Seduta n.195 del 19/05/2006 

CXCV SEDUTA

Venerdì 19 maggio 2006

Presidenza del Presidente SPISSU

La seduta è aperta alle ore 10 e 23.

ORRU', Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana dell'11 maggio 2006, che è approvato.

Congedi

PRESIDENTE. Comunico che i consiglieri regionali Roberto Capelli, Alessandro Frau, Gerolamo Licandro, Ignazio Paolo Pisu e Franco Sabatini hanno chiesto congedo per la seduta antimeridiana del 19 maggio 2006. Poiché non vi sono opposizioni i congedi si intendono accordati.

Ha domandato di parlare il consigliere Pinna. Ne ha facoltà.

PINNA (Progetto Sardegna). Grazie, Presidente, per chiederle perlomeno dieci minuti di sospensione. Ieri è stata una giornata molto faticosa, i colleghi stanno ancora arrivando, e poiché stiamo per esaminare un provvedimento molto importante se fosse possibile chiedo una sospensione di dieci minuti.

PRESIDENTE. Se non ci sono obiezioni, sospendo al seduta per quindici minuti. Riprenderemo i lavori alle ore 10 e 40. La seduta è sospesa.

(La seduta, sospesa alle ore 10 e 25, viene ripresa alle ore 10 e 49.)

Discussione generale del testo unificato della proposta di legge Diana - Artizzu - Liori - Moro - Sanna Matteo: "Criteri e modalità per il conferimento di funzioni amministrative agli enti locali" (43/A) e del disegno di legge: "Conferimento di nuove funzioni e compiti agli enti

locali" (85/A)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del testo unificato della proposta di legge numero 43/A e del disegno di legge numero 85/A. Dichiaro aperta la discussione generale. Ha facoltà di parlare il consigliere Francesco Sanna, relatore.

SANNA FRANCESCO (La Margherita-D.L.), relatore. Signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, signor Presidente della Giunta, assessore Dadea, il testo unificato della proposta di legge numero 43/A presentata dai colleghi di Alleanza Nazionale e del disegno di legge numero 85 della Giunta regionale, di cui oggi prende inizio l'esame in quest'Aula, è il frutto di quasi un anno di lavoro della Commissione autonomia, che ha fatto trentun sedute sul tema, ha esaminato, in interlocuzione diretta con la Giunta, tutti i settori dell'amministrazione regionale, ha attivato interlocuzioni con il sindacato, con il Consiglio delle autonomie e con la rappresentanza delle Province. E' stata, insomma, l'occasione per fare il punto sul rapporto tra il sistema regionale e il sistema delle autonomie locali, cioè il punto sul sistema dei poteri pubblici in Sardegna.

Il clima in cui il nostro lavoro si è svolto è stato positivo rispetto ai rapporti con le forze politiche. Ciò ha consentito di procedere all'esame unificato del disegno di legge e della proposta di legge e di recuperare, sulla prima parte del testo esitato dalla Commissione, quella che fissa i principi, intuizioni ed elementi addirittura testuali dalla proposta di legge di Alleanza Nazionale, negli aspetti in cui questa è stata ritenuta dalla Commissione più attenta e più precisa.

Il testo di legge che noi esaminiamo oggi trova origine da una iniziativa del Governo nazionale, la cosiddetta legge Bassanini, del 1997, che attua in maniera massiccia principi in materia di decentramento di funzioni dallo Stato alle Regioni. Successivamente, per effetto dell'autonomia speciale della Sardegna - poiché questa, quando si trasferiscono funzioni e uffici, vuole negoziare con lo Stato e non si accontenta di vedersi applicata la legge nazionale -, dopo il negoziato fatto in sede di Commissione paritetica, solo con un provvedimento del marzo 2001 in Sardegna quel trasferimento di funzioni ha iniziato a produrre i suoi effetti.

Nella scorsa legislatura il Consiglio regionale non ha applicato i principi frutto di quel negoziato. Lo facciamo noi, oggi, con un ritardo che però ci serve in qualche modo a leggere in maniera positiva, diciamo così, l'esperienza di altre Regioni e, da un altro punto di vista, a essere orientati nel nostro lavoro dalla riforma del Titolo V della Costituzione. I principi della riforma del Titolo V della Costituzione, riferiti alla materia di cui noi oggi ci occupiamo, erano già presenti nell'ambito delle leggi Bassanini, ma solo successivamente sono stati precisati e costituzionalizzati. Sarebbe riduttivo dire che dall'applicazione dei principi di questo disegno di legge, il cui contenuto è sostanzialmente un trasferimento di compiti e poteri dallo Stato alla Regione, ma soprattutto dalla Regione al sistema delle autonomie locali, alle Province e ai Comuni in particolare, emerge solo un nuovo profilo degli enti locali sardi. In realtà è una prima grande riforma strutturale che cambia anche il modo di essere della Regione. Vorrei dire che questa legge riguarda in egual misura la Regione e gli enti locali e propone innovazione e rivoluzione di comportamenti all'una e agli altri.

Noi, in cinquantotto anni di autonomia, abbiamo visto sedimentarsi, affastellarsi in alcuni casi, compiti, funzioni e poteri che il sistema legislativo sardo ha attribuito alla Regione, e le leggi che hanno conferito questi poteri e hanno forgiato questi compiti spesso non hanno fatto discernimento tra i compiti che era utile trattenere al livello centrale, cioè per noi la Regione, e i compiti che era più razionale e opportuno conferire al livello delle autonomie locali. Sullo sfondo l'obiettivo della legge è applicare e realizzare l'aspirazione di una Regione che programma e si occupa delle cose importanti della Sardegna, che esce dalla sindrome dell'autonomia sarda che diversi decenni fa si era già manifestata - non è malattia di oggi - e che Antonio Pigliaru descriveva dicendo che la Regione appariva come un "municipio in grande". Direi che negli scorsi decenni la malattia si è evoluta in una forma nuova, per cui il giudizio va aggiornato aggiungendo che a volte abbiamo fatto della Regione anche un "ministero in piccolo". E questo al netto di riforme spinte al decentramento che comunque si sono già manifestate, forse un po' disorganiche nella produzione legislativa non solo di quest'ultimo anno e mezzo, ma anche degli anni scorsi. Noi troviamo, nelle leggi di questo Consiglio, la comprensione di questo fenomeno, il tentativo di riallocare, in maniera un po' disorganica, presso le amministrazioni locali, funzioni e compiti che prima erano della Regione. E troviamo anche moti esattamente opposti, tendenti al riassorbimento di compiti e all'imputazione di nuovi poteri alla Regione, non trasferiti dallo Stato, quindi, ma forgiati dalla legislazione regionale; poteri che in qualche modo potevano, invece, secondo un meccanismo razionale, essere attribuiti alle autonomie locali.

Quando dico che questa legge - di cui poi accennerò i principi generali, rimandando ovviamente l'esame dei momenti particolari alla discussione dell'articolato - si è adeguata al nuovo corso costituzionale, faccio riferimento soprattutto al nuovo testo dell'articolo 118 della Costituzione, per cui le funzioni amministrative, i poteri dell'organizzazione pubblica sono attribuiti principalmente ai Comuni, salvo che, per assicurarne l'esercizio unitario, siano conferiti alle Province, alle Regioni e allo Stato, sulla base dei tre principi, anche questi costituzionalizzati, che innervavano i provvedimenti delle leggi Bassanini, cioè la sussidiarietà, la differenziazione e l'adeguatezza. Vuol dire fare le cose e operare, come strutture pubbliche, nei luoghi più vicini al controllo democratico dei cittadini; vuol dire anche non immaginare che un comune possa reggere sulle sue spalle - questo è il principio di adeguatezza - un compito che invece abbisogna di organizzazione e di strutture che un comune non può avere, e vuol dire anche essere capaci - quando si è capaci, ma questa è una competenza nostra, un compito nostro - di differenziare i poteri, cioè saper distinguere tra un grande comune e un piccolo comune, magari dicendo ai piccoli comuni di aggregarsi per esercitare in forma associata delle funzioni che, da soli, essendo piccoli, non riuscirebbero a gestire, perché il dato organizzativo e di strutturazione dell'esercizio dei poteri è un vincolo reale nell'esercizio dei poteri stessi e delle funzioni amministrative.

Noi oggi, come consiglieri regionali, iniziamo a esercitare un ruolo di legislatori che per noi è nuovo, se lo vediamo sotto questo punto di vista. La legge propone, per la prima volta come espressione organica, un ragionamento del legislatore teso ad attribuire alla Regione, alle Province e ai Comuni i poteri sulla base di questi principi costituzionali. Cioè richiede da parte nostra un lavoro che dovremo fare non oggi per poi dimenticarcene, ma da oggi (e poi dirò come alcune norme diventano norme di principio e avrebbero quindi la pretesa di essere proiettate sulle leggi future). Noi oggi iniziamo a dire che la distribuzione dei poteri dipende da questo ragionamento: una determinata funzione può essere svolta dal comune? Se può essere svolta dal Comune è sicuramente comunale; se il Comune non ce la fa, perché c'è un interesse di area più vasta, sovraccomunale, che viene a essere inciso dall'esercizio in quel potere, allora quella funzione amministrativa è attribuita alla Provincia. Laddove invece ci sia un interesse regionale per il quale la legge individua la necessità dello svolgimento unitario di un potere, allora quel potere rimane in capo alla Regione.

Devo anche dire, concludendo sugli aspetti generali, che rispetto al sistema costituzionale che ne viene fuori c'è un elemento della specialità sarda che probabilmente dovremo discutere in sede di elaborazione dello Statuto. In pratica, a differenza delle altre Regioni, noi potremmo già oggi definire un panel, un insieme di funzioni fondamentali dei Comuni, come potestà propria della Regione, a differenza di quella che invece è una competenza esclusiva dello Stato, e che lo Stato ha ritagliato nel nuovo Titolo V della Costituzione come potere esclusivo proprio. Gli elementi di grande rilievo della legge: i principi che ho detto prima - sussidiarietà, adeguatezza, differenziazione - sono i principi dell'articolo 2, che immaginiamo possano diventare principi della legislazione regionale, quel modo di attribuire le funzioni e i compiti secondo la rilevanza degli interessi. Vorrei dire che nel sistema normativo regionale si potrebbero collocare sicuramente dentro una fonte riservata, cioè essere di vincolo per la nostra legislazione futura.

L'articolo 3 è importante, invece, perché disegna il comportamento della Regione laddove le leggi di settore prevedono che per le materie attribuite a Province e Comuni la Regione mantenga un potere di coordinamento e di indirizzo. Quando questo avviene, quindi quando nella legislazione regionale rintracciamo una funzione di programmazione in materie attribuite e riservate alle autonomie locali, gli atti di programmazione, le delibere di Giunta sono da concertare in sede di Consiglio delle autonomie locali o di Conferenza Regione-enti locali. Quindi non diciamo che la Regione è fuori dall'esercizio di un potere di indirizzo e di coordinamento, diciamo invece che quando questo potere è riconosciuto dalla legge su materie trasferite al sistema delle autonomie locali vige il principio del dialogo e della leale collaborazione nell'incanalare le decisioni di indirizzo e coordinamento.

Per quanto riguarda le Province facciamo una scelta che è in continuità con il sistema istituzionale delle autonomie locali venuto fuori dalla legge numero 1, cioè prevediamo il principio di autolimitazione e di privilegio di tutti gli organismi e le autonomie locali che hanno una forma di selezione democratica della classe dirigente, cioè privilegiamo i comuni e le province rispetto agli organismi di secondo grado. Da qui il riordino delle forme associate e delle comunità montane.

Preferiamo mettere in chiaro quali sono le competenze delle Province dichiarando da subito che alcune di queste competenze sono oggi invase dal disposto di molte leggi regionali di settore, però chiediamo alle Province stesse di procedere a un riordino graduale e progressivo delle leggi di settore, facendo in modo di acquisire, in maniera ordinata, i nuovi poteri nell'ambito della legislazione settoriale che questo testo di legge, per scelta, in quasi tutte le norme che considerano i trasferimenti agli enti locali, ha preferito non fare. Non abbiamo voluto fare di questa legge un provvedimento omnibus di riforma settoriale a 360 gradi, perché non sarebbe stato questo il nostro compito e perché l'obiettivo è quello di far decorrere immediatamente l'effetto della legge stessa.

Segnalo il potere regolamentare dei Comuni e delle Province sulle materie trasferite: vuol dire che ai Comuni e alle Province viene attribuito il potere di autoorganizzare lo svolgimento di compiti che attualmente la Regione organizza e disciplina in un certo modo. E questo, considerato che la quasi totalità degli statuti comunali e provinciali affida tali compiti di organizzazione del potere regolamentare ai consigli comunali, rappresenta un contributo al rilancio del ruolo dei consigli comunali e provinciali in Sardegna. E' un segnale che volevo evidenziare.

Al trasferimento di funzioni corrisponde, ovviamente, il trasferimento di beni e risorse, e la Regione Sardegna non si comporta nei confronti del sistema delle autonomie locali come tante volte si è comportato lo Stato nei confronti delle Regioni, delegando funzioni senza trasferire tempestivamente anche le risorse. Quindi ci sarà la contestualità tra il trasferimento della funzione e il trasferimento di beni e risorse finanziarie da una parte e di personale dall'altra. In sede di prima applicazione la media triennale delle risorse che verranno trasferite è il criterio che abbiamo utilizzato. C'è una previsione di spesa per il triennio 2006-2008 relativa al trasferimento di circa 260 milioni di euro al sistema delle autonomie locali; questo è un passo in avanti molto importante, perché significa che il sistema delle autonomie, senza considerare l'onere del personale, che viene calcolato in un altro modo, acquisisce una responsabilità di spesa su 260 milioni di euro.

Tutta la parte che disciplina il trasferimento del personale è basata sul principio della volontarietà del trasferimento e della concertazione con il sistema delle autonomie locali nelle forme che sono stabilite dalla legge numero 1. Direi che questo è uno degli snodi più importanti della legge, cioè la legge troverà una sua fortunata applicazione nel momento in cui vi sarà una consapevolezza, il riconoscimento di un ruolo di funzione pubblica regionale, sia che si lavori in Regione, sia che si lavori in Provincia o nei Comuni, e quindi questo comporterà una rivoluzione, direi, nella cultura dell'appartenenza amministrativa dei dipendenti pubblici e nella interpretazione, oggi invece gerarchizzata, dei rapporti tra queste amministrazioni.

Concludo con una valutazione politica: ho detto che questo provvedimento avrà, una volta applicato, conseguenze grandi sulla Regione e sul sistema delle autonomie locali e innoverà e rivoluzionerà il sistema dei poteri della Sardegna. Ritengo che le forze politiche che sono presenti in questo Consiglio regionale debbano in qualche modo iniziare a porsi alcuni problemi che gli effetti della riforma determinano. Trasferire poteri alle autonomie locali significa dire che i gruppi dirigenti che la democrazia partecipata nella nostra regione organizza vedranno moltiplicata in sede locale la loro competenza. Un sindaco avrà più poteri rispetto a quelli che ha oggi; un consiglio comunale, un consiglio provinciale, un presidente di provincia avranno più poteri; saranno di più le cose che i cittadini potranno pretendere e ottenere dal sistema delle autonomie locali. Alla Regione verranno richieste più competenze, più intelligenze e direi anche più professionalità politiche, non nel settore della applicazione, ma nel settore della organizzazione, della visione strategica, direi anche della pianificazione in grande dei sogni e degli obiettivi di questa nostra organizzazione politica. Io dico che i partiti, le forze politiche dovranno iniziare, ma da subito, a preparare il terreno, perché si tratta di mettere in campo classi dirigenti, risorse e professionalità politiche formate alla luce di questi obiettivi e non degli obiettivi di una Regione che non ci sarà più e che sarebbe in ogni caso irrimediabilmente rivolta al passato se non si adeguasse al nuovo corso. Grazie.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Sanna. Non essendoci altre relazioni, possiamo cominciare la discussione generale, che secondo un accordo raggiunto con i Capigruppo, proseguirà in una giornata della prossima settimana, che sarà definita questa mattina in sede di Conferenza dei Presidenti di Gruppo. Ricordo che i consiglieri che intendono prendere la parola devono iscriversi al banco della Presidenza non oltre la conclusione del primo intervento.

E' iscritto a parlare il consigliere Cugini. Ne ha facoltà.

CUGINI (D.S.). La ringrazio, Presidente. Penso di poter dire che il collega Francesco Sanna ha fatto una illustrazione puntuale non tanto del testo che gli è stato distribuito, che verrà poi esaminato articolo per articolo e, qualora ci siano emendamenti, emendamento per emendamento, quanto del disegno di legge numero 85, con l'obiettivo di recuperare al dibattito in quest'Aula un confronto politico che si era fermato negli anni passati. Il collega Sanna ha richiamato il numero delle sedute della Commissione, il confronto con gli operatori del sistema delle autonomie, con le grandi organizzazioni sindacali, ma anche con le organizzazioni sindacali più piccole del sistema delle autonomie locali. Ha anche richiamato, giustamente, l'apporto che è stato dato da una forza politica di opposizione che ha presentato un proprio testo all'esame della Commissione.

Quindi c'è una considerazione complessivamente positiva del lavoro che è stato compiuto, e così deve essere impostata anche la valutazione dell'Aula, però io penso di dover dire che è positiva, ma parziale per quanto riguarda il contributo dei colleghi della opposizione alla stesura complessiva del testo di legge unificato. Abbiamo detto in Commissione che occorre fare in modo di recuperare, nel corso del dibattito, un confronto che faccia comprendere al Consiglio regionale la vera funzione - come diceva il collega Sanna - della legge che stiamo per approvare quando entrerà a regime, del rapporto che si instaurerà tra la Regione e il sistema degli enti locali, con un trasferimento di competenze, lo devo dire per amore di verità, che altre Regioni, non solo quelle a statuto speciale, ma anche quelle ordinarie hanno già realizzato. Noi arriviamo fra gli ultimi, però giustamente il collega Sanna diceva: "Arriviamo tra gli ultimi e recuperiamo anche le innovazioni che sono state introdotte con la riforma del Titolo V", o almeno parte di quelle innovazioni. Allora io penso che si debba riprendere il cuore del ragionamento: c'è una cultura centralista che è prevalentemente annidata nelle Regioni meridionali e c'è un rapporto tra le Regioni e il sistema delle autonomie locali che ripropone, anche in questa occasione, una valutazione sulla concezione dello Stato, sul federalismo, sul trasferimento di poteri che rende attuale anche il ragionamento che faremo nelle prossime settimane sul federalismo e sul referendum.

E' questa un'occasione che purtroppo arriva a freddo nella nostra discussione, che magari subirà anche l'influsso negativo della scelta sciagurata che hanno fatto i colleghi della opposizione di non partecipare ai lavori di ieri, però la maggioranza ha anche questa volta un compito di grande rilievo sul piano politico e amministrativo, quello cioè di rendere attuale il ragionamento che il collega Sanna ha fatto sul decentramento e sulla funzione degli enti locali. Badate, anche in Sardegna così come nel resto del Paese, negli ultimi vent'anni, sono stati fatti importanti tentativi per avvicinare il Governo regionale ai cittadini. Tentativi prevalentemente falliti: è fallito il tentativo delle zone omogenee, i più anziani le ricorderanno; è fallito il tentativo dei comprensori, quelli più giovani li avranno presenti; è fallito il tentativo delle comunità montane come ente intermedio, e tutti questi tentativi, nel corso degli anni sessanta e settanta, furono pensati a livello centrale e regionale per superare il ruolo e la funzione della Provincia. Fra la Democrazia Cristiana e i Comunisti e i Socialisti ci fu, in quel periodo, in Italia, un grande dibattito sul ruolo e la funzione delle Province, con l'obiettivo da parte dei Comunisti di superare questo ente intermedio e da parte dei Democristiani di radicare l'istituzione Provincia nel territorio. Anche le Regioni, però, nacquero con grande ritardo in Italia. Tutti questi tentativi che ho richiamato avevano un obiettivo: avvicinare il Governo ai cittadini. Ora si può fare senz'altro una considerazione conclusiva: vinse la cultura del decentramento e del trasferimento di competenze alle istituzioni più vicine ai cittadini; vinse la cultura della solidarietà, seppure si misurò con un grande sforzo che venne proposto allora alla discussione nel nostro Paese.

Le Province sono tornate a essere un riferimento nel sistema istituzionale nazionale, sono cresciute nel numero e hanno parzialmente ampliato le proprie funzioni. Qual è il tentativo che facciamo con questa legge? E' quello di rendere la Provincia uno strumento di carattere intermedio, ma anche con funzioni di area vasta, nel rapporto tra cittadini, grandi amministrazioni, Regione. E' un'operazione, dal punto di vista politico e amministrativo, di importantissima dimensione generale, ma anche funzionale al ragionamento che viene fatto in questo periodo, che porta a ridiscutere persino dell'unità del Paese.

Allora, se quella operazione di trasferimento, fatta con le zone omogenee, con i comprensori e con le comunità montane, ha riportato a rilanciare la funzione delle Province ha ragione il collega Sanna quando esorta a stare attenti, perché questa è una legge che determinerà un'evoluzione positiva se positiva sarà la funzione della Regione nel decentrare competenze, risorse, personale e funzioni. Io non so se noi riusciremo, nei tre anni che mancano alla conclusione del mandato, a chiudere il cerchio del ragionamento che è stato proposto con la relazione del collega Sanna. Non lo so, perché questa legge è una sfida politica, non ai colleghi della opposizione, ma al Governo della Regione sarda. Noi l'abbiamo scritto nel programma della coalizione - mi rivolgo al presidente Soru -, ma ciò non significa che sia diventato programma dei consigli comunali, provinciali e dello stesso Consiglio regionale. E' presente in noi una grande cultura della conservazione che non sempre viene proposta in malafede. Non sempre! Non sempre questa cultura della conservazione è il tentativo di conservare a sé un potere e una funzione: a volte è più paura dell'innovazione, paura dell'allargamento della partecipazione.

Io penso che sia sempre meglio non sbagliare, ma l'errore è più grande quando si sbaglia da soli avendo la presunzione di saperne più degli altri. E' meglio allargare la partecipazione, per cercare di portare dentro la discussione le idee di tutti quelli che sono chiamati ad amministrare la cosa pubblica. Insomma, come è stato detto, si propone il principio della solidarietà che parte dalla solidarietà degli individui per arrivare alla solidarietà delle istituzioni, al rapporto tra i piccoli comuni. E' una solidarietà territoriale che unifica le comunità, attraverso una funzione amministrativa, attraverso i servizi, attraverso le risposte che si danno ai cittadini. Le nostre comunità, dal punto di vista della consapevolezza di questa funzione, hanno partecipato a questa discussione? Penso che l'abbiano fatto parzialmente. La legge che stiamo discutendo impone alla Regione di assumere questa funzione di stimolo della partecipazione. Poi non tutto sarà perfetto, ci saranno amministratori illuminati e capaci che utilizzeranno questa disponibilità della Regione, che in ogni caso non deve sottrarsi alla sua funzione di indirizzo e deve stimolare la partecipazione. Quindi la Regione assume una funzione di riferimento diversa da quella che svolge oggi, non è più centralizzata e pensata per essere governata da Cagliari, ed è più attenta a far arrivare anche in periferia l'idea del governo. Non a caso, solo le grandi realtà più dinamiche dal punto di vista economico hanno con la Regione un rapporto dialettico. Quelle invece più interne, alle quali noi dobbiamo pensare, che sono più a margine del Governo regionale, hanno con la Regione un rapporto di soggezione: un consigliere comunale di un piccolo paese dell'interno chiede a un consigliere regionale di poter incontrare un Assessore; i consiglieri o i sindaci di paesi dinamici hanno invece un rapporto diretto con l'amministrazione regionale, anzi proprio chi ha la responsabilità di governo diventa interlocutore diretto di queste comunità. Noi vogliamo che le nostre comunità, anche quelle dei paesi piccoli, dialoghino direttamente con le istituzioni, senza passaggi intermedi che non aiutano la crescita della popolazione e degli amministratori locali.

Quella che stiamo discutendo è dunque una legge che avvicina i cittadini al palazzo, e il palazzo deve essere disponibile ad accoglierli in un rapporto paritario, come si dice nelle ultime riforme, anche quella del Titolo V della Costituzione per quanto riguarda le funzioni dei Comuni. E io dico, Presidente, che questo deve avvenire anche per le discussioni più complesse e difficili che saremo chiamati a fare nei prossimi giorni in materia urbanistica. La partecipazione delle comunità locali è una ricchezza e noi dobbiamo saperla cogliere per instaurare un rapporto dialettico che faccia crescere l'insieme della comunità sarda. Abbiamo bisogno di questa partecipazione per fare meglio il governo della regione. C'è una differenza culturale enorme tra un consigliere regionale che viene dalle zone interne e un consigliere regionale che proviene dalle aree costiere. Noi dobbiamo fare in modo che ci sia una cultura globale, completa e unitaria in questa regione. Valorizzare l'ambiente, salvaguardare le coste non è un dovere solo degli amministratori dei Comuni costieri, ma è un dovere dell'insieme della Regione sarda e anche e soprattutto di queste comunità che sono state negli anni, da quando esiste la Regione Autonoma della Sardegna, emarginate nel processo di sviluppo della nostra Isola. Ecco, solidarietà tra le istituzioni significa anche partecipazione delle comunità.

E allora, noi abbiamo proposto - dico "noi" senza volontà di sfida, intendo dire noi della maggioranza prevalentemente - un disegno di legge che può essere ulteriormente arricchito. Io non mi stancherò mai di dire che la partecipazione del Consiglio regionale alla discussione sulle riforme è doverosa. Partecipare è un dovere, non è solo un diritto, e quando non si partecipa si viene meno al dovere di svolgere la propria funzione in quest'Aula, al dovere di rappresentare anche interessi, opinioni e valutazioni diverse. E' un dovere rispondere della propria funzione. E allora noi diciamo che c'è bisogno di questa discussione. Questa legge, costituita da 75 articoli, è la più importante che abbiamo in discussione al momento, più importante anche di quella che abbiamo discusso ieri, considerate le competenze che abbiamo oggi. Ed è un dovere dare il proprio contributo anche quando si ha un'opinione diversa, anzi è un dovere ancora maggiore sostenere un'opinione diversa per farla prevalere sulle opinioni degli altri. Non si vince abbandonando il campo! E allora noi pensiamo che, come ha detto giustamente il collega Sanna, questa sia un'occasione per mettere in capo a questo Consiglio un'altra giornata o più giornate nello svolgimento della nostra funzione di amministratori regionali .

C'è un ultimo punto che vorrei accennare: questo provvedimento mette in capo al sistema delle autonomie locali grandi funzioni e mette in capo grandi funzioni anche agli operatori delle autonomie locali, siano essi amministratori o dirigenti della macchina burocratica della Regione, delle Province e dei Comuni. E' vero, collega Sanna, noi abbiamo incontrato i sindacati, ma dobbiamo anche dire - io ho fatto per tanti anni il sindacalista - che essi ci hanno chiesto prevalentemente di rappresentare gli interessi materiali del lavoro dipendente in questi enti. Noi abbiamo risposto con un'attenzione agli interessi materiali e con una richiesta: qui si tratta di svolgere una funzione di cambiamento della Regione e la Regione non si cambia se non cambia anche il sistema burocratico del quale noi siamo figli.

E allora questa legge deve rianimare il ruolo di coloro che sono chiamati a svolgere una funzione per tutti, perché tutti siamo cittadini che chiedono servizi e tutti, almeno una volta, siamo da quell'altra parte dello sportello. Questa è una sfida anche per chi svolge funzioni burocratiche nel sistema degli enti locali. La macchina burocratica della Regione ha un cuore che batte debolmente. Gramsci sosteneva la tesi che il Paese può farcela - stiamo parlando di un periodo buio della storia del nostro Paese - se il lavoratore dipendente si fa carico del funzionamento del sistema (allora si parlava delle fabbriche e degli uffici) e se diventa davvero l'artefice del cambiamento facendosi carico del funzionamento dei luoghi produttivi. Se il lavoratore dipendente non si fa carico del fatto che si deve produrre ricchezza - e in questo caso si devono produrre servizi, cultura, amministrazione - è chiaro che il sistema non potrà mai cambiare. Questo lo diceva Gramsci pensando al lavoratore di allora. Noi adesso chiamiamo il lavoratore più bravo, professionalmente più preparato ed evoluto, ma il sistema è una piramide, anche negli enti locali, nella burocrazia pubblica, che ha bisogno di tutti, di dirigenti motivati e di operatori motivati, ma nell'insieme ha bisogno di una motivazione generale che sia parte di questo ingranaggio democratico che il testo di legge in discussione richiama e quella parte la devono svolgere tutti: il Consiglio regionale, assieme alle amministrazioni locali, ma principalmente il sistema dei servizi che garantiamo alle nostre comunità.

E' una sfida, questa del disegno di legge numero 85. Noi vogliamo che sia affrontata con la partecipazione di tutti, perché in 75 articoli si parla di tutto e abbiamo bisogno della partecipazione di tutti, perché il testo deve essere sentito da tutti, posto che sarà applicato dai comuni dove ha vinto il centrosinistra e dai comuni dove ha vinto il centrodestra, sarà applicato dalle amministrazioni in funzione dei cittadini. E' una sfida anche di natura culturale fra conservatori e innovatori. Io non vorrei essere considerato un conservatore per essere stato dodici anni in Consiglio regionale, averne parlato tante volte e non aver fatto niente per trasferire le competenze.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Cugini. E' iscritto a parlare il consigliere Diana. Ne ha facoltà.

DIANA (A.N.). Grazie, Presidente. Intervengo, ovviamente, essendo primo firmatario della prima proposta di legge di questa legislatura sul conferimento di funzioni agli enti locali. Diversamente da ciò che poi la maggioranza e la Commissione hanno ritenuto di dover fare, la nostra proposta prevedeva prima i principi per il conferimento di funzioni agli enti locali. Naturalmente, non sarebbe stata comunque una legge sufficiente per ciò che si doveva fare, ma noi volevamo individuare intanto i criteri e le modalità. Perché questo? Perché questo testo di legge, che è stato approvato dalla Commissione e che abbiamo alla nostra attenzione, pur essendo un testo coordinato, nel senso che alcuni articoli ricalcano la proposta di legge che avevamo presentato come Gruppo di Alleanza Nazionale, si riconosce in quella parte che più di altre in quel momento ci interessava. Oltre 70 articoli, onorevole Cugini: è un trattato, è un testo unico, definiamolo come vogliamo. Nel momento in cui si era pensato di accelerare il processo di trasferimento e di conferimento di funzioni agli enti locali, personalmente ero perplesso, anche per l'esperienza maturata in un ente locale particolare, come la provincia, e non in un comune dove il sindaco ha il suo ruolo e il riconoscimento da parte dei cittadini. Questo non avveniva e non avviene ancora per la Provincia. E stiamo attenti perché questo è, come dire, quel limite che noi dovremo riuscire a superare, cercando di far capire alla collettività il ruolo fondamentale della Provincia, se ci crediamo. Mi pare che ormai sia un processo che non può tornare indietro: la Provincia, secondo le determinazioni della Bicamerale, era destinata a scomparire, era un ente locale che non veniva riconosciuto; poi, con l'approvazione di un testo unico e delle leggi numero 142 e 81, l'ente Provincia ha recuperato un ruolo che secondo me è importante. Ha tuttavia ragione l'onorevole Cugini quando dice che il ruolo degli enti locali è importante nella misura in cui la Regione Sardegna riuscirà a spogliarsi di molte competenze che oggi non è più corretto che gestisca direttamente.

Quindi il primo aspetto del quale io mi vorrei occupare, e vorrei che ce ne occupassimo tutti, è proprio quello relativo alla necessità di recuperare la visibilità dell'ente Provincia, che soffre, e anche tanto. Nella opinione generale, la Provincia non rappresenta niente, non ha funzioni, non determina nulla, se non il passo carrabile sulle strade provinciali! La Provincia è vista ancora come l'ente che si occupa delle strade e delle scuole medie superiori; tutti gli altri ruoli sono abbastanza marginali. Ma, ruoli o non ruoli, il concetto che mi interessa significare è proprio il fatto che agli occhi dei cittadini, la Provincia non ha un ruolo ben definito.

Il testo di legge che è stato esitato dalla Commissione è certamente frutto di un lavoro importante. Io ho ascoltato solo una parte della relazione dell'onorevole Francesco Sanna, e me ne scuso, ma avendo dialogato con lui diverse volte capisco, e per una buona parte condivido i ragionamenti che ha proposto, così come condivido una buona parte dei ragionamenti fatti dall'onorevole Cugini. Al quale dico subito: onorevole Cugini, io il dovere non lo sfuggo, e la dimostrazione è che per senso del dovere i miei colleghi ed io ci siamo sentiti obbligati quasi ad anticipare la maggioranza. Lo abbiamo fatto con la proposta sullo Statuto e con quella sul conferimento di funzioni agli enti locali, che secondo me rappresentano due aspetti molto importanti delle riforme. Quindi ci siamo dati da fare.

Non torno sulle questioni che riguardano la Consulta, perché credo che voi e i miei colleghi abbiate abbondantemente discusso di questo aspetto, così come ne ho discusso anch'io, e ognuno la vede a modo suo. Io, lo dico adesso così evito di dirlo nei prossimi tre anni, mi sono un po' seccato - è un termine che nelle aule parlamentari non si usa, però qualche volta passa -, e non vorrei essere, come qualcuno dice, un orsacchiotto di peluche, che rimane fermo e non dà reazioni, se non a chi lo accarezza. Allo stesso tempo non voglio neanche essere un tamburo che suona sempre la solita musica, perché se facessi così, i doveri di cui ha parlato lei, onorevole Cugini, verrebbero sottaciuti, non verrebbero presi in considerazione né i diritti né i doveri. Io voglio avere il diritto di fare opposizione e sento il dovere di essere propositivo. Poi le mie proposte potranno non coincidere con quelle della maggioranza, ci sarà una dialettica e ci potrà essere uno scontro anche forte.

Sul problema della Consulta io avevo un'idea tutta mia che continua a rimanere, purtroppo, solo mia: non ero d'accordo per ciò che la Consulta rappresenta, in termini numerici, e non ero d'accordo per i danni che essa può causare nel momento in cui opera. Avevo fatto un passaggio relativo al Presidente della Camera, l'onorevole Bertinotti, e non lo voglio riprendere adesso, però stiamo attenti tutti. Quel pericolo che io ho manifestato sulla Consulta, non è evidenziato, ovviamente, in questo testo di legge. Assolutamente no! Qui c'è un altro pericolo: emerge la volontà, emerge la disponibilità, emergono concetti che sono certamente da me e da noi condivisi, è da tantissimi anni che si doveva andare in questa direzione. La Regione Sardegna, forse, anzi certamente più in ritardo di altre Regioni, arriva oggi con un testo che, come ho detto, è un trattato, perché prende in considerazione tutte le materie che si intenderebbero trasferire agli enti locali. Il sospetto che mi viene è che un testo così predisposto - lo dico all'onorevole Soru, Presidente della Regione -, in cui in ogni capitolo e per ogni argomento vengono ribadite, in primo piano, le funzioni della Regione, voglia quasi significare: "Stiamo attenti, questa materia è di competenza della Regione". Cioè diamo la disponibilità a conferire, a trasferire, però intanto per ogni argomento vengono stabiliti i compiti, il ruolo e tutto ciò che la Regione deve fare, come se questa parte fosse sconosciuta. Io sarei andato per esclusione: se affidiamo il trattamento delle acque alle Province è evidente che la Regione non se ne occuperà, se non in senso generale, perché starà attenta a che quel particolare problema venga tenuto nella giusta considerazione dall'ente locale che è recettore di questa competenza. Quando invece noi iniziamo ogni capitolo in questo modo, cari colleghi, magari va anche bene, ma io qualche perplessità ce l'ho. Ho l'impressione che ci sia una burocrazia regionale che si è preoccupata fondamentalmente di salvaguardare l'esistente, di salvaguardare quello che ha. Mi sembra quasi di sentire qualcuno che dice: "Se continuiamo di questo passo forse i 7 mila e 500 dipendenti della Regione non hanno più ragion d'essere, tanti direttori generali, tanti manager forse non avranno più una funzione". Mi pare di notare questo.

E questo è uno dei limiti di questa legge. Io non l'avrei concepita così, oltre ai criteri sarei andato immediatamente al conferimento, con risorse certe, perché, onorevole Cugini, le ricordo che qua ci sono quattro Province nuove che aspettano come la manna dal cielo il trasferimento di funzioni, in quanto con le funzioni ripartite dalle vecchie Province non ottengono assolutamente nulla, non hanno neanche i danari per pagare i pochi dipendenti!

Un altro limite è relativo al personale, l'altro argomento importante di questa legge. Io credo che bisognerebbe iniziare a stabilire che tutti i dipendenti degli enti locali, Comuni, Province, Comunità montane e Regione, non possono non avere lo stesso trattamento economico. Non sarebbe neanche possibile trasferire una parte del demanio regionale al demanio provinciale con lo stesso personale che fino a ieri ha avuto un certo trattamento economico e che da domani mattina ne avrebbe un altro. Succederà ciò che è successo con le Province: i dipendenti, salvo pochissimi casi, non hanno accettato il trasferimento. E figuratevi che si trattava di un passaggio da provincia a provincia; già il fatto di passare da una cosiddetta provincia madre a una provincia figlia, quasi si trattasse di un figlio illegittimo, ha determinato un blocco nel trasferimento del personale. Col trasferimento di queste funzioni io credo che questo sia l'elemento fondamentale che noi dobbiamo prendere in esame. Occorre riportare tutti a una nuova legge sul personale che coinvolga Regione, Province, Comuni, comunità montane e consorzi di comuni, perché nel momento in cui noi daremo delle competenze reali il problema del personale si porrà. La Regione non può trasferire solo competenze e risorse; deve trasferire competenze, risorse finanziarie e risorse umane, perché senza le risorse umane, che sono fondamentali in termini di esperienza e di capacità, gli enti locali si troverebbero a mal partito nella soluzione dei problemi.

Questo è l'altro argomento che mi interessava portare all'attenzione, non so come se ne possa uscire, onorevole Cugini. Il personale di un Assessorato regionale ha un costo e quel costo dev'essere trasferito pari pari agli enti locali. Il problema si pone quando due dipendenti, uno proveniente dagli enti locali e uno proveniente dalla Regione si trovano a operare fianco a fianco, svolgendo le stesse funzioni. Io credo che questo sia un problema reale che sarebbe meglio affrontare subito, mentalizziamolo già da adesso. Mi meraviglia che l'ANCI e l'UPS non abbiano parlato di questo problema. Certo, onorevole Cugini, non ne parlano neanche i sindacati, ha ragione lei, i sindacati si stanno preoccupando di un'altra parte di questa legge, però io il problema me lo pongo, perché se non ce lo poniamo noi adesso ci arriverà come una tegola, lo si sente nell'aria. E allora io non voglio fare demagogia, sarebbe stato sin troppo bello presentare subito una proposta di legge su questo argomento, ma credo che sia un altro di quegli argomenti che non si possono affrontare in una contrapposizione maggioranza opposizione e viceversa. Noi dobbiamo riuscire a coniugare le posizioni e a dare una risposta immediata ai dipendenti degli enti locali, perché per quanto riguarda altre attività intervengono il datore di lavoro, l'industria, l'agricoltura attraverso l'aumento dei prezzi. Il cantoniere dell'ente locale, con due figli e moglie a carico, ha un trattamento economico di circa 1.150 euro al mese; il cantoniere dell'ANAS, che, sì, lavora mezza giornata in più, perché lavora il sabato mattina, ma oltre ad avere due mensilità in più, ha un trattamento economico completamente diverso. Hanno la casa tutti e due in una cooperativa di un comune qualsiasi - quanti ce ne sono! -, svolgono le stesse mansioni, svolgono le stesse attività, però la moglie dell'uno deve tirare la cinghia, la moglie dell'altro cambia la macchina ogni due anni, abbellisce la casa, cambia la cucina. Stiamo creando un problema, anzi vogliamo evitare di creare questo problema.

Faccio questo ragionamento in presenza del presidente Soru, il quale, forse involontariamente, ha scatenato un odio di classe in Sardegna. Sembra strano quello che sto dicendo, ma glielo dico, Presidente, con tutta la considerazione che ho della istituzione, la prenda così. Si sta creando questa tensione in Sardegna: spogliare i ricchi per dare ai poveri, far pagare le tasse ai più ricchi per ridistribuirle ai poveri, come se fosse possibile un fatto di questo genere. Però si sta ingenerando questo tipo di ragionamento che oggi vale per lei e per questa maggioranza, ma domani potrebbe non valere più, perché tutti sappiamo che le tasse vanno pagate e sarebbe auspicabile che tutti le pagassero, forse non ci sarebbe bisogno di agire con ulteriori balzelli e quelle risorse servirebbero veramente a dare servizi a tutta la cittadinanza e anche a equiparare quei cittadini che svolgono le stesse mansioni e che, invece, saranno costretti a subire una discriminazione nel momento in cui questo testo di legge dovesse essere approvato.

Il nostro lavoro in Aula deriva dal dovere che noi abbiamo e anche dal diritto di modificare, ove sia possibile. Mi è sembrato di capire che si intenderebbe approvare questa legge in quarantotto o settantadue ore. Stiamo parlando di una legge composta da oltre 70 articoli! Che si può approvare anche in una mezza mattina, ma non sarà meglio che anche i colleghi che non hanno ancora avuto il tempo di leggersela, soprattutto quelli che hanno avuto l'opportunità di amministrare un ente locale in qualità di sindaci, presidenti di provincia o assessori, possano farlo per cercare di capire se stiamo facendo tutto quello che è necessario fare subito o se stiamo aprendo prospettive che nell'arco della legislatura non riusciremo a concretizzare? Lo domando perché qui, onorevole Sanna, sono indicate competenze piuttosto difficili da trasferire agli enti locali, per la complessità della materia, certamente, e per tutto l'iter che deve seguire.

C'è un elemento che io non ho notato in questa legge. Si vogliono dare risposte agli enti locali, si vuole caratterizzare la funzione della Provincia. Una delle cose che interessano maggiormente alla gente è il Piano urbanistico comunale, che in alcune regioni viene approvato dalla Provincia. Io credo che occorra meditare su questo, perché ingenera nella gente un rispetto che oggi non esiste, cioè la Provincia si deve riguadagnare i galloni.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Diana. Abbiamo necessità, colleghi, di definire la prosecuzione dei lavori nella giornata odierna e nella prossima settimana. Quindi sospendo i lavori e convoco la Conferenza dei Presidenti di Gruppo.

ATZERI (Gruppo Misto). Presidente!

PRESIDENTE. Onorevole Atzeri, intende parlare? Prego, svolga il suo intervento, poi sospendiamo.

ATZERI (Gruppo Misto). Ci sono altri colleghi iscritti a parlare?

PRESIDENTE. Sì, molti colleghi sono iscritti a parlare. Ma lei vuole intervenire stamattina, onorevole Atzeri?

ATZERI (Gruppo Misto). Sì.

PRESIDENTE. Allora svolga il suo intervento, al termine del quale si riunirà la Conferenza dei Presidenti di Gruppo. E' iscritto a parlare il consigliere Atzeri. Ne ha facoltà.

ATZERI (Gruppo Misto). Grazie, signor Presidente. E' stata sottolineata l'importanza di questo testo di legge unificato, che finalmente, con un fortissimo ritardo, recepisce la legge Bassanini, e per questo merita un plauso. Ma lo snodo politico che a noi sta a cuore è questo: la Regione deve tornare a fare il mestiere istituzionale, quello di coordinamento e indirizzo. Se la Regione riassume questa naturale vocazione istituzionale non ci sono problemi. Se però la Regione interviene a gamba tesa nella vita delle autonomie locali, come spesso accade, allora siamo di fronte a una schizofrenia politica, perché questa legge, al di là della retorica e delle petizioni di altissimo principio sulla sussidiarietà, adeguatezza, sovranità e indispensabilità dei Comuni, stride con il sistema elettorale - e non è una mia fissazione - perché il presidenzialismo puro è in antitesi con tutto ciò che io ho sentito e che vorremmo fare.

Come si coordina l'eventuale nuovo Statuto con tale legge? Questa è la domanda. Ma esaminiamo i disegni di legge che riguardano l'ambiente e la salute, prendiamo per esempio l'istituzione dei parchi: nella quinta Commissione abbiamo visto, con grande apprensione, che il relativo progetto di legge subisce l'azione invasiva derivante dal sistema presidenziale, che esautora totalmente i Comuni! Quindi il progetto di legge che dovrebbe istituire i nuovi parchi è un esempio di come non si deve agire, perché altrimenti i parchi saranno disconosciuti dalle comunità, che faranno di tutto, non essendo protagoniste ed essendo esautorate, perché non nascano! Allora, chiariamo una volta per tutte l'importanza della nuova legge statutaria che prevede - e noi lo abbiamo scritto anche in un emendamento - una nuova legge elettorale. In seno alla maggioranza ci sono, per fortuna, dei partiti che sono proporzionalisti, ma il presidenzialismo puro non è conciliabile con leggi che hanno questa prospettiva meravigliosa! Chi è contrario alla sussidiarietà? Non certo dei federalisti come noi, non più in solitudine ormai da diverso tempo, visto che siamo, almeno in teoria, in abbondante compagnia! I 260 milioni di euro (sui quali vigileremo con attenzione) per il triennio 2006-2008 riguardano i beni, non una risorsa importante come il personale, ecco perché, malignamente, sorge un dubbio: non vorremmo che questa fosse una legge di facciata, una legge spuria!

La Regione ha incubato quel virus malefico dello Stato italiano centralista e di fronte al diritto prioritario del bene regionale esautora sistematicamente le autonomie locali. E allora se la Regione non trasferisce, oltre ai beni e alle risorse finanziarie, anche il personale, è inevitabile che i Comuni e le Province non potranno esercitare le loro funzioni. Ed è il sistema buono per la Regione per assurgere alla sua vocazione naturale di commissario, perché se le autonomie locali non possono esercitare le loro funzioni chi subentra, chi interviene a gamba tesa? La Regione! Ecco perché questo parlamento deve stare attento a questa diabolica trappola: o si cambia il sistema presidenziale che è invasivo e va a cozzare contro queste belle enunciazioni, altrimenti siamo di fronte a leggi di facciata! Io faccio parte della quinta Commissione e ho espresso un parere favorevole, ma condizionato alla rimozione di tutte queste perplessità, che però mi rendo conto aleggiano e sono massicciamente presenti in quest'Aula, perché c'è questa cultura del presidenzialismo che è la morte delle autonomie locali, della loro capacità di esercitare, in modo capillare e autonomo, funzioni e compiti.

Quindi questa legge veramente non fa altro che recepire tardivamente le direttive della legge Bassanini, così come è avvenuto in tantissime Regioni a statuto ordinario. Ma noi abbiamo anche l'ambizione di definirci speciali, allora perché l'articolo 66, che tocca la salute pubblica, anziché impegnare in un modo speciale questa Giunta affinché coinvolga Comuni e Province nei compiti riguardanti la salute pubblica, pilatescamente rimanda all'ennesima legge regionale l'individuazione di compiti e funzioni da attribuire alle autonomie locali? Perché c'è quel peccato originale dello Stato italiano e ha ragione l'onorevole Francesco Sanna quando parla di ministero, perché la Regione ha insito questo male che cozza contro il federalismo, la sussidiarietà, l'adeguatezza. Quindi quando saremo chiamati a mettere mano, tardivamente e in un modo contraddittorio, alla legge statutaria, che prevede la legge elettorale e il nuovo modello organizzativo, dovremo coraggiosamente cercare dei contrappesi perché questo presidenzialismo è di una antidemocraticità spaventosa che indebolisce fortemente il Consiglio regionale. Basti pensare che se il Presidente della Regione, invaghitosi di una cubana, dovesse lasciare questo Consiglio regionale orfano della sua presenza (parlo affettuosamente di cose molto, molto frequenti, ma non traumatiche come i motivi di salute), il suo abbandono richiamerebbe alle urne il popolo sardo per rieleggere la massima Assemblea regionale. E' una cosa antidemocratica! Quindi bisogna trovare dei contrappesi all'interno del Consiglio regionale, che deve essere chiamato, di fronte a una vacatio terribile o simpatica, a colmare il vuoto per dare continuità legislativa a questa esperienza e assicurare, entro tempi precisi, che possono essere uno o due mesi, attraverso l'individuazione di un altro Presidente, la vita di questo Consiglio.

Ecco che allora il Consiglio regionale viene affrancato e rafforzato dalla paura di questa legge truffaldina e liberticida che dà al Presidente della Regione poteri enormi, che stanno creando disastri! E allora il trionfo della democrazia è l'individuazione di questi contrappesi; il trionfo della democrazia è fare leggi in prospettiva, che non siano dettate dalla retorica e che non siano di facciata, perché altrimenti non renderemmo un buon servizio al popolo sardo.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Atzeri. Sospendo i lavori e convoco la Conferenza dei Capigruppo. Grazie.

(La seduta, sospesa alle ore 12, viene ripresa alle ore 12 e 19.)

PRESIDENTE. Colleghi, la Conferenza dei Presidenti di Gruppo ha deciso di interrompere a questo punto i lavori odierni e di riprendere la discussione del testo unificato in esame mercoledì della prossima settimana. I lavori inizieranno alle ore 9 e 30 e proseguiranno, con una breve pausa pranzo, fino alla conclusione dell'esame dell'articolato. Questo comporta, naturalmente, un'organizzazione del lavoro e un'autodisciplina che limita i tempi sia della discussione generale sia della discussione su articoli ed emendamenti e che in parte è affidata al lavoro che faranno i Presidenti dei Gruppi e conclusivamente al Presidente del Consiglio, perché si è comunque deciso di concludere l'esame di questo testo di legge unificato entro la giornata di mercoledì. Il Consiglio è riconvocato per le ore 9 e 30 di mercoledì 24 maggio 2006.

La seduta è tolta alle ore 12 e 21.