Seduta n.251 del 26/02/1998
CCLI SEDUTA
(Seduta Solenne)
Giovedì 26 Febbraio 1998
Presidenza del Presidente Selis
La seduta è aperta alle ore 9 e 30.
PIRAS, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana di martedì 3 febbraio 1998, che è approvato.
Celebrazione del cinquantesimo anniversario dello Statuto speciale
PRESIDENTE. Onorevoli colleghe e colleghi, autorità ospiti, visto la circostanza voi mi consentirete di rivolgermi anche alle donne e agli uomini di Sardegna. Cinquant'anni fa veniva approvato 1o Statuto di Autonomia: si realizzava così un sogno (o almeno il principio di un sogno) di un popolo che, per secoli, aveva aspirato ad essere libero, autonomo, unito.
L'Autonomia per noi sardi non è solo un assetto delle istituzioni, un modello di Stato; è specchio della nostra coscienza individuale e collettiva, aspirazione storica della nostra identità, condizione per essere protagonisti nella società internazionale e nello Stato risorsa politica, culturale e morale per affrontare il futuro. Vogliamo perciò ricordare oggi gli uomini che con passione (non priva certo di errori) hanno lottato per costruire la democrazia, l'autonomia; e voglio (me lo consentirete) ricordare tutti i colleghi consiglieri regionali che ci hanno preceduto in quest'Aula, molti sono qui presenti, e li ringrazio e li saluto con particolare affetto. Così come voglio ricordare i caduti di tutte le guerre, di tutte le parti, di tutte le ideologie.
Vogliamo ricordare le vittime della violenza, dell'odio, della criminalità; la lunga lista, ininterrotta e attuale di dolore e di vergogna per il nostro popolo, riscattati dall'eroismo estremo e quotidiano di quanti operano nel silenzio e di quanti, avendo subito violenze, non si sono arresi e costituiscono, ancora oggi, l'avanguardia attiva di un popolo che vuole liberarsi della piaga vergognosa dei sequestri di persona.
I criminali già condannati dalla coscienza popolare, dal giudizio della società civile, saranno sconfitti se lo Stato saprà, oggi non domani, valorizzare la rivolta morale e civile dei sardi per chiudere, una volta per sempre, la storia dolorosa dei sequestri di persona. Rivolgiamo un pensiero affettuoso a chi soffre per le malattie, per la privazione sostanziale di diritti (al lavoro, alla cultura, alla salute) per le difficoltà di dare un senso alla vita in un momento così complesso e confuso della storia dell'umanità.
Rivolgiamo un saluto familiare a tutti i Sardi che hanno lasciato questa terra per trovare un futuro più certo, alle loro famiglie, perché non dimentichino di essere Sardi e con orgoglio e dignità, rispettino la terra che li ospita ed esigano rispetto. Come noi vogliamo rispettare, accogliere e sostenere (nell'ambito di leggi chiare e precise) quanti da altri Paesi e Continenti sono venuti qui per cercare un futuro che a nessun uomo deve essere negato. Come noi sappiamo per avere molto sofferto. Perché siamo un popolo che ha subito invasioni e dominazioni e ha lottato per restare uguale a sé. Siamo un popolo che, vittima nel tempo di altri popoli, non si é mai perso, ma ha conservato la sua identità. Siamo un popolo che, sconfitto, non si é arreso, oppresso non ha servito, umiliato dalle forze altrui ha esaltato la propria resistenza.
Non vogliamo dimenticare la nostra sofferenza perché non vogliamo più soffrire per l'arroganza del potere e della forza altrui. E vogliamo che nessun popolo soffra, che nessun popolo perda la propria identità.
Un genocidio culturale può, nell'età dell'informazione, sostituire il genocidio delle razze che la storia ha nel tempo consumato, con la colonizzazione violenta e subdola della coscienza individuale e collettiva.
L'umanità sarà libera se ogni uomo sarà libero, se sarà uguale all'altro, se sarà per gli altri fratello.
E' significativo che i 50 anni nella nostra autonomia coincidono con i 50 anni della Dichiarazione dei diritti dell'uomo.
Noi popoli vinti non abbiamo forse ancora scritto la nostra storia, ma ne conserviamo la memoria nei miti, nella lingua, nelle tradizioni, nella poesia, nella musica, nell'arte. Di questo passato vogliamo riappropriarci per essere cittadini del nostro villaggio e del nostro pianeta: Sardi, Italiani, Europei.
Vogliamo avere memoria e cultura, tecnologia e scienza, coraggio e coscienza per conquistare e costruire le nostre libertà; non principio astratto, ma concreti diritti al lavoro, alla cultura, alla salute, al futuro. Diritti che sono la base della nostra cittadinanza, della nostra Costituzione, del patto di unità del Paese. Una unita a rischio, non tanto per il delirio di alcuni, ma per la insopportabile frattura tra principi costituzionali e realtà, tra i diritti scritti e la loro concreta attuazione.
Perciò la stagione delle riforme non può limitarsi alla modernizzazione della Parte seconda della Costituzione; ci sono valori e principi della Parte prima ancora integri nella loro idealità e nella loro efficacia giuridica, ma che attendono ancora una piena, sostanziale attuazione.
Bisogna avere coscienza che il Paese é diviso. Le condizioni di lavoro, di reddito, di vita sono troppo squilibrati fra Nord e Sud. La questione meridionale è messa in ombra dalla protesta delle regioni ricche e dalla richiesta di essere cancellata dalla Costituzione. La specialità é aggredita e rischia anch'essa di essere eliminata nonostante permangono o si amplificano le sue ragioni storiche, geografiche, politiche e culturali che condizionano il nostro sviluppo e la nostra realtà di integrazione nel Paese.
Il federalismo é sentito quasi esclusivamente come un fatto economico e fiscale, o peggio come il pretesto retorico per affermare un nuovo centralismo burocratico e arrogante.
La vita economica e sociale è segnata dalla ribellione e dalla arroganza delle aree più forti, più sviluppate, dai soggetti più ricchi e dai loro strumenti di condizionamento sociale e politico (non ultimo l'informazione), che dimenticano che il loro sviluppo é frutto certo del lavoro, ma del lavoro, dell'impegno, del contributo di tutto il Paese.
La nostra coscienza politica deve incanalare rabbia e orgoglio in nuovi progetti per dare fondamento alla speranza dei giovani e delle famiglie, anima alla politica, senso all'autonomia e ai suoi istituti, dignità alle classi dirigenti (non solo politiche ma anche politiche).
L'Italia entrerà in Europa. Abbiamo fatto tutti grandi sacrifici per raggiungere questo obiettivo. Ma chi si avvantaggerà di questo grande traguardo? Quali politiche di riequilibrio e coesione si realizzeranno? Quali garanzie abbiamo che lo sviluppo possibile sarà uno sviluppo per tutti, e non la causa di nuovi squilibri, di nuovi intollerabili egemonie?
La sfida che abbiamo di fronte è quella di dare un futuro alla nostra gente, affrontando la competitività nazionale e internazionale rendendo la coesione e l'Unione Europea opportunità di sviluppo e lavoro e libertà e non, come invece rischia di essere, l'occasione di una nuova inaccettabile egemonia.
Rispetto a questo orizzonte, a questi problemi, sono adeguati a dare fondamento a un nuovo patto sociale i nostri comportamenti, il nostro dibattito, la nostra capacità di iniziativa e di riforma, di programmazione, di innovazione? Questa é la sfida dell'autonomia per il futuro. E il futuro non ci verrà regalato.
Perciò abbiamo bisogno di più coscienza e ragione, di più cultura e progetto, di più unità e azione. Abbiamo bisogno di unità tra il popolo e le istituzioni, unità tra le forze politiche, unità tra le imprese, unità nei sindacati, unità tra gli intellettuali, unità tra le generazioni, i sessi, unità tra i territori, unità tra Regione ed Enti locali e degli enti locali fra loro.
Dobbiamo comporre questo disegno rilanciando le nostre proposte di riforma della Costituzione, prima di tutto, che deve garantire la nostra effettiva partecipazione alla vita e allo sviluppo del Paese e dello Stato. Questo Consiglio, i Gruppi, tutti i Gruppi hanno in questo senso approvato documenti importanti e io ribadisco il mio apprezzamento per l'azione svolta da tutti e l'importanza di questo contributo.
Su questo rinvio al documento già approvato a luglio dal nostro Consiglio e ribadisco il mio apprezzamento per l'azione svolta dai Gruppi. Vogliamo che il problema delle regioni meno sviluppate del Mezzogiorno e delle Isole non venga cancellato dalla Costituzione e che sia rafforzata, invece, la valenza costituzionale della questione meridionale.
Dobbiamo avviare la riforma dello Stato e dello Statuto perché si riaffermi la nostra specialità; dobbiamo pretendere ed assicurare la piena attuazione della nostra autonomia rilanciando il piano di rinascita e dando concretezza a queste politiche. Spetta poi a noi, a noi sardi, a noi Consiglio regionale, a noi forze politiche, enti locali, realizzare nell'ambito delle competenze che già abbiamo e che otterremmo la riforma della legislazione regionale, il riordino e la riforma degli strumenti di politica economica e finanziaria e dar vita a una politica di programmazione, di sviluppo, di rigore, d'efficienza nella gestione della cosa pubblica, di concertazione con le forze vive innovative, creative, produttive della Sardegna che diano nuove basi alle prospettive di sviluppo e di lavoro di quest'Isola. La crisi dell'autonomia, onorevoli colleghi, ospiti, e gente che ci ascolta, non è solo dominanza di aree forti, arroganza di poteri centralisti e burocratici, erosione quotidiana di competenze perpetrata negli anni dal Parlamento e dalla Corte Costituzionale, è, diciamolo con dolorosa e lucida autocritica, crisi forse di dirigenza, di cultura e di progetto, è crisi di aspirazioni alte, di fiducia in noi stessi e forse crisi di utopia e di sogni. E' il prevalere della politica intesa come angusta amministrazione del quotidiano, condizionata dai particolarismi, dai conflitti, dagli scambi tra gruppi, corporazioni e territorio. Una politica che insegue, invece che guidare, perché ha paura talvolta impopolarità momentanea, che ha perso il gusto dell'utopia, la sensibilità della profezia. Abbiamo bisogno tutti di volare più alto, abbiamo bisogno di più impegno, di studio, di lavoro della partecipazione di tutti, della solidarietà fra tutti. Io credo che noi abbiamo in quest'Aula, in questa società la coscienza, l'energia e la voglia di affrontare questa sfida, di combattere questa battaglia. Perciò a tutti noi, ai giovani soprattutto, spetta il compito arduo di non cedere alla rassegnazione e alla resa, di credere davvero di poter fare la storia e non subire il destino, di riacquistare il gusto della lotta per i grandi ideali, che sono i sogni del popolo per farne l'anima della politica, l'anima del governo, l'anima della legislazione, per fare della Sardegna e per rendere la nostra Regione davvero una terra promessa, una terra di uomini liberi perché saremo liberi, come è stato detto, se saremo forti e saremo forti se saremo uniti.
(Applausi)
Ha la parola il Presidente della Giunta regionale, onorevole Federico Palomba.
PALOMBA (Progr. Fed.), Presidente della Giunta. Signor Presidente del Consiglio, signori presidenti, onorevoli colleghi, autorità, signori invitati, gli storici e gli studiosi che parleranno in quest'aula hanno il mandato di raccontarci questi cinquant'anni. Lo faranno con gli strumenti della loro disciplina e con il rigore del loro approccio metodologico. Il Presidente della Regione ha il dovere di rappresentare, per volontà di quello Statuto di autonomia che oggi celebriamo, tutto il popolo che si stringe oggi intorno a quest'aula. Deve, quindi, raccogliere le attese che vengono da esso, deve cercare di restituire commozione e passione, deve poter rispondere a domande espresse e ad attese inespresse, deve assicurare leale tutela dell'istituto autonomistico, deve vigilare insieme al Consiglio sulla tutela dello Statuto da parte di tutti, dello stesso Stato italiano che ci ha riconosciuto il nostro diritto a forme avanzate di autogoverno. Questa funzione si esprime nel ricorso alla suprema Corte, a tutela delle nostre prerogative statutarie. Si esprime nei rapporti con il Governo che devono essere curati per volontà di legge, si esprime in tutte quelle relazioni tra istituzioni, cui si deve far fronte secondo la funzione di rappresentanza della Regione che l'articolo 35 dello Statuto prevede. Non vuol essere questo richiamo ai doveri e alle prerogative del Presidente un esercizio accademico; ha il valore di ricordare il grande peso di una funzione alla quale il popolo della Sardegna guarda con rispetto ma anche con la severità di chi ha diritto a essere governato, a vedere risolti i problemi, a vedersi riconosciuti i propri diritti essenziali.
Io guardo a questi cinquant'anni di autonomia con spirito sereno e positivo. Io, cittadino di questa terra, so che la sua crescita è un debito che noi abbiamo verso una classe di governo regionale che ha lavorato, ha costruito, ha voluto e difeso la sua autonomia, anche quando la sentiva ormai stretta e carica di limiti; ha gioito quando l'autonomia è stata riconosciuta e accresciuta, ha difeso l'orgoglio del suo popolo con vigore e determinazione quando esso veniva ferito da atteggiamenti, leggi, comportamenti. Naturalmente sarebbe facile oggi, più che esaltare i risultati conseguiti, andare percorrendo i ritardi e talora le sconfitte che pur si debbono registrare. Contare le ferite è un esercizio possibile e anche facile, ma possiamo farlo se ci aiuta a capire e a trovare percorsi, stili di governo più efficaci, più immediatamente capaci di offrire risposte e risultati, sconfiggendo i nostri vizi storici dell'individualismo, della rassegnazione e anche dell'invidia, come ci hanno invitato a fare Emilio Lussu e gli altri padri storici della nostra autonomia, e infondendo fiducia nel futuro e capacità di coesione tra tutte le grandi energie morali presenti in questa terra.
Noi non dobbiamo allontanare da noi la consapevolezza dei problemi, l'urgenza delle domande che ci vengono da chi è emarginato, da chi soffre, da chi non ha lavoro, ma richiamare i valori dell'istituto autonomistico, difenderli, significa anche affermare che i nostri problemi si affrontano e si risolvono dentro la cultura autonomistica e non fuori o contro di essa.
Lo Statuto può e deve essere aggiornato, deve essere completato in quelle parti che il disegno originale ha lasciato senza risposta, ma è dentro la logica statutaria di esso che vanno affinati, cercati, difesi gli strumenti della nostra rinascita, a cominciare dalla piena attuazione dell'articolo 13 dello Statuto, secondo il quale lo Stato, col concorso della Regione, dispone un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell'Isola. Oggi possiamo pensare che le sue diverse applicazioni storiche hanno apportato risorse aggiuntive, ma non hanno del tutto rimosso i condizionamenti derivanti dalla nostra situazione di secolare arretratezza e dal nostro essere isola, e che da qui soltanto può partire la vera rinascita. A questo puntiamo, tutte le forze politiche, le forze sociali, il popolo, il Consiglio regionale, la Giunta, con l'intesa istituzionale che vorremmo sottoscrivere in tempi celeri con lo Stato in attuazione del protocollo del 21 aprile scorso. Intanto quel protocollo un primo grande risultato lo ha dispiegato, quello del riconoscimento da parte dello Stato del fondamento della nostra identità, rappresentato dalla lingua e dalla cultura della Sardegna.
Nel cinquantesimo anniversario dello Statuto potremo così sentirci ancor più popolo sardo e nazione sarda, insieme a quei 500.000 sardi non residenti, che si sentono pienamente parte integrante di questa terra e di questa comunità ai quali oggi i sardi residenti si stringono in un affettuoso abbraccio e che sono tutti idealmente presenti in quest'aula.
Identità significa riconoscibilità non certo isolamento, significa che si può e si deve guardare ai nuovi orizzonti e ai nuovi confini, che i processi di unificazione dell'Europa o di globalizzazione prospettano con la certezza che si accompagneranno per noi non con l'estinzione dei denotati e dei connotati della nostra vicenda umana e culturale, ma con la ricchezza che da essa scaturisce nel momento dell'incontro con altre identità e cultura. La complessità genera ricchezza, sono l'appiattimento e la normalizzazione che generano povertà. Il processo di riforma della Costituzione ora in atto costituisce un quadro che può determinare uno straordinario livello di accelerazione del dibattito sulla forma federale dello Stato. Però abbiamo scelto che questa riforma trovi avvio irrinunciabilmente dalla attuale base di partenza, senza arretrare dalle posizioni acquisite, specialmente con la difesa irrinunciabile del nostro modo speciale di essere autonomia. Difendendo la nostra specialità all'interno del nuovo impianto costituzionale difendiamo anche il diritto di ciascuna delle altre Regioni a voler essere a loro volta speciali, secondo le loro attitudini e in una visione federale dello stato. La nostra concezione della specialità non esclude ma diffonde il diritto di altri a vivere la ricchezza del loro patrimonio di storia, di tradizioni, di sentimenti e di cultura. La specialità è figlia della identità, e l'autonomia è lo strumento istituzionale che la presidia e le dà forza. Essa è anche espressione del nostro diritto, lo abbiamo già detto, a chiedere l'accelerazione dei processi che ci assicurino parità di cittadinanza, come le altre Regioni italiane, nello Stato e nell'Europa, superando, con gli strumenti eccezionali che abbiamo diritto ci vengano messi a disposizione, i nodi storici del nostro isolamento. Lo diciamo con orgoglio: non ci piace chiedere e non ci piace dipendere, non vogliamo essere assistiti da qualcuno perché non vogliamo restare dipendenti, ma vogliamo essere posti in condizione di parità con gli altri cittadini, con gli altri imprenditori, con gli altri territori, perché vogliamo dimostrare di saper stare alla pari.
L'insularità è riconosciuta come strumento di discriminazione positiva dal trattato di Amsterdam, la nostra specialità e nostra identità sono quindi elementi costituenti e anche la nostra presenza in Europa. E la nostra rivendicazione per il suo totale riconoscimento deve avere quindi un teatro anche internazionale. L'accordo IMEDOC tra le isole del Mediterraneo, di cui la Regione sarda è quest'anno presidente di turno, ha avuto la capacità di porre, di spingere in sede europea perché la questione del riconoscimento dell'insularità fosse un elemento appunto di discriminazione positiva. Quindi questo livello di prospettazione dei nostri problemi è già attivo. Su di esso si fonda principalmente la nostra richiesta di permanenza tra le Regioni dell'obiettivo 1, che è stata recentemente riconosciuta sostenibile dal Governo con un impegno preciso e che è sostenuta dalla comprensione delle altre Regioni riunite nella Conferenza dei Presidenti. La Giunta affronta con il Consiglio un programma straordinario per il lavoro che dovrà trovare sistemazione nell'imminente conferenza. Questo progetto nasce dalla volontà di tutti di affrontare un'emergenza drammatica che colpisce la nostra gente, i giovani e anche i non più giovani. Tutti dobbiamo trovare la coesione perché dobbiamo procedere, nel segno della determinazione (?), il lavoro in questa direzione, e in questi giorni deve essere ancora di più, intenso, e si ricevono segnali di condivisione e di comprensione dello sforzo che aiutano a procedere ancora più avanti. Confidiamo che questa condivisione si manifesti in forme concrete di collaborazione, perché il risultato corrisponda alle attese di quel popolo sardo che ci ascolta e al quale dobbiamo prospettare un futuro di speranza. Dopo i primi cinquant'anni, signor Presidente, si apre la seconda stagione di autonomia, quella che coincide con il grande processo riformatore del nostro Stato e della nostra Europa, di cui sono espressione la nuova Costituzione repubblicana e uscirà dal vasto processo riformatore il nuovo trattato europeo firmato ad Amsterdam. La Sardegna si presenta con fiducia e con fierezza a questi appuntamenti. Forza paris.
PRESIDENTE. Grazie, Presidente. Per esigenze regolamentari, non solamente formali, come voi capirete, la seduta formale e ufficiale è sospesa, ma continua in forma seminariale, perché secondo il programma ci è sembrato opportuno avere un momento di riflessione affidato alle stimolazioni di tre comunicazioni, la prima delle quali è del Professor Guido Melis, dell'Università di Roma, che tratterà il tema storia e prospettive della specialità. Approfitto per comunicare all'Assemblea che le relazioni sono state depositate e sono probabilmente anche più ampie di quelle che verranno lette, ma per esigenza di comunicazioni già precisate i relatori si soffermeranno e parleranno per 15, 20 minuti ciascuno.
(La seduta, sospesa alle ore 9 e 50, viene ripresa alle ore 10 e 42.)
PRESIDENTE. Riprendiamo la seduta con gli interventi dei Presidenti dei Gruppi consiliari. Ha facoltà di parlare il consigliere Montis.
MONTIS (R.C.-Progr.). Signor Presidente, colleghi, signore e signori, durante il non breve periodo dell'assetto autonomistico sono stati considerati eventi di portata storica, atti di governo della Regione di normale amministrazione o semplicemente il riconoscimento di diritti che il popolo sardo aveva rivendicato da decenni, come i punti franchi previsti dallo Statuto, solo recentemente promessi dal Governo nazionale, la continuità territoriale, le risorse finanziarie che rientrano nei doveri dello Stato come condizione per avviare un processo di sviluppo economico pari alle regioni avanzate del Paese. Il solo vero fatto di portata storica è stata nell'ultimo cinquantennio la legge costituzionale di riconoscimento della specialità sarda, contenuta nello Statuto autonomistico che l'Assemblea costituente approvò nel febbraio del 1948. Si apriva, con questo riconoscimento una prospettiva nella quale l'Istituzione regionale, le forze politiche, le rappresentanze delle categorie economiche potevano programmare in libertà, sia pure con i limiti contenuti da quel provvedimento, il futuro assetto economico e sociale secondo la propria peculiarità e vocazione. Per la Sardegna si prevedeva una promettente e feconda stagione di riforme, così come penso anche per le altre regioni che ottennero come noi lo Statuto Speciale. Era stata accolta finalmente una rivendicazione delle genti sarde per decisione del Parlamento repubblicano, segnando la fine di un'epoca e della prevaricatrice monarchia Sabauda. Ignorare questo passaggio decisivo della storia significa dimenticare i maggiori avvenimenti di questo secolo e di quelli che l'hanno preceduto, caratterizzati dalla lotta rivendicativa di popolazioni come la nostra che, pur componenti lo Stato unitario, si richiamavano a storie e tradizioni diverse dal resto del Paese. Per molto tempo siamo stati nazione indipendente, anche se successivamente dominata dagli stranieri, con leggi e regolamenti applicati sino alla prima metà del secolo scorso. Tuttavia mai si è applicato alla battaglia per l'autonomia e al diritto dell'autogoverno. Il sentimento nazionale è stato vivo e percepito anche in assenza delle libertà conculcate dallo straniero. Le omissioni contenute nello Statuto in ordine al dispiegarsi pienamente dell'autogoverno furono in gran parte determinate dalle mutate condizioni politiche dell'Italia; stava per avviarsi un confronto decisivo per la scelta di campo, in conseguenza della divisione del mondo in due blocchi contrapposti e nel venir meno dell'unità delle forze politiche che dettero vita alla lotta di liberazione e all'unità antifascista all'Assemblea costituente. La rottura portò a limitare i poteri contenuti nello Statuto e la sovranità dello Stato nazionale ne sancì ancora il controllo sulle nostre leggi e programmi di sviluppo derivanti da eventuali interventi finanziari aggiuntivi, rivendicati vivacemente con grandi movimenti popolari a titolo di riparazione di antico debito della nazione italiana verso il popolo sardo. Sulle coalizioni politiche che hanno governato l'Isola nei primi decenni a partire dal 48, grava la responsabilità di avere assecondato le politiche accentratrici del Governo nazionale. Le scelte economiche di fondo che escludevano la valorizzazione delle nostre principali risorse, privilegiando una industria estranea alla nostra vocazione, consentendo inoltre l' insediamento delle più poderose basi militari dell'intero Paese. Enormi porzioni del territorio e vastissime aree marine, comprese nelle acque territoriali sarde, furono vietate al libero uso, impiegate per esercitazioni terrestri ed aeree fra i paesi della NATO e concesse persino estese basi di sommergibili atomici. Responsabilità hanno gravato anche sui componenti della Consulta sarda, nominata con decreto governativo del 7 gennaio del 44, composta dai partiti antifascisti confluiti nel Comitato di liberazione. L'elaborazione dello Statuto da parte della Consulta fu incompleto e in forte ritardo. Il testo inviato alla Costituente dopo tre anni di discussioni e i complicati compromessi respinsero poi sdegnosamente lo Statuto adottato dalla Regione Sicilia, come poi riconobbero autocriticamente molti componenti la stessa Consulta. Le occasioni offerte dalla storica riforma autonomistica e, più tardi, le consistenti risorse finanziarie della prima legge di rinascita e delle due successive, sono state bruciate a vantaggio di interessi in gran parte speculativi, mentre sono stati sacrificati e sviliti i principali settori dell'economia sarda. La mancata rinascita e la crisi occupativa di quegli anni disperse una parte consistente di lavoratori e lavoratrici attraverso una massiccia e mai arrestata emigrazione, privando l'Isola delle intelligenze e dell'iniziativa di tanti sardi, che invece manifestarono in altre parti d'Italia e d'Europa. In passato lo sfruttamento coloniale dello straniero, dei forestieri delle materie prime dell'Isola, come i giacimenti minerali, i boschi, le risorse agricole e granarie, i prodotti della pastorizia, ha reso i sardi più poveri e dipendenti da decisioni economiche e politiche esterne. Da questi eventi negativi e di oppressione occorre tener oggi debito conto per assicurare le più grandi e ineguagliabili risorse di cui dispone l'Isola: quelle ambientali, il mare, le zone interne fra le più belle d'Europa impedendo un degrado e uno sfruttamento irrazionale devastante, assicurando finalmente l'uso di questo bene, anche e soprattutto ai sardi di oggi e delle nuove generazioni. Manifestare un certo pessimismo non vuol dire negare la possibilità di crescere e di sviluppare un processo nuovo, avanzato, moderno, che affronti i nodi della precarietà occupativa e dell'albo di programmi di una nuova frontiera di progresso economico e sociale. Significa superare le debolezze della vecchia coalizione di governo dell'Isola, indispensabile premessa per ottenere dallo Stato interventi finanziari straordinari e non assistenza, ma per un piano di grandi opere che abbattano le strozzature conseguenti all'essere isola, trasporti, porti, ferrovie,, strade, acqua, sono le condizioni per insediamenti produttivi moderni e di promettente occupazione stabile e qualificata. Dall'Europa il rispetto dei finanziamenti che essa prevede per le regioni più povere e marginali, con maggiori difficoltà del progredire economicamente, che per la Sardegna si aggiunge la penalizzazione di essere isola senza continuità territoriale col resto del continente europeo. Occorre respingere il risorgente pericolo del velleitario far da sé e di confondere gli interessi eguali per tutti i sardi, quelli delle classi ricche e privilegiate e la parte povera della popolazione, spesso al limite della sopravvivenza.
La Sardegna deve aprirsi all'Europa e al mondo senza incertezze e partecipare a una competenza globale. Negli anni sessanta l'onorevole Renzo Laconi, autorevole componente della Commissione dei 75, osservava acutamente: "La Sardegna è stata per secoli nazione a sé, ha avuto una lingua, una tradizione, una storia, però, a differenza delle altre, la Sardegna non ha varcato i suoi confini. E più tardi, l'onorevole Dessanay, per molte legislature intelligente componente di questa Assemblea, rivolgeva alle classi dirigenti sarde un monito, di non indugiare alla storia di nazione, ma di aprirsi al confronto e alla collaborazione con i popoli del Mediterraneo e dell'Europa come condizione per un vero sviluppo.
In queste considerazioni può invece manifestarsi un ottimismo per le nostre prospettive, sapendo correggere gli errori del passato e costruire un avvenire in cui il governo dell'Isola affronti in piena autonomia i nodi che ancora ostacolano un progresso civile e umano.
PRESIDENTE. Do la parola all'onorevole Salvatore Bonesu del Partito Sardo d'Azione.
BONESU (P.S.d'Az.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, c'è da chiedersi perché celebriamo oggi i cinquant'anni dello Statuto regionale, mentre non abbiamo nei mesi scorsi celebrato due avvenimenti che hanno segnato profondamente la nostra realtà di oggi. E cioè l'infeudazione della Sardegna compiuta da Papa Bonifacio VIII a favore del re di Aragona, di cui ricorreva il 700° anniversario il decorso aprile 1997, o la fusione perfetta fra la Sardegna e gli altri territori dei duchi di Sardegna, avvenuta 150 anni fa.
E' evidente che tali fatti, che hanno portato attraverso complesse vicende storiche, che hanno visto il popolo sardo oggetto della altrui volontà, e non soggetto attivo del proprio destino, che hanno portato la Sardegna a far parte dello Stato italiano, non sono percepiti dalla generalità dei sardi come fatti di cui esultare, mentre appare, nonostante tante ombre, positivo il conseguimento di uno Statuto di autonomia della Sardegna.
Certamente lo Statuto della Regione autonoma della Sardegna, approvato dalla Assemblea costituente della Repubblica italiana, rappresenta un fatto importante. La Sardegna, cancellata come espressione istituzionale cento anni prima, ha riacquistato per effetto di questo documento una sua individualità istituzionale e politica. Sono stati chiusi, anche se la riforma in senso autonomista dello Stato italiano è restata incompiuta, cento anni in cui la Sardegna per lo Stato italiano non è esistita. Esistevano solo le singole province e le prefetture.
Con lo Statuto regionale si è realizzata l'aspirazione a una identità unitaria della Sardegna, a una sua soggettività nei confronti dello Stato, a un autogoverno del popolo sardo. Questa spiegazione, divenuta cosciente nel 1919 con il Movimento dei combattenti, costituì elemento fondamentale dell'azione politica, quando dal Movimento prese vita il Partito Sardo d'Azione. Per essa, per realizzare in Sardegna, ma anche in Italia e in Europa una democrazia compiuta per la libertà e la dignità del nostro popolo, tanti sardi illustri e ignoti sono caduti, o sono stati oggetto di feroci persecuzioni. A loro vada oggi il nostro ricordo e la nostra riconoscenza.
Ma anche i sogni si scontrano con la dura realtà: lo Statuto regionale non è stato neanch'esso una libera espressione organizzativa del popolo sardo, ma è stato una concessione effettuata da una Assemblea ormai divisa dalla contrapposizione fra i due blocchi ideologici e militari che si contendevano il dominio del mondo e ingaggiavano fra loro una contrapposizione globale che venne chiamata guerra fredda. In tale situazione sembrò a entrambi gli schieramenti che ogni concessione di vera autonomia della Sardegna avrebbe potuto rappresentare un limite al proprio futuro governo dell'Italia e un pericoloso varco per le manovre della controparte. Venne così concesso uno Statuto che recava una autonomia ancora più limitata di quella concessa due anni prima alla Sicilia e soprattutto uno Statuto non idoneo a risolvere i nostri problemi. Lo Statuto non attribuì alla Regione alcune competenze fondamentali per lo sviluppo economico e sociale. Nonostante siamo un'isola non ci fu data alcuna competenza in materia di trasporti esterni, mentre nessuna norma tutelò la nostra cultura e la nostra lingua. Altre competenze furono concesse, ma rapidamente svuotate da interpretazioni riduttive, come le competenze in materia di credito e banche e di fonti di energia. Non si afferrò il valore che nelle società evolute hanno l'informazione e i mezzi di comunicazione, non si capì che stavamo andando verso l'integrazione europea. Numerosi punti dello Statuto non sono stati attuati: dai punti franchi alla partecipazione della Regione alla stipula dei trattati commerciali, fortissimo si è rivelato il limite finanziario, con una finanza regionale derivata da quella statale e soggetta ai provvedimenti restrittivi ripetutamente adottati negli ultimi due decenni. La Regione si è costantemente scontrata con l'ostilità del governo e della burocrazia ministeriale verso ogni effettiva capacità decisionale, e non è stata per niente tutelata da una Corte costituzionale, pervasa costantemente da visioni centralistiche e viziata dalla sua elezione esclusivamente da parte degli organi centrali dello Stato. Ingannevole si è rivelato lo strumento previsto per un rapido decollo economico. Il piano di rinascita, attuato con notevole ritardo e con mezzi insufficienti, affidato alla grande industria statale o assistita dallo Stato, centrato su un fallace sviluppo per poli, ha anzi accelerato la dissoluzione economica e sociale delle zone interne, spingendo mezzo milione di sardi alla emigrazione, privandoci di risorse umane essenziali. Ma molto spesso lo Statuto e le sue potenzialità sono state svuotate dall'azione politica e legislativa della Regione eccessivamente burocratica, timida e legata a microinteressi clientelari. La Regione si è chiusa nel proprio guscio, non realizzando la partecipazione popolare attraverso gli enti locali, come previsto dallo Statuto, copiando nei confronti di comuni e delle ignorate province gli schemi centralistici romani. Anche la costituzione materiale, caratterizzata dalla forte e totalitaria presenza dei partiti politici, ha gravemente nuociuto alla autonomia, sia per il degenerare dei partiti da strumenti di partecipazione a strumenti di potere, sia per il crearsi in Sardegna di un sistema dei partiti nella quasi totalità dipendenti dai partiti italiani.
Celebriamo i 50 anni dello Statuto in un momento in cui la stessa specialità autonomistica corre il pericolo di cancellazione ad opera di un Parlamento che confonde interessi contingenti di parte con necessità istituzionali di lungo periodo. Occorre una risposta forte che porti a rideterminare i rapporti fra la Sardegna e l'Italia andando oltre l'attuale Statuto ma anche superando le conseguenze della infeudazione del Regnus Sardiniae operata da Bonifacio VIII e della fusione perfetta fra i possedimenti dei Savoia. Occorre, in un quadro di integrazione federale con l'Italia e l'Europa, restituire al popolo sardo la sovranità sulla propria terra e la capacità di essere padrone del proprio destino. Ciò può avvenire solo con la convocazione di un'Assemblea costituente del popolo sardo che determini liberamente il nostro rapporto con le realtà istituzionali più vaste, che ci porti ad essere veramente partecipi dell'integrazione europea, che ci consenta di essere sardi, cittadini dell'Italia, dell'Europa e del mondo. Solo così potremmo dare al nostro popolo la libertà dal bisogno, fin quando avremmo 300 mila disoccupati non saremo un popolo libero, ma se non saremo un popolo libero non ci libereremo dalla nostra subalternità economica. Il nostro futuro, come per gli altri popoli europei, schiacciati dagli stati centralistici, ormai in profonda e irreversibile crisi, e l'indipendenza. Difendere oggi la nostra debole e svuotata autonomia non ha senso, come non ha senso cercare un antistorico isolamento secessionistico, se sarà la via della Lituania, della Catalogna o dalla Scozia dipenderà dalla nostra volontà e dalla nostra azione, ma anche dalla resistenza che incontreremo. Quel che è certo è che non è l'ora di dormire, di vivacchiare sull'esistente, il futuro in tal caso ci travolgerebbe e ci emarginerebbe dal mondo moderno. Questa, sardi, è l'ora in cui possiamo rompere i legami con un passato di servitù e noi, rappresentanti del popolo sardo, non potremo dire che in quest'ora non c'eravamo.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Balia. Ne ha facoltà.
BALIA (F.D.S.- Progr. Sard..). Signori Presidenti, colleghi, la nostra storia, il sistema economico, la cultura dei cittadini di Sardegna, la condizione di insularità sono alcuni degli elementi, alcune delle caratteristiche che hanno consentito il riconoscimento solenne di una specialità che poi ha trovato spazio, ha trovato sfogo con la nascita della Regione autonoma. Identità e coscienza autonomistica costituiscono culturalmente un valore aggiunto, che va custodito, difeso, esaltato; oggi è in atto un processo di revisione costituzionale a conclusione del quale andrà riscritto il nuovo Statuto speciale, con nuove regole, nuovi compiti, maggiori competenze, un più ampio potere di autodeterminazione, il riconoscimento di una potestà legislativa più compiuta ed estesa. L'esaltazione della nostra istituzione autonomistica deve tradursi nell'esaltazione dello Stato, la Sardegna è una terra povera, soffocata nelle possibilità di sviluppo anche dalla carenza o dalla inadeguatezza di risorse. Gli amministratori dobbiamo imparare a spendere, a investire bene, più speditamente e più efficacemente di quanto oggi non avvenga. Col Governo non vogliamo instaurare un rapporto da questuanti, ma un rapporto fatto di dignità, alla pari, nella consapevolezza che maggiori interventi sono indispensabili per contenere un divario che tende oggi, ancora di più, ad allargarsi, che rischia in Sardegna, ma anche nelle regioni meridionali di mantenere una folta categoria di cittadini senza diritti o comunque con pochi diritti. I cittadini dai diritti negati.
Come possiamo oggi parlare di nuova specialità se al centro di questa esigenza non collochiamo l'uomo e se non assumiamo tutti assieme, noi amministratori di questa terra e il Governo centrale, una nuova consapevolezza dalla quale devono discendere scelte, opzioni, impegni, la maggior parte dei quali devono essere tesi non solo a colmare il divario storico tra Nord e Sud d'Italia, ma consentire ai cittadini di questa terra pari diritti con quelli degli altri territori. La mancanza di lavoro non è un problema solo sardo, è problema nazionale e internazionale, ma in questo territorio trova un'estensione non più tollerabile, un'estensione non più sostenibile, ormai inaccettabile, c'è un vero stato di diritto, se tutti hanno pari diritti e tra i diritti primari quello al lavoro è iscritto certamente tra quelli principali e irrinunciabili, non può più essere un sogno ad occhi aperti. Anche i cittadini sardi, quelli dalle labbra bianche, hanno diritto a vedere realizzato un sogno, quello del lavoro, senza il quale credo non si possa essere considerati cittadini liberi.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Masala. Ne ha facoltà.
MASALA (A.N.). Signor Presidente, il cinquantenario della istituzione della Regione autonoma della Sardegna, se da un lato non può non essere festeggiato con solennità in quest'Aula e in altre date e sedi dall'intero popolo sardo, dall'altro questa felice ricorrenza non deve esimerci dal verificare se la conquistata autonomia abbia interamente raggiunto i suoi scopi. I cittadini chiedono che vengano rimossi gli ostacoli di natura strutturale e amministrativa, che impediscono lo sviluppo, vogliono che le iniziative di lavoro non vengano impedite dai numerosi lacci e laccioli di una farraginosa macchina burocratica che non riesce a districarsi in una miriade di disposizioni legislative e amministrative. In una parola i cittadini chiedono di essere messi nelle condizioni di lavorare e di produrre, lo Stato centralista non ha saputo dare queste risposte ed è andato in crisi, la Regione non è stata da meno, anch'essa in un'assurda gara con le amministrazioni centrali ha aggiunto al centralismo statale un centralismo regionale, in molti casi aggravando la situazione, aggiungendo ostacoli ad ostacoli, lacci e laccioli, propri a quelli già abbondanti imposti dallo Stato.
L'autonomia non è stata vista nella sua concreta attuazione come assunzione in toto da parte dell'ente regionale dei poteri da esercitare. Ma piuttosto, come l'esercizio di funzioni decentrate non è stata appieno concepita come valore organizzativo della società nella quale opera e che si fa sempre più complessa con la globalizzazione dell'economia e delle interrelazioni che, sempre più spesso, corrono tra i centri lontanissimi e diversissimi. Dunque la valorizzazione dell'autonomia è anche una necessità organizzativa e di funzionamento che può battere lo statalismo e le sue inefficienze e può anche, sul piano dei valori, apportare benefici effetti sulla rivalutazione del senso dello Stato. Questo cinquantenario cade nel momento in cui si stanno tracciando le linee di riforma costituzionale della Repubblica, la Commissione bicamerale e il Parlamento nazionale sottoposti ad attacchi concentrici di chi nulla vuole riformare, certamente non potranno realizzare la miglior riforma in assoluto. Anche Alleanza Nazionale avrebbe preferito imboccare la strada maestra dell'Assemblea costituente, ma intanto non poteva non accettare di percorrere il viottolo della Bicamerale, ma una volta imboccata questa strada essa deve essere percorsa fino in fondo, giungendo alla riforma della Costituzione, ben sapendo che tale riforma sarà e non potrà non essere frutto di compromessi ed è giusto che sia così perché non può esistere Costituzione elaborata da assemblee elettive, e quindi portatrici di valori e aspirazioni differenti e variegate, che non sia il risultato di compromessi e quindi forse incapace di soddisfare a pieno tutte le forze politiche che concorrono alla sua riscrittura. Il cinquantenario della istituzione della Regione Autonoma della Sardegna rappresenta forse il punto di partenza per la creazione di una nuova Regione nel quadro della riforma della Costituzione repubblicana. Questo passaggio è di grande importanza ed è impegnativo per questo Consiglio, per i parlamentari sardi e per tutto il popolo sardo. Occorre infatti vincere, nella prospettata riforma della Repubblica in senso federale, la tendenza alla omologazione delle regioni ad autonomia speciale a quelle ordinarie; bisogna difendere le ragioni profonde della specialità della Sardegna ed avviare a soluzione quanto meno la causa prima che le specificità ha determinato, l'insularità della Sardegna, con i connessi problemi mai risolti della continuità territoriale e, in tale ottica, devono essere confermati e valorizzati i principi di solidarietà tra le regioni della Repubblica.
La classe dirigente che ha gestito l'autonomia in questi cinquant'anni non è esente da responsabilità, in quanto essa non è stata in grado spesso di esercitare i poteri di per sé considerevoli che lo Statuto speciale ha conferito e perché in numerose occasioni ha rivendicato l'Autonomia come elemento di contrapposizione con lo Stato. Devo però augurarmi che la classe dirigente di oggi sia in grado di concorrere attivamente alla riforma costituzionale della Repubblica, in modo tale che le istituzioni regionali sarde trovino la giusta rilevanza a tutela della sua specificità.
Questo è un compito che dai prossimi mesi questo Consiglio dovrà incominciare ad assolvere, approntando intanto le modifiche statutarie di recepimento delle nuove funzioni che la Carta costituzionale avrà affidato alle Regioni, quindi proponendo il nuovo Statuto di autonomia.
Il 1998 viene giustamente celebrato solennemente per la ricorrenza della istituzione della Regione autonoma, ma rappresenta anche il punto di partenza di una nuova fase della vita della Regione, nella quale verrà messa a seria prova la capacità di autogoverno del popolo sardo. Spero solo che la classe dirigente sia all'altezza della situazione.
Per essere all'altezza della situazione occorrerà innanzi tutto una radicale modifica della mentalità, concependo le istituzioni al servizio dei cittadini e non come strumento di potere personale e di gruppi, occorrerà saper rinunciare alla gestione delle funzioni regionali, per essere affidate agli enti più vicini ai cittadini, comuni e province, dovrà in una parola attuare concretamente i principi della sussidiarietà ai quali sempre ci si riferisce, ma nulla in concreto viene realizzato in quella direzione.
Signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, dobbiamo tutti essere all'altezza degli importanti compiti che ci attendono.
PRESIDENTE. Do la parola al consigliere Marteddu, presidente del Gruppo dei Popolari.
MARTEDDU (Popolari). Signor Presidente, è una giornata particolare, sarà un anno particolare e vogliamo viverla e viverlo da Popolari, per i quali parlo, partecipando e rendendoci interpreti della tradizione e della cultura autentica del cattolicesimo democratico e popolare della Sardegna. Quella tensione politica e civile, Antoni Monne, Bovore Mannirone, Giovanni Lilliu, Paolo Dettori, e tanti altri hanno dato anima in generazioni di cattolici sardi alla dimensione della politica altrimenti declinante verso orizzonti aridi di un potere senza storia. Ci vengono affidate stamane dai chiarissimi professori lucide analisi, spazi di profonde riflessioni, motivi per un rinnovato impegno. Noi non ci sottrarremo. Oggi laudatores temporis acti, o tempora mala currunt, credo né l'una esaltazione celebrativa né l'altra deriva crepuscolare ma rilettura critica sì, dalla tensione dei costituenti per l'autonomia e lo Statuto alla successiva, diffusa coscienza di popolo per quel possibile protagonismo nei propri destini di rinascita e di cambiamento. Da quei primi anni esaltanti alla stagnazione, autonomia affievolita, Stato severo, burocrate custode di centralismi, di rinascite incompiute, di speranze infrante, di inesorabili processi che resero sterili le libertà statutarie. Ma qui l'autonomia dei centralismi clonati, invasiva degli spazi di libertà delle comunità locali, con istituti vuoti di rappresentatività autentica, idrovora di poteri sempre più distante dal suo popolo. E lo sviluppo distorto imposto da classi dirigenti e popolazioni esauste, deserti e cattedrali, grumi di industrie pesanti, crogiolo sì di passioni civili e democratiche, politiche e sindacali, ma poi ancora deserto più arido e più aspro. Oggi al crocevia della nostra storia, storia che si gioca a Roma e oltre le Alpi, tra il federalismo dei ragionieri e che già avvia le pratiche per dire che siamo stati più bravi rispetto alle democrazie socialiste dell'Est e quindi fuori da quella zona grigia del sottosviluppo, quindi dall'Obiettivo Uno. Due fronti aperti, signor Presidente, l'Unione e Roma; troppi per le nostre strutturali debolezze e come nei momenti della cultura regressiva forse una borghesia della fusione perfetta non c'è, no, non c'è, ma nuovi feudatari mediatici sì mascherati di etnia. Noi, signor Presidente, vogliamo imprimere sulla pietra miliare del cinquantesimo chilometro l'impegno perché la nuova Carta costituzionale raccolga la volontà dei sardi di essere un'isola d'Europa; perché la nuova Carta federale si fondi sulla coesione di popoli che diano ai propri figli uguale cittadinanza di diritti, di civiltà, di cultura, di sviluppo. Noi coltiviamo l'ambizione di batterci perché questo palazzo da oggi possa essere chiamato istituto federale che affonda e dispiega le sue radici nelle e con le comunità locali protagoniste vere della possibile nuova stagione. Qui nell'istituto federale il protagonismo consapevole dei sardi, dei municipi maggiori e soprattutto minori per spezzare anche quel filo intricato e robusto di uno sviluppo a patologia idrocefala che via via desertifica vaste aree dell'interno dell'isola. Ma abbiamo il dovere di aprire alla fiducia, la leggo e ne colgo i segni. Domani, è un riferimento particolare, ma lo collego all'oggi, si inaugura all'università di Nuoro il nuovo anno accademico. E' l'anno che produrrà le prime lauree, lì terra difficile di generazioni perdute alla cultura; questo è cambiamento vero. Nuove generazioni di sardi sono nel futuro. Raccogliamo la loro sfida perché possa essere vero quello che già molti dicono "il mare non c'è più". Quello che ci teneva rinchiusi, e si opponeva ad ogni progetto, il mare che ci ha fatto isola, la distesa azzurra è sempre lì ma non è più necessario attraversarla. Possiamo far viaggiare le informazioni, non le cose, informazioni e cultura, non ci può essere nessun mare a isolarci, siamo stati a lungo in silenzio, il silenzio è già comunicazione, è la base della parola, il foglio bianco su cui spiccano nette le tracce della parola. In conclusione, signor Presidente, faccio uso seppure in maniera impropria di una particolare prerogativa consiliare, di un'interrogazione. Il sottoscritto consigliere regionale, nel chiedere di interrogare l'Assessore agli enti locali della Regione Autonoma della Sardegna vuole prima osservare e far constatare che mentre la Regione sarda si è data da tempo una bandiera e poi ha istituito la sua festa celebrativa, non vi ha aggiunto, come compimento di segni esterni della specialità, che oggi appare l'esito storico della mancata nazione sarda, un proprio inno. Pertanto l'interrogante chiede all'Assessore se non intenda condividere l'idea che qui si propone: di disporre per un bando di concorso nazionale, esteso ai migliori compositori italiani, per musicare un inno della Regione sarda. Questo inno dovrebbe essere in lingua sarda, in modo da accentuare il senso particolare della terra che lo esprime, e come rispondenza culturale alla specifica modulazione dell'autonomia e dell'autodeterminazione politica e amministrativa della Sardegna in seno alla nazione italiana. Per le parole dell'inno potrebbe indirsi un concorso fra i più qualificati poeti dialettali o poeti in lingua che conoscano il sardo; ma forse sarebbe preferibile, per il rigore e la qualità del contenuto, mettere in musica l'inno de "su patriottu sardu a sos feudatarios", che comincia con i noti versi: "Procurade e moderare barones sa tirannia". Questo inno, pubblicato in clandestinità da Francesco Ignazio Manno, nel vivo dei motti antifeudali della fine del 1700, nell'onda della rivoluzione borghese, rispecchia un'importante episodio storico della Sardegna, caratterizzato dai primi coscienti ed estesi fermenti democratici e autonomistici isolani, di fronte a "sos abusos", "sos malos usos", "su dispotismu" e "s'egoismu", degli oppressori e dei tiranni dell'epoca. L'Inno che muove guerra a "sos oppressores", per cui "custos tirannos minore es prezisu umiliare" può essere ben applicato ancora, mutate le vicende storiche, alle condizioni politiche, economiche d'oggi, alle attuali contraddizioni sociali più marcate e profonde della nostra Isola. Può essere ben applicato ai "tirannos mazzores". Le oppressioni della società del benessere, le lusinghe, la violenza del denaro, le ambiguità, il totalitarismo tecnologico della società industriale, il nuovo feudalesimo, forme tutte integranti, catturanti e disgregatrici della sardità. L'interrogante è del parere che è molto opportuno e significativo il poter ritrovarsi un inno della Regione sarda in un momento come l'attuale, in cui crescono le tensioni per una maggiore libertà del popolo sardo, che il vento di una più agguerrita coscienza del proprio essere e delle proprie azioni spira ed alimenta, nonostante certi ritorni autoritari.E..."Candu si pesa su bentu es prezisu bentulare." Non chiedo risposta immediata all'interrogazione, d'altronde l'interrogazione è del 6 gennaio 1970, ventott'anni, non ne conosco la risposta. Era dell'onorevole Giovanni Lilliu, del Gruppo della Democrazia Cristiana.
(Applausi)
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il consigliere Amadu.
AMADU (Gruppo Misto). Signor Presidente, colleghi consiglieri, autorità, la seduta odierna, aperta alle più importanti Autorità e rappresentanze del mondo politico - amministrativo e delle categorie sociali della Sardegna, è, sul piano istituzionale, il modo più adeguato per celebrare i 50 anni di vita del nostro ordinamento autonomistico. Un interrogativo preliminare assume i caratteri della obbligatorietà: sono ancora valide, attuali, le ragioni della nostra specialità? E la voce di questa Assemblea è sufficientemente autorevole e forte in moda da farsi valere presso il il Parlamento nazionale, impegnato con la Bicamerale, a formulare proposte di | revisione costituzionale all'insegna di un federalismo che, allo stato attuale dei lavori, riterrei di definire finto, dato che in particolare sparisce il principio della solidarietà nella distribuzione delle risorse finanziarie? Alla prima domanda ritengo di dover rispondere affermativamente. Le peculiarità di carattere storico, economico, sociale, culturale, unite alla insularità, con i problemi ad essa connessi, sono ancora oggi i principali fondamenti su cui si basa il nostro Istituto autonomistico. Queste ragioni devono indurci a riaffermare con forza che "l'Autonomia sarda non si tocca".
Ma affinché questa dichiarazione di fondo non rimanga una pura e semplice dichiarazione formale o di principio, è indispensabile agire con determinatezza politica al fine di evitare, in sede di Bicamerale, il rischio, fondato, che possa essere svilito il ruolo e la funzione delle regioni a Statuto Speciale. Questa nuova sfida, questa nuova responsabilità in capo principalmente alle forze politiche isolane, impone l'apertura di una nuova fase costituente, che si ponga come obiettivo non solo la riaffermazione delle ragioni della specialità, ma la promozione delle nostre autonomie locali, fautrici di una più equilibrata crescita economica e sociale delle nostre popolazioni. Ancora questa nuova sfida assume i caratteri di una nuova battaglia politica per il rilancio economico e sociale della Sardegna. Leggendo i fatti storici che attengono alla gestione delle potestà autonomistiche vigenti, la classe politica regionale, quella del passato e soprattutto quella che in questi ultimi anni si è assunta la responsabilità del governo regionale, deve compiere una salutare autocritica: troppe volte il nostro Istituto autonomistico è stato politicamente leso, con grave danno per l'immagine dell'istituzione Regione e con conseguenze fortemente negative sull'economia e sulla vita sociale del sardi. Sono necessari, Signor Presidente, colleghi, autorità, segnali forti capaci di suscitare nei cittadini, nella gente sarda nuove speranze, concrete speranze di soluzione, anche immediata dei problemi non più rinviabili.
Riteniamo, come politici, che sia sufficiente promettere e dichiarare maggiore attenzione ai temi dell'Autonomia, per porre fine alla piaga dei sequestri di persona, per dare soddisfazione ai disoccupati che cercano un'occupazione, un lavoro; o agli imprenditori su cui gravano i maggiori costi dell'energia utilizzata pel la produzione? O per rendere concreto il diritto alla salute ai malati che devono sopportare anche mesi di attesa prima di poter accedere ai laboratori e alle strutture ospedaliere? E che dire della tanto sospirata zona franca o dei più modesti punti franchi, comunque strumenti importanti di nuova crescita economica e sociale, rimasti finora sulla carta e a livello di buone intenzioni politiche? E, ancora, che dire della mancata metanizzazione, tema che ricorre ciclicamente, in modo specifico, in prossimità di consultazioni elettorali? Ora è tempo, veramente, di chiarezza.
Confesso di non aver una smisurata fiducia nei processi riformatori in atto, sia a livello nazionale, vedasi processo riformatore portato avanti dalla Bicamerale, sia per quel che concerne la specifica responsabilità politico - istituzionale di questa Assemblea legislativa. Ma se si creassero le condizioni utili, concrete e propizie per modificare l'attuale situazione ( per quanto mi concerne, sono pienamente disponibile, pur pervaso da un forte tasso di pessimismo politico, che nel mio animo si contrappone all'ottimismo che deriva dalla mia visione cristiana della vita), ritengo che ad ognuno di noi competa il dovere, in rappresentanza del popolo che ci ha delegato un preciso mandato finalizzato all'impegno per il perseguimento del bene comune, di conferire il proprio apporto costruttivo a tutti i livelli nei quali sarà possibile e giusto incidere, soprattutto per contribuire a far sentire alta, e questa è la risposta alla seconda domanda da me posta in premessa, la voce di questa Assemblea legislativa, al di là del ruolo di maggioranza e di opposizione, al fine di difendere e valorizzare i principali interessi dei cittadini sardi. Grazie.
(Applausi)
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il consigliere Pittalis.
PITTALIS (F.I.). Attendo che il Presidente della Giunta concluda la telefonata. Ritengo che la giornata odierna sia importante per tutti i sardi e un minimo di tensione (non è un richiamo a lei, non mi permetterei, ma lo rivolgo soprattutto ai colleghi e innanzitutto ai colleghi del mio Gruppo) a cinquant'anni dall'approvazione dello Statuto speciale per la Sardegna mi domando, innanzitutto, cosa è cambiato per il nostro popolo. A questo interrogativo inquietante la giornata odierna di celebrazioni dovrà dare una risposta e avviare una riflessione seria dei sardi sull'autonomia. Parola questa troppo spesso abusata, troppo spesso utilizzata a copertura di tutto e del suo contrario nel fiume di parole, delle molte parole spese spesso in dibattiti inutili. Anni che abbiamo trascorso in infruttuose elucubrazioni incapaci di giungere a determinazioni concrete. Auspichiamo, come diceva Henry Bresson (?), che si impari a pensare come uomini di azione e ad agire come uomini di pensiero.
E' già emerso negli interventi che mi hanno preceduto, ed è stato oggetto della riflessione politica ed intellettuale negli scorsi tempi, che la stagione dell'autonomia che abbiamo finora vissuto ha esaurito totalmente la sua spinta propulsiva, la sua forza, la sua capacità di coinvolgere i cittadini in una idea di governo efficiente e compiutamente democratica.
I brevi tempi imposti al dibattito odierno e la necessaria sintesi che questo richiede non consentono di rammentare le difficili tappe del cammino compiuto dalla Sardegna verso questo Statuto di cui si celebra un così importante anniversario, né parimenti permettono di riportare con compiutezza alla riflessione generale il primo fallimento che la Sardegna riportò con il tormentato iter della legge di rinascita che lo Statuto espressamente prevede. Basti solo ricordare, a tale proposito, l'icastico commento che il senatore Gianquinto pronunciò nel lontano 1961, allorquando il piano di rinascita venne al giudizio del Parlamento. Disse: "La Sardegna è stata assolutamente tagliata fuori dalla grande operazione che la riguarda." Cominciò allora, a nostro avviso, il declino che lentamente portò alla grande protesta di tutti i sardi nel luglio del 1967 e alle condizioni attuali di una autonomia irrilevante, di una capacità di autodeterminazione velleitaria, di strumenti istituzionali superati e disutili che rappresentano impedimenti a una moderna vita sociale. Lo pensiamo fermamente, dobbiamo combattere senza quartiere le istanze centraliste della cultura politica italiana. Oggi come nel 1948 la cultura autonomistica non ha informato le classi dirigenti del Paese che sono ancora imbevute di autocrazia romana e classificano tra le diverse possibili eversioni il disegno di uno Stato libero e unito ma di uguali autonome realtà territoriali distinte.
Il progetto federalista che con mirabile senso della modernità il grande Gonario Pinna enunciò nel dicembre 1945, quel progetto di federalismo e autonomia, nel senso più vasto ed elevato perché fonte di armonia nazionale, cioè di libertà, di democrazia, di giustizia, in una parola di civiltà, quel progetto per noi di Forza Italia è ancora la bussola culturale con cui orientarsi nell'attuale fervore di riforme istituzionali.
Solo un eccezionale sforzo di fantasia e di coraggio consentirà alla Regione Sardegna di fare il grande passo che il suo popolo da sempre merita, ma che una classe politica conservatrice e ottusa ha a nostro giudizio sinora impedito. Occorre audacia per comprendere che o si cambiano radicalmente gli strumenti tecnici del governo per adeguarli alle esigenze dei cittadini del mondo che impietoso scorre e cambia vicino a noi, oppure si soccomberà alla crudele potenza di una società che non tollera velocità diverse e che presto abbandona purtroppo chi rimane indietro.
Le linee per una riforma dello Statuto che noi dettiamo sono queste, quelle di una radicale e profonda innovazione. Un governo sardo dei sardi, eletto direttamente per un tempo determinato e sufficiente a portare a termine un programma; un'assemblea legislativa degna di questo nome, capace di provvedere a normare senza controlli pseudopaterni nelle materie che dovranno rimanere di competenza esclusivamente regionale e che dovranno comprendere reali poteri e non solo la possibilità di normare su inezie.
Vogliamo, in una parola, amministrarci, vogliamo essere davvero autonomi, vogliamo decidere del nostro sviluppo e della nostra crescita, come fino a oggi purtroppo non abbiamo fatto. L'insularità, già lo dicemmo in quest'aula in altre occasioni, deve assurgere a valore riconosciuto dalla Costituzione, questo l'unico emendamento che questo Consiglio regionale deve sposare senza distinzioni, per garantire che si sviluppi una intera legislazione che tenga conto di oggettive insuperabili condizioni di svantaggio che viviamo. Lo Statuto, vecchio di cinquanta lunghissimi anni, va cambiato. Adesso crediamo opportuno sostituire un'agile carta fondamentale della nostra Isola, in cui l'autonomia assurga non a obiettivo ma a mezzo dell'azione legislativa e amministrativa. Viaggiamo a larghi passi verso uno scenario nuovo, l'Europa delle Regioni e delle città. Ed è evidente che in questo quadro non è possibile che la Regione non partecipi alla formazione delle decisioni internazionali che la riguardano direttamente, non è tollerabile che le decisioni che ci riguardano vengano assunte senza di noi, sopra di noi, sebbene noi. Vogliamo, colleghi, una Regione bella e autorevole. Altro che problemi di inni, onorevole Marteddu! I tromboni sono tanti, abbiamo bisogno di altre cose, molto più importanti: un'amministrazione che goda del consenso della sua gente, per trattare da pari a pari con lo Stato e non, come avviene oggi, da subalterno, sottoposto ai capricci di un padre davvero padrone.
E al rinnovamento dello Statuto deve seguire, o meglio dovrebbe seguire una energica riforma degli altri strumenti che ingessano e paralizzano l'attività di questa Regione. Dall'obsoleto Regolamento del Consiglio regionale sino a una forse più importante riforma della burocrazia regionale, moloc acefalo, incontrollabile, elefantiaco.
Siamo a un bivio: o la modernizzazione efficace e grandiosa o la retrocessione verso la subalternità politica e culturale. Tertium non datur. Siamo stati sino a oggi troppo lontani dal processo di revisione costituzionale, e il progetto che in questi giorni il Parlamento esamina ha visto una assai colpevole assenza anche di questo Consiglio regionale e del governo della Sardegna. Noi dubitiamo che si possa recuperare il tempo perduto; per una concreta e non meramente onirica rinascita della Sardegna riteniamo che occorra una sintesi politica alta e nobile, non bastano certo le pur lodevoli manifestazioni celebrative. In uno scatto di orgoglio di una classe politica sinora inadeguata risiedono, a nostro avviso, le chiavi di una vera rinascita del nostro popolo. E allora, davvero, autonomia potrà tornare a essere l'antico nome di giustizia e libertà. Grazie.
PRESIDENTE. Do la parola all'onorevole Renato Cugini, Presidente del Gruppo del Partito Democratico della Sinistra.
CUGINI (Progr. Fed.). Signor Presidente del Consiglio, colleghe e colleghi, illustri invitati, questo nostro incontro vuole essere l'occasione solenne per fare una sintesi di questa nostra esperienza autonomistica.
Siamo partiti da molto lontano, ci siamo dati come popolo sardo obiettivi alti per costruire una strada che confermando la nostra specifica identità, la nostra specificità di sardi, la nostra specifica cultura, ci portasse fuori dall'isolamento, avviasse la rinascita. Questo processo si è concluso, oggi serve un nuovo progetto autonomistico. Il nostro riferimento va ricercato senz'altro nell'attività della Bicamerale, però è chiaro che ormai sono cambiate le condizioni. Siamo di fronte a nuove richieste, l'autonomia si pone naturalmente nuovi obiettivi, la vecchia idea della autonomia non è più sufficiente per parlare alle nuove generazioni. Va considerata chiusa una fase storica e la nuova dovrà avere obiettivi sempre alti, ma con riferimenti, proposte, rivendicazioni che, partendo da noi, da quello che abbiamo prodotto in questi cinquant'anni, dai fatti può positivi della nostra esperienza autonomistica ci portino in Europa, i sardi in questi anni sono diventati popolo, permangono però le questioni più urgenti ancora aperte. La nostra cultura autonomistica ci ha reso oggi più forti nella coscienza dei nostri diritti, il nuovo progetto autonomistico non deve voler dire negare i grandi progressi che il nostro popolo ha fatto, ma avere coscienza che gli obiettivi si possono raggiungere difendendo la nostra specialità e assieme innovando il nostro statuto per concorrere all'affermazione delle nostre originarie richieste. Federalismo solidale, punti franchi e quanto altro utile all'affermazione dei principi del nostro statuto, la nostra sardità si conferma oggi come presenza e azione per un nuovo processo autonomistico che si realizza per una nuova contrattazione con lo Stato per ottenere risposte dall'Unione Europea. Autonomia quindi come integrazione negli stati europei e come partecipazione alla costruzione di risposte per rendere il popolo sardo uguale nei doveri e per ottenere gli stessi diritti previsti dalla Costituzione del nostro paese. Ecco allora che la questione sarda si propone nella sua vera dimensione e quindi riemerge la prima richiesta, il primo diritto quello del lavoro. Lavoro nella più ampia concezione del termine che racchiude tutte le nostre aspirazioni, tutti i nostri bisogni, che comprende tutte le indicazioni autonomistiche. Il nuovo progetto autonomistico, il manifesto della nuova autonomia deve parlare alle ragazze e ai ragazzi sardi e deve fare, confermando che sono ragazze e ragazzi diversi da quelli della prima autonomia, deve fare scelte coraggiose sapendo che quelli di oggi sono ragazze e ragazzi istruiti e colti, che hanno una visione ampia che va naturalmente oltre la visione che i giovani avevano nel dopoguerra, sono ragazze e ragazzi che sono vissuti in tempi di pace e di democrazia, che si propongono con le idee di oggi e attendono risposte più rapide di quelle che hanno ottenuto le nostre generazioni, non è più sufficiente sostenere che occorre battere che il centralismo dello Stato, anche se è ancora una richiesta giusta, oggi si impone l'esigenza inderogabile di battere il centralismo della Regione per avvicinare il popolo sardo alle istituzione democratiche. Sono ancora aperti nodi storici, sono ancora aperte ferite gravi, le differenze tra la nostra Regione autonomistica e le altre regioni sono troppo ampie, dobbiamo essere onesti con noi stessi, l'autonomia non sempre è stata maggiori diritti, maggiori risposte. Non bisogna sminuire i grandi passi fatti in questi anni, però bisogna rendere evidenti i nostri limiti per correggerli, il progetto sarà credibile se consideriamo questo appuntamento come momento autocritico per dire che lo sviluppo, il lavoro, la nuova autonomia partecipata, l'apertura della seconda fase sarà apprezzata se parte da dentro la Sardegna una grande proposta per rendere la nostra isola una Regione, nella sua specificità, serena. Si faccia della lotta al banditismo una guerra totale, se lo Stato non ci lascerà da soli e se noi su questo terreno riconquistiamo una credibilità nei confronti di tutti gli interlocutori ai quali ci rivolgiamo. Oggi si può fare un regionalismo vero, oggi ci sono le condizioni per costruire davvero l'autonomia e lo possiamo fare senz'altro richiamandoci alle indicazioni di Emilio Lussu e si potranno riprendere con serenità ma con maggiore forza le indicazioni di Antonio Gramsci, e la questione sarda assieme a quella meridionale diventerà la questione dello Stato, la questione dell'Europa, sarà questa la vera rinascita, saranno questi gli obiettivi che potranno mobilitare le coscienze dei sardi, sarà questa la seconda fase dell'autonomia e della rinascita vera del popolo sardo.
PRESIDENTE. Ringrazio l'onorevole Cugini, con quest'ultimo intervento si conclude la fase del dibattito della seduta di stamani. Preciso il proseguimento dell'ordine dei lavori, dopo questi avvisi interromperò la seduta per mezz'ora per dare la possibilità alla Conferenza dei Capigruppo, che convoco, di mettere a punto un documento già elaborato, la mia speranza è che si riesca a arrivare ad un documento unitario che potremo in tal caso sia presentare al Presidente Scalfaro, la cui visita è annunciata il 13 marzo, sia alle più alte autorità dello Stato, della Camera e del Governo. Ricordo ai colleghi che ci ascoltano che stasera, proprio per rafforzare e sostenere le ragioni della nostra autonomia, abbiamo organizzato un incontro con le altre Regioni a Statuto speciale, invitando anche le rappresentanze parlamentari nel tentativo di trovare un accordo unitario anche in questo caso su un testo di emendamento all'articolo 57 e alla norma transitoria che abbiamo proposto come Regione e in gran parte potrebbe essere raccolta anche dalle altre regioni, se questo dovessero pervenire sarebbe un modo importante per celebrare la data della nostra autonomia, per celebrare questo cinquantennale. Naturalmente poi chiederemo ai parlamentari di sostenerlo e soprattutto ai parlamentari delle Regioni a Statuto speciale di sostenerlo in sede di discussione e di votazione in Parlamento. Mi consentirete anche di ringraziare in questo caso gli organi di stampa e radiotelevisivi che ci hanno seguito e in particolare l'emittente pubblica che ha consentito di trasmettere questa seduta in diretta e quindi di far partecipare a questa giornata l'intera società sarda. Vi ringrazio per l'impegno e l 'attenzione, sospendo la seduta per trenta minuti.
(La seduta, sospesa alle ore 11 e 47, viene ripresa alle ore 13 e19.)
PRESIDENTE. Riprendiamo la seduta. Prego i colleghi di prendere posto e di prestare un attimo di attenzione. A seguito del dibattito che si è sviluppato nel corso della mattinata sia pure in forma sintetica, ma debbo precisare anche in seguito al dibattito che in questi mesi si è svolto in quest'aula tra i Gruppi con uno sforzo di ricerca di unità che ci ha consentito già in quest'Aula di approvare gli emendamenti proposti alla Costituzione, la seduta di stamattina è stata un po' lo specchio di questo dibattito; quindi la Conferenza dei Capigruppo ha elaborato, sia pure nei tempi ristretti che ci sono stati, un documento che riepiloga queste posizioni, un documento suscettibile di ulteriori forme redazionali più eleganti. Però il documento nella sostanza viene approvato dall'intera rappresentanza dei Gruppi consiliari. Ed ora ne diamo lettura nella sua interezza perché per motivi, interpretando anche le istanze generali, riprodurlo e correggerlo avrebbe richiesto tempi lunghi. Era stato distribuito nei giorni scorsi, c'è qualche limatura, però per completezza e per correttezza ritengo che si debba darne lettura compiuta.
CONCAS, Segretaria:
PRESIDENTE. Debbo fare una precisazione. A un certo punto l'onorevole Concas, leggendo il testo, ha parlato di istituti o di punti franchi, va inteso come "zone franche" secondo il testo originario. Lo dico per chiarezza per evitare equivoci. Siamo in sede di votazione. Ha domandato di parlare il consigliere Masala. Ne ha facoltà.
MASALA (A.N.). Presidente, ho chiesto di intervenire per precisare che il Gruppo di Alleanza Nazionale voterà il documento, ma dal voto va escluso l'inciso etnico linguistico che figura al rigo 4 della prima pagina. Per questo inciso il voto deve essere inteso come voto contrario.
PRESIDENTE. L'intervento dell'onorevole Masala è una precisazione, perché quando si fa un documento di questo genere lo sforzo di tutti porta a trovare i punti di convergenza. C'era un punto di dissenso che è rimasto tale, sul quale l'onorevole Masala ha precisato e rimarrà a verbale la sua posizione contraria sull'espressione etnico linguistica. Metto in votazione l'ordine del giorno. Chi lo approva alzi la mano. Chi è contrario. Chi si astiene.
(E' approvato)
I lavori del Consiglio riprenderanno lunedì 2 marzo alle ore 17 e 30.
La seduta è tolta alle ore 13 e 38.
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