Seduta n.291 del 09/11/1993
CCXCI SEDUTA
MARTEDI'9 NOVEMBRE 1993
Presidenza del Presidente FLORIS
INDICE
Disegni di legge (Annunzio di presentazione)
Mozioni (Annunzio) ...............
Mozioni Dadea - Ladu Leonardo - Manca - Casu - Cocco - Cuccu - Erittu - Lorelli - Pes - Pubusa - Ruggeri - Sardu - Satta Gabriele - Scano - Serri - Zucca sulle delicate questioni sollevate dalla pubblicazione degli elenchi degli iscritti alla Massoneria in Sardegna (152) e Cogodi - Morittu - Murgia - Salis - Urraci sulla libertàdi associazione con metodo democratico; sui diritti di conoscenza da parte dei cittadini degli ambiti di appartenenza dei candidati e dei proposti a funzioni politiche rappresentative; sulle garanzie di imparzialitàe correttezza nell'esercizio delle funzioni pubbliche (154). (Discussione congiunta):
DADEA ...................................
COGODI ..................................
LOMBARDO ..........................
LADU GIORGIO.....................
MARTEDDU ...........................
COCCO....................................
MEREU SALVATORANGELO
SERRA PINTUS .....................
Proposte di legge (Annunzio di presentazione)
La seduta è aperta alle ore 17 e 03.
MEREU ORAZIO, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del 7 ottobre 1993, che è approvato.
Annunzio di presentazione di disegni di legge
PRESIDENTE. Comunico che sono pervenuti alla Presidenza i seguenti disegni di legge:
"Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della Regione (Legge finanziaria 1994)". (434)
(Pervenuto il 2 novembre 1993 ed assegnato alla terza Commissione.)
"Proposta di bilancio per l'anno finanziario 1994 e di bilancio pluriennale per gli anni 1994-1996 (Legge di approvazione e stati di previsione)". (435)
(Pervenuto il 2 novembre 1993 ed assegnato alla terza Commissione.)
"Repressione dell'abusivismo nell'artigianato". (437)
(Pervenuto il 29 ottobre 1993 ed assegnato alla sesta Commissione.)
"Tutela ed orientamento del consumatore-utente". (438)
(Pervenuto il 29 ottobre 1993 ed assegnato alla seconda Commissione.)
Annunzio di presentazione di proposte di legge
PRESIDENTE. Comunico che sono pervenute alla Presidenza le seguenti proposte di legge:
dal consigliere Pau:
"Modifiche alla L.R. 22 agosto 1990, n. 40, concernente: 'Norme sui rapporti fra cittadini e l'amministrazione della Regione Sardegna nello svolgimento dell'attività amministrativa'". (433)
(Pervenuta il 28 ottobre 1993 ed assegnata alla prima Commissione.)
dai consiglieri Sanna - Tamponi - Oppi - Marteddu:
"Modifiche dell'art. 7, comma 4, della L.R. 3.6.75, n. 26, concernente: 'Costituzione, funzionamento e attività delle Comunità montane'". (436)
(Pervenuta il 29 ottobre 1993 ed assegnata alla prima Commissione.)
Annunzio di mozioni
PRESIDENTE. Si dia annunzio delle mozioni pervenute alla Presidenza.
MEREU ORAZIO, Segretario:
"Mozione Cogodi - Morittu - Murgia - Salis - Urraci sul rilancio e lo sviluppo della vertenza Sardegna; azione contestativa e pacchetto autonomistico". (149)
"Mozione Sanna - Tamponi - Corda - Carusillo - Tidu - Marteddu - Serra - Usai Sandro - Amadu - Atzeni - Atzori - Baghino - Deiana - Dettori - Fadda Paolo - Giagu - Lorettu - Manunza - Mulas Franco Mariano - Onida - Oppi - Piras - Satta Antonio - Sechi - Selis - Serra Pintus - Soro sul problema delle saline in Sardegna". (150)
"Mozione Ortu - Demontis - Planetta - Puligheddu - Serrenti sul mancato avvio dell'Agenzia regionale del lavoro". (151)
"Mozione Dadea - Ladu Leonardo - Manca - Casu - Cocco - Cuccu - Erittu - Lorelli - Pes - Pubusa - Ruggeri - Sardu - Satta Gabriele - Scano - Serri - Zucca sulle delicate questioni sollevate dalla pubblicazione degli elenchi degli iscritti alla Massoneria in Sardegna". (152)
"Mozione Cuccu - Dadea - Ladu Leonardo - Manca - Ruggeri - Satta Gabriele - Casu - Cocco - Erittu - Lorelli - Muledda - Pes - Pubusa - Sardu - Scano - Serri - Zucca sull'aggravamento della situazione dei comparti industriali della Sardegna". (153)
"Mozione Cogodi - Morittu - Murgia - Salis - Urraci sulla libertà di associazione con metodo democratico; sui diritti di conoscenza da parte dei cittadini degli ambiti di appartenenza dei candidati e dei preposti a funzioni politiche rappresentative; sulle garanzie di imparzialità e correttezza nell'esercizio delle funzioni pubbliche". (154)
Discussione congiunta delle mozioni Dadea - Ladu Leonardo - Manca - Casu - Cocco - Cuccu - Erittu - Lorelli - Pes - Pubusa - Ruggeri - Sardu - Satta Giorgio - Scano - Serri - Zucca sulle delicate questioni sollevate dalla pubblicazione degli elenchi degli iscritti alla Massoneria in Sardegna (152) e Cogodi - Morittu - Murgia - Salis - Urraci sulla libertàdi associazione con metodo democratico; sui diritti di conoscenza da parte dei cittadini degli ambiti di appartenenza dei candidati e dei proposti a funzioni politiche rappresentative; sulle garanzie di imparzialitàe correttezza nell'esercizio delle funzioni pubbliche (154)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione congiunta delle mozioni numero 152 e 154. Se ne dia lettura.
MEREU ORAZIO, Segretario:
Mozione Dadea - Ladu Leonardo - Manca - Casu - Cocco - Cuccu - Erittu - Lorelli - Pes - Pubusa - Ruggeri - Sardu - Satta Gabriele - Scano - Serri - Zucca sulle delicate questioni sollevate dalla pubblicazione degli elenchi degli iscritti alla Massoneria in Sardegna.
IL CONSIGLIO REGIONALE
PREMESSO che:
- la pubblicazione degli elenchi degli affiliati alla Massoneria ha evidenziato la presenza di un consistente numero di dipendenti del Consiglio regionale e dell'Amministrazione regionale;
- delicati uffici e servizi dell'Assemblea regionale sono diretti da affiliati alla Massoneria;
- l'Assemblea regionale, in data 5 maggio 1993, ha approvato la mozione n. 117 che, tra le altre cose, invitava il Presidente del Consiglio a chiedere ai consiglieri regionali e ai funzionari del Consiglio, una dichiarazione attestante la eventuale affiliazione alla Massoneria di qualsiasi osservanza;
- l'Assemblea regionale, in data 5 giugno 1992, ha approvato l'ordine del giorno sul potenziamento dell'attività del Consiglio regionale che dava indicazioni all'Ufficio di Presidenza di elaborare, entro 60 giorni dalla sua ricomposizione, un progetto di riordino e di potenziamento delle attività del Consiglio;
- in discussione non è tanto all'appartenenza alla Massoneria, che non si intende demonizzare o criminalizzare, quanto il principio della trasparenza che è condizione essenziale di una corretta dialettica democratica tra cittadini e istituzioni; non si può però sottacere che esiste, per i pubblici dipendenti, un problema di compatibilità tra gli obblighi di imparzialità e lealtà istituzionale, previsti dal pubblico impiego, e l'appartenenza ad associazioni riservate, quali la Massoneria e l'Opus Dei, che impongono particolari forme di obbedienza e vincoli di solidarietà;
RILEVATO che:
- il principio della trasparenza violato almeno in tre occasioni (Ufficio del Difensore civico, Ufficio Stampa e dichiarazione che sembrerebbe non veritiera di un consigliere regionale) non è stato ancora ripristinato;
- i contenuti della mozione n. 117 del 5 maggio 1993 "Sulla necessità di trasparenza circa l'appartenenza ad associazioni e… eventuale affiliazione alla Massoneria" sono stati, per quanto riguarda le disposizioni inerenti ai funzionari del Consiglio, a tutt'oggi, disattesi;
- le disposizioni dell'ordine del giorno n. 67 del 5 giugno 1992 "Sul riordino e sul potenziamento dell'attività del Consiglio regionale", sono state, sino ad ora, disattese;
- gli uffici del Consiglio regionale, per stessa ammissione del Collegio dei Capi Servizio, "versano da anni in condizioni di grande difficoltà operativa per grave carenza di organici, mancanza di coordinamento e di impulso, forti limiti nella certezza e legalità dei procedimenti, assunzione di determinazioni sbagliate,
impegna la Giunta regionale
a informare il Consiglio regionale e a rendere pubbliche le dichiarazioni dei funzionari e dei dirigenti dell'Amministrazione regionale e degli amministratori, dei dirigenti e dei funzionari degli Enti regionali;
invita il Presidente del Consiglio regionale
- a dare tempestiva attuazione ai contenuti della mozione n. 117 del 5 maggio 1993, richiedendo la dichiarazione di appartenenza ad associazioni che abbiano il vincolo della riservatezza, quali la Massoneria e l'Opus Dei, ai funzionari dell'Assemblea regionale;
- a dare attuazione ai contenuti dell'ordine del giorno n. 67 del 5 giugno 1992 sul riordino e sul potenziamento dell'attività del Consiglio e in particolare ad elaborare e a presentare al Consiglio, entro 30 giorni, un progetto di riordino e di potenziamento delle attività del Consiglio che risponda:
a) a criteri di efficienza, di trasparenza e di pubblicità delle decisioni;
b) alla esigenza di rafforzare, anche attraverso specifiche misure di riorganizzazione interna, le strutture umane e materiali necessarie per stimolare una più elevata produttività della attività ordinaria legislativa, di indirizzo e di controllo del Consiglio. (152)
Mozione Cogodi - Morittu - Murgia - Salis - Urraci sulla libertà di associazione con metodo democratico; sui diritti di conoscenza da parte dei cittadini degli ambiti di appartenenza dei candidati e dei preposti a funzioni politiche rappresentative; sulle garanzie di imparzialità e correttezza nell'esercizio delle funzioni pubbliche.
IL CONSIGLIO REGIONALE
PREMESSO che:
- la discussione in atto sulla Massoneria rischia di degenerare verso due opposti versanti:
a) la generica condanna di forme di libera associazione, opinabili, ma non di per sé riprovevoli, se e in quanto non costituiscano ostacolo all'esercizio dei diritti individuali e collettivi da parte di tutti i cittadini;
b) l'acritica difesa di ogni forma di adesione associativa, da intendersi sempre e comunque come fatto meramente "privatistico", e perciò di libero esercizio di libertà individuale, anche quando strettamente si connette o coincide con l'esercizio di funzioni pubbliche;
- la valutazione, in sede politica ed al livello delle istituzioni pubbliche, di detti fenomeni deve trovare fondamento e vincolo nella natura propria della politica, che è quella di adottare regole e di garantire l'esercizio dei diritti in modo effettivo ed imparziale per tutti i cittadini;
- devono, perciò, essere contrastate tutte le forme di strumentalità contingente ed essere nel contempo salvaguardate tutte le condizioni di corretto esercizio delle funzioni politiche, istituzionali, amministrative e professionali, con metodo e con finalità proprie del sistema democratico;
TUTTO CIO' PREMESSO
delibera
1) di adottare, attraverso precisa norma di legge, da approvarsi entro trenta giorni, il criterio della dichiarazione obbligatoria, e a pena di ineleggibilità, dell'intero novero di appartenenze associative di quanti si propongano candidati per l'esercizio di funzioni pubbliche rappresentative o per l'esercizio di attività di pubblico amministratore;
2) di ritenere nel buon diritto del singolo l'appartenenza ad ogni e qualsiasi associazione non vietata dalla legge, senza obbligo di dichiarazione alcuna, qualora la funzione pubblica esercitata sia mera esplicazione delle proprie qualità professionali, correttamente valutate ed obiettivamente riconoscibili in applicazione di norme generali e di garanzia dei diritti costituzionali;
3) di ritenere assoggettabile a valutazione critica, e perciò riconducibile all'obbligo di dichiarazione, tutte le posizioni funzionariali o funzionali nelle quali si esprimano momenti di discrezionalità nella valutazione dei fatti di amministrazione o di rapporto fiduciario fra nominati e titolari del potere di nomina; e perciò, per questa ipotesi, di porre in capo al titolare del potere di nomina la responsabilità e la congrua motivazione sull'eventuale incarico o permanenza nell'incarico di aderenti ad associazioni di qualsiasi natura, ovviamente lecita, o di esercenti altre attività oltre l'esplicazione della specifica funzione pubblica;
4) di valutare come lesive del rapporto di lealtà verso il Consiglio e verso l'opinione pubblica le dichiarazioni che si riscontrassero di carattere sostanzialmente reticente rese dai Consiglieri regionali circa la propria appartenenza alla Massoneria; di invitare conseguentemente a rassegnare le dimissioni agli incarichi interni di Consiglio coloro che versino in tale condizione;
5) di richiedere alla Presidenza del Consiglio di riferire in Aula, comunque entro 15 giorni, qualunque sia il grado di istruttoria delle diverse questioni, circa l'ipotesi di riorganizzazione complessiva degli uffici e dei servizi del Consiglio regionale;
6) di invitare la Giunta regionale a riferire al Consiglio, entro 15 giorni, sullo stato di attuazione della normativa vigente in materia di uffici e di procedure sulla trasparenza, con le indicazioni delle ragioni ritenute valide per l'ipotesi di non adempimento e delle misure anche sanzionatorie che si propongono per l'ipotesi di mera omissione di atti dovuti;
7) di prevedere una specifica disciplina di legge, da adottarsi entro 30 giorni, sulla decadenza dai pubblici uffici regionali, politici ed amministrativi, qualora i preposti all'attuazione delle leggi e dei deliberati consiliari non diano valida dimostrazione dell'impossibilità di adempiere. (154)
PRESIDENTE. Comunico che, a seguito dell'invito rivolto dal Presidente del Consiglio ai funzionati referendari sulla base della mozione numero 117 approvata dal Consiglio in data 5 maggio 1993, la dichiarazione è stata resa da 32 funzionari su 33, un funzionario è assente dal servizio da lungo tempo, hanno risposto i 5 professionisti dell'Ufficio Stampa, il pubblicista e l'addetto stampa del Presidente.
Dichiaro aperta la discussione congiunta delle mozioni.
Ha facoltà di parlare uno dei presentatori della mozione numero 152.
DADEA (P.D.S.). Signor Presidente, colleghi consiglieri, a distanza di appena sei mesi dall'impegnato dibattito consiliare, la questione della penetrante presenza in Sardegna delle associazioni che hanno il vincolo della riservatezza e della segretezza, quali la Massoneria, si ripropone in tutta l'attualità e complessità. Due fatti nuovi hanno riportato all'attenzione dell'opinione pubblica, delle forze politiche istituzionali, il tema dell'influenza delle associazioni massoniche in decisivi settori della società sarda, nelle istituzioni, nella pubblica amministrazione, in particolare ai vertici della burocrazia del Consiglio regionale e dell'amministrazione regionale. Il primo fatto nuovo è la pubblicazione sui quotidiani sardi di una parte degli elenchi degli iscritti alla Massoneria in Sardegna; il secondo è l'avvio di alcune inchieste giudiziarie che, indipendentemente dalle conclusioni a cui perverrà la Magistratura, alla quale riconfermiamo e rinnoviamo la più ampia fiducia, sembrano delineare una non casuale sinergia tra appartenenza alla famiglia massonica, gestione di un ente regionale e realizzazione di importanti opere pubbliche. Se la pubblicazione degli elenchi ha aperto uno squarcio su un mondo sino ad ora avvolto, salvo rare eccezioni, da una impenetrabile segretezza, la sua parzialità e incompletezza sollevano delicati interrogativi ed alimentano nuovi sospetti, soprattutto per l'esigua presenza negli elenchi di alcuni settori da sempre sospettati di contaminazione massonica: il mondo della politica, le forze armate, la stessa Magistratura. Se uno squarcio di luce è meglio di una oscurità totale, hanno certo ragione quanti affermano che una mezza verità può essere peggio che nessuna verità. Ecco perché l'operazione trasparenza avviata dal Consiglio, con l'approvazione della mozione numero 117, deve essere portata a compimento senza tentennamenti ed inaccettabili timidezze.
A questo riguardo, penso sia opportuno eliminare qualsiasi equivoco sui contenuti della mozione numero 117. Il nostro intendimento non era e non è quello di schedare o di limitare la libertà di associazione di chicchessia; a noi non interessa conoscere l'iscrizione dei funzionari del Consiglio e dell'amministrazione regionale, ad associazioni politiche, culturali, assistenziali o di promozione economica. L'esigenza è quella di conoscere - questo sì - l'affiliazione ad associazioni che contemplino il vincolo della riservatezza e della segretezza, null'altro. Tanto è vero che, nella mozione presentata dal Gruppo del Partito Democratico della Sinistra, la richiesta è inequivocabile e non si presta a nessuna mistificazione. Pubblicare che un massone è iscritto alla Massoneria non è un fatto che ne lede la reputazione, a meno che non si pretenda di ritenere lesiva la pubblicazione solo perché il sodalizio massonico prevede la riservatezza e la segretezza dell'affiliazione. Paradossalmente, proprio la pubblicazione parziale degli elenchi rende ancora più necessario reiterare - sappiamo che la Giunta lo ha già fatto - la richiesta agli organi di governo della Massoneria, e forse non solo agli organi di governo della Massoneria, perché essi stessi si facciano promotori della pubblicazione integrale degli elenchi dei propri affiliati. Sarebbe, infatti, un atto meritorio nei confronti dei tanti massoni onesti e disinteressati che niente hanno a che vedere con il mercato delle promozioni, delle carriere e degli affari e che hanno a cuore la sopravvivenza degli ideali massonici. La pubblicità degli affiliati servirebbe anche da un lato a smascherare i non pochi millantatori, e dall'altro consentirebbe di diradare quel clima di sospetto che finisce per coinvolgere tutti. La segretezza degli iscritti alla Massoneria alimenta il sospetto che può colpire chi massone non è e aiutare invece i veri fratelli. Proprio l'assenza di trasparenza e di pubblicità consente di utilizzare il sospetto di appartenenza alla Massoneria come strumento di denigrazione personale e di lotta politica, sospetto che si alimenta proprio grazie alla segretezza che rende non confutabile il sospetto stesso. Ma i due fatti nuovi, la pubblicazione degli elenchi e l'avvio di alcune indagini giudiziarie, sollevano ulteriori rilevanti interrogativi che non possono essere ignorati dall'Assemblea regionale e dalla Giunta regionale e che anzi devono essere oggetto di un'ulteriore attenta riflessione, ma anche di iniziative nette, limpide, inequivocabili. L'affrontare questioni così delicate e complesse impone a tutti noi un alto senso di responsabilità, grande spirito di tolleranza e il massimo rispetto delle altrui posizioni. Per questo voglio subito sgomberare il terreno dal sospetto che, dietro l'iniziativa del Gruppo consiliare del Partito Democratico della Sinistra, si possa nascondere la volontà di alimentare una sorta di caccia alle streghe, come qualcuno ha ripetutamente riproposto in questi giorni, che voglia alimentare un clima di intolleranza e di discriminazione e riesumare un anacronistico spirito maccartista. E' ben lungi da noi il pensiero di guardare agli elenchi degli affiliati alla Massoneria come ad una sorta di proscrizione. Sarebbe infatti veramente paradossale se proprio chi, come noi, ha subito sulla propria pelle, per decenni, una pervicace volontà discriminatoria, potesse farsi paladino oggi di iniziative tese a limitare i diritti soggettivi dei cittadini o a mettere in discussione le fondamentali garanzie riconosciute dalla nostra Costituzione in materia di libertà di associazione. In discussione, lo abbiamo ripetuto più volte in questi giorni e in queste settimane, non è tanto l'appartenenza alla massoneria Massoneria, né tanto meno il giudizio storico su questa associazione, che nessuno ha inteso o intende demonizzare o criminalizzare, quanto il principio della trasparenza che è condizione essenziale di una corretta dialettica tra cittadini e istituzioni.
L'iniziativa politica e istituzionale del Gruppo del P.D.S. tende a porre al centro una questione di grande rilevanza e di alto significato: il principio della trasparenza quale elemento essenziale e fondante dell'ordinamento democratico. Siamo, infatti, profondamente convinti che tutto ciò che non è trasparente, tutto ciò che non è visibile o direttamente percettibile, tutto ciò che è oscuro, non è democraticamente controllabile. Esiste infatti, come ha sottolineato Norberto Bobbio, un nesso inscindibile tra democrazia e trasparenza, tra controllo democratico e assenza di trasparenza, tra controllo democratico e assenza di segretezza; tra principio della visibilità del potere e non occultamento della relativa appartenenza. Mi domando e vi domando: ma pensiamo sia veramente possibile rinnovare la politica, rifondare i partiti senza che, alla base, vi sia un intellegibile processo di trasparenza e di visibilità democratica? Ma come pensiamo di poter ridare credibilità alle istituzioni e legittimità ai partiti e ai movimenti, senza che noi, per primi, ci impegniamo nella costruzione di una democrazia e di una società in cui il principio della trasparenza sia lo strumento per la valutazione e il controllo democratico dei pubblici amministratori, dei pubblici dipendenti e dei titolari delle cariche elettive? Come si può continuare a ignorare che l'affermazione concreta del principio della trasparenza è diventata un'esigenza ineludibile e non più rinviabile per la stessa organizzazione massonica se è vero che, proprio su questo tema, si è determinata al suo interno una profonda divaricazione che ha portato, con le dimissioni del Gran Maestro Di Bernardo, a una clamorosa scissione. E non appare secondario il fatto che la scissione di Palazzo Giustiniani si è consumata proprio sul terreno della necessità di una rifondazione della Massoneria che consenta di riportare questa organizzazione - sono parole di Di Bernardo - nell'alveo della regolarità e della legittimità.
Come non concordare con lo stesso ex Gran Maestro quando testualmente afferma: "E' anacronistica questa ossessione della riservatezza. Credo che ormai esistano tutte le condizioni per una piena trasparenza". E ancora prosegue: "Le prevenzioni contro la Massoneria sono conseguenti proprio alla poca trasparenza". E sono proprio l'assenza della trasparenza e il persistere della segretezza che creano le condizioni per la nascita delle logge deviate e per le tentazioni che hanno trasformato la Massoneria italiana in un grande contenitore per i comitati d'affari e, nel caso della loggia P2, in una struttura eversiva. Queste contraddizioni sono riesplose con l'inchiesta portata avanti dal giudice Cordova che ha messo in luce situazioni inquietanti, specie in Sicilia e in Calabria, dove l'intreccio mafia e Massoneria, seppure Massoneria spuria, si è trasformato in un'autentica emergenza democratica. E' da stolti non capire che la stessa sopravvivenza degli ideali massonici e della stessa Massoneria, che vanta una nobile tradizione e che ha svolto un ruolo importante nella costruzione dello Stato unitario, sono legate alla sua capacità di rinnovarsi e di assumere, nel concreto, il principio della trasparenza e della pubblicità. Ma la pubblicazione degli elenchi degli affiliati suscita interrogativi e pone quesiti che impongono risposte meditate e indilazionabili. Non si può infatti sottacere che esiste, per i pubblici dipendenti, un problema di compatibilità tra gli obblighi di imparzialità e di lealtà istituzionale previsti dal pubblico impiego e l'appartenenza ad associazioni riservate o segrete, quali la Massoneria, che impongono particolari forme di obbedienza e stretti vincoli di solidarietà. Le deviazioni dal corretto servizio dei pubblici poteri, che l'adesione a tali organizzazioni ha comportato e tuttora comporta, sono in larghissima parte tuttora sconosciute proprio per la segretezza che circonda l'attività di tali organismi, ma risultano indirettamente visibili attraverso gli squarci di luce che, di tanto in tanto, le inchieste giudiziarie aprono. E' ad esempio ben noto che, in alcuni settori delicati della nostra società e in alcuni uffici e servizi pubblici, come ad esempio la sanità, ma non solo, l'affiliazione alla Massoneria costituisce sovente una condizione imprescindibile per poter aspirare a posti di responsabilità. Molto spesso l'unica concorrenza è quella tra le logge. Identici fenomeni degenerativi si verificano in innumerevoli settori della vita pubblica ed incidono nello svolgimento dei rapporti d'impiego, nell'espletamento di gare d'appalto da parte degli enti pubblici, nelle scelte di pubbliche amministrazioni in relazione a concessioni edilizie, politica del territorio, scelte urbanistiche, funzionamento complessivo della pubblica amministrazione. Nel campo della giustizia, furono nel passato anche recente rinvenute tracce evidenti di infiltrazione massonica ai massimi vertici dell'istituzione giudiziaria, e ne fanno fede decisioni storiche del Consiglio superiore della Magistratura, visto che l'adesione ad associazioni clandestine occulte, o che siano vincolate dal vincolo della riservatezza, può in realtà compromettere la stessa imparzialità del giudice. Ma ciò che desta inquietudine è che la situazione attuale è ben lungi dall'essere conosciuta, anche dopo la pubblicazione parziale degli elenchi, per l'estrema riservatezza da cui l'affiliazione viene circondata, specie quando essa riguarda fratelli che rivestono nella società posizioni di potere particolarmente importanti. Si potrà obiettare che queste considerazioni sono valide per le associazioni occulte o segrete, ma non per la Massoneria ufficiale. Senza addentrarmi in una disputa giuridica che non mi compete sull'impatto dell'associazionismo massonico sul funzionamento dei pubblici poteri, ai sensi dell'articolo 18 della Costituzione e della legge numero 17 dell'82, meglio nota come la legge Spadolini-Anselmi, mi sembra che si possano fare delle considerazioni molto elementari, da profano. Se, infatti, riflettiamo sulle caratteristiche dell'ordinamento giuridico della Massoneria, analizzando le diverse costituzioni massoniche e i diversi tipi di giuramento massonico, se ne può dedurre: primo, un rapporto di subordinazione gerarchica del massone di grado superiore, con conseguente vincolo a rispettare le direttive del capo loggia; secondo, un vincolo di solidarietà tra massoni all'esterno dell'associazione massonica; terzo, un obbligo di segretezza in ordine a dati rapporti; quarto, il rifiuto della giustizia "profana", a favore della giustizia massonica, riguardo ai rapporti di lite tra massoni.
In base a queste schematiche considerazioni, per la qualificazione dell'ordinamento massonico, l'affiliazione a una loggia determina una incompatibilità di status tra la qualità di iscritto alla loggia e la qualità di dipendente pubblico o di politico eletto a cariche elettive. Problemi altrettanto delicati comporta il doppio status di affiliato alla Massoneria e di eletto nelle assemblee parlamentari e consiliari. Infatti, se il rapporto di rappresentanza politica è alterato da un vincolo associativo come quello di tipo massonico, per la trasversalità e i vincoli esistenti tra i diversi affiliati, nonostante la diversa militanza politica, il principio di democraticità alla base dell'ordinamento viene ad alterarsi profondamente. Il cittadino crede di votare il democristiano, il socialista, il pidiessino e così via e, invece, finisce per votare in concreto a favore di un polo di orientamento politico esterno ai vari partiti e sfuggente al controllo politico democratico.
Queste considerazioni portano alla conclusione che l'intera materia debba essere normata attraverso una legislazione specifica. Sono stati presentati già diversi progetti di legge in Parlamento; il Gruppo consiliare del P.D.S. ha riproposto, integrata e ampliata, una proposta di legge già presentata nella scorsa legislatura, in materia di norme dirette a garantire, contro possibili interferenze di associazioni segrete e occulte, l'imparzialità e la trasparenza dell'azione della Regione, dei suoi organi e dei suoi rappresentanti. Di questa proposta di legge, signor Presidente, chiediamo formalmente, ai sensi dell'articolo 100 del Regolamento, la fissazione del termine di 30 giorni per l'esame da parte della Commissione competente.
Voglio subito chiarire che l'esigenza di una normativa specifica non deve comportare alcuna limitazione ai diritti soggettivi di associazione dei cittadini, ma riteniamo debba implicare la pubblicità delle proprie scelte associative, solo ed esclusivamente per quanto attiene le associazioni che contemplino il vincolo della segretezza e riservatezza. E' da queste considerazioni che, all'indomani della pubblicazione degli elenchi degli affiliati alla Massoneria, è nata l'iniziativa istituzionale del Gruppo consiliare del P.D.S. Voglio ribadire ancora che non c'è nessuna volontà persecutoria, nessuna esposizione al pubblico ludibrio, nessuna volontà di criminalizzare e demonizzare alcuno, ma tutto questo non significa tacere sulle delicate questioni che la pubblicazione degli elenchi ha sollevato. Sono convinto che non potesse passare sotto silenzio il fatto che un consistente numero di dipendenti del Consiglio regionale e dell'Amministrazione regionale risulti, almeno da quanto è stato pubblicato, iscritto alla Massoneria; che settori nevralgici dell'apparato burocratico del Consiglio e dell'amministrazione regionale vedano una penetrante presenza di affiliati alla Massoneria; che lo stesso ufficio deputato alla trasparenza, l'ufficio del Difensore civico, sia coordinato da un funzionario che risulta, da quanto è stato pubblicato, iscritto alla Massoneria, così come ben quattro giornalisti su sei dell'Ufficio Stampa del Consiglio. Così come ritengo non si potesse sottacere la constatazione che tra gli iscritti sembrerebbe esserci il nome di un consigliere regionale che, appena qualche mese fa, aveva dichiarato la non appartenenza alla famiglia massonica e che, grazie alla presentazione della nostra mozione, avrà modo - ci auguriamo - nel corso del dibattito di chiarire la sua posizione, e quindi di fugare qualsiasi dubbio. Questi delicati problemi abbiamo voluto sottoporre all'attenzione del Presidente del Consiglio, con la lettera inviatagli il 10 di ottobre. Abbiamo atteso invano, signor Presidente del Consiglio, la sua risposta. Dopo di che, trascorsi venti giorni, ci è sembrato giusto e corretto utilizzare l'unico strumento consiliare, la mozione, che ci consentisse di coinvolgere su questi delicati problemi l'intero Consiglio regionale.
E' con grande rammarico che sono costretto ad esprimerle, signor Presidente del Consiglio, la nostra profonda delusione per l'atteggiamento da lei tenuto su tutta la vicenda. Siamo rimasti delusi dal suo silenzio su una vicenda che ha investito pesantemente il Consiglio regionale e il suo stesso funzionamento. Siamo rimasti delusi dalla sua inerzia, siamo rimasti delusi dal ritardo con cui ha voluto ottemperare ai contenuti della mozione numero 117, che la invitava a richiedere ai funzionari del Consiglio regionale la dichiarazione di appartenenza alla Massoneria, richiesta che è stata inoltra solo dopo la presentazione della mozione del Gruppo consiliare del P.D.S., del 29 ottobre 1993. Sono sicuro, signor Presidente, che non mancherà di chiarire al Consiglio le motivazioni del suo comportamento, ma se la motivazione del ritardo fosse legata ai contenuti del parere espresso dall'Avvocatura dello Stato, sollecitato da un quesito richiesto dal Segretario generale, allora si porrebbero delicate questioni che attengono all'autonomia e alla sovranità del Consiglio regionale. Sarebbe molto grave se la volontà dell'Assemblea regionale, espressa con l'approvazione della mozione, fosse stata sottoposta al parere preventivo di un organo di derivazione statale, qual è l'Avvocatura dello Stato, se l'inequivocabile volontà del Consiglio fosse stata subordinata al parere di un organismo in cui forte sembrerebbe l'influenza degli affiliati della Massoneria. Sono sicuro, signor Presidente, che su queste delicate questioni che attengono alla sovranità e all'autonomia del Consiglio, di cui le è il massimo garante e custode, saprà dare esaurienti e motivate risposte.
Una considerazione a parte meritano le dichiarazioni del Difensore civico, il dottor Giovanni Viarengo. Abbiamo letto non senza incredulità le parole del dottor Viarengo contenute in un'intervista rilasciata al quotidiano "La Nuova Sardegna", in merito alla sostanziale ininfluenza della presenza, in qualità di coordinatore del personale assegnato all'ufficio del Difensore civico, di un funzionario del Consiglio il cui nome è comparso negli elenchi degli affiliati alla Massoneria. Ho ritenuto giusto e corretto esprimere, a nome del Gruppo del P.D.S., al dottor Viarengo, attraverso una lettera personale, il nostro stupore per il contenuto delle sue dichiarazioni e ho sottoposto alla sua attenzione l'eventualità di una sua precisazione che fugasse qualsiasi incomprensione, senza che tutto questo potesse suonare come una sorta di dichiarazione di sfiducia nei suoi confronti. Il dottor Viarengo ha ritenuto di rendere pubblica quella lettera, accompagnandola ad una sua risposta che, solo per conoscenza, era indirizzata al Capogruppo del Partito Democratico della Sinistra. La nostra valutazione sul comportamento del Difensore civico la affidiamo interamente alle parole di commento espresse sul quotidiano "La Nuova Sardegna" dal dottor Enrico Dessi, giudice anziano del Tribunale civile di Cagliari e responsabile regionale dell'Associazione nazionale dei magistrati. "Trovo inconcepibile - afferma il dotto Dessi - che nell'ufficio del Difensore civico regionale, l'istituzione deputata alla trasparenza, ci sia una persona legata ad un potere ancora occulto come la Massoneria. Con tutto il rispetto - conclude il magistrato - trovo grave e inconcepibile che il dottor Giovanni Viarengo ritenga il fatto ininfluente e neutro solo perché lui ha fiducia nella persona".
Un'ultima considerazione, prima di avviarmi alla conclusione. Mentre sono certo che, durante il dibattito consiliare potranno emergere differenziazioni, anche marcate, sulla funzione e sul ruolo che la Massoneria può continuare ad assolvere in una società democratica che non richiede più l'occultamento della propria appartenenza - sono sicuro che, di fatto, sul giudizio storico sulla Massoneria non ci siano differenziazioni - sono invece fermamente convinto che il Consiglio concorderà sull'aspetto cruciale, sul nodo essenziale che sottende all'intera vicenda, il principio della trasparenza. La trasparenza è la precondizione, il prerequisito per qualunque processo di rinnovamento della società, di rinnovamento della politica, di riforma delle istituzioni, di rivitalizzazione dei partiti, di riforma della pubblica amministrazione. Non vi può essere vero cambiamento e reale rinnovamento senza che si affermi, nel concreto, il principio della trasparenza, senza che si realizzi, nella prassi quotidiana, il nesso inscindibile tra democrazia e trasparenza.
Questa seduta del Consiglio e il dibattito che seguirà saranno, ne sono certo, un contributo importante per l'affermazione di questo insospettabile principio di democrazia.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare uno dei presentatori della mozione numero 154.
COGODI (Rinascita e Sardismo). Dicono alcuni colleghi, signor Presidente e altri colleghi, che il mio ruolo è difficile, perché dovrei, a questo punto, apparire moderato. Siccome moderato non sono, mi sarà molto difficile apparirlo, e dirò esattamente qual è l'intendimento preciso della mozione che il Gruppo Rinascita e Sardismo ha presentato sull'argomento, senza circonlocuzioni, senza fughe, né in avanti né a lato. Intanto mi corre l'obbligo di richiamare l'attenzione del Consiglio su un fatto, che non è solo procedurale, ma è anche politico. Figurano nell'ordine del giorno di questa tornata consiliare - basta leggere l'elenco che è affisso - diversi argomenti importanti; principalmente figurano due mozioni, una mozione presentata dal Gruppo Rinascita e Sardismo sulla vertenza Sardegna, in data 7 ottobre, che figura al settimo posto nell'ordine degli argomenti, e una mozione sulla Massoneria, presentata il 29 ottobre, cioè 22 giorni dopo, che figura al primo posto.
Io non intendo fare una graduatoria di valore fra cose ugualmente importanti; semplicemente constato che i temi della vertenza Sardegna, cioè i problemi di chi lavora, di chi opera, di chi non va a scuola, di chi si pone il problema di come campare, in questa società civile, in questa società politica, vengono dopo, quando dovrebbero venire prima, almeno per l'ordine cronologico con il quale il Consiglio regionale viene sollecitato a occuparsi dei problemi. Ma chi comanda fa legge, e io ho sempre accettato il principio,che a fare legge in democrazia sono le maggioranze, e la maggioranza ha voluto che l'argomento principe da sottoporre innanzitutto all'attenzione del Consiglio fosse sempre, comunque e ancora la Massoneria. Ciò detto, io ritengo ugualmente che l'argomento sia di tanta rilevanza e di tanta delicatezza che valga la pena o il tanto - spero non sia una pena - che il Consiglio se ne occupi, che se ne occupi bene, produttivamente, parlando chiaro, decidendo cose che si capiscano, perché oltre ai riti massonici ci sono anche i riti propri della politica che non si fa mai capire, in cui si dice una cosa e il suo contrario, e non si fa una sintesi. E non si comprende, per esempio, se un impiegato pubblico affiliato alla Massoneria, possa o non possa fare l'impiegato pubblico. Ancora io non l'ho capito. Per questa ragione, noi abbiamo compiuto uno sforzo - faccio una premessa e poi passerò ad illustrare rapidamente la mozione - per tentare di dare un ordine alle cose, per tentare - non dico che ci siamo riusciti in questa nostra esposizione, né che ci riusciremo - di rimettere le cose con i piedi per terra e la testa sul collo, fare quello che si deve fare, ma farlo davvero, eliminare questa cortina fumogena, questa incomprensibilità del linguaggio per cui non si capisce davvero che cosa si intenda.
Io ho sempre parlato chiaro, noi abbiamo chiesto quello che ci è parso giusto chiedere; chiediamo le dimissioni della Giunta regionale perché non è capace di governare la Regione, e diciamo, dal nostro punto di vista, il perché - chi sostiene la Giunta regionale lo fa perché la reputa capace di governare la Regione, e dal suo punto di vista dice i suoi perché - così come, non è un mistero, non siamo neppure soddisfatti di come funziona il Consiglio regionale e ne attribuiamo la responsabilità anche alla direzione di Consiglio, però non cogliamo argomento da fatti altri per chiedere le dimissioni del Presidente del Consiglio. Quando abbiamo ritenuto che il governo dell'Assemblea o il funzionamento stesso del Consiglio non fossero tali da garantire o da soddisfare i bisogni di un'Assemblea rappresentativa come questa, abbiamo presentato ordini del giorno e mozioni. Abbiamo chiesto all'Ufficio di Presidenza, al governo interno del Consiglio, che si applichi a riorganizzare nell'insieme le strutture del Consiglio medesimo, senza chiedere di passare per cunicoli vari, attraverso cui raggiungere surrettiziamente altri obiettivi. Noi siamo convinti che questa discussione debba essere affrontata perciò senza battute ad effetto, che debba svolgersi nel massimo rigore e nella massima responsabilità e che debba approdare a conclusioni. E a conclusioni si deve pur approdare, perché delle cose di cui si tratta, ne parla e ne tratta il Consiglio regionale nella sua massima responsabilità, ne tratta l'opinione pubblica e gli effetti che già ne derivano sono di grande rilevanza. Vi sono intanto degli effetti pratici e vi sono degli effetti che attengono a questioni di principio. Quanto agli effetti pratici, ben si comprende che noi trattiamo di questioni che incidono fortemente, pesantemente nella condizione personale, professionale, di lavoro e - aggiungo - di serenità di vita di persone, pubblici dipendenti e pubblici amministratori. E siccome, in questo mondo e in questa società, non tutte le persone sono chiamate a svolgere esattamente gli stessi ruoli e le stesse funzioni, bisognerà pure che ognuno si assuma la propria responsabilità, perché le funzioni sociali non sono identiche e quindi anche l'ambito delle responsabilità non può essere assimilato.
Vi sono poi degli effetti di ordine politico generale ai quali pure non si può sfuggire - e anche su questo bisogna introdurre elementi di chiarezza - vi sono questioni di principio che ci distinguono, fra una visione critica della realtà e della vita, e anche della realtà e della vita politica e istituzionale, e una visione dogmatica. Fra una visione critica e una visione dogmatica corre una differenza che è grande; tra chi si avvicina ai problemi anche i più complessi con una visione critica e quindi pensosa e riflessiva, e trova o studia possibili soluzioni, e chi ritiene, invece, sempre di avere una verità già bella e confezionata da esporre e propinare passa una differenza perché attraverso queste due visioni diverse delle cose passa l'organizzazione della società civile. Così come, tra la visione di un partito-Stato e la visione di un partito-parte, passa la politica e passa la vita della gente, perché il partito-Stato non significa il partito che governa nello Stato; questo accade dappertutto, perché il partito che vince le elezioni governa e quindi è parte dello Stato. No, è la visione partito-Stato che suppone che i valori che sono propri del partito che - come dice la parola della stessa - è parte della società e non l'intera società, debbano coincidere con i valori generali, che devono essere fatti propri dall'istituzione pubblica. Non è così, perche l'istituzione pubblica è un altro livello, è un'altra dimensione che non può coincidere con nessun partito. Vi fosse anche un partito quasi totalitario per consensi e rimanesse una persona, nella società civile, che la pensa diversamente, quella ha diritto comunque di essere tutelata dalle istituzioni in quanto cittadino. Quindi io comprendo e condivido che dei partiti politici ritengano che, nell'ambito della propria organizzazione, determinate appartenenze non siano lecite. Questo non significa che, automaticamente, questo principio si debba estendere né alla società civile né all'organizzazione complessiva della politica e delle istituzioni. Insomma, fra tante rivoluzioni di cui si parla a vuoto, è la rivoluzione culturale che non viene mai portata avanti, è la rivoluzione del pensare. E il "nuovo" vero che deve affermarsi. Quello che accade intorno a noi non è una rivoluzione, è una crisi, è un deperimento, è una dissoluzione, è un impoverimento della politica come livello più alto attraverso cui si possono dare le regole e, date le regole, le garanzie di rispetto delle regole, uguali per tutti i cittadini.
Ho ritenuto di fare questa premessa proprio perché meglio si comprendano lo spirito e l'obiettivo della mozione che noi abbiamo presentato e che sottoponiamo all'attenzione del Consiglio regionale. Ho fatto, prima, un riferimento al fatto che nella società organizzata, nella società civile produttiva e politica, non tutti i ruoli, non tutte le funzioni sono identiche e quindi non tutte le responsabilità sono assimilabili. Questo appartiene a una visione totalizzante, fondamentalista della vita e quindi anche della politica. La realtà delle cose non è così, per cui la nostra mozione intende rovesciare i termini della questione, non partire dall'assunto: "massoni sì, massoni no", per dire che cosa ne deriva alla pubblica amministrazione, ma partire dall'assunto: "pubblica amministrazione, funzionalità, correttezza, imparzialità, produttività della pubblica amministrazione" e semmai vedere che cosa è di ostacolo a questa correttezza, imparzialità e funzionalità, se e come la Massoneria o ogni altra forma di intromissione possano intralciare il cammino necessario della pubblica amministrazione nel soddisfare i diritti dei cittadini. Ecco perché noi introduciamo una distinzione che non è una gerarchia di responsabilità o di esenzioni da pena; noi per esempio incominciamo a dire che c'è una differenza sostanziale tra coloro di noi che sono investiti di una responsabilità politica rappresentativa e quanti non lo sono. Questa è una prima differenza necessaria. Coloro che sono investiti di una responsabilità politica hanno chiesto alla generalità dei cittadini, e hanno ottenuto, la fiducia; abbiamo ottenuto di essere noi garanti di regole e di diritti della generalità dei cittadini stessi. Chi si applica alla politica non si applica ad un mestiere qualsiasi, chi si applica alla politica si applica ad una funzione che è unica nella società civile, nella società moderna. Altre società si sono organizzate in altro modo, ci sono state nella storia le società familistiche, tribali, medioevali, signorili, questa è una società democratica e, in questo sistema, una parte dei cittadini si propone alla generalità dei cittadini per essere garante delle regole che attengono allo svolgimento ordinato della vita civile. Chi si candida a svolgere questa funzione, che è unica nella società organizzata, deve essere chiamato a dichiarare alla generalità dei cittadini tutto quanto egli è, quindi deve dichiarare l'ambito complessivo anche delle sue appartenenze, per poter essere valutato, giudicato, letto davvero in trasparenza dal corpo elettorale, cioè dalla cittadinanza. Questo è un primo principio che finora non si è seguito. Faccio un esempio: questo Consiglio regionale ha approvato, mi pare un mese fa, una nuova disciplina sulla eleggibilità e incompatibilità dei consiglieri regionali. E' sfuggito a tutti, me compreso - e questa questione va recuperata -, che fra i criteri di eleggibilità deve essere contemplato l'obbligo per chi si candida di dichiarare l'ambito di tutte le proprie appartenenze associative, questo di sicuro perché è un principio di lealtà e di informazione totale che deve essere seguito. Però ci vuole la regola; finora questa regola non c'era, per cui nessuno ha dato questo tipo di informazione. La nostra mozione propone come primo punto che si recuperi questo principio e che diventi norma, e chiunque si presenti per avere la fiducia dei cittadini dichiari - proprio perché il cittadino possa meglio valutare - l'ambito di tutte le sue appartenenze associative, per poter svolgere la funzione politica che, ripeto, è una funzione basata essenzialmente sul rapporto di fiducia. Quindi, quando si parla di funzioni pubbliche, non bisogna assimilare tutto. E questa è la prima ipotesi.
Seconda ipotesi: nell'amministrazione pubblica vi sono dei cittadini applicati allo svolgimento di attività, di ruoli e di funzioni di carattere meramente professionale - possono essere lavoratori dipendenti, possono essere lavoratori autonomi legati da vincolo contrattuale - e quindi la funzione pubblica è esercitata nell'ambito del mero svolgimento di attività professionali. Io sono tra coloro che ritengono che nessun datore di lavoro, neppure il datore di lavoro pubblico, né Stato né Regione, possano richiedere altro al dipendente se non il corretto esercizio della sua funzione professionale. Se un lavoratore o una lavoratrice devono far funzionare una macchina, non è attinente all'attitudine a svolgere questo lavoro l'ambito delle sue appartenenze associative. Non lo è, né può disturbare nessuno. Questa è una prima distinzione che deve essere fatta, perché se no le parole sono affidate alle ali del vento. Si dice che non si vuole perseguire, che non si vuole indagare, che non si vuole schedare, ma di fatto poi il confine tra quello che si invoca in via generica e il limite dell'articolo 8 dello Statuto dei lavoratori, che vieta le indagini a tutti i datori di lavoro, privati e pubblici, sulle opinioni politiche, sindacali o su ogni altra cosa che non attenga all'attitudine per il lavoro che uno svolge, è un confine che si assottiglia tanto da scomparire. E noi siamo per il rispetto totale di tutte le leggi e, tra le leggi, innanzitutto della Costituzione e dello Statuto dei lavoratori. Diversa è, e questa è la terza ipotesi - bisogna distinguere le varie situazioni e forse questa posizione potrà apparire un po' schematica, ma è necessario se vogliamo venire a capo di qualcosa - la questione relativa a una terza categoria di funzioni. Mi riferisco al pubblico funzionario che è chiamato a svolgere compiti nei quali vi sia un ambito di discrezionalità. Vi sono, infatti, funzioni pubbliche nelle quali il preposto è chiamato anche ad esercitare, in base a quel che sa, valuta e reputa utile, ai fini generali dell'amministrazione, una discrezionalità. E così tante altre funzioni pubbliche implicano un ambito di discrezionalità, o comunque sono vincolate ad un rapporto di fiducia tra chi ha il potere di nomina e il nominato medesimo. Per questa ipotesi - ed è la terza ipotesi che si può affacciare - è indubbio che non c'è l'obbligo per nessuno di assolvere a queste funzioni. Dov'è l'obbligo civile, sociale, giuridico per cui uno deve essere inserito in una Commissione di concorso? Lo si richiede o si accetta la proposta, ma non entrare a far parte di una Commissione di concorso o non essere chiamati a dirigere un ufficio pubblico a cui si viene assegnati in forza di una valutazione politica non è un limite per la professionalità del funzionario. Infatti la valutazione politica non è roba da buttare, è valutazione della responsabilità, del come si governa, del come si perseguono i fini generali, e le valutazioni possono essere diverse. Non si capirebbe altrimenti perché esistano partiti e maggioranze diverse, perché esistano maggioranze e opposizioni. Noi riteniamo che il funzionario o l'addetto al pubblico servizio che intenda svolgere un ruolo attribuito in forza di una valutazione politica debba essere tenuto a dichiarare l'ambito delle appartenenze, e che questa dichiarazione non debba significare automaticamente incompatibilità, ma che sia un elemento di conoscenza per il pubblico decisore che deve decidere assumendosene la responsabilità. Faccio un esempio: se nella nomina dei coordinatori generali di un Assessorato, o dei primi dirigenti della Regione, la regola, oltre ai titoli, prevedesse anche un ambito di valutazione discrezionale da parte dell'Assessore o da parte del Presidente o della Giunta, dovere non solo di lealtà, ma anche di maggiore responsabilità vuole che la persona che presenta i suoi titoli, oltre a presentare le carte relative al suo buon funzionario, dichiari anche, proponendosi per una scelta di fiducia, l'ambito delle appartenenze.
MANCHINU (P.S.I.). Cattolico, buddista…
COGODI (Rinascita e Sardismo). Badate, sono cose serie. Caro Manchinu, se vogliamo venire a capo di qualcosa, dobbiamo avvicinarci a queste questioni con molta serietà, con molta attenzione e anche con qualche preoccupazione. I problemi ci sono. Se quando qualcuno si applica per vedere se è possibile, precisando meglio alcune cose, ottenere un risultato positivo senza colpire nel mucchio - come dice qualcuno di voi - la buttiamo sulla battuta e diventa difficile, anche per questo Consiglio, anche in questa circostanza…
(Interruzioni)
Credo che questo Consiglio si debba anche occupare d'altro, e non solo di queste questioni.
MANCHINU (P.S.I.). Soprattutto.
COGODI (Rinascita e Sardismo). No, soprattutto e insieme. Il fatto che vi siano altre questioni ugualmente rilevanti, e anche più rilevanti dal mio punto di vista, non vuol dire che questo non sia argomento importante e che debba essere tralasciato o che debba essere messo dietro l'angolo. Dicevo perciò che nell'ipotesi che funzionari pubblici siano investiti di un rapporto di fiducia e chiamati a svolgere attività di carattere discrezionale, pare giusto che l'ambito delle appartenenze sia reso noto, e che ciò non significhi necessariamente incompatibilità, ma che sia in capo al decisore politico che deve assumere la responsabilità, perché ne risponde della qualità della nomina che ha fatto, che questa dichiarazione avvenga. Queste sono le tre principali categorie e chi sa fare di più e meglio si adoperi ad indicare soluzioni migliori di questa. Non si può oscillare tra queste due posizioni estreme, da un lato che massone o appartenente alla Massoneria - noto o sospettato - debba comportare essere fuori dalle professioni, fuori dagli uffici, fuori dal consorzio civile, dall'altro lato che questo sia irrilevante. Non è così, perché per quanto rispetto io possa portare a tutte le forme di associazione, ivi compresa l'associazione massonica quando persegue scopi leciti - e la gran parte della organizzazione massonica persegue scopi leciti, ma ci sono state le degenerazioni di cui siamo venuti a conoscenza e potrebbero essercene altre che non si conoscono, ma questo vale per tutte le forme associative perché tutte possono degenerare - per quanto rispetto io possa portare alla Massoneria, non penso si possa dire che l'associazione massonica equivale ad una bocciofìla, perché la bocciofila si propone di giocare a bocce, l'associazione massonica persegue scopi che sono, dal suo punto di vista, nobilissimi ma ha una visione generale delle cose, ha la sua tavola di valori, ha le sue regole di osservanze e ha una serie di condizioni che sono rispettabilissime, ma di cui non si deve dire che non possano interferire e influire - in certe situazioni - sul libero e regolare svolgimento dell'attività politica e amministrativa. Quindi è necessario distinguere, per decidere e per decidere bene, con serietà e con rigore.
Nella nostra mozione noi diamo anche altre indicazioni; non ci fermiamo a questo solo aspetto, per esempio - sto richiamando i vari punti della mozione - noi chiediamo che venga sottoposta a verifica da chi deve verificare. Il Consiglio regionale non è un tribunale né massonico né politico, né amministrativo, né penale, non è un tribunale, è una sede di discussione e di decisione politica. Quindi discute, valuta e delibera criteri. Il Consiglio regionale deve deliberare criteri; quando fa le leggi delibera regole generali. Quando delibera su fatti singoli, come talvolta accade, delibera male, non svolge il suo compito. Un Consiglio regionale che funzioni, un Parlamento che funzioni delibera regole generali e criteri. E quindi, in relazione all'obbligo che ci siamo dati - noi ce lo siamo dati - di rendere adesso una dichiarazione delle proprie appartenenze, valuti chi deve valutare, nella sua capacità e sensibilità e responsabilità, se tutte le dichiarazioni che sono state rese sono conformi allo spirito e al dovere di lealtà verso il Consiglio e verso l'opinione pubblica che noi abbiamo assunto quando ci siamo autovincolati a fare questa dichiarazione. Per cui se qualche dichiarazione non dico appare - perché qui non si può andare sulle apparenze - ma è reticente, noi diciamo che debbono essere tratte delle conseguenze, che in questa sede non possono essere che un invito, a quei consiglieri che versassero in questa condizione, a cessare di far parte almeno di incarichi interni al Consiglio. Per quanto attiene alla funzione consiliare, questa è stata conferita dal corpo elettorale quando la regola della dichiarazione non c'era, né potremmo andare a emanare norme retroattive che non avrebbero senso logico e non rappresenterebbero un atto di giustizia sostanziale.
Conclusivamente noi rivolgiamo due inviti - uno al Presidente del Consiglio e uno alla Giunta regionale - sempre nel deliberato della mozione. Al Presidente del Consiglio chiediamo che qualunque sia il livello di istruttoria - troppo lunga e conflittuale a quel che se ne sa - negli organi interni, entro quindici giorni presenti all'Aula una ipotesi di riorganizzazione complessiva degli uffici del Consiglio che si sa soffrono di contrasti, di conflitti, di sospetti, di lotte interne, di rapporti non del tutto chiariti e quant'altro, e che il Consiglio possa dire parole decisive sulla funzionalità degli uffici che è parte essenziale della funzionalità stessa del Consiglio.
Alla Giunta regionale chiediamo che riferisca entro quindici giorni all'Aula, e quindi alla opinione pubblica, del perché non siano istituiti o non funzionino gli uffici preposti all'attuazione delle norme sulla trasparenza, di cui è stata prevista l'istituzione in legge della Regione. E se non ci sono la volontà e l'organizzazione necessarie perché questi uffici funzionino non si trovino attenuanti su altri versanti; perché io non credo che l'apparato regionale sia impedito da chissà chi nel far funzionare le leggi della Regione, nel far funzionare gli uffici preposti all'attuazione delle norme sulla trasparenza. Noi stiamo parlando di correttezza dell'amministrazione pubblica, in ordine alla quale correttezza alcuni fenomeni esterni potrebbero essere di difficoltà, e vogliamo che si eliminino qualora lo fossero, ma in altre condizioni la trasparenza deve essere comunque garantita e la correttezza della pubblica amministrazione deve essere comunque un fatto che si tocca, che si vede.
L'ultimo punto che proponiamo è relativo ad una misura che può apparire troppo severa - a qualcuno è apparsa in altri momenti tale - che a noi appare invece normale; che quando il Consiglio regionale porrà mano a completare la legge sulle incompatibilità, introducendo l'obbligo di dichiarazione sull'appartenenza dei candidati, quindi subito, entro trenta giorni anche per questo punto, si introduca una norma nell'ordinamento regionale che preveda la decadenza automatica dalle funzioni politiche e amministrative di tutti coloro che sono preposti alla attuazione delle leggi e dei deliberati di questo Consiglio - cioè dell'organo legislativo di questa Regione - quando le leggi non sono applicate e non si dà ragione valida della non applicazione. Perché quando non si applica una legge perché non la si vuole applicare, siamo all'eversione, non siamo all'inadempimento. In democrazia un Governo che non applica le leggi, potendole applicare, è eversivo, altro che poco trasparente, è eversivo! Quindi proponiamo una misura rigorosa di decadenza automatica, quando non si dia dimostrazione dell'impossibilità ad adempiere, perché è chiaro che, se c'è una dimostrazione di impossibilità: ad impossibilia nemo tenetur, ma ad possibilia sì! E le leggi date dal Consiglio e i suoi deliberati debbono essere applicati, pena la decadenza autonomistica. Noi riteniamo che, trattando concretamente questioni di principio in modo corretto, effetti pratici in modo preciso, ognuno avrà fatto la sua parte; nella legalità e nella responsabilità noi avremo dato un contributo vero, non solo alla chiarezza ma alla migliore organizzazione della pubblica amministrazione, alla migliore qualità della politica.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Lombardo. Ne ha facoltà.
LOMBARDO (P.S.I.). Intervengo per fatto personale. Signor Presidente, signori consiglieri, dopo l'introduzione fatta dal Presidente sulla mozione sulla Massoneria e l'intervento dei presentatori delle due mozioni, prendo la parola per chiarire prima di tutto la mia posizione personale di consigliere, già chiarita nell'Ufficio di Presidenza, ma che intendo doverosamente chiarire anche in questa sede di dibattito consiliare, al fine di evitare che si possa continuare a dare interpretazioni distorte, comode e strumentali, sulla dichiarazione da me resa al Presidente del Consiglio regionale, in relazione alla quale riaffermo di essermi comportato con la massima trasparenza e con la più assoluta correttezza, nel rispondere negativamente al quesito postomi.
Ho prima dichiarato verbalmente e per iscritto e poi documentato che non mi ritengo più affiliato alla Massoneria per avere cessato di frequentare, da circa dieci anni, l'istituzione massonica; né di avere frequentato altre sedi di legge, ma soprattutto per avere serbato un atteggiamento che risultasse ed obiettivamente fosse incompatibile con tale affiliazione.
Fatta questa premessa di chiarimento, passo a parlare della mozione approvata il 5 novembre 1993 e di quelle oggi riproposte al dibattito consiliare. Lo scopo della mozione approvata è dunque quello di accertare se i consiglieri regionali, per quello che qui interessa, possano perseguire fini ed interessi diversi da quelli dichiarati, ovvero siano comunque condizionati dall'appartenenza ad associazioni di qualunque ispirazione. Si è voluta ipotizzare in definitiva una sorta di incompatibilità, sia pure di valenza non giuridica ma soltanto ideale o se si preferisce morale. Le finalità che si vogliono perseguire sono indubbiamente apprezzabili, ma ad una condizione, che anche per questa incompatibilità valgano le norme che regolano quelle previste dalle leggi dello Stato o della Regione. Ebbene, il principio fondamentale al quale si uniformano dette leggi è sempre questo: la situazione di fatto o di diritto, incompatibile con la carica di consigliere regionale, perché possa esplicare la sua efficacia ostativa, deve sussistere al momento della candidatura, delle elezioni ovvero sopravvivere durante l'espletamento del mandato. Tanto ciò è vero che ognuno può fare cessare qualsiasi situazione di incompatibilità dimettendosi della carica, dall'impiego o dalla funzione incompatibile con quella di consigliere regionale, prima di presentare la propria candidatura. Venendo al caso che qui interessa, devesi, per conseguenza, decisamente affermare che può creare l'incompatibilità morale ipotizzata dalla mozione consiliare solo l'attuale appartenenza alla Massoneria e non già una affiliazione ormai cessata che risalga a molti anni addietro e comunque ad epoca precedente alla candidatura a consigliere regionale; non solo lo spirito della mozione, ma anche la lettera del Presidente del Consiglio non consente una diversa interpretazione. Il consigliere regionale, infatti, è invitato a rilasciare una dichiarazione attestante l'iscrizione ad associazioni e l'affiliazione alla Massoneria. L'uso del tempo presente non consente equivoci. D'altro canto, visti i fini che si propone la mozione consiliare, è evidente che una violazione dei principi della trasparenza verrebbe solo da una attuale affiliazione alla Massoneria e da una attuale frequentazione di ambienti massonici, perché solo da queste potrebbero derivare i condizionamenti occulti che l'iniziativa del Consiglio regionale sardo vuole contrastare.
Il sottoscritto consigliere ancora una volta riconferma di non essere attualmente affiliato alla massoneria Massoneria; lo fu sino ad oltre circa dieci anni or sono, ma da allora non ha più frequentato né la loggia alla quale era originariamente iscritto, né alcun altra. Nessuno mai potrà smentire questo fatto, anche perché debitamente documentato agli atti dell'Ufficio di Presidenza. E' notorio che dalla Massoneria non ci si può dimettere e informo il Consiglio che le considerazioni ora fatte sono state oggetto di una mia formale dichiarazione scritta consegnata agli atti dell'Ufficio di Presidenza del Consiglio, nella riunione del 27 dello scorso mese. Come è possibile comprendere, scopo della mozione è anche quello di accertare in definitiva se i consiglieri regionali possono perseguire fini ed interessi diversi da quelli istituzionali, talmente gravi e seri da violare i principi della trasparenza, ovvero siano comunque condizionati dall'appartenenza ad associazioni di qualunque ispirazione. Data la delicatezza di questi principi bisogna però stare molto attenti a non generalizzarli in modo distorto e farne un uso improprio. La trasparenza tende a garantire soprattutto una migliore amministrazione, non solo dal punto di vista dell'efficienza e dell'efficacia dell'attività amministrativa, ma anche a mutare in meglio i rapporti fra amministrazioni pubbliche e amministrati, togliendo alle prime le loro connotazioni più o meno palesemente autoritarie e mirando a realizzare modelli organizzativi più democratici, salvaguardando i valori, taluni di rilievo costituzionale, quale il diritto alla riservatezza, che può e deve ricomprendersi nella più generale tutela della persona, riconducibile nell'ambito dei principi inviolabili, riconosciuti e garantiti dall'articolo 2 della Costituzione.
Un altro problema politico che il dibattito del Consiglio regionale ha sollevato è la questione del segreto su cui si è tanto equivocato e si continua a fare, volutamente e in malafede, confusione, definendo a tutti i costi l'istituzione massonica una associazione segreta: un equivoco e tanta confusione che impediscono di sviluppare un dialogo pacato, corretto e civile, ma che producono solamente danno all'immagine della nostra società civile e con essa agli uomini più rispettabili. A questo riguardo, ho replicato alla lettera dell'onorevole Serri che la segretezza non riguarda l'istituzione massonica regolare, come è stato in molte occasioni ampiamente dimostrato, anche perché è notorio che gli elenchi degli iscritti sono pure custoditi, dal 1982, presso le due Presidenze della Camera e del Senato. La legge Spadolini-Anselmi ha delimitato l'ambito in cui una associazione può essere considerata non segreta; ho anche detto all'onorevole Serri che, se ritiene che quella legge debba essere cambiata, perfezionata o migliorata, operi pure in tal senso, ma non si comporti come se questo cambiamento fosse già operante piegandolo ai suoi personali intendimenti.
Non è giusto dimenticare che il principio della libertà di associarsi senza autorizzazione è basilare per la libertà intesa come diritto di tutti: erodendolo o comprimendolo, come aveva fatto il fascismo, si rende un cattivo servizio alla democrazia e si minaccia l'uomo e il cittadino in quanto tale, riconducendoli a bipedi impastoiati. Ebbene, i socialisti in questa occasione non sono impastoiati, sono prima di tutto uomini liberi che credono nel loro diritto di associarsi, inteso come un diritto conferito ad ogni cittadino, un diritto inviolabile che è compreso nel coacervo delle libertà individuali rigidamente tutelate dalla Costituzione. Da esso deriva in linea subordinata il diritto ad esistere delle associazioni, indipendentemente dai modi scelti per la loro esistenza, senza alcuna possibile interferenza nei loro confronti da parte degli organi pubblici. Solo negli Stati totalitari e polizieschi non c'è libertà, e allo Stato è permesso di interferire nella vita privata degli uomini e, al tempo stesso, di condannare ogni forma di riservatezza, nel vano tentativo di ridurre la vita di ogni uomo alla vita pubblica svolta nella piazza del mondo: una considerazione che non ha bisogno di commenti. L'articolo 18 della Costituzione, dopo aver precisato al primo comma il requisito generale che le associazioni devono possedere, e cioè quello di non perseguire nella forma associata fini che la legge penale vieta ai singoli in quanto li qualifica come reato, al secondo comma inoltre proibisce le associazioni segrete e quelle che perseguono anche indirettamente scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare. Il contenuto di quest'ultima norma è chiaro e non lascia dubbi; infatti, nel determinare l'ambito entro cui il diritto di associarsi liberamente può essere esercitato, prevede chiaramente ed espressamente, per quanto interessa in questa sede, solo l'esclusione delle associazioni segrete. Ebbene, nella mia dichiarazione resa al Presidente del Consiglio regionale, ho scritto di non essere affiliato a nessuna loggia massonica coperta o segreta, riferendomi cioè a quelle proibite dalla legge 25/1/82, numero 17, emanata in attuazione dell'articolo 18 della Costituzione, come ho pure dichiarato la mia appartenenza nei vari anni decorsi esclusivamente a varie associazioni a carattere culturale, comprendendovi anche l'istituzione massonica, essendo riconosciuta regolare e come tale garantita dalla Costituzione e dalla legge alla pari di tutte le altre. Riguardo infine il rapporto di affiliazione e la presunta non resa dichiarazione, ho precisato che detto rapporto cessa nel momento in cui viene a mancare la frequentazione, cosa che per me è avvenuta da circa dieci anni e, poiché per statuto, nella istituzione massonica, non esiste la possibilità delle dimissioni, comprenderete chiaramente che i due momenti - cessazione dell'affiliazione e cancellazione della iscrizione - non possono mai coincidere. Ecco perché, nel momento della sottoscrizione della dichiarazione, non mi sono ritenuto affiliato alla Massoneria. All'onorevole Serri e all'onorevole Tamponi ho chiesto, nella mia replica, come possano arbitrariamente sospettare o immaginare che un consigliere regionale non senta il dovere di essere fedele alla Repubblica e di osservare lealmente la Costituzione e le altre leggi dello Stato e che un impiegato dello Stato o della Regione, anche se massone, non si senta interamente al servizio esclusivo della nazione e non si adoperi deliberatamente per il buon andamento e l'imparzialità dell'amministrazione.
Mi scuso se sono stato lungo e forse anche ripetitivo, ma quello che è accaduto in Sardegna, e in particolare a Carbonia, non è cosa di poco conto. Probabilmente la causa va ricercata nella grave crisi morale in cui versano i partiti e il Paese. Non è ozioso né accademico ricordare che c'è una grave crisi di deterioramento morale nel nostro sistema politico, strettamente connessa con quella delle istituzioni, di tutti gli organi dello Stato. Se così è, come è realmente, l'impegno di quest'Assemblea dovrà essere prima di tutto quello di stabilire quali sono le manifestazioni e i sintomi più caratteristici della crisi di deterioramento morale, quali gli effetti prodotti sulla vita della gente e sulla funzionalità delle istituzioni e infine stabilire come devono agire le forze politiche su di essa per contrastarla e risanarla.
Queste considerazioni capitali, che io sappia, non sono state finora né suscitate né dibattute, se non occasionalmente e superficialmente, come sta avvenendo con la proposta e con la conseguente approvazione della mozione sulla trasparenza, fatta l'eccezione naturalmente dei sempre più insistenti, vigorosi, accorati e argomentati richiami che da qualche tempo a questa parte stanno facendo le gerarchie della chiesa cattolica. Si suole dire tra la gente comune che la causa dell'assenza di dibattito sulla crisi morale da parte delle forze politiche va rintracciata nel concetto prevalente, strumentale e scettico, che sia la gente, sia il medio intellettuale hanno della politica come di una cosa sporca, concetto che induce il cittadino a non avere fiducia nei partiti e quindi a non credere più che gli stessi vogliano in modo serio porre la centralità della crisi morale nell'attuale dibattito politico, al solo fine di risanarlo nell'esclusivo interesse del bene comune; pensa invece che la si voglia utilizzare strumentalmente per propri fini di partito o di un particolare momento politico. Ciò è dimostrato dall'assenza di fermenti politici sinceri e sereni, che non hanno caratterizzato in questi giorni il dibattito e gli interventi, anche di singoli consiglieri, sull'interpretazione data ai principi della trasparenza, nell'uso distorto che si vuole fare di detto principio, specialmente quando si vuole assumere un atteggiamento persecutorio, discriminatorio e punitivo nei confronti delle singole persone, senza pensare che questo comportamento non è certamente utile a contrastare e a risanare la crisi morale, né a riscattare la fiducia della gente, né a smentire l'ipocrisia moralistica dei partiti. Che la crisi morale del nostro Paese abbia avuto il suo epicentro nel crollo non tanto dell'etica privata e familiare o dell'etica dell'associazionismo di qualunque ispirazione, compresa quella massonica, quanto principalmente dell'etica pubblica, nella degenerazione e nel tradimento dei principi normativi che modellano i comportamenti politici e in primo luogo quelli degli specialisti della politica. E' confermato altresì dalla riflessione su quelli che possono e debbono essere i rimedi con cui combattere tale decadimento. L'affermazione e l'attuazione del principio della trasparenza può costituire un credibile rimedio per combattere tale decadimento morale e le interferenze esercitate non solo dalla massoneria Massoneria, ma da chiunque voglia esercitare, sui poteri pubblici, interessi diversi da quelli generali, a cominciare dalla massa di pubblici amministratori, che sono stati scoperti in vastissimi settori come inclini a farsi strumento dei politici, per lucrare anch'essi una parte dei vantaggi e dei privilegi che gli stessi andavano ricavando dall'uso improprio dei loro poteri mediatori e regolatori.
La corruzione e il malaffare dilagante hanno alimentato la sfiducia nella politica soprattutto come sfiducia di affidabilità. Tutti avvertiamo ora questa sfiducia di affidabilità. Per superarla occorre un impegno serio da parte di tutte le forze politiche nel ricercare ed individuare i veri valori da restaurare, da premiare, da promuovere in modo che lo stesso concetto dell'attività politica ritorni ad essere un autentico servizio per la collettività, per esaltare la fedeltà a certi ideali, il rispetto degli impegni presi, il disinteresse personale, il rifiuto dei compromessi infecondi e paralizzanti, l'amore per i discorsi semplici e chiari, l'assunzione coraggiosa delle responsabilità personali e di carica, la devozione ad una dimostrabile e persuasiva idea di bene comune abbandonando, da parte dei singoli partiti, la ricerca affannosa e demagogica del proprio vantaggio particolare, a volte miseramente calcolato e perseguito con indifferenza e cinismo, al solo fine di dare un apparente successo alla propria azione politica. L'esempio di Carbonia è eloquente. Orbene, mentre sulla crisi della moralità pubblica sono stati versati fiumi di inchiostro e di parole e avanzate innumerevoli diagnosi, ne è finora mancata una importante, cioè il riconoscere che nessun valore può stare in piedi efficacemente, se è intaccato quello del rispetto della persona umana, l'esistenza etica personale e sociale, dove non valgono compartimenti stagni. Risulta assai più difficile salvaguardare un certo livello di moralità pubblica in politica, negli affari, in economia e nel lavoro, quando valori centrali come quello della persona vengono strumentalmente compromessi e lesi travalicando il confine del comportamento lecito verso l'illecito. Diventa perciò decisivo il dibattito sulla trasparenza che questa Assemblea dovrà concludere come messaggio serio che vuole ristabilire l'etica della moralità pubblica a tutti i livelli, senza ricadere in comportamenti settari, discriminatori e persecutori, nella consapevolezza che, nell'intreccio tra la politica e la società, non è possibile separare completamente il rinnovamento civile e il rinnovamento politico dei partiti. L'uno integra l'altro, e la democrazia può funzionare in modo accettabile se, con l'etica della libertà della persona, coesiste una forte base di moralità pubblica, capaci entrambe di creare una democrazia più forte.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Giorgio Ladu. Ne ha facoltà.
LADU GIORGIO (P.S.d'Az.). Signor Presidente, signori consiglieri, mentre la Sardegna vive la sua più grave crisi economica e sociale di questi tempi, mentre i disoccupati crescono di numero ogni giorno, mentre l'apparato industriale chiude e licenzia, mentre generazioni intere di giovani crescono senza nessuna prospettiva di lavoro, e molti hanno già quarant'anni e non hanno mai avuto un lavoro stabile; mentre la corruzione dilaga e anche in Sardegna si segnalano i morti per trasfusione di sangue infetto; mentre si tenta di costruire uno Stato nuovo, ma nessuno della vecchia generazione dei politici, in tutti i partiti, è convinto di dover lasciare; mentre succede tutto questo, il Consiglio regionale affronta un altro dibattito e niente meno che sulla Massoneria!
Veramente siamo convinti che agli agricoltori del Sarrabus, dell'Ogliastra, del Campidano, ai pastori, agli artigiani, ai cassintegrati e ai disoccupati, ai sardi, interessi conoscere l'elenco degli iscritti alla Massoneria? Ma non sarà che qualcuno speri ancora di trovare il nome del compagno di partito e magari del concorrente ad una candidatura per le prossime elezioni?
Mentre il popolo sardo vive questa grave crisi noi spendiamo il tempo a discutere di Massoneria. Mentre le popolazioni dell'Ogliastra, del Sarrabus e del Basso Campidano fanno l'inventario dei danni subiti a causa dell'ultima alluvione e si disperano per le greggi e le mandrie travolte dalla furia delle acque del Foddeddu, del Rio Mannu, del Picocca, del Cixerri, mentre tutto questo succede noi apriamo l'ennesimo dibattito sulla Massoneria. A meno che non si voglia anche di questo incolpare la Libera Muratoria. E che dibattito! Un dibattito scaturito da una mozione comunista…
(Interruzioni)
No, non ho sbagliato, cari colleghi, non ho sbagliato termine perché avete cambiato nome, ma non avete ancora imparato a ragionare con schemi diversi da quelli del più bieco stalinismo.
Un dibattito scaturito - dicevo - da una mozione comunista, che è stata prima alimentato da forsennate campagne di stampa, da intrighi, pettegolezzi, documenti allusivi e minacciosi, da interviste spesso tenute sotto un evidente strabismo concettuale perché vi si parlava di una cosa ma si pensava ad un'altra. Si pensava al congresso regionale e, soprattutto, alle candidature per la stagione elettorale che di fatto è già aperta. In questo clima non potevano non emergere tutte le incrostazioni e le muffe ideologiche, tutti i pregiudizi, i rigurgiti di una cultura di almeno un secolo fa, quando in altri contesti storici e politici si polemizzava su questo piano. E' stata la rinascita di Leo Taxil, l'ex massone che, espulso, si era vendicato vendendo, a preti creduloni, rivelazioni sui riti satanici nelle logge, riti ai quali personalmente partecipava Belzebù, e amenità del genere. Quando si voleva riposare, per guadagnare quattrini da altre parti, Taxil scriveva romanzetti pornografici. Epigoni di Taxil, dunque, hanno portato il Consiglio regionale a deliberare…
(Interruzioni)
Era un frate massone; Leo Taxil.
Epigoni di Taxil hanno portato il Consiglio regionale, a deliberare, dicevo, contribuendo ad alimentare la campagna di denigrazione e soprattutto di criminalizzazione per mezzo di alcuni giornali. Di questo comunque si parlerà, come è noto, in altra sede e ci sarà chi ne risponderà.
Ora a me basta affrontare la questione politica e istituzionale. Ma si sono resi conto i cari colleghi, che hanno così alto gridato all'untore, che si è agito contro legge? Saggiamente il Consiglio, al contrario della Giunta, che ha subito provveduto ad inviare il quesito per la schedatura, il Consiglio - dicevo - ha chiesto suggerimenti all'Avvocatura dello Stato, e questa ha risposto che, a suo parere, la schedatura è lesiva degli articoli della Costituzione ed è addirittura esplicitamente proibita dallo Statuto dei lavoratori che, all'articolo 8, fa divieto al datore di lavoro di effettuare indagini, ai fini dell'assunzione come ai fini dello svolgimento del rapporto di lavoro, sulle opinioni politiche, religiose, sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione delle attitudini professionali del lavoratore. Tale divieto è pienamente sanzionato dall'articolo 38 dello Statuto dei lavoratori, con la pena alternativa dell'arresto e dell'ammenda che devono essere applicate congiuntamente nei casi più gravi. Il divieto contemplato dall'articolo 8 è stato esplicitamente esteso dalla legge quadro sul pubblico impiego alle amministrazioni dello Stato, delle Regioni a Statuto ordinario, delle province e dei comuni, e a tutti gli enti pubblici non economici nazionali. E' opportuno aggiungere, peraltro, che i principi desumibili da tale legge costituiscono norme fondamentali di riforma economico-sociale della Repubblica per le Regioni a Statuto speciale. Da queste premesse si trae l'inevitabile conseguenza che il divieto si estende anche alla Regione autonoma della Sardegna. Alla luce di questi principi, appare evidente che la richiesta, anche se oggi qualcuno l'ha chiamata "invito", attraverso i mass media, la richiesta formulata dal Consiglio regionale della Sardegna, con la mozione numero 117 del dicembre 1992 e così pure quella formulata con la mozione 152 dell'ottobre del 1993, sollecitano in definitiva, almeno nei limiti in cui interessano i dirigenti e i funzionari degli enti regionali, la violazione di un divieto penalmente sanzionato.
L'Avvocatura ha risposto pure sulla Massoneria, rilevando che già la Magistratura ordinaria si era espressa in merito argomentando giuridicamente perché non debba ritenersi una società segreta. Segreta sarebbe invece un'organizzazione politica che miri alla sovversione ed armi una milizia privata, come pare che sia capitato in passato. Vedi Gladio, bianca o rossa che sia. Ebbene, nonostante tutto questo, nei giorni scorsi, io credo perché sospinto dalle pressioni di un preciso gruppo di consiglieri, il Presidente ha inviato le lettere per chiedere ai dipendenti le loro appartenenze associative. Una vera e propria schedatura, perché si va dalle associazioni culturali a quelle politiche e, infine, alla Massoneria. Una vera e propria schedatura che è proibita dalla legge. Il che significa che se domani il Governo, dietro segnalazione del suo rappresentante in Sardegna, decide che sono state violate la Costituzione ed altre leggi dello Stato, si è posto il Consiglio nella condizione di essere sciolto. L'articolo 50 del nostro Statuto, infatti, prevede che il Consiglio regionale possa essere sciolto, con decreto del Presidente della Repubblica, proprio per aver posto in essere atti in contrasto con la Costituzione e con le leggi dello Stato.
Non credo che per ora succederà questo, ma che vi sia soltanto la possibilità che ciò avvenga dimostra quanto avanti si è spinta questa azione così miope. Ho citato l'Avvocatura dello Stato, ma si dice che nell'Avvocatura ci sono avvocati massoni e si tiene in non cale il suo parere, senza discuterlo sul piano sostanziale. Hanno detto giusto e hanno detto sbagliato? Perché senza rispondere a questa domanda si continua a decidere sulla base di pregiudizi e di preconcetti. Io credo che l'Avvocatura sia nel giusto, anche perché mi ha colpito la considerazione che, sotto l'aspetto giuridico, fa intorno al concetto di trasparenza, così tanto invocato in questo periodo proprio per coloro che, per il passato e per il presente, non sempre sono stati trasparenti. Con l'avvento di tangentopoli poi i mass media hanno fatto scoprire agli italiani la trasparenza, una parola magica che ha il sapore di un manto taumaturgico, capace cioè di trasformare in salute la malattia, sempre, ben inteso, che per trasparenza si intende la pubblicazione dei nomi di coloro che fanno parte dell'istituzione massonica, sollecitando così da un lato la morbosa curiosità della pubblica opinione e dall'altro offrendo a certi politici, ma non solo a loro, come la recente decisione del Consiglio superiore della magistratura dimostra, la possibilità di eliminare quegli avversari o quei colleghi, soprattutto quelli che fossero di ostacolo alla propria carriera e che risultassero appartenenti alla Libera Muratoria. Con il clima di intimazione, di criminalizzazione in cui vive la Libera Muratoria in Italia, confusa spesso volontariamente con altre organizzazioni che magari della Massoneria usurpano il nome, fenomeno questo consentito da uno Stato che, non intendendo dare attuazione alla Carta costituzionale, continua a rifiutare l'emanazione di una legge di tutela del diritto di associazione, pure sancito dalla Costituzione della Repubblica. La pubblicazione dei nomi dei suoi aderenti ha certamente il sapore di una lista di proscrizione, la cui connessione dovrebbe ricadere sugli stessi Liberi Muratori ai quali si chiede, in nome della trasparenza, come necessaria in democrazia, una vocazione al martirio, peculiare, nel lontano passato, ai cristiani, e in tempi più recenti ai seguaci del socialismo reale.
La trasparenza dunque non è una qualità dei funzionari che assolvono a una determinata funzione, ma è una qualità del procedimento amministrativo. Io questo ho capito, ho capito che è inutile fare le leggi sulla trasparenza, se poi la Giunta, della quale anche i trasparenti per antonomasia fanno parte, niente fa per renderla esecutiva. I passi successivi, sempre in nome della trasparenza e della democrazia, potrebbero essere in crescendo l'esclusione dai concorsi pubblici dei Liberi Muratori, a garantire la trasparenza della pubblica amministrazione, la privazione dell'elettorato passivo, a garantire la trasparenza nelle questioni che attengono al mondo del lavoro, tutti i Liberi Muratori esercenti un'arte, un'impresa o una professione potrebbero essere costretti a inserire la squadra e il compasso incrociati accanto al marchio e all'insegna e magari, per non escludere i dipendenti di imprese private, onde siano trasparenti anche i rapporti di lavoro subordinato, a portare sul braccio una fascia con lo stesso simbolo. Qualche mese fa, il consigliere Meloni ha raccontato un episodio tipico della trasparenza che voi avete dimostrato.
Pubblicità quindi dei procedimenti, e non soltanto nella Regione, ma in tutto l'apparato della pubblica amministrazione, e non soltanto da oggi, ma anche da ieri. Vogliamo fare la verifica con le carriere universitarie, con i primariati medici, con la scelta degli aiuti, con gli enti subregionali, con gli incarichi di studio e ricerca, con le progettazioni, con le carriere nei giornali e nella RAI? Materiale non ne manca e anche il Consiglio, signor Presidente, potrebbe non esserne indenne. Come si vede, è facile fare demagogia e quando si porta il dibattito a questi livelli due forze politiche in particolare hanno spinto per fare questo dibattito, il P.D.S. che ha presentato la mozione e la Democrazia Cristiana, che ha chiesto pubblicamente il dibattito. A quanto mi hanno raccontato, i due Gruppi, ad un certo punto, avrebbero forse preferito soprassedere e hanno allora preso la palla al balzo i partiti di opposizione per richiederlo loro. Oggi dunque ci troviamo a discutere di questo, mentre l'intera struttura dello Stato trema dall'alto del Colle fino alla Borsa, mentre di ora in ora aumenta la schiera di disoccupati, la rabbia degli studenti, l'amarezza dei pensionati, che si vedono decurtati anche gli ultimi spiccioli, gli ammalati senza assistenza. Bene, questi due Gruppi benemeriti sono gli stessi che si preparano - ancora non lo sanno - o ad andare insieme per proporsi come nuova/vecchia guida del Paese oppure a fare i poli dei due schieramenti contrapposti. Con questa cultura, mi domando io, con questi presupposti si vorrebbe guidare una società che va diventando sempre più complessa, una società che si avvia ad essere sempre più cosmopolita, multietnica, multireligiosa, in contatto diretto con culture anche molto diverse? In queste condizioni credo che si rivaluti non la chiusura culturale, la cultura del sospetto e del complotto, ma anzi la cultura della tolleranza e della reciproca comprensione. Con i dogmi si fa poca strada, onorevoli colleghi. Gli orfanelli di Taxil non hanno dubbi e - come diceva il massone Voltaire - solo i cretini non hanno dubbi.
Sento il dovere di concludere il mio intervento con alcuni elementi utili a sgomberare alcuni equivoci. Si è parlato spesso e a sproposito di giuramento massonico. Questo è falso, non esiste un giuramento massonico e io vi leggo la formula: "Io, liberamente e spontaneamente, con pieno e profondo convincimento dell'animo, con assoluta e irremovibile volontà, alla presenza del Grande Architetto dell'universo, sul mio onore e in piena coscienza solamente mi impegno a non palesare i segreti dell'iniziazione muratoria, ad avere sacri l'onore e la vita di tutti, a soccorrere, confortare, difendere i miei fratelli - intendendosi l'umanità tutta - a non professare principi che osteggino quelli propugnati dalla Libera Muratoria". E voglio darvi ancora qualche lettura, perché così la smettiamo di dire cose non veritiere. Il testo che ho in mano è il libro della Costituzione e dei regolamenti della Massoneria. L'articolo 2 dice testualmente: "La comunione massonica italiana è indipendente e sovrana e opera nel rispetto delle leggi dello Stato. Il massone è tenuto ad osservare le leggi dello Stato nel quale risiede o che gli offre protezione". Grazie, signor Presidente.
PRESIDENTE. E iscritto a parlare l'onorevole Marteddu. Ne ha facoltà.
MARTEDDU (D.C.). Signor Presidente, mi rendo perfettamente conto che questa riunione del Consiglio è stata in qualche modo contrastata e che ad essa sono stati contrapposti gli scenari della Sardegna in crisi; l'urgenza di affrontare i problemi ambientali, tutte cose, tutti scenari che stano davanti al Consiglio regionale. Ma mi pare che chiudere una fase, che era stata aperta a maggio, che riguarda non una disquisizione intellettuale oziosa sulle origini della Massoneria in Sardegna o in Italia, ma che riguarda l'assetto dei poteri in Sardegna, che riguarda il rapporto tra le istituzioni e i cittadini singoli o associati in Sardegna, sia utile e che venga questo dibattito in Consiglio a conclusione degli impegni assunti nella mozione del maggio 1993 e anche a conclusione dell'iniziativa assunta dal Gruppo della Democrazia Cristiana, a ottobre, quando ha chiesto al Presidente del Consiglio di concludere in un dibattito pubblico, in Aula, le osservazioni, le lettere, le dichiarazioni dei consiglieri regionali e dei dipendenti del Consiglio regionale e dei dipendenti dei vari assessorati e dell'amministrazione regionale.
Questa riunione viene quindi a conclusione di un processo e di una iniziativa di una parte del Consiglio regionale, che io ritengo utile e che deve puntare a fare chiarezza, deve puntare ad un livello di trasparenza che lasci il segno chiaro e decisivo tra le istituzioni e nelle istituzioni in Sardegna. E pare opportuno ancora di più oggi questo dibattito, quando si vanno sollevando, signor Presidente, questioni su un possibile conflitto tra l'operato del Consiglio regionale e norme costituzionali. Si chiede pertanto addirittura, da qualche parlamentare, lo scioglimento del Consiglio regionale perché il Consiglio regionale viene in qualche modo indicato come una assemblea che ha violato l'articolo 2 e l'articolo 18 della Costituzione. Io credo che questo non sia vero, che questa sia un'interpretazione un po' disinvolta dei rapporti tra le istituzioni e che bene abbia fatto il Presidente del Consiglio regionale a procedere nella direzione e a utilizzare la strada che ha utilizzato nel rendere trasparenti, chiari e cristallini, limpidi e visibili gli elenchi degli affiliati alla Massoneria, così come gli chiedeva la mozione numero 117 del maggio 1993. E credo che bene abbia fatto a concludere con la convocazione del Consiglio il dibattito stesso.
Oggi non possiamo che confermare i termini di quella questione, addivenendo ad una conclusione, che deve essere il più possibile unitaria, di tutto il Consiglio. Io credo di dover dire ai colleghi che sono intervenuti, anche oggi, in questo dibattito, che non sono in discussione, per quanto ci riguarda, le norme della Costituzione che sanciscono i diritti inviolabili della persona, del singolo o anche delle formazioni sociali a cui il singolo appartiene. Non abbiamo mai inteso porle in discussione, così come non poniamo in discussione e mai abbiamo inteso porlo, l'articolo 18 che richiama la libertà inviolabile dei cittadini di associarsi liberamente, per esprimersi nella politica e nelle istituzioni. Credo che questo sia la base del nostro ragionamento e che da questo dobbiamo partire, per il giudizio che abbiamo espresso duramente queste settimane e questi mesi, e che intendiamo esprimere ancora stasera, senza confusione di linguaggi e senza confusione di idee. Mi sono parse, pertanto, abbastanza grottesche e puerili le cose che ho letto nel giornale della Reale Loggia Sardegna di Cagliari qualche tempo fa. Io credo che i fratelli in questo caso abbiano fatto proprio una topica nello stabilire dei parallelismi tra la mozione del Consiglio regionale del maggio e l'articolo 212 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del 1931, quando richiamano cioè le leggi fasciste. Io credo che sia una grossa topica e che sia il Consiglio regionale a doversi offendere e a dover rivendicare la sua libertà di esprimere in maniera trasparente, chiara, limpida, il proprio pensiero. Hanno scritto che quella è una mozione liberticida. Non credo che tale fosse, non era una mozione autoritaria, così come non è liberticida il dibattito che svolgiamo oggi.
Noi riconfermiamo la validità della legge "17" dell'82, che è la legge Spadolini-Anselmi qui richiamata più volte, che ha raccolto il dibattito che si è svolto nel Paese in Parlamento, in quella fase, quando sono state scoperchiate le nefandezze della loggia P2. Ma se oggi si fa questo dibattito, se oggi alcuni colleghi sono chiamati a difendersi in quest'Aula - e questo è per me inquietante perché pensavo che certe cose fossero ormai solo nei libri di storia -, se accade che uno di noi sia posto in quest'Aula nella condizione di doversi difendere delle proprie idee, la responsabilità è del Consiglio regionale, la responsabilità è delle istituzioni democratiche o non è piuttosto di quella macchia di riservatezza o di segretezza, di quel labile confine che molto spesso viene superato e squarciato fra riservatezza e segretezza? D'altronde, troppe coincidenze in queste settimane, in questi mesi, ci hanno sorpreso e ci hanno quanto meno fatto pensare, ci hanno toccato da vicino. Coincidenze alla SIPAS, coincidenze nelle U.S.L.; ma sono davvero tutte coincidenze? Io credo che non sia in discussione la libertà di ciascuno, o meglio è in discussione la libertà di vivere ed esercitare le funzioni e i poteri nella trasparenza, nella vita politica, nella ricerca del consenso, nella vita istituzionale, nella vita professionale e nelle carriere, nell'economia, nella determinazione della libera concorrenza. Io credo, signor Presidente e colleghi, che i meccanismi, le regole, che sottintendono il libero svolgimento di questa nostra vita democratica, anche in Sardegna, non possono che essere macchiati, che avere zone d'ombra da associazioni che hanno alla loro base un'inspiegabile riservatezza, che provano imbarazzo a svelarsi, che fanno succedere le cose che sono successe in questi giorni. Ma perché tanto imbarazzo? Perché si rinnega l'appartenenza, perché si fa smentire dal capo loggia? Perché non risultano iscritti magistrati, carabinieri, polizia, finanza? Perché si sussurra ancora di logge coperte? Perché si sussurra di persone "all'orecchio del Gran Maestro", cioè di persone che hanno una militanza massonica ma che non sono iscritte nei registri? Perché si sussurra di persone "al filo della spada", con ruoli regionali o nazionali, che avrebbero un'affiliazione solo orale con il Gran Maestro? Tutta questa nebulosa, a nostro giudizio, va dipanata. Dobbiamo accendere i fari su queste ombre che incidono, che si intersecano con il potere istituzionale, con il potere all'interno delle istituzioni, che non è solo quello di origine elettiva. Io credo che quelli che ritengono di partecipare alla Massoneria, siano i primi ad avere il dovere di sottrarsi a questo clima torbido di sospetti, a sottrarre la vita pubblica in Sardegna a questo clima, che è ingiusto perché offende singole persone, che liberamente hanno scelto di partecipare ad un'associazione, ma liberamente devono anche imporre alla propria associazione di essere aperta, democratica, visibile.
Noi siamo contrari al clima di maccartismo e ci opporremo anche in questo Consiglio. Noi siamo contrari a creare nuovi martiri in Sardegna, però vogliamo che quel filo sottile, invisibile che lega e stringe potere venga dichiarato illegittimo e che sia portato allo scoperto, si renda visibile, controllabile, perché altrimenti non può avere da noi che un giudizio di censura, come è stato dato dal nostro segretario, perché se è occulto, come è occulto, non può che avere un giudizio di condanna e di censura politica.
Bobbio, in un dotto scambio epistolare con il giornale della Massoneria, in tutti questi mesi, ha ripetuto che la mancanza di trasparenza nella nostra vita pubblica è particolarmente grave in uno Stato che pretende di essere democratico, cioè fondato sul controllo del potere. Ma - si chiede Bobbio - come può essere controllato un potere se si nasconde? Io credo che sia questo il cuore del problema che noi ci poniamo oggi e sul quale il giudizio del Consiglio regionale deve essere chiaro e severo. Di queste considerazioni già la mozione "117" rappresentava una sintesi condivisa dal Consiglio regionale. La Presidenza del Consiglio, la Giunta regionale hanno dato seguito alle indicazioni e al dispositivo di quella mozione. Noi abbiamo potuto leggere, se pur con questa fatica, con questa ricerca certosina, e tutti i cittadini sardi hanno potuto leggere, gli elenchi. E' stato raggiunto l'obiettivo di rendere trasparenti, come sono trasparenti con i loro poteri. Ma possiamo pensare che il Presidente del Consiglio o che l'assessore Collu possano trasformarsi nei McCarthy del 2000, che debbano ricercare, condannare, scovare il massone in ogni angolo della società sarda? Io credo che questo non sia loro compito, credo che non sia loro compito quello di imbastire processi sommari, ma ci sono problemi inquietanti che devono trovare una soluzione equilibrata in questo Consiglio. L'Ufficio Stampa è la voce del Consiglio, è il tramite istituzionale del Consiglio regionale con la società sarda. Pensiamo che possa essere avvolto in una nebbia di sfiducia e da parte del Consiglio regionale e da parte della società sarda? L'Ufficio del Difensore civico è l'ufficio della massima trasparenza in Sardegna, è l'ufficio che è preposto ad avere la fiducia dei cittadini, quando i cittadini stessi non hanno più fiducia nelle istituzioni, nella Regione. Può essere l'ufficio del Difensore civico avvolto in una nebbia di sfiducia da parte dei cittadini? Noi diciamo di no, e ci troviamo di fronte a questo enigma che dobbiamo risolvere e sciogliere con equilibrio, senza processi sommari. E allora, o si toglie davvero il velo di riservatezza, o si riconduce la vita democratica e civile, istituzionale, delle pubbliche amministrazioni ad un terreno di trasparenza nei comportamenti, o si pone oggettivamente, per il singolo - senza che ci sia, onorevole Ladu, il vincolo del giuramento - il vincolo oggettivo di una scelta, o chi ritiene di appartenere ad un'associazione fa una battaglia perché quell'associazione sia libera, sia visibile, sia condotta con le regole della trasparenza, oppure si pone per il singolo, - perché questo è un vincolo oggettivo che è posto dal rapporto di fiducia - si pone per il singolo il problema di una scelta. Noi questo lo dobbiamo dire con forza a conclusione di questo iter che ha visto protagonista il Consiglio regionale, che ha visto protagoniste la Presidenza del Consiglio regionale e la Giunta regionale, che a nostro giudizio hanno compiuto tutti gli atti che a loro il Consiglio ha chiesto su questa strada. Lo diciamo oggi con forza, perché a questa conclusione dobbiamo arrivare non trasformandoci in giudici, perché come è stato già detto, non possiamo farlo, ma dobbiamo rispondere dell'attività legislativa. Non possiamo disporre della volontà altrui, ma possiamo disporre della volontà complessiva del Consiglio, che non può affermare fiducia a chi non si colloca all'interno delle regole della trasparenza e della visibilità.
Io credo che da questo punto di vista il Consiglio regionale oggi può maturare una scelta e una decisione con grande equilibrio. Il gruppo della Democrazia Cristiana non ha presentato una mozione pur avendo sollecitato questo dibattito, è disponibile a concordare una mozione comune, che vada nella direzione di recuperare alla vita democratica della Sardegna, all'attività legislativa del Consiglio regionale, alle funzioni degli apparati del Consiglio regionale, il massimo della trasparenza e della legalità democratica.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Cocco. Ne ha facoltà.
COCCO (P.D.S.). Signor Presidente, signori Assessori, colleghi del Consiglio, già la scorsa primavera, il 5 di maggio di napoleonica e manzoniana memoria, nel mio intervento in quest'Aula sul tema delle associazioni segrete e segnatamente sulla Massoneria, avvertivo una grande difficoltà ad esplicitare le mie considerazioni sul tema. Quel che posso dire è che rispetto ad allora questa difficoltà, nonostante siano passati pochi mesi, è andata notevolmente accentuandosi. Ciò non perché manchino gli argomenti da trattare, non perché, come è stato affermato, siano questi argomenti marginali nella vita e nell'attività dell'assemblea sarda, non perché non vi sia urgenza a trattarli e si potrebbe posporli ad altri, perché debbo dire che, probabilmente, se il senso e la dimensione del vivere le istituzioni fossero stati altri oggi noi non ci troveremmo ad affrontare certi problemi. Questo è il problema preliminare, condizionante tutti gli altri per molti versi. La difficoltà è tutta nel fatto che viviamo tempi drammatici per le istituzioni repubblicane e noi non siamo momento secondario delle istituzioni repubblicane; perché la sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni impone assoluta trasparenza: la Repubblica brucia, la casa brucia. Questo è il problema centrale, che il rigore che deve accompagnare la nostra azione non può scadere in rigorismo, e nessuno vuole il rigorismo, e favorire un clima di intolleranza. E diventa difficile unire rigore e tolleranza, apparentemente difficile, in realtà così non dovrebbe essere; di qui però la mia difficoltà, lo confesso. Tutto questo - queste difficoltà, questo clima - non facilita il dialogo e però dobbiamo sforzarci di far sì che il dialogo e le ragioni del dialogo finiscano per prevalere. Perché il dialogo, oggi più che in passato, è necessario; vi è la difficoltà derivante dagli stessi modelli di formazione del consenso politico, vi è la difficoltà della stessa formazione politica complessiva della società. Prima la formazione politica avveniva attraverso la lettura dei libri, dei giornali; oggi prevale l'immagine di superficie, spesso vi è sinanco il rifiuto al ragionamento e vi è l'accettazione passiva del facile slogan. Anche questo fa parte del degrado e il degrado non facilita il dialogo, ma noi abbiamo il dovere di salvare il dialogo. Io su questo non ripeterò le cose che ho già detto, rifiutavo condanne sommarie nel maggio scorso e continuo a rifiutarle, non tanto perché mi infastidisce qualsiasi forma di caccia alle streghe, usando una locuzione semplice, perché oggi bisogna andare oltre la formula del rifiuto della caccia alle streghe. Non basta più dire che va rifiutato il maccartismo, occorre qualcosa di più. La formula del rifiuto alla caccia alle streghe è improntata su un atteggiamento di tolleranza passiva, non basta la tolleranza passiva; oggi si impone qualcosa di più. Oggi è necessario affermare, nella contestuale avversione verso qualsiasi atteggiamento illiberale, una partecipazione attiva alla difesa dei valori della democrazia, una difesa attiva anche da parte di coloro che, nelle file della Massoneria, dicono di ispirare la loro azione esclusivamente ai valori e ai principi dello Stato di diritto, alla cui costruzione la Massoneria in passato ha dato un suo rilevante contributo. Non basta dire: "Non voglio maccartismo, non voglio caccia alle streghe". Io dico che non basta, è un atteggiamento passivo, voglio qualcosa di più. Oggi il pericolo è tale che noi, anche da parte di chi ha una certa posizione, possiamo chiedere e pretendere, in coerenza con un certo passato, un determinato atteggiamento in qualche modo di salvezza delle istituzioni repubblicane e della democrazia.
MERELLA (Gruppo Laico Federalista). Si intende chiaramente il passato della Massoneria.
COCCO (P.D.S.). Certo, della Massoneria. Credo che dobbiamo guardare con interesse al dibattito in seno al Grande Oriente, sul mantenimento o sulla modifica delle attuali strutture di organizzazione e di vita, segrete o riservate che siano; credo che l'adozione del modello anglosassone, in particolare degli Stati Uniti d'America, della trasparenza, possa rappresentare un passo in avanti nella salvaguardia della democrazia. Non so se, nella sua scissione, l'ex Gran Maestro Di Bernardo sia stato sollecitato o meno da fini che vanno al di là di quello dichiarato della trasparenza; non conosco, non conosco vichianamente, cioè non conosco dall'interno queste logiche. Non mi convince però, in base a impressioni che ricavo dalla stampa, quanto il quotidiano "La Repubblica" gli fa scrivere circa il fatto - testualmente da "La Repubblica" - che nelle logge del G.O.I., del Grand'Oriente d'Italia, si praticano riti osceni - questa l'intervista di Di Bernardo - derivanti dalla tradizione templare francese, nei quali il diavolo Bafometto è invocato unitamente all'Ente supremo. Né ho elementi per ritenere più o meno fondate le accuse che poi il Grand'Oriente d'Italia rivolge allo stesso Di Bernardo; e nel concreto, sempre in base a quanto riferisce la stampa, si tratta di accuse molto poco esoteriche e piuttosto attinenti ad aspetti finanziari. In ogni caso è una querelle che mi pare vada al di là di una vicenda legata a poche persone e che investe questioni più generali, dietro le quali auspico vi sia un processo che porti la Massoneria italiana verso la trasparenza della propria attività, tale da realizzare di per sé un contributo alla vita democratica, perché la trasparenza di per sé realizza un contributo alla vita democratica.
Confesso di non riuscire a comprendere come la finalità dichiarata dai seguaci del G.O.I., che mirerebbe esclusivamente alla elevazione della spiritualità dell'uomo attraverso la tolleranza, abbia bisogno di essere perseguita lontano da occhi profani. Sono proprio convinti, gli aderenti al Grande Oriente, che la battaglia per la tolleranza, sia azione che, per essere vinta, non necessita per sua natura di luce solare?
Io mi sarei risparmiato, soprattutto le avrei risparmiate a voi, queste mie brevi riflessioni se non avvertissi la necessità di respingere certe considerazioni riduttive del significato della mozione presentata dal nostro Gruppo. Non diamo un significato che non c'è, non vogliamo trasformare l'Assemblea in una commissione di disciplina del personale regionale e segnatamente di quello consiliare. Chi è preposto ai ruoli di governo del personale eserciti le proprie funzioni, obbedendo esclusivamente ai dettami della legge, ma la distinzione dei ruoli non ci impedisce di esprimere la nostra più viva preoccupazione per un clima, che mi pare presente anche in quest'Aula - il dovere dell'onestà verso i colleghi me lo impone - che non sempre pare dominato dall'esigenza di una assoluta trasparenza e dall'esigenza di parametrare l'azione dell'amministrazione regionale all'inderogabile criterio dell'imparzialità e dell'interesse generale della comunità, parametri che, se fossero stati sempre rispettati in passato, non renderebbero apparentemente più urgenti quelle che effettivamente urgentissime questioni sono. Io vorrei che quegli aderenti alla Massoneria ai quali sta a cuore la salvaguardia delle istituzioni, si rendessero conto che la segretezza della loro associazione - segretezza, oculatezza, chiamiamola come vogliamo, non ne faccio una questione semantica - finisce per ingenerare una clima di sospetto sulla vita pubblica da parte dei cittadini e che un tale clima di sospetto finisce per colpire anche le nostre istituzioni autonomistiche, a cominciare da questa Assemblea. E io dico che a sgombrare il clima di sospetto e a realizzare la trasparenza, siamo tutti interessati. Oggi che la democrazia è in pericolo possiamo permetterci, in nome di un garantismo di facciata, di un garantismo filisteo, di non offrire ai cittadini la piena garanzia che gli apparati pubblici, e segnatamente quelli autonomistici, sono, con un agire trasparente ed imparziale, al servizio esclusivo degli interessi della comunità?
Le determinazioni operative per garantire queste finalità, questi valori inderogabili della nostra Costituzione non spettano a noi come Assemblea, non siamo in clima di assemblearismo totalitario né lo vogliamo, né io certamente lo vorrei; spettano all'Ufficio di Presidenza per i problemi attinenti all'operatività della struttura consiliare ed alla Giunta per quanto riguarda gli apparati dell'Esecutivo. Detto questo, a mio avviso va affermato con chiarezza che il Consiglio non può abdicare al suo ruolo di vigilanza, alla sua funzione ispettivo-politica, che è di garanzia generale per la più complessiva salvaguardia delle istituzioni democratiche; funzione ispettivo-politica che non è affatto assorbita ed è nettamente distinta dalle funzioni del Difensore civico; a noi spettano funzioni più generali e più ampie che non possiamo, in alcun modo, rinunciare ad esercitare. Ed a questa funzione noi non abdicheremo, io non abdicherò per quanto riguarda il mio dovere, anche quando fossimo in solitudine, anche quando l'incomprensione fosse massima. Gli atteggiamenti pavidi ed imbelli non sono atteggiamenti di tolleranza, ma sono atteggiamenti che si fondano sulla paura, e la paura crea compromissione, e la compromissione potrà essere più o meno consapevole ma sarà sempre colpevole. Non rinunciare a far valere sino in fondo le proprie ragioni, anche quando c'è il rischio che esse non siano colpite, è il dovere che noi abbiamo per mandato istituzionale, ma io dico che è anche dovere di lealtà verso i colleghi, verso tutti i colleghi. Si vorrebbe da noi che rinunciassimo a un preciso dovere nei confronti del Consiglio e, per esso, nei confronti della comunità regionale? Io non lo credo, però apparentemente da certi toni e soprattutto da un certo clima che io avverto, pare che si voglia questo. Io credo che questo dovere che noi avvertiamo, che è dovere di lealtà, ripeto, che consiste poi in ultima istanza nel realizzare una assoluta trasparenza, non possa vedere nessuna rinuncia da parte nostra, da parte di chicchessia di noi. Quindi non possiamo essere disponibili, perché non sono nostri diritti personali, sono doveri inderogabili, che nascono dal mandato affidatoci dal popolo sardo e, rispetto a questo mandato, non ci possono essere deroghe e preoccupazioni che ci impediscono di dare una risposta. La mozione risponde a questo senso di dovere inderogabile. Io così l'avverto; il suo dispositivo non mira a conoscere idee ed appartenenze politiche, il dispositivo è più riduttivo, è più definito rispetto alla mozione "117". Non mira a conoscere idee ed appartenenze religiose o qualsiasi altro elemento che riguardi la sfera dei convincimenti individuali. Credo che problemi e obiettivi di questo tipo esulino totalmente dalle intenzioni di tutti noi. Si vuole conoscere semplicemente l'appartenenza ad associazioni che abbiano vincoli di riservatezza, perché la loro appartenenza non a livello individuale - che ciascuno segua tutti i credi religiosi, ideologici, ideali che vuole - ma a livello di esercizio di funzioni pubbliche - questo è il problema - interagisce col principio di imparzialità della pubblica amministrazione ed è questo un principio centrale della nostra Costituzione. Non sono cose di poco conto, non sono aspetti marginali, sono centrali. Non c'è giuramento, ma se c'è un vincolo che deriva da promesse tali da far saltare il vincolo di solidarietà, questo interagisce con precisi impegni e doveri costituzionali.
Sto per concludere. Non ripeterò le cose che su questo tema dissi nell'intervento del maggio scorso. Voglio solo ribadire che, nella pienezza della libertà associativa garantita dalla Carta costituzionale, non vi è alcuna ragione valida perché, per qualsiasi motivo, per qualsiasi ragione, non ci si associ alla luce del sole. Non vedo tiranni che attentino alle nostre libertà di associazione, ma ho paura della segretezza, di questa sì, che può favorire il tiranno e non vi è chi non veda come, nel nostro Paese, il pericolo liberticida venga da strutture segrete o riservate che si voglia. E vi è un clima, per cui la segretezza o la riservatezza vengono comunque percepite dall'opinione pubblica come minaccia alle istituzioni democratiche. E liberare da questa preoccupazione il popolo italiano e segnatamente il popolo sardo, per quello che dipende da noi, non è dovere derogabile. Ho usato la locuzione segreto o riservato; su questi due termini si imposta tutto un ragionamento che abbiamo visto presente sulla stampa e in note e in pareri già richiamati. Io ho usato la locuzione segreto o riservato senza fare molti distinguo. Questo non vuol dire che io non faccia i necessari distinguo, sono cose ben diverse, perché è chiaro che se sul piano politico-istituzionale, che talvolta implica distinzioni anche più puntuali di quelle giuridiche, io non distinguessi, commetterei un errore gravissimo, l'errore per esempio di porre di G.O.I. alla stregua di strutture eversive criminali che operano in Italia. Sarebbe gravemente sbagliato, non avrebbe presupposti fondati sulla realtà, non avrebbe presupposti logici. Una tale distinzione mi è imposta dalla storia, ed è una storia nobile - è già stato detto, e anche questo aggettivo a suo tempo lo usai ed è stato richiamato anche nel dibattito di questa sera - una storia nobile quella della Massoneria, una storia nobile la storia passata, la storia prerivoluzione francese e ancor prima, mi riferisco a quella più collegata a due secoli di civiltà giuridica senza risalire indietro, mi riferisco alla nostra storia risorgimentale, mi riferisco anche, ricordate - richiami che non voglio ripetere - alla storia della formazione della classe politica sarda alla fine del secolo scorso e nei primi decenni di questo secolo. Ma soprattutto il non distinguere, facendo quindi una confusione che io voglio assolutamente evitare, mi è impedito dalla speranza di un'evoluzione verso la trasparenza del G.O.I. Ho richiamato brevemente il dibattito che esiste nella Massoneria e guardo a questo dibattito con estrema attenzione, perché ritengo sia particolarmente interessante per la vita democratica, se l'evoluzione del Grande Oriente avviene in direzione della trasparenza, perché la ritengo un'evoluzione estremamente importante per la salvaguardia dei nostri ordinamenti repubblicani, democratici ed autonomisti.
Con altrettanta chiarezza, però, - perché mi corre sempre l'obbligo della lealtà verso i colleghi - voglio dire che non basta una targa per distinguere il segreto dal riservato; di targhe l'Italia delle eversioni è piena, anche il SISDE aveva tanto di palazzo e di targhe che indicavano che lì era il SISDE - absit iniuria dal paragone che faccio, perché ripeto, sono realtà che io distinguo nettamente ed auspico un'evoluzione positiva del Grande Oriente e di tutta la Massoneria in generale - ma la targa certamente non rendeva di per sé trasparente l'attività del SISDE. Son ben altri i segni, e mi dispiace questa argomentazione illogica usata da una prestigiosa struttura come l'Avvocatura dello Stato per indicare un elemento distintivo e che proverebbe appunto la non rispondenza a certi parametri incostituzionali e illegali o illegittimi della Massoneria. Le argomentazioni debbono essere altre, quella argomentazione è manifestamente illogica secondo le categorie dei vizi sintomatici nell'analisi della formazione della volontà e della conoscenza. Mi dispiace dover rilevare queste cose ma, ripeto, rispetto a questo nostro dibattito mi pare del tutto ininfluente.
Detto questo, ritengo sia nostro non più eludibile dovere dare attuazione e specificazione alla legge numero 17 che specificamente rinvia alle leggi regionali. Probabilmente, se noi non fossimo in ritardo su questo aspetto, questo dibattito avrebbe avuto altri connotati, altro significato, altri segni e avremmo conseguito altri risultati. Così auspico che, con sollecitudine, il Parlamento della Repubblica possa esaminare i diversi progetti di legge presentati da diversi Gruppi, compresa la proposta di legge presentata dai parlamentari del P.D.S. sulla incompatibilità tra l'esercizio di funzioni pubbliche e l'appartenenza ad associazioni occulte, perché il problema è certo la garanzia per il singolo, ma è soprattutto il principio costituzionale della imparzialità di chi esercita funzioni pubbliche.
Vi sono aspetti sui quali occorre decidere e agire con sollecitudine, anche perché qui non vi sono ostacoli riferibili a carenze normative; non vi sono leggi statali o regionali da approvare; mi riferisco alla situazione di malessere presente nella vita dell'amministrazione regionale e in quella dell'amministrazione consiliare. Abbiamo il dovere di ripristinare, anche su questo piano, un clima di serenità; non possiamo far finta che tutto vada per il meglio, quando così non è, quando ci sono situazioni che vanno chiarite senza difficoltà, senza infingimenti. La parità di trattamento, l'imparzialità, la trasparenza sono requisiti ai quali non si deve derogare nell'azione amministrativa. Sono stati sempre rispettati? Si tratta di rimuovere eventuali situazioni non rispondenti a questi parametri e, a questo interrogativo va data sollecita risposta, perché il Consiglio, per sua natura, è organo legislativo, e in quanto organo legislativo, è proposto - anche al rispetto delle regole dell'ordinamento. Quindi persino certe cose che sono tollerabili in altre realtà, in altre strutture, a questo livello non possono essere tollerate perché la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto.
Allora si proceda con sollecitudine per creare le condizioni di questa certezza, certezza per tutti, senza eccezione alcuna in un clima di tolleranza, ma la tolleranza vera…
(Interruzioni del consigliere Giorgio Ladu)
COCCO (P.D.S.). Lo dico a te e ho già detto che stimo la tua massima lealtà verso i colleghi. Solo per questo mi rivolgo a te, per un atto di stima per la tua lealtà. Non condivido le cose che hai detto, ma devo darti atto di questa massima lealtà. Naturalmente ho sentito anche le considerazioni del collega Lombardo e capisco la sua estrema difficoltà, che nasce da una pratica che probabilmente va superata, perché un'associazione che voglia essere laica non può essere una sorta di sacramento. "Sacerdos in eternis": questa sorta di iniziazione pare un sacramento che debba durare in eterno. Questo è molto poco laico. Io, che ho militato nel Partito comunista dagli anni della mia adolescenza, devo riconoscere che il Partito comunista era un partito ideologico e abbiamo superato il partito ideologico, andando verso una dimensione laica, facendone un partito programmatico. Era un grande limite. Entrare ed uscire dal Partito comunista era enormemente più difficile di quanto non sia oggi, perché significava uscire da una scelta ideologica, senza fare distinguo qualcuno potrebbe dire di tipo religioso. Era collegata ai tempi, ma devo dire che era poco rispettosa della dimensione e della volontà individuale. Immagini, caro collega Lombardo, se non capisco io le sue difficoltà, perché passare a una dimensione laica probabilmente...
(Interruzioni)
Io non so se questi problemi siano presenti all'interno del Grande Oriente, ma probabilmente anche questa dimensione della conquista in qualche modo della laicità...
(Interruzioni)
Può darsi, io non so se siano compatibili o meno. Posso leggere; in biblioteca arriva la rivista Hiram e le mie curiosità culturali mi hanno portato a leggerla.
(Interruzioni del consigliere Lorelli)
COCCO (P.D.S.). Questo per dire quanto sia importante, quanto sia un problema aperto. Ma, caro Salvatore, il modo di intendere un'adesione a una milizia politica è diverso da quello che era cinquant'anni fa, perché noi stiamo parlando quanto meno di quarant'anni fa, e ci avviciniamo al mezzo secolo; però bisogna, per quanto possibile, storicizzare anche i nostri modi di essere, le categorie della nostra formazione.
Questo per dire che capisco la sua difficoltà, perché gli si pone il problema: "Ma ci sono, non ci sono?". La sua volontà gli dice: "Non ci sono". Però esiste una sorta di protezione di potere disciplinare - chiamatelo come volete - che gli dice: "No, tu ci sei". Quindi diventa un impedimento di una realizzazione piena della sua volontà. Sono problemi complessi, probabilmente sarebbe opportuno in altre sedi, naturalmente, dedicarci all'analisi anche di questi temi, perché non sono problemi secondari.
Poche brevissime righe per concludere, Presidente. Quindi azione per realizzare certezzaper tutti, certezza dalla quale deriva l'indispensabile serenità, condizione essenziale per realizzare quell'efficienza e produttività che i sardi vogliono presente in tutti i momenti di articolazione e di vita della loro realtà istituzionale, il Consiglio innanzitutto ma, per altro verso, l'intera amministrazione regionale. Grazie per la cortese attenzione, grazie anche al mio vecchio compagno e fraterno amico Salvatore Lorelli.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Salvatorangelo Mereu. Ne ha facoltà.
MEREU SALVATORANGELO (P.S.I.). Onorevole Presidente del Consiglio, onorevoli consiglieri, nel maggio di quest'anno, quando il Consiglio regionale venne chiamato a discutere sulla Massoneria, rimasi a lungo indeciso sull'opportunità o meno di un mio intervento, la cui sostanza avrebbe certamente rivelato opinioni contrarie al pensare corrente. E alla fine rinunciai a partecipare a quel dibattito. Feci male. Alla luce di quanto è successo in questi mesi, e in particolare in queste ultime settimane, sento però oggi impellente il dovere di parlare. Esprimo opinioni e convinzioni personali che, come tali, impegnano solo la mia persona e la mia coscienza. Sarebbe più comodo tacere, ma ciò che è comodo non sempre dà serenità. Sei mesi fa mi lasciai trascinare dalla "piena" come molti di noi. Non avrei fermato certamente io il corso degli eventi. Ma, quando la piena straripa e investe persone innocenti e in questo caso indifese non si può scegliere la via più comoda e tacere.
In quella circostanza, per chi come me scelse di essere solo ascoltatore, si coglieva in tutta la discussione qualcosa di stonato; si intravedeva l'obiettivo di arrivare comunque ad un affrettato pronunciamento del Consiglio, che è risultato, come si è visto, non solo imperfetto dal punto di vista giuridico, ma anche adatto a strumentalizzazioni di parte, magari sotto l'egida della trasparenza, sostantivo oggi inflazionato che viene utilizzato ad ogni piè sospinto per motivi che spesso trasparenti non sono. Fu inutile, in quella circostanza, il preciso richiamo fatto dall'onorevole Baroschi; i fatti hanno voluto che sensazioni e stonature e le forti e preoccupate avvertenze dell'onorevole Baroschi trovassero poi, sul piano giuridico, una sostanziale e sostanziosa motivazione che è stata palesata dal pronunciamento dell'Avvocatura di Stato. Essa, a proposito della richiesta ai dirigenti e ai funzionari dell'Assemblea della dichiarazione circa l'appartenenza alla Massoneria, ritiene tale richiesta non aderente ai principi generali dell'ordinamento giuridico in primo luogo e a quelli sanciti dalla Costituzione a garanzia dei diritti della persona. Non entro nei dettagli di quel parere, ma da esso emerge con evidenza una contraddizione che non può non far riflettere tutti noi. La verità vera, cari colleghi, è che l'Assemblea legislativa della Sardegna ha varato un provvedimento illegittimo che contrasta con una legge dello Stato e con i principi costituzionali. E' stato un momento di distrazione? Forse. E questo sarebbe il minore dei mali, perché si può sempre trovare un rimedio alla distrazione, quando si ha l'umiltà di riconoscerla, ma vorrei vincere il dubbio che così non sia stato e che magari si sia creato un clima di scarsa serenità, che ha finito col coinvolgere tutti in una frenetica corsa a dare la propria approvazione per non sentirsi secondi a nessuno, sottovalutando però, nella massima buona fede, io ritengo, l'importanza e la gravità di quanto affermato in quell'ordine del giorno.
Tutti noi, onorevoli consiglieri, abbiamo prestato un giuramento di fedeltà alla Repubblica italiana e alle sue leggi. Tutti noi abbiamo constatato quanto offenda vedersi respingere, per esempio, una legge dal Governo. Ancora nei giorni scorsi, in quest'Aula, si è tuonato contro il Governo per rivendicare le nostre pur legittime prerogative. Il dovere di coerenza e il rispetto che ognuno di noi deve sentire nei confronti della collettività dalla quale ha ricevuto fiducia, deve indurci, invece, a riflettere sul fatto che sia stata ignorata, con la nostra decisione, una legge dello Stato, per di più una legge come lo Statuto dei diritti dei lavoratori, che proprio il Partito socialista, al quale mi onoro di appartenere, con le motivazioni che lei, onorevole Lorelli, segnalava al suo collega di Gruppo, il Partito socialista - dicevo - aveva voluto con forza e tenacia, sulla linea della giustizia sociale, della tutela dei sacrosanti diritti di ogni lavoratore, contro ogni genere di prevaricazione. E bisognerebbe tornare indietro a quelle date, per sapere verso chi in particolare erano rivolte queste preoccupazioni. Ad ognuno di noi - consigliere regionale, funzionari, commesso o addetto alle pulizie - deve essere riservato il diritto non solo di manifestare le proprie opinioni, ma anche di non manifestarle, se queste appartengono alla sfera del privato. Si dirà che chi è eletto dal popolo ha doveri diversi da chi eletto non è. Questo è chiaro. Ma siamo certi che, fra questi doveri, rientri anche quello di dichiarare il proprio credo religioso o l'appartenenza ai differenti momenti di aggregazione sociale, siano essi culturali, sportivi o religiosi? E d'altra parte, il semplice, forzato dichiarare cambia la sostanza? Cambia l'atteggiamento? Cambia il sentire e il volere dell'individuo? E, quand'anche uno di noi non dichiari o non palesi le proprie convinzioni religiose, se le ha, quelle cristiane o cattoliche per esempio, si può supporre che la sua condotta di vita o il suo operare nella comunità siano meno rispondenti ai principi che ha sposato? O non è, invece, più consueto il contrario? Che vi sia cioè da parte dei più una quasi quotidiana palese dimostrazione della propria appartenenza e che, dietro tale trasparenza, si nascondano, invece, atti o fatti deplorevoli ed aberranti? Dichiarare, dire ad altri, non ci cambia. Operare o dimostrare ad altri è il modo migliore e credo il più antico per essere giudicati, accettati o respinti.
Personalmente sono convinto che il nostro elettorato ci conosca e ci sappia giudicare per quello che siamo, per quello che abbiamo fatto o facciamo e non per quello che possiamo pensare. E ritengo che ognuno di noi giudichi le persone, con le quali è a contatto per motivi politici, familiari, professionali, sociali, per quello che fanno, non per quello che pensano nel proprio intimo. Questo è almeno il mio modo di essere perché sono estremamente rispettoso della persona umana, della sua forza e della sua debolezza, dei suoi sentimenti, dei suoi valori e dei suoi ideali, dei suoi problemi e del suo carattere. Si è detto, esplicitamente in alcuni casi, con ammiccamenti in altri, che la Massoneria è una consorteria dedita solo agli affari e questo è solo un modo di generalizzare, è una moda ormai oggi ricorrente. Ma guai ad accettare un simile metro! Se lo accettassimo dovremmo anche accettare, visti i fatti di questi tempi, che si dica che tutti i partiti sono organizzazioni a delinquere, mafiose, clientelari e truffaldine, che tutti i commercianti sono evasori fiscali, che tutti i dipendenti della pubblica amministrazione sono scansafatiche, che tutti i politici sono ladri, che tutti i preti sono falsi e indegni e che tutto il nostro Paese è da buttar via. Non si può non dare atto alla stessa Massoneria, che è un'emanazione di questa società, di non aver mai negato che al proprio interno vi possano essere e vi siano persone preoccupate più del proprio benessere che di quello della collettività. Come in ogni consesso umano nel mondo, vi sono ladri, corrotti e delinquenti anche nella Massoneria, ma non solo nella Massoneria. Ma chi generalizza ha il dover di citare nomi, cognomi e fatti circostanziati e di denunziarli pubblicamente, diversamente non ha titolo alcuno per gettare fango indistintamente.
Viviamo d'altra parte un momento particolare della storia dell'Italia repubblicana, non passa giorno senza notizie clamorose che investono tutti, dagli apparati economici e produttivi del Paese fino alle massime istituzioni repubblicane. Da questi polveroni non si è salvato nemmeno il capo dello Stato, investito da un vortice di insinuazioni, di voci, di pettegolezzi, di ombre più o meno cupe. Hai voglia poi di smentire! A nulla servono le precisazioni, perfino quelle che fa la magistratura per tutelare i singoli. Il dubbio è nato, è cresciuto e permane come una pesante cappa di sospetto, che è impossibile scrollarsi di dosso, e solo per personale esperienza ognuno di noi può sapere quanto essa pesi. Si ha l'impressione che si sia perso ogni ritegno in tutto, particolarmente nel modo di fare informazione e nel modo di fare politica e le singole voci, seppure urlate, non trovano ormai più alcuna incidenza in una situazione come quelle che viviamo. Quando l'informazione e la politica escono dai confini naturali per entrare in territori non ben definiti, con obiettivi ben nascosti nelle menti di pochi, allora sì che è in pericolo la nostra democrazia. Criminalizzare indistintamente tutta una categoria vuol dire condurre un'operazione irrazionale, massimalista, semplicistica e persecutoria; significa, questo sì, attentare alla democrazia. E noi, eletti dal popolo, dobbiamo per primi impedire, in ogni sede e in ogni circostanza, che nel nome di uno zelante e mistificatorio perbenismo, tanto di moda oggi, si scatenino tante cacce alle streghe, con quelle conseguenze delle quali è ricca purtroppo la storia del genere umano, da Erode alle persecuzioni dei cristiani, dagli untori medioevali alla Santa inquisizione, dalla colonna infame alle soluzioni finali naziste. Vi sono libertà e diritti dei cittadini che sono sacri ed inviolabili e non esistono piccole libertà o piccoli diritti; hanno tutti pari dignità e c'è la garanzia di una Carta costituzionale che non dipende dalle maggioranze del momento o da strategie politiche o dai venti che tirano. Noi legislatori, agli occhi della nostra società, siamo coloro che debbono più di altri rispettare questi diritti, anzi abbiamo il dovere di tutelarli con ogni nostro atto, con tutto il nostro impegno. La mia quasi quarantennale militanza socialista, l'essere figlio di povera gente, l'aver conosciuto il sapore delle ingiustizie sociali hanno forgiato il mio modo di fare politica, e senza alcuno sforzo mi sento sempre di essere il portatore dei diritti delle minoranze, di chi non ha voce, di chi non ha possibilità di farsi rispettare perché non ha lobby, né padroni. Ciò che è avvenuto dopo la pubblicazione, sui quotidiani sardi, delle liste degli iscritti alla Massoneria, deve farci riflettere seriamente. La stampa e gli organi di informazione hanno il diritto di svolgere la loro azione. Noi, onorevoli consiglieri, abbiamo il dovere di ponderare ogni nostra decisione, perché le nostre decisioni debbono sempre generare bene ed evitare di creare male nei diretti interessati, nelle loro famiglie, nel loro ambiente sociale e professionale. Perché le cose dette e sottointese, in questo periodo, hanno creato dolore ai singoli e alle loro famiglie e vi è un detto sardo, trecentesco, che dice (l'onorevole Ortu non c'è): "a palas de is atrus corrias ladas",cioè la pelle sulle spalle degli altri, la si può tagliare a fette piccole e grandi, perché il dolore lo sente l'altro, non lo sente chi lo subisce. Questo problema, che pareva ormai superato e che ha impegnato l'Assemblea per diverse sedute, stancamente in qualche momento, come se in Sardegna non vi fossero problemi ben più importanti sui quali esercitare il nostro mandato, ritorna ancora oggi all'attenzione del Consiglio; biasimo, indignazione, paure, non so quanto genuine, sono riesplose, soprattutto da parte di un preciso Gruppo politico. E il Consiglio viene additato come un pericoloso covo di massoni. Ho ed ho sempre avuto il massimo rispetto per le libertà sancite dalla nostra Costituzione, dalla Carta dei diritti dell'uomo e, per la mia militanza politica, per i principi fondamentali che stanno alla base dell'Internazionale socialista. Per questi motivi esclusivamente, ho sentito la necessità impellente di intervenire sulle dichiarazioni rilasciate agli organi di stampa, da chi lascia intendere che in Consiglio regionale vi siano state indebite ingerenze sull'attività complessiva dell'Assemblea. Chi ha denunciato questi fatti in maniera generica, dovrebbe essere tenuto a precisare casi specifici, ammesso che ve ne siano stati, e che ne sia a conoscenza. Altrimenti si rischia di scatenare una caccia alle streghe, nonostante qui si affermi il contrario, una caccia indiscriminata che colpisce i diritti fondamentali di libertà di associazione e di pensiero posti alla base delle nostre istituzioni, o peggio di sollevare polveroni utili solo alla strumentalizzazione per motivi di politica personale. Posso affermare in piena coscienza che, da Presidente del Consiglio regionale, ho sempre avuto da tutti gli organi del Consiglio e da ogni dipendente, nessuno escluso, la massima leale collaborazione e, se è pur vero che i Presidenti non sono e non possono essere mai tutti uguali, è pur vero che la testimonianza di ciascuno di loro non può e non deve che essere considerata di pari dignità e fondatezza. Eppure così non è stato, ma così, onorevoli consiglieri, vorrei che fermamente fosse in questa sede.
Per quanto riguarda l'Ufficio Stampa, ancora stasera additato come un covo di massoni, sento il dovere di dare pubblicamente atto che i giornalisti dell'ufficio, massoni e non, al di là delle opinioni personali, hanno sempre dimostrato la massima competenza e professionalità, con uno spirito di collaborazione e di servizio che denota un grande senso di responsabilità nei confronti delle istituzioni democratiche e del Consiglio regionale in particolare. Si alzi la mano di un solo consigliere che non abbia sempre avuto la massima collaborazione e disponibilità di tutti i dipendenti, giornalisti e funzionari, preziosi collaboratori, preparati e capaci, fedeli alle istituzioni. A tutti loro non ho mai chiesto conto né dell'appartenenza alla massoneria Massoneria, né della loro appartenenza politica e partitica; sono e restano fatti loro.
Onorevole Presidente del Consiglio, per l'alto incarico che ella ricopre, le devo anticipatamente chiedere di volermi comprendere se mi permetto apertamente e lealmente, come è il mio solito, di avanzare qualche rilievo che la riguarda e che, per l'esperienza che ho fatto proprio da Presidente del Consiglio, più di altri posso comprendere e giustificare. Mi è l'obbligo di ricordare a lei e ai colleghi che, nel mese di settembre, l'Avvocatura dello Stato - a seguito di una richiesta del Consiglio regionale che, nasceva evidentemente da una profonda preoccupazione - ha affermato che la mozione da noi votata viola i principi costituzionali. Nonostante ciò, pochi giorni fa ella, onorevole Presidente, ha invitato dirigenti, funzionari e giornalisti dell'Ufficio Stampa a rilasciare la dichiarazione prevista dalla mozione. Alla luce di quanto ho detto, tale dichiarazione non poteva e non doveva essere richiesta in quanto illegale.
Comprendo bene, onorevole Presidente, l'imbarazzo e le difficoltà di scelta nel suo dover agire, pressato dall'insistente richiesta di un preciso Gruppo politico e da una altrettanta precisa pronuncia che non si presta ad equivoci. Perciò, se un suggerimento avessi potuto darle, onorevole Presidente, lo dico con la massima umiltà, le avrei consigliato di investire del problema gli organi istituzionali legittimati a decidere o la stessa Assemblea qualora ciò si fosse reso necessario prima di prendere quella decisione. Comprendo la sua difficoltà, e lo voglio ribadire, comprendo anche il dubbio che può averla assalita, e debbo dire però che, mentre qualcuno lamenta il suo ritardo, io dico che, se avesse ritardato ancora qualche giorno, forse sarebbe stato più utile. Dopo la pubblicazione delle famose liste, che io confesso di non aver letto, perché tanti erano i nomi che non ho pensato di dedicare tempo a leggere - non mi interessa chi siano e se ci siano funzionari della Regione e del Consiglio regionale, quali altri amici, compagni, cittadini, elettori, non è un problema che può interessare, è solo curiosità morbosa - dopo quella pubblicazione abbiamo assistito ad un proliferare quotidiano della nuova grande attività: "dichiarare". Anziché "nel nome del padre", "nel nome della dichiarazione" ognuno la mattina comincia a fare i propri compiti. Dichiarare, soprattutto, mi sa consentito dirlo, da parte del Gruppo del P.D.S., che non ha avuto sosta e che si è spinto fino alla richiesta azzardata, credo, di rimozione di funzionari i cui nomi comparivano in quelle liste - le avevano lette attentamente evidentemente - invocando la violazione del principio di trasparenza. Io non sono un difensore della Massoneria, né intendo esserlo, né la Massoneria avrebbe buon gioco ad avermi suo difensore. Ho ascoltato con attenzione e con interesse le cose che ha detto l'onorevole Cocco e non aggiungo nient'altro. So bene anche, e corro il rischio con molta consapevolezza, che di questi tempi è facile essere criminalizzati se solo si tenta di ricondurre il dibattito alla serenità ed equità di giudizio; solo perché non si è d'accordo su quelle che sono le dizioni correnti, sulle mode imposte da pochi e subite da molti. Ma qui di giudizio, anzi di condanna senza alcun giudizio, ce n'è stato uno solo; è quello del Capogruppo del P.D.S. che ha deciso che la Massoneria è fuorilegge e come tale i suoi iscritti devono essere demonizzati e criminalizzati.
Io non invoco gli atti della Commissione P2 per dimostrare il contrario, né parlo in questa sede soltanto perché la verità grida, esplode quando si vuole accreditare la Massoneria come una consorteria di malafede. Si punta l'indice verso persone che meritano ben altra considerazione. Parlo della Massoneria solo perché ho il dovere morale, politico, etico e umano soprattutto, di difendere, non la Massoneria ma le persone interessate e di riaffermare quanto ognuno di loro sia rispettoso delle proprie incombenze, del proprio dovere di servitore dello Stato. Ne parlo perché qualcuno di loro è già oggi storia, cultura e sardità e non possono essere il suo passato e il suo presente in nessun modo offuscati da dubbi che pure circolano, che pure sono sorti. Il compito di fare leggi e amministrare, impartire condanne e assoluzioni non spetta a nessun partito, ma è affidato ai poteri dello Stato nettamente distinti tra loro. Le leggi le fa il Parlamento, il Governo le amministra e la Magistratura le fa rispettare, ma in questa nostra vicenda, infrangendo le leggi esistenti, si è giunti a condannare senza processo e senza garanzia di difesa e si additano alla pubblica opinione singole persone, la cui unica colpa è solo quella di avere pensieri e opinioni personali, che possono avere il solo torto di differire dalla linea di qualche partito politico. Ogni partito è libero di prevedere nel proprio statuto e nei propri regolamenti interni precise norme che chi sceglie di appartenervi è tenuto a rispettare. Prendo atto con soddisfazione della dichiarazione resa dall'onorevole Tamponi, quando egli afferma che la Democrazia Cristiana, o Partito Popolare che dir si voglia, dice: "Noi non ci differenziamo per una netta e chiara condanna della Massoneria, ma siamo anche partito della legalità. Siamo fermi e severi con noi stessi ma rispettosi delle scelte e delle coscienze degli altri, non vogliamo partecipare a una caccia alle streghe. La nostra battaglia è per rendere trasparenti le istituzioni e la vita politica". Mi auguro, onorevole Tamponi, che lei sia conseguente con queste sue dichiarazioni. Nessun partito però, pur avendo regolamenti al proprio interno che possono prevedere norme severe, nessun partito può imporre di pensare e agire secondo i propri regolamenti interni. Non siamo in uno Stato di polizia, né in un Paese governato dai colonnelli, e nemmeno, per fortuna, in un Paese dominato dai soviet, o almeno non lo siamo ancora. Si è invocata la trasparenza, ma anche la trasparenza ha un suo preciso significato, e qui voglio citare le parole dell'Avvocatura dello Stato. "La trasparenza, come è noto, - sostiene - attiene alle modalità dell'azione amministrativa, le quali possono e debbono essere conosciute dagli amministrati", e ancora, "la cosiddetta trasparenza nulla ha a che vedere con le qualità personali e con le vicende private dei singoli dipendenti dei pubblici uffici. Essi hanno il pieno diritto, con esclusione di interferenze di qualsiasi genere, di esprimere o non esprimere le proprie opinioni, professare ideologie, iscriversi ad associazioni a carattere culturale, artistico, sportivo eccetera, senza doverlo necessariamente manifestare all'esterno, spontaneamente o su richiesta, né far conoscere la propria condotta a chicchessia". Mi sorprende che i consiglieri del P.D.S., i quali nel passato lontano e recente sono sempre stati pronti ad esporre dotte ed apprezzate interpretazioni giuridiche, in questo caso siano rimasti silenziosi.
PUBUSA (P.D.S.). Domani.
MEREU SALVATORANGELO (P.S.I.). Onorevole Pubusa, le sto facendo un complimento. Bene, allora, mi domando, che cosa deve fare oggi il Consiglio? Accettare ancora una volta le teorizzazioni di parte e farsi trascinare su una china che, a mio parere, è estremamente pericolosa, o riacquistare la piena autonomia e sovranità ed esercitare il proprio ruolo nel rispetto della Costituzione e delle leggi dello Stato? E se i consiglieri, nella propria piena autonomia, ascoltando solo la voce della propria coscienza superano gruppi e ideologie, partiti e capigruppo, respingessero a grande maggioranza questa mozione? E se la maggioranza dell'eventuale maggioranza, che io naturalmente auspico, fosse formata da consiglieri della maggioranza politica, facciamo una crisi di Giunta? Afferma il P.D.S. nella sua mozione odierna che per i pubblici dipendenti esiste un problema di compatibilità tra gli obblighi di imparzialità e lealtà istituzionale previsti dal pubblico impiego e l'appartenenza ad associazioni riservate quali la Massoneria e l'Opus Dei, che impongono particolari forme di obbedienza e vincoli di solidarietà. Ma che cosa si dovrebbe dire allora, se questo fosse vero, dei rapporti personali tra politici e personale del Consiglio, se non addirittura dei casi di dipendenti che hanno incarichi ufficiali all'interno dei partiti? Non esistono forse, anche nei partiti, certi vincoli di obbedienza e solidarietà, che potrebbero avere influito sul funzionamento del Consiglio molto di più di quanto potrebbe aver influito la parte di Massoneria presente? Potrebbe mai, chiunque di noi, azzardare simili interrogativi in documenti ufficiali senza certezze e quindi senza prove? Il P.D.S. si fa carico anche della grave difficoltà in cui operano gli uffici del Consiglio regionale e io condivido questa preoccupazione.
Nessuno può infatti disconoscere che esista un profondo senso di disagio del personale del Consiglio, ma sono certo che questa situazione non dipende dalla volontà dei dipendenti, quanto invece da chi aveva e ha precise responsabilità politiche e amministrative, e cioè il Consiglio di Presidenza, insieme all'altro organo, di cui mi sfugge la denominazione, che è preposto a questo compito. La stessa vicenda del nuovo regolamento dei servizi si sta trascinando da mesi, alimentando il malessere e rischiando di creare una profonda demotivazione dello stesso personale. Chi deve porre rimedio a questa situazione? Chi ha interesse a prolungare la sofferenza dei dipendenti? E quali sono i motivi di questo atteggiamento? E perché si è ripartiti da zero due anni fa, buttando a mare il serio lavoro che era stato portato aventi da chi aveva allora la responsabilità di operare?
Inopportuna e immeritata poi - e passo ad un altro capitolo - è la vicenda che ha interessato direttamente l'ufficio del Difensore civico. Credo di poter affermare che tutti noi conosciamo il dottor Viarengo, persona della massima rispettabilità, esemplare per come ha assolto ai suoi delicati compiti a capo della Magistratura cagliaritana, che ha sempre mostrato la massima disponibilità dal punto di vista umano e sociale. Il Consiglio regionale lo ha chiamato all'unanimità a ricoprire un ruolo difficile e delicato, proprio perché capace di essere il garante di tutti i cittadini sardi. Personalmente - conta poco ma lo voglio affermare - ho sempre avuto per il dottor Viarengo una profonda stima, accresciuta soprattutto dai suoi interventi e dalla sua partecipazione attiva e profondamente determinante, per l'apporto che egli ha dato in occasione dei lavori della Commissione di indagine sui fenomeni della criminalità in Sardegna, quando ha mostrato veramente una reale, profonda conoscenza dei problemi della nostra Isola. Mi chiedo come si possa pensare che una siffatta persona possa accettare alcunché di non trasparente, come avrebbe d'altro canto egli - uomo di giustizia e di profonda fede cristiana, per quel che io so - potuto tacere davanti ad una palese discriminazione messa in atto per motivi che non esito a definire strumentali. Non posso che ribadire al dottor Viarengo la piena e incondizionata fiducia che l'onorevole Mannoni, in veste di Presidente del Gruppo al quale io appartengo, gli ha riaffermato. E' stata purtroppo sollevata un'indegna gazzarra, che ha colpito non solo i diretti interessati a queste manovre, ma che ha coinvolto anche persone al di sopra di ogni sospetto, gettando pesanti ombre sul loro operato. Tutto ciò è pericoloso e preoccupante. In uno Stato di diritto, qual è il nostro, non va lasciato spazio a chi vuole processare le intenzioni e i pensieri, perché con questi metodi si spiana una pericolosissima strada. Con il polverone sollevato, qualcosa potrebbe incepparsi; gli autisti, pur bravi che siano, hanno bisogno di una macchina che funzioni bene, e nessuno deve azzardare nulla che possa bloccarne il buon funzionamento, perché potrebbe anche alla fine appurarsi che gli autisti non siano poi tanto bravi. Solo chi sa umilmente riconoscere i propri limiti e le proprie insufficienze rispetta le capacità professionali altrui e riesce ad avere, riconoscendole, contributi di indubbia preparazione, per meglio compiere la propria azione. Solo i presuntuosi disprezzano perché invidiano i propri collaboratori. E d'altronde mi domando e vi domando: ma a chi giovano queste strategie del sospetto che colpiscono un'istituzione come il Consiglio regionale, screditandone l'immagine e alimentando tensioni i cui scopi non appaiono poi così trasparenti? Si è tentato di liberare il posto nell'Ufficio del Difensore civico? Anziché potenziare e modernizzare si vuole invece distruggere l'Ufficio Stampa? Il tutto mira, come ho già detto, ad una crisi di Giunta? Questo polverone nasconde l'intenzione di precostituire i cavalli di battaglia di un'ormai prossima competizione elettorale? Se così fosse, questo denuncerebbe una pochezza di idee e un vuoto di contenuti reali, legati ai problemi della nostra Isola. O si vogliono cercare alibi, addossando ai poteri occulti esterni e interni tutte le colpe per la non soddisfacente sufficienza, nonostante la presenza del P.D.S. e della Giunta che governa la nostra Isola, colpita da una crisi mai così drammatica, una crisi per la quale si è andati ad un Governo a grande maggioranza, confortati da un'opposizione vigile, attenta, propositiva, appassionata, ricca di esperienze? Una maggioranza che è la risultante di un generoso processo politico, aperto proprio dal Gruppo socialista, mirato esclusivamente agli interessi e alle attese del popolo sardo. Ma, nonostante ogni sforzo, si è ancora lontani dal raggiungimento delle mete indicate: i problemi nuovi e i problemi vecchi incombono. Eppure quanto è avvenuto in Sardegna, dal punto di vista politico, è quasi il verificarsi anticipato di possibilità politiche che, a livello nazione, non trovano ancora terreno facile ma che suscitano tante speranze. Nei primi anni di questa legislatura, il dibattito politico e il lavoro di questa Assemblea si incentravano quasi esclusivamente su raffronti e paragoni tra la Giunta di sinistra precedente e la Giunta di centrosinistra dell'inizio di legislatura, presieduta allora dall'onorevole Floris e poi dall'onorevole Cabras. Oggi siamo ad un incontro importante, ad un fatto che nel passato rappresentava la carta estrema da giocare per le sorti della Sardegna. Il confronto operativo è sì in atto, e si è dimostrato, purtroppo, come era prevedibile, che non ci sono uomini o partiti miracolosi di fronte all'incombere dei problemi. Ogni uomo, quindi, e ogni Gruppo devono avere l'umiltà di riconoscerlo e adeguare di conseguenza i propri sforzi e il proprio operato, rinnovando e moltiplicando l'impegno e l'azione unitaria sui problemi della nostra società. L'ingigantire falsi problemi, il creare diversivi, il ricercare alibi, non allontana dal peso delle responsabilità di ciascuno, singolo o gruppo che sia, fa solo perdere preziosissimo tempo.
Sul caso Lombardo, perché ormai è diventato un caso, debbo, dopo le sue dichiarazioni, confessare che, per quanto mi riguarda, ci sono voluti più solleciti, da parte dell'onorevole Presidente del Consiglio, per la compilazione e la consegna della mia dichiarazione. Come molti di voi, onorevoli colleghi, ho sottovalutato enormemente la cosa, ma voglio dire che la mia presenza in questo Consiglio regionale, e l'essere stato per di più Presidente del Consiglio, mi hanno consentito di conoscere a fondo questa Assemblea e ciascuno di voi. Siamo, in generale, gente di buona pasta, non certo capaci di dichiarazioni in mala fede. Conosco l'onorevole Lombardo e posso affermare per lui ciò che penso della stragrande maggioranza di tutti noi: non meritava e non merita questo polverone. Cari colleghi, mi avvio veramente alla conclusione e non farò come l'onorevole Cocco, che si è avviato sette volte…
PUBUSA (P.D.S.). Ma ha finito prima di te.
MEREU SALVATORANGELO (P.S.I.). Credo che questa sia l'occasione per un severo esame di coscienza che tutti noi dovremo fare. Sono convinto che, con la nostra indifferenza, a maggio abbiamo favorito la nascita di un provvedimento che non aveva ragion d'essere, se non per essere posto a servizio di strumentalizzazioni indegne che hanno coinvolto la massima istituzione regionale. I problemi della Sardegna non sono solo quelli della trasparenza, potremmo avere la massima trasparenza, con l'unico risultato di lasciare intravedere il nulla. Il popolo sardo si aspetta ben altro da noi, e aspetta con pazienza. Il popolo sardo dei disoccupati, dei cassintegrati, dei giovani senza speranza di lavoro, dei malati che si trovano in strutture sanitarie da terzo mondo, dei piccoli commercianti e artigiani la cui economia è al tracollo, dei contadini e dei pastori, dei dipendenti pubblici che operano in strutture amministrative ferme al secolo scorso, degli insegnanti, degli studenti che si trovano in scuole al limite del collasso, degli amministratori locali che devono rispondere quotidianamente alle giuste richieste dei cittadini, questo popolo ci chiede di governare questa terra con interventi reali, capaci di incidere effettivamente su questa nostra disastrata e degradata situazione economica e sociale. Se qualcuno vuole continuare la caccia alle streghe, allora lo faccia assumendosene la totale responsabilità politica e amministrativa. Molti di noi non vogliono e non devono più essere complici di queste operazioni, che sono solo, purtroppo, di bassa politica. Nel corretto confronto politico si devono e si possono esporre opinioni, tesi e soluzioni differenziate, che possono anche essere modificate, ma sul piano dei diritti fondamentali di libertà noi non dobbiamo volere e non possiamo accettare alcuna contrattazione. Questi diritti sono irrinunciabili nell'interesse della nostra democrazia e della nostra società.
PRESIDENTE. E' iscritta a parlare l'onorevole Serra Pintus. Ne ha facoltà.
SERRA PINTUS (D.C.). Signor Presidente, signori consiglieri, sarò breve come è mio solito.
Premetto che non intendo parlare, il che farà un po' ridere, di Massoneria, in quanto, alla luce del recente, motivato e articolato parere dell'Avvocatura dello Stato sulla mozione del 5 maggio scorso, ritengo il rapporto Consiglio regionale - Massoneria giuridicamente chiaro e corretto. Per quanto riguarda, invece, l'aspetto politico, il problema Massoneria rientra a mio avviso nel problema ben più vasto della questione morale. Tant'è che trovo ridicolo che da alcune parti si continuino a fare delle crociate contro i massoni, quando l'attuale società è, a tutti i livelli, intessuta di una miriade di traffici e di intese, strette segretamente e a volte trasversalmente, miranti a ottenere privilegi e vantaggi di ogni sorta, di singoli o di pochi. In questa situazione di degrado che senso ha demonizzare soltanto i massoni e parlare soltanto di Massoneria? Io credo che il nostro compito sia ben altro, sia quello di trovare dei correttivi a questa situazione, di trovare appunto qualcosa che corregga la rotta. A mio avviso, se una crociata si deve fare è proprio quella di combattere il malcostume dilagante, dando spazio a tutte quelle forze buone che ancora esistono, seppure in minoranza, nella nostra società. E di questo io credo il Consiglio regionale si debba occupare, dare spazio alle forze buone che ancora esistono nella nostra società. Occorre dare spazio dicevo a quella voglia di bene che, nonostante tutto, ancora esiste in diversi settori della società civile e nella chiesa cattolica, ma non tutti recepiscono questa necessità e preferiscono così divagare, parlare di Massoneria e di altre cose senza arrivare a cose concrete: ad invertire la rotta. Dicevo che non tutti recepiscono questa necessità, questo bisogno, che pure è impellente, di riscoprire e di valorizzare il bene; tant'è che, anche in quest'Aula, il Partito Democratico della Sinistra non ha perso l'occasione, nell'ambito del dibattito sulla Massoneria del 5 maggio scorso, di sferzare attacchi alla chiesa cattolica; quella chiesa cattolica che opera per il bene di tutti diffondendo con fatica, in una società travolta dall'individualismo e dal materialismo, i semi dell'amore, dell'altruismo, della fratellanza, della giustizia e della pace. Dicevo che il P.D.S. non ha perso l'occasione per sparlare della chiesa, e questo lo ha rifatto nella mozione "152" oggi in discussione e con interventi di vario tipo ai giornali, l'ex Partito comunista non si smentisce e, seguito a ruota da certa stampa, torna ad attaccare l'Opus Dei anche nella mozione 152; attacco ormai fuori dai tempi. Ricordo, a questo proposito, il dibattito che si ebbe in Parlamento sette anni or sono, nel 1986, e l'esauriente e chiarificante relazione fatta al Parlamento dal Governo in merito; gli atti parlamentari sono a disposizione di tutti e bene farebbe il P.D.S. sardo a leggerseli. Un attacco, dicevo, superato dai tempi, perché il 1986 è ormai lontano, ma certamente ingiusto e per certi versi cattivo, se si considera, come è stato dimostrato in Parlamento, che l'Opus Dei è un ente istituzionale e quindi non certamente segreto, facente parte della struttura costituzionale della chiesa cattolica, così come lo sono ad esempio le stesse parrocchie; e che pertanto non esistono come si vorrebbe far credere, soci segreti dell'Opus Dei, ma fedeli che frequentano l'Opus Dei, così come non esistono soci segreti delle parrocchie, ma fedeli che frequentano le parrocchie: è la stessa cosa. L'Opus Dei, alla pari delle parrocchie, è un'istituzione della chiesa, un'istituzione alla luce del sole. Il termine fedele, come ben si sa, deriva da fede e presume un credo religioso che, per i cattolici, si professa con una vita spirituale e sociale improntata all'osservanza dei comandamenti; e i fedeli dell'Opus Dei si impegnano a vivere una vita spirituale intensa e a vivere i loro rapporti sociali in modo conseguente. Le finalità dell'Opera d'altra parte sono esclusivamente di natura spirituale e non sono assolutamente segrete. Io le vorrei anche leggere perché sono brevi, ma le lascio a disposizione dei colleghi; comunque sono esclusivamente di carattere spirituale. L'Opus Dei pertanto, cari amici del Partito Democratico della Sinistra, non è un'associazione segreta, riservata, come voi dite con cattiveria e falsità, ma un'istituzione della chiesa cattolica aperta ai fedeli che desiderano vivere una vita spirituale profonda. L'Opus Dei non impone poi, come dite voi, forme di obbedienza particolare, se non quella obbedienza a cui si devono attenere tutti i cattolici: obbedienza al credo religioso e al magistero della chiesa. Non ci sono differenze. Se pertanto si vuole sollevare il problema dell'obbedienza, si abbia il coraggio di sollevarlo per tutti i cattolici, e non soltanto per quelli che frequentano l'Opus Dei, e pertanto, se si vuole appunto perseguitare i cattolici che lavorano negli enti pubblici, si facciano indagini in tutti gli ambienti dove lavorano i cattolici. Non so a che cosa si vuole arrivare, ma me lo spiegheranno poi gli amici del Partito Democratico della Sinistra. Per quanto riguarda poi i vincoli di solidarietà che imporrebbe l'Opus Dei, anche qui, cari ex comunisti, i vincoli di solidarietà dei fedeli dell'Opus Dei sono identici a quelli di tutti i cattolici, solidarietà verso tutti senza discriminazioni e senza ingiustizie. Nessun vincolo di riservatezza poi per i fedeli dell'Opera che hanno il pregio di vivere la loro vita da cristiani, senza sbandierare a destra e a manca la profondità del loro credo religioso: non sappia la destra cosa fa la sinistra o viceversa. Ma, cari amici del P.D.S., per approfondire la conoscenza dell'Opus Dei, in modo da evitare per il futuro, da parte vostra, ogni ulteriore offesa alla chiesa e ai cattolici, vi consiglio di leggere uno studio del professor Gaetano Lo Castro dell'Università "La Sapienza" di Roma, intitolato "La prelatura personale Opus Dei e l'ordinamento dello Stato". In questo studio vengono messi in luce i rapporti, improntati alla massima trasparenza, esistenti tra Chiesa, Opus Dei e Stato italiano; viene illustrata la natura giuridica dell'Opus, spiegate le sue finalità spirituali e le sue attività. Mi auguro che, dopo la lettura di questo testo, cessi da parte del P.D.S. sardo ogni attacco ingiustificato alla Chiesa. I cattolici sono ricchi di comprensione verso chi li offende e anzi normalmente sono pronti ad offrire anche l'altra guancia, ma il Partito Democratico della Sinistra non deve abusare della loro pazienza. D'altra parte il P.D.S. farebbe bene a pensare alle sue cose, a dimostrare ad esempio alla gente di aver cambiato con il nome anche la propria ideologia; invece questo partito, che si dice nuovo, tarda a capire - e lo dimostra anche in questa circostanza - che democrazia significa rispetto del pluralismo delle idee. Inoltre il P.D.S. dovrebbe assimilare bene i principi costituzionali, compreso il contenuto dell'articolo 19 che sancisce il diritto di libertà religiosa per tutti, compresa quindi la libertà religiosa di quei cittadini, che essendo fedeli dell'Opus Dei, pregano e operano alla luce del sole, non certo nelle catacombe, per tentare di riportare il bene in questa società malata e corrotta. Prendo atto che nel dibattito odierno il Capogruppo del P.D.S., illustrando la mozione, non ha ripreso gli attacchi all'Opus Dei; mi auguro che questo silenzio del Capogruppo segnali un passo indietro, ovvero una riflessione o meglio ancora un pentimento da parte del P.D.S. su quanto scritto e detto ingiustamente finora nei confronti di questa istituzione della chiesa cattolica. I fedeli dell'Opus Dei, che sanno bene che cosa significhi professare il loro credo religioso, sanno perdonare ma sanno anche andare avanti. Monsignor Escrivà, fondatore dell'Opus Dei, diceva a proposito della sofferenza: "Per un figlio di Dio le contrarietà e le calunnie sono, come per un soldato, ferite ricevute sul campo di battaglia". Poi, però, il soldato continua a combattere.
PRESIDENTE. I lavori del Consiglio riprenderanno domani mattina alle ore 10.
La seduta è tolta alle ore 20 e 40.
Allegati seduta
Testo delle mozioni annunziate in apertura di seduta
Mozione Cogodi - Morittu - Murgia - Salis - Urraci sul rilancio e lo sviluppo della vertenza Sardegna; azione contestativa e pacchetto autonomistico.
IL CONSIGLIO REGIONALE
PREMESSO CHE:
a) la condizione economica e sociale della Sardegna si aggrava ogni giorno di più, stimandosi addirittura come dato più benevolo per il prossimo futuro l'ipotesi di "crescita zero";
b) i lavoratori espulsi dalla produzione (operai, impiegati, insegnanti), sono costretti a forme di protesta così dure da mettere a rischio la stessa incolumità fisica dei lavoratori medesimi;
c) langue, in modo colpevole, ogni e qualsiasi iniziativa politica valida da parte delle istituzioni pubbliche e principalmente da parte della Giunta regionale;
d) tale stato di cose è divenuto intollerabile e, di fatto, inconciliabile con la pace sociale e con la stessa tranquillità di coscienza della società civile;
e) permangono del tutto disattesi dal Governo nazionale i ripetuti pronunciamenti del Consiglio regionale e principalmente la piattaforma rivendicativa contenuta nell'ordine del giorno voto del 19 marzo 1993,
delibera
1) di riunirsi in seduta permanente di contestazione contro le ingiuste scelte di politica economica del Governo nazionale;
2) di procedere alla definizione di una proposta generale ed organica, per lo sviluppo della Sardegna a garanzia della occupazione (progetto per la rinascita, oggi), che coinvolga tutti gli aspetti economici, sociali ed istituzionali che concorrono a costituire la dignità e la validità stessa della Autonomia Speciale;
3) di ritenere detta proposta come base irrinunciabile di rivendicazione nei confronti del Governo e dello Stato nazionale ("pacchetto autonomistico della Sardegna") e come fatto idoneo a ridefinire la natura e la portata del rapporto Regione/Stato;
4) di nominare una "delegazione trattante", espressione dei poteri istituzionali della Regione, che definisca con lo Stato i contenuti e i risultati della "vertenza Sardegna";
5) di rivolgere un appello alla totale mobilitazione delle forze sociali, istituzionali, culturali dell'Isola a sostegno della piattaforma di rivendicazione della Sardegna nei confronti dello Stato. (149)
Mozione Sanna - Tamponi - Corda - Carusillo - Tidu - Marteddu - Serra Antonio - Usai Sandro - Amadu - Atzeni - Atzori - Baghino - Deiana - Dettori - Fadda Paolo - Giagu - Lorettu - Manunza - Mulas Franco Mariano - Onida - Oppi - Piras - Satta Antonio - Sechi - Selis - Serra Pintus - Soro sul problema delle saline in Sardegna.
IL CONSIGLIO REGIONALE
PREMESSO che:
- lo Statuto regionale e le sue norme di attuazione nel Titolo II, circa le funzioni della Regione, elenca all'articolo 3 le materie in cui la Regione ha potestà legislativa e tra tali materie, al punto m) del citato articolo 3, è indicato "l'esercizio dei diritti demaniali e patrimoniali della Regione relativi alle miniere, cave e saline";
- appare chiaramente definito con legge a valenza costituzionale che la Regione ha potere di legiferare in materia di cave e saline per quanto attiene all'esercizio dei diritti demaniali e patrimoniali della stessa Regione, peraltro l'articolo 4 punto a) del citato Statuto precisa che nei limiti fissati dall'articolo 3 e dei principi stabiliti dalle leggi dello Stato la Regione emana norme legislative sull'esercizio industriale delle saline;
- nella materia dell'esercizio dei diritti demaniali e patrimoniali e sull'esercizio industriale relativi alle saline la Regione ha quindi inconfutabilmente competenza primaria, anche se l'articolo 14 dello stesso Statuto però pare limitare le competenze della Regione dove dispone che la Regione succede allo Stato nei beni e nei diritti patrimoniali di natura immobiliare ed in quelli demaniali ad esclusione del demanio marittimo e precisa che i beni ed i diritti connessi a monopoli fiscali restano allo Stato finché dura tale condizione;
- a chiarire ulteriormente la questione soccorre il D.P.R. 24 novembre 1965, n. 1627 il quale dispone che le funzioni amministrative dell'autorità marittima statale concernente le saline relativamente al demanio marittimo ed al mare territoriale sono trasferite all'Amministrazione regionale della Sardegna, i cui provvedimenti concernenti le concessioni di saline sono adottati previo parere favorevole della competente autorità statale sulla compatibilità del pubblico uso;
- in relazione al problema delle competenze della Regione risulta pertanto definitivamente certo che "la Regione è titolare anche del potere concessorio sulla installazione di nuove saline, sulla revoca e sulla decadenza di concessioni già in atto";
- i limiti derivanti dall'articolo 14 dello Statuto regionale che esclude tra i beni ed i diritti demaniali della Regione quelli del demanio marittimo che, in quanto connessi a monopoli fiscali, restano allo Stato finché dura tale condizione sono ormai superati. Mentre quelli derivanti dal D.P.R. 1627/1965 che impongono alla Regione l'acquisizione del preventivo parere favorevole della competente autorità statale sulla compatibilità del pubblico uso per il rilascio di concessioni di saline marittime, vanno considerati più che altro dei limiti formali che non pregiudicano la competenza regionale, ma impongono esame di compatibilità prima della adozione dei provvedimenti;
COSTATATO che:
- i problemi derivanti dal monopolio sulla produzione e commercializzazione del sale nel territorio nazionale sono nati con la legge 17 luglio 1942, n. 907. Infatti con tale legge è stato disposto che "la estrazione del sale dall'acqua del maree, dalle sorgenti saline, dalle miniere, la produzione del sale in qualunque altro modo, la raccolta, l'introduzione e la vendita del sale sono soggette a monopolio di Stato in tutto il territorio della Repubblica fatta eccezione per la Sicilia, per la Sardegna, isole minori e alcuni Comuni" (peraltro al principio del monopolio del sale sono state introdotte alcune deroghe per la produzione del sale come sotto prodotto di lavorazioni industriali, per la fabbricazione di tipi speciali di sale alimentare, la produzione di sale con metodo idrolitico, l'estrazione di sale dalle acque minerali e dalle sorgenti saline per esclusivi scopi igienici e curativi, la preparazione di sali speciali da talvolta per l'esportazione e la produzione di cloruro di sodio chimicamente puro);
- da quanto esposto è evidente che, al di là delle indicate deroghe che hanno una validità generale, la Sardegna è stata esclusa dalla introduzione del monopolio di Stato sul sale avvenuta con la citata legge 907/42;
- inoltre lo Statuto regionale e le successive norme di attuazione hanno chiarito che la Regione esercita tutte le attribuzioni degli organi centrali e periferici dello Stato nelle materie indicate agli articoli 3, lettera h) e m), e 4, lettera a) dello Statuto, come precisato nel D.P.R. 19 giugno 1979, n. 348, articolo 48;
- infine occorre mettere in chiara evidenza che con la legge 25 febbraio 1973, n. 10 è stato abolito sul territorio nazionale il monopolio del sale, per cui anche le limitazioni su beni e diritti connessi a monopoli fiscali stabilite dall'articolo 14 dello Statuto regionale risultano cancellate;
ACCERTATO che:
- con la citata legge 10 febbraio 1973, n. 10 e con decorrenza 1° gennaio 1974 si è abolito il monopolio di vendita del sale, a cui peraltro non era interessata la Sardegna, dove gli operatori locali potevano liberamente operare;
- il mercato della Sardegna poteva assorbire circa 30.000 tonnellate all'anno a fronte di una produzione delle saline di grezzo di circa 600.000/650.000 tonnellate per anno, pertanto la maggior parte del prodotto veniva conferito al monopolio;
- a partire dal 1° gennaio 1974 con la abolizione del monopolio gli imprenditori locali ammodernano gli impianti e portano la produzione a 150.000 tonn/anno di raffinato e confezionato e si inseriscono sul mercato nazionale;
- la Salsarda, costituita su direttiva dell'Amministrazione regionale tra l'EMSA e l'EMSAMS S.p.A di Palermo consociata dall'Ente minerario siciliano, con lo scopo di impiantare e gestire in Sardegna Saline marittime, richiede alla Regione sarda, nell'ottobre 1974, la concessione delle saline di Cagliari, S. Antioco e Carloforte;
- tale iniziativa non è andata avanti perché il Ministero delle finanze e l'Assessorato regionale delle finanze hanno ritenuto che la legge 10/73 non consentisse il sub ingresso nelle saline della Salsarda S.p.A;
- con la legge 22 luglio 1982, n. 467, è stata affidata la commercializzazione del sale prodotto dal Monopolio di Stato alla società AIS S.p.A costituita dallo stesso Monopolio e dall'Ente minerario siciliano;
- in conseguenza di tale operazione i raffinatori locali sono stati costretti a pagare il sale a prezzi più che raddoppiati ed a condizioni sfavorevoli rispetto a quelle degli operatori continentali;
- il risultato è stato l'importazione di sale da altri Paesi (Spagna) e l'acquisto da mediatori continentali di sale prodotto in Sardegna;
- la Contivecchi S.p.A. intanto con la legge 784/1980 è stata trasferita alla SIR Finanziaria che ne ha affidato la gestione al gruppo ENI;
- l'ENI assicura l'approvvigionamento di sale marino agli impianti ex Rumianca per 150.000 tonn/anno;
- la rimanente produzione di 150.000 tonn/anno non utilizzata dalla ex Rumianca viene praticamente commercializzata dall'Ente Minerario Siciliano e che tale situazione determina per gli operatori sardi la necessità di acquistare il grezzo dall'AIS S.p.A che si trova di fatto ad operare in regime di effettivo monopolio;
ACCERTATO inoltre che:
- l'AIS (Azienda Italiana Sali), costituita con legge 22 luglio 1982, n. 467, è un Ente di commercializzazione che nasce con la partecipazione dell'Ente Minerario Siciliano e di alcune aziende produttrici nazionali a prevalente capitale pubblico;
- l'AIS, attraverso patti parasociali è controllata dalla ITALKALI S.p.A che è una emanazione diretta dell'Ente Minerario Siciliano;
- attraverso particolari agevolazioni l'AIS ha avuto la possibilità di acquistare in esclusiva il sale prodotto nelle saline di Stato in campo nazionale, cosa che ha danneggiato gravemente dei raffinatori sardi (non va trascurato che l'Ente Minerario Siciliano è produttore in esclusiva di tutto il salgemma italiano con circa 2.500.000 tonn/anno che rappresentano 2/3 della produzione di sale nazionale e che ha l'esigenza della penetrazione commerciale resa difficoltosa nel campo dell'alimentazione alla concorrenza del più pregiato sale marino. Tale situazione ha guidato la strategia siciliana all'ottenimento del totale controllo del mercato del sale con l'acquisto a condizioni di privilegio della maggior parte del sale marino disponibile);
- in relazione alla conseguita condizione di monopolio del sale da parte siciliana i raffinatori sardi sono stati obbligati ad acquistare il grezzo a condizioni particolarmente gravose che li hanno posti fuori mercato;
- la competitività dei raffinatori sardi si può determinare soltanto con la rottura di tale monopolio di fatto e quindi con la possibilità di controllare e disporre, a prezzi non alterati, di una produzione locale di sale marino (Macchiareddu, Poetto, ecc) che alimenti gli impianti di raffinazione sardi già capaci di 150.000 tonn/anno;
RIMARCATO che:
- da quanto esposto appare chiaro che la questione del sale sardo è legata alla necessità che:
a) i raffinatori dispongano di quantità adeguate di sale grezzo;
b) il costo di acquisto della materia prima non venga imposto artificiosamente e in modo discriminatorio rispetto agli altri operatori a prezzi eccessivi;
- nella situazione attuale i raffinatori sardi non sono in grado di essere presenti nel mercato del sale alimentare in quanto l'offerta loro è fortemente al di sotto della domanda e devono affrontare una concorrenza che pratica prezzi di vendita inferiori ai costi che essi affrontano non disdegnando azioni di dumping;
- l'unico elemento positivo e che consente ancora la sopravvivenza del comparto è la superiore qualità del prodotto sardo, sopravvivenza che nel 1985 ha consentito di occupare fra attività dirette e indotto circa 300 unità lavorative con un fatturato di c.a. 7 MD;
- la possibilità di trattare soltanto 1/3 della capacità degli impianti indica la rilevanza del danno in termini economici e occupativi;
- soltanto con il recupero della capacità produttiva di sale per uso alimentare attraverso l'acquisizione delle produzioni delle saline di Macchiareddu, che forniscono il miglior sale alimentare sul mercato, si può pensare a serie prospettive per gli operatori sardi del comparto;
- nella lunga vicenda delle saline di Macchiareddu va ricordato che un primo decreto (n. 325 del 6 dicembre 1983) di concessione alla Contivecchi S.p.A per lo sfruttamento delle saline non venne mai registrato dalla Corte dei Conti, (peraltro il 19 dicembre 1985 veniva emanato col n. 61 un decreto dell'Assessore regionale dell'industria che attribuiva alla Contivecchi S.p.A una concessione di Ha 672 per lo sfruttamento del sale marino in attuazione della legge 20 agosto 1921, n. 1209, regolarmente registrata dalla Corte dei conti il 10 aprile 1986 e che intanto nel gennaio 1986 è stato costituito il consorzio del sale fra produttori e raffinatori in Sardegna a cui hanno aderito le ditte Felice Angioni, F.lli Cadelano, Cadelano Oreste e figli, Sarda Sale S.pA., la Perla del Mare, Mar Sale);
- successivamente nel giugno 1987 è stato operante presso l'Amministrazione dei Monopoli di Stato il sindacato autonomo SNAMS-CISAL che risulta presente nelle saline di Stato di Cagliari, S. Antioco e Carloforte;
- il quadro del Comparto sardo del sale (Contivecchi, Saline di Stato, Salsarda, Consorzio del Sale) pur sensibilizzato e animato da validi intenti, continua a soffrire per problemi esterni (AIS ), ma anche per vicende interne;
- esempio di tale malessere è rappresentato dai prezzi del sale marino; prodotto dalla Contivecchi S.p.A di Macchiareddu, denunciati dal Consorzio sardo raffinatori sale marino come eccessivamente elevati e tali da determinare effetti negativi sulla economicità della gestione delle imprese;
- altro problema è rappresentato dai rapporti conflittuali tra Consorzio ed alcuni consorziati in relazione al venir meno della Salsarda quale fornitore del sale con la mediazione del Consorzio (il rapporto diretto stabilito tra Consorzio e Contivecchi avrebbe determinato aumenti del prezzo del sale raffinato prodotto in Sardegna con la conseguente penetrazione nel mercato sardo di venditori della penisola);
- infine la posizione della Salsarda S.p.A costituita nel 1974 tra l'Ente minerario sardo e la Società per l'industria del salgemma dell'Ente minerario siciliano, successivamente ritiratosi, che ha finalizzato la propria attività sul sale al potenziamento delle capacità esistenti, alla commercializzazione del sale in Sardegna e nella penisola. La realizzazione di nuove saline (Sulcis e Oristanese) non è andata avanti per l'opposizione delle amministrazioni locali. E' stato messo a punto dalla Società uno studio di fattibilità per la ristrutturazione delle saline di Stato del Poetto, da aggiornarsi in relazione al Piano di risanamento del Molentargius, per il quale la Salsarda è in attesa di indicazioni da parte della Regione (quale Assessorato?);
- così un piano per la verticalizzazione delle produzioni mediante il recupero dei sali delle acque madri delle saline è rimasto sulla carta;
- il problema della ristrutturazione delle saline del Poetto pare tra l'altro allontanarsi a causa della volontà che sembrerebbe emergere in campo nazionale di alienazione a favore di privati del l'area;
VERIFICATO che:
- da quanto esposto appare in tutta evidenza la più totale confusione esistente nell'ambito del comparto:
a) la Regione non esercita con la necessaria chiarezza e decisione le competenze proprie;
b) lo Stato abolisce il proprio monopolio e subito impone attraverso privilegi sulla commercializzazione un nuovo monopolio di fatto;
c) le imprese locali o si fanno fagocitare nell'ambito degli interessi siciliani o non riescono a costituire un organismo di riferimento che abbia la capacità di intervenire nel gioco degli interessi;
d) l'Ente minerario sardo pare abbia scarso interesse e scarsa capacità ad impegnarsi più efficacemente nel comparto e si defila lasciando che la Salsarda modifichi il proprio interesse verso altre produzioni,
impegna la Giunta regionale
a mettere a punto un provvedimento legislativo complessivo che dia ordine alla materia e che considerando il sale marino materia di primaria importanza per l'economia locale privilegi gli operatori locali liberandoli dalle imposizioni monopolistiche e dagli accordi tesi alla loro eliminazione dal mercato. (150)
Mozione Ortu - Demontis - Planetta - Puligheddu - Serrenti sul mancato avvio dell'Agenzia regionale del lavoro.
IL CONSIGLIO REGIONALE
CONSTATATO lo stato di grave crisi occupativa ormai costante e progressivamente più acuta conseguente alla chiusura delle miniere, all'arresto produttivo di molte industrie nel settore agro-alimentare ed artigianale;
RILEVATO che alla cronica crisi strutturale dell'economia in Sardegna va ad assommarsi una persistente negativa congiuntura diffusa internazionalmente e con effetti ancor più laceranti nelle regioni economicamente e socialmente deboli, quali la Sardegna;
RITENUTO opportuno che in questi frangenti si mettano in atto, su iniziativa delle pubbliche istituzioni, programmi e progetti finalizzati alla produzione di beni e servizi socialmente utili e capaci di offrire rilevanti possibilità occupative con un basso rapporto investimento-posto di lavoro;
RICORDATO che nel corso della precedente legislatura, al fine anche di dare tempestiva e adeguata risposta ai problemi dell'occupazione, specialmente dei giovani, con legge fu istituita l'Agenzia regionale del lavoro;
CONSTATATO che l'Agenzia come strumento attuativo delle politiche del lavoro non è stata mai avviata nonostante gli impegni assunti dalla Giunta regionale, disattendendo la volontà del Consiglio regionale e la forte domanda di lavoro da parte dei disoccupati;
RILEVATO che la Giunta regionale non ha dato attuazione alla legge con l'organizzazione della struttura prevista, la sua autonomia funzionale e che nel bilancio della Regione sarda risultano avanzi di esercizio di centinaia di miliardi destinati all'occupazione,
impegna la Giunta regionale
- a dare con immediatezza una direzione all'Agenzia del lavoro, condizione imprescindibile per una sua funzionalità;
- a convocare in tempi brevi il Comitato dell'Agenzia che da lungo tempo non si riunisce;
- ad assumere con urgenza tutte le iniziative utili ad un concreto avvio dei progetti proposti ed approvati. (151)
-
Mozione Dadea - Ladu Leonardo - Manca - Casu - Cocco - Cuccu - Erittu - Lorelli - Pes - Pubusa - Ruggeri - Sardu - Satta Gabriele - Scano - Serri - Zucca sulle delicate questioni sollevate dalla pubblicazione degli elenchi degli iscritti alla Massoneria in Sardegna.
IL CONSIGLIO REGIONALE
PREMESSO CHE:
- la pubblicazione degli elenchi degli affiliati alla Massoneria ha evidenziato la presenza di un consistente numero di dipendenti del Consiglio regionale e dell'Amministrazione regionale;
- delicati uffici e servizi dell'Assemblea regionale sono diretti da affiliati alla Massoneria;
- l'Assemblea regionale, in data 5 maggio 1993, ha approvato la mozione n. 117 che, tra le altre cose, invitava il Presidente del Consiglio a chiedere ai consiglieri regionali e ai funzionari del Consiglio, una dichiarazione attestante la eventuale affiliazione alla Massoneria di qualsiasi osservanza;
- l'Assemblea regionale, in data 5 giugno 1992, ha approvato l'ordine del giorno n. 67 sul potenziamento dell'attività del Consiglio regionale che dava indicazioni all'Ufficio di Presidenza di elaborare, entro 60 giorni dalla sua ricomposizione, un progetto di riordino e di potenziamento delle attività del Consiglio;
- in discussione non è tanto l'appartenenza alla Massoneria, che non si intende demonizzare o criminalizzare, quanto il principio della trasparenza che è condizione essenziale di una corretta dialettica democratica tra cittadini e istituzioni; non si può però sottacere che esiste, per i pubblici dipendenti, un problema di compatibilità tra gli obblighi di imparzialità e di lealtà istituzionale, previsti dal pubblico impiego e l'appartenenza ad associazioni riservate, quali la Massoneria e l'Opus Dei, che impongono particolari forme di obbedienza e vincoli di solidarietà;
RILEVATO CHE:
- il principio della trasparenza violato almeno in tre occasioni (Ufficio del Difensore civico, Ufficio Stampa e dichiarazione che sembrerebbe non veritiera di un consigliere regionale) non è stato ancora ripristinato;
- i contenuti della mozione n. 117 del 5 maggio 1993 "Sulla necessità di trasparenza circa l'appartenenza ad associazioni e… eventuale affiliazione alla Massoneria" sono stati, per quanto riguarda le disposizioni inerenti di funzionari del Consiglio, a tutt'oggi, disattesi;
- le disposizioni dell'ordine del giorno n. 67 del 5 giugno 1992, "Sul riordino e sul potenziamento dell'attività del Consiglio regionale", sono state, sino ad ora, disattese;
- gli uffici del Consiglio regionale, per stessa ammissione del Collegio dei Capi Servizio, "versano da anni in condizioni di grande difficoltà operativa per grave carenza di organici, mancanza di coordinamento e di impulso, forti limiti nella certezza e legalità dei procedimenti, assunzione di determinazioni sbagliate,
impegna la Giunta regionale
a informare il Consiglio regionale e a rendere pubbliche le dichiarazioni dei funzionari e dei dirigenti dell'Amministrazione regionale e degli amministratori, dei dirigenti e dei funzionari degli Enti regionali;
invita il Presidente del Consiglio regionale
- a dare tempestiva attuazione ai contenuti della mozione n. 117 del 5 maggio 1993 richiedendo la dichiarazione di appartenenza ad associazioni che abbiano il vincolo della riservatezza, quali la Massoneria e l'Opus Dei, ai funzionari dell'Assemblea regionale;
- a dare attuazione ai contenuti dell'ordine del giorno n. 67 del 5 giugno 1992 sul riordino e sul potenziamento dell'attività del Consiglio e in particolare ad elaborare e a presentare al Consiglio, entro 30 giorni, un progetto di riordino e di potenziamento delle attività del Consiglio che risponda:
a) a criteri di efficienza, di trasparenza e di pubblicità delle decisioni;
b) alla esigenza di rafforzare, anche attraverso specifiche misure di riorganizzazione interna, le strutture umane e materiali necessarie per stimolare una più elevata produttività della attività ordinaria legislativa, di indirizzo e di controllo del Consiglio. (152)
Mozione Cuccu - Dadea - Ladu Leonardo - Manca - Ruggeri - Satta Gabriele - Casu - Cocco - Erittu - Lorelli - Muledda - Pes - Pubusa - Sardu - Scano - Serri - Zucca sull'aggravamento della situazione dei comparti industriali della Sardegna.
IL CONSIGLIO REGIONALE
PREMESSO CHE:
- a sette mesi di distanza dallo svolgimento dell'Assemblea solenne del Consiglio regionale della Sardegna, convocata per opporsi allo smantellamento dell'apparato industriale dell'Isola e culminata con la proclamazione del "conflitto istituzionale" con lo Stato in base all'articolo 51 dello Statuto di autonomia, nessuna delle situazioni di crisi appare positivamente risolta e, anzi, numerosi segnali indicano come invece possibile l'aggravamento della situazione nei vari comparti e che in particolare:
1) nessuna decisione è stata assunta relativamente al comparto energetico sardo ove:
a) l'avvio in produzione della Carbosulcis appare quanto mai aleatorio giacché la società multinazionale West Moreland, che pure sembra interessata al progetto di gassificazione del carbone, non ha ricevuto alcun affidamento circa la possibilità di ottenere le sovvenzioni ritenute necessarie a una realizzazione economica del progetto. Ciò mentre mancano poche settimane allo svolgimento dell'Assemblea dei soci che dovrebbe liquidare la Carbosulcis, con rischi, gravissimi per la continuità aziendale benché invece l'ENI, con i 230 miliardi di lire dovute alla Carbosulcis ai sensi della legge n. 64 sul Mezzogiorno, potrebbe avviare i lavori di coltivazione delle miniere anche in funzione del rifornimento del polo energetico di Portovesme ove sono iniziati i lavori di costruzione di un impianto di desolforazione;
b) nonostante due leggi dello Stato prevedano la metanizzazione della Sardegna in cui il volume della domanda è sicuramente elevato se solo si procedesse alla riconversione a metano del polo energetico del Nord Sardegna, viene finora negata dal Governo e dall'ENEL la possibilità stessa del processo di metanizzazione. Ciò mentre nel resto d'Italia si sta procedendo alla riconversione a metano di ben otto centrali elettriche e mentre diversi terminali metaniferi vengono attivati e benché, per la metanizzazione del resto del Mezzogiorno d'Italia, siano stati spesi circa 10.000 miliardi di lire mentre dei 100 miliardi circa di contributi che spetterebbero alla Sardegna nemmeno una lira è stata spesa;
c) per difficoltà dell'azienda non sono stati ancora iniziati i lavori di costruzione dell'impianto di gassificazione alimentato dai residui pesanti di lavorazione del petrolio presso la Saras di Sarroch;
2) nel settore metallurgico gravi rischi di smobilitazione sono corsi dagli impianti di alluminio e di piombo-zinco di Portovesme. Per quanto riguarda l'alluminio, infatti, nonostante le sollecitazioni del commissario dell'EFIM nessun investimento è stato finora consentito dal Ministro dell'industria e se, entro il 31 dicembre p.v., così come si desume dagli accordi intervenuti tra il Governo italiano e la Comunità europea, il Governo italiano non provvedere al risanamento del comparto ogni possibilità di rilancio del settore rischierà di essere vanificata e lo scorporo delle attività di 2° e 3° lavorazione si renderà inevitabile per cui il settore primario potrà essere relegato in una posizione marginale e condannato a una lenta, ma sicura agonia.
Né appaiono convincenti le profferte del Ministro dell'industria circa il rilancio del sito di Portovesme a scapito di quello di Crotone nella produzione di piombo e zinco, giacché si sta procedendo allo scorporo e alla vendita dei "pezzi pregiati" operanti nel campo delle lavorazioni manifatturiere con l'isolamento delle lavorazioni primarie. Anche in questo campo valgono le considerazioni fatte per l'alluminio con l'aggravante di una contrapposizione scientemente suscitata tra le popolazioni dell'isola e della Calabria e, in Sardegna, tra Portovesme e San Gavino;
3) per ciò che concerne la Keller di Villacidro, è possibile, se si interviene tempestivamente, procedere attraverso l'intervento della Gepi al salvataggio dell'azienda che, pur attraversando una grave crisi finanziaria, non ha alcun problema produttivo o di mercato. L'impressione netta è che invece si voglia operare per estromettere l'imprenditore e per sottrarre allo stabilimento sardo le importanti commesse delle ferrovie dello Stato per poterle attribuire ad altre aziende operanti nel Nord Italia;
4) nel settore chimico viene data per scontata senza alcuna contropartita la chiusura dell'impianto PVC di Macchiareddu, mentre l'annuncio di ulteriori forti tagli sulla scala nazionale lascia intravedere rischi gravi di liquidazione di gran parte del comparto chimico sardo;
5) sulle possibilità di riavvio della cartiera di Arbatax si susseguono posizioni altalenanti del Ministro dell'industria, finora mostratosi sostanzialmente ostile alla riapertura dello stabilimento ogliastrino, e permane comunque una ambiguità di fondo che, al momento, non offre alcuna garanzia di rilancio dell'impianto cartario;
6) occorre superare i ritardi politici e burocratici per l'attuazione dell'intesa di programma per la Sardegna centrale, ricorrendo anche a procedure straordinarie di intervento;
RILEVATO che il mancato conseguimento dei risultati auspicati di mantenimento e rilancio dei siti industriali sardi rischia di alimentare la possibilità di conflittualità interne tra le popolazioni dell'Isola, nonché di tradursi in un'azione di surroga da parte della Regione nei confronti dello Stato con pesanti ripercussioni che rischiano ormai di divenire insopportabili sullo stesso bilancio della Regione, mentre la tensione tra i lavoratori e le popolazioni è ormai giunta a livelli di guardia;
RITENUTO che occorrerebbe invece riproporre una forte mobilitazione di massa di tutte le parti dell'Isola in un'azione organica e unitaria per contrastare le scelte finora compiute dal Governo nazionale,
impegna la Giunta regionale
a porre in essere, d'intesa con le organizzazioni sindacali dei lavoratori e con tutte le forze politiche, sociali e della cultura, un articolato calendario di iniziative politiche e istituzionali e, in particolare, a convocare a Roma, in tempi brevi, una Assemblea delle rappresentanze istituzionali della Sardegna comprendente tutti gli eletti dell'Isola, i suoi rappresentanti politici, sindacali e della cultura, ove riproporre con forza al Governo e al Parlamento nazionali tutti i tempi della vertenza Sardegna. (153)
Mozione Cogodi - Morittu - Murgia - Salis - Urraci sulla libertà di associazione con metodo democratico; sui diritti di conoscenza da parte dei cittadini degli ambiti di appartenenza dei candidati e dei preposti a funzioni politiche rappresentative; sulle garanzie di imparzialità e correttezza nell'esercizio delle funzioni pubbliche.
IL CONSIGLIO REGIONALE
PREMESSO che:
- la discussione in atto sulla Massoneria rischia di degenerare verso due opposti versanti:
a) la generica condanna di forme di libra associazione, opinabili, ma non di per sé riprovevoli, se e in quanto non costituiscano ostacolo all'esercizio dei diritti individuali e collettivi da parte di tutti i cittadini;
b) l'acritica difesa di ogni forma di adesione associativa, da intendersi sempre e comunque come fatto meramente "privatistico", e perciò di libero esercizio di libertà individuale, anche quando strettamente si connette o coincide con l'esercizio di funzioni pubbliche;
- la valutazione, in sede politica ed al livello delle istituzioni pubbliche, di detti fenomeni deve trovare fondamento e vincolo nella natura propria della politica che è quella di adottare regole e di garantire l'esercizio dei diritti in modo effettivo ed imparziale per tutti i cittadini;
- devono, perciò, essere contrastate tutte le forme di strumentalità contingente ed essere nel contempo salvaguardate tutte le condizioni di corretto esercizio delle funzioni politiche, istituzionali, amministrative e professionali, con metodo e con finalità proprie del sistema democratico;
TUTTO CIO' PREMESSO
delibera
1) di adottare, attraverso precisa norma di legge, da approvarsi entro trenta giorni, il criterio della dichiarazione obbligatoria, e a pena di ineleggibilità, dell'intero novero di appartenenze associative di quanti si propongano candidati per l'esercizio di funzioni pubbliche rappresentative o per l'esercizio di attività di pubblico amministratore;
2) di ritenere nel buon diritto del singolo l'appartenenza ad ogni e qualsiasi associazione non vietata dalla legge, senza obbligo di dichiarazione alcuna, qualora la funzione pubblica esercitata sia mera esplicazione delle proprie qualità professionali, correttamente valutata ed obiettivamente riconoscibili in applicazione di norme generali e di garanzia dei diritti costituzionali;
3) di ritenere assoggettabili a valutazione critica, e perciò riconducibili all'obbligo di dichiarazione, tutte le posizioni funzionariali o funzionali nelle quali si esprimano momenti di discrezionalità nella valutazione dei fatti di amministrazione o di rapporto fiduciario fra nominati e titolari del potere di nomina; e perciò, per questa ipotesi, di porre in capo al titolare del potere di nomina la responsabilità e la congrua motivazione sull'eventuale incarico o permanenza nell'incarico di aderenti ad associazioni di qualsiasi natura, ovviamente lecita, o di esercenti altre attività oltre l'esplicazione della specifica funzione pubblica;
4) di valutare come lesive del rapporto dì lealtà verso il Consiglio e verso la opinione pubblica le dichiarazioni che si riscontrassero di carattere sostanzialmente reticente rese dai Consiglieri regionali circa la propria appartenenza alla Massoneria; di invitare conseguentemente a rassegnare le dimissioni dagli incarichi interni di Consiglio coloro che versino in tale condizione;
5) di richiedere alla presidenza del Consiglio di riferire in Aula, comunque entro 15 giorni, qualunque sia il grado di istruttoria delle diverse questioni, circa l'ipotesi di riorganizzazione complessiva degli uffici e dei servizi del Consiglio regionale;
6) di invitare la Giunta regionale a riferire al Consiglio, entro 15 giorni, sullo stato di attuazione della normativa vigente in materia di uffici e di procedure sulla trasparenza, con le indicazioni delle ragioni ritenute valide per l'ipotesi di non adempimento e delle misure anche sanzionatorie che si propongono per l'ipotesi di mera omissione di atti dovuti;
7) di prevedere una specifica disciplina di legge, da adottarsi entro 30 giorni, sulla decadenza dai pubblici uffici regionali, politici ed amministrativi, qualora i preposti all'attuazione delle leggi e dei deliberati consiliari non diano valida dimostrazione dell'impossibilità di adempiere. (154)
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