Seduta n.395 del 15/10/2003
CCCXCV Seduta
(Antimeridiana)
Mercoledì 15 ottobre 2003Presidenza del Vicepresidente Biggio
indidel Presidente Serrenti
La seduta è aperta alle ore 10 e 42.
Randazzo, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del mercoledì 1° Ottobre 2003, che è approvato.
Risposta scritta ad interrogazione
PRESIDENTE. Comunico che è stata data risposta scritta alla seguente interrogazione:
FRAU sull'uso dell'acqua nel Consorzio di bonifica della Nurra. (676)
(Risposta scritta in data 9 ottobre 2003.)
Colleghi, constatata l'assoluta mancanza del numero legale sospendo i lavori per un quarto d'ora.
(La seduta sospesa alle ore 10 e 43 , viene ripresa alle ore 11 e 09.)
Continuazione della discussione generale del testo unificato del disegno di legge: "Norme sull'elezione del Presidente della Regione e del Consiglio regionale e disciplina del referendum regionale" (245/Stat/A) e delle proposte di legge Floris - Tunis - Businco: "Nuove norme sul sistema di rappresentanza e sull'elezione degli organi di governo della Comunità autonoma di Sardegna" (350/Stat/A), ONIDA: "Elezione del Consiglio regionale, forma di governo, (ai sensi dell'articolo 15, comma 2, dello Statuto speciale) e partecipazione degli emigrati al voto" (362/Stat/A), Scano -Dettori -Pacifico - Pinna: "Norme per l'elezione del Presidente della Regione e modifica della legge regionale 6 marzo 1979, n. 7 (Norme per l'elezione del Consiglio regionale) e successive modifiche e integrazioni" (379/Stat/A), Sanna Gian Valerio - Fadda - Biancu - Dore - Giagu - Granella - Secci - Selis: "Disciplina della forma di governo della Regione ed elezione del Consiglio regionale della Sardegna" (380/Stat/A), Spissu - Calledda - Cugini - Demuru - Falconi - Lai - Marrocu - Morittu - Orru' - Pirisi - Pusceddu - Sanna Alberto - Sanna Emanuele - Sanna Salvatore: "Elezione del Presidente della Regione sarda e del Consiglio regionale" (392/Stat/A), Capelli - Cappai - Piana - Randazzo: "Norme per l'elezione del Presidente della Regione e del Consiglio regionale" (396/Stat/A)
PRESIDENTE. Riprendiamo i lavori. È iscritto a parlare il Consigliere Ibba. Ne ha facoltà.
IBBA (S.D.I. - S.U.). Signor Presidente, pur nella fiacchezza della concentrazione del Consiglio non rinuncio ad una serie di riflessioni e ad una proposta finale che voglio proporre all'attenzione e all'interesse del Consiglio, perché io credo che noi oggi qui dobbiamo parlare non tanto di fare una legge elettorale, quanto di riformare una legge elettorale esistente, anzi ipotizzare l'ipotesi di una riforma elettorale che parte da due proposte di legge elettorale esistente, quella nazionale, che è considerata una legge quadro adibita e pensata per le Regioni a Statuto ordinario e quindi in qualche modo parzialmente applicabile alla nostra identità regionale e alle caratteristiche di questo Consiglio, ma anche soprattutto alla volontà di essere soggetto autonomo, soggetto specifico nella ricerca di un percorso politico e di un'identità politica, e la legge regionale del 1993, che è la figlia di tutti quegli anni che hanno preceduto quella legge, che nel corso degli anni dal 1993 ad oggi ha comunque subito delle ulteriori modificazioni e che soltanto una parte di quella legge oggi noi possiamo considerare vitale ed utile ai fini del nostro ragionamento. Pertanto, l'una e l'altra che non è un minimo comune multiplo ma è un minimo comune denominatore, partono dalla premessa che qualunque legge elettorale o qualunque legge di riforma di un sistema elettorale è finalizzata essenzialmente ad individuare un metodo per scegliere i componenti del Consiglio regionale secondo le indicazioni che provengono dal corpo elettorale, ma soprattutto è uno strumento di garanzia e di affermazione della democrazia nella nostra Regione. Questo è un concetto che sempre più raramente viene diffuso, del quale sempre meno si parla, come se ormai questo fosse un fatto acquisito al patrimonio storico e culturale della nostra identità in maniera irreversibile, quando invece è evidente a tutti che così non è, e che invece bene faremo a cercare di tenerlo presente e di dare pratica attuazione alle teorie tutte le volte che ne abbiamo l'opportunità.
(Le consigliere Dettori, Lombardo e Pilo entrano in Aula con una maglia recante la scritta: "Legge elettorale, per la parità").
IBBA (S.D.I. - S.U.). Sono stato colpito positivamente! Io credo che proprio...
(Interruzioni)
PRESIDENTE. Onorevole Ibba, abbia pazienza, scusi! Colleghi, come dobbiamo procedere? Devo sospendere i lavori? Cosa devo fare?
Onorevole Sanna, vuole dire qualcosa? Lei ha interrotto i lavori, ha interrotto l'intervento di un suo collega e non è una cosa buona, diciamo. Vuol dare una spiegazione, per cortesia?
PRESIDENTE. Prego, onorevole Ibba.
IBBA (S.D.I. - S.U.). Grazie Presidente. Quindi, dicevo che proprio questo concetto della democrazia e della sua applicazione è ciò che fa la differenza tra le posizioni espresse anche dagli interventi...
Presidente, posso anche rinunciare, non c'è nessun problema, lo assicuro!
PRESIDENTE. Onorevole Morittu, per cortesia prenda posto. Biancareddu la informo che dopo l'onorevole Ibba, deve intervenire lei.
IBBA (S.D.I. - S.U.). Vorrei sapere se c'è la possibilità anche di avere magliette a strisce ...
(Interruzioni)
PRESIDENTE. Colleghi dobbiamo proseguire o sospendiamo i lavori?
IBBA (S.DI. - S.U.). Io con una maglietta neroazzurra mi organizzerei!
(Interruzioni)
PRESIDENTE. Prego onorevole Ibba.
IBBA (S.DI. - S.U.). Dicevo che proprio questo concetto dell'applicazione e della convinta impostazione sui valori della democrazia è ciò che rappresenta la differenza tra le posizioni culturali e politiche del centro destra e quelle del centro sinistra, che sono anche quelle che sono apparse nell'ambito degli interventi che anche ieri hanno preceduto questo dibattito, perché non può esserci democrazia se non c'è l'accettazione della volontà popolare, e non può esserci democrazia e rispetto della volontà popolare tutte le volte che la volontà popolare viene violata.
Noi abbiamo avuto in quest'Aula episodi evidenti e clamorosi di violazione della volontà popolare, e stiamo proponendo, secondo l'applicazione della legge nazionale, una norma che in qualche modo legittima o può legittimare l'esproprio del risultato delle prossime elezioni regionali; perché quando si propone, seppure in nome di una mistificata concezione della governabilità, la soluzione per la quale chi prende un voto in più prende il sessanta per cento dei seggi, si sta di fatto mistificando attraverso il concetto della governabilità il consenso dell'elettorato che viene in questo modo rapinato di almeno il dieci per cento dei suoi consensi. Ma, se anche dovessimo ipotizzare, cosa che potrebbe anche accadere, che nella prossima tornata elettorale noi dovessimo avere un corpo elettorale che si divide in maniera pressoché identica tra le due parti. Perché noi dovremmo forzare che una di queste parti vale più dell'altra tanto che le viene attribuito il sessanta per cento del valore rispetto al quaranta? Perché quel cinquanta per cento vale più del cinquanta per cento dell'altro e viene sottratto a questo il dieci che viene omaggiato all'altra parte? Questa è una rapina legittimata, ma che razza di democrazia sarebbe questa? Ma che razza di democrazia vogliamo affermare quando pensiamo di aver costruito un sistema, di voler costruire un sistema nel quale ipotizziamo una ripartizione dei seggi attraverso i quozienti non completi, cioè i cosiddetti resti, dove un resto di mille - duemila voti prevale su un resto di seimila - settemila voti. Ma perché mai è possibile ipotizzare che il voto di mille - duemila cittadini sia superiore rispetto al voto di seimila - settemila cittadini di questa Regione? Ma che logica aberrante è questa? Questo è uno strabismo ed una miopia politica che rende davvero pericoloso istruire un sistema, ed un'ipotesi di riforma elettorale, che parta da queste premesse. Io credo che invece noi dovremo avere il coraggio, come in altre Regioni d'Italia sta accadendo, di ritornare a pensare a sistemi elettorali che rispettosi della volontà popolare applicano la volontà popolare attraverso un sistema di calcolo che è basato essenzialmente sul sistema proporzionale, perché il sistema delle maggioranze premiate ad ogni costo che porta ad un sistema maggioritario e quindi bipolare, non aiuta né il confronto né la crescita democratica. E non aiuta il confronto perché pone gli schieramenti politici non in una posizione di confronto ma di una posizione di scontro frontale tra di essi e in tutti i lunghi anni nei quali abbiamo cercato di superare le diversità, di smussare gli spigoli, di avvicinare le diverse posizioni creando gradini intermedi tra le posizioni delle estreme e tra le posizioni del centro e le estreme, tutti questi anni e tutta questa fatica culturale, tutta questa fatica di ricucitura che ha portato anche agli anni bui ed agli anni di piombo in questo Paese, fortunatamente non in questa Regione, se non di sfuggita e soltanto per alcuni momenti, tutto questo va buttato alle ortiche, io credo che sia un atto davvero spericolato. Né d'altra parte può reggere, a giustificazione di questo concetto, il fatto che devono essere garantiti ambiti territoriali che hanno le loro rappresentanze. Ma noi stiamo cercando di fare un sistema che garantisca gli eletti negli ambiti territoriali o stiamo cercando di fare un sistema che dia democrazia, valore ed efficacia democratica al corpo elettorale e alla volontà del popolo dei cittadini sardi? Perché se noi siamo più preoccupati di garantire l'elezione di alcuni candidati in certi collegi circoscrizionali, allora dobbiamo radicalmente cambiare sistema e orientarci, per esempio, verso un sistema come quello che esiste per l'elezione della Camera e del Senato. Allora, noi qui dobbiamo scegliere, dobbiamo scegliere davvero se orientarci verso l'affermazione dei valori e dei principi della democrazia, oppure se tutto questo non esiste più, se siamo tornati o se vogliamo tornare verso un sistema di riferimento puramente monocratico, dove al valore dei molti e al valore dei più è sostituito il valore delle oligarchie o dei singoli, perché ormai tutti vogliono entrare nell'ordine di idee che la collettività non ha più valore mentre invece vale l'uomo della provvidenza e l'unto del Signore. E questa preoccupazione non è una preoccupazione astratta, perché quando io leggo e sento in quest'Aula dare giustificazione al cosiddetto listino regionale senza preferenze, ho forti preoccupazioni sul fatto che si stia costruendo un sistema piramidale dove il vertice di questa piramide in qualche modo guida e tira i fili e telecomanda i livelli inferiori al suo vertice, senza sottoporre tutto questo a nessun controllo democratico e a nessun giudizio degli elettori. Ma è mai possibile davvero che noi non abbiamo la capacità e la forza di accettare ciò che gli elettori decidono di fare?
Io non credo che sia sufficiente giustificarci o rifugiarci dentro l'alveo per il quale si pensa - è stato citato il neogovernatore della California, Schwarzenegger - per dire che la gente e che l'elettorato sceglie più in base alla suggestione che in base alla convinzione. Ma anche supponendo che così possa essere, sarà compito della classe politica cercare di innalzare il livello di capacità conoscitiva e di scelta da parte dell'elettorato, facendo scegliere non in base alle suggestioni, ma in base alla consapevolezza e in base alla coscienza politica. Ma se così non fosse, quale sarebbe mai la differenza tra il centrosinistra e il centrodestra se ci dovessimo mettere ad inseguire sul piano delle luci colorate, delle paillette e degli spettacoli televisivi il consenso popolare, dove la scelta di un consiglio popolare, di una classe politica è trattata alla stregua di un dentifricio o di un detersivo? Io credo che su questo piano si gioca la differenza tra le posizioni del centrosinistra e le posizioni del centrodestra ed è per questo che io credo che le primarie possano avere senso e significato soltanto se nascono da un sistema organizzato e organico di un processo di preverifica che deve soltanto servire a garantire e a certificare la qualità e la bontà della scelta del premier, perché se deve essere un trucco, allora è chiaro che le primarie non hanno nessun significato.
Si è parlato molto, in questi ultimi giorni, della questione delle pari opportunità e della presenza nelle liste in parità numerica di candidati di sesso maschile e di candidati di sesso femminile. Ho già espresso personalmente la mia opinione; io sono convinto del fatto che sia importante che noi offriamo alle donne che vogliono impegnarsi in politica la possibilità di avere pari condizioni e pari opportunità per essere candidate, per essere elette, per poter concorrere a guidare e a rappresentare la politica di questa Regione. Così come sono convinto del fatto che tutto questo sino ad oggi non ha potuto realizzarsi sia per la difficoltà oggettiva della politica, che vale per gli uomini e che vale per le donne, ma che per le donne forse vale ancora di più, perché già di per sé è difficile la politica, a maggior ragione diventa ancora più difficile quando la possibilità di raggiungere traguardi è naturalmente resa più complicata dalla diversità fenotipica dei partecipanti.
Allora io sono d'accordo sul fatto che ci sia una pari rappresentanza di donne e di uomini all'interno delle liste elettorali, e se proprio dobbiamo dare una svolta al sistema e se proprio vogliamo dare un segno anche di favorire la partecipazione democratica in questo caso delle donne alla competizione elettorale, sono personalmente anche favorevole al fatto che sia ipotizzabile la modifica della legge elettorale nella quale può essere previsto il voto contemporaneo per un candidato di sesso maschile e un candidato di sesso femminile.
Per quanto riguarda l'ultima questione che è stata anche qui citata, perché poi anche questo, come dire, è oggetto di una modifica regolamentare, la cosiddetta questione degli Assessori esterni rispetto al Consiglio. Vedete, noi siamo impegnati da molti anni nel tentativo di costruire un partito riformista, che sia un partito che non sia la sommatoria aritmetica di più partiti che oggi si ritrovano nella metà campo del centrosinistra; siamo impegnati a costruire un partito che partendo dalle basi storiche e culturali del centrosinistra costruisca un soggetto politico nuovo. Un soggetto politico che parta dal presupposto e dalla premessa che la politica non è un'opinabilità assoluta e indiscutibile, perché ormai non è più così in nessun ambito della politica. Oggi esistono condizioni oggettive, condizioni scientifiche che attengono all'economia, che attengono al mondo del lavoro, che attengono all'organizzazione sociale, che attengono alla sanità, che attengono alla scuola, che attengono al mondo delle imprese, che attengono a tutto ciò che accade nell'ambito di questa nostra società globalizzata, proiettata in un'accelerazione sempre più spinta e sempre più incontenibile, nella quale esiste un'oggettività di partenza che non può essere messa in discussione per una ipotizzata opinabilità politica per la quale si possa dire: "Io non sono d'accordo".
Io credo che uno dei valori della cultura riformista sia quello per il quale la politica si innesta nel punto in cui all'oggettività delle condizioni subentra la soggettività della scelta politica. Allora tutta questa lunga premessa e questo lungo ragionamento a proposito degli assessori esterni serve per dire che gli assessori che hanno una competenza professionale, culturale, scientifica specifica sui vari argomenti e che sono dotati del senso della politica, del senso delle istituzioni, io continuo a dire del senso democratico e quindi contemporaneamente anche del senso dell'uguaglianza e del senso della libertà del pensiero, ma della libertà del pensiero amministrativo, della libertà del pensiero gestionale, della libertà del pensiero che costruisce una società e un'architettura che tende a migliorare la qualità della vita dei sardi, allora se noi abbiamo questa premessa di partenza e con questo spirito gli assessori esterni alle caratteristiche dei consiglieri regionali hanno senso, significato e utilità. Se l'assessore esterno è soltanto una figura che si aggiunge, magari per garantire equilibri all'interno dei partiti oppure per garantire componenti all'interno dei partiti o gruppi fra partiti diversi, allora questo non è più un assessore che ha competenza professionale e preparazione politica tale che possa favorire il miglioramento della nostra capacità amministrativa, è soltanto un elemento di compensazione per logiche interne ai rapporti di forza, ai rapporti di potere che esistono all'interno dei gruppi dirigenti, ma nulla ha a che fare con l'obiettivo e con le finalità che noi ci stiamo dando.
Ecco, dette molto brevemente queste cose, questo è lo spirito con il quale io mi affaccio alla trattativa di ogni singolo articolo della proposta di riforma di legge elettorale, partendo dall'ipotesi del testo unificato licenziato dalla Commissione.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Biancareddu. Ne ha facoltà.
BIANCAREDDU (F.I.-Sardegna). Signor Presidente, colleghi, questa legge elettorale per la quale la Commissione ha lavorato sodo, e mi devo complimentare con la Commissione, nasce però con gravi peccati originali che attengono sia al metodo, sia alla forma, sia alla sostanza. Non si può legiferare una normativa così delicata, spinti dalla fretta, soprattutto arrivare qua in aula senza che ci sia un accordo anche di massima su quale tipo di legge vogliamo che la Regione sarda abbia.
La fretta è sempre cattiva consigliera, ma non si può neanche legiferare non seguendo i canoni principali di tecnica legislativa, che sono quelli di legiferare in termini generali e astratti. Questa legge non è né generale, né astratta. Non è generale perché non riguarda in termini paritari tutti i cittadini sardi, non è astratta perché è fatta sulla base di simulazioni di elezioni precedenti, per cui ben si attaglia ad alcuni interessi di partito che devono essere salvaguardati. Quindi è doppiamente negativa.
Se poi entriamo nel merito, pecca del fatto che non si distingue qual è la forma di governo che noi vogliamo dare alla Regione sarda e quindi qual è, di conseguenza, la legge elettorale che si attaglia alla forma di governo che noi vogliamo avere. Non si può da una parte cercare di limitare i poteri del Presidente e dall'altra dire che è eletto direttamente dal popolo. Bisogna dire se vogliamo che la Sardegna sia governata in termini presidenziali, semipresidenziali o parlamentari e di conseguenza dobbiamo definire qual è il sistema elettorale che porti a questa forma di governo.
Se vogliamo stabilità, se vogliamo il presidenzialismo non possiamo prevedere un sistema elettorale dove il voto verso il Presidente non può essere disgiunto, ma il Presidente in questa legge è una sorta di peso morto che viene trascinato dai voti delle singole liste e dei singoli consiglieri. Che Presidente è, che poteri possiamo dare a uno che non ha contato niente nella campagna elettorale e che è stato eletto grazie ai voti dei partiti o dei singoli consiglieri, che autorevolezza volete che abbia? E perché dare il premio di maggioranza che non riguarda le liste, che non riguarda il Presidente? Allora limitiamo i poteri del Presidente, diciamo che vogliamo un'assemblea parlamentare che governa e riduciamo al minimo i poteri del Presidente della Giunta. Allora va bene il Presidente peso morto!
Per non parlare poi di questo sistema di premialità verso le liste provinciali che praticamente ruba i seggi alla coalizione che perde, seggi già legittimamente conquistati, per attribuirli alle liste provinciali che vincono. Questo perché? Perché vogliamo inserire la preferenza nel listone, cosa giusta, ma vogliamo che nel listone vengano eletti nove a sette, potevamo fare otto pari e dare direttamente il premio sulle liste provinciali. Quindi, se si vuole introdurre la preferenza nella lista regionale, cosa anche condivisibile, cerchiamo di stabilire un criterio che dia il premio alla maggioranza senza togliere i seggi a chi legittimamente li ha conquistati nella minoranza, perché oltre alla sconfitta si becca anche la mazzata poi di perdere altri sette od otto seggi legittimamente conquistati.
SANNA EMANUELE (D.S.). L'hai letta la legge?
CUGINI (D.S.). E' l'opposto di ciò che hai detto!
BIANCAREDDU (F.I.-Sardegna). Arriviamo poi alle incompatibilità e alle ineleggibilità. Questi criteri di incompatibilità e di ineleggibilità si riscontrano anche nell'antica Grecia, nell'antica Roma e anche nel Medioevo, però devo dire che quelli di allora erano più moderni di questi che avete introdotto oggi. Infatti, già in latino si diceva che non bisogna candidare coloro che usano il meritus potestatis per la cosiddetta captatio benevolenziae, cioè traduco: il timore che uno poteva incutere dal ruolo che ricopriva veniva tradotto in una ricerca del voto per cui il cittadino libero non poteva fare a meno di votare qualcuno perché temeva le eventuali ritorsioni che questo, in base alla carica che ricopriva, poteva infliggere al malcapitato.
E allora bene avete pensato, voi, di non far candidare oppure di dichiarare ineleggibile il palafreniere dell'Istituto per l' incremento ippico che si deve dimettere due mesi prima delle elezioni perché in base al suo lavoro può - beato lui! - cercare voti in termini non paritetici rispetto a Renato Soru. Cioè Renato Soru può essere candidato tranquillamente mentre il palafreniere dell'Incremento ippico deve andare in aspettativa due mesi prima, rinunciando allo stipendio. Questa l'ho letta bene, vero Presidente?
SANNA EMANUELE (D.S.). No, neanche questa!
BIANCAREDDU (F.I.-Sardegna).Insomma, cerchiamo di riportare il tutto a misura d'uomo.
Credo quindi che per l'impianto che avete fatto di questa legge, noi che siamo presidenzialisti, per il maggioritario e per una legge dignitosa, saremo disponibili a cercare eventuali correzioni e interlocuzioni, ma sul testo che ci avete presentato noi non possiamo che votare contro. Grazie.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Calledda. Ne ha facoltà.
Informo l'Assemblea che sono poi iscritti gli onorevoli Lombardo, Ladu, Falconi e Pinna e poi proseguiremo.
CALLEDDA (D.S.). Signor Presidente, io credo che la Commissione abbia svolto una funzione e avuto un ruolo molto importante, perché nelle nostre discussioni, nei mesi scorsi, c'era sempre l'idea se era utile o meno utilizzare la legge elettorale nazionale, quella adottata per le Regioni a Statuto ordinario, oppure avvalerci delle prerogative statutarie e quindi, pur nei vincoli contenuti nella legge di riforma costituzionale, fare la nostra legge elettorale.
Questa legge elettorale, io mi rendo conto che siamo costretti a legarci ai limiti della legge nazionale...
PRESIDENTE. Onorevole Biancareddu! Scusi, onorevole Calledda. Colleghi apriamo un salotto? Onorevole Sanna, abbia pazienza. Onorevole Biancareddu prenda posto. Ci sono due sale per riunioni, colleghi, due ampie sale dove si può fumare e chiacchierare. Grazie.
CALLEDDA (D.S.). Dicevo, Presidente...
PRESIDENTE. Scusi un attimo. Se l'aula non è in ordine io sono contrario, perché non riesco a seguire né lei, onorevole Calledda, né l'Aula. Qui non si capisce più niente. Maglie, magliette, facciamo le squadre di calcio, adesso!
(Interruzioni)
Prego onorevole Calledda.
CALLEDDA (D.S.). Dicevo che la Commissione ha dovuto lavorare sodo e tentare di dare una soluzione accettabile che poteva in qualche misura mettere tutti quanti d'accordo. Quando parliamo di legge elettorale, stiamo parlando della legge che riguarda tutte le forze politiche, al che o una legge elettorale è una legge bipartisan oppure c'è davvero il rischio che non si faccia nulla.
Io credo che noi abbiamo fatto una scelta di autonomia e soprattutto di riprenderci la sovranità che ci è attribuita dallo Statuto. È evidente, badate, che noi oggi non possiamo in nessun modo prescindere da un concetto, ormai è comune sentire da parte dei cittadini sardi e da parte dei cittadini italiani, il bipolarismo si è affermato. Allora su questo io credo che sia in qualche maniera improprio avere - come dire - nostalgie del passato recente dove i sistemi elettorali in qualche maniera hanno creato difficoltà di governabilità; chi contava poco nell'ambito del Parlamento riusciva ad avere un'interdizione nei confronti dei partiti maggiori e abbiamo in qualche misura creato situazioni di ingovernabilità non solo nelle Regioni ma anche a livello nazionale.
Allora, in questo contesto, noi ci leghiamo ad un presidenzialismo il quale, a differenza delle Regioni a Statuto ordinario, è un presidenzialismo che in qualche misura si affianca alla vicenda della legge elettorale; cosa intendo dire? Penso che oggi l'elezione diretta del Presidente sia un fatto importante, un fatto che in qualche misura crei quella condizione minima per avere una governabilità, perchè al presidenzialismo, all'elezione del Presidente si aggiunge anche il premio di maggioranza.
Certo, ci sono delle contraddizioni, ci sono delle contraddizioni sulle quali è giusto fare anche una riflessione. La prima: questo avviene anche a livello nazionale, cari colleghi, che il Parlamento è svuotato di funzioni. Io mi chiedo a cosa servono mille parlamentari quando poi oggi i lavori parlamentari sono quasi sempre legati ai decreti del Governo, cioè l'iniziativa di legge parlamentare viene meno. Io credo che la centralità del Parlamento debba essere, in una democrazia compiuta, un fatto sul quale nessuno di noi può prescindere. E francamente mi spaventa l'idea di avere un Presidente, il quale ha il consenso, quindi elezione diretta, che in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza può decidere di sciogliere il Parlamento, così come credo che una delle cose che in qualche misura, mi rendo conto che ci sono delle difficoltà, andrebbe inserita, oltre alla funzione del Presidente anche la funzione del vice Presidente, e questa è una discussione sulla quale ci siamo soffermati e bisogna dare anche delle risposte precise. Per esempio, in molti Paesi europei è prevista l'elezione diretta del leader ma è prevista anche la possibilità di continuare l'esperienza parlamentare con un altro Presidente eletto in Parlamento. È il caso che è accaduto per esempio con la Thacher in Inghilterra, in altre realtà nazionali eccetera eccetera. Io credo che questo sia un fatto sul quale dovremmo in qualche misura avere una seria riflessione.
Sullo sbarramento io credo che se vogliamo davvero avere una possibilità di governare e di avere una rappresentanza effettiva nel testo è previsto uno sbarramento, anzi sono previsti due tipi di sbarramento; uno è legato al tre per cento, l'altro in caso una forza minore sia coalizzata con un'altra coalizione ha la possibilità di avere - se questa coalizione prende il dieci per cento - il seggio. È evidente però che noi questo ragionamento lo facciamo legato in maniera particolare al ruolo e alla funzione che hanno i territori.
Badate, la discussione che sta avvenendo qui non è vero perchè ogni territorio ha la sua rappresentanza. Io ho sentito in questi giorni alcuni colleghi che dicevano che alcuni territori della Sardegna restano senza rappresentanza. Allora diciamoci la verità, la questione è un'altra. La rappresentanza ognuno di noi la vede nella misura in cui il proprio partito riesce ad eleggere, ma non può essere così e non è mai stato così perché in tutti i territori la rappresentanza è garantita.
Quindi io credo che su questo bisogna in qualche misura, sulla base anche degli incontri che ci sono stati nei giorni scorsi, trovare la chiave per fare in modo che tutti i territori non solo siano rappresentati ma che abbiano anche un ruolo ed una funzione. Abbiamo tutto un problema legato alla rappresentanza, dicevo. Oggi, le nostre colleghe sono arrivate in Aula ricordandoci che, oltre alla rappresentanza maschile, e questo Consiglio la dice lunga sui rapporti di rappresentanza, il problema della rappresentanza femminile. Io su questo non vorrei però che fosse trattato come un qualcosa che fa piacere di volta in volta a questo o a quell'altro collega. Lì bisogna dare delle risposte concrete, cari colleghi. Allora le colleghe consigliere regionali hanno prodotto tutta una serie di indicazioni; queste indicazioni, alcune possono essere - come dire - anche considerate non sufficienti per renderle praticabili. Però io credo che sia giusto fare un'analisi seria, attenta perchè questo comunque è un problema che va affrontato, è un problema al quale ognuno di noi deve essere impegnato a dare una risposta. Io credo che questa sia una questione sulla quale il Consiglio regionale non può assolutamente prescindere.
L'altra questione, e mi avvio a concludere signor Presidente, è che alcune cose non possono essere messe in maniera strumentale, perché sul voto agli emigrati - badate bene - su livello nazionale c'è stata una battaglia che è durata anni, anni ed anni e finalmente si è arrivati al traguardo, a raggiungere un obiettivo. Queste cose non possono essere messe però, cari colleghi, in maniera strumentale sapendo che esistono delle difficoltà serie e difficili a definire questo problema. Allora, io credo - senza togliere nulla al ruolo e alle funzioni che possono avere gli emigrati sardi - che anche su questo dobbiamo fare una riflessione seria e trovare quegli strumenti che possano consentire al Consiglio di trovare le soluzioni adeguate che siano in grado di dare risposte precise senza forme demagogiche, senza forme populistiche, che in qualche misura prendiamo atto che questa situazione va affrontata e quindi risolta.
PRESIDENTE. Grazie onorevole Calledda. Sospendo i lavori e convoco la Conferenza dei Capigruppo; per cortesia i signori Questori sono pregati di partecipare alla Conferenza. La Seduta è sospesa.
(La seduta, sospesa alle ore 11 e 50, viene ripresa alle ore 12 e 32.)
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE SERRENTISull'abbigliamento dei consiglieri
PRESIDENTE. Colleghi, riprendiamo i lavori del Consiglio. Io sono arrivato che la Conferenza dei Capigruppo stava discutendo di un problema sul quale non voglio prendere delle decisioni forzate, lascio alle colleghe ed ai colleghi, come dire, la sensibilità di rispettare il Regolamento, pertanto andiamo avanti; io mi auguro che quanto prima, nel giro di minuti, la situazione torni ad essere normale, non ripeto tutte le considerazioni già fatte perché credo che stancherei i colleghi e li annoierei.
Continuazione della discussione generale del testo unificato del disegno di legge: "Norme sull'elezione del Presidente della Regione e del Consiglio regionale e disciplina del referendum regionale" (245/Stat/A) e delle proposte di legge Floris - Tunis - Businco: "Nuove norme sul sistema di rappresentanza e sull'elezione degli organi di governo della Comunità autonoma di Sardegna" (350/Stat/A), ONIDA: "Elezione del Consiglio regionale, forma di governo, (ai sensi dell'articolo 15, comma 2, dello Statuto speciale) e partecipazione degli emigrati al voto" (362/Stat/A), Scano -Dettori -Pacifico - Pinna: "Norme per l'elezione del Presidente della Regione e modifica della legge regionale 6 marzo 1979, n. 7 (Norme per l'elezione del Consiglio regionale) e successive modifiche e integrazioni" (379/Stat/A), Sanna Gian Valerio - Fadda - Biancu - Dore - Giagu - Granella - Secci - Selis: "Disciplina della forma di governo della Regione ed elezione del Consiglio regionale della Sardegna" (380/Stat/A), Spissu - Calledda - Cugini - Demuru - Falconi - Lai - Marrocu - Morittu - Orru' - Pirisi - Pusceddu - Sanna Alberto - Sanna Emanuele - Sanna Salvatore: "Elezione del Presidente della Regione sarda e del Consiglio regionale" (392/Stat/A), Capelli - Cappai - Piana - Randazzo: "Norme per l'elezione del Presidente della Regione e del Consiglio regionale" (396/Stat/A)
PRSIDENTE. Deve parlare la collega Lombardo. È iscritta a parlare la consigliera Lombardo. Ne ha facoltà.
LOMBARDO (F.I.-Sardegna). Signor Presidente del Consiglio, colleghe e colleghi, c'è un vuoto da riempire nella vita democratica nel nostro Paese ed è il vuoto dell'assenza delle donne nei luoghi della decisione e della rappresentanza.
L'Italia è ultima in Europa con il suo misero dieci per cento di donne in Parlamento, nei Consigli regionali, nelle Province e nei Comuni, è la miseria di un paese che non riesce a valorizzare una parte fondamentale dei suoi cittadini e che di conseguenza si taglia fuori dalle linee politiche, programmatiche e di intervento concreto dell'Unione Europea. È uno spreco di intelligenze, di risorse e di competenze, ed è anche un sintomo di forte carenza democratica nella vita del Paese.
Questo vuoto non si riempie in modo naturale con il passare degli anni o dei secoli, bisogna pensare a correttivi adeguati ora e subito. Vogliamo una rappresentanza femminile adeguata al numero delle elettrici, ad ogni livello ed in ogni luogo dove si progetta, si decide e si amministra. Vogliamo la possibilità per le donne di partecipare in condizioni pari alle competizioni elettorali, si tratta quindi di applicare il principio d'uguaglianza e non di violarlo. Vogliamo la parità di accesso e non la parità di risultato. La questione della parità nella rappresentanza non deve essere riduttivamente concepita come una forma di contrapposizione o competizione fra generi, magari da governare attraverso il solo strumento di interventi di incremento quantitativo in favore del genere sotto rappresentato e cioè quello femminile, ma bensì come un presupposto della democrazia, nel senso di un'adeguata rappresentanza di tutti i soggetti facenti parte della nostra società.
Le donne oggi sono sotto rappresentate e mentre in tutta Europa la presenza femminile in tutti i settori sociali e a tutti i livelli professionali è ormai una realtà consolidata, in Italia la situazione è drammaticamente diversa e questo nonostante le donne rappresentino la maggioranza assoluta della popolazione italiana, ben il 53 per cento. La modifica dell'articolo 51 della Costituzione, che sancisce il diritto per le donne ad avere le stesse opportunità d'accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive, rischia di rappresentare una mera dichiarazione se non seguita da atti concreti che affermino nella sostanza e non solo nella forma il principio di parità. E' sulle leggi elettorali che bisogna incidere, su quella nazionale e su quella regionale. Da qui l'iniziativa, promossa insieme alle colleghe Pilo, Dettori e Sanna, di una petizione popolare visto il risultato di una quasi totale assenza di considerazione da parte della Commissione autonomia in occasione della discussione e votazione degli emendamenti presentati e sostenuti anche dalla Commissione regionale per le Pari Opportunità.
La petizione popolare è volta a sensibilizzare la società sarda rispetto ad un problema di deficit di democrazia, nei confronti del quale la classe politica regionale, aggiungo maschile, si è dimostrata sorda ed ottusa. Ostaggio, più per convenienza che per convinzione, di un retaggio sociale e culturale che vede la donna relegata ad un ruolo di subalternità e di esclusione dai centri decisionali e del potere.
Non dimentichiamo che se più donne entrano nelle istituzioni più uomini devono uscirne, è un problema di sopravvivenza. Si pensi ancora che nelle pubbliche amministrazioni mentre le donne hanno raggiunto la metà dei posti complessivi, i vertici del potere sono rimasti tutti maschili.
I numeri parlano chiaro, in Parlamento le donne sono il 9,2 per cento, siamo ultimi in Europa, prima la Svezia con il 42,7 per cento e al sessantanovesimo posto nel mondo; siamo stati superati da paesi come Congo e Mozambico.
A Montecitorio siedono 71 deputate su 630. Al Senato 26 su 315; 9 parlamentari europee su 67; 2 ministri su 22, ed un giudice costituzionale su 15. In Consiglio regionale le donne sono appena 4 su 80 diminuite esattamente del cinquanta per cento rispetto alla scorsa legislatura.
I dati ci dicono ancora che, primo, la presenza femminile tende a ridursi man mano che cresce l'importanza, ed il peso politico dell'istituzione da rappresentare.
Secondo, il più alto numero di donne elette in Italia si è avuto in presenza di leggi elettorali che prevedessero quote.
Terzo, la marginalità della presenza femminile nei partiti politici, nelle organizzazioni imprenditoriali e sociali, negli ordini professionali.
Quarto, una significativa differenza nella partecipazione al voto. Gli uomini votano per il 4 e il 5 per cento in più delle donne. I dati appena citati ci fanno capire che la politica delle quote, che peraltro noi rifiutiamo in quanto lo ribadiamo con fermezza siamo per una legislazione paritaria che vada oltre la politica della riserva indiana, che ci umilia come donne ed offende la dignità della persona. Dicevo, la politica delle quote non può essere considerata lo strumento risolutivo di un problema che invece va affrontato sotto molteplici aspetti. Non è infatti solo una questione di norme legislative ma anche e soprattutto, a parere mio, di una presa di coscienza di tutte le donne e dei partiti dell'importanza della presenza femminile in politica e non solo, per il contribuito che le stesse possono dare in termini diversi rispetto agli uomini.
Il problema è il superamento di una cultura prevalente anche, e soprattutto, tra le donne che vede la politica come un universo esclusivamente maschile.
Promuovere la presenza delle donne vuol dire riaffermare la credibilità della democrazia soprattutto in questo momento di grande disaffezione nei confronti della politica e delle istituzioni.
Non si tratta più di un problema delle donne ma, come ho detto anche all'inizio del mio intervento, della democrazia italiana. Non si tratta più di superare un gap tra le capacità delle donne ed i compiti istituzionali, quello che occorre superare è un gap tra la realtà e la politica, tra la società e le istituzioni. La vera arma vincente in questo caso deve essere proprio la valorizzazione in chiave positiva delle differenze e delle risorse peculiari che una donna può mettere in campo. Per fare carriera le donne non devono più necessariamente mettere i pantaloni scimmiottando gli uomini, ma anzi difendere ed esaltare la propria individualità imparando a competere con gli uomini sullo stesso campo di gara, valorizzando le proprie peculiarità e facendone uno strumento di successo.
Bisogna superare anche alcuni pregiudizi; un atteggiamento femminile particolarmente ambizioso e determinato spesso viene vissuto in chiave problematica sia dagli uomini che dalle stesse donne e giudicato nocivo per il mantenimento di un equilibrio tra i sessi. Potere ed ambizione in una donna non devono essere giudicati sconvenienti e pericolosi, né lesivi per le famiglie, le coppie e i figli.
Essere ambiziose e desiderare ruoli direzionali sono delle prerogative che ogni donna può e deve avere, senza la paura di dover per questo subire un giudizio negativo in termini di inaffidabilità se allo stesso tempo è moglie e madre.
Questo risultato è possibile solo con lo scardinamento di una cultura diffusa che, pur a parità di competenze, attribuisce comunque alle donne ruoli diversi da quelli degli uomini. Sono fermamente convinta che una maggiore presenza femminile nei partiti e nelle istituzioni consentirebbe di dare un'impronta diversa alla politica, con l'apertura di un nuovo corso. È nostro preciso dovere impegnarci per far sì che le cose cambino. E la petizione popolare può rappresentare un valido strumento di sensibilizzazione dell'opinione pubblica per il raggiungimento di un obiettivo che non è di parte, ma dell'intera società.
La previsione di un'uguale presenza di candidati dei due sessi nelle liste elettorali è in piena corrispondenza con gli articoli 3 e 51 della Costituzione. Ancora oggi infatti non tutti i cittadini possono effettivamente accedere alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza. Per le donne la disparità dei punti di partenza è vistosa.
Il monopolio maschile nei partiti e nella politica, conseguenza anche della lunga esclusione del sesso femminile dall'elettorato, è di ostacolo all'inserimento delle donne nelle liste elettorali. Una normativa che si limiti a richiedere l'eguale presenza di candidati di entrambi sessi nelle liste elettorali può essere considerata pienamente legittima. Non si determina infatti alcuna condizione di favore per uno a sfavore dell'altro, in deroga al principio di eguaglianza formale, né si garantisce automaticamente il risultato e cioè l'elezione. Semplicemente a donne e a uomini viene fornita un'effettiva parità di chance.
La sentenza numero 422 della Corte Costituzionale del 1995, non può oggi essere considerata un ostacolo perché superata dall'approvazione delle nuove disposizioni costituzionali che sicuramente non possono essere disattese dalla legge elettorale regionale alla quale si impongono. Ne deriva che viceversa sarebbe illegittima la legge regionale che non tenesse conto delle disposizioni costituzionali ora vigenti.
Va anche ricordato che l'obbligo per lo Stato e per le Regioni di prevedere misure dirette al riequilibrio della rappresentanza deriva già da impegni internazionali; prima del trattato di Amsterdam che contiene numerose norme sulla parità la convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne che in Italia è in vigore dal 1981.
In sintesi è necessario chiarire meglio il discorso sulle misure e sulla loro diversa natura. Misure e norme antidiscriminatorie dirette a garantire in modo uguale ad entrambi i sessi condizioni pari, vale a dire l'uguaglianza dei punti di partenza, vengono distinte dalle azioni positive che si sostanziano viceversa in un trattamento disuguale e postulano la previsione di un particolare differenziato vantaggio attribuito ad un gruppo soltanto. Di conseguenza una legge neutralmente formulata, il cui obiettivo sia di consentire a donne e ad uomini uguale accesso alle condizioni indispensabili e perché l'elezione sia possibile, perché le une allo stesso modo degli altri possano godere effettivamente del diritto politico all'elettorato passivo, non può dunque confondersi con le azioni positive.
Concludendo, c'è l'esigenza profonda di rinnovare la politica, le sue regole consunte e i suoi strumenti logori. C'è il bisogno di ordinamenti innovativi e di istituzioni adeguate. Obiettivi questi che potrebbero essere raggiunti anche attraverso una seria riforma della legge elettorale; e sottolineo seria perché il testo esitato dalla prima Commissione non merita una tale definizione.
Avendo avuto la possibilità di partecipare ad alcune sedute della Commissione, mi sono resa conto che la principale preoccupazione di buona parte dei commissari era quella di garantire la stabilità, non nel suo proprio significato, ma nel senso di cercare attraverso artifici giuridici anche a scapito della democrazia e della rappresentanza, sistemi a tutela e garanzia di singole persone con la conseguenza ancora una volta della prevalenza degli interessi particolari su quelli generali.
Quanto appena affermato trova conferma anche negli articoli 17 e 18 sulle clausole d'incompatibilità e di ineleggibilità molte a parer mio incostituzionali, sintomo di una classe politica arrogante e chiusa al confronto, preoccupata solo di perpetrare sé stessa e non di dare alla Sardegna la forma di governo che merita all'insegna della governabilità, della stabilità e della rappresentatività.
Questi, unitamente all'elezione diretta del Presidente della Regione, sono i principi cardine a cui si deve uniformare secondo Forza Italia una seria riforma della legge elettorale, valori irrinunciabili che non riscontriamo nel testo della Commissione e che invece trovano pieno riscontro nella legge elettorale nazionale. A questo proposito ritengo sia opportuno fare chiarezza perché non sempre i messaggi che arrivano all'esterno sono precisi; spesso si gioca con le parole, si dice e non si dice, anche e soprattutto volontariamente, perché il risultato che si vuole ottenere è di fare arrivare all'esterno un messaggio distorto che porti a credere ciò che in realtà non è.
Mi riferisco al fatto che in moltissimi cittadini sardi si è creata la convinzione che se non si fa la riforma della legge elettorale alle prossime elezioni regionali del 2004 si voterà secondo il vecchio sistema, che ha determinato una situazione di ingovernabilità, di instabilità, di paralisi e di non rispetto della volontà popolare espressa democraticamente attraverso il voto, una situazione che è sotto gli occhi di tutti.
Non si può assolutamente continuare ad ingannare i sardi, bisogna dire chiaramente che se il Consiglio non dovesse esitare un proprio testo varrebbe la legge nazionale che, dato il clima politico e i presupposti alla base della riforma d'iniziativa consiliare, rappresenterebbe per Forza Italia la soluzione migliore.
PRESIDENTE. Grazie onorevole Lombardo, si ricordi della sensibilità alla quale facevo riferimento prima. È iscritto a parlare il consigliere Ladu. Ne ha facoltà.
LADU (P.P.S.-Sardistas). Signor Presidente, onorevoli colleghi e colleghe, questa legge elettorale arriva in Aula dopo un iter lungo e travagliato e consapevoli tutti quanti dell'esigenza di dover approvare una legge in linea con una regione che ha una profonda cultura e storia autonomista, è contraria all'omologazione della Regione autonoma della Sardegna alle regioni ordinarie in base alla legge costituzionale numero 1 del 1999, che segna un limite e che mortifica l'intero Consiglio regionale. E considerato che la Sardegna ha uno Statuto di rango costituzionale, ha l'obbligo morale prima che politico di disciplinare autonomamente la propria forma di governo nelle sue articolazioni.
In Consiglio regionale, consapevole di questa esigenza, sentita da tutto il popolo sardo, sono arrivate sei proposte di legge e un disegno di legge presentato dalla Giunta regionale. Tra le sei proposte di legge c'è anche quella presentata dal Gruppo P.P.S.-Sardistas che, non facendo parte della Commissione competente, non ha partecipato alla stesura di questo testo unificato. Bisogna però riconoscere che la Commissione ha fatto un lavoro importante di sintesi e di proposta. Ha però bisogno di un serio approfondimento, di un miglioramento che questo Consiglio regionale sicuramente col contributo di tutti saprà dare.
Il testo che è arrivato in Aula così com'è noi non lo approveremo, però siamo fiduciosi che alla fine un accordo si troverà. Noi siamo prudentemente presidenzialisti; abbiamo constatato che questo sistema è già in crisi nelle altre regioni d'Italia dove questo viene già applicato. Altro che parlare di Sindaco d'Italia! Ma ci rendiamo invece perfettamente conto che non c'è ormai più tempo per osare di più, per fare una riforma più radicale e completa.
E quindi, considerato che, voglio dire, i tempi sono ristretti, che non c'è tempo per fare altro, sicuramente lavoreremo con grande convinzione per migliorare questo testo che comunque è la sintesi di un lavoro importante che è stato fatto in Commissione. E noi lavoreremo su questo testo anche perché siamo per una democrazia partecipata, siamo per il pluralismo democratico, siamo per il ruolo del Consiglio regionale che deve rimanere il perno di tutto il sistema.
Il Presidente, però, secondo noi, non deve essere il commissario della Sardegna ma deve sapersi confrontare con le forze politiche che lo sostengono, con l'intero Consiglio e con le forze sociali in genere. Pertanto, il potere del Presidente va bilanciato e legato a forme di garanzia che siano rispettose del ruolo del Consiglio regionale, che deve mantenere comunque la sua sovranità.
Siamo prima di tutto per la governabilità che deve essere garantita dalla responsabilità delle forze politiche presenti in Consiglio regionale e da una legge chiara e priva di equivoci e scorciatoie. Il sistema maggioritario va bene, ma alcuni paletti vanno comunque posti. Il listino regionale non deve diventare il ricettacolo di chi ha paura del confronto con gli elettori, che in questo modo vedrebbero mortificati i propri diritti o peggio di chi è funzionale ad altre logiche e non a quelle più autentiche di questo Consiglio regionale.
Le segreterie dei partiti, peggio se romane, non devono avere il potere di eleggere senza il dovuto consenso parte del Consiglio regionale.
Va bene nel collegio regionale che vengano eletti quelli che ottengono più voti, più consensi, assicurando alla coalizione vincente nove seggi contro i sette del secondo schieramento; per quanto ci riguarda devo dire, e per garantire di più la governabilità, questo rapporto può essere anche di dieci per la coalizione vincente e sei invece per la seconda coalizione, diciamo, per il secondo gruppo.
Siamo contro invece il voto disgiunto che può creare situazioni anomale e di confusione, il voto deve essere collegato al Presidente, alla sua maggioranza e al programma, questa legge elettorale deve garantire l'elezione di un numero di consiglieri regionali nel collegio provinciale sulla base della popolazione residente.
Questo per evitare che i poli forti possano cancellare dal Consiglio la presenza delle province più piccole, creando una polarizzazione ancora più vistosa.
Sul voto agli emigrati noi nella nostra proposta di legge avevamo previsto l'assegnazione di sette seggi ripartiti a seconda del territorio di appartenenza, ma siamo disponibili ad un approfondimento, ad altre proposte che consentano una reale partecipazione al voto e successiva adeguata rappresentanza. Così come, per quanto riguarda la rappresentanza femminile, noi abbiamo proposto alcune forme di riequilibrio tra i due sessi, ma anche qui - fermo restando che il problema esiste - siamo disponibili ad un maggior approfondimento per venire incontro ad un'esigenza, che soprattutto in questi tempi si sta facendo sempre più forte.
Relativamente allo sbarramento del tre per cento, noi lo condividiamo; uno sbarramento che per quanto ci riguarda può essere anche del quattro per cento, però non ci convince invece il secondo sbarramento dove noi riteniamo sia inutile questo secondo passaggio mentre saremmo convinti e propensi ad aumentare diciamo il primo sbarramento che comunque deve essere unico, per dire poi che il testo della Commissione va migliorato nelle sue parti, e ad esempio per quanto riguarda l'incompatibilità fra consigliere e Assessore così com'è non va bene, noi diciamo; se vogliamo l'incompatibilità questa deve essere tale a tutti gli effetti, chi entra in Giunta si deve dimettere e lasciare il posto al primo dei non eletti, fermo restando che sul discorso dell'incompatibilità ci sono delle perplessità, però se la vogliamo applicare deve essere un'incompatibilità chiara che non dia spazio, poi, diciamo, a situazioni particolari come si verrebbero a creare sulla base della proposta che è uscita dalla Commissione.
Per quanto riguarda invece il ricorso al ballottaggio tra i due candidati alla Presidenza più votati, ci lascia molto perplessi questo sistema per non dire che noi siamo contrari, ed infatti noi crediamo che vada meglio in questo caso il sistema a turno unico. Le ipotesi di eleggibilità e ineleggibilità vanno meglio approfondite, fermo restando che alcuni paletti anche qui vanno messi, e forse va meglio studiata tutta la situazione relativa all'incompatibilità perché così com'è in Commissione, anche se ci sono alcune cose devo dire molto interessanti, però forse un approfondimento, un completamento di queste proposte che sono emerse dalla Commissione potrebbe andare bene.
L'auspicio è che questo testo venga davvero migliorato tenendo conto della specificità della Sardegna, con la speranza che tutte le forze politiche partecipino a questo confronto, che più che gli interessi di parte debbano far emergere gli interessi dell'intera Sardegna.
PRESIDENTE. Questo per stamattina era l'ultimo intervento; ricordo ai colleghi, credo sia stato già comunicato e se così non fosse lo sto facendo io adesso, che stasera interromperemo il dibattito sulla legge elettorale per riprendere con la legge urbanistica, le leggi di tutela. I lavori del Consiglio riprenderanno stasera alle ore 17.
La seduta è tolta alle ore 13.
Allegati seduta
CCCXCV Seduta
(Antimeridiana)
Mercoledì 15 ottobre 2003Presidenza del Vicepresidente Biggio
indidel Presidente Serrenti
La seduta è aperta alle ore 10 e 42.
Randazzo, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del mercoledì 1° Ottobre 2003, che è approvato.
Risposta scritta ad interrogazione
PRESIDENTE. Comunico che è stata data risposta scritta alla seguente interrogazione:
FRAU sull'uso dell'acqua nel Consorzio di bonifica della Nurra. (676)
(Risposta scritta in data 9 ottobre 2003.)
Colleghi, constatata l'assoluta mancanza del numero legale sospendo i lavori per un quarto d'ora.
(La seduta sospesa alle ore 10 e 43 , viene ripresa alle ore 11 e 09.)
Continuazione della discussione generale del testo unificato del disegno di legge: "Norme sull'elezione del Presidente della Regione e del Consiglio regionale e disciplina del referendum regionale" (245/Stat/A) e delle proposte di legge Floris - Tunis - Businco: "Nuove norme sul sistema di rappresentanza e sull'elezione degli organi di governo della Comunità autonoma di Sardegna" (350/Stat/A), ONIDA: "Elezione del Consiglio regionale, forma di governo, (ai sensi dell'articolo 15, comma 2, dello Statuto speciale) e partecipazione degli emigrati al voto" (362/Stat/A), Scano -Dettori -Pacifico - Pinna: "Norme per l'elezione del Presidente della Regione e modifica della legge regionale 6 marzo 1979, n. 7 (Norme per l'elezione del Consiglio regionale) e successive modifiche e integrazioni" (379/Stat/A), Sanna Gian Valerio - Fadda - Biancu - Dore - Giagu - Granella - Secci - Selis: "Disciplina della forma di governo della Regione ed elezione del Consiglio regionale della Sardegna" (380/Stat/A), Spissu - Calledda - Cugini - Demuru - Falconi - Lai - Marrocu - Morittu - Orru' - Pirisi - Pusceddu - Sanna Alberto - Sanna Emanuele - Sanna Salvatore: "Elezione del Presidente della Regione sarda e del Consiglio regionale" (392/Stat/A), Capelli - Cappai - Piana - Randazzo: "Norme per l'elezione del Presidente della Regione e del Consiglio regionale" (396/Stat/A)
PRESIDENTE. Riprendiamo i lavori. È iscritto a parlare il Consigliere Ibba. Ne ha facoltà.
IBBA (S.D.I. - S.U.). Signor Presidente, pur nella fiacchezza della concentrazione del Consiglio non rinuncio ad una serie di riflessioni e ad una proposta finale che voglio proporre all'attenzione e all'interesse del Consiglio, perché io credo che noi oggi qui dobbiamo parlare non tanto di fare una legge elettorale, quanto di riformare una legge elettorale esistente, anzi ipotizzare l'ipotesi di una riforma elettorale che parte da due proposte di legge elettorale esistente, quella nazionale, che è considerata una legge quadro adibita e pensata per le Regioni a Statuto ordinario e quindi in qualche modo parzialmente applicabile alla nostra identità regionale e alle caratteristiche di questo Consiglio, ma anche soprattutto alla volontà di essere soggetto autonomo, soggetto specifico nella ricerca di un percorso politico e di un'identità politica, e la legge regionale del 1993, che è la figlia di tutti quegli anni che hanno preceduto quella legge, che nel corso degli anni dal 1993 ad oggi ha comunque subito delle ulteriori modificazioni e che soltanto una parte di quella legge oggi noi possiamo considerare vitale ed utile ai fini del nostro ragionamento. Pertanto, l'una e l'altra che non è un minimo comune multiplo ma è un minimo comune denominatore, partono dalla premessa che qualunque legge elettorale o qualunque legge di riforma di un sistema elettorale è finalizzata essenzialmente ad individuare un metodo per scegliere i componenti del Consiglio regionale secondo le indicazioni che provengono dal corpo elettorale, ma soprattutto è uno strumento di garanzia e di affermazione della democrazia nella nostra Regione. Questo è un concetto che sempre più raramente viene diffuso, del quale sempre meno si parla, come se ormai questo fosse un fatto acquisito al patrimonio storico e culturale della nostra identità in maniera irreversibile, quando invece è evidente a tutti che così non è, e che invece bene faremo a cercare di tenerlo presente e di dare pratica attuazione alle teorie tutte le volte che ne abbiamo l'opportunità.
(Le consigliere Dettori, Lombardo e Pilo entrano in Aula con una maglia recante la scritta: "Legge elettorale, per la parità").
IBBA (S.D.I. - S.U.). Sono stato colpito positivamente! Io credo che proprio...
(Interruzioni)
PRESIDENTE. Onorevole Ibba, abbia pazienza, scusi! Colleghi, come dobbiamo procedere? Devo sospendere i lavori? Cosa devo fare?
Onorevole Sanna, vuole dire qualcosa? Lei ha interrotto i lavori, ha interrotto l'intervento di un suo collega e non è una cosa buona, diciamo. Vuol dare una spiegazione, per cortesia?
PRESIDENTE. Prego, onorevole Ibba.
IBBA (S.D.I. - S.U.). Grazie Presidente. Quindi, dicevo che proprio questo concetto della democrazia e della sua applicazione è ciò che fa la differenza tra le posizioni espresse anche dagli interventi...
Presidente, posso anche rinunciare, non c'è nessun problema, lo assicuro!
PRESIDENTE. Onorevole Morittu, per cortesia prenda posto. Biancareddu la informo che dopo l'onorevole Ibba, deve intervenire lei.
IBBA (S.D.I. - S.U.). Vorrei sapere se c'è la possibilità anche di avere magliette a strisce ...
(Interruzioni)
PRESIDENTE. Colleghi dobbiamo proseguire o sospendiamo i lavori?
IBBA (S.DI. - S.U.). Io con una maglietta neroazzurra mi organizzerei!
(Interruzioni)
PRESIDENTE. Prego onorevole Ibba.
IBBA (S.DI. - S.U.). Dicevo che proprio questo concetto dell'applicazione e della convinta impostazione sui valori della democrazia è ciò che rappresenta la differenza tra le posizioni culturali e politiche del centro destra e quelle del centro sinistra, che sono anche quelle che sono apparse nell'ambito degli interventi che anche ieri hanno preceduto questo dibattito, perché non può esserci democrazia se non c'è l'accettazione della volontà popolare, e non può esserci democrazia e rispetto della volontà popolare tutte le volte che la volontà popolare viene violata.
Noi abbiamo avuto in quest'Aula episodi evidenti e clamorosi di violazione della volontà popolare, e stiamo proponendo, secondo l'applicazione della legge nazionale, una norma che in qualche modo legittima o può legittimare l'esproprio del risultato delle prossime elezioni regionali; perché quando si propone, seppure in nome di una mistificata concezione della governabilità, la soluzione per la quale chi prende un voto in più prende il sessanta per cento dei seggi, si sta di fatto mistificando attraverso il concetto della governabilità il consenso dell'elettorato che viene in questo modo rapinato di almeno il dieci per cento dei suoi consensi. Ma, se anche dovessimo ipotizzare, cosa che potrebbe anche accadere, che nella prossima tornata elettorale noi dovessimo avere un corpo elettorale che si divide in maniera pressoché identica tra le due parti. Perché noi dovremmo forzare che una di queste parti vale più dell'altra tanto che le viene attribuito il sessanta per cento del valore rispetto al quaranta? Perché quel cinquanta per cento vale più del cinquanta per cento dell'altro e viene sottratto a questo il dieci che viene omaggiato all'altra parte? Questa è una rapina legittimata, ma che razza di democrazia sarebbe questa? Ma che razza di democrazia vogliamo affermare quando pensiamo di aver costruito un sistema, di voler costruire un sistema nel quale ipotizziamo una ripartizione dei seggi attraverso i quozienti non completi, cioè i cosiddetti resti, dove un resto di mille - duemila voti prevale su un resto di seimila - settemila voti. Ma perché mai è possibile ipotizzare che il voto di mille - duemila cittadini sia superiore rispetto al voto di seimila - settemila cittadini di questa Regione? Ma che logica aberrante è questa? Questo è uno strabismo ed una miopia politica che rende davvero pericoloso istruire un sistema, ed un'ipotesi di riforma elettorale, che parta da queste premesse. Io credo che invece noi dovremo avere il coraggio, come in altre Regioni d'Italia sta accadendo, di ritornare a pensare a sistemi elettorali che rispettosi della volontà popolare applicano la volontà popolare attraverso un sistema di calcolo che è basato essenzialmente sul sistema proporzionale, perché il sistema delle maggioranze premiate ad ogni costo che porta ad un sistema maggioritario e quindi bipolare, non aiuta né il confronto né la crescita democratica. E non aiuta il confronto perché pone gli schieramenti politici non in una posizione di confronto ma di una posizione di scontro frontale tra di essi e in tutti i lunghi anni nei quali abbiamo cercato di superare le diversità, di smussare gli spigoli, di avvicinare le diverse posizioni creando gradini intermedi tra le posizioni delle estreme e tra le posizioni del centro e le estreme, tutti questi anni e tutta questa fatica culturale, tutta questa fatica di ricucitura che ha portato anche agli anni bui ed agli anni di piombo in questo Paese, fortunatamente non in questa Regione, se non di sfuggita e soltanto per alcuni momenti, tutto questo va buttato alle ortiche, io credo che sia un atto davvero spericolato. Né d'altra parte può reggere, a giustificazione di questo concetto, il fatto che devono essere garantiti ambiti territoriali che hanno le loro rappresentanze. Ma noi stiamo cercando di fare un sistema che garantisca gli eletti negli ambiti territoriali o stiamo cercando di fare un sistema che dia democrazia, valore ed efficacia democratica al corpo elettorale e alla volontà del popolo dei cittadini sardi? Perché se noi siamo più preoccupati di garantire l'elezione di alcuni candidati in certi collegi circoscrizionali, allora dobbiamo radicalmente cambiare sistema e orientarci, per esempio, verso un sistema come quello che esiste per l'elezione della Camera e del Senato. Allora, noi qui dobbiamo scegliere, dobbiamo scegliere davvero se orientarci verso l'affermazione dei valori e dei principi della democrazia, oppure se tutto questo non esiste più, se siamo tornati o se vogliamo tornare verso un sistema di riferimento puramente monocratico, dove al valore dei molti e al valore dei più è sostituito il valore delle oligarchie o dei singoli, perché ormai tutti vogliono entrare nell'ordine di idee che la collettività non ha più valore mentre invece vale l'uomo della provvidenza e l'unto del Signore. E questa preoccupazione non è una preoccupazione astratta, perché quando io leggo e sento in quest'Aula dare giustificazione al cosiddetto listino regionale senza preferenze, ho forti preoccupazioni sul fatto che si stia costruendo un sistema piramidale dove il vertice di questa piramide in qualche modo guida e tira i fili e telecomanda i livelli inferiori al suo vertice, senza sottoporre tutto questo a nessun controllo democratico e a nessun giudizio degli elettori. Ma è mai possibile davvero che noi non abbiamo la capacità e la forza di accettare ciò che gli elettori decidono di fare?
Io non credo che sia sufficiente giustificarci o rifugiarci dentro l'alveo per il quale si pensa - è stato citato il neogovernatore della California, Schwarzenegger - per dire che la gente e che l'elettorato sceglie più in base alla suggestione che in base alla convinzione. Ma anche supponendo che così possa essere, sarà compito della classe politica cercare di innalzare il livello di capacità conoscitiva e di scelta da parte dell'elettorato, facendo scegliere non in base alle suggestioni, ma in base alla consapevolezza e in base alla coscienza politica. Ma se così non fosse, quale sarebbe mai la differenza tra il centrosinistra e il centrodestra se ci dovessimo mettere ad inseguire sul piano delle luci colorate, delle paillette e degli spettacoli televisivi il consenso popolare, dove la scelta di un consiglio popolare, di una classe politica è trattata alla stregua di un dentifricio o di un detersivo? Io credo che su questo piano si gioca la differenza tra le posizioni del centrosinistra e le posizioni del centrodestra ed è per questo che io credo che le primarie possano avere senso e significato soltanto se nascono da un sistema organizzato e organico di un processo di preverifica che deve soltanto servire a garantire e a certificare la qualità e la bontà della scelta del premier, perché se deve essere un trucco, allora è chiaro che le primarie non hanno nessun significato.
Si è parlato molto, in questi ultimi giorni, della questione delle pari opportunità e della presenza nelle liste in parità numerica di candidati di sesso maschile e di candidati di sesso femminile. Ho già espresso personalmente la mia opinione; io sono convinto del fatto che sia importante che noi offriamo alle donne che vogliono impegnarsi in politica la possibilità di avere pari condizioni e pari opportunità per essere candidate, per essere elette, per poter concorrere a guidare e a rappresentare la politica di questa Regione. Così come sono convinto del fatto che tutto questo sino ad oggi non ha potuto realizzarsi sia per la difficoltà oggettiva della politica, che vale per gli uomini e che vale per le donne, ma che per le donne forse vale ancora di più, perché già di per sé è difficile la politica, a maggior ragione diventa ancora più difficile quando la possibilità di raggiungere traguardi è naturalmente resa più complicata dalla diversità fenotipica dei partecipanti.
Allora io sono d'accordo sul fatto che ci sia una pari rappresentanza di donne e di uomini all'interno delle liste elettorali, e se proprio dobbiamo dare una svolta al sistema e se proprio vogliamo dare un segno anche di favorire la partecipazione democratica in questo caso delle donne alla competizione elettorale, sono personalmente anche favorevole al fatto che sia ipotizzabile la modifica della legge elettorale nella quale può essere previsto il voto contemporaneo per un candidato di sesso maschile e un candidato di sesso femminile.
Per quanto riguarda l'ultima questione che è stata anche qui citata, perché poi anche questo, come dire, è oggetto di una modifica regolamentare, la cosiddetta questione degli Assessori esterni rispetto al Consiglio. Vedete, noi siamo impegnati da molti anni nel tentativo di costruire un partito riformista, che sia un partito che non sia la sommatoria aritmetica di più partiti che oggi si ritrovano nella metà campo del centrosinistra; siamo impegnati a costruire un partito che partendo dalle basi storiche e culturali del centrosinistra costruisca un soggetto politico nuovo. Un soggetto politico che parta dal presupposto e dalla premessa che la politica non è un'opinabilità assoluta e indiscutibile, perché ormai non è più così in nessun ambito della politica. Oggi esistono condizioni oggettive, condizioni scientifiche che attengono all'economia, che attengono al mondo del lavoro, che attengono all'organizzazione sociale, che attengono alla sanità, che attengono alla scuola, che attengono al mondo delle imprese, che attengono a tutto ciò che accade nell'ambito di questa nostra società globalizzata, proiettata in un'accelerazione sempre più spinta e sempre più incontenibile, nella quale esiste un'oggettività di partenza che non può essere messa in discussione per una ipotizzata opinabilità politica per la quale si possa dire: "Io non sono d'accordo".
Io credo che uno dei valori della cultura riformista sia quello per il quale la politica si innesta nel punto in cui all'oggettività delle condizioni subentra la soggettività della scelta politica. Allora tutta questa lunga premessa e questo lungo ragionamento a proposito degli assessori esterni serve per dire che gli assessori che hanno una competenza professionale, culturale, scientifica specifica sui vari argomenti e che sono dotati del senso della politica, del senso delle istituzioni, io continuo a dire del senso democratico e quindi contemporaneamente anche del senso dell'uguaglianza e del senso della libertà del pensiero, ma della libertà del pensiero amministrativo, della libertà del pensiero gestionale, della libertà del pensiero che costruisce una società e un'architettura che tende a migliorare la qualità della vita dei sardi, allora se noi abbiamo questa premessa di partenza e con questo spirito gli assessori esterni alle caratteristiche dei consiglieri regionali hanno senso, significato e utilità. Se l'assessore esterno è soltanto una figura che si aggiunge, magari per garantire equilibri all'interno dei partiti oppure per garantire componenti all'interno dei partiti o gruppi fra partiti diversi, allora questo non è più un assessore che ha competenza professionale e preparazione politica tale che possa favorire il miglioramento della nostra capacità amministrativa, è soltanto un elemento di compensazione per logiche interne ai rapporti di forza, ai rapporti di potere che esistono all'interno dei gruppi dirigenti, ma nulla ha a che fare con l'obiettivo e con le finalità che noi ci stiamo dando.
Ecco, dette molto brevemente queste cose, questo è lo spirito con il quale io mi affaccio alla trattativa di ogni singolo articolo della proposta di riforma di legge elettorale, partendo dall'ipotesi del testo unificato licenziato dalla Commissione.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Biancareddu. Ne ha facoltà.
BIANCAREDDU (F.I.-Sardegna). Signor Presidente, colleghi, questa legge elettorale per la quale la Commissione ha lavorato sodo, e mi devo complimentare con la Commissione, nasce però con gravi peccati originali che attengono sia al metodo, sia alla forma, sia alla sostanza. Non si può legiferare una normativa così delicata, spinti dalla fretta, soprattutto arrivare qua in aula senza che ci sia un accordo anche di massima su quale tipo di legge vogliamo che la Regione sarda abbia.
La fretta è sempre cattiva consigliera, ma non si può neanche legiferare non seguendo i canoni principali di tecnica legislativa, che sono quelli di legiferare in termini generali e astratti. Questa legge non è né generale, né astratta. Non è generale perché non riguarda in termini paritari tutti i cittadini sardi, non è astratta perché è fatta sulla base di simulazioni di elezioni precedenti, per cui ben si attaglia ad alcuni interessi di partito che devono essere salvaguardati. Quindi è doppiamente negativa.
Se poi entriamo nel merito, pecca del fatto che non si distingue qual è la forma di governo che noi vogliamo dare alla Regione sarda e quindi qual è, di conseguenza, la legge elettorale che si attaglia alla forma di governo che noi vogliamo avere. Non si può da una parte cercare di limitare i poteri del Presidente e dall'altra dire che è eletto direttamente dal popolo. Bisogna dire se vogliamo che la Sardegna sia governata in termini presidenziali, semipresidenziali o parlamentari e di conseguenza dobbiamo definire qual è il sistema elettorale che porti a questa forma di governo.
Se vogliamo stabilità, se vogliamo il presidenzialismo non possiamo prevedere un sistema elettorale dove il voto verso il Presidente non può essere disgiunto, ma il Presidente in questa legge è una sorta di peso morto che viene trascinato dai voti delle singole liste e dei singoli consiglieri. Che Presidente è, che poteri possiamo dare a uno che non ha contato niente nella campagna elettorale e che è stato eletto grazie ai voti dei partiti o dei singoli consiglieri, che autorevolezza volete che abbia? E perché dare il premio di maggioranza che non riguarda le liste, che non riguarda il Presidente? Allora limitiamo i poteri del Presidente, diciamo che vogliamo un'assemblea parlamentare che governa e riduciamo al minimo i poteri del Presidente della Giunta. Allora va bene il Presidente peso morto!
Per non parlare poi di questo sistema di premialità verso le liste provinciali che praticamente ruba i seggi alla coalizione che perde, seggi già legittimamente conquistati, per attribuirli alle liste provinciali che vincono. Questo perché? Perché vogliamo inserire la preferenza nel listone, cosa giusta, ma vogliamo che nel listone vengano eletti nove a sette, potevamo fare otto pari e dare direttamente il premio sulle liste provinciali. Quindi, se si vuole introdurre la preferenza nella lista regionale, cosa anche condivisibile, cerchiamo di stabilire un criterio che dia il premio alla maggioranza senza togliere i seggi a chi legittimamente li ha conquistati nella minoranza, perché oltre alla sconfitta si becca anche la mazzata poi di perdere altri sette od otto seggi legittimamente conquistati.
SANNA EMANUELE (D.S.). L'hai letta la legge?
CUGINI (D.S.). E' l'opposto di ciò che hai detto!
BIANCAREDDU (F.I.-Sardegna). Arriviamo poi alle incompatibilità e alle ineleggibilità. Questi criteri di incompatibilità e di ineleggibilità si riscontrano anche nell'antica Grecia, nell'antica Roma e anche nel Medioevo, però devo dire che quelli di allora erano più moderni di questi che avete introdotto oggi. Infatti, già in latino si diceva che non bisogna candidare coloro che usano il meritus potestatis per la cosiddetta captatio benevolenziae, cioè traduco: il timore che uno poteva incutere dal ruolo che ricopriva veniva tradotto in una ricerca del voto per cui il cittadino libero non poteva fare a meno di votare qualcuno perché temeva le eventuali ritorsioni che questo, in base alla carica che ricopriva, poteva infliggere al malcapitato.
E allora bene avete pensato, voi, di non far candidare oppure di dichiarare ineleggibile il palafreniere dell'Istituto per l' incremento ippico che si deve dimettere due mesi prima delle elezioni perché in base al suo lavoro può - beato lui! - cercare voti in termini non paritetici rispetto a Renato Soru. Cioè Renato Soru può essere candidato tranquillamente mentre il palafreniere dell'Incremento ippico deve andare in aspettativa due mesi prima, rinunciando allo stipendio. Questa l'ho letta bene, vero Presidente?
SANNA EMANUELE (D.S.). No, neanche questa!
BIANCAREDDU (F.I.-Sardegna).Insomma, cerchiamo di riportare il tutto a misura d'uomo.
Credo quindi che per l'impianto che avete fatto di questa legge, noi che siamo presidenzialisti, per il maggioritario e per una legge dignitosa, saremo disponibili a cercare eventuali correzioni e interlocuzioni, ma sul testo che ci avete presentato noi non possiamo che votare contro. Grazie.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Calledda. Ne ha facoltà.
Informo l'Assemblea che sono poi iscritti gli onorevoli Lombardo, Ladu, Falconi e Pinna e poi proseguiremo.
CALLEDDA (D.S.). Signor Presidente, io credo che la Commissione abbia svolto una funzione e avuto un ruolo molto importante, perché nelle nostre discussioni, nei mesi scorsi, c'era sempre l'idea se era utile o meno utilizzare la legge elettorale nazionale, quella adottata per le Regioni a Statuto ordinario, oppure avvalerci delle prerogative statutarie e quindi, pur nei vincoli contenuti nella legge di riforma costituzionale, fare la nostra legge elettorale.
Questa legge elettorale, io mi rendo conto che siamo costretti a legarci ai limiti della legge nazionale...
PRESIDENTE. Onorevole Biancareddu! Scusi, onorevole Calledda. Colleghi apriamo un salotto? Onorevole Sanna, abbia pazienza. Onorevole Biancareddu prenda posto. Ci sono due sale per riunioni, colleghi, due ampie sale dove si può fumare e chiacchierare. Grazie.
CALLEDDA (D.S.). Dicevo, Presidente...
PRESIDENTE. Scusi un attimo. Se l'aula non è in ordine io sono contrario, perché non riesco a seguire né lei, onorevole Calledda, né l'Aula. Qui non si capisce più niente. Maglie, magliette, facciamo le squadre di calcio, adesso!
(Interruzioni)
Prego onorevole Calledda.
CALLEDDA (D.S.). Dicevo che la Commissione ha dovuto lavorare sodo e tentare di dare una soluzione accettabile che poteva in qualche misura mettere tutti quanti d'accordo. Quando parliamo di legge elettorale, stiamo parlando della legge che riguarda tutte le forze politiche, al che o una legge elettorale è una legge bipartisan oppure c'è davvero il rischio che non si faccia nulla.
Io credo che noi abbiamo fatto una scelta di autonomia e soprattutto di riprenderci la sovranità che ci è attribuita dallo Statuto. È evidente, badate, che noi oggi non possiamo in nessun modo prescindere da un concetto, ormai è comune sentire da parte dei cittadini sardi e da parte dei cittadini italiani, il bipolarismo si è affermato. Allora su questo io credo che sia in qualche maniera improprio avere - come dire - nostalgie del passato recente dove i sistemi elettorali in qualche maniera hanno creato difficoltà di governabilità; chi contava poco nell'ambito del Parlamento riusciva ad avere un'interdizione nei confronti dei partiti maggiori e abbiamo in qualche misura creato situazioni di ingovernabilità non solo nelle Regioni ma anche a livello nazionale.
Allora, in questo contesto, noi ci leghiamo ad un presidenzialismo il quale, a differenza delle Regioni a Statuto ordinario, è un presidenzialismo che in qualche misura si affianca alla vicenda della legge elettorale; cosa intendo dire? Penso che oggi l'elezione diretta del Presidente sia un fatto importante, un fatto che in qualche misura crei quella condizione minima per avere una governabilità, perchè al presidenzialismo, all'elezione del Presidente si aggiunge anche il premio di maggioranza.
Certo, ci sono delle contraddizioni, ci sono delle contraddizioni sulle quali è giusto fare anche una riflessione. La prima: questo avviene anche a livello nazionale, cari colleghi, che il Parlamento è svuotato di funzioni. Io mi chiedo a cosa servono mille parlamentari quando poi oggi i lavori parlamentari sono quasi sempre legati ai decreti del Governo, cioè l'iniziativa di legge parlamentare viene meno. Io credo che la centralità del Parlamento debba essere, in una democrazia compiuta, un fatto sul quale nessuno di noi può prescindere. E francamente mi spaventa l'idea di avere un Presidente, il quale ha il consenso, quindi elezione diretta, che in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza può decidere di sciogliere il Parlamento, così come credo che una delle cose che in qualche misura, mi rendo conto che ci sono delle difficoltà, andrebbe inserita, oltre alla funzione del Presidente anche la funzione del vice Presidente, e questa è una discussione sulla quale ci siamo soffermati e bisogna dare anche delle risposte precise. Per esempio, in molti Paesi europei è prevista l'elezione diretta del leader ma è prevista anche la possibilità di continuare l'esperienza parlamentare con un altro Presidente eletto in Parlamento. È il caso che è accaduto per esempio con la Thacher in Inghilterra, in altre realtà nazionali eccetera eccetera. Io credo che questo sia un fatto sul quale dovremmo in qualche misura avere una seria riflessione.
Sullo sbarramento io credo che se vogliamo davvero avere una possibilità di governare e di avere una rappresentanza effettiva nel testo è previsto uno sbarramento, anzi sono previsti due tipi di sbarramento; uno è legato al tre per cento, l'altro in caso una forza minore sia coalizzata con un'altra coalizione ha la possibilità di avere - se questa coalizione prende il dieci per cento - il seggio. È evidente però che noi questo ragionamento lo facciamo legato in maniera particolare al ruolo e alla funzione che hanno i territori.
Badate, la discussione che sta avvenendo qui non è vero perchè ogni territorio ha la sua rappresentanza. Io ho sentito in questi giorni alcuni colleghi che dicevano che alcuni territori della Sardegna restano senza rappresentanza. Allora diciamoci la verità, la questione è un'altra. La rappresentanza ognuno di noi la vede nella misura in cui il proprio partito riesce ad eleggere, ma non può essere così e non è mai stato così perché in tutti i territori la rappresentanza è garantita.
Quindi io credo che su questo bisogna in qualche misura, sulla base anche degli incontri che ci sono stati nei giorni scorsi, trovare la chiave per fare in modo che tutti i territori non solo siano rappresentati ma che abbiano anche un ruolo ed una funzione. Abbiamo tutto un problema legato alla rappresentanza, dicevo. Oggi, le nostre colleghe sono arrivate in Aula ricordandoci che, oltre alla rappresentanza maschile, e questo Consiglio la dice lunga sui rapporti di rappresentanza, il problema della rappresentanza femminile. Io su questo non vorrei però che fosse trattato come un qualcosa che fa piacere di volta in volta a questo o a quell'altro collega. Lì bisogna dare delle risposte concrete, cari colleghi. Allora le colleghe consigliere regionali hanno prodotto tutta una serie di indicazioni; queste indicazioni, alcune possono essere - come dire - anche considerate non sufficienti per renderle praticabili. Però io credo che sia giusto fare un'analisi seria, attenta perchè questo comunque è un problema che va affrontato, è un problema al quale ognuno di noi deve essere impegnato a dare una risposta. Io credo che questa sia una questione sulla quale il Consiglio regionale non può assolutamente prescindere.
L'altra questione, e mi avvio a concludere signor Presidente, è che alcune cose non possono essere messe in maniera strumentale, perché sul voto agli emigrati - badate bene - su livello nazionale c'è stata una battaglia che è durata anni, anni ed anni e finalmente si è arrivati al traguardo, a raggiungere un obiettivo. Queste cose non possono essere messe però, cari colleghi, in maniera strumentale sapendo che esistono delle difficoltà serie e difficili a definire questo problema. Allora, io credo - senza togliere nulla al ruolo e alle funzioni che possono avere gli emigrati sardi - che anche su questo dobbiamo fare una riflessione seria e trovare quegli strumenti che possano consentire al Consiglio di trovare le soluzioni adeguate che siano in grado di dare risposte precise senza forme demagogiche, senza forme populistiche, che in qualche misura prendiamo atto che questa situazione va affrontata e quindi risolta.
PRESIDENTE. Grazie onorevole Calledda. Sospendo i lavori e convoco la Conferenza dei Capigruppo; per cortesia i signori Questori sono pregati di partecipare alla Conferenza. La Seduta è sospesa.
(La seduta, sospesa alle ore 11 e 50, viene ripresa alle ore 12 e 32.)
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE SERRENTISull'abbigliamento dei consiglieri
PRESIDENTE. Colleghi, riprendiamo i lavori del Consiglio. Io sono arrivato che la Conferenza dei Capigruppo stava discutendo di un problema sul quale non voglio prendere delle decisioni forzate, lascio alle colleghe ed ai colleghi, come dire, la sensibilità di rispettare il Regolamento, pertanto andiamo avanti; io mi auguro che quanto prima, nel giro di minuti, la situazione torni ad essere normale, non ripeto tutte le considerazioni già fatte perché credo che stancherei i colleghi e li annoierei.
Continuazione della discussione generale del testo unificato del disegno di legge: "Norme sull'elezione del Presidente della Regione e del Consiglio regionale e disciplina del referendum regionale" (245/Stat/A) e delle proposte di legge Floris - Tunis - Businco: "Nuove norme sul sistema di rappresentanza e sull'elezione degli organi di governo della Comunità autonoma di Sardegna" (350/Stat/A), ONIDA: "Elezione del Consiglio regionale, forma di governo, (ai sensi dell'articolo 15, comma 2, dello Statuto speciale) e partecipazione degli emigrati al voto" (362/Stat/A), Scano -Dettori -Pacifico - Pinna: "Norme per l'elezione del Presidente della Regione e modifica della legge regionale 6 marzo 1979, n. 7 (Norme per l'elezione del Consiglio regionale) e successive modifiche e integrazioni" (379/Stat/A), Sanna Gian Valerio - Fadda - Biancu - Dore - Giagu - Granella - Secci - Selis: "Disciplina della forma di governo della Regione ed elezione del Consiglio regionale della Sardegna" (380/Stat/A), Spissu - Calledda - Cugini - Demuru - Falconi - Lai - Marrocu - Morittu - Orru' - Pirisi - Pusceddu - Sanna Alberto - Sanna Emanuele - Sanna Salvatore: "Elezione del Presidente della Regione sarda e del Consiglio regionale" (392/Stat/A), Capelli - Cappai - Piana - Randazzo: "Norme per l'elezione del Presidente della Regione e del Consiglio regionale" (396/Stat/A)
PRSIDENTE. Deve parlare la collega Lombardo. È iscritta a parlare la consigliera Lombardo. Ne ha facoltà.
LOMBARDO (F.I.-Sardegna). Signor Presidente del Consiglio, colleghe e colleghi, c'è un vuoto da riempire nella vita democratica nel nostro Paese ed è il vuoto dell'assenza delle donne nei luoghi della decisione e della rappresentanza.
L'Italia è ultima in Europa con il suo misero dieci per cento di donne in Parlamento, nei Consigli regionali, nelle Province e nei Comuni, è la miseria di un paese che non riesce a valorizzare una parte fondamentale dei suoi cittadini e che di conseguenza si taglia fuori dalle linee politiche, programmatiche e di intervento concreto dell'Unione Europea. È uno spreco di intelligenze, di risorse e di competenze, ed è anche un sintomo di forte carenza democratica nella vita del Paese.
Questo vuoto non si riempie in modo naturale con il passare degli anni o dei secoli, bisogna pensare a correttivi adeguati ora e subito. Vogliamo una rappresentanza femminile adeguata al numero delle elettrici, ad ogni livello ed in ogni luogo dove si progetta, si decide e si amministra. Vogliamo la possibilità per le donne di partecipare in condizioni pari alle competizioni elettorali, si tratta quindi di applicare il principio d'uguaglianza e non di violarlo. Vogliamo la parità di accesso e non la parità di risultato. La questione della parità nella rappresentanza non deve essere riduttivamente concepita come una forma di contrapposizione o competizione fra generi, magari da governare attraverso il solo strumento di interventi di incremento quantitativo in favore del genere sotto rappresentato e cioè quello femminile, ma bensì come un presupposto della democrazia, nel senso di un'adeguata rappresentanza di tutti i soggetti facenti parte della nostra società.
Le donne oggi sono sotto rappresentate e mentre in tutta Europa la presenza femminile in tutti i settori sociali e a tutti i livelli professionali è ormai una realtà consolidata, in Italia la situazione è drammaticamente diversa e questo nonostante le donne rappresentino la maggioranza assoluta della popolazione italiana, ben il 53 per cento. La modifica dell'articolo 51 della Costituzione, che sancisce il diritto per le donne ad avere le stesse opportunità d'accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive, rischia di rappresentare una mera dichiarazione se non seguita da atti concreti che affermino nella sostanza e non solo nella forma il principio di parità. E' sulle leggi elettorali che bisogna incidere, su quella nazionale e su quella regionale. Da qui l'iniziativa, promossa insieme alle colleghe Pilo, Dettori e Sanna, di una petizione popolare visto il risultato di una quasi totale assenza di considerazione da parte della Commissione autonomia in occasione della discussione e votazione degli emendamenti presentati e sostenuti anche dalla Commissione regionale per le Pari Opportunità.
La petizione popolare è volta a sensibilizzare la società sarda rispetto ad un problema di deficit di democrazia, nei confronti del quale la classe politica regionale, aggiungo maschile, si è dimostrata sorda ed ottusa. Ostaggio, più per convenienza che per convinzione, di un retaggio sociale e culturale che vede la donna relegata ad un ruolo di subalternità e di esclusione dai centri decisionali e del potere.
Non dimentichiamo che se più donne entrano nelle istituzioni più uomini devono uscirne, è un problema di sopravvivenza. Si pensi ancora che nelle pubbliche amministrazioni mentre le donne hanno raggiunto la metà dei posti complessivi, i vertici del potere sono rimasti tutti maschili.
I numeri parlano chiaro, in Parlamento le donne sono il 9,2 per cento, siamo ultimi in Europa, prima la Svezia con il 42,7 per cento e al sessantanovesimo posto nel mondo; siamo stati superati da paesi come Congo e Mozambico.
A Montecitorio siedono 71 deputate su 630. Al Senato 26 su 315; 9 parlamentari europee su 67; 2 ministri su 22, ed un giudice costituzionale su 15. In Consiglio regionale le donne sono appena 4 su 80 diminuite esattamente del cinquanta per cento rispetto alla scorsa legislatura.
I dati ci dicono ancora che, primo, la presenza femminile tende a ridursi man mano che cresce l'importanza, ed il peso politico dell'istituzione da rappresentare.
Secondo, il più alto numero di donne elette in Italia si è avuto in presenza di leggi elettorali che prevedessero quote.
Terzo, la marginalità della presenza femminile nei partiti politici, nelle organizzazioni imprenditoriali e sociali, negli ordini professionali.
Quarto, una significativa differenza nella partecipazione al voto. Gli uomini votano per il 4 e il 5 per cento in più delle donne. I dati appena citati ci fanno capire che la politica delle quote, che peraltro noi rifiutiamo in quanto lo ribadiamo con fermezza siamo per una legislazione paritaria che vada oltre la politica della riserva indiana, che ci umilia come donne ed offende la dignità della persona. Dicevo, la politica delle quote non può essere considerata lo strumento risolutivo di un problema che invece va affrontato sotto molteplici aspetti. Non è infatti solo una questione di norme legislative ma anche e soprattutto, a parere mio, di una presa di coscienza di tutte le donne e dei partiti dell'importanza della presenza femminile in politica e non solo, per il contribuito che le stesse possono dare in termini diversi rispetto agli uomini.
Il problema è il superamento di una cultura prevalente anche, e soprattutto, tra le donne che vede la politica come un universo esclusivamente maschile.
Promuovere la presenza delle donne vuol dire riaffermare la credibilità della democrazia soprattutto in questo momento di grande disaffezione nei confronti della politica e delle istituzioni.
Non si tratta più di un problema delle donne ma, come ho detto anche all'inizio del mio intervento, della democrazia italiana. Non si tratta più di superare un gap tra le capacità delle donne ed i compiti istituzionali, quello che occorre superare è un gap tra la realtà e la politica, tra la società e le istituzioni. La vera arma vincente in questo caso deve essere proprio la valorizzazione in chiave positiva delle differenze e delle risorse peculiari che una donna può mettere in campo. Per fare carriera le donne non devono più necessariamente mettere i pantaloni scimmiottando gli uomini, ma anzi difendere ed esaltare la propria individualità imparando a competere con gli uomini sullo stesso campo di gara, valorizzando le proprie peculiarità e facendone uno strumento di successo.
Bisogna superare anche alcuni pregiudizi; un atteggiamento femminile particolarmente ambizioso e determinato spesso viene vissuto in chiave problematica sia dagli uomini che dalle stesse donne e giudicato nocivo per il mantenimento di un equilibrio tra i sessi. Potere ed ambizione in una donna non devono essere giudicati sconvenienti e pericolosi, né lesivi per le famiglie, le coppie e i figli.
Essere ambiziose e desiderare ruoli direzionali sono delle prerogative che ogni donna può e deve avere, senza la paura di dover per questo subire un giudizio negativo in termini di inaffidabilità se allo stesso tempo è moglie e madre.
Questo risultato è possibile solo con lo scardinamento di una cultura diffusa che, pur a parità di competenze, attribuisce comunque alle donne ruoli diversi da quelli degli uomini. Sono fermamente convinta che una maggiore presenza femminile nei partiti e nelle istituzioni consentirebbe di dare un'impronta diversa alla politica, con l'apertura di un nuovo corso. È nostro preciso dovere impegnarci per far sì che le cose cambino. E la petizione popolare può rappresentare un valido strumento di sensibilizzazione dell'opinione pubblica per il raggiungimento di un obiettivo che non è di parte, ma dell'intera società.
La previsione di un'uguale presenza di candidati dei due sessi nelle liste elettorali è in piena corrispondenza con gli articoli 3 e 51 della Costituzione. Ancora oggi infatti non tutti i cittadini possono effettivamente accedere alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza. Per le donne la disparità dei punti di partenza è vistosa.
Il monopolio maschile nei partiti e nella politica, conseguenza anche della lunga esclusione del sesso femminile dall'elettorato, è di ostacolo all'inserimento delle donne nelle liste elettorali. Una normativa che si limiti a richiedere l'eguale presenza di candidati di entrambi sessi nelle liste elettorali può essere considerata pienamente legittima. Non si determina infatti alcuna condizione di favore per uno a sfavore dell'altro, in deroga al principio di eguaglianza formale, né si garantisce automaticamente il risultato e cioè l'elezione. Semplicemente a donne e a uomini viene fornita un'effettiva parità di chance.
La sentenza numero 422 della Corte Costituzionale del 1995, non può oggi essere considerata un ostacolo perché superata dall'approvazione delle nuove disposizioni costituzionali che sicuramente non possono essere disattese dalla legge elettorale regionale alla quale si impongono. Ne deriva che viceversa sarebbe illegittima la legge regionale che non tenesse conto delle disposizioni costituzionali ora vigenti.
Va anche ricordato che l'obbligo per lo Stato e per le Regioni di prevedere misure dirette al riequilibrio della rappresentanza deriva già da impegni internazionali; prima del trattato di Amsterdam che contiene numerose norme sulla parità la convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne che in Italia è in vigore dal 1981.
In sintesi è necessario chiarire meglio il discorso sulle misure e sulla loro diversa natura. Misure e norme antidiscriminatorie dirette a garantire in modo uguale ad entrambi i sessi condizioni pari, vale a dire l'uguaglianza dei punti di partenza, vengono distinte dalle azioni positive che si sostanziano viceversa in un trattamento disuguale e postulano la previsione di un particolare differenziato vantaggio attribuito ad un gruppo soltanto. Di conseguenza una legge neutralmente formulata, il cui obiettivo sia di consentire a donne e ad uomini uguale accesso alle condizioni indispensabili e perché l'elezione sia possibile, perché le une allo stesso modo degli altri possano godere effettivamente del diritto politico all'elettorato passivo, non può dunque confondersi con le azioni positive.
Concludendo, c'è l'esigenza profonda di rinnovare la politica, le sue regole consunte e i suoi strumenti logori. C'è il bisogno di ordinamenti innovativi e di istituzioni adeguate. Obiettivi questi che potrebbero essere raggiunti anche attraverso una seria riforma della legge elettorale; e sottolineo seria perché il testo esitato dalla prima Commissione non merita una tale definizione.
Avendo avuto la possibilità di partecipare ad alcune sedute della Commissione, mi sono resa conto che la principale preoccupazione di buona parte dei commissari era quella di garantire la stabilità, non nel suo proprio significato, ma nel senso di cercare attraverso artifici giuridici anche a scapito della democrazia e della rappresentanza, sistemi a tutela e garanzia di singole persone con la conseguenza ancora una volta della prevalenza degli interessi particolari su quelli generali.
Quanto appena affermato trova conferma anche negli articoli 17 e 18 sulle clausole d'incompatibilità e di ineleggibilità molte a parer mio incostituzionali, sintomo di una classe politica arrogante e chiusa al confronto, preoccupata solo di perpetrare sé stessa e non di dare alla Sardegna la forma di governo che merita all'insegna della governabilità, della stabilità e della rappresentatività.
Questi, unitamente all'elezione diretta del Presidente della Regione, sono i principi cardine a cui si deve uniformare secondo Forza Italia una seria riforma della legge elettorale, valori irrinunciabili che non riscontriamo nel testo della Commissione e che invece trovano pieno riscontro nella legge elettorale nazionale. A questo proposito ritengo sia opportuno fare chiarezza perché non sempre i messaggi che arrivano all'esterno sono precisi; spesso si gioca con le parole, si dice e non si dice, anche e soprattutto volontariamente, perché il risultato che si vuole ottenere è di fare arrivare all'esterno un messaggio distorto che porti a credere ciò che in realtà non è.
Mi riferisco al fatto che in moltissimi cittadini sardi si è creata la convinzione che se non si fa la riforma della legge elettorale alle prossime elezioni regionali del 2004 si voterà secondo il vecchio sistema, che ha determinato una situazione di ingovernabilità, di instabilità, di paralisi e di non rispetto della volontà popolare espressa democraticamente attraverso il voto, una situazione che è sotto gli occhi di tutti.
Non si può assolutamente continuare ad ingannare i sardi, bisogna dire chiaramente che se il Consiglio non dovesse esitare un proprio testo varrebbe la legge nazionale che, dato il clima politico e i presupposti alla base della riforma d'iniziativa consiliare, rappresenterebbe per Forza Italia la soluzione migliore.
PRESIDENTE. Grazie onorevole Lombardo, si ricordi della sensibilità alla quale facevo riferimento prima. È iscritto a parlare il consigliere Ladu. Ne ha facoltà.
LADU (P.P.S.-Sardistas). Signor Presidente, onorevoli colleghi e colleghe, questa legge elettorale arriva in Aula dopo un iter lungo e travagliato e consapevoli tutti quanti dell'esigenza di dover approvare una legge in linea con una regione che ha una profonda cultura e storia autonomista, è contraria all'omologazione della Regione autonoma della Sardegna alle regioni ordinarie in base alla legge costituzionale numero 1 del 1999, che segna un limite e che mortifica l'intero Consiglio regionale. E considerato che la Sardegna ha uno Statuto di rango costituzionale, ha l'obbligo morale prima che politico di disciplinare autonomamente la propria forma di governo nelle sue articolazioni.
In Consiglio regionale, consapevole di questa esigenza, sentita da tutto il popolo sardo, sono arrivate sei proposte di legge e un disegno di legge presentato dalla Giunta regionale. Tra le sei proposte di legge c'è anche quella presentata dal Gruppo P.P.S.-Sardistas che, non facendo parte della Commissione competente, non ha partecipato alla stesura di questo testo unificato. Bisogna però riconoscere che la Commissione ha fatto un lavoro importante di sintesi e di proposta. Ha però bisogno di un serio approfondimento, di un miglioramento che questo Consiglio regionale sicuramente col contributo di tutti saprà dare.
Il testo che è arrivato in Aula così com'è noi non lo approveremo, però siamo fiduciosi che alla fine un accordo si troverà. Noi siamo prudentemente presidenzialisti; abbiamo constatato che questo sistema è già in crisi nelle altre regioni d'Italia dove questo viene già applicato. Altro che parlare di Sindaco d'Italia! Ma ci rendiamo invece perfettamente conto che non c'è ormai più tempo per osare di più, per fare una riforma più radicale e completa.
E quindi, considerato che, voglio dire, i tempi sono ristretti, che non c'è tempo per fare altro, sicuramente lavoreremo con grande convinzione per migliorare questo testo che comunque è la sintesi di un lavoro importante che è stato fatto in Commissione. E noi lavoreremo su questo testo anche perché siamo per una democrazia partecipata, siamo per il pluralismo democratico, siamo per il ruolo del Consiglio regionale che deve rimanere il perno di tutto il sistema.
Il Presidente, però, secondo noi, non deve essere il commissario della Sardegna ma deve sapersi confrontare con le forze politiche che lo sostengono, con l'intero Consiglio e con le forze sociali in genere. Pertanto, il potere del Presidente va bilanciato e legato a forme di garanzia che siano rispettose del ruolo del Consiglio regionale, che deve mantenere comunque la sua sovranità.
Siamo prima di tutto per la governabilità che deve essere garantita dalla responsabilità delle forze politiche presenti in Consiglio regionale e da una legge chiara e priva di equivoci e scorciatoie. Il sistema maggioritario va bene, ma alcuni paletti vanno comunque posti. Il listino regionale non deve diventare il ricettacolo di chi ha paura del confronto con gli elettori, che in questo modo vedrebbero mortificati i propri diritti o peggio di chi è funzionale ad altre logiche e non a quelle più autentiche di questo Consiglio regionale.
Le segreterie dei partiti, peggio se romane, non devono avere il potere di eleggere senza il dovuto consenso parte del Consiglio regionale.
Va bene nel collegio regionale che vengano eletti quelli che ottengono più voti, più consensi, assicurando alla coalizione vincente nove seggi contro i sette del secondo schieramento; per quanto ci riguarda devo dire, e per garantire di più la governabilità, questo rapporto può essere anche di dieci per la coalizione vincente e sei invece per la seconda coalizione, diciamo, per il secondo gruppo.
Siamo contro invece il voto disgiunto che può creare situazioni anomale e di confusione, il voto deve essere collegato al Presidente, alla sua maggioranza e al programma, questa legge elettorale deve garantire l'elezione di un numero di consiglieri regionali nel collegio provinciale sulla base della popolazione residente.
Questo per evitare che i poli forti possano cancellare dal Consiglio la presenza delle province più piccole, creando una polarizzazione ancora più vistosa.
Sul voto agli emigrati noi nella nostra proposta di legge avevamo previsto l'assegnazione di sette seggi ripartiti a seconda del territorio di appartenenza, ma siamo disponibili ad un approfondimento, ad altre proposte che consentano una reale partecipazione al voto e successiva adeguata rappresentanza. Così come, per quanto riguarda la rappresentanza femminile, noi abbiamo proposto alcune forme di riequilibrio tra i due sessi, ma anche qui - fermo restando che il problema esiste - siamo disponibili ad un maggior approfondimento per venire incontro ad un'esigenza, che soprattutto in questi tempi si sta facendo sempre più forte.
Relativamente allo sbarramento del tre per cento, noi lo condividiamo; uno sbarramento che per quanto ci riguarda può essere anche del quattro per cento, però non ci convince invece il secondo sbarramento dove noi riteniamo sia inutile questo secondo passaggio mentre saremmo convinti e propensi ad aumentare diciamo il primo sbarramento che comunque deve essere unico, per dire poi che il testo della Commissione va migliorato nelle sue parti, e ad esempio per quanto riguarda l'incompatibilità fra consigliere e Assessore così com'è non va bene, noi diciamo; se vogliamo l'incompatibilità questa deve essere tale a tutti gli effetti, chi entra in Giunta si deve dimettere e lasciare il posto al primo dei non eletti, fermo restando che sul discorso dell'incompatibilità ci sono delle perplessità, però se la vogliamo applicare deve essere un'incompatibilità chiara che non dia spazio, poi, diciamo, a situazioni particolari come si verrebbero a creare sulla base della proposta che è uscita dalla Commissione.
Per quanto riguarda invece il ricorso al ballottaggio tra i due candidati alla Presidenza più votati, ci lascia molto perplessi questo sistema per non dire che noi siamo contrari, ed infatti noi crediamo che vada meglio in questo caso il sistema a turno unico. Le ipotesi di eleggibilità e ineleggibilità vanno meglio approfondite, fermo restando che alcuni paletti anche qui vanno messi, e forse va meglio studiata tutta la situazione relativa all'incompatibilità perché così com'è in Commissione, anche se ci sono alcune cose devo dire molto interessanti, però forse un approfondimento, un completamento di queste proposte che sono emerse dalla Commissione potrebbe andare bene.
L'auspicio è che questo testo venga davvero migliorato tenendo conto della specificità della Sardegna, con la speranza che tutte le forze politiche partecipino a questo confronto, che più che gli interessi di parte debbano far emergere gli interessi dell'intera Sardegna.
PRESIDENTE. Questo per stamattina era l'ultimo intervento; ricordo ai colleghi, credo sia stato già comunicato e se così non fosse lo sto facendo io adesso, che stasera interromperemo il dibattito sulla legge elettorale per riprendere con la legge urbanistica, le leggi di tutela. I lavori del Consiglio riprenderanno stasera alle ore 17.
La seduta è tolta alle ore 13.
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