Seduta n.369 del 02/02/1999
Seduta CCCLXIX
(Antimeridiana)
Martedì 2 febbraio 1999
Presidenza del Vicepresidente Zucca
indi
del Presidente Selis
La seduta è aperta alle ore 10 e 19.
PIRAS, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana di mercoledì 27 gennaio 1999 (365), che è approvato.
Congedi
PRESIDENTE. Comunico che l'Assessore Onida ha inviato alla Presidenza il seguente fonogramma: "Comunicasi che l'Assessore della Difesa dell'Ambiente, onorevole Dottor Onida, è impossibilitato a partecipare ai lavori del Consiglio e della Giunta a decorrere dal 1.2 per un periodo di giorni sei, causa malattia".
Il consigliere Gianfranco Tunis ha chiesto di poter usufruire di due giorni di congedo a far data da martedì 2 febbraio, in quanto è in missione. Se non ci sono obiezioni il congedo si intende accordato.
Sull'ordine dei lavori
PRESIDENTE. Apriamo i lavori, come era stato concordato nella Conferenza dei Capigruppo con la discussione delle mozioni, la prima delle quali è la mozione numero 21 di Forza Italia a firma Tunis Marco e più, sull'istituzione del servizio geologico regionale.
Ha facoltà di parlare il consigliere Tunis Marco per illustrare la mozione numero 21.
TUNIS MARCO (F.I.), relatore. Signor Presidente, prima di dover intervenire vorrei sapere se è possibile che possa svolgersi la mozione senza l'Assessore a cui io rivolgo delle osservazioni, ed è quello dei lavori pubblici. Vorrei sapere se almeno ci sia la possibilità che possa arrivare anche in ritardo o rientra tra quelli a cui sono stati concessi i congedi?
PRESIDENTE. Chiedo alla Giunta se mi può dare ragguagli in merito.
SCANO, Assessore della programmazione, bilancio, credito e assetto del territorio. Sarebbe preferibile che ci sia l'Assessore competente.
PRESIDENTE. La Presidenza ritiene che sia preferibile che ci sia, non è indispensabile, ma in attesa di accertare se è prossimo l'arrivo dell'Assessore sospendiamo per cinque minuti.
TUNIS MARCO (F.I.). Non chiedo la sospensione, siccome ne ho delle altre ancora, ho la numero 4 e la numero 5, e siccome vedo qui l'Assessore dell'agricoltura, e la 4 riguarda gli agrotecnici, io penso di poter fare un'inversione e cominciare con la mozione degli agrotecnici se la Presidenza e l'Assessore acconsentono.
PRESIDENTE. L'Assessore non so se acconsenta, la Presidenza sicuramente sì.
FERRARI (F.D.), Assessore dell'agricoltura e riforma agro-pastorale. Anche l'Assessore è d'accordo.
Discussione della mozione Tunis Marco - Pittalis - Casu - Milia - Pirastu - FLORIS sul mancato riconoscimento delle competenze professionali degli agrotecnici iscritti all'albo professionale e sulla esclusione degli stessi dalla progettazione e direzione di interventi di cui ai regolamenti CEE 2081/93, 2080/92 E 2078/92 (101)
PRESIDENTE. L'Assessore concorda, quindi cominciamo anziché con la mozione numero 21 con la mozione numero 101 che era tra quelle inserite nell'ordine del giorno.
Si dia lettura della mozione numero 101.
PIRAS, Segretario:
MOZIONE TUNIS Marco Fabrizio - PITTALIS - CASU - MILIA - PIRASTU - FLORIS sul mancato riconoscimento delle competenze professionali degli agrotecnici iscritti all'albo professionale e sulla esclusione degli stessi dalla progettazione e direzione di interventi di cui ai regolamenti CEE 2081/93, 2080/92 e 2078/92.
IL CONSIGLIO REGIONALE
PREMESSO che con la Legge 5 marzo 1991, n.91, recante "Modifiche alla Legge 6 giugno 1986, n. 251, sulla istituzione dell'albo professionale degli agrotecnici", alla categoria degli agrotecnici viene attribuita una serie di competenze tra cui la progettazione e la direzione di piani aziendali e interaziendali e l'assistenza tecnico-economica alle piccole e medie aziende agricole (art. 10, Legge n. 91/1991);
OSSERVATO che il titolo di agrotecnico, oltre alle competenze professionali attribuitegli dalla legge sopra indicata, in Europa è riconosciuto al livello più alto (insieme a quello di perito industriale) fra i diplomi professionali (Direttiva CEE 51/92), mentre altri titoli similari (geometri e periti agrari) sono riconosciuti ad un livello inferiore;
RILEVATO che l'Assessorato dell'agricoltura della Regione Sardegna con propria nota del 14 settembre 1995, prot. n. 19134, nega agli agrotecnici le competenze di cui sopra, interpretando in maniera distorta e ignorando platealmente le Direttive comunitarie;
VERIFICATO che sono intervenute nel frattempo sentenze della Giustizia amministrativa che riconoscono invece il diritto in epigrafe agli agrotecnici e precisamente la sentenza del TAR Calabria n. 412/96 e la sentenza del Consiglio di Stato 915/96;
RILEVATO altresì che, nelle altre Regioni italiane, gli agrotecnici progettano e dirigono gli interventi previsti dai regolamenti CEE 2081/93, 2080/92 e 2078/92;
DENUNCIATO che sulla materia è stata presentata vanamente (in quanto mai discussa), in data 7 settembre 1995 una interpellanza e constatato che l'Assessore regionale dell'agricoltura ha affermato nella propria nota, precedentemente citata, di rivedere le determinazioni assunte nei confronti degli agrotecnici, se diversamente interpretate dagli Organi di giustizia e che nulla è successo a distanza di circa sette mesi,
censura
il comportamento dilatorio dell'Assessore regionale dell'agricoltura,
impegna la Giunta regionale
1) a riconoscere agli agrotecnici iscritti all'albo professionale le competenze professionali per gli interventi previsti dai regolamenti CEE 2081/93, 2082/92 e 2078/92 e a far cessare gli effetti di una palese discriminazione fra agrotecnici da un lato e periti agrari e geometri dall'altro sulle competenze professionali in merito ai regolamenti citati; tenuto conto che le tre figure professionali citate sono inquadrate negli enti agricoli regionali nella medesima qualifica funzionale e hanno svolto i medesimi concorsi per l'accesso all'ente, riconoscendo l'equipollenza (pari valore e pari efficacia) del titolo di agrotecnico con quello di perito agrario, come dall'articolo 3 della Legge n. 754/69;
a porre fine al danno gravissimo che l'Assessorato regionale dell'agricoltura sta "producendo" ai danni della categoria degli agrotecnici sardi e migliaia di giovani diplomati alla ricerca di sbocchi professionali e scongiurare così la fuga di centinaia di studenti agrotecnici dagli Istituti professionali di Stato per l'agricoltura (che contano 20 sedi didattiche sparse in tutta l'Isola), i quali si troveranno in mancanza di un immediato intervento fuori totalmente dal mercato del lavoro. (101)
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il consigliere Tunis Marco per illustrare la mozione numero 101.
TUNIS MARCO (F.I.). La mozione è la numero 101, primo firmatario Tunis Marco Fabrizio, seguito da Pittalis, Casu, Milia, Pirastu e Floris ed è stata presentata il 6 dicembre del 1996. La mozione nasce dall'esigenza al ché gli iscritti negli albi professionali dei collegi degli agrotecnici della Sardegna: Oristano, Cagliari, Sassari e Nuoro, possano vedere riconosciute le proprie competenze professionali da parte dell'amministrazione regionale, cioè è la stessa Regione che deve riconoscere queste competenze professionali. Infatti allo stato attuale i diversi uffici periferici dell'Assessorato dell'agricoltura, Ispettorato agrario, Ersat eccetera non accettano i lavori e gli elaborati professionali presentati dagli agrotecnici, causando un gravissimo danno di immagine occupazionale ad una categoria che conta alcune migliaia di giovani iscritti negli albi, altrettanti diplomati agrotecnici che gravitano ed operano nel mondo agricolo, nonché scoraggiando la frequenza negli Istituti professionali di stato per l'agricoltura e l'ambiente in quanto viene svilito il titolo professionale di agrotecnico; cioè, questi istituti che svolgono la loro attività tutti nella provincia di Cagliari, rilasciano un titolo, un diploma che poi la Regione non riconosce e che invece la loro professionalità li porta ad essere competenti nella materia agrotecnica. Così è successo all'ispettorato agrario, Ersat eccetera che non prendono come validi i loro elaborati. Gli istituti professionali agrari per l'agricoltura e l'ambiente che contano in Sardegna circa 20 sedi, tra coordinate e centrali sparse nel territorio, formano ogni anno centinaia di diplomati che si riversano nel mondo del lavoro e che intendono esercitare la professione di agrotecnico. Bene sia che i giovani, anziché aspettare il posto di lavoro a reddito di lavoro dipendente, tentino di poter rilanciare questo nostro settore dell'agricoltura, che sono uno di quegli indirizzi fondamentali per il quale noi chiediamo uno sviluppo.
Gli stessi giovani, adeguatamente formati e preparati, si trovano impossibilitati ad esercitare la professione nel settore agricolo in quanto la Regione nega competenze che sono fondamentali per lo sviluppo degli interventi di rilancio dell'agricoltura sarda.
Si chiede pertanto che l'amministrazione regionale riconosca agli agrotecnici le competenze derivanti dalla legge professionale e dalle emanazioni degli organi di giustizia amministrativa per quanto concerne prima la progettazione, direzione e manutenzione degli interventi previsti dai POP, FEOGA 1994 - 1999, regolamento CEE numero 2081/93, triennio 97/99, e cofinanziati dall'Unione Europea per lo sviluppo dell'agricoltura e della zootecnia in Sardegna, adeguamento strutture aziendali nel comparto ovicaprino, ristrutturazione dell'olivicoltura sarda, interventi di sviluppo rurale, agriturismo, impianti di piccola trasformazione artigianale dei prodotti agricoli, integrazione e dotazione delle piccole aziende eccetera. Questo primo punto sono delle competenze previste a livello europeo a che gli agrotecnici possono elaborare.
Due: Anche la progettazione, la direzione, manutenzione degli interventi di forestazione e rimboschimento di cui ai regolamenti CEE numero 2080 del 1992 e 2078 sempre del 1992; terzo: gli agrotecnici possono ogni altro tipo di intervento nel settore agricolo nei limiti previsti dalle leggi professionali per le piccole e medie aziende.
Dall'elencazione dei suindicati interventi risalta immediatamente l'importanza che essi rivestono per lo sviluppo dell'agricoltura regionale e, di conseguenza, per l'attività professionale degli agrotecnici. Risulta altrettanto evidente la contraddizione con cui l'amministrazione regionale impedisce agli agrotecnici di svolgere competenze derivanti dalla normativa europea, ignorando la direttiva 92 del '51 della CEE, relativa ad un secondo sistema di riconoscimento dei titoli professionali, che integra la precedente direttiva 89/48 della CEE, che colloca il titolo di agrotecnico al livello più alto possibile, ricomprendendo nell'articolo 1 lettera A) sub-lettera I), mentre l'analogo titolo di perito agrario, a cui la Regione riconosce le citate competenze, viene anche esso integrato nel nuovo sistema ma, solo ad un livello inferiore e solo tramite un elenco aggiuntivo alla direttiva. Voglio mettere in evidenza citando questi dati che i regolamenti CEE riconoscono all'agrotecnico un livello addirittura superiore a quello di perito agrario, mentre la Regione Sardegna li pone in situazione inversa, riconosce solo per gli elaborati del perito agrario ne non quelli degli agrotecnici.
Operando in questo modo la Regione crea una discriminazione tra categorie professionali similari, periti agrari ed agrotecnici, privilegiando i primi e penalizzando i secondi. Anche in questo caso viene ignorata e palesemente violata l'equipollenza dei titoli di perito agrario ed agrotecnico, sancito dalla legge nazionale 754 del 1969, articolo 3, e ribadita dal D.P.R. 253 del 1970, dalla legge 419 del 1974 e dall'articolo 197 del decreto legislativo 297 del 1994, nonché da sentenze del Consiglio di Stato che ci sono state in materia, le numero: 1491 del 1997, quelle del TAR della Calabra numero 5041 del 1993, che stabiliscono pari valore ed efficacia tra i due titoli, quello di agrotecnico e quello di perito agrario.
Inoltre l'esercizio delle competenze professionali in questione sono consentite oltre che dalla legge professionale da queste determinazioni. La Regione Sicilia ad esempio, nel dettare disposizioni attuative del programma pluriennale di cui al regolamento CEE 2080/92, misure forestali nel settore agricolo, con circolare del 29 marzo 1997 numero 1, prevedeva espressamente al punto 2 della circolare che i progetti esecutivi dovessero essere elaborati da un dottore agronomo, forestale, perito agrario o agrotecnico iscritto nel relativo albo, questo nella Regione Sicilia. Lo stesso Consiglio di Giustizia Amministrativa della Regione Sicilia, con parere numero 291 del 1994 del 16 dicembre 1997, riconosce le competenze dell'agrotecnico alla predisposizione dei piani di miglioramento ed altre attribuzioni.
La Regione Veneto con circolare della Giunta regionale del 27 gennaio 1997, protocollo 951/13130, inerente attività di progettazione per interventi di rimboschimento, ai sensi del regolamento CEE numero 2080 del 1992 specificava testualmente: "Non vi è dubbio infatti che l'iscrizione all'albo degli agrotecnici, consentendo agli stessi la progettazione, direzione di piani colturali, aziendali ed interaziendali, anche al fine della concessione dei mutui fondiari, costituisca titolo idoneo a qualificare i professionisti di cui si tratta come specificatamente competenti a predisporre i progetti in argomento", regolamento CEE numero 2080 del 1992, già ribadito. Inoltre la stessa circolare prosegue e, cito testualmente: "In giurisprudenza la sesta sezione del Consiglio di Stato, con la recentissima decisione 1491 del 17 ottobre 1997, ha inequivocabilmente ribadito, anche ai fini dell'attività libero - professionale, la piena equipollenza dei titoli di perito agrario e di agrotecnico, con particolare riferimento alle possibilità di redigere le relazioni tecniche e contabili, per accedere ai finanziamenti comunitari". Ancora, l'Avvocatura del Regione Calabria ha riconosciuto, con parere del 20 gennaio 1997 protocollo 672, la competenza professionale degli agrotecnici alle progettazioni dei piani di miglioramento ai sensi del regolamento CEE numero 2081 del 1993, ribadendo nel contempo la piena equipollenza, anche ai fini dell'attività libero - professionale dei titoli di perito agrario e di agrotecnico.
La Corte Costituzionale con sentenza numero 345 del 1995, relativa ad un contenzioso sorto tra le categorie professionali similari - che ho citato - si è così espressa: "Concorrenza parziale interdisciplinarietà che appaiono sempre più necessarie in una società quale quella attuale, i cui interessi si connotano in ragione di una accresciuta e sempre maggiore complessità e alla tutela dei quali e, non certo a quella corporativa di ordini o collegi professionali, o di posizioni di esponenti degli stessi ordini, e in via di principio preordinate e subordinate all'accertamento e al riconoscimento nel sistema dell'ordinamento di categoria della professionalità specifica di cui all'articolo 33, quinto comma, della Costituzione. Il che porta ad escludere una interpretazione delle sfere di competenza professionale in chiave di generale esclusività monopolistica, ad esempio le zone di attività mista tra avvocati e dottori commercialisti nel settore tributario, anche contenzioso, degli ingegneri e architetti nel settore di determinate progettazioni, degli ingegneri e dei geologi in alcuni settori della geologia applicata e della tutela dell'ambiente, degli ingegneri e dottori in scienze forestali nell'ambito di taluna sistemazione montana. Sulla scorta di quanto ho esposto, dei dati (?), di quanto hanno fatto le altre Regioni, dei pronunciamenti della Corte Costituzionale, si chiede con la mozione (e c'è scritto) che l'amministrazione regionale emani ed assuma una determinazione che consenta gli agrotecnici di espletare le competenze professionali che hanno acquisito con il titolo di studio, e che venga comunicata a tutti gli uffici periferici dell'Assessorato all'agricoltura, ispettorati, Ersat, eccetera, che in base a questa equiparazione gli agrotecnici possano lavorare per quelle materie che sono riconosciute esclusivamente ai periti agrari e che purtroppo in base alle normative sono similari. Si chiede un intervento preciso della Regione, dell'Assessore all'agricoltura perché dia le opportune disposizioni.
PRESIDENTE. Ha domandato la parlare il consigliere Cadoni. Ne ha facoltà.
CADONI (A.N.). Io conosco molto bene il problema degli agrotecnici in quanto sono un dipendente della Scuola Agraria e per vent'anni ho assistito anche direttamente alla formazione di questi ragazzi che hanno preso inizialmente la qualifica di meccanici agricoli e poi sono arrivati al corso di formazione professionale di agrotecnici facendo il terzo, il quarto e il quinto anno.
Devo riconoscere che inizialmente è stata impedita agli agrotecnici l'iscrizione a un albo e il praticantato in quanto non sostengono il famoso esame di estimo, cioè loro non fanno né topografia né estimo ed in base a questo non viene loro riconosciuta l'abilitazione alla firma di progetti di miglioramento fondiario e di altro. Anche se devo riconoscere che come formazione sul campo gli agrotecnici hanno un livello superiore a quello che può essere quello dei periti agrari, in quanto loro per cinque anni affiancano la didattica alla pratica sull'azienda. Nel caso del Scuola agraria, dell'Istituto Professionale di Stato per l'Agricoltura di Santa Maria che dispone di oltre 700 ettari di terreno, questi svolgono le più ampie attività agronomiche, che vanno dall'impianto dal frutteto all'impianto dell'agrumeto, all'impianto della vigna, al disboscamento, a tutte quelle pratiche agronomiche che i periti agrari non sostengono e non fanno.Quindi, dal punto di vista pratico, gli agrotecnici sono molto più avanti e molto più preparati dei periti agrari, senza niente togliere al diploma di perito agrario, al diploma di geometra, o di quanti altri hanno l'abilità alla firma per determinati progetti. Questa è una battaglia che loro sanno portando avanti da molto tempo; i primi diplomi di agrotecnico ci sono stati nel 1974 - 1975 (?) in Sardegna, perché la prima scuola sperimentale per agrotecnici è stata proprio la Scuola agraria. La scuola agraria di Bosa che in agro di Bosa, però denominata di Montresta in quanto si attraversa Montresta per andare a Santa Maria, che si trova tra Montresta e Villanova Monteleone. Però il territorio è di Bosa, la scuola è bosana perché è stato un lascito del famoso Giovanni Antonio Pischedda a fine 1800 allo Stato, perché facesse una scuola agraria per i bosani e per tutti i paesi limitrofi. Nel 1974/1975 - come dicevo - c'è stato il primo diploma di agrotecnico. Però, da allora, quando hanno iniziato a diventare numerosi alcuni hanno trovato collocazione nell'insegnamento, perché sono abilitati ad insegnare nelle scuole professionali, altri hanno trovato collocazione in altri posti di lavoro, soprattutto nella Forestale, però, il loro più ampio desiderio sarebbe quello di poter svolgere l'attività professionale che gli viene impedita di fatto perché non esiste un albo degli agrotecnici.
Questa è una battaglia che stanno portando avanti da molto tempo, non so se la Regione sia competente a rilasciare questo nullaosta o questa abilitazione alla firma. Però, se questo non fosse la Regione si deve fare promotrice perché questo diploma di agrotecnico venga riconosciuto, così com'è riconosciuto in Europa a tutti i livelli, anche in Sardegna e in Italia, perché possano svolgere la libera professione così come la svolgono altri. In base anche alla loro preparazione che ottengono sul campo.
Presidente. Ha facoltà di parlare l'Assessore dell'agricoltura e riforma agro-pastorale.
FERRARI (F.S.D.-Progr.Sard.), Assessore dell'agricoltura e riforma agro-pastorale. Innanzitutto debbo dare atto al collega Tunis di avere argomentato molto bene la mozione presentata dal Gruppo di Forza Italia. Affermo con franchezza che alcuni degli argomenti portati sono condivisibili. Probabilmente (non l'ho data io la prima risposta) nella prima risposta data agli agrotecnici non si è approfondito adeguatamente il problema, anche se questa materia delle competenze professionali e dei limiti delle competenze professionali è materia molto ricca di contrasti tra vari ordini e vari collegi, in particolar modo tra tecnici laureati e tecnici semplicemente diplomati, e in questo caso specifico anche tra tecnici diplomati, periti agrari e agrotecnici.
Le competenze sono fissate dalla legge dello Stato, quindi non può essere certo la Regione a dirimere i punti di fondo della controversia; i piani di studio non sono esattamente gli stessi e conseguentemente non possono essere esattamente le stesse nemmeno le competenze. Quindi è materia che va affrontata e risolta a livello statale e nazionale; comunque ci sono interventi e componimenti che possono essere risolti a livello regionale.
Ora, poiché io ritengo, sulla base degli elementi di cui posso disporre che effettivamente in certa materia gli agrotecnici possano intervenire e progettare, allora proporrei - al di là ovviamente di atti di censura che mi sembrano sproporzionati - di affrontare insieme ai proponenti l'aspetto propositivo della mozione, di trovare una formulazione unitaria al fine di raggiungere l'obiettivo, che è quello di riconoscere nella misura del possibile per quanto effettivamente previsto dalla normativa che regola le competenze di questi tecnici, la possibilità che loro possano operare alla pari, in quelle materie, degli altri tecnici.
Questo è quanto propone la Giunta, quanto propone l'Assessore, quindi chiedo una sospensiva su questo argomento per addivenire a un formulazione unitaria.
Considerando anche che in Consiglio c'è un numero di consiglieri tali che non consente una decisione adeguata.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il consigliere Tunis Marco, tenendo conto anche della proposta che l'Assessore ha fatto.
TUNIS MARCO (F.I.). Signor Presidente, signor Assessore e colleghi consiglieri, prendo atto che seppure in un'Aula ridotta di numero, comunque c'è stata la partecipazione e quanto meno la conoscenza e l'approfondimento di un tema che era molto importante e che riguardava una categoria di giovani che molto volentieri accedevano a queste scuole periferiche, la maggior parte sono nella provincia di Cagliari, e quindi vanno nel Campidano, ma in relazione anche al numero degli abitanti, sono sparsi in tutta la Regione. Quindi, hanno dato il loro contributo per raggiungere un diploma che potesse loro permettere di poter svolgere il loro lavoro, altrimenti il giovane sapendo che non produce si sente frustrato e le categorie degli altri giovani che accedono alla scuola, vi si accedono in maniera malvolentieri e magari soltanto per adempiere ad un obbligo scolastico e, non era quello che noi volevamo quando sono state istituite queste scuole, avevano una certa finalità.
Orbene, riconosco che l'Assessore è sensibile anche lui al problema, probabilmente la categoria degli agrotecnici avranno chiesto di poter essere sentiti, penso che abbia recepito quelle che solo le istanze alla base, ha lasciato capire che è possibile venire incontro. Probabilmente dalle parole dell'Assessore intravedo la possibilità di trovare uno strumento positivo e operativo, ma che forse debba tener conto di puntualizzazioni per evitare contrapposizioni tra i titoli che ci sono nella materia, magari tra quelle di perito agrario, tra quello di agronomo e quelli di agrotecnici. L'importante è che gli agrotecnici possano fare il lavoro come gli altri, per quei settori per la quale gli viene riconosciuto dalla Corte Costituzionale ed anche dalle altre regioni; certo la Regione Sardegna per un gioco delle parti, perché ci sono degli ordini più forti degli altri non può essere una logica seria, deve essere invece, per questo mi affido all'Assessore, una scelta ponderata, seria e riflessiva al che si possa soddisfare questa esigenza nell'interesse di un settore che è mortificato, che trova difficoltà e che invece deve trovare voglia nei giovani stessi di dover curare, altrimenti si prevede tra breve una fine piuttosto accelerata.
Chiediamo che i giovani si dedichino all'agricoltura per toglierli dall'idea di dover curare esclusivamente settori assistiti, noi vogliamo un'agricoltura diversa e quindi, anche questo tema rientra tra questi. Mi dichiaro favorevole a poterci dedicare un quarto d'ora a stendere un documento e che possa essere in sintonia per quanto riguarda gli impegni di cui alla mozione, perché quelli erano gli intenti, senza nessun accenno di censura nei confronti dell'Assessore perché qui molto democraticamente ha riconosciuto quelli che sono stati i ritardi e le mancate decisioni.
L'unico punto è che siccome ci sono altre mozioni che riguardano il sottoscritto, nel frattempo che lavoro per quelle chiederei che fossero trattate le mozioni degli altri settori.
PRESIDENTE. Grazie onorevole Tunis, mi pare che sia uno dei casi rari in cui gli intenti del proponente della mozione e gli intenti dell'Assessore trovano una intelligente composizione. Non c'è votazione e quindi non c'è dichiarazione da fare.
Ha domandato di parlare il consigliere Cadoni. Ne ha facoltà.
CADONI (A.N.). Conosco molto bene il problema degli agrotecnici, ma soprattutto il problema di quei ragazzi che si avvicinavano al corso di diploma di agrotecnici, in quanto la scuola più grossa della Sardegna è ancora la scuola agraria di Santa Maria, dove venivano accolti a convitto pieno oltre 160 ragazzi, dando lavoro ad oltre cento persone, cioè posti di lavoro che vanno dalla lavanderia, alla pulizia, aiutanti di stalla, meccanici agricoli e via dicendo.
Però in questi ultimi anni anche la scuola agraria è stata oggetto di diverse interrogazioni ed interpellanze alle quali non è stata mai data risposta perché venivano indirizzate all'Assessore della pubblica istruzione. La scuola agraria di Bosa oggi rischia di chiudere perché è stata snaturata, in quanto non fa più quello che doveva fare, cioè preparare gli allievi nel corso agricoltori, qualifiche casari, qualifiche meccanico-agricole, forestali e via dicendo; oggi hanno questo corso, novanta o novantuno, non so come si chiami, che li porta a fare questi corsi ambientali e di computerizzazione che non servono a niente, cioè non attengono a quella che è l'indicazione della scuola.
Oltretutto esiste l'unico convitto femminile di tutta la Sardegna che dava la possibilità a tutte le ragazze della Sardegna di poter andare, frequentare a Bosa e stare anche tutta la settimana o tutto il mese in convitto senza essere per questo di peso alla famiglia economicamente per andare su e giù. Infatti la scuola di Bosa addirittura ospitava anche ragazze del Continente.
Ritengo che l'Assessore dell'agricoltura, di concerto con l'Assessore della pubblica istruzione, veda un po' se non sia il caso di un sopralluogo, di mandare degli esperti per vedere se questa scuola risponde ancora a quelle che sono le esigenze o a quelle che erano le indicazioni della collettività bosana e di tutta Sardegna, perché mi sembra che non sarà un problema grave non tanto anche per gli alunni, ma quanto come personale di occupazione, perché a Bosa è la maggiore industria dopo l'ospedale.
Solo questo, che ci sia una maggiore attenzione da parte dell'Assessore dell'agricoltura e dell'Assessore della pubblica istruzione perché venga rivitalizzata quella che a Bosa purtroppo è uno dei punti di forza dell'occupazione bosana e non solo bosana.
PRESIDENTE. Grazie per questa integrazione. La votazione di questa mozione è sospesa in attesa che si trovi la formulazione unitaria.
PRESIDENTE. Come previsto nell'ordine dei lavori approvato della Conferenza dei Capigruppo, Passiamo alla mozione numero 173. Se ne dia lettura.
MOZIONE BONESU - SANNA Giacomo - SERRENTI sulla sovranità del Popolo Sardo.
IL CONSIGLIO REGIONALE
RILEVATO che l'attuale assetto istituzionale non risolve i problemi del popolo sardo e dei singoli cittadini, né fornisce gli strumenti atti a risolverli;
RILEVATO altresì che l'esigenza, pur universalmente sentita, di un nuovo assetto istituzionale non trova alcuna soluzione e che appare pertanto necessario operare con sufficiente energia per spazzare l'immobilismo;
RITENUTO di dover perseguire soluzioni nel rispetto delle tradizioni di libertà del nostro popolo e della sua volontà di collaborare pacificamente, su un piano di pari dignità, con gli altri popoli;
CONSIDERATO che il Popolo Sardo ha goduto in passato della sovranità, per abbandono dell'occupazione da parte dei bizantini e vittoriosa difesa dell'Isola contro i mussulmani, affermando la medesima con la creazione delle quattro statualità dei giudicati;
RILEVATO che tale senso della sovranità e della statualità era profondamente radicato nei sardi e ciò portò al fallimento dei tentativi di infeudazione imperiale, attuati col conferimento del titolo regio a Barisone e ad Enzo, mentre l'infeudazione pontificia a favore del re di Aragona fu attuata compiutamente solo dopo quasi duecento anni dal conferimento, in quanto i sardi combatterono accanitamente contro l'imposizione di una dominazione esterna;
CONSIDERATO:
- che, in virtù della bolla di Bonifacio VIII del 5 aprile 1297 e di una serie di cessioni e scambi di popoli e territori fra i sovrani europei, conclusa con i trattati stipulati a Londra e Vienna nel 1718, la Sardegna è pervenuta alla dinastia dei Savoia, senza che il popolo sardo sia mai stato chiamato, a differenza delle popolazioni degli altri stati italiani che votarono in plebisciti l'adesione al Regno d'Italia sotto la dinastia dei Savoia, ad esprimersi sull'assetto istituzionale;
- altresì che il mutamento istituzionale del 1946, pur rendendo sovrano il popolo in luogo del monarca, non ha identificato, aldilà di un indistinto popolo italiano, centri di potere sovrano e che la stessa concezione costituzionale di un Repubblica formata non solo dagli organi centrali, ma anche su un piano di pari dignità dalle Regioni e dalle comunità locali, ha trovato nella costituzione di fatto, creata da forze politiche, economiche e burocratiche centralistiche, insormontabili ostacoli;
RILEVATO che la per Regione Autonoma della Sardegna è avvenuto un progressivo svuotamento delle sue prerogative mediante l'imposizione di un sistema finanziario derivato e strettamente vincolato, con l'abuso degli strumenti finalizzati alla conservazione dell'unicità dell'ordinamento, e in particolare con l'anomala estensione della definizione di norma fondamentale di riforma economica e sociale e del concetto di principio dell'ordinamento, con una giurisprudenza costituzionale, derivata anche dalle modalità centralistiche di formazione dell'organo giudicante, restrittiva dei poteri regionali, mentre la sistematica compressione delle autonomie locali ne ha impedito la libera esplicazione;
RITENUTO che tutto ciò impedisce il libero sviluppo economico, culturale e sociale del nostro Popolo ed è fonte di un confuso ribellismo contro quelle che son viste come spoliazioni del territorio e imposizioni di una autorità estranea e che tale fatto compromette la stessa vita democratica delle comunità locali;
CONSIDERATO CHE:
- le strutture centrali non rappresentano adeguatamente gli interessi del nostro Popolo in sede internazionale ed europea;
- appare necessaria la rivendicazione in capo al Popolo Sardo dell'originaria potestas suprema, cancellata con la forza e con il genocidio di una operazione colonialista, simile a quella che portò successivamente alla conquista delle Americhe da parte degli stessi spagnoli, e che i trattati internazionali firmati dall'Italia riconoscono che nessun popolo può dominare un altro popolo;
RILEVATO che il Popolo Sardo conserva, nonostante i tentativi ripetuti di deculturazione, una propria precisa identità derivante da fattori storici, geografici, culturali e linguistici ed è quindi un soggetto politico ed istituzionale autonomo, come comprovato dall'articolo 28 del vigente Statuto regionale;
RIVENDICATO il diritto e dovere del Consiglio regionale di rappresentare l'intero Popolo Sardo, ai sensi dell'articolo 24 dello Statuto;
RITENUTO che è necessario, nella gravità del momento istituzionale e sociale, assumersi le proprie responsabilità di fronte alla passività ed inconcludenza del Parlamento Italiano, che si rifiuta di approvare l'assetto federale della Repubblica;
CONSIDERATO che l'assunzione delle proprie prerogative sovrane non osta a che la sovranità sia, a condizioni di parità con altri popoli e stati, limitata per il perseguimento di interessi comuni e che anzi è ammissibile la coesistenza, con la sovranità dello stato federato, della sovranità dello stato federale;
AFFERMATO il diritto del Popolo Sardo di essere padrone del proprio futuro,
dichiara solennemente
la sovranità del Popolo Sardo sulla Sardegna, sulle isole adiacenti, sul suo mare territoriale e sulla relativa piattaforma oceanica. (173)
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il consigliere Bonesu per l'illustrazione della mozione numero 173 sulla sovranità del popolo sardo.
bonesu (P.S.d'Az.). Signor Presidente, onorevoli colleghi si è detto che questa doveva essere una legislativa costituente, in effetti traendo le somme quasi a fine legislatura non lo è stata. In particolare il Consiglio ha fallito su quello che doveva essere il suo obiettivo, cioè di ridisegnare i rapporti tra la Regione e lo Stato. Ha fallito sia per motivi interni, sia per motivi esterni. Per motivi interni in quanto non è riuscita a concretare il lavoro che era stato fatto nella Commissione speciale, la cui risoluzione non è mai stata esaminata dall'Aula, per motivi esterni in quanta ha cullato la speranza che la Commissione Bicamerale potesse in effetti disegnare uno schema di un diverso rapporto di tipo federale tra la Sardegna e l'Italia.
Siamo finiti in una fase di stallo, ma è una fase di stallo che non può essere ulteriormente protratta, e il Consiglio, anche se in fase finale della legislatura, deve quanto meno cercare di superare con una dichiarazione di volontà, con un disegno che consenta di lavorare per il futuro. La mozione ha questo obiettivo. Ha l'obiettivo di affrontare il problema del rapporto tra il popolo sardo e la Repubblica italiana, un problema che è alla radice di tutti i nostri problemi, perché quando parliamo di continuità territoriale, quando parliamo di parchi, quando parliamo di ambiente, quando parliamo di sistema fiscale, quando parliamo della partecipazione della Sardegna all'Europa, stiamo sempre esaminando facce di un problema che è quello del rapporto tra il popolo sardo e la Repubblica italiana. Rapporto che, come è stato definito nel 1948 con la legge dello Statuto, si è rivelato un rapporto non soddisfacente sia per i limiti che quello Statuto aveva, sia per come è stato attuato.
Quello Statuto è stato depotenziato sia nel testo letterale, ma soprattutto depotenziato nell'applicazione; perché quelli che sembravano elementi marginali, per esempio i richiami ai principi generali dell'ordinamento o alle fondamentali riforme di carattere economico e sociale, poi sono diventati vincoli che vengono richiamati su ogni iniziativa, su ogni legge che questo Consiglio approva. Anche dal punto di vista amministrativo lo Stato tiene gelosamente i suoi poteri, in qualche caso, in realtà, è la Regione che non riesce ad esercitarli, come nel caso degli uffici di collocamento che lo Stato dovrebbe cedere, e la Regione, però, non intende prendere o perlomeno il comportamento è tale che finora non ha assunto queste funzioni.
Noi riteniamo che comunque il rapporto sia profondamente viziato, perché lo Statuto del 1948 ha in nuce gli elementi che hanno portato a questa situazione di subalternità della Sardegna rispetto al governo di Roma, perché è uno Statuto, tutto sommato, che dà autonomia, ma all'interno di un Stato fortemente centralista, per cui le esigenze delle strutture centrali dello Stato fortemente centraliste hanno condizionato questa autonomia rendendola sempre più debole.
Occorre, invece, capovolgere il discorso, impostare il discorso sulla base del federalismo; la Repubblica italiana può decidere o meno di essere federale, ma il rapporto tra la Sardegna e la Repubblica italiana non può non essere federale, perché siamo in una situazione profondamente diversa per motivi geografici, sociali, storici, etnici dal resto della Repubblica italiana. Credo che forse siamo più diversi di quanto lo sia quella popolazione dell'Alto Adige, o Sud Tirolo che dir si voglia, che ha avuto uno Statuto di autonomia fortissimo, addirittura una specie di semigoverno di quella regione, sulla base di differenze etniche.
Credo che noi abbiamo situazioni, quando per esempio in materia di caccia vengono addirittura a condizionare le date di caccia imponendo una situazione biologica conforme a quella della penisola, mentre noi sappiamo che è profondamente diversa, qua sta il motivo per richiedere la nostra specialità.
Specialità che non può essere fittizia e puramente di parole, come è quella prevista dallo Statuto, soprattutto nell'interpretazione e nell'applicazione che ne è stata data.
Siamo diversi e dobbiamo, nel rapporto istituzionale con la Repubblica italiana, far valere questa diversità.
Noi abbiamo affrontato il problema alla radice, ritenendo che il popolo sardo non abbia mai rinunciato a quella sua sovranità che ha avuto nei secoli.
Oggi, qualcuno che vuol passare per storico di professione, su un quotidiano vicino alla maggioranza, afferma che avremmo idee confuse dal punto di vista storico, ma io gli ricordo che più di mille anni fa - visto che gli storici sardi non conoscono la storia sarda, né quella degli altri paesi - Mieszko, il fondatore del regno di Polonia, affermava orgogliosamente che lui non era soggetto né all'Impero, né alla Chiesa, che lui era giudice e re come erano giudici e re quelli di Sardegna.
Avevano le idee più chiare in materia di sovranità dei sardi mille anni fa nella medievale Polonia, di quanto non l'abbiamo oggi certi storici che scrivono sui giornali sardi!
Questa sovranità i sardi non l'hanno mai abbandonata, sono stati sconfitti sul terreno bellico, ma non vi hanno mai rinunziato. E questa sovranità noi, considerato che è un nostro diritto storico e che i popoli sulla base dei trattati internazionali che la Repubblica italiana ha firmato non possono rinunciare ai loro diritti fondamentali, rivendichiamo con questa mozione, e la rivendichiamo perché questa è la base del diverso rapporto con l'Italia e con l'Europa.
Sovranità non significa separatezza, non significa un anacronistico separarsi né dalla Repubblica italiana, né dalla Confederazione europea, significa semplicemente avere il nostro diritto di parola, il nostro diritto di partecipare a quelle decisioni.
Questo diritto deriva dal fatto che siamo un popolo che vuol essere e dichiara di voler essere padrone della propria terra e del proprio futuro in un quadro di collaborazione. Sovranità non vuol dire isolamento, non vuol dire isolazionismo, non vuol dire rifiuto alla collaborazione.
Bene fece la Costituzione della Repubblica italiana a dire che la Repubblica italiana rinunciava ad elementi della propria sovranità nel quadro di migliori relazioni tra i popoli, di relazione pacifiche.
Credo che il discorso che ci anima con questa mozione sia nello stesso senso, vogliamo essere sovrani ma non per fare la guerra a nessuno, ma semplicemente per poter collaborare. Perché quando oggi il ministro dell'agricoltura italiano, anzi delle risorse agricole visto che il ministero dell'agricoltura è stato abolito a furor di popolo, ma ripristinato in forma ingannevole, va a Bruxelles a trattare della nostra agricoltura, noi ci chiediamo se tratti i problemi della Lombardia che di acqua ne ha in abbondanza o della Sardegna afflitta dalla siccità. Perché questa è la questione, che noi siamo rappresentati nelle sedi importanti, nelle sedi dove si decide il nostro destino, da ministri che rappresentano interessi contrapposti ai nostri, invece noi vogliamo partecipare in questo senso. Vogliamo che come i Lander tedeschi possiamo dire la nostra anche in sede comunitaria quando sono problemi che ci riguardano.
Credo che questo possiamo farlo solo con un sistema federalista forte, non con una ridipintura di federalismo di uno Stato centralista come quello italiano.
Credo che l'affermare la sovranità del popolo sardo sia anche un forte elemento di coesione interna, al di là dei campanili, che tanto male fanno alla Sardegna e che tante volte sono spuntati anche in quest'Aula.
Crediamo che affermare la nostra interezza di popolo, il nostro voler andare insieme, il nostro voler essere un'unica forza, un qualcosa che si esprima all'esterno, al di là delle differenze che logicamente in una società democratica ci sono anche tra di noi, sia un elemento essenziale per fare politica per la Sardegna; non politica subalterna, ma politica per affermare la nostra identità, il nostro diritto a vivere, il nostro diritto allo sviluppo in quest'Isola, il nostro diritto a non immigrare, il nostro diritto a governarci ed essere padroni della nostra terra e del nostro futuro.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale. E' iscritto a parlare il consigliere Ghirra. Ne ha facoltà.
GHIRRA (Progr. Fed.). Signor Presidente, colleghe e colleghi, il nostro Gruppo ha affrontato con grande attenzione e serietà l'analisi della mozione proposta dal Gruppo sardista, e devo dire che ho apprezzato l'illustrazione che il collega Bonesu ha fatto di questa mozione.
In particolare ho apprezzato l'intento unitario, cioè il tentativo che da quest'Aula venga, su un tema così delicato, una posizione che sia davvero quella del popolo sardo e non una posizione viziata da strumentalismi o affetta da un clima elettorale che può condizionare eccessivamente la valutazione su un tema nel quale la storia, la dottrina, la cultura hanno da dire la loro, e sì la politica ha giustamente un ruolo centrale, ma non può violentare tutte le altre discipline del sapere umano.
Dicevo che è molto importante riportare dentro quest'Aula la questione della sovranità, la questione della forma di Stato, della forma di regione, della forma di Europa nella quale viviamo e vogliamo vivere, magari lasciando da parte forzature francamente inaccettabili, perché il dire che la potestas suprema del popolo sardo sia stato cancellata con la forza e con il genocidio di un'operazione colonialista simile a quella che portò successivamente alla conquista delle Americhe da parte degli stessi spagnoli, mi sembra francamente una forzatura difficilmente accettabile. Invito gli stessi presentatori della mozione a riflettere, perché non mi pare che si possa paragonare, comunque, la storia di questo popolo, pur con i suoi momenti di subalternità, con i suoi momenti di arretramento, al genocidio compiuto verso gli indiani d'America.
Io non mi sento in una riserva, non mi sento schiacciato da nessun oppressore, né mi pare che siamo in una condizione di questo genere.
Dicevo che mi sembra importante utilizzare i contenuti di questa mozione per guardare in avanti, non tanto per fare un'analisi storiografica, che tra l'altro non mi pare competa neppure ad una mozione consiliare come tema, mi sembra più un importante che parlino gli storici, che parlino liberamente senza vincoli di fede politica o di strumentalizzazione politica. Mi sembra però importante che sul tema della sovranità del popolo sardo, sul tema di quali poteri possiamo realmente esercitare, in quale Repubblica, in quale Unione Europea, il Consiglio abbia il dovere di pronunciarsi.
Certo, tutti noi abbiamo costantemente denunciato i gravi ritardi che hanno impedito la realizzazione di una forma di Stato federale nell'Unione europea, è da anni che la parti più avanzate del pensiero federalista puntano alla realizzazione di uno Stato federale italiano nel quadro di un'Unione europea, ma ho come la sensazione che il tema del federalismo si stia attenuando in parallelo all'attenuarsi della spinta leghista. Nel momento di massimo allarme del leghismo, probabilmente, ci fu un federalismo più spinto da parte dei ceti dirigenti della Repubblica italiana, mi pare che ora quella spinta stia attenuando, mi sembra giusto che dalla Sardegna venga una rivendicazione perché questa bandiera del federalismo venga ripresa.
Il nostro popolo, d'altronde, è storicamente un popolo che ha fatto dall'aspirazione all'autogoverno una sua bandiera, né d'altronde parliamo un linguaggio che non ha ascolto, perché la stessa Costituzione della Repubblica italiana ha sancito l'appartenenza al popolo della sovranità, ma anche ha disegnato un modello istituzionale fondato non soltanto su uno Stato centrale, ma anche sulle regioni e sugli enti locali.
Già nella nostra Costituzione il modello istituzionale non prevede uno Stato centralistico che opprima le autonomie, ma semmai, grazie anche al nostro Statuto speciale, che rafforza questa istanza, c'è una tendenza ad una sovranità ripartita, ad una sovranità che veda il centro e la periferia come momenti di un unicum e non come poteri gerarchicamente subordinati.
D'altronde la realizzazione storica concreta dello Stato italiano ha continuato ad ispirarsi ad un modello centralista, probabilmente è anche da questo che è rinata anche in Sardegna la spinta alla richiesta di un nuovo Stato federale, laddove un popolo come quello sardo, con le sue caratteristiche peculiari, possa trovare le ragioni e i motivi della piena realizzazione della propria identità storica, economica e culturale, non già per separarsi e per distinguersi, questo lo diceva anche il collega Bonesu, ma semmai per distinguersi, approfondendo nella distinzione le basi per una più coesa unità nazionale ed europea.
D'altronde tutti siamo coscienti che il modello centralistico che si è sviluppato nell'Italia pre-repubblicana, ma ahimè anche nell'Italia repubblicana, è un modello centralistico che ha la sua scuola d'origine non già nelle tradizioni più avanzate del Risorgimento italiano, della cultura italiana, ma semmai nei modelli di derivazione centralistico francese che in fondo non appartengono storicamente alla nostra storia. Quindi la ricerca di un nuovo modello istituzionale è fondata realmente nella storia e nella politica della nostra Isola, e tanto più diventa attuale oggi che l'idea di costruire un'Unione europea davvero dei popoli, un'Unione europea davvero federale, e ciò trova nuove possibilità dopo gli anni in cui l'Unione europea è stata soltanto l'unione dei mercanti, l'unione dei banchieri.
Dicevo che dunque l'idea di rivendicare una sovranità del popolo sardo rafforzata e rinnovata rispetto al passato non è un'idea infondata, e d'altronde non mi spaventa il termine sovranità. Soltanto una concezione angusta della storia fa sì che la sovranità sia intesa come un unicum, che sia tutta accorpata nel potere centrale.
Oggi di fatto, l'esperienza stessa della nostra vita quotidiana di sardi, di italiani e di europei, vede che la sovranità è assolutamente ripartita tra questi livelli. Lo Stato italiano ha concesso ampia sovranità all'Unione Europea, la regione ha la sua sovranità, in parte dovremmo cederla ulteriormente alle autonomie locali. Parlare del riconoscimento della sovranità del popolo sardo, nel quadro di un'Italia federale e dell'Unione europea, penso non scandalizzi nessun il purista del diritto, ma che sia un'idea accettabile.
Presidenza del Presidente Selis
(Segue GHIRRA.) Quindi, a mio parere, è giusto che il Consiglio possa proporre al Parlamento della Repubblica e all'Unione europea, non come atto unilaterale, ma nel quadro di un reciproco riconoscimento, perché poi in fondo è così che camminano gli stati, è così che camminano i popoli, il riconoscimento della sovranità del popolo sardo nel quadro di una profonda revisione della Costituzione della Repubblica in senso federalistico.
Dunque non già come autodichiarazione, ma come contrattazione e reciproco riconoscimento.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Sanna Giacomo. Ne ha facoltà.
SANNA GIACOMO (P.S. d'Az.). Signor Presidente è con viva soddisfazione e con grande orgoglio che oggi il Gruppo sardista in Consiglio regionale saluta la discussione in Aula della mozione sulla sovranità del popolo sardo.
In questi mesi, all'indomani della presentazione del testo, avvenuta nel settembre dello scorso anno, abbiamo registrato sull'argomento una serie di interventi sulla stampa e in generale sugli organi di informazione, che meritano preliminarmente alcuni chiarimenti, a mio avviso doverosi e certamente utili per condurre nei termini più corretti e costruttivi il dibattito odierno. Iniziando a sgomberare il campo da pericolosi fraintendimenti, e cioè iniziando ad affermare che il tema della sovranità non è mai stato e mai sarà per i sardisti uno slogan ad effetto privo di sostanza e di comportamenti conseguenti. Così come credo sia necessario attendersi, da parte delle forze politiche sarde, un atteggiamento tale da scongiurare da subito il pericolo che tale tema venga trattato come uno dei tanti luoghi comuni, di cui tutti parlano, con l'intento di sminuirne la portata e con lo scopo di farne una prospettiva fantomatica, priva di contenuti credibili e politicamente realizzabili.
Sono conscio delle difficoltà che sotto questo aspetto derivano dall'approssimarsi di scadenze elettorali importanti, ma allo stesso tempo, allo scopo di ricercare quanto più possibile una discussione serrata sui contenuti della mozione, piuttosto che sulle tattiche pre-elettorali, mi sento di riaffermare, così come in passato ho fatto, che l'argomento della sovranità del popolo sardo non rappresenta e non può rappresentare, per i sardisti, un'esca per far abboccare i pesci del Polo o quelli del centrosinistra.
A supporto di questa convinzione ricordo, a quanti ne abbiamo perso memoria, che il tema della sovranità non è un argomento che è spuntato all'improvviso dal cilindro dei consiglieri sardisti in questi ultimi mesi, ma è il tema che il partito sardo ha compiutamente affrontato e dibattuto nel suo ventisettesimo congresso nazionale dello scorso giugno ad Alghero, e soprattutto rappresenta l'elemento su cui fonda l'esistenza dello stesso partito, così come affermato nell'articolo 1 del suo Statuto.
Mi sembra, quindi, più che giustificata la soddisfazione che come sardista mi sento di manifestare per la discussione odierna, ritenendola un positivo risultato politico conseguito dal Gruppo al quale mi onoro di appartenere, e più in generale un'opportunità concreta offerta al Consiglio perché affronti in un momento di confronto alto il tema della sovranità del popolo sardo.
Ritengo sia questo il punto da cui partire per rilanciare con forza non solo il dibattito, ma anche qualche atto concreto nel verso di quelle riforme sostanziali di cui tanto si parla, ma delle quali non si ha traccia, né nella nostra Regione, né tanto meno nel Parlamento italiano, dove, così come era prevedibile, gli unici atti concreti che tutti abbiamo registrato riguardano il fallimento della Commissione bicamerale a Roma e quello della bicameralina regionale che qualcuno, sulla scia dall'entusiasmo, ha tentato di propinare anche nel Consiglio regionale.
Al contrario, le uniche riforme che hanno visto la luce anche in questo Consiglio sono quelle finte, per intenderci quelle che riguardano solo ed esclusivamente le leggi elettorali, il modo con cui i due maggiori partiti sia di opposizione che di maggioranza, nel tentativo di legittimare un bipolarismo che non esiste in Italia, né tanto meno in Sardegna, si inventano i meccanismi per assegnarsi più seggi di quanti non siano i voti che hanno raccolto e più premi di quanti non siano i consensi che hanno meritato. Sembra dunque opportuno attendersi, finalmente, un impegno forte e determinato da parte di tutte le forze politiche isolane, perché si riprenda con vigore il dibattito sulle grandi questioni che riguardano le riforme costituzionali e perché, sul piano politico, la Sardegna possa agganciare il problema della sovranità del popolo sardo alle grandi battaglie che su questo versante conducono con successo i popoli di altre nazioni mancate, come i baschi, i catalani, gli scozzesi, gli irlandesi e i curdi. Ed è proprio in un'ottica europea che il tema della sovranità è di grandi attualità. Con l'avvento dell'Unione Europea, che tutti hanno salutato con grande favore, non è difficile constatare che si sono modificati alcuni rapporti che fino a poco tempo fa parevano indissolubili. Non è azzardato affermare che lo Stato nazionale, centralista ed unitario, che teneva unite le società nazionali è spinto a perdere consistenti quote di sovranità: verso l'alto a favore delle istituzioni internazionali; verso il basso a favore delle autonomie locali e territoriali; orizzontalmente verso soggetti collettivi, le cosiddette autonomie funzionali, le varie autorità di garanzia e gli enti strumentali per citare le principali.
In Italia tutto ciò si è manifestato attraverso un trasferimento di competenze, non sempre reali e sostanziali, alle Regioni ed agli enti territoriali. E` innegabile che tali processi sono apparsi il più delle volte come una vera e propria concessione dello Stato centrale alla Regione o anche come una vera e propria azione di scaricamento alla Regione di enti, aziende e di responsabilità amministrative senza il necessario supporto né delle risorse finanziarie, né tanto degli strumenti atti al loro reperimento. In questo contesto emergono ancora più marcatamente tutti i limiti dell'attuale assetto costituzionale; emerge il fallimento del regionalismo italiano, che tentava di rispondere all'inefficienza dello stato articolandolo e decentrandolo; emergono i limiti dell'attuale Statuto di autonomia speciale, ma soprattutto diventa evidente la necessità di riformare il nostro Stato centralista per fare uno Stato federale.
Ritengo che i numerosi dibattiti e convegni che le forze politiche e le istituzioni isolane hanno organizzato per compiere una valutazione, a cinquant'anni dalla promulgazione dello Statuto di autonomia, portino a simili conclusioni ed evidenzino ancora una volta quanto da tempo si va affermandolo, e cioè che nella realtà l'autonomia speciale si è tradotta in un semplice decentramento di alcuni poteri dello Stato. In definitiva si è creata un Regione che è fotocopia dello Stato italiano, con tutti ti suoi difetti, compreso il centralismo che ha privato gli enti locali dei legittimi spazi di autonomia e di azione.
E` questo un argomento di primaria e fondamentale importanza, quello della riforma del nostro Statuto, che ponga le classi dirigenti isolane nelle condizioni di essere davvero rappresentanti del popolo sardo ribaltando la logica dello statualismo centralista italiano e ponendo la Regione come luogo primario di intermediazione politica dei rapporti tra il cittadino e lo Stato. Sono queste le riforme sostanziali, per fare le quali chiediamo l'elezione di una apposita assemblea del popolo sardo, che abbiamo chiamato Costituente, che dovrà riscrivere il nostro Statuto e che sul piano politico dovrà rappresentare la volontà della Sardegna di liberarsi di questo Stato. Per farne un altro non meno unitario, ma legato dal basso attraverso una serie di patti sulle cose da fare insieme e nelle quali trovare le ragioni di una vera unità, per riscrivere in definitiva il rapporto tra Sardegna e Stato italiano che non potrà che essere di tipo federalista.
Nell'ordinamento federale il patto viene contratto tra due poteri entrambi sovrani: quello dello Stato federale e quello dello Stato federato. Ecco che si riaffaccia quindi il tema della mozione, quello della sovranità del popolo sardo. E` risaputo che per quanto riguarda le modalità di formazione degli Stati federali, nelle esperienze storiche, tranne qualche eccezione, come il Belgio, di recente, si è assistito a un processo per certi versi inverso a quello delineato. Nella pluralità dei casi alcuni stati contraenti solitamente di fronte a una minaccia esterna hanno deciso di cedere quote della loro sovranità a un centro federale.
Nel caso dell'Italia lo Stato federale potrà realizzarsi se lo Stato unitario cederà parte considerevole dei suoi compiti, delle sue funzioni, cederà quote di sovranità alle entità che dovrebbero federarsi. L'ordinamento internazionale prevede esplicitamente che uno stato rinunci a una parte della propria sovranità per delegarla a un soggetto sovrastatuale e l'Italia questo ha fatto aderendo all'Unione Europea o alla Nato.
Lo stesso ordinamento sul piano teorico non pone nessun ostacolo affinché un simile processo avvenga anche all'interno di uno Stato con soggetti aventi dignità statuale attraverso un patto federale. E` questa la nostra volontà politica, promuovere e provocare la nascita di un nuovo ordinamento federale; è questo l'obiettivo che sta alla fine del percorso che oggi delineiamo con la discussione della mozione sulla sovranità del popolo sardo. Ed è questo il cammino che intendiamo intraprendere in tutte quelle forze politiche che sinceramente credono e lealmente operano per riaffermare l'indipendenza culturale, economica e politica della Sardegna, e che condividono con noi la battaglia per far sì che il popolo sardo sia popolo libero, tra popoli liberi, padrone della sua terra e del suo destino.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Fois Paolo. Ne ha facoltà.
FOIS PAOLO (Progr. Fed.). Grazie Presidente, il mio è anche un intervento animato da quello spirito costruttivo che ha caratterizzato gli interventi che mi hanno preceduto e cioè del collega Bonesu, del collega Ghirra e del collega Sanna. E` un intervento che si sofferma su alcuni aspetti che non sono stati, a mio avviso, sufficientemente approfonditi, messi a punto e sui quali la nostra Assemblea dovrebbe fare una attenta riflessione anche in occasione della votazione di questa mozione.
La prima considerazione che volevo sviluppare attiene all'utilizzazione del termine "popolo sardo" che caratterizza l'anima della mozione stessa, ne costituisce in un certo senso l'essenza e la ragion d'essere. Ora questo termine "popolo sardo" il Consiglio regionale l'ha giustamente utilizzato più volte. In particolare, di "popolo sardo" si è parlato e sulla nozione di "popolo sardo" si è incentrata la legge numero 26 del 15 ottobre 1997 sulla promozione e valorizzazione della lingua e cultura della Sardegna.
Ma, ed è questo il punto, noi abbiamo costruito la legge numero 26 partendo dalla nozione di "popolo sardo" per giungere a conclusioni diverse da quelle su cui ci soffermiamo in questa mozione. Abbiamo in questa legge insistito sul fatto che si deve assicurare la promozione e la valorizzazione della lingua e della cultura che costituiscono il motivo, il collante, la radice profonda della nostra unità. A questo punto una prima considerazione che volevo fare circa l'utilizzazione del termine "popolo" è che questo termine, che condivido pienamente, trova per altro a livello interno e a livello internazionale un termine che può per questi fini, per i fini utilizzati nella legge numero 26 dell'ottobre 1997 piena utilizzazione ed è il termine minoranza o comunità in termine generico, un termine rispetto al quale c'è una certa diffidenza qui in Consiglio Regionale, come se l'uso del termine minoranza o più genericamente di comunità volesse comportare qualcosa di inferiore rispetto a quello che noi presentiamo e su cui insistiamo quando usiamo il termine popolo. Ora, deve essere ben chiaro un punto, cioè che sul piano della nozione, popolo e minoranza, non presentano differenze di sorta per quanto riguarda quello che mi piace chiamare l'elemento obiettivo, in un caso e nell'altro popolo e minoranza possono essere definiti come un insieme di persone che vivono su un determinato territorio e che presentano delle affinità profonde sul piano storico, sul piano linguistico, sul piano etnico, sul piano culturale e sul piano religioso. Questo è un elemento comune del termine popolo e del termine minoranza. E` ininfluente il fatto sotto questo profilo che la minoranza sia un gruppo di individui che sia numericamente inferiore rispetto alla maggioranza della popolazione perché questo termine, questa situazione si può verificare anche con riferimento al popolo. La differenza tra popolo e minoranza va ricercata in quella che mi piace chiamare, secondo l'orientamento di larga parte della dottrina, l'elemento subiettivo. Cioè a differenza del popolo che normalmente tende a conseguire l'indipendenza come forma di espressione della propria sovranità, ma il popolo questa sua indipendenza, questa sua sovranità la può anche manifestare nella volontà di essere assorbito da un altro stato come appunto spesso succede nell'esercizio del diritto all'autodeterminazione, ci sono moltissimi esempi in questi ultimi 50 anni sulla scena internazionale, mentre però normalmente il popolo desidera conseguire l'indipendenza come esercizio della propria sovranità, la minoranza tende a conservare la propria identità ed a vederla difesa, protetta, sviluppata e potenziata all'interno dello Stato ma non intende staccarsi da questo Stato. Quindi, c'è l'elemento subiettivo che distingue gli appartenenti al popolo dagli appartenenti alla minoranza, normalmente chi non intende staccarsi dallo Stato a livello internazionale ed anche a livello interno viene indicato come minoranza senza che ci sia nessun contenuto dispregiativo in questo termine, è soltanto un gruppo di persone che ha la stessa dignità di quello che appartiene al popolo ma che non intende staccarsi da un determinato Stato. Tutto qui, su questo c'è un lungo dibattito e c'è una complessa letteratura che ha raggiunto una unità su questo punto.
Allora, quello che io mi chiedo è questo. Benissimo, sottolineiamo il termine popolo perché può al tempo stesso esprimere questa volontà di raggiungere dei traguardi e di staccarsi da quella posizione di inferiorità che secondo il comune sentire, ma non è la posizione della dottrina, l'uso del termine minoranza può indurre a ritenere sia la volontà del popolo stesso.
Però, il problema fondamentale è che poiché tutti gli interventi che mi hanno preceduto e poiché l'impianto della mozione stessa, a prescindere da quella che è la dichiarazione finale, è tutta centrata, e l'intervento del collega Bonesu l'ha sottolineato, sul principio di una collaborazione tra Unione Europea - Stato - Regione, io mi chiedo se l'insistenza sul solo termine sovranità sia veramente coerente con questo punto di partenza, perché in un sistema di Europa delle Regioni, in cui c'è la convergenza e il concorso delle volontà di questi tre diversi soggetti, di questi tre diversi livelli, certo possiamo dire che sono tutti e tre i soggetti sovrani, ma questo problema delle limitazioni della sovranità dovrebbe poi condurci a porre il problema della sovranità nel suo insieme di questo soggetto che è complesso, e che appunto non è costituito da tre realtà che non siano insieme, che non perseguino le stesse finalità.
Allora, seguendo la visione che mi sembra emerga da questa mozione che è quella della costruzione di una Europa federale dove anche le Regioni abbiano il diritto di far sentire la loro voce, e su questo ha insistito molto il collega Bonesu, io ritengo che il mettere l'accento esclusivamente sull'aspetto della sovranità sul territorio, come è detto nella parte finale della mozione non traduca, non sia coerente, non sia conseguente con le premesse della mozione stessa. Anche perché a livello internazionale noi in questi ultimi anni non abbiamo certo assistito ad una accentuazione dell'aspetto del motivo della sovranità, abbiamo invece assistito soprattutto dopo i drammi che sono stati consumati a seguito del crollo dell'impero sovietico e della dissoluzione dello Stato iugoslavo a una ripresa di attenzione da parte della comunità internazionale circa proprio la nozione di minoranza, cioè è il discorso della preservazione dell'identità culturale del gruppo contro qualunque condizionamento che ci viene dall'esterno che è la linea vincente. Proprio oggi sul giornale, ma esempi se ne potrebbero fare a migliaia, si è detto che per quanto riguarda il Kosovo la linea vincente è quella dell'autonomia internazionalmente garantita e non già quella dell'indipendenza da riconoscere ai patrioti del Kosovo dell'UCK.
Quindi, ecco è assolutamente in linea con la tendenza che emerge a livello internazionale e con una serie di convenzioni e di atti internazionali che non è certo il caso di enunciare qui, non ultima la convenzione del Consiglio d'Europa sulla valorizzazione delle lingue e culture regionali che io credo dobbiamo vedere a questa mozione con soltanto un breve correttivo, ma che penso possa non sul piano della forma, ma che integra quanto detto dal collega Bonesu quando nel parlare di progressivo svuotamento delle prerogative della Regione autonoma della Sardegna non si è fatto riferimento al fatto che questo progressivo svuotamento è avvenuto anche e soprattutto per effetto di decisioni assunte a livello internazionale che hanno sottratto competenze. La storia di questi 50 anni è fatta di decisioni della Corte Costituzionale che ha detto: "No, poiché ci sono degli obblighi internazionali (perché ci sono degli obblighi assunti a livello comunitario) la Regione Sardegna non può più esercitare queste competenze". Quindi, avrei visto con interesse un riferimento a questo tipo di condizionamenti, ma poiché tra breve dovremo dare il parere sulla norma di attuazione dell'articolo 52, primo comma dello Statuto, che sottolinea questo aspetto dicendo che la Regione è rappresentata nell'elaborazione dei progetti dei trattati di commercio che il Governo intenda stipulare con Stati esteri in quanto riguardino scambi di specifico interesse della Sardegna, credo che a quel punto e in quella sede ritorneremo molto.
In conclusione ritengo che questa forte accentuazione della volontà del popolo sardo di restare unito, di contare in Europa e di far sentire la propria voce sia opportuno farla sentire in questo momento in cui c'è un problema di riforme istituzionali all'interno, in cui c'è un problema di riforme anche a livello dell'Unione europea con il rischio che le regioni risultino pesantemente ancora una volta condizionate. Mi sembra però che in questo spirito che non è soltanto il mio punto di vista, ma è quello che emerge e dalla parte motiva della mozione e dagli interventi che si sono succeduti, il fatto di terminare insistendo soltanto sulla sovranità del popolo sardo sul territorio non sia perfettamente coerente. A questo punto, ma con questo spirito, cioè che questa mozione serva a rafforzare quella che è una profonda convinzione, una diffusa volontà tra i sardi di vedere preservata la propria identità su tutti i piani e dallo sviluppo del processo di integrazione europea e dal processo di elaborazione di una nuova Carta costituzionale e di un nuovo Statuto io dichiaro di aderire pienamente al testo della mozione stessa e di votare a favore della medesima.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Serrenti. Ne ha facoltà.
SERRENTI (P.S. d'Az.). Signor Presidente, colleghi del Consiglio, torniamo su un argomento che abbiamo trattato moltissime volte, io personalmente ho su questo argomento fatto più interventi. Ricordo, credo l'intervento di apertura di questa legislatura, nel quale trattai con molta passione questo argomento perché allora ero convinto che fosse davvero arrivato il momento della riscossa di questo popolo. Ero convinto che si fossero create le condizioni politiche perché questo popolo trovasse l'unità, la voglia, la determinazione di farsi un po' di giustizia. Quando dico farsi giustizia non dico giustizia sommaria, ma intendo affermare i propri principi, i principi della giustizia. Il fatto che questo popolo ha diritto di essere in questa isola non una sorta di parte di un museo ambientale ed antropologico, ma un popolo che vive e vuole proporsi in maniera dinamica nei confronti della comunità internazionale e della comunità italiana e non vuole essere qua, come qualche volta abbiamo fatto anche con la legge numero 26, mi perdonerà qualche collega, la legge numero 26 è sicuramente una conquista di questo Consiglio regionale, una conquista del movimento sardista, del Partito Sardo d'Azione, per essere più preciso, ma è per certi aspetti anche un punto di compromesso con quelle forze che invece ritengono tutto questo poco importante, poco meritevole di attenzione e pertanto più un modo per accontentare un'istanza che viene dal popolo sardo, una istanza che per tanto tempo ha cercato di affermarsi trovando in(?) momenti di alterna fortuna possibilità di trovare interlocutori e qualche altra volta no. La legge l'abbiamo fatta, ma non è comunque la legge che noi volevamo, come spesso è accaduto nelle cose che abbiamo conquistato.
Quindi, noi ci proponiamo rispetto a questo problema non con un atteggiamento sciovinista, non vogliamo difendere il nostro popolo isolandolo dal resto del contesto nazionale ed internazionale. Lo dicevo prima, noi crediamo di essere parte dell'Italia, parte d'Europa però crediamo che sia arrivato il momento che il rapporto venga completamente cambiato. Non è più possibile che noi continuiamo ad essere una regione in uno Stato delle regioni nelle quali poi le regioni non contano nulla. Uno Stato che ha diviso al suo nascere, con la Costituzione del 1948, ha diviso le regioni in due tipi: regioni a statuto ordinario e regioni a statuto speciale. Lo statuto speciale che sembrava una grande conquista, la possibilità di dare connotati diversi, di riconoscere che all'interno del territorio nazionale c'erano delle diversità che erano culturali, di prospettiva economica anche diverse, è successo che le regioni a statuto ordinario hanno, in termini di poteri, superato quelle a statuto speciale per cui noi ci troviamo in una regione che per sua natura geografica, per sua conformazione vive un sacco di problemi, la sua economia parte notevolmente svantaggiata e non ha nessun potere per invece cercare al suo interno la possibilità di un rilancio economico e culturale. Che queste non siano parole astratte lo dimostra il fatto che in questa regione noi contiamo poco. Dicevo che noi non vogliamo l'indipendenza, vogliamo un'altra cosa, vogliamo essere parte vera di questo Stato. Questo significa che non abbiamo più bisogno nel territorio della Sardegna di tutti i duplicati degli uffici dello Stato che sono tipici degli stati coloniali dove gli uffici dello Stato esercitano un controllo delle istituzioni locali. Qua in Sardegna è pieno, ne possiamo citare moltissime: le Sovrintendenze scolastiche, quelle ai beni archivistici, le Prefetture, le Sovrintendenze ai beni ambientali. Pensate anche questo argomento quanto è stato dibattuto e discusso in questa Aula, quanto la Sovrintendenza ai beni ambientali e cultuali interferisce nel momento della programmazione del nostro territorio
E` proprio di queste settimane l'annullamento dei piani territoriali paesistici che annullano anni di dibattito e di confronto interno, ed è un risultato che ritenevamo alto dal punto di vista politico di tutela del nostro territorio e di utilizzo del nostro territorio. I piani territoriali paesistici sono stati spazzati via da un organo dello Stato, dobbiamo ricominciare daccapo e non si sa che cosa avverrà nei prossimi giorni. Ho visto delle cose assurde, ho visto atti del Governo della Regione annullati da un funzionario dello stato. Pensate che da assessore, atti firmata da me come assessore, e quindi come parte del Governo della Regione, sono state annullati dal direttore della biblioteca nel Ministero dei beni culturali. Se questa è autonomia io credo che tutti quanti possono giudicare, non mi pare proprio! E così è disseminato di uffici dello stato che esercitano un controllo oppressivo nei confronti del Governo e dell'attività del Consiglio.
Molto spesso io credo che in questo Consiglio non ci sentiamo neanche liberi di dire quello che vorremmo dire rispetto a questi temi, perché c'è chi ci controlla, questa è la verità. Lo Stato esercita una pesante attività di controllo.
Noi, signor Presidente, non vogliamo essere in Sardegna la Lega. Siamo un partito che ha cominciato questa battaglia oltre 70 anni fa. Siamo i portatori di un sentimento diffusissimo tra i sardi, sentimento che è stato nel tempo corrotto, per ragioni di interesse politico, quando dico corrotto lo uso nella accezione della corruzione di un ideale politico, per essere chiari. Sentimento che è stato corrotto dalla politica italiana che ha cercato di spazzare via, con successo, credo che questo Consiglio ne sia un grande esempio, ogni istanza vera autonomistica che nascesse dal popolo per affermare qui, invece, le forme politiche che gli erano proprie, e cioè quelle dei partiti che ha importato ai quali, nessuno di voi si offenda, molti di voi hanno aderito e con i quali fanno le battaglie. Qualche volta a favore dell'istanza della Sardegna, qualche volta contro, e tutto questo qualche volta anche in malafede, perché devo dire che in molti politici c'è anche la buona fede, c'è gente che crede di fare all'interno del suo partito le battaglie che sono utili per la Sardegna, ma non è così. Sappiate, cari colleghi, che molti di voi militano in formazioni politiche che non vi consentiranno di fare il bene della Sardegna, perché le vostre formazioni politiche perseguono altri scopi ed altri fini che sono gli interessi dei potentati economici che non stanno qui in Sardegna ma stanno fuori e che esercitano anche essi una attività di oppressione economica ed culturale nei confronti della Sardegna.
Lo ricordava qualche collega prima, credo che man mano che andiamo avanti il villaggio globale, il mercato globale che è il mondo, richiederà due processi necessari: da una parte l'omogeneizzazione del mercato e dei mezzi di produzione, dall'altra, proprio perché questo tende a distruggere ogni differenza, la ricerca ossessiva della propria differenza, delle proprie radici, delle proprie diversità culturali, della diversità della comunità di appartenenza. E` questo ciò che sta succedendo nel mondo. Il dissolversi, come è stato detto, dei Balcani, la distruzione dell'impero sovietico, come è stato chiamato, ma il risveglio di tutte le diversità culturali in Europa, come gli scozzesi, i gallesi, gli irlandesi, oppure in Italia, come gli occitani e come tanti altri popoli che vivono qui, abbiamo una forte comunità albanese, ci sono alto atesini, ladini, ma in Europa come irlandesi, scozzesi, gallesi, fiamminghi, valloni, baschi, catalani, corsi, tutta gente che si batte per affermare la propria cultura, per affermare la propria diversità. E tutti, come noi, non è che vogliano uscire dallo Stato al quale appartengono, ma vogliono stare all'interno del loro Paese, vogliono stare all'interno dell'Europa, ma vogliono difendere in modo chiaro, perché sanno che questo è l'elemento di sopravvivenza.
Credo sarebbe terribile un mondo nel quale tutti siamo uguali, tutti parliamo la stessa lingua, tutti vestiamo nello stesso modo, non credo sia neanche possibile e ho paura di quel mondo, francamente.
Questo non mi impedisce di guardare avanti con realismo, capire che cosa sta avvenendo, e non c'è dubbio che oggi il mondo, ma soprattutto l'occidente, paga il prezzo di una politica dissennata degli anni passati, dei secoli passati.
Le ricchezze in Europa si sono fondate sulle attività coloniali, quando dico l'Europa non parlo di noi sardi, poveretti; siamo stati colonizzati e sfruttati come tanti altri, però la Spagna, l'Inghilterra, l'Italia - come sempre l'Italia l'ha fatto all'italiana - hanno fatto attività di colonialismo drammatiche, gravissime, hanno sradicato culture, cambiato culture, hanno invaso popoli e li hanno obbligati a prodotti per il nostro consumo, poi li hanno abbandonati e quelli non erano più in grado di sopravvivere da soli, raggiungendo livelli di povertà che sono sotto gli occhi di tutti.
Sappiamo tutti che oggi esiste un mondo ricco, il venti per cento, che è fatto di Europa e Stati Uniti, e un altro ottanta per cento che non riesce a sopravvivere perché ha bisogno delle cose più elementari: il cibo.
Credo che tutto questo non possa continuare, vediamo tutti i giorni arrivare qui in Italia gommoni, con ogni mezzo, passano a piedi i confini, arrivano in Italia per poi andare in tutta Europa. Se l'Italia non sarà capace, assieme ai paesi europei, di restituire in parte a quei popoli ciò che ha levato, è inevitabile, questi verranno tutti a mangiare dove c'è da mangiare, verranno in Europa, con le conseguenze gravissime che conosciamo, con la nostra incapacità di far fronte ad un'ondata umana di questo tipo. Non abbiamo nessun tipo di organizzazione, né per riceverli, né per assisterli, per fare assolutamente nulla, ed è chiaro che questa gente, una volta che arriva qui poi delinque perché non sa cos'altro fare.
Questo è il prezzo che stiamo pagando, il prezzo che l'Europa paga e pagherà sempre più in là. Quindi sono perfettamente consapevole che il futuro che ci aspetta è un futuro multietnico, che le razze, i popoli si mescoleranno, non c'è dubbio. Questo processo avverrà, che noi lo vogliamo o no, però così come è accaduto, dove certi fenomeni si sono già realizzati, da una parte c'è questo integrarsi anche fisicamente, direi anche geneticamente, ma dall'altra c'é la ricerca proprio più ossessiva delle proprie radici, della propria appartenenza culturale, perché un uomo non esiste se non ha radici.
Presidente e colleghi sono stato qualche anno fa, vi ricordate, in Sud Africa, di questo si è parlato perché ci fu una mozione da parte di alcuni colleghi che forse non avevano capito le ragioni per le quali andavo lì, e ho visto una cosa molto interessante: ho visto i neri del Sud Africa che erano completamente deculturati, vestivano con stracci, li vediamo spesso anche in televisione, non avevano più una loro lingua, non avevano più nessuna tradizione, non vivevano più nelle loro capanne, quelle che hanno conosciuto le loro tribù, ma vivevano all'aperto e non erano più esseri umani, erano animali abbandonati, la loro vita e la loro morte non interessava a nessuno. Ricordo che un italiano, ormai acquisito alla cultura locale sud-africana, mi diceva: "Ma in Sardegna avete problemi di manodopera? Ma che problemi ci sono, ve ne mandiamo noi a vagonate di questi, poi se si rompono buttateli tanto non servono". Questo è ciò che pensano lì.
Però ho visto che all'interno dello Stato sudafricano c'è una sorta di piccola isola, che si chiama Swaziland, dove noi abbiamo un collegio al quale partecipiamo dando ogni anno un contributo, che è fatto di neri della stessa razza che non hanno subito questo processo, che si sono battuti per la loro indipendenza; sono indipendenti e hanno conservato la loro cultura, hanno conservato la loro tradizione, la loro dignità e la loro fierezza. Sono un popolo.
Questo è un esempio importante, io credo. Lo cito così, noi non vogliamo prenderlo a modello economico, ma a modello di dignità sì. Credo che il popolo sardo possa a buon titolo chiedere un posto nell'Europa e credo lo debba fare essendo quello che è, un popolo che ha la sue tradizioni. Forse siamo tutti figli di pastori o di contadini, ma non ce ne dobbiamo vergognare, perché questo sono stati i nostri genitori.Però oggi siamo qua, siamo classe dirigente, abbiamo cultura, siamo in grado di ragionare, siamo in grado di capire che dobbiamo cambiare rotta, e allora trovo sciocco che ci dividiamo sulla base di indirizzi o di indicazioni politiche che vengono dall'esterno, oppure pensando non a realizzare il bene di questo popolo in questa regione, ma semplicemente quello di alcuni partiti che stanno fuori e con i quali abbiamo deciso di militare, perché forse con quelli possiamo fare magari qualche carriera.
Quindi noi non vogliamo essere sciovinisti, non vogliamo neanche essere la Lega in Sardegna, lo abbiamo detto più di una volta. Ho affermato anche nel mio partito, ma credo di averlo fatto in altre occasioni in quest'aula, la nostra grande differenza rispetto alla Lega. La Lega è un partito che egoisticamente difende ricchezze acquisite, quelle del Nord, e noi forse siamo o possiamo essere d'accordo per una parte della strada, cioè quella che afferma che questo Stato è superato dalla storia e dalla politica, ma non possiamo essere d'accordo quando si tratta di difendere gli interessi, perché loro difendono gli interessi del Nord, del Nord ricco, del Nord sviluppato, noi difendiamo gli interessi della nostra regione, che è una regione invece povera, che proprio attraverso l'autodeterminazione vuole trovare la via del riscatto.
Noi non chiediamo assistenza, non chiediamo contributi, non chiediamo niente a nessuno. Noi crediamo di essere capaci di creare per noi, per le nostre famiglie, per i nostri figli un futuro migliore di quello che abbiamo avuto, ne abbiamo le capacità.
I sardi riescono ad essere grandi professionisti, grandi lavoratori, persone capaci di ottenere grandi risultati, quando sono fuori da questo contesto; quando sono qua spesso non riescono, non riusciamo ad ottenere quello che volevamo.
Ricordatevi che siamo portatori di grandi valori, ma abbiamo anche qualche difetto, uno di questi è l'invidia: l'invidia del nostro vicino, l'invidia del nostro prossimo, e spesso preferiamo non ottenere nessun risultato piuttosto che il collega, l'amico riesca ad ottenere qualche risultato che poi può essere a vantaggio di tutti.
Quindi ci sono profonde differenze tra la nostra attività e quella che fanno altri. Senza poi parlare - ma su questo terreno non mi voglio addentrare - di chi in Sardegna - invece no, lo voglio dire, Presidente e colleghi - utilizza slogan del sardismo e spesso sa poco di sardismo, per occupare un'area politica che poi viene acquisita da altri partiti politici. Un po' inventato, come qualche volta nell'Est accadeva: inventavano il partito dei contadini ed altri partiti, che servivano a dare una parvenza di pluralità, in realtà erano governati dallo stesso centro. Anche qui in Sardegna accade qualcosa del genere: nasce qualche falso partito sardo che si pone nel mercato adesso, in periodo elettorale, per vendere ombre di sardismo. Nessuno cada nella rete, le ombre di sardismo non servono a fare migliore la Sardegna. Credo che occorra un'altra cosa, invece, che al di là degli infingimenti, delle tattiche, dei piccoli imbroglietti di palazzo e fuori palazzo, e dei partiti che si muovono fuori e dentro il palazzo, sarebbe utile una cosa: noi ci siamo battuti in quest'ultimo periodo, lo abbiamo fatto in questi cinque anni, credo che lo abbiamo fatto quando facevamo parte e c'era un'alleanza col Governo di centro sinistra, con l'Ulivo, del quale, ribadisco, non abbiamo mai fatto parte, ma col quale c'era un'alleanza che riconosciamo e alla quale abbiamo aderito, devo dire con lealtà. Nessuno credo possa dire il contrario e se qualcuno ritiene di poterlo dire lo dica in quest'aula, in un confronto aperto, sereno, a viso aperto. Abbiamo partecipato a quella esperienza con lealtà, ottenendo qualche risultato. Voglio ricordare la legge sulla cultura, che però è stata opportunamente, devo dire, appena usciti noi, disattivata, diminuendo prima i finanziamenti a metà, poi a un quarto e poi polverizzando quel po' che è stato distribuito.
Ho visto i programmi, colleghi, signor Presidente, la distribuzione di lire 3.900.000 a ogni comune è un'attività di polverizzazione delle risorse che va verso il segno opposto, significa non conseguire nessun risultato, neanche quello del museo ambientale e antropologico di cui parlavo all'inizio. Si tratta di far finta di fare una cosa per poi non farla.
"Sa die de sa Sardinia" il collega Ballero - per il quale nutro molta stima, mi perdonerà, però si è fatto "scippare" i soldi dal bilancio - non la potrà fare perché ha solo cinquecento milioni. Tutti hanno gridato allo scandalo, un miliardo per questa festa del popolo sardo, una cosa assurda! Non parliamo di sperperi, perché io sono stato testimone di sperperi e ne ho visto tanti, in manifestazioni all'estero inutili, fatte in periodi sbagliati, dove siamo andati a portare prodotti, merci da vendere e non abbiamo venduto niente. Abbiamo solo fatto un favore a qualche dirigente di fiera, a qualche responsabile di fiera, buttando veramente i soldi. Di questo sono stato testimone e lo posso affermare qua dentro.
Allora, credo che i soldi per "Sa die de sa Sardinia" fossero soldi spesi bene. Tuttavia, caro assessore Ballero, ricordi che l'ultima edizione che io ho fatto, l'ho fatta esattamente con cinquecento milioni, cercando di recuperare - perché lei ha a disposizione le leggi di settore - molte cose che può fare utilizzando le leggi di settore. Quindi se lei vuole la festa per "Sa dire de sa Sardinia" la può fare, dipende della volontà politica, dipende da lei. Bisogna vedere quando valore date, lei e la sua Giunta, a quella festa, che non è un momento di folclore, ma è un momento alto; poi si può criticare il sistema, il momento storico, tutto questo si può sicuramente dire, però poi importa poco, sono tutte argomentazioni di poco conto, che servono semplicemente a trovare la scusa per non fare le cose che si possono fare.
In sintesi, noi abbiamo fatto qualche conquista che è stata cancellata immediatamente. Ricordo - consentitemi questa battuta - il linguaggio del presidente Palomba. Quando noi eravamo in Giunta il presidente Palomba parlava spessissimo di popolo sardo, parlava spessissimo di nazione sarda, qualche volta avevo paura che mi scavalcasse nel linguaggio, perché era più radicale di me. Una volta usciti dalla Giunta non ha più proferito parola in quella direzione. E` chiaro, è cambiato il contesto, ormai al posto nostro era entrata Rifondazione Comunista che notoriamente - ma spero di essere smentito - è contro le istanze dell'autonomia, anche se all'inizio della legislatura avevano fatto solenne testimonianza di aver cambiato direzione, avevano quasi fatto una sorta di giuramento in un incontro: "Giuriamo che noi siamo federalisti, noi vogliamo la riforma dello Stato", e poi non so se oggi voteranno la mozione di sovranità.
Il nostro problema con lo stato italiano è quindi essenzialmente un problema di poteri, ma è sicuramente un problema di volontà politica prima di tutto. E la volontà politica si ottiene facendo quello che noi facevamo, prima con la Giunta, in un accordo con il centrosinistra, che poi abbiamo tentato di superare, perché ci sembrava troppo poco, perché non è possibile che le grandi battaglie dell'autonomia si facciano solo con una parte del popolo sardo.
Siccome ho un po' di tempo, su questo argomento mi pare utile, doveroso, necessario spendere qualche parola. Credevo che, agli inizi della legislatura il collega Bonesu diceva "noi speravamo fosse una legislatura costituente" di questo eravamo tutti convinti, ed eravamo convinti che ci fosse una parte della società sarda, anche quella che si riferiva a partiti italiani, che fosse più attenta a questi temi. Mi sono - devo dire - per buona parte sbagliato; non è vero, i partiti italiani sono spesso tutti uguali, fanno finta. E come dicevo all'inizio, da una parte danno e dall'altra tolgono. Allora abbiamo cominciato a ragionare, c'è stata una rottura politica che ci ha allontanato da quella esperienza, senza rinnegare nulla, ma ci ha allontanato da quella esperienza, abbiamo ragionato e abbiamo capito che nessuna istanza rivoluzionaria, perché ciò che noi proponiamo è rivoluzionario, nessuna grande riforma, nessun cambiamento può essere fatto senza tener conto di come è fatto il popolo sardo. Che non è né un popolo di destra, né un popolo di sinistra, né un popolo di centro, è un popolo moderno, variamente articolato, con tutti i suoi problemi, con tutte le idee politiche possibili ed immaginabili, perché questa è una società complessa, proprio perché moderna.
Riteniamo ancora oggi, io sono convinto, che noi non possiamo fare nessun cambiamento importante se tutto il popolo sardo non partecipa a questo cambiamento. Il popolo sardo, l'ho detto, la pensa in tutti i modi, ma noi abbiamo bisogno di tutte le rappresentanze politiche che siedono in questo emiciclo, abbiamo bisogno anche di quelli che non sono presenti qua dentro, perché rappresentano ognuno di loro una parte di società, anche se rappresentano solo se stessi abbiamo bisogno di loro per cambiare le cose.
Quando abbiamo presentato la mozione di sovranità, signor Presidente, non è stato un atto di strumentalismo politico, non è un atto di burocrazia politica, ma è il risultato della ricerca di una soluzione politica vera, forte, che una volta tanto metta i sardi fuori dalla cose che li hanno fatti bisticciare sempre, che hanno scatenato le invidie, i sentimenti peggiori, per capire: "mettiamoci assieme e cambiamo le regole del gioco".
Quando avremo cambiato le regole del gioco torneremo a dividerci, non c'è dubbio, ma ci divideremo allora, quando avremo costruito la Sardegna che vogliamo, allora ci divideremo di nuovo in destra, centro, sinistra. Allora non ho dubbi su quale sarà il mio posto, ma fino ad allora il fatto che mi senta, che mi riferisca a valori di un certo tipo ha pochissima importanza, non cambierà il corso della storia sarda. Ecco perché dico ai colleghi tutti quanti "votate questa mozione" non giochiamo al ribasso. Vedo presentata, è legittimo per carità, tutti possono presentare altre mozioni per poi chiedere l'unificazione, ma siamo tutti abbastanza esperti in quest'Aula per sapere che si tratta di giocare al ribasso. Su queste cose non si può giocare al ribasso, su queste o si crede o non si crede, è come quando uno ama i genitori, o ama una donna, o ama un uomo, non si può giocare al ribasso, o l'ami e non l'ami, questa terra o l'amate o non l'amate, questo deve essere. Non si può limare perché il principe potrebbe rimproverare qualcuno, perché si è votato un documento senza pensare troppo che quel documento può essere compromettente, non è possibile.
Credo che la nostra mozione, non ho mai la pretesa di avere la verità in tasca, dica quello che vuole dire, con semplicità; dicevo che ad una persona che ami glielo dici, gli dici "ti amo", noi diciamo alla nostra terra che l'amiamo e non lo facciamo giocando nell'ambiguità, limando le parole, col sotterfugio, diciamo semplicemente "ti amo".
Ed è questo che noi chiediamo ai nostri colleghi, ai colleghi del Consiglio regionale. A voi tutti che come noi rappresentate questo popolo nella maniera che dicevo, amiamo la nostra terra, votiamola questa mozione, perché votare questa mozione può per la prima volta dare un grande segnale di unità di questo popolo, un grande segnale di volontà, creare le premesse perché poi dopo su questo terreno noi possiamo fare davvero grandi battaglie.
Siamo ormai alla vigila delle elezioni, c'è poco da strumentalizzare, chi ha fatto ha fatto, chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, credo che ogni forza politica andrà e raccoglierà quello che merita. Non so quanto noi abbiamo meritato, ma una cosa posso dire con certezza, i sardisti possono tornare numerosi o pochi, come siamo stati questa volta, e se questa battaglia non arriverà a conclusione adesso, noi la continueremo; fino a quando ci sarà un voto sardista in Sardegna noi continueremo questa battaglia, perché crediamo che questa sia l'unica strada vera per assicurare un futuro a noi stessi ed ai nostri figli.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Macciotta. Ne ha facoltà.
MACCIOTTA (Gruppo Misto). Signor Presidente, colleghi, a fronte di un documento così corposo e solenne quale la mozione che viene oggi sottoposta al pronunziamento da parte di questa Assemblea, potrebbe sorgere - sono stato preceduto in questo dall'intervento del collega Sanna - il dubbio di quanto possa aver influito sulla sua presentazione da parte degli amici del Partito Sardo d'Azione, l'approssimarsi della fine di questa legislatura e della nuova tornata elettorale.
A sostanziare questo dubbio possono concorrere infatti da un lato la riflessione sulla scelta di questo particolare momento, dopo oltre quattro anni di attività di questo Consiglio, in cui non sono certamente mancate per dichiarazioni di tale portata e importanza più appropriate occasioni, quali la costituzione e i lavori della Commissione speciale per la riforma dello Statuto e le proposte di revisione costituzionale, e il dibattito svoltosi in quest'Aula sul documento conclusivo prodotto dalla stessa Commissione.
Dall'altro le recenti ripetute affermazioni pubbliche da parte degli stessi esponenti del Partito sardo, riprese col dovuto risalto dai mezzi di informazione, circa la subordinazione di future alleanze elettorali all'approvazione della mozione da parte dei potenziali alleati.
Ma prescindendo, anche per le rassicurazioni offerte in quest'Aula dall'intervento dell'onorevole Sanna, da tali dubbi, la mozione ha indubbiamente in sè una rilevanza e una forza dirompente, non per nulla nell'intervento che mi ha preceduto il collega Serrenti l'ha definita con un termine che ritengo appropriato "rivoluzionaria", tale da rendere indispensabile un dibattito serio ed approfondito, e l'espressione di un meditato e convinto assenso o dissenso da parte di ciascun componente del Consiglio, anche al di là, oserei dire, della propria collocazione politica.
In questo indirizzo, restando entro i limiti del tempo regolamentare concessomi, cercherò di esporre le motivazioni del mio convincimento, maturate già nel corso dei lavori della Commissione speciale di cui ho fatto parte, dei dibattiti e dell'attività di studio e di approfondimento a questi lavori connesso. Cercherò appunto di motivare il mio convincimento sulla base di una rapida analisi critica del documento che viene oggi in discussione. Tralascio, per brevità, di soffermarmi sulle affermazioni in premessa riportate dal documento stesso e sull'excursus storico, pure entrambi apprezzabili, e tralascerò anche le considerazioni sulle interpretazioni restrittive dei poteri regionali, con conseguente compressione delle autonomie locali in massima parte, come già il collega Fois ha sottolineato, condivisibili. Mi soffermerò piuttosto su quello che ritengo il nucleo essenziale della mozione e l'intervento sempre del collega Fois, con la sua acutezza me lo conferma, sì da intitolare la mozione stessa, concluderla e permearne i passaggi più importanti, intendo riferirmi al concetto di sovranità.
La mia convinzione personale è che nella mozione tale concetto venga misconosciuto. Mi sembra opportuno pertanto approfondirlo in questo dibattito. Massimo Severo Giannini, nella sua lucida analisi al riguardo, sottolinea come ogni ordinamento giuridico abbia come elemento necessario l'organizzazione costituita dal complesso degli uffici mediante i quali esso agisce, tutti titolari di potestà differenziate giuridicamente in rapporto alla natura dell'attività da ciascuno da essi svolta. E` nella logica di qualunque sistema di uffici che talune potestà siano ai fini dell'ordinamento più importanti di altre, sì da potersi qualificare come supreme, ed è appunto a tali potestà supreme che si è assegnata una definizione, già negli ordinamenti generali che hanno preceduto storicamente quelli statuali, imperium nell'ordinamento della Repubblica e poi dell'Impero Romano, sovrana la somma delle potestà supreme negli ordinamenti del tardo feudalesimo e successivamente delle monarchie assolute. Una volta formatosi l'ordinamento giuridico statale in senso proprio nel secolo sedicesimo, tale nozione si tradusse nel termine sovranità, il cui primo teorizzatore generale viene concordemente identificato nel Bodin col suo trattato "Les six livres de la Republique"(?) del 1576. Sovranità intesa come somma delle potestà pubbliche dello Stato, esercitata su un territorio definito e sul corpo sociale, collettività statale, su di esso stanziato, distinta pertanto con tale connotazione da ogni altro gruppo di potestà supreme di altri ordinamenti giuridici.
Si può affermare, quindi, con Giannini che la nozione di sovranità sia derivata da precise ragioni politiche, l'attribuzione ai sovrani o ai principi, ormai svincolati dalla supremazia imperiale, di una somma di poteri supremi, atti a reggere la cosa pubblica. E tale nozione ha mantenuto e mantiene la sua validità nei tempi moderni, contrassegnati dall'evoluzione democratica delle organizzazioni statuali, comprese quelle repubblicane, in cui la prassi ha riconosciuto agli organi supremi stabiliti dall'ordinamento la titolarità e insieme l'esercizio delle potestà supreme. Per Giannini sembra preferibile attualmente, dopo il lungo ma poco concludente dibattito dottrinario a questo proposito, rinunziare al tentativo di individuare le potestà pubbliche che compongono la sovranità, ritornando alla vecchia opinione che la sovranità è costituita dalle somme potestà dell'ordinamento statale. Obiettare che queste sono incerte sembra incongruo, perché anche l'essenza della sovranità, il suo contenuto è soggetto, come ogni nozione giuridica di vertice, a variabili dipendenti e indipendenti spaziali e temporali.
Le supreme potestà pubbliche delle Stato non sono tali in quanto supreme, ma perché sono delle Stato. E` la qualità dell'ordinamento che ne determina le funzioni, supreme e non supreme, e non viceversa. In questo indirizzo non sembra avere senso quanto affermato dalla mozione, che il mutamento istituzionale del 1946, pur rendendo sovrano il popolo in luogo del monarca, non ha identificato, al di là di un indistinto popolo italiano, centri di potere sovrano. Il riferimento alla sovranità popolare introduce in questa analisi il problema dell'antinomia tra popolo e Stato per quanto concerne la titolarità della sovranità.
Nel mio intervento nella discussione generale sul documento conclusivo della Commissione speciale, ebbi occasione di esporre la tesi, largamente prevalente in questo secolo, secondo cui la sovranità appartiene allo Stato. Si argomenta che il popolo è un elemento dello Stato, anche se in posizione dominante per il carattere democratico assunto dalla grande maggioranza degli Stati, ma solo in un numero molto limitato di questi è possibile chiamare direttamente il popolo a deliberare su leggi e su altri importanti provvedimenti normativi, il riferimento classico è ai Cantoni svizzeri. Nella maggior parte dei casi al popolo costituito in corpo elettorale compete solo il potere di scegliere i propri reggitori, siano essi identificati nei capi di stato o nei componenti di parlamenti o collegi deliberativi. Potere cui si aggiunge negli ordinamenti più evoluti quello di iniziativa legislativa o di espressione diretta di volontà mediante i referendum.
La sovranità comporta invece un sistema di uffici che operi in maniera continuativa, e possa continuativamente adottare deliberazioni e decisioni; solo lo Stato può costruire una tale organizzazione. L'antinomia a cui accennavo tra popolo e Stato può allora risolversi nel riferirsi, quale depositario della sovranità, allo Stato nella sua accezione più vasta, allo Stato comunità capace da un lato, secondo quanto dice Nocilla, di esprimere unitariamente volontà, indirizzi, opinioni ed interessi, e dall'altro profondamente diviso. Popolo sovrano quando si esprime in forma unitaria, ma fondando tali manifestazioni di volontà su atti singoli e particolari imputabili teoricamente a singoli cittadini o a singole comunità e diretti ad influenzarne gli atti sovrani.
In questo senso andrebbe letto il nostro dettato costituzionale che recita: "La sovranità appartiene al popolo", ma attenzione continua la norma con la frase "che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione"; in questo senso va letto criticamente, a mio avviso, riferendomi proprio a quest'ultima parte della norma costituzionale, il passo della mozione concernente la rivendicazione in capo al popolo sardo dell'originaria potestas suprema; rivendicazione che non tiene inoltre conto, secondo me, della reale importanza della successione degli eventi storici dall'antichità ai tempi moderni, e della reale volontà dei sardi a condividerla. Né tiene debito conto della differenza, sottolineata nel dibattito dottrinale, tra i termini di nazionalità e di nazione, tra idealità e realtà storica, tra ciò che si è e ciò che si aspira ad essere.
Ad essere uno Stato cui attenga la sovranità nell'accezione che ho cercato di esporre. Né può sfuggire ad altrettanti rilievi critici l'affermazione che sia ammissibile la coesistenza in uno Stato federale della sovranità così intesa, di quest'ultima con quella dello Stato federato.
In uno Stato con siffatto ordinamento federale, è allo Stato federale e non agli Stati membri che appartiene la sovranità, lo si evince chiaramente dalla copiosa letteratura storica, giuridica e dottrinale al riguardo anche nei casi in cui gli Stati federali siano derivati da precedenti esperienze confederali.
Pertanto, malgrado le rassicuranti precisazioni degli interventi dei colleghi del partito Sardo che si sono succeduti, apprezzabili anche per questo, la solenne affermazione della sovranità del popolo sardo, come in sostanza diceva bene Serrenti, non è una dichiarazione simbolica, atta essenzialmente a stimolare una profonda revisione costituzionale, è un atto unilaterale, che si pone nei termini proposti e nelle argomentazioni che li accompagnano, al di fuori dell'attuale ordinamento costituzionale e statutario, ed anche dello stesso ordinamento federale cui si aspira per il futuro.
Per me, a questo punto, nell'esprimere la mia posizione personale, sotto questo specifico profilo, è un problema di coerenza con i documenti che ho concorso a compilare e che ho votato, mi riferisco in particolare al documento conclusivo dei lavori della Commissione speciale per lo Statuto, che come giustamente ha sottolineato Bonesu, quest'Aula ha il gravissimo torto di non aver discusso se non a livello di discussione generale, rinviandolo in Commissione, per riproporne poi quasi parola per parola, nei termini posti al tavolo, cosiddetto, delle regole come proposte da inviare alla Bicamerale, tutto quanto in quel documento era scritto.
Ma, vorrei dire che trovo a questo proposito una profonda differenza tra il Bonesu che ha presieduto quella Commissione, con un equilibrio e con un senso di moderazione che tutti abbiamo apprezzato, che ha portato a stilare un documento che, salvo particolari posizioni attinenti al sistema elettorale migliore o alla forma di Stato migliore, con riferimento all'elezione del Presidente dalla Repubblica, è stato sostanzialmente condiviso, e il Bonesu attuale, che propone e firma questa mozione sulla sovranità.
Per me è una questione di coerenza, non solo con questi ed altri documenti che ho citato, ma anche con lo stesso giuramento che ciascuno di noi, nel prendere possesso di questo incarico, ha formulato nei termini che tutti conosciamo. Con questa coerenza e con questo giuramento intendo raccogliere la parte propositiva che ho colto negli interventi, sia degli stessi colleghi sardisti, sia negli interventi che li hanno preceduti (mi riferisco ancora in particolare all'intervento di Fois, ma anche all'intervento di Ghirra) e ne raccolgo l'invito ad una rimodulazione della mozione; rimodulazione che per quanto ho cercato di esporre, se dovesse rimanere nei termini attuali non sarà certamente da me condivisa.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Murgia. Ne ha facoltà.
MURGIA (F.D.). Intervengo con un certo disagio in questa discussione, in quanto avverto uno straordinario abisso tra l'importanza dei temi affrontanti e l'impegno che diversi oratori, in particolare quelli del gruppo sardista, hanno posto nel sostenere una posizione politica motivata da nobili argomentazioni, sorretta da un'analisi indubbiamente, in larga parte, pertinente dei rapporti tra la Regione e lo Stato, e il livello di tensione che avverto in questa Assemblea che continua ad essere presente per meno di un terzo dei suoi componenti, in un momento che dovrebbe essere di grande solennità; se noi approvassimo questa mozione della sovranità avremmo sottoscritto una sorta di dichiarazione di indipendenza in un'Aula piena di grandi vuoti, con assenze molto importanti e molto significative, in un clima e in un'atmosfera che non mi sembrano francamente adeguate alla situazione. Di questo non posso certamente fare una colpa ai proponenti della mozione, che si sono impegnati a livello della solennità della mozione che hanno proposto, ma penso che anche per loro dovrebbe essere motivo di riflessione sul fatto se convenga o meno andare avanti su questa strada, insistere su un'adozione integrale della mozione così presentata, e non chiedersi se invece, al di là delle intenzioni dei presentatori, non si configurerebbe comunque con l'approvazione di questa mozione, un atto, questo sì, di strumentalismo e di opportunismo politico da parte di molti dei sottoscrittori della mozione stessa.
Mi chiederei quali conseguenze, quale coerenza nella difesa e nell'applicazione di questa mozione possa esserci a seguito di una votazione di questo tipo, che può indurre anche dei partiti notoriamente ultra centralisti nella loro ideologia e nella loro impostazione, a fare la dichiarazione di sovranità della Sardegna oggi, poi magari domani andare a Roma o a Milano a chiedere chi deve essere il Presidente della Regione, o meglio, chi deve essere il candidato alla Presidenza della Regione. Allora mi domando, proprio per il rispetto delle argomentazioni, dei sentimenti, della nobiltà dell'ispirazione sardista e della sua storia nell'autonomia nella Regione, a che serva una votazione di questa natura, a chi serve un fatto politico che difficilmente può essere sviluppato con coerenza, e difficilmente può essere portato avanti con coerenza.
Io credo che ci si debba chiedere anche, a quel punto, quali conseguenze ha l'approvazione di quel documento; ma soprattutto con quale coerenza questo ceto politico che approvasse in queste condizioni una dichiarazione di questa natura potrebbe un domani dare seguito ed efficacia concreta alla dichiarazione di sovranità. Soprattutto che cosa significherebbe, a quel punto, seguito concreto ad una dichiarazione di sovranità nel momento in cui restasse una pura dichiarazione di principio senza conseguenze pratiche. Io vedo invece, al contrario, un aspetto positivo nella discussione, nella proposizione del problema; proprio perché vedo un degradare dell'idea di federalismo nel dibattito politico nazionale, che assurto ad un certo livello di tensione, in una fase del nostro dibattito, mi sembra che oggi si stia sfarinando insieme al moltiplicarsi di partiti, partitini e di sigle, alle cento padelle che denunciava il Ministro Amato ieri, che vedono venir meno invece una tematica di straordinario interesse e di grande importanza per la nostra Regione.
Credo che allora (il mio intervento è brevissimo anche perché condivido in larghissima parte le argomentazioni per ultime affrontate dal collega Macciotta che mi sono sembrate molto pertinenti e molto complete, molto coerenti con la storia politica, non solo dell'onorevole Macciotta ma un po' di questa legislatura) io troverei molto più appropriato cercare all'interno del Consiglio, oggi, l'intesa su un documento che è meno categorico forse nell'impegno, meno ultimativo nelle sue formulazioni, però potrebbe avere l'efficacia di un solenne richiamo nazionale alla ripresa del dibattito sulla riorganizzazione in senso federale dello Stato italiano, e sul rilancio, per quanto invece riguarda la nostra Regione, della pratica concreta e quotidiana dell'esperienza di governo, delle idee di autonomia delle quali tutti in qualche modo ci facciamo portatori.
Per cui inviterei i colleghi sardisti a rendersi disponibili per discutere con gli altri Gruppi consiliari della possibilità di riformulare il documento per renderlo più appropriato ai temi e alla situazione e per evitare di farne un atto, che loro stessi rifiutano, di strumentalizzazione politica.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Masala. Ne ha facoltà.
MASALA (A.N.). Signor Presidente, colleghe e colleghi, una mozione come quella in discussione sulla sovranità nel popolo sardo non è un argomento semplice, senz'altro è un argomento complesso ed importante. Io devo in via preliminare lamentare non ciò che è stato detto qui, ma ciò che fuori di qui è stato detto con riferimento a questa mozione. Un alto esponente del Partito Sardo d'Azione, in occasione di una manifestazione pubblica, alla quale pure io avevo partecipato, disse: "Noi abbiamo presentato la mozione sulla sovranità e in quella sede vedremo chi sta da una parte e chi sta dall'altra", cioè la presentava come un elemento discriminante per conoscere in anticipo con quale parte il Partito Sardo d'Azione si sarebbe alleato in previsione del rinnovo del Consiglio regionale della Sardegna. E` chiaro che questo è un metodo sbagliato di porre le cose, perché intanto in vista delle elezioni ogni forza politica deve individuare il proprio quadro politico di riferimento e poi all'interno del quadro politico di riferimento deve affrontare i problemi, porre le questioni ed indicare le soluzioni. Non ultima la questione della sovranità del popolo Sardo. Se anche in passato il Partito Sardo d'Azione avesse seguito, o ha seguito un simile procedimento, non rimane difficile capire come mai a cinquant'anni dall'autonomia regionale sarda ancora oggi si discuta della sovranità del popolo sardo, eppure il Partito Sardo d'Azione ha dato il suo appoggio a numerosissime giunte regionali, non alla Giunta Palomba, ma a numerose giunte regionali, anzi per otto anni ha guidato lo stesso governo regionale con il presidente Melis. Evidentemente aveva sbagliato l'impostazione, nel senso che su questi argomenti non vi può essere strumentalizzazione, ma si deve porre sul tappeto all'interno del quadro politico che in un determinato momento storico si sceglie.
Ora, Alleanza Nazionale si chiama così perché fa riferimento alla Nazione italiana, così come credo Forza Italia si chiami così perché fa riferimento all'Italia, diversamente si sarebbe chiamata forza Sardegna, forza Lombardia, Alleanza Nazionale si sarebbe chiamata in modo diverso, il che però non significa che noi non siamo sardi, che non siamo sardi né più né meno come tutti gli altri che si riferiscono continuamente ai valori della sardità. Anche noi abbiamo gli stessi valori, siamo sardi e abbiamo a cuore il destino della Sardegna e del popolo sardo.
Un partito che sta all'opposizione evidentemente trova difficoltà ad affrontare a freddo queste questioni, perché questi argomenti vanno affrontati - come ho detto prima - all'interno di un quadro politico. L'onorevole Bonesu nell'illustrare la mozione ha indicato come obiettivo di questa mozione medesima lo stabilire il rapporto, identificare e discutere sul rapporto tra popolo sardo e Repubblica italiana. Io condivido l'illustrazione che l'onorevole Bonesu ha fatto, comprese le argomentazioni che egli ha posto a sostegno della sua tesi. Però, debbo dire che le argomentazioni e l'illustrazione della mozione non sono coerenti al contenuto della mozione medesima. Per esempio, che senso ha fare questi riferimenti storici? Non li ho capiti questi riferimenti storici, perché se andiamo a scomodare Bonifacio VIII e la lotta per le investiture, non è che noi facciamo un grande progresso in avanti; noi dobbiamo pensare a come organizzare lo Stato e la Regione oggi per il domani. Non serve sapere che Bonifacio VIII con l'atto di investitura del 1200, non ricordo quale data, aveva in sostanza autorizzato il Re d'Aragona a invadere la Sardegna, perché nient'altro significava questo atto di investitura se non un'autorizzazione a occupare le terre della Sardegna che in quella occasione erano occupate dai pisani, erano occupate dai Doria, da altri principi, e una parte anche dal Giudicato di Arborea, una parte solo della Sardegna occupata in circa duecento anni di lotte era del Giudicato di Arborea, il resto della Sardegna era invece di nobili lombardi, pisani, genovesi ed altri. In realtà occorre tener presente che con l'atto di infeudazione il pontefice nient'altro aveva significato che specificare che il Regno di Sardegna, non le terre, non le isole in senso fisico, ma che il Regno di Sardegna era stato inventato, costituito da lui; cioè, era di provenienza pontificia e non di provenienza imperiale, nient'altro significava.
Occorre ricordare, non per fare delle polemiche, ma per evidenziare le stranezze molte volte della vita, che il simbolo adottato dal Regno di Sardegna era lo scudo con quattro teste di moro, cioè lo scudo che è il simbolo - pur modificato - della Regione Sardegna, che è anche il simbolo adottato dal Partito Sardo d'Azione. Cioè, il Regno di Sardegna, che noi consideriamo nella mozione come la causa prima del venir meno della sovranità del popolo sardo, del popolo sardo ha adottato uno stemma che è lo stesso stemma che i sardisti utilizzano per combattere quella idea. Mi pare che sia abbastanza contraddittoria come impostazione, ma intanto la storia (non l'ho richiamata io la storia in questa mozione, ma l'ha richiamata il Gruppo sardista) ci dice che il Regno di Sardegna, che è stata causa del venir meno della sovranità del popolo sardo, ha adottato quale stemma e bandiera lo stemma dei quattro mori, cioè, lo stesso stemma che è della Regione sarda e lo stesso stemma che è del partito Sardo d'Azione. E' una constatazione.
A noi interessa quello che è accaduto dopo, ed è accaduto che, a seguito delle cosiddette guerre di indipendenza, a favore del Regno di Sardegna, tale si chiamava fino al 1861, furono dichiarate le annessioni della Lombardia, dell'Emilia, della Toscana e del Regno delle due Sicilie, cioè non la Sardegna poteva essere annessa ad altri, ma sono le altre regioni d'Italia che sono state annesse al Regno di Sardegna e, questo fino a quando il Regno di Sardegna medesimo non si tramutò in Regno d'Italia. Soltanto il Regno pontificio, una parte del Regno pontificio e il Veneto fu annesso al Regno d'Italia, tutto il resto dell'Italia fu annesso al Regno di Sardegna, quindi, giustamente dice la mozione - ma dimentica la motivazione - soltanto la Sardegna non ha deliberato di aderire a nessun altro, perché in realtà erano gli altri che avevano aderito alla Sardegna, quanto meno al Regno di Sardegna, questo è un punto storico che va tenuto presente quando si discute di queste cose.
Oggi col sistema repubblicano è stato attuato, con la Costituzione del 1948, un sistema di policentrismo, esistono una miriade di enti, un'infinità di enti e per quanto attiene gli enti territoriali sono tre gli enti territoriali, o meglio quattro, lo Stato, la Regione, la Provincia e il Comune; tutti questi enti territoriali hanno come elemento essenziale della loro esistenza il territorio, come relazione tra la persona e il territorio, tra l'ente e il territorio, come espressione della comunità che vive in un determinato territorio, esiste un policentrismo in cui la Regione sarda, effettivamente, questo bisogna dirlo, ed è questa la battaglia e su questi punti deve essere fatta, in cui la Regione sarda indubbiamente sta pagando il prezzo di essere una regione debole, di essere una regione isolata, di essere una regione trascurata, di essere una regione che non ha saputo utilizzare neppure i poteri e gli strumenti che lo statuto del '49 le aveva conferito, ed è su questo terreno che si deve battere il popolo sardo, che si deve battere questo Consiglio per rivendicare alla Sardegna il diritto dei sardi di essere cittadini di serie A e non cittadini di serie B.
Oggi il secolo moderno, l'epoca moderna può essere considerata come l'epoca, il periodo della vittoria del costituzionalismo; in questo senso e con riferimento a questa affermazione non vi è dubbio che il problema della precisa distinzione tra titolarità ed esercizio della sovranità sia un problema fondamentale. Quando si dice, come del resto dice la Costituzione repubblicana, che la sovranità risiede nel popolo, si dice una cosa sacrosanta, nel senso che la titolarità della sovranità è il popolo. In verità la Costituzione non dice che il popolo è titolare della sovranità, dice - per esprimere lo stesso concetto - che la sovranità risiede nel popolo che la esercita mediante eccetera. Su questo non c'è assolutamente niente da dire.
Ho troppo rispetto del concetto di sovranità per affermare quello che molti dicono, devo dire sotto il profilo pratico a ragione, che in realtà il vero esercizio della sovranità è in mano alle maggioranze, è in mano ai partiti che costituiscono le maggioranze, perché le cose si fanno se una determinata maggioranza vuole che si faccia, una determinata cosa anche le riforme si fanno soltanto se determinati partiti, che costituiscono la maggioranza vogliono; quindi in fondo il vero esercizio del potere, delle funzioni che derivano dal concetto di sovranità discendono, sono in mano invece ai partiti. Io ho troppo rispetto del concetto di sovranità per non dire che la sovranità risiede nel popolo e che il popolo la deve esercitare nei modi che la legge stessa ha stabilito. Con riferimento a questo problema, qual è la posizione del Gruppo di Alleanza Nazionale?
La posizione del Gruppo di Alleanza Nazionale è che si deve costruire tutti insieme lo stato federale; attraverso lo stato federale si restituisce la sovranità ai popoli, ai vari popoli degli stati che costituiscono poi la federazione, lì poi andremo a discutere se si potrà concepire, come dice la mozione, lo sdoppiamento della sovranità oppure no, ma questi sono argomenti che andranno discussi, intanto valga l'affermazione secondo la quale noi tutti quanti insieme, dobbiamo andare a costruire uno stato federale.
Un federalismo che abbia nella sovranità popolare la sua sorgente e che avvicini il potere di decisione al cittadino che della decisione è il destinatario; un federalismo fondato su effettivi poteri di decisione, strumento per rompere la fiducia quasi strutturale del sistema di governo, nelle istituzioni che il sistema rappresentano e costituiscono; un federalismo costruito con poteri reali, trasferiti nel territorio; un federalismo che rilanci l'abitudine a considerare il cittadino non un garantito bensì un sorvegliato, che batta lo statalismo nel quale il cittadino si trova suddito, che restituisca la fiducia. Cioè in una parola ciascuno sia padrone in casa propria, in termini diversi un'articolazione del potere dal punto di vista territoriale. Su certi argomenti non deve essere il Ministro Ronchi a decidere qui in Sardegna, ma devono essere le autorità espresse da questo Consiglio, devono essere le autorità espressione della comunità sarda, e non i continentali. Però, il tutto deve essere concepito in un quadro di stato federale perché occorre andare a vedere le cose che uniscono, che ci uniscono alle altre popolazioni dell'Italia e non le cose che ci dividono. Il problema della sovranità oggi viene visto forse in un modo meno traumatico che nel passato. Il fatto stesso che l'Italia aderisca all'Unione Europea questo non significa niente, il fatto stesso però che si rinunci a battere moneta e che la moneta venga battuta da un altro, coniata da un'altra entità diversa dallo Stato, questa sì è una rinuncia a quote e a fette importanti di sovranità. Quindi, è evidente che il processo che è in atto in questo momento storico, è di una continua ricerca di aggregazioni sovranazionali e sovrastatuali, ahimè magari si riuscisse ad ottenere gli Stati Uniti d'Europa in breve tempo, invece di avere un'Europa che si preoccupa solo ed esclusivamente o quasi esclusivamente di questioni materialistiche e mercantilistiche e non si preoccupa invece di realizzare anche un'unione politica; ma intanto questo processo per quanto lungo con l'introduzione del sistema della moneta unica, inevitabilmente ed in modo irreversibile porterà sicuramente ad un processo di unificazione anche politica. Allora, in questo quadro andando ad individuare proprio una serie di rinunce di autorità da parte dello stato e degli stati membri dell'Unione Europea a favore dell'Unione Europea e d'altra parte una continua rinuncia, perché su questo mi pare che siano tutti d'accordo almeno a parole, bisogna che lo siano anche sui fatti, cioè della continua lotta contro le residue sacche di statalismo esistenti, bisogna che effettivamente vengano restituiti i reali poteri alle comunità che sono espressione degli abitanti di un determinato territorio; questo è il processo al quale si deve tendere e dobbiamo tendere tutti insieme.
Su una cosa io non sono d'accordo dell'introduzione fatta dall'onorevole Bonesu, perché per il resto mi trova d'accordo, noi non siamo d'accordo soltanto su questo punto e cioè: che l'Italia rimanga uno stato unito e che lo stesso si federi alla Sardegna, no, noi siamo per uno Stato federale in cui tutti gli stati membri, compresa la Sardegna, concorrano all'unificazione dell'Italia in senso federale. Questo è il nodo centrale di questa questione, e forse quello che l'onorevole Bonesu ha detto nella sua illustrazione non è in modo esplicito detto nella mozione, era questo il vero senso del discorso. Questo è il punto che noi dobbiamo chiarire, il punto sul quale noi ci dobbiamo sedere a tavolino anche oggi per limare questa mozione, il nostro gruppo è disponibile a sedersi per verificare le parti che possono essere modificate, andando, dichiarando e confermando che nella sostanza di ciò che è stato detto, non di ciò che è stato scritto, noi siamo perfettamente d'accordo fatta eccezione per l'ultima parte che ho richiamato poc'anzi.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Cugini. Ne ha facoltà.
CUGINI (Progr. Fed.). Il merito della mozione del Gruppo sardista è dato dall'attenzione che gli interventi hanno dato all'argomento; quindi, mi pare che sia stato utile, è utile e sarà utile poi fermare il pensiero e le idee che sono state espresse in quest'Aula chiaramente aggiornando il testo che i colleghi sardisti hanno presentato. Sono d'accordo anch'io, riprendendo di più i contenuti dell'intervento del collega Bonesu che dà una spiegazione per alcuni punti migliorando il testo stesso. Però, occorre dire in premessa, che la questione principe della politica sarda dalla liberazione ad oggi è sempre stata quella dell'autonomia per una parte delle forze politiche e quella del concetto di popolo sovrano per un'altra parte delle forze politiche del popolo sardo; va ricordato che questo tema della sovranità e del popolo sardo e dei sardi che si fanno popolo è stato oggetto di grandi confronti culturali in Sardegna, persino nel partito comunista italiana di allora, molto legato all'Unione Sovietica a metà degli anni quaranta il tema trovò grossa attenzione. Si tenne un congresso sull'argomento ed una parte dei militanti e degli aderenti al partito comunista italiano sostenne allora l'esigenza della costruzione in Sardegna del partito comunista sardo federato al partito comunista italiano; su quel tema, appunto, si misurarono due filosofie, due concetti allora per la politica di quel momento, due concetti diversi sulla sovranità e sullo Stato e sulla sovranità del popolo; allora il partito comunista italiano si divise, una parte dei sostenitori dell'esigenza della realizzazione del partito comunista sardo, in presenza di un largo pronunciamento a quel congresso, rientrarono nel partito comunista italiano ed assunsero una funzione politica molto impegnata, per sostenere all'interno di quella formazione politica l'esigenza che l'autonomia assumesse una dimensione di sovranità e che i sardi effettivamente diventassero popolo e che la Sardegna diventasse assieme Stato.
Richiamo questo aspetto per dire che le questioni che sono state proposte nella mozione hanno sempre impegnato le forze politiche, e sempre hanno determinato grande attenzione in Sardegna; e che il tema ha avuto nella politica, nell'impegno politico e nel governo della regione momenti alti e momenti bassi, anche di adesione all'idea del sardismo, anche di adesione elettorale alle proposte che venivano fatte. Ma, al di là di quei risultati e di quella situazione è bene dire che oggi si pone la questione della sovranità e l'esigenza dell'autonomia della Regione sarda in una luce totalmente cambiata e totalmente nuova; cambiata e nuova per dire che persino il federalismo del quale si è parlato negli anni passati, se ne parla sempre meno oggi, persino il federalismo noi abbiamo ritenuto allora non essere sufficiente per rappresentare l'impostazione originale che il dibattito politico in Sardegna ha dato alla questione dell'autonomia e della sovranità. Oggi penso che i colleghi del Partito Sardo d'Azione possano riconoscere che la questione della nostra autonomia e della nostra sovranità assume una dimensione non più nazionale, assume una dimensione europea in presenza dell'unità; e quindi, le nostre specificità, diceva bene il collega Fois, ma riprese anche dal collega Macciotta, le nostre specificità devono trovare una risposta a quel livello, e a quel livello noi dobbiamo definire la sovranità e l'autonomia, e il concorso della nostra Isola alla ricostruzione di un federalismo nazionale e alla riassegnazione di compiti nuovi anche alla nostra autonomia, riconoscendo che in questi cinquant'anni l'autonomia speciale della nostra regione non ha determinato a livello di autogoverno risultati positivi, così come sono stati pensati quando allo Statuto vennero assegnati compiti specifici; voglio dire che le regioni a statuto ordinario oggi hanno un sistema di autogoverno per molti aspetti più libero e più svincolato dallo Stato, e hanno uno capacità di raccordo e di interlocuzione con lo Stato che è superiore in molti aspetti e per molte parti all'autonomia che abbiamo noi, lo ricordava anche il collega Serrenti le difficoltà nel superamento della burocrazia. Quindi, un'esigenza di aggiornamento si pone, ma si pone un'esigenza di aggiornamento ridefinendo i compiti della specialità e ridefinendo la dimensione della specialità; noi oggi dovremmo riuscire a costruire una risposta ed uno statuto per parlare direttamente con l'Europa, per stare dentro l'Europa dei popoli che si vuole costruire, quindi, la nostra autonomia vista come un arricchimento a quel livello e non come una separazione da quel livello della politica europea, stando dentro quella logica. Se noi ci collochiamo così al di là di come sono scritte le frasi nell'ordine del giorno, se ci collochiamo in modo dialogante con lo Stato e con l'Unione europea è possibile, a mio giudizio, trovare un punto di incontro e far fare da questo Consiglio regionale un passo in avanti ai temi dell'autonomia, del federalismo e della partecipazione dei sardi alla definizione del processo politico europeo. In questi termini penso che noi ci possiamo ritrovare anche a conclusione del dibattito per riscrivere, non per riscrivere gli ordini del giorno anche quelli del passato, anche quelli positivi nei momenti che sono stati realizzati, ma per scriverlo aggiornando a oggi il confronto tra le forze politiche e il confronto tra le nazioni e i paesi, in questi termini penso che sia possibile realizzare un punto di incontro. Se invece il tema viene proposto come impropriamente è stato proposto dalla stampa locale, non dai gruppi dirigenti del Partito Sardo d'Azione, come elemento di unità o di divisione riferite alle future alleanze, è chiaro che diventa difficile trasformare un fatto come questo che è una questione di tipo culturale, storica, che richiama l'esperienza del popolo sardo per ridurlo ad un mero accordo elettorale, sinceramente un'ipotesi di questo tipo è riduttiva, e ha difficoltà trovare punti d'incontro, non tra le singole forze politiche, ma tra le forze politiche nell'insieme, perché è chiaro che le parti strumentali del ragionamento possono intervenire e, quindi, a seconda della propria collocazione invece di determinare incontro si può determinare divergenza. Per questo io dico che dobbiamo staccare dai fatti contingenti il tema, che dobbiamo ritualizzarlo come nel dibattito è avvenuto, che dobbiamo evitare strumentalità nel voto ed anche nella scrittura del testo. Io sono d'accordo col collega Serrenti: occorre credere a quello che si scrive e non votare quello che è scritto solo perché il momento contingente può essere utile per determinare una certa alleanza, perché l'autonomia ha una storia lunga, molto più lunga dell'insieme delle forze politiche che sono qui, ma la storia dell'autonomia in Sardegna ha un riferimento preciso, ed è quello del popolo sardo e del partito che ha organizzato la politica attraverso la propria organizzazione.
Mi sorprenderebbe se non solo centralisti ma aziendalisti della politica accogliessero solo per strumentalità e per fatto momentaneo indicazioni di tipo politiche e culturali, così come sono stati richiamati nel dibattito.
Quindi, anch'io faccio un appello a tutti noi: costruiamo un testo che sposti in avanti il ragionamento, che metta qualche punto fermo nuovo in riferimento anche al dibattito che c'è nazionalmente a livello europeo, scarichiamolo ed eliminiamolo dell'agenda politica di questi giorni, evitiamo di dare un significato che va in quella direzione e costruiamo davvero una soluzione politica, culturale ed anche che richiami la sovranità del popolo, ma tutto questo liberiamolo dalle piccole cose di casa nostra, lasciamo dentro un confronto aperto, come era stato introdotto dal collega Bonesu questa mattina, evitiamo di costruire un pasticcio di tipo momentaneo che potrebbe svilire persino i fatti nobili che hanno portato alla presentazione del documento al confronto in quest'Aula e ridurrebbe il tutto ad una operazione senza respiro, priva di sostanza e senza prospettiva.
Quindi, sono per accogliere le indicazioni che sono state date da diversi colleghi, sediamoci intorno ad un tavolo, lavoriamo ad un testo unificato, ma su una linea che guarda al grande scenario nazionale ed europeo, staccata dal contingente, staccata dalle manovre che sono presenti in questi giorni. Non facciamoci prendere dall'esigenza di dare un colpo a questa parte o a quell'altra parte che oggi discute nella costruzione della prospettiva; il tema del sardismo, della sovranità e dell'autonomia è un argomento che sta dentro il confronto politico delle forze tradizionali della politica, diventerebbe strumentale se colleghi con cultura aziendalista lo proponessero solo per determinare una differenziazione a livello strumentale e per questi giorni.
PRESIDENTE. E` iscritto a parlare il consigliere Pittalis. Ne ha facoltà.
PITTALIS (F.I.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Giunta, colleghe e colleghi, la mozione che oggi il Consiglio regionale discute, se sarà approvata - come io e il mio gruppo ci auguriamo - siamo certi che non cambierà la vita dei cittadini sardi; perché non consentirà a noi sardi di raggiungere il resto del territorio europeo con maggiore agilità e facilità, non causerà una riduzione delle tariffe aeree, non porterà i sardi a conquistare una maggiore autonomia. Continueremo a pagare una bolletta energetica nazionale di gran lunga superiore a quella degli altri italiani, continueremo a vedere il nostro statuto di autonomia che è legge costituzionale, dimenticato, inattuato ed addirittura ridicolizzato! Infatti, non avremo nessuna zona franca né integrale né relativa ad alcuni punti..., chiedo scusa all'onorevole Boero se può abbassare la voce perché mi dà fastidio sentire il sovrapporsi al mio intervento!
Dicevo che non avremo nessuna zona franca, nessuna agevolazione fiscale per il fatto di essere un popolo geograficamente e storicamente disagiato. Così come la mozione dei colleghi sardisti non produrrà effetti sull'occupazione e sullo sviluppo, sul rilancio del turismo o su una nuova politica urbanistica. Ma Forza Italia voterà sì, ed è un sì convinto e non di opportunità, Forza Italia voterà sì non perché ci sono le elezioni regionali che tanto preoccupano i colleghi della sinistra che sono intervenuti questa mattina. Certo, a ciascun schieramento fa comodo avere l'ombrello elettoralistico più ampio possibile, noi conosciamo tutto il dibattito interno al centro sinistra, perché ormai non si contano più le sigle che volete abbracciare per centrare l'obiettivo delle elezioni prossime regionali. Forza Italia non darà il suo sì alla mozione per guadagnare indulgenze o tirare nessuno per la giacchetta! Forza Italia voterà sì - lo dico davvero con tutto il rispetto - al di là dei colleghi che hanno avuto il merito di presentare una mozione che esce dagli schemi ordinari della bassa amministrazione, per consentire a questo Consiglio, sulla via della pensione, di dibattere di politica, di politica vera e di progettare il futuro del popolo sardo; di questi due argomenti credo tutti dobbiamo essere consapevoli.
In primo luogo che noi qui rappresentiamo un popolo, e non solo una regione dello Stato italiano, e che noi qui dobbiamo progettare il futuro della nostra Isola, non dunque fare come si è fatto in questi tristissimi cinque anni, trasformando quest'Aula in un caravanserraglio di liti e veti incrociati e personali.
Forza Italia voterà sì a questa mozione allora per ragioni puramente culturali e nell'auspicio che questo documento serva non tanto ad affermare presso il Governo nazionale diritti che quel Governo oggi bellamente ignora, ma soprattutto perché maturi nella classe politica sarda un vero senso di autonomismo.
L'autonomismo, cari colleghi della sinistra, caro onorevole Cugini, non è un concetto che può essere saccheggiato con frasi ad effetto su qualche giornale o con razzie al patrimonio culturale e politico di quel grande sardo che fu Emilio Lussu. L'autonomismo, il senso di popolo, l'orgoglio di vivere in una comunità più ampia, la consapevolezza della propria irrinunciabile eccellenza sono concetti che meritano una tutela effettiva ed un serio corredo di azioni politiche. Ci è toccato sentire oggi, proprio dai banchi dalla sinistra, una tale professione di divaricato federalismo ed autonomismo da far veramente accapponare la pelle. Un revisionismo di tale portata in luogo di una seria autocritica capace di far dimenticare le nobili ragioni ideali sottese a questo documento per agitare, invece, il nostro senso del ridicolo. La sinistra deve dire che cosa abbia prodotto il suo sedicente autonomismo, il suo sedicente federalismo in questi cinque anni di governo; non si può chiudere una legislatura, caro onorevole Cugini, lei si rivolge agli aziendalistici della politica, chiedo a lei e dico a lei che non può chiudere una legislatura al ritmo della tarantella, perché a questo avete ridotto questa legislatura, ad una sceneggiata tipicamente napoletana.
E` necessario invece, per quanto comprendo doloroso, che questa maggioranza presunta tale dica al Consiglio regionale cosa si è prodotto e cosa si è avviato su temi tanto importanti e tanti rilevanti come quello dell'autonomismo e del sardismo. Ed allora, colleghi della maggioranza, in luogo di petizioni di principio commendevoli, se ella ed il suo gruppo foste stati all'opposizione desidereremo ascoltare un bilancio, bilancio che invece viene omesso, ma che è semplice rendere ai sardi e a questo Consiglio; è un bilancio nullo, manco a dirlo! Non credo sia questa la disamina per la condizione dei tradizionali temi cari del sardismo, ma basta un rapido accenno alle condizioni del terzo mondo che vivono i sardi quando devono spostarsi, basta a pensare al dramma del porto canale di Cagliari, alla politica dei punti franchi, all'imbroglio che si è consumato, lo stesso e per l'ennesima volta qualche giorno fa qui a Cagliari, quando il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha riaffermato di voler firmare un'intesa che invece dovrebbe essere non firmata ma attuata da anni viste le precedenti firme, e così va detto per l'energia, la politica turistica, le competenze autonomistiche. Cosa ne è delle battaglie che condividemmo dell'allora assessore Serrenti per aver maggiori competenze in materia di beni artistici e paesaggistici, onorevole Presidente della Giunta? Dov'è stato disperso anche quel patrimonio di autonomismo? La verità è che non avete la minima coscienza di cosa voglia dire sentirsi indipendenti e sentirsi popolo, sottomessi come siete sempre stati ad un centralismo illiberale che ha caratterizzato ogni vostra azione politica.
Una considerazione voglio dedicarla anche agli amici sardisti che hanno presentato questa mozione, che al merito indubbio di chiarire con un deliberato di questo Consiglio concetti troppo spesso dati per scontati tra noi e, nemmeno considerati invece dal governo nazionale e dai nostri parlamentari. Amici sardisti nel piano rispetto ed anche nell'alta considerazione che portiamo alla vostra nobile storia, diciamo che le politiche che sono state tradizione dei quattro mori noi di Forza Italia Sardegna non possiamo che sentirle nostre. Non possiamo che ritenere patrimonio dei sardi liberi e forti, lungimiranti e dignitosi, la rivendicazione del diritto di essere popolo; la rivendicazione ad essere trattati da popolo e a godere dei diritti internazionali di un popolo. Noi non da oggi richiediamo per i sardi il riconoscimento del diritto costituzionale al libero movimento e alla libera determinazione politica ed amministrativa; ma, siamo anche consapevoli che non esiste libertà e non esiste indipendenza senza sviluppo e senza indipendenza economica.
Ed è per questo che ci sembra davvero uno sproposito sentire parlare di autonomia da chi vuole che difendiamo ancora Cuba e da chi crede ancora che con caramelline e specchietti colorati si possa aggiogare un popolo; questa si chiama oligarchia e non democrazia, vassallaggio e non autonomia.
Con l'animo sgombro da qualsiasi sospetto dunque, voteremo un sì convinto alla vostra mozione perché non è da oggi che crediamo la Sardegna una nazione e i sardi un popolo. Ma, vogliamo che siamo una nazione libera e rispettata nello stato italiano e nell'Unione Europea ed un popolo orgoglioso nell'Europa dei popoli.
Sull'ordine dei lavori
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Marteddu. Ne ha facoltà.
MARTEDDU (Popolari). Io so che oltre due "Italie" esistono anche due "Sardegne", mi è dispiaciuto molto non poter partecipare a questo dibattito così interessante e così stimolante e coinvolgente per quanto ci riguarda; ma vorrei ricordare che qui c'è una parte dei consiglieri regionali che tra ieri ed oggi non ha potuto raggiungere per ragioni note la sede del Consiglio regionale, la sede fisica del Consiglio regionale che però vuole partecipare al dibattito; per cui chiederei, se fosse possibile, la cortesia ai colleghi e al Presidente della Giunta la possibilità di spostare l'intervenuto del Presidente della Giunta a questo pomeriggio consentendo anche ad altri colleghi di poter intervenire, compreso me stesso, che sono arrivato con notevole ritardo perché impossibilitato ad arrivare prima, e chiudere così in maniera più partecipata questo dibattito ed anche la partecipazione al voto.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Biancareddu. Ne ha facoltà.
BIANCAREDDU (F.I.). Sull'ordine dei lavori Presidente, per chiedere in base all'articolo 102 del regolamento la procedura d'urgenza per la proposta di legge riguardante le modifiche all'articolo 1 della legge regionale numero 38, per intenderci è quella che riguarda il CO.CI.CO di Tempio, Lanusei ed Iglesias. I capigruppo sono tutti d'accordo e quindi, chiedo che a termine di regolamento venga inserita all'ordine del giorno.
PRESIDENTE. Per quanto riguarda la discussione e la votazione di questa mozione, l'onorevole Marteddu ci ha ricordato la difficoltà con cui molti colleghi stanno raggiungendo la sede del Consiglio, Cagliari, per noti motivi, per le avversità climatiche e proponeva all'assemblea e vorrei capire anche dalle vostre espressioni, proponeva di aggiornare il dibattito al pomeriggio, cioè, chiedendo al Presidente del Giunta di non intervenire adesso e naturalmente all'onorevole Bonesu che deve parlare in conclusione di intervenire di pomeriggio. Se siamo d'accordo per accogliere questa istanza.
Ha domandato di parlare il consigliere Pittalis. Ne ha facoltà.
PITTALIS (F.I.). Presidente ci siamo dati come calendario di concludere le mozioni nella mattinata, siccome io ho anche informato i colleghi del gruppo ed abbiamo assunto anche altri impegni inerenti ai lavori del gruppo, io chiedo si è possibile concludere in mattinata il dibattito ed anche la votazione su questa mozione.
PRESIDENTE. Le mozioni intanto non riusciremo a concluderle in mattinata, c'è la proposta dell'onorevole Marteddu di aggiornare e c'è un parere contrario mi pare dell'onorevole Pittalis, a questo punto mettiamo le due ipotesi in votazione.
Ha domandato di parlare il consigliere Pittalis. Ne ha facoltà.
PITTALIS (F.I.). Io posso capire se vi sono delle esigenze del collega Marteddu particolari, ma se si organizzano i lavori secondo un certo criterio altrimenti io Presidente non verrò più alla conferenza di capigruppo, che senso ha organizzare i lavori se poi dobbiamo far saltare il percorso che ci siamo già disegnati?
PRESIDENTE. Il presidente Palomba suggeriva e chiedeva una breve conferenza di capigruppo.
(La seduta, sospesa alle ore 13 e 24, viene ripresa alle ore 13 e 48)
PRESIDENTE. La seduta è ripresa. Prego i colleghi di prestare un momento di attenzione.
La Conferenza dei Capigruppo ha affrontato il problema che era emerso in Aula, in particolare, la richiesta del collega Marteddu e la contrarietà del collega Pittalis, a nome del Gruppo di Forza Italia, ha ricordato e ha ribadito che c'era un orientamento dei lavori di concludere le mozioni in mattinata, ma ha anche ribadito che purtroppo come spesso succede in base al nostro Regolamento non si possono neppure contingentare i tempi, altre volte abbiamo tentato anche di intesa con la Conferenza dei Capigruppo di contingentare i tempi ma questo non toglie il diritto a tutti di intervenire, e io non ho voluto togliere e ridurre i tempi di intervento, per cui siamo arrivati praticamente a ridosso delle due, deve intervenire ancora il presidente Palomba e il proponente onorevole Bonesu, ci sono annunciante dichiarazioni di voto, c'è l'esigenza sentita almeno da gran parte del Consiglio di tentare un punto di sintesi, lo stesso onorevole Bonesu pur dichiarando che non c'è una vocazione all'unanimismo ma è possibile tentare un punto di sintesi, ha detto che questo è comunque un tentativo che bisogna esperire. La Conferenza dei Capigruppo a maggioranza ha deciso di proporre di aggiornare la seduta di pomeriggio, alle ore 16 e 30, naturalmente se viene riproposta la contrarietà di un Gruppo come in questo caso era stata proposta da parte del Gruppo Forza Italia devo far pronunciare l'Aula, se invece si accetta l'orientamento della Conferenza dei Capigruppo andiamo allora alle ore 16 e 30, no alle ore 17, con l'intervento della Giunta e del collega Bonesu, e poi gli altri interveranno in sede di dichiarazione di voto. Per informazione, il collega Biancareddu aveva chiesto all'Aula di pronunciarsi ai sensi dell'articolo 102 sull'ammissione direttamente in Aula della proposta di legge numero 498 che è firmata da tutti i Capigruppo, viene accolta la proposta, l'abbiamo fatto in sede di Conferenza di Capigruppo e viene inserito in coda per consentire qualche ulteriore limatura.
La seduta è tolta alle ore 13 e 52.
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