Seduta n.219 del 11/03/1993 

CCXIX SEDUTA

(ANTIMERIDIANA)

GIOVEDI'11 MARZO 1993

Presidenza del Vicepresidente FADDA Antonio

Congedo ....................................

Disegni di legge: "Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della Regione (Legge finanziaria 1993)" (344), "Bilancio di previsione per l'anno finanziario 1993 e bilancio pluriennale per gli anni 1993-1994-1995" (345) e della "Proposta di programma pluriennale 1993-1995" (Progr. n. 39). (Continuazione della discussione generale congiunta):

PORCU ....................................

MERELLA................................

USAI SANDRO.......................

MANNONI...............................

LADU LEONARDO................

ONNIS......................................

CABRAS, Presidente della Giunta

Sull'ordine dei lavori:

COGODI...................................

La seduta è aperta alle ore 10 e 10.

SECHI, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del 9 marzo 1993, che è approvato.

Congedo

PRESIDENTE. Comunico che il consigliere regionale Antonio Serra ha chiesto di poter usufruire di un giorno di congedo a far data dall'11 marzo 1993. Se non ci sono opposizioni il congedo si intende accordato.

Continuazione della discussione generale congiunta dei disegni di legge: "Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della Regione (Legge finanziaria 1993)" (344), "Bilancio di previsione per l'anno finanziario 1993 e bilancio pluriennale per gli anni 1993-1994-1995" (345) e della "Proposta di programma pluriennale 1993-1995" (Progr. n. 39)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la continuazione della discussione dei disegni di legge numero 344, 345 e del programma numero 39.

E' iscritto a parlare l'onorevole Porcu. Ne ha facoltà.

PORCU (M.S.I.-D.N.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, vi confesso subito che avrei preferito parlare in un momento di più ampia partecipazione dei consiglieri a questo dibattito e vi confesso anche che preferisco, forse per indole caratteriale, il clima che alcuni hanno condannato e contestato nell'aula del Senato di ieri, che non il clima smorto e troppo "volemose bene" in cui qualche volta noi dobbiamo recitare il nostro ruolo di maggioranza e opposizione. Mi sembra che sia fondamentale che i politici, che sono dentro le istituzioni, riacquistino quella verve e quella capacità di indignazione, di proposta, di lotta per i propri ideali che sembra invece stia sempre più venendo a mancare dentro le aule delle rappresentanze popolari. Questo non per cedere qualche cosa a quello che viene definito un clima di imbarbarimento che sembra pervadere tutta la società italiana, ma per dare risposte concrete, serie ed efficaci al grave dramma sociale, economico, morale, civile e politico che condiziona tuta la società odierna.

Non si può far finta di niente e continuare con l'ordinaria amministrazione, non si possono chiudere gli occhi davanti ad una realtà che è drammatica. Gli eventi che stanno colpendo l'Italia e la Sardegna in questo periodo sono tutto fuorché ordinaria amministrazione. Non è un fatto episodico, una contingenza rimediabile, è un cambiamento definitivo di regime, stiamo uscendo dal vecchio e ci stiamo addentrando verso il nuovo. Non è possibile che questo nuovo nasca sulle sventure, sulla disoccupazione, sul dramma individuale e collettivo di migliaia e migliaia di operai, migliaia e migliaia di pensionati, di milioni di persone che hanno avuto poco da questo regime che è alle corde e che si apprestano ad avere altrettanto poco dal nuovo regime che non si riesce a costruire su basi più popolari, meno clientelari e meno privilegiate di tutti quelli che hanno gestito la cosa pubblica in questi anni. Agli operai, che chiedono la salvaguardia del posto di lavoro, che chiedono di poter avere un minimo di sicurezza per se stessi e per le loro famiglie, noi non dobbiamo rispondere con azioni marginali, assistenziali o di sussidio, dobbiamo rispondere con un grande progetto economico e politico in modo da restituire alla Sardegna quelle ricchezze e quella spinta verso il nuovo che è stata fatalmente condizionata in maniera negativa dai decenni di politica dissennata, che si sono succeduti fino ad adesso.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, noi concordiamo con l'ex presidente Francesco Cossiga il quale auspica che ci sia per la classe politica nazionale una grande confessione morale e una grande autocritica, senza la quale non ci può essere rinnovamento morale. Se i ladri non confessano pubblicamente di aver rubato e se questa chiamata non avviene per tutto il regime che fino ad adesso ci ha governato, non ci può essere un rinnovamento, non ci può essere una ripresa. Allo stesso modo se noi non facciamo un'autocritica, precisa, puntuale, e se vogliamo anche dolorosa di questi anni di autonomia, non potremo costruire niente di nuovo. Se ognuno non si prende le sue responsabilità, se ognuno non ammette di aver fallito come governante in questi anni, non si può assolutamente pretendere che nasca qualcosa di buono, qualcosa di nuovo.

Signori del Consiglio, sono stati dilapidati in maniera veramente - oserei dire - criminale, vergognosa e assolutamente non costruttiva, migliaia e migliaia, decine di migliaia di miliardi in questa Regione sarda. I piani di rinascita che si sono susseguiti hanno portato alla dilapidazione di enormi risorse economiche, di queste enormi risorse economiche alla gente sarda non è rimasto niente; i posti di lavoro sono rimasti sulla carta; gli unici che si sono arricchiti da una dissennata politica economica, che non ha prodotto un solo posto di lavoro in più rispetto a quelli che già c'erano, sono stati i ladroni del Continente, gli industriali del Nord, grandi e piccoli, gli avventurieri di passaggio che hanno attinto abbondantemente alle mammelle della Regione sarda in anni di vacche grasse. Ci siamo fatti abbindolare, abbiamo dato a costoro, a questi avventurieri, la possibilità di costruire la loro fortuna sui nostri soldi; le fabbriche, che si aprivano e si chiudevano nel giro di pochi mesi, sono state una costante della politica economica delle varie Giunte regionali che si sono susseguite in questi anni. La politica assistenziale dissennata in agricoltura con la spendita di miliardi, migliaia di miliardi, senza che nulla poi sia cambiato nella realtà preistorica di certe aree della pastorizia sarda, è una costante di questo clima e di questo regime.

E adesso ancora una volta a chi già non ha niente, agli operai e ai pensionati, ai giovani disoccupati, alle famiglie tartassate dalle tasse, non si può far pagare il costo di una politica sociale ed economica che risulta fallimentare. A questo proposito, volevo dire che la partecipazione del P.D.S. alla Giunta regionale, al Governissimo, non ha portato, secondo il nostro parere, nessuno aspetto di novità; in questi due o tre anni, che siamo in Consiglio regionale, io ho ascoltato l'onorevole Barranu, che interveniva sul bilancio come rappresentante della minoranza, come relatore di minoranza; ebbene onorevoli colleghi, se noi prendessimo le brillanti relazioni di minoranza dell'onorevole Barranu e le leggessimo adesso per contrastare la sua manovra di bilancio, adesso che è diventato Assessore della programmazione, non bisognerebbe aggiungere niente, noi faremmo una bella figura come la faceva prima l'assessore Barranu quando contestava i bilanci dei suoi predecessori. Sarebbe la stessa identica cosa! Brillante era prima, brillante sarebbe adesso nella contestazione...

CABRAS (P.S.I.), Presidente della Giunta. Ma guarda che se anche lo presentassi tu, sarebbe uguale!

PORCU (M.S.I.-D.N.). Può darsi che capiti, non mettiamo limiti alla Provvidenza.

Quindi la novità che la gente si aspettava dall'ingresso del maggior partito di opposizione, di quello che orgogliosamente una volta veniva definito il partito della classe operaia, in questo governissimo non ha prodotto alcun significativo risultato positivo. La situazione di crisi è rimasta immutata, anzi si è aggravata di più e noi siamo costretti qua a ricorrere a provvedimenti tampone, assistenziali per rispondere alle giuste, sacrosante, anche giustificatissime richieste di aiuto da parte degli operai e delle loro famiglie. Signor Presidente, non è così che possiamo prevedere un buon futuro per la nostra Isola; sappiamo benissimo che la situazione generale è grave e drammatica, sappiamo benissimo che settori della società e zone del Paese molto più forti di noi sono in crisi, che anche loro pagano il prezzo di una politica passata leggera e dissennata, però noi dobbiamo mettere a frutto quello che di buono abbiamo in Sardegna; e mi sembra che il punto da cui partire sia la consapevolezza da parte di tutte le forze politiche sarde della gravità della situazione.

Voi sapete benissimo, onorevoli colleghi, che anche la mia parte politica (pur nel distinguo doveroso delle responsabilità, che non sono nostre se non altro perché noi non abbiamo mai partecipato alla gestione diretta della Regione, siamo l'unica forza politica presente in quest'Aula che non ha mai partecipato alla gestione diretta degli Assessorati della Regione) pur potendosi chiamare fuori da una situazione del genere, non ha rinunciato alle sue responsabilità; non ci siamo ritirati sull'Aventino, cerchiamo di dare il nostro modesto e fattivo contributo per la risoluzione dei problemi. Anche il nostro parlamentare nazionale, l'onorevole Anedda, non si è ritirato sull'Aventino, sta partecipando attivamente e cercando di collaborare con gli altri parlamentari sardi per richiamare fortemente il Governo alle sue responsabilità in ordine alla Sardegna. E non mi si venga a dire che il Governo non può fare niente perché è tutto nelle mani dei boiardi di Stato!

Ebbene il discorso è molto semplice, si è scoperto adesso perché, da anni e anni, alle nostre richieste di interventi concreti, definitivi del Governo sulle questioni delle partecipazioni statali in Sardegna, le risposte prevedevano sempre il discorso che il Governo in fin dei conti poteva fare poco perché le decisioni erano assunte dai vertici dell'ENI e delle altre aziende a partecipazione statale. Adesso abbiamo scoperto, per merito di Antonio Di Pietro, perché il Governo non poteva mettere lingua in queste questioni, abbiamo scoperto che questi signori, boiardi di Stato, pagavano il ceto politico, ed un ceto politico pagato non può dare ordini, anzi li deve prendere perché altrimenti vengono chiusi i rubinetti della borsa.

Ecco, il nesso perverso, ecco perché anche a noi in Sardegna interessa la questione morale, chi prendeva soldi non poteva avere voce in capitolo per scelte che non erano sue; ecco dunque dimostrato il fallimento, il tradimento portato avanti nei confronti della Regione sarda e del popolo sardo soprattutto. Se avessero preso in giro soltanto noi, consiglieri regionali, sarebbe stata una cosa deprecabile e grave, ma il tradimento invece consiste nel fatto che sono stati presi in giro con noi i lavoratori, con noi i pensionati, con noi i giovani disoccupati, onorevoli colleghi.

Ed allora in questa situazione drammatica non ci resta che augurarci che i ladri continuino ad andare in galera. Può darsi che nel breve periodo si arrivi a una ulteriore drammatizzazione della questione economica e sociale della Sardegna; può darsi addirittura che questo provochi ulteriore inasprimento, ulteriore perdita di posti di lavoro, adesso, ma senz'altro, se non si va a fondo con la bonifica delle istituzioni e delle rappresentanze politiche, non si può, colleghi del Consiglio, pensare di poter costruire qualcosa di sano e di decente per il futuro. Noi come Regione sarda siamo parte integrante di questo sistema, non possiamo pensare a fughe in avanti, anche noi dobbiamo assumerci la responsabilità, dobbiamo parlare chiaramente alla gente perché il momento è drammatico, da questa crisi non si esce con i pannicelli caldi, o facendo finta che sul piano politico e morale non sia successo niente.

Davanti a questa drammaticità degli eventi, davanti al fatto che l'ENI - una delle più grosse compagnie mondiali nel campo petrolifero, la quale ha fatto i miliardi anche con il lavoro dei sardi, e con le risorse della Sardegna, con lo sfruttamento del territorio di questa nostra bella isola - non si ponga neanche il problema di fare un sacrificio economico per sanare una delle zone più nobili e disastrate di questa Italia che sembra sia stata messa in vendita, noi chiediamo al Governo di prendere tutte le decisioni del caso, approfittando del fatto che tutti i dirigenti dell'ENI sono in galera, e ai nuovi dirigenti, che prenderanno il posto di Cagliari, venga imposta finalmente una politica di salvaguardia e di sicurezza sociale anche per la Sardegna.

Non ci importa delle avventure dell'ENI in Medio Oriente o in Estremo Oriente, non ci imposta niente delle sue collaborazioni con le grandi compagnie petrolifere americane o sudamericane, vogliamo che qua in Sardegna l'ENI adempia al suo dovere di politica nazionale; Ente nazionale idrocarburi, questo c'è scritto sulla sua sigla, quindi deve fare una politica nazionale e sociale perché se no perde il suo principale compito istituzionale, che è quello di favorire l'economia nazionale e non di intrattenere affari con le grandi multinazionali d'oltreoceano o europee. Questo è il vero problema, questa è la vera ragion d'essere di una politica delle partecipazioni statali che era nata (e non vi dico quando è nata), su questi presupposti.

L'ENI, e gli altri mezzi di intervento nello Stato, erano nati per favorire l'economia nazionale, per favorire lo sviluppo delle zone arretrate, non per finanziarie i partiti, le correnti, o i grandi boiardi che si credevano i padroni del mondo. Onorevoli colleghi, forse questa è la svolta che chiede la gente e che chiediamo noi, ma non si può andare avanti in questa maniera se non si dice la verità, se non si riescono a risolvere i problemi fondamentali che sono quelli della moralità pubblica e dell'indipendenza della nazione. Abbiamo davanti a noi tutto un processo di sommovimento, un grande processo di cambiamento, speriamo che per la gente di Sardegna si apra un millennio di rinascita dopo aver vissuto decenni in cui sono nate tutte quelle contraddizioni della nostra situazione che stanno venendo oggi drammaticamente al pettine.

Una cosa vorrei dire rispetto a certi atteggiamenti che possono nascere riguardo al bilancio della Regione sarda. Al di là delle soluzioni tecniche e operative, mi sembra che stia passando il disegno un po' fumoso, un po' pericoloso, di cercare di risolvere i problemi contingenti e gravissimi con interventi di mero assistenzialismo i quali penalizzerebbero altre classi sociali, altre realtà umanamente dolenti che non sono da meno. Per esempio, chiedo ancora una volta che si proceda comunque a trovare i fondi per pagare almeno una parte non piccola del debito che la Regione sarda ha assunto nei confronti dei malati di mente. Non mi stancherò mai di ripeterlo: davanti alla inesistenza dei servizi sociali, davanti alla carenza delle strutture sanitarie, un sussidio può essere un'ancora di salvezza per i malati di mente che sono abbandonati a loro stessi. Questo vale anche per gli altri interventi nel campo socio-assistenziale. Noi non siamo d'accordo neanche con il tentativo di sottrarre risorse ai campi della pubblica istruzione e dello sport per darle in maniera non chiara alle amministrazioni comunali. Questi progetti si risolvono in un grave danno per le attività sociali di istruzione e sportive che non riusciranno a decollare, che creeranno nuovo disagio sociale, che, specialmente nelle zone interne di quest'isola, purtroppo, creeranno malesseri dagli sbocchi facilmente prevedibili.

In Sardegna, attenzione, ci sono varie bombe che rischiano di esplodere da un momento all'altro ed è bene che qua noi lo richiamiamo. E' vero, c'è la realtà drammatica delle zone industriali che sono messe in pericolo e in crisi da una politica che, come ho detto prima, è dissennata e non trova giustificazione alcuna da parte del Governo e degli enti di Stato. Ma c'è anche una realtà drammatica delle zone interne a prevalente economica agropastorale dove l'agricoltura e la pastorizia non riescono più a risolvere i problemi della gente, dove si rischia di andare incontro a una situazione economica e sociale altrettanto esplosiva. C'è, infine, il dramma terribile - di cui forse non ci rendiamo conto della portata e della grandezza - dei giovani in cerca di prima occupazione. Io amo dire, signori del Consiglio, che chi riesce a trovare un posto di lavoro in questo periodo fa un tredici al totocalcio e, purtroppo, è vero, soltanto pochissimi privilegiati o fortunati giovani riescono a portare avanti il loro sogno di avere un'occupazione, di avere un posto di lavoro.

Ecco, a tutte queste domande, noi dobbiamo dare risposta. Per quanto ci riguarda, signor Presidente, non possiamo che trarre un motivo di ulteriore insoddisfazione dall'azione di questo Governissimo. Esso è nato sotto le più grandi aspettative, ma si è mosso, anche in questo periodo, nella maniera più sbagliata; non c'è stato il colpo d'ala, non c'è stato l'entusiasmo che tutti quanti si aspettavano. Non c'è stato niente; si è ritornati all'ordinaria amministrazione che naviga a vista senza progetti. Si è messa una vela cercando di cogliere un filo di vento di fortuna che riesca a mandare avanti il bastimento. Con questi sistemi, signori, non si fa niente. Se per caso noi volessimo andare avanti, forse bisognerebbe trasformare questo bastimento a vela in una nave a motore e chiedere un po' di benzina anche all'ENI dato che ci siamo.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Merella. Poiché è assente dall'aula, lo dichiaro decaduto.

E' iscritto a parlare l'onorevole Morittu. Ne ha facoltà.

MORITTU (P.S.d'Az.). Signor Presidente, colleghi consiglieri, io non vorrei che anche questa volta la discussione sul bilancio della Regione sia e rimanga un rito da compiere. I tempi che viviamo in Sardegna e le situazioni che si sono create non ci consentono più di fare giochetti e alchimie perché dal bilancio si possano trarre vantaggi personali; oggi è ancora più pericoloso in quanto è l'ultimo bilancio che verrà gestito da questa maggioranza prima delle elezioni regionali. Purtroppo l'impressione che noi abbiamo è che l'indirizzo sia proprio quello di garantire, anche se in modo molto velato e, diciamo anche, intelligente, favoritismi che possono poi essere ricambiati nelle elezioni regionali del '94.

Bene, signor Presidente, noi abbiamo sempre detto in quest'Aula, in occasione della discussione degli altri bilanci e anche in altre occasioni, che una delle grandi storture, una delle grandi deficienze della Regione, è proprio la marea di leggi che regolamentano funzionamenti, scelte e progetti dell'amministrazione regionale. Molto spesso, recentemente, anche in quest'Aula, ho sentito qualche collega dire che bisogna riformare la burocrazia regionale. Io credo che ogni amministrazione abbia la burocrazia che si crea, così quella regionale opera sulla base di leggi che vengono fatte dal Consiglio regionale. Oggi non ci possiamo aspettare più, come ai primi albori, al primo avvio della Regione autonoma della Sardegna, di trovare il ragioniere con le mezze maniche che reggeva la baracca perché doveva operare e si doveva basare su poche norme assistenziali. Oggi, come ho già detto, i tempi sono cambiati; oggi è necessaria professionalità e conoscenza di tutti quei cambiamenti che continuamente noi provochiamo in quest'Aula. Certo che applicare le leggi oggi e addentrarsi nel meandro delle normative regionali viene molto difficile e in salita, non mi risulta che siano mai stati fatti i corsi di aggiornamento per i dipendenti; una volta è stata ipotizzata ed avviata la costituzione della cosiddetta scuola per pubblici dipendenti e per la formazione degli operatori della pubblica amministrazione. Quindi, signor Presidente, credo che questo bilancio faccia delle assegnazioni di poste finanziarie a seconda di quelle che sono state le direttive, non degli Assessori, ma dei Gruppi politici e degli stessi partiti che stanno intorno agli Assessori.

Detto questo io credo che, appunto per evitare che si compia il solito rito, l'impostazione che deve scaturire dal dibattito in Consiglio debba essere quella di un bilancio di autogoverno, che tiene conto delle realtà provocate - l'ho già detto - dal separatismo esterno, e delle necessità dei sardi. Faccio un piccolo esempio su cose che in linea di principio si possono condividere, vedi i fondi speciali, non so come vengono chiamati, i quali vengono proposti per essere assegnati agli enti locali. Mi chiedo, tenendo conto che i nostri Comuni operano con personale molto ridotto, non pare un po' pericoloso, senza aver creato prima una struttura che possa assolvere ai compiti loro assegnati, affidare loro risorse che, a nostro parere, i Comuni avranno difficoltà a spendere?

Noi non siamo contrari a che gli enti locali abbiamo poteri e risorse, ma questa a noi sembra un'operazione elettoralistica, cioè si danno miliardi agli enti locali, e con questo si riconosce la loro autonomia e il loro decentramento. Però, oltre alle risorse, non diamo nessun potere, per cui signor Presidente, la cosa potrebbe anche rivelarsi un boomerang. Oltre tutto si utilizza ancora il vecchio criterio di assegnazione dei fondi in proporzione al numero degli abitanti. Ma io mi chiedo, oggi che si opera sulla base di programmi in quasi tutti i settori, come i Comuni potranno adeguare le loro esigenze, a seconda della massa finanziaria che viene assegnata loro proporzionalmente al numero degli abitanti, senza nessuna programmazione.

Questo è solo un esempio, ma in tutto il bilancio, anche se si dice che si è provveduto a tagliare le spese inutili, si capisce, e si vede, che si interviene su tutte le voci in modo quasi uguale; le spese superflue e inutili rimangono, le spese per gli investimenti sono ridottissime e quindi si continua col principio del volere avere a disposizione strumenti per farsi campagna elettorale. Invece, in questo momento gravissimo per la Sardegna, il bilancio dovrebbe essere coerente con le dichiarazioni programmatiche del Presidente e con quanto è stato affermato in quest'Aula da più di un collega, cioè indirizzato all'autogoverno. Per esempio noi, signor Presidente, abbiamo proposto un emendamento, e chiediamo che il Consiglio faccia le sue valutazioni, perché si possa intervenire concretamente, e senza perdere tempo con iter farraginosi, in sostegno dei lavoratori, che hanno perso il lavoro per chiusura degli stabilimenti, coloro i quali autogestiscono le loro fabbriche o che si trovano in questo momento sospesi in attesa di chissà quale soluzione arrivi da Roma. Signor Presidente, lo proponiamo perché siamo convinti che dobbiamo compiere grandi azioni di autodeterminazione di sovranità e interventi che finalmente dimostrino che non siamo più disponibili ad assistenzialismi.

Questo signor ministro Baratta in Sardegna è mai venuto? Io non lo so; ma vedo che si permette di decidere su problemi che non conosce, che ha semplicemente visto a tavolino - se li ha visti - magari illustrati da qualche funzionario che della Sardegna conosce solo il mare, e conosce la Sardegna perché c'è un popolo ospitale, e probabilmente si sarà detto che i sardi non creeranno problemi perché sono brava gente. E' tempo di smetterla con queste politiche assistenziali; è tempo di smetterla di sfruttare la Sardegna! Io dico la verità, data la situazione di sfascio che esiste nel Paese, questa visita del Ministro degli esteri negli Stati Uniti mi sta un po' preoccupando, perché ogni volta che un Ministro degli esteri italiano è andato negli Stati Uniti un pezzo di Sardegna è stato venduto; io non vorrei che il buon Colombo per avere qualche miliardo di dollari ci togliesse un altro bel pezzo di Sardegna. Le autorità militari parlano di Teulada, non come territorio della regione sarda, ma come demanio dello Stato; stiamo ben attenti! Non vorrei che questo territorio sardo, considerato quale unica risorsa rimasta, fosse contrastato per cercare di salvare il nostro Paese sgangherato.

Ecco, signor Presidente, ripeto ancora una volta che dobbiamo approfittare di questo bilancio per intervenire in Sardegna. Ha ragione il collega Cogodi quando dice che va fatto prima un confronto Regione-Regione; si deve assolutamente chiarire che non vogliamo continuare con il vecchio sistema; la Sardegna o viene governata dai sardi oppure non ha nessuna possibilità di rinascita.

Io ho detto ieri che questo Governo ci ignora; dobbiamo aprire un dialogo e un confronto serio col Parlamento italiano, con quello che di legittimo ancora esiste in questo Parlamento. Non dobbiamo perdere tempo, non dilunghiamoci ancora con ordini del giorno, perché probabilmente troverebbero il modo anche di bloccare poste e corrieri perché certe cose a Roma dalla Sardegna non arrivino. Allora, signor Presidente, non faccio più elenchi perché non la finirei mai, noi siamo pronti a collaborare su tutti i problemi. Siamo convinti che la nostra proposta - poc'anzi citata - sia percorribile perché consente di intervenire in modo immediato con quella snellezza procedurale che altre norme forse non consentirebbero.

Io ho finito, signor Presidente, ricordando che tutto quello che noi emaniamo e approviamo deve muoversi all'interno di una grande cornice istituzionale che ci permette di essere veramente sovrani nel nostro territorio, altrimenti è una politica destinata a morire. Ecco perché, senza aspettare sedute più o meno solenni, ritengo sia il caso - appena finita la discussione sul bilancio - di aprire il confronto sulla riforma dello Statuto. Non vorremmo davvero (e qui devo fare una grande rimostranza nei confronti della Presidenza del Consiglio) arrivare a rioccupare l'aula per discutere il nostro progetto di legge sulla modifica dello Statuto. Quest'Aula aveva dato i termini per quella legge, per Regolamento andava iscritta all'ordine del giorno, non è stata mai iscritta, perché? Vuol dire evitare il confronto sulla modifica dello Statuto, o ignorare il Gruppo del P.S.d'Az. quale gruppetto all'opposizione? Dateci delle risposte perché, amici cari, la Bicamerale sta lavorando di gran lena, come ci inseriremo noi? Come ci siamo inseriti nel discorso della grande riforma dello Stato?

Questi sono i nodi da sciogliere. Non basta prevedere interventi provvisori nei confronti dei lavoratori in difficoltà, dobbiamo avere la possibilità di dare risposte definitive. Ecco perché noi chiediamo formalmente, signor Presidente, che appena finita la discussione e il voto sul bilancio, si vada subito al confronto perché in tempi brevi, si possa proporre un nuovo Statuto alla Bicamerale o al Parlamento. Altrimenti nonostante le belle parole, saremo sempre soggetti a un separatismo progressivo, Colombo non venderà più solo terreni ma venderà pure noi perché non avrà altro da vendere, ci porterà all'estinzione della nostra isola.

Se non ci muoveremo perderà senso anche la nostra presenza in quest'Aula a presumere di poter risolvere i problemi della Sardegna. Dobbiamo cercare di essere capaci di avviare queste grandi riforme, per portare finalmente i sardi all'autodeterminazione e alla riconquista della loro dignità di popolo e di individuo.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Sandro Usai. Ne ha facoltà.

USAI SANDRO (D.C.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, questa maggioranza di Governo e questa Giunta si sono costituite qualche mese fa col duplice obiettivo di far fronte all'emergenza istituzionale ed economica. Ma, mentre la prima è stata avviata a soluzione - vedi la legge elettorale, la proposta di legge nazionale e così via - l'emergenza economica doveva essere affrontata con questo complesso di norme: legge finanziaria, bilancio '93, bilancio pluriennale e leggi di accompagnamento. Oggi però ci troviamo, l'ha fatto rilevare ieri anche il relatore Selis, ad esaminare solo una parte di questa manovra - la legge finanziaria, il bilancio ed il programma pluriennale - mancano le norme di accompagnamento. Manca cioè, per noi consiglieri, che non facciamo parte della Commissione bilancio, soprattutto una visione globale della manovra e quindi direi anche la possibilità di valutare in concreto se essa risponda o meno agli obiettivi che questa Giunta intende raggiungere per risolvere i problemi esistenti.

Io mi sono riletto le dichiarazioni programmatiche del Presidente e alla pagina 10 dice testualmente: "Bisogna muoversi, alla svelta, su un duplice piano. In primo luogo riuscire a potenziare tutte le infrastrutture capaci di contenere il grado di "insularità" dell'economia regionale (trasporti, telecomunicazioni, reti informatiche), in modo da dar corso ad una modernizzazione che guardi alle esigenze concrete ed immediate del sistema economico-sociale. In secondo luogo cominciare a cambiare strada, aprendosi a una cultura dello sviluppo che abbia, tra le sue componenti essenziali, la cultura della ricerca, la cultura d'impresa, la cultura urbana e uno spiccato orientamento verso una formazione d'avanguardia e di elevato profilo, che sappia concretamente e con intelligenza nutrirsi di tutti gli apporti del progresso tecnologico".

E più avanti nel precisare gli obiettivi dice che "l'obiettivo è articolato in due momenti tra loro fortemente interrelati: a) procedere alla modernizzazione dell'apparato industriale, attirando capitali che siano interessati all'applicazione produttiva dei risultati della ricerca. Il proposito è quello di attivare gli interessi del capitale internazionale, di mobilitare nuova attenzione di imprese e di rendere maggiormente competitivo e innovativo il sistema delle imprese locali, innescando di fatto, con meccanismi moderni, una nuova politica industriale basata su attività a forte contenuto di conoscenza. Questo processo andrà sviluppato e incoraggiato, oltreché con opportune risorse finanziarie, anche con l'approvazione di un'apposita legge, che definisca norme a sostegno della ricerca e interventi e strumenti per favorire le relative applicazioni industriali...".

Sarebbe stato quindi più opportuno che il Presidente della Giunta o l'Assessore del bilancio prima di questo dibattito, avesse illustrato sinteticamente a questo Consiglio la manovra globale, attuale e futura, e le cose che possono essere fatte con i provvedimenti in discussione questa mattina e con quelli in programmazione e in gestazione.

Noi consiglieri abbiamo all'esame vecchi documenti, ormai sorpassati, redatti prima di questa Giunta dalle strutture amministrative della Regione e solo ieri mattina ci sono state consegnate le nuove stesure della legge finanziaria, del bilancio triennale e pluriennale, senza la possibilità di capire esattamente questa manovra nella sua globalità. Non mi è di aiuto sicuramente la relazione di maggioranza della Commissione bilancio sia perché in essa vengono affermate cose a mio giudizio non realizzate, sia perché è più una elencazione delle cose da fare che di quelle fatte; leggo infatti a pagina 5 della relazione: "La Commissione ha concordato sulla necessità di varare una manovra di bilancio di assoluto rigore fondata su una riduzione delle spese di funzionamento e degli stanziamenti destinati agli enti strumentali della Regione e su una amplificazione degli strumenti produttivi". Di questo non vi è traccia nelle cifre poste in bilancio.

Va anche ricordato che la relazione si conclude dicendo che "è necessario adottare una serie di iniziative già tratteggiate nella relazione di bilancio dello scorso anno (la quale si richiama integralmente) che riguardano in particolare una riforma delle leggi di spesa, una reale programmazione del bilancio, una seria politica delle entrate, una efficiente politica della spesa, una verifica della funzionalità dei soggetti fautori (amministrazione regionale ed enti) e della coerenza delle loro azioni con le politiche di programmazione". Se dovessi attenermi a questa relazione della Commissione bilancio, che conosce più a fondo di me i problemi di questa manovra, dovrei dire che sono più le cose da fare che non quelle che si sono fatte; ci si è basati su un supporto cartaceo che indica delle cifre ma non fa cenno assolutamente alle esigenze che la Commissione bilancio ha prospettato in questi sei principi.

Fatta questa osservazione pregiudiziale vorrei farne anche un'altra; entrando nel merito della manovra di bilancio, nella sua globalità, devo osservare per grandi sintesi (perché ad un consigliere regionale vanno prospettate queste grandi sintesi e non tutte le carte che si scrivono) che gli interventi nei settori produttivi sono stati ridotti di 550 miliardi (203 nell'agricoltura, 220 nel turismo, artigianato e commercio, 127 nell'industria), con una riduzione del 35 per cento circa rispetto al 1992. Se poi mi si dice nella relazione di maggioranza che i tagli del Governo si aggirano sui 500 miliardi devo constatare che tutta questa riduzione del Governo si è scaricata sugli interventi economici, sui sistemi produttivi e non su altri sistemi, quindi smettendo chiaramente l'assunto che si erano invece ridotte le spese fisse e correnti e si erano invece incentivati gli investimenti.

Quindi io mi domando che fine ha fatto la politica di rigore e dov'è l'amplificazione degli investimenti produttivi; probabilmente questo è anche avvenuto, io ho dato forse una lettura affrettata e non ho colto lo spirito di queste iniziative. Però vorrei che la Giunta, il Presidente, l'Assessore mi spiegassero dov'è e come è stata attuata questa politica di rigore e questa amplificazione degli investimenti produttivi, perché dai calcoli e dalle cifre portate nella finanziaria e nel bilancio non risulta assolutamente niente. Se poi gli obiettivi di questa manovra finanziaria erano quelli di aumentare la base produttiva, di incentivare l'occupazione, di sviluppare il rapporto ricerca-produzione, di potenziare le infrastrutture, dove nel bilancio vi è traccia di tutto ciò? Io ho visto che le poste in bilancio sono le poste usuali, non potenziate in nessun capitolo di bilancio, per cui non riesco a capire come si possano raggiungere questi obiettivi con delle cifre ridotte rispetto all'anno passato nelle singole poste di bilancio.

Tra l'altro con questi mezzi finanziari viene attuata la nuova politica industriale, di cui ha fatto cenno il Presidente della Giunta in occasione della presentazione di questo Governo, forse con i 500 milioni di cui è provvisto il capitolo 09001-00 che utilizza lo strumento della legge numero 5 del 6 aprile 1954 che consente di sviluppare azioni per la promozione dello sviluppo industriale, anche se riguarda più studi che attività promozionali; l'anno scorso io avevo proposto in Commissione bilancio un emendamento aggiuntivo di spesa, il quale era anche modificativo della legge numero 5 dell'aprile 1954 che prevede l'unico strumento che la Regione può utilizzare per poter svolgere quell'azione di promozione industriale, nel tentativo di acquisire questi capitali internazionali di cui si è fatto cenno nella relazione programmatica e che costituiscono il fulcro principale di una politica di promozione industriale.

Io dico che non basta fare affermazioni di principio, bisogna anche tradurle in norme e capitoli di bilancio. Il relatore di maggioranza Selis ieri sera ha lungamente parlato della crisi epocale che viviamo, della modifica della geografia mondiale, dello sviluppo che non si sa quale sarà, della guerra economica in corso, e così via. Ma io dico che ormai sarei quasi stanco di sollecitare, ai Presidenti e Assessori di turno, un'azione di incentivazione della promozione industriale, un coordinamento della promozione industriale. Non capisco per quale motivo deve esistere un ESIT che fa promozione turistica, un'ISOLA che fa promozione per l'artigianato, e non esiste una struttura, un organismo che faccia promozione industriale. Non sono certo sufficienti a questo scopo né la SFIRS, che è una finanziaria che partecipa al capitale di rischio, né il CIS che è una banca di credito speciale che gestisce i finanziamenti agevolati, i contributi, non i consorzi industriali o altre piccole entità che da sole hanno una serie di limiti istituzionali; mentre tutti assieme coordinati possono sicuramente svolgere un'azione globale di promozione industriale.

Per far questo non è necessario - a mio giudizio - attendere commissari di enti, non è necessario attendere la riforma che ci sarà forse, ben augurandoci, fra un anno o due, ma bisogna che in qualche modo la Presidenza della Giunta, l'Assessore della programmazione si facciano carico, una volta per tutte, di redigere e di attuare un programma di vera promozione industriale, proprio attivando gli interessi di capitale internazionale e mobilitando l'attenzione di imprese esterne per rendere maggiormente competitivo e innovativo il sistema delle imprese locali. Proprio per quanto riguarda le imprese locali non va dimenticato, entrando nella situazione particolare che le piccole e medie imprese sarde - le quali costituiscono un tessuto connettivo di supporto alla grande industria delle partecipazioni statali - vivono e soffrono attualmente enormemente per il fatto che vantano crediti notevoli nei confronti di queste società, EFIM, ENI e così via, e sono ormai un tessuto di imprese arrivato al collasso per l'impossibilità di far fronte, attraverso i prestiti bancari, alle loro esposizioni debitorie nei confronti di fornitori e di dipendenti. Per questo veramente potrebbe essere utile estendere l'articolo 4 della legge numero 44 - che riguarda il sistema industriale - alle imprese creditrici nei confronti dell'azienda delle partecipazioni statali, consentendo che possano attingere a questa legge anche le piccole e medi imprese che vantano crediti nei confronti di società direttamente o indirettamente appartenenti al sistema delle partecipazioni statali che sono ormai, mi pare, nella zona del Sulcis Iglesiente, a seguito della crisi dell'EFIM, in grossa crisi occupazionale.

Inoltre estendere, per esempio, l'articolo 18 della legge 30 aprile 1991, numero 13, cioè quella che regola il contributo per l'abbattimento del tasso di interesse sulle anticipazioni bancarie per i sistemi industriali, anche alle imprese impiantistiche di manutenzione, che sono di supporto al sistema delle grandi imprese che ormai soffre di grosse difficoltà. Se si distrugge il sistema delle piccole e medie imprese sarde, che sono principalmente quelle che assistono la grande industria, noi avremo distrutto, eliminandolo dal contesto dell'area sarda, un sistema di imprese che è condizione e richiamo per nuovi insediamenti; infatti una grande impresa che volesse collocarsi in Sardegna si domanda prima quale è il sistema delle piccole e medie imprese, e poi qual è il tessuto globale nel quale queste nuove imprese vengono a collocarsi affinchè non siano imprese collocate nel deserto.

Ecco perché io dico che le leggi di accompagnamento vanno approvate adesso e in particolare va approvata la legge di accompagnamento che in qualche modo supplisce alla carenza dovuta alla mancata operatività della vecchia legge numero 64. Io so che è stata predisposta in Commissione ma non se ne vede ancora traccia qui in Aula e io desidero conoscerla ancora prima che si possa arrivare all'approvazione definitiva del bilancio. Fatte queste osservazioni che possono apparire del tutto negative, quindi quasi eccessivamente critiche nei confronti di questa manovra, dirò subito che non voterò contro questo bilancio perché lo considero comunque un tentativo, anche se non compiuto, di realizzare le indicazioni programmatiche del Presidente della Giunta.

Io voterò il bilancio per un atto di fiducia e di speranza. Un atto di fiducia nei confronti della Giunta, nella certezza che vorrà attuare in breve tempo la complessa manovra finanziaria e tutte le altre previste nelle dichiarazioni programmatiche; di speranza, in questo Consiglio che vorrà trovare quella nuova tensione di cui parlava ieri il collega Selis, che è condizione essenziale perché questa Regione possa essere governata diversamente. Occorre nuovo slancio, nuovo rigore, nuovo impegno, nuova serietà, nuova produttività di tutti gli organi del Consiglio, per una nuova concretezza, e insomma una nuova politica. Il bilancio, le leggi finanziarie, il piano triennale si traducono in un semplice supporto burocratico cartaceo non rispondente ad una seria azione programmatoria quindi certamente non idonea e non valida per poter raggiungere gli obiettivi che questa Giunta e questo Consiglio si prefiggono. Io spero che avremo in breve tempo tutto questo complesso rinnovo senza il quale certamente il bilancio e la legge finanziaria non sortiranno gli effetti prefissati dalla Giunta.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Mannoni. Ne ha facoltà.

MANNONI (P.S.I.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, per alcuni versi parlare in questa fase della vita del Consiglio dell'autonomia e della politica porta al rischio di una frustrazione. Avvertiamo tutti il logoramento della parola, nel senso che tante volte si è parlato, si è proposto, si è protestato ma la ricaduta in termini di cambiamento delle cose dette spesso è insufficiente. Ma non abbiamo altra strada, noi ci esprimiamo in questa sede, il nostro compito è di interpretare, di proporre e di comunicare, quindi anche questo dibattito non è inutile, anche questo dibattito può contribuire a portare un mattone in più a una costruzione complessa come quella del cambiamento nella società.

Questo bilancio percorre, nel suo itinerario conclusivo, la situazione drammatica - e qui la parola non è logorata, non è senza significato - di quest'Isola, ma anche del Paese, della politica e delle istituzioni, per alcuni versi senza precedenti; e senza precedenti è la confusione che regna nel nostro Paese, la crisi profonda di istituzioni, di valori e di schieramenti. Meno inusitata, purtroppo e meno ricca di precedenti è la crisi che riguarda la nostra Isola, la situazione economica del nostro territorio, i problemi della disoccupazione e del lavoro che si ripetono a cicli molto vicini e molto prossimi. Non siamo al minimo storico, per alcuni versi, certo, se noi dovessimo guardare solo la freddezza delle statistiche, dovremmo constatare che i livelli di occupazione e di disoccupazione in cui ci troviamo purtroppo sono livelli, se non stazionari, oscillanti con una banda minima negli ultimi dieci anni. Però sottolineavo che la drammaticità del momento non è solo fornita dai dati statistici sull'occupazione, ma dal contesto di caduta di alcuni sostegni forti dell'economia regionale. Gli investimenti: questa è una Regione dove si investe poco, dove l'investimento produttivo è scarsissimo, dove l'investimento pubblico è esso stesso insufficiente, come è insufficiente il sistema degli investimenti privati nei settori produttivi, è insufficiente il sistema degli investimenti pubblici anche nei settori delle infrastrutture e dei servizi, sugli echi dei quali si parla qualche volta con noncuranza quasi. Allora dobbiamo sperare che questo bilancio vada in porto, nonostante la situazione drammatica dell'economia della nostra Regione e quindi della nostra società.

Ieri è stato detto in quest'Aula dal collega Gianmario Selis che siamo dentro una battaglia, che ha definito mi pare, planetaria, in cui è in corso una ristrutturazione complessiva dell'economia mondiale, in cui si va verso una riallocazione di funzioni produttive nel contesto nuovo creato dalla politica mondiale; è una riallocazione di funzioni, di risorse e di interessi in cui si avanzano anche egoismi e protezionismi; la nuova politica americana, pur con delle componenti interne significative da un punto di vista dei diritti civili, è una politica di forte egoismo nazionale, di protezionismo degli interessi del Paese. Il contesto è veramente difficile e complesso; in questa riallocazione di funzioni e di risorse produttive vi è da un lato la componente tecnologica e innovativa e dall'altro il crearsi di mercati nuovi in aree del mondo fino a poco tempo fa escluse. Si pensi alla grande estensione dei mercati mondiali nei Paesi dell'ex Unione sovietica, dell'Asia e dell'Africa.

Eppure in un Paese occidentale avanzato come il nostro, ci sono irrisolti problemi di equilibrio e di divario nello sviluppo e problemi di struttura produttiva e di lavoro. I dati sull'occupazione del nostro Paese non sono peggiori di quelli dell'Inghilterra, della Francia e forse fra poco della stessa Germania. Però il caratteristico, lo specifico, il tipico divario di livelli di sviluppo corrisponde al divario fra le aree del Paese, e questo avviene - come sappiamo e come purtroppo constatiamo quotidianamente - per una crisi che è finanziaria, e in questo momento soprattutto morale e politica per la ormai conclamata incapacità degli attuali schieramenti e delle attuali forme di governo a rispecchiare gli orientamenti nuovi che si creano nel Paese, anche se non del tutto chiari.

In questo contesto di crisi finanziaria, morale e politica, del Paese si colloca anche questo problema del ruolo delle Partecipazioni statali. La nostra cultura autonomistica prevede il ruolo delle Partecipazioni statali come promozione dello sviluppo in aree nelle quali spontaneamente esso non si è verificato; la nostra legge di rinascita, la numero 268, è proprio per alcuni versi imperniata sul rapporto tra il potere regionale e le Partecipazioni statali: il primo deve rispondere a una direttiva di governo che funzioni da forzante delle tendenze di mercato, portando allo sviluppo le zone deboli; e le partecipazioni statali devono operare in comparti già capaci di promuovere lo sviluppo. Tutto questo oggi è finito, è messo in crisi, la pentola delle Partecipazioni statali, scoperchiata, ha messo in evidenza il marciume che allignava all'interno.

Oggi il collega Porcu ha pronunciato una frase significativa: "come poteva il potere politico, pagato dalle Partecipazioni statali, dare ordini alle Partecipazioni statali medesime?". Credo che su questo punto chiunque debba fare autocritica, ed esprimere appunto una valutazione estremamente severa di ciò che è avvenuto in passato. Cioè la proprietà pubblica di queste imprese significava pagare i conti a piè di lista, con tutte le connessioni e con tutte le implicanze che questo comportava. Dobbiamo però anche ripensare alle politiche di sviluppo nei contesti come il nostro, in Sardegna, dove alle Partecipazioni statali veniva affidato il compito forte della promozione e dello sviluppo. Occorre pensare ad una transizione dalla fase della proprietà pubblica delle Partecipazioni statali alla fase della competitività. Noi siamo in un contesto in cui c'è una competitività che riguarda le aziende...

Onorevoli colleghi, se non si può parlare... Presidente, io non sono disposto a parlare in queste condizioni. Non è possibile! Se non interessa il dibattito politico la gente può andare fuori.

PRESIDENTE. Non mi risulta sia possibile neanche questo, perché per fortuna ci sono gli operai, e quindi sono costretti a rimanere in aula.

MANNONI (P.S.I.). Dicevo della transizione fra il regime della proprietà pubblica delle imprese e il nuovo regime di competitività; io credo che l'atteggiamento adottato dalla Giunta, nel confutare la legittimità di scelte nazionali ostili agli interessi della Regione, tenda proprio a far prevalere una funzione di governo in questa fase di transizione fra il sistema delle Partecipazioni statali, che abbiamo detto corrotto oltre che inefficiente, e quello della competitività fra imprese e sistemi.

Io mi chiedo se la gente abbia ancora presente la differenza esistente fra le funzioni di un Governo e di un consiglio di amministrazione di banche, il Governo non può fare solo conti finanziari e non farsi carico di problemi come lo sviluppo delle aree deboli e il problema dell'occupazione. Qui si inserisce la questione (ricorrente nella nostra storia autonomistica e sempre valida) del rapporto fra la programmazione nazionale (programmazione ce n'è sempre anche quando non viene conclamata, o quando non è accettabile) e la programmazione regionale. Io, in questo momento, farei uno sforzo per coordinare l'articolo 13, con l'obbligo per lo Stato di predisporre e approvare un piano organico di sviluppo, e il Titolo terzo dello Statuto, che garantisce risorse proprie alla Regione per sostenere le necessità dei servizi, dei bisogni e dello sviluppo.

Nella nostra storia autonomistica abbiamo avuto momenti di grande valore rivendicativo quando il popolo sardo, la sua rappresentanza consiliare, ha ottenuto la prima legge di rinascita, la 588, e poi, in seguito alla Commissione Medici, la 268. Ma in tutto questo rapporto fra Regione e Stato l'autonomia regionale è stata ispirata dal concetto di cooperazione; il piano organico previsto dall'articolo 13 è una forma di cooperazione, direi che è la traduzione in legge del concetto di cooperazione, non fra Stato e Regione, ma fra diverse articolazioni dello Stato. La Conferenza delle Partecipazioni statali - considerata qualcosa di archeologico ormai - è un'altra sede di cooperazione fra Regione e Governo centrale. La cultura autonomistica non è stata mai separatista, solo una visione cieca, egoistica e strumentale può parlare di una cultura separatista, semmai si tratta invece di cooperazione, di collaborazione in una concezione multipolare, non centralistica, del potere statale.

Chi rompe il patto di cooperazione oggi? E' il potere centrale. Chi cambia il gioco senza interpellare la Regione che è l'interlocutore? E' il potere centrale. Non ci sono scorciatoie in tutto questo, bisogna ristabilire il ponte, ristabilire cioè il valore della cooperazione e della solidarietà. Io non capisco quale possa essere in questo Paese il cemento che tiene insieme la comunità nazionale, un Paese in cui il regionalismo procede e si sviluppa in direzione del federalismo in cui però ci sono accanto le tensioni che nascono dal fenomeno leghista. Bene, io non capisco su cosa si terrà unita questa comunità nazionale se non sulla solidarietà e sulla politica di riequilibrio rispetto alle zone più deboli del Paese. Questa è la domanda che va proposta al Parlamento e al Governo.

Io voglio passare a una obiezione che viene posta al Governo regionale: "Perché la Regione sarda protesta se non ha progetti, se non ha proposte di sviluppo?". Io dico che veramente stiamo diventando dei flagellatori di noi stessi se accettiamo questo tipo di logica. Faccio degli esempi. Energia: questa Regione complessivamente ha proposto al Governo, all'ENEL, e a chi avesse ruolo e possibilità di decidere in proposito, soluzioni più valide per quanto riguarda la gassificazione a ciclo combinato del carbone, e la metanizzazione dell'Isola. Non ha chiesto; ha proposto in base a progetti che essa ha formulato.

Acqua: esiste un progetto di grande prestigio e di grande efficacia il quale, chissà perché, viene dimenticato tra le cose del passato non più operative, quando non lo sono mai diventate del tutto; comunque la proposta c'è, e così c'è tutto l'appoggio possibile per una politica straordinaria di risorse nel settore idrico della Sardegna.

Settore della ricerca e dell'innovazione: quest'Isola ha fatto quanto altre Regioni non sognano mai di fare, cioè l'impostazione di una politica di ricerca qualificata nel rapporto tra Università- Regione e centri di eccellenza, come quelli che esistono in Sardegna.

Io non ho capito ma una nuova legge di rinascita che cosa vuole finanziare se non queste cose accanto a una politica ambientale, accanto ad una politica straordinaria di formazione e di lavoro? Strutturalmente cosa vuole investire una politica straordinaria di rinascita, se non alcuni settori come questi che formano un volano per l'economia regionale? Allora il fatto è che si è interrotta l'interlocuzione tra il potere autonomistico e il potere centrale per una scelta di quest'ultimo; in questo momento c'è una assoluta incongruenza manifestata in seno alla Commissione bicamerale, in seno alla Commissione affari costituzionali, dove si disegna un regionalismo spinto ai limiti del federalismo. Speriamo di superare questo limite; ma è la gestione del Parlamento e del Governo che è completamente sul versante della centralizzazione delle decisioni e della spesa. Va superata questa sorta di dissociazione della politica centrale e quali che siano dobbiamo ristabilire le comunicazioni col Governo centrale per sostenere l'economia della nostra Regione, che è una economia debole, in un rapporto anche persino assistenziale per alcuni versi; dobbiamo cercare di ottenere un intervento straordinario per sostenere sviluppo e occupazione.

Troppe menzogne ci vengono propinate dai fautori del cosiddetto libero mercato, che sono i giustificazionisti di ogni manovra finanziaria spericolata di questo Paese. Ci sono anche giornali sardi che ogni quindici giorni ospitano il predicozzo di qualche economista che trova successo solo in Sardegna ormai, e che ci raccomanda non solo l'efficienza ma il libero mercato; però il libero mercato ci stritola, non può essere accettato da noi. Anche i nostri parlamentari danno troppe disponibilità a queste politiche di risanamento cieche e sorde, a queste politiche di risanamento che sono inique se non tengono conto della necessità di porre, al loro centro, valori reali di equilibrio e di sostegno. Allora per quanto riguarda la legge di rinascita, se vogliamo fare un discorso nel quale le parole non siano logorate ancora una volta, vanno coinvolte anche le rappresentanze parlamentari. Vengano qua e diremo loro con chiarezza queste parole, però sia il Consiglio regionale a questo punto a riappropriarsi del suo ruolo nella contrattazione di una nuova legge di rinascita; il Consiglio non deve più delegare altri a formulare la legge di rinascita, perché le formulazioni finora avanzate in Parlamento sono tutte formulazioni insufficienti e comunque non hanno avuto alcun successo.

Oggi la questione dell'autonomia si pone come potere e come solidarietà. Noi, che saremo qui, ancora per un anno e poco più, portatori di un mandato di rappresentanza democratica, dobbiamo fare uno sforzo perché l'autonomia non è assolutamente una cosa buona e perfetta, è un meccanismo pieno di pecche e anche il nostro modo di gestirlo è un modo che va revisionato. Bisogna capire le nuove esigenze, come ha scritto qualcuno, per capire la società, per gestire l'autonomia; per far passare dentro le sedi dell'autonomia -Consiglio e Governo -contenuti anche nuovi e far contare anche per la gestione quei soggetti che finora ne sono stati esclusi ed espulsi, occorrerà probabilmente inventare nuovi soggetti perché i vecchi sono molto sclerotizzati, e le vecchie strutture sono portate a ripetere il vecchio.

Ma questo è un discorso ampio ancora aperto, l'interpretazione della realtà e dei problemi, le nuove culture, l'apertura ai servizi sociali finora esclusi, esigono probabilmente alleanze che non sono neanche più riferibili ai vecchi schemi politici. Il bilancio: insomma, parlando brevemente e concludendo, signor Presidente, i limiti delle politiche di bilancio sono quelli che conosciamo, gli spazi si sono viepiù ridotti in questi ultimi anni per due motivi, primo perché le risorse ordinarie non sono più crescenti come negli anni ottanta, e secondo perché sul bilancio della Regione si è scaricato il peso di settori fino a poco tempo fa finanziati direttamente dal bilancio statale. Pensiamo alla sanità e ai trasporti, se noi rimisurassimo l'incidenza di questi due settori sul bilancio della Regione, vedremo come è cresciuta in questi ultimi anni e ormai quale onere porta sulla parte delle risorse regionali che erano orientabili senza vincoli di destinazione a livelli e a obiettivi di sviluppo, per esempio.

Questo limite di risorse ordinarie non crescenti e di esigenze imposte dalla legislazione nazionale, come quella dei trasporti e della sanità, mette in difficoltà il bilancio. Tuttavia il collega Usai poc'anzi ha svolto un intervento nel quale si lamenta il poco orientamento del bilancio al settore dell'impresa e dei servizi di promozione dell'impresa. Io non condivido questo giudizio, le urgenze poste al centro della politica di bilancio sono nel settore del lavoro, delle imprese, dei servizi, però quali possibilità? Sono possibilità limitate alle quali si cerca di trovare soluzione attraverso il ricorso a strumenti anche nuovi quali l'eliminazione del contributo o l'inserimento di criteri decrepiti. Se ho ancora qualche minuto di tempo voglio dire che la manovra per esempio di questo tiene conto. Vi è un metodo nuovo, un metodo forse acrobatico, devo dire, anzi funambolico, quello delle leggi di accompagnamento. Qui bisogna intenderci bene con chiarezza su quelli che sono i cardini del funzionamento di questo sistema. Io ritengo che il cuore della manovra, il master plan della manovra è la legge finanziaria che decide sulla allocazione delle risorse, sulla collocazione delle possibilità, e dopo, a cascata, vengono le leggi di settore che chiamiamo leggi di accompagnamento.

La procedura adottata è rischiosa perché non è garantita nei tempi successivi, e la parte più rischiosa è quella che riguarda le norme di decentramento di poteri e risorse agli enti locali. Non discutibile in linea di principio, non di principio astratto, come scelta, salvo poi vedere nello specifico, quando vedremo la legge, se tutto ciò che è stato messo nei vari fondi è trasportabile o se invece non possa creare dei pericolosi vuoti e forse anche degli stop, però io credo che la normativa di decentramento agli enti locali, onorevoli Assessori, dovesse essere collocata nell'ambito della legge finanziaria, quella era la sede giusta, perché era una normativa di modifica di capitoli di bilancio e quindi manovra tipica della legge finanziaria. Presentandola separatamente e poi assegnandola, secondo me erroneamente, alla prima Commissione, si è creata una situazione di grave difficoltà per cui non abbiamo oggi la certezza di come continuare, se approvare prima la legge di riordino e di decentramento (il che non si può fare perché non si può approvare una legge prima del bilancio) oppure se dobbiamo approvarla dopo la finanziaria, ma a quel punto se l'approviamo dopo la finanziaria, non si sa quando potrà entrare in funzione.

E' un inghippo particolarmente delicato, e spero che l'Assessore, rientrando ristabilito nel fisico e nello spirito, possa darci indicazioni in proposito. Oggi dunque dobbiamo continuare con l'esame della finanziaria e con l'approvazione degli articoli che la compongono, però la questione rimane aperta: il bilancio comprende tutto? Certo che comprende tutto; questa Regione - dicono - si deve fare Stato, e allora come fa a non farsi carico dei problemi della società sarda? Dobbiamo uscire da contraddizioni e da modi di dire troppo stantii.

Inoltre c'è anche qualche innovazione in questo bilancio, per esempio il ricorso a fondi con i quali si fa credito alle imprese sia nel settore agricolo che in quello artigianale e in quello commerciale. Magari cose che vanno perfezionate però l'impostazione è giusta. Nasce a questo punto la questione delicata del rapporto tra Regione e banche; perché, ipotizzare che d'ora in avanti si proceda per grandi fondi messi a disposizione dal sistema bancario rispetto ai quali la Regione si carica di una compensazione degli interessi, significa che i fondi esistono; allora, che il sistema bancario metta a disposizione della politica regionale una massa finanziaria imponente. Facciamo i conti non in astratto ma nel concreto della nostra realtà; il Banco di Sardegna è recalcitrante rispetto al potere regionale, (recalcitrante è poco), il Banco di Sardegna si pone rispetto al potere regionale autonomistico in condizioni di disconoscimento di questo potere. E' un problema di poco conto - secondo voi - questo? Quale politica di allargamento delle masse finanziarie per il credito si può operare in Sardegna senza il Banco di Sardegna, che è passato da istituto di diritto pubblico a società per azioni di interesse pubblico ma di gestione sostanzialmente privata? C'è sempre qualcuno, come dicevo poc'anzi, tra gli economisti più in voga in Regione - perché se andiamo a vedere bene in campo internazionale non ce ne sono - che ci invita sempre a fare da noi, poi però ci taglia le mani. Barucci, è proprio uno di questi economisti banchieri che hanno scambiato il Governo per un Consiglio di amministrazione; il Banco di Sardegna non funziona da questo punto di vista, non si mette a disposizione della politica regionale.

Allora bisogna che la Regione incominci ad aprire rapporti con banche esterne, apra uno spazio operativo a banche europee e nazionali, ridiscutiamo subito il Servizio di tesoreria appena è possibile, cominciamo a collocare fondi che non sono vincolati dal Servizio di tesoreria in banche diverse e a condizioni migliori, coinvolgendo - nelle politiche di sostegno finanziario alle imprese sarde - altre banche che non siano il Banco di Sardegna. Oggi che il Banco di Sardegna ha acquisito anche la Banca Popolare di Sassari finisce anche per esercitare nel settore della tesoreria regionale una funzione monopolistica che dobbiamo smontare subito; cioè fino all'altro giorno erano due soggetti diversi, oggi sono un'unica cosa. Allora cominciamo a riaprire il ventaglio e a fare partecipare altre banche disposte a sostenere lo sviluppo. La questione, come vedete, è che ritorniamo sempre ai poteri dell'autonomia.

Allora, dicevo, sul versante interno del bilancio la Regione si sforza di reperire risorse per lo sviluppo, ha fatto anche da sé, prendiamo per esempio il settore tessile, la legge che questo Consiglio ha approvato per anticipazioni al settore tessile è un modo per utilizzare proprie risorse, non solo di chiederle agli altri. Ha fatto da sé anche in tanti altri settori, nel settore della ricerca, qualche volta con qualche tentennamento e incertezza da parte della Giunta regionale, però ha fatto da sé anche nel settore della ricerca. La Regione conferma le risorse per il lavoro e modifica le procedure. Ci sono quindi degli elementi positivi; certo il bilancio risente ancora del peso di categorie, di pressioni, di pesi sociali corporativi e in esso ci sono ancora zone franche. Io sono uno che in questo bilancio ha messo le mani sin troppo, dieci o dodici volte almeno in tutti questi anni, non solo proponendo cifre ma lavorando anche nella Commissione competente, però ci sono delle zone che sono state sempre franche, inesplorabili.

Ieri dicevo a Gian Mario Selis in quest'Aula che sarebbe bene che questo piano sanitario venisse fatto alla luce del sole, non dai soliti gruppi di esperti che sono poi sempre i rappresentanti della categoria dei sanitari; auguriamoci che si faccia un piano sanitario anche con chi rappresenta l'utenza, cioè i cittadini. Allora, che questo piano sanitario regionale venga esaminato e attraverso un dibattito in Aula emerga un orientamento che valga come direttiva alla Giunta per la sua elaborazione. Non sia più frutto della nobile pensata di un gruppo di esperti, scelti sempre con il sistema della lottizzazione come abbiamo sempre fatto, o di grandi luminari comunque portatori di idee baronali del settore della medicina in Sardegna; bisogna che su questa zona franca della sanità si faccia chiarezza per discutere a ragion veduta in quest'Aula, e non come è avvenuto qualche decina di giorni fa quando è stata presentata dalla Commissione competente una risoluzione riguardante solo una fettina del problema della programmazione delle strutture sanitarie nell'Isola e si pretendeva che fosse votata. Neanche per sogno!

Noi vorremmo che ci venisse proposta un'ipotesi organica coordinata di un'articolazione nuova del servizio sanitario in questa Regione, dopo di che la voteremo o la respingeremo a ragion veduta, ma non ci si può venir qua a parlare di ospedali ad alta specializzazione senza capire cosa c'è nel resto del mondo, cioè nel resto dell'isola. Bisogna uscire da questa idea che la sanità è una zona franca del bilancio dove si propongono singolarmente le solite deroghe su deroghe; gli Assessori vengono circondati dai consiglieri per strappare una deroga durante le sedute del Consiglio. Ma per carità, questa è una gestione feudale del problema! Probabilmente presenteremo un ordine del giorno su questo tema prima dell'approvazione del bilancio, che è l'occasione per parlarne e per porre le premesse di un cambiamento che non si intravede.

Ho terminato, signor Presidente, ci sarebbero tante altre cose da dire come capita spesso nelle sessioni di bilancio, però nella situazione data la manovra di bilancio si pone in continuità con le precedenti, non c'è discontinuità, non la vedo, a dire la verità è anche naturale che non ci sia. Concorre mi pare ad affrontare l'emergenza nei settori che abbiamo nominato (lavoro e sviluppo) e va sostenuta da questo Consiglio e noi per quanto ci riguarda la sosterremo.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Leonardo Ladu. Ne ha facoltà.

LADU LEONARDO (P.D.S.). Signor Presidente, colleghi del Consiglio, esprimo per conto del mio Gruppo le valutazioni e le riflessioni sulla manovra presentata dalla Giunta alcuni mesi fa, che io credo sia da considerare e da valutare nella sua unitarietà, ricomprendendo tutti i documenti fondamentali, dal programma di sviluppo triennale al bilancio, alla finanziaria e anche alle leggi di accompagnamento. Credo che senza questa visione, senza questa impostazione che è di fatto nuova nel metodo - ed io credo anche nella sostanza - sia difficile in qualche modo valutare l'operazione che ci ha proposto il Governo della Regione. Non c'è dubbio che questa valutazione in qualche modo è condizionata in negativo dal fatto che proprio in questi giorni apriamo col Governo nazionale un conflitto su temi decisivi riguardanti - come diceva Franco Mannoni - la rottura di un patto fondamentale, costituzionale, tra Regione sarda e Governo nazionale. Il dibattito sulla manovra finanziaria deve sicuramente trarre alimento e ispirazione dal significato di quella battaglia che è in corso, anche se credo che il dibattito non possa riguardare specificatamente questi aspetti, ma deve preliminarmente esaminare nel merito e nei contenuti la proposta in discussione.

Credo che vi sia la considerazione unitaria - almeno negli interventi che finora sono stati svolti, in particolare dei relatori di maggioranza e di minoranza - che questo non può essere un bilancio come gli altri - anche se tutti abbiamo la preoccupazione che per necessità poi in qualche modo rassomiglierà molto agli altri - cioè non può essere un bilancio di routine. Siamo tutti consapevoli dello stato di gravità in cui si trova il nostro Paese e la nostra Isola, abbiamo presente l'esiguità e l'estrema limitatezza di risorse disponibili non sufficienti per affrontare non soltanto i grandi problemi ma anche quelli di ordinaria amministrazione. Vi è la necessità di compiere, attraverso uno sforzo corale che riguarda tutto il Consiglio e in primo luogo questa larghissima maggioranza, almeno numericamente, una verifica politica di una maggioranza che abbiamo definito maggioranza a termine e straordinaria. Questo è decisivo per un bilancio senza enfasi e senza retorica, o per approvare una manovra di qualità, questo forse è quello che realisticamente è possibile fare.

Io credo che le prime considerazioni devono riguardare il quadro delle risorse finanziarie. Ieri Luigi Cogodi ha svolto alcune riflessioni opportune anche se ritengo mancanti di un elemento di valutazione sostanziale senza il quale, io credo, non si hanno possibilità concrete di dare risposta alla gente e ai lavoratori; dobbiamo avere il coraggio di usare il linguaggio della verità e della chiarezza. Mancava nel suo disquisire su queste problematiche un dato sostanziale: il trend di crescita delle risorse proprie della Regione. Era stato previsto un anno fa, ora è in secca caduta; ed è in caduta nelle voci fondamentali di approvvigionamento (dopo di che potremo trovare mille rivoli per cercare di recuperare risorse) vedi l'IRPEF e l'imposta di fabbricazione.

Questa diminuzione avviene mentre il Governo, nella manovra del '92, addirittura inasprisce le aliquote, per cui presumibilmente si poteva immaginare - come noi un anno fa nei documenti di programmazione prevedevamo - un aumento complessivo di disponibilità che invece è indicativo, molto più di relazioni economiche e sociali, di almeno due dati credo estremamente preoccupanti, cioè in primo luogo del fatto che si è indebolita enormemente la nostra struttura produttiva, che è quella che produce ricchezza e reddito, che approvvigiona attraverso l'IRPEF lo Stato, e in secondo luogo che è aumentato di fatto il numero dei disoccupati, cioè è diminuito quanto meno il numero dei lavoratori che sono quelli che, come è noto, contribuiscono principalmente o in grande parte a recuperare risorse per lo Stato.

Ma altrettanto possiamo verificare direttamente dall'esame dei dati presentati nella relazione della Giunta per quanto riguarda l'imposta di fabbricazione, soprattutto per i prodotti derivati dal petrolio che fanno riferimento ai consumi essenziali per far funzionare la nostra struttura produttiva, che la nostra struttura produttiva si sta indebolendo, si sta di fatto sfaldando. Questo è lo stato reale dell'economia in Sardegna, e la conseguente disponibilità delle risorse per attuare una programmazione da parte del Governo della Regione sarda.

E' un po' difficile immaginare di prescindere da questi elementi essenziali di valutazione, se ci spostiamo per esempio sul versante delle entrate statali, le quali per circa l'85 per cento approwi-gionano il fondo sanitario, vediamo tagli consistenti di misura ed entità quali mai si erano verificati, nei pochi anni in cui io ho seguito il bilancio; c'è stata una decurtazione di assegnazioni statali di circa 500 miliardi. Non so se il nostro sistema economico o il nostro sistema di funzionamento di istituti centrali e fondamentali, anche rispetto ai servizi generali che eroga la Regione sarda, possa sopportarlo. Il conflitto che abbiamo aperto con lo Stato non ha ragione d'essere soltanto rispetto al disimpegno di questo Stato sulle grandi questioni strategiche fondamentali, sui grandi temi dello sviluppo; ci troviamo in presenza di un tipo di attacco nuovo che riguarda persino il regime ordinario delle assegnazioni dello Stato e che ci pone in condizione di impossibilità di operare manovre di mantenimento degli standard di servizi offerti dalla Regione sarda ai suoi cittadini. Questa è la qualità della modifica del rapporto tra Stato e Regione che non può essere sottaciuta e sottovalutata.

Io credo che qualche considerazione vada fatta anche per le entrate previste dai programmi straordinari, piano di rinascita e legge numero 64. Nel programma triennale sono state indicate for-malmente delle entrate, ma di fatto non sono altro che la piattaforma rivendicativa della Regione nei confronti dello Stato; sappiamo benissimo che la disponibilità di quelle risorse è assolutamente incerta, in quanto l'intervento straordinario, non solo è soggetto a revisione, ma ormai è modificato nella sua natura essendo esteso a tutte le aree depresse. Persino gli interventi più opportuni, a cui potevamo fare riferimento e cioè gli accordi, i contratti di programma e i progetti strategici, sono strumenti soltanto parzialmente applicati.

Dietro queste parole si nasconde la sostanza reale delle problematiche centrali che riguardano la Sardegna; dietro i progetti strategici la mancata disponibilità di risorse per attuarli e realizzarli; tutto questo vuol dire che non abbiamo le risorse per il parco tecnologico, il progetto per il turismo, per i beni culturali, per il settore agro-alimentare. Andiamo stancamente avanti utilizzando briciole delle nostre risorse, ci mancano quelle essenziali per affrontare i nodi decisivi che permettano a questa Regione di uscire dalla condizione di arretratezza e di divario enorme rispetto al contesto nazionale, per non cercare altri elementi di raffronto; cioè anche in questo settore il bilancio è condizionato dalla incertezza, anzi, per certi versi, dalla certezza di indisponibilità di risorse essenziali che indichiamo in un programma che rischia di essere una pura enunciazione. Questo è il significato del documento programmatico che la Giunta ha presentato alla valutazione del Consiglio e che io considero, in qualche modo, la piattaforma rivendicativa della battaglia che dobbiamo affrontare in maniera più decisa, sicuramente unitaria e forte, nei prossimi giorni con lo Stato.

Si potrebbero fare altre considerazioni, come dice Franco Mannoni, per quel che riguarda lo stato del bilancio visto che ieri abbiamo recuperato poco più di 90 miliardi, approvando una nuova legge che utilizzava 90 miliardi non impegnati nei nuovi oneri dello scorso anno; in bilancio prevediamo di iscrivere in entrata molti soldi per i mutui, di cui 890 soltanto da contrarre per la copertura dei disavanzi degli esercizi precedenti. La discussione in Aula invece non è sicuramente foriera di tagli e, come dire, di riduzioni, almeno stando all'esperienza del passato; per cui credo davvero di poter dire che ci troviamo di fronte a un quadro assolutamente drammatico. E' questo il punto di riferimento di una riflessione rispetto alle partite che possiamo giocare con le disponibilità di risorse, ma soprattutto rispetto alla partita politica decisiva su cui prima mi soffermavo. Badate bene, ormai è noto, è nelle considerazioni di tutti, mi sembra che questo stato di cose rischia di restare, anzi resterà e condizionerà fortemente per un lungo periodo lo stato economico della nostra Isola. Le condizioni di stagnazione e di recessione, aventi conseguenze drammatiche sull'apparato produttivo, ormai stanno determinando disoccupazione di massa e stanno dando il segno chiaro della direzione delle condizioni di regresso economico rispetto al quale dovremo fare i conti nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

Allora io credo che occorre partire da queste considerazioni nella valutazione della proposta presentata dalla Giunta, che è ora all'esame del Consiglio, e che il Consiglio deve - con obiettivi e criteri chiari rispetto a queste considerazioni e valutazioni - per quanto opportuno migliorare in modo coerente. L'articolazione del programma e del bilancio nell'intelaiatura fondamentale di fatto credo non poteva sostanzialmente modificare i documenti che noi abbiamo approvato nel programma 1992-1994; in questo senso convegno con chi ha detto che ci muoviamo entro una logica di continuità per le rigidità complessive che ci impediscono di fatto di determinare spostamenti e utilizzazioni di risorse in maniera diversa. La struttura della spesa che per il 1993 prevede l'utilizzazione di oltre 8 mila miliardi ha rigidità, lo ripeto, immodificabili, pensate che utilizziamo il 47 per cento nel sistema sociale e soltanto il 20 per cento nel sistema produttivo. Immaginare in qualche modo di invertire questo rapporto fra due elementi sostanziali e utilizzare più risorse nel sistema produttivo è oggi assolutamente impossibile e impraticabile.

Gli esempi di spreco di spesa si possono fare strumentalmente, qualche volta propagandisticamente, riferendoli all'acquisto delle macchine da parte della Giunta e del Consiglio, non credo che nessuno di noi dovrebbe avere grande fantasia per poter fare moltissimi altri esempi. Nel settore della formazione professionale, in Commissione si discute del fatto che 700 o non so quante persone sono nel libro paga della Regione sarda non utilizzate, e all'assunzione di un centinaio di queste persone ha concorso naturalmente anche chi denuncia gli sprechi in altri settori. Sprechi sono e sprechi restano, sia ben chiaro! Io credo che il modo in cui sono state gestite, o ci troviamo a dover gestire le risorse regionali, richiede un atteggiamento di responsabilità e di autocritica che deve appartenere a tutti. L'incidenza della spesa corrente sulle risorse mi sembra così alta da non riuscire in qualche modo a modificarla. Siamo ormai ridotti come alcuni enti della Regione che utilizzano interamente le proprie risorse soltanto per pagare gli stipendi per il funzionamento e non sono in alcun modo in grado di assolvere ai compiti di istituto.

La Regione sta rischiando di essere una grande struttura che utilizza le proprie risorse per autoconservarsi, rischia di esser davvero un palazzo chiuso non in grado in alcun modo di avere collegamenti, relazioni vitali, di influire e condizionare i processi che avvengono al di fuori: questo è lo stato delle cose reale! Allora immaginare di fare fronte alle grandi esigenze poste in luce in questi giorni, con l'utilizzazione delle risorse regionali, io credo sia assurdo e assolutamente impraticabile. Credo anche di dover dire con fermezza che proporre impostazioni autarchiche, come mi sembra, accogliendo alcune sollecitazioni, comprensibili e motivate - ma io credo inopportune - sia una strada sbagliata da parte di questo Consiglio e di questo Governo regionale per tentare di dare risposte serie ai problemi veri. Certo noi dobbiamo confermare che restano capisaldi irrinunciabili della nostra proposta politica le grandi scelte strategiche riguardanti sicuramente il consolidamento dell'industria di base in Sardegna, l'attuazione dei programmi della metanizzazione, della gassificazione del carbone, la soluzione delle problematiche della Sardegna centrale e di molte aree interne e depresse della Sardegna, i progetti strategici che prima richiamavo, gli accordi e i contratti di programma, e questo, io credo, anzi ci obbliga a orientare la manovra in modo coerente verso obiettivi praticabili realisticamente.

Ieri mi hanno colpito, lo dico apertamente e chiaramente, in modo negativo alcuni interventi, anzi soprattutto un intervento segnato da un esasperato egocentrismo nella valutazione delle problematiche complesse e drammatiche che sono all'attenzione di questo Consiglio in questi giorni. In questo sforzo estremo del parlare, che non era solo soliloquio, ma solipsismo più sterile, badate bene, mancava una parte fondamentale - che ha concorso tra l'altro in un confronto responsabile almeno in Commissione a costruire alcune ipotesi praticabili della manovra politica che è in discussione in questo Consiglio - cioè la più assoluta autocritica rispetto a qualsiasi tema, anche il più delicato o complesso da affrontare con responsabilità, come quello riguardante i lavoratori, cioè la parte più debole della società sarda. Mancava un minimo, c'era solo la denuncia pletorica di ogni male possibile (qualcuno era naturalmente dimenticato) e vi era soprattutto l'inconsistenza totale di un minimo di proposta alternativa a quello che stiamo discutendo in questi giorni.

Io mi preoccupo di questo stato di cose, e raffronto questo modo di ragionare con l'intervento che ha fatto ieri il relatore di maggioranza, che, pur in alcune parti non condivisibile, soprattutto laddove sfuggiva all'esame reale dello stato delle cose presenti, comunque dava un'ispirazione profondamente etica allo sforzo di trovare e indicare una prospettiva, una via di uscita a questo stato di crisi economica e morale; ciò che oggi ha detto anche Franco Mannoni sulle strade che dobbiamo percorrere, anche nuove, per riaffermare la nostra autonomia. Mentre penso a tutte queste cose, io credo che il senso di responsabilità debba prevalere; mi hanno colpito ieri le cose che ha detto il Presidente del Consiglio, Amato, mentre nell'Aula del Senato si scatenava il tumulto più scomposto e più irresponsabile, il richiamo al senso di responsabilità di tutti, non inteso in senso moralistico, ma rispetto alla funzione che hanno le istituzioni e i partiti, alla possibilità cioè di rigenerare questa democrazia intorno ai pilastri fondamentali che l'hanno creata e che devono rifondarla, badate bene. E allora io credo che non si siano fatte scelte rivoluzionarie, e che esse vadano discusse nel merito, perché devono essere scelte chiare, forse praticabili, sicuramente inadeguate, e rispetto ad esse deve avvenire il confronto in questo Consiglio altrimenti su ogni questione possiamo parlare di tutto.

Si è tentato uno sforzo, una sorta di operazione trasparenza: siamo riusciti a portarla fino in fondo con chiarezza? Io credo di no, ma vi sono alcuni segnali, si tratta in questa direzione di scavare e continuare a lavorare e di reimpostare complessivamente in termini di trasparenza il rapporto tra i vari livelli istituzionali nell'ambito regionale e la società esterna. In questo bilancio questo elemento va segnato come il primo elemento di novità rispetto anche alla questione morale che credo nessuno possa disconoscere o considerare questione marginale nel confronto e nel dibattito politico. Si è cercato di prosciugare risorse che per anni abbiamo dilapidato, si è cercato di limitare gli sprechi, si è cercato di determinare tagli nei confronti degli enti, soprattutto in vista di una loro riorganizzazione, di una loro riforma, di eventuali soppressioni, comprendendo comunque che erano sede di utilizzazione di risorse fatta in maniera inopportuna, inadeguata. Si è cercato di tagliare sulle voci di consulenze e progetti, sulle spese di funzionamento e su altre cose.

Chi ha le idee le metta in campo, il tema è un'operazione di trasparenza, un'operazione di moralizzazione, quella praticabile e possibile oggi, come segnale chiaro verso la società sarda della nostra volontà di cambiare, non di proclami, non di prediche da fare non si sa bene a chissà chi. Questo è il significato, è l'ispirazione dello sforzo che credo in questa situazione politica tutti debbano fare davvero superando vecchie logiche, non perché inopportune, anzi, essenziali in uno sviluppo fisiologico della democrazia di maggioranza e opposizione, comprendendo che davvero è in discussione dalle fondamenta l'intero sistema ed è a rischio davvero la democrazia.

Noi abbiamo posto, anzi meglio la Giunta nella sua proposta, e la Commissione ne ha discusso, ha messo in luce il problema del lavoro e della disoccupazione come seconda questione fondamentale. Si è cercato in qualche modo di recuperare le risorse possibili per sostenere le politiche attive per il lavoro, e si è ragionato a lungo anche su come impegnare tali risorse per attuare il piano per il lavoro, condividendo il pensiero di un Assessore, il quale ha detto che questo Consiglio ha un debito storico nei confronti di molti giovani perché, pur disponendo di cospicue risorse, non è stato comunque in grado di attivarle e utilizzarle. Dobbiamo esserne consapevoli!

Abbiamo a lungo discusso, questo è davvero un punto politico delicato, non vorremmo fosse oggetto di contrapposizioni strumentali perché così non è. Chi ha concepito questo progetto, il quale sicuramente presenta limiti obiettivi alla possibilità di utilizzo nelle sue piene potenzialità, non può sottrarsi alla responsabilità del raggiungimento degli obiettivi che ci proponiamo in questa manovra cioè recuperare e riprogrammare le risorse studiando e definendo meglio le procedure di impegno di parti consistenti del nostro bilancio.

La terza questione riguarda il consolidamento della base produttiva; tutti sapete che si propone il passaggio dal sistema del contributo diretto in conto capitale all'incentivazione attraverso il sostegno agli interessi. Franco Mannoni faceva alcune riflessioni per quel che riguarda il credito, io ne voglio fare una più limitata e breve ma credo significativa sul rapporto fondamentale tra sistema produttivo e credito. Si è compiuto uno sforzo immaginabile per eliminare i fondi di rotazione inutilizzati, che costituiscono ormai una sorta di rendita, di deposito, di forma parassitaria; tali fondi erano utilizzati dagli istituti di credito, con forme di vero e proprio disimpegno di rendita finanziaria. La funzione del mercato del credito europeo è uno dei temi centrali sul quale reimpostare l'utilizzazione delle nostre risorse, riconoscendo le nostre responsabilità ma anche comprendendo che il Banco di Sardegna si vuole sottrarre a un confronto con la Regione rispetto al ruolo da svolgere sulle tematiche fondamentali dello sviluppo, in una logica di autoconservazione dell'atto che è stato compiuto.

Altre considerazioni si potrebbero fare per quel che riguarda gli impegni consistenti a sostegno dell'innovazione e della ricerca; condivido quelle avanzate per quel che riguarda il trasferimento delle risorse agli enti locali, non voglio soffermarmi ulteriormente, ma ricordo che in questo bilancio si discute della possibilità di riprogrammare recuperandoli (l'Assessore non è sicuro se i dati siano veri) circa mille miliardi dispersi nei rivoli più vari a partire dalla "588" fino alla legge "64", rispetto ai quali i soggetti interessati, a partire dagli Assessorati che hanno responsabilità precise, sono stati di fatto inoperanti e inadeguati. Un'operazione, come dire, di reimpegno di una consistenza finanziaria di queste dimensioni credo che non possa essere sottovalutata.

Questi sono insomma i filoni fondamentali di una proposta che io ritengo di qualità, che il Consiglio deve salvaguardare e rinforzare, deve migliorare in un confronto di merito preciso e chiaro. E' una manovra realistica; ripeto, rifiuto i toni di enfatizzazione ma è una manovra che dobbiamo approvare rapidamente, se è possibile dobbiamo migliorare ma soprattutto, e questo riguarda la responsabilità della Giunta, dobbiamo rapidamente avviare e attuare, superando la pratica dell'impegno di fine anno, perché in Sardegna le imprese, i cittadini e i servizi hanno necessità delle risorse disponibili nell'immediato. Non possiamo pensare di programmare gli impegni con tattiche e logiche politiche di tipo negativo nei tempi supplementari. Credo che dobbiamo compiere ogni sforzo anche per migliorare l'uso di queste risorse. Lo facevo lo scorso anno, lo dico anche quest'anno, io credo che l'impostazione (nonostante abbiamo fatto una battaglia dall'opposizione nei confronti della proposta della Giunta) la programmazione triennale, il bilancio triennale sia una scelta giusta, manca però un tassello essenziale perché questa programmazione sia democratica. Vi è una testa - la Giunta che propone - e un corpo - se si vuole che è il Consiglio - ma, badate bene, il territorio è solo definito nella sua articolazione territoriale, non partecipa alla programmazione, non è attivo nell'indicazione e neanche nell'attuazione.

E' un tema decisivo se vogliamo che la programmazione diventi davvero strumento non soltanto di programmazione economica ma anche di programmazione democratica. Credo che siano maturi i tempi per indicare rispetto alle aree programma la provincia come soggetto decisivo per completare questo disegno. Naturalmente è conseguente la necessità di abolire, ma farlo subito senza riproporcelo, organismi come quelli del comprensorio, che sono ormai retaggi anacronistici; atti compiuti in questa direzione avrebbero il significato di una volontà di andare avanti e del superamento del comitato per la programmazione. L'Assessore ha preso l'impegno in Commissione (che è una sede impropria di concetto e di consultazione, anzi oggi è la sede di rallentamento delle procedure) di affrontare tale questione.

Un'ultima considerazione, brevissima perché non c'è più tempo: abbiamo tutti consapevolezza dello stato quasi di impotenza a affrontare i problemi che ci sono intorno a noi, però credo che ci siano in Sardegna, più che altrove, e anche in questo Consiglio, le energie umane, morali - badate bene, usiamola questa parola - e le condizioni politiche per cercare di rappresentare quella voglia di rivolta (che può essere pericolosa) diffusa nella gente. Che cosa vogliamo fare? Non voglio in alcun modo escludere la società civile dalle responsabilità complessive della crisi del nostro Paese e del nostro Stato. Non voglio dire che noi siamo i responsabili di questa decadenza e la società civile, gli altri, i lavoratori, gli industriali non lo siano, non è questa la logica di lettura della situazione nazionale e anche sarda, questa voglia di rivolta è in bilico tra una prospettiva di involuzione politica - questo rischio è reale - e la possibilità di una ricostruzione democratica del nostro Stato. Un passaggio decisivo è la legittimazione di una nuova classe dirigente; questa è una delle questioni fondamentali dello snodo politico, della crisi del nostro Stato e anche della nostra Regione.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Onnis. Ne ha facoltà.

ONNIS (P.S.D.I.). Signor Presidente, onorevoli consiglieri, cercherò di essere breve anche perché non intendo in questo mio intervento accavallare esigenze e problematiche che avrebbero necessità di migliore momento, come si suole dire. La discussione che si sta portando avanti sulla manovra finanziaria ripercorre, e forse non potrebbe essere altrimenti, percorsi già visti. Questo sarebbe logico se la situazione fosse normale, se non fossimo di fronte ad una emergenza eccezionale (per risparmiare tempo non sto a dire la drammaticità del momento) e cioè il problema della occupazione, di chi la sta perdendo e soprattutto di chi non ha prospettive di poterla avere. Questa emergenza difficilmente può essere affrontata, nelle sue prospettive strategiche, dalla manovra finanziaria che noi stiamo varando, la quale per le sue disponibilità e per l'impostazione avuta, e non da oggi, può dare esclusivamente dei segnali concreti. Per le possibilità strategiche non può mettere grosse risorse a disposizione, può indicare solo prospettive. Io credo che queste nel bilancio che noi stiamo discutendo vi siano tutte. Quindi il compito che spetta a questa classe politica è di affrontare immediatamente l'emergenza con azioni precise, concrete, che possono andare anche all'autogestione di strutture, per dare risposte immediate ai lavoratori. Sia chiaro, bisogna dire alla gente che queste non sono risposte strategiche, non sono e non possono essere risposte definitive, non possono e non sono risposte serie se date in termini di sistemazione alternativa nella strategia dello sviluppo della Regione sarda, sono solo operazioni che servono per superare il momento tragico.

Allora, che cosa ha fatto il bilancio regionale per l'emergenza? Credo che lo sforzo sia stato concreto per la manovrabilità del bilancio regionale. Si fa in fretta a parlare di 9 mila miliardi di bilancio, bisogna dire che di questi 5 mila e 500 sono spese fisse. La risorsa da manovrare si quantifica in 1.700 miliardi, con uno spostamento deciso verso i settori produttivi: agricoltura, industria, lavoro, artigianato, turismo. E' scritto nelle pagine del bilancio: 500 e passa miliardi per l'agricoltura, 45 miliardi per tre anni per l'industria, 600 miliardi circa per i progetti del lavoro, 86 miliardi per l'artigianato, 28 miliardi per il turismo; oltre a ciò 100 miliardi accantonati nel fondo nuovi oneri legislativi per il 1993, 90 miliardi per il 1994, 130 miliardi per il 1995 per agevolazioni creditizie nei settori produttivi. Di questi fondi 45 miliardi per tre anni sono stati destinati all'industria per agevolazioni creditizie, 20 miliardi sono stati accantonati per tre anni per le aree depresse, eccetera.

Quindi tagli decisi in quei settori dove erano stati individuati degli sprechi ci sono stati e ci sono tutti. Ma questa azione, nel bilancio attuale, è in grado di affrontare tutta l'emergenza? E per parlarci chiaro: è in grado di realizzare e di individuare quegli ammortizzatori sociali che permettano alla società sarda, ai lavoratori in particolare, di poter attendere fino a che vi saranno prospettive concrete e nuove, soluzioni definitive e strategicamente accettabili e non pezze cucite di volta in volta quando le situazioni si aggravano? E' evidente che questa manovra di bilancio non può essere sufficiente. E' evidente che concorre decisamente ad affrontare l'emergenza, ma che i risultati positivamente si avranno solo attraverso un intervento decisivo dello Stato. E' questo quello che dovremmo chiedere nella prossima riunione plenaria del Consiglio regionale con le altre forze sia politiche che rappresentative della società.

Il problema vero, reale, oltre all'emergenza, è lo smantellamento sistematico del tessuto industriale della Sardegna e delle produzioni ad esso collegate, unitamente a quella scelta di fondo delle privatizzazioni da tutte le parti politiche invocate. E' fuori discussione, e credo sia superfluo ribadire, che la nostra infrastruttura industriale, produttiva è al 90 per cento una infrastruttura dello Stato o quanto meno dallo Stato derivata. E' chiaro che nel momento in cui lo Stato sceglie di privatizzare, impone - perché la privatizzazione questo chiede - le regole del mercato, le regole del conto economico, le regole delle scelte di opportunità, ma tutte queste mal si conciliano con le possibilità e le prospettive di sviluppo di una regione depressa come è la Sardegna, emarginata per certi aspetti dai fattori produttivi fondamentali, per esempio i costi dell'energia, del trasporto, della trasformazione, dei mercati.

Ma allora cosa fare? Parlare, va bene, però bisogna anche avere chiaro che cosa in prospettiva dobbiamo chiedere al Governo. Non si può chiedere tutto e il contrario di tutto, non può essere chiesto di privatizzare in campo nazionale (tutte le forze politiche stanno chiedendo di privatizzare), e in Sardegna chiedere invece che lo Stato permanga. Io credo che bisognerà chiedere allo Stato di privatizzare, sì, ma di privatizzare dopo aver stabilito, deciso e concretamente operato scelte nuove, diverse per metterci in condizioni di non dover rinunciare alle nostre prospettive di sviluppo, e non solo, ma di non dover rinunciare alle nostre possibilità di vita. Ma allora su che cosa dobbiamo puntare? Se si va verso la rispondenza alle leggi di mercato nelle strategie di sviluppo, se è vero che gli insediamenti dovranno rispondere alle leggi di mercato, dovranno rispondere al conto economico, dovranno rispondere al costo del lavoro, ai servizi concreti, reali alle imprese. Noi queste cose dovremmo chiedere e averle. Non dobbiamo chiedere specificatamente questa o quell'industria, no, noi dobbiamo essere messi in grado di avere un substrato organico che permetta all'imprenditore di scegliere di venire in Sardegna.

Il problema fondamentale è il problema energetico. Cosa abbiamo intenzione di fare, cosa chiediamo, quale è la prospettiva che ci siamo immaginati? Abbiamo creduto (io ero uno di quelli che non vi hanno mai creduto per la verità, e non l'ho detto qui solo in questa sede, l'ho ripetuto anche in altre sedi) alla gassificazione del carbone del Sulcis. Ma come veniva impostato? Venivano continuamente ribaditi gli eccezionali costi di un intervento di questo genere, in certi settori si diceva e non si diceva, si firmavano protocolli e poi li si lasciava perdere, si portavano avanti singole iniziative, poi improvvisamente queste iniziative venivano fermate. Insomma oggi ci chiediamo: abbiamo energie a costo accettabile per un imprenditore? Dobbiamo ancora puntare sulla gassificazione del carbone? Ho sentito da tutte le parti: sì, bisogna puntare su quello. Va bene, ma se non si arriva alla gassificazione del carbone? Se i costi sono talmente alti per cui lo Stato continua in questa sua azione, come dire, di raschiamento del barile - usiamo un termine improprio - vogliamo cominciare a discutere di soluzioni alternative? Perché la gassificazione del carbone, è vero, ha potenzialmente immediate possibilità di investimento in termini di forze lavoro e certamente in prospettiva anche più numerose di altre soluzioni; ma il problema è avere subito degli occupati e in prospettiva nulla, o avere invece l'energia a costi, non dico identici, quanto meno compatibili con gli altri siti dove l'imprenditore può collocarsi per creare iniziative e quindi anche posti di lavoro?

Io sono abituato a dire sempre quello che penso, e voglio dire una cosa che circola in aria, lo sappiamo o non lo sappiamo che il Consiglio di amministrazione dell'Enel ha deliberato di acquistare energia elettrica (quindi di non produrre esclusivamente in proprio) per poi distribuirla e quindi pagandola evidentemente a costo accettabile e ridistribuendola con i costi di distribuzione, e che la Saras da questo punto di vista ha un progetto di non poco conto e c'è già un'azione, ci sono dei contatti, ci sono degli accordi? Io non lo so di sicuro, so solo che queste cose le ho sentite e non dall'ultimo uomo della strada. Per 400 megawatt, io notizie certe non ne ho...

SANNA EMANUELE, Assessore della difesa dell'ambiente. 550 megawatt.

ONNIS (P.S.D.I.). 550, mi conferma l'assessore Sanna, 550 megawatt, che non sono uno scherzo badate, e da quello che io so, ripeto, i numeri sono quelli. La Giunta sicuramente avrà tutti questi dati, il costo di questa energia è un costo concorrenziale, ma è fuori discussione che, se si va in quella direzione, diventa sempre meno probabile la soluzione della gassificazione del carbone.

Bisogna scegliere, non si può far finta di non sapere che la Saras ha portato avanti questo progetto; se si parla di quello, si diminuisce la potenzialità contrattuale della Regione sarda per quanto riguarda la gassificazione del carbone. Negli ultimi periodi il Governo, a questo proposito, neanche molto nascostamente ma esplicitamente, ha detto a più riprese (e anche l'ENEL) che un investimento di quel genere poteva avere una spiegazione solo in una fase di ricerca di tecnologia, cioè nell'ambito della sperimentazione, quindi spese da inserire nel canale della ricerca scientifica e dall'alta sperimentazione, ossia problema energetico. Io ritengo che noi dobbiamo decidere una volta per tutte se l'investimento per la gassificazione del carbone si fa o non si fa; se si dice definitivamente che non si fa, allora è nostro obbligo cercare soluzioni alternative e immediate. Non si può intraprendere una lotta che deve durare ancora altri 5, 6, 10 anni, non si sa quanto, perché quella è una delle condizioni per la quale al posto delle industrie che stanno scomparendo (che sono già scomparse per la verità) possano arrivarne altre sulla base di scelte autonome in quanto offriremo possibilità che sono pari a quelle di altri siti nell'ambito del Mediterraneo; prendiamo a riferimento il Mediterraneo nella speranza che si riesca in qualche modo a governare la concorrenza sfrenata dell'Est in questo campo, che non è cosa di poco conto.

L'altro aspetto sono i trasporti. Si può, in un momento critico come questo, ignorare il problema dei trasporti, il fatto che un braccio di mare ci divide dalla terraferma, dall'Europa, dal Continente? Il collega Muledda ieri chiacchierando con me si domandava perché il Governo non può immediatamente defiscalizzare, per esempio, gli oli minerali e quindi permettere alle industrie che devono produrre calorie lo stesso costo di chi sta nel Continente, di chi sta in Grecia, di chi sta in Spagna, di chi oggi ci sta facendo la concorrenza? Queste sono cose concrete, immediate. La continuità territoriale, che per certi aspetti esiste e non esiste, è sparita dai nostri discorsi, ma possiamo pensare veramente che sia uno dei fattori non incisivi? E' uno dei fattori determinanti, per il quale possiamo immediatamente intervenire. Cose concrete, non parole, non futurologia, non cose che verranno chissà quando; abbiamo bisogno di affrontare l'emergenza, garantire il posto a chi ce l'ha, garantire la sopravvivenza alle famiglie che hanno perso il posto di lavoro, nelle more di soluzioni definitive. Per far questo dobbiamo immediatamente affrontare alcuni passi sostanziali e fondamentali.

Sono le tre cose che invitano l'imprenditore a intervenire e spingono l'imprenditore locale a farsi imprenditore forse più incisivo di quanto non lo sia stato: energia, trasporti, servizi alle imprese. Abbiamo fatto un passo in avanti e grosso, vedi il parco tecnologico, i denari che la Giunta ha voluto stanziare 100 miliardi ancora, per la ricerca scientifica, per la sperimentazione, per la ricerca di tecnologie avanzate. Ma dobbiamo anche affrontare il problema energetico e il problema dei trasporti, senza non abbiamo risolto niente.

Il problema della metanizzazione: ma ci vuole molto? E' certo che se continuiamo a dire che il metano deve arrivare con i metanodotti o della Corsica o attraversando il mare i costi sono spaventosi, ci sentiremo ripetere quello che ci hanno detto un milione e cinquecentomila italiani i quali non possono accettare un investimento così caro, come un metanodotto che passa sotto il mare. Noi abbiamo trovato una soluzione alternativa, abbiamo indicato nella discussione generale i siti costieri dove mettere il metano trasportato con le petroliere, e poi iniziando dai settori industriali, da nuclei, dalle zone già per certi aspetti strutturate per la collocazione delle industrie, queste sono le battaglie immediate per le quali il Governo non ci può dire che stiamo facendo saltare il bilancio dello Stato. Non ce lo può dire! Alla luce di queste considerazioni io non so che cosa noi in questo bilancio avremmo potuto fare di più di quello che si è fatto. Si è detto: un bilancio vecchio, strutturato secondo una organicità vecchia, ma può un bilancio essere nuovo totalmente nel momento in cui dei suoi 9 mila miliardi più di 6 mila sono praticamente a spesa predeterminata, sono stipendi, sono spese ordinarie? Un bilancio perché sia completamente nuovo, completamente disarticolato e riarticolato più razionalmente ha necessità di una riorganizzazione. Se io tengo in piedi gli enti strumentali della Regione, che di strumentale hanno finito per avere praticamente niente, è evidente che io nel bilancio non posso non ipotizzare le risorse che li tengono in piedi; il che vuol dire che per cambiare questo bilancio io devo a monte cambiare il modo di organizzarsi della Regione.

Questo è l'altro nodo fondamentale, e non l'ultimo, direi il primo, che può permettere all'imprenditore di insediarsi in Sardegna. La funzionalità, la razionalità della organizzazione della Regione (ne stiamo parlando da tanto tempo e non siamo riusciti a farlo, io mi assumo la parte di responsabilità che mi compete) deve cambiare. Anche io, per la parte che mi compete come partito, sono una parte di questa Regione, e se questo non si è fatto anche io ho, come partito, la mia responsabilità; ma non voglio o non vorrei in quest'Aula - perché non si è nelle condizioni di poterlo fare - avere il dito puntato con le parole: "non avete fatto", "non avete voluto", "non avete potuto".

Riforme importanti quale la riforma generale della Regione non può essere fatta solo da noi, coinvolge aspetti che sono legati alle problematiche sindacali, di collocazione e di organizzazione della Regione, non solo nel capoluogo ma in tutta la Regione, e ci deve essere la capacità di questa Regione di verificare i risultati ottenuti e di dare risposte immediate agli imprenditori. Questo è l'altro grande inghippo per chi deve investire in Sardegna, i lunghi, lunghissimi, quasi biblici tempi per avere dal momento della presentazione del progetto al momento della realizzazione, le risorse che la Regione mette a disposizione. Noi, come dicevo prima, abbiamo individuato sostanze per circa 1700-1800 miliardi, ma se queste risorse nell'andare dalle casse regionali o della tesoreria all'imprenditore, che deve operare, non possono continuare a impiegare i tempi odierni che avvantaggiano solo ed esclusivamente gli intermediatori finanziari.

L'altra nota dolente che abbiamo sempre trascurato è il credito. Non possiamo oggi lamentarci se alcune situazioni ci sono sfuggite di mano, se hanno assunto l'aspetto quasi di prevaricazione; io non l'ho detto oggi per la prima volta, ma è mai possibile che una Regione come la Sardegna, non abbia un rapporto continuativo, organico, strutturale, con gli istituti di credito e principalmente con l'istituto di credito più importante della Sardegna, il Banco di Sardegna? Ma si può mai limitare questo rapporto alla estemporaneità dell'iniziativa di alcuni, o alla intelligenza o alla preveggenza di qualche Assessore, alla sensibilità di qualche Presidente, o può il rapporto limitarsi solo al momento della contrattazione della tesoreria regionale? Io credo proprio di no. Il problema non è legato solo ed esclusivamente al Banco di Sardegna, siamo entrati nell'Europa, e di questo non ci dobbiamo dimenticare; esistono in Europa e nel mondo intermediazioni ad altissimo livello che non hanno più confini, dobbiamo sviluppare la capacità di trovare le risorse dove costano meno e dove sono pronte.

Non possiamo, nel momento in cui mettiamo a disposizione le risorse per agevolare il credito, domandarci se le banche saranno in grado di darci le cifre a loro richieste, faccio l'esempio dei 45 miliardi all'anno di agevolazione previsti nel settore dell'industria. Non credo che il Credito Industriale Sardo, del quale abbiamo tutti rispetto, possa essere in grado di affrontare un impegno di questo genere. Io avanzo la proposta, non per carità di un Assessorato al credito, ce ne sono già a sufficienza, ma di un ufficio finanziario della Regione che abbia il compito di collegamento continuo e indispensabile con l'Europa, con Bruxelles. Non sto parlando di stato autonomo, evidentemente, ma della inderogabile necessità di avere visione diretta delle situazioni nazionali ed internazionali, di vedere e di capire dove e come ci dobbiamo muovere.

Se noi saremo in grado di fare questo, saremo in grado di aggiungere - a quanto si è fatto in questo bilancio, con segnali di serietà, di determinazione e di attenzione ai drammi delle famiglie che oggi hanno il problema della sopravvivenza - segnali concreti per un futuro di sviluppo. Quindi segnali sì per l'emergenza, ma determinati a predisporre gli atti fondamentali per quella parte di sviluppo nel mondo europeo che ci compete, a cui abbiamo diritto e alla quale non rinunciamo.

PRESIDENTE. L'onorevole Meloni è l'ultimo oratore iscritto a parlare, poi dichiarerò chiusa la discussione generale.

Ricordo che, in base alle modifiche apportate al Regolamento, è possibile da parte dei singoli consiglieri presentare emendamenti sino alla chiusura della discussione generale, dopodiché questa facoltà è riservata solo alla Giunta, ai Presidenti dei Gruppi e alla Commissione finanze.

E' iscritto a parlare l'onorevole Meloni. Ne ha facoltà.

MELONI (P.S.d'Az.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, il Gruppo del Partito Sardo d'Azione, dopo questa discussione generale, prende atto dei limiti, del contenuto, delle finalità che hanno ispirato la manovra di bilancio e dichiara tutta la sua disponibilità affinché il voto ad essa inerente sia quanto più possibile celere e immediato. Le nuove norme infatti vietano da parte di consiglieri e forze politiche la presentazione di emendamenti dell'ultima ora che in qualche modo incidano ancora sul bilancio stesso. Addirittura potremmo chiedere che questo bilancio venga votato così com'è, con qualche emendamento di particolare importanza, limitatissimo, concordato e accettato. Questo bilancio è il bilancio dell'emergenza, lo ha ribadito con toni enfatici l'onorevole Onnis, lo ha detto l'onorevole Mannoni, lo hanno detto un po' tutti, è un bilancio di emergenza, e quindi nell'emergenza occorre pensare solo alle necessità immediate e urgenti che si possono affrontare e risolvere. Noi segnaliamo che ad emergenza si sta aggiungendo emergenza. In questi giorni, in queste ore, è emersa la necessità di un sostegno molto più efficace, immediato e concreto alla lotta dei lavoratori in autogestione o sulla via del licenziamento o comunque senza prospettive del mantenimento del posto di lavoro. Oggi si ha necessità di provvedimenti urgenti, forti e comunque tali da togliere concretamente questi lavoratori dalla situazione di difficoltà, di disagio e di bisogno nella quale si trovano. Vanno sostenuti. Noi abbiamo proposto, con un emendamento, dei suggerimenti al Governo regionale perché si trovi il modo per sostenere questi lavoratori. L'emergenza si è aggiunta all'emergenza; facciamo sì che trovi posto nella manovra di bilancio.

Con questo si potrebbe chiudere il discorso sul bilancio se non ci fossero altre considerazioni che la situazione politica ed economica di crisi del Paese e della Regione impongono. Negli interventi svolti nel corso della discussione di questa mattina, è stato detto che stiamo ripetendo le solite cose stantie e che continuiamo a usare parole e a non proporre fatti; persino il relatore di maggioranza, nel suo intervento di estrema critica, ha disilluso circa quelle che sono le possibilità che questo bilancio possa in qualche modo influire e migliorare in senso positivo la situazione della Sardegna. A noi basterebbe sintetizzare le dichiarazioni rese in quest'Aula da coloro che sono intervenuti a nome della maggioranza per formulare il più efficace intervento dell'opposizione.

A questo punto mi chiedo, oltre che figlio di questa Giunta, di chi è figlio questo bilancio, se da parte di tutti viene richiesto il disconoscimento di paternità? Mi limito a queste osservazioni; ma la realtà è che nel momento stesso in cui questo bilancio viene presentato come frutto di questa maggioranza, come espressione della volontà di questa maggioranza, iniziano le distinzioni, i se, i ma, i forse e le non convinzioni da parte di tutti. Dicevo che il bilancio dovrebbe essere - anche se non è ritenuto tale neppure dall'onorevole Mannoni che parla per la maggioranza - sufficiente ad affrontare l'emergenza; però si dice che l'emergenza non può essere il solo obiettivo di questa maggioranza del Consiglio regionale, e allora si avanzano delle ipotesi di soluzione per i problemi esistenti, che aprano alla speranza, che superino in qualche modo, nel futuro, questa situazione di crisi profonda che attraversiamo.

Si dice che per fare questo però occorre volare alto. Quanto piace all'onorevole Soro - che non vedo - questa espressione! Occorre volare alto, l'ho sentito in ogni dibattito sul bilancio, sulle dichiarazioni programmatiche; altro che volare alto siamo sottoterra, non riusciamo a sollevare i piedi dal suolo e purtroppo non riesce a volare alto neppure il Presidente del Consiglio dei Ministri, così come è avvenuto ieri in occasione del dibattito al Senato. Non si vola alto, bisognerebbe avere almeno la capacità di stare per terra, e allora l'emergenza diventa di tanto in tanto, di volta in volta, l'occasione per riproporre le battaglie autonomistiche; ci si rende conto che siamo abbandonati dallo Stato, che i nostri poteri sono disattesi dallo Stato, che non abbiamo sufficiente autonomia, che non siamo liberi di programmare il nostro potere e il nostro futuro, e allora bisogna fare le battaglie contro lo Stato.

Ma dove sono coloro che dicono queste cose e che tre o quattro anni fa hanno sostenuto che non bisognava creare un Governo di rottura nei confronti del Governo nazionale, che in quel momento era opportuno (e ne stiamo pagando ancora le conseguenze) avere Governi omologhi a quelli nazionali? Ce lo dimentichiamo questo? Per anni abbiamo sostenuto la tesi di un Governo regionale che fosse rappresentato dalle stesse forze politiche che sedevano a Roma; altro che battaglie autonomistiche! Altro che rivendicazione della autonomia della Sardegna! Si è protestato energicamente perché la Democrazia Cristiana non era riuscita ad esprimere in quel Governo nessun Ministro sardo, quasi che da tutti quelli che abbiamo in questi anni espresso abbiamo avuto grandi cose per la Sardegna; Andreotti era diventato Ministro della Sardegna ed era Presidente del Consiglio dei Ministri sino a pochi mesi fa. Purtroppo tutti hanno messo da parte le battaglie autonomistiche. Ci si è illusi, ci si è convinti che bastasse incontrare a Roma il Ministro, e se il Ministro era impegnato, anche il sottosegretario, oppure il Presidente del Consiglio, e se il Presidente del Consiglio aveva da fare anche un Ministro che era lì in quel momento.

La firma dei grandi protocolli! Ci dimentichiamo che abbiamo formato nella scorsa legislatura due Commissioni speciali, una per la riforma dello Statuto e una per le zone interne, e non è andata avanti né l'una né l'altra. Per quanto riguarda il protocollo per le zone interne, dopo aver bussato, dopo aver protestato, dopo aver sollecitato in tutti i modi facendo presente la necessità di un intervento immediato in quelle zone, anche per evitare che vada avanti il fenomeno della protesta, degli attentati, della violenza, non abbiamo ottenuto nessun risultato. Oggi, non sollecitiamo più l'intervento del Governo, ma stanziamo noi i soldi che con quel protocollo citato invece avrebbe dovuto darci il Governo. Questa è la situazione! Però diciamo che il bilancio va bene, e che la situazione può essere risolta con il passare degli anni. Io posso capire che il bilancio ha delle strettoie e che consente poca manovra, rallentando le azioni politiche che forse possono essere fatte, però bisogna avere la consapevolezza di questi limiti del bilancio stesso, e non bisogna sbandierare, che stiamo affrontando con esso i problemi del lavoro e dello sviluppo in Sardegna. Bisogna avere il coraggio, prendendo atto della realtà, di dichiarare di non essere d'accordo. Noi non lo voteremo, ma voi che siete maggioranza e che avete voluto questo tipo di bilancio lo porterete avanti e lo realizzerete.

Qualcuno diceva che c'è qualcosa di nuovo in questa impostazione di bilancio; lo diceva l'onorevole Ladu Leonardo che per caso, direi che è quasi una fatalità, non si trova a dire le stesse cose dall'altra parte. Credo che abbia spiazzato persino il Gruppo del P.D.S. questo fatto di trovarsi in Giunta e di dover difendere un bilancio che, secondo come era impostato, avrebbe dovuto avere una collocazione diversa da parte del Gruppo del P.D.S. Comunque la novità consisterebbe nel fatto che questo bilancio contiene oltre che il programma pluriennale anche le leggi di accompagnamento. Se è vero che il bilancio non consente grandi manovre, le leggi di accompagnamento invece dovrebbero dare più ampio respiro e prevedere la soluzione di tanti problemi nei settori del turismo, dell'agricoltura eccetera eccetera. Ma dove sono le leggi di accompagnamento? Nella Commissione della quale io faccio parte è arrivata una legge che qualcuno definisce legge di accompagnamento ma che tale non può essere in quanto ha il carattere di una legge ordinaria che prevede ancora una volta l'introduzione (con il bilancio si è avuta la dignità e la decenza di non farlo) di tutta una serie di capitoli di spesa per studi, progettazioni, e contributi non finalizzati assolutamente alla soluzione dei problemi della Sardegna; problemi che il bilancio invece - si dice - dovrebbe risolvere. Io credo che nei mesi arriveranno ancora leggi di accompagnamento che sono addirittura ancora in elaborazione, mentre qualche altra è già predisposta; mi dite dov'è l'ordine? Qui siamo nella confusione più totale! Le leggi di accompagnamento sono leggi di settore dei vari Assessorati che intervengono sul bilancio; modificano o tentano di modificare l'impostazione che oggi stiamo votando. Dov'è la visione organica? Qual è il bilancio programmato che diceva l'onorevole Selis, Presidente della Commissione? Questa è confusione totale! Questo non è modo di programmare e di predisporre i bilanci; questo non è modo di gestire la Regione! E' giusto un modo per fare le cose perché intanto si debbono fare. Ma se noi, avendo la possibilità di un minimo di fantasia, di far sentire anche attraverso questa manovra una volontà di cambiamento per uscire così dalla situazione di crisi, non lo facciamo adesso, quando lo facciamo? Dobbiamo prevedere una seduta solenne? Dobbiamo fare una petizione-voto insieme ai parlamentari fra qualche giorno? Io credo che prima di ogni altra cosa i Presidenti delle Giunte dovrebbero rileggersi un pochino gli accordi di maggioranza e le dichiarazioni programmatiche, soprattutto queste ultime, e verificare se i tempi previsti per ciò che doveva essere realizzato siano già scaduti o stanno per scadere.

Non si è fatto ancora niente, io sono convinto che non si farà niente. E' assurdo che si dica che occorre intervenire immediatamente per la revisione dello Statuto e nessuno agisce. Sarebbe vergognoso arrivare alla seduta solenne del Consiglio senza qualcosa di concreto che manifesti la volontà reale di questo Consiglio regionale di proporre una revisione dello Statuto. Sarà la formazione di una Commissione, di un suo insediamento, sarà un documento, sarà qualche cosa, ma durante quella seduta non si potranno rivendicare poteri diversi per la Sardegna senza avere neppure percorso un minimo tratto di strada che ci legittima o che ci può legittimare a chiederli.

E' stato detto dall'onorevole Onnis che in Sardegna non c'è sviluppo se non si risolvono alcuni problemi, e ne ha indicato tre. Ma i problemi della Sardegna non si sono scatenati tutti oggi, oggi si saranno aggravati, però li conosciamo da sempre, sappiamo da sempre che occorre risolvere il problema dei trasporti, dell'energia, che occorre risolvere i problemi legati alle infrastrutture per le imprese. Ma allora perché non si è agito? Abbiamo trovato unità nel sollecitare soluzioni? Io vorrei ancora una volta chiedere - e continuerò a farlo - perché non si va avanti sull'ipotesi della zona franca?

Non serve dire che le imprese debbono essere aiutate, devono essere messe in condizioni di venire qui senza i gravami fiscali e senza le diseconomie dei trasporti; dobbiamo trovare reali soluzioni perché questo avvenga. Ma voi credete che le leggi per il Mezzogiorno che incentivano le imprese a realizzare nuove attività possano anche essere applicate in Sardegna? Ma non lo saranno mai, perché non sono leggi che consentono alla Sardegna pari opportunità rispetto alle altre regioni del Sud Italia. Questa è la tragedia. Anche con leggi e con finanziamenti a favore delle imprese non riusciamo ad ottenere interventi tali in Sardegna atti a lenire la disoccupazione e produrre sviluppo. Allora il discorso del bilancio va rivisto. Noi dobbiamo metterci in condizioni di avere strumenti molto più incisivi, molto più forti, molto più concreti, e non limitarci soltanto a creare efficienza nella pubblica amministrazione, negli uffici regionali, e negli altri settori interessati per poter ottenere le risorse prima e utilizzarle dopo.

Presidente, si è detto che le entrate purtroppo sono diminuite. Certo, ma non l'abbiamo scoperto oggi. Sapevamo dei tagli del Governo, come l'anno scorso, come due anni fa; con regolarità arrivano a ogni bilancio. La politica delle entrate e quindi una politica assolutamente rinunciataria, perché non siamo mai riusciti a contrastare questa decisione del Governo, abbiamo accettato sempre, subito, perché omologhi, come un fatto ineluttabile, le minori entrate. Ma io dico, come ha già sostenuto anche qualche altro collega, che non abbiamo cercato entrate proprie, così come non abbiamo incoraggiato iniziative proprie della Regione e sfruttamento dei suoi patrimoni.

Io credo che prima o poi qualcuno ci chiederà conto del mancato utilizzo dei beni regionali; faccio l'esempio clamoroso di Surigheddu e Mamuntanas, io credo che prima o poi qualcuno dovrà rispondere, e non solo politicamente, di questi beni acquisiti al patrimonio regionale per essere utilizzati in senso produttivo. Nonostante le Giunte e gli Assessori che si sono susseguiti, quei beni - pagati miliardi - continuano a costare alla Regione ogni anno spese per la guardiania, senza essere utilizzati; sono l'esempio più lampante dell'incapacità governativa di questa Amministrazione regionale.

Per quanto riguarda il controllo della spesa, io sono rimasto abbastanza sorpreso, mi si consenta, e non solo io, nel leggere quanti miliardi abbiamo speso per studi, progettazioni e convenzioni. Sono anche abbastanza sorpreso nel vedere che queste cose si continua a proporle, però io credo che prima o poi bisognerà verificare a che cosa erano finalizzati gli studi, le progettazioni e le ricerche, perché se erano finalizzati ad ottenere dei fogli di carta finiti nei cassetti di questo o di quell'Assessore, di questo o di quell'ente regionale, senza essere diretti a produrre finanziamenti o opere, io credo che bisognerà anche accertare le responsabilità per cui tutto questo è stato fatto. Non si possono finanziare studi e progetti fini a se stessi o ripetitivi. E' sempre mancato un controllo serio, costante e puntuale; direi che su tutto questo è mancata anche la possibilità, richiesta da taluni consiglieri, di poter verificare le spese sostenute.

Allora la discussione sul bilancio qualche volta, anzi direi il più delle volte, occorrerebbe farla non su quello preventivo, ma sul bilancio consuntivo per vedere se i capitoli sono stati spesi bene dalla Giunta, dal Presidente, dai singoli Assessori, dagli enti regionali, e se le leggi che prevedevano i finanziamenti, sono state rispettate. Noi conosciamo tante leggi che non hanno avuto nessuna attuazione pur avendo i finanziamenti. Dunque ecco la necessità del controllo della spesa, e della revisione delle norme di legge; la necessità messa in risalto non oggi ma ripetutamente da parte di vari consiglieri regionali, anche del sottoscritto, di mettere ordine. Abbiamo fatto studi enormi sulla riorganizzazione dell'amministrazione regionale, abbiamo libri, libretti, carte a non finire, non sappiamo più dove metterle, però non siamo riusciti a impostare, in nessun settore, un testo unico per eliminare le incertezze, le contraddizioni, le confusioni.

Queste sono le considerazioni che, con grande disappunto, sento di esprimere a nome del Gruppo sardista. Io credo che la situazione oggi imponga ancora una volta un ridimensionamento di questo bilancio nei termini di correttezza, per la soluzione immediata di alcuni problemi urgenti. Oggi stesso occorre riprendere in esame il contenuto di questo bilancio, le ragioni profonde che richiedono un cambio di comportamenti, il perseguimento di obiettivi ben più alti, diversi e ben più seri da parte della Giunta, da parte del Consiglio regionale se, in qualche modo, vogliamo ancora sperare che non si rompa il rapporto fra i cittadini e le istituzioni, per riconoscere ancora un ruolo e una dignità a queste istituzioni.

Se in qualche modo vogliamo ancora mantenere queste istituzioni all'interno della società, dobbiamo cambiare, perché, con il nostro modo di fare, ci stiamo allontanando dalla società civile, e dalla realtà di questa nostra Isola.

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale. Prima di dare la parola alla Giunta per la replica, sospendo la seduta per cinque minuti.

(La seduta, sospesa alle ore 13 e 19, viene ripresa alle ore 13 e 28.)

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Presidente della Giunta per replicare.

CABRAS (P.S.I.), Presidente della Giunta. Signor Presidente, colleghi consiglieri, io debbo chiedervi scusa in anticipo se nel replicare ometterò alcuni punti che sicuramente meritano di essere trattati. Questo dipende anche dal fatto che non ho seguito direttamente il lavoro della Commissione, la quale in alcune parti ha corretto, emendato e sicuramente migliorato la proposta della Giunta. La conoscenza di ciò che è avvenuto in Commissione sicuramente diventa importante per poter valutare e pesare nel modo corretto e adeguato ciò che si è detto durante la discussione generale. Ho seguito attentamente il dibattito e poiché gli argomenti trattati sono argomenti concernenti problemi di carattere generale, che riguardano soprattutto aspetti economici e sociali della nostra Regione, ovviamente cercherò di puntualizzare la posizione della Giunta sulle proposte fatte, sulle quali si può concordare, o anche dissentire.

Vorrei chiarire fin dall'inizio che si è impropriamente parlato di "tagli" e da questo concetto si è fatta discendere una serie di considerazioni. Dico impropriamente perché a un consigliere che interveniva ho detto "parliamo più giustamente di minori entrate, piuttosto che tagli" ed egli ha replicato "sempre soldi sono". Faccio un esempio per spiegare meglio il significato di ciò che sto dicendo: in materia di trasferimenti alla Regione sul fondo sanitario noi abbiamo avuto dei tagli, ossia l'amministrazione centrale dello Stato fino a tre anni fa ci dotava di una cifra pari alle spese, noi funzionavamo come uno sportello per il servizio sanitario nazionale. A partire da quella data invece, stabilita una quota fissa, tutto ciò che si spendeva oltre veniva coperto con fondi regionali; questo di fatto si è tradotto in un taglio che si può stimare nell'ordine di qualche centinaio di miliardi (devo dire molto meno di quanto non hanno dovuto sostenere altre Regioni speciali che sono state colpite da tagli ben più pesanti del nostro sotto questo profilo).

Il grosso delle mancate entrate deriva dal fatto che, siccome in Sardegna il reddito è calato (ma questo non dipende dallo Stato), la gente paga meno tasse, o meglio si consumano meno prodotti sui quali sono applicate imposte. Quindi il sistema economico regionale attraversa una fase di difficoltà che si traduce, oltre che in mancanza di lavoro, crisi di aziende eccetera, in diminuzione di entrate proprie della Regione, le quali in larga parte sono direttamente collegate al reddito che si produce in Sardegna; se in Sardegna non si produce reddito, le entrate proprie della Regione diminuiscono in proporzione.

La voce più grossa delle mancate entrate registrate in questo anno è proprio la diminuzione della produzione di reddito, e non sono i tagli intesi nel senso tradizionale effettuati dalla sede centrale. Mi sembra utile precisare tutto questo, non per dire che al centro sono stati più buoni di quanto taluni non li hanno giudicati, ma per richiamare un po' di più la nostra attenzione rispetto alla giusta battaglia che noi portiamo avanti quando diciamo che il lavoro che si riduce non può essere sostituito da altro lavoro che non abbia le stesse caratteristiche sul piano del concorso alla produzione del reddito. In questo modo noi, non solamente stiamo tutelando il problema dell'occupazione, ma stiamo anche cercando di mantenere e di non far regredire il sistema economico nel suo complesso; il quale, se funziona bene, produce reddito, di conseguenza si pagano le imposte, e le imposte finiscono per essere le entrate proprie della Regione, secondo il meccanismo che regola oggi il funzionamento del nostro sistema finanziario.

Occorre anche dire che qualche volta le minori entrate possono essere la causa non soltanto di un calo del reddito, ma di una sovrastima che in sede di bilancio la Regione stessa fa; cioè la previsione di entrate - utili per coprire tutte le autorizzazioni di spesa che abbiamo deciso di realizzare - va verificata concretamente e, se alla fine dell'esercizio in corso dovesse risultare deficitaria, sanata nell'esercizio del bilancio successivo. Quindi la situazione di difficoltà che è stata sintetizzata con una minore disponibilità di oltre 500 miliardi, non è l'effetto soltanto di un taglio alle entrate regionali realizzato in sede centrale.

Seconda considerazione, io credo che abbiano ragione tutti coloro che nella discussione generale hanno sottolineato che il bilancio di cui stiamo discutendo non è ancora il bilancio che tutti quanti inseguiamo da qualche tempo; bisogna anche dire però che questo è un bilancio redatto meglio rispetto al bilancio di quattro esercizi fa; la stessa struttura della legge finanziaria ne è una testimonianza. Noi abbiamo di fronte un progetto di legge finanziaria composto da una trentina di articoli che cerca di concentrarsi sulle grandi questioni che caratterizzano le voci di spesa e di entrata del bilancio regionale, avendo sempre ben presente le operazioni sulle quali si esercita la discrezionalità del Governo regionale e del Consiglio regionale.

Nessuno ha sottolineato - e invece questo è il momento di farlo - la voce riguardante la partita sanitaria, che è sempre stata molto rigida nel nostro bilancio e che ha un peso rilevantissimo sulla quota annuale delle spese non utilizzate. La partita sanitaria è un trasferimento puro e semplice dal Governo centrale alla Regione; è un'autorizzazione di spesa per la quale noi esercitiamo fino a questo momento, con la legislazione attuale, a bocce ferme, un potere di intervento molto limitato. Noi non abbiamo nessun potere di decisione, né per i farmaci né per le convenzioni - parlo ovviamente in generale non per le convenzioni sulla medicina privata - ed esercitiamo esclusivamente una funzione di ufficiali pagatori. Tra le Regioni e la sede centrale e nata una forte polemica proprio su questo punto; non si può continuare a considerare le Regioni soggetti di spesa senza riconoscere loro contemporaneamente il potere di incidere sulla spesa, e non soltanto sugli organici. Badate, anche la questione degli organici sicuramente è importante, ma alla fine in una Regione come la nostra finiamo per farci la guerra tra poveri, perché vengono prese di mira in modo da ottenere deroghe per occupare personale ed esse sommano la loro forza e cercano di premere sulla Regione con le conseguenze che sappiamo. Anche qui non bisogna demonizzare mai, ci sono fatti di cattiva gestione, ma sicuramente esiste un problema di giovani che hanno frequentato corsi di formazione, che vogliono lavorare e ci sono medici disoccupati.

Tutto questo è un insieme di situazioni che si scaricano, addosso a chi? Addosso a chi può dare qualche risposta. D'altra parte nella pubblica amministrazione in generale si cerca di occupare posizioni e spazi liberi a disposizione. Sicuramente si deve mettere ordine, e mi pare che la Commissione bilancio vada in questa direzione, però vorrei che il discorso del risanamento della spesa della sanità non si esaurisse in un problema di posti in organico. Esiste una discussione, a livello centrale, sul ruolo delle Regioni come erogatori di risorse, senza alcun potere discrezionale, o molto limitato; le decisioni infatti vengono assunte al centro.

Io spero con le leggi di riforma che la Regione compia un ulteriore passo avanti sulla discrezionalità di spendita, perché ogni anno dopo discussioni di giornate per destinare miliardi ai settori produttivi, ci ritroviamo a svolgere solo un'azione di trasferimento. Volevo dire a Cogodi che il risparmio non va fatto solo per le auto blu, che mese in fila una dietro l'altra fanno un grande effetto, ma che eliminando alla fine che cosa si ricava? Qualche miliardo di risparmio nel bilancio della Regione. E' un segnale, certo!

Io credo però che noi ci dobbiamo occupare delle centinaia di miliardi, non di tre o quattro miliardi, perché altrimenti ho l'impressione (e qui dico la mia opinione) che questo sia un modo per metterci a posto la coscienza. Per cui con una diminuzione radicale delle macchine blu, e un'economia di bilancio di qualche miliardo ci siamo messi la coscienza in pace, e quindi possiamo continuare a spendere gli altri miliardi senza un criterio più adeguato. Secondo me non abbiamo spostato niente (ed è la manovra sulla quale la Regione sta lavorando, ogni anno portando una pietra in più, un sasso, un secchio d'acqua in più) verso l'incremento delle risorse proprie della Regione e dell'assegnazione di quelle provenienti dai trasferimenti statali verso il sistema produttivo, o la crescita della quota percentuale di tutta la massa della spesa regionale in questa direzione.

Molti degli interventi che ho sentito sostengono che è insufficiente ancora quello che si è fatto finora, e io non ho nessuna difficoltà a riconoscere che è vero. L'insufficienza va anche - secondo me - commisurata alle effettive possibilità che noi abbiamo di muovere in questa direzione.

Allora c'è l'enorme massa di risorse (io la chiamo enorme perché non è poca) destinata al piano straordinario per il lavoro che ci stiamo trascinando dal 1988. Attenzione, il trascinamento di queste risorse, dal 1988 sino ad oggi, comporta la presenza ogni anno nel bilancio di una quota di risorse che sono fondi della Regione non spesi, e come tali diminuiscono la massa di risorse che discrezionalmente può essere destinata ad altre attività produttive. Faccio un esempio per spiegarmi meglio. Se noi spendessimo questi soldi o li avessimo spesi, perlomeno avremmo creato occasioni di lavoro, invece dal 1988 fino ad ora non solo non li abbiamo spesi ma abbiamo appesantito l'esercizio di ogni anno con fondi che abbiamo sempre reiscritto senza che si realizzasse, se non in minima parte, l'obiettivo.

Allora penso che questa debba essere l'ultima volta che un provvedimento, votato in fine di legislatura, veda trascorrere tutta la legislatura successiva senza che si realizzi se non in parti piccole. Io dico subito che non sono d'accordo con chi sostiene che non l'abbiamo realizzato solo per cattiva volontà; non posso negare che talvolta può essere una componente. Ma credo che sarebbe più corretto riconoscere (tanto è vero che i provvedimenti approvati nelle Commissioni di merito e nella stessa Commissione bilancio, vanno in questa direzione) che la struttura normativa - messa in piedi alla fine della passata legislatura per compiere un intervento di carattere straordinario da realizzarsi in tre anni, che avrebbe dovuto dare quel botto secco - si è rivelata assolutamente inadeguata agli obiettivi che ci eravamo proposti. Diversamente mi sembra una cosa diabolica pensare che la cattiva volontà sia stata l'unica ragione che ha impedito la realizzazione di tutto questo. Perché se ci fosse solo la cattiva volontà non avremmo continuato a inseguire l'attuazione di un progetto. Quest'anno nel momento in cui cambiamo le norme, dobbiamo decidere di utilizzare quei fondi, qualora non spesi, in modo più rapido e meno farraginoso di quello usato per il piano del lavoro.

Io spero che le norme concordate producano gli effetti voluti, seppure con qualche anno di ritardo; certo non possiamo più parlare di piano straordinario né di manovra straordinaria. Io sono uno di quelli convinti che noi avremo sempre, in permanenza, nel nostro sistema regionale bisogno di una quota di risorse destinate al cosiddetto settore della politica attiva del lavoro, e quindi ad interventi che producono lavoro e che servono a tamponare situazioni o divari che difficilmente si possono realizzare soltanto con il sistema produttivo; se la nuova formulazione produrrà effetti efficaci è chiaro che l'assumeremo come formulazione normativa di carattere ordinario, valutando anno per anno quante risorse destinare a questa finalità. Certamente non potranno più avere una dimensione così rilevante come quella che avevamo ipotizzato in sede di prima applicazione.

Un altro punto, che non è stato sottolineato e che io invece vorrei sottolineare, è il fatto che noi autorizziamo la massa delle spese iscritte nel nostro bilancio con il concorso all'indebitamento in una misura che sta cominciando a diventare rilevante. Una norma della finanziaria autorizza la Regione a contrarre debiti per 1.400 e rotti miliardi. Sono debiti per mutui autorizzati negli anni precedenti e non materialmente utilizzati; dobbiamo fare attenzione a non cadere nel vizio che avevamo una volta, cioè quando non avevamo risorse per autorizzare la spesa incrementavamo le entrate qualche volta in maniera eccessiva; adesso stiamo cascando nell'errore di ricorrere a incrementare il ricorso all'indebitamento.

Emerge immediatamente una considerazione di carattere più generale: è giusto o no che noi impegniamo le risorse future nei confronti di quelli che verranno ad amministrare la Regione nei prossimi anni, dopo di noi, e riducendo via via lo spazio di manovra in maniera esagerata con il ricorso al debito? Facciamo un'operazione che assomiglia, seppure su scala diversa, al debito dello Stato. Ogni anno la quota iscritta in bilancio per pagare la rata di restituzione del mutuo tenderebbe ad essere sempre più elevata, per cui gli spazi di disponibilità delle risorse finirebbero automaticamente per diminuire ulteriormente. Io credo che abbiamo quasi raggiunto quella soglia oltre la quale non possiamo spingerci ulteriormente nel ricorso all'indebitamento; dobbiamo cercare invece di continuare in un'azione di aggressione dei punti di spesa, quelli che mettono insieme miliardi a decine, perché è lì che dobbiamo cercare di ricavare le risorse che servono per influenzare in maniera decisa la manovra economica regionale e in particolare quella che discende dalla spesa.

C'è un settore sul quale abbiamo appena iniziato, il settore degli enti regionali e di tutti i soggetti di spesa che gravitano intorno alla Regione. Esiste una legge, approvata come legge di accompagnamento, che vuole iniziare un certo iter in questa direzione di riordino; nessuna società a partecipazione regionale, maggioritaria e minoritaria, tranne la SFIRS, gode una buona salute e nessuna produce reddito. Sono tutte società che alla fine del loro esercizio finanziario richiedono una ricapitalizzazione, cioè richiedono un intervento da parte della Regione per evitare che i libri vengano portati in tribunale. Io credo che questa sia una stagione che noi dobbiamo avviare rapidamente a conclusione con azioni di risanamento graduate nel tempo, perché dietro ogni società ci sono iniziative di lavoro che vanno selezionate; non possiamo sicuramente proseguire ripianando i bilanci a fine di ogni esercizio, come tra l'altro i centri di spesa da noi scarsamente controllati spesso determinano.

Infine, si è fatta una grande discussione su studi, progetti e quant'altro. Io credo che siano state dette molte inesattezze, ci sarà un'occasione più precisa per rappresentare lo stato reale delle cose. Vorrei rilevare però che in base alle leggi vigenti non si può realizzare nemmeno un'opera pubblica se non si presenta prima un progetto esecutivo. Noi abbiamo inseguito per anni, i Comuni hanno inseguito per anni, più di noi, il serpente: ci volevano i soldi per predisporre il progetto, ma i soldi peri il progetto non c'erano se non veniva finanziata l'opera e via dicendo. Abbiamo sempre ricevuto da parte del sistema degli enti locali pressanti inviti a istituire i cosiddetti "parchi progetti" presso le amministrazioni periferiche, che sarebbero stati necessari per poter accedere al finanziamento delle opere.

Per quanto riguarda la viabilità dell'ANAS, fin dalla fine degli anni '70 è in essere il principio, ormai acquisito da tutti e di cui tutti si sono dimenticati, che in Sardegna non si fanno strade dell'ANAS se la Regione non ha pagato il progetto esecutivo per farle. Questa non è una novità: tutti i cantieri che l'ANAS ha aperto in Sardegna dalla fine degli anni '70 a oggi si sono potuti aprire grazie a progetti esecutivi finanziati con i fondi della Regione. Io dico che le cifre che hanno pubblicato sono sbagliate per difetto, perché per esempio manca la "125" che è una strada di grande priorità, così l'abbiamo considerata sempre nella nostra pianificazione di viabilità, e che - oltre i soldi che sono stati già spesi per progettazioni esecutive avviate fin dalla precedente amministrazione - ci sono altri 50 miliardi di onorari che dobbiamo pagare per completare la progettazione dell'intera "125". Che cosa c'è di scandaloso in tutto questo? Io non lo capisco. Questo è il punto vero, io non capisco per quale ragione, soprattutto se i progetti sono progetti che sono stati fatti come le regole tecniche impongono che devono essere fatti, se sono stati approvati da chi dovevano essere approvati e se servono per fare i tronchi stradali che si devono realizzare.

Poi, che sia oggi, come sostiene qualcuno, immorale che un progetto costi così caro, questo è un altro discorso; aprendo una discussione su questo, vedremo che stabilire queste cose non spetta a noi ma ad un altro potere legislativo che è quello parlamentare. Vorrei aggiungere anche (è un'altra cosa che spesso si dice improvvisando) che in materia di incarichi professionali sono vietate dalla legge le aste fra professionisti; o si fa un cosiddetto concorso di idee e allora ognuno partecipa, oppure assegnando un incarico professionale si fissano dei minimi stabiliti dalla legge al di sotto dei quali non si può andare. Quindi, non esistono le migliori offerte come nelle opere pubbliche; spesso si fa confusione tra una cosa e l'altra.

Mi sembrava opportuno richiamare questo argomento perché ho letto, come tutti voi, che cosa la stampa ha pubblicato nei giorni passati per cui si impongo ulteriori correzioni, oltre quelle già apportate. La stragrande maggioranza delle opere realizzate in questi anni, per centinaia se non migliaia di miliardi, sono costate anche in progetti; e questi progetti qualcuno li doveva pur pagare, non è che guardiamo i progetti e non guardiamo le opere. Si è fatto un servizio televisivo qualche giorno fa sulla "554" dimenticandosi che la "554" soltanto due anni e mezzo fa è stata giudicata, dalle statistiche dell'ANAS, la strada a più alta incidenza di incidenti stradali di tutta la rete stradale italiana. La Regione venne sollecitata in quella occasione ad assumere provvedimenti, per cui la Giunta varò il suo programma di priorità e inserì la "554" fra le priorità di finanziamento avviando immediatamente la progettazione esecutiva di quella strada. Questa è stata presentata, come avete visto che è stata presentata, ma fu sostenuto che fummo imbrogliati dall'ANAS perché non diede i soldi.

Io sull'ANAS farei una seduta apposita, se necessario, per parlare di come l'ANAS programma i suoi fondi, distribuisce le sue risorse, ci porta via i soldi per darli alle Colombiadi, perché bisogna dire che quando fu dato l'incarico, per realizzare quel progetto, risultavano stanziati oltre 180 miliardi che sono stati poi dirottati verso altre direzioni che erano in grado di spendere i soldi più in fretta di noi. Perché erano in grado di spendere i soldi più in fretta di noi? Perché avevano i progetti esecutivi che noi abbiamo sbagliato a fare. Insomma, qui bisogna che ci mettiamo d'accordo: qual è la strada giusta? Non bisogna confondere l'etica che si deve seguire nell'assegnare gli incarichi professionali con l'esigenza che un progetto esecutivo comunque va fatto. Sono due problemi di natura completamente diversa, non si possono mischiare perché altrimenti noi continuiamo ad alimentare l'alibi di chi sostiene che noi non siamo capaci di progettare e di programmare, che non abbiamo idee sullo sviluppo mentre tutti gli altri che stanno fuori dalla Sardegna sono più bravi a progettare, a programmare e hanno idee chiare sullo sviluppo.

Io credo che tutto questo sia sbagliato e continuando di questo passo, qualcuno ci chiamerà a rispondere del fatto che abbiamo speso oltre 2 miliardi nella passata legislatura per il progetto sulla gassificazione del carbone, il quale ci consente però oggi di sbattere sulla faccia del Ministro dell'industria una serie di argomenti e di dati che fino a questo momento non sono stati confutati da nessuno. Tutto questo non arriva mica così perché ce lo porta il Padre eterno ma costa soldi. Allora, chiamiamo sul banco degli imputati chi nella passata legislatura ha stanziato e speso 2 miliardi per far questo? Io credo di no, anzi credo che ne spenderemo degli altri probabilmente perché la battaglia su questo terreno non l'abbiamo ancora vinta, e siccome nessuno degli Assessori e nessuno dei consiglieri è un esperto in energia e in problemi di gassificazione del carbone, ci dobbiamo avvalere di chi queste cose le sa e, in genere, chi le sa non le mette mai a disposizione gratis.

Scusate se su questa questione forse mi sono dilungato eccessivamente, però è stata sollevata in molti interventi e dunque era da richiamare per migliorare il nostro modo di fare il bilancio. Noi abbiamo fatto la nostra parte anche in Commissione cercando di ridurre ma non di cancellare (perché se avessimo cancellato avremmo commesso un gravissimo errore sul piano della prospettiva) le risorse destinate a questa finalità, avendo sempre come obiettivo gli interessi generali. Io vorrei concludere dicendo che le idee, i progetti, le prospettive di sviluppo si costruiscono con gli strumenti, con le intelligenze e con il concorso di chi sta dentro quest'Aula, di chi sta dentro la Giunta e anche di chi sta fuori; questo costa lavoro, impegno e anche soldi. Dopotutto i soldi bisogna spenderli bene, per cui, secondo me, bisogna dire le cose esattamente come stanno, evitando di sollevare, come spesso sta capitando in questi giorni, polveroni che servono soltanto ad allontanarci dagli obiettivi di interesse generale che ci siano proposti.

PRESIDENTE. Metto in votazione il passaggio all'esame degli articoli. Chi lo approva alzi la mano.

(E' approvato)

Sull'ordine dei lavori

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Cogodi. Ne ha facoltà.

COGODI (Gruppo Misto). Ritengo, Presidente e colleghi, che passando adesso all'esame degli articoli della legge finanziaria, si riproponga una questione che già nel corso del dibattito, da più parti, è stata avanzata. Una questione che attiene alla procedibilità e alla produttività del lavoro di esame e di approvazione della legge finanziaria e della legge di bilancio. Mi riferisco alla questione delle leggi di accompagnamento. L'articolo 4 della legge di contabilità della Regione, che regola le procedure per la presentazione e l'approvazione del bilancio, modificata dalla legge 3 novembre 1992, numero 18, prevede, che unitamente al disegno di legge di cui al precedente articolo, legge finanziaria, la Giunta regionale presenti al Consiglio i disegni di legge collegati per la manovra economico o finanziaria, cioè le cosiddette leggi di accompagnamento.

Dice la norma di contabilità: "unitamente alla finanziaria sono presentate al Consiglio...". Unitamente vuoi dire unitamente, al Consiglio vuol dire al Consiglio. Se noi invece non abbiamo le leggi di accompagnamento, perché pur approvate alla Giunta e inviate al Presidente del Consiglio regionale, non hanno completato la procedura e l'istruttoria e non sono neppure arrivate al parere della Commissione bilancio, io pongo il problema della procedibilità. Secondo me, siamo fuori dai binari, questo treno è deragliato. L'articolo 4 dice "unitamente" e unitamente vuol dire insieme, non può essere unitamente se la legge finanziaria e il bilancio oggi sono qui per essere approvate e le leggi di accompagnamento arriveranno in Consiglio fra un mese.

Non è che deve arrivare alle pietre, ai tavoli, deve arrivare al Consiglio come organo legislativo, poi è ovvio che si esaminerà prima una legge poi un'altra, si alzerà la mano prima per una cosa poi per l'altra, ma la considerazione deve essere unitaria, se no siamo fuori dalla norma. Questa cosa è stata detta da diverse parti nel corso della discussione generale...

(Interruzione)

Come non ce ne sono, ci sono, scusate! C'è tutta una serie di norme che sono state considerate, istruite nel merito del valore politico in connessione col bilancio '93 della Regione, sono state stralciate dalla finanziaria che invece dovrebbe rimanere, in base all'articolo precedente a questo, come legge di procedura; tutte le norme di merito, si è detto, vanno all'accompagnamento. Queste leggi di accompagnamento non sono pervenute, non sono istruite, non sono trasmesse al Consiglio, ma ci sono perché la Giunta le ha approvate, non clandestinamente, ma con atti ufficiali. Queste leggi di accompagnamento (quelle sugli enti locali, quelle sull'agricoltura, quelle sull'artigianato, quella sulla cultura, quella sul lavoro) ci sono, ma non qui dove dovrebbero essere.

Quindi io pongo ancora il problema di ordine politico e procedurale di come si può esaminare un bilancio in questo modo, in bianco, iscrivendo le poste, le somme nei capitoli senza le norme sostanziali che legittimano e giustificano non solo la direzione, ma la quantità della spesa. Perché a seconda del valore di una norma sostanziale la Regione può assegnare la cifra; è la validità della norma sostanziale, dell'obiettivo e del destinatario che mi dice se deve essere messo un milione o un miliardo.

PRESIDENTE. I lavori del Consiglio riprenderanno questo pomeriggio alle ore 17.

La seduta è tolta alle ore 14 e 08.