supporto o un contributo allo sviluppo e non come una mera forma di assistenzialismo. Sono pienamente d'accordo, rimbocchiamoci le maniche e diamoci da fare, ma rimane più di una perplessità: manca un piano sanitario, un piano energetico, del turismo e di assetto del territorio, e questi vanno fatti nel più breve tempo possibile. Lo ammette lo stesso assessore Francesco Pigliaru nel suo DPEF.

E allora, forse, come ho già avuto modo di sottolineare, sarebbe stato opportuno soffermarsi maggiormente su questi temi, indicando e specificando meglio le soluzioni. Un esempio: si parla di sviluppo sostenibile, ma non si sa cosa si voglia fare in questa direzione. Ambiente, ricerca e sviluppo sono tre capisaldi del nostro progetto nazionalitario sardo; noi siamo convinti che l'ambiente possa rappresentare davvero il volano della nostra economia, ben consapevoli che ci troviamo di fronte a un patrimonio ricco e unico, un patrimonio che non è infinito e che perciò va tutelato e salvaguardato. Ecco perché anche i processi di sviluppo economico devono essere sempre pensati in un'ottica di compatibilità con l'ambiente. E ancora, sul fronte della conoscenza e dell'istruzione è necessario il massimo impegno per valorizzare le risorse umane senza perdere di vista la nostra identità di sardi, e quindi difesa della nostra lingua, delle nostre tradizioni che la racchiudono e che ci consentiranno di essere ancora più competitivi, valorizzando quella particolarità che sarà la nostra vera ricchezza, sarà la nostra marcia in più.

La politica industriale e la politica energetica vanno ripensate e adattate alle nuove esigenze; vanno create le infrastrutture per la produzione e il trasporto dell'energia. Perché, ad esempio, non varare un programma di incentivi regionali per stimolare l'utilizzo dell'energia solare? Diminuirebbe la richiesta di energia termoelettrica e si creerebbero nuovi posti di lavoro. Contemporaneamente è indispensabile puntare sulla metanizzazione e su altre fonti energetiche alternative. La competitività sarda in ambito europeo e mediterraneo dovrà passare necessariamente da queste tappe: rilancio delle strutture economiche, della piccola e media impresa, dell'artigianato, del commercio e da ultimo, ma non certo per importanza, del turismo. Solo così, forse, riusciremo davvero a mettere le ali alle radici della nostra identità, così come recita il nostro progetto nazionalitario, e ad affermarci e diventare realmente e finalmente uno dei centri strategici del Mediterraneo e - perché no? - anche d'Europa.

Certo, non bastano i progetti sulla carta, servono fatti e risultati a breve scadenza. La gente ha sete di riscatto e bisogna dare risposte concrete cercando il coinvolgimento dei cittadini e delle parti sociali. Questo aspetto è stato trascurato e questo è un fatto negativo; sappiamo bene quanto i confronti possano arricchire e rivelarsi produttivi. I dubbi restano, anche se si devono apprezzare gli intenti racchiusi in questo documento di programmazione. Non si può, infatti, evitare di manifestare preoccupazione e perplessità; tutto ciò che si vuole realizzare corre il rischio di essere compromesso dai limiti e dalle ristrettezze finanziarie. Se così fosse ci troveremmo di fronte a un lungo elenco di buone intenzioni, il classico libro dei sogni destinato a rimanere soltanto un'idea e a non vedere la luce. Preoccupazione più che fondata, ma che non deve essere così insistente da tarpare le ali al vostro progetto.

Avete quindi degli obiettivi ben precisi, entro l'anno prossimo ci porterete il programma regionale di sviluppo e fino ad allora forse è opportuno attendere. Viviamo questo momento come una tappa fondamentale ma pur sempre una tappa, quella di transizione, che sarà superata dal nuovo programma. Quello sarà il vero banco di prova in occasione del quale non si potranno fare sconti. Quindi con pazienza e fiducia noi aspettiamo. Nulla impedisce che questa sia la strada giusta per dare una svolta radicale alla storia del nostro paese. E' importante crederci. Sarà fondamentale che tutti insieme, lasciando da parte gli schieramenti e le bandiere, collaboriamo per dare un'impronta indelebile a un riscatto che la Sardegna da tempo aspetta e sinceramente da tempo merita.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Rassu. Ne ha facoltà.

RASSU (F.I.). Signor Presidente, Assessore, colleghi, tenterò di essere breve e come al solito faccio il mio intervento a braccio, cercando di individuare quelli che a mio parere sono i punti salienti del Documento di programmazione economica e finanziaria e i punti, se non criticabili, attaccabili da parte della opposizione.

All'opposizione spetta, giustamente, il compito di individuare quelle che possono essere le manchevolezze, le lacune, e anche di avanzare proposte diverse in relazione a un documento così importante come il DPEF. Già durante i lavori in Commissione io ho espresso il mio parere moderato, ma contrario a questo Documento, che, benché inizi con una enunciazione secondo la quale rappresenta l'avvio di profondi mutamenti sia nel metodo che negli strumenti che saranno adottati per lo sviluppo socioeconomico della nostra Isola, vuoi perché redatto subito dopo una campagna elettorale particolare, che ha dato sbocco a un tipo di governo diverso, vuoi perché, giustamente, deve riportare quanto durante la campagna elettorale è stato detto e promesso, a mio parere - ma non solo a mio parere - denota tutta l'influenza della vicina campagna elettorale e mostra anche, come strumento di programmazione economica e finanziaria, molte lacune.

Come ho detto in Commissione, siamo di fronte a un Documento di transitorietà, solo ed esclusivamente di transitorietà, che si limita, in molti casi, a enunciare le cause del nostro ritardo economico e sociale e quello che può essere fatto, chiaramente senza indicare alcuna strategia per raggiungere gli obiettivi previsti. Il Documento, a mio parere, è incentrato - ed è anche giusto che sia così -non tanto sulle cause, quanto sul grave indebitamento rispetto alla situazione finanziaria ed economica della Regione e sulle possibili soluzioni per ridurne l'entità. Niente da obiettare su questo, la prima cosa da fare in un qualsiasi bilancio è il risanamento del debito, per poter poi programmare lo sviluppo socioeconomico futuro. Questo è pur vero e nessuno può obiettare se si farà una politica di rigore volta al contenimento della spesa, però, da qui a dire che questo Governo sarà completamente diverso dai precedenti ce ne corre!

Nello scorrere il resto del Documento si vede che ben poco - e il collega Capelli stamattina ne ha dato un esempio - cambia per quanto riguarda l'individuazione delle problematiche socioeconomiche e di quelle che possono essere le strategie per affrontarle. Metodi e strategie, ecco dove effettivamente il documento è carente. Di questo io non ne faccio assolutamente colpa a nessuno, perché, come ho detto poc'anzi, essendo stato redatto subito dopo le elezioni questo è un documento di transitorietà, che non può contenere tutte le strategie nell'immediato, anche perché di occasioni per valutarle ce ne sono state poche. Anche in questa legislatura, manco a farlo apposta, si è iniziato con lo stanziamento di risorse per far fronte prima a un'alluvione, poi a un terremoto; speriamo di non continuare così, altrimenti anche questa legislatura, come la precedente, sarà caratterizzata dallo stanziamento di risorse per affrontare le sette Piaghe d'Egitto!

Bene, se è vero, come è vero, che ci deve essere una politica di rigore volta al contenimento del debito, questo obiettivo deve essere conseguito gradualmente nel tempo e comunque sia senza interferire con le politiche di sviluppo, le politiche del lavoro, le politiche sociali. E' un punto che mi preoccupa un po', perché il Documento accenna, sì, a determinate politiche, ma non si sofferma, per esempio, su ciò che si vuole effettivamente fare per la piccola e media impresa. C'è poca trasparenza nel trattare questo argomento, così come si procede molto speditamente (tre righe striminzite!) con le politiche per il lavoro.

Un aspetto positivo credo che riguardi senz'altro la previsione del programma regionale di sviluppo. Credo che si rimandi la definizione di una strategia vera di intervento settoriale al programma regionale di sviluppo e quindi il DPEF, come ha ben detto il collega che mi ha preceduto, è propedeutico al programma stesso. Ma allora avrei preferito, parlo a titolo personale, un documento snello, molto più snello, meno enunciativo e che rimandasse proprio al programma regionale di sviluppo, che chiaramente non deve essere predisposto dalla sola maggioranza, ma deve essere il risultato di una concertazione tra tutte le forze politiche presenti in quest'Aula e le rappresentanze sociali, perché si tratta di uno strumento di programmazione essenziale, così come lo definisce lo stesso DPEF. Questo documento quindi sarebbe dovuto essere più snello, programmatico sì nelle sue enunciazioni, ma molto più lineare.

Ora, volendo identificare la strategia di sviluppo, diciamo che nel capitolo 1.1, a pagina 9, in dieci righe è racchiuso l'obiettivo della Regione, che si rifà praticamente e pedissequamente alle enunciazioni del Consiglio europeo di Goteborg, e si prefigge di raggiungere entro il 2010 determinati risultati economici affinché la Sardegna possa essere in linea con le altre regioni europee. Io questo me lo auguro sinceramente, ce lo auguriamo tutti di cuore, però oggi la Sardegna - non certamente a causa del Governo degli ultimi cinque anni - si colloca al 252° posto tra le regioni europee, così come cita il DPEF stesso, per il livello di istruzione, addirittura siamo sorpassati dai paesi entranti dell'Est europeo. Sappiamo perfettamente che la ricchezza e l'economia di un popolo, di una nazione o di una regione è strettamente legata al suo livello culturale: più si è ignoranti meno si va avanti. Non possiamo negare che la nostra Regione risenta di un condizionamento estremo derivante da un sistema economico chiuso, da una rigidità estrema della domanda. Perché? Perché purtroppo i nostri imprenditori, abbandonati a sé stessi, non in questi ultimi cinque anni, bensì negli ultimi trent'anni, poiché si è puntato - lo rimarca anche il DPEF - sulla grande industria, che comunque ha trascinato un indotto enorme, solo in alcuni casi, oppure in casi abbastanza contenuti e sporadici hanno imparato a fare impresa. Io non do la colpa tanto all'imprenditore quanto al sistema, che non si è evoluto negli ultimi vent'anni, in quanto non si è incentivata l'esportazione. Qui do ragione al redattore del DPEF, ma lei mi insegna che per promuovere l'esportazione è necessario produrre. Ma è necessario produrre che cosa? Prodotti innovativi e competitivi per qualità e tecnologia.

Tutto questo non è avvenuto in questi ultimi venti o trent'anni, per cui oggi ci troviamo con un sistema chiuso e una domanda rigida, che condizionano e non poco l'economia della Sardegna. Anzi io sono pronto ad affermare che è proprio questo che condiziona la nostra economia. Lo sciopero dei pastori di questi giorni ne è una dimostrazione evidente. Perché non si riesce a esportare? Perché non si è diversificata la produzione, perché non si è pensato, negli ultimi trent'anni (nei cinque anni della scorsa legislatura non si sono potuti fare i miracoli, come non li farà questo Governo), che a concedere finanziamenti a pioggia a tutti e per tutto, anziché dare indirizzi certi, strutturali all'economia agropastorale, così come è avvenuto in altri settori produttivi, favorendo così quella competitività, quella dinamicità della domanda che avrebbe consentito ai nostri prodotti di uscire dai confini della Sardegna.

Questo è un grosso handicap legato all'individualità della nostra impresa e crea povertà in Sardegna. E quindi qual è la strategia - sinceramente, a mio avviso, non la si intravede - che questo Governo regionale propone nell'immediato per uscire da questo gap negativo? Nel leggere la parte del DPEF relativa all'impresa parrebbe che d'ora in avanti le incentivazioni in conto capitale possano anche sparire. Io personalmente potrei essere d'accordo, ma è un qualcosa su cui bisogna riflettere molto attentamente, perché i contributi in conto capitale, almeno fino a oggi (vedasi la legge 51), hanno consentito, seppure in minima parte, la capitalizzazione delle imprese.

Quando si dice che bisogna assolutamente individuare e incentivare le imprese che abbiano capacità di innovazione, che sappiano davvero fare impresa, sono perfettamente d'accordo, ma è necessario anche dare uno sguardo alla piccola e microimpresa all'inizio dell'attività, dato il sistema economico vigente in Sardegna e la debolezza di una struttura economica non legata da quell'humus esistente in altre regioni d'Italia, come quelle del Nord-Est. Dato l'individualismo e i tanti gap negativi che la nostra impresa si porta dietro da decenni, io dico che anche l'intervento in conto capitale, e non solo quello in conto interessi, sulla piccola e microimpresa fa impresa, cioè favorisce lo sviluppo delle imprese. Abbiamo avuto l'esempio della nascita, in questi ultimi due, tre anni, di cinquemila nuove imprese che hanno superato il periodo di mortalità che ha riguardato quattromila vecchie imprese, ma è l'incentivazione del contributo in conto capitale, credetemi, lo dico da addetto ai lavori, che ha permesso questo. Credo che occorra puntare sull'agroalimentare e sull'agroindustria, sulla politica d'innovazione delle imprese. In merito a questo si legge poco nel DPEF, che assolutamente non contiene riferimenti all'emergenza attuale. Stiamo attraversando un periodo eccezionale, c'è uno stato di emergenza che è forse il più grave dal dopoguerra ad oggi, non solo in Sardegna. Questo è il frutto, chiaramente, della globalizzazione: il nostro mercato non è in grado di reggere un impatto del genere; i mercati nazionale, internazionale e sardo subiscono l'influenza delle imprese preparate, delle imprese forti provenienti da sistemi economici più strutturati del nostro. Le nostre imprese non sono in grado di far fronte a tutto questo, non per colpa loro, ma a causa di quel sistema economico chiuso a cui accennavo poc'anzi.

Ecco, nel DPEF non c'è un accenno a questa emergenza. Purtroppo non possiamo programmare solo per il medio e lungo termine, ma dobbiamo distinguere due fasi: la fase emergenziale e quella a medio e lungo termine, per la quale si prospettano le soluzioni. Ecco quindi le strategie: si va un po' leggeri sulla cultura, si fanno delle enunciazioni, come ad esempio per quanto riguarda l'energia. Non si può dire: "No all'eolico". Io dico no all'eolico selvaggio, dico no all'eolico sulle nostre montagne, ma se l'eolico è energia pulita, laddove può avere un impatto ambientale leggero e non devastante, al contrario di quanto è successo in determinati casi, è necessario insediarlo e sfruttarlo, assieme all'energia solare e alla metanizzazione, certamente. La metanizzazione sarà il nostro futuro, ma nell'immediato noi sappiamo che in Sardegna, nei due poli energetici di Portovesme e Porto Torres si producono oltre 1500 megawatt: noi ne utilizziamo 900, gli altri chiaramente vengono esportati. Se qui non arriva in breve tempo il cosiddetto Sapei, il cavo Sardegna-Continente, anche queste industrie energetiche, "dolente o nolente", entreranno in crisi, visto che non si vuole utilizzare il carbone, perché qui qualsiasi cosa ormai è diventata inquinante, inaccessibile e inutilizzabile. Qui non si ha il coraggio di affrontare effettivamente le cose come stanno. Abbiamo visto che vi sono centrali di gassificazione dove l'emissione di CO2 nell'atmosfera è molto al di sotto delle emissioni prodotte attualmente in Sardegna dalle industrie energivore. Se noi utilizziamo il carbone prodotto in altre regioni europee che esportano energia, sono del parere che possiamo utilizzare il carbone del Sulcis, anche perché in tal modo si dà una risposta ai lavoratori di quel territorio, che da dieci anni a questa parte soffrono una crisi di lavoro sino ad oggi irreversibile. Ma identifichiamo il Sapei: si tratta di un cavo per il trasporto di energia elettrica tra la Sardegna e la Penisola italiana. Costituirà un apporto di energia indispensabile per la Sardegna, ma, attenzione, dovrà passare per forza dal polo del Nord Sardegna, da Porto Torres, per poi scendere fino a Portovesme. Guai se succedesse il contrario, vorrebbe dire mandare a casa mille lavoratori a Porto Torres e spendere il doppio di quello che si spenderebbe portando il cavo da Latina a Porto Torres.

Ecco io sono entrato in alcuni casi nello specifico, ma mi rendo perfettamente conto che questo Documento, per come è nato in questi mesi, non poteva scendere nello specifico. Non si dica, però, che si tratta di un DPEF completamente diverso dagli altri, innovativo, che dà l'avvio a profondi mutamenti, perché questo non è vero. Ecco perché ho detto poc'anzi che lo giudico un documento transitorio, nato dall'emergenza, che non poteva assolutamente, in questo breve periodo, essere formulato individuando in modo chiaro le strategie atte a sopperire a quelli che sono i gap negativi della nostra economia.

Se poi andiamo all'ultima pagina, troviamo i famosi nove punti sulla base dei quali dovrà essere impostata la manovra di bilancio. Come ho detto poc'anzi ci fermiamo a quello che è il contenimento della spesa, un provvedimento utile, necessario, indispensabile e basilare per il prossimo futuro e per lo sviluppo, ma la manovra di bilancio non può assolutamente fermarsi a questo. Quindi, se il DPEF doveva essere propedeutico al programma regionale di sviluppo, avrebbe dovuto indicare le linee, le strategie rivenienti da un'analisi seria dei dati della nostra economia. Solo così poteva costituire un vero documento di programmazione, come invece credo lo sarà, oltre alla finanziaria, il prossimo programma regionale di sviluppo.

Ho voluto accennare a quelli che, a mio parere, sono i punti forti e quelli deboli di questo Documento, che individua le cause effettive del nostro sottosviluppo, però non dà certezze in merito alle strategie idonee a sopperire a questo stato di cose.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Silvio Cherchi. Ne ha facoltà.

CHERCHI SILVIO (D.S.). Signor Presidente, anche se la tensione sul DPEF sembra un po' caduta, credo che il giudizio che si può dare sia che si tratta di un documento sobrio e onesto. Vengono riconosciuti gli stessi limiti di uno strumento in passato spesso esaltato più del necessario. Io concordo sul fatto che tante sono le variabili non in mano al Governo regionale che impediscono di poter prevedere e programmare i dati macroeconomici sulla società sarda. Il Documento è onesto proprio perché non nasconde le difficoltà innanzitutto finanziarie. Su questi problemi poi tornerò.

Certo, paragonato ad alcuni DPEF che abbiamo conosciuto nel passato forse non è altrettanto pirotecnico, però credo che questo non sia un giudizio negativo. Credo che questa sobrietà e questa onestà non gli impedisca e non impedisce di confermare e delineare le più importanti ipotesi di lavoro per una legislatura davvero costituente, come da più parti è stato sottolineato, anche dai banchi della minoranza. Forse non saremo d'accordo su tutto - ho sentito alcuni accenni degli amici sardisti - ma sicuramente ci sarà la possibilità di un confronto alto su questi problemi.

Dicevo che questo non impedisce di confermare le linee ambiziose del programma di questa Giunta e di questa maggioranza. Un'ambizione, mi rivolgo al Presidente della Commissione e all'assessore Pigliaru, che però non poggia soltanto sulla novità istituzionale, spero che poggi anche e soprattutto sul programma innovativo e sulla forte coesione del centrosinistra. Non credo che sia dovuto soltanto a un fatto di ingegneria costituzionale. Abbiamo l'esempio di altri Governi, penso a quello nazionale, che ha numeri sconosciuti in passato nel Parlamento italiano, ma nonostante questa forma di stabilità non sta certo dando prova né di efficacia né di incisività.

Ma due questioni voglio toccare: una è quella che riguarda il programma regionale di sviluppo. Credo che sia uno strumento utile, che completa le carenze di questi ultimi anni, diversi anni rispetto a un'ipotesi di certezza di programmazione e di agilità di programmazione. Su questo voglio solo sottolineare una cosa, sapendo che sono condivise dalla Giunta, ma quando ne parleremo ci torneremo tutti: è chiaro che quella che ci troviamo davanti è una realtà frammentata, venata di campanilismo, spesso frazionata, che può portare a tentazioni dirigistiche, però sappiamo che per uscire dalla crisi e per superare le storiche arretratezze abbiamo bisogno di una nuova stagione di protagonismo di tutti gli attori. Il programma regionale di sviluppo deve essere in grado non di attenuare, ma di stimolare ed esaltare l'autonomia progettuale del sistema, sia degli enti locali che delle forze sociali. Ma faccio un esempio, insomma, giusto per intenderci: si parla di piano di assetto territoriale, mi chiedo se può prescindere dal lavoro fatto dalle Province, da quelle attuali, o dal lavoro che verrà fatto dalle prossime, questo anche in coerenza con le riforme che abbiamo annunciato. Penso, quando parliamo di queste cose, che dobbiamo parlare di compito di indirizzo della Regione e di coordinamento del lavoro fatto dalle autonomie locali o da fare. Credo che lo spirito delle cose presentateci dall'Assessore corrisponda a questo, non è questa la sede per definirle, però io credo che una grande attenzione a questo vada dedicata.

L'altro problema sul quale voglio soffermarmi è quello della politica finanziaria della Regione. E' chiaro che la grave situazione della finanza regionale e la prospettiva di un suo ulteriore peggioramento impongono l'adozione, in tempi rapidi, di un'organica politica finanziaria della Regione, orientata al risanamento del bilancio, alla realizzazione di un'effettiva autonomia finanziaria e al coordinamento dell'intervento della finanza con quello delle risorse pubbliche.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE PAOLO FADDA

(Segue CHERCHI SILVIO.) Le cause sono note, sono citate nel DPEF, e nei diversi interventi svolti in questi mesi si è parlato del preoccupante stato della finanza regionale. Credo, però, non per voler fare le Cassandre, che vada anche fatta qualche ripetizione sul rischio di un ulteriore peggioramento della finanza regionale, in relazione intanto alle previsioni sfavorevoli sull'andamento dell'economia, all'uscita della Sardegna a partire dal 2007 dall'Obiettivo 1 dei fondi strutturali europei e alla conseguente riduzione delle risorse comunitarie destinate all'Isola. E in particolare al testo della modifica della parte seconda della Costituzione, che prevede l'attribuzione alle Regioni della potestà legislativa esclusiva nelle materie concernenti l'organizzazione del sistema sanitario e di quello scolastico, oltre che la polizia amministrativa, regionale e locale, affidandone il finanziamento principalmente alla capacità fiscale dei territori interessati. Il provvedimento in questione non è accompagnato da una stima degli oneri relativi alle materie trasferite, rimanda nel tempo (entro i prossimi cinque anni) la puntuale individuazione dei beni e delle risorse da trasferire alla Regione e agli enti locali per garantire l'effettivo esercizio delle rispettive funzioni e competenze. La devolution rischia non solo di accrescere le sperequazioni a danno delle Regioni, deboli nel campo dei diritti fondamentali dei cittadini, ma introduce nuovi motivi di preoccupazione circa la congruità e la certezza della finanza regionale. Quindi il risanamento del bilancio è una questione non più procrastinabile, deve procedere all'avvio di una nuova politica finanziaria regionale e deve essere perseguito con ferma determinazione. Sono chiari gli aspetti nel DPEF del risanamento, che condivido, in particolare sulla sua gradualità, ma deve essere altrettanto chiaro - e forse nei prossimi tempi sarà necessario irrobustire quest'aspetto con una scelta forse un tantino più organica - che la prospettiva di una nuova fase dello sviluppo economico e sociale dell'Isola dipende in considerevole misura dalle capacità finanziarie del sistema Sardegna. Perciò la politica finanziaria della Regione deve avere carattere di organicità e deve essere rivolta a garantire risorse autonome, certe e congrue al bilancio regionale, e contestualmente a contribuire direttamente e indirettamente al rafforzamento finanziario delle autonomie locali e a favorire la mobilitazione delle risorse private. A tal fine credo che proprio del programma regionale di sviluppo la politica finanziaria della Regione debba costituire parte integrante, quale strumento di indirizzo e coordinamento degli interventi degli enti pubblici (Stato, Regione, autonomie locali) e punto di riferimento del sistema bancario e degli investimenti privati.

Occorre, in attesa della riforma complessiva dello Statuto, valutare la necessità di contrattare col Governo quella del Titolo III, concernente il regime finanziario regionale, ricostituendo e incrementando il livello delle entrate, ancorare i trasferimenti di risorse statali all'obiettivo di garantire livelli di servizi uniformi al livello nazionale, e quindi l'effettiva uguaglianza dei diritti dei cittadini, e definire, in relazione all'articolo 119 della Costituzione e all'articolo 13 dello Statuto, adeguatamente modificato, il finanziamento statale pluriennale a sostegno dello sviluppo economico e sociale, in misura tale da consentire la realizzazione delle potenzialità dell'Isola. In vista della predisposizione, i tempi sembravano così lontani, ma si stanno avvicinando, dei nuovi regolamenti per i fondi strutturali europei, la Regione deve e può adottare le iniziative opportune presso le istituzioni comunitarie, il Governo nazionale e gli europarlamentari, in specie quelli delle regioni meridionali, viste le difficoltà che abbiamo noi, perché nella definizione e attuazione della politica europea di coesione economica e sociale sia introdotto il criterio della valorizzazione delle potenzialità di sviluppo. Non può più considerarsi adeguato un meccanismo come quello sui fondi strutturali, che assume come unico punto di riferimento la debolezza delle singole regioni e non anche le loro potenzialità. Per quanto riguarda la Sardegna, Regione e Governo devono sensibilizzare le istituzioni comunitarie sulla necessità che gli interventi, sia dei fondi strutturali, sia delle politiche e degli strumenti finanziari comunitari, siano commisurati alla necessità di superare le principali diseconomie dell'Isola, per consentire la piena realizzazione delle potenzialità di sviluppo.

Esistono nei prossimi mesi alcuni problemi, e uno in particolare che deve riguardare la Regione e il Governo della Regione: contrattare l'uscita morbida della Sardegna dall'Obiettivo 1; utilizzare - siamo l'ultima ruota, la Cenerentola vera in Europa - tutte le possibilità offerte dagli strumenti finanziari dell'Unione Europea; rivendicare la piena attuazione degli strumenti della politica di coesione previsti nel trattato in vigore, confermati nel trattato costituzionale in corso di ratifica, il concorso all'obiettivo della coesione delle politiche e dell'azione dell'Unione, dell'attuazione del mercato interno e delle reti transeuropee nel settore delle infrastrutture e dei trasporti, delle telecomunicazioni e dell'energia, il superamento delle diseconomie dovute all'insularità, come tutti i dati, comprese le ultime ricerche fatte dalla Camera di Commercio di Cagliari sull'handicap delle imprese in un'isola dimostrano. Rivendicare, inoltre, l'attuazione della norma del trattato sull'insularità con l'adozione di un programma comunitario "Isole", distinto dai fondi strutturali, incentrato sull'energia, sul collegamento alla rete europea delle infrastrutture di trasporto, sulla tutela e valorizzazione dell'ambiente e sulla istituzione di zone fiscali speciali. Credo che in questo ambito, quello di una organica politica delle risorse finanziarie, sia necessario anche favorire il ricorso, anche da parte degli enti locali, a un fantasma che si aggira in tutte le discussioni, la "finanza di progetto", tentando di vedere forse anche procedure e normative che consentano di poterlo rendere realizzabile. Noi in questi ultimi anni, di fronte alle questioni che sono avvenute nel credito, abbiamo tutti - non tutti a dire la verità - tirato un po' i remi in barca. Credo che nei confronti dell'intero sistema bancario operante in Sardegna dobbiamo esercitare il ruolo di istituzione deputata a governare lo sviluppo dell'Isola: favorire la concorrenza fra le aziende di credito e la loro propensione verso il sostegno degli investimenti e il reperimento delle risorse necessarie per lo sviluppo; favorire l'impegno delle banche di interesse regionale e locale a sostegno dello sviluppo e per consolidare il loro radicamento nella realtà dell'Isola, anche mediante la presenza diffusa nel territorio; promuovere il superamento del dualismo tra credito agevolato, meno oneroso, e quello di mercato, più oneroso, mediante una revisione della legislazione sull'incentivazione, anche nella prospettiva di un'incentivazione fondata principalmente sulla manovra fiscale.

E' chiaro che è un problema annoso se sia meglio il contributo in conto capitale o il contributo in conto interessi. Io credo che ci siano due o tre parti che depongono a favore ormai di una scelta verso il contributo sugli interessi: la prima è scarsità delle risorse che consente con il conto capitale di dare risposte a un numero sempre più esiguo di aziende; la seconda è che il contributo in conto capitale, guarda caso, va a incidere proprio sugli anni più a rischio di un'azienda (e spesso i piani industriali vengono fatti esclusivamente su quegli anni), mentre il contributo sugli interessi costringe sia i proponenti, sia gli esaminatori a dare una valutazione sulla solidità dell'azienda in un periodo ancora più lungo e nel quale normalmente viene superata la fase della mortalità aziendale. Promuovere inoltre il coordinamento degli interventi della Regione con quelli degli enti locali e di altre istituzioni che operano nel campo economico e sociale e della promozione culturale, tentando di fare delle scelte. Oggi tutte queste istituzioni e questi enti si occupano ognuno di tutto. Penso, per esempio, alla Fondazione Banco di Sardegna, che svolge opere meritorie, ma per centomila altri casi forse sarebbe bene decidere ciò di cui ogni ente si deve occupare e risolvere così un problema soprattutto nel campo dell'economia sociale. E naturalmente al fondo di tutto questo vi è l'esigenza di promuovere la trasparenza e l'efficienza della Pubblica amministrazione, in particolare a sostegno dell'impresa.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Sanciu. Ne ha facoltà.

SANCIU (F.I.). Signor Presidente, in queste settimane ho avuto modo di leggere e studiare attentamente il Documento di programmazione economica e finanziaria che è stato presentato e promosso da questa Giunta e da questa maggioranza come un primo significativo passo verso l'innovazione e la discontinuità col passato nell'attività di governo della Regione. Abbiamo analizzato il testo senza pregiudizi, solo con l'attesa di individuare quegli elementi appunto nuovi che tanto sono stati propagandati sia in campagna elettorale, sia nel corso di questi mesi di governo del presidente Soru. Da questa lettura attenta, mi dispiace, non può che emergere un giudizio finale negativo, che nasce dalla constatazione che in questo importante strumento di governo manca quell'elemento fondamentale che rende attuabile ogni azione di governo, cioè la concretezza. Per governare non basta sognare un'Isola migliore, è necessario prefiggersi degli obiettivi di alto livello che tengano però conto delle potenzialità e dei limiti della nostra regione. E quando si individuano degli elementi che possono rappresentare un impedimento o un ritardo allo sviluppo, è indispensabile dimostrare in quale modo concreto si vogliono superare questi impedimenti.

Il DPEF dovrebbe rappresentare tutto questo, soprattutto per chi ha fatto della innovazione la bandiera della propria campagna elettorale, annunciando dei cambiamenti di rotta epocali rispetto al passato. Ebbene, questi cambiamenti epocali si stanno concretizzando unicamente nella cancellazione del preesistente senza distinguere ciò che di buono era stato fatto dalle Giunte passate, e che doveva essere quindi salvaguardato, e ciò che viceversa meritava di non essere confermato. In questo caso si blocca tutto con l'aggravante che non viene proposta nessuna alternativa, se non in termini di idee fumose che poggiano unicamente sulla teoria astratta. Lo abbiamo visto nel lungo iter della legge salvacoste e nella stessa filosofia della legge, nata e sviluppatasi su un provvedimento che ha lo scopo di annullare tutte le iniziative avviate prima dell'avvento dell'epoca Soru. Lo abbiamo visto, lo vediamo tuttora nella vertenza dei dipendenti regionali, che sono scesi in piazza in tremila per ottenere diritti acquisiti nel corso di anni di lavoro; lo abbiamo visto nei ritardi che hanno dovuto subire i corsi di formazione professionale, importanti baluardi della riqualificazione culturale e lavorativa dei nostri giovani.

Avremmo apprezzato maggiormente un DPEF meno fantasioso e creativo ma che fosse focalizzato su quei temi che sono assolutamente fondamentali per l'Isola e per il suo sviluppo. Penso alla questione molto concreta del lavoro, onorevole Uras, e alla necessità di portare avanti con forza le politiche volte a favorire l'occupazione, quelle politiche avviate in passato da Giunte di centrosinistra che poi sono state concretizzate da una Giunta di centrodestra, che sono comunque riuscite a dare ristoro a una popolazione di disoccupati giovani e purtroppo meno giovani, che in molti casi vivono in condizioni disperate, perché ormai privati anche della fiducia di trovare una loro dimensione e un loro ruolo nel mondo. Avremmo apprezzato molto un segno concreto sul fronte della diffusione, del sostegno e del rafforzamento dello spirito imprenditoriale, con una significativa conferma di quei provvedimenti che hanno prodotto risultati eccezionali nel dare vita a iniziative imprenditoriali da parte dei giovani e delle donne. Penso alle questioni che sono alla base di qualsiasi sviluppo economico e sociale e che non sono più rimandabili, come la questione delle infrastrutture. La Sardegna non può decollare se non viene affrontato con determinazione il problema di una rete viaria vecchia, non solo inadeguata allo sviluppo della società, ma addirittura pericolosa. Si è parlato, in questi mesi, di un nuovo modello di turismo che privilegi l'interno dell'Isola, ma che possibilità di sviluppo può avere un modello del genere se non si mette mano seriamente alla questione di una rete viaria interna che favorisca non solo i flussi turistici, ma lo scambio delle merci necessarie agli approvvigionamenti delle strutture ricettive e quant'altro? Questo è un problema irrisolto anche per i nostri produttori, i nostri allevatori e i nostri agricoltori, che hanno difficoltà non solo a esportare i prodotti fuori dell'Isola, ma addirittura a spostarli all'interno del territorio regionale. Lo stesso discorso vale per l'industria, ed è un problema irrisolto per tutti i sardi, per tutti coloro che si spostano per lavoro o per coloro, come i nostri giovani, che per studiare devono fare veri e propri percorsi di guerra!

La questione delle infrastrutture richiama quella energetica, altro tema di primaria importanza. Le nostre imprese non possono continuare ad affrontare costi energetici elevati, e un Governo veramente innovativo si sarebbe posto questo tema con urgenza prima ancora di decidere se si dovesse fare qualcos'altro sulle coste, per esempio, individuando sia i metodi di intervento sia gli strumenti per conseguire gli obiettivi. Il DPEF si dilunga sulla questione delle politiche volte a favorire un nuovo assetto del sistema turistico isolano. Paroloni, destinati a sgretolarsi grazie all' inazione e alla mancanza di idee di questa Presidenza, di cui in questi mesi proprio sul tema del turismo, con il decreto salvacoste, abbiamo avuto una dimostrazione più che esaustiva: nessun progetto alternativo. In questo caso abbiamo assistito alla volontà di cancellare tutto quello che era stato realizzato nei decenni per migliorare e riqualificare l'offerta ricettiva, per realizzare in Sardegna dei poli di eccellenza di un turismo che guardasse con attenzione alle esigenze imprenditoriali e nel contempo non stravolgesse l'ambiente. Un turismo che riguarda tutta la Sardegna, perché offre lavoro a tutti i sardi e perché è in grado di mettere in moto settori fondamentali per l'Isola, come l'agricoltura, il commercio, l'artigianato e i servizi.

Il Documento di programmazione economica e finanziaria dovrebbe indicare le linee di indirizzo e soprattutto individuare gli strumenti per attuarle, se non peccasse di una grave disattenzione per ciò che è la Sardegna, per quelli che sono i suoi problemi e per le diverse soluzioni che di volta in volta sono state proposte per risolverli. Quel poco che si poteva salvare di questo documento è stato smentito dai provvedimenti o dai comportamenti assunti dall'Esecutivo. Mi riferisco, ad esempio, alla necessità di adeguate politiche di riqualificazione culturale della nostra Isola; necessità già indicata nei documenti di programmazione elaborati dalle precedenti Giunte. La scarsa qualificazione professionale e culturale indicata da un numero insufficiente di diplomati e laureati o comunque rappresentata da una forza lavoro non specializzata rappresenta un grave ostacolo allo sviluppo anche in relazione alle nuove professionalità richieste dal mondo del lavoro, dall'ampliamento dei mercati e dalle nuove tecnologie. Questa lacuna aveva una delle sue soluzioni anche nei corsi di formazione professionale che, come ho già ricordato, sono stati colpiti dalla tendenza di questa Giunta a rimuovere il passato. Questa scarsa attitudine a considerare sempre e comunque la realtà come punto di riferimento per l'azione di governo, l'abbiamo già osservata in questi primi mesi di attività dell'Esecutivo: l'esigenza di rinnovare e rilanciare gli enti strumentali della Regione, posizione per certi versi condivisibile, sembra essere stata accantonata, nel frattempo, però, si è proceduto al cambio dei dirigenti e all'occupazione delle poltrone. Questa distrazione e questo disinteresse per i problemi concreti viene confermata da dichiarazioni che manifestano quasi un fastidio da parte del Presidente nei confronti di coloro che rivendicano diritti legittimi.

Per concludere, faccio un esempio proprio di oggi: da mesi stiamo assistendo con preoccupazione a una vertenza difficile, che coinvolge un settore importante per l'economia della Sardegna, mi riferisco alla vertenza sulla determinazione del prezzo del latte ovino. Una situazione difficile che è stata seguita da una associazione di categoria anche per le ripercussioni gravi che potrebbe avere sul tessuto sociale della regione. Oggi i quotidiani riportano una dichiarazione del presidente Soru, che credo o almeno spero non abbia avuto modo di verificare e correggere. Non si può considerare un'associazione di categoria, della quale mi onoro di essere stato dirigente in passato, corresponsabile di questa situazione. Il Presidente o chi ha scritto il comunicato dimostra una scarsa conoscenza del ruolo delle associazioni di categoria e in particolar modo della Coldiretti. E' assurdo affermare che la Coldiretti abbia avuto negli ultimi anni un proprio dirigente come Assessore dell'agricoltura, quando tutti sanno che per statuto il doppio ruolo è incompatibile e che la persona in questione era dirigente di questa associazione venticinque anni fa. Ma soprattutto è grave considerare l'associazione corresponsabile quando, a parte l'importante ruolo svolto a tutela e valorizzazione della categoria, svolge proprio un ruolo di contenimento delle preoccupazioni dei produttori, cercando di indirizzare in modo costruttivo le istanze degli associati. Però non mi meraviglia più nulla, perché stesso trattamento è stato riservato ad altre associazioni di categoria e sindacali, come la CISL e la UIL. E' come se, in futuro, una Giunta di centrodestra accusasse la CNA di un eventuale malgoverno della Giunta Soru solo perché un suo dirigente oggi è Assessore dei trasporti, oppure si dovesse ritenere corresponsabile dell'azione di questa Giunta la Confartigianato perché un suo dirigente è diventato un capo di gabinetto e lo stesso si facesse con la CGIL solo perché oggi in quest'Aula siedono alcuni rappresentanti di quel glorioso sindacato, che tante battaglie ha condotto in questo secolo. Prima di sottoscrivere un comunicato ci vuole prudenza, bisogna conoscere la storia di chi si parla e tenere bassi i toni. Queste organizzazioni di categoria e anche sindacali hanno contribuito in questi cinquant'anni a fare grande l'Italia e la Sardegna. Forse è meglio imparare ad ascoltarli che accusarli e infamarli, ne avrebbe avuto anche un vantaggio questo Documento. Siccome, però, si sta approssimando il Natale spero che il presidente Soru diventi più buono e sia stato in buona fede.

Chiudo dicendo che sosterrò tutte le iniziative che il centrodestra porterà avanti attraverso degli emendamenti che credo modifichino in meglio il Documento e quindi il futuro della Sardegna.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Alberto Sanna. Ne ha facoltà.

SANNA ALBERTO (D.S.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, io credo che questa sia un'occasione importante che dobbiamo cogliere. Certe volte si ha la sensazione che l'Aula non sia sufficientemente attenta su questo documento che contiene indirizzi e obiettivi fondamentali, e nella discussione della manovra di bilancio ci renderemo meglio conto del suo significato.

In questo mio intervento, che riguarderà alcuni punti fondamentali, voglio richiamare alcune questioni che riguardano i comparti agricoli, che mi sembra siano quelli più sofferenti in questa fase dell'economia della nostra Isola. Il Documento di programmazione economica e finanziaria che stiamo discutendo anche su questo punto, devo dire, è puntuale e preciso nell'indicare gli obiettivi programmatici e le strategie da perseguire. Naturalmente a un documento programmatico non si poteva chiedere di più. IL DPEF è, per definizione, un documento essenziale e non poteva essere diversamente. Credo che, comunque, da questi punti fondamentali dobbiamo partire per contribuire, nel corso della discussione, a dare elementi di riflessione e un contributo positivo, perché poi nelle strategie e nelle politiche della Giunta e del governo complessivo della Regione si tenga conto di una serie di esigenze fondamentali.

L'agricoltura attraversa un momento di crisi strutturale profonda che richiede la definizione di strategie definite, strategie molto precise. I fattori strutturali sono esterni e interni all'azienda agricola. Fattori esterni: mi limito a richiamare la questione dei trasporti interni e del collegamento dell'Isola con il resto dei paesi del mediterraneo e poi il grosso problema dell'energia che paga pesantemente anche la nostra agricoltura. Fattori interni: mi limito a richiamare la debolezza dell'azienda agricola, una debolezza strutturale che si riferisce sia alla base fondiaria che alla dimensione economica di questa azienda, fra l'altro fortemente sottocapitalizzata e anche fortemente indebitata.

Un altro punto su cui noi dobbiamo sviluppare la nostra riflessione è l'assoluta necessità di partire dal mercato. Troppe volte si produce senza avere come orizzonte di riferimento il mercato. Noi dobbiamo fare uno sforzo anche culturale nel porci di fronte alla necessità di rilanciare la nostra agricoltura, cioè dobbiamo saper dire che cosa produrre e soprattutto come vendere ciò che produciamo, perché oggi ci troviamo in una situazione nella quale è la grande distribuzione, soprattutto la grande distribuzione, che ha in mano il rapporto con l'anello finale della catena, cioè con il consumatore, che decide le politiche anche nel settore agricolo, decide il prezzo alla produzione e decide il prezzo al consumo. E, fatto davvero singolare, chi produce i beni e chi li consuma non ha alcun valore, non ha alcun peso nella definizione delle strategie, non ha nessun peso nelle decisioni che riguardano questo comparto. Insomma c'è bisogno di un'alleanza vera tra chi produce e chi consuma, bisogna fare in modo che le politiche dell'amministrazione regionale siano in grado di creare davvero un rapporto stretto fra i tre momenti fondamentali della filiera: fra chi produce, fra chi trasforma e fra chi vende. Bisogna fare in modo che vengano superati i passaggi e le intermediazioni che hanno soltanto dei costi che pagano sia i produttori che i consumatori. L'ideale sarebbe che si facesse sistema e che, soprattutto, chi produce fosse in grado di trasformare le sue produzioni, di confezionarle e di venderle. Questo sarebbe l'ottimale, naturalmente non ci sfugge il fatto che raggiungere questo in tempi brevi è utopistico. Però l'obiettivo è questo, l'obiettivo è unificare l'offerta, perché se noi, in un mercato globalizzato, come quello che viviamo nel mondo di oggi, non riusciamo a mettere assieme i produttori per trasformare e per vendere, quindi per mettere assieme l'offerta dei prodotti, non abbiamo forza contrattuale e quindi produciamo alle condizioni che ci vengono imposte da quelli che hanno in mano il mercato.

Quindi, da questo punto di vista, io credo che la politica della Regione debba partire dall'assoluta priorità di definire una nuova strategia rispetto al mercato, una nuova politica di marketing, cioè noi dobbiamo partire dal momento finale della catena, ossia dalla vendita dei prodotti. Questo secondo me è il punto prioritario da cui la politica regionale deve partire. Poi, certo, la qualità e tutto quello che riguarda la sicurezza alimentare, la tipicità dei prodotti, va tutto benissimo, sono elementi e componenti fondamentali di una strategia di rilancio nella nostra economia agricola, però, ripeto, se noi non riusciamo a vendere non riusciamo a produrre e non riusciamo a difendere il reddito di chi produce. Oggi l'abbandono delle campagne è dovuto principalmente al fatto che gli operatori agricoli non riescono ad avere un reddito che gli consenta di vivere in modo dignitoso. E i dati che purtroppo ci vengono forniti anno per anno sono di un progressivo abbandono delle terre coltivabili e quindi di un progressivo abbandono dell'agricoltura, di un invecchiamento degli operatori, insomma di una riduzione costante del prodotto lordo vendibile del settore più importante, ancora, nonostante la crisi che attraversa, della nostra economia.

Certo, si dirà, che è difficile in un momento così critico stabilire le priorità, però noi ci dobbiamo provare, è compito della Giunta regionale, è compito del Consiglio regionale. Noi dobbiamo predisporre non un piano onnicomprensivo che dice tutto e rischia di dire troppe cose in modo generico, ma un documento di indirizzi che stabilisca alcuni punti fondamentali su cui il rilancio della nostra agricoltura deve avvenire. E' certo che questi punti fondamentali debbono rimuovere i punti di debolezza strutturali, cui facevo cenno precedentemente e devono riuscire a dare complessivamente competitività al sistema, tenendo conto che la nuova politica agricola comune, che le dinamiche del mercato mondiale, tendono sempre di più a emarginare quei comparti e quei sistemi agricoli che non sono in grado di reggere il confronto col mercato. Quindi l'obiettivo numero uno è rendere competitivo il sistema attraverso, appunto, un intervento strutturale che riesca a superare gli elementi di criticità del nostro sistema e della nostra debolezza.

Io credo che ci sia anche bisogno di un intervento mirato a individuare, comparto per comparto, i punti di criticità; non basta aggredire gli elementi che riguardano l'insieme del settore agricolo, c'è anche bisogno, comparto per comparto, di individuare i punti di criticità e di lavorare per il loro superamento. Molte volte si parla di mercato pensando soprattutto ai mercati esterni alla nostra Isola; si dice, spesso anche superficialmente, che la nostra comunità regionale non è in grado di assorbire le nostre produzioni. Andando a vedere, invece, qual è il rapporto delle nostre produzioni, comparto per comparto, con il fabbisogno regionale delle produzioni dei singoli comparti, ci rendiamo conto che ci sono comparti, per esempio quello frutticolo, che vedono la Sardegna produrre neanche il 10 per cento del fabbisogno. Per non parlare poi del comparto della carne, dove non arriviamo al 30 per cento, di quello orticolo, dove a fatica arriviamo al 50 per cento, e così via. Insomma, siamo in una situazione di fortissima difficoltà, anche nel soddisfare una parte importante del fabbisogno regionale.

La nuova politica agricola, dicevo, ci mette di fronte anche a uno scenario fortemente a rischio, perché dai prossimi giorni, dai primi del 2005, con il famoso disaccoppiamento, il sostegno sarà dato non più alle singole produzioni, ma direttamente alle aziende, e questo rischia di incoraggiare l'abbandono di tutti i comparti agricoli non sufficientemente redditivi, quindi rischiamo una ulteriore riduzione delle nostre produzioni e una ulteriore marginalità della nostra economia agricola.

Io penso che anche rispetto a questo punto fondamentale ci sia bisogno che la Giunta regionale definisca obiettivi e strategie. Debbo dire che non c'è attenzione da parte del Governo rispetto soprattutto alle regioni che hanno un'economia agricola più debole, come la nostra, però noi dobbiamo utilizzare la nostra autonomia per cercare di avere una proposta politica anche su questo versante. Noi dobbiamo avere la consapevolezza che in questa fase drammatica che attraversiamo o riusciamo ad ammodernare il nostro sistema agricolo o siamo definitivamente condannati a una marginalità dalla quale poi sarà davvero difficile uscire, perché, ripeto, le dinamiche comunitarie, le dinamiche internazionali, tendono a privilegiare sempre di più la capacità competitiva dei sistemi agricoli.

Dicevo prima della dimensione aziendale: penso che da lì dobbiamo partire per un discorso di lungo periodo e di questo ci stiamo rendendo conto anche in questi giorni, nei quali lo scontro sul prezzo del latte e l'acuirsi della crisi del comparto ovicaprino sardo stanno mettendo in evidenza tutte le debolezze dell'azienda zootecnica ovicaprina e complessivamente tutti i punti di debolezza di questo comparto, che è il più importante della nostra economia agricola e produce quasi il 50 per cento del prodotto lordo vendibile dell'agricoltura sarda. Certamente dobbiamo cercare di dare una risposta immediata a questa situazione di emergenza e da questo punto di vista c'è bisogno che da parte degli industriali, che in molti casi sono anche commercianti dei prodotti lattiero-caseari del comparto, ci sia un'assunzione di responsabilità che li conduca a chiudere dignitosamente questa vertenza sul prezzo del latte, con il riconoscimento ai produttori almeno del costo di produzione del latte, perché al di fuori di questa condizione non ci può essere accordo.

Quindi ritengo che questo sia uno dei punti fondamentali e in questo senso la Giunta regionale sta facendo tutti gli sforzi possibili. Probabilmente mai come oggi una Giunta regionale si è spesa in modo così chiaro, in modo così deciso a favore dei produttori, però, evidentemente, questo non è sufficiente, anche perché gli stessi industriali attraversano una crisi molto più profonda rispetto ad altri periodi. Sappiamo che il sostegno alle esportazioni che l'Unione Europea metteva a disposizione per il pecorino romano non c'è più, il rapporto euro-dollaro ci vede fortemente in difficoltà, i problemi dell'ammasso anch'essi pesano sul comparto, insomma la situazione è difficile anche per gli industriali, non c'è dubbio, però ci vuole un'assunzione di responsabilità. E io credo che sia importante il lavoro che in queste settimane ha fatto il Consiglio regionale, attraverso la Commissione, che ha fatto un'indagine e approvato un documento che ha dato un contributo almeno di chiarezza per trovare una soluzione ai problemi, così come è importante il lavoro che sta facendo anche in queste ore la Giunta regionale, attraverso un rapporto stretto con l'Unione Europea, soprattutto per chiedere sei mesi di ammasso straordinario, oltre a quelli già previsti, per consentire appunto di avere il tempo necessario per programmare politiche di superamento dell'emergenza. Nello stesso tempo si sta chiedendo al Governo di attivare una vendita straordinaria di una parte del prodotto invenduto, una misura che aiuterebbe a superare un momento di estrema difficoltà.

Io credo che si debba superare l'emergenza, ma si debba anche ragionare subito sul superamento dei nodi strutturali. Quello che un tempo era un punto di grande forza, cioè la produzione del pecorino romano, che assorbe più del 60 per cento del latte di pecora prodotto in Sardegna, oggi è uno dei nodi di maggiore debolezza, che va superato attraverso una politica di riqualificazione delle tre D.O.P. dei formaggi sardi, mi riferisco al Fiore Sardo, al pecorino romano e al pecorino sardo. Su queste tre D.O.P. noi dobbiamo puntare per rilanciare il comparto con una politica di marketing forte, visibile, che dia alle nostre produzioni una presenza nel mercato che oggi non hanno. E, ripeto, bisogna fare sistema, bisogna produrre possibilmente un solo pecorino sardo, attraverso un consorzio che raggruppi la maggior parte dei produttori sardi, che si dia una strategia di commercializzazione e riesca, unificando l'offerta, riqualificando l'offerta, ad avere la forza per reggere il confronto con il mercato.

Le polemiche, anche di questi giorni, sulle responsabilità rispetto ai problemi di cui stiamo parlando credo che non favoriscano il superamento di queste difficoltà. Ritengo che l'accusa rivolta da qualche dirigente della Coldiretti nei confronti della Giunta regionale sulle presunte responsabilità sia ingiusta e ingenerosa e che non serva, oggi, andare alla ricerca delle responsabilità. Ci sono enormi problemi che abbiamo tutti noi il compito di affrontare e di risolvere, ciascuno facendo la sua parte.

Come Presidente della Commissione agricoltura voglio intanto cogliere questa occasione per ricordare al Consiglio che la Commissione, unanimemente, a metà ottobre ha licenziato un documento che conteneva un'analisi puntuale sui punti di debolezza e di forza del comparto ovicaprino sardo e le proposte per superare le difficoltà del comparto stesso. Noi abbiamo trasmesso il documento al Consiglio regionale e abbiamo anche chiesto al Presidente di inserirlo all'ordine del giorno, perché riteniamo che possa essere di stimolo per un dibattito importante. Credo che l'agricoltura sarda meriti una sessione del lavori del Consiglio regionale e che sia doveroso che quanto prima questo documento sia inserito all'ordine del giorno, perché il Consiglio regionale deve fare fino in fondo la sua parte per far uscire l'agricoltura dalla crisi che attraversa.

Un'ultima osservazione: il Documento di programmazione economica e finanziaria non dedica al comparto della pesca l'attenzione che esso merita, mi dispiace dover fare questa osservazione critica. Purtroppo non è il primo DPEF che non parla della pesca, anche quelli della passata legislatura non ne parlavano. Questo è un dato fondamentale e chiedo alla Giunta che da qui a domani mattina trovi il modo per presentare una scheda in cui siano indicati esattamente gli obiettivi strategici per rilanciare il comparto della pesca in Sardegna.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Licandro. Ne ha facoltà.

LICANDRO (F.I.). Presidente, colleghi, io ricordo perfettamente che nel corso della legislatura passata ogni qualvolta abbiamo portato in Aula il Documento di programmazione economica e finanziaria siamo stati accusati dalla opposizione di allora di illustrare il contenuto di un libro dei sogni (così definito con scarsa immaginazione), una sorta di scatola vuota da riempire con poderose iniezioni di fantasia. Ma siccome fra noi e voi c'è e ci sarà sempre una differenza, anche nei metodi del dialogo istituzionale, noi non ci permetteremo di fare ricorso all'argomento della satira per definire il DPEF che avete portato all'esame dell'Aula.

I colleghi che mi hanno preceduto hanno definito questo documento in tanti modi: importantissimo, fondamentale, innovativo, sobrio, un'occasione importante. E il mio collega e amico Oscar Cherchi addirittura ha parlato di uno dei momenti politicamente più alti. Permettetemi, io vado un po' controcorrente e dico qualcosa che ho detto anche nella scorsa legislatura, quando eravamo noi a governare, qualcosa che credo tantissimi pensano, ma nessuno lo vuole ammettere a voce alta, cioè che il DPEF in effetti serve a ben poco. Io lo dico con certezza sapendo di fare centro così anche nei vostri bersagli, colleghi della maggioranza. Noi siamo qui e saremo qui inchiodati a discutere sul niente! Sul niente che i vostri predecessori del centrosinistra hanno introdotto, questo in ossequio alle norme nazionali, sul finire della terz'ultima legislatura. Io dico che sarebbe ora che anche il Governo nazionale cancellasse questa norma, una norma che produce soltanto il risultato di ripetersi, un dirsi le stesse cose, un "copia e incolla" di argomenti già trattati, arrivando poi al paradosso che troppo spesso il bilancio disattende il DPEF.

Fatta questa premessa e auspicato da parte vostra un gesto di cambiamento, come i tanti che avete promesso, e che si potrebbe concretizzare proprio con l'abrogazione rapida del DPEF, vorrei parlare di tre argomenti, tutti politici. Il primo riguarda le risorse, il secondo la sanità, il terzo il costo del denaro in Sardegna. Cominciamo dalle risorse: tutti sappiamo che l'imminente uscita dall'Obiettivo 1 comporterà, in assenza di nuove risorse in arrivo dall'Unione Europea, scelte intelligenti e forti. Ebbene, io non trovo traccia - se qualcuno può aiutarmi a trovarne lo faccia - nel DPEF del prossimo triennio di quelle risorse che sono assolutamente necessarie per effettuare gli interventi strutturali in Sardegna. Non è chiaro, non si dice, non si comprende dove andrete a prendere le risorse per dotare la Sardegna di quelle infrastrutture, in termini di acqua, di strade, di energia, e da dove arriveranno i denari che sono necessari per colmare la differenza di velocità di crescita tra le zone costiere e le zone interne della Sardegna. Forse quei soldi non ci sono, a meno che la strategia non sia un'altra, come abbiamo già visto, quella di bloccare la crescita del turismo costiero e dunque delle coste sarde, proprio come la recente approvazione della legge salvacoste, chiamiamola così, lascerebbe intendere.

La seconda questione riguarda la sanità sarda. Abbiamo un Presidente e un Assessore che da mesi girano gli ospedali sardi. Per carità, noi approviamo il loro attivismo, ma vorremmo sapere al più presto a quali risultati si potrà arrivare. Per ora abbiamo visto arrivare a Sassari, ancora una volta da fuori - come se in Sardegna mancassero completamente le professionalità necessarie -, dall'Emilia, se non sbaglio, un manager che ha esperienza quadriennale di direttore amministrativo. Non abbiamo ancora visto, però, degli interventi seri e radicali negli ospedali sardi, dove ancora mancano tante e tante strutture, tra l'altro in questo momento in cui non sono ancora spariti gli spettri della chiusura dei piccoli ospedali. Non abbiamo ancora visto la Giunta intervenire sul contratto dei manager, anche soltanto per stabilire con regole certe quando si verifica il loro inadempimento contrattuale, in assenza del quale diventa difficile rimuovere qualcuno, a meno che non ci si voglia infilare nella strettoia dei ricorsi, delle cause civili.

Tutti quanti, e non soltanto noi medici, stiamo aspettando da troppo tempo il piano sanitario regionale. Voi ci rassicurate e ci assicurate - e noi non abbiamo motivi per dubitarne - che siamo ormai alla dirittura d'arrivo, ma in questo DPEF non si capisce dove siano i conti della sanità e dove le alchimie per garantire i servizi ai sardi senza sfasciare i bilanci e i conti. A proposito di conti, quelli del denaro per le imprese non tornano. Assessore, lei non c'era un anno fa, quando io sollevai la questione del costo del denaro nell'Isola con i conti della Banca d'Italia alla mano. Certo, siamo d'accordo, è un argomento non molto avvincente, però si tratta di un tema, ne sono convinto, rispetto al quale la Regione può intervenire facilmente e radicalmente se davvero vuole farlo. Anche perché, lo sappiamo oramai, ne siamo certi, esiste una disparità terribile: in alcune aree della Sardegna il costo del denaro è troppo alto rispetto al resto dell'Italia e in alcune aree della Sardegna per l'impresa il denaro costa ancora di più. Mi riferisco all'Oristanese, che purtroppo capeggia questa classifica.

Sono questi i problemi strutturali, una parte dei problemi della nostra Isola, e noi faremmo bene a discutere e cercare di risolvere questi problemi, invece di commentare ancora una volta un libro di sogni (la definizione naturalmente non è mia, ma troppe volte è stato così giustamente definito), perché quando i sogni finiscono restano soltanto le emergenze. Emergenze che voi non state affrontando veramente e seriamente al di là dell'attivismo mediatico che vi contraddistingue.

Vorrei fare in ultimo un accenno al tema della continuità territoriale aerea, per domandare se la Giunta è ancora dalla parte del monopolio di Meridiana o ha cambiato idea e soprattutto se siamo in grado di garantire ai sardi che dal primo gennaio prossimo, cioè fra dieci giorni, si vola ancora a tariffe politicamente sostenute. E sapete perché lo domando? Perché ho l'impressione che la verità invece sia un'altra, cioè che sulla continuità stia per succedere un cataclisma; un cataclisma molto simile a quello che stavate per provocare sulla gestione dell'acqua, quando avete dovuto abbandonare il campo delle intenzioni davanti alla logica del diritto mostrata dai sindaci dell'Autorità d'ambito.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Davoli. Ne ha facoltà.

DAVOLI (R.C.). Grazie, Presidente. Alcune brevi considerazioni, soprattutto su due argomenti che a me sembrano fondamentali quando si descrive e quando si vuole impostare un programma: l'istruzione e il lavoro. La parte che riguarda l'istruzione nel DPEF mi convince soprattutto perché specifica e precisa bene che la scuola è un elemento fondamentale per costruire una società serena, dove tutti abbiano la possibilità appunto di acquisire strumenti di valutazione generale ed è evidenziata nel DPEF l'importanza della scuola pubblica; si parla proprio di centralità della scuola pubblica. E questo non può che, a me personalmente, ma anche al mio Gruppo, far piacere, visto anche tutto quello che sta succedendo intorno alla scuola, nel mondo della scuola e nel mondo universitario. Però, vedete, anche il mondo della scuola sta attraversando, ha attraversato e continuerà ad attraversare, viste le previsioni, una situazione di forte precarizzazione e questo non deve meravigliare perché da vent'anni a questa parte il neoliberismo ha cercato di impostare nei suoi programmi in tutti i settori sociali, quindi compresa anche la scuola, un forte intervento in modo tale che i diritti sociali e il welfare pagassero la crisi del neocapitalismo. Oggi assistiamo sempre più a una continua diminuzione del personale della scuola, stiamo per vedere gli effetti di questa devastante riforma Moratti, che aziendalizza l'istruzione, che aziendalizza il mondo della scuola e quindi elimina totalmente e completamente la partecipazione dei diretti interessati, io li chiamo così, non li chiamo clienti, come invece il ministro Moratti usa spesso fare nei dibattiti. Anche il mondo della scuola sta subendo un forte momento di precarizzazione, ripeto, non ci se deve meravigliare, però il fatto che nel DPEF sia centrale la scuola pubblica, cosa non molto usuale di questi tempi, perché solo pochissime Regioni hanno cercato di ragionare appunto sull'importanza della scuola pubblica, questo è molto molto importante. Tuttavia esiste un problema che ha a che fare con la scuola: le povertà in continuo aumento stanno condizionando il vivere quotidiano di ciascuno. Io sono arrivato poco fa, purtroppo per un evento un po' triste, da un paese dell'interno, un paese famoso, ricco. Ebbene, era un deserto. Provate, cari colleghi, a farvi un giro nei paesi dell'interno e scoprirete direttamente, il massacro sociale quotidiano che vivono i cittadini dell'interno, dove l'elemento - diciamo così - comune rimane quello di ipotizzare come passare il tempo. Vediamo tanti giovani sbandati, tanti giovani che non sanno davvero che fare (e non è una frase fatta, in altri tempi forse era così), vediamo una povertà in continuo aumento, tanto è vero che quando si dice, nei paesi dell'interno, che quando i bar sono vuoti chere naret chi no ba dinare, vuol dire che non ci sono soldi, vuol dire che c'è crisi e questa crisi si percepisce direttamente.

Allora, tornando alla scuola, come fanno questi ragazzi, questi giovani, a proseguire gli studi, se non possono iscriversi all'università perché materialmente non hanno la possibilità economica per farlo? E' un problema e questo problema bisogna affrontarlo, non basta dire semplicemente che la scuola pubblica è centrale, che bisogna individuare dei percorsi perché tutti possano permettersi di frequentare la scuola; lo diciamo, però poi bisogna comunque trovare degli strumenti che possano garantire questo.

Nelle dichiarazioni programmatiche è stato detto che bisogna aggirare gli ostacoli per evitare che la riforma Moratti possa continuare a produrre il caos che sta facendo. Finora mi pare che le cose non stiano procedendo in questa direzione. Spero che quando si parlerà di dimensionamento scolastico, anzi mi auguro che quando si parlerà di dimensionamento scolastico la Regione intervenga anche nei confronti della dirigenza regionale per evitare che anche nei paesi dell'interno venga utilizzata la parametrazione prevista dalla riforma Moratti, una parametrazione che desertificherà ancora di più quei paesi. Milano non è Lodè. Non è una banalità, guardate, è molto molto importante, ma tutto questo la Regione deve acquisirlo, deve farlo proprio, se vuole davvero che i paesi dell'interno possano avere ancora qualche possibilità di sopravvivenza.

A questo io lego le problematiche del lavoro. Io provengo da un paese che voi tutti conoscete (forse vi annoio quando lo ripeto, ma è sempre meglio ripeterlo), il mio paese, Orune, devastato anch'esso da tanti altri fattori e condizionamenti. Orune è un comune che ha utilizzato la legge 37 nella sua totalità, che ha utilizzato tutte le risorse ed è riuscito a trattenere in questo maledetto paese una trentina di giovani, perché questi giovani hanno avuto la possibilità attraverso la 37 di costruirsi un avvenire. Avevano tutta la voglia e tutte le condizioni per andare via; sono rimasti riuscendo ad aprirsi una piccola impresa: chi ha aperto una pasticceria, chi un'officina, chi un laboratorio di legno, eccetera.

Non dico che questo risolverà i problemi dell'occupazione in Sardegna; no, non sto dicendo affatto questo, sta di fatto che la comunità locale ha avuto la possibilità di programmare un suo intervento ed è stata in grado di frenare comunque quel fenomeno che molti già da qualche anno hanno iniziato a ripetere: l'emigrazione. Qualcuno potrà sorridere perché un paese è riuscito a trattenere trenta dei suoi giovani. Qualcuno potrà sorridere, io non sorrido affatto: per me è stata una cosa estremamente importante, è stato uno strumento che forse può dare ancora a qualche giovane, a qualche cittadino dell'interno la fiducia per poter decidere di rimanere in questi paesi e non emigrare nel Nord-Est - tra l'altro anche lì è arrivata la crisi -, verso il Nord o verso la città lineare della Sardegna.

E poi che facciamo? Poi che tipo di impostazione economica diamo quando il centro Sardegna sarà svuotato di quella ricchezza umana che tanti praticamente ci dicono di avere? Li stiamo costringendo ad andare via.

Allora, non voglio farla molto lunga, perché avete capito cosa voglio dire. Noi di Rifondazione Comunista su questa problematica abbiamo lottato, ci è costato, abbiamo sofferto per l'approvazione della legge 37, questo piano straordinario per il lavoro, e abbiamo sofferto e combattuto per mantenerla in piedi, respingendo gli attacchi del centrodestra che voleva assolutamente modificarla a favore dell'impresa. E noi continueremo, fin quando ne avremo la possibilità, a rivendicare questa impostazione, perché una volta per tutte è la politica che deve decidere anche il futuro di intere generazioni, e soprattutto delle generazioni dell'interno; non può essere condizionata semplicemente e solamente dall'economia, semplicemente e solamente dal mercato, semplicemente e solamente da strutture neoliberiste che oggi lasciano il segno, che oggi sono in crisi. Il modello neoliberista in Occidente oggi è in profonda crisi.

Allora, ripeto, noi su questo siamo molto convinti e con convinzione porteremo avanti, per quanto è possibile, questa battaglia. Mi fermo qui perché volevo essere breve, in modo che non mi si fraintenda, quindi spero che il messaggio sia arrivato.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Porcu. Ne ha facoltà.

PORCU (Progetto Sardegna). Presidente, Assessori, colleghi, ho voluto scuotermi un po' dal torpore di quest'Aula che sta con una qualche stanchezza, a mio avviso, portando avanti il dibattito sul Documento di programmazione economica e finanziaria, perché questo deriva da un'abitudine del passato, quella di dare a volte poca importanza a un documento che ha un prevalente carattere strategico, per concentrarci invece su documenti tesi più che altro alla programmazione della spesa. Siamo abituati magari ad appassionarci alle sessioni di bilancio, alle manovre finanziarie, che in qualche modo toccano o coprono interessi più diretti o competenze più dirette, e meno a riflessioni più compiute e strategiche.

Credo che da questo punto di vista valga la pena di dare un contributo e di fare una lettura molto rapida, seguendo anche l'invito del collega Davoli, per capire che cosa è racchiuso in questo DPEF. Innanzitutto dobbiamo raccontarci una storia, anche per avere una bussola che ci orienti per il prossimo bilancio e nei mesi e anni a venire. Questa Regione negli ultimi anni ha speso molto per ottenere poco, è andata costantemente oltre la propria disponibilità finanziaria. E' importante dire che questo non è di per sé un male, perché spendere può anche significare investire in una crescita duratura e sostenibile. Quindi non è di per sé qualcosa di negativo, però il problema sorge quando gli investimenti, fatti magari in maniera energica, non portano a risultati tangibili in termini di crescita economica e sociale, che li rendano in qualche modo sostenibili. E se analizziamo i dati degli ultimi anni da questo punto di vista il risultato è abbastanza drammatico. Siamo vittime dell'ossessione delle risorse, che ha modificato anche i nostri comportamenti, riteniamo cioè che lo sviluppo sia ad ogni costo legato alle risorse: più risorse abbiamo più sviluppo possiamo creare; se non abbiamo risorse da spendere, se non possiamo avere energia a basso costo non potremo mai determinare uno sviluppo. Questa ossessione si è manifestata anche nell'intervento del collega Licandro, il quale si chiedeva come farà questo Esecutivo a trovare altre risorse, come andranno avanti le aziende che hanno un costo del denaro alto. Non si domanda, il collega Licandro, e non si domandano, in alcuni casi, i colleghi del centrodestra come queste risorse vengono spese, come possono essere meglio utilizzate, che cosa possiamo fare di più anche avendo meno.

E' un'ossessione vera e propria di cui siamo tutti vittime. In qualche modo tutti, a livello amministrativo, imprenditoriale e sindacale ci siamo abituati a utilizzare le risorse come un qualcosa che consente di fare buche nel terreno, di riempirle per poi farne delle altre. E' vero che in questi ultimi anni l'andamento occupazionale e il tasso di disoccupazione hanno mostrato qualche segno di miglioramento, però questi risultati paiono deboli, sono legati a politiche assistenziali, alla forte spesa pubblica che in Sardegna è tra le più alte d'Italia, circa sette, otto volte la spesa pubblica pro capite del resto del Mezzogiorno. Quindi un forte sostegno e una forte spesa pubblica hanno prodotto qualche debole risultato in termini occupazionale. Il problema è che le risorse scarseggiano e il tipo di politica adottato sinora rischia di non essere più sostenibile, e non ha portato a risultati che possano farci ritenere che il sistema economico sia diventato maggiormente competitivo. Infatti, la produttività si è erosa in questi anni; abbiamo speso, abbiamo investito, ma la produttività, ripeto, si è erosa. La nostra capacità esportativa, che è un grande segnale di dinamicità dell'economia, si è affievolita, è diminuito il valore aggiunto del settore industriale e la terziarizzazione dei servizi non ha avuto come riscontro una crescita del settore turistico in termini di capacità di incrociare i flussi turistici stranieri, di aumentare la spesa pro capite, perché anche il settore turistico è stato imperniato sulla creazione di infrastrutture piuttosto che di servizi da vendere. Da questo punto di vista siamo molto indietro rispetto ad altre regioni d'Italia che riescono a generare una spesa pro capite dei turisti che ci vengono a trovare molto più alta.

Cari colleghi, ce lo dobbiamo dire, le battaglie che affronteremo nelle prossime settimane e nei prossimi anni rischiano di finire proprio in un cul de sac, tra il rischio di un declino occupazionale, se diminuiamo la spesa pubblica che ha alimentato il debole incremento che è stato registrato, e la necessità di contenere la spesa per non innescare la spirale del debito, che, se protratto, sarebbe l'anticamera della bancarotta a cui siamo arrivati dopo un costante sbilancio superiore al 20 per cento (circa 1 miliardo di euro all'anno) tra entrate e uscite negli ultimi cinque anni.

Da questo punto di vista è bene interrogarci su quale sia la vera politica per il lavoro. Io apprezzo lo spirito che anima i colleghi Uras e Davoli, che ci hanno richiamato all'importanza di pensare ai cittadini che hanno meno di noi, al ruolo della politica anche in termini di assistenza sociale, però dobbiamo dirci, cari colleghi, che è tempo semmai di fare assistenza davvero dove serve. Forse è meglio parlare, in alcuni casi, di reddito di cittadinanza, piuttosto che fare assistenza a imprese che poi non riescono a stare sul mercato. Condividiamo gli obiettivi sociali del piano per il lavoro e forse di questo piano dobbiamo continuare a parlarne, avendo cura del fatto che è tra gli strumenti che hanno un carattere transitorio e non permanente nel creare un'occupazione effettivamente sostenibile.

Dobbiamo capire cosa è andato male, quindi, nel nostro modo di investire e credo che da questo punto di vista il DPEF ci dica delle cose molto chiare. Abbiamo investito costantemente, negli ultimi dieci, quindici anni, guidati dall'ossessione per le infrastrutture materiali: ne abbiamo realizzato di tutti i tipi, spesso abbiamo creato zone industriali che sono rimaste deserte; abbiamo creato infrastrutture, come i porti canali, che sono rimasti dei canali e non sono mai diventati porti di approdo.

Ho detto prima che nel settore del turismo abbiamo puntato sulla politica del mattone, sulla costruzione a tutti i costi di strutture immobiliari piuttosto che di servizi. Ecco, nella creazione di infrastrutture siamo i primi, siamo stati bravi, le infrastrutture pro capite sono quelle che hanno caratterizzato le nostre politiche negli ultimi dieci, quindici anni e i risultati li abbiamo visti: la nostra produttività si è erosa, la nostra capacità di stare sul mercato si è affievolita, la nostra capacità di export si è praticamente dissolta!

Allora che cosa non abbiamo fatto e che cosa dovremmo forse fare di più? Abbiamo senz'altro speso poco e male nella qualificazione del capitale umano; abbiamo i più bassi investimenti pubblici e privati nel campo della ricerca e dello sviluppo; abbiamo un alto livello di spesa pubblica, ma uno dei più bassi livelli di investimento nella scuola e nell'università. Guardo il collega Pisano e mi viene in mente di parlare anche di formazione professionale - faccio questa associazione -, per la quale abbiamo spesso speso molto in maniera non sempre efficiente.

Credo, quindi, che avere meno risorse possa essere anche salutare da un certo punto di vista, forse ci fa uscire da questa ossessione e da questo cul de sac che sembra affliggere alcuni colleghi, come il collega Licandro. Dobbiamo ragionare sui fattori moltiplicativi dello sviluppo, che possono essere ricercati negli investimenti materiali nei vari settori, quindi nella cultura, nella formazione - quella vera -, nei brevetti, nella innovazione, nella ricerca di sviluppo, nel marketing, come suggeriva il collega Alberto Sanna a proposito dell'agricoltura, dove molto si può fare, per esempio qualificare le nostre produzioni attraverso dei marchi e consentire loro, anche con pochi prodotti qualificati, di affermarsi sui mercati mondiali.

Io credo che il DPEF sia molto chiaro nell'indicare queste priorità e, quindi, da questo punto di vista non concordo con la valutazione che il collega Capelli ha espresso stamani su questo documento. Credo che il DPEF indichi le priorità maniera fortemente innovativa rispetto al passato. Siamo poi felici se a qualche conclusione che trae questo DPEF, peraltro abbastanza scontata, come il contenimento della spesa corrente, era già pervenuto il DPEF presentato dal centrodestra. Credo che gli obiettivi si possano condividere, la differenza contiamo di farla sulla capacità e determinazione nel raggiungere questi obiettivi. Noi li vogliamo raggiungere perché ci assumiamo la responsabilità di non portare la Sardegna verso una strada senza uscita.

Il relatore di maggioranza, l'onorevole Secci, oggi ha descritto bene il percorso tracciato in questo DPEF. Non si tratta di tagliare le spese a tutti i costi, non vogliamo che la cura uccida il malato. Si prevede un contenimento graduale delle spese del 10 per cento; si prevede anche un ulteriore disavanzo, seppure maggiormente contenuto rispetto agli anni passati. Dobbiamo fare in modo, con un'adeguata terapia, che il malato, che è il nostro sistema economico, si riprenda e stia in piedi con le proprie gambe.

Allora io credo che da questo punto di vista questo DPEF sia assolutamente propedeutico al programma regionale di sviluppo, che traccerà in maniera più approfondita le politiche settoriali, le politiche ambientali, le politiche per il welfare e quelle infrastrutturali. Però da parte di tutti occorre un cambio di mentalità: dobbiamo smettere di considerare l'importanza di un dato settore sulla base della quantità di risorse disponibili; dobbiamo invece valutare la qualità dei programmi e il modo in cui quelle poche risorse vengono spese.

In passato siiamo stati un po' ottusi o forse, più che ottusi, ciechi. Credo, però, che oggi dobbiamo misurare le politiche su altri parametri che non la quantità di risorse. Se sapremo fare questo, credo che anche con meno risorse potremo tracciare una strada virtuosa di sviluppo. In passato abbiamo dissipato molto, in futuro dovremo fare di più con il meno che avremo a disposizione. E' una sfida difficile, ma è anche una sfida che ci affascina, che vogliamo vincere, che possiamo vincere se sapremo superare l'ottica di breve termine del passato e guardare a un futuro più lontano.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Balia. Ne ha facoltà.

BALIA (Gruppo Misto). Signor Presidente, onorevole Assessore, onorevoli colleghi, se è vero, come è vero, che il Documento di programmazione economica e finanziaria delinea le linee strategiche e la filosofia attraverso la quale verrà costruita l'intera manovra finanziaria, credo che possiamo permetterci di esprimere immediatamente un giudizio. Un giudizio del quale, per quanto ci riguarda, siamo abbastanza certi e sufficientemente convinti, e cioè che questo è il Documento di programmazione economica e finanziaria della ragione e della consapevolezza: della ragione perché evita di fare voli pindarici, evita inutili strumentalizzazioni, evita di rincorrere chimere ed alchimie che non sono alla nostra portata; della consapevolezza perché proprio basandosi sulla ragione è fortemente ancorato alla realtà. Vi è, all'interno del DPEF, direi la comune consapevolezza che stiamo vivendo una stagione di difficoltà; vi è la comune consapevolezza che uno dei primi elementi a base della filosofia di questo Documento è il risanamento della situazione di forte indebitamento della Regione sarda, un indebitamento che ha superato ogni limite.

Oggi risulterebbe persino inutile, per certi versi vacuo, discutere sulla opportunità di quei percorsi e di quelle scelte, ma è un po' più opportuno, più necessario e più utile, colleghi, discutere dei modi, delle forme, delle opportunità, dei criteri con i quali, invece, quelle difficoltà vanno superate e l'indebitamento ricondotto entro un numero di anni credibile a una misura assolutamente accettabile. Ecco perché, partendo da questo convincimento, è il DPEF della ragione e della consapevolezza; è il DPEF che ha la consapevolezza di quali sono i nostri limiti, e pone in via prioritaria e alla base il tutto l'esigenza del risanamento delle casse regionali.

Peraltro, personalmente, sono molto favorevole a un'altra impostazione che nel Documento di programmazione economica e finanziaria è contenuta, quella relativa al programma regionale di sviluppo. Si assume l'impegno di presentare il programma regionale di sviluppo, così come ha detto in maniera molto brillante e chiara stamane il relatore Eliseo Secci, entro il 2005, in una regione laddove, al di là delle divisioni per parti, al di là dei governi che nel tempo si sono succeduti, molto spesso ci si è mossi non con una consapevolezza programmatoria, ma secondo una forma quasi schizofrenica. Per cui dicevamo che alcuni settori erano, restano e probabilmente lo saranno anche in futuro, settori trainanti per lo sviluppo economico della regione e poi, però, tutti, a più riprese, in varie volte e in più occasioni, dimenticavamo che non solo servivano piani, non solo servivano programmi, ma che piani e programmi, se non erano sufficientemente corroborati oltre che dalle idee e da percorsi pure chiari anche da risorse finanziarie certe, non avrebbero trovato alcuna possibilità di sbocco e l'obiettivo sarebbe stato mancato.

Ecco perché, invece, il programma regionale di sviluppo che la Giunta (e l'Assessore della programmazione in primis) si impegna a presentare entro il 2005, serve a delineare in maniera più chiara, più obiettiva e più certa un percorso che davvero possa tradursi in una vera occasione di sviluppo. Naturalmente non sarà un'individuazione di natura puramente teorica o un'elencazione di cose, ma il tutto dovrà essere corroborato, dovrà essere sostenuto da piani riflettuti, da progetti credibili, da cose perseguibili in un periodo di tempo anch'esso credibile.

Ecco, Assessore, io so che lei è, al pari nostro, e credo di tutta l'Assemblea regionale, maggioranza e opposizione, particolarmente sensibile verso una tematica, che è quella del lavoro. Se noi non dovessimo porre, per i prossimi cinque anni, all'attenzione della Giunta e di questa Assemblea il problema lavoro, mancheremmo in maniera colpevole, ma fortemente colpevole, a uno dei compiti che invece ci attendono e che consapevolmente ci siamo sempre dati. Se non dovessimo riuscire, attraverso un programma di sviluppo completo, organico, ragionato, comunemente condiviso, concertato con le parti sociali, a trovare una via perché quella percentuale di giovani e non più giovani, che allo stato attuale non ha alcuna possibilità occupazionale, trovi finalmente un'occasione di lavoro, mancheremmo a uno dei nostri compiti fondamentali e tutti insieme ne saremmo colpevoli e responsabili. Credo che il problema del lavoro debba essere assunto come primo punto all'ordine del giorno. Poi ve ne sono tanti e tanti altri, ma se non c'è lavoro non c'è dignità dell'individuo e noi non possiamo negare ai cittadini di questa terra la propria dignità.

Le linee individuate mi paiono abbastanza coerenti e opportune, sia in tema di politica delle entrate, che è quel settore nel quale dobbiamo incidere pesantemente e al quale forse, sino a questo momento, non dico che non abbiamo prestato attenzione, ma non abbiamo destinato tutte le energie necessarie. Dobbiamo rivisitare in maniera accurata i residui, dobbiamo liberarci di quella parte di patrimonio che non è strategicamente funzionale all'operatività della istituzione e dobbiamo curare, in maniera direi rigorosa e puntigliosa la politica delle entrate, aprendo un confronto col Governo che risulti duraturo e permanente.

Se noi non dovessimo, nel tempo, vincere questa battaglia - e questo è un argomento che credo debba essere contenuto anche nel nuovo Statuto della Regione Sarda - perderemmo definitivamente un'occasione e lasceremmo che le nostre opportunità siano non più agganciate a fatti certi, a risorse che obbligatoriamente devono essere devolute a questa istituzione, ma ancorate invece all'aleatorietà, alle battaglie momentanee, che possono dare pure qualche risultato e qualche frutto, ma che non sono assolutamente risolutorie del problema. Quindi il confronto col Governo va tenuto presente e deve essere un confronto permanente che deve vedere coinvolti in questa idea di legittima rivendicazione sia la Giunta regionale, sia l'intero Consiglio regionale della Sardegna. E' una rivendicazione che deve vedere coinvolte, stando dalla stessa parte, maggioranza e opposizione, al di là delle cose che ci dividono, perché questo deve essere un argomento unificante.

Io mi permetto, signor Presidente, approfittando della bontà sua, della Giunta e dei colleghi, di introdurre un altro argomento, che riguarda il metodo e che nulla ha a che fare col DPEF. Preferisco parlarne qui, a voce alta e chiara, perché vorrei, se quest'Aula deve conservare la dignità che le è stata attribuita dallo Statuto e dalla Costituzione, che tutti, senza che alcuna parte se ne senta offesa, relativamente a questo aspetto ci esprimessimo sul passato, sulla situazione attuale, ma anche sul futuro. Io faccio parte della Commissione riforme ed è accaduto, legittimamente e giustamente, che in quella sede ci siamo domandati che cosa deve essere la Regione sarda, quali norme superiori devono regolamentarla, quale deve essere la forma di governo per il futuro, in un sistema che è decisamente cambiato rispetto al passato, e quale deve essere il rapporto fra la Regione e gli enti strumentali. Non v'è bisogno che io richiami alla vostra memoria il concetto di strumentalità: un ente è strumentale in quanto segue le linee e gli indirizzi politici che dalla Regione promanano, quindi è strumentale alla politica attiva della Regione medesima. In quella occasione ci siamo confrontati, si è svolta qualche audizione, abbiamo sentito l'assessore Dadea che è qui presente e l'Assessore dei lavori pubblici relativamente a tutte le problematiche che nascono e che sono quotidianamente riportate dai giornali in ordine ad Autorità d'ambito, Uniacque, ESAF e quant'altro. E ci siamo interrogati, in maniera pacata, senza voler infierire né colpevolizzare nessuno, sul metodo di approccio, come Commissione, al problema della riforma degli enti. Voglio dirlo da questa sede, perché non nascano equivoci: da quel giorno in poi sulla stampa è scoppiato un finimondo dialettico. Non comprendo perché, non c'è nessuno sotto accusa, c'è un dovere primario che spetta alla Commissione e ai consiglieri regionali, che è quello relativo all'informazione, informazione non solo sugli atti della Giunta regionale, ma anche sugli atti, sulle scelte, sui comportamenti e sulle decisioni di qualunque ente strumentale della Regione. Per mia disgrazia, nello specifico si è fatto riferimento anche all'ERSAT. Io non conosco il commissario dell'ERSAT, ne conosco solo il nome e la professione, ritengo meriti rispetto e stima, e in questa sede glieli riconfermo, però a mio avviso fa parte di una concezione superata del valore delle potenzialità e dei doveri che istituzionalmente abbiamo che, attraverso la stampa, non sia l'Assessore competente per materia, ma il commissario di un ente a rispondere a domande assolutamente legittime relative a promozioni, incarichi, assegnazioni di deleghe, che non so e non mi interessa in questa fase neanche più di tanto sapere se comportino emolumenti di natura economica, se diano titolo per assumere un domani incarichi ancora superiori, visto che si tratta di cose assolutamente provvisorie. Non so se ci fossero o no le condizioni, le opportunità o addirittura la necessità per procedere in quella direzione, posto che in qualche caso mi pare che qualcuno abbia avuto l'incarico dirigenziale per dirigere se stesso, e questo mi pare perlomeno aberrante. Ciò detto, in quella fase ci si poneva soltanto delle domande.

Relativamente a questi aspetti io annuncio la presentazione di una interpellanza che serva non tanto e non solo per fare chiarezza nel caso specifico, ma per consentire a qualunque livello di questa istituzione di essere messa a conoscenza di percorsi, procedure, chiarimenti, senza che ciò obbligatoriamente debba costituire motivo di scandalo, o qualcuno debba pensare che si tratta di un attentato di natura personale.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE SPISSU

(Segue BALIA.) Non c'è nulla di personale, non c'era ieri, non c'è oggi, non ci sarà domani, però questa è un'esigenza che serve a salvaguardare l'istituzione ed è la sola esigenza, colleghi, di conoscere e di sapere. Null'altro. Grazie.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pili. Ne ha facoltà.

PILI (F.I.). Grazie, Presidente. Credo che le parole che si sono sentite risuonare da stamani in aula su questo DPEF testimonino come probabilmente questo sia un rito che va compiuto sino in fondo. Un rito che, però, me lo consenta l'assessore Pigliaru, ci aspettavamo in virtù di una nuova legge elettorale che dà a questo Governo regionale, per la prima volta nella storia autonomistica della Sardegna, poteri che derivano dalle potenzialità di un governo senza condizionamenti di sorta. Sarebbe stato corretto, anche per una opposizione che tenta di dare un contributo al dibattito, attendersi un piano concreto che sapesse individuare priorità vere. Sarebbe scontato il giudizio negativo della opposizione e io non mi soffermo su un giudizio negativo. Io cercherò, seppure nel poco tempo a disposizione, di dire che alcune cose le condivido e sono pronto, assessore Pigliaru, in una votazione per parti, a votare anche a favore di alcuni capoversi importanti del DPEF. Voglio distinguere il giudizio tra le cose certe, quelle generiche e quelle totalmente inesistenti.

Lo dicevo poc'anzi, oggi si potevano fare scelte puntuali, chiare; si poteva presentare un DPEF innovativo, forse carico davvero di quella aspettativa forte nella società sarda, che è stata giustamente rimessa in capo a questa Giunta regionale. Invece si arriva con sei mesi di ritardo, colleghi, rispetto alla tabella di marcia: il 30 giugno è il termine previsto dalla legge di contabilità per l'approvazione del DPEF da parte del Consiglio regionale. Un ritardo che non è legato e non è attribuibile, come qualcuno può aver pensato, all'ostruzionismo, giusto per sgombrare subito il campo da facili richiami.

Questo è un DPEF che segna una profonda inversione di tendenza rispetto al passato remoto, assessore Pigliaru, perché chi ha avuto modo di leggere gli ultimi due DPEF approvati da questo Consiglio regionale, per quelle parti, e lo sottolineo, rimaste vive (noi non ci sogneremmo mai di proporre un voto segreto su un tema così rilevante come questo), si sarà reso conto che c'è stata un'inversione di tendenza rispetto al concetto di focalizzazione degli obiettivi e, cosa ancora più importante, delle azioni di governo della propria Regione. Ci saremmo aspettati un documento sintetico nell'indicare obiettivi e azioni e non invece, così come, in maniera assolutamente generale, posso dire di questo DPEF, un documento che pare una nave container, su cui avete caricato di tutto, alla rinfusa, senza bilanciare i carichi delle scelte, senza equilibrio e, peggio ancora, senza alcuna rotta. Non c'è una strategia, siamo in balia della confusione di un DPEF senz'anima e senza concretezza. Ci sono molti "no" in questo DPEF e nessun progetto alternativo e vedremo perché sui punti essenziali della pianificazione dello sviluppo della Sardegna non vi è alcun progetto alternativo.

Vorrei per tutti citare il paragrafo 1/1 di questo DPEF, assessore Pigliaru, un capolavoro di esterofilia: Agenda 21 ONU, Risoluzione di Göteborg, Carta di Aalborg, Dichiarazione di Barcellona. Non ho mai sentito richiamare per il DPEF tante pianificazioni vecchie, superate, che fanno capo a contesti diversi, assolutamente privi di contenuto rispetto alle tematiche di una terra insulare, con tante problematiche come quelle della Sardegna. Si sostanzia con un concetto: sviluppo sostenibile. Sono due parole ripetute all'inverosimile in questo DPEF, dando a questo concetto non una visione concreta che possa dare risposte ai disoccupati della Sardegna, allo sviluppo economico della nostra terra, ma una visione poetica, quasi fiabesca, di uno sviluppo, me lo consentirete, per cartoni animati!

Siamo di fronte a un'enunciazione continua, senza contenuti. Mi soffermo sulle priorità. Il DPEF deve essere in grado di individuare alcuni punti strategici su cui fondare l'azione di governo, ebbene, io le voglio elencare queste priorità: il controllo delle risorse, poi vedremo perché il controllo delle risorse non va enunciato, ma va fatto, e vedremo anche come andrà fatto; la riforma della Regione, parola generica priva di grandi evocazioni storiche di chi da ormai 55 o 56 anni ha uno Statuto, ha una Regione fondata sulla propria autonomia, ma senza disporre della propria capacità impositiva all'interno del proprio territorio regionale. Vengono richiamati anche l'istruzione e la formazione (altre dieci righe!) e il potenziamento della base produttiva e del lavoro; il lavoro, che per noi - vedremo poi perché - è il perno centrale di questo DPEF. Io non cito parole che possono essere attribuite a una parte politica, cito le parole di un importantissimo sindacato dei lavoratori, la CISL, che dice: "In un serio documento di programmazione appare opportuno inserire precise proposte, che vadano nella direzione di applicazione di tutte le azioni promosse dal livello nazionale, se esistono, più che lasciarsi andare ad affermazioni assolutamente generiche." Cioè il sindacato dei lavoratori vi dice che sul tema centrale del lavoro avete preferito soluzioni generiche, con affermazioni che criticano la riforma Biagi, che certamente ha introdotto in Italia mobilità del lavoro, flessibilità e tutti quegli strumenti che nella gamma dell'offerta territoriale possono essere più o meno utilizzati da ogni singola Regione. Quindi la CISL vi dice: non criticate, agite, proponete qualcosa di serio, perché quello che avete proposto sul tema del lavoro serio certamente non è.

Ma si va avanti con il capitolo dedicato al potenziamento della base produttiva. Io vorrei riprendere questo capitolo perché si dice che tutto va male, che non ci sono tendenze positive, però alla fine si dice anche: l'obiettivo è quello di attuare l'accordo di programma sulla chimica. E vedremo che vi è una costante: all'assenza di proposte autonome di questo Esecutivo, di questa maggioranza, all'incertezza proposta sullo sviluppo, vengono opposti dei punti fermi in ogni singolo capitolo, che riprenderò uno per uno e che riportano alle azioni di governo concrete, puntuali della precedente legislatura, tanto nefasta e tanto da voi criticata.

E poi la scelta dello turismo sostenibile: come non citare, anche in questo caso, la CISL che, in proposito all'affermazione che fate di perseguire le azioni del Trentino, vi ricorda che è assolutamente improponibile la bistagionalità, perché è evidente che diventa un'equazione assolutamente impropria per quanto riguarda la Sardegna.

Poi la ricerca e per ultime, nell'ordine delle priorità, le politiche sociali. Di tutto, di più, uguale a niente, cioè non vi è una strategicità nel progetto, anzi viene confuso il sistema della programmazione negoziata, viene confusa la programmazione unitaria delle risorse in un ciclo integrato della programmazione che possa davvero creare quei presupposti, quei fattori che assolutamente vanno messi alla base dello sviluppo economico e che qui sono stati totalmente dimenticati.

Ecco, se tralasciamo le considerazioni generiche, sulle quali il voto è assolutamente insufficiente per quello che è dato intendere da queste affermazioni che si sono potute leggere, il voto è assolutamente negativo per quanto riguarda le proposte concrete e sostanziali. Non c'è nel DPEF una, dicasi una proposta concreta che possa essere innovativa nel progetto di sviluppo di questa Regione.

Voterò a favore delle cose certe; voterò a favore di quelle parti del DPEF che affermano la necessità di partire, nella pianificazione economica, da quegli elementi che hanno storicamente frenato l'economia della nostra regione. Non solo l'insularità, che è diventato elemento cardine di una rivendicazione non più negativa, ma positiva verso l'Europa, ma gli elementi interni, l'acqua per esempio. Si fa riferimento a tutta una serie di atti, magari nascosti dietro il richiamo all'intesa istituzionale di programma. Non c'entra niente, assessore Pigliaru. Chi ha steso la parte relativa all'acqua non solo è molto confuso, ma ha sicuramente poca cognizione anche delle date: 24 febbraio 2002, Accordo di programma quadro, Piano d'ambito della Regione Sardegna, assolutamente unico nel suo genere, e Piano stralcio direttore di bacino, per la prima volta in Sardegna. Sono atti realistici, considerati dagli stessi valutatori dell'Unione Europea strade maestre per affrontare le questioni infrastrutturali. Sulla partita delle infrastrutture viarie dite che si è raggiunto un livello assolutamente straordinario per quanto riguarda la realizzazione di progetti e i finanziamenti, un livello che mai era stato raggiunto dalla Sardegna. Strano, Assessore, perché in quest'Aula, le stesse forze politiche che la sostengono hanno avuto modo di dire l'esatto contrario. E mi permetterà un richiamo amichevole al non più presente in quest'Aula onorevole Selis, perché lei dice che la Regione perseguirà con nuovo impulso l'obiettivo della "Sardegna piattaforma logistica del Mediterraneo". Questa definizione, contemplata in una legge dello Stato, risale a un accordo siglato tra la Regione sarda e il Governo nazionale nel novembre del 2002, in cui si dice, relativamente all'aspetto più importante, quello della piattaforma logistica del Mediterraneo, che bisogna perseguire quella strada che è sostanziata - dice lo stesso DPEF - con importanti risultati che sono stati raggiunti per quanto riguarda la dotazione finanziaria. Il contrario di quello che è stato detto e ridetto in quest'Aula.

Ma vorrei ricordare a qualcuno alla cui memoria certamente non sfugge, al collega Pirisi, che adesso guida in maniera autorevole la quarta Commissione consiliare, che si occupa di lavori pubblici, e allo stesso assessore Sanna, che a pagina 88 del DPEF c'è un capitolo dedicato proprio all'accelerazione dei lavori pubblici, attraverso tutte quelle procedure che erano state individuate nella legge finanziaria 2002, sulla quale avevate chiesto il voto segreto: "Analoghe misure di accelerazione verranno adottate per proseguire e per realizzare i lavori secondo tempi contrattuali, anche" - c'è scritto - "con l'obbligatorietà del secondo e del terzo turno lavorativo giornaliero e con il premio di accelerazione". E' ai verbali di questo Consiglio che fu negato, con un voto segreto vigliacco, anche da parte di alcuni componenti della maggioranza di allora, che si potessero prevedere il secondo e terzo turno lavorativo e il premio di accelerazione. Basterebbe riprendersi le dichiarazioni di allora.

Ebbene, colleghi, si è detto che ci sono soldi non spesi, nella precedente legislatura, relativi a fondi bloccati, e proprio sul piano delle infrastrutture si è detto che non c'è stata una realizzazione concreta. Falso, falso e falso! Basterebbe leggere, e chi è addetto a una lettura professorale, documentale ed economica lo sa, quanto dice la Banca d'Italia. La Banca d'Italia dice, a pagina 12 del rapporto sull'andamento dell'economia del 2003, che in Sardegna nel periodo 2002-2003 c'è stato un incremento delle opere pubbliche realizzate del 54,1 per cento rispetto al 2001, cioè si sta dicendo che si è riusciti a mettere in moto un sistema economico che ha generato più occupazione e ha incrementato il prodotto interno lordo, i cui risultati sono stati legati alla fase di cantiere sino adesso, ma saranno legati alla fase di sviluppo quando tutte quelle infrastrutture saranno messe in rete e diventeranno perno essenziale dello sviluppo economico.

Ma perché non è stata letta la pagina 23, sempre del rapporto della Banca d'Italia? Mi riferisco alla critica che è venuta da qualche sprovveduto che pensa di nascondere a quest'Aula la realtà. Dice la Banca d'Italia: "Il grado di attuazione finanziaria del POR Sardegna alla fine di settembre era tuttavia più elevato rispetto a quello relativo all'insieme dei POR di tutte le Regioni italiane destinatarie delle risorse". Cioè la Sardegna da sola ha speso più di quanto abbiano speso tutte le Regioni italiane messe insieme. Lo dice, colleghi, la Banca d'Italia e credo che niente ci sia da proporre rispetto a questo indicatore. Indicatore che invece è devastante, colleghi. Quello che pubblica, a pagina 83, l'Assessore della programmazione è puntuale, in quanto cita l'indice di dotazione infrastrutturale, guarda caso, considerando l'indicatore dal 1991 al 1999, cioè tutte le politiche della spesa dei fondi comunitari che riguardano il QCS 1994-1999! E si dice, in questa tabella, che la spesa è stata fallimentare. Non si può valutare sul POR 2000-2006 se la spesa abbia inciso o meno, assessore Pigliaru, sulle politiche di sviluppo e sulle politiche infrastrutturali, ma qui si evince il fallimento totale dell'azione di spesa della Giunta regionale di allora!

Colleghi, voglio concludere perché, vedete, avete ripercorso la partita dell'indebitamento e cioè vi domandate dove prendere i soldi. Io mi permetto di ribadire qui, ancora una volta, un suggerimento: la tabella B, riportata a pagina 126, vi consente di capire dove potete prendere i soldi. Cioè se voi ritenete che nella scorsa legislatura si sia perpetrato un danno all'erario, che si sia deciso un indebitamento eccessivo della Regione, tagliate da queste voci. Voglio leggervele: disavanzo delle UU.SS.LL. 1990, 70 miliardi di lire; BOR nazionale (i bond di allora), 200 miliardi; BOR estero (quelli della nota JP Morgan, assessore Pigliaru), 800 miliardi; investimenti previsti dalla legge finanziaria 2002, 1500 miliardi; altri 1000 miliardi per investimenti. Andiamo a vedere, tagliamoli! Siccome sono soltanto autorizzati, mi rivolgo al presidente della Commissione bilancio e programmazione, gran parte di questi stanziamenti non sono spesi, non sono impegnati, possono essere cancellati. Cioè, se voi ritenete che tutti quei fondi non abbiano davvero ragione d'essere cancellateli. E ancora: 2003, 950 miliardi per investimenti; il cofinanziamento del fondo comunitario FESR 2000-2006, 200 miliardi; disavanzo delle ASL, 280 miliardi, finanziato con la legge finanziaria del 2003; sofferenze EE.LL.-bando 2001, 38 miliardi. O vogliamo cancellare, collega Uras, il finanziamento triennale del piano straordinario per il lavoro (340 miliardi per il 2003; 340 miliardi per il 2004 e 200 miliardi per il 2005)? Allora, colleghi, se l'Assessore Pigliaru vuole trovare soldi li può trovare basta che cancelli!

Noi abbiamo presentato solo quattro emendamenti sostanziali: il primo sul lavoro, con cui chiediamo il rifinanziamento di tutte quelle leggi che possono incrementare l'occupazione in Sardegna; il secondo per fondare l'azione dello sviluppo infrastrutturale della Sardegna sull'energia, proponendo soluzioni certe e definite. Un terzo emendamento riguarda le infrastrutture, da quelle viarie a quelle della rete che può davvero consentire la realizzazione di una piattaforma strategica logistica del Mediterraneo. Il quarto emendamento è quello che consente di fare una vera politica ambientale in Sardegna, decisa in Sardegna. Abbiamo cioè proposto un emendamento volto a cancellare, con il voto finalmente unanime del Consiglio regionale, il parco del Gennargentu, a tal fine chiedendo al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio di emanare un decreto che azzeri quella bruttura istituzionale, che rappresenta davvero uno schiaffo a un ambiente che deve essere governato dalla Sardegna e dai sardi.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Cachia. Ne ha facoltà.

CACHIA (Insieme per la Sardegna). Grazie, signor Presidente. Una programmazione regionale di sviluppo frutto di una nuova stagione di governo, queste sono le intenzioni del DPEF secondo le indicazioni iniziali che si leggono nel documento. Un impegno notevole che nella parte non finanziaria indica quello che dovrebbe essere il percorso da seguire, ma che suscita soprattutto una riflessione sul modello economico e sociale che questa Giunta e questa maggioranza intendono realizzare.

L'obiettivo della Giunta e della maggioranza, come dicevo, è quello di creare condizioni di vita migliori per una regione e una comunità che attendono da decenni atti di giustizia sociale. Inevitabile base di partenza un DPEF che stimoli non solo alla nostra riflessione, ma anche la volontà della Regione, che sempre dovrebbe accompagnare la politica nei tortuosi percorsi che ci sono fra il dire e il fare. Ma quando le risorse sono poche, sicuramente insufficienti, e le cose da fare sono molte, certo non è facile risollevare l'economia debole della nostra Isola.

Il DPEF - qualche collega lo ha detto - appare sempre, ogni anno, come una liturgia da compiere, un documento obbligato che cederà presto il passo alla finanziaria, che voteremo, a Dio piacendo, nei prossimi giorni, alla cui efficacia sarà legata una parte rilevante dell'economia sarda, la cui autonomia, lo sappiamo tutti, in alcuni casi è molto ridotta. La Sardegna - non scopro certamente l'acqua calda - e in generale tutto il Meridione pagano il prezzo di un'arretratezza dalla quale non sappiamo affrancarci. O forse è anche giusto dire che non possiamo affrancarci sino a quando lo Stato e la Comunità Europea non daranno giusto ruolo a iniziative di perequazione economica e sociale. In ogni caso non basta indicare solo i numeri per capire le profonde disuguaglianze che ancora esistono e che diventano ogni giorno più evidenti fra il Nord e il Sud, fra le due Italie, come diceva Croce. Le disuguaglianze contengono in sé gli stessi principi animatori delle società diverse, quei meccanismi propulsivi che rendono certe volte facile, certe volte difficile, lo sviluppo. Noi abbiamo sempre sostenuto che senza una politica di equità sociale le differenze sono destinate a rimanere, anzi forse ad aumentare.

E' difficile pensare indubbiamente a un organismo debole, provato da malanni e privazioni, che sia in grado di competere con un organismo sano, anche se le razioni di cibo date a entrambi sono uguali. Diciamo questo per rivendicare ancora oggi una questione meridionale che non sia però fatta, come è stato sinora, di puro assistenzialismo, ma che crei condizioni opportune per favorire il nascere e l'affermarsi di occasioni stabili di lavoro, di competitività aziendale, di sostegno sociale e solidale. Non possiamo, comunque, dipendere solo dagli altri, come è successo nei decenni passati. Infatti, se da una parte è legittimo rivendicare dallo Stato quelle attenzioni dovute, che rappresentano un debito antico e una dignità mai riconosciuta, dall'altra, ben sapendo quanto sarà difficile la strada del riconoscimento dei nostri diritti, occorre provvedere a indicare gli strumenti di programmazione idonei a valorizzare quei settori che sono suscettibili di sviluppo, evitare gli sprechi, le spese inutili, favorire nel contempo un armonico sviluppo -questo era anche scritto nelle dichiarazioni programmatiche - fra le zone costiere e l'interno ed evitare che nel ritardo dello sviluppo, rispetto ai contesti generali assai più avanzati, ci siano ulteriori e pericolosi ritardi di alcune aree rispetto ad altre, che noi sappiamo sono al di sotto degli standard nazionali.

Il DPEF dovrebbe essere un'occasione di confronto, signor Presidente, soprattutto su questi temi. Noi sappiamo bene che non è questa la sede del particolare. Il Documento di programmazione economica e finanziaria apre, senza dubbi, grandi scenari, non ristretti ambiti di osservazioni, e allora su alcuni scenari è opportuno confrontarci. Il primo scenario è la necessità di garantire comunque un tasso di sviluppo certo, che non deve essere di serie B o di serie C, più basso insomma, molto più basso di quello di altre regioni. Nel nostro caso c'è un grande gap da colmare; noi non possiamo crescere né col passo del Veneto, né con quello della Lombardia. La legge dei numeri talvolta ci inganna, non possiamo accontentarci di avere registrato un tasso di crescita uguale a quello di una regione ricca, perché ciò significa che le differenze rimangono, anzi sono destinate a crescere, perché la massa delle ricchezze acquisite altrove funziona da volano per attirare certamente nuove ricchezze.

La considerazione del collega Uras - che non vedo in aula - sulla scarsissima attrazione di capitali, nonostante alcune condizioni di vantaggio (si pensi, per esempio, alla posizione baricentrica dell'Isola nel Mediterraneo), è riferibile non solo a un'offerta a volte meno appetibile di infrastrutture e servizi, grande risorsa di altre isole come per esempio l'Irlanda, ma alla difficoltà di raggiungere massa critica nei volumi produttivi che sono quelli che poi fanno mercato. Ma c'è anche difficoltà a tarare strumenti di programmazione che sappiano individuare il tipo di attività favorevoli al mercato attuale e consentire rapidità di realizzazione. Ci sono, altrove, presenze universitarie che costituiscono il volano di questi processi, favoriscono la formazione ad alto livello, indicano le strade sicure dello sviluppo.

Del recente assestamento di bilancio abbiamo apprezzato la scelta di non colpire, con i tagli necessari e riequilibrare la spesa sanitaria, i settori che sono produttivi. Ma se fosse questa la sola chiave di lettura, il risultato sarebbe senza dubbio molto modesto. Non basta evitare di tagliare a settori generalmente in sofferenza qualche milione di euro per risolvere i problemi, occorre varare una politica di piano che sia in grado di realizzare le sinergie necessarie per irrobustire il settore, dall'uso della tecnologia agli indirizzi di mercato, perché le nostre produzioni siano adeguatamente difese in attesa che la direzione imprenditoriale consenta alle aziende di camminare con le proprie gambe.

Punto decisivo, signor Presidente, rimane, in questa contingenza, una disponibilità di risorse più consistente rispetto a quella attuale. Lo Stato è in debito da anni verso di noi e a noi hanno insegnato che i debiti si onorano. Comprendiamo le ristrettezze entro le quali il bilancio governativo si muove e comprendiamo anche l'attività propagandistica di chi, col pretesto - perché di pretesto, signor Presidente, si tratta - di ridurre le tasse, in realtà costringe altri a stringere la cinghia. Resta il fatto che il nostro credito è assodato, lo Stato non solo non rispetta i patti, ma contrabbanda per federalismo il disimpegno in alcuni settori, delegando competenze alle Regioni, come succede con la devolution, senza trasferire loro però le risorse necessarie per attuare le riforme. Perciò dobbiamo aprire una vertenza, perché siano riconosciuti i nostri diritti, ristabilendo quel vecchio rapporto, che fu il cavallo di battaglia di un'intensa stagione politica, della conflittualità fra potere periferico e potere centrale, tanto più necessaria oggi che avanza l'idea, insufficiente e inappagata, dello Stato federale.

L'indebitamento della Regione - questo è il terzo punto - non consente di intervenire nella misura ritenuta necessaria in alcuni settori. Da qui nascono due inevitabili conseguenze: la scelta delle priorità e la programmazione come metodo. Nell'uno e nell'altro caso bisogna ridurre le spese tenendo presente - anche questo è stato detto - che la politica del rigore non deve colpire assolutamente quello è lo stato sociale. Di fronte alla povertà che cresce e colpisce anche fasce ritenute al di fuori di questa condizione di bisogno, tenere in piedi un welfare rispondente a un minimo di requisiti e ben distribuito diventa uno dei fattori prioritari della Giunta e di questo Consiglio.

Nello stato sociale collochiamo un pezzo importante della sanità, tenendo conto non solo dell'accesso ai servizi, ma anche della qualità dei servizi stessi. Anche in questo caso, signor Presidente, non ci possono essere una sanità di serie A e una di serie B: la prima per chi ha i soldi e può pagare, la seconda per chi non riesce ad avere risorse economiche. Tutto ciò rientra nei criteri della programmazione e dell'urgenza dei piani regionali. Se dunque il risanamento del bilancio è al primo posto, la difesa dello stato sociale resta un obiettivo da perseguire a difesa degli ultimi, come espressamente dichiarato nel programma elettorale e nelle dichiarazioni programmatiche, e non solo degli ultimi, anche perché i penultimi da noi, qui in Sardegna, sono ultimi rispetto ad altre regioni, essendo a tutti noto il disagio che colpisce quasi un terzo della nostra popolazione.

Il DPEF, che mi sento di condividere per intero, indica alcuni obiettivi, percorre strade inesplorate nel recente passato e si affida a strumenti guida, quale dovrebbe essere il programma regionale di sviluppo, destinati a divenire il riferimento di qualsiasi attività economica e finanziaria. Credo che esistano in prospettiva le condizioni per costruire un progetto più rispondente a quelle che sono le esigenze di crescita.

In questo progetto trova collocazione il ruolo della Sardegna nell'Europa delle autonomie. Qui si aprirà senza dubbio un inevitabile contenzioso per avere un ruolo e riuscire a difenderlo per la nostra specialità, condizione essa stessa di sviluppo. Dagli strumenti straordinari dipende la possibilità di crescere molto più rapidamente, ma questo è un discorso che senza dubbio apre altri scenari, sui quali credo che avremo in futuro occasione di confrontarci. C'è infatti la prospettiva dei nuovi equilibri determinati dall'allargamento dell'Unione Europea, che ne spostano ad Est l'attenzione, per favorire senza dubbio altri equilibri, ma penalizzando anche la Sardegna, che esce dall'Obiettivo 1. A noi sembra, tuttavia, che non sia possibile omettere la mancata perequazione, così come è indicato nel trattato di Roma, fra regioni ricche e regioni povere, regioni forti e regioni deboli. Come si vede, il DPEF è a cavallo di tutte queste situazioni, di queste e anche di altre. Dall'equilibrio che riuscirà ad esprimere dipenderà in larga misura il successo finale, che sarà comunque laborioso e sofferto. Mi sembra ingiusto, signor Presidente, esprimere su di esso, come in quest'Aula abbiamo sentito, un giudizio di superficialità o di genericità. La ringrazio.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Diana. Ne ha facoltà.

DIANA (A.N.). Signor Presidente, ho ascoltato con attenzione soprattutto gli interventi dei colleghi della maggioranza, perché da loro mi aspettavo considerazioni che in qualche maniera potessero meglio definire l'impostazione di questo Documento di programmazione economica e finanziaria, convinto come sono che sia un documento che probabilmente non è stato concordato. L'onorevole Cherchi lo ha definito un documento sobrio e onesto: già il fatto di definirlo onesto è tutto un programma, ma vorrei capire se qualcuno in quest'Aula possa presentare documenti che non siano quanto meno ammantati di onestà!

Il problema è che l'onorevole Cerchi, al di là della definizione che ha dato di questo documento, ha fatto delle considerazioni che peraltro possono essere condivisibili, ma che non trovano rispondenza nel documento che stiamo esaminando. E quindi questo mi fa capire che, probabilmente, non ci deve essere stato un grande raccordo nella stesura di questo DPEF. Un Documento che è certamente onesto, sobrio, ripetitivo; non è certamente esclusivo, avendo le caratteristiche di molti altri documenti di questo genere. Voler scaricare tutto ciò che è possibile sul programma regionale di sviluppo, in una seconda fase, per farci capire quali sono i veri orientamenti della Giunta regionale e della sua maggioranza, è un'impresa abbastanza problematica. Il DPEF, che è tutto incentrato sul programma regionale di sviluppo, dice che sarà quello il momento nel quale troveranno più pratica applicazione progetti, programmi e le cose da realizzare, come si usa dire. Se ne deduce che fino a quando (entro un anno, quindi entro il 2005) il programma regionale di sviluppo non sarà partorito, dovremo procedere, qui sì, con la bussola. Ed ecco che questo documento diventa una bussola, ma se si intende la bussola come noi la intendiamo comunemente, cioè come un ago che ci guida, che ci indica la direzione, qui sinceramente credo che la bussola sia impazzita, perché di fatto il DPEF non aggiunge e non toglie niente ai principi che vengono enunciati e che certamente possono essere condivisi da tutti.

Si parla di sviluppo sostenibile, si parla di tutta una serie di problemi che sono certamente ben presenti a tutti i colleghi consiglieri regionali di maggioranza e di opposizione, però io non trovo, onorevole Maninchedda, grande forza quando lei parla di scuola, salute, previdenza e lavoro. Questi sono argomenti forti, sono argomenti importanti; non si cita la famiglia, forse per qualche parte politica questo è un dettaglio, però sono argomenti forti. Dobbiamo aspettare il programma regionale di sviluppo per capire esattamente che cosa vogliamo fare? Questi quattro argomenti (non cito gli altri, ma li citerò successivamente, perché ritengo siano importati almeno quanto questi) se non altro vanno riportati a quelle che sono le reali condizioni economiche della nostra Isola. Mi fermo sul lavoro per un momento, che è il problema più drammatico probabilmente: da tutte le enunciazioni contenute nel DPEF, io personalmente, con quella media intelligenza, ma credo sotto la media, che mi ritrovo, non riesco a capire come si intenda affrontare questo problema. Questo mi preoccupa molto; mi preoccupa perché sono all'opposizione e devo evidenziare gli errori qualche volta macroscopici della maggioranza, ma mi preoccupa per il popolo sardo, per la nostra gente, perché sono trascorsi sei mesi dalle elezioni e noi abbiamo già esitato l'assestamento di bilancio, stiamo per esitare il DPEF e stiamo disegnando un percorso, che è quello del programma regionale di sviluppo.

L'onorevole Porcu ha fatto un esame della situazione che certamente ha illuminato tutti noi. Credo che da domani mattina sarò fortemente perplesso se mantenere in questo Consiglio regionale il ruolo che rivesto o traghettare. Ho infatti una sensazione che quasi mi crea dei problemi, onorevole Porcu, perché l'analisi da lei fatta ha aumentato ulteriormente la confusione già esistente, in quanto non ha portato un solo elemento di novità rispetto alle cose che si possono leggere in questo documento e che comunque si scontrano decisamente con le affermazioni dell'onorevole Davoli e anche con ciò che diceva l'assessore Pigliaru. Non c'è nessuna novità. Eppure, chissà perché, mi aspettavo delle novità dall'onorevole Porcu, che secondo l'opinione comune è colui che più di altri dovrebbe divulgare certe notizie, forse perché era partito prima in campagna elettorale, quindi doveva in qualche maniera dare forza di quello che il presidente Soru vuole veramente realizzare in questa regione. Bene, io non ho notato niente di tutto questo.

Per ritornare all'onorevole Cherchi, che invece i problemi li sa affrontare perché li conosce, quando lui comincia a parlare, non di un documento sobrio e onesto, che era il minimo che potesse dire trattandosi di un importante consigliere della maggioranza, ma di sistema bancario, zone fiscali, finanza di progetto e del favorire le banche locali, apriti cielo! Onorevole Cerchi, le banche locali non contano, l'abbiamo visto, non sono state prese neanche in considerazione, anzi, di certe banche delle quali la Regione Sardegna ha una piccola proprietà, ma anche su questo vorremmo avere maggiori notizie, sembrerebbe che ce ne vogliamo disfare, eppure credo che debiti non ce ne abbiano creato, anzi ultimamente forse ci hanno dato degli utili. Le banche sarde bisognava cercarle anche quando la Regione Sardegna probabilmente aveva bisogno di qualcosa e non solo nel momento in cui debbono mettere a disposizione le risorse a tassi certamente agevolati. E ci auguriamo tutti quanti che facciano uno sforzo, perché ci stiamo provando da tanti anni e non ci siamo peraltro riusciti. Però, poi, l'onorevole Cherchi affonda i colpi e dice: ma dobbiamo parlare di risorse in conto capitale o dobbiamo parlare di risorse e di contributi in conto interessi? Questo è il dilemma, onorevole Cherchi, ed è un dilemma grosso, è un dilemma che non emerge in questo documento, signori colleghi, non esiste questa differenza. E' accennata, sì, onorevole Cherchi, ma è solo accennata, noi non sappiamo ancora qual è il vero indirizzo che questo Governo regionale vuole dare a questa importantissima parte della nostra economia.

Ecco perché ho ascoltato con attenzione l'onorevole Cherchi, al di là del fatto che abbia definito il documento sobrio e onesto, come ho detto. Quindi non si parla di finanza di progetto - o anche questo è un aspetto marginale? -, non si parla di zone fiscali, non si parla assolutamente di come si intende favorire la presenza delle banche locali nel tessuto economico della Sardegna. E questo è un altro aspetto che ci preoccupa fortemente.

Così come mi preoccupa l'enunciazione in merito allo sviluppo turistico, cioè la considerazione che lo sviluppo turistico in Sardegna è avvenuto per la presenza di imprese non sarde. Va bene, è una valutazione, c'è una critica pesante in questo senso, però, poi, quando si parla degli ulteriori investimenti che bisognerebbe fare si dice o si cerca di dire come attrarre capitali da fuori. Allora mettiamoci d'accordo: vale solo per il turismo oppure non vale per il turismo e vale invece per altri settori dell'economia, quali l'industria, l'energia, l'agricoltura?

Io non ho trovato grandi soluzioni ai problemi che sto affrontando, assolutamente no. Voglio ancora credere che questo programma regionale di sviluppo sarà il documento strategico di questa Giunta regionale e indicherà puntualmente quali sono gli interventi che questo Governo regionale vuole realizzare in Sardegna. Ma il programma regionale di sviluppo non si deve limitare alle enunciazioni, almeno mi pare che così non sia previsto, e quindi dovrebbe dire quali sono gli interventi, dove si intende intervenire, con quali modalità, con quali risorse e con quale progettualità, e soprattutto con quale tessuto imprenditoriale sardo, perché questo poi è l'altro grande dilemma che l'onorevole Cherchi conosce molto bene. Infatti, spesso e volentieri, pur essendoci strumenti adeguati di sostegno, in conto interessi o in conto capitale, manca la materia prima, manca l'imprenditore locale. E' questo il grande dramma che noi affrontiamo.

Allora di fronte a queste problematiche si ha voglia di fare enunciazioni, cari colleghi! Lo sviluppo sostenibile è bellissimo, certamente, ne parliamo tutti, però badate, credo che sotto questo punto di vista - e cito volentieri di nuovo l'assessore Pigliaru, che qualche informazione più precisa sicuramente ce la può dare - la ricetta per lo sviluppo sostenibile non l'abbia inventata ancora nessuno! Non c'è un modello unico per definire lo "sviluppo sostenibile", perché lo sviluppo che può essere sostenibile nella provincia di Nuoro può non esserlo, per esempio, nella provincia di Oristano o di Cagliari, perché quella dello sviluppo sostenibile è una materia diversa, piuttosto virtuale, bisogna averla in testa. Bisogna crederci nello sviluppo sostenibile, non basta enunciarlo; bisogna fare formazione, bisogna fare educazione, bisogna far capire ai cittadini come si ottiene uno sviluppo sostenibile. Però non ho notato interventi in questa direzione, assessore Pigliaru. Credo che ci siano in Sardegna delle realtà, delle amministrazioni locali che si stanno impegnando molto in questo e lo fanno continuativamente. Non a caso la Sardegna è stata beneficiata da Agenda 21 oltremisura rispetto a tutte le altre regioni d'Italia. E ci sono delle zone che sono state beneficiate al di là, probabilmente, di tutto ciò che è avvenuto nel resto della regione. Parlo della zona del centro Sardegna, che ha ricevuto finanziamenti che sono quasi il doppio di quelli che sono stati distribuiti su tutto il resto del territorio regionale. Perché? Probabilmente si è creata un'armonia nei territori, si è creato un tessuto che ha capito esattamente in quale direzione bisogna andare. Per fare questo, però, bisogna anche investire, non possiamo solamente enunciarli questi principi; bisogna discuterne, parlarne, fare convegni. L'onorevole Maninchedda ha detto che bisogna fare concertazione anche attraverso i convegni. Posso anche essere d'accordo però poi bisogna dare gambe a questi convegni, non bisogna lasciarli morire, bisogna continuare, insistere. Questo vale per lo sviluppo sostenibile, ma vale anche per quel tipo di agricoltura di cui si riempie tanto la bocca l'onorevole Alberto Sanna, il quale, nella precedente legislatura, ha massacrato qualsiasi tipo di intervento venisse dalla Giunta regionale di allora. Eppure credo che grandi sfracelli non ne abbiamo fatto e non ne abbiano fatto. Certo, si è molto preoccupato di raddoppiare la quota per la siccità dell'annata 2001-2002, ma poi tutti avete potuto verificare, così come era stato detto, che i 125 milioni di euro messi a disposizione dalla Giunta regionale erano già una cifra piuttosto importante. Eh no, bisognava creare dei problemi a quella Giunta, e si è andati al raddoppio, a 250 milioni di euro. Il risultato è stato che 180 milioni di euro sono rimasti non spesi. Questa è la realtà di una opposizione fatta in quel modo. Attenzione, colleghi, è un'opposizione che nessuno di noi sta facendo. Un'opposizione strumentale, demagogica come quella che avete fatto voi - e la cito oggi per l'ultima volta - noi non l'abbiamo ancora fatta e spero che non arriveremo mai a farla. Però la comprensione è d'obbligo, io vorrei capire dove stiamo andando a parare, perché da tutti i ragionamenti che ho sentito non sono riuscito a capirlo. Debbo dire la verità, in Commissione l'assessore Pigliaru si è sforzato di farci capire non che questo documento fosse propedeutico, onorevole Porcu, ma forse che c'erano degli stimoli, come ha detto l'onorevole Maninchedda. Io continuo a ragionare secondo quel senso che ci venne illustrato dal presidente Soru nel giorno dell'insediamento. Continuo a pensare a quel senso, perché non ho visto ancora niente di propedeutico, non ho visto ancora stimoli importanti che sono insiti in chi fa politica. Noi abbiamo la certezza che questi concetti sono patrimonio di tutti. Ci scontreremo, certo, sull'articolo 19 della 37 e allora, probabilmente, succederà qualcosa, onorevole Davoli, vorremo veramente vedere se le politiche del lavoro sono condivise da tutta la maggioranza o solo da una parte di essa. E poi verificheremo se quelle centinaia di miliardi di lire che abbiamo impegnato per anni hanno prodotto quello che lei ci vuol far credere per Orune. Non hanno prodotto assolutamente niente, onorevole Davoli, perché lo spopolamento del comune di Orune è pari se non superiore allo spopolamento di tutte le zone interne. Come ha visto, nonostante una buona amministrazione, con un ottimo sindaco e un Assessore provinciale che hanno impegnato tutte le risorse, lo spopolamento nel suo territorio non è affatto diminuito. E questo che cosa vuol dire? Che evidentemente lo strumento non funziona? Nonostante abbiate speso bene - dice lei e io sono convinto che sia stato così, che abbiate fatto cosa buona e giusta - non siete riusciti ad arginare lo spopolamento del vostro territorio.

A questo proposito, ed è l'argomento che mi interessa maggiormente, visto che la Sardegna è circondata da una corona di due chilometri (su questo ci abbiamo messo una pietra sopra per il momento) e tutto quello che sta all'interno è zona interna, se non riusciamo a incidere con provvedimenti importanti che non possono essere lasciati al programma regionale di sviluppo, come intendiamo affrontare il 2005, come intendiamo affrontare la finanziaria posto che si dice che bisogna tagliare, tagliare e tagliare? Certo, una strada l'ha disegnata l'onorevole Pili, è una responsabilità vostra, quei soldi ce li abbiamo messi noi, ce li avete fatti mettere anche voi, adesso noi non li vogliamo levare, sia ben inteso, anzi li vogliamo incrementare perché riteniamo che un utilizzo corretto e giusto di quelle risorse possa creare occupazione, possa evitare lo spopolamento, dobbiamo solo intenderci su questo.

Questa volta è come se l'onorevole Cogodi fosse seduto qui, onorevole Davoli, non più li, avendo capito come si sono invertite le parti. E quindi io che ho la memoria abbastanza lunga, ricordo quelle sere infernali, le definisco così, che ci hanno fatto soffrire tantissimo. Lei non soffriva, no, perché pensava ad altro, però io le assicuro che è stata una sofferenza vedere il Consiglio regionale mortificato. Mortificato! E questo non lo dico solo io, probabilmente in cuor vostro lo dite anche voi.

Non si deve tornare indietro, certamente, però quelle battaglie che sono state fatte noi intendiamo portarle avanti anche oggi per il bene dei sardi e della Sardegna. E non veniteci a raccontare di sobrietà, onestà e ovvietà, perché con questi tre concetti, pur importantissimi, non si risolvono i problemi della Sardegna, non fate capire ai sardi che avete vinto meritatamente le elezioni. Ma soprattutto non si vede la grande novità annunciata del presidente Soru, che ad oggi non è ancora riuscito a risolvere nulla, se non creare ulteriori contraddizioni e contrapposizioni nel settore dell'agricoltura, come i problemi che ha creato tra i produttori del latte e gli industriali che si occupano della sua trasformazione.

Questa è la grande realtà che noi stiamo vivendo, non è possibile affrontare questo problema in questo modo. Credo che il presidente Soru sarebbe dovuto venire qui in Aula a discutere con noi su come affrontare un problema drammatico come quello della pastorizia in Sardegna. E invece no, prende l'aereo e vola dal ministro Alemanno, perché pensa di risolvere il problema con lui. E' forse convinto, il presidente Soru, che noi stiamo qua a giocare a dama? Che ancora noi non abbiamo parlato con i nostri referenti nazionali che occupano parti importanti e ci siamo impegnati? Io credo invece che sia necessario che il Consiglio regionale faccia sentire la sua voce, e invece no, invece no, invece no...

SECCI (La Margherita-D.L.). Sono ministri del Governo italiano, non sono esponenti di A.N.!

DIANA (A.N.). Certo, onorevole Secci, sto dicendo la stessa cosa. Se lei avesse la bontà di ascoltare qualche volta, forse imparerebbe anche qualcosa, perché io non la interrompo mai. Le sto dicendo che noi non siamo stati qui a poltrire in questi mesi, ma il problema non lo si affronta in questo modo, perché in questo modo si creano solo le contrapposizioni forti tra gli industriali e coloro che forniscono il prodotto più importante per la caseificazione.

Questo non è possibile, a quel tavolo ci dovevano essere seduti i Capigruppo, ci dovevano essere tutte le Commissioni oppure, come ho detto prima, il presidente Soru, prendendo atto di una situazione drammatica, sarebbe dovuto venire qui per affrontare insieme al Consiglio questa materia. Invece ha preferito prendere l'aereo e recarsi a Roma per cercare di risolvere un problema che probabilmente non può risolvere lui, non possiamo risolvere nemmeno noi, ma forse, se se ne fosse parlato in Aula, qualche consiglio utile l'avremmo anche potuto dare.

PRESIDENTE. I lavori della serata si concludono qui, proseguiranno domani mattina alle ore 10.

La seduta è tolta alle ore 20 e 24.