Seduta n.394 del 14/10/2003 

CCCXCIV SEDUTA

(POMERIDIANA)

Martedì 14 ottobre 2003

Presidenza del Presidente SERRENTI

La seduta è aperta alle ore 16 e 41.

Randazzo, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del 4 settembre 2003, che è approvato.

Continuazione della discussione generale del testo unificato del disegno di legge: "Norme sull'elezione del Presidente della Regione e del Consiglio regionale e disciplina del referendum regionale" (245/Stat/A) e delle proposte di legge Floris - Tunis - Businco: "Nuove norme sul sistema di rappresentanza e sull'elezione degli organi di governo della Comunità autonoma di Sardegna" (350/Stat/A), ONIDA: "Elezione del Consiglio regionale, forma di governo, (ai sensi dell'articolo 15, comma 2, dello Statuto speciale) e partecipazione degli emigrati al voto" (362/Stat/A), Scano - Dettori - Pacifico - Pinna: "Norme per l'elezione del Presidente della Regione e modifica della legge regionale 6 marzo 1979, n. 7 (Norme per l'elezione del Consiglio regionale) e successive modifiche e integrazioni" (379/Stat/A), Sanna Gian Valerio - Fadda - Biancu - Dore - Giagu - Granella - Secci - Selis: "Disciplina della forma di governo della Regione ed elezione del Consiglio regionale della Sardegna" (380/Stat/A), Spissu - Calledda - Cugini - Demuru - Falconi - Lai - Marrocu - Morittu - Orru' - Pirisi - Pusceddu - Sanna Alberto - Sanna Emanuele - Sanna Salvatore: "Elezione del Presidente della Regione sarda e del Consiglio regionale" (392/Stat/A), Capelli - Cappai - Piana - Randazzo: "Norme per l'elezione del Presidente della Regione e del Consiglio regionale" (396/Stat/A).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la continuazione della discussione del testo unificato del disegno di legge numero 245/Stat/A e delle proposte di legge numero 350/Stat/A, 362/Stat/A, 379/Stat/A, 380/Stat/A, 392/Stat/A e 396/Stat/A.

E' iscritto a parlare il consigliere Fantola. Ne ha facoltà.

FANTOLA (Rif. Sardi-U.D.R.). Signor Presidente, finalmente il tema della riforma elettorale, della forma di governo approda in quest'Aula. Io voglio dirlo con franchezza, bisogna rendere merito alla Commissione autonomia, alla Prima Commissione che ha lavorato con lena, ha lavorato con impegno, purtroppo bisogna rendere merito anche al suo Presidente, bisogna rendere conto a tutti i Gruppi consiliari che hanno su questa materia dato, pur nelle diversità di posizioni, il loro contributo.

Dico questo nella consapevolezza mia, e che vorrei fosse di tutta l'Aula, che questo provvedimento, esitato dalla Commissione a maggioranza, è stato esitato senza il voto dei Riformatori, nel senso che noi non ci ritroviamo in questa proposta di legge e, lo diciamo solo per essere chiari, che se questa proposta di legge fosse portata in Aula così com'è noi daremmo un voto contrario al momento di esprimerci su di essa. Ormai tutti i Gruppi politici e anche i diversi consiglieri all'interno dei Gruppi hanno esposto i loro punti di vista; l'hanno fatto in Commissione, ma diciamo che l'abbiamo fatto in un'infinità di riunioni fuori dalle istituzioni, riunioni che si sono svolte parallelamente ai lavori del Consiglio. Sappiamo tutti come la pensiamo, sappiamo anche che vi è una consapevolezza di tutti che questo è il tema centrale della politica, mi sembra che da parte di tutti ci sia la consapevolezza che questo è lo snodo del futuro della politica in Sardegna, che tutto il processo riformatore ha nella riforma elettorale, nella nuova forma di governo il proprio cuore, il punto centrale.

Credo di poter dire, anche dagli interventi di stamattina, in gran parte non da me condivisibili, che due siano gli obiettivi principali che si sono posti, che ci poniamo tutti, dando a questi due obiettivi differente sottolineatura, magari differente enfasi e differente importanza. La prima è l'affermazione di una più ampia e più consolidata partecipazione democratica e pluralista all'elezione del Consiglio regionale; la seconda è l'affermazione della stabilità e dell'autorevolezza del Governo, come una precondizione ad un processo complessivo di sviluppo della nostra terra, che è uno sviluppo sicuramente politico, sociale, ma anche economico, civile e quant'altro. Se siamo d'accordo, però, sugli obiettivi chiaramente le differenze ci sono sugli strumenti di scelta, di selezione della classe politica, sul come definire i rapporti tra Governo e Consiglio, cioè su quale strada percorrere per raggiungere gli stessi. Io credo che ciascun Gruppo debba dire come la pensa e la nostra posizione credo che da tempo sia chiara, condivisibile o meno: noi siamo presidenzialisti e maggioritari. Siamo stati da anni presidenzialisti e ribadiamo che siamo presidenzialisti e maggioritari. Noi siamo per il sindaco della Sardegna, cioè per rifarci a una legge elettorale che ricalchi in qualche modo la legge elettorale dei grandi comuni. Siamo convinti e siamo consapevoli che una cosa sono le assemblee amministrative e altra le legislative, però noi chiediamo che questo sia il sistema al quale noi oggi facciamo riferimento, che dev'essere in qualche maniera accompagnato da un sistema di garanzie, di controbilanciamenti, un sistema di regole che disciplini in modo corretto i rapporti tra maggioranza e opposizione, soprattutto tra chi governa e l'organo legislativo, soprattutto nel momento in cui si va verso quel Governo forte che noi vogliamo, che diciamo con chiarezza che vogliamo dare alla Sardegna.

Siamo stati bipolaristi e maggioritari, presidenzialisti, abbiamo fatto un referendum, non da soli, con tante forze politiche, con tanti colleghi che sono in quest'Aula, nel novembre di cinque anni fa, sull'elezione diretta del Presidente e sull'eliminazione del vincolo di proporzionalità. Un referendum che abbiamo vinto, che è stato vinto col 97 per cento dei consensi e di questo, a mio avviso, quest'Aula non può non tener conto. Inoltre voglio spiegare che nella nostra proposta di legge noi cosa chiedevamo? Chiedevamo al Consiglio di fare una legge regionale di rango costituzionale per modificare lo Statuto, per modificarlo nei due punti: il primo era l'eliminazione del vincolo di proporzionalità, che allora era presente nel nostro Statuto, e il secondo l'affermazione, appunto, del metodo di elezione diretta del Presidente, eliminando il vincolo presente ancora nello Statuto allora che il Presidente dovesse essere eletto dal Consiglio. La modifica dell'articolo 15 dello Statuto per via della legge costituzionale numero 2 del 2001 ha di fatto dato una risposta, anticipato, recepito quella che era l'indicazione referendaria; con la legge 2 in effetti alla Sardegna sono state date quelle competenze che il referendum chiedeva fossero date al Consiglio; con la legge numero 2 il Consiglio regionale può disciplinare in modo autonomo la nuova forma di governo e può farlo con una legge regionale, seppure approvata a maggioranza assoluta e seppure sottoponibile a un referendum confermativo, e nello stesso momento la legge costituzionale che dà questa facoltà - se n'è parlato stamattina - al Consiglio regionale anche impone alla Sardegna, nel caso che il Consiglio regionale, diciamo così, fosse inadempiente, passatemi il termine, o per volontà o per incapacità, una legge regionale uguale alle Regioni a Statuto ordinario. Siccome si è parlato molto di legge passata, di legge nazionale, di proposta di legge, io vorrei riassumere la nostra posizione in questi termini: punto uno, innanzitutto non esiste più, è morta, la vecchia legge elettorale, sia nella versione con cui è stato eletto questo Consiglio, sia nella versione (che era anche peggiore) con cui è stato eletto il Consiglio della legislatura scorsa. E' un fatto positivo, innegabilmente, dal mio punto di vista, un fatto positivo; una legge che è stata da tutti criticata, una legge che abbiamo detto è stata una delle cause dell'ingovernabilità di questi cinque anni e dei cinque anni precedenti, una legge che non stabiliva chi vinceva o chi perdeva, l'abbiamo detto tante volte in quest'Aula; è una legge che sostanzialmente vincolava i partiti a costituire una maggioranza di governo prima del voto e dopo il voto faceva sì che la coalizione di governo dovesse trovarsi una serie di inciampi dovuti a fatti programmatori e fatti di assetto che non erano stati prima considerati. Punto due: se malauguratamente noi non dovessimo esitare una nostra legge regionale, noi dovremmo applicare la legge nazionale che presenta diversi aspetti negativi, su questo sono d'accordo, su questo aspetto, su questa formulazione, con quanto diceva il collega Floris su questo aspetto, su una serie di elementi negativi che derivano dal fatto che questa legge non è una legge nostra, che non è fatta da noi, che non risponde a nostre specificità, non risponde alla nostra identità, a quella che viene chiamata la nostra cultura, la nostra storia, insomma alla cultura e alla storia di cinquant'anni di autonomia. Non ha niente a che vedere, perché non l'abbiamo fatta noi; e poi ha anche alcuni elementi distorcenti, anche questo è stato detto da altri, il famoso listino bloccato. E' una cosa bizzarra, come minimo, è una cosa secondo me non sostenibile che ci sia un listino nel quale vengono nominati in Consiglio sedici consiglieri che non vengono sottoposti al voto, imposti dai partiti! Si tratta di certificare l'affermazione, il trionfo di quella partitocrazia che tutti continuiamo a dire di voler combattere e invece la stiamo affermando.

Devo dire che però la legge nazionale, che da una parte presenta elementi di negatività che ho cercato di dire, che poi se ho tempo esemplificherò, e poi presenta anche dei fatti distorcenti, però fa un grande passo avanti perché afferma in modo chiaro il presidenzialismo e il maggioritario; afferma il presidenzialismo e un premio di maggioranza, con un sistema che quindi è maggioritario, perché è un premio di maggioranza sufficientemente ampio da consentire la governabilità. Da questo punto di vista la legge elettorale risponde a quella che è stata la domanda referendaria. Ma oggi dobbiamo discutere di legge elettorale, per me è un'opportunità che non dobbiamo lasciarci sfuggire, è un fatto di grande rilevanza, è un fatto di grandissima importanza, è un'occasione che noi Riformatori vogliamo percorrere, vogliamo seguire, sino in fondo.

Il collega Scano diceva stamattina, e io sono d'accordo, lo voglio ridire perché altrimenti sembra che non dicendolo posso essere accusato di non volerlo sottolineare, io lo voglio sottolineare: io sono d'accordo che se il Consiglio regionale non riuscisse a fare una propria legge perderebbe di credibilità fuori da qui. Sì, perderebbe ancora di credibilità, io credo che sarebbe un colpo mortale alla nostra autonomia e credo, come dicevo prima, che sostanzialmente i sardi andrebbero a votare con una legge che non è fatta da loro, che non corrisponde alle loro esigenze e che è una legge quindi totalmente migliorabile.

Questo è l'argomento di oggi, ma oggi l'argomento non è solo il tema della legge elettorale, è una proposta di legge che è stata votata a maggioranza dal Consiglio regionale e, lo ribadisco per chiarezza, senza il voto nostro, nella quale non ci riconosciamo, con un testo che se oggi fosse presentato a quest'Aula non avrebbe il nostro voto. Perché? Per tanti motivi che brevissimamente accenno: prima di tutto perché, secondo me, non risponde fino in fondo alla nostra tesi presidenzialista, che viene completata dal voto disgiunto, perché l'elezione diretta del Presidente significa porre un rapporto di fiducia stretto tra l'elettore e chi è chiamato a governare. In questo sta l'elezione del Presidente. Poi sento dire, argomentazioni tutte lecite e anche rispettabili, che questo va contro il bipolarismo. Io non capisco in che senso. Il bipolarismo si forma con il voto sul Presidente, con il rapporto di fiducia elettore- Presidente, e sento dire che si potrebbero avere Presidenti senza maggioranza, ma questo non è concesso dalla legge elettorale che determina le maggioranze sul voto del Presidente.

E' una legge, però, che dà l'idea perlomeno di difendere noi stessi; la proposta di legge esitata dalla Commissione dà l'idea di difendere noi stessi, noi inquilini di questo palazzo, soprattutto nella eccessiva ripartizione del premio di maggioranza tra le liste provinciali e quella regionale; la ripartizione di seggi sulla lista regionale dà l'idea, forse qualcosa di più di un'idea, che sia una difesa di una classe dirigente che in qualche misura si assicura una presenza comunque. Ma questa legge presenta delle distorsioni anch'essa che non possiamo dimenticare, non si possono non sottolineare. Quella dell'incompatibilità è una cosa ridicola, chiedo scusa ai colleghi, a mio avviso è una cosa ridicola un'incompatibilità che così si definisce: quando i consiglieri regionali, alcuni consiglieri regionali, assumono la funzione di assessore vengono sostituiti dai primi dei noi eletti. La conseguenza qual è (proprio per non perder tempo)? Primo, si aumenta il numero complessivo degli addetti ai lavori in quest'Aula; secondo, i consiglieri eletti a tempo determinato, per come hanno accesso in quest'Aula, non hanno tutta l'autorevolezza, la libertà di svolgere con pienezza il proprio mandato, ma è una cosa talmente evidente che non vale la pena, a mio avviso, nemmeno sottolinearla, perché è sotto gli occhi di tutti. Poi c'è tutto il sistema - credo di non aver tempo perché sto concludendo - delle ineleggibilità che a mio avviso, ma non solo a mio avviso, perché ho parlato con diversi colleghi, così come è scritto ha dell'irrazionale.

Sulla proposta di legge Sanna ci sono altri fatti importanti. Si diceva prima che è una legge che non corrisponde a quelle che sono le nostre esigenze, la nostra cultura. E il voto agli emigrati? Ditemi voi se è possibile che nazionalmente sia stato concesso un diritto, che è una grande opportunità per l'Italia di avere una partecipazione di competenze, di professionalità, di disponibilità all'interno delle istituzioni, e noi non concediamo questo diritto ai nostri emigrati, non usufruiamo di tutto quel bagaglio di energie, di risorse che questi possono dare alla Sardegna. Il voto agli emigrati lo si ottiene, se vogliamo essere chiari, costituendo per loro dei collegi ad hoc, perché altrimenti la partecipazione degli emigrati, di tutti i sardi che lavorano all'estero, nelle liste dei partiti non ha portato mai ad alcun risultato.

C'è il tema, sul quale non mi soffermo, della maggiore partecipazione delle donne nelle istituzioni, che è un tema, a parte alcune esagerazioni che ho sentito, sulle quali non mi riconosco, ma è un tema che non può essere ignorato, è un tema che deve essere affrontato, un tema su cui quest'Aula deve dare una risposta.

Sinteticamente io ritengo che sia un fatto positivo che oggi stiamo esaminando questo disegno di legge. Noi non ci riconosciamo in questo progetto che è stato votato dalla Commissione, però riteniamo importante che si apra e si approfondisca il dibattito su questo tema; è importante che ciascuno di noi, noi per primi, abbiamo la capacità di ascoltare, di riflettere e di proporre, ma sicuramente la capacità di proporre ce l'abbiamo tutti, quello che dovremo fare è un po' di scorta della capacità di ascolto e di riflessione. Noi siamo disponibili a lavorare senza tatticismi, senza veli, senza giri di parole, naturalmente tenendo presente che la nostra posizione è quella che vi ho detto: noi siamo presidenzialisti nella maniera in cui l'ho detto e maggioritari e vogliamo una legge che tenga conto della specificità nostra, della specificità della realtà sarda e quindi una legge, sostanzialmente, che tenga conto della nostra identità.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Cugini. Ne ha facoltà.

CUGINI (D.S.). Signor Presidente, io parlo dopo il collega Fantola che, per ammissione di tutto il Consiglio regionale, è considerato un riformatore per eccellenza, noto per averne parlato moltissimo e anche stasera ha parlato di possibili riforme, per dire che noi stiamo trattando un tema estremamente impegnativo per la democrazia sarda, quindi dobbiamo fare uno sforzo nella discussione generale per mettere a fuoco i punti della legge elettorale che determinano convergenza, ma anche le parti che debbono produrre impegno per migliorare il testo che è stato licenziato dalla Commissione. Lo dico in premessa per dire che è bene che si sappia in Sardegna che la discussione sulla legge elettorale, è vero, si è svolta prevalentemente in Commissione, nella Commissione autonomia, nella Commissione competente, però è stata preceduta da almeno due o tre incontri informali, ma politicamente impegnativi, tra tutte le forze politiche di questo Consiglio. Le priorità per la modifica della legge nazionale, perché di quello dobbiamo parlare, perché non c'è altro, c'è solo la legge nazionale, le priorità sono state stabilite in incontri tra tutte le forze politiche di questo Consiglio regionale. Lo dico perché è bene da subito stabilire, oppure riconfermare, che Forza Italia, Alleanza Nazionale, ma anche D.S., hanno discusso sulle modifiche da apportare alla legge nazionale e l'ok alla discussione in Commissione è stato dato all'unanimità, in quella occasione o in quelle occasioni, perché c'è stato un primo confronto generale e un secondo confronto dopo che le singole forze politiche hanno trattato l'argomento e si è determinato l'ok alla discussione sulla modifica della legge nazionale almeno su tre punti che erano stati considerati allora prioritari; penso che nessuno questo lo possa smentire. Non può essere smentito e quindi è bene che venga richiamato. Forza Italia era d'accordo, Alleanza Nazionale era d'accordo con tutte le altre forze politiche per confermare non per modificare, per confermare l'elezione diretta del Presidente. Ed era d'accordo Alleanza Nazionale e Forza Italia per confermare, uso il termine "premio", altri colleghi non sono d'accordo ad usare il termine premio, ma per chiarire il concetto, per confermare il premio di maggioranza al polo, alla coalizione che dovesse vincere, per garantire la governabilità. Ed assieme il terzo punto di convergenza era dato dall'attenzione alle forze politiche minori presenti nel sistema politico regionale, non in Consiglio regionale, nel sistema politico regionale. Questi tre punti sono stati il riferimento del lavoro da fare da parte di tutte le forze politiche.

Domanda: il testo che è stato licenziato dalla Commissione risponde a questa esigenza? Io non ho sentito rilievi né nella discussione che abbiamo fatto oggi ma soprattutto nelle dichiarazioni che sono state fatte all'esterno, rilievi su questa impostazione. Poi stamattina sono state richiamate esigenze giuste riferite al livello dell'iniziativa politica, alla corrispondenza tra le aspirazioni degli elettori e le risposte del sistema politico. Tutte considerazioni giuste, però io non vorrei che queste considerazioni venissero richiamate in questo dibattito per non affrontare il merito del testo, perché la nostra opinione è che il testo che è stato licenziato dalla Commissione debba essere migliorato, debba essere migliorato e può essere migliorato dal contributo dei singoli consiglieri regionali ed assieme da tutte le forze presenti in questo Consiglio.

Ma il centro della convergenza derivava da quei tre punti che io ho richiamato ed allora dobbiamo verificare se la convergenza tecnica, Fantola, la convergenza tecnica corrisponde anche alla convergenza politica che allora avevamo stabilito e se non dovesse corrispondere la convergenza tecnica, come si risponde in Consiglio regionale perché l'obiettivo venga raggiunto? Ora il testo che è stato licenziato dalla Commissione prevede, come sappiamo, l'elezione diretta, poi il collega Cogodi dice: "Potevamo fare solo così". Il premio di governabilità è presente nel testo che è stato licenziato, mi pare di sì, poi si tratta di stabilire se il meccanismo tecnico che viene richiamato risponde pienamente all'impostazione e se non dovesse, dove deve essere corretto. Ma la cosa che non è stata messa in discussione, lo voglio richiamare, è il fatto che la legge nazionale dovesse essere modificata e quindi dovevamo fare una legge regionale non solo per i principi dell'autonomia della nostra Regione ma perché c'è un giudizio politico ed assieme un giudizio tecnico sul fatto che la legge nazionale non corrisponde alle aspettative del sistema politico regionale, quello presente in Consiglio e quello che in Consiglio non è. Non si può sfuggire da questa impostazione, caro Massimo.

Allora se questo è il percorso che noi vogliamo confermare anche in quest'occasione diciamo da subito che una legge regionale così come è stata prevista deve contenere la incompatibilità. E' vero: il testo che è stato licenziato dalla Commissione va modificato, noi lo diciamo subito: "Va modificato", cosa peggiore è dire: "Siccome prevede la compatibilità nella forma che è stata scritta, quindi non se ne parla neanche."; no, si modifichi.

Così come la legge nazionale non prevedeva l'attenzione alla maggioranza degli elettori italiani e sardi, che sono le donne, è giusto, è giusto che la legge regionale preveda questa attenzione, è giusto! Non è che siccome non è prevista come dovrebbe essere, non si può fare, no, è giusto che ci sia questa attenzione e sono due punti di modifica. Siamo d'accordo per modificarlo e se siamo d'accordo è inutile girare, si tratta di trovare convergenza politica e indicazione tecnica per fare queste due semplici operazioni.

E poi, non è vero che la legge regionale impedisce il voto agli emigrati, diciamo le cose come stanno: non è così; lo prevede la legge nazionale, lo prevede il testo licenziato dalla Commissione, i cittadini sardi residenti fuori dalla Sardegna confermano il diritto al voto, la proposta che viene fatta è che vengano conservati dei seggi...

(Interruzione del consigliere Fantola)

Questo è ma non che gli viene negato il diritto al voto, sennò sembra che siamo stiamo negando il diritto al voto a quelli che non sono residenti in Sardegna.

FANTOLA (Rif.sardi-U.D.R.). Però non ascolti bene!

CUGINI (D.S.). No, io ascolto bene, io ascolto bene e sino adesso capisco anche bene! E capisco anche bene quando si vuole fare gazzosa nel tuo caso e quando si vuole parlare di argomenti seri nel mio caso.

(Interruzioni)

Quindi non mi devi interrompere, sennò è gazzosa quello che dici tu. Allora, credo che questo debba essere richiamato. Siamo, come dice Fantola, perché i cittadini sardi non residenti in Sardegna abbiano uno spazio per eleggere loro i loro rappresentanti, o invece siamo perché i cittadini non residenti in Sardegna vengano agevolati nella funzione del diritto al voto ed anche in quella di rappresentanza? Ossia noi dobbiamo, secondo me, riprendere l'argomento e dire che le liste, i partiti debbano riconoscere nelle liste una presenza in modo tale che ci sia davvero attenzione perché il voto che si realizza attraverso una convergenza programmatica deve essere davvero frutto di una scelta di collocazione della nostra Regione nelle scelte politiche che si fanno in Sardegna, in Italia, in Europa. Quindi non c'è insensibilità, c'è sensibilità sul tema. Io penso che dobbiamo verificare quello che si può fare perché la legge nazionale non lo prevede, la legge nazionale non lo prevede, stiamo richiamando il tema, siccome lo stiamo richiamando vediamo come lo possiamo disciplinare; io non credo che la proposta che viene avanzata da Fantola risponda effettivamente all'unità e all'autonomia del popolo sardo, risponde ad un'altra logica che è prevalentemente una logica elettorale e non una logica di presenza nella funzione che noi vogliamo assegnare a quella parte importante dei cittadini sardi.

In più la lista regionale, nella legge nazionale io non concordo con quanto è stato detto stamattina, la legge nazionale dice: "Il Presidente ha una lista che è formata dalle indicazioni che danno i partiti, non viene sottoposta alla verifica degli elettori", però dobbiamo stabilire tutti assieme come assieme avevamo detto, è un fatto che deve essere superato, quindi siamo d'accordo che debba essere superato, poi abbiamo detto: "Occorre fare in modo" - l'abbiamo detto tutti assieme - "che si esprima il voto di preferenza per quella lista", noi abbiamo detto: "Si deve esprimere ed è giusto che chi vince abbia un nucleo, sia espresso da un nucleo di consiglieri regionali che vengono eletti su base regionale."; io aggiungo ma se è giusto che siano espressi da chi vince, dal polo che vince, perché non è giusto che vengano espressi anche dal polo che non vince, che perde, perché? È giusto che li esprima chi vince ed è giusto che li esprima chi non vince, perché è la funzione che noi stiamo discutendo, non l'appartenenza a chi vince o a chi non vince, perché è giusto che un nucleo abbia una dimensione regionale per chi vince ma anche per chi non vince, perché un momento dovrebbe essere teoricamente, teoricamente dovrebbe essere, poi non lo è nella pratica perché ci ricordiamo dei colleghi eletti sulla lista regionale per una settimana dopo le elezioni, poi dimentichiamo perché nella funzione di governo, di opposizione ma nella funzione istituzionale, non c'è una distinzione tra le due funzioni, tra chi è eletto su base provinciale e su chi è eletto su base regionale, ma è giusto che ci sia quella presenza per chi vince e per chi non vince.

Ed allora dobbiamo confermare però un'esigenza di tipo tecnico che è quella del premio per chi vince a garanzia del Governo, ed allora è normale che il premio di maggioranza venga distribuito in tutto il territorio regionale, ma stiamo parlando, però, dobbiamo essere sinceri tra di noi, di un argomento che è già presente nella legge nazionale perché se un polo, utilizzando la legge nazionale, un'alleanza decide di non presentare una lista completa di sedici candidati, ma decide di presentarla di cinque e dovesse vincere - nella legge nazionale - gli altri dieci vengono eletti dai collegi provinciali. È così o non è così, Massimo, tu che sei teoricamente un riformatore. E' così perché si è già verificato, allora è inutile che giriamo anche qui, caricandolo di chissà quali questioni; si diceva stamattina: "Vogliono garantire i gruppi dirigenti dei partiti", ma non è così perché se fosse così, intanto per una parte non è così, perché una parte non vengono eletti, sia di un polo che dell'altro polo con la differenza di due, grosso modo, se rimane il testo. Però mi pare che ci sia la tendenza in atto a valutare anche la possibilità di altri raggruppamenti che dovessero raggiungere una certa consistenza elettorale perché almeno chi li rappresenta possa essere in Consiglio espresso ed è una attenzione anche quella, allora io penso che prima di esprimere giudizi definitivi che il confronto tra le forze politiche, tra i consiglieri regionali si riavvii per verificare quanto si può fare, sapendo che noi dobbiamo modificare - lo dico per l'amico Murgia che non c'è - teoricamente il testo nazionale per fare la legge regionale, ma stiamo parlando di un riferimento di vincoli nazionali, di modifiche che introduciamo per fare una legge regionale. Allora non siamo di fronte ad un mostro, non siamo di fronte ad un provvedimento che non possa essere portato a buona conclusione, noi siamo perché venga portato a buona conclusione con il concorso di tutti.

A me è capitato di dire, Balletto, ad un rappresentante di Forza Italia, "Ma insomma, quali sono i punti di divergenza?". Entriamo nel merito dei punti di divergenza, "quali sono?" Perché io ancora oggi, va be', poi i colleghi di Forza Italia, di Alleanza Nazionale interverranno, ma quali sono i punti di divergenza? Mettiamoli in discussione per verificare se davvero siamo di fronte a divergenze non recuperabili all'infuori, e va be' questo fa parte di ragionamenti che sono stati fatti, che non colleghiamo la discussione sulla legge elettorale alla crisi che è presente nel centrodestra; se la collochiamo, se la agganciamo a questo fatto, allora è vero che è difficile trovare punti di incontro, è così, ma l'abbiamo detto non in quest'occasione, l'abbiamo detto sempre, quando si tratta di provvedimenti che intervengono non nei confronti della situazione momentanea ma che hanno una prospettiva, è bene che il dibattito, il confronto, le indicazioni, le scelte siano libere, non autonome, non collegate strettamente agli schieramenti. Questo lo dico per le forze di centro, del centrodestra, perché se non lo chiariamo subito è bene che lo diciamo immediatamente, non c'è nessuna prospettiva per la Giunta Masala, finisce domani, finisce come finisce questa discussione, questo deve essere chiaro, deve essere chiaro per gli amici del centro e centrodestra, deve essere chiaro per Alleanza Nazionale e deve essere chiaro per Forza Italia. Badate che Masala che ha una grande capacità di iniziativa politica, come sappiamo, infatti i giovani sono tutti entusiasti di questa scelta che avete fatto, ma ha quattro Assessorati ad interim, non ha il voto di Forza Italia, badate....

PRESIDENTE. Prego, concluda.

CUGINI (D.S.). Se la mettiamo su quel terreno, ve lo diciamo subito: "È bene che incominciamo a preparare le liste", non dovete pensare che noi siamo qui per allungare il vostro brodo che avete già consumato. O c'è chiarezza su questo punto, lo dico per Pittalis che normalmente ha un'intelligenza trina...

(Interruzioni)

Va bene, va bene, concludo, Presidente. Lo dico per chiarire subito. Badate che se voi pensate di allungare il brodo su questa cosa qua, brodo non ce n'è, avete consumato malamente, rimane la pentola e la pentola può scoppiare da un momento all'altro, quindi è bene che ci diciamo le cose come stanno per verificare se c'è convergenza o se non c'è convergenza perché diversamente vi mandiamo a casa, perché meritate di andare a casa perché non avete neanche la capacità di fare le cose che avete detto che volevate fare. Vi mandiamo a casa, vi mandiamo a casa malamente!

PITTALIS (F.I.-Sardegna). Noi l'avremmo già fatto!

CUGINI (D.S.). No, voi non l'avete fatto perché non l'avete voluto... Pietro, noi due sappiamo che tu la pensi come me.

(Interruzioni)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Licandro. Ne ha facoltà.

LICANDRO (P.P.S.-Sardistas). Presidente, colleghi, la legge elettorale che sta discutendo in questi giorni il Consiglio regionale rappresenta un utile, lo dico questo senza alcuna retorica, un utile sforzo effettuato dalla Commissione Autonomia per giungere ad una legge elettorale sarda, una legge che tuteli il più possibile la specificità della nostra Isola. E questo sforzo va apprezzato perché è importante che il Consiglio regionale della Sardegna ritrovi il più alto tasso di autonomia nei suoi atti e nelle sue decisioni.

Ma prima di gioire inutilmente ci sono da svolgere alcune considerazioni di ordine politico ed altre giuridiche. Considerazioni ineludibili, lo dico questo per assoluta onestà, senza le quali potremmo dare in quest'Aula l'impressione di essere tutti d'accordo con tutti. E non è così. E in questo intervento cercherò di porre in evidenza i limiti del momento nel quale viviamo ripercorrendo anche le ragioni e i fatti che ci hanno portato ad oggi.

Il primo problema di una legge elettorale è il tempo, non ne abbiamo moltissimo, ne abbiamo poco, se proprio non vogliamo dire che il tempo è praticamente scaduto.

Arriviamo a discutere una nuova legge elettorale dopo che in questa legislatura difficile le continue fibrillazioni di questa maggioranza hanno impedito a quest'Aula, al Consiglio regionale di lavorare per tempo sulla grande norma che regola il rinnovo della nostra Assemblea. Io dubito fortemente che in così poco tempo si possa concludere positivamente un dibattito che registra punti di vista differenti e perfino inconciliabili.

Non sto qui a riassumere le diverse posizioni delle forze politiche su questi temi, anche perché servirebbe una ricerca specifica per cogliere le differenze di opinione non solo tra i partiti ma tra ciascuno di noi ottanta consiglieri di quest'Aula.

Cominciamo intanto dal rapporto fra gli elettori e il capo della coalizione. Forza Italia è per il presidenzialismo, da sempre, da quando è nata; così come presidenzialista è la legge elettorale per le Regioni a statuto ordinario, che verrà applicata in occasione della prossima competizione elettorale sarda se prima il Consiglio regionale non ne avrà approvato un'altra, e sempre che non intervenga la scure referendaria.

Perché è necessario il presidenzialismo? Perché il presidenzialismo è il modello che tutti gli italiani, non soltanto i sardi, quelli che hanno inondato di preferenze nel 1999 il Presidente Mauro Pili, tutti gli italiani hanno scelto come regola di trasparenza e di responsabilità. Gli elettori intendono sapere a chi, persona fisica, che mette in gioco la sua credibilità politica, la sua credibilità personale, il suo passato e quindi anche il suo futuro politico, verrà conferito il mandato di amministrarli. Gli elettori hanno dimostrato che intendono conoscere il programma di governo e chi dovrà rappresentarlo senza che alchimie dell'ultima ora o ricambi di maggioranza, e persino sottili e poco ideali ricatti, possano impedire tutto questo.

La triste parentesi di questa legislatura che si va chiudendo, ha rappresentato invece il contrario di quanto gli elettori, compresi quelli sardi, chiedevano e chiedono tuttora. Ed è qui, prima di tutto qui, il distacco della politica dalla società civile. Quel distacco denunciato dagli elettori che produce effetti sui quali tutti, tutti compresi, e in particolare il centrosinistra, ci stiamo interrogando.

Il rischio del sorpasso per i partiti, che da forma democratica organizzata certamente da rifondare ma organizzata, si ritrovano schiacciati da personalismi dell'ultima ora e da movimenti sulla cui consistenza elettorale, ben diversa dal forte impatto e dal forte effetto mediatico, ci si dovrà pure anche, una volta tanto, interrogare. Il centrosinistra sardo si troverà probabilmente costretto ad abbracciare la candidatura di Renato Soru a Presidente della Regione; e lo dovrà fare, dovrà cioè subire questa candidatura perché sappiamo che questa non è da tutti accettata, auspicata o condivisa. Non lo è perché non ha posto rimedio per tempo alla frattura tra il suo corpo elettorale sociale e l'organizzazione delle forze e delle forme politiche.

Del pari, inevitabilmente congiunto al Presidenzialismo è il maggioritario, che è il modello che i sardi di gran lunga preferiscono, e cioè un polo al governo e un polo all'opposizione. Finiranno così con la chiarezza di chi vince e con la chiarezza invece di chi perde, dei poteri quindi di governo a chi vince e del potere di controllo a chi perde, finiranno così i balletti, le crisi, i personalismi, gli isterismi che hanno condizionato anche l'azione di governo del centrodestra.

Si dice che in questo modo le forze più piccole dovranno effettuare una netta scelta di campo. Permettetemi di dire che io non vedo quale sia il problema. In ogni competizione ognuno sceglie il proprio campo. La porta contro la quale tirare è quella che invece è da difendere. Ognuno sceglie i suoi compagni di squadra e lealmente li sostiene. Ognuno sceglie i suoi avversari e lealmente li deve ostacolare e fermare con lo strumento della proposta politica, strumento che non dev'essere mai ostruzione politica.

Non è vero che i partiti più piccoli spariranno con la legge elettorale italiana. Semplicemente anche loro saranno costretti a scegliere, ad allearsi, e in cambio di questa alleanza, del progetto che contribuiranno ad arricchire, otterranno il voto favorevole o meno da parte del corpo elettorale.

L'alternativa sarebbe soltanto il caos del sistema proporzionale che, sotto un mantello di apparente democrazia, nasconde il disordine costituito ed eletto a sistema di mal governo. Se anche una riforma elettorale fosse possibile per tempo, per quel tempo che forse ci manca, in quest'Aula quella riforma non potrebbe essere approvata da Forza Italia se non contenesse elementi certi di maggioritario, magari con un piccolo correttivo in senso proporzionale rappresentato dalla quota di sbarramento, ma il risultato finale dev'essere capace di far comprendere agli elettori sardi che chi viene chiamato a governare dev'essere messo nelle condizioni di farlo per esplicare liberamente il proprio programma.

Vorrei aggiungere una considerazione sul cosiddetto listino bloccato, che il collega Massimo Fantola ha definito come una pratica certamente anti democratica, ed è questo un principio certamente condivisibile. Anche io sotto certi aspetti lo condivido, però credo che ci siano degli elementi di difesa anche per questa scelta che invece viene considerata sommamente anti democratica. Il listino regionale, come si sa, viene formato da tutti quei partiti della coalizione che decidono quale, tra i più autorevoli consiglieri, ne debba far parte.

Molti affermano che in realtà si tratta di un sistema per eludere la ricerca del voto personale, cioè per garantirsi delle rendite di posizione o, peggio ancora, per impedire il ricambio, cioè mantenendo ben salde le oligarchie del partito. Io non credo che queste accuse abbiano tutte un fondamento, perché è chiaro che ogni candidato sulla lista regionale, pur non raccogliendo consensi personali in modo diretto, avrà il dovere di sostenere la lista in virtù del suo sostegno, quindi questo aumenterà le possibilità di accedere alla elezione. In ogni caso la scelta delle candidature appartiene e apparterrà alla coalizione, che altro non è che la sommatoria di tutte quelle forze politiche dell'alleanza, e che sono tutte forze democratiche.

In conseguenza di ciò io non riesco assolutamente a cogliere il fondamento dell'accusa di scarsa democrazia per quanto riguarda questo pezzo di legge elettorale. Semmai può essere vero che si tratterà di una indicazione mediata, ma relativa, in ogni caso, soltanto a sedici consiglieri su ottanta, quelli che con il loro consenso garantiranno la stabilità dell'esecutivo.

C'è da chiedersi, piuttosto, con un Regolamento consiliare ingessato come il nostro, quanto sarà possibile tradurre in atti e in leggi dell'Aula la ritrovata energia dell'esecutivo. Questo è un punto sul quale bisogna veramente soffermarsi a riflettere. Ma questo è un altro capitolo, potrà essere affrontato soltanto al principio della prossima legislatura, così come un'altra legge elettorale non italiana ma sarda, potrà essere seriamente affrontata eventualmente dopo l'insediamento del nuovo Consiglio regionale. Dunque, sono questi i paletti, sono queste le posizioni che rigidamente pone Forza Italia, senza i quali non c'è né ci può essere una riforma elettorale. Sono paletti di coerenza, sono steccati che nascono dal rispetto nei confronti degli elettori, quel rispetto che è venuto meno in questi anni per effetto di stravolgimenti circensi delle regole.

Si doveva garantire un governo alla Sardegna, ma è stato possibile farlo soltanto in parte, e in alcune circostanze piuttosto male. L'esperienza è la forza delle persone intelligenti, ma soprattutto di chi è chiamato a ruoli di responsabilità, di grande responsabilità come il nostro; e alla luce dell'esperienza, tra una legge elettorale che garantisce l'affermazione dei nostri valori e un'altra quasi al buio, maturata con un dibattito politico importante, ma non del tutto rappresentativo delle istanze dell'Aula, tra una legge non sarda ma collaudata e collaudata bene già in altre regioni e un'altra dagli effetti potenzialmente pericolosi che rischia di portarci indietro nel caos, proprio quando dal caos forse stiamo per uscire, noi di Forza Italia siamo per il miglior risultato possibile. E il dibattito che si è sviluppato già sui giornali in questi giorni e in queste ore in Aula, rende alla perfezione la misura del fatto che dentro la Casa delle Libertà Forza Italia non è sola a difendere questi principi.

Soltanto un accordo miracoloso e fermo sui principi che ho illustrato prima, un accordo che nasca dalla presa d'atto dei limiti della legge elettorale che ci ha insediato qui, potrebbe farci approdare verso una riforma diversa.

Cari colleghi, non sarà vergogna se dovessimo andare tra pochi mesi al voto con una legge elettorale partorita nel Parlamento italiano. Non sarà vergogna, non sarà certamente un'onta all'autonomia perché il massimo danno dell'istituto autonomistico è stato procurato in questa legislatura che ha prodotto poco, e soprattutto ha rappresentato ai sardi, anche e soprattutto per colpa di una legge elettorale mostruosa, l'idea che noi nel complesso non siamo stati all'altezza del compito affidatoci.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Orrù. Ne ha facoltà.

ORRÙ (D.S.). Signor Presidente, il percorso o, meglio, quella finestra che è stata aperta con la legge costituzionale numero 2 del 2001, che ha modificato, direi unilateralmente peraltro, lo Statuto speciale della Sardegna, dovrebbe trovare la sua naturale conclusione in questa sessione del Consiglio regionale.

Cioè ci è stata data o, meglio, è stata aperta quindi, la possibilità di dotare la nostra Regione di un proprio strumento legislativo, una sua legge elettorale. Non utilizzare questa possibilità, nonostante sia giusto, credo, sottolineare negativamente il fatto che ci si arriva in un momento non dei più felici, cioè quello a ridosso della fine della legislatura, dicevo non utilizzare questa possibilità rappresenterebbe comunque, a mio avviso, una sconfitta, una sconfitta per tutti noi, per questo Consiglio, una sconfitta per l'autonomia, come è stato detto da molti che mi hanno preceduto. Un passo indietro anziché in avanti, nel rilanciare, rinnovandolo, quel patto autonomistico di cui la legge elettorale costituisce certamente, insieme alla riforma dello Statuto, un elemento importante ed essenziale.

Detto questo, è del tutto evidente, almeno lo è per me, che ciò non giustifichi o, meglio, non giustificherebbe, il ricorso ad uno strumento legislativo, come dire, ancorché autonomo, autonomistico, ma inadeguato e persino meno efficace, più arretrato rispetto alla stessa legge nazionale prevista per le Regioni a statuto ordinario.

È anche evidente che nel misurare il tasso di efficacia, di conservazione, di innovazione, il metro di giudizio è tuttavia molto aleatorio, direi mutevole, come dimostrano gli interventi sin qui tenuti, e quelli che seguiranno, non ne dubito.

C'è chi lo interpreta facendo del presidenzialismo puro, che più puro non si può, il discrimine appunto tra conservazione ed innovazione. Anch'io, collega Fantola, sono per l'elezione diretta del sindaco della Sardegna, la legge lo conferma, anche se sono per il sistema dell'elezione diretta dei trecento comuni e passa della Sardegna e non di quegli altri. Non c'è, credo, nessun fondamentalismo in questo. Uno è un metodo, l'altro è un altro.

C'è chi invece nel pluralismo e nella garanzia piena della rappresentanza, cioè nel sistema proporzionale puro da cui attraverso una libera dialettica parlamentare far scaturire maggioranze politiche, programma di governo, Giunta e Presidente. Ora io penso che sia giusto e chiaro, almeno tra di noi, dire che questo terreno di confronto pur essendo in linea di principio il più corretto, il più rispondente alle posizioni politiche reali di ciascuno, non è tuttavia praticabile, come è stato riconosciuto peraltro da molti. Non è questo il terreno di confronto. Perché la possibilità di elaborare ed attuare un dispositivo di legge ci è certamente data, ma dentro binari piuttosto rigidi. Tant'è che tentativi già fatti da altre regioni di forzare questi riferimenti costituzionali, non sono andati, come sappiamo, a buon fine, o per via referendaria, o perché si trovano pendenti, peraltro, davanti a un giudizio della Corte Costituzionale.

Per avere questa possibilità non c'è dubbio, la strada maestra era e rimane quella della revisione statutaria, da cui far discendere una piena libera scelta nei principi e quindi negli strumenti che debbono attuare quei principi. Per adesso però, al termine di questa legislatura, dobbiamo purtroppo constatare che lungi dall'avere iniziato un confronto di merito, anche partendo appunto dalle regole democratiche, si è esaurita una lunga tenzone su quale strumento utilizzare, non tanto sul merito. Il risultato è che la riforma e la revisione saranno un banco di prova per la prossima o per le prossime, meglio, legislature. Io non credo che percorrere la stessa strada, utilizzando quindi lo stesso metodo nell'affrontare questa discussione, sia un metodo utile, sia utile, né sotto il profilo generale, perché ad un'impotenza se ne sommerebbe un'altra. Mi pare di capire, neppure dal punto di vista di ciascuna forza politica presente o meno in quest'Aula. Tutti, chi per un punto, chi per un particolare, più o meno significativo, ma comunque da ciascuno ovviamente ritenuto importante, vorrebbero introdurre delle modifiche nel testo della legge nazionale. Ora il testo scaturito dal lungo e approfondito confronto che si è avuto in Commissione non è la somma di tali modifiche, ma più realisticamente, direi anche più saggiamente, è il combinato non casuale di alcune significative rinunce e di molti passi avanti fatti da tutti, e d'altra parte non poteva essere diversamente di fronte a sette diverse proposte di legge. Ora quel testo non è privo di difetti e può essere ulteriormente migliorato dal Consiglio, ma è del tutto evidente che se questo è l'intendimento si può andare avanti e probabilmente raggiungere anche un obiettivo importante innanzitutto per il nostro sistema autonomistico. Se invece, come mi sembra di capire, si intende ripartire da capo, dubito che si riesca a produrre un risultato positivo. Io penso che sarebbe più corretto ritenere, per le ragioni diverse, ma comunque legittime, il sistema delineato per le regioni a Statuto ordinario, più adeguato in questo momento, in questa fase, alle esigenze della nostra comunità. Io sono tra quelli, ad esempio, che non ritengono che percorrere la strada della cosiddetta correzione della legge nazionale, ma quella della correzione della proposta di legge che abbiamo in discussione, cioè non sono per la correzione della legge nazionale, sono per la correzione della legge che abbiamo in discussione, perché quella legge prevista per le regioni a Statuto ordinario ha una sua organicità, ha un suo equilibrio, e un intervento correttivo, se per intervento correttivo intendiamo un intervento significativo, non solo non la migliora, ma la rende inapplicabile dentro quella cornice costituzionale. Per cercare di farmi capire faccio rapidamente due esempi. Tutti affermano che voler eliminare la stortura della nomina a consigliere regionale e non della elezione è una forzatura voluta da parte mia. In realtà si tratta più correttamente di una elezione, come dire, collettiva, non individuale, ma tale è il risultato del listino bloccato; non è una cosa che si sono inventati. La selettività quindi non è lì prevista in quanto è pressoché inutile, si registrerebbe solo nel caso ipotetico di un risultato eccezionale, perché quello è il premio di maggioranza, è la garanzia di stabilità che fa da contrappeso alla rappresentatività garantita nel sistema proporzionale puro che invece è adottato nelle circoscrizioni provinciali. Non solo, io aggiungo, non a caso, che quella viene definita la lista del Presidente, perché rappresenta il portato del voto al Presidente, che gli assicura una maggioranza consiliare anche qualora vi sia una minoranza nella rappresentanza proporzionale. Quindi ecco perché il voto disgiunto e non collegato alla coalizione di lista. Non si può toccare un aspetto senza toccare l'altro.

Il secondo esempio. Cosa significa correggere nel senso di garantire i territori a partire ovviamente da quelli più piccoli, perché quelli più grandi si garantiscono da soli e non hanno bisogno di nessuna garanzia. Se si introduce in un sistema proporzionale puro, qual è quello della legge nazionale, previsto dalla legge nazionale, un elemento, come dire, coercitivo, rappresentato dalla griglia di ben otto circoscrizioni, peraltro nettamente dissimili tra loro, dai quattrocentomila elettori di Cagliari ai quarantamila dell'Ogliastra, è evidente che viene alterata pesantemente la rappresentanza politica democraticamente espressa dai cittadini in quelle circoscrizioni, io aggiungo almeno nella metà delle circoscrizioni regionali. Ora su questi, come su altri punti, io penso avremo modo di tornarci, anzi, spero che avremo modo di tornarci, anche se comincio ad avere qualche dubbio anche in proposito. Ma io li ho voluti citare perché su questi due punti mi pare più di altri che mi sembra si concentri la disponibilità affacciata o dichiarata dalle forze politiche principali della maggioranza politica che governa questa Regione, in modo particolare da Forza Italia e Alleanza Nazionale.

Ora il confronto non può condursi su qualcosa che non c'è, la legge nazionale, nel senso non che non sia uno strumento che c'è, nel senso che non è emendabile se si vogliono appunto introdurre modifiche sostanziali. Ora il confronto, quindi, non è obbligatorio, può essere ritenuto legittimo, ripeto, in questa fase, legittimamente in questa fase non utile, tra forze politiche, peraltro, che svolgono funzioni diverse dal punto di vista istituzionale. C'è chi è all'opposizione, chi invece ha il ruolo di governo, così come non viene ritenuto utile in questa fase tra forze politiche che hanno anche prospettive diverse, giustamente. Però, al di là dei tatticismi di questa decisione di per sé legittima, va assunta la responsabilità politica però. Non si può sostenere una cosa e poi percorrerne un'altra, anche perché nessuno penso e spero pensa di approvare le regole della rappresentanza politica democratica con una maggioranza risicata e direi anche casuale. Questo sarebbe anche peggio. La legge elettorale, quindi, per me almeno può essere il risultato di una convergenza politica ampia, positiva, proficua, di una sorta di massimo comun denominatore, non di minimo, che in qualche modo prescinde anche dalla stessa contingenza politica, ma mi rendo conto che questo è difficile che si possa verificare se viene utilizzato da un lato come cartina di tornasole della volontà di chiudere la crisi politica che è tuttora in atto e se viene pregiudizialmente preferita la legislazione nazionale evitando il confronto di merito, come mi pare sia avvenuto anche con l'intervento che mi ha preceduto. Sono cose tra loro difficilmente compatibili, cose tra loro difficilmente assemblabili. Tuttavia io penso, poiché sono sempre animato da spirito positivo, che il Consiglio regionale abbia il dovere di provarci e di fare di tutto e fare tutto il possibile, come dimostra, peraltro, il percorso fatto nella stessa Commissione competente. Anche perché le rigidità, come dire, non sono eterne, sono anch'esse esposte a modifiche, hanno certamente il loro tornaconto apparente, ma nascondono anche, a mio avviso, una situazione di difficoltà politica vera, concreta, che oggi si manifesta in questo modo e domani si manifesterà anche in modo molto ma molto più evidente.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Frau. Chiedo scusa un momento, facciamolo entrare, sennò poi sfalsiamo l'alternanza tra maggioranza e opposizione. Adesso arriverà l'onorevole Frau appunto.

Procediamo. Onorevole Biancu, che non vedo in aula, ma è giustificato, sapeva. Abbia pazienza onorevole Sanna.

È iscritto a parlare il consigliere Sanna Gian Valerio. Ne ha facoltà.

SANNA GIAN VALERIO ( La Margherita - D.L.). Signor Presidente, colleghi, la riforma elettorale arriva in Aula dopo un lavoro inconsueto, profondo di elaborazione e di ricerca di convergenze con l'affermazione di tutte le forze politiche di operare non per coagulare convenienze ma per ricercare opportunità; opportunità per una democrazia più ampia nella nostra Sardegna e, se volete, anche per un tentativo, non so quanto fondato, di riscatto della credibilità di un Consiglio regionale che doveva passare negli annali della storia autonomistica, per essere il Consiglio regionale delle riforme. Viviamo la rassegnazione di un tempo che racchiude la percezione comune di trovarci in una sorta di patologia che affligge il Consiglio regionale ma che per me non può essere la giustificazione a non osare, a non tentare di portare avanti una riforma che, come ho detto in altre occasioni, rappresenta una sorta di ostetrica delle istituzioni. Si dice da un lato: non va bene la legge esitata dalla Commissione, ma si dice subito dopo che non si vuole neanche applicare la legge nazionale. Insomma, noi sappiamo nei rituali della politica che cosa significa tutto questo, non c'è bisogno di tradurcelo. Chi dice che non va bene la legge esitata dalla Commissione, intanto rinnega un lavoro serio, non dà rilievo a tutti i tentativi di riflessione, anche oculata, anche moderata, anche equilibrata che si sono fatti in lunghi mesi per cercare un approdo comune, avendo tutti i presentatori di proposte di legge rinunciato al proprio terreno di proposta per arrivare ad un terreno comune.

Io non ho mai conosciuto, e lo dico per un aspetto anche di tipo professionale, non ho mai conosciuto un ingegnere che pretende di entrare un cantiere disconoscendo che esista almeno un progetto di massima. Nessun cantiere si apre senza avere la concentrazione e l'affidabilità di un disegno progettuale e quindi l'approccio delle forze politiche a questo lavoro non può disconoscere il lavoro che è stato fatto, dicendo subito che la legge nazionale come qualcuno ha detto, non rappresenta una sanzione, troppo semplicistica questa lettura, la legge nazionale è lì, una legge che opera per le regioni a Statuto ordinario e che rappresenta, rispetto alla nostra prerogativa, la sfida della specialità, non c'è una sanzione, è l'idea che dobbiamo riuscire a far sopravvivere, di essere e di voler rivendicare di essere una regione ad autonomia differenziata, non è che godiamo all'idea che se non facciamo c'è una sanzione, questo lo si può dire ai bambini, a quelli che si formano, a quelli che si educano, ma noi dobbiamo sapere che dopo anni nei quali le autonomie regionali in Italia hanno corso il serio rischio di essere unificate senza gradini di privilegio e di maggiore autonomia, questo punto della legge elettorale rappresenta per noi la sfida, la finestra che c'è stata aperta per vedere se nei prossimi anni avremo tutti quanti la possibilità di declinare i termini di un'autonomia avanzata. Io non capisco sinceramente tanti di quelli che durante questa legislatura si sono sperticati per portare avanti il progetto della Costituente, e di fronte a questo elemento mostrano un'arrendevolezza scandalosa. Qua sta la sfida, forse se noi fossimo stati in un altro periodo della legislatura avremmo potuto operare potendo osare di più sul terreno costituzionale. Ci rendiamo conto che oggi abbiamo un limite dettato anche dal tempo che abbiamo davanti, però la sfida è che la specialità avrà prospettive e credibilità anche nelle future legislature se questo treno non si perderà, se questa possibilità non verrà vista come un fastidio, un rinviare alle decisioni degli altri. Le leggi elettorali sono sempre state tra l'altro le madri di tutte le riforme, e da questo punto di vista interroga tutto il Consiglio sulla nostra comune o non comune attitudine al riformismo. Io credo che si possa dire che la Commissione ha dimostrato per intero, compiendo per intero il suo dovere, di accettare questa sfida sull'attitudine a un riformismo concreto; l'Aula dovrà dimostrarlo. Alcuni partiti hanno già detto di voler rinunciare a questo terreno di confronto, eppure nessuno l'ha notato ma è singolare, è singolarissimo, dopo l'enfasi dell'inizio di questa legislatura, dello spirito di Aritzo che animava l'avvio di una legislatura all'insegna delle grandi riforme, è singolare che Forza Italia, Alleanza Nazionale, gli stessi Riformatori non abbiano neppure presentato una minima proposta di riforma elettorale. E oggi, in funzione della ricerca - per qualche verso - di nuovo di quello spirito un po' tardivo a dire il vero, non troviamo nemmeno una benché minima disponibilità al confronto.

Noi abbiamo affrontato nel merito il dibattito sulla legge elettorale con alcune consapevolezze, la più grande consapevolezza che dovremmo mettere nel conto è che c'è nell'aria, cammina, una progressiva insignificanza delle assemblee. Questa insignificanza, se da un lato ha come ragione di sostanza la stessa qualità dei processi politici, anche la qualità culturale e umana dell'attuale classe dirigente, per altro verso, ha ragione nel cambiamento e nell'innovazione delle regole ordinamentali e elettorali che riguardano l'elezione diretta, che riguardano l'elezione diretta nella Regione, nei Comuni e nelle Province e che impone in maniera quasi clamorosa il passaggio da un sistema parlamentare a un sistema centrato sulla leadership con l'elezione diretta. È questo il risultato di una tendenza che si consolida nella cosiddetta decadenza della prima repubblica e si afferma nella speranza semmai di governi più efficienti e anche di maggiore durata. Dovremmo tutti valutare, nel lavoro che abbiamo fatto, se questa novità ha una effettiva utilità. Che le nuove regole abbiano garantito una maggiore durata dei governi è vero, ma nessuno si è domandato il costo di questa presunta governabilità e l'impotenza che abbiamo generato nei consigli. Io sono profondamente contrario all'idea del sindaco della Sardegna, a uno schema chiaro: il centralismo presidenziale e la residualità e marginalità delle assemblee, e nessuno si domanda che una cosa sono gli atti di governo e gli atti amministrativi che sono sottoposti al giudizio dei cittadini, ma che riguardano la ricaduta di decisioni programmatiche sui cittadini, altra cosa sono e saranno gli atti legislativi, cioè norme che valgono erga omnes e che devono tener conto di una complessità e di un'articolazione della nostra Regione che noi tutti conosciamo, ma che spesso non consideriamo alla stessa stregua di quella che è invece la nostra attitudine ad essere rappresentati in questo Consiglio regionale. Però il risultato è davanti agli occhi, basta guardare i consigli comunali, basta guardare i consigli provinciali: sono tutti in crisi nel conflitto tra poteri esecutivi e assemblee, sono tutti censurati e privi di quella dinamica istituzionale che rende viva la politica e la dialettica politica e la stessa democrazia. Badate, eliminare questo tassello, non rafforzare nella centralità il sistema parlamentale nei prossimi anni anche in Regione, significa accettare una deriva anche di qualità della classe dirigente, perché solo dal confronto, solo quando la centralità parlamentare è portata a livelli accettabili nasce, si confronta, matura, si consolida nuova classe dirigente. Quando i consigli sono marginalizzati conta solo chi è sullo scranno più alto e nessuno si rende conto e ha possibilità di partecipare.

Voto congiunto: noi siamo per il voto congiunto e siamo profondamente contro il voto disgiunto, non tanto perché è in contraddizione con il maggioritario, ma perché chi fa la legge elettorale ha un compito cruciale nella nostra regione anche di educazione civica nei confronti dei cittadini, perché pone le regole di un rapporto e noi non possiamo insegnare ai cittadini le regole del qualunquismo esasperato, perché l'elezione diretta significa che io voto un presidente, una coalizione, un insieme di partiti, candidati, ma anche un programma, e non può essere che un elettore, un cittadino della Sardegna possa condividere contemporaneamente due idee diverse, due idee simmetriche, due concezioni della politica e delle istituzioni diverse. Questo è diseducare i cittadini, questo è andare contro il maggioritario e la governabilità proprio perché si generano queste confusioni.

E poi abbiamo lavorato sui poteri del Presidente, proprio perché volevamo segnare un ritorno alla centralità dei parlamenti e la possibilità di rappresentare in quest'Aula quello che tutti hanno detto in questi cinquant'anni: la complessità e l'identità di tutti i sardi. Come potremmo se non agendo su un fattore importante integrativo e innovativo nel sistema elettorale, che è quello della rappresentanza territoriale? Vedete, fino a pochi anni fa, forse anche ora - non ho fatto la contabilità -, i consiglieri di Sassari e di Cagliari rappresentavano la maggioranza assoluta di questo Consiglio. Non a caso la Sardegna è cresciuta secondo una polarità - positiva, io non ho nulla da dire -, ma questa polarità, che ha il suo riscontro nelle scelte di governo, nelle attenzioni, nell'impegno dei consiglieri regionali, ha mantenuto inalterata in tutto questo tempo la questione delle zone interne, dello sviluppo armonico di tutta la Sardegna, delle opportunità date a tutti. Oggi abbiamo realizzato la riforma delle istituzioni provinciali, ma che riforma sarebbe se a un riconoscimento istituzionale non corrispondesse il riconoscimento di una dignità a rappresentare proporzionalmente in quest'Aula i diritti di cittadinanza e le opportunità di tutti i sardi? Sarebbe un'operazione intelligente, sarebbe soprattutto un'operazione logica dopo quello che abbiamo fatto? Io credo di no. E allora dovremo ragionare su questa innovazione sapendo che nei prossimi anni, proprio per la complessità dei processi di sviluppo, noi dovremo scommettere, come ci ha sempre predicato la Comunità europea, come è sempre nelle parole di chi illustra l'articolazione delle politiche di sviluppo negli anni futuri, è in gioco la coesione del popolo sardo. La coesione del popolo sardo si ottiene solo se questo popolo, attraverso i suoi rappresentanti, ha la possibilità di confrontarsi sempre, e sempre nella condizione di non mai subire qualcosa a discapito di altri. Questa coesione è una risorsa, non è un handicap per il Consiglio regiionale. Questa è la possibilità che si dà al Consiglio regionale di trovare sintesi volute da tutti e desiderate da tutti, che tiene conto di chi è il locomotore della Sardegna e di chi è invece la carrozza di coda, perché questa Sardegna si riscatta tutta o non si riscatta per niente. E questa condizione è già dettata dalla storia recente che dice questo: i nostri problemi non si sono mai risolti perché dentro la forbice dello sviluppo tra Nord-Est e Mezzogiorno d'Italia si somma la divaricazione di uno sviluppo sbilanciato all'interno della Sardegna. E noi, quindi, vogliamo recuperare questo dato.

Poi il listino: badate, se si accetta, ci sono alcune cose nella legge elettorale che attengono alla discrezionalità, ci sono alcune cose che attengono alla logica, se mi consentite, anche un po' matematica, perché non si può fare un'affermazione e poi risolverla dal punto di vista assiomatico in maniera diversa. Se tutti convengono che il listino bloccato non ci dev'essere, è del tutto evidente che il premio di maggioranza si ripartisce su due livelli, perché il listino era bloccato proprio in ragione del fatto che non vi era nessuna ragione di dare preferenze perché o entrano tutti o non entra nessuno, perché lì si consuma il premio di maggioranza. Allora nella misura in cui cambiamo questa regola dobbiamo accettare una distribuzione modulata del premio sui due livelli, che è attenuata e che, spostandola dal 60 per cento al 55 per cento, fa guadagnare cinque seggi sul terreno proporzionale, diminuendo l'incidenza del sistema maggioritario su quello che è il complesso della legge elettorale. E questo è uno sforzo reale per quelli che si reputano proporzionalisti e per quelli che vedono con criticità il sistema maggioritario. Poi non è vero che la previsione della Commissione favorisce le oligarchie politiche. Badate, il listino bloccato sarebbe uno dei peggiori cancri della politica regionale, perché nel listino bloccato ci vanno tutti quelli che con comodità possono rappresentare le vere oligarchie politiche, quelle oligarchie che oggi, sempre più frequentemente, non sono più tanto politiche, ma che hanno una linea di demarcazione che le differenzia dalle oligarchie economiche e finanziarie molto labili. Lì ci andranno i finanziatori delle campagne elettorali, lì ci andranno quelli che sanno che non si possono scoprire più di tanto, ma che non vogliono rinunciare a mettere piede dentro quest'Aula per esercitare per intero le loro prerogative. E non è giusto che chi ha delle idee e le espone prima delle elezioni non si sottoponga alla valutazione e al giudizio dei cittadini, perché in linea di massima tutti prima che vengano scoperti sono in buona fede e quindi anche questi devono sottoporsi al consenso elettorale. E poi anche perché se accettiamo il principio della coesione in questo Consiglio regionale non dovranno sedere consiglieri di serie a) e consiglieri di serie b), perché quello sarebbe un vulnus. La percezione, le affermazioni, il potere di qualcuno, la prerogativa di qualcuno è data in nome di una fortunata coincidenza e quella di altri che invece è il portato esatto di decine, centinaia, migliaia di sardi.

Sugli apparentamenti: badate, sugli apparentamenti quello che conta è sapere che l'apparentamento politico è consentito. L'apparentamento politico è quello che rende trasparente il processo di apparentamento. L'apparentamento meccanico matematico è solo uno scambio di seggi e noi sinceramente, dopo l'esperienza di questa legislatura, vorremmo impedire che questo Consiglio regionale e il prossimo e quelli che verranno siano minati dalla possibilità di operazioni di questo genere e che invece siano fortemente e direttamente rappresentativi del consenso.

C'è poi il problema dei poteri del Presidente e del rapporto con la Giunta. L'ho già detto brevemente, dico alcune cose che riguardano il problema delle donne, della parità e degli emigrati. Io sono convinto che dovremo fare alcuni passi avanti e li faremo; sulle donne certamente, ma sugli emigrati bisogna stare attenti perché ci muoviamo nell'angusto spazio dei vincoli costituzionali e statutari e vorrei ricordare che qualunque previsione sul terreno degli emigrati deve rispettare il comma 1 dell'articolo 17 del nostro Statuto, pena la sua impugnazione. Quindi la previsione che ha fatto la Commissione è stata rispettosa di questo dettato.

Conclusivamente io credo che, come ha detto qualche collega opportunamente, noi vorremmo che questo dibattito sulla legge elettorale, per la sua importanza, non onorato…

PRESIDENTE. Concluda.

SANNA GIAN VALERIO (La Margherita-D.L.). …certamente non onorato da questa presenza in Aula, avvenisse in un clima nel quale ci dimenticassimo un attimo, quello che basta, della lotta politica che ha contrassegnato questa legislatura, perché se ci rimettessimo al confronto politico non sarebbe, anche se passasse, una vera riforma elettorale. A noi non interessa speculare, a nessuno può interessare speculare, ma se ci animasse il sentimento che l'approccio a questa materia e la consegna in eredità al futuro e alle altre generazioni politiche, ma anche non politiche, della possibilità di tenere alta la bandiera dell'autonomia in Sardegna e delle sue potenzialità, io credo che riusciremmo a liberarci da questo peso e probabilmente anche, per alcuni amici di Forza Italia, liberarsi dal vincolo ormai insostenibile di una prigione alla propria libertà dettata da coloro che stanno dentro la Casa delle Libertà, ma che non vogliono assolutamente che le succursali di quella casa siano effettivamente libere.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Frau. Ne ha facoltà.

FRAU (A.N.). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, se dovessimo guardare l'Aula e da questo pensare quanto la legge elettorale interessi direi che interessa zero, così come credo che interessi zero ai sardi che probabilmente avrebbero voluto che queste ore e le ore che verranno noi le avessimo dedicate ad altre cose. E credo, visto il tempo che ancora manca alla conclusione naturale di questa legislatura, che avremmo avuto il tempo giusto per fare l'assestamento di bilancio, il DPEF, la finanziaria e qualche altra di quelle proposte di legge o disegni di legge che sono passati nelle Commissioni, perché è vero che spesso le Commissioni non hanno lavorato, ma io credo che spessissimo abbiano lavorato e abbiano prodotto. E invece ci siamo imbarcati in questa legge elettorale, perché qualcuno ha detto: "Noi siamo una Regione a Statuto speciale e l'autogoverno dà la possibilità di darsi proprie leggi". Questo è indubbiamente vero, ma darsi proprie leggi non significa che si è costretti a legiferare sempre e comunque su alcuni argomenti, quando su questi argomenti si è già legiferato anche con legge nazionale e probabilmente la legge nazionale funziona, perché io credo che al di là di tutte le cose, la legge nazionale, il "tatarellum", ha funzionato complessivamente. Se poi c'è stata qualche situazione particolare, ma io credo che sia più che altro un problema di etica, un problema morale dovuto ai singoli consiglieri che sono stati eletti, però il "tatarellum", credo che sia chiaro, è presidenzialista, è a turno unico, ha il premio di maggioranza. Queste sono, credo, le tre cose fondamentali, ma qui si vuole, siamo sardi e da sardi dobbiamo avere una nostra legge.

Io vorrei ricordare ai colleghi consiglieri di pensare alla legge elettorale che fu varata nel 1993. Io all'inizio della legislatura sono andato, così, per capirne di più, a leggere quegli atti e vi posso vedere tutto ciò che hanno detto i consiglieri di allora. Eravamo un parlamento che veramente produceva, un parlamento che era un laboratorio politico, un parlamento che stava dando alla Sardegna una delle leggi migliori che potevamo avere, e poi abbiamo visto quello che è successo. Se in questo momento ci troviamo nelle condizioni di doverci dare un'altra legge è perché quella legge precedente, di cui è stato detto tutto il bene del mondo, non ha funzionato, ma ha funzionato male.

Io vorrei ricordare ai colleghi consiglieri il cosiddetto trilottaggio: era una cosa abominevole però in quel momento era il meglio, perché eravamo in un periodo di consociativismo e pertanto quei sedici consiglieri regionali del listone dovevano essere distribuiti in una certa maniera, anzi, a mio avviso fu inventato il listone togliendo sedici seggi dalle liste provinciali probabilmente per far fuori qualche partito politico, guarda caso in quel momento il Movimento Sociale che sicuramente era da solo e doveva andare da solo. Però fu detto, come stavo dicendo prima, tutto il bene del mondo di questa legge. Allora, alto là, stiamo attenti, vediamo di vederle nel concreto quelle che sono le cose che vanno e quelle che sono le cose che non vanno, anche se a mio avviso il "tatarellum", nella sua completezza, è una legge completa, è una legge organica, è una legge, come ho detto prima, che ha dato risultati; ha dato risultati per l'elezione diretta del Presidente. Anche in questa proposta di legge regionale c'è l'elezione diretta del Presidente, cioè si fa sì che il Presidente della Regione, il Presidente della Sardegna, il governatore venga eletto dal popolo, finalmente, affinché non succedano tutte quelle cose che abbiamo visto per tanti anni in quest'Aula, ma, diciamo così, che è un'elezione che abbiamo visto in altre regioni, ma l'abbiamo vista anche in molti altri enti (?), in tutti i comuni e nelle province, perché questo la gente voleva.

Quindi dicevo che questo è un concetto valido che restituisce quindi, che dovrebbe dare anche in Sardegna la potestà di scelta, quindi presidenzialismo che significa anche governabilità, perché al Presidente bisogna dare una maggioranza che possa governare, perché altrimenti non deve succedere quello che è successo, che a monte di 152.000 voti l'onorevole Pili non è stato messo nelle condizioni di poter operare.

Però, arriviamo al presidenzialismo, io credo che la proposta della Commissione abbia molte, ma molte pecche, ed è già stato detto qui questo pomeriggio, abbiamo visto che ci sono state voci diverse anche nell'ambito degli stessi Gruppi, cioè questa proposta di legge ha più ombre che luci e non so, alla fine, che cosa riusciremo ad esitare da quest'Aula. Ma dico un esempio peggiorativo è sicuramente, rispetto alla proposta di legge, al "tatarellum", alla legge nazionale, il doppio turno. Si parla tanto di bipolarismo, ma poi si fa di tutto affinché il bipolarismo vero e proprio non esista. Se è vero com'è vero che se andiamo al doppio turno, volente o nolente, apparentamenti sì apparentamenti no, c'è qualcuno che gioca da dietro, qualche furbino che si è presentato per conto proprio e che poi cerca di entrare nella stanza dei bottoni in altro modo. No, no, signori belli, noi torniamo a mio avviso indietro. Io credo che il turno unico sia il turno migliore, perché? Perché dà la possibilità a movimenti, gruppi e gruppetti, a chiunque di unirsi, di formare una coalizione, di presentare un candidato alla presidenza e di presentarsi agli elettori. Chi vince? Vince sicuramente quel presidente e quella coalizione che prendono più voti, cioè noi dobbiamo essere nelle condizioni, così come nelle Regioni a Statuto ordinario che la sera delle elezioni stesse ai primi exit poll, se ci saranno, appena inizia lo scrutinio dobbiamo sapere chi ha vinto o chi non ha vinto, non dobbiamo aspettare altri quindici giorni in cui iniziano tutti quei giochi strani che non vanno assolutamente, che la gente non comprenderebbe, a mio avviso significherebbe tornare indietro, anzi a mio avviso anche per i comuni al di sopra dei 15.000 o dei 10.000 abitanti come l'ultima nostra legge, dovremmo votare con il turno unico affinché veramente le coalizioni si facciano all'inizio e quindi credo che questo del doppio turno proprio in nome del bipolarismo e non mi si dica, così come è stato scritto, che il significato della modifica sarebbe, si punta cercando di favorire il bipolarismo, a far sì che il Presidente venga eletto con un vasto consenso popolare. No, il consenso popolare viene dato nel momento in cui la gente o a maggioranza assoluta o anche a maggioranza semplice vota per quella coalizione che ha vinto, su questo cari amici credo che non ci siano dubbi.

Assessori tecnici, io li ho chiamati estranei, è stato già detto da qualche altro, se non sbaglio l'ha detto l'onorevole Scano stamani, questa passatemela un pochino. Questa mi sembra tra virgolette, con tutto rispetto per l'Aula, una specie di barzelletta per due motivi, perché avremo consiglieri che non sono più consiglieri perché devono andare a fare gli Assessori e quindi perdono lo status di consigliere, non c'è scritto da nessuna parte che un consigliere non debba fare l'Assessore; la gente ha eletto ed eleggerà quegli ottanta consiglieri per fare i consiglieri e per fare gli Assessori. Ricordate: in quest'Aula andiamo, facciamo un passo avanti e due indietro. Rispetto alla legge 1993 c'eravamo dati o si erano dati una legge in cui c'era l'incompatibilità e poi siamo tornati giustamente. Adesso vogliamo tornare ancora indietro con l'idea di nominare i cosiddetti consiglieri regionali a tempo, questa è sicuramente bella. Se arriva dalla Francia non ci deve interessare, la patria di diritto è l'Italia e credo che a questo noi non dovremmo copiare le cose che non vanno bene. Perché questo è stato detto: questi Assessori sarebbero poco liberi, perché sarebbero lì, sperano che quel collega che è diventato Assessore non voglia tornare nei banchi e sicuramente, essendo pochi liberi, sarebbero ligi sempre a votare in un certo modo altrimenti può succedere una determinata cosa.

Ma perché non parliamo anche di spese, di questi nuovi dodici Assessori esterni? Fermo restando che qualche Assessore esterno può anche esserci, può capitare, non ci sono assolutamente dubbi; ma imporre per legge. In questi giorni che siamo alla berlina per spese e contro spese, dobbiamo spiegare ai sardi perché noi vogliamo portare i consiglieri regionali da ottanta a novantadue, dobbiamo spiegare quanti soldi spenderemo, al di là di quello che ho detto prima. Anche queste, cari amici, sono cose che noi dobbiamo dire e dobbiamo pertanto tener conto di tutte queste cose. Questi consiglieri, dicevo, sarebbero consiglieri di serie B e pertanto lì in un cantuccio sperando che niente succeda, sperando e succubi quindi dell'Assessore che ha concesso a tempo il pass per sedere in questo Consiglio regionale.

Io credo anche un'altra cosa, non se n'è parlato molto, e se qualche Assessore dovesse essere preso, considerando i consiglieri del listino in cui sono forze politiche, in quel caso la composizione delle forze politiche può cambiare perché se il consigliere X è del partito X va a fare l'Assessore, magari il primo dei non eletti, è vero, è sempre di quella coalizione, però può rappresentare un altro partito, un altro Gruppo politico, purché noi non mettiamo tra le righe che i consiglieri eletti nel listino non debbano mai fare gli Assessori.

A proposito di listino, io ho parlato prima che a mio avviso, e probabilmente tempo fa, nel 1993, ed ecco il laboratorio politico, il listino, il listone di allora venisse pensato probabilmente per far fuori alcune forze politiche, sicuramente altrimenti non ha nessun significato, che ci siano consiglieri eletti nelle liste provinciali e nelle liste regionali. Qualcuno ha ricordato poco fa che l'onorevole Masala, quando era Assessore degli affari generali e personali, aveva presentato tra le altre cose una proposta di legge che si rifà alla legge con l'elezione dei sindaci dei grossi comuni. Io dico e questa potrebbe essere la mia posizione personale, può darsi che se avessimo il coraggio, visto che vogliamo cambiare qualche cosa, eliminiamo il listino che non serve a niente, spalmiamo quei sedici, restituiamo quei sedici consiglieri da eleggere alle quattro, otto Province e probabilmente ci troviamo in una situazione molto più semplice e molto più chiara. Ecco, cari amici, io ho detto alcune cosette, altri colleghi sicuramente faranno presente altre situazioni all'interno di questa proposta di legge che sicuramente è molto articolata, spessissimo non chiara, ma per quanto concerne Alleanza Nazionale io credo che siamo, al limite, disponibili a qualche piccolo aggiustamento, è stato detto più volte, ma noi crediamo che nel suo complesso il "tatarellum", quindi la legge per le Regioni a Statuto ordinario debba mantenere quasi la sua integrità. Problema preferenza del listino, il voto agli immigrati coi seggi per loro, il problema della preferenza unica, per me la preferenza unica deve restare al di là di quello che si dice perché avevamo eliminato le cordate e non vorremmo riportarle. Possiamo, dopo aver aggiunto quest'altro passo, essere anche disponibili a qualche cosa di, diciamo così, molto semplice, quindi qualche piccolo aggiustamento perché altrimenti noi rischiamo di darci, cari colleghi, per gli interessi di alcuni, per gli interessi di altri, una legge sicuramente peggiore del "tatarellum".

PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Demuru. Ne ha facoltà.

Colleghi, per ciò che mi riguarda, siccome ho visto che alcuni iscritti a parlare non sono presenti, noi avevamo concordato per una Conferenza dei Capigruppo alla fine della serata, credo che il tempo per consentire altri interventi sia davvero poco, forse faremmo meglio a fare la Conferenza dei Capigruppo e quindi poi andare a domani gli altri colleghi, anche quelli che non sono presenti e sono iscritti potranno parlare domani. Se siamo d'accordo procediamo in questo modo.

Adesso è iscritto l'onorevole Biancu che non è presente in Aula, l'onorevole Demuru c'è, quindi facciamo l'intervento dell'onorevole Demuru e poi facciamo la Conferenza dei Capigruppo. Prego onorevole Demuru. L'onorevole Biancu parla domani perché lui probabilmente non sapeva che l'avremmo chiamato adesso.

DEMURU (D.S.). Grazie Presidente, colleghi. La legge costituzionale numero 2 del 31 gennaio 2001 attribuisce alla Regione Sardegna la possibilità di disciplinare autonomamente la forma di governo con una nuova fonte normativa che viene chiamata legge statutaria. Nel contempo pone anche dei vincoli e traccia una strada obbligata stabilendo due principi fondamentali su cui fondare la nuova normativa: il principio della rappresentatività e quello della stabilità. Con la norma transitoria impone l'immediata applicazione di questi principi, anche in assenza di nuova disciplina regionale. Questo testo unificato che abbiamo in discussione, frutto di una lunga mediazione delle parti politiche, pur nel rispetto dei vincoli costituzionali, cerca di soddisfare l'esigenza di autonomia. Autonomia troppe volte celebrata e reclamata solo a parole, poche volte concretizzata nei fatti. Che il principio della governabilità sia quello maggiormente in sofferenza è certificato dalla cronistoria della presente legislatura e la situazione odierna di una Giunta senza maggioranza che ha avuto un voto di fiducia minoritario, fortuito e occasionale, rappresenta plasticamente la gravità dello stato di sofferenza di questo principio. La necessità di risolvere questo problema ha portato alla conferma della scelta dell'elezione diretta del Presidente della Regione, condivisa dalla maggior parte dei Gruppi politici se non da tutti, accompagnato dal vincolo di dissolvenza del Consiglio in qualsiasi caso di decadenza o per sfiducia o per dimissioni volontarie o per impedimento permanente dello stesso.

L'elezione diretta di un Presidente della Regione, benché sia un elemento di stabilità, non è condizione sufficiente di governabilità, ci vuole anche una maggioranza certa, eletta insieme al Presidente sulla base di un programma e di un progetto politico da attuare e perseguire, condiviso e presentato agli elettori.

Sulla consistenza e sulla modalità di garantire alla coalizione vincente una maggioranza certa ci sono state e ci sono posizioni più articolate che al momento, forse, non coagula una maggioranza, sulla soluzione individuata da questo testo in discussione e rappresenta uno di quei punti che ha bisogno di un maggior approfondimento. Il testo in discussione propone di attribuire il 55 per cento dei seggi consiliari alla coalizione vincente per garantire una maggioranza certa e su questo c'è condivisione. Le discussioni e le perplessità nascono sul come e sul dove attribuire il maggior numero dei seggi per garantire questa maggioranza. Questo punto si intreccia intimamente con il principio della rappresentatività, il tentativo di mettere d'accordo due principi ugualmente legittimi e validi di rappresentanza politica e di rappresentanza territoriale ha portato a lunghe discussioni in Prima Commissione. La soluzione proposta suscita ancora discussioni, anche su questo punto sarà necessario un supplemento d'istruttoria. Il confronto tra le forze politiche potrà trovare una soluzione di mediazione senza stravolgere i principi fondamentali della legge stessa, a queste problematiche è legata anche la questione del cosiddetto listino regionale. Listino regionale cosiddetto bloccato, cioè senza che sia data all'elettore la possibilità di esprimere una scelta con la preferenza del voto e su questo mi sembra che ci sia unanimità nel rifiutare questo tipo di proposte e di soluzioni. I Gruppi politici hanno avuto delle numerose, continue e proficue interlocuzioni, anche nei Gruppi politici non tutti si sono espressi all'unanimità. Volendo esprimere una mia personale preferenza su dove dare il cosiddetto premio di maggioranza che la legge individua in dieci seggi il testo unificato, io lo darei tutto sul listino regionale e lo darei solo ed esclusivamente alla coalizione vincente perché questo è il premio di governabilità, quindi secondo il mio ragionamento, poiché noi dobbiamo garantire la governabilità col premio di maggioranza, mi sembra più logico che venga dato alla coalizione vincente ed esclusivamente alla coalizione vincente e lasciando 70 seggi, stante che il 55 per cento è accettato da quasi tutti, almeno mi sembra che ci sia una condivisione su questo, dovrebbero andare a soddisfare l'altra esigenza che è quella della rappresentatività nei collegi provinciali, perché è lì che vanno attribuiti secondo un sistema proporzionale che poi è quello che maggiormente garantisce la rappresentatività. È evidente che ci vuole anche qui un minimo di correttivo, che è rappresentato dall'attribuire il 50 per cento dei seggi ai partiti che rappresentano la coalizione vincente. Con questo meccanismo si supera anche il problema della scelta da parte degli elettori dei candidati nel listino, se noi teniamo fermi i sedici candidati nel listino non saranno sedici imposti dai partiti ma saranno proposti e scelti dagli elettori, stante che ne dovranno scegliere solo dieci, o meglio nove più il Presidente, quindi si supera anche quella che è la remora della preferenza da dare nel listino.

Riservare un maggiore numero di seggi ai collegi provinciali consente di raggiungere, o meglio di avvicinarci all'obiettivo della rappresentatività territoriale senza mortificare il principio della rappresentatività politica che è un altro degli spinosi argomenti delle questioni e dei problemi che si sono discussi a lungo in prima Commissione. E questo penso che sia il cuore dei problemi, poi ci sono altre problematiche che sono state sollevate da molti colleghi che mi hanno preceduto, quale quella di garantire una reale partecipazione attiva degli emigrati, l'attuazione del principio delle pari opportunità o della rappresentatività dei generi cosiddetti. Io penso che anche qui si debba trovare una soluzione concordata, ma comunque concreta che se non risolve del tutto e non soddisfa le esigenze di tutti certamente deve essere dato un segnale che in qualche maniera risolva in parte almeno queste problematiche. Voglio concludere con un'annotazione di carattere politico generale: alcuni interventi a me sono sembrati che, criticando il cosiddetto bipolarismo, sperano solo di mantenere alcune situazioni di privilegio e la possibilità di incidere nonostante i pochi numeri elettorali che possono avere. Io penso che quando licenzieremo una legge elettorale definitiva, sia un'esigenza essenziale della politica di oggi mantenere fermo, proprio per la governabilità, il principio del bipolarismo e quindi nell'alternanza di chi governa e l'altra parte fa un'opposizione costruttiva.

PRESIDENTE. Grazie a lei onorevole Demuru, così come concordato convochiamo la Conferenza dei Capigruppo.

Domani all'ora solita, 10 e 30 se siamo d'accordo. Il primo iscritto a parlare è l'onorevole Biancu, quindi la cortesia ai colleghi della Margherita che informino il collega Biancu che domani sarà il primo a parlare. Bene colleghi, la Conferenza.

Forse è anche opportuno chiudere perché poi alle 19 il Gruppo di Forza Italia lascia perché ha una riunione, credo, quindi pertanto i lavori del Consiglio stasera finiscono qui.

La seduta è tolta alle ore 18 e 42.



Allegati seduta

CCCXCIV SEDUTA

(POMERIDIANA)

Martedì 14 ottobre 2003

Presidenza del Presidente SERRENTI

La seduta è aperta alle ore 16 e 41.

Randazzo, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del 4 settembre 2003, che è approvato.

Continuazione della discussione generale del testo unificato del disegno di legge: "Norme sull'elezione del Presidente della Regione e del Consiglio regionale e disciplina del referendum regionale" (245/Stat/A) e delle proposte di legge Floris - Tunis - Businco: "Nuove norme sul sistema di rappresentanza e sull'elezione degli organi di governo della Comunità autonoma di Sardegna" (350/Stat/A), ONIDA: "Elezione del Consiglio regionale, forma di governo, (ai sensi dell'articolo 15, comma 2, dello Statuto speciale) e partecipazione degli emigrati al voto" (362/Stat/A), Scano - Dettori - Pacifico - Pinna: "Norme per l'elezione del Presidente della Regione e modifica della legge regionale 6 marzo 1979, n. 7 (Norme per l'elezione del Consiglio regionale) e successive modifiche e integrazioni" (379/Stat/A), Sanna Gian Valerio - Fadda - Biancu - Dore - Giagu - Granella - Secci - Selis: "Disciplina della forma di governo della Regione ed elezione del Consiglio regionale della Sardegna" (380/Stat/A), Spissu - Calledda - Cugini - Demuru - Falconi - Lai - Marrocu - Morittu - Orru' - Pirisi - Pusceddu - Sanna Alberto - Sanna Emanuele - Sanna Salvatore: "Elezione del Presidente della Regione sarda e del Consiglio regionale" (392/Stat/A), Capelli - Cappai - Piana - Randazzo: "Norme per l'elezione del Presidente della Regione e del Consiglio regionale" (396/Stat/A).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la continuazione della discussione del testo unificato del disegno di legge numero 245/Stat/A e delle proposte di legge numero 350/Stat/A, 362/Stat/A, 379/Stat/A, 380/Stat/A, 392/Stat/A e 396/Stat/A.

E' iscritto a parlare il consigliere Fantola. Ne ha facoltà.

FANTOLA (Rif. Sardi-U.D.R.). Signor Presidente, finalmente il tema della riforma elettorale, della forma di governo approda in quest'Aula. Io voglio dirlo con franchezza, bisogna rendere merito alla Commissione autonomia, alla Prima Commissione che ha lavorato con lena, ha lavorato con impegno, purtroppo bisogna rendere merito anche al suo Presidente, bisogna rendere conto a tutti i Gruppi consiliari che hanno su questa materia dato, pur nelle diversità di posizioni, il loro contributo.

Dico questo nella consapevolezza mia, e che vorrei fosse di tutta l'Aula, che questo provvedimento, esitato dalla Commissione a maggioranza, è stato esitato senza il voto dei Riformatori, nel senso che noi non ci ritroviamo in questa proposta di legge e, lo diciamo solo per essere chiari, che se questa proposta di legge fosse portata in Aula così com'è noi daremmo un voto contrario al momento di esprimerci su di essa. Ormai tutti i Gruppi politici e anche i diversi consiglieri all'interno dei Gruppi hanno esposto i loro punti di vista; l'hanno fatto in Commissione, ma diciamo che l'abbiamo fatto in un'infinità di riunioni fuori dalle istituzioni, riunioni che si sono svolte parallelamente ai lavori del Consiglio. Sappiamo tutti come la pensiamo, sappiamo anche che vi è una consapevolezza di tutti che questo è il tema centrale della politica, mi sembra che da parte di tutti ci sia la consapevolezza che questo è lo snodo del futuro della politica in Sardegna, che tutto il processo riformatore ha nella riforma elettorale, nella nuova forma di governo il proprio cuore, il punto centrale.

Credo di poter dire, anche dagli interventi di stamattina, in gran parte non da me condivisibili, che due siano gli obiettivi principali che si sono posti, che ci poniamo tutti, dando a questi due obiettivi differente sottolineatura, magari differente enfasi e differente importanza. La prima è l'affermazione di una più ampia e più consolidata partecipazione democratica e pluralista all'elezione del Consiglio regionale; la seconda è l'affermazione della stabilità e dell'autorevolezza del Governo, come una precondizione ad un processo complessivo di sviluppo della nostra terra, che è uno sviluppo sicuramente politico, sociale, ma anche economico, civile e quant'altro. Se siamo d'accordo, però, sugli obiettivi chiaramente le differenze ci sono sugli strumenti di scelta, di selezione della classe politica, sul come definire i rapporti tra Governo e Consiglio, cioè su quale strada percorrere per raggiungere gli stessi. Io credo che ciascun Gruppo debba dire come la pensa e la nostra posizione credo che da tempo sia chiara, condivisibile o meno: noi siamo presidenzialisti e maggioritari. Siamo stati da anni presidenzialisti e ribadiamo che siamo presidenzialisti e maggioritari. Noi siamo per il sindaco della Sardegna, cioè per rifarci a una legge elettorale che ricalchi in qualche modo la legge elettorale dei grandi comuni. Siamo convinti e siamo consapevoli che una cosa sono le assemblee amministrative e altra le legislative, però noi chiediamo che questo sia il sistema al quale noi oggi facciamo riferimento, che dev'essere in qualche maniera accompagnato da un sistema di garanzie, di controbilanciamenti, un sistema di regole che disciplini in modo corretto i rapporti tra maggioranza e opposizione, soprattutto tra chi governa e l'organo legislativo, soprattutto nel momento in cui si va verso quel Governo forte che noi vogliamo, che diciamo con chiarezza che vogliamo dare alla Sardegna.

Siamo stati bipolaristi e maggioritari, presidenzialisti, abbiamo fatto un referendum, non da soli, con tante forze politiche, con tanti colleghi che sono in quest'Aula, nel novembre di cinque anni fa, sull'elezione diretta del Presidente e sull'eliminazione del vincolo di proporzionalità. Un referendum che abbiamo vinto, che è stato vinto col 97 per cento dei consensi e di questo, a mio avviso, quest'Aula non può non tener conto. Inoltre voglio spiegare che nella nostra proposta di legge noi cosa chiedevamo? Chiedevamo al Consiglio di fare una legge regionale di rango costituzionale per modificare lo Statuto, per modificarlo nei due punti: il primo era l'eliminazione del vincolo di proporzionalità, che allora era presente nel nostro Statuto, e il secondo l'affermazione, appunto, del metodo di elezione diretta del Presidente, eliminando il vincolo presente ancora nello Statuto allora che il Presidente dovesse essere eletto dal Consiglio. La modifica dell'articolo 15 dello Statuto per via della legge costituzionale numero 2 del 2001 ha di fatto dato una risposta, anticipato, recepito quella che era l'indicazione referendaria; con la legge 2 in effetti alla Sardegna sono state date quelle competenze che il referendum chiedeva fossero date al Consiglio; con la legge numero 2 il Consiglio regionale può disciplinare in modo autonomo la nuova forma di governo e può farlo con una legge regionale, seppure approvata a maggioranza assoluta e seppure sottoponibile a un referendum confermativo, e nello stesso momento la legge costituzionale che dà questa facoltà - se n'è parlato stamattina - al Consiglio regionale anche impone alla Sardegna, nel caso che il Consiglio regionale, diciamo così, fosse inadempiente, passatemi il termine, o per volontà o per incapacità, una legge regionale uguale alle Regioni a Statuto ordinario. Siccome si è parlato molto di legge passata, di legge nazionale, di proposta di legge, io vorrei riassumere la nostra posizione in questi termini: punto uno, innanzitutto non esiste più, è morta, la vecchia legge elettorale, sia nella versione con cui è stato eletto questo Consiglio, sia nella versione (che era anche peggiore) con cui è stato eletto il Consiglio della legislatura scorsa. E' un fatto positivo, innegabilmente, dal mio punto di vista, un fatto positivo; una legge che è stata da tutti criticata, una legge che abbiamo detto è stata una delle cause dell'ingovernabilità di questi cinque anni e dei cinque anni precedenti, una legge che non stabiliva chi vinceva o chi perdeva, l'abbiamo detto tante volte in quest'Aula; è una legge che sostanzialmente vincolava i partiti a costituire una maggioranza di governo prima del voto e dopo il voto faceva sì che la coalizione di governo dovesse trovarsi una serie di inciampi dovuti a fatti programmatori e fatti di assetto che non erano stati prima considerati. Punto due: se malauguratamente noi non dovessimo esitare una nostra legge regionale, noi dovremmo applicare la legge nazionale che presenta diversi aspetti negativi, su questo sono d'accordo, su questo aspetto, su questa formulazione, con quanto diceva il collega Floris su questo aspetto, su una serie di elementi negativi che derivano dal fatto che questa legge non è una legge nostra, che non è fatta da noi, che non risponde a nostre specificità, non risponde alla nostra identità, a quella che viene chiamata la nostra cultura, la nostra storia, insomma alla cultura e alla storia di cinquant'anni di autonomia. Non ha niente a che vedere, perché non l'abbiamo fatta noi; e poi ha anche alcuni elementi distorcenti, anche questo è stato detto da altri, il famoso listino bloccato. E' una cosa bizzarra, come minimo, è una cosa secondo me non sostenibile che ci sia un listino nel quale vengono nominati in Consiglio sedici consiglieri che non vengono sottoposti al voto, imposti dai partiti! Si tratta di certificare l'affermazione, il trionfo di quella partitocrazia che tutti continuiamo a dire di voler combattere e invece la stiamo affermando.

Devo dire che però la legge nazionale, che da una parte presenta elementi di negatività che ho cercato di dire, che poi se ho tempo esemplificherò, e poi presenta anche dei fatti distorcenti, però fa un grande passo avanti perché afferma in modo chiaro il presidenzialismo e il maggioritario; afferma il presidenzialismo e un premio di maggioranza, con un sistema che quindi è maggioritario, perché è un premio di maggioranza sufficientemente ampio da consentire la governabilità. Da questo punto di vista la legge elettorale risponde a quella che è stata la domanda referendaria. Ma oggi dobbiamo discutere di legge elettorale, per me è un'opportunità che non dobbiamo lasciarci sfuggire, è un fatto di grande rilevanza, è un fatto di grandissima importanza, è un'occasione che noi Riformatori vogliamo percorrere, vogliamo seguire, sino in fondo.

Il collega Scano diceva stamattina, e io sono d'accordo, lo voglio ridire perché altrimenti sembra che non dicendolo posso essere accusato di non volerlo sottolineare, io lo voglio sottolineare: io sono d'accordo che se il Consiglio regionale non riuscisse a fare una propria legge perderebbe di credibilità fuori da qui. Sì, perderebbe ancora di credibilità, io credo che sarebbe un colpo mortale alla nostra autonomia e credo, come dicevo prima, che sostanzialmente i sardi andrebbero a votare con una legge che non è fatta da loro, che non corrisponde alle loro esigenze e che è una legge quindi totalmente migliorabile.

Questo è l'argomento di oggi, ma oggi l'argomento non è solo il tema della legge elettorale, è una proposta di legge che è stata votata a maggioranza dal Consiglio regionale e, lo ribadisco per chiarezza, senza il voto nostro, nella quale non ci riconosciamo, con un testo che se oggi fosse presentato a quest'Aula non avrebbe il nostro voto. Perché? Per tanti motivi che brevissimamente accenno: prima di tutto perché, secondo me, non risponde fino in fondo alla nostra tesi presidenzialista, che viene completata dal voto disgiunto, perché l'elezione diretta del Presidente significa porre un rapporto di fiducia stretto tra l'elettore e chi è chiamato a governare. In questo sta l'elezione del Presidente. Poi sento dire, argomentazioni tutte lecite e anche rispettabili, che questo va contro il bipolarismo. Io non capisco in che senso. Il bipolarismo si forma con il voto sul Presidente, con il rapporto di fiducia elettore- Presidente, e sento dire che si potrebbero avere Presidenti senza maggioranza, ma questo non è concesso dalla legge elettorale che determina le maggioranze sul voto del Presidente.

E' una legge, però, che dà l'idea perlomeno di difendere noi stessi; la proposta di legge esitata dalla Commissione dà l'idea di difendere noi stessi, noi inquilini di questo palazzo, soprattutto nella eccessiva ripartizione del premio di maggioranza tra le liste provinciali e quella regionale; la ripartizione di seggi sulla lista regionale dà l'idea, forse qualcosa di più di un'idea, che sia una difesa di una classe dirigente che in qualche misura si assicura una presenza comunque. Ma questa legge presenta delle distorsioni anch'essa che non possiamo dimenticare, non si possono non sottolineare. Quella dell'incompatibilità è una cosa ridicola, chiedo scusa ai colleghi, a mio avviso è una cosa ridicola un'incompatibilità che così si definisce: quando i consiglieri regionali, alcuni consiglieri regionali, assumono la funzione di assessore vengono sostituiti dai primi dei noi eletti. La conseguenza qual è (proprio per non perder tempo)? Primo, si aumenta il numero complessivo degli addetti ai lavori in quest'Aula; secondo, i consiglieri eletti a tempo determinato, per come hanno accesso in quest'Aula, non hanno tutta l'autorevolezza, la libertà di svolgere con pienezza il proprio mandato, ma è una cosa talmente evidente che non vale la pena, a mio avviso, nemmeno sottolinearla, perché è sotto gli occhi di tutti. Poi c'è tutto il sistema - credo di non aver tempo perché sto concludendo - delle ineleggibilità che a mio avviso, ma non solo a mio avviso, perché ho parlato con diversi colleghi, così come è scritto ha dell'irrazionale.

Sulla proposta di legge Sanna ci sono altri fatti importanti. Si diceva prima che è una legge che non corrisponde a quelle che sono le nostre esigenze, la nostra cultura. E il voto agli emigrati? Ditemi voi se è possibile che nazionalmente sia stato concesso un diritto, che è una grande opportunità per l'Italia di avere una partecipazione di competenze, di professionalità, di disponibilità all'interno delle istituzioni, e noi non concediamo questo diritto ai nostri emigrati, non usufruiamo di tutto quel bagaglio di energie, di risorse che questi possono dare alla Sardegna. Il voto agli emigrati lo si ottiene, se vogliamo essere chiari, costituendo per loro dei collegi ad hoc, perché altrimenti la partecipazione degli emigrati, di tutti i sardi che lavorano all'estero, nelle liste dei partiti non ha portato mai ad alcun risultato.

C'è il tema, sul quale non mi soffermo, della maggiore partecipazione delle donne nelle istituzioni, che è un tema, a parte alcune esagerazioni che ho sentito, sulle quali non mi riconosco, ma è un tema che non può essere ignorato, è un tema che deve essere affrontato, un tema su cui quest'Aula deve dare una risposta.

Sinteticamente io ritengo che sia un fatto positivo che oggi stiamo esaminando questo disegno di legge. Noi non ci riconosciamo in questo progetto che è stato votato dalla Commissione, però riteniamo importante che si apra e si approfondisca il dibattito su questo tema; è importante che ciascuno di noi, noi per primi, abbiamo la capacità di ascoltare, di riflettere e di proporre, ma sicuramente la capacità di proporre ce l'abbiamo tutti, quello che dovremo fare è un po' di scorta della capacità di ascolto e di riflessione. Noi siamo disponibili a lavorare senza tatticismi, senza veli, senza giri di parole, naturalmente tenendo presente che la nostra posizione è quella che vi ho detto: noi siamo presidenzialisti nella maniera in cui l'ho detto e maggioritari e vogliamo una legge che tenga conto della specificità nostra, della specificità della realtà sarda e quindi una legge, sostanzialmente, che tenga conto della nostra identità.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Cugini. Ne ha facoltà.

CUGINI (D.S.). Signor Presidente, io parlo dopo il collega Fantola che, per ammissione di tutto il Consiglio regionale, è considerato un riformatore per eccellenza, noto per averne parlato moltissimo e anche stasera ha parlato di possibili riforme, per dire che noi stiamo trattando un tema estremamente impegnativo per la democrazia sarda, quindi dobbiamo fare uno sforzo nella discussione generale per mettere a fuoco i punti della legge elettorale che determinano convergenza, ma anche le parti che debbono produrre impegno per migliorare il testo che è stato licenziato dalla Commissione. Lo dico in premessa per dire che è bene che si sappia in Sardegna che la discussione sulla legge elettorale, è vero, si è svolta prevalentemente in Commissione, nella Commissione autonomia, nella Commissione competente, però è stata preceduta da almeno due o tre incontri informali, ma politicamente impegnativi, tra tutte le forze politiche di questo Consiglio. Le priorità per la modifica della legge nazionale, perché di quello dobbiamo parlare, perché non c'è altro, c'è solo la legge nazionale, le priorità sono state stabilite in incontri tra tutte le forze politiche di questo Consiglio regionale. Lo dico perché è bene da subito stabilire, oppure riconfermare, che Forza Italia, Alleanza Nazionale, ma anche D.S., hanno discusso sulle modifiche da apportare alla legge nazionale e l'ok alla discussione in Commissione è stato dato all'unanimità, in quella occasione o in quelle occasioni, perché c'è stato un primo confronto generale e un secondo confronto dopo che le singole forze politiche hanno trattato l'argomento e si è determinato l'ok alla discussione sulla modifica della legge nazionale almeno su tre punti che erano stati considerati allora prioritari; penso che nessuno questo lo possa smentire. Non può essere smentito e quindi è bene che venga richiamato. Forza Italia era d'accordo, Alleanza Nazionale era d'accordo con tutte le altre forze politiche per confermare non per modificare, per confermare l'elezione diretta del Presidente. Ed era d'accordo Alleanza Nazionale e Forza Italia per confermare, uso il termine "premio", altri colleghi non sono d'accordo ad usare il termine premio, ma per chiarire il concetto, per confermare il premio di maggioranza al polo, alla coalizione che dovesse vincere, per garantire la governabilità. Ed assieme il terzo punto di convergenza era dato dall'attenzione alle forze politiche minori presenti nel sistema politico regionale, non in Consiglio regionale, nel sistema politico regionale. Questi tre punti sono stati il riferimento del lavoro da fare da parte di tutte le forze politiche.

Domanda: il testo che è stato licenziato dalla Commissione risponde a questa esigenza? Io non ho sentito rilievi né nella discussione che abbiamo fatto oggi ma soprattutto nelle dichiarazioni che sono state fatte all'esterno, rilievi su questa impostazione. Poi stamattina sono state richiamate esigenze giuste riferite al livello dell'iniziativa politica, alla corrispondenza tra le aspirazioni degli elettori e le risposte del sistema politico. Tutte considerazioni giuste, però io non vorrei che queste considerazioni venissero richiamate in questo dibattito per non affrontare il merito del testo, perché la nostra opinione è che il testo che è stato licenziato dalla Commissione debba essere migliorato, debba essere migliorato e può essere migliorato dal contributo dei singoli consiglieri regionali ed assieme da tutte le forze presenti in questo Consiglio.

Ma il centro della convergenza derivava da quei tre punti che io ho richiamato ed allora dobbiamo verificare se la convergenza tecnica, Fantola, la convergenza tecnica corrisponde anche alla convergenza politica che allora avevamo stabilito e se non dovesse corrispondere la convergenza tecnica, come si risponde in Consiglio regionale perché l'obiettivo venga raggiunto? Ora il testo che è stato licenziato dalla Commissione prevede, come sappiamo, l'elezione diretta, poi il collega Cogodi dice: "Potevamo fare solo così". Il premio di governabilità è presente nel testo che è stato licenziato, mi pare di sì, poi si tratta di stabilire se il meccanismo tecnico che viene richiamato risponde pienamente all'impostazione e se non dovesse, dove deve essere corretto. Ma la cosa che non è stata messa in discussione, lo voglio richiamare, è il fatto che la legge nazionale dovesse essere modificata e quindi dovevamo fare una legge regionale non solo per i principi dell'autonomia della nostra Regione ma perché c'è un giudizio politico ed assieme un giudizio tecnico sul fatto che la legge nazionale non corrisponde alle aspettative del sistema politico regionale, quello presente in Consiglio e quello che in Consiglio non è. Non si può sfuggire da questa impostazione, caro Massimo.

Allora se questo è il percorso che noi vogliamo confermare anche in quest'occasione diciamo da subito che una legge regionale così come è stata prevista deve contenere la incompatibilità. E' vero: il testo che è stato licenziato dalla Commissione va modificato, noi lo diciamo subito: "Va modificato", cosa peggiore è dire: "Siccome prevede la compatibilità nella forma che è stata scritta, quindi non se ne parla neanche."; no, si modifichi.

Così come la legge nazionale non prevedeva l'attenzione alla maggioranza degli elettori italiani e sardi, che sono le donne, è giusto, è giusto che la legge regionale preveda questa attenzione, è giusto! Non è che siccome non è prevista come dovrebbe essere, non si può fare, no, è giusto che ci sia questa attenzione e sono due punti di modifica. Siamo d'accordo per modificarlo e se siamo d'accordo è inutile girare, si tratta di trovare convergenza politica e indicazione tecnica per fare queste due semplici operazioni.

E poi, non è vero che la legge regionale impedisce il voto agli emigrati, diciamo le cose come stanno: non è così; lo prevede la legge nazionale, lo prevede il testo licenziato dalla Commissione, i cittadini sardi residenti fuori dalla Sardegna confermano il diritto al voto, la proposta che viene fatta è che vengano conservati dei seggi...

(Interruzione del consigliere Fantola)

Questo è ma non che gli viene negato il diritto al voto, sennò sembra che siamo stiamo negando il diritto al voto a quelli che non sono residenti in Sardegna.

FANTOLA (Rif.sardi-U.D.R.). Però non ascolti bene!

CUGINI (D.S.). No, io ascolto bene, io ascolto bene e sino adesso capisco anche bene! E capisco anche bene quando si vuole fare gazzosa nel tuo caso e quando si vuole parlare di argomenti seri nel mio caso.

(Interruzioni)

Quindi non mi devi interrompere, sennò è gazzosa quello che dici tu. Allora, credo che questo debba essere richiamato. Siamo, come dice Fantola, perché i cittadini sardi non residenti in Sardegna abbiano uno spazio per eleggere loro i loro rappresentanti, o invece siamo perché i cittadini non residenti in Sardegna vengano agevolati nella funzione del diritto al voto ed anche in quella di rappresentanza? Ossia noi dobbiamo, secondo me, riprendere l'argomento e dire che le liste, i partiti debbano riconoscere nelle liste una presenza in modo tale che ci sia davvero attenzione perché il voto che si realizza attraverso una convergenza programmatica deve essere davvero frutto di una scelta di collocazione della nostra Regione nelle scelte politiche che si fanno in Sardegna, in Italia, in Europa. Quindi non c'è insensibilità, c'è sensibilità sul tema. Io penso che dobbiamo verificare quello che si può fare perché la legge nazionale non lo prevede, la legge nazionale non lo prevede, stiamo richiamando il tema, siccome lo stiamo richiamando vediamo come lo possiamo disciplinare; io non credo che la proposta che viene avanzata da Fantola risponda effettivamente all'unità e all'autonomia del popolo sardo, risponde ad un'altra logica che è prevalentemente una logica elettorale e non una logica di presenza nella funzione che noi vogliamo assegnare a quella parte importante dei cittadini sardi.

In più la lista regionale, nella legge nazionale io non concordo con quanto è stato detto stamattina, la legge nazionale dice: "Il Presidente ha una lista che è formata dalle indicazioni che danno i partiti, non viene sottoposta alla verifica degli elettori", però dobbiamo stabilire tutti assieme come assieme avevamo detto, è un fatto che deve essere superato, quindi siamo d'accordo che debba essere superato, poi abbiamo detto: "Occorre fare in modo" - l'abbiamo detto tutti assieme - "che si esprima il voto di preferenza per quella lista", noi abbiamo detto: "Si deve esprimere ed è giusto che chi vince abbia un nucleo, sia espresso da un nucleo di consiglieri regionali che vengono eletti su base regionale."; io aggiungo ma se è giusto che siano espressi da chi vince, dal polo che vince, perché non è giusto che vengano espressi anche dal polo che non vince, che perde, perché? È giusto che li esprima chi vince ed è giusto che li esprima chi non vince, perché è la funzione che noi stiamo discutendo, non l'appartenenza a chi vince o a chi non vince, perché è giusto che un nucleo abbia una dimensione regionale per chi vince ma anche per chi non vince, perché un momento dovrebbe essere teoricamente, teoricamente dovrebbe essere, poi non lo è nella pratica perché ci ricordiamo dei colleghi eletti sulla lista regionale per una settimana dopo le elezioni, poi dimentichiamo perché nella funzione di governo, di opposizione ma nella funzione istituzionale, non c'è una distinzione tra le due funzioni, tra chi è eletto su base provinciale e su chi è eletto su base regionale, ma è giusto che ci sia quella presenza per chi vince e per chi non vince.

Ed allora dobbiamo confermare però un'esigenza di tipo tecnico che è quella del premio per chi vince a garanzia del Governo, ed allora è normale che il premio di maggioranza venga distribuito in tutto il territorio regionale, ma stiamo parlando, però, dobbiamo essere sinceri tra di noi, di un argomento che è già presente nella legge nazionale perché se un polo, utilizzando la legge nazionale, un'alleanza decide di non presentare una lista completa di sedici candidati, ma decide di presentarla di cinque e dovesse vincere - nella legge nazionale - gli altri dieci vengono eletti dai collegi provinciali. È così o non è così, Massimo, tu che sei teoricamente un riformatore. E' così perché si è già verificato, allora è inutile che giriamo anche qui, caricandolo di chissà quali questioni; si diceva stamattina: "Vogliono garantire i gruppi dirigenti dei partiti", ma non è così perché se fosse così, intanto per una parte non è così, perché una parte non vengono eletti, sia di un polo che dell'altro polo con la differenza di due, grosso modo, se rimane il testo. Però mi pare che ci sia la tendenza in atto a valutare anche la possibilità di altri raggruppamenti che dovessero raggiungere una certa consistenza elettorale perché almeno chi li rappresenta possa essere in Consiglio espresso ed è una attenzione anche quella, allora io penso che prima di esprimere giudizi definitivi che il confronto tra le forze politiche, tra i consiglieri regionali si riavvii per verificare quanto si può fare, sapendo che noi dobbiamo modificare - lo dico per l'amico Murgia che non c'è - teoricamente il testo nazionale per fare la legge regionale, ma stiamo parlando di un riferimento di vincoli nazionali, di modifiche che introduciamo per fare una legge regionale. Allora non siamo di fronte ad un mostro, non siamo di fronte ad un provvedimento che non possa essere portato a buona conclusione, noi siamo perché venga portato a buona conclusione con il concorso di tutti.

A me è capitato di dire, Balletto, ad un rappresentante di Forza Italia, "Ma insomma, quali sono i punti di divergenza?". Entriamo nel merito dei punti di divergenza, "quali sono?" Perché io ancora oggi, va be', poi i colleghi di Forza Italia, di Alleanza Nazionale interverranno, ma quali sono i punti di divergenza? Mettiamoli in discussione per verificare se davvero siamo di fronte a divergenze non recuperabili all'infuori, e va be' questo fa parte di ragionamenti che sono stati fatti, che non colleghiamo la discussione sulla legge elettorale alla crisi che è presente nel centrodestra; se la collochiamo, se la agganciamo a questo fatto, allora è vero che è difficile trovare punti di incontro, è così, ma l'abbiamo detto non in quest'occasione, l'abbiamo detto sempre, quando si tratta di provvedimenti che intervengono non nei confronti della situazione momentanea ma che hanno una prospettiva, è bene che il dibattito, il confronto, le indicazioni, le scelte siano libere, non autonome, non collegate strettamente agli schieramenti. Questo lo dico per le forze di centro, del centrodestra, perché se non lo chiariamo subito è bene che lo diciamo immediatamente, non c'è nessuna prospettiva per la Giunta Masala, finisce domani, finisce come finisce questa discussione, questo deve essere chiaro, deve essere chiaro per gli amici del centro e centrodestra, deve essere chiaro per Alleanza Nazionale e deve essere chiaro per Forza Italia. Badate che Masala che ha una grande capacità di iniziativa politica, come sappiamo, infatti i giovani sono tutti entusiasti di questa scelta che avete fatto, ma ha quattro Assessorati ad interim, non ha il voto di Forza Italia, badate....

PRESIDENTE. Prego, concluda.

CUGINI (D.S.). Se la mettiamo su quel terreno, ve lo diciamo subito: "È bene che incominciamo a preparare le liste", non dovete pensare che noi siamo qui per allungare il vostro brodo che avete già consumato. O c'è chiarezza su questo punto, lo dico per Pittalis che normalmente ha un'intelligenza trina...

(Interruzioni)

Va bene, va bene, concludo, Presidente. Lo dico per chiarire subito. Badate che se voi pensate di allungare il brodo su questa cosa qua, brodo non ce n'è, avete consumato malamente, rimane la pentola e la pentola può scoppiare da un momento all'altro, quindi è bene che ci diciamo le cose come stanno per verificare se c'è convergenza o se non c'è convergenza perché diversamente vi mandiamo a casa, perché meritate di andare a casa perché non avete neanche la capacità di fare le cose che avete detto che volevate fare. Vi mandiamo a casa, vi mandiamo a casa malamente!

PITTALIS (F.I.-Sardegna). Noi l'avremmo già fatto!

CUGINI (D.S.). No, voi non l'avete fatto perché non l'avete voluto... Pietro, noi due sappiamo che tu la pensi come me.

(Interruzioni)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Licandro. Ne ha facoltà.

LICANDRO (P.P.S.-Sardistas). Presidente, colleghi, la legge elettorale che sta discutendo in questi giorni il Consiglio regionale rappresenta un utile, lo dico questo senza alcuna retorica, un utile sforzo effettuato dalla Commissione Autonomia per giungere ad una legge elettorale sarda, una legge che tuteli il più possibile la specificità della nostra Isola. E questo sforzo va apprezzato perché è importante che il Consiglio regionale della Sardegna ritrovi il più alto tasso di autonomia nei suoi atti e nelle sue decisioni.

Ma prima di gioire inutilmente ci sono da svolgere alcune considerazioni di ordine politico ed altre giuridiche. Considerazioni ineludibili, lo dico questo per assoluta onestà, senza le quali potremmo dare in quest'Aula l'impressione di essere tutti d'accordo con tutti. E non è così. E in questo intervento cercherò di porre in evidenza i limiti del momento nel quale viviamo ripercorrendo anche le ragioni e i fatti che ci hanno portato ad oggi.

Il primo problema di una legge elettorale è il tempo, non ne abbiamo moltissimo, ne abbiamo poco, se proprio non vogliamo dire che il tempo è praticamente scaduto.

Arriviamo a discutere una nuova legge elettorale dopo che in questa legislatura difficile le continue fibrillazioni di questa maggioranza hanno impedito a quest'Aula, al Consiglio regionale di lavorare per tempo sulla grande norma che regola il rinnovo della nostra Assemblea. Io dubito fortemente che in così poco tempo si possa concludere positivamente un dibattito che registra punti di vista differenti e perfino inconciliabili.

Non sto qui a riassumere le diverse posizioni delle forze politiche su questi temi, anche perché servirebbe una ricerca specifica per cogliere le differenze di opinione non solo tra i partiti ma tra ciascuno di noi ottanta consiglieri di quest'Aula.

Cominciamo intanto dal rapporto fra gli elettori e il capo della coalizione. Forza Italia è per il presidenzialismo, da sempre, da quando è nata; così come presidenzialista è la legge elettorale per le Regioni a statuto ordinario, che verrà applicata in occasione della prossima competizione elettorale sarda se prima il Consiglio regionale non ne avrà approvato un'altra, e sempre che non intervenga la scure referendaria.

Perché è necessario il presidenzialismo? Perché il presidenzialismo è il modello che tutti gli italiani, non soltanto i sardi, quelli che hanno inondato di preferenze nel 1999 il Presidente Mauro Pili, tutti gli italiani hanno scelto come regola di trasparenza e di responsabilità. Gli elettori intendono sapere a chi, persona fisica, che mette in gioco la sua credibilità politica, la sua credibilità personale, il suo passato e quindi anche il suo futuro politico, verrà conferito il mandato di amministrarli. Gli elettori hanno dimostrato che intendono conoscere il programma di governo e chi dovrà rappresentarlo senza che alchimie dell'ultima ora o ricambi di maggioranza, e persino sottili e poco ideali ricatti, possano impedire tutto questo.

La triste parentesi di questa legislatura che si va chiudendo, ha rappresentato invece il contrario di quanto gli elettori, compresi quelli sardi, chiedevano e chiedono tuttora. Ed è qui, prima di tutto qui, il distacco della politica dalla società civile. Quel distacco denunciato dagli elettori che produce effetti sui quali tutti, tutti compresi, e in particolare il centrosinistra, ci stiamo interrogando.

Il rischio del sorpasso per i partiti, che da forma democratica organizzata certamente da rifondare ma organizzata, si ritrovano schiacciati da personalismi dell'ultima ora e da movimenti sulla cui consistenza elettorale, ben diversa dal forte impatto e dal forte effetto mediatico, ci si dovrà pure anche, una volta tanto, interrogare. Il centrosinistra sardo si troverà probabilmente costretto ad abbracciare la candidatura di Renato Soru a Presidente della Regione; e lo dovrà fare, dovrà cioè subire questa candidatura perché sappiamo che questa non è da tutti accettata, auspicata o condivisa. Non lo è perché non ha posto rimedio per tempo alla frattura tra il suo corpo elettorale sociale e l'organizzazione delle forze e delle forme politiche.

Del pari, inevitabilmente congiunto al Presidenzialismo è il maggioritario, che è il modello che i sardi di gran lunga preferiscono, e cioè un polo al governo e un polo all'opposizione. Finiranno così con la chiarezza di chi vince e con la chiarezza invece di chi perde, dei poteri quindi di governo a chi vince e del potere di controllo a chi perde, finiranno così i balletti, le crisi, i personalismi, gli isterismi che hanno condizionato anche l'azione di governo del centrodestra.

Si dice che in questo modo le forze più piccole dovranno effettuare una netta scelta di campo. Permettetemi di dire che io non vedo quale sia il problema. In ogni competizione ognuno sceglie il proprio campo. La porta contro la quale tirare è quella che invece è da difendere. Ognuno sceglie i suoi compagni di squadra e lealmente li sostiene. Ognuno sceglie i suoi avversari e lealmente li deve ostacolare e fermare con lo strumento della proposta politica, strumento che non dev'essere mai ostruzione politica.

Non è vero che i partiti più piccoli spariranno con la legge elettorale italiana. Semplicemente anche loro saranno costretti a scegliere, ad allearsi, e in cambio di questa alleanza, del progetto che contribuiranno ad arricchire, otterranno il voto favorevole o meno da parte del corpo elettorale.

L'alternativa sarebbe soltanto il caos del sistema proporzionale che, sotto un mantello di apparente democrazia, nasconde il disordine costituito ed eletto a sistema di mal governo. Se anche una riforma elettorale fosse possibile per tempo, per quel tempo che forse ci manca, in quest'Aula quella riforma non potrebbe essere approvata da Forza Italia se non contenesse elementi certi di maggioritario, magari con un piccolo correttivo in senso proporzionale rappresentato dalla quota di sbarramento, ma il risultato finale dev'essere capace di far comprendere agli elettori sardi che chi viene chiamato a governare dev'essere messo nelle condizioni di farlo per esplicare liberamente il proprio programma.

Vorrei aggiungere una considerazione sul cosiddetto listino bloccato, che il collega Massimo Fantola ha definito come una pratica certamente anti democratica, ed è questo un principio certamente condivisibile. Anche io sotto certi aspetti lo condivido, però credo che ci siano degli elementi di difesa anche per questa scelta che invece viene considerata sommamente anti democratica. Il listino regionale, come si sa, viene formato da tutti quei partiti della coalizione che decidono quale, tra i più autorevoli consiglieri, ne debba far parte.

Molti affermano che in realtà si tratta di un sistema per eludere la ricerca del voto personale, cioè per garantirsi delle rendite di posizione o, peggio ancora, per impedire il ricambio, cioè mantenendo ben salde le oligarchie del partito. Io non credo che queste accuse abbiano tutte un fondamento, perché è chiaro che ogni candidato sulla lista regionale, pur non raccogliendo consensi personali in modo diretto, avrà il dovere di sostenere la lista in virtù del suo sostegno, quindi questo aumenterà le possibilità di accedere alla elezione. In ogni caso la scelta delle candidature appartiene e apparterrà alla coalizione, che altro non è che la sommatoria di tutte quelle forze politiche dell'alleanza, e che sono tutte forze democratiche.

In conseguenza di ciò io non riesco assolutamente a cogliere il fondamento dell'accusa di scarsa democrazia per quanto riguarda questo pezzo di legge elettorale. Semmai può essere vero che si tratterà di una indicazione mediata, ma relativa, in ogni caso, soltanto a sedici consiglieri su ottanta, quelli che con il loro consenso garantiranno la stabilità dell'esecutivo.

C'è da chiedersi, piuttosto, con un Regolamento consiliare ingessato come il nostro, quanto sarà possibile tradurre in atti e in leggi dell'Aula la ritrovata energia dell'esecutivo. Questo è un punto sul quale bisogna veramente soffermarsi a riflettere. Ma questo è un altro capitolo, potrà essere affrontato soltanto al principio della prossima legislatura, così come un'altra legge elettorale non italiana ma sarda, potrà essere seriamente affrontata eventualmente dopo l'insediamento del nuovo Consiglio regionale. Dunque, sono questi i paletti, sono queste le posizioni che rigidamente pone Forza Italia, senza i quali non c'è né ci può essere una riforma elettorale. Sono paletti di coerenza, sono steccati che nascono dal rispetto nei confronti degli elettori, quel rispetto che è venuto meno in questi anni per effetto di stravolgimenti circensi delle regole.

Si doveva garantire un governo alla Sardegna, ma è stato possibile farlo soltanto in parte, e in alcune circostanze piuttosto male. L'esperienza è la forza delle persone intelligenti, ma soprattutto di chi è chiamato a ruoli di responsabilità, di grande responsabilità come il nostro; e alla luce dell'esperienza, tra una legge elettorale che garantisce l'affermazione dei nostri valori e un'altra quasi al buio, maturata con un dibattito politico importante, ma non del tutto rappresentativo delle istanze dell'Aula, tra una legge non sarda ma collaudata e collaudata bene già in altre regioni e un'altra dagli effetti potenzialmente pericolosi che rischia di portarci indietro nel caos, proprio quando dal caos forse stiamo per uscire, noi di Forza Italia siamo per il miglior risultato possibile. E il dibattito che si è sviluppato già sui giornali in questi giorni e in queste ore in Aula, rende alla perfezione la misura del fatto che dentro la Casa delle Libertà Forza Italia non è sola a difendere questi principi.

Soltanto un accordo miracoloso e fermo sui principi che ho illustrato prima, un accordo che nasca dalla presa d'atto dei limiti della legge elettorale che ci ha insediato qui, potrebbe farci approdare verso una riforma diversa.

Cari colleghi, non sarà vergogna se dovessimo andare tra pochi mesi al voto con una legge elettorale partorita nel Parlamento italiano. Non sarà vergogna, non sarà certamente un'onta all'autonomia perché il massimo danno dell'istituto autonomistico è stato procurato in questa legislatura che ha prodotto poco, e soprattutto ha rappresentato ai sardi, anche e soprattutto per colpa di una legge elettorale mostruosa, l'idea che noi nel complesso non siamo stati all'altezza del compito affidatoci.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Orrù. Ne ha facoltà.

ORRÙ (D.S.). Signor Presidente, il percorso o, meglio, quella finestra che è stata aperta con la legge costituzionale numero 2 del 2001, che ha modificato, direi unilateralmente peraltro, lo Statuto speciale della Sardegna, dovrebbe trovare la sua naturale conclusione in questa sessione del Consiglio regionale.

Cioè ci è stata data o, meglio, è stata aperta quindi, la possibilità di dotare la nostra Regione di un proprio strumento legislativo, una sua legge elettorale. Non utilizzare questa possibilità, nonostante sia giusto, credo, sottolineare negativamente il fatto che ci si arriva in un momento non dei più felici, cioè quello a ridosso della fine della legislatura, dicevo non utilizzare questa possibilità rappresenterebbe comunque, a mio avviso, una sconfitta, una sconfitta per tutti noi, per questo Consiglio, una sconfitta per l'autonomia, come è stato detto da molti che mi hanno preceduto. Un passo indietro anziché in avanti, nel rilanciare, rinnovandolo, quel patto autonomistico di cui la legge elettorale costituisce certamente, insieme alla riforma dello Statuto, un elemento importante ed essenziale.

Detto questo, è del tutto evidente, almeno lo è per me, che ciò non giustifichi o, meglio, non giustificherebbe, il ricorso ad uno strumento legislativo, come dire, ancorché autonomo, autonomistico, ma inadeguato e persino meno efficace, più arretrato rispetto alla stessa legge nazionale prevista per le Regioni a statuto ordinario.

È anche evidente che nel misurare il tasso di efficacia, di conservazione, di innovazione, il metro di giudizio è tuttavia molto aleatorio, direi mutevole, come dimostrano gli interventi sin qui tenuti, e quelli che seguiranno, non ne dubito.

C'è chi lo interpreta facendo del presidenzialismo puro, che più puro non si può, il discrimine appunto tra conservazione ed innovazione. Anch'io, collega Fantola, sono per l'elezione diretta del sindaco della Sardegna, la legge lo conferma, anche se sono per il sistema dell'elezione diretta dei trecento comuni e passa della Sardegna e non di quegli altri. Non c'è, credo, nessun fondamentalismo in questo. Uno è un metodo, l'altro è un altro.

C'è chi invece nel pluralismo e nella garanzia piena della rappresentanza, cioè nel sistema proporzionale puro da cui attraverso una libera dialettica parlamentare far scaturire maggioranze politiche, programma di governo, Giunta e Presidente. Ora io penso che sia giusto e chiaro, almeno tra di noi, dire che questo terreno di confronto pur essendo in linea di principio il più corretto, il più rispondente alle posizioni politiche reali di ciascuno, non è tuttavia praticabile, come è stato riconosciuto peraltro da molti. Non è questo il terreno di confronto. Perché la possibilità di elaborare ed attuare un dispositivo di legge ci è certamente data, ma dentro binari piuttosto rigidi. Tant'è che tentativi già fatti da altre regioni di forzare questi riferimenti costituzionali, non sono andati, come sappiamo, a buon fine, o per via referendaria, o perché si trovano pendenti, peraltro, davanti a un giudizio della Corte Costituzionale.

Per avere questa possibilità non c'è dubbio, la strada maestra era e rimane quella della revisione statutaria, da cui far discendere una piena libera scelta nei principi e quindi negli strumenti che debbono attuare quei principi. Per adesso però, al termine di questa legislatura, dobbiamo purtroppo constatare che lungi dall'avere iniziato un confronto di merito, anche partendo appunto dalle regole democratiche, si è esaurita una lunga tenzone su quale strumento utilizzare, non tanto sul merito. Il risultato è che la riforma e la revisione saranno un banco di prova per la prossima o per le prossime, meglio, legislature. Io non credo che percorrere la stessa strada, utilizzando quindi lo stesso metodo nell'affrontare questa discussione, sia un metodo utile, sia utile, né sotto il profilo generale, perché ad un'impotenza se ne sommerebbe un'altra. Mi pare di capire, neppure dal punto di vista di ciascuna forza politica presente o meno in quest'Aula. Tutti, chi per un punto, chi per un particolare, più o meno significativo, ma comunque da ciascuno ovviamente ritenuto importante, vorrebbero introdurre delle modifiche nel testo della legge nazionale. Ora il testo scaturito dal lungo e approfondito confronto che si è avuto in Commissione non è la somma di tali modifiche, ma più realisticamente, direi anche più saggiamente, è il combinato non casuale di alcune significative rinunce e di molti passi avanti fatti da tutti, e d'altra parte non poteva essere diversamente di fronte a sette diverse proposte di legge. Ora quel testo non è privo di difetti e può essere ulteriormente migliorato dal Consiglio, ma è del tutto evidente che se questo è l'intendimento si può andare avanti e probabilmente raggiungere anche un obiettivo importante innanzitutto per il nostro sistema autonomistico. Se invece, come mi sembra di capire, si intende ripartire da capo, dubito che si riesca a produrre un risultato positivo. Io penso che sarebbe più corretto ritenere, per le ragioni diverse, ma comunque legittime, il sistema delineato per le regioni a Statuto ordinario, più adeguato in questo momento, in questa fase, alle esigenze della nostra comunità. Io sono tra quelli, ad esempio, che non ritengono che percorrere la strada della cosiddetta correzione della legge nazionale, ma quella della correzione della proposta di legge che abbiamo in discussione, cioè non sono per la correzione della legge nazionale, sono per la correzione della legge che abbiamo in discussione, perché quella legge prevista per le regioni a Statuto ordinario ha una sua organicità, ha un suo equilibrio, e un intervento correttivo, se per intervento correttivo intendiamo un intervento significativo, non solo non la migliora, ma la rende inapplicabile dentro quella cornice costituzionale. Per cercare di farmi capire faccio rapidamente due esempi. Tutti affermano che voler eliminare la stortura della nomina a consigliere regionale e non della elezione è una forzatura voluta da parte mia. In realtà si tratta più correttamente di una elezione, come dire, collettiva, non individuale, ma tale è il risultato del listino bloccato; non è una cosa che si sono inventati. La selettività quindi non è lì prevista in quanto è pressoché inutile, si registrerebbe solo nel caso ipotetico di un risultato eccezionale, perché quello è il premio di maggioranza, è la garanzia di stabilità che fa da contrappeso alla rappresentatività garantita nel sistema proporzionale puro che invece è adottato nelle circoscrizioni provinciali. Non solo, io aggiungo, non a caso, che quella viene definita la lista del Presidente, perché rappresenta il portato del voto al Presidente, che gli assicura una maggioranza consiliare anche qualora vi sia una minoranza nella rappresentanza proporzionale. Quindi ecco perché il voto disgiunto e non collegato alla coalizione di lista. Non si può toccare un aspetto senza toccare l'altro.

Il secondo esempio. Cosa significa correggere nel senso di garantire i territori a partire ovviamente da quelli più piccoli, perché quelli più grandi si garantiscono da soli e non hanno bisogno di nessuna garanzia. Se si introduce in un sistema proporzionale puro, qual è quello della legge nazionale, previsto dalla legge nazionale, un elemento, come dire, coercitivo, rappresentato dalla griglia di ben otto circoscrizioni, peraltro nettamente dissimili tra loro, dai quattrocentomila elettori di Cagliari ai quarantamila dell'Ogliastra, è evidente che viene alterata pesantemente la rappresentanza politica democraticamente espressa dai cittadini in quelle circoscrizioni, io aggiungo almeno nella metà delle circoscrizioni regionali. Ora su questi, come su altri punti, io penso avremo modo di tornarci, anzi, spero che avremo modo di tornarci, anche se comincio ad avere qualche dubbio anche in proposito. Ma io li ho voluti citare perché su questi due punti mi pare più di altri che mi sembra si concentri la disponibilità affacciata o dichiarata dalle forze politiche principali della maggioranza politica che governa questa Regione, in modo particolare da Forza Italia e Alleanza Nazionale.

Ora il confronto non può condursi su qualcosa che non c'è, la legge nazionale, nel senso non che non sia uno strumento che c'è, nel senso che non è emendabile se si vogliono appunto introdurre modifiche sostanziali. Ora il confronto, quindi, non è obbligatorio, può essere ritenuto legittimo, ripeto, in questa fase, legittimamente in questa fase non utile, tra forze politiche, peraltro, che svolgono funzioni diverse dal punto di vista istituzionale. C'è chi è all'opposizione, chi invece ha il ruolo di governo, così come non viene ritenuto utile in questa fase tra forze politiche che hanno anche prospettive diverse, giustamente. Però, al di là dei tatticismi di questa decisione di per sé legittima, va assunta la responsabilità politica però. Non si può sostenere una cosa e poi percorrerne un'altra, anche perché nessuno penso e spero pensa di approvare le regole della rappresentanza politica democratica con una maggioranza risicata e direi anche casuale. Questo sarebbe anche peggio. La legge elettorale, quindi, per me almeno può essere il risultato di una convergenza politica ampia, positiva, proficua, di una sorta di massimo comun denominatore, non di minimo, che in qualche modo prescinde anche dalla stessa contingenza politica, ma mi rendo conto che questo è difficile che si possa verificare se viene utilizzato da un lato come cartina di tornasole della volontà di chiudere la crisi politica che è tuttora in atto e se viene pregiudizialmente preferita la legislazione nazionale evitando il confronto di merito, come mi pare sia avvenuto anche con l'intervento che mi ha preceduto. Sono cose tra loro difficilmente compatibili, cose tra loro difficilmente assemblabili. Tuttavia io penso, poiché sono sempre animato da spirito positivo, che il Consiglio regionale abbia il dovere di provarci e di fare di tutto e fare tutto il possibile, come dimostra, peraltro, il percorso fatto nella stessa Commissione competente. Anche perché le rigidità, come dire, non sono eterne, sono anch'esse esposte a modifiche, hanno certamente il loro tornaconto apparente, ma nascondono anche, a mio avviso, una situazione di difficoltà politica vera, concreta, che oggi si manifesta in questo modo e domani si manifesterà anche in modo molto ma molto più evidente.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Frau. Chiedo scusa un momento, facciamolo entrare, sennò poi sfalsiamo l'alternanza tra maggioranza e opposizione. Adesso arriverà l'onorevole Frau appunto.

Procediamo. Onorevole Biancu, che non vedo in aula, ma è giustificato, sapeva. Abbia pazienza onorevole Sanna.

È iscritto a parlare il consigliere Sanna Gian Valerio. Ne ha facoltà.

SANNA GIAN VALERIO ( La Margherita - D.L.). Signor Presidente, colleghi, la riforma elettorale arriva in Aula dopo un lavoro inconsueto, profondo di elaborazione e di ricerca di convergenze con l'affermazione di tutte le forze politiche di operare non per coagulare convenienze ma per ricercare opportunità; opportunità per una democrazia più ampia nella nostra Sardegna e, se volete, anche per un tentativo, non so quanto fondato, di riscatto della credibilità di un Consiglio regionale che doveva passare negli annali della storia autonomistica, per essere il Consiglio regionale delle riforme. Viviamo la rassegnazione di un tempo che racchiude la percezione comune di trovarci in una sorta di patologia che affligge il Consiglio regionale ma che per me non può essere la giustificazione a non osare, a non tentare di portare avanti una riforma che, come ho detto in altre occasioni, rappresenta una sorta di ostetrica delle istituzioni. Si dice da un lato: non va bene la legge esitata dalla Commissione, ma si dice subito dopo che non si vuole neanche applicare la legge nazionale. Insomma, noi sappiamo nei rituali della politica che cosa significa tutto questo, non c'è bisogno di tradurcelo. Chi dice che non va bene la legge esitata dalla Commissione, intanto rinnega un lavoro serio, non dà rilievo a tutti i tentativi di riflessione, anche oculata, anche moderata, anche equilibrata che si sono fatti in lunghi mesi per cercare un approdo comune, avendo tutti i presentatori di proposte di legge rinunciato al proprio terreno di proposta per arrivare ad un terreno comune.

Io non ho mai conosciuto, e lo dico per un aspetto anche di tipo professionale, non ho mai conosciuto un ingegnere che pretende di entrare un cantiere disconoscendo che esista almeno un progetto di massima. Nessun cantiere si apre senza avere la concentrazione e l'affidabilità di un disegno progettuale e quindi l'approccio delle forze politiche a questo lavoro non può disconoscere il lavoro che è stato fatto, dicendo subito che la legge nazionale come qualcuno ha detto, non rappresenta una sanzione, troppo semplicistica questa lettura, la legge nazionale è lì, una legge che opera per le regioni a Statuto ordinario e che rappresenta, rispetto alla nostra prerogativa, la sfida della specialità, non c'è una sanzione, è l'idea che dobbiamo riuscire a far sopravvivere, di essere e di voler rivendicare di essere una regione ad autonomia differenziata, non è che godiamo all'idea che se non facciamo c'è una sanzione, questo lo si può dire ai bambini, a quelli che si formano, a quelli che si educano, ma noi dobbiamo sapere che dopo anni nei quali le autonomie regionali in Italia hanno corso il serio rischio di essere unificate senza gradini di privilegio e di maggiore autonomia, questo punto della legge elettorale rappresenta per noi la sfida, la finestra che c'è stata aperta per vedere se nei prossimi anni avremo tutti quanti la possibilità di declinare i termini di un'autonomia avanzata. Io non capisco sinceramente tanti di quelli che durante questa legislatura si sono sperticati per portare avanti il progetto della Costituente, e di fronte a questo elemento mostrano un'arrendevolezza scandalosa. Qua sta la sfida, forse se noi fossimo stati in un altro periodo della legislatura avremmo potuto operare potendo osare di più sul terreno costituzionale. Ci rendiamo conto che oggi abbiamo un limite dettato anche dal tempo che abbiamo davanti, però la sfida è che la specialità avrà prospettive e credibilità anche nelle future legislature se questo treno non si perderà, se questa possibilità non verrà vista come un fastidio, un rinviare alle decisioni degli altri. Le leggi elettorali sono sempre state tra l'altro le madri di tutte le riforme, e da questo punto di vista interroga tutto il Consiglio sulla nostra comune o non comune attitudine al riformismo. Io credo che si possa dire che la Commissione ha dimostrato per intero, compiendo per intero il suo dovere, di accettare questa sfida sull'attitudine a un riformismo concreto; l'Aula dovrà dimostrarlo. Alcuni partiti hanno già detto di voler rinunciare a questo terreno di confronto, eppure nessuno l'ha notato ma è singolare, è singolarissimo, dopo l'enfasi dell'inizio di questa legislatura, dello spirito di Aritzo che animava l'avvio di una legislatura all'insegna delle grandi riforme, è singolare che Forza Italia, Alleanza Nazionale, gli stessi Riformatori non abbiano neppure presentato una minima proposta di riforma elettorale. E oggi, in funzione della ricerca - per qualche verso - di nuovo di quello spirito un po' tardivo a dire il vero, non troviamo nemmeno una benché minima disponibilità al confronto.

Noi abbiamo affrontato nel merito il dibattito sulla legge elettorale con alcune consapevolezze, la più grande consapevolezza che dovremmo mettere nel conto è che c'è nell'aria, cammina, una progressiva insignificanza delle assemblee. Questa insignificanza, se da un lato ha come ragione di sostanza la stessa qualità dei processi politici, anche la qualità culturale e umana dell'attuale classe dirigente, per altro verso, ha ragione nel cambiamento e nell'innovazione delle regole ordinamentali e elettorali che riguardano l'elezione diretta, che riguardano l'elezione diretta nella Regione, nei Comuni e nelle Province e che impone in maniera quasi clamorosa il passaggio da un sistema parlamentare a un sistema centrato sulla leadership con l'elezione diretta. È questo il risultato di una tendenza che si consolida nella cosiddetta decadenza della prima repubblica e si afferma nella speranza semmai di governi più efficienti e anche di maggiore durata. Dovremmo tutti valutare, nel lavoro che abbiamo fatto, se questa novità ha una effettiva utilità. Che le nuove regole abbiano garantito una maggiore durata dei governi è vero, ma nessuno si è domandato il costo di questa presunta governabilità e l'impotenza che abbiamo generato nei consigli. Io sono profondamente contrario all'idea del sindaco della Sardegna, a uno schema chiaro: il centralismo presidenziale e la residualità e marginalità delle assemblee, e nessuno si domanda che una cosa sono gli atti di governo e gli atti amministrativi che sono sottoposti al giudizio dei cittadini, ma che riguardano la ricaduta di decisioni programmatiche sui cittadini, altra cosa sono e saranno gli atti legislativi, cioè norme che valgono erga omnes e che devono tener conto di una complessità e di un'articolazione della nostra Regione che noi tutti conosciamo, ma che spesso non consideriamo alla stessa stregua di quella che è invece la nostra attitudine ad essere rappresentati in questo Consiglio regionale. Però il risultato è davanti agli occhi, basta guardare i consigli comunali, basta guardare i consigli provinciali: sono tutti in crisi nel conflitto tra poteri esecutivi e assemblee, sono tutti censurati e privi di quella dinamica istituzionale che rende viva la politica e la dialettica politica e la stessa democrazia. Badate, eliminare questo tassello, non rafforzare nella centralità il sistema parlamentale nei prossimi anni anche in Regione, significa accettare una deriva anche di qualità della classe dirigente, perché solo dal confronto, solo quando la centralità parlamentare è portata a livelli accettabili nasce, si confronta, matura, si consolida nuova classe dirigente. Quando i consigli sono marginalizzati conta solo chi è sullo scranno più alto e nessuno si rende conto e ha possibilità di partecipare.

Voto congiunto: noi siamo per il voto congiunto e siamo profondamente contro il voto disgiunto, non tanto perché è in contraddizione con il maggioritario, ma perché chi fa la legge elettorale ha un compito cruciale nella nostra regione anche di educazione civica nei confronti dei cittadini, perché pone le regole di un rapporto e noi non possiamo insegnare ai cittadini le regole del qualunquismo esasperato, perché l'elezione diretta significa che io voto un presidente, una coalizione, un insieme di partiti, candidati, ma anche un programma, e non può essere che un elettore, un cittadino della Sardegna possa condividere contemporaneamente due idee diverse, due idee simmetriche, due concezioni della politica e delle istituzioni diverse. Questo è diseducare i cittadini, questo è andare contro il maggioritario e la governabilità proprio perché si generano queste confusioni.

E poi abbiamo lavorato sui poteri del Presidente, proprio perché volevamo segnare un ritorno alla centralità dei parlamenti e la possibilità di rappresentare in quest'Aula quello che tutti hanno detto in questi cinquant'anni: la complessità e l'identità di tutti i sardi. Come potremmo se non agendo su un fattore importante integrativo e innovativo nel sistema elettorale, che è quello della rappresentanza territoriale? Vedete, fino a pochi anni fa, forse anche ora - non ho fatto la contabilità -, i consiglieri di Sassari e di Cagliari rappresentavano la maggioranza assoluta di questo Consiglio. Non a caso la Sardegna è cresciuta secondo una polarità - positiva, io non ho nulla da dire -, ma questa polarità, che ha il suo riscontro nelle scelte di governo, nelle attenzioni, nell'impegno dei consiglieri regionali, ha mantenuto inalterata in tutto questo tempo la questione delle zone interne, dello sviluppo armonico di tutta la Sardegna, delle opportunità date a tutti. Oggi abbiamo realizzato la riforma delle istituzioni provinciali, ma che riforma sarebbe se a un riconoscimento istituzionale non corrispondesse il riconoscimento di una dignità a rappresentare proporzionalmente in quest'Aula i diritti di cittadinanza e le opportunità di tutti i sardi? Sarebbe un'operazione intelligente, sarebbe soprattutto un'operazione logica dopo quello che abbiamo fatto? Io credo di no. E allora dovremo ragionare su questa innovazione sapendo che nei prossimi anni, proprio per la complessità dei processi di sviluppo, noi dovremo scommettere, come ci ha sempre predicato la Comunità europea, come è sempre nelle parole di chi illustra l'articolazione delle politiche di sviluppo negli anni futuri, è in gioco la coesione del popolo sardo. La coesione del popolo sardo si ottiene solo se questo popolo, attraverso i suoi rappresentanti, ha la possibilità di confrontarsi sempre, e sempre nella condizione di non mai subire qualcosa a discapito di altri. Questa coesione è una risorsa, non è un handicap per il Consiglio regiionale. Questa è la possibilità che si dà al Consiglio regionale di trovare sintesi volute da tutti e desiderate da tutti, che tiene conto di chi è il locomotore della Sardegna e di chi è invece la carrozza di coda, perché questa Sardegna si riscatta tutta o non si riscatta per niente. E questa condizione è già dettata dalla storia recente che dice questo: i nostri problemi non si sono mai risolti perché dentro la forbice dello sviluppo tra Nord-Est e Mezzogiorno d'Italia si somma la divaricazione di uno sviluppo sbilanciato all'interno della Sardegna. E noi, quindi, vogliamo recuperare questo dato.

Poi il listino: badate, se si accetta, ci sono alcune cose nella legge elettorale che attengono alla discrezionalità, ci sono alcune cose che attengono alla logica, se mi consentite, anche un po' matematica, perché non si può fare un'affermazione e poi risolverla dal punto di vista assiomatico in maniera diversa. Se tutti convengono che il listino bloccato non ci dev'essere, è del tutto evidente che il premio di maggioranza si ripartisce su due livelli, perché il listino era bloccato proprio in ragione del fatto che non vi era nessuna ragione di dare preferenze perché o entrano tutti o non entra nessuno, perché lì si consuma il premio di maggioranza. Allora nella misura in cui cambiamo questa regola dobbiamo accettare una distribuzione modulata del premio sui due livelli, che è attenuata e che, spostandola dal 60 per cento al 55 per cento, fa guadagnare cinque seggi sul terreno proporzionale, diminuendo l'incidenza del sistema maggioritario su quello che è il complesso della legge elettorale. E questo è uno sforzo reale per quelli che si reputano proporzionalisti e per quelli che vedono con criticità il sistema maggioritario. Poi non è vero che la previsione della Commissione favorisce le oligarchie politiche. Badate, il listino bloccato sarebbe uno dei peggiori cancri della politica regionale, perché nel listino bloccato ci vanno tutti quelli che con comodità possono rappresentare le vere oligarchie politiche, quelle oligarchie che oggi, sempre più frequentemente, non sono più tanto politiche, ma che hanno una linea di demarcazione che le differenzia dalle oligarchie economiche e finanziarie molto labili. Lì ci andranno i finanziatori delle campagne elettorali, lì ci andranno quelli che sanno che non si possono scoprire più di tanto, ma che non vogliono rinunciare a mettere piede dentro quest'Aula per esercitare per intero le loro prerogative. E non è giusto che chi ha delle idee e le espone prima delle elezioni non si sottoponga alla valutazione e al giudizio dei cittadini, perché in linea di massima tutti prima che vengano scoperti sono in buona fede e quindi anche questi devono sottoporsi al consenso elettorale. E poi anche perché se accettiamo il principio della coesione in questo Consiglio regionale non dovranno sedere consiglieri di serie a) e consiglieri di serie b), perché quello sarebbe un vulnus. La percezione, le affermazioni, il potere di qualcuno, la prerogativa di qualcuno è data in nome di una fortunata coincidenza e quella di altri che invece è il portato esatto di decine, centinaia, migliaia di sardi.

Sugli apparentamenti: badate, sugli apparentamenti quello che conta è sapere che l'apparentamento politico è consentito. L'apparentamento politico è quello che rende trasparente il processo di apparentamento. L'apparentamento meccanico matematico è solo uno scambio di seggi e noi sinceramente, dopo l'esperienza di questa legislatura, vorremmo impedire che questo Consiglio regionale e il prossimo e quelli che verranno siano minati dalla possibilità di operazioni di questo genere e che invece siano fortemente e direttamente rappresentativi del consenso.

C'è poi il problema dei poteri del Presidente e del rapporto con la Giunta. L'ho già detto brevemente, dico alcune cose che riguardano il problema delle donne, della parità e degli emigrati. Io sono convinto che dovremo fare alcuni passi avanti e li faremo; sulle donne certamente, ma sugli emigrati bisogna stare attenti perché ci muoviamo nell'angusto spazio dei vincoli costituzionali e statutari e vorrei ricordare che qualunque previsione sul terreno degli emigrati deve rispettare il comma 1 dell'articolo 17 del nostro Statuto, pena la sua impugnazione. Quindi la previsione che ha fatto la Commissione è stata rispettosa di questo dettato.

Conclusivamente io credo che, come ha detto qualche collega opportunamente, noi vorremmo che questo dibattito sulla legge elettorale, per la sua importanza, non onorato…

PRESIDENTE. Concluda.

SANNA GIAN VALERIO (La Margherita-D.L.). …certamente non onorato da questa presenza in Aula, avvenisse in un clima nel quale ci dimenticassimo un attimo, quello che basta, della lotta politica che ha contrassegnato questa legislatura, perché se ci rimettessimo al confronto politico non sarebbe, anche se passasse, una vera riforma elettorale. A noi non interessa speculare, a nessuno può interessare speculare, ma se ci animasse il sentimento che l'approccio a questa materia e la consegna in eredità al futuro e alle altre generazioni politiche, ma anche non politiche, della possibilità di tenere alta la bandiera dell'autonomia in Sardegna e delle sue potenzialità, io credo che riusciremmo a liberarci da questo peso e probabilmente anche, per alcuni amici di Forza Italia, liberarsi dal vincolo ormai insostenibile di una prigione alla propria libertà dettata da coloro che stanno dentro la Casa delle Libertà, ma che non vogliono assolutamente che le succursali di quella casa siano effettivamente libere.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Frau. Ne ha facoltà.

FRAU (A.N.). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, se dovessimo guardare l'Aula e da questo pensare quanto la legge elettorale interessi direi che interessa zero, così come credo che interessi zero ai sardi che probabilmente avrebbero voluto che queste ore e le ore che verranno noi le avessimo dedicate ad altre cose. E credo, visto il tempo che ancora manca alla conclusione naturale di questa legislatura, che avremmo avuto il tempo giusto per fare l'assestamento di bilancio, il DPEF, la finanziaria e qualche altra di quelle proposte di legge o disegni di legge che sono passati nelle Commissioni, perché è vero che spesso le Commissioni non hanno lavorato, ma io credo che spessissimo abbiano lavorato e abbiano prodotto. E invece ci siamo imbarcati in questa legge elettorale, perché qualcuno ha detto: "Noi siamo una Regione a Statuto speciale e l'autogoverno dà la possibilità di darsi proprie leggi". Questo è indubbiamente vero, ma darsi proprie leggi non significa che si è costretti a legiferare sempre e comunque su alcuni argomenti, quando su questi argomenti si è già legiferato anche con legge nazionale e probabilmente la legge nazionale funziona, perché io credo che al di là di tutte le cose, la legge nazionale, il "tatarellum", ha funzionato complessivamente. Se poi c'è stata qualche situazione particolare, ma io credo che sia più che altro un problema di etica, un problema morale dovuto ai singoli consiglieri che sono stati eletti, però il "tatarellum", credo che sia chiaro, è presidenzialista, è a turno unico, ha il premio di maggioranza. Queste sono, credo, le tre cose fondamentali, ma qui si vuole, siamo sardi e da sardi dobbiamo avere una nostra legge.

Io vorrei ricordare ai colleghi consiglieri di pensare alla legge elettorale che fu varata nel 1993. Io all'inizio della legislatura sono andato, così, per capirne di più, a leggere quegli atti e vi posso vedere tutto ciò che hanno detto i consiglieri di allora. Eravamo un parlamento che veramente produceva, un parlamento che era un laboratorio politico, un parlamento che stava dando alla Sardegna una delle leggi migliori che potevamo avere, e poi abbiamo visto quello che è successo. Se in questo momento ci troviamo nelle condizioni di doverci dare un'altra legge è perché quella legge precedente, di cui è stato detto tutto il bene del mondo, non ha funzionato, ma ha funzionato male.

Io vorrei ricordare ai colleghi consiglieri il cosiddetto trilottaggio: era una cosa abominevole però in quel momento era il meglio, perché eravamo in un periodo di consociativismo e pertanto quei sedici consiglieri regionali del listone dovevano essere distribuiti in una certa maniera, anzi, a mio avviso fu inventato il listone togliendo sedici seggi dalle liste provinciali probabilmente per far fuori qualche partito politico, guarda caso in quel momento il Movimento Sociale che sicuramente era da solo e doveva andare da solo. Però fu detto, come stavo dicendo prima, tutto il bene del mondo di questa legge. Allora, alto là, stiamo attenti, vediamo di vederle nel concreto quelle che sono le cose che vanno e quelle che sono le cose che non vanno, anche se a mio avviso il "tatarellum", nella sua completezza, è una legge completa, è una legge organica, è una legge, come ho detto prima, che ha dato risultati; ha dato risultati per l'elezione diretta del Presidente. Anche in questa proposta di legge regionale c'è l'elezione diretta del Presidente, cioè si fa sì che il Presidente della Regione, il Presidente della Sardegna, il governatore venga eletto dal popolo, finalmente, affinché non succedano tutte quelle cose che abbiamo visto per tanti anni in quest'Aula, ma, diciamo così, che è un'elezione che abbiamo visto in altre regioni, ma l'abbiamo vista anche in molti altri enti (?), in tutti i comuni e nelle province, perché questo la gente voleva.

Quindi dicevo che questo è un concetto valido che restituisce quindi, che dovrebbe dare anche in Sardegna la potestà di scelta, quindi presidenzialismo che significa anche governabilità, perché al Presidente bisogna dare una maggioranza che possa governare, perché altrimenti non deve succedere quello che è successo, che a monte di 152.000 voti l'onorevole Pili non è stato messo nelle condizioni di poter operare.

Però, arriviamo al presidenzialismo, io credo che la proposta della Commissione abbia molte, ma molte pecche, ed è già stato detto qui questo pomeriggio, abbiamo visto che ci sono state voci diverse anche nell'ambito degli stessi Gruppi, cioè questa proposta di legge ha più ombre che luci e non so, alla fine, che cosa riusciremo ad esitare da quest'Aula. Ma dico un esempio peggiorativo è sicuramente, rispetto alla proposta di legge, al "tatarellum", alla legge nazionale, il doppio turno. Si parla tanto di bipolarismo, ma poi si fa di tutto affinché il bipolarismo vero e proprio non esista. Se è vero com'è vero che se andiamo al doppio turno, volente o nolente, apparentamenti sì apparentamenti no, c'è qualcuno che gioca da dietro, qualche furbino che si è presentato per conto proprio e che poi cerca di entrare nella stanza dei bottoni in altro modo. No, no, signori belli, noi torniamo a mio avviso indietro. Io credo che il turno unico sia il turno migliore, perché? Perché dà la possibilità a movimenti, gruppi e gruppetti, a chiunque di unirsi, di formare una coalizione, di presentare un candidato alla presidenza e di presentarsi agli elettori. Chi vince? Vince sicuramente quel presidente e quella coalizione che prendono più voti, cioè noi dobbiamo essere nelle condizioni, così come nelle Regioni a Statuto ordinario che la sera delle elezioni stesse ai primi exit poll, se ci saranno, appena inizia lo scrutinio dobbiamo sapere chi ha vinto o chi non ha vinto, non dobbiamo aspettare altri quindici giorni in cui iniziano tutti quei giochi strani che non vanno assolutamente, che la gente non comprenderebbe, a mio avviso significherebbe tornare indietro, anzi a mio avviso anche per i comuni al di sopra dei 15.000 o dei 10.000 abitanti come l'ultima nostra legge, dovremmo votare con il turno unico affinché veramente le coalizioni si facciano all'inizio e quindi credo che questo del doppio turno proprio in nome del bipolarismo e non mi si dica, così come è stato scritto, che il significato della modifica sarebbe, si punta cercando di favorire il bipolarismo, a far sì che il Presidente venga eletto con un vasto consenso popolare. No, il consenso popolare viene dato nel momento in cui la gente o a maggioranza assoluta o anche a maggioranza semplice vota per quella coalizione che ha vinto, su questo cari amici credo che non ci siano dubbi.

Assessori tecnici, io li ho chiamati estranei, è stato già detto da qualche altro, se non sbaglio l'ha detto l'onorevole Scano stamani, questa passatemela un pochino. Questa mi sembra tra virgolette, con tutto rispetto per l'Aula, una specie di barzelletta per due motivi, perché avremo consiglieri che non sono più consiglieri perché devono andare a fare gli Assessori e quindi perdono lo status di consigliere, non c'è scritto da nessuna parte che un consigliere non debba fare l'Assessore; la gente ha eletto ed eleggerà quegli ottanta consiglieri per fare i consiglieri e per fare gli Assessori. Ricordate: in quest'Aula andiamo, facciamo un passo avanti e due indietro. Rispetto alla legge 1993 c'eravamo dati o si erano dati una legge in cui c'era l'incompatibilità e poi siamo tornati giustamente. Adesso vogliamo tornare ancora indietro con l'idea di nominare i cosiddetti consiglieri regionali a tempo, questa è sicuramente bella. Se arriva dalla Francia non ci deve interessare, la patria di diritto è l'Italia e credo che a questo noi non dovremmo copiare le cose che non vanno bene. Perché questo è stato detto: questi Assessori sarebbero poco liberi, perché sarebbero lì, sperano che quel collega che è diventato Assessore non voglia tornare nei banchi e sicuramente, essendo pochi liberi, sarebbero ligi sempre a votare in un certo modo altrimenti può succedere una determinata cosa.

Ma perché non parliamo anche di spese, di questi nuovi dodici Assessori esterni? Fermo restando che qualche Assessore esterno può anche esserci, può capitare, non ci sono assolutamente dubbi; ma imporre per legge. In questi giorni che siamo alla berlina per spese e contro spese, dobbiamo spiegare ai sardi perché noi vogliamo portare i consiglieri regionali da ottanta a novantadue, dobbiamo spiegare quanti soldi spenderemo, al di là di quello che ho detto prima. Anche queste, cari amici, sono cose che noi dobbiamo dire e dobbiamo pertanto tener conto di tutte queste cose. Questi consiglieri, dicevo, sarebbero consiglieri di serie B e pertanto lì in un cantuccio sperando che niente succeda, sperando e succubi quindi dell'Assessore che ha concesso a tempo il pass per sedere in questo Consiglio regionale.

Io credo anche un'altra cosa, non se n'è parlato molto, e se qualche Assessore dovesse essere preso, considerando i consiglieri del listino in cui sono forze politiche, in quel caso la composizione delle forze politiche può cambiare perché se il consigliere X è del partito X va a fare l'Assessore, magari il primo dei non eletti, è vero, è sempre di quella coalizione, però può rappresentare un altro partito, un altro Gruppo politico, purché noi non mettiamo tra le righe che i consiglieri eletti nel listino non debbano mai fare gli Assessori.

A proposito di listino, io ho parlato prima che a mio avviso, e probabilmente tempo fa, nel 1993, ed ecco il laboratorio politico, il listino, il listone di allora venisse pensato probabilmente per far fuori alcune forze politiche, sicuramente altrimenti non ha nessun significato, che ci siano consiglieri eletti nelle liste provinciali e nelle liste regionali. Qualcuno ha ricordato poco fa che l'onorevole Masala, quando era Assessore degli affari generali e personali, aveva presentato tra le altre cose una proposta di legge che si rifà alla legge con l'elezione dei sindaci dei grossi comuni. Io dico e questa potrebbe essere la mia posizione personale, può darsi che se avessimo il coraggio, visto che vogliamo cambiare qualche cosa, eliminiamo il listino che non serve a niente, spalmiamo quei sedici, restituiamo quei sedici consiglieri da eleggere alle quattro, otto Province e probabilmente ci troviamo in una situazione molto più semplice e molto più chiara. Ecco, cari amici, io ho detto alcune cosette, altri colleghi sicuramente faranno presente altre situazioni all'interno di questa proposta di legge che sicuramente è molto articolata, spessissimo non chiara, ma per quanto concerne Alleanza Nazionale io credo che siamo, al limite, disponibili a qualche piccolo aggiustamento, è stato detto più volte, ma noi crediamo che nel suo complesso il "tatarellum", quindi la legge per le Regioni a Statuto ordinario debba mantenere quasi la sua integrità. Problema preferenza del listino, il voto agli immigrati coi seggi per loro, il problema della preferenza unica, per me la preferenza unica deve restare al di là di quello che si dice perché avevamo eliminato le cordate e non vorremmo riportarle. Possiamo, dopo aver aggiunto quest'altro passo, essere anche disponibili a qualche cosa di, diciamo così, molto semplice, quindi qualche piccolo aggiustamento perché altrimenti noi rischiamo di darci, cari colleghi, per gli interessi di alcuni, per gli interessi di altri, una legge sicuramente peggiore del "tatarellum".

PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Demuru. Ne ha facoltà.

Colleghi, per ciò che mi riguarda, siccome ho visto che alcuni iscritti a parlare non sono presenti, noi avevamo concordato per una Conferenza dei Capigruppo alla fine della serata, credo che il tempo per consentire altri interventi sia davvero poco, forse faremmo meglio a fare la Conferenza dei Capigruppo e quindi poi andare a domani gli altri colleghi, anche quelli che non sono presenti e sono iscritti potranno parlare domani. Se siamo d'accordo procediamo in questo modo.

Adesso è iscritto l'onorevole Biancu che non è presente in Aula, l'onorevole Demuru c'è, quindi facciamo l'intervento dell'onorevole Demuru e poi facciamo la Conferenza dei Capigruppo. Prego onorevole Demuru. L'onorevole Biancu parla domani perché lui probabilmente non sapeva che l'avremmo chiamato adesso.

DEMURU (D.S.). Grazie Presidente, colleghi. La legge costituzionale numero 2 del 31 gennaio 2001 attribuisce alla Regione Sardegna la possibilità di disciplinare autonomamente la forma di governo con una nuova fonte normativa che viene chiamata legge statutaria. Nel contempo pone anche dei vincoli e traccia una strada obbligata stabilendo due principi fondamentali su cui fondare la nuova normativa: il principio della rappresentatività e quello della stabilità. Con la norma transitoria impone l'immediata applicazione di questi principi, anche in assenza di nuova disciplina regionale. Questo testo unificato che abbiamo in discussione, frutto di una lunga mediazione delle parti politiche, pur nel rispetto dei vincoli costituzionali, cerca di soddisfare l'esigenza di autonomia. Autonomia troppe volte celebrata e reclamata solo a parole, poche volte concretizzata nei fatti. Che il principio della governabilità sia quello maggiormente in sofferenza è certificato dalla cronistoria della presente legislatura e la situazione odierna di una Giunta senza maggioranza che ha avuto un voto di fiducia minoritario, fortuito e occasionale, rappresenta plasticamente la gravità dello stato di sofferenza di questo principio. La necessità di risolvere questo problema ha portato alla conferma della scelta dell'elezione diretta del Presidente della Regione, condivisa dalla maggior parte dei Gruppi politici se non da tutti, accompagnato dal vincolo di dissolvenza del Consiglio in qualsiasi caso di decadenza o per sfiducia o per dimissioni volontarie o per impedimento permanente dello stesso.

L'elezione diretta di un Presidente della Regione, benché sia un elemento di stabilità, non è condizione sufficiente di governabilità, ci vuole anche una maggioranza certa, eletta insieme al Presidente sulla base di un programma e di un progetto politico da attuare e perseguire, condiviso e presentato agli elettori.

Sulla consistenza e sulla modalità di garantire alla coalizione vincente una maggioranza certa ci sono state e ci sono posizioni più articolate che al momento, forse, non coagula una maggioranza, sulla soluzione individuata da questo testo in discussione e rappresenta uno di quei punti che ha bisogno di un maggior approfondimento. Il testo in discussione propone di attribuire il 55 per cento dei seggi consiliari alla coalizione vincente per garantire una maggioranza certa e su questo c'è condivisione. Le discussioni e le perplessità nascono sul come e sul dove attribuire il maggior numero dei seggi per garantire questa maggioranza. Questo punto si intreccia intimamente con il principio della rappresentatività, il tentativo di mettere d'accordo due principi ugualmente legittimi e validi di rappresentanza politica e di rappresentanza territoriale ha portato a lunghe discussioni in Prima Commissione. La soluzione proposta suscita ancora discussioni, anche su questo punto sarà necessario un supplemento d'istruttoria. Il confronto tra le forze politiche potrà trovare una soluzione di mediazione senza stravolgere i principi fondamentali della legge stessa, a queste problematiche è legata anche la questione del cosiddetto listino regionale. Listino regionale cosiddetto bloccato, cioè senza che sia data all'elettore la possibilità di esprimere una scelta con la preferenza del voto e su questo mi sembra che ci sia unanimità nel rifiutare questo tipo di proposte e di soluzioni. I Gruppi politici hanno avuto delle numerose, continue e proficue interlocuzioni, anche nei Gruppi politici non tutti si sono espressi all'unanimità. Volendo esprimere una mia personale preferenza su dove dare il cosiddetto premio di maggioranza che la legge individua in dieci seggi il testo unificato, io lo darei tutto sul listino regionale e lo darei solo ed esclusivamente alla coalizione vincente perché questo è il premio di governabilità, quindi secondo il mio ragionamento, poiché noi dobbiamo garantire la governabilità col premio di maggioranza, mi sembra più logico che venga dato alla coalizione vincente ed esclusivamente alla coalizione vincente e lasciando 70 seggi, stante che il 55 per cento è accettato da quasi tutti, almeno mi sembra che ci sia una condivisione su questo, dovrebbero andare a soddisfare l'altra esigenza che è quella della rappresentatività nei collegi provinciali, perché è lì che vanno attribuiti secondo un sistema proporzionale che poi è quello che maggiormente garantisce la rappresentatività. È evidente che ci vuole anche qui un minimo di correttivo, che è rappresentato dall'attribuire il 50 per cento dei seggi ai partiti che rappresentano la coalizione vincente. Con questo meccanismo si supera anche il problema della scelta da parte degli elettori dei candidati nel listino, se noi teniamo fermi i sedici candidati nel listino non saranno sedici imposti dai partiti ma saranno proposti e scelti dagli elettori, stante che ne dovranno scegliere solo dieci, o meglio nove più il Presidente, quindi si supera anche quella che è la remora della preferenza da dare nel listino.

Riservare un maggiore numero di seggi ai collegi provinciali consente di raggiungere, o meglio di avvicinarci all'obiettivo della rappresentatività territoriale senza mortificare il principio della rappresentatività politica che è un altro degli spinosi argomenti delle questioni e dei problemi che si sono discussi a lungo in prima Commissione. E questo penso che sia il cuore dei problemi, poi ci sono altre problematiche che sono state sollevate da molti colleghi che mi hanno preceduto, quale quella di garantire una reale partecipazione attiva degli emigrati, l'attuazione del principio delle pari opportunità o della rappresentatività dei generi cosiddetti. Io penso che anche qui si debba trovare una soluzione concordata, ma comunque concreta che se non risolve del tutto e non soddisfa le esigenze di tutti certamente deve essere dato un segnale che in qualche maniera risolva in parte almeno queste problematiche. Voglio concludere con un'annotazione di carattere politico generale: alcuni interventi a me sono sembrati che, criticando il cosiddetto bipolarismo, sperano solo di mantenere alcune situazioni di privilegio e la possibilità di incidere nonostante i pochi numeri elettorali che possono avere. Io penso che quando licenzieremo una legge elettorale definitiva, sia un'esigenza essenziale della politica di oggi mantenere fermo, proprio per la governabilità, il principio del bipolarismo e quindi nell'alternanza di chi governa e l'altra parte fa un'opposizione costruttiva.

PRESIDENTE. Grazie a lei onorevole Demuru, così come concordato convochiamo la Conferenza dei Capigruppo.

Domani all'ora solita, 10 e 30 se siamo d'accordo. Il primo iscritto a parlare è l'onorevole Biancu, quindi la cortesia ai colleghi della Margherita che informino il collega Biancu che domani sarà il primo a parlare. Bene colleghi, la Conferenza.

Forse è anche opportuno chiudere perché poi alle 19 il Gruppo di Forza Italia lascia perché ha una riunione, credo, quindi pertanto i lavori del Consiglio stasera finiscono qui.

La seduta è tolta alle ore 18 e 42.