Seduta n.209 del 22/01/1993 

CCIX SEDUTA

VENERDI' 22 GENNAIO 1993

Presidenza del Presidente FLORIS

indi

del Vicepresidente FADDA

indi

del Presidente FLORIS

Comunicazioni del Presidente

Comunicazioni della Giunta regionale ai sensi dell'articolo 119 del Regolamento sul recente incontro Governo-Regione-Sindacati:

CABRAS, Presidente della Giunta regionale

COGODI...................................

USAI EDOARDO....................

MERELLA................................

PUSCEDDU.............................

ORTU .......................................

MANNONI...............................

DADEA....................................

USAI SANDRO.......................

Congedo ...................................

Sull'ordine dei lavori:

CORDA....................................

La seduta ha inizio alle ore 10 e 02.

PORCU, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del 15 gennaio 1993, che è approvato.

Congedo

PRESIDENTE. Comunico che il consigliere regionale Antonio Giuseppe Soro ha chiesto un giorno di congedo a far data dal 22 gennaio 1993. Poiché non vi sono opposizioni, il congedo si intende accordato.

Sull'ordine dei lavori

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Corda. Ne ha facoltà.

CORDA (D.C.). Presidente, per chiedere una breve sospensione della seduta in attesa che i colleghi consiglieri entrino in aula.

PRESIDENTE. Poiché non vi sono opposizioni la richiesta è accolta. Sospendo la seduta per dieci minuti.

(La seduta, sospesa alle ore 10 e 04, viene ripresa alle ore 10 e 16.)

Comunicazioni della Giunta regionale ai sensi dell'articolo 119 del Regolamento sul recente incontro Governo-Regione-Sindacati

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca le dichiarazioni del Presidente della Giunta regionale sull'incontro Governo-Regione-Sindacati sulla situazione economica della Sardegna.

Ha facoltà di parlare il Presidente della Giunta.

CABRAS (P.S.I.), Presidente della Giunta. Signor Presidente, colleghi del Consiglio, si è svolto mercoledì, dopo una lunghissima attesa, il primo incontro tra la Regione e il Governo sui problemi dello sviluppo della Regione, con particolare riferimento alle emergenze verificatesi nel settore industriale in questi ultimi mesi. Questo incontro era stato richiesto dalla Regione fin dallo scorso mese di ottobre, quando iniziarono a manifestarsi i primi segnali del riacutizzarsi della crisi: primo fra tutti, la chiusura dell'attività produttività dello stabilimento Enichem di Macchiareddu. Il Governo però non fissò l'incontro, come gli venne richiesto, negli ultimi mesi dell'anno, ma attese la definitiva approvazione dei provvedimenti finanziari, in modo da avere chiaro il quadro delle disponibilità e dei vincoli entro i quali avrebbe dovuto muoversi.

Il primo appuntamento fu quindi fissato per il tredici gennaio scorso ma l'incontro, su nostra richiesta, venne fatto scivolare di una settimana perché la delegazione di Governo preannunciata, non appariva, stante la sua composizione, nemmeno in grado di ascoltare le posizioni prospettate dalla Regione per poter valutare compiutamente la situazione. Siamo finalmente arrivati all'incontro di mercoledì che, a nostro giudizio, si presta ad una duplice valutazione.

Poiché si tratta dell'avvio di un confronto che nessuno di noi pensava di concludere fin dal primo appuntamento, e considerata la complessità dei problemi, la prima valutazione che occorre fare è, secondo me, quella relativa al livello della qualità dell'attenzione, o meglio ancora alla consapevolezza da parte del Governo della gravità della situazione che si vive in Sardegna. Questo è il primo punto sul quale occorre fare una valutazione. Il secondo punto riguarda il merito delle prime risposte ricevute sulla generalità dei quesiti che abbiamo posto, per alcuni dei quali avevamo sollecitato risposte immediate.

Sulla prima questione (cioè se il Governo ha colto la gravità della situazione e ha dato quindi segnali di aver avviato anche al suo interno, con gli strumenti in suo possesso, una valutazione più attenta) penso che possiamo esprimere la seguente valutazione. Noi non ci illudiamo di aver iniziato un confronto dall'esito scontato per quanto riguarda le proposte da noi avanzate né d'altra parte riteniamo di poter aprire con il Governo un conflitto su un terreno che non è il nostro, cioè quello della congruità o meno della politica regionale di bilancio e dei conseguenti vincoli di natura finanziaria con i problemi della nostra Regione. Si tratta infatti di indirizzi di politica economica nazionale sui quali si può dare tutt'al più un giudizio politico.

Noi vorremmo cogliere un altro aspetto invece, l'aspetto del rapporto istituzionale che deve intercorrere fra la Regione e lo Stato, rapporto che ha una tradizione che gli deriva da altri momenti di incontro e di verifica ai quali è stato sempre riservato un terreno speciale. Da questo dobbiamo partire nel considerare i vincoli di politica finanziaria che il Governo ritiene non modificabili in questa situazione. Noi in questa sede abbiamo sostenuto che, pur nell'ambito di questi vincoli, è possibile che il Governo presti un'attenzione prioritaria ai problemi della Regione. Il rischio che noi potremmo correre è quello di essere inseriti nel contesto più generale dei problemi delle Regioni di tutto il Paese, accumunando le problematiche della nostra Regione a quelle di altre Regioni anch'esse meritevoli di attenzione, ma che presentano caratteristiche profondamente diverse.

Sotto questo profilo a noi sembra che nel primo incontro il Governo abbia mostrato di saper valutare la difficoltà e soprattutto la diversità delle problematiche che esistono in Sardegna con particolare riguardo al settore industriale. Noi ci siamo sforzati di rappresentare un punto attorno al quale aprire una discussione, discussione che può anche vederci divisi su come uscire dalla situazione di crisi.

Il fatto è che il tessuto industriale sardo è in discussione totalmente, non parzialmente come in altre aree del Paese. Questa è la profonda differenza che esiste tra la Sardegna e le altre Regioni d'Italia. Quindi il Governo deve prestare attenzione ai problemi che abbiamo posto sul tavolo tenendo conto soprattutto di questo punto: che in Sardegna non è all'ordine del giorno un problema di ristrutturazione industriale o di modificazione industriale, come in altre aree del Paese, in Sardegna è all'ordine del giorno un problema di annullamento o azzeramento (magari graduale, ma le decisioni che si assumono oggi rischiano di portarci rapidamente a quel risultato) di tutto l'apparato industriale dell'Isola.

Noi pensiamo che in quella sede sia stato colto questo aspetto e, con tutte le riserve e le cautele che un primo incontro merita, riteniamo che anche il lavoro successivo, così come è stato impostato, si proietterà e si indirizzerà tenendo conto di questa esigenze che abbiamo posto. Il Governo infatti ci ha proposto di proseguire il confronto non - diciamo - discutendo di tutti i problemi insieme, ma affrontando le questioni anche in tavoli separati e in particolare isolando e concentrando l'attenzione, per esempio, sulla questione dell'industria e delle aziende di Stato, così come abbiamo più volte richiesto in altri precedenti dibattiti.

Sotto questo profilo noi abbiamo registrato, come dicevo prima, un'attenzione che è esattamente quella che volevamo richiamare, non avendo al momento la possibilità di valutare se le nostre ragioni troveranno nel prosieguo della discussione completo accoglimento. Noi comunque abbiamo chiesto al Governo di bloccare tutte le iniziative in atto o in fieri relative al blocco delle attività produttive nel settore industriale riconducibili alle aziende pubbliche.

Anche qui l'impegno è stato assunto formalmente. Il Ministro dell'industria e il Ministro del bilancio che erano presenti all'incontro si sono impegnati a emanare questa direttiva. Nella giornata di ieri abbiamo indicato esattamente e puntualmente, anche con dovizia di particolari, quali erano le aziende per le quali erano già stati diramati provvedimenti e quelle per le quali si correva il rischio che venissero adottati analoghi provvedimenti nel giro di pochi giorni. Noi adesso dobbiamo semplicemente prendere atto che il Governo in quella sede si è impegnato a emanare questa direttiva, e attendere che si concretizzi in provvedimenti adottati da chi li deve adottare.

Per quanto riguarda l'aspetto metodologico il Governo aprendo la discussione ci ha proposto di utilizzare come metodo di conclusione del confronto un'ipotesi che noi avevamo anche già affacciato in precedenti occasioni: quella di pervenire ad una valutazione dei punti considerati prioritari e concludere poi la trattativa con un singolo accordo o con diverse intese o contratti di programma relativi ai diversi problemi che abbiamo affacciato.

Esiste un precedente: l'accordo del dicembre del '90 che portò all'intesa di programma sulla Sardegna centrale e a uno stanziamento di 350 miliardi; uno strumento che giudichiamo positivamente, che ci può ancora consentire di conseguire rapidamente alcuni importanti obiettivi. Ora il Governo ce lo ripropone anche per questi altri problemi che abbiamo di fronte. Noi siamo d'accordo; si tratta adesso di riempire di contenuto e di significato le questioni che sono sul tappeto.

Si è parlato, in proposito, di attivare tre distinti momenti di verifica sul piano tecnico-politico. Il primo con i Ministeri dell'industria e delle partecipazioni statali per quanto riguarda l'esame delle problematiche connesse alle aziende pubbliche (in particolare ENI e ENEL) presenti in Sardegna. Il secondo con la Presidenza del Consiglio dei Ministri per quanto riguarda l'esame delle problematiche connesse alle aree di crisi (intendendo il termine nella sua accezione specifica, cioè di aree strettamente collegate a interruzione di attività produttiva) e la discussione delle problematiche relativa alla pubblica amministrazione. Il terzo infine con il Ministero del bilancio che in tale occasione eserciterebbe anche una funzione di coordinamento del rapporto Stato-Regione per quanto riguarda tutte le problematiche collegate alle intese e agli accordi di programma in relazione agli interventi sul settore produttivo e su quello infrastrutturale.

Conclusivamente noi abbiamo espresso un giudizio molto cauto che tiene conto del fatto che non è la prima volta che operiamo un confronto con lo Stato; esistono almeno due precedenti negli ultimi anni, il primo risale al confronto Stato-Regione avvenuto quando Presidente del Consiglio dei Ministri era l'onorevole Craxi, il secondo al protocollo del dicembre del '90, firmato sotto il Governo Andreotti. In entrambi i casi gli accordi hanno avuto soltanto attuazioni parziali, e nessuno portò a una definizione dei problemi, anche se ci fu apertura e disponibilità a discuterne.

E allora, senza voler assumere atteggiamenti pregiudiziali, considerato che si è ancora alla prima riunione, facendo però tesoro dei precedenti mi pare che la cautela si imponga. Possiamo comunque valutare positivamente quanto finora raggiunto, cioè ad esempio, l'impegno a emanare la direttiva volta ad impedire il blocco delle attività produttive (che dovrebbe produrre i suoi effetti nei prossimi giorni, consentendoci di discutere a "bocce ferme"), l'impegno a concludere le trattative in un tempo breve, ipotizzando come scadenza la data del 13 febbraio. La Giunta comunque si riserva di esprimere una valutazione più compiuta quando questo lavoro di preparazione sarà concluso e si potrà più chiaramente comprendere il significato che il Governo attribuirà alla situazione economica della Sardegna.

PRESIDENTE. Sulle dichiarazioni della Giunta regionale può intervenire un consigliere per Gruppo per non più di dieci minuti.

Ha domandato di parlare l'onorevole Cogodi. Ne ha facoltà.

COGODI (Gruppo Misto). Signor Presidente, colleghi del Consiglio, abbiamo ascoltato le comunicazioni del Presidente sull'esito della missione romana e mi pare di poter dire subito che i giudizi cautamente negativi che sono stati espressi dalle forze sociali immediatamente dopo l'incontro possono abbandonare l'avverbio e essere definiti giudizi, allo stato delle cose, proprio non positivi, giudizi non improntati a pessimismo ma comunque preoccupanti.

L'incontro annunciato si è tenuto con una settimana di ritardo rispetto alla data prevista esattamente con le stesse persone, cioè in assenza del Presidente del Consiglio dei ministri, col sottosegretario e con due ministri, con le stesse autorità, quindi, con le quali si sarebbe dovuto tenere una settimana prima, quando quello scatto della Regione pareva che volesse preludere a ben altra forza. Invece si è andati a un incontro di ordinaria amministrazione, proprio amministrazione, con un "pezzo" del Governo nazionale, per farsi dire e per ascoltare cose che ormai sono più che risapute.

Secondo me il danno maggiore non è costituito dal fatto che il Governo abbia ripetuto quello che da tempo ripete e soprattutto quello che disastrosamente fa in questa Regione, il fatto grave è che questa Regione ancora una volta ha dimostrato di non avere la voglia e la capacità di reagire, prendendo atto, in modo sin troppo notarile, della situazione, e assolvendo un ruolo puramente di amministrazione e non di Governo. Io credo che il realismo vada bene, l'ottimismo a dispetto di tutto pure, ci vuole però anche consapevolezza della gravità della situazione e capacità di reazione.

Mi rivolgo con molta serenità soprattutto al Presidente della Regione a cui spetta il compito di forzare quel confine assurdo, quel limite inaccettabile che si vuole imporre come frontiera invalicabile, il cosiddetto vincolo finanziario. Questa Regione non può e non deve assumere questo dato come un dato equo. Se questa Regione accettasse il principio del rispetto del vincolo finanziario e delle compatibilità economiche generali atteggiandosi ancora una volta in modo subalterno, senza una contestazione di fondo della politica economica nazionale, volendo essere amica di chi non è amico e non dimostra amicizia, la battaglia sarebbe perduta in partenza.

La verità è che lo sviluppo del Paese è uno sviluppo distorto, duale, che ha comportato la crescita di alcune aree a danno di altre. La politica dei due tempi (prima si consolida lo sviluppo in una parte del Paese, poi ci sarà anche per gli altri) con il Nord che doveva fungere da locomotiva e il Sud che doveva essere trainato, ha fatto sì che al primo cenno di crisi, di crisi vera, di crisi strutturale, il Sud si arrestasse, i vagoni venissero sganciati e la locomotiva continuasse ad andare per suo conto. Abbiamo rifiutato la politica del rapporto di subalternità che è anzitutto subalternità di comportamenti prima ancora che di istituzioni, di regole, di leggi. Si è affidata sempre la soluzione dei grandi problemi alla mediazione politica, ma questa in tutti questi anni ha comportato solo danni e i disastri che tutti conosciamo; mi riferisco alla mediazione interpartitica, quella del rapporto diretto col potente, col Ministero, e non invece all'accordo politico necessario.

Ecco allora il principio che secondo me deve essere riaffermato: abbandonare il rapporto di su-balternità che confina la Regione in una dimensione puramente amministrativa e restituirla, o conferirle, se non l'ha mai avuto, un ruolo politico, di Governo. Proviamo a porci una domanda di fondo: per gli operai, per i contadini, per gli artigiani, per i giovani disoccupati della Sardegna, se non esistesse la Regione, se non ci fosse questo Consiglio regionale, se non ci fosse questa Giunta regionale, cosa cambierebbe? Non sarebbe quasi la stessa cosa?

Qual è il di più che può legittimare l'esistenza stessa dell'autonomia e delle sue forze istituzionali? Ma se è solo per incontrare i Ministri, per attivare tavoli, per misurare compatibilità imposta dagli altri, bastano i funzionari, come bastavano un tempo i proconsoli e poi i viceré; bastano dei delegati o dei comitati spontanei che comunque dove c'è bisogno si costituiscono. Che bisogno ci sarebbe di una dimensione politico-istituzionale quale è e quale deve essere la Regione? Ecco perché non basta costituire Giunte, anche appoggiate da larghe maggioranze.

Occorre quindi fare governo e fare politica, occorre rivalutare il senso, il concetto, il valore dell'accordo vero, del patto vero tra questa Regione e lo Stato, che non è l'accordo o l'accordino di programma che i boiardi e i boiardini di questa Regione, di Roma e di Cagliari, e di ogni parte di questo territorio, credono di poter dispensare per colmare momentaneamente dei vuoti. Non sono questi accordini ma le politiche di sviluppo, i grandi traguardi dello sviluppo economico e sociale di questa Regione che devono essere garantiti con mezzi, strumenti e risorse, in particolare col piano organico di sviluppo, col piano di rinascita.

Perché nei protocolli ancora si chiede, quelli che avete preparato voi non quelli che hanno scritto a Roma i Ministri del Governo Amato o il Ministro anomalo dell'opposizione, l'onorevole Borghini (solo in Italia credo che possa accadere che insieme al Governo sieda anche un rappresentante dell'opposizione che deve attutire i colpi del Governo) perché chiedete il rifinanziamento del piano di rinascita? Dovete chiedere la riedizione, la riscrittura, il vero piano di rinascita, quello dell'articolo 13 che questa Regione non ha mai conosciuto, quello che avrebbe dovuto, con i mezzi adeguati, conseguire il riequilibrio dello sviluppo di questa Regione rispetto a quello delle altre Regioni d'Italia; portare cioè il reddito dell'Isola nella media delle altre Regioni d'Italia e d'Europa, nulla di più.

Questa rivendicazione, che è giusta e anche legittima perché sancita nella Costituzione, nello Statuto, perché è stata abbandonata? E a chi spetta il compito di sostenerla? Al Presidente col suo realismo? A questa Giunta? A questa maggioranza? O non sarebbe meglio, come si è chiesto con una mozione presentata alcune settimane fa (mozione che ha fato male il Consiglio a respingere) accompagnare, sostenere la rivendicazione di chi rappresenta la Regione con una mobilitazione permanente del Consiglio, delle istituzioni e di tutto il popolo sardo in modo che il Presidente a Roma possa dire di essere portatore a tutti gli effetti di un milione e mezzo di sardi?

Solo così potranno nascere fatti produttivi, non con una mediazione al ribasso. Ma torneremo su questi argomenti, torneremo necessariamente quando la discussione entrerà nel merito e nel vivo, quando si avrà bisogno di altro sostegno...

FADDA FAUSTO (P.S.I.). C'è un eccesso di decibel, Presidente.

COGODI (Gruppo Misto). Data la particolare sensibilità del collega Fadda, considero sostanzialmente dette le cose che dovevo dire. Ci saranno in seguito altre possibilità di completare il ragionamento perché la situazione è grave e resterà grave, e allora ognuno avrà modo di dire e anche di dimostrare qual è il tono che sa usare nei ragionamenti e nei discorsi e soprattutto qual è l'efficacia della sua azione. Grazie.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Edoardo Usai. Ne ha facoltà.

USAI EDOARDO (M.S.I.-D.N.). Signor Presidente, colleghi consiglieri, avremmo preferito che il Presidente della Giunta quanto ha riferito oggi in Consiglio lo avesse detto ieri, cioè lo avesse detto a "botta calda" subito dopo l'incontro con il Governo. In realtà questo non è avvenuto perché il Presidente ha ritenuto opportuno incontrare prima i componenti della sua Giunta e le organizzazioni sindacali le quali, peraltro, a quanto è dato saperne, avevano anch'esse partecipato all'incontro.

Obiettivamente e onestamente non riesco a capire che cosa ci fosse da concordare perché mi sembra si dovesse esclusivamente riferire in Consiglio quanto era accaduto; normalmente si concordano gli alibi, normalmente si concordano le linee difensive, non si concorda quanto deve essere riferito in seguito ad un incontro.

Detto questo noi riteniamo che il Presidente abbia fatto quanto poteva fare ma la sua relazione, le sue comunicazioni sono obiettivamente deludenti perché non è riuscito (e forse non era in grado di farlo, ma non per sua incapacità) a dare risposte concludenti a una situazione che di giorno in giorno diventa più grave. Grave perché incide in una realtà qual è quella sarda già fortemente disastrata; grave perché in questo Consiglio regionale - bisogna dirlo forte e chiaro - più che di riforme per promuovere lo sviluppo si continua a parlare di leggi elettorali.

Diceva il Presidente del Consiglio, Amato, qualche giorno fa, che non si può dare, alla gente che reclama lavoro, pane e riforme. Qua alla gente che reclama lavoro non si danno neppure riforme, si adottano solo leggi truffaldine; non si pensa allo sviluppo della Sardegna. Da quattro mesi in Consiglio regionale non facciamo altro che parlare di come sia possibile, scusando il termine che non è molto protocollare, "fregare" l'avversario, di come sia possibile cacciare via chi disturba il manovratore.

Detto questo, noi riteniamo opportuno che questa Giunta adesso, fra dieci giorni, tra un mese inizi a pensare oltre che alle leggi elettorali, che non soddisfano nessuno se non, dicevo prima, i padroni del vapore, a cosa fare di quei lavoratori che continuano a perdere il posto di lavoro. Bisogna pensare ad un modello di sviluppo diverso da quello attuale, che non è più perseguibile. Noi attendiamo queste risposte, abbiamo la speranza che la Giunta sia in grado di darle; abbiamo però una certezza: che quanto non è stato fatto finora è assai probabile non venga fatto nel futuro, impegnati come siete a pensare ad altre cose piuttosto che allo sviluppo e al progresso della Sardegna.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Merella. Ne ha facoltà.

MERELLA (Gruppo Laico Federalista). Signor Presidente, colleghi consiglieri, signor Presidente della Giunta, io sicuramente non mi esprimerò, perché non ne sono capace, con quei toni enfatici e tribunizi che mi fanno pensare a tanti scenari consueti in altre sedi, ad esempio in quelle aule di tribunale dove il collegio giudicante sa già quale sarà la sentenza e gli avvocati difensori usano la loro enfasi non si sa per chi e per che cosa.

Oggi il problema non è di enfasi e neanche di decibel, oggi il problema è quello di portare a termine una analisi molto seria e responsabile sullo stato delle cose in cui si trova la Sardegna e sul rapporto vero ed essenziale che esiste con lo Stato. Allora cominciamo a dire che abbiamo la sensazione di essere andati ad un incontro con una istituzione che si chiama governo ma che pare abbia le stigmate del non governo. Ci sono le dichiarazioni di Goria, vi è l'assenza di Barucci, e vi è il quesito di Reviglio. Su quest'ultimo punto vorrei che il Presidente ci fornisse poi delle delucidazioni, in sede di replica, perché abbiamo appreso dai giornali di alcune dichiarazioni molto gravi di Reviglio su presunti ritardi, inadempienze ed assenze da parte dell'amministrazione regionale.

Chi mi ha preceduto diceva che occorre superare il problema del vincolo delle politiche di bilancio. Io mi permetto di dissentire perché troppo spesso in questa Regione il problema non è stato quello delle risorse; abbiamo avuto una legislatura, quella trascorsa, dove vivaddio in tanti settori vi è stata abbondanza di risorse. Io mi chiedo, per esempio, in un settore come l'agricoltura, dove abbiamo avuto disponibilità di risorse nell'ordine del 20 per cento dell'intero bilancio, quali provvedimenti significativi ed incisivi siano stati adottati perché cominciasse ad esserci una inversione di tendenza. Quindi non è un problema di vincoli, il problema è che perennemente ci siamo adagiati su delle non scelte.

Il Presidente ha avuto il coraggio di dire che la consistenza dei risultati conseguiti a seguito dei protocolli d'intesa stipulati con il Governo Craxi e con il Governo Andreotti, è in qualche misura desolante. Ebbene, dobbiamo anche avere il coraggio di dire che a questi mancati appuntamenti o a queste mancate risposte troppo spesso ha fatto riscontro anche una inadeguatezza dei comportamenti del Governo regionale. Quindi il rapporto Stato-Regione non può che muoversi nella consapevolezza che se vi sono stati errori (e ve ne sono stati tanti), se vi sono state manchevolezze (e ve ne sono state tante), oggi la carenza di risorse ci deve convincere della necessità di operare scelte coerenti con questa situazione.

Io concordo con il Presidente quanto dice che noi dobbiamo innanzitutto richiamare l'attenzione sul fatto che è in discussione tutto il complesso del sistema industriale dell'Isola; cioè che corriamo il rischio di una vera deindustrializzazione. Ed allora Presidente, ed allora Governo della Regione, quali iniziative siamo pronti ad indicare al Governo nazionale perché all'interno dei 50 mila miliardi di cui ha parlato il presidente Amato ci siano segnali di questa attenzione prioritaria?

Noi abbiamo bisogno innanzitutto di una assunzione di responsabilità da parte del Governo e io credo che il segnale più importante debba e possa essere costituito dall'approvazione entro il mese di febbraio del terzo Piano di rinascita. E' necessaria inoltre una inversione di tendenza che blocchi i licenziamenti fino al varo delle proposte alternative.

Signor presidente della Giunta, si è ricordato mentre trattava con la delegazione del Governo, del cosiddetto "pacchetto Piccoli", di quando cioè, come contropartita per la smobilitazione di tutto il comparto miniero-metallurgico del Sulcis Iglesiente l'allora Ministro delle Partecipazioni statali, ci promise quei 6-8 mila posti di lavoro che non abbiamo mai visto? Io credo che l'amico Pirarba abbia avuto l'opportunità di vivere e spesso di toccare con mano quelle contrattazioni faticose, quei momenti di delusione. Perciò quando richiamo cautela e serietà, responsabilità e disponibilità voglio dire che oltre a chiedere al Governo quanto contenuto nello schema d'intesa Governo-Regione-Sindacati, dobbiamo anche inviargli un preciso segnale: dobbiamo fargli capire che la situazione complessiva, la tenuta democratica della società sarda stanno arrivando ad un punto di non ritorno; che noi non possiamo essere contemporaneamente controparte e cuscinetto per situazioni giunte ormai al "top" della tolleranza.

Questo Governo, che per altro verso mostra così tante contraddizioni e così tante carenze, deve dimostrare di aver compreso che non si possono percorrere strade, scenari e itinerari già sperimentati in passato. Oggi tutto è molto diverso e se da parte nostra non c'è più la querula, arrogante e pietosa richiesta di provvedenti di tipo assistenzialistico, ma la consapevolezza di voler lavorare come mai nel passato si è lavorato, da parte del Governo ci deve essere la volontà di capire che la Regione sarda è una Regione a pieno titolo, inserita nel processo di crescita democratica e di sviluppo o di ripresa di sviluppo del nostro Paese.

Se noi avremo la capacità di dire queste cose al Governo continuativamente, giorno dopo giorno, e di inviare messaggi di questa portata, probabilmente il grande pessimismo che c'è in quest'Aula, la grande tensione che c'è nelle nostre comunità potrà scemare e aprire qualche spiraglio alla fiducia e alla speranza.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Pusceddu. Ne ha facoltà.

PUSCEDDU (P.S.D.I.). Signor Presidente, colleghi del Consiglio, il dibattito che si sta sviluppando a seguito delle dichiarazioni del presidente Cabras è senz'altro utile e necessario. Di fronte alla gravità della situazione sociale ed economica che stiamo vivendo, queste comunicazioni a nostro parere non possono rappresentare una parentesi nei lavori del Consiglio impegnatissimo a discutere le riforme elettorali, ma devono diventare l'elemento centrale del nostro impegno politico.

Per questo è necessario riflettere su ciò che abbiamo fatto, su ciò che possiamo fare e su ciò che resta ancora da fare. Le dichiarazioni del Presidente, rese all'insegna della cautela ma non per questo della preoccupazione, pur non consentendo un giudizio definitivo e conclusivo sulla vertenza col Governo, pongono comunque tutti noi nella consapevolezza che la battaglia è appena iniziata, che occorre elaborare una strategia compiuta per far sì che la grande crisi che la Sardegna sta vivendo non precipiti ulteriormente. Pertanto è importante, come richiamava Cabras, conoscere il grado di consapevolezza del Governo rispetto alla gravità della crisi della nostra Isola. Io ritengo che non giovi la guerra delle cifre a cui stiamo assistendo, anche attraverso i mezzi di comunicazione; da una parte il Censis che dice che in Italia sono a rischio da 700 mila a 1 milione di posti di lavoro, dall'altra il ministro Cristofori, che ha replicato oggi affermando che in effetti a rischio sono solo 80 mila posti di lavoro. Noi non possiamo accettare un discorso impostato sulla guerra delle cifre, ma dobbiamo andare avanti rivendicando soprattutto la specialità della nostra autonomia che abbiamo sempre inteso non come qualcosa per avere di più, ma come elemento che serve per cercare di essere quantomeno uguale agli altri.

La crisi che l'Italia sta vivendo si ripercuote in maniera più grave soprattutto nel Meridione d'Italia; il rischio è quello di una completa desertificazione industriale. Dobbiamo tener presente che se non ci sarà più industria nella nostra Isola, se non ci sarà più un tessuto industriale nel Mezzogiorno d'Italia ciò si ripercuoterà negativamente sull'intera nazione. Per questo io, a nome del Gruppo socialdemocratico, ritengo utile portare avanti la battaglia, così come è stata impostata, a favore di una vertenza Sardegna che ha sue caratteristiche di specialità; ma questo da solo non è sufficiente. E' necessario ripercorrere e portare avanti una vera politica meridionalistica nel nostro Paese, perché questo è ciò che è mancato nel corso di questi anni.

E' vero che attuare una politica meridionalistica oggi in Italia è più difficile, perché ci troviamo in un contesto culturale che non depone a favore di nuovi interventi per il Mezzogiorno, forse anche per errori commessi nel passato. Però noi non dobbiamo demordere, dobbiamo fare in modo che ci siano le condizioni per una battaglia comune assieme alle altre Regioni del Mezzogiorno d'Italia.

Forse, a causa del "boom" degli anni passati, ci siamo illusi troppo frettolosamente di rappresentare insieme con l'Abruzzo il Nord di questo Sud, invece la realtà è completamente diversa. Le cifre della crisi sono infatti le stesse. Io prendo come riferimento i dati che sono stati riportati nei giorni scorsi a proposito dell'utilizzo della legge numero 223 sulla mobilità dei lavoratori. Rispetto a circa 100 mila iscritti nelle liste di mobilità, se nelle altre Regioni d'Italia le percentuali di occupati, rioccupati, iscritti nelle liste di mobilità sono del 10 o del 20 per cento, in Sardegna la percentuale è dello 0 per cento; su 2.200 iscritti nelle liste di mobilità nessun lavoratore è stato avviato ad attività alternative.

Questa situazione è comune alla Calabria, alle Puglie e alle altre Regioni del Meridione, ed è proprio la testimonianza del fatto che se vengono meno le occasioni di lavoro, se viene meno l'apparato industriale non si ha la possibilità di diversificare le proprie attività, anche perché a fronte del crollo dell'apparato industriale non vi è un terziario abbastanza sviluppato e forte che riesca a occupare la manodopera espulsa da questi segmenti del mercato del lavoro. Pertanto è necessario, lo ribadisco, rilanciare una politica meridionalistica facendo fronte comune con le altre Regioni meridionali. Da parte nostra dobbiamo cercare di essere vigili soprattutto nell'attuazione degli impegni che sono stati sottoscritti, non possiamo accettare che ci venga rimproverato, per esempio, che per quanto riguarda l'accordo di programma stipulato nel '91 le richieste della Regione siano state insufficienti rispetto agli accordi a suo tempo raggiunti.

Pertanto se è positivo ottenere una moratoria dei licenziamenti dei lavoratori delle aziende in crisi, moratoria peraltro richiesta da questo Consiglio regionale in occasione della discussione sulla crisi industriale, è necessario altresì diversificare anche la nostra attività, cercando di recuperare le risorse e qualificando la spesa del nostro bilancio regionale. Soprattutto però occorre aver ferma la consapevolezza che, come massima Assemblea elettiva e rappresentativa del popolo sardo, noi dobbiamo essere all'altezza di questo ruolo, cercando di interpretare i bisogni dei nostri cittadini e adoperandoci per soddisfarli.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Ortu. Ne ha facoltà.

ORTU (P.S.d'Az.). Non vorrei, signor Presidente, che le comunicazioni del Presidente della Giunta e le dichiarazioni degli esponenti dei vari Gruppi si trasformassero ancora una volta in un rito che viene consumato senza conseguenza alcuna.

Purtroppo il suo, signor Presidente della Giunta, non è il primo pellegrinaggio compiuto dai sardi nella sede del Governo romano alla ricerca di quelle soluzioni che innanzitutto in sé stessi dovevano ricercare e trovare. Lei si lamenta della lunga attesa, ma la sua è molto breve se vista nel quadro di una storia lunga, carica di delusioni, come quella di cui lei è stato protagonista. Il miracolo non si avvera ricercandolo laddove ci sono quei governi che il collega Merella non sa se considerare amici o nemici dei sardi.

Il suo è un dubbio, la nostra è una certezza: quei governi sono sempre stati e sempre saranno nemici dei sardi. Il Gruppo sardista già due anni or sono occupava l'aula lanciando un grido di allarme per tutto quanto già si profilava all'orizzonte e si manifestava chiaramente. Ma allora anche quell'azione, a cui seguirono l'occupazione dei municipi, delle sedi provinciali e altre manifestazioni, fu messa a tacere con un dibattito in Aula, con un ordine del giorno unitario che ha lasciato le cose così come stavano, permettendo alla crisi di avanzare inesorabilmente e di manifestarsi oggi in tutta la sua acutezza. L'impegno anche allora fu quello di attutire le spinte che venivano dai lavoratori e dagli amministratori comunali e provinciali; di smorzare le proteste. Nessuna iniziativa forte, determinata, di contestazione del Governo, dello Stato nemico dei sardi, fu portata avanti con decisione e convinzione. Così il degrado, la desertificazione sono continuati fino a oggi.

Quali strumenti nuovi sono stati messi in atto, quali nuove iniziative sono state assunte per chiarire questo rapporto di dipendenza, di subalternità che ancora incombe su quest'Aula e sugli amministratori della Regione sarda? Altro incontro, altro viaggio a Roma, altra promessa di altri ministri che verranno ancora a promettere, a sorriderci e ad augurarci buona fortuna, dicendo che la Sardegna è un'isola incantata. Si risponde ancora con un tentativo di mediazione, fungendo ancora una volta da ammortizzatori della protesta e del malessere, quasi che l'esperienza non fosse stata fatta e consumata nel tempo.

Qualcuno ha ricordato il "pacchetto Piccoli"; ma di befane e di papà Natale quanti ne sono arrivati promettendoci pacchi, pacchetti e pacchettini vuoti di contenuti reali, se è vero, come è vero, che tutta l'economia e non solo l'industria, ma anche l'artigianato e il turismo, diceva ieri l'Assessore del turismo, sono in crisi e devono recuperare una loro funzione. E' venuto l'onorevole Craxi e anche i Ministri dell'onorevole Andreotti ma i risultati non sono mutati nel tempo. Sono confronti quasi di tipo burocratico, senza carica morale e tensione politica, che non possono mutare il corso degli avvenimenti.

Avevano maggiore potere di contrattazione gli Stamenti di sua maestà il re di Spagna; quantomeno decidevano sulle tasse da versare alle casse regie. Contrattavano privilegi forse per poche classi, ma almeno contrattavano. Qui non si ha neanche questo potere, non si vuole acquisire questo potere di contrattazione. I rapporti tra le istituzioni dell'autogoverno dei sardi e lo Stato non si mettono in discussione, si pensa già alla prossima legislatura per parlare, discutere e decidere su quello che dovrà essere il nostro nuovo rapporto, il rapporto tra l'autogoverno dei sardi e la Repubblica italiana. Di questo non si intende parlare, si accetta la condizione, la continuazione della subalternità e della dipendenza e su questo piano siamo e saremo e sarete sempre perdenti.

E dell'impegno per la gassificazione del carbone, impegno assunto solennemente dal Governo dello Stato, che se ne è fatto? Non se n'è fatto nulla perché abbiamo dei Governi che non rispettano gli impegni assunti. Però gli studi che la Regione sarda aveva commissionato nel corso della precedente legislatura sono serviti altrove; in un'altra zona mineraria, infatti, nelle Asturie, in Spagna, con un contributo CEE si sta procedendo alla realizzazione degli impianti per la gassificazione del carbone, e l'ENEL che qui si rifiuta di realizzare gli impianti ha chiesto di divenire socio di quell'impresa. Il fatto è che altri hanno il potere di contrattare (e di ottenere) anche col mercato finanziario esterno all'Italia, col mercato estero e con le istituzioni della Comunità economica europea; noi non abbiamo questo potere, non abbiamo queste possibilità.

Questo chiarimento sui rapporti nuovi che devono intercorrere tra l'autogoverno dei sardi e la Repubblica italiana è ormai necessario, improcrastinabile. E' fondamentale e necessario per capire e affermare il ruolo, gli strumenti, i mezzi indispensabili per un vero autogoverno dell'Isola. Le delusioni nascono da questo. Siamo un parlamento senza poteri, siete un governo privo di strumenti e mezzi per governare l'Isola, e non li volete acquisire, non combattete per acquisirli.

E così la maggioranza si diletta in riforme e riformette che non servono a sciogliere i nodi che impediscono lo sviluppo dell'economia dell'Isola. Si promette ancora una volta il blocco dei provvedimenti, ma nelle miniere si licenzia e si continuerà a licenziare. Fino a quando durerà questa pazienza? Fino a quando, Catilina (o governo) abuserai della pazienza dei sardi, della nostra pazienza? Mi verrebbe voglia oggi, qui, di dire al Presidente della Giunta: occupiamo quest'Aula, facciamo occupare tutte le sedi istituzionali in Sardegna, chiamiamo i sardi a raccolta, blocchiamo i porti di Cagliari, Olbia, Porto Torres; mobilitiamo la gente. Ma ce l'avete questo coraggio? Noi siamo qui con voi per fare tutto questo, cacciamo i prefetti se è necessario fare questo, ma facciamolo.

Voi non avete il coraggio perché non credete nell'autogoverno dei sardi; questo è il vero problema. Voi siete ancora succubi e legati al vecchio sistema, siete raccordati a quella politica che altri fanno senza di noi e contro di noi, onorevole Merella. E' tempo di prendere decisioni coraggiose. Certo, neanche Don Abbondio poteva infondersi il coraggio se non lo aveva; spero che voi non siate dei Don Abbondio. Non sono più sufficienti e credibili i tavoli e tavolini dove si fa il gioco delle tre carte ma non si assumono impegni seri, concreti, credibili; le intese e i protocolli non ci bastano più perché non abbiamo la forza di farli rispettare finché non verrà avviato e portato a compimento un processo che deve partire da voi: il processo di liberazione dei sardi.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Mannoni. Ne ha facoltà.

MANNONI (P.S.I.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, a me viene sempre difficile affrontare un ragionamento su questi temi dopo la forza, l'enfasi che chi mi ha preceduto nella discussione ha conferito al suo intervento. Pertanto ci sarà, come spesso capita un abbassamento di tonalità: spero che questo non distragga del tutto l'attenzione dei colleghi presenti in aula.

E' palpabile oggi un senso di disagio in Consiglio regionale e sarebbe sbagliato non coglierlo; è un disagio, signor Presidente, che a me sembra nasca dalla difficoltà di esercitare quella difficile funzione di mediazione fra gli operai (quelli che occupano la miniera, quelli saliti nella ciminiera e quelli che non occupano niente ma sono ugualmente disoccupati e disperati) e il Governo che, alle richieste di difesa dell'occupazione e dello sviluppo, contrappone la questione dei vincoli di bilancio.

Ci troviamo tra l'incudine e il martello, potremmo dire, e non può che essere così perché è nostro preciso dovere farci carico dell'interpretazione e della rappresentazione di tutto il complesso dei problemi di lavoro e di sviluppo che riguardano l'Isola, trovando soluzioni concrete da proporre all'Esecutivo nazionale. Quindi si tratta di venir fuori da questo dilemma senza essere schiacciati tra incudine e martello ma interpretando a pieno il nostro ruolo di Assemblea rappresentativa degli interessi di base del popolo sardo.

D'altro canto però coloro che oggi vengono a proporre la marcia su noi stessi (perché l'aula del Consiglio regionale non dobbiamo occuparla ma ci appartiene finché vi sediamo in base a un mandato popolare e democratico) sono gli stessi che parlano dell'Europa con cui bisogna fare i conti, dell'Europa nuova, dell'Europa di Maastricht. Ma l'Europa di cui si sta parlando è il mercato; l'Europa di cui si sta parlando è quella che è fortemente dominata dall'economia competitiva di mercato e che avrà come riflesso irrinunciabile, incoercibile, quello di creare un assetto nuovo del sistema politico che sappia reggere il confronto. In questa Europa il sistema produttivo sardo è debole, è compresso, è quello che subisce i primi colpi.

COGODI (Gruppo Misto). E' quindi una questione di mercato.

MANNONI (P.S.I.). Non è una questione di mercato. Cogodi, ti prego, lascia che termini il mio discorso.

Noi non possiamo accettare questa logica. Il ruolo della politica qual è? E' quello di non abbandonarci da un lato ai vincoli, di non accettare passivamente i vincoli che ci vengono proposti né di manifestare la propria impotenza con atteggiamenti, come dire, di rivoluzionarismo oratorio. Dobbiamo ritrovare la funzione della politica, il ruolo della politica perché i vincoli posti dal risanamento finanziario dello Stato ci sono ma non per questo non devono essere discussi.

Certo, oggi porsi contro corrente rispetto alla linea dello smantellamento del sistema parassitario, quel tanto di parassitario e di assistenziale che c'è nelle Partecipazioni statali, sarebbe folle, come è però irragionevole parlare dell'industria di Stato come a un'esperienza negativa da cancellare totalmente, quando invece nel resto dell'Europa l'esperienza della grande industria pubblica italiana è stata vista e studiata dagli economisti più attenti come un'esperienza per larga parte anche interessante.

Il problema è pertanto quello di fare intervenire il ruolo della politica in questa fase di trasformazione profonda in cui anche la rivendicazione dei sardi si colloca in uno scenario diverso; fino a ieri la parola d'ordine era: rivendichiamo la conferenza delle partecipazioni statali. Vi ricordate? Questo è stato il leit-motiv della nostra politica per tanti anni, oggi sembrerebbe del tutto incongruo riproporlo con un sistema delle Partecipazioni statali che viene preso, per larga parte, smantellato e privatizzato. Il contesto era diverso, però, questo non vuol dire che sia venuto meno il ruolo della politica, perché in questa fase di ristrutturazione e di confronto col mercato europeo vi sono interessi che vengono colpiti e calpestati e che si devono organizzare e difendere, così come vi sono interessi che noi non condividiamo, di tipo puramente aziendale, thacheriano, reaganiano che vogliono lasciare alle leggi di mercato il compito di regolare i problemi delle comunità.

Io credo che nessuna elaborazione ideologica né liberale (e quando parlo di liberalismo intendo il liberalismo mondiale, europeo) né socialdemocratica può basare tutta la sua concezione sul libero dispiegarsi delle forze di mercato. Ecco perché allora la rivendicazione dei sardi rispetto al contesto attuale non può che essere quella di rivendicare il ruolo della politica e soprattutto quello della solidarietà.

La questione dell'articolo 13 qui torna in campo, cioè torna in campo un tema che è tradizionale per la cultura e la politica autonomistica in Sardegna: la questione dello sviluppo. La questione reale - ne facevano cenno il collega Pusceddu e il collega Cogodi - è che la Carta costituzionale fa carico al Paese, all'ordinamento, allo Stato, dello sviluppo della Sardegna; cioè gli fa carico non solo di approvare una legge di rinascita ma di garantire anche strumenti di difesa dello sviluppo.

Io avverto, sarà una mia impressione, un decadimento dei temi della rivendicazione dello sviluppo mentre grande interesse si nota per le questioni relative alle regole per la formazione della rappresentanza politica e alle garanzie del cittadino. Questi - è vero - sono problemi di grande importanza perché determinano riflessi sulla formazione della volontà politica e quindi sui programmi; però è anche vero che accantonando le tematiche dello sviluppo si perde di vista la rispondenza del nostro agire quotidiano come consiglieri in questo Consiglio agli interessi più immediati e più vivi della popolazione sarda, che sono quelli del lavoro e del soddisfacimento dei bisogni di una quantità enorme di emarginati.

In questa Sardegna ci sono infatti anche coloro che appartengono ad una sottoclasse (under class come la chiamano certi studiosi) priva di qualsiasi aggancio anche a quel poco di sviluppo che c'è. Ora l'interesse per questi problemi sta svanendo dalla nostra riflessione, perché stiamo concentrando la nostra attenzione sul Regolamento del Consiglio, che è molto importante, molto rilevante, o su altri problemi come la Commissione di garanti per controllare le spese elettorali, etc.

Insomma, riportiamoci alla ispirazione originaria della nostra esperienza politica, che è quella di rispondere agli interessi che ci hanno espresso. Quindi io che considero l'atteggiamento della Giunta nei confronti del Governo estremamente realistico, corretto e serio, avendo presentato una proposta che sta con i piedi per terra perché tiene conto del contesto in cui si colloca la rivendicazione, ritengo però che essa non debba essere l'espressione solitaria di una volontà di ripresa, di negoziazione, ma debba costituire la punta di uno schieramento più forte che deve trovare nell'Aula del Consiglio, nella espressione consiliare, il suo supporto più immediato e significativo. L'incontro con il Governo non è una questione di routine, è un evento di grande importanza, di grande rilievo che non può non essere accompagnato da una forte determinazione delle forze dell'autonomia proprio nel momento in cui nel Paese si va ridiscutendo la struttura dei poteri dello Stato.

Noi siamo convinti che sia necessario spingere il nostro autonomismo sino al federalismo, ma proprio per questo è necessario rafforzare la capacità del Governo (che è il massimo livello dello Stato) e del Parlamento di recuperare la politica di solidarietà e di riequilibrio a favore delle aree più deboli; altrimenti veramente la solidarietà sparirà e resterà solo una sorta di separatismo nordista, di cui qualcuno ha parlato, che è l'affermazione dell'egoismo e della sopraffazione sulle aree più deboli.

Cioè proprio in questo momento da parte delle Regioni a Statuto speciale e da parte della nostra in maniera particolare, deve pervenire la richiesta di osservanza da parte del potere centrale del dovere di solidarietà per promuovere quella rinascita prevista nell'articolo 13 dello Statuto. Questo, secondo me, è ciò che sta dietro la piattaforma, lo schema d'intesa che la Giunta ha portato al Governo e sul quale ha espresso un cauto ottimismo di cui si è fatto oggi portatore il Presidente. Quindi, noi incoraggiamo la Giunta ad andare avanti, ma allo stesso tempo auspichiamo un mutamento di atteggiamento: cioè che i problemi dello sviluppo e del lavoro ridiventino centrali nelle problematiche affrontato da questo Consiglio.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Dadea. Ne ha facoltà.

DADEA (P.D.S.). Presidente, penso sia quanto mai difficile esprimere un giudizio compiuto sia sull'incontro di Roma tra Regione-Governo-Sindacati, sia sulle reali volontà che stanno dietro l'atteggiamento del Governo, cioè sulla reale volontà del Governo di arrivare in tempi brevi a dare soluzione ai gravi problemi della nostra Regione.

Da qui penso che derivi il giudizio di un incontro sostanzialmente interlocutorio; soprattutto noi ci sentiamo di concordare sull'atteggiamento di cautela e di realismo manifestato non solo dalla Giunta regionale ma anche dalle organizzazioni sindacali all'indomani dell'incontro di Roma. Siamo tutti consapevoli che si è aperta una trattativa, che si è aperto un confronto, un confronto quanto mai complesso e soprattutto dagli sviluppi quanto mai incerti e dagli esiti imprevedibili.

Sarebbe quanto mai sbagliato se noi ci abbandonassimo ad un facile ottimismo o ancora peggio a enfatizzazioni assolutamente fuori luogo, oppure a un pregiudiziale catastrofismo. Penso che dobbiamo mantenere un atteggiamento di grande cautela, di grande realismo, ma anche di grande concretezza. Si può però riflettere su due aspetti che sono emersi dall'incontro di Roma. Il primo è quello legato al giudizio cautamente positivo che si può dare sul metodo che è stato individuato in quell'incontro, nel senso che la volontà che è stata manifestata perlomeno da uno o due Ministri, quella di aprire la trattativa e contestualmente stabilire la moratoria dei licenziamenti, e comunque della chiusura degli stabilimenti e delle fabbriche, è senz'altro un fatto positivo; come altrettanto positivo può essere considerata l'individuazione di tre tavoli di trattative tecnico-politiche nei quali affrontare le diverse questioni.

La moratoria sui licenziamenti naturalmente può essere un fatto positivo, ma ci preoccupa che sinora si tratti soltanto di una manifestazione di volontà limitata a due Ministri, il Ministro dell'industria e il Ministro del bilancio, e che ancora questa manifestazione di volontà non si sia tradotta in una volontà univoca dell'intero Governo con atti concreti e formali.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE FADDA ANTONIO

(Segue DADEA.) Se questo è il primo aspetto sul quale ci sentiamo di dare un giudizio cautamente positivo, sul metodo appunto, vi è un altro aspetto che però riveste grande preoccupazione ed anche grande allarme.

La sensazione che noi abbiamo è che non ci sia sufficiente consapevolezza nel Governo della gravità della situazione della nostra Isola, che non vi sia sufficiente consapevolezza dei gravissimi problemi che l'attanagliano, e soprattutto che non vi sia sufficiente consapevolezza della necessità di interventi tempestivi volti a dar risposte a questi problemi. Allora io penso che generi comunque un certo sconcerto l'atteggiamento di alcuni Ministri che sembrano voler ignorare da un lato la specialità istituzionale della nostra Isola, e dall'altro la specialità in negativo del nostro apparato produttivo ed industriale. C'è proprio l'ignoranza, nel senso di non conoscenza, da parte di alcuni Ministri sulla specialità istituzionale della nostra Isola.

Molti colleghi, per ultimo il compagno Mannoni, hanno sottolineato questo aspetto, e cioè che la solidarietà dello Stato nei confronti della nostra Regione è un valore che è sancito nella Carta costituzionale, che è sancito nel nostro Statuto, che è sancito nell'articolo 13 dove appunto si afferma che lo Stato, con il concorso della Regione, deve definire un piano di interventi volti alla rinascita economica e sociale della nostra Isola. Ecco, si ha la sensazione che non vi sia la conoscenza del valore costituzionale della solidarietà dello Stato nei confronti della nostra Isola, e del fatto che questa solidarietà debba tradursi in atti concreti da parte del Governo.

Ma genera sconcerto anche l'ignoranza, sempre intesa nel senso di non conoscenza, della specialità negativa che connota il nostro apparato economico industriale, cioè nel senso che, senza un robusto scheletro industriale nella nostra Isola non ci può essere veramente uno sviluppo duraturo; e soprattutto che in assenza di una attività e di un impianto industriale adeguato non ci possono essere alternative economiche e occupazionali capaci di determinare lo sviluppo adeguato della nostra Isola.

Io penso che questa connotazione ci differenzi sostanzialmente rispetto alle altre Regioni non solo del Meridione ma anche del Settentrione, nelle quali alla chiusura di una o due fabbriche si può supplire facilmente con delle attività alternative presenti nell'ambito di quelle stesse economie forti. Ecco perché un aspetto sul quale non possiamo transigere, ed è anche un quesito che poneva il presidente della Giunta nella sua comunicazione, è quello dei vincoli e delle compatibilità finanziarie. Noi non possiamo naturalmente ignorare che esistano dei vincoli e delle compatibilità finanziarie di cui dobbiamo tener conto, ma sarebbe assurdo accettare supinamente le imposizioni di questi vincoli, di queste compatibilità, perché nella nostra realtà avrebbero degli effetti assolutamente disastrosi.

Occorre inoltre evitare che il Governo assuma due pesi e due misure, superando in alcune realtà questi vincoli di carattere finanziario con estrema tempestività (come è avvenuto per la vertenza Olivetti e, proprio ieri, per la vertenza della Maserati) e considerandoli insormontabili invece in altre.

Io penso che noi non possiamo accettare vincoli di questo genere così come non possiamo accettare che una politica economica di tipo neoliberista venga attuata nel nostro Paese proprio quando nelle altre nazioni, gli Stati Uniti e la stessa Inghilterra, le politiche neoliberiste sono state assolutamente cancellate con un atteggiamento di forte impegno dello Stato nell'economia. Del resto, nei due casi sopra citati, il Governo italiano è riuscito ad individuare delle attività sostitutive per i lavoratori licenziati. Per questo penso che generino sconcerto alcune dichiarazioni pronunciate dal sottosegretario Fabbri e dallo stesso Reviglio. C'è un ricorso continuo a luoghi comuni che sono stantii.

Il sottosegretario Fabbri parla di economia dell'Est, quasi che noi chiedessimo un assistenzialismo improduttivo. Ritengo che dichiarazioni di questo genere siano fuori luogo e oltretutto offensive dell'intelligenza non solo delle istituzioni sarde, ma anche degli stessi lavoratori dell'Isola; così come genera sconcerto la proposta fatta dal ministro Reviglio per un nuovo piano strategico volto, sembrerebbe, a trasformare i sardi in un popolo di camerieri incentrando esclusivamente sul turismo le possibilità di sviluppo della nostra regione.

E' vero che è necessario definire un nuovo quadro strategico, un nuovo sviluppo che non sia ancorato soltanto alla monocultura industriale, perché anche qui c'è necessità di diversificare, ma non è accettabile che ci siano da parte di Ministri della Repubblica atteggiamenti e comportamenti improntati alla sufficienza, al pressapochismo e alla superficialità su questioni di questo tipo. Ecco, noi pensiamo che la Giunta abbia svolto un'iniziativa adeguata e quindi il nostro sostegno sarà leale e fattivo affinché essa diventi sempre più la guida, il punto di riferimento per l'intero movimento che si è creato a favore dello sviluppo e dell'occupazione della nostra Isola. Non bisogna naturalmente abbassare la guardia, è necessario tenere alta la mobilitazione e la tensione autonomistica.

L'ultima considerazione riguarda il ruolo che deve svolgere l'Assemblea regionale. Io penso che sia quanto mai sbagliato, improduttivo, alimentare una sorta di contrapposizione tra la necessità di approvare riforme istituzionali e la necessità di aggredire l'emergenza economica e occupazionale; ritengo infatti che esse siano le due facce della stessa medaglia, che ci sia cioè la necessità di incidere sulle riforme istituzionali perché così facendo si modifica il sistema politico e quindi si modifica anche il modo con cui si possono aggredire le emergenze economiche ed occupazionali. Quindi alimentare questa contrapposizione, questo antagonismo, non serve assolutamente a nessuno; lasciamo pure che lo faccia il presidente Amato. Io sono sicuro che la nostra Assemblea regionale saprà dimostrare, con i fatti, di essere la massima espressione del popolo sardo, ma soprattutto la massima espressione delle virtù del popolo sardo.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Sandro Usai. Ne ha facoltà.

USAI SANDRO (D.C.). Signor Presidente del Consiglio, signori consiglieri, onorevole Presidente della Giunta, noi non possiamo certamente fare a meno di condividere il giudizio di cauto ottimismo espresso dal Presidente della Giunta regionale, dico cauto per le motivazioni da lui chiaramente esposte in Aula, ma dico anche cauto perché l'assenza del presidente Amato e del ministro Barucci ha sminuito in un certo senso l'importanza dell'incontro e quindi ha posto qualche dubbio, viste le esperienze passate, sull'esito finale.

Però questo ottimismo esiste ed è connesso alla circostanza che quello di oggi è stato un incontro interlocutorio, così come è stato interlocutorio l'incontro del Governo regionale con il Governo nazionale, così come non può essere che interlocutorio questo dibattito, anche perché, tra l'altro, qualche tempo fa questo Consiglio ha dedicato il suo tempo a discutere a lungo sulla crisi industriale, concludendo con un ordine del giorno unitario. Noi certamente dobbiamo dare però al Consiglio, e tutto il Consiglio deve dare, la maggioranza e l'opposizione, al Governo regionale il suo pieno sostegno in questa azione, cioè un sostegno che potrà essere forse anche più puntuale se si troveranno i mezzi, i sistemi, i modi perché nei prossimi incontri sia presente anche una rappresentanza di questo Consiglio, visto che, lo dico senza polemica, a Roma è arrivata una carovana di 51 persone.

Non è vero, onorevole Cogodi, che non esiste da parte del Governo regionale e della maggioranza consapevolezza della gravità dei problemi e capacità di reazione. Non è infatti necessario né sufficiente urlare, occupare le piazze perché consapevolezza e capacità di reazione sussistano. Credo che sia da parte nostra più proficuo proporre soluzioni, per questo abbiamo proposto anche la piattaforma, lo schema di intesa Governo-Regine-Sindacati elaborato congiuntamente con le forze sindacali; è necessario che noi facciamo quanto ci spetta, quanto spetta a noi Consiglio in forza delle nostre competenze; non dobbiamo, come ha detto l'onorevole Mannoni, limitarci ad approvare riforme istituzionali, dobbiamo anche pensare a governare.

Io credo che questo Consiglio stia perdendo molto tempo in questi ultimi mesi a discutere su temi molto importanti, come le riforme istituzionali, e stia dedicando poco tempo alle riforme di carattere economico. La stessa manovra finanziaria in esame nelle Commissioni di merito sta dando vita a una discussione a mio giudizio abbastanza fiacca, non consona alla gravità del problema, non consona alle competenze che dobbiamo esercitare. Prima di rivendicare nei confronti del Governo nazionale una serie di competenze, noi stessi per primi dobbiamo trovare in questo Consiglio la capacità di proporre soluzioni nuove con i pochi mezzi che abbiamo a disposizione.

Certo, l'onorevole Cogodi parla anche di necessità di rompere i rapporti di subalternità che esistono tra la Regione e lo Stato, il Governo regionale e il Governo nazionale, ma io dico che questo superamento, questa rottura della subalternità non può avvenire con una semplice indicazione unilaterale. Non è sufficiente che noi diciamo: vogliamo fare questo, credo invece che questa nostra subordinazione politica e economica, debba essere superata innanzitutto con la fermezza dei comportamenti che il Governo regionale e noi come Consiglio stiamo manifestando e poi con la serietà delle proposte.

Non possiamo andare a trattare e pretendere di rompere questo vincolo con proposte velleitarie; dobbiamo ricordarci infatti che se la legge sul Piano di rinascita non è stata approvata dal Parlamento nella scorsa legislatura, questo è dipeso da nostre posizioni velleitarie, dalle posizioni assunte da alcuni nostri rappresentanti nel Parlamento nazionale tendenti a introdurre in questa legge strumenti operativi chiaramente in contrasto col sistema nazionale.

Se la legge di rifinanziamento del Piano di rinascita non è stata ancora approvata dal Parlamento buona parte delle colpe ricadono chiaramente sulla nostra rappresentanza politica. E' necessario che il Consiglio si mobiliti e noi saremo sicuramente mobilitati se ci impegneremo costantemente a fare il nostro dovere, a soddisfare anzitutto i bisogni della gente con le poche risorse che abbiamo, utilizzandole correttamente, non distribuendo dei contributi a pioggia, ma cercando di incidere per due o tre anni sui grossi problemi del comparto industriale e degli altri settori portanti della Sardegna.

Ricordandoci che il bilancio per il 1993 prevede una riduzione di circa il 38 per cento delle risorse destinate al comparto economico rispetto al 1992. Certo, anche per rispondere al collega Puligheddu, noi siamo disponibili alla lotta, anche a occupare le aule, se dovesse essere necessario, ma la lotta che noi intraprenderemo dipenderà molto da quei risultati finali che finora non si sono visti.

Io mi auguro che i risultati finali ci soddisfino ma certamente se non ci soddisferanno dovremmo concordare le azioni politiche che il Consiglio regionale potrà e dovrà assumere nei confronti del Governo nazionale, tenendo sempre presente - lo ripeto - che viviamo in una realtà diversa dall'anno passato, abbiamo un'Europa diversa e un'Italia diversa, e dobbiamo quindi tenere conto che siamo non più soltanto in Italia ma nell'Europa.

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare l'onorevole Presidente della Giunta.

CABRAS (P.S.I.), Presidente della Giunta. Molto brevemente, signor Presidente, colleghi del Consiglio, perché mi pare che in sintesi la volontà emersa dagli interventi sia quella di rinviare ad una valutazione più approfondita e fondata su più elementi, il giudizio definitivo e compiuto sulla vertenza appena iniziata. Ciononostante mi sembra necessario ribadire e sottolineare alcuni punti che sono stati ripresi dagli interventi testé pronunciati.

Come ho detto altre volte, non ci sono limiti a fare di più e ad agire con più forza, e credo che il corso degli avvenimenti ci metterà di fronte a situazioni nelle quali verificheremo fino in fondo dove inizia e dove finisce il coraggio, dove inizia e dove finisce la capacità di mobilitazione. Ritengo però che le lotte, quando si organizzano, debbano avere degli sbocchi, debbano concludersi con dei risultati, che possono anche essere non del tutto soddisfacenti, ma debbono essere dei risulti. Io invece intravedo nell'attività del movimento sindacale grandi difficoltà a riuscire a svolgere una funzione di coordinamento, come è emerso anche nelle attività di lotta promosse nelle settimane passate.

C'è quindi l'esigenza di discutere di più, di approfondire, di focalizzare meglio le questioni attorno alle quali vogliamo concentrare le rivendicazioni e le lotte di questo momento. Dobbiamo del resto anche tener conto del fatto che il nostro interlocutore, cioè lo Stato, sta attraversando anch'esso un momento di grande confusione, dimostrato dall'atteggiamento altalenante assunto su alcune importanti questioni come il Mezzogiorno, le Isole, le autonomie speciali, le questioni istituzionali. E allora, se abbiamo la consapevolezza che questi sono gli elementi che caratterizzano questa stagione, possiamo ribadire le cose che abbiamo sempre detto in questa sede, affrontando questi problemi.

Noi non abbiamo bisogno di posti di lavoro purché sia, noi abbiamo bisogno di posti di lavoro legati ad attività che producono ricchezza. I metodi usati per esempio alla Olivetti e alla Maserati in Sardegna non vanno bene, perché sono metodi che funzionano laddove a fianco di una attività che smette di produrre ci sono altre attività che continuano la produzione industriale, e ciò permette a coloro che prima lavoravano nel settore della produzione di automobili di finire, per esempio, nell'ufficio anagrafe del comune senza mettere in discussione l'apparato industriale della regione. Noi invece non possiamo accettare questo tipo di soluzione perché la Sardegna si trova in una situazione profondamente diversa dalla Lombardia e dal Piemonte, perché in Piemonte, quando la Olivetti espelle una grande quantità di lavoratori continua a esistere come continua ad esistere la FIAT, quindi all'interno delle stesse imprese continuano ad esserci settori che mantengono una certa attività produttiva.

In Sardegna, invece la chimica, la cartiera, le attività metallurgiche, anche se in questo momento attraversano un momento di crisi, non possono essere messe in discussione, perché se venissero messe in discussione noi non ci troveremo di fronte al problema di riconvertire un apparato industriale, bensì a quello di reinventarne uno nuovo; e un apparato industriale nuovo non si inventa dalla mattina alla sera. Questo è un elemento sul quale torno sempre e vorrei tornarci anche in seguito perché non può essere considerata una questione di riconversione purché sia, ma le attività che noi rivendichiamo devono essere mantenute in Sardegna e possibilmente allargate.

Certo si deve tenere conto di tutti i problemi che sono stati sollevati anche in questa sede, ma tutte le soluzioni devono rispondere a questa precisa condizione, diversamente noi rischieremo di trovarci ancora una volta in una regione con un sistema economico assolutamente disequilibrato e totalmente assistito. Del resto basterebbe osservare i dati della bilancia commerciale della Sardegna relativa agli anni '89 e '90, pubblicati qualche giorno fa, per scoprire che le uniche voci importanti in uscita, cioè relative a produzioni del nostro sistema industriale, sono la chimica prima di tutto e poi tutti gli altri settori legati all'attività industriale esistente oggi nell'Isola. Proviamo ad immaginare cosa succederebbe se improvvisamente tutto ciò dovesse venir meno.

Detto questo, io ribadisco che siamo solo ad una prima fase, ad un primo approccio, anche se ritengo che ci siano degli elementi di novità che nelle precedenti occasioni non ci sono stati. Sottolineo, soltanto per puntualizzarlo, che in precedenti occasioni, in incontri nei quali erano presenti tutti i responsabili della politica economica del Paese, i risulti sono stati quelli che sappiamo. Quindi ciò che conta è capire se il Governo nel suo complesso ha una reale sensibilità verso questi problemi, se il suo modo di accostarsi ad essi può essere da noi condiviso e cercare di portare a casa quei risultati che, anche se non del tutto soddisfacenti, ci possono consentire di continuare a lottare, perché se poi tutto scompare anche la lotta finisce per essere senza sbocchi.

Io credo che noi, in questo momento, dobbiamo semplicemente limitarci a valutare la sintesi delle cose che sono state dette questa mattina e che saranno dette nei prossimi giorni, ribadendo l'esigenza di una forte unità e di un forte sostegno alla nostra azione perché l'Italia è già abbastanza frantumata senza che continuiamo a frantumarci anche noi dentro la Regione Sardegna.

PRESIDENTE. Conclusa la discussione sulle dichiarazioni del Presidente della Giunta, relativa alla situazione occupativa sarda, convoco la Conferenza dei Presidenti di Gruppo per decidere sulla prosecuzione dei lavori.

(La seduta, sospesa alle ore 12 e 04, viene ripresa alle ore 12 e 26.)

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE FLORIS

Comunicazioni del Presidente

PRESIDENTE. I lavori del Consiglio riprenderanno lunedì 1° febbraio, con la seduta obbligatoria e proseguiranno il 3 febbraio, mercoledì, alle ore 17 per continuare nella giornata del 4, giovedì. Venerdì 5 e sabato 6 dovrebbe esserci la convention dei Consigli regionali d'Italia a Roma, quindi è parso opportuno interrompere i lavori del Consiglio per consentire ai colleghi di parteciparvi.

Onorevoli colleghi, noi abbiamo sentito stamattina le dichiarazioni del Presidente della Giunta regionale sullo stato di profonda crisi economica in cui versa la Sardegna e sullo stato dei rapporti tra la Regione e il Governo e abbiamo anche ascoltato e preso atto delle dichiarazioni e delle valutazioni che sono state espresse dai Gruppi di questo Consiglio. Il dibattito, credo, ci induce tutti quanti a riflettere sul ruolo del Consiglio regionale il cui contributo, come è stato detto in quest'Aula, è da considerarsi essenziale per la soluzione dei problemi. Una riflessione che dobbiamo fare con assoluta serenità insieme a quella sullo stato delle riforme che sono all'attenzione del Consiglio regionale.

Abbiamo tutti detto che è stata imboccata una strada che abbiamo ritenuto giusta, seppure complessa e difficile; è un percorso che, però, noi dobbiamo poter portare a temine nell'interesse della nostra comunità che, come abbiamo più volte sottolineato, non possiamo né dobbiamo deludere. Così come non dobbiamo deludere quanti, fuori da quest'Isola, hanno guardato e guardano con interesse al processo di cambiamento che la Sardegna e la Regione hanno avviato, ponendosi all'avanguardia come vero e proprio laboratorio politico istituzionale, nell'elaborazione di progetti per il rafforzamento dell'autonomia e della democrazia.

Facciamo in modo che le remore finora frapposte vengano superate perché altrimenti il nostro sistema istituzionale complessivo rischierebbe di essere un freno allo stesso sviluppo della Sardegna e alla nuova democrazia autonomistica. L'auspicio è che prima della prossima riunione del Consiglio regionale le forze politiche, i Gruppi e i singoli consiglieri, trovino quell'equilibrio necessario perché possano essere approvati i provvedimenti di riforma e quant'altro serva a restituire all'Assemblea la dignità e il ruolo che le compete.

La seduta è tolta alle ore 12 e 30.