Seduta n.88 del 03/10/2000
LXxxvIII SEDUTA
(ANTIMERIDIANA)
MARTEDI' 3 OTTOBRE 2000
Presidenza del Presidente SERRENTI
indi
del Vicepresidente SPISSU
indi
del Presidente SERRENTI
INDICE
La seduta è aperta alle ore 10 e 17.
PIANA, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del 3 agosto 2000, che è approvato.
Congedo
PRESIDENTE. Comunico che il consigliere regionale Pasqualino Federici ha chiesto di poter usufruire di un giorno di congedo a far data dal 3 ottobre 2000. Se non vi sono opposizioni il congedo si intende accordato.
Assenze per motivi istituzionali
PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi del comma 5 dell'articolo 58 del Regolamento, i consiglieri regionali Scarpa, Fadda, Falconi e Corda, in quanto componenti l'Ufficio di Presidenza della seconda Commissione, partecipano oggi ad un incontro con la Commissione Giustizia del Senato e pertanto sono assenti dalla seduta odierna per motivi istituzionali.
Comunicazioni del Presidente
PRESIDENTE. Comunico di aver nominato, in data 3 ottobre 2000, l'onorevole Raimondo Ibba componente della Giunta delle elezioni in sostituzione dell'onorevole Pierangelo Masia, dimissionario.
Discussione generale del Documento di programmazione economico finanziaria 2001-2003 (Doc. n. 8/A)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del documento numero 8. Dichiaro aperta la discussione generale. Ha facoltà di parlare il consigliere La Spisa, relatore di maggioranza.
la spisa ((F.I.-Sardegna), relatore di maggioranza. La terza Commissione bilancio, nella seduta del 20 settembre scorso, ha approvato con il voto favorevole dei Gruppi di maggioranza e con il voto contrario dei Gruppi di opposizione e del consigliere Giacomo Sanna, il Documento di programmazione economico -finanziaria per gli anni 2001-2003.
Non mi sembra inutile sottolineare la funzione che il Documento di programmazione economico-finanziaria, attualmente in discussione, ha sulla base della legge istitutiva, la legge regionale numero 11 del 1998. Tale funzione consiste nel tracciare le linee guida per orientare lo sviluppo economico, delinearne gli obiettivi e le azioni di intervento, coordinare i flussi finanziari pubblici, determinando l'ammontare delle risorse disponibili.
La struttura del Documento è concepita in modo tale da comporre un itinerario che, dalla analisi sugli aspetti strutturali e congiunturali dell'economia regionale, conduca a una valutazione in merito alle azioni già svolte e, infine, alla descrizione e quantificazione delle risorse disponibili per raggiungere gli obiettivi concretamente individuati come necessari per lo sviluppo. Quindi il percorso è dalle analisi alle proposte nella prospettiva dell'elaborazione dei disegni di legge finanziaria e di bilancio annuale e pluriennale.
Non è evidentemente una funzione facilmente assolvibile. Le precedenti edizioni del DPEF hanno avviato una prassi che occorre continuamente sottoporre a verifica.
La presente edizione è impostata su una diffusa analisi sul ruolo dell'economia sarda nel contesto nazionale e internazionale. La constatazione basilare è quella di un andamento espansivo del reddito prodotto nei Paesi industrializzati, ovviamente con differenze rilevanti fra i diversi Paesi. All'alto ritmo di crescita del PIL degli Stati uniti, valutato intorno al 4,1 per cento nel '99, non corrisponde un incremento analogo nei Paesi europei, e in particolare dell'Italia il cui prodotto interno lordo, a fronte di una media europea del 2,1 per cento. si attesta sull'1,4 per cento. Nello stesso periodo, la Sardegna, in questo stesso contesto, registra un tasso di crescita stimabile sullo 0,5 per cento per il 1999. Quindi il raffronto è veramente impressionante, si passa dal 4,1 per cento degli Stati Uniti al 2,1 dell'Europa, all'1,4 dell'Italia, allo 0,5 della Sardegna.
Il rapporto tra il PIL sardo e quello nazionale, e questo è un dato forse ancora più grave, nel 1999 è del 71,67 per cento (nel 1994 era del 74,44 per cento), mentre quello tra il Pil sardo e quello europeo è oggi del 65,08 per cento (nel 1994 era del 66,03 per cento).
Il dato politico più rilevante, che sta alla base di questo documento, è che tra il 1994 e il 1999 si è registrata una consistente riduzione della ricchezza prodotta in Sardegna; contemporaneamente si è ridotto il tasso di occupazione ed è salito il tasso di disoccupazione fino al 22,1 per cento del gennaio 2000.
Dalle analisi statistiche, che non dovrebbero essere né di destra, né di sinistra, né di centro, si ricava una situazione estremamente grave; emerge, inoltre, in maniera chiara e obiettiva che le strategie di sviluppo promosse finora non hanno raggiunto l'obiettivo di un rilancio dell'economia sarda. Quali stradeimboccare, dunque, e con quali risorse?
Per individuare le scelte da fare il DPEF parte da una valutazione relativa ai motivi che hanno spinto la ripresa dei paesi attualmente più dinamici. In particolare l'accento è stato posto sul modello di sviluppo dell'Irlanda. Nella sintesi, necessaria in questa sede, si può osservare che il dinamismo del pil, e conseguentemente della domanda di lavoro, è stato fortemente influenzato da misure di politica amministrativa, finanziaria e fiscale improntate alla flessibilità e alla diminuzione della pressione fiscale.
Non può sfuggire a nessuno, e questo lo vorrei sottolineare, la immediata ed elementare obiezione che è possibile opporre a questo paragone: l'Irlanda, essendo uno Stato, ha piena capacità di agire in materia fiscale, mentre la Sardegna, essendo una regione, deve attenersi alle linee di politica fiscale imposta dallo Stato italiano.
L'argomentazione è sicuramente valida, ma solo parzialmente. Non si può sottovalutare, infatti, che una parte limitata delle imposte è di competenza della Regione, e che su questa possono essere intraprese iniziative coraggiose finalizzate ad alleggerire il peso della pressione fiscale esercitata dallo Stato. In questa direzione va l'indicazione della scelta di procedere già da questo esercizio finanziario ad una riduzione delle imposte di propria competenza, naturalmente attraverso metodi e tempi da studiare.
In particolare è da verificare tecnicamente la possibilità di ridurre l'irap. In proposito l'indirizzo è quello di ridurre questo tipo di imposta selettivamente per quelle imprese che attuino nuovi piani di investimento e generino nuova occupazione, in modo da poter concentrare gli incentivi finanziari diretti (contributi in conto capitale e prestiti agevolati) verso nuovi imprenditori.
Nella prospettiva della maggiore flessibilità dei fattori produttivi va anche l'indicazione di incrementare lo sforzo finanziario della Regione nella riduzione del costo del lavoro attraverso l'abbattimento degli oneri sociali, da qui la scelta di finanziare ulteriormente la legge regionale numero 36 del 1998 che nella sua prima fase di attuazione sta già dando significativi risultati.
E` utile sottolineare, in proposito, che tale scelta non è di poco conto, se si considera che le politiche del lavoro sono di vario tipo e che in passato la quantità di risorse destinate a strumenti di flessibilizzazione del mercato del lavoro erano sostenute quantitativamente in misura inferiore alle misure di sostegno diretto all'occupazione. Sugli effetti produttivi di nuovo e stabile lavoro da parte di questi ultimi interventi è facilmente sollevabile un'ampia riserva, ben espressa nel DPEF, e cioè le politiche del lavoro applicate soltanto al mantenimento di posti di lavoro artificiosamente tenuti in piedi, non portano nuova occupazione. Le politiche del lavoro, che sono al primo posto nei programmi di tutte le Giunte regionali, devono essere caratterizzate dalle scelte di quegli strumenti che generano occupazione nuova, aggiuntiva e soprattutto stabile. Si tratta sostanzialmente di scelte che tendono a superare le misure che più che di politica del lavoro sono di politica assistenziale.
Il passaggio logico successivo è quindi inevitabilmente quello di incrementare, razionalizzare e rendere più efficiente il sistema degli incentivi alle imprese non dimenticando le condizioni di emarginazione più grave, non dimenticando che sicuramente la perdita di posti di lavoro crea gravissimi disagi alle famiglie; dobbiamo affrontare questi problemi quindi con una politica sociale forte e seria ma attraverso strumenti che non vanno confusi con le politiche del lavoro.
Il DPEF contiene la proiezione verso la nuova manovra finanziaria 2001-2003 dei principali stanziamenti su cui caratterizzare la qualità della manovra stessa. Riepilogo rapidissimamente; 60 miliardi di spesa previsti nel triennio per iniziative volte alla promozione turistica; 180 miliardi nel triennio per l'adeguamento dell'industria alberghiera e per la ricettività diffusa; 210 miliardi nel triennio per il rilancio dell'artigianato, 150 per il rilancio del commercio e 150 per il rilancio della cooperazione; ulteriori 60 miliardi nel triennio per il rafforzamento dell'azione di recupero dei centri storici; 300 miliardi nel triennio per interventi di riqualificazione urbana incluse le periferie degradate; 300 miliardi nel triennio per il cofinanziamento della programmazione negoziata affidata al coordinamento delle province nell'ambito degli indirizzi di programmazione regionale,; fino a 900 miliardi nel triennio, anche in termini di minori entrate, per incentivi per le nuove imprese ed iniziative produttive anche attraverso sgravi fiscali sostitutivi dei contributi in conto capitale; risorse pari a circa 908 miliardi nel quadriennio 2000-2003 per interventi per il rafforzamento quali-quantitativo del settore agricolo in coordinamento con quanto previsto dal Programma operativo regionale del nuovo Quadro comunitario di sostegno..
Un'altra questione di fondo che viene affrontata nel DPEF consiste nella politica delle infrastrutture. Il documento non si attarda a ripercorrere le analisi fatte negli ultimi anni, ma puntualizza con precisione alcuni problemi sorti concretamente nella programmazione regionale.
In materia di energia si sottolinea chiaramente che le scelte fatte finora sono basate sulle previsioni di un piano energetico regionale che necessita di un aggiornamento alla luce dei nuovi eventi. Non si possono sottovalutare infatti gli effetti derivanti in parte dal forte ridimensionamento del fabbisogno energetico a causa del tramonto dei settori industriali chimico e minero-metallurgico, e per altro verso dall'entrata in funzione della centrale elettrica della saras e dalla concreta possibilità di realizzazione del piano di metanizzazione della Sardegna attraverso gli investimenti previsti per il gasdotto.
Pur non giungendo a conclusioni, che potrebbero essere affrettate, si indica la necessità di verificare l'effettivo fabbisogno ai fini di una più corretta valutazione della qualità e della quantità delle risorse finanziarie necessarie per un investimento che guardi veramente al futuro.
Sulla questione dell'emergenza idrica, il Documento ribadisce una evidente e ben nota necessità: quella di arrivare ad una gestione unificata delle risorse idriche a livello regionale, e quella di una decisa scelta di indirizzare le risorse provenienti dall'Unione Europea e dallo Stato verso investimenti indispensabili. Si tratta di caratterizzare la nostra programmazione verso una selettività degli investimenti in modo tale che non si ripercorrano e non si ripetano gli errori più volte fatti, a volte anche per voler inseguire le emergenze che purtroppo in ogni settore si presentano continuamente.
Per questo fine sono indicate alcune soluzioni su cui il DPEF impegna a modellare gli atti di programmazione di prossimo avvio (por, pon, fondi cipe e fondi per la rinascita).
In materia di trasporti si delinea la prospettiva di concentrare le risorse sul completamento delle opere portuali ed aeroportuali, anche con il ricorso alla finanza di progetto, e su ulteriori investimenti nella rete dei trasporti interni (stradali e ferroviari), facendo leva sulle risorse che l'Intesa istituzionale di programma con lo Stato ha già impegnato e di quelle che devono essere impegnate in un'ottica di riequilibro con le infrastrutture esistenti nelle altre Regioni d'Italia.
Infine il quadro delle risorse disponibili determina la parte finale del Documento che prefigura l'impostazione del bilancio 2001-2003.
Su questo punto si è incentrato in particolare il dibattito politico che ha impegnato questo Consiglio durante l'elaborazione dello scorso DPEF e della conseguente manovra finanziaria; oggi in questo DPEF ribadiamo ancora quella scelta di fondo insieme ad alcune valutazioni sull'andamento, a nostro avviso non del tutto negativo, della gestione precedente.che.
L'andamento della gestione del decennio che si conclude è stato oggetto di una analisi molto approfondita nelle precedenti edizioni del DPEF. Il risultato di amministrazione aggiornato al 2000 consiste in un disavanzo di 4232 miliardi circa. E` noto a tutti che ciò deriva dall'incremento di indebitamento annuo a partire dal 1993 a cui si è iniziato a porre un freno con il DPEF elaborato ed approvato da questo Consiglio regionale e impostato, come sappiamo, già nella precedente legislatura.
Gli effetti del risanamento a suo tempo avviato iniziano ad essere visibili, e questo è un dato positivo. L'onere di indebitamento che doveva essere tenuto sotto controllo, in raffronto con le entrate disponibili, è sceso sensibilmente raggiungendo oggi il 76,7 per cento delle risorse effettivamente disponibili rispetto all'82,3 per cento del precedente DPEF.
Ricordo che questo è un dato importante per valutare il dinamismo della spesa regionale, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di destinare risorse per gli investimenti. Un bilancio, che sotto questo aspetto stava diventando sempre più rigido, ora attraverso questa scelta decisa, ed anche impopolare, in qualche modo si sta ridimensionando. Ciò induce a ritenere che la via del risanamento è quella giusta, nella prospettiva di dare al bilancio regionale una maggiore stabilità e dinamicità nella prospettiva dei futuri investimenti per lo sviluppo.
Il Documento impegna la Regione inoltre a ridurre del 5 per cento le spese correnti, su questo punto il dibattito tra maggioranza ed opposizione era stato molto acceso in occasione del confronto sulla manovra finanziaria 2000; e il DPEF indica molto chiaramente l'esigenza di una qualificazione della nostra spesa, in modo tale da ridurre le spese correnti ed orientarsi sempre di più verso gli investimenti, e verso la stabilizzazione degli effetti positivi dell'intervento della finanza pubblica sull'economia e la società della Sardegna.
D'altra parte si sottolinea che il quadro delle risorse da destinare ad investimenti è favorevolmente influenzato (questo è rinvenibile nella tabella conclusiva del Documento) dalla disponibilità dei trasferimenti comunitari e statali. Nel 2000 si prevede siano disponibili 2158 miliardi, saranno disponibili invece 1950 miliardi nell'anno successivo per un totale di 4113 miliardi dei quali, probabilmente, potremo disporre a partire dalla manovra di bilancio che seguirà questo DPEF.
Vorrei concludere con un accenno ad un problema a cui sia nel DPEF, che nel dibattito in Commissione, si è prestata una grande attenzione, e cioè l'esigenza che gli strumenti della programmazione adottati siano sempre più adatti ad affrontare ilcompito che abbiamo di fronte.
Si è detto che il DPEF non deve più essere la sede delle analisi sulle prospettive macro-economiche generali, ma la sede delle indicazioni concrete di prospettive da attualizzare nel breve e medio periodo. Il DPEF attualmente alla nostra attenzione, invece, certamente risente ancora del sistema di programmazione in vigore che non ha ancora elaborato strumenti adeguati.
Il nostro obiettivo, ma credo sia l'obiettivo di tutto il Consiglio, è quello di arrivare veramente alla elaborazione di strumenti di programmazione che siano ordinati e caratterizzati in base al ciclo unico della programmazione, così tutti lo definiamo, che stiamo faticosamente inseguendo da anni. E` importante che nella prosecuzione dei nostri impegni, a partire dalla manovra finanziaria 2001-2003, ma anche dal dibattito che sappiamo avverrà in Commissione ed anche in quest'aula sugli strumenti di programmazione collegati al Quadro comunitario di sostegno, si riesca veramente ad individuare quegli orientamenti di fondo che ci consentano di effettuare scelte molto chiare, condivisibili da tutti, dal sistema delle imprese e dalla società civile che attendono da noi scelte selettive per favorire lo sviluppo.
Su questo tema, il dibattito che si aprirà su questo DPEF, sulla prossima manovra finanziaria, e anche sugli altri argomenti che questo Consiglio sarà chiamato ad affrontare, riteniamo possa effettivamente dare al Consiglio, e alla Giunta, indicazioni concrete sulle scelte da compiere per aiutare veramente il nostro sistema economico ad affrontare i nodi strutturali del sottosviluppo. Mi riferisco alla questione idrica, alle questioni dei trasporti e della energia, non dimenticando l'area del disagio sociale che anche nel modello di sviluppo da noi proposto deve trovare la dovuta attenzione. Noi, pur sottolineando l'esigenza di una maggiore flessibilità, di una maggiore liberalizzazione dei metodi della programmazione rispetto all'intervento dello Stato e della Regione nell'economia, non vogliamo assolutamente ispirarci acriticamente a metodi, schemi e programmi attuati in altre realtà che non sempre possono essere schematicamente trasposti nella nostra realtà.
Non dimentichino che noi teniamo, comunque, alla nostra identità, teniamo a una lettura precisa della situazione economica della Sardegna, non vogliamo quindi copiare, non vogliamotrasporre schematicamente ma vogliamo trovare adattamenti prendendo dagli altri ciò che di buono hanno fatto.
PRESIDENTE. Sul Documento di programmazione economica e finanziaria sono state presentate due relazioni di minoranza, una dell'onorevole Scano e l'altra dell'onorevole Sanna Giacomo.
Ha facoltà di parlare il consigliere Scano, relatore di minoranza.
SCANO (D.S), relatore di minoranza. Vorrei iniziare, signor Presidente e colleghi, ricordando alla Giunta ed anche al Consiglio che oggi è il 3 di ottobre.Ricordo la data odierna perché il 30 settembre è la scadenza prevista dalla legge per l'approvazione e l'invio al Consiglio dei documenti di bilancio. Ai quattro precetti del DPEF, liberalizzazione, delegiferazione, flessibilizzazione e l'altro adesso non lo ricordo, bisogna forse, Assessore, aggiungerne un un altro: il rispetto della legge.
So bene che nel passato costituiscono eccezioni gli anni in cui si è rispettata la scadenza del 30 settembre, però ricordo anche che al termine della scorsa legislatura si era fatto di questo un punto di onore e di riforma che andrebbe mantenuto senza tornare al passato da riformare, ma prendendo esempio qualche volta dal passato già riformato.
Colgo l'occasione anche per ricordare alla Giunta che le leggi di bilancio dovranno possedere pienamente i requisiti fissati dalla riforma del 1999, quindi le unità previsionali di base, le note di programma, il bilancio di cassa e quant'altro, altrimenti il bilancio rischierebbe non solo di costituire un ritorno indietro, ma anche di non avere i caratteri della ricevibilità. Lo diciamo perché "uomo avvisato…" con quel che segue nel proverbio.
Questo è il terzo Documento di programmazione economico-finanziaria. Io non ricorderò ai colleghi, perché per tutti sarà chiarissimo, che l'articolo 1 bis della legge numero 11 del 1983 (introdotto con l'articolo 5 della legge numero 11 del 1998), stabilisce gli assi portanti del Documento di programmazione. Tra questi, al comma secondo, punto b) vi è "un esame dei risultati raggiunti, anche in termini economici, e del grado di realizzazione dei programmi e degli interventi finanziati con il bilancio pluriennale"; e al punto f) "l'indicazione dei programmi assessoriali e intraassessoriali comunque articolati per stati di previsione, da finanziarsi con il bilancio pluriennale, compresa l'attività degli enti e delle aziende regionali".
Quando il Consiglio introdusse il DPEF era chiaro a tutti che sarebbe stato necessario un arco di tempo di alcuni anni perché il Documento aderisse realmente al dettato della legge; né la politica nè tanto meno l'amministrazione regionale, erano attrezzati per elaborare un documento di quel tipo. Infatti il primo DPEF 1999-2001 ebbe un carattere dichiaratamente sperimentale.
Il secondo DPEF 2000-2002 proposto dalla Giunta di centro-sinistra ed opportunamente, io ho sempre pensato, fatto proprio dalla Giunta di centro-destra, rappresentava a mio giudizio un documento apprezzabile sia dal punto di vista metodologico, sia dal punto di vista dei contenuti.
Ricordo alcuni aspetti molto rapidamente. In quel documento veniva enunciato l'obiettivo del ciclo unico di programmazione, la questione della zona economica speciale e a lato, direi, la valenza attribuita alla legge numero 36 del 1998 che è un intervento, come sappiamo, incisivo per quanto riguarda la riduzione del costo del lavoro, inoltre il monitoraggio, il rientro dal debito in politica finanziaria e l'obiettivo, poi realizzato per l'anno in corso, dello stop all'indebitamento.
Questo Documento di programmazione economico-finanziaria rappresenta, a mio avviso lo dico senza caricare i toni ma con molta serenità di giudizio, nel processo di avvicinamento, dal punto di vista del metodo, al traguardo fissato dalla legge istitutiva non più un passo avanti, a differenza di quello dell'anno scorso, ma una battuta d'arresto ed anche un passo indietro.
Stiamo rischiando, per certi versi, indico un pericolo, di riprendere il tono e il carattere del programma pluriennale; caro La Spisa, non è come dici tu. Dimostro questa mia affermazione con alcuni esempi. La parte analitica e descrittiva è ridondante, al termine della lettura sappiamo tutto sul Giappone, un po' meno sulla Sardegna. Alcuni capitoli, penso a quello sull'andamento della produttività del lavoro e a quello sull'evoluzione del sistema economico sardo nel lungo periodo, sono accademici, accademici nel senso che sembrano non una lezione del professore, ma una di tesi di laurea. Secondo me il "quinto moro" deve lavorare un po' di più; mi si consenta la battuta che ho rubato, è meglio dire l'origine della citazione, dalla relazione di minoranza di Giacomo Sanna. Le politiche di settore sono zeppe di "vorremmo, bisognerebbe, bisognerà fare, occorrerà fare, occorre", sono, mi perdoni la Giunta, di una genericità disarmante. Emerge chiaramente, perché c'è un aspetto che emerge chiaramente, che si tratta non di un Documento di programmazione, ma di un documento di propaganda.
Vorrei dire che quello che emerge sul serio è il fatto che mezza Giunta si vuole candidare alle politiche. Assessore Pittalis, lo dico con una battuta benevola, non se ne abbia a male, lei non è un assessore, lei è uno spot.
E i suoi spot sono del tipo "abbassiamo le tasse, la benzina viene distribuita al popolo gratuitamente", e così via.
Io questa convinzione, che si tratti cioè di un documento di propaganda, la traggo da alcune caratteristiche del documento. E' presente una valutazione catastrofica e indifferenziata del passato. Del passato non si salva nulla, eccetto il periodo dal '60 al '75. Questa è una tesi non solo sbagliata, a mio giudizio, ma pericolosa ed anche in contraddizione con la restante parte del documento per altro. Nel periodo '60-'75, non c'è dubbio, ci fu una forte crescita, e i diversi indicatori economici segnalano per quel periodo anche una riduzione del divario rispetto al centro-nord. Ma c'è un piccolo particolare da tenere in considerazione; in primo luogo erano gli anni del boom economico, in secondo luogo in Sardegna ci furono forti investimenti, sia in opere pubbliche (Cassa del Mezzogiorno), sia nella struttura economica, (poli e industria di base) che sicuramente consentirono di consegnare alle statistiche dati positivi. Ma quegli investimenti rappresentarono la vera ragione delle crisi successive, delle stagnazioni economiche successive e del ritardo nello sviluppo di oggi. Quindi quella è una tesi sbagliata, il professore va bocciato.
Badate, e noi stiamo dicendo che occorre un tipo di sviluppo che è diametralmente opposto a quello. Io ho una opinione appena appena temperata, e dico che bisogna unire la scelta dell'industria, compatibile naturalmente con la scelta ambientale di fondo, con la priorità data all'ambiente, quindi anche alle politiche ambientali, anche al turismo, all'agroalimentare, alla ricerca, scelte che ormai stanno diventando patrimonio comune. Allora, però, bisogna stare attenti nel dire che il periodo dal '60 al '75 rappresenta il paradiso terrestre, perché così non è.
E' presente nel Documento anche quella che chiamerei una retorica della "svolta epocale" che, francamente, è un po' eccessiva, un po' fastidiosa. Dov'è la svolta epocale? In che cosa consiste? La stessa teoria dei quattro elementi fondamentali, che ho ricordato prima, e cioè liberalizzazione, delegiferazione, defiscalizzazione, flessibilizzazione, che pure presenta degli elementi utili di riflessione io ne ho aggiunto un quinto, che è il rispetto delle leggi, viene prospettata, consentitemi, con l'enfasi propria dello spot.
In riferimento alla defiscalizzazione va detto che la Regione ha limitatissimi poteri. Alcuni dei provvedimenti possibili sono stati già adottati; cioè la legge numero 36 del 1998, che incide sul costo del lavoro, che va però rifinanziata altrimenti diventa uno strumento inoperante; lo stesso discorso lo farei per la zona economica speciale, tant'è che io potrei adesso rintracciare nelle carte precedenti il concetto di zona economica speciale, che altro non è che l'evoluzione, aggiornata e moderna, del concetto di zona franca proposto da tantissimi anni, giustamente, dal Partito Sardo d'Azione. Il concetto di zona franca aprì una prospettiva di riflessione in questa direzione e, attraverso un lungo percorso, si è arrivati all'Intesa istituzionale di programma come obiettivo su cui discutere, perché il Governo più di ciò non ha accettato.
Esprimiamo un giudizio complessivamente negativo, dunque, su questo DPEF. Non di meno, ci sono diversi punti del Documento che, io credo, anche l'insieme del centro-sinistra può considerare positivi e condividere. Quali sono questi punti? Sicuramente l'assunzione del PSM (Piano di Sviluppo per il Mezzogiorno), cioè il QCS, Quadro comunitario di sostegno nazionale insomma, come base per l'analisi e la strategia, perché questo fa giustamente questo DPEF, solo che il PSM -non va ricordato nei documenti, ma nel dibattito politico sì - è quello di Ciampi, Amato, Visco, cioè dei Ministri del Tesoro del Governo nazionale di centro-sinistra.
Giustamente noi assumiamo la teoria "del balzo in avanti", del far perno sulle aree di eccellenza per avviare processi di trasformazione, su tutta la questione delle risorse mobili e della loro attrazione; così come la sostanza del DPEF è positiva ed è tratta, come prima ricordavo, dai DPEF precedenti e dall'elaborazione precedente della nostra Regione, che è un fatto positivo, e dal POR. Io allora, su questo punto, non dico che adesso mi levo la giacca, mi allento la cravatta e sostengo che l'avete rubato. No! Avete fatto bene a riprenderlo, solo che questo mal si concilia con la tesi della rottura rivoluzionaria, per cui abbiamo gettato nel cestino tutto il passato e adesso è arrivato il messia.
In merito al ciclo unico e al monitoraggio, anche qui occorre attenzione perché non sono più sufficienti entrambi. Bastava due anni fa, forse non bastavano neanche allora, si era in ritardo anche allora, ma allora costituiva comunque una novità enunciare il ciclo unico e il monitoraggio; adesso bisogna andare un po' oltre, proseguire sulla strada della realizzazione concreta.
Il DPEF dovrebbe dire, per esempio, a che punto è il progetto di monitoraggio, e attraverso quali tappe e con quali tempi saremo in grado di estendere il monitoraggio all'intera spesa regionale.
La politica finanziaria è un altro punto che io, come è noto, giudico positivamente; cioè il piano di rientro dal debito e lo stop all'indebitamento, è una politica che si può condividere o meno, ma è un punto sul quale può esserci una forte discussione perché si tratta di un elemento, comunque, di grande sostanza.
Per quanto riguarda gli aspetti negativi, mi fermo a quello che io giudico, che noi giudichiamo, più rilevante e preoccupante, cioè l'emergere, ancorché coperta dalla parola d'ordine della delegiferazione, di una volontà di smantellamento radicale della legislazione urbanistica ed ambientale di tutela. Migliorare, snellire, avere un sistema legislativo certo e più attento alle esigenze dell'impresa, ma non solo dell'impresa, dei cittadini tutti, io credo che sia positivo. Solo che migliorare e snellire è una cosa e smantellare è un'altra. Questa, se venisse portata avanti, sarebbe una scelta sciagurata. Se noi ci mangiamo il capitale -ambiente - che ci offre una possibilità di sviluppo seria, vera, durevole, altra possibilità non ne avremo più.
Consentitemi ancora alcune osservazioni di dettaglio; sul metano, badate, un povero lettore di questo Documento si trova davvero a mal partito, perché nel testo da un lato si ricorda l'Intesa istituzionale di programma che prevede un progetto che dovrebbe essere in fase di attuazione; a pagina 67 si prospetta l'ipotesi di un gasdotto; a pagina 71 si parla di possibile metanizzazione. Questa materia è un po' un guazzabuglio! Decidiamo se e quale progetto mandare avanti, , se la metanizzazione è solo una possibilità. Su questo io chiedo alla Giunta un chiarimento serio, al di là delle battute, perché davvero ci sono posizioni contraddittorie nel DPEF.
Sui PIA si dicono delle cose che io condivido, però richiamo l'attenzione sul fatto che la prassi reale va invece in un'altra direzione, cioè nella direzione della riduzione di progettualità e di risorse.
Dei parchi, a pagina 82, ma anche in qualche altra parte, se ne parla in termini positivi, in particolare di quelli regionali; però poi, collega Onnis, io leggo in una mozione, di cui lei è primo firmatario, che occorreconsiderare l'opportunità di un'iniziativa tendente ad ottenere dal Consiglio l'abrogazione della legge regionale numero 31 del 1989, cioè si sta chiedendo la cancellazione dei parchi. Sono due posizioni diverse, in contraddizione tra loro. Qual è la linea della Giunta, questa o quella? Della Giunta e della maggioranza, perché la mozione non è firmata solo da Onnis: è firmata da Usai, da Cossa, da Emilio Floris, da Contu, cioè dai Capigruppo, è firmata anche da Marco Fabrizio Tunis, quindi credo che abbia tutti i crismi della ufficialità.
In tema di risorse idriche non è previsto lo schema del Flumineddu di Allai, un progetto di piccole dimensioni ma importante per quei territori. Io non vedo in Aula l'assessore Masala che, per tutti gli anni della scorsa legislatura, insieme all'assessore Pittalis, Capogruppo di Forza Italia, presentò ripetutamente l'emendamento con il quale si chiedeva alla Giunta di allora di stanziare 50 miliardi per attuare lo schema del Flumineddu di Allai, cioè per irrigare la Marmilla, la Trexenta, più Samugheo. E tutti dicevano, con toni sinceramente accorati, che senza la realizzazione di quel progetto la Marmilla e la Trexenta non avevano alcuna possibilità di sviluppo. Benissimo, siccome non hanno alcuna possibilità di sviluppo qui bisogna aggiungere lo schema del Flumineddu.
Adesso non parlo, per brevità, di quelle pagine di autentico lirismo dedicate al software, anche perché le condivido, solo che forse non sarei capace di trovare toni così elevati, così nobili (passatemi lo scherzo); però in merito chiedo che cosa dire della fuga dalla Sardegna, perché non è scappato solo l'Aga Khan, di uno dei massimi operatori sul mercato internazionale del software di consumo. Anche in questo caso bisogna coniugare il lirismo con il governare , altrimenti si scrivono delle cose e se ne fanno delle altre.
Tralascio il capitolo dedicato alle riforme che mi ha provocato, leggendolo, un forte trauma per il carattere innovativo. Si comincia con l'ipotesi di riforma della legge numero 1. Presidente Floris, io non ricordo -e la sua memoria storica è sicuramente superiore alla mia su questo - dichiarazioni programmatiche che non abbiano avuto al primo punto la riforma della legge numero 1. Si continua poi con la riforma degli enti, anche questo tema non è del tutto inedito, salvo poi, ed è questo che mi interessa, a pagina 82, quando si parla del turismo e dell'esigenza di riorganizzare il settore, naturalmente rompendo radicalmente col passato, eccetera, proporre che cosa? Un ente! Si propone la costituzione di un ente! E' scritto lì, io ho pensato che fosse sfuggito dalla penna, invece è proprio scritto lì.
Non affronto la questione delle Comunità montane, spero che qualcuno affronti l'argomento nel corso del dibattito; però questa ipotesi dell'elezione diretta degli organi e del Presidente delle Comunità montane dà vita ad una questione molto delicata, ed anche molto ridicola. Non si può dire, badate, come stiamo dicendo, che la Comunità montana è come il Comune, è come la Provincia. Non è detto che più enti ci sono, di carattere generale, megliosia. Al contrario, più enti significa più confusione e minore funzionalità di quelli deputati nell'architettura istituzionale ad assolvere certe funzioni.
Ci sono alcuni problemi, molto seri, che mi limito ad elencare. Sulla presentazione del bilancio ho detto già che si profila un ritardo, e speriamo che sia il più breve possibile; l'assestamento ex articolo 2 della legge finanziaria non è stato fatto, come per altro avevamo puntualmente previsto; il Quadro comunitario di sostegno, complemento di programmazione, dovrebbe essere inviato a Bruxelles l'8 novembre. Io vi ricordo che prima devono passare in Consiglio il POR e il complemento di programmazione, non perché lo dico io, ma perché lo dice la legge. La Giunta si era impegnata, presidente Floris, a presentare un rapporto sullo stato di attuazione dell'Intesa istituzionale di programma, è un documento importante, che stiamo aspettando; sui regimi di aiuto alle imprese l'operazione di revisione e di notificazione è ancora, per molti versi, in alto mare.
Insomma, per concludere, la propaganda è una gran bella cosa, ma la realtà è un altro affare.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il consigliere Giacomo Sanna, relatore di minoranza.
SANNA GIACOMO (Gruppo Misto), relatore di minoranza. Il documento di programmazione economico- finanziaria preparato dall'Assessore alla Programmazione rassomiglia a un ristorante basato sulle cucine etniche. Bisogna avere un palato esperto e un portafoglio altrettanto gonfio per essere ammessi alla tavola imbandita, sulla carta, dall'onorevole Pittalis. Ma il sospetto di trovarci di fronte a una rassegna di cibi precotti ci assale quando constatiamo che questo documento è già divenuto archeologico (di fronte agli ultimi accadimenti), oltreché indigesto per la farcitura ottenuta con i fondi delle varie cucine internazionali consorziate.
Stando così le cose, viene voglia di chiedere all'Assessore della programmazione se, nel redigere il suo menù, il ristorante "Ludovico il Moro" ha considerato il fatto che la debolezza della moneta europea - quella di cui dovremo tener conto nel processo di delegificazione regionale per la compatibilità europea - è un calcolo della politica, soprattutto tedesca, nell'agevolare le imprese esportatrici che hanno quote di mercato importanti nell'area del dollaro. Così ci troviamo con le aziende italiane costrette a pagare le materie prime in dollari più cari e a vendere in euro meno remunerativi e che hanno un'erosione di concorrenzialità spaventosa.
Ora, si provi a rapportare la situazione economica regionale a questo quadretto di alta e bassa cucina mondiale per avere un'idea dell'attendibilità, della plausibilità congiunturale del documento oggi in discussione.
Noi ignoriamo a quale scuderia dell'intellighenzia economica del centro-destra appartenga il cuoco che ha preparato il menù dell'onorevole Pittalis. Sicuramente egli non segue le intenzioni del leader del suo partito che promette di concentrare in otto tasse soltanto oltre duecento balzelli. Sicuramente è molto lontano dalla sobrietà con cui il Partito Sardo d'Azione intende affrontare i nodi storici del sottosviluppo in Sardegna, con un programma fatto di interventi essenziali e concreti, lontano dalle pietanze mondiali acquistate al mercato dai massimi sistemi.
Così come siamo lontani dal continuare a proporre libri delle buone intenzioni, ricchi di contraddizioni che evidenziano la grande rincorsa al potere da parte dell'attuale Giunta.
Accade così che, dopo aver enunciato i principi ispiratori della nuova politica dello sviluppo, dopo aver richiamato i concetti legati alla liberalizzazione da applicare in tutti i campi dell'economia regionale, ci si imbatte in una serie di ricette per la politica del credito, che arrivano ad affermare che un'azionista di maggioranza deve concordare con la Regione le modalità più opportune per soddisfarne gli interessi. Siamo tutti sufficientemente maturi per comprendere che cosa si intenda per "azioni che la Giunta intende intraprendere per far prevalere gli interessi generali sulle oligarchie di controllo che non sono espressione democratica del potere regionale legittimamente costituito". E` la vecchia legge del" dai, spostati tu che mi ci siedo io". E' la legge riveduta e corretta che ha portato a quel clientelismo politico nel mondo del credito, che si afferma di combattere solo a parole. E' l'ennesimo tentativo di proporre improbabili gestioni regionali, o peggio improbabili imposizioni gestionali in controtendenza con quanto si va affermando nel resto d'Europa.
Il problema non è quello di disegnare una politica del credito in Sardegna che sia riconducibile ai canoni del mercato, il problema è quello di nominare rappresentanti nei consigli di amministrazione, che siano riconducibili ad un preciso casato politico; con buona pace dei processi di liberalizzazione, della corretta valutazione economico-finanziaria dei progetti imprenditoriali, della bontà dei progetti di investimento, delle professionalità e delle capacità.
In caso contrario, piuttosto che discutere sulla natura della legittimazione a governare in seno ai consigli di amministrazione del Banco di Sardegna o della Banca CIS, si affermerebbe nel DPEF un principio molto semplice e chiaro: il credito deve essere al servizio delle imprese. Imponendo così un adeguamento e un ammodernamento dell'intero settore dell'impresa privata e dell'imprenditorialità sarda in linea con le nuove concezioni del mercato.
Le disfunzioni del credito in Sardegna non sono da imputarsi esclusivamente alle banche, ma sono riconducibili a comportamenti anche delle famiglie e della pubblica amministrazione e soprattutto delle imprese.
Il credito in Sardegna se è visto come strumento per favorire lo sviluppo, piuttosto che la carriera politica dell'inquilino di turno a Villa Devoto, non potrà che essere al servizio di quelle imprese che sappiano stare sul mercato, al passo con i tempi, e che non rientrano in quella forma di imprenditoria assistita che, condizionando il potere politico, finisce col condizionare la politica del credito in Sardegna.
Interrompere questa spirale avrebbe significato, per questa Giunta,, intraprendere davvero quel cammino di discontinuità che ormai da quasi un anno si va soltanto annunciando, senza per altro spiegare da quali azioni concrete si ricavi una qualche differenza fra la Giunta dell'onorevole Mario Floris "edizione nuovo millennio", e quella dell'onorevole Floris Mario "edizione anni '90".
Il Documento oggi in discussione è l'appuntamento che la Giunta aveva fissato per far conoscere con quali strumenti e in quali modi intendeva ridisegnare un percorso di crescita e sviluppo per la nostra isola. Ci si è limitati all'enunciazione di una serie di principi oggettivi, senza per altro accompagnarli con contenuti credibili e politicamente realizzabili.
Così, sulle politiche di incentivazione, ci si limita a sostenere che è necessaria un'azione di monitoraggio dei relativi provvedimenti legislativi, degli interventi e dei risultati conseguiti, evitando di proporre più valide e calzanti soluzioni di quelle attuali di cui da tempo se ne va denunciando l'inefficacia. In particolare, non viene affrontato un aspetto che è all'attenzione del mondo imprenditoriale e che, in qualche misura, deriva dal rispetto degli indirizzi comunitari; e cioè se non sia opportuno limitare le quote dei contributi regionali a fondo perduto assicurando, in cambio, tempi di istruttoria e di erogazione più rapidi e certi. Ed anche questo è uno degli aspetti legati all'evolversi del mercato e dell'intrapresa economica.
Si registrerebbe, con favore, un ridimensionamento di tali quote di finanziamento regionale ottenendo, in cambio, tempi più stretti che permettano all'idea imprenditoriale di affermarsi sul mercato concorrenziale e di realizzarsi prima di divenire obsoleta a causa dei ritardi con cui le somme vengono erogate dall'amministrazione regionale.
Il problema non risiede soltanto nella disponibilità delle risorse finanziarie pubbliche, quanto nel favorire i risultati positivi del sistema economico regionale, eliminando le inefficienze della pubblica amministrazione. Ci si limita ad elencare una serie di situazioni penalizzanti, quali abusi, favoritismi o gratuite benevolenze ma non vi è traccia di quello shock burocratico che è stato più volte trionfalisticamente preannunciato. Così, qualche dubbio è lecito nutrire in merito all'attendibilità, piuttosto che alla bontà della proposta, di fare uscire il tema dell'acqua dal novero dei problemi costantemente emergenti e privi di soluzione. Il Consiglio, infatti, non ha neppure una vaga idea di quali azioni abbia intrapreso, nell'arco di un anno, il Commissario governativo per l'emergenza idrica che, come nella passata legislatura, è il Presidente della Giunta.
La Sardegna vive condizioni di pre-desertificazione e la Giunta, presieduta dal Presidente, nonché Commissario preposto, non ha prodotto una sola iniziativa o, se l'ha fatto, nessuno ne ha notizia e nessuno ne ha registrato beneficio.
Probabilmente si sta adottando la politica del "chiodo scaccia chiodo", un'emergenza serve ad attenuarne un'altra, la siccità fa dimenticare l'alluvione e la lingua blu fa dimenticare entrambe. Il problema è che questa Giunta opera poco e male, e soltanto in situazioni di emergenza, tanto che qualcuno attendeva di trovare allegato al DPEF il manuale degli scongiuri da mettere in atto per evitare più tragiche catastrofi o epidemie bibliche. Ci sarebbe di che sorridere se il tema non fosse tremendamente serio e riguardasse le intere politiche di settore. Si può allungare il vino con l'acqua ma non l'acqua senza acqua.
Con riguardo al settore energetico appare riduttiva la proposta di aggiornamento del piano regionale, che quest'Aula non ha mai conosciuta, quando è viva l'esigenza di ridare fiato ad un ampio dibattito sul settore; in considerazione del perdurare delle politiche di investimento slegate dalle esigenze della Sardegna e alla luce della liberalizzazione del mercato dell'energia per effetto del decreto Bersani. Così come continuano a restare privi di soluzione i numerosi problemi derivanti dall'utilizzo dei vari combustibili a iniziare dall'orimulsion per finire al carbone.
Ma, più in generale, non si comprende con quali strumenti la Regione intende affrontare le conseguenze derivanti dalla privatizzazione dell'Enel, smembrata in tre società, una delle quali, l'Elettrogen, in quanto soggetto privato, potrà produrre nella centrale di Fiumesanto energia in quantità libere, con i combustibili che riterrà più convenienti.
Sul piano prettamente politico non si conosce quale sia l'atteggiamento della Giunta in merito all'ennesima stagione contraddittoria che vedrà contrapposte le società private sorte dall'Enel, i sindacati e il Governo italiano. Le prime puntano ad ottenere il massimo della produzione energetica in Sardegna senza preoccuparsi dei sistemi di distribuzione; sistemi che sono in capo ad una altra società che potrà affittare gli impianti a chiunque vorrà vendere energia elettrica; i sindacati, dall'altra, tendono alla costruzione delle due centrali di Portovesme, per salvaguardare i posti di lavoro, senza preoccuparsi degli aspetti ambientali e di quelli legati alla sovrapproduzione; il Governo, tramite l'Authority, riconosce la necessità di garantire una quota di riserva di potenza energetica dell'80 per cento.
In Sardegna, infatti, poiché la Regione non è collegata con la rete energetica europea, la quota di riserva rispetto alla produzione aumenta dal 20 all'80 per cento; nel frattempo l'utenza sarda può contare sulla rete elettrica con il più alto tasso di guasti (8,5 per utente), tempi di interruzione del servizio più alti in assoluto (460 minuti per utente), linee di distribuzione a 15.000 volt ben al di sotto della media nazionale, una rete elettrica che necessita di interventi migliorativi stimati intorno ai 1000 miliardi.
Non vi è traccia nel DPEF di iniziative nel settore delle fonti energetiche alternative, così come appare lacunoso sulle iniziative da intraprendere in merito alla defiscalizzazione degli oneri energetici. La Regione Sicilia, attraverso una recente proposta di legge in Parlamento, richiede l'inserimento nella finanziaria 2001 di alcuni interventi. Uno "sconto" del 30 per cento sulle accise dei prodotti petroliferi; un credito di imposta per le imprese ubicate in Sicilia che sia compensativo degli oneri sostenuti per il versamento delle accise e dell'IVA sull'energia elettrica e sui prodotti petroliferi acquistati. Tutto ciò a titolo riparatore per il torto storico derivante dall'utilizzo dei pozzi per l'estrazione del greggio e per la presenza di raffinerie inquinanti.
Nella Finanziaria 2000, diecimila famiglie dell'alessandrino, residenti in comuni non approvvigionati dal metano, hanno ottenuto duecento lire di sconto per ogni litro di gasolio e Gpl. La Sardegna è considerata dallo Stato italiano alla stregua di una stazione energetica galleggiante, una piattaforma che subisce danni ambientali incalcolabili per l'utilizzo di combustili quanto meno discutibili; che paga un prezzo di concorrenzialità elevatissimo a causa della mancata metanizzazione.
Ebbene, ritengo debba meritare qualcosa in più di un DPEF che si limita a proporre un generico aggiornamento delle conclusioni del piano energetico regionale, o che indichi solamente come possibile la metanizzazione della Sardegna.
Anche alla politica dei trasporti che, a ragione vanta un particolare rilievo nel contesto della politica infrastrutturale, viene riservata una trattazione per lo meno ambigua. Non si comprende quali debbano essere, ad esempio, le azioni volte ad adeguare le strutture aeroportuali della Sardegna ai più elevati standard qualitativi. Nella passata legislatura sono state stanziate le risorse necessarie per l'ampliamento e l'ammodernamento degli scali sardi. I lavori non solo sono stati appaltati, ma si è proceduto all'apertura dei cantieri; è sufficiente recarsi nei nostri aeroporti, per constatare che il programma di ammodernamento e miglioramento delle strutture è in fase realizzativa e ha abbondantemente superato quella "delle opportune iniziative da intraprendere". Queste iniziative sono state già da tempo intraprese, le risorse sono state reperite e le procedure amministrative espletate.
Ci si attendeva una maggiore attenzione sulla gestione degli scali aeroportuali isolani e sul ruolo della Regione sarda. Era necessario esplicitare scelte strategiche attraverso un serio ed articolato programma che tenesse nella dovuta considerazione l'esigenza di nuove politiche gestionali ed affrontasse in maniera risolutiva i temi legati alla promozione. Sono ormai superate le campanilistiche gestioni dei nostri aeroporti. E` vecchia la concezione di partecipazione in quote azionarie del capitale pubblico nelle compagnie azionarie. Va ridiscusso il ruolo degli enti locali al loro interno; vanno individuati univoci criteri di partecipazione non solo della Regione ma anche dei suoi enti strumentali. E' improponibile continuare ad assistere ad una partecipazione regionale cospicua nello scalo di Alghero, minima in quello di Olbia, praticamente nulla in quello di Cagliari.
E' tempo di individuare il percorso che l'Amministrazione regionale dovrà compiere per giungere alla creazione di un vero e proprio sistema aeroportuale sardo, e ciò avverrà ponendo la realtà sarda al passo con quanto già da tempo è stato realizzato in altri contesti, con gestioni efficaci in grado di competere nel mercato, ormai fortemente concorrenziale, del trasporto aereo.
In merito alle tariffe, mi chiedo quale politica di abbattimento dei costi questa Giunta abbia mai inaugurato. E` invece palese il tentativo da parte di questa Giunta di strumentalizzare, a suo beneficio, i risultati conseguiti in tutti questi anni da precise, preziose iniziative tendenti ad assicurare la continuità territoriale fra la Sardegna e il Continente, soprattutto con il ricorso alle norme comunitarie in materia di liberalizzazione del cabotaggio marittimo ed aereo.
Su questo versante molto è stato fatto nella passata legislatura da parte del Consiglio regionale, dai parlamentari sardi sia di maggioranza che di opposizione, dalle organizzazioni di categoria che hanno proposto soluzioni concrete, abbandonando la politica della sterile rivendicazione, costringendo così il Governo nazionale a procedere con atti conseguenti fino all'emanazione del decreto ministeriale inerente "gli oneri di servizio pubblico".
Se per la Giunta partecipare a una Conferenza dei servizi significa inaugurare la stagione delle politiche per l'abbattimento dei costi tariffari c'è davvero di che preoccuparsi. Non riesco a immaginare come potrebbero definirsi quelle iniziative che vedranno l'attuale Giunta proporre soluzioni innovative ed efficaci per risolvere i problemi della Sardegna. Probabilmente, verranno coniati termini appositi, considerata la straordinarietà dell'improbabile accadimento.
Altri passaggi importanti e delicati del Documento riguardano la riforma degli enti strumentali, la legge elettorale e l'organizzazione della Regione. Per quanto attiene al primo aspetto, in attesa di conoscere lo spirito riformatore e innovatore della Giunta, abbiamo avuto modo di conoscere solo quello "lottizzatore", in linea con la formidabile stagione di discontinuità con il recente passato inaugurata dalla Giunta Floris. Sul versante di quella che viene definita un'esigenza e che riguarda la modifica della legge elettorale, sottoscrivo ed approvo quanto riportato in tale documento. Non soltanto è possibile ma è auspicabile garantire il contemperamento fra i principi di governabilità e rappresentatività.
Il Gruppo consiliare del Partito Sardo d'Azione nella scorsa legislatura ha presentato una proposta di legge che, prevedendo l'elezione diretta del Presidente della Giunta, facesse salvo il diritto alla rappresentatività e alla partecipazione democratica con l'elezione del Consiglio regionale su base proporzionale.
Oggi, come allora, i consiglieri del Partito Sardo non faranno mancare la loro proposta e il loro fattivo contributo per riscrivere la legge elettorale per l'elezione dell'Assemblea regionale sarda.
Crediamo da tempo che la strumentale demonizzazione del sistema elettorale proporzionale abbia ormai mostrato tutta la sua intrinseca inadeguatezza, soprattutto se riferita alla realtà sarda. Il maggioritario, come panacea di tutti i mali della politica, e il proporzionale, come bestemmia utile a nascondere le manchevolezze del sistema politico regionale e nazionale, sono concetti che in questi ultimi tempi hanno mostrato tutti i loro limiti. Il fallimento dei referendum nazionali è il dato politico da cui partire per definire una legge elettorale che cancelli le ambiguità del passato e soprattutto il patto fra D.S. e Forza Italia. Entrambi, nella passata legislatura, hanno preferito ad una buona legge elettorale che garantisse governabilità e rappresentatività, una legge che garantisse i loro particolari interessi e il loro ruolo egemone all'interno delle rispettive coalizioni.
La politica sarda ha bisogno di riconquistare credibilità ed una legge elettorale che sappia coniugare queste esigenze, così da rappresentare un utile strumento per restituire alla Sardegna una politica credibile.
Nel contingente, per poter contare su un governo credibile e autorevole dovremo attendere una Giunta regionale che sappia produrre un documento di programmazione economico-finanziaria meno lacunoso, più concreto e maggiormente innovativo di quello oggi in discussione.
La Sardegna ha bisogno di fatti, di azione, di sostanza e concretezza per non perdere l'ultimo treno dello sviluppo. Questa Giunta, il suo Presidente, sono già fuori tempo massimo.
PRESIDENTE. Il primo oratore iscritto a parlare è il consigliere Cogodi. Ne ha facoltà.
Ricordo che tutte le iscrizioni a parlare devono avvenire entro i venti minuti di tempo, sottolineo venti minuti, a disposizione dell'onorevole Cogodi.
COGODI (R.C.). Se un qualsiasi cittadino sardo, chiedesse a lei signor Presidente del Consiglio o a lei signor Presidente della Giunta, o all'assessore Pittalis o a La Spisa, relatore di maggioranza, di spiegare con precisione che cosa è il DPEF regionale, io credo che voi, autorevoli interlocutori di quel cittadino sardo, trovereste molta difficoltà se doveste rispondere presentando il il librone di novantasette pagine che abbiamo di fronte, e da lì tentare di desumere un concetto, un'idea comprensibile esplicativa di Documento di programmazione economico-finanziaria.
Io credo invece che, più semplicemente, potreste ricorrere al testo semplice e chiaro della legge regionale di contabilità, e lì trovare una risposta esauriente, precisa, comprensibile, su che cosa è o meglio su che cosa dovrebbe essere il DPEF regionale. Questo per dire, subito, che fra il dettato legislativo, cioè la norma per la quale noi siamo qui a discutere un documento, e il documento stesso non vi è quasi nessuna attinenza; sono due cose completamente diverse. Peraltro, se così non fosse, qualcuno dovrebbe spiegare come si può conciliare l'inconciliabile, cioè il fatto che nel corso dello stesso anno, la stessa Giunta regionale, lo stesso Assessore della programmazione, abbiano presentato in quest'Aula non uno ma due DPEF; uno che fa a pugni con l'altro, uno di diverso segno rispetto all'altro. E se per legge il DPEF deve contenere le linea guida (linee che quindi devono guidare, e chi guida deve sapere dove andare ) dello sviluppo economico della Sardegna, col corredo puntuale e preciso di quanto previsto dall'articolo 1 bis della legge di contabilità, non si capisce perché lo stesso autista questa macchina la guidi una volta verso una direzione una volta verso un'altra, tutte e due le volte dicendo che la stessa persona ha quella idea dello sviluppo, se le idee sono due e sono totalmente contrastanti. Conclusione di questa prima considerazione è che voi non attribuite nessun valore al DPEF che presentate, tanto non attribuite ad esso nessun valore che si può dire tutto e il contrario di tutto; si può dire in primavera quello che si è detto quando avete presentato il DPEF che avete adottato prendendolo dall'elaborazione della precedente Giunta, di una precedente maggioranza, e poi passa l'estate ed in prossimità dell'autunno presentate un DPEF di segno contrario.
Io personalmente non concordo, noi del Gruppo della Rifondazione Comunista non concordiamo neppure sul giudizio, che a noi pare superficiale e un po' sbrigativo, che è stato dato non solo dalla maggioranza, su cui poi diremo perché la nostra critica ovviamente è essenzialmente all'impostazione del documento che presenta la maggioranza, ma anche rispetto ad alcune riduzioni nel giudizio negativo che ci pare di avvertire in alcune espressioni della minoranza.
A noi non pare che questo documento sia solo un documento di propaganda, è un documento che ha una sua logica; non ci pare che sia un documento senz'anima, a noi pare che abbia un'anima, è un'anima nera ma è un'anima. E comprendiamo anche l'impostazione, come dire, dialettica, peraltro simpatica, che ha dato, il collega Giacomo Sanna a tutta questa vicenda, definendo il Documento una cucina multietnica nella quale si cucina un po' di tutto, però non vi è un costrutto, non vi è una coerenza, una consequenzialità neppure nei gusti. E' presente anche tutto questo, perché non può non esserci il desiderio sfrenato di propaganda fine a sé stessa, non possono che esserci, in una Giunta affastellata e in una maggioranza confusionaria, che prodotti di questa natura, cioè minestroni nei quali è difficile anche distinguere i componenti. Tuttavia nella sostanza a noi pare che prese le novantasette pagine, buttate via quasi tutte, rimangano alcune righe nelle quali quell'anima nera emerge in tutta la sua nitidezza e anche nella sua carica nefasta.
Io trovo questo nucleo, questo nocciolo duro, esattamente a pagina cinquantacinque del vostro documento, in quelle poche righe in cui è compendiata la vostra - se è vostra o altrimenti di chi ve l'ha passata - filosofia politica. In poche righe voi dite un sacco di cose, una peggiore dell'altra; perché dite quali sono i principi ispiratori della nuova politica di sviluppo regionale; la nuova politica, ben si intende la vostra politica, che sareste nuovi alla politica, in realtà è la vostra invenzione di sempre, di nuovo non c'è nulla, è quello a cui sempre avete ambito e che oggi vorreste tradurre in un documento ufficiale che sancisce le linee dello sviluppo regionale.
Voi dite che la nuova politica di sviluppo economico regionale che il DPEF 2001-2003 intende inaugurare si fonda sui seguenti quattro principi: liberalizzazione, delegificazione, defiscalizzazione, flessibilizzazione. E per spiegarvi meglio, dite ancora: "la liberalizzazione, che deve essere attuata in tutti i campi dell'economica regionale, necessita di una distinzione di ruoli ben precisa tra la Regione ed il sistema delle imprese e delle famiglie. Ciò implica che solo a quest'ultimo sistema - cioè il sistema delle imprese e delle famiglie - deve essere assegnato il compito di produrre beni e servizi per il mercato e di risolvere il problema occupazionale".
Questo è il nocciolo duro, questa è l'anima nera, questo è il connotato di questo DPEF; lo avete sommerso di una montagna di parole, lo avete nascosto in qualche ansa o sottopassaggio del lungo tragitto che voi avete percorso, partendo da Aritzo, imperversando per la Catalogna, turisteggiando in Irlanda da più parti, in Scozia pure, girando il mondo però poi arrivate a questo, alla vostra idea della politica, alla vostra idea dello sviluppo, cioè al connotato di destra, antipopolare, della vostra impostazione della politica e dell'economia. Perché? Perché lo dite, perché lo scrivete, perché c'è. Cosa vuol dire che solo al sistema delle imprese e delle famiglie è affidato il compito di risolvere - non di concorrere a risolvere, di risolvere - il problema della produzione di beni e di servizi per il mercato e di risolvere il problema dell'occupazione?.
Vi rendete conto della follia? Non dico della superficialità; qui insomma è inutile andare a particolareggiare che questa maggioranza composita si compone di Alleanza Nazionale, che è un partito della destra storica però con particolari inflessioni sui temi della socialità, o di Forza Italia, che è il partito degli sbarazzini, dei nuovi arrivati, dei nuovi ricchi, dei bottegai di alto bordo e quant'altro, e insieme a questi tutti quelli che vengono dal centro cattolico, che sarebbe il partito della solidarietà, comunque variegato, che era quella cosa che si chiamava Democrazia cristiana, e poi si è colllocato un po' al centro verso sinistra, e poi invece al centro verso destra e poi più a destra della destra, e poi chi ha aderito a sinistra o al centro sinistra se ne va al centro destra.
In tutta questa confusione di linguaggi e di modi e di tragitti e di itinerari e di percorsi anche mentali, poi c'è qualcosa che precipita, che si coagula, e si coagula attorno ad una impostazione politica - ripeto - antipopolare e di destra.
Il problema dell'occupazione in questa nostra Regione, come fate a sostenere, ve lo chiedo nell'insieme, ve lo chiedo come parti politiche che componete una maggioranza che esprime un Governo, ve lo chiedo singolarmente, ma come fate a sostenere che il problema dell'occupazione deve essere risolto in questa nostra Regione attraverso la distinzione dell'azione politica pubblica della Regione, da una parte, e affidando questo problema, questo tema, questo obiettivo, questo dramma, unicamente e esclusivamente al sistema delle imprese e delle famiglie?
Ma il sistema delle imprese, quello che esiste, non è quello che ci regala questo squilibrio sociale, in un'Isola che pure progredisce, nella quale regione pure l'economia cresce ma cresce ugualmente anche la disoccupazione invece che l'occupazione? E non è questa una regione nella quale si produce sempre di più ricchezza , certo, in misura minore rispetto alle regioni più ricche perché il divario continua ad aumentare , ma ripeto che pure aumentando il divario cresce anche la ricchezza prodotta in questa nostra regione e però cresce nel contempo la disoccupazione di massa e l'esclusione sociale di ampie parti della società che non hanno avuto nulla e voi dite che non dovranno avere niente dalla Regione, dall'istituzione, dall'autonomia. Niente, zero, perché se vorranno avere qualcosa, voi dite, si debbono rivolgere al sistema delle imprese e delle famiglie.
Il sistema delle imprese,quindi, ma quali imprese? E' chiaro che se voi individuate un sistema delle imprese in modo così generico, le imprese grandi, medio-grandi, si mangeranno anche le imprese medio-piccole. Ma tutta l'elaborazione politica compiuta in questa Regione, non dico negli ultimi due anni e neppure negli ultimi venti, ma nella storia ultracinquantennale dell'autonomia, non va interpretata come uno sforzo teso in modo non sempre del tutto convinto, del tutto coerente, del tutto incisivo, a creare un tessuto di piccola e media impresa, di imprenditorialità diffusa in questa nostra regione? Ma la stessa correzione apportata dal secondo piano di rinascita, con la legge numero 268, rispetto al primo piano di rinascita che auspicava un'importazione dell'imprenditoria in Sardegna, non ha teso invece ad agevolare la costruzione di un tessuto connettivo e produttivo locale di piccola, media e nuova impresa?
Ma il piano straordinario per il lavoro, quello da cui voi oggi traete vantaggio, poi dirò ancora una parola su questo, perché vivete di rendita sulle leggi che avete ereditato, e che in questo Documento invece smantellate, distruggete, non vi riguarda più? Ma non è fondato quel piano straordinario per il lavoro, la legge numero 37 e la legge numero 36, entrambe del 1998, non sono fondate sul sostegno da dare all'impresa che c'è, ma anche all'impresa che ci deve essere e che ci può essere? Ma la legge numero 28 del 1984, sull'imprenditorialità giovanile, non venne pensata a suo tempo perché in questa Regione chi avesse una buona idea imprenditoriale e non i danari potesse ottenere questi ultimi per mettere a frutto l'idea, la buona idea imprenditoriale, così che un giovane con buone idee, di buonavolontà, di buona cultura, insieme ad altri giovani potesse diventare giovane imprenditore in questa nostra Regione, e creare nuova impresa?
Perché volete cancellare, buttare via tutto questo? E avete pure l'impudenza non solo di pensarlo, ma anche di scriverlo e di pretendere che diventi questa la nuova linea guida dello sviluppo della Regione. Non è possibile! Eppure voi dite con totale chiarezza e arroganza tutto questo.
Quindi, dicevamo, il sistema delle imprese e il sistema delle famiglie. Ma da quando in qua, in materia di politica economica, o di economia politica se volete, il sistema delle famiglie è in grado di risolvere il problema dell'occupazione? A meno che non vi rivolgiate ad alcune famiglie, ma quelle famiglie occupazione, se ne hanno data, l'hanno data ai loro figli, ai loro nipoti e ai loro compari. Io non voglio essere polemico più di tanto, ma se vogliamo guardare anche ad alcune famiglie che hanno rappresentanza diretta in questo nostro Consiglio regionale, certo, quello è un sistema di famiglie che fa politica, fa rappresentanza politica, fanno sistema forte sul piano economico e anche sul piano del potere pubblico, e attraverso il potere pubblico finanziano le imprese e anche le imprese delle loro famiglie. Ma quali altre famiglie possono risolvere, al di là di queste grandi famiglie, il problema dell'occupazione? Le decine di migliaia di famiglie che in Sardegna invece, drammaticamente, vivono la disoccupazione dei loro figli? Ma dov'è questo sistema delle famiglie a cui voi affidate la soluzione del problema dell'occupazione, per cui la Regione si limiterebbe a prevedere le leggi di spesa, a dare i danari alle imprese, ma non si capisce come dovrebbe darli alle famiglie per creare occupazione.
A tutti questi interrogativi certo risponderà la Giunta, risponderà l'Assessore della programmazione, risponderà più puntualmente (vedo che è molto attento, è arrivato adesso), anche l'Assessore del lavoro. Infatti parliamo di lavoro e di politiche attive del lavoro e non si comprende come da un DPEF, che dovrebbe costituire la linea portante dello sviluppo e dell'economica sarda, siano cancellate le politiche del lavoro; e non si levi una voce in quest'aula, non ci sia una componente in quella maggioranza, non si levi , almeno per rilevanza e per dignità istituzionale, la voce dello stesso Assessore del lavoro per dire: "Ma che Assessore del lavoro io sarei in una Regione nella quale vengono cancellate le politiche per il lavoro?"
O si pensa che le politiche per il lavoro questa Regione le debba fare menando vanto dei risultati della legge numero 36, che abbiamo pensato, proposto e approvato noi in questo Consiglio regionale, e rispetto alla quale voi avete votato contro? Da che cosa pensate che derivi questa vivacità della piccola e media impresa in Sardegna se non da una normativa di incentivazione e di sostegno, da politiche attive del lavoro e dell'impresa, da un modello di sviluppo fondato sulle produzioni di qualità, sui processi innovativi che in questi anni tutto un insieme di leggi, ma anche di attenzioni politiche e culturali che hanno accompagnato le leggi, ha consentito in questa nostra Regione? Da dove credete che derivino questi dati positivi che voi trascurate nell'analisi della brodaglia contenuta in questo libro di ricette multietniche, di cucina multietnica, come dice opportunamente il collega Giacomo Sanna? E voi con questa arroganza e con questa superficialità, con questa protervia dite che tutta questa legislazione non v'interessa più e tutto il tema dell'occupazione si riduce al sistema delle imprese e delle famiglie, e chi in questa Regione non avrà impresa o famiglia e sarà escluso, non riguarderà la Regione. Questa impostazione è' folle, è assurda, non può essere mantenuta; , è l'anima nera di cui vi dicevo prima, altro che documento senz'anima!
E scrivete queste cose con una chiarezza che è anche disarmante, oppure se non è disarmante, suscita reazioni che dovrebbero essere un pochino violente. Ma come si fa ad aver approvato in questo Consiglio regionale, mi pare circa due mesi fa, una partita di quasi 300 miliardi per ripescare progetti finanziabili con la legge numero 28, e ad avere anche enfatizzato questa decisione? Io vi avevo detto che la vostra proposta si poteva definire una scorpacciata di "28"; i 300 miliardi vengono dati senza una selezione, senza stabilire come scegliere i progetti, i migliori, i più innovativi, quelli con la maggiore ricaduta occupazionale, quelli che meglio si possono inserire nel circuito virtuoso dello sviluppo regionale. Si operi una selezione visto che siamo in tema, non dico di sanatoria, ma di transizione.
E voi avete optato per l'ordine di calendario; chi è arrivato prima ad avere il timbro della banca, quello verrà finanziato prima, anche se è un progetto peggiore rispetto all'altro, anche se il primo fosse del figlio di papà, e il secondo invece di una società di giovani con belle idee ma senza danari. No, chi è arrivato prima alla banca, avrà prima i danari della Regione.
Però voi scrivete oggi, qui in questo documento, ma non lo avete scritto oggi, lo avete scritto qualche mese fa nella variazione di bilancio,approvando quella norma finanziariache aveva quello scopo, ecco perché quei danari bisognerà ancora sapere a chi dovranno andare, perché non era infondato il sospetto che si volesse fare una qualche scorpacciata di miliardi veicolandola attraverso la legge numero 28, non sempre nella direzione più giusta. Nello stesso tempo scrivevate che gli interventi, come quelli previsti dalla normativa della legge numero 28, non dovevano più essere consentiti. Ma se non devono essere più consentiti, perché sono sbagliati, perché avete destinato a quegli interventi centinaia di miliardi? Perché voi, nello stesso tempo, fate e negate? Perché voi nello stesso tempo abolite le politiche attive del lavoro, le politiche attive per la piccola e media impresa e volete affidare al sistema delle famiglie la soluzione dei problemi sociali? E perché mai dite che solo il sistema delle famiglie e delle imprese dovrebbe essere incaricato dalla Regione di produrre i beni e i servizi? Lo dite perché sono i beni e i servizi per il mercato.
Ma i beni e i servizi per migliorare la qualità della vita, ma i beni e i servizi per favorire il benessere morale e sociale, chi li produrrà mai? Ma in una società complessa, ma in una economia che è ancora in arretrato nel suo sviluppo, ma non servirà ancora una buona combinazione di intervento pubblico e privato, di incontro positivo come è nella teoria, nella filosofia, nella politica della programmazione concertata? Nonsarebbe corretto, forse, che il pubblico, posto che i danari sono pubblici e sono di tutti, sappia perché vanno alle imprese, e conosca quali sono i vincoli e le garanzie perché la ricaduta sia quella di ordine sociale generale, e non invece quella che risponde solo alla logica mercantile di impresa, come dite voi, per il mercato?
Ma quanti beni e servizi si possono produrre che non siano per il mercato ma siano per le persone, per la comunità? Ma la cultura, ma la socialità, la qualità della vita non sono beni per il mercato, costituisono la base per il benessere della società e delle persone.
Tutto questo, non che vi sfugga, ma voi non lo volete, è diversa la impostazione che voi date a questo DPEF; un DPEF da buttare via, noi vi diciamo, prima che produca troppi danni. E dicendo che è da buttare via intendiamo dire che o si corregge profondamente in quest'Aula oppure deve essere accantonato. E se questo DPEF deve essere buttato via, prima che produca altri gravi danni, insieme al DPEF è ovvio che devono essere buttate via quella maggioranza e quella Giunta che l'hanno presentato. Io non dico che lo abbiano pensato, perché so che la gran parte di quelli che compongono questa maggioranza non lo hanno pensato nel senso che non ne sono responsabili e complici, o in parte anche perché non sono sempre in grado di pensare; però apparterrebbe comunque a una maggioranza questo DPEF nocivo per cui andrebbe immediatamente accantonato.
Questo è il giudizio che noi diamo sul Documento, e insieme al giudizio totalmente negativo rivolgiamo l'invito a volerlo, se non proprio accantonare, correggere profondamente per il danno che ne deriverebbe non a voi, a voi nessun danno perché tanto voi pensate a fare i bilanci e a distribuire i danari alle imprese e alle grandi famiglie e quindi tutto vi andrebbe bene, ma soprattutto alla comunità e alla società sarda.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Murgia. Ne ha facoltà.
MURGIA (A.N.). Signor Presidente, colleghi, il DPEF all'esame dell'Aula non può essere un libro dei sogni perché muove non da considerazioni campate in aria, ma da precisi dati di fatto. Questi dati di fatto sono inequivocabili perché la Sardegna, come molte altre Regioni del Meridione, non conosce una crescita soddisfacente, non vede migliorare la sua qualità della vita, non aumenta i suoi posti di lavoro. Ed allora, propaganda o meno, onorevoli colleghi della sinistra, questa è la realtà e noi su questa dobbiamo ragionare. E in questa consapevolezza vanno letti gli sforzi, le intuizioni, la volontà espresse in questo DPEF, poiché si punta al ruolo dell'impresa come cardine dello sviluppo, si cerca la strada di una crescita vera, solida, non drogata e non assistita.
Gli sconti fiscali, le agevolazioni, gli incentivi vanno guardati certamente in maniera positiva specie se genereranno, come devono, fiducia negli imprenditori.
I tagli alla spesa corrente vanno nella direzione del rigore e le altre scelte contenute nel Documento, come sono già state bene enunciate dal collega La Spisa, appaiono coerenti e in linea con i bisogni.
I dilemmi più grossi riguardano lo snellimento delle procedure, che dovrebbe avvenire attraverso quei quattro elementi fondamentali (ne ha già parlato l'onorevole Scano e sono richiamati con attenzione nel DPEF), che sono la liberalizzazione, la delegiferazione, la defiscalizzazione, la flessibilizzazione. Sono, questi, assi fondamentali senza i quali nessuna sfida potrà essere vinta. Una sfida che sarà orientata sulla qualità, la precisione, l'efficacia degli incentivi e che spesso si scontra invece con un sistema creditizio debole, ancora pruriginoso appetito del potere politico, ma non solo.
Io valuto con interesse quindi l'ispezione al CIS voluta recentemente dalll'assessore Pittalis. . Noi parliamo di incentivi, a volte elargiti senza criterio, con l'idea di assistere, cosa che in realtà può essere di utile tornaconto elettorale;, ecco, tutto ciò andrà smantellato e va fatto con coraggio. Perché dico questo? Molte leggi prevedeono incentivi alle imprese, esse in realtà sono troppe e troppo lente, per certi versi rimangono incomprensibili e impraticabili. Alcune statistiche ci raccontano di un quadro sardo per lo meno schizofrenico: se da un lato molti giovani continuano ad emigrare, dall'altro lato si parla di lavoro che c'è, ma che non si vede.
In sostanza, concretamente o si punta a migliorare il sistema complessivo dell'istruzione, della formazione e della ricerca o non saremo mai un'isola competitiva. Questi sono settori fondamentali, trainanti che riguardano effettivamente i nuovi saperi, un futuro che è ormai dietro l'angolo e che non può essere colpevolmente tralasciato. E` qui che si annida il mondo dei giovani, dei precari, dei nomadi del lavoro, un mondo che ha necessità di essere inquadrato perché esso rappresenta la nuova linfa vitale del nostro tessuto produttivo. Esso è per definizione, flessibile, rapido e competitivo e ha bisogno di istituzioni che siano all'altezza. Sta proprio qui il senso della valutazione positiva che Alleanza Nazionale dà - e io personalmente - al Documento.
Quando parliamo di politica all'altezza della sfida, intendiamo dire che vogliamo cambiare realmente, che vogliamo accelerare quelle riforme di cui abbiamo parlato ultimamente. Se non seguiremo questa strada nessuna ripresa economica sarà possibile, nessuna liberazione, tra virgolette, del mercato del lavoro sarà possibile, senza la volontà forte divoler perseguire, dopo un anno di governo, il rispetto di ciò che nel nel corso del 1999 andavamo dicendo, cioè di voler cambiare radicalmente la Sardegna. Altrimenti, cari colleghi, sarà oltremodo difficile parlare di federalismo e di autonomia, con un sistema perennemente uguale a se stesso e perciò sonnacchioso e stantio. Faremmo ridere tutti se dovessimo presentarci ai tavoli del federalismo senza una minima ripresa economica e con un sistema burocratico ancora elefantiaco e sprecone.
Due brevi considerazioni in conclusione. La prima attiene alla programmazione negoziata; essa deve andare avanti quando gli investimenti sono previsti, quando gli investimenti sono partiti, quando esiste già un'intesa generale, ma va vista con attenzione, perché se è giusto che lo sviluppo veda come attori i territori, è altrettanto giusto sperare nella concretezza e nella certezza.
Per la seconda considerazione mi rivolgo a lei, con stima, assessore Pittalis. Io nel Documento avrei visto bene un capitolo in più sulle zone interne, è una mia idea personale che trova conforto nell'osservare una Sardegna divisa in poli forti, e in altri deboli, cioè una Sardegma a due velocità. Non sarebbe stato male, come a volte succede, dare un segnale in più di attenzione verso queste zone presentando quello che alcuni esperti di economia definiscono un "dipiefino", cioè qualcosa di aggiuntivo rispetto al DPEF che è il corpo centrale.
Presidente. E` iscritto a parlare il consigliere Pusceddu. Ne ha facoltà.
PUSCEDDU (D.S.). Signor Presidente, colleghi consiglieri, signor Assessore della programmazione, ho letto con particolare attenzione il Documento di programmazione economico-finanziara, mosso in questo interesse dalle dichiarazioni rese in occasione del precedente Documento di programmazione economico-finanziaria del 2000-2002, che era stato predisposto dal centro-sinistra e fatto proprio dalla Giunta di centro-destra.
In quell'occasione si affermò che la vera, puntuale, strategia della Giunta di centro-destra sarebbe stata estrinsecata nella elaborazione di questo Documento di programmazione economico-finanziaria. Non nascondo, pertanto, la mia delusione nel vedere innanzitutto che il Documento di programmazione economico-finanziaria non è neanche aderente a quanto previsto dalla legge istitutiva del documento stesso, la legge regionale numero 11 del '98, che ha modificato la legge di contabilità, la numero 11 dell'83.
Difatti, mentre per vostra stessa ammissione, voi dichiarate che questo DPEF ha la funzione di orientare la spesa, l'articolo istitutivo del DPEF, l'articolo 1 bis, dice che deve, sì, orientare la spesa, ma anche delineare le azioni e gli obiettivi di intervento, coordinare i flussi finanziari pubblici determinando l'ammontare delle risorse disponibili comprensivo delle entrate proprie. Ed infatti, la lettera c) del secondo comma, del citato articolo, prescrive che il DPEF debba contenere le previsioni delle entrate, il ricorso all'indebitamento e il prelievo autonomo da parte della Regione.
Con sorpresa, ho notato che questo documento contabile, che si ispira a una determinata filosofia e che ha in sé quell'anima nera che richiamava poc'anzi il collega Cogodi, è un documento contabile all'insegna del liberismo, però non effettua una puntuale ricognizione delle risorse e delle possibilità di entrate della nostra Regione. Manca completamente il richiamo, per esempio, all'Intesa istituzionale di programma sottoscritta dal Governo della Repubblica con la Giunta regionale della Sardegna il 21 aprile dello scorso anno, e proprio quell'Intesa, che qui è solo citata, per quanto riguarda gli accordi di programma-quadro da sottoscrivere, prevedeva all'articolo 7 al fine di definire i contenuti dell'accordo di programma-quadro da stipulare in materia di entrate regionali, regime fiscale e zona franca, di cui al punto c) della medesima norma, l'istituzione di apposite commissioni paritetiche che avrebbero dovuto lavorare ai seguenti obiettivi.
Presidenza del Vicepresidente Spissu
(Segue PUSCEDDU.) In primo luogo, la modifica dell'articolo 1 della legge 13 aprile 1983, numero 122, in relazione alle innovazioni introdotte in materia fiscale con i decreti delegati emanati a norma della legge 23 dicembre 1996, numero 662, al fine di ricostituireil livello delle entrate proprie della Regione sia attraverso la revisione delle quote di devoluzione alla Regione del gettito tributario previsto dalle lettere a),b),c),d),f), del predetto articolo, sia attraverso la determinazione in quota fissa della devoluzione dell'IVA di cui alla lettera g) del medesimo articolo. L'IVA oggi, invece, va negoziata secondo la previsione statutaria, anno per anno, tra la Regione e il Governo, e questo comporta chiaramente una forte penalizzazione per la nostra Regione. Il secondo punto riguarda la verifica delle condizioni per l'introduzione sul territorio regionale di misure volte a realizzare, compatibilmente con la normativa comunitaria adottata per altre regioni europee, una zona franca fiscale finalizzata all'abbattimento del costo dei fattori produttivi. Questa esperienza, viene già portata avanti da una regione transfrontaliera, la Corsica, ed ammessa nel regime dell'Unione Europea.
Il terzo punto, infine, riguarda la verifica delle modalità di calcolo delle devoluzioni, al fine di garantire che tra le quote di spettanza regionale siano comprese anche quelle afferenti i redditi prodotti nel territorio regionale e che, invece, sono versatead uffici situati fuori dal territorio regionale. Questi i contenuti dell'accordo di programma-quadro di cui non c'è il minimo accenno nel Documento di programmazione.
L'autonomia finanziaria della nostra Regione si basa, prevalentemente, sulla previsione dell'articolo 8 dello Statuto, nel testo modificato dalla legge numero 122 del 1983. Oltre quelle previsioni abbiamo nuove entrate determinate dalla recente addizionale sull'IRPEF e dall'imposta regionale sulle attività produttive, l'IRAP.
Ebbene, seppure l'articolo 10 dello Statuto prevedesse la possibilità di consentire alla Regione, al fine di favorire lo sviluppo economico dell'isola, di disporre di particolari esenzioni ed agevolazioni fiscali per le nuove imprese, questa previsione dell'articolo 10 è rimasta inapplicata; forse anche in conseguenza di alcune sentenze della Corte Costituzionale, emesse nel '57, che avevano negato questa possibilità alla Regione Sicilia.
Però, nel DPEF oltre che mancare questo elemento ricognitivo delle entrate, e quindi anche la determinazione della nostra capacità di spesa, non si è tenuto conto neanche dei dati forniti dagli uffici in termini di indicazione. Anzi, debbo rilevare che nel DPEF le stesse cifre vengono riportate all'ingrosso e non si tiene conto neanche dell'accertamento delle entrate che gli uffici hanno presentato nel mese di marzo. E proprio dall'esame di questi dati si rileva che l'unica imposta tributaria che, rispetto all'accertamento del '98 subisce una riduzione in percentuale, è l'Irap che viene ridotta dell'1,2%. Ecco, già questo dato dovrebbe costituire un"campanello di allarme", da tenere nel debito conto, sul fatto che nel nostro sistema produttivo c'è qualcosa che non va. .
Poi parlerò anche della impostazione che voi date al principio della defiscalizzazione, per quanto riguarda sia l'Irap che le altre imposte. Però vi è un altro elemento che non è contenuto in questo DPEF che attiene all'imposta di fabbricazione; l'imposta riscossa in Sardegna per la produzione e la fabbricazione di olii minerali, di gas petroliferi liquefatti, di birra e di spiriti è di circa 1100 miliardi. E proprio su questo tema c'è stata, anche di recente, una presa di posizione dell'Assessore della programmazione che nel corso di una conferenza stampa ha dichiarato che, per quanto riguarda i prodotti petroliferi prodotti in Sardegna, vi è la necessità di rinegoziare le quote di riparto dell'imposta di fabbricazione percepita dallo Stato, perché la Regione incamera al momento solo una percentuale del 25 per cento. E ricordo che dal calcolo di questa quota è esclusa quella parte di prodotto raffinato in Sardegna però venduto in altre parti d'Italia e dell'estero.
Ebbene, questo fatto, comporta una penalizzazione per la Sardegna di 1300 miliardi; a fronte di una quota di spettanza che si aggirerebbe intorno ai 2550 miliardi. Questo è un argomento proprio del DPEF, che non deve essere oggetto solo di semplici dichiarazioni propagandistiche a livello giornalistico; assessore Pittalis, lei ha sollevato questo problema opportunamente, però sarebbe dovuto essere conseguente. La nostra preoccupazione è che voi non fate quello che dite, mentre, molte volte, non dite quello che fate.
Occorre sottolineare, visto che voi fate i proclami però non siete poi conseguenti negli atti che dovrebbero essere, comunque, rilevati nei documenti contabili e di indirizzo, che anche altri settori non sono stati tenuti nella opportuna, debita considerazione. Per esempio, in materia di Iva, perché non impostare col Governo un confronto per chiedere che venga abolito il sistema di calcolo a quota variabile contrattata e si passi a un sistema di calcolo a quota fissa. Questo è il sistema praticato per le altre regioni a Statuto speciale, per cui la Valle D'Aosta incamera i 9/10, la Sicilia i 10/10 e Trento e Bolzano i 7/10 sugli scambi interni e i 4/10 sulle importazioni. La quota dell'Iva attribuita alla Sardegna è invece intorno ai 3/10, questo significa che a fronte di un possibile introito di 830 miliardi, applicando una quota pari ai 7/10, riscuotiamo appena 353 miliardi.
Un discorso analogo va fatto per l'IRPEF e l'IRPEG. E' emerso infatti che le ritenute sui redditi di alcune categorie di lavoratori, pur residenti in Sardegna, sono operate nel centro elettro-contabile di Latina (mi riferisco alle ritenute IRPEF effettuate a carico dei pensionati INPS e di quelle a carico dei dipendenti ministeriali), per cui vengono sottratte alla base di calcolo utilizzata per la quantificazione della quota compartecipata e, di conseguenza, alla disponibilità della Regione. Nel DPEF non si tiene conto neanche, per esempio, del fatto che la nostra Regione, così come il Friuli non beneficia del gettito derivante dall'imposizione della nuova tassa automobilistica. e noi potremmo avere delle risorse finanziare senz'altro più consistenti se negoziassimo con il Governo la devoluzione alla Regione Sardegna dei 9/10 del relativo gettito.
In definitiva, ciò che manca nel DPEF è una approfondita ricognizione delle entrate, manca l'aggancio alla stessa Intesa istituzionale di programma.
Per cui la previsione della spesa che voi fate, impostata sulla base dei quattro pilastri della liberalizzazione, della flessibilizzazione, della deligificazione e della defiscalizzazione, seppur coerente con l'impianto politico-economico del centro-destra, a nostro parere non riesce, comunque a far uscire la nostra Regione dalle condizioni di sottosviluppo in cui si trova e non riesce a garantire uguali opportunità a tutti i cittadini della Sardegna.
In particolare, io voglio sottolineare che da questa vostra ricerca di modelli, passando dalla Lombardia di Pili, alla Catalogna di Floris, all'Irlanda di Pittalis e (perché no?) magari verificando ciò che è avvenuto in Galles, ciò che è avvenuto in Portogallo, ciò che è avvenuto in California, si ricavano esempi in cui possiamo anche riconoscerci, che sono utili sulla base di considerazioni macroeconomiche ma che hanno necessità di approfondimenti molto più puntuali e pregnanti. Perché noi dovremmo allora interrogarci, come fa un libro uscito di recente, sul perché la Puglia non sia la California, o la Sardegna non sia l'Irlanda. La risposta non può essere data solo affrontando le problematiche legate all'offerta di lavoro e alla flessibilità, ma dovremmo verificare i perché dell'esistenza di condizioni diverse di sviluppo in questi paesi emergenti. Allora va detto che questi paesi sono riusciti a ridurre il tasso di disoccupazione e ad aumentare, di conseguenza, il tasso di occupazione e il livello del prodotto interno lordo puntando soprattutto sulla valorizzazione delle risorse umane e sulla formazione.
La stessa agenzia di sviluppo del Galles ha investito nell'ultimo biennio, nella formazione, 150 milioni di sterline, pari a 450 miliardi. Nel DPEF la previsione di spesa per la formazione è pari a 60 miliardi, che su un bilancio di 11.000 miliardi rappresentano lo 0,5 per cento delle disponibilità dell'intera manovra finanziaria annuale. Con queste risorse a disposizione non è possibilefare alcuna seria politica di settore, non si realizza nessun piano formativo, non è possibile incidere veramente sulla formazione.
Ma altri due elementi hanno consentito a questi Paesi di recuperare i ritardi di sviluppo In Galles è stata attuata una semplificazione delle procedure burocratiche, , per cui oggi una nuova impresa nell'arco di 15 giorni di tempo, riesce ad avere tutte le autorizzazioni necessarie per entrare nel mercatoIn questa Regione, invece, diceva ieri il collega Morittu, un consigliere regionale non riesce ad ottenere la trasmissione della copia di una delibera di Giunta neanche a distanza di tre o quattro mesi dalla sua adozione. Occorre allora andare avanti con convinzione, facendo propri, in questa Regione, i processi di semplificazione e di snellimento burocratico introdotti dalla legge Bassanini, arrivando a istituire quanto prima, anche nella nostra Regione, lo sportello unico per le imprese.
Ma l'altra scommessa, vincente, di queste regioni (Galles e Irlanda) sta anche nell'uso dei fondi europei. Qui noi, invece, oltre ad avere un ritardo nella spesa, oltre a dover fare delle operazioni d'ingegneria finanziaria per scaricare delle spese, magari impegnate con fondi di bilancio regionale, perché non abbiamo avuto la capacità di velocizzare la spesa delle risorse che provengono dai fondi europei, non siamo neanche riusciti, ad oggi, a portare in quest'Aula il complemento di programmazione che deve dare le linee guida per l'utilizzo dei fondi strutturali europei per il periodo 2000-2006.
Ma di questa impostazione, ciò che mi preoccupa è il fatto che sia totalmente liberista, perché io ritengo che una politica di crescita, una politica dell'occupazione, non può essere ridotta esclusivamente ad un intervento, come dicevo prima, sul versante dell'offerta, sul contenimento dei salari e della spesa sociale.
C'è invece bisogno, anche nella nostra Regione, di politiche mirate, selettive, di politiche fiscali e contributive riservate alle regioni in ritardo di sviluppo. Anche perché, se noi vogliamo creare una nuova imprenditoria, dobbiamo ricordare che il termine "imprenditore", anche nella sua accezione semantica, richiama tre concetti: quello del prendere; quello dell'apprendere e quello dell'intraprendere. In questa Regione, invece, l'imprenditoria si è limitata talvolta solo all'accezione del prendere, magari utilizzando risorse pubbliche, e dirottandole spesso verso altri lidi, vanificando così anche lo stesso intervento pubblico in termini di risorse concesse. Noi dovremmo chiederci perché nella nostra regione lo strumento degli incentivi, talvolta, non basta a convincere un imprenditore a investire. Il discorso va allargato, in termini anche di sicurezza, in termini di coinvolgimento dell'intera società, in termini di ruolo che dev'essere svolto da tutti gli attori sociali, non ultimo quello del credito.
Io ritengo che noi potremmo senz'altro mutuare degli esempi positivi dalle altre regioni, però sbisogna stare attenti quando usiamo il termine flessibilità; parlare di flessibilità, prescindendo dagli uomini e dalle donne in carne ed ossa che vivono situazioni di di disagio economico e sociale, e che non hanno neanche la possibilità di programmare il proprio futuro e la propria vita, deve farci fortemente riflettere. E` vero che la flessibilità si applica in particolare al lavoro a tempo parziale, a tempo determinato, ai cosiddetti lavori atipici, ma allora noi dovremmo cercare di capire, attraverso gli indicatori economici perché il lavoro atipico è meno diffuso al nord che al sud e, nonostante questo, non si riesce ad invertire il senso di marcia relativamente al tasso di occupazione.
D'altronde, sui possibili effetti negativi di un uso eccessivo della flessibilizzazione si sono espresse diverse personalità, tra cui anche l'ex Ministro del lavoro del Governo Clinton, il quale metteva in guardia appunto sugli effetti sociali, fortemente negativi, dell'iperflessibilità del mercato americano del lavoro e invitava l'Europa a non seguire questo esempio.
Io concludo, dicendo che forse sarebbe opportuno interrogarsi, come fa Alain Touraine, su come liberarci dal liberismo. Io ritengo che ciò sarà possibile, anche nella nostra Regione, se riusciremo a prestare particolare attenzione a quei soggetti sociali portatori di particolari bisogni, il popolo dei sans papier, come viene chiamato in Francia, il popolo dei senza lavoro, il popolo dei senza casa, e fra poco, in Sardegna, avremo anche il popolo dei senza pecore.
Presidente. E' iscritto a parlare il consigliere Piana. Ne ha facoltà.
Piana (P.P.S.-C.D.U. Sardi). Signor Presidente, moltissimi consiglieri, appartenenti alla maggioranza che fino a qualche mese fa ha governato questa Regione, che sedevano sui banchi degli assessori, anzi erano essi stessi assessori, hanno detto nei loro interventi che questo DPEF è da buttare, che è un DPEF basato su slogan, che è un DPEF non adatto a rispondere alle esigenze di questa regione.
Io voglio ricordare che il DPEF oggi in discussione parte dalla constatazione del fallimento delle strategie economiche e di sviluppo perseguite sino ad oggi, che hanno portato la Sardegna a conseguire primati, questi sì negativi sul mercato del lavoro, nel settore dei trasporti, delle risorse idriche ( in questi giorni stiamo soffrendo per la mancanza d'acqua), non ultimo nel settore della sanità.
Presidenza del Presidente Serrenti
(Segue PIANA.) Oggi, all'onorevole Scano, che ha parlato di un DPEF infarcito di slogan, che non risolve i problemi della Sardegna, posso dire invece che questo DPEF, che è il primo interamente elaborato da questa maggioranza di centro-destra, accende la speranza di migliaia di sardi che attendono da questo Consiglio regionale la soluzione agli annosi problemi che affliggono l'Isola.
Veramente è un DPEF che inverte la tendenza; è un DPEF che suscita grandi aspettative che dovranno essere tramutate in azioni di governo nel prossimo bilancio.
Devo dire , al contrario, che la finanziaria in questi giorni all'esame del Governo nazionale, quella sì che è una finanziaria di illusione, quella sì che è una finanziaria elettorale fatta di slogan.
Il DPEF presenta degli aspetti importanti e delle novità. Un primo dato, già presente nella precedente finanziaria regionale, è la previsione di non ricorrere all'indebitamento, a a cui, invece, in questa Regione, si ricorreva molto spesso. Stiamo rispettando quel patto di stabilità sancito con l'ingresso dell'Italia in Europa; quindi anche nel prossimo bilancio non si ricorrerà all'indebitamento.
E' prevista una riduzione delle spese correnti intorno al 5 per cento. Leggevo, proprio stamattina, che la finanziaria porrà l'obbligo agli enti locali di non aumentare oltre il 3 per cento la quota di indebitamento sulle spese correnti; e quindi noi siamo perfettamente in linea con questo obiettivo, perché anzi stiamo riducendo l'indebitamento.
E' previsto anche un aumento della spesa per investimenti nei vari settori produttivi; e questi investimenti sono decisamente consistenti perché parliamo di 900 miliardi per il settore agricolo nel triennio; di circa 900 miliardi per la piccola e media impresa; di 180 miliardi per il turismo; di 210 miliardi per l'artigianato; di 300 miliardi per la programmazione negoziata; 210 miliardi per i centri storici e 150 miliardi per la cooperazione e per il commercio.
Riteniamo quindi che le linee programmatiche contenute in questo DPEF, se traformate in azioni concrete nella prossima finanziaria regionale, possano dare una risposta reale alle difficoltà che in questo momento la Sardegna sta attraversando.
Nel DPEF sono indicate le strategie da adottare nel settore delle risorse idriche. Questo della carenza d'acqua è un problema molto dibattuto in queste settimane sia sul territorio che qui in Consiglio regionale. Stiamo vivendo infatti un periodo siccitoso senza precedenti, ma che tenderà a ripetersi. In tema di risorse idriche occorre prendere delle decisioni. Sono in campo diverse proposte che devono essere concretamente realizzate; si prevede il rifacimento delle reti idriche di numerosissimi centri urbani perché le tubature presentano perditecospicue; si prevede la possibilità di costruire nuove dighe; e si prevede anche la creazione di un sistema di riciclo delle acque reflue dei centri abitati. Sono quindi azioni diverse rispetto a quelle inserite nel vecchio piano delle acque che considerava solamente la costruzione di nuove dighe, invece con la previsione di questi interventi diversificati possiamo veramente dare una soluzione al problema della carenza d'acqua.
Il DPEF presenta quattro elementi fondamentali, che io, a nome del Gruppo e anchea titolo personale, ritengo siano essenziali per uscire dalla situazione di stallo e di grave crisi economica che la Sardegna sta vivendo in questo momento. Questi elementi sono la liberalizzazione, la delegiferazione, la defiscalizzazione e la flessibilizzazione del mercato del lavoro. Credo abbiano una valenza positiva anche le politiche delle infrastrutture; si parla di porti e aeroporti, si parla di nodi ferroviari, di tratte ferroviarie, si parla dei trasporti;, si parla anche dell'utilizzo di un nuovo metodo, il project financing, che da sempre noi andiamo prendendo ad esempio, perché il coinvolgimento del privato deve essere pari a quello del pubblico ed è questa la soluzione per la costruzione e la gestione delle grandi infrastrutture. La strada del project financing credo sia effettivamente quella da percorrere perché con i finanziamenti pubblici, con il capitale pubblico non si possono risolvere tutti i problemi.
Una delle scommesse che noi avevamo fatto in campagna elettorale riguardava la continuità territoriale, e in particolare l'abbattimento dei costi sia navali sia aerei, ebbene, grazie alle azioni già intraprese da questa Giunta io credo che entro pochissimo tempo riusciremo a risolvere definitivamente questo problema. Allora questo è anche un invito al Presidente della Giunta, alla Giunta, all'Assessore della programmazione, affinchè intervengano qualora sia necessario anche con fondi di bilancio per l'abbattimento dei costi di trasporto; io mi trovo pienamente d'accordo sull'utilizzo di fondi regionali per garantire quella continuità territoriale che non ci viene assicurata dal Governo nazionale.
Sono presenti nel DPEF anche le politiche a sostegno della famiglia; la difesa della famiglia sta molto a cuore al mio Gruppo, il C.C.D. e possiamo ritenerci ampiamente soddisfatti delle decisioni assunte in materia . In materia di politica ambientale condividiamo pienamente quanto scritto in alcune parti del DPEF, laddove in particolare si diceche ci sono dei parchi da valorizzare, ma è anche vero che così come si rileva dalla lettura di una mozione che verrà discussa nel corso di questa settimana, riteniamo alcune leggi troppo vincolistiche e tali da porre un freno allo sviluppo economico della stessa Sardegna.
Concordiamo anche sugli incentivi al turismo, in particolare per ampliare la stagione turistica, per creare flussi turistici alternativi a quelli della stagione classica delle vacanze. Però, lo voglio ricordare, questo problema è legato in modo particolare al riordino del sistema dei trasporti, tariffe comprese, perché diventa sempre più difficile collegarsi alla Sardegna.
La minoranza sostiene che questo è un DPEF che non risponde alle esigenze della società sarda; io credo invece che con questo DPEF imbocchiamo la strada della svolta, la strada che ci permette veramente di uscire da questo vicolo cieco in cui la Sardegna in questi anni è entrata, altrimenti rischiamo di non farcela più.
Noi oltre il bilancio ordinario abbiamo lo strumento dei fondi europei, quei fondi che fino al 2006 ci permetteranno di investire soprattutto in infrastrutture. . Anche la spendita dei fondi europei rappresenta per questa maggioranza, per questo Governo regionale una scommessa che, con grande determinazione, si porterà avanti. Le prime risposte positive penso possano arrivare entro breve tempo per mostrare non alla minoranza, ma a tutti noi, a tutta la Sardegna, a tutti i sardi che con molta attenzione ci guardano, la nostra opera, il nostro risultato. Io, personalmente, e a nome del Gruppo del C.C.D., dichiaro il nostro sostegno a favore della Giunta e del Presidente, nonché degli Assessori competenti, dichiariamo anche di condividere questo DPEF che risponde a tutti i problemi che noi in questi mesi, , a partire dalla campagna elettorale, abbiamo posto.
Su questo Documento di programmazione economico-finanziaria, che è il terzo presentato in questo Consiglio regionale, quindi innovativo comunque, dobbiamo rivolgere un forte appello anche al Presidente della Giunta, in modo particolare, perché i quattro temi principali su cui è imperniato il Documento, e sui quali veramente ci giochiamo la nostra immagine, siano affrontati con chiarezza e con determinazione, come si è fatto fino ad oggi; prima della nuova finanziaria occorre definire come si vuole procedere.
Voglio ricordare ancora che occorre intervenire in materia di trasporti, sulle infrastrutture aeroportuali; in tema di lavoro perché abbiamo uno dei tassi di disoccupazione più alti in Italia, soprattutto al nord Sardegna nel triangolo Sassari-Alghero-Porto Torres. Questa zona è stata dichiarata tempo fa area di crisi e la disoccupazione ha raggiunto il livello del 30 per cento; vi è necessità quindi non solo in quel triangoloma in tutta la Sardegna, di azioni più incisive, io direi in modo particolare nel settore dell'agricoltura e relativamente alla spendita dei fondi europei.
Io concludo ribadendo che questo Documento ha la nostra solidarietà, il nostro appoggio, lo condividiamo totalmente. Devo dire che, oltre che come C.C.Dpoiché due settimane fa abbiamo creato un intergruppo formato da C.D.U. e dal P.P.S., lo sottoscriviamo anche a nome di questo intergruppo.
PRESIDENTE. E' ora iscritto a parlare il consigliere Pinna che non vedo in Aula. Segue nell'elenco degli iscritio a parlare l'onorevole Onnis. Poiché non vorrei far parlare due consiglieri della maggioranza di seguito chiedo all' onorevole Ortu se vuole intervenire.
ORTU (R.C.). Avevo chiesto di parlare di sera.
ONNIS (A.N.). Io rinuncio.
PRESIDENTE. L'onorevole Onnis rinuncia a parlare. Quindi onorevole Ortu, tocca comunque a lei.
ORTU (R.C.). Ribadisco che avevo chiesto di parlare di sera.
PRESIDENTE. Ma io non ho altri iscritti a parlare; che cosa dovrei fare, chiudere i lavori alle 12 e 30?
ORTU (R.C.). Chiudiamo i lavori alle 12 e 30.
PRESIDENTE. Lei è iscritto a parlare e io le do la parola quando arriva il suo turno. Onorevole Vassallo, vuole intervenire lei? Onorevole Ortu, mi scusi, nei limiti del possibile cerchiamo di far parlare i colleghi quando vogliono parlare, ma quando non è possibile dobbiamo seguire l'ordine di iscrizione. Lei può anche rinunciare sevuole.
ORTU (R.C.). Facciamo parlare l'onorevole Floris.
PRESIDENTE. L'onorevole Floris farà, suppongo, l'intervento conclusivo a nome della Giunta. Onorevole Vassallo, vuole svolgere il suo intervento? VASSALLO (R.C.). No, non ritengo di dover svolgere adesso il mio intervento. Prendo atto di questa situazione e rinuncio. Avrò modo di fare le mie considerazioni nel corso della discussione.
PRESIDENTE. L'onorevole Ortu e l'onorevole Vassallo rinunciano. E' iscritto a parlare il consigliere Balletto. Intende parlare stamattina, onorevole Balletto?
SANNA SALVATORE (D.S.). Allora ce n'erano altri iscritti!
BALLETTO (F.I.-Sardegna). Signor Presidente, se in ordine di iscrizione il mio turno cade entro la seduta mattutina io parlo, ma se non è il mio turno, chiedo che parlino prima gli altri.
PRESIDENTE. Onorevole Balletto, io ho dato la parola all'onorevole Ortu, il quale ha rinunciato perché avrebbe preferitoparlare stasera; l'onorevole Vassallo ha ugualmente rinunciato. Adesso è il suo turno, se vuole parlare, se no rinunci pure lei.
Io non posso chiudere i lavori della mattinata a mezzogiorno e mezzo, vorrei continuare almeno fino all'una!
BALLETTO (F.I.-Sardegna). Chiedo scusa, mi era parso di intendere che l'onorevole Ortu volesse comunque parlare stasera.
PRESIDENTE. L'onorevole Ortu ha rinunciato.
ORTU (R.C.). Ci sarà modo comunque di parlare. C'è anche l'articolato da discutere!
BALLETTO (F.I.-Sardegna). Perfetto, allora io intervengo.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Balletto. Ne ha facoltà.
BALLETTO (F.I.-Sardegna). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, quanto alla confusione e alla incapacità di questa Giunta, denunciata da diversi esponenti dell'opposizione, rimando gli amici alla lettura dell'articolo del professor Giuseppe Pennisi pubblicato su "L'Unione Sarda" di oggi. L'illustre studioso scrive: "Negli ultimi cinque anni (definiti il "lustro perduto") il Governo - quello centrale - ha cambiato rotta almeno cinque volte in materia di sviluppo del Sud e delle Isole". Alla lettura dettagliata dell'articolo rimando per capire che cosa ne pensava Ciampi prima, cosa ne pensava Amato poco dopo, cosa ne ha pensato D'Alema nel frattempo e così via. Ma la verità è che la conseguenza di questa confusione, di questo "lustro perduto", è che il PIL pro capite del Mezzogiorno è passato dal 65 per cento rispetto a quello del centro nord nel '75 al 57 per cento nel '90 e al 55 per cento nel '99; si è così allargato il divario tra nord e sud con tutte le penalizzazioni che ne derivano in termini di occupazione e di benessere.
A chi oggi denigra una maggioranza ed un esecutivo appena insediati che devono giustamente dimostrare quanto valgono, e che dovranno sottoporre la loro azione al giudizio degli elettori, ma questo ovviamente nell'ambito di un tempo che non può non essere congruo, io domando che cosa ha fatto la maggioranza di centro-sinistra in questi cinque anni, a livello regionale, per arginare il fenomeno di degrado cui facevo riferimento in precedenza?? Che cosa hanno fatto le cinque, le sei giunte di centro-sinistra cappeggiate dall'onorevole Palomba?
La filosofia dell'attuale DPEF si incentra proprio sulla constatazione che le politiche di sviluppo economico della Sardegna hanno deluso profondamente, e così questa maggioranza ha posto l'esigenza inderogabile di procedere ad un radicale ripensamento, ed al conseguente utilizzo degli strumenti regionali della programmazione, nel tentativo di recuperare il gap strutturale della Sardegna rispetto alle regioni più sviluppate della penisola.
E` di tutta evidenza che questo Documento iseppure, qui va detto e va riconosciuto, sulla scia del percorso timidamente, ma allo stesso tempo lodevolmente, avviato nella scorsa legislatura dall'assessore Scano, si pone come principale e fondamentale obiettivo quello di imprimere una svolta, se non una netta rottura, con le vecchie politiche attuate nelle precedenti legislature. E` vero infatti che nonostante le cospicue risorse straordinarie messe a disposizione dallo Stato e gli ingenti mezzi finanziari impiegati con le politiche di intervento straordinario nel Mezzogiorno, le forze politiche che hanno nel passato governato la Sardegna non sono state capaci di individuare i settori sui quali operare con incisività per favorire i processi di ripresa dello sviluppo regionale. Questo è un esame a consuntivo di quello che è stato fatto nella scorsa legislatura, i risultati sono davanti agli occhi di tutti, le vostre critiche sono mosse alle intenzioni, ad un processo innovativo di vera svolta che deve certamente dare e dimostrare di essere valido e dare i suoi frutti.
E` così che oggi la società sarda sconta con forti disagi la profonda debolezza dell'economia regionale caratterizzata, come tutti noi sappiamo, da carenze strutturali a sostegno del sistema produttivo, da scarsi investimenti privati dai quali sono derivati livelli medi di reddito tra i più bassi del Paese e un elevato tasso di disoccupazione. A questa poco confortante situazione, si badi bene, si è pervenuti facendo ricorso in passato a cospicui indebitamenti, poco più o poco meno di seimila miliardi io ricordavo, il collega La Spisa oggi ci dice che a consuntivo siamo a quattromilatrecento e passa miliardi che imporranno, amici dell'opposizione, se non si pone tempestivo rimedio attraverso l'adozione di politiche di rigore tese al risanamento della finanza regionale, scarsi margini di manovra e d'intervento nelle innovative politiche di sviluppo.
La svolta che la Giunta ha inteso favorire con il DPEF non poteva che essere radicale e in totale discontinuità col passato anche se i passaggi - e questo va sottolineato - pur nella massima rapidità possibile non potranno che essere graduali ed essere attuati con il concorso delle istituzioni dello Stato e dellaUnione europea; senza politiche statali fiscali adeguate e politiche monetarie attuate dal Governo centrale europeo, per quanto la Regione Sardegna possa impegnarsi, i risultati che verranno saranno solamente quelli che si potranno ottenere con i sacrifici derivanti da una politica di rigore, da una politica incentrata sull'efficienza della spesa, da una politica soprattutto tesa alla riqualificazione della spesa.
L'attuale DPEF, che voi contestate, al contrario è un documento snello, agile, teso a rafforzare il ruolo del mercato e della libera concorrenza in uno scenario non più di nicchia, come è stato sino a poco tempo fa nella nostra Regione, ma aperto a processi di internalizzazione e di globalizzazione ai quali nessun paese e nessuna regione, che voglia considerarsi progredita e di avanguardia, dovrebbe sottrarsi, pena il verificarsi di un'ulteriore penalizzazione di un'economia ahinoi! già di retroguardia. Così lo sforzo prodotto è stato notevole; con il DPEF in esame sono stati tracciati, con capacità e notevole lungimiranza, gli indirizzi ai quali dovranno attenersi le prossime manovre finanziarie. Sono state veramente ed efficacemente delineate le strategie di fondo del processo di cambiamento, i processi, i mezzi e le modalità con i quali, in un'ottica di medio e lungo periodo, potranno raggiungersi gli scopi dichiarati nel DPEF e fortemente voluti da questa maggioranza.
PRESIDENTE. Si ripropone il problema degli interventi; io avrei iscrittiaa parlare adesso la consigliera Dettori Ivana.
DETTORI Ivana (D.S.). Rinuncio.
PRESIDENTE. Segue iscritto a parlare il consigliere Spissu che aveva chiesto di parlare stasera. Non essendo presente in aula decade dal diritto a intervenire.
Ha domandato di parlare il consigliere Scano. Ne ha facoltà.
SCANO (D.S.). Solo per suggerire cinque minuti di sospensione per organizzare il dibattito. La discussione su un atto importante come il DPEF, lodato da alcuni e criticato da altri, forse non è opportuno che si esaurisca tra mezz'ora con la replica della Giunta.
PRESIDENTE. Credo che potremmo chiudere i lavori della mattinata e riprendere stasera con gli interventi dei Presidenti dei Gruppi, quindi con la parte finale del dibattito. I lavori riprenderanno oggi pomeriggio alle ore 16.
La seduta è tolta alle ore 12 e 44.
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