Seduta n.266 del 30/07/1993 

CCLXVI SEDUTA

(ANTIMERIDIANA)

VENERDI' 30 LUGLIO 1993

Presidenza del Presidente FLORIS

indi

del Vicepresidente SERRENTI

indi

della Vicepresidente SERRI

INDICE

Proposta di legge Deiana - Tamponi - Manca - Mannoni - Ortu - Pusceddu - Morella - Cogodi - Rantola - Serra - Cocco - Mulas Maria Giovanna - Salis - Atzeni- Degortes - Casu - Giagu: "Sulla disciplina della lingua e della cultura della Sardegna" (410). (Continuazione della discussione):

PUBUSA .................................

GIAGU ....................................

SELIS ......................................

SCANO ...................................

DETTORI ................................

ZUCCA....................................

MARTEDDU ..........................

DEMONTIS ............................

CASU ......................................

La seduta è aperta alle ore 10.

PORCU, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del 28 luglio 1993, che è approvato.

Continuazione della discussione della proposta di legge Deiana - Tamponi - Manca - Mannoni - Ortu - Pusceddu - Merella - Cogodi - Fantola - Serra - Cocco - Mulas Maria Giovanna - Salis - Atzeni - Degortes - Casu - Giagu: "Sulla disciplina della lingua e della cultura della Sardegna" (410)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la continuazione della discussione della proposta di legge numero 410.

Ha domandato di parlare l'onorevole Corda. Ne ha facoltà.

CORDA (D.C.). Ho chiesto di parlare per chiedere una sospensione di dieci minuti.

PRESIDENTE. Se non vi sono opposizioni, sospendo la seduta per quindici minuti, anche perché non c'è la Giunta.

(La seduta, sospesa alle ore 10 e 02, viene ripresa alle ore 10 e 24.)

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Pubusa. Ne ha facoltà.

PUBUSA (P.D.S.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, è difficile intervenire in un dibattito come questo, che ha visto degli interventi di notevole livello, e soprattutto è difficile intervenire sul lavoro svolto da altri, perché quando si devono muovere delle critiche, si rischia di apparire ingenerosi, o di non tenere nel dovuto conto la riflessione, la discussione e anche la passione con cui altri hanno svolto questo lavoro. Quindi chiedo anticipatamente scusa se potrò apparire ingeneroso verso i colleghi, alcuni dei quali, tra l'altro, stimo molto. Tuttavia credo che il nostro mandato ci imponga di dire in ogni circostanza ciò che pensiamo, soprattutto in materie molto delicate come questa. Dicevo che la difficoltà del mio intervento nasce anche dal fatto che vi sono stati alcuni interventi, in particolare quello del collega Cocco, ma anche di altri, indubbiamente di grandissimo livello. Gli interventi del collega Cocco sono di solito così meditati, così ponderati, frutto di così vasta cultura, che ci insegnano sempre qualcosa e che rendono indubbiamente difficile svolgere poi interventi critici. Tuttavia in questo caso io credo che il mio compito sia reso facile - come ho detto allo stesso collega Cocco, ma il discorso vale anche per altri che si sono cimentati nella storia della sardità e della cultura sarda - dal fatto che quanto il collega Cocco ieri ha detto non ha attinenza con l'oggetto della discussione. Il collega Cocco ha fatto un intervento di grande spessore, ma che con la legge che stiamo discutendo non ha niente a che vedere. Così come, per esempio, non capisco perché in queste discussioni si citi continuamente Gramsci. Io sono infastidito, sono infastidito dalle citazioni di Gramsci, perché delle due l'una: o riteniamo che Gramsci sia stato uno dei precursori del socialismo reale, quindi di quel sistema di apparati e di burocratismo comunista che ha caratterizzato il socialismo reale, e allora io dico che potremmo citarlo, a proposito di questa legge, appropriatamente, oppure noi siamo convinti - come siamo credo - che Gramsci invece sia stato un grande leader, un grande studioso, un grande intellettuale italiano e internazionale che con quella esperienza burocratica ha avuto un rapporto soltanto critico, almeno per come si è sviluppata a partire da un certo periodo in poi, e allora io direi che dovemmo fare a meno di citarlo in situazioni come questa e più in generale in quasi tutte le situazioni attuali. Lo scadimento della politica, lo scadimento del dibattito politico sono oggi tali per cui io direi che personaggi come Gramsci e come Lussu andrebbero lasciati riposare tranquillamente nella loro tomba e non andrebbero scomodati in circostanze o dibattiti come questi.

Perché faccio queste osservazioni? Perché dico che con la sardità, con la nazione, con il problema dell'orizzonte non provinciale, con la storia dell'intellettualità sarda e del recupero dell'identità questa legge non ha più o meno niente a che vedere, perché questa legge in realtà non disciplina una funzione, non disciplina la lingua e la cultura sarda, se non marginalmente, in modo del tutto insufficiente, negli articoli finali, ma disciplina essenzialmente un apparato: è cioè una legge che crea un apparato. Da un punto di vista culturale, in questa legge troviamo l'esempio più classico della deformazione che a livello regionale, ma anche a livello statale, caratterizza l'attività prevalente del legislatore e che ha un'origine anche abbastanza semplice: cioè trae origine dal fatto che di solito le leggi sono predisposte da appartenenti all'amministrazione, dagli apparati, quindi, che pensano e quindi predispongono delle norme in funzione di se stessi. Di solito gli apparati sono autoreferenziali, cioè si riferiscono a se stessi e alimentano se stessi, producono una legislazione che di solito affronta i problemi non in modo diretto, ma costituendo nuovi apparati o rafforzando quelli esistenti. Se noi vogliamo capire quali sono le funzioni che in questa materia la Regione intende promuovere e intende ampliare, noi non troviamo una disciplina diretta che ci dice questo, ma dobbiamo desumerla attraverso uno sforzo anche di comprensione interpretativa, attraverso la disciplina di un apparato. Viene, cioè, creato un apparato: dobbiamo capire questo apparato che cosa può fare.

L'aspetto prevalente della legge non è - ripeto - la disciplina di queste funzioni, ma è proprio la creazione di un apparato. Si tratta, tra l'altro, di un apparato che non so se definire elefantiaco: forse non è elefantiaco, ma sicuramente è contorto. E' prevista l'istituzione di un Comitato tecnico scientifico composto da 16 membri; vengono individuati 6 Servizi, poi vi è un Osservatorio formato da 30 membri. Sono state raccolte le firme per promuovere un referendum che riduca il Consiglio da 80 a 60 consiglieri, cosa che per me non è la più rilevante per affrontare la crisi della nostra istituzione, eppure con questa proposta di legge si vuole formare un "Gran consiglio della cultura" di 30 membri, articolato anch'esso in ben 6 sezioni; naturalmente ognuno di questi organismi, di queste sezioni, di questi settori, è munito (questo è previsto in modo preciso) di uno specifico responsabile, con specifico trattamento economico. Vi sono poi delle bizzarrie, cioè l'apparato diventa così contorto che a un certo punto, all'articolo 9 bis, se non ricordo male, si prevede un coordinamento tra Assessore della pubblica istruzione e direttore dell'Osservatorio. Si arriva cioè al punto di creare una cosa così contorta che questo apparato ha necessità di un momento di coordinamento con l'Assessore, mentre mi sembrerebbe del tutto ovvio pensare che l'Assessore, essendo al vertice dell'intera branca, non abbia necessità di momenti di coordinamento, essendo egli stesso colui che dirige, che coordina, che riduce ad unità questa attività. Quindi il bizantinismo burocratico di questa legge è tale per cui si perviene anche alla necessità di un coordinamento interno tra Assessorato e Osservatorio.

Alcuni colleghi hanno detto: "E' vero che questa legge ha un po' questo difetto" - nessuno lo ha negato, nessuno lo ha potuto negare - "però ci saranno poi delle leggi di settore che svilupperanno e faranno quello che tu dici". Ora, io non voglio essere profeta di sventure, di fatti negativi, però l'esperienza di questi dieci anni nella prima Commissione mi ha insegnato e mi ha fatto capire quali sono le dinamiche su cui si muove la burocrazia regionale e su cui si muove conseguentemente questo Consiglio. In questa legge vengono previsti ad esempio tutta una serie di comandi e quindi mi si obietta: "Guarda che non è una cosa burocratica, perché ci sono dei comandi, si prende dal mondo della cultura", eccetera. Questa è ipocrisia, mi scusino i colleghi se uso questo termine un po' pesante, ma è ipocrisia, perché chi conosce la storia dei comandi effettuati o richiesti dalla Regione sarda sa quale ne è stato l'esito. I comandi nei comitati di controllo hanno portato a delle leggine, e contro una di queste stiamo combattendo, che hanno immesso questi soggetti nei ruoli regionali. Ricordo che il collega Cogodi, quando era Assessore degli enti locali ed io ero presidente di Commissione, sollecitò questa immissione dicendomi: "Le tue obiezioni devono essere superate, perché senza questo personale gli uffici dei Comitati di controllo non possono più funzionare". Fui sommerso da osservazioni che venivano da tutte le parti e quindi la mia resistenza fu debole; dovetti praticamente soccombere di fronte a questa spinta congiunta di tutte le forze e dell'Assessore di allora. Ci sono poi anche altri esempi oltre a questo che io ho voluto citare: basti pensare ai comandi nelle UU.SS.LL. L'esito di questi comandi è scontato: ci sarà una legge che verrà presentata nella prossima legislatura, dove probabilmente le resistenze che ci sono state in queste due ultime legislature non ci saranno e queste persone verranno assunte nei ruoli regionali. Quindi abbiamo un duplice elemento negativo, il primo è che continuiamo con questa prassi secondo la quale ai ruoli regionali non si accede mai per concorso, ma si accede sempre attraverso altre vie; è evidente che coloro che verranno comandati saranno sì persone di grande cultura, adatte a svolgere questa attività ma nessuno può dire a me che verranno scelte con criteri di oggettività, ognuno avrà la sua quota. In secondo luogo noi impegneremo il Consiglio regionale in una attività legislativa che non sarà rivolta alle leggi di settore e alla cultura, ma sarà ancora rivolta a disciplinare l'apparato medesimo. I colleghi sanno benissimo, e io so per l'esperienza svolta nella prima Commissione, che l'80 per cento della legislazione regionale è una legislazione su se stessa, è una legislazione sul suo stesso apparato. Siamo sommersi da provvedimenti su quello che vuole due indennità, su quell'altro che siccome sta nella sezione didattica interdisciplinare, questa sezione deve diventare poi settore perché in effetti lo è, eccetera. Ora, mi dice che nella proposta di legge non si parla di settori, ma di struttura dell'Osservatorio, di sezioni, non si parla di servizi, ma di sistemi (bibliotecario, monumentale, museale), di laboratori, eccetera eccetera. Ma quando l'apparato sarà funzionante è facilmente prevedibile che la Commissione e quindi il Consiglio saranno impegnati in tutta questa attività di sistemazione e trasformazione di sezioni e sistemi in settori e servizi, di comandi in assunzioni definitive e così via. Cosa c'entra, scusate tutto questo, non dico con Gramsci o col canonico Spano, ma cosa c'entra con la cultura sarda? Io penso che sia un esempio negativo, non di cultura sarda, ma un esempio negativo di legislazione.

Io dico inoltre una cosa molto più semplice e credo molto più lineare: i presentatori ritengono che questo impianto burocratico sia utile, ritengono che queste persone occorrano? Allora abbiano il coraggio di fare una cosa molto semplice, ma più utile, e propongano che non tramite concorso, perché si tratterebbe di personalità specifiche, ma tramite chiamata diretta si formi direttamente un assetto immediatamente rispondente a questa struttura. Si avrà quanto meno, in tal modo, il vantaggio della linearità della legislazione e si eliminerà tutta quella prevedibile legislazione successiva (perché saranno molte le leggi che impegneranno Consiglio e Commissioni), volta in base alla prassi del Consiglio regionale e in base a dinamiche del tutto evidenti, a dare definitiva sistemazione a questo assetto. So che alcuni prendono le cose che io dico per provocazioni; io ritengo sempre di dire il 50 per cento di ciò che penso, però ribadisco in quest'Aula che su questa legge si può iniziare a discutere con una certa serietà se sopprimiamo i primi venti articoli: una volta soppressi i primi venti articoli, a partire dal ventunesimo si entra nel merito, sia pure in modo insufficiente, della funzione che dobbiamo disciplinare. Allora su quello possiamo esercitarci come Consiglio e Commissioni, sentire le istituzioni culturali che già funzionano in questa regione e possiamo fare una legge che disciplini la materia. Dopo di che, stabilito cosa dobbiamo fare, come discipliniamo la funzione, cosa devono fare le istituzioni già esistenti, cosa manca (perché è probabile, anzi è sicuro che qualcosa può mancare), allora stabiliamo di creare le strutture che facciano ciò che manca, però dopo aver utilizzato al massimo strutture già esistenti. Qui si parla di cataloghi, si parla di tante altre cose, ma badate noi abbiamo già delle biblioteche che si occupano di questo, che hanno delle raccolte più o meno complete, probabilmente hanno necessità di sezioni specifiche, di essere riorganizzate in funzione di una più rapida consultazione delle opere che attengono più direttamente alla cultura sarda. Ma vogliamo rafforzare strutture già funzionanti e talvolta ben funzionanti, vogliamo rafforzare strutture sarde che hanno rilevanza nazionale e talvolta internazionale, o vogliamo creare altre cose che non ci garantiscono questo? In ogni caso ripeto, io non pongo delle pregiudiziali: dico soltanto che prima dobbiamo stabilire ciò che dobbiamo fare, dobbiamo vedere come possiamo utilizzare al massimo e al meglio rinforzando, creando sezioni nuove, situazioni nuove, le strutture già esistenti, dopo di che, per tutto ciò che noi intendiamo fare e che non viene coperto da queste strutture, individuiamo i mezzi, le strutture necessarie. Questo a me sembra il sistema corretto per fare una legge sulla cultura.

Quindi non solo eliminerei i primi venti articoli, ma dovendo fare una legge gli articoli che vanno dal 21 ai seguenti io li metterei per primi, cioè metterei per prima l'attività, dopo di che stabilirei, una volta definita l'attività, qual è l'apparato che mi occorre per svolgere quell'attività.

La mia critica è una critica piuttosto radicale, anche se ritengo che se il Consiglio vuol fare una buona legge ci siano i margini e i tempi per farlo. I colleghi che ci hanno lavorato non si adontino: qui siamo in un'Assemblea parlamentare e siamo tutti soggetti a critiche. Quante critiche io subisco nel mio Gruppo e da altre parti! Quando le subisco e mi vengono rivolte con convinzione dai colleghi il risultato è che io accresco la stima nei confronti di questi colleghi, poiché esercitandomi spesso nell'attività critica, ovviamente sono pronto e anzi gradisco che quest'attività venga esercitata anche nei miei confronti. Quindi non vi deve essere nessuna sensazione che il lavoro venga svalutato: è stato svolto un lavoro secondo binari - diciamo così - piuttosto classici. Vi sono delle critiche direi diffuse in quest'Assemblea, e non solo in quest'Assemblea: la critica non è distruttiva, è una critica che serve a costruire. Possiamo prenderne atto, lavorarci un altro mese, altri due mesi, dando ciascuno di noi il proprio contributo e possiamo pervenire ad esitare una legge che sia effettivamente una legge per la cultura sarda.

Mi rivolgo in particolare oltre che a tutta l'Assemblea, che so essere sensibile a questi problemi, ai sardisti, che di questa legge e di questa tematica hanno fatto la bandiera, e si capisce anche il perché. Molti hanno detto: "Non conviene fare questi discorsi, perché si incrinano i rapporti con i sardisti". I sardisti di queste tematiche hanno fatto una bandiera e tutto questo fa onore alla loro storia, perché hanno contribuito a creare anche in molti di noi che non l'avevano, una sensibilità verso questi problemi: io non ho nessuna difficoltà a riconoscere, in questa sede e in tutte le sedi, i meriti che su queste tematiche, e non solo su queste, ha il Partito Sardo d'Azione. Tuttavia proprio per questo, perché so di questo loro impegno, dico loro: da una legge come questa, quale risultato politico positivo pensate di conseguire, nel senso di innervare effettivamente nella nostra Regione un modo nuovo di rilanciare i valori della cultura e della lingua? Tutto quello che voi avete detto in questi anni qui non c'è. La mia posizione, come più volte ho avuto modo di dirvi, non è collimante su queste tematiche con la vostra, benché io riconosca che la vostra sia una posizione legittimamente sostenuta: tuttavia di tutto ciò che voi avete detto su quelle tematiche qui c'è meno di niente, non c'è nulla, così come non c'è quasi nulla di tutti gli altri temi che voi avete sollevato in ordine ai concetti di popolo, di nazione, eccetera. Qui non c'è popolo, non c'è nazione: c'è esclusivamente la definizione di un apparato, con persone che già si muovono per incarnarlo, con alcune che già si sono fatte (il che è persino legittimo) la fotografia di ciò che vorranno andare a ricoprire. Punto e basta. Di tutta quella tematica ideale, di grande momento, in questa legge non si ritrova proprio niente. Quindi inviterei anche i sardisti - non lo vedano, anche questo, come un atteggiamento irriguardoso - a riacquistare quella radicalità che li ha caratterizzati. Io preferisco polemizzare con i sardisti per una loro radicalità su queste tematiche, dicendo loro: d'accordo sulla tematica, ma forse voi andate oltre il segno; cioè mi piace polemizzare con i sardisti da questa posizione, perché so che allora i sardisti stanno svolgendo un compito utile, piuttosto che dover essere proprio io, che sono sempre stato considerato, forse ingiustamente, talvolta (non sempre) poco propenso a queste tematiche, a dire ai sardisti, badate che qui, di tutto ciò che voi dite, non c'è praticamente niente; a dover essere io a dire loro e a dire questa Assemblea: badate che su questa tematica ci vuole più radicalità, ci vuole più attenzione, più spinta verso le cose che si devono fare, verso il modo in cui la cultura si deve diffondere nelle istituzioni che già esistono e poi nella vita quotidiana. Non dovrei essere io a dire questo ai sardisti. Quindi inviterei anche i sardisti, che giustamente pensano, su queste tematiche, di doverne essere i primi promotori, ad una riflessione più attenta. Perché se noi assumeremo soltanto il titolo di questa legge, come spesso si fa, per andare nelle piazze a dire: "Abbiamo fatto la legge sulla lingua e sulla cultura sarda", e presenteremmo questo articolato come lo strumento base per il rilancio della lingua e della cultura sarda, io credo che tutto ciò finirà per rivelarsi un'opera propagandistica di brevissimo momento, perché poi il risultato di fronte al quale ci troveremo sarà quello di una struttura inutile.

Fra l'altro, questa struttura, l'Osservatorio, dice la proposta di legge "indirizza", ma indirizza chi? Indirizza l'Università? Cioè questo Osservatorio indirizza me, che insegno diritto amministrativo? A mio avviso, intanto, non ha il potere di indirizzare alcunché, perché in sostanza si tratta di destinatari che di solito svolgono la loro attività in autonomia. Ciò che si po' fare è la creazione di programmi che poi autonomamente vengono sviluppati dai docenti, dalle strutture universitarie. Ma non è che questo Osservatorio si riunisce, decide una cosa e poi cosa fa? Mi telefona e dice che dobbiamo fare così. La risposta può essere solo una sonora risata. Comunque, siccome credo che la sto facendo sin troppo lunga per una legge che forse non merita tutto questo e siccome so che ci sono molti iscritti a parlare e il tempo stringe, concludo modestamente invitando ad un sereno riesame di questa tematica, tenendo conto di critiche che non solo io, ma anche altri hanno svolto, prendendo ciò che di buono si è già prodotto e che va arricchito, mettendo in un cantuccio i primi venti articoli, grosso modo, che disciplinano la struttura e che poi, magari rivedremo, approfondendo e sviluppando, invece, le tematiche contenute negli articoli dal ventuno e seguenti. Per quanto mi concerne io sono del tutto disponibile, nei limiti ovviamente delle mie modeste capacità, a dare, nei modi che si riterranno opportuni, anche il mio contributo, e credo che questo sia l'intendimento di tutta questa Assemblea, al fine di dare alla Sardegna una disciplina della lingua e della cultura sarda che non sia tale soltanto nel titolo.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Giagu. Ne ha facoltà.

GIAGU (D.C.). Signor Presidente, colleghe e colleghi, constatiamo con soddisfazione che dopo un lavoro intenso, fertile, serio, ma soprattutto esperto, ci ritroviamo in aula per la discussione finale di questa proposta di legge, molto attesa e significativa. Una proposta che, come ben sappiamo, è frutto di un travaglio intellettuale da lungo tempo in atto nella nostra società, giacché sono passati circa dieci anni dalle prime proposte portate all'attenzione dei lavori consiliari. Questo non significa tuttavia che il dibattito riguardante gli argomenti riferiti alla proposta abbia trovato cittadinanza nella coscienza della società sarda da appena un decennio. Sono infatti problemi congeniti al nostro essere, alla nostra realtà, al nostro agire, al nostro comunicare, sono i cardini della nostra storia, del nostro patrimonio culturale e sociale, imprescindibili per il nostro futuro, decisivi per le speranze che chiunque di noi accarezza per una condizione futura più rispettabile e rappresentativa. Non è semplice dettare norme che riguardano una così vasta problematica. Ce ne siamo resi conto nel corso del dibattito in Commissione, dove, coscienti delle difficoltà, si è addivenuti all'unanimità non sull'articolato in ogni dettaglio, ma sulle finalità, sulla ratio, che noi tutti comunque abbiamo presente, cioè sul raggiungimento di alcuni traguardi sinonimi di alta civiltà. Poniamo come obiettivo il rafforzamento delle radici storiche del popolo sardo, certi che la cultura e la lingua sarda siano fondamentali per lo sviluppo sociale, civile, economico della nostra terra; rivendichiamo diritti propri e irrinunciabili della nostra sfera personale e più ancora collettiva.

Alla base della proposta di legge vi sono ragioni storiche, problematiche economiche e sociali, ma essa prioritariamente concerne le nostre libertà. La lingua, le tradizioni, la storia, la letteratura, scritta e orale, l'espressione artistica e musicale, il patrimonio paesaggistico, ambientale, monumentale, le peculiarità del popolo sardo nei suoi aspetti materiali e ambientali vengono così riconosciuti come unico bene culturale. La convinzione che una decisa riaffermazione della propria identità culturale e del diritto ad esistere in quanto sardi, porti a rinnovati rapporti umani e a più equilibrati rapporti economici, ci obbliga a moltiplicare gli sforzi per conseguire obiettivi che il provvedimento sancisce. Non è certamente in antitesi alla cultura predominante, ufficiale, che vogliamo porci, ma sicuramente auspichiamo che il nostro impegno di legislatori faccia sì che la nostra specificità non venga ricondotta nell'alveo dell'archeologismo culturale. E intendimento comune che la nostra cultura, nella sua identità storico-linguistica, venga tutelata, riscoprendo i valori etnici e difendendo così la dignità della comunità sarda.

In questo contesto credo sia doveroso per tutti noi sfuggire le tentazioni isolazionistiche proprie di un modello di vita passato che non può tornare. Cari colleghi, queste convinzioni si avevano anche dieci anni fa: trascorsi dieci anni le ragioni di un intervento complessivo sul settore sono sempre attuali e coinvolgono sempre più la nostra esistenza e le nostre coscienze. Ma, cari colleghi, la differenza tra i primi dibattiti e quelli attuali è purtroppo, a mio avviso, molto profonda e preoccupante. Allora gli interventi proposti si presentavano come sintesi di un acceso e convinto dibattito; un dibattito molto esteso, che coinvolgeva le più alte intelligenze, ma soprattutto le coscienze di tutta la società sarda. Si aveva una convinzione diffusa: che la difesa dei valori etnici era strettamente collegata allo sviluppo e alla crescita della nostra terra, che fosse in definitiva arma indispensabile per sconfiggere il malessere profondo e l'emarginazione. Oggi forse l'approvazione di questo provvedimento, che comunque auspico, potrebbe avere il sapore amaro di un semplice rituale, di qualcosa che stancamente, dopo un iter molto lungo, venga approvato dal Consiglio in totale solitudine, senza la tensione e l'attesa che accompagnano provvedimenti di grande importanza, in grado di segnare il futuro della propria società. Credo che ciò debba essere scongiurato dall'azione decisa dell'Assessore della pubblica istruzione, ricreando l'interesse generale, sollecitando le intelligenze ad un impegno tale da fugare il rischio che la legge venga ridotta ad una mera enunciazione di principio. Vogliamo che lei, Assessore, e la Giunta, vi poniate come garanti dell'attuazione della stessa; solo così, con precisi impegni, con puntuali controlli, con verifiche rigide, potremo evitare di richiamare alla mente i desolanti ricordi del passato.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Selis. Ne ha facoltà.

SELIS (D.C.). Signor Presidente, colleghi, io sono convinto che questo dibattito costituisca un momento importante di riflessione politica e culturale. Sono convinto che il tema sia importante, che l'obiettivo che ci proponiamo sia importante, che la legge che ci fa discutere di questi temi sia importante. Mi ricollego strettamente ai colleghi che mi hanno preceduto, in particolare alle cose che diceva da ultimo il collega Pubusa, dando merito ai partiti e alle forze politiche che hanno attivato questo dibattito, in particolare al Partito sardo, per avere con convinzione insistito affinché questo tema arrivasse prima in Commissione poi in Aula, affinché su questo tema ci fosse una riflessione collettiva e ci fossero anche delle decisioni. Nonostante ciò io devo ammettere un certo disagio per la marginalità del momento in cui il dibattito avviene, il momento prima delle ferie, quindi un po' infastiditi, un po' stanchi, un po' insofferenti. Si sente dire nei corridoi: "Ma sì, non entriamo nel merito, approviamo purché sia". Quindi, mi sembra che questa occasione importante per ripensare noi stessi, la nostra storia, la nostra lingua, la nostra cultura, i nostri problemi rischia di essere un'occasione sprecata, rischia di trovare il Consiglio distratto, poco propenso ad affrontare adeguatamene questo tema che, per anni, come i colleghi hanno ricordato, abbiamo evocato e su cui volevamo confrontarci per arrivare a delle decisioni.

L'altro motivo meno congiunturale, più che di disagio, di riflessione - ve lo propongo così - riguarda la distinzione che io mi sento di fare tra i fini che la legge si propone e i mezzi per perseguirli. Mi sento profondamente vicino a coloro che hanno ribadito l'importanza del fine, cioè del recupero dei valori linguistici e culturali. La nostra cultura è la nostra personalità collettiva; come avviene per le persone, un individuo senza personalità è una persona perduta; una società senza storia è una società senza futuro, lo diciamo sempre; una società senza lingua è una società senza cultura, e una società senza cultura è una società senza personalità e senza storia, destinata a essere perduta nella storia. Il recupero dei valori della lingua, della cultura, della storia, della memoria, dei segni e dei simboli che fanno la nostra storia, che connotano la nostra identità è un fatto fondamentale per esistere nel tempo e nello spazio, in questa nostra storia planetaria, avendo una nostra precisa identità. Sottolineare l'identità è fondamentale non per separarsi, ma per integrarsi, per integrarsi nella storia e nella comunità internazionale avendo una propria specificità, una propria connotazione. Perciò è essenziale porre questo tema della cultura, dei suoi tratti originali, dei suoi strumenti linguistici e culturali, per recuperare appieno i valori con i quali abbiamo affrontato i secoli; sono stati spesso secoli dolorosi e bui, nei quali abbiamo dato un senso alla vita e alla morte, al tempo e al lavoro, alla natura, alla persona e alla comunità. Vogliamo recuperare il senso della cultura che nei secoli ci ha aiutato a vivere, perché ha dato un senso alla vita: la cultura della storia, del passato, la nostra tradizione, quella che si chiama cultura finale dei grandi codici di valore che ci connotano e ci danno la possibilità e gli strumenti per valutare che cosa? Per valutare per esempio la cultura più strumentale, la cultura dei mezzi, la cultura delle tecnologie, che non sono sempre buone o sempre cattive, perché sono in sé neutre, ma vanno valutate con un altro apparato culturale di valori e integrate in questo apparato culturale per farne una cultura in grado di vivere, di attivare processi di sviluppo. E allora una cultura che esalta la lingua, la storia non per ripiegarsi su sé stessi, ma per avere un'identità e con questa identità valutare le altre culture, quelle che si chiamano le culture della razionalità e delle tecnologie, per assumerle, per governarle, per utilizzarle in funzione dello sviluppo.

Questa era (e io spero che sia, ma mi sento un po' pessimista da questo punto di vista) un'occasione per riflettere su questi temi, su quello che siamo stati e che siamo, su quelli che sono i nostri problemi passati, presenti e futuri, per riflettere per esempio sui rapporti - ne abbiamo parlato spesso ufficialmente in quest'aula e anche tra i colleghi presenti - tra cultura e sviluppo. Per pensare in che modo la politica culturale può non solo essere un capitolo delle politiche di sviluppo e di crescita, ma costituire la premessa delle politiche di sviluppo e di crescita. Per convincerci che le politiche culturali non sono un optional che ci possiamo permettere quando ci siamo sviluppati, ma sono, invece, la risorsa fondamentale, la precondizione per svilupparci: le culture di valore e le culture strumentali integrate insieme in un apparato di conoscenze, di strumenti che orientano i comportamenti, che orientano i nostri modi di operare e di essere operativi e creativi, perciò di crescere. Considerate da questo punto di vista, le politiche culturali, come precondizione delle politiche di sviluppo, danno un senso a tutte le altre politiche che stiamo attivando: danno un senso per esempio, a quelle politiche della ricerca scientifica, del parco tecnologico che tutti condividiamo e conveniamo che siano fondamentali. Ma se intorno non c'è un ambiente creativo, se intorno non c'è un ambiente con una identità e con una personalità culturale spiccata, se intorno non c'è un ambiente innovativo, se intorno non c'è un ambiente in grado di fare i conti con la cultura più ampia, col suo passato e con il presente, noi facciamo ancora una volta, con questi strumenti, magari avanzati, come il parco tecnologico, una ennesima cattedrale nel deserto. Allora dire queste cose significa esaltare profondamente l'importanza dei fini che ci proponiamo, degli obiettivi che ci proponiamo, dei motivi, dei valori, della tensione che ci ispira e vedere di converso quali sono, però, a fronte di questi obiettivi, le carenze che noi abbiamo, le carenze delle nostre politiche culturali, che sono certo, profondamente, frutto di dimenticanze, di trascuratezza di ciò che è stato il nostro patrimonio linguistico culturale, ma non solo su questo: sono carenze scolastiche, sono carenze universitarie, sono carenze di altra natura.

Allora dire queste cose significa ampliare la riflessione, non per mettere in secondo piano o per eludere il tema del recupero e della valorizzazione del patrimonio linguistico e culturale, ma invece per farne il centro, o uno dei centri, comunque un momento fondamentale di una politica più ampia, di una riflessione più ampia, in cui le due cose o le più cose, o le più politiche si integrino in una politica culturale più ampia e più propulsiva. Perciò, dicevo, sono un tantino deluso, perché mi sembra che si perda, se non stiamo attenti, un'occasione, perché mi sembra che la tensione che vedo in questi giorni in quest'aula non sia elevata, che questo atteggiamento psicologico non sia totalmente adeguato. Io non sono del tutto pessimista, ne parlavamo ieri; dobbiamo fare in modo che questa tensione si recuperi e fare appello a tutta la nostra sensibilità, a tutta la nostra energia per affrontare questo tema.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE SERRENTI

(Segue SELIS.) Doveva essere contemporaneamente, da questo punto di vista, e dovrebbe essere un modo per riflettere anche sulla nostra situazione sociale, culturale, istituzionale, su quello che siamo come popolo, sul nostro stadio di maturazione, sulla nostra debolezza o sulla nostra forza, o forse, più che sulla debolezza sulla forza. Doveva essere un'occasione - lo ricordava il collega Deiana ieri - per fare il punto su come poter non essere più pochi e male uniti, per pensare i nostri ritardi, le nostre responsabilità anche nel dare a questo essere popolo una dimensione istituzionale autonomistica forte; l'occasione per cercare di riflettere in che modo il nostro senso di nazionalità si sposa e si coniuga con l'appartenenza ad una Patria più vasta, per capire che si può e si deve essere sardi e italiani nello steso tempo e per riflettere in quest'aula (e non sempre capita davvero di riflettere) su una tematica che qua io accenno solamente. Perciò dico che sono un po' deluso, perché una riflessione culturale doveva ancora andare a vedere e a esaminare - lo dico all'amico Carmelo Porcu - lo stadio di maturazione dei nostri giovani nelle discoteche o nelle spiagge, perché è vero che abbandonano forse il patrimonio e la lingua, ma proprio su quell'abbandono vorrei riflettere, vorrei riflettere sull'impatto che i mezzi di comunicazione di massa correnti, che i potentati i quali generano e gestiscono i mezzi di comunicazione di massa hanno sulla nostra società, sui nostri giovani, sulla colonizzazione che in questa realtà avviene. Cosa succede? Quali sono i valori, quali sono le culture, quali sono i canoni che vengono trasferiti e che vengono iniettati nelle nostre menti, nelle nostre culture? E' su questo che dovremmo riflettere, è di questi problemi che dobbiamo farci carico. Quindi una occasione di riflessione culturale che comprenda in che modo il valore esasperato del consumismo, il valore esasperato della competitività lacera un tessuto sociale, diventa un germe che non genera solidarietà, ma individualismo e frantuma un tessuto comunitario.

In che modo queste culture dell'individualismo, del consumismo generano poi una sorta di pragmatismo, di cinismo e ci rendono tutti quanti, coscienti o non coscienti, in balia di forze estreme, di forze superiori, di potentati che usano non più gli strumenti della forza fisica ma gli strumenti della egemonia culturale, della colonizzazione delle menti e delle coscienze. E' con questi problemi che dobbiamo fare i conti, è con questi problemi e con questi avversari e con queste culture che ci rendono marginali, che dobbiamo fare i conti e dobbiamo fare i conti affrontandoli sul piano culturale, certo, recuperando i valori della nostra storia, della nostra lingua, del nostro passato, ma anche facendo e rendendo questi valori uno strumento per acquisire i valori della razionalità, i valori della modernità, con i quali non sono in contrasto ma anzi si integrano.

Ecco, dire tutte queste cose significa, mi rendo conto, dare un limitatissimo contributo a questo dibattito, ma non sembri fuori luogo esprimere l'esigenza, che sento, insieme ad altri, di trovare finalmente un momento, anche non formale, non ufficiale, non istituzionale, per confrontarci su temi che invece rischiano ancora una volta di restare al di fuori di quest'aula, di essere esorcizzati nello stesso momento in cui noi discutiamo un tema di cui riconosciamo l'importanza, che però affrontiamo con questo atteggiamento di stanchezza, di fastidio.

Il secondo elemento di disagio, di perplessità è quello cui accennavo prima. Quando penso a una politica culturale, a una politica ampia che affronti tutta questa tematica, che non si sezioni, che non si frammenti, che non si rinvii nel tempo, guardo al recupero del patrimonio linguistico e culturale non come l'unico momento ma come un primo momento nel quale le altre politiche culturali simultaneamente, qui e oggi, si mettono in campo e si integrano. Io ho sentito dei discorsi importanti sul ruolo della cultura, ieri ed anche in altre occasioni, qui dentro: discorsi importanti sul ruolo della cultura nei processi di sviluppo e di miglioramento della qualità della vita; però constatiamo, dopo tutti i nostri discorsi, che la Regione non ha una politica culturale; allora ci guardiamo in faccia e diciamo: ma di che cosa stiamo parlando? Noi non abbiamo una politica culturale, abbiamo una politica dello spettacolo che è fatta con una legge degli anni cinquanta, anzi del 1950, che gli Assessori che si sono succeduti riescono a mandare avanti facendo sforzi per interpretarla, per combattere con la Corte dei conti, per ritagliarsi margini di discrezionalità, perché se no non riuscirebbero a fare nessuna politica dello spettacolo: e lo spettacolo non è solamente una realtà culturale, ma è una realtà produttiva, che dà lavoro, che crea sviluppo; eppure non riusciamo a fare un passo avanti. Io mi ricordo che nel 1972, quindi oltre vent'anni fa, sono stato relatore ad un convegno promosso dall'allora Assessore alla cultura e sembrava che la legge sullo spettacolo e la cultura l'avremmo fatta il giorno dopo: sono passati ventuno anni, non abbiamo una legge sui gruppi culturali, abbiamo fatto questo articoletto in una finanziaria, lo abbiamo messo là e presto il problema è stato dimenticato, rimosso. Tutto questo tessuto di gente che si organizza, di gente che vuole vivere, vuole promuovere, vuole inventare, vuole essere protagonista di questa società, è affidato all'improvvisazione, ad un momento marginale della nostra attenzione legislativa. Non c'è una legge sulla editoria (e io non parlo tanto dei quotidiani) ne abbiamo discusso in quest'Aula e non è successo quasi nulla. Io, quattro anni fa proposi in una finanziaria un articolo per l'editoria minore. Venne detto che non c'era bisogno perché si stava per fare la legge sull'editoria: siamo ancora così, non c'è una legge sulla editoria. Eppure alcune idee le abbiamo in testa, non ci vogliono anni per scrivere una legge sull'editoria minore, quella che nasce dalla base, che è portatrice di idee, di cultura e di elaborazione. Non abbiamo una legislazione sui musei, non abbiamo una legislazione sulle biblioteche, non abbiamo una legislazione e non riusciamo a fare in quest'aula neanche un dibattito sul sistema scolastico, sul sistema universitario.

Diceva prima qualche collega che vi sono delle facoltà universitarie che esistono sulla carta, perché gran parte degli insegnamenti sono in supplenza; abbiamo un sistema universitario dove la gente non trova spazio neppure per sedersi. Allora, di fronte a queste cose, i parchi tecnologici a cosa servono se poi la produzione di ricercatori che facciamo è di qualità bassissima? Io sono d'accordo su alcuni istituti previsti nella legge, ma a cosa servono, se non prendiamo atto che il sistema scolastico è in pezzi e non solo per i doppi e tripli turni, ma perché abbiamo una mortalità scolastica spaventosa, perché abbiamo una classe di docenti che ruotano e che sono precari: ma di questi temi, quando ne parliamo? Ma questi temi non fanno parte di una politica culturale? Non si può forse parlare anche di questo, nel momento in cui si parla del recupero della lingua, della cultura, non si deve, anzi parlare anche di questo? La politica culturale lega tutte queste tematiche: lo spettacolo, i gruppi culturali, l'editoria, i musei, la scuola, l'università; non possiamo aprire tra di noi un confronto più ampio, per chiederci se le idee che sono maturate in questi anni, delle quali in questi anni abbiamo dibattuto, possono con un supplemento di lavoro e con il concorso di tutti, essere trasformate in un po' di leggi. Sollevando questi problemi non si vuole rinviare il problema della lingua e della cultura, lo si vuole invece integrare in una politica più ampia che dia senso, che dia spessore, che dia davvero un significato costruttivo fondamentale. Perché non facciamo tutte queste cose e continuiamo a rinviarle, così come tra l'altro anche in questa legge continuiamo a fare dicendo che è una legge quadro, per cui gli stessi istituti che vediamo qua li rinviamo? Ma perché continuare a rinviare? Se dobbiamo farle facciamole: perché continuiamo a rinviare i problemi che sono maturi, forse perché non abbiamo idee e convincimenti? Io credo che queste idee ci siano se continuiamo a rinviare stiamo solamente, forse, imbrogliando noi stessi, dandoci l'impressione di legiferare su cose importanti e non legiferando per niente. Allora su questi temi io credo che noi dobbiamo un momento riflettere.

Il terzo elemento di perplessità riguarda un tema già trattato, mi sembra con grande incisività, dal collega Pubusa ed è il problema dei mezzi. Io condivido i fini fondamentali della legge: sono importanti, sono centrali; per di più siamo in ritardo. D'altra parte, come ho già detto, questa politica del recupero, della valorizzazione della lingua e della cultura io la inserirei in una politica culturale più ampia: questa è la mia tesi. Le cose che mi lasciano perplesso sono i mezzi, la strumentazione; io mi chiedo che tipo di filosofia o di strategia orienta la nostra attività legislativa. Ho la sensazione che continuiamo a fare leggi per autorizzare l'amministrazione regionale a fare ciò che in gran parte può già fare adesso. Ma chi è che impedisce all'amministrazione, ai suoi strumenti, ai suoi organi di fare molte delle cose previste da questa proposta di legge? Chi è che glielo ha impedito negli anni di fare molte delle cose che sono qui dentro? Facciamo delle leggi che spesso sono ripetizioni di competenze già acquisite; ma la mia critica sull'apparato operativo è un po' più radicale di questa. Io ho apprezzato - lo dicevo poc'anzi - gli interventi di Cocco, di Carmelo Porcu, di Piero Salis, di Tarquini. A Piero Salis vorrei dire che è vero che per fare le politiche culturali occorrono mezzi, occorrono strumenti, ma la cultura è anche spontaneità. Non c'è contrasto con quello che diceva Tarquini: questo spontaneismo non è un modo per eludere, è un modo per sottolineare la natura della produzione culturale, che è anche creazione spontanea, è anche moto dello spirito, è anche libera espressione dell'intelligenza. E allora se questa è la concezione che noi abbiamo della cultura, io non credo che affrontiamo correttamente queste carenze, queste dimenticanze, questi ritardi creando un apparato burocratico, burocratizzando la cultura. Dovremmo forse interrogarci di più - e qua sì, noi siamo chiamati a fare uno sforzo culturale - sul perché della crisi della lingua sarda, della sua dimenticanza; ma questo problema non lo affrontiamo costruendo una nuova burocrazia, non lo affrontiamo costruendo piante organiche! Se pensiamo di affrontare il recupero e la valorizzazione della cultura e della lingua solo con la burocrazia io credo che andiamo incontro ad amare delusioni: la lingua non si impara nella scuola, la lingua si impara nella culla, nella casa. Anche nella scuola, io non sto dicendo che nella scuola non si impara l'ho detto prima, lo sottolineo, lo richiamo: ma ci chiediamo allora perché la lingua sta scomparendo dalle nostre case, sta scomparendo dalle nostre culle...

PRESIDENTE. Onorevoli Selis, si rivolga verso la Presidenza, non colloqui con i colleghi.

SELIS (D.C.). Chiedo scusa, dico queste cose non per sottovalutare l'importanza degli insegnamenti nelle scuole, ma per dire che se non comprendiamo quali sono le cause che hanno quasi esorcizzato a lingua nelle nostre famiglie, nei nostri nuovi focolari, non possiamo certo recuperare la lingua stessa; questo non vuol dire che non bisogna fare qualche sperimentazione nel sistema scolastico. Ma io vi chiedo se tutte queste tematiche noi le possiamo affrontare solamente costruendo apparati. Mi chiedo davvero se l'ampiezza di vedute che qua è stata evocata possa essere davvero affidata ad un nuovo servizio, con una nuova pianta organica, con il Comitato; mi chiedo se tutte queste innovazioni strutturali si inquadrano intanto, lo chiedo all'Assessore agli affari generali, nella architettura della Regione, mi chiedo se c'è un'architettura della Regione che ci consenta di valutare queste proposte, mi chiedo se questi nuovi servizi e settori rientrano per esempio nel plafond approvato i giorni scorsi, mi chiedo e chiedo alla Giunta regionale se questo Osservatorio sarà un caso, un'eccezione o una linea che si intende perseguire, per cui domani ci troveremmo un Osservatorio sociosanitario, uno ambientale, uno turistico. Chiedo quindi: qual è la filosofia di riforma che stiamo portando avanti? Se stiamo inventando una nuova burocrazia, questo si può anche fare ma dobbiamo enunciarlo. Ma la tematica che stiamo sviluppando va affrontata distinguendo i fini, le strategie, i motivi, i valori, sui quali io mi trovo perfettamente in sintonia, dagli strumenti, che non mi sembrano del tutto adeguati.

Se proprio devo ragionare sugli strumenti mi chiedo, chiedo alla Giunta e chiedo ai colleghi: ma noi su queste tematiche, senza creare una nuova burocrazia, avevamo già l'Istituto regionale etnografico, -che ha le stesse sezioni attribuite al Comitato, che era stato pensato per fare queste cose: recupero dei valori, della lingua, degli strumenti, della cultura. Allora se proprio dobbiamo affrontare il problema in una prospettiva di imputazione burocratica di queste funzioni, perché non le imputiamo a quello strumento? Ecco questo discorso non vuole eludere il problema: vuole aprirlo, vuole sottolineare da un lato l'importanza degli obbiettivi, delle strategie, della filosofia, delle esigenze, vuole stimolare tutti noi e l'ambiente culturale in cui viviamo a chiedersi perché c'è stata in questi anni questa esorcizzazione della lingua e questa decadenza dei nostri valori culturali, questo impatto colonizzante, e per certi versi drammatico, di culture diffuse della forza dei mass media; a chiederci se ci riteniamo incapaci di inserire le strutture e le politiche di valorizzazione della lingua e della cultura in un contesto culturale più ampio e io credo che non siamo incapaci, credo anzi che dovremmo farlo. Da un altro lato tende, questo sì, a ragionare criticamente sull'apparato che ci stiamo dando, sul mezzo che ci stiamo dando, sullo strumento. A tratti mi pare che il nostro dibattito sia un fatto episodico in quest'aula e nella nostra coscienza: sembriamo voler scaricare tutto su una burocrazia a cui affidiamo per intero questa tensione, questa problematica, questa ricchezza di interventi.

E allora mi chiedo e chiedo a voi se non possiamo fare due operazioni: da un lato amplificare il dibattito generale, sottolineare l'importanza del tema che stiamo discutendo, ma amplificarlo e integrarlo con le altre politiche di sviluppo; da un altro lato fare un momento una sospensione, tornare magari in Commissione per vedere di integrare le politiche del recupero della lingua e della cultura sarda con le altre politiche, che sono strumentali rispetto a questo tema, perché una politica dello spettacolo può essere utile, funzionalmente connessa al recupero della lingua; una politica delle biblioteche, una politica dei gruppi culturali non sono un prima e un dopo, sono tutt'uno. Troverei opportuna, quindi, una pausa indotta dal dibattito generale svoltosi in quest'Aula e finalizzata a questo ampliamento dell'orizzonte culturale, contestualmente chiedendoci se possiamo ripensare l'apparato strumentale che ci stiamo dando, per evitare di essere persuasi di fare una grande legge mentre invece scarichiamo tutto su una neo burocrazia. Dovremmo chiederci se possiamo affrontare in modo diverso questo tema della strumentazione, degli apparati, valorizzando strumenti e strutture che già esistono. Lo diceva anche Pubusa prima, lo dicevo io, citando l'Istituto regionale etnografico e altri organismi. Dovremmo cercare di capire che facendo una legge non risolviamo il problema: dobbiamo sentirci costantemente mobilitati e impegnati e verificarne l'attuazione, ad adeguarne gli strumenti, il personale, gli organici. Dobbiamo cioè essere costantemente coscienti di quello che dovrà accadere, perché, e concludo, signor Presidente, stiamo sempre più spesso coltivando in quest'Aula il convincimento che la produttività del Consiglio dipenda dal numero delle leggi che facciamo, pur che sia e continuiamo a fare leggine su leggine senza chiederci come si attuano, se si attuano, senza proporci mai di coordinarle e di semplificarle in testi unici, senza porci mai il problema di delegificare e di semplificare il nostro apparato legislativo. Continuiamo a produrre decisioni, a votare leggi di cui poi nessuno si preoccupa più di valutare l'attuazione. Ebbene la materia della cultura non sopporterebbe una tale distrazione: se noi pensassimo che facendo una legge, questa o un'altra, la nostra coscienza autonomistica e la nostra coscienza di politici e di uomini di cultura sia assolta, credo che noi sbaglieremmo gravemente.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Scano. Ne ha facoltà.

SCANO (P.D.S.). Nel discutere della legge e del valore della normativa che viene proposta, c'è chi usa espressioni enfatiche, c'è chi non le usa: questo dipende naturalmente da un fatto, oltre che di convinzione, di temperamento. A me sembra che dobbiamo comunque, quale che sia il nostro temperamento, aver chiaro che con questa legge facciamo o meglio iniziamo a fare un'operazione rilevante sulla nostra cultura, sulla nostra lingua, su di noi e sul nostro avvenire. La prima considerazione, che voglio svolgere, riguarda il rapporto cultura-economica. Ho sentito nel dibattito di ieri e di oggi due posizioni contrastanti: da una parte c'è chi dice "viviamo un momento drammatico, i sardi chiedono lavoro e sviluppo, occupiamoci fondamentalmente di questo e se vogliamo legiferare in materia di cultura e di lingua cerchiamo almeno di non spendere una lira". C'è poi l'altra posizione, di chi istituisce tra economia e cultura un rapporto quasi meccanismo, per cui la riscoperta dell'identità e della lingua innescherebbe di per sé un meccanismo di ripresa e di crescita economica e sociale. Non mi convince né l'una né l'altra tesi. C'è un rapporto, questo è il punto, tra subalternità culturale e dipendenza economica e sociale, c'è un nesso tra il grado di coscienza di una collettività e la capacità di utilizzare le risorse disponibili, le capacità di organizzazione e anche di produzione. Allo stesso modo mi pare di poter dire che c'è un nesso tra l'atteggiamento che noi abbiamo avuto finora verso la nostra lingua e la nostra cultura e l'incapacità che abbiamo di tutelare l'ambiente (il verde, le coste), la debolezza in Sardegna dello spirito d'impresa, la fragilità della nostra organizzazione sociale e civile. Si può rilevare, a me pare, un tratto di fondo, nell'economia come nella cultura, prevale largamente il consumo di ciò che è prodotto altrove, mentre è assai debole la nostra capacità produttiva sia di beni materiali che di beni immateriali. E' la passività, insomma, l'essere oggetto di storia - oggetto e non soggetto di storia - che segna con forza il nostro essere collettivo. La società sarda non è riuscita da una parte a conquistare la parificazione dei livelli di sviluppo e delle opportunità rispetto all'Italia settentrionale e centrale, e non è riuscita d'altra parte ad assumere coscienza della propria identità, non siamo riusciti ad assumere coscienza della nostra identità. La frase che esprime meglio a mio giudizio il compito storico questo sì, che sta di fronte a noi, che sta sulle nostre spalle, mi sembra quella frase felicissima, quell'espressione felicissima posta da Michelangelo Pira come titolo di una sua profonda, seria, bellissima ricerca: "La rivolta dell'oggetto". Rovesciare lo status quo. Se l'oggetto non si scuote, se l'oggetto non si risveglia, se l'oggetto non si rivolta, se non diventa soggetto, siamo sconfitti nell'economia come nella cultura, nell'organizzazione sociale e civile, nel nostro modo spirituale come del nostro modo materiale di essere. Dunque investire in cultura e fare questa operazione, che stiamo avviando, non mi pare si traduca in un parlare d'altro, rispetto all'urgenza dei problemi materiali, del problema del lavoro e dello sviluppo. Sono due sfere molto interconnesse.

La seconda considerazione, anche questa molto sintetica, riguarda il rapporto tra identità e modernità, che pure è un tema che attraversa un po' tutti gli interventi. Non si tratta di due valori antagonistici, per cui l'affermazione dell'identità comporti la negazione della modernità o viceversa l'affermazione della modernità comporti la negazione dell'identità. C'è il rischio questo sì, che l'identità possa essere pensata come negazione dell'altro da noi e c'è il rischio anche che la modernità venga concepita come una sorta di negazione di se stessi. Identità non è questo, identità non è rinchiudersi in un guscio, così come modernità non è uscire da se stessi. Io penso che noi possiamo riscontrare in noi stessi, se esaminiamo noi stessi, lo stato del nostro popolo, della nostra terra, sia un deficit di modernità, sia un deficit di identità. Compiere l'opzione dell'identità serve proprio per aprirci, per accedere col nostro volto, per accedere con la nostra voce all'Europa, al mercato, alla cultura più moderna e più avanzata. L'obiettivo storico della cittadinanza unica per gli europei, per dirla in modo molto secco, non passa per il sacrificio delle comunità culturali e storico-politiche. Per fare l'Europa non servono fotocopie, non servono manichini, servono soggetti. Le identità, le culture, le lingue dalla competizione, dall'intreccio, dall'incrocio non vengono diminuite anzi nello scambio acquistano maggiore ricchezza. In questo modo, io credo, su questo terreno va sviluppata la stessa unità dell'Europa. Non dobbiamo pensare quindi alla modernità vera come una prosperità uniforme per cui tutti sono uguali, giapponesi, americani, italiani, sardi, inglesi, dobbiamo invece pensare a una modernità come a una cultura di cui tutti partecipano, ma che sia diversa dappertutto. Cito una frase che a me sembra molto bella di un filosofo tra i maggiori del nostro tempo, Hans Gadamer, che dice "non c'è futuro senza ritorno, il ritorno è il futuro" dove naturalmente il ritornare, il ritorno non sta a significare il passato, non sta a indicare la chiusura, il ritorno è il soggetto, è l'identità appunto, la storia, il patrimonio umano e anche la fisicità dell'ambiente di un popolo.

La terza considerazione che svolgo riguarda il rapporto Sardegna-Italia, non tanto come relazione tra culture, su questo piano a me sembra chiaro che l'affermazione della cultura sarda non può essere realizzata come negazione della cultura italiana, ma come costruzione di una identità più ricca. Non è spogliandoci dall'essere italiani o europei che diventiamo e siamo sardi, nell'intreccio delle culture la singola cultura non si impoverisce, bensì si arricchisce. Parlo piuttosto del rapporto Sardegna-Italia, quindi sotto un altro profilo, come relazione tra soggetti, come relazione tra mondi storico-culturali, tra universi diversi per dire che dalla questione dell'identità discende la questione dell'autodeterminazione. Io non ho nemmeno timore a usare, se ci chiariamo che cosa significa e se abbiamo distinzione netta dei concetti, anche il termine di sovranità. Dalla questione dell'identità discende la questione della sovranità. Se il popolo sardo, questo è il ragionamento che faccio brevemente, è un popolo distinto, e a mio giudizio il popolo sardo è un popolo distinto, esso ha diritto come ogni popolo all'autodeterminazione. La presa di coscienza implica una rivendicazione di sovranità, per cui i popoli debbono poter decidere liberamente del loro statuto politico e perseguire liberamente il loro sviluppo economico sociale e culturale. Allora, la questione dell'autodeterminazione, o se volete della sovranità, si pone, se siamo un popolo, se siamo un popolo distinto, ma si pone in termini, mi sembra che si possa ragionare in questo modo, radicalmente diversi rispetto al passato. Siamo nell'epoca storica dell'interdipendenza e dell'integrazione. Che cosa cambia? Cambia che oggi non si può avere potere su se stessi se non si è partecipi di un potere più vasto. Ecco perché, a io modestissimo avviso, il problema non è, per vincere la dipendenza, l'indipendenza, ma la ricostruzione, in forme nuove, dello Stato e la costruzione europea. In quest'orizzonte va pensato l'autogoverno dei sardi, perché questo stiamo vivendo, il momento che stiamo attraversando è questo, mentre l'attuale autonomia è inservibile e lo Stato italiano è scosso e rimesso in questione dalle fondamenta. Questa è la realtà, lo scenario in cui operiamo, ed è uno scenario che ci dice che la Repubblica italiana, la compagine italiana può essere ricostruita solo su nuove basi e che la strada da percorrere è attingere con decisione, con grande capacità di innovazione, con determinazione, alla cultura federalistica. Dobbiamo stare bene attenti tutti quanti a evitare una trappola, perché altrimenti rischiamo di lavorare per il re di Prussia. In Italia non c'è un solo tipo di federalismo, e soprattutto il federalismo più forte non è quello nostro. Il nostro autonomismo e federalismo non ha nulla a che vedere con il federalismo leghista, quello è un federalismo egoistico, i ricchi che vogliono gestire le proprie risorse spezzando un vincolo di solidarietà; il nostro è un federalismo solidaristico, democratico. Il federalismo democratico vince non alleandosi con il federalismo leghista; no, il federalismo democratico per vincere deve sconfiggere il federalismo leghista, altrimenti portiamo acqua al mulino di altri.

Una considerazione specifica sul tema lingua. Le visioni modernistiche e falsamente cosmopolite sono state largamente spazzate via; beh, se ricordiamo i dibattiti sulla lingua e sulla cultura degli anni settanta, degli anni sessanta, quanta strada è stata fatta e quanto ritardo per esempio, in noi, forze, cultura, pensiero della sinistra, nel liberarci da schematismi, da ideologismi e da vere e proprie ottusità. Detto questo aggiungo che c'è anche un'altra posizione da battere, e cioè la concezione povera e burocratica della cultura e della lingua. La lingua sarda con l'insegnamento nelle scuole, con l'accesso, speriamo, ai mass media, col telegiornale in sardo, insomma, con la sperimentazione entrerebbe, entrerà in un nuovo ciclo, riprenderebbe, riprenderà a muoversi, a respirare, a vivere. E questa è una cosa. Poi però c'è la burocratizzazione, la forzatura, l'anticipare per legge il processo reale. La legge può aiutare il processo reale, indurlo, se invece sostituisce il processo reale, finisce col creare rigetto della lingua sarda da parte dei sardi stessi, che hanno idee e atteggiamenti molto diversificati rispetto al problema della lingua sarda e della cultura sarda, a cominciare dalle nuove generazioni. Quindi penso che in questo occorra molta misura; determinazione, coraggio nell'introdurre, nell'aiutare con norme un processo, ma anche intelligenza e saggezza per non eccedere in questa direzione. C'è anche un punto di riflessione più di fondo su questa materia, e lo esprimo con le parole di Renzo Laconi, che è stato un grande autonomista che ha combattuto nel P.C.I. da posizioni minoritarie, sconfitto, una battaglia lungimirante: il popolo sardo - diceva Laconi - non è all'inizio del processo, non si tratta di estrarre dal passato, come da una miniera, una identità che c'è già tutta lì, dobbiamo invece vivere la costruzione dell'identità e del popolo, del soggetto di storia, la costruzione, non il reperimento nel passato. Sulla legge voglio dire molto concisamente, che mi sembra un testo importante, con parti di grande valore. Per esempio, do un giudizio estremamente positivo del titolo quarto della legge; programmi scolastici, sperimentazione; non mi convince invece il titolo secondo, la strumentazione operativa. Vedo il rischio che si dia vita a una struttura pesante, complessa, macchinosa, da socialismo reale, con una pluralità tale di livelli, di momenti e strumenti per cui tutta l'energia finirebbe con l'esaurirsi nella fatica immane del coordinamento, del districarsi in questa macchina farraginosa.

Ma mi metto però dal punto di vista non di chi usa un argomento per frenare il processo, bensì dal punto di vista di chi vuole che il processo vitale della lingua e della cultura sarda riprenda e cammini speditamente. E allora penso che, per quanto riguarda la strumentazione operativa, occorra un attimo riflettere, modificare, alleggerire, razionalizzare. In questa parte la proposta di legge richiede una correzione (non perché non servono strutture e strumenti, io non condivido il ragionamento di chi dice: se la lingua c'è, se la cultura c'è non hanno bisogno né di strutture né di strumenti, né di norme, questa mi sembra una sciocchezza, detto con tutta franchezza), ma perché occorrono le strutture idonee e gli strumenti giusti, che siano coerenti rispetto alle finalità della legge. In conclusione su questi temi, sui temi più generali che sono sottesi dal dibattito, dovremo tornare sulla questione cioè della soggettività dei sardi.

Sulla questione del come porre fine alla non rivolta dell'oggetto, sulla questione dell'affermarci come soggetto nella produzione, nella cultura, nel lavoro e nel pensiero, nel rapporto con la società italiana ed europea, noi sardi stiamo correndo il pericolo di consumare le nostre possibilità di sviluppo e di autogoverno. Può essere che io esageri, ma se dovessi descrivere, con un'immagine, lo stato della Sardegna, io ricorrerei all'immagine dell'incendio, che mi sembra la metafora dello stato nostro, della nostra realtà culturale e della nostra realtà materiale. Siamo a un passaggio molto difficile nell'insieme del Paese, ma noi anche per quanto riguarda i livelli di sopravvivenza delle nostre capacità di sviluppo. Un passaggio difficile che per essere superato esige una nuova classe dirigente, una classe dirigente credibile autorevole, che ponga con capacità strategica il tema dello sviluppo, con un'idea della Sardegna, con un progetto.

L'idea forza della prospettiva della nostra Isola a me pare proprio il nesso identità-modernità. Cioè la volontà di affermazione di sé può costituire un punto di forza per lo sviluppo economico e sociale. La strategia dello sviluppo sardo non va mutuata passivamente da altre esperienze, non dobbiamo limitarci a ripercorrere strade già percorse da altri. Identità-modernità indica la via di una comunità che ha coscienza di sé, della propria cultura, della propria natura e che proprio per questa ragione è aperta all'innovazione, alle altre culture, alle altre economie del mondo. Identità-modernità indica la via di uno sviluppo che poggia in primo luogo sulle risorse interne, sulla spinta endogena, come si dice, e che abbia come contenuto essenziale e primario la qualità ambientale e culturale dello sviluppo. Questo discorso, ci tengo a dirlo, non ha nulla a che vedere con il ragionamento di Savona, che a me sembra la caricatura di un ragionamento serio sul carattere endogeno dello sviluppo sardo; nelle caricature c'è sempre un elemento di verità ma è una caricatura e dalla caricatura bisogna andare al disegno vero. Ecco penso che uno schieramento di progresso, una alleanza delle forze progressiste di cui c'è necessità, debba assumere questo punto di vista, la linea della identità-modernità, del carattere endogeno dello sviluppo. Per queste ragioni, che non sono ragioni superficiali, ritengo che la cultura sardista e federalista e la formazione politica che tale cultura non esaurisce, ma sicuramente più di altre culture incarna, sia parte essenziale di un ragionamento, di una prospettiva, di un progetto e anche di uno schieramento di progresso: parte essenziale e primaria. Noi non saremmo qui discutere se non ci fosse stata una forza politica che tenacemente, ostinatamente, per decenni ha posto una questione: e questo va detto con molta chiarezza. La legge che spero migliorandone la parte operativa ci apprestiamo ad approvare ha quindi, a mio giudizio, una grande importanza: è un passo, certo rimane un cammino da fare. La rivolta, nel senso appunto della rivolta dell'oggetto, la rivolta dei sardi parte da qui, la possibilità di riscatto parte da qui, cioè da un atto di consapevolezza. Io credo che l'approvazione di questa legge significhi questo, al di là dei limiti di cui ho detto, credo. Si deve partire da un atto di consapevolezza: questo è il significato profondo, serio della legge, da un riconoscimento di sé, cioè di noi come sardi. C'è un muro che ci separa da noi stessi, è un muro che ci ha portato in una certa misura ad essere estranei a noi stessi. Questo muro va abbattuto. Il riappropriarci quindi dell'identità costituisce il primo passo, il riprendere la parola costituisce la premessa, perché possa ripartire, ricominciare, e il cammino sarà lungo, difficile, contrastato: il cammino storico di un soggetto e la costruzione di un popolo.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Dettori. Ne ha facoltà.

DETTORI (D.C.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi è facile citare una massima: "Si stanca qualsiasi parola, di più non puoi farle dire". Dopo tutti questi interventi è difficile aggiungere qualcosa di veramente significativo. Ciò nonostante mi sforzerò. Io sono convinto che esista una cultura sarda e penso che questo di oggi, dopo quarantacinque anni, sia un appuntamento storico sotto tutti i punti di vista. Un appuntamento storico che noi non possiamo in nessun modo disattendere e mancare. Se accadesse una cosa del genere non vi è dubbio che saremmo responsabili di una ulteriore mortificazione dei valori dell'autonomia: non vi è dubbio che saremmo davvero ancor più responsabili di una politica che ha condannato finora la cultura sarda alla emarginazione e alla trascuratezza. La cultura è coscienza dell'appartenenza ad una specifica comunità; essa è anche consapevolezza di una storia comune e se questo venisse meno, come sta accadendo, io credo che verrebbe meno la stessa civiltà. E se queste affermazioni valgono in termini generali, io credo che valgano anche per la nostra Isola. I sardi hanno avuto una civiltà: magari è stata una civiltà di vinti, ma comunque una civiltà significativa sotto l'aspetto culturale. Noi abbiamo alle spalle una storia che risale a millenni addietro e abbiamo costantemente subito l'importazione di modelli di crescita e di sviluppo non nostri. In pochissime circostanze abbiamo avuto la capacità di essere autonomi sino in fondo, di essere autonomi davvero. Forse solo in questi quarantacinque anni, dalla data dello Statuto ad oggi, siamo stati capaci di crescere in autonomia, anche se la fase attuale sta indubbiamente conoscendo per molti aspetti una caduta, una difficoltà consistente.

Io ho sentito ieri il collega Porcu ed anche la collega Serra Pintus fare discorsi a mio avviso poco validi, poco credibili, poco agganciati ai valori ai quali dobbiamo, secondo me, fare sempre e necessariamente riferimento. La nostra civiltà, che si connota in modo particolare e forse in modo più marcato con la lingua, è una civiltà che ha caratteristiche proprie. Se noi siamo sardi lo siamo perché ci differenziamo dagli altri; e se c'è questa differenziazione non vi è dubbio che questa differenziazione è dovuta a qualcosa, a un substrato che ci fa diversi. E poi sulla caratterizzazione della lingua sarda come lingua autonoma, a se stante nell'area delle lingue romanze io credo che non vi siano più dubbi da nessun punto di vista neppure dal punto di vista più strettamente scientifico. Basti pensare a tutte le produzioni scritte che abbiamo avuto quanto meno dal quattrocento in poi, per non risalire a documenti molto più antichi. E allora, se assumiamo la cultura come valore fondante della nostra identità di popolo, io credo che abbiamo il dovere di sancire questo aspetto in una legge che sia qualificante e che sia una legge fondamentale. Noi, come Consiglio regionale abbiamo il dovere di fare in modo che questa cancellazione della nostra identità non prosegua nel tempo, non si dilati ulteriormente come sta avvenendo. Abbiamo il dovere di impedire che le nostre radici vengano recise o isterilite. Io credo che per nessun altro periodo storico, forse, più che per quello attuale, si possa parlare di sradicamento, perché proprio le connotazioni del mondo moderno portano a uno sradicamento e a un isterilimento. Basta pensare ai fenomeni dell'inurbamento, alla scolarizzazione di massa, alla massificazione culturale, all'amplissima diffusione dei media, alla modernizzazione produttiva che ha sconvolto il nostro mondo agropastorale con conseguenze che forse neppure oggi siamo in grado di valutare. Ed è proprio perché corriamo tutti questi pericoli che abbiamo la necessità di ricercare non un ripiegamento nostalgico sul passato, ma proprio un radicamento fondante della nostra autonomia sulla nostra identità.

Per tutto questo io credo che la legge sia un appuntamento importante, anche se debbo dire che tale non mi sembra considerata dalla maggior parte dei miei colleghi, lo dico con rammarico. Io ho sempre criticato la disattenzione del mondo politico verso queste tematiche e mi auguro che questa disattenzione non si traduca in qualcosa di più grave, di peggiore, perché da qualcuno è stato paventato anche questo pericolo: la possibilità che la disattenzione significhi, o possa significare anche affossamento. Se noi comprendessimo solo in parte quello che andava dicendo poco fa Gianmario Selis io credo che anche il fare politica, il significato dello stare qui dentro, in questa Assemblea, avrebbe connotazioni diverse, e avrebbe valenze diverse rispetto a quelle attuali. Perché il venir meno dei valori dell'autonomia è conseguenza anche del venir meno del significato profondo dell'impegno politico. Io credo che anche l'impegno politico stia scadendo proprio perché non abbiamo più punti di riferimento fondanti e fondamentali. O prendiamo atto di questo e cerchiamo rimedi, o io sono convinto che anche la stessa istituzione regionale corra seri pericoli.

E allora, se tutto questo è vero, la legge va portata avanti e va approvata il più presto possibile. Io ho le stesse riserve di altri miei colleghi: ciò non toglie comunque che sia fermamente convinto della necessità che questa legge vada approvata rapidamente, sia pure con alcune modifiche, con alcune correzioni. Io ritengo che non avremmo dovuto ricorrere a strumenti subordinati, come può essere questo della sperimentazione, per affermare il diritto della Regione autonoma della Sardegna a integrare i programmi scolastici ministeriali. Avremmo dovuto portare avanti una battaglia convinta di punto di vista autonomistico, una forte battaglia nei confronti dello Stato, non ripiegare consentendo che anche i programmi di integrazione passino comunque attraverso i filtri ministeriali e governativi, perché questo accadrà, e questo porterà come conseguenza la possibilità di conflitti, di contrasti, di ritardi e di blocchi nell'attuazione della legge. Così come sono convinto che la strumentazione individuata dalla proposta di legge, in modo specifico l'Osservatorio, sia una strumentazione sbagliata, errata, anch'essa piena di rischi e di pericoli. Non possiamo in linea di principio riconoscere che la Regione sia incapace in se stessa di portare avanti una politica culturale. Io questo, come principio, non lo posso accettare perché significherebbe che la Regione è senza personalità, ma se è senza personalità la Regione lo siamo in primo luogo e in prima istanza noi sessi, perché evidentemente il Consiglio regionale non è in grado di costruire una Regione con personalità. Non possiamo operare transfert freudiani inventandoci l'Osservatorio, pensando che l'osservatorio ci risolva tutti i problemi. Io sono convinto che l'Osservatorio non risolverà nessun problema e sono convinto che l'Assessorato della pubblica istruzione, che io vorrei chiamare anche Assessorato della cultura, ha in sé le potenzialità per far fronte a questo impegno. Certo, forse dobbiamo potenziarlo, forse dobbiamo rafforzarlo, forse dobbiamo dotarlo delle professionalità necessarie all'attuazione di questa legge, ma è un compito al quale non dobbiamo sottrarci inventando un direttore chiamato dall'esterno e altri sette che non si capisce da dove possiamo prendere e come possiamo selezionare. Tra l'altro, in tal modo, si sta a mio avviso, offendendo la struttura regionale come tale e mortificando le professionalità che in essa operano, che non è cosa di poco conto. Ripeto, è un po' rifuggire dalle nostre responsabilità, è una fuga, io come tale la riconosco. E' una fuga! E noi abbiamo il dovere non di fuggire, ma di affrontare i compiti che abbiamo sulle spalle.

Io sono uno che porta avanti delle tesi, non voglio ovviamente contrastare con altri colleghi che portano tesi diverse, non voglio contrastare con altri che hanno convincimenti diversi, sono tollerante, sono aperto a soluzioni, ma questa mi sembra una questione fondamentale. Altri colleghi hanno criticato l'istituzione di questa struttura, perché effettivamente è un qualcosa che apre le porte all'affarismo, alla lottizzazione, al rischio di costruire carrozzoni dei quali non abbiamo sicuramente bisogno e che anzi si dice che vogliamo eliminare. Gianmario Selis diceva: abbiamo un Istituto regionale etnografico che è nato con tanti intendimenti nobili e lo stiamo facendo morire; lo stiamo lasciando morire per asfissia perché non ha compiti, non ha mezzi, non ha professionalità e adesso vogliamo affiancargliene un altro che rischia di finire come quello che già abbiamo. Modifichiamo quindi queste cose, magari facciamo una riflessione da qui alla prossima settimana, correggiamo questi aspetti, distorcenti a mio avviso le finalità generali della cultura, però la legge votiamola: dotiamoci di questa legge, perché effettivamente i ritardi che abbiamo accumulato sono troppi e vanno tutti recuperati col massimo della celerità e dell'urgenza.

PRESIDENTE. E iscritto a parlare l'onorevole Zucca. Ne ha facoltà.

ZUCCA (P.D.S.). Siccome una parte del mio intervento è in ottave sarde bisogna distribuire ad alcuni almeno la traduzione che ho predisposto, come doverosamente ero tenuto a fare. Ho ascoltato gli interventi che mi hanno preceduto, in molti dei quali ho trovato gran parte delle cose che penso: perciò mi sembra inutile ripetere cose già dette molto egregiamente in particolare da Cocco, da Scano e da Marras. Devo dire che è certamente un fatto di grande positività aver posto mano finalmente a un problema di tale portata. Su ciò è superfluo insistere. Ciò che mi preme sottolineare è che si deve partire dalla realtà della Sardegna, da quel tanto di soggettività che è rimasta, non da una soggettività che vorremmo che ci fosse, ma da quel tanto che è rimasto: bisogna partire cioè dalla compresenza di antichi valori radicati nei nostri comportamenti, sia ben chiaro, con ciò che hanno di positivo, ma con tanto che hanno anche di negativo. Guai ad accettare l'equazione sardo-bello, continentale-brutto: è un luogo comune tra i più dannosi alla causa della valorizzazione della cultura e della identità dei sardi ed è tremendamente difficile evitare che nascano dei mostri da questo rapporto tra identità e modernità. A me piace fare degli esempi anche banali, terra-terra, che talvolta delucidano un pensiero molto meglio di espressioni lambiccate o magniloquenti. Io ricordo benissimo quando l'amaro Ramazzotti, appena comparso, prese il posto del quartino di vernaccia: in quelle che non erano più bettole, erano ex bettole, ma non erano ancora bar , molti anziani del mio paese ordinavano un quartino di Ramazzotti. E' un esempio banale, terra-terra ma che avvolara anch'esso l'immagine descritta da Pigliaru che per me non è superata, dell'intellettuale sardo, il quale ha ad un piede la pantofola e all'altro piede il gambale. E' una immagine stereotipata, ma che ha una grande pregnanza di significato. E' aumentata, oggi, questa intrinseca conflittualità e con essa la difficoltà a decifrare i comportamenti, a capirli anche. Viviamo un momento critico su tutti i piani, dall'economia, allo spettacolo, alla lingua.

Sulla lingua, prima di leggere le ottave, voglio dire due cose en passant. Intanto moltissimi pomposamente dicono: "è una lingua, non è un dialetto". Quasi che parlare di dialetto fosse un modo per sminuirne l'importanza. Le poesie di Saffo sono scritte in dialetto eolico, i poemi di Omero sono scritti in dialetto ionico con base eolica, i discorsi di Demostene sono scritti in dialetto attico, quindi questa specie di terrore che si parli di dialetto e non di lingua è del tutto ingiustificato. Ma poi c'è di più, e lo dirò anche nelle ottave in sardo. Il problema del sardo comune è come il problema dell'indoeuropeo che è una lingua ipotetica ricostruita su una base comparativa: ma testi in indoeuropeo non ne esistono, esistono testi in lingue indoeuropee, ma non esistono testi in indoeuropeo. Lo Schleicher, uno studioso positivista, aveva ricostruito a tal punto questo linguaggio ed era talmente illuso che quello fosse stato l'indoeuropeo, da avere scritto anche, come è noto, una favoletta in indoeuropeo: ma era un gioco da intellettuale, da linguista di altissimo rango. Per i dialetti sardi, pressappoco, è la stessa cosa. Il sardo comune, che non sia né logudorese né gallurese né sassarese né tabarchino - il catalano è una cosa a sé - dove è? E' una lingua del tutto ipotetica e se è una lingua del tutto ipotetica francamente questa ipotesi, anche a lunga prospettiva, di una koinè, di una lingua comune da inventare mi pare una ipotesi assurda. Verosimilmente si riprodurrebbe nei confronti delle parlate locali la cosiddetta violenza delle lingue tagliate che si presume sia esercitata dall'italiano nei confronti delle parlate regionali. Ma, a parte questo, la koinè ideale è esistita in Grecia solo nel periodo ellenistico, al culmine di un processo di unificazione con l'impero di Alessandro Magno e con la ellenizzazione di tutto il mondo occidentale di allora. Non abbiamo nessun processo simile qui, quindi ipotizzare una koinè mi pare del tutto illusorio, anche perché non abbiamo una tradizione letteraria di prosa sarda. Se ne parla, ma non ce l'abbiamo una tradizione di prosa letteraria sarda dignitosa o che comunque sia conosciuta e riconosciuta come tale dalla comunità dei sardi: non esiste, e quindi difendere le parlate locali, salvaguardarle dall'oblio va benissimo, ma questa ipotesi di insegnare un sardo inventato nella scuola francamente mi lascia del tutto perplesso.

Per non farla lunga passo alla lettura delle ottave…

(Interruzioni)

Ecco come conoscono poco le tradizioni: la chitarra è per la gara a chitarra, la gara a poesia si fa senza chitarra.

I

Bi at tantos in sa nostra assemblea chi a sa cultura sarda an riguardu, però, mi paret cosa troppu fea; sun pagos chi faeddant bene in sardu. Cheret narrer non bastat un'idea prò giomper puntuale a su traguardu: a difendere su sardu enzat ammissu chi l'ischet faeddare prima issu!

II

Deo faeddo su sardu con recreu siat in bidda foresa o in bidda mia, ma chie si leat custu grave impreu narrer sa limba sarda cale sia(t)? Mi paret che su indo-europeu, ricostruidu prò ipotesi ebbia, e gai est prò su sardu, azzis cumpresu: su 'e Campidanu o su Logudoresu?

III

Mastros prò l'insegnare no 'nche sunu prò applicare sa lezze bene a prou: ognunu ischet su dialettu sou ca no esistit su sardu comunu. Deo de su Sassaresu so digiunu; mancu mi piaghet su modellu nou chi mischiat tottu in modu mezzanu e non est sardu né italianu

IV

Prim'ancora de Amsicora e Iostu de istoria gloriosa amos tesoro: e sa Regione coment'at respostu? Chie non amata sa Sardigna no a(t) coro; dare a sas cosas su nomine insoro, a sos repertos decorosu postu, est precisu e dognunu 'e nois s'impigna(t) ca semos cunsizeris de Sardigna!

V

Sos istudentes oe in su liceo no ischent s'istoria nostra, miserinos; de Eliagabalo istudiant sos destinos sos mitos de Telefo e de Orfeo, ma penso chi no iscant sos confìnos mancu 'e su giudicadu 'e Arborea; tando sun in camminos pagu sanos, confundent Angioinos e Angioianos!

VI

Però prò andare in sa via deretta, prò salvare su sardu in modu adattu, prima ricostruimos sa pinnetta e poi costruimos su palattu. Invezze sa proposta chi an fattu… So dubidosu, o caru Planetta, sa die chi l'imponent in s'iscola, sa limba si 'nche morit sola sola!

VII

Invezze ind'una festa paesana, ind'una conferentzia o discussione sos giovanos, non palzat cosa istrana, partezipan cun grande passione, iscultant battoretta e paesana preguntant de Eleonora e Ospitone: in iscola sa limba italiana, in sas garas sa limba isolana!

VIII

Est ora sinterventu 'e lu finire: bona at sa lezze una finalidade, ma tenzat pius in contu sa realtade chen 'e currere troppu né fuire. Penset su patrimoniu a lu censire, ma corrozzones no! prò caridade! Penso, zertu, ca prima 'e la votare si potta finamente ammezzorare.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Marteddu. Ne ha facoltà.

MARTEDDU (D.C.). Signor Presidente, colleghi, ringrazio l'onorevole Zucca anche per lo sforzo che ha fatto di scrivere e declamare le sue ottave in lingua logudorese, che non è la sua lingua madre, fra l'altro: questo a dimostrazione del fatto che c'è un idioma che può unificarci. Io inizio questo intervento, signor Presidente, consapevole del fatto...

PRESIDENTE. Scusi, la interrompo un secondo. Per cortesia, i complimenti dopo. Adesso c'è un collega che sta parlando: non interrompiamolo. Grazie.

MARTEDDU (D.C.). Consapevole del fatto, signor Presidente, che la passione non è alle stelle, in generale, in questi giorni. Forse in questo momento il barometro tende verso il basso anche su temi che in altri periodi, in altre stagioni della vita politica regionale, avrebbero infiammato gli animi. Probabilmente si sta ritenendo che non stiamo facendo una legge forte e rivoluzionaria, o che questo Consiglio regionale non è capace di imprimere una svolta in una materia fondamentale per l'identità, come quella della cultura sarda, delle radici, della memoria e della lingua. Io debbo esprimere apprezzamento per il lavoro della Commissione, che ha fatto uno sforzo di ricerca e di sintesi e che ha tentato di portare a conclusione un processo che è stato lungo, non di qualche mese o di qualche settimana, è stato lungo di anni, di decenni. Uno dei riferimenti a cui mi sono rifatto è l'interpellanza urgente che l'allora onorevole professor Lilliu aveva presentato - stiamo parlando del 1971 - con carattere di urgenza e che aveva come titolo "Applicazione delle norme costituzionali nel censimento delle minoranze linguistiche, compresa fra di esse la Sardegna". Quindi la Commissione ha svolto un lavoro conclusivo di un dibattito che dura ormai da decenni: apprezzo soprattutto la Commissione e il suo relatore per la disponibilità manifestata alle modifiche, alle correzioni, agli apporti costruttivi che il Consiglio intenda apportare. Questa stessa disponibilità ho letto per esempio anche nell'intervento dell'onorevole Pubusa, il quale ha rimarcato e sottolineato alcuni aspetti che non possono non preoccupare l'intero Consiglio regionale e che vanno probabilmente sistematizzati meglio, comunque tenuti in debita considerazione. Ma questo non ci deve distogliere, colleghi, dal fatto che stiamo approvando una legge che segna una svolta nella politica culturale, io dico nella politica di riaffermazione dell'identità di popolo da parte di questo Consiglio regionale. E' un atto, come diceva il collega Marras, fondamentale di questa legislatura.

E, d'altra parte, una legge quadro, e come legge quadro forse sconta difetti di troppa vaghezza da una parte, di bardature burocratiche dall'altra. Certi articoli somigliano più a ordini di servizio di direttori generali che non a disposizioni legislative. In altri articoli pare più un regolamento attuativo che non una norma quadro generale. Ma in questa proposta di legge, che sicuramente va migliorata - e ci sono già iniziative in corso per presentare emendamenti io credo migliorativi - ci sono alcune parti che io ritengo rivoluzionarie e credo di non usare un termine sconvolgente. Rivoluzionarie, intanto, perché dopo 45 anni il Consiglio regionale porta a compimento l'articolo 5 del suo Statuto speciale, cioè va ad intervenire e a incidere in materia di programmi della pubblica istruzione: va a incidere nella radice stessa non della cultura tout court o della cultura d'élite o della cultura dei ceti elitari della Sardegna, ma va ad incidere alla radice della formazione primaria dell'identità di popolo. Per la prima volta la cultura e le radici della storia sarda non vengono viste come un fatto museale, difetto questo riscontrabile anche nella proposta di legge Lilliu e più per l'istituzione dell'Istituto superiore regionale etnografico dei primi anni 70: non a caso era una proposta di legge firmata solo dai consiglieri regionali nuoresi, perché c'era nel subconscio, negli intenti reconditi, la volontà di fare dell'Istituto, che doveva avere sede a Nuoro, un fatto appunto nuorese, finalizzato alla valorizzazione del museo etnografico sardo e della casa di Grazia Deledda, ma non c'era la volontà di creare un istituto che ravvivasse la cultura della Sardegna.

Quindi è la prima volta che io leggo il tentativo serio di sottrarre alla musealizzazione, lo diceva molto bene il collega Marras, la cultura sarda. La lingua sarda, soprattutto, non viene vista come una sovrastruttura, ma si tenta, attraverso uno strumento legislativo, di rivitalizzarla come codice genetico, direi come DNA indispensabile per la sopravvivenza stessa della cultura, della identificazione di un popolo. Io credo che noi dobbiamo avere un po' più di coraggio di quella commissione di cui parla Salvatore Cambosu in "Miele Amaro", quando racconta che nel 1845 il mondo scientifico fu messo a rumore da una scoperta, perché si venivano pubblicando pergamene e codici cartacei che Cosimo Manca, frate del convento di Santa Rosalia in Cagliari, offriva in vendita. Le carte rivelavano appunto tutta una schiera di celebri poeti sardi, i quali chiarivano il problema dell'origine dei giudici, le loro genealogie, la storia dell'invasione degli arabi, eccetera eccetera: cioè si dimostrava, in sostanza, che era possibile diradare le tenebre su un lungo periodo, dal settimo all'undicesimo secolo, della storia sarda. Ebbene, una larga commissione di dotti, tra cui il Mommsen, che fu relatore, dichiarava false quelle carte e ancora pesa su di esse il verdetto di falsità. Sul motivo della falsificazione si interroga Salvatore Cambosu: secondo l'opinione prevalente era il desiderio di far rifulgere il passato dell'Isola, un malinteso amor patrio, e cioè il rigetto della storia e delle radici.

Io credo che questo Consiglio regionale abbia più coraggio e più consapevolezza della commissione Mommsen e lo dico avendo presente il quadro verso cui ci stiamo avviando, almeno verso cui io e altri consiglieri regionale intendono avviarsi. Quello di una nuova stagione, di una nuova frontiera dell'autonomia. Noi abbiamo ereditato un'autonomia che è ormai logora, che dopo 45 anni ha tutte le rughe ben visibili, che si manifesta soprattutto in forme querule e questuanti nei confronti di uno Stato verso il quale tentiamo di aggrapparci per salvare le industrie che vanno sempre più in crisi. Noi abbiamo ereditato questa autonomia, non c'è stato ancora un tentativo serio di ribaltarla, di fare un salto in avanti, di oltrepassare la frontiera, insomma di porci davvero il problema dei poteri statuali. E' questo un tema che non può essere ascritto in esclusiva ad una cultura politica: certo, alcune forze della politica sarda hanno manifestato sempre più sensibilità verso questi temi, ne hanno fatto delle bandiere, ma credo che questo non sia sufficiente. Se il Consiglio regionale, se la cultura, la politica regionale non assume la consapevolezza che quella frontiera va oltrepassata, resteremmo allineati ancora tra i popoli questuanti e queruli, con una autonomia che è monca, che è zoppa, che manifesta tutta la sua vecchiaia.

Verso questa nuova consapevolezza ci muoviamo, in questa direzione credo che questa legge inizi concretamente a muoversi, proprio perché incide alla radice della identità di un popolo, che è la tutela della lingua e la valorizzazione della propria cultura. Certo, non è il massimo a cui posso aspirare quello di festeggiare il 50° anniversario del 25 aprile con la creazione di un nuovo Minculpop in salsa sarda. Penso che aspiriamo ad altro, aspiriamo ad una politica della cultura e ad una legge che la incentivi, che la renda agevole; una legge snella, una legge anche più snella di quella istitutiva dell'Istituto superiore regionale etnografico, una legge che snellisca le procedure di utilizzo del personale, che favorisca il rapporto con la vera cultura sarda, non con i pifferai da cui siamo spesso circondati come potere politico e come potere regionale. Una legge che favorisca il rapporto creativo, fertile con la cultura più libera della Sardegna, con la cultura non asservita al potere politico, con quella più critica e meno legata a impalcature burocratiche. Sono state dette molte cose da questo punto di vista: da ultimo ne ha parlato il collega Dettori. Io condivido molte osservazioni critiche. Dobbiamo adoperarci adesso, non fra un mese o l'anno venturo, adesso in questa tornata di Consiglio, per migliorare la prima parte, che definirei burocratica, della legge. Tuttavia la valutazione critica di una parte della proposta di legge non pregiudica un giudizio complessivamente positivo: si avverte un tentativo serio di fare quel salto di qualità anche rispetto alla "costante resistenziale" di deleddiana memoria, connotato di un popolo rinchiuso su se stesso, teso a conservare quasi in senso museale le proprie tradizioni e la propria cultura. C'è un salto in avanti: si va verso una legislazione dei poteri e io credo di poter parlare in questo caso - chiedo venia agli onorevoli Assessori - da tecnico. Noi andiamo ad incidere, colleghi, nei programmi scolastici, noi stiamo intaccando il santa sanctorum della pubblica istruzione. Io non so se ci crediamo, ma da docente della scuola dell'obbligo devo dire che questa è una rivoluzione e dobbiamo essere concludenti adesso, per evitare che queste passioni si risveglino ogni vent'anni. Questo Consiglio se n'era appunto occupato nel '71 come dicevo prima, e se n'era occupato in occasione dell'interpellanza firmata da professor Lilliu, nella quale si chiedeva di censire le minoranze linguistiche in applicazione dell'articolo 6 della Costituzione, ma soprattutto sull'onda dell'emozione suscitata dal famoso articolo di Barbiellini Amidei sul Correre della Sera, quando il Corriere della Sera era meno suggestionato dalle sirene della Lega e parlava di minoranze costrette all'agonia, quando parlava di due milioni di voci inascoltate, di lingue mozzate, di rapina linguistica e lo stesso Lilliu faceva cenno, in maniera quasi tragica, alla possibile soluzione finale "della minoranza sarda".

Il filone su cui noi ci inseriamo è questo, che ha alimentato allora quelle passioni e quei dibattiti: ma oggi dobbiamo essere concludenti. Io ho letto bene, soprattutto i titoli IV e V di questa proposta di legge, quelli che si riferiscono ai programmi scolastici e alla sperimentazione, laddove si dispone che i programmi scolastici vengano integrati con lo studio della lingua e della letteratura sarda, nonché della storia della Sardegna. E' una disposizione precisa, che incide sulla didattica nella scuola dell'obbligo. Chi ha vissuto l'esperienza scolastica - come l'assessore Collu, per esempio - sa che dagli anni '60, dai primi anni dell'istituzione della scuola dell'obbligo, fino agli anni '80 e '85 si è consumato in Sardegna un genocidio linguistico. Occorrerebbe davvero fare una indagine sulle cattedre di lettere, e quindi di italiano, nelle scuole dell'obbligo cioè nelle scuole in cui si determinava uno stacco netto, una rottura nei codici linguistici, che non erano codici grammaticali o sintattici astratti, ma erano codici di comportamento, di vita, di espressioni visive, sensoriali, gestuali, che erano espressioni di vita di intere generazioni di ragazzi sardi. E avvenuta una frattura insanabile: noi abbiamo intere generazioni che non parlano la lingua sarda, ma neanche quella italiana. C'è stato un genocidio linguistico. Io non sono xenofobo, ma devo prendere atto che c'è stato un periodo, in Sardegna, in cui la mancata programmazione, la mancata attuazione dell'articolo 5 dello Statuto, l'incapacità del Consiglio regionale di adempiere pienamente a quell'articolo, ha consentito che la scuola di formazione primaria potesse compiere questi danni. Noi dobbiamo oggi porre rimedio a quei danni, avviando un processo e destinando a ciò, collega Kikita, anche dei fondi. Noi non vogliamo che la selezione della classe dirigente avvenga con questa rottura totale, tra un codice ristretto, come dicono gli esperti, e un codice elaborato. Noi dobbiamo mettere risorse perché la cultura non è una variabile indipendente rispetto allo sviluppo complessivo di un popolo.

Questo progetto di legge avvia un processo che si compie con l'approvazione della legge stessa: molto rimane da fare e non solo da noi, dal Consiglio regionale, molto rimarrà da fare dalla Giunta regionale, che è chiamata ad assolvere pienamente i suoi compiti. Molto rimane da fare anche per le forze della cultura in Sardegna, che non possono avere tra le proprie massime aspirazioni quella di impadronirsi di un nuovo carrozzone, di programmarsi l'assalto alla diligenza. Io rigetto questo rapporto di tipo feudale con la cultura sarda. Molto rimane ancora da fare, come diceva il collega Dettori, anche nei confronti di un altro istituto di cui dispone la Regione, l'Istituto superiore regionale etnografico. L'I.S.R.E. è nato figlio di una certa cultura minimalista, rispetto a questi problemi. Il rilancio della cultura sarda aveva come vessillifero qualche avanguardista, ha citato il professor Lilliu, ma vi erano sicuramente anche altri protagonisti della cultura autonomistica di quel momento: tuttavia non c'era un coinvolgimento generale, una consapevolezza generale. L'I.S.R.E. però è ormai una realtà, ha una legge istitutiva ormai vecchia, che va modificata, ma è un'istituzione che comunque va rafforzata. L'I.S.R.E. per darvi un quadro della situazione, vive con un contributo annuo di circa un miliardo e mezzo: un miliardo e due o trecento milioni vanno via per le spese correnti e cioè per pagare il personale e per pagare le strutture; ha circa 150, 200 milioni per investimenti, cioè per fare e creare cultura, per conservare i segni più importanti e significativi della cultura sarda.

Così come credo che dobbiamo dare una risposta ai consigli comunali, diversi dei quali hanno posto all'interno del proprio statuto la volontà di esprimersi, di legiferare, di esprimere le proprie decisioni nella lingua sarda. Molti consigli comunali, anche prima di questa nostra legge, dialogano e vi garantisco anche molto bene, in maniera anche molto comprensibile, nella loro lingua: una solo aveva tuttavia deliberato di adottare come lingua ufficiale, la lingua propria, la lingua madre: non poteva che essere Ollolai, ma il CO.RE.CO. naturalmente, con grande senso burocratico, aveva respinto lo statuto del comune di Ollolai perché poneva come lingua... anche Goni, è vero. Quindi anche a questi comuni noi diamo una risposta e in tal modo attiviamo una rete, un tessuto di valorizzazione, di rivitalizzazione della lingua, che vuol dire rivitalizzazione di un popolo. Per questo, colleghi, io dico che noi dobbiamo approvare questa legge: abbiamo la possibilità anche di migliorarla. Soprattutto dobbiamo avere la consapevolezza che andiamo a incidere su un terreno che è fondamentale per lo sviluppo futuro e per la nuova frontiera dell'autonomia che noi vogliamo conquistare.

PRESIDENTE. E iscritto a parlare l'onorevole Demontis. Ne ha facoltà.

DEMONTIS (P.S.d'Az.). Signor Presidente, colleghe e colleghi del Consiglio, voglio aprire il mio intervento ricordando le parole con le quali un grande sardista del passato, Egidio Pilia, nel 1920 soleva arringare gli oppositori della lingua e della cultura sarda: "Fino a quando un popolo conserva il culto della sua lingua vuol dire che la sua unità etnica è rimasta inalterata, che la coscienza della sua unità nazionale è rimasta integra". Ora possiamo affermare che la lingua sarda ha avuto molti formidabili nemici, a seconda delle varie epoche che hanno segnato il tempo e la storia del nostro popolo, ma il peggiore nemico della nostra lingua sono proprio quei sardi che, come diceva Camillo Bellieni, sono passati attraverso il castigliano, con il quale i vecchi notai sardi redigevano i loro atti, all'ilarità suscitata dall'inverosimile pronuncia e dall'eloquenza libresca, in stile '300 che i deputati sardi ostentavano nei loro interventi agli albori della nascita del Regno di Sardegna, nel 1849. Oggi accade invece, a molti di noi, di essere totalmente imbevuti di cultura italiana, da rigettare persino le nostre origini, sposando una forma di colonialismo culturale estranea alle radici della nostra terra, come quei famosi aneddoti di sardi che dopo poche ore di permanenza nella capitale già parlano in romanesco. Per questo, quando ho seguito alcuni interventi effettuati da autorevoli colleghi, ho sentito sulla mia pelle di sardo e di sardista tutto il peso di un'anticultura che, nel passato come nel presente, è foriera delle maggiori capitolazioni della nostra lingua e della nostra cultura.

Accade dunque che mentre il sardo, come è stato più volte detto in quest'Aula, è oggetto di molti eminentissimi studi in altre località del mondo, oggi sia rinnegato proprio nella sua madrepatria e dalla sua gente. Ma a fronte delle speciose argomentazioni contro la lingua sarda, basate non su confutazioni scientifiche e linguistiche, ma su valutazioni di mera opportunità - si è parlato di momento poco consono, di eccessivo onere finanziario - come non soffermarci a riflettere sul fatto che, perduto l'uso della lingua con esso si perde la capacità di identificarsi nella nazione a cui questa lingua appartiene? Su questo quei partiti italiani che, oggi, dell'aggettivo sardo e della peculiarità sarda stanno facendo grande uso invocando forme di autonomia compiuta dai loro referenti romani, dovranno rispondere: quale autonomia mai potrà richiedersi se vengono a mancare quelle specificità e quella cultura sulla quale noi sardi a gran voce rivendichiamo la nostra diversità? A che scopo parlano di autonomia, se poi rinnegano la lingua del nostro popolo?

Cari colleghi e colleghe, credo che il problema non verta dunque sul fatto che il sardo sia o meno una lingua, che abbia dunque le caratteristiche morfologiche e di sintesi richieste. Non vi è dubbio che esistono delle varianti, a seconda che il sardo sia parlato in questa o in quella località; ma chi di voi può negare che lo stesso inglese presenta delle innegabili variazioni, a seconda che a parlarlo sia un londinese o un abitante dell'hinterland? Questo non ha certo impedito all'inglese di essere la lingua parlata in tutto il Regno Unito e poi a livello internazionale, così come non ha impedito ai gallesi di parlare la propria lingua, che è il gallese. Chi parla di differenze sostanziali nelle varianti del sardo è proprio chi il sardo non lo conosce e non lo ascolta. E' vero che una volta tanto in quest'aula sono mancate tali confutazioni, in quanto più volte gli studiosi della lingua sarda le hanno validamente contestate e rimosse. E allora ecco che si parla di opportunità: si è detto che questo non è il momento e che ci sono emergenze molto più importanti, che parlare di lingua sarda, oggi, è fare demagogia. Ebbene, si consideri che la battaglia che un popolo come quello sardo conduce per il riconoscimento della propria identità etnoculturale è il punto qualificante della battaglia contro ogni forma di colonialismo, sia culturale, che politico e sociale. Allora perché dire che questo non è il momento per parlare della lingua e della cultura sarda; non è fonte di una sudditanza culturale di stampo colonialistico lo sciagurato dramma che molte famiglie di operai sardi stanno vivendo in difesa del lavoro? Lavoro negato ai sardi dal Governo romano sulla base di scelte e priorità che nascono e si muovono secondo interessi e logiche lontane dalla nostra terra. Oggi la nostra Isola è sottoposta a un vero regime coloniale. L'imposizione della lingua dominante nell'uso pubblico e la negazione di quella dominata; il disprezzo e l'oblio assegnato nella scuola pubblica alla nostra storia, alle nostre tradizioni, alla nostra lingua. Lo sfruttamento delle risorse locali e il saccheggio delle zone costiere da parte di gruppi economici stranieri; lo spopolamento forzato dell'Isola verso le metropoli del continente per costruire il progresso altrui; l'arrivo per contro di membri della cultura dominante ai posti dirigenziali: uffici amministrativi, giudiziari, banche, scuole, industrie. L'emarginazione sociale e il razzismo, l'offensivo trattamento differenziale nei trasporti e nelle fonti energetiche; le servitù militari, il turismo per pochi, le industrie inquinanti con le loro monocolture economiche, funzionali allo sviluppo di metropoli che non sono certo quelle dell'Isola. Tutto questo legittima noi sardisti a dire che la Sardegna è una colonia dello Stato italiano; anzi, diciamo che è la prima e ultima sua colonia. Un colonialismo interno e subdolo che ha ridotto la Sardegna a corpo emarginato dello Stato. E' questo, cari colleghi, che noi siamo oggi, proprio perché privi della nostra identità culturale. Poiché è innegabile che i sardi non sono italiani, non lo sono mai stati e mai potranno esserlo, perché rinunciare alla nostra storia e alla nostra cultura? Avremmo forse il rispetto delle altre popolazioni d'Europa, saremmo forse tenuti in maggiore considerazione da esse o non passeremmo come un popolo sconfitto, che rinunciando alla propria lingua e a tutto il patrimonio che ne consegue ha rinunciato alla propria storia e quindi alla propria esistenza?

Che significato avrà essere sardi nel mondo quando i valori di questa sardità saranno perduti nell'oblio di un popolo che fu? Forse in futuro si parlerà della civiltà sarda con gli stessi echi e con gli stessi toni con cui si parla della leggendaria civiltà del popolo di Atlanta. Noi sardisti combattiamo con rinnovato vigore questa battaglia, appellandoci alla grande forza morale e di volontà del nostro popolo, il popolo di Sardegna; appellandoci alla solidarietà di tutti i popoli liberi e alle garanzie fornite dagli statuti supernazionali. E' assolutamente necessario che tutti noi, cari colleghi, riflettiamo sulla triste condizione nella quale è stata sino ad oggi trascinata la Sardegna, privata della sua sovranità da una classe politica asservita e osservante delle direttive romane. Così come nel 1847 a noi, popolo sardo, fu sottratta la sovranità dall'infida diplomazia piemontese, con la complicità dell'asservita aristocrazia locale in cerca non di autonomia ma di posti da occupare nelle pubbliche amministrazioni, noi oggi, ripudiando la lingua, vogliamo ripetere quella vergogna. L'impressione che da quest'aula rimbalza verso l'esterno è che ogni qualvolta la classe politica sarda sia chiamata ad assumere decisioni vitali per l'assetto futuro dell'Isola tergiversi senza assumere nessuna decisione per paura degli effetti che tale decisione potrebbe comportare. Questo accadde per esempio anche quando i politici sardi vennero chiamati a deliberare sul proprio Statuto di autonomia. Ci fu un grandissimo scontro dialettico sul come, dove, quando; mentre altre Regioni deliberavano, come per esempio la Sicilia. Così oggi noi ci troviamo con uno strumento autonomistico monco e inadeguato. Parafrasando Emilio Lussu possiamo dire che volevano un leone, ma abbiamo ottenuto un gatto. Ma cosa è questa paura di decidere sul nostro futuro, come possiamo guidare il nostro popolo se ogni qualvolta siamo chiamati a prendere decisioni importanti ci rifuggiamo nella trincea dell'indecisionismo? Quasi tutte le altre Regioni della Repubblica hanno adottato provvedimenti legislativi per tutelare le loro tradizioni culturali, linguistiche, e, laddove esistono, etniche; perché noi sardi ci paludiamo in una sorta di pudore che rasenta la vergogna, ogni volta che dobbiamo esprimerci in difesa della nostra tradizione e della nostra cultura? Vogliamo per forza essere più italiani degli italiani, che per un popolo equivale a dire di voler essere più realisti del re? Ma quante volte abbiamo sofferto in orgoglioso silenzio le inique imposizioni dei vari regimi che tendevano a imbavagliare il sardo persino nelle sue espressioni più innocenti e genuine, come accadde da parte del regime fascista con il divieto di tenere gare poetiche in sardo! Come in silenzio, ancora, rimaniamo di fronte all'imposizione dello Stato che impone una tassa, la famosa SIAE, per lo svolgimento di gare poetiche in sardo: ci fanno pagare una tassa per esprimerci in una lingua che ancora non ci è riconosciuta.

Concludo appellandomi alla vostra sensibilità: il momento storico che stiamo attraversando è estremamente grave e drammatico. O il popolo sardo riesce a ritrovare il coraggio, la compattezza e la forza per affrontare e portare a soluzione tutti i problemi legati alla sua cultura o dovrà rinunciare alla prerogativa di essere chiamato popolo sardo. Pesa su ciascuno di noi un'enorme responsabilità storica. Il riscatto della Sardegna è sempre possibile, ma c'è una sola via certa da percorrere ed è quella che i sardisti indicano con veemenza, determinazione e chiarezza: il recupero dell'identità etnostorica della Sardegna. Se il popolo e noi insieme a loro ci muoveremo su questa via, ci muoveremo certamente sulla via giusta, sulla via della verità e del riscatto; o saremmo capaci di seguire questa via oppure vi è il rischio di essere definitivamente travolti dagli eventi, di restare oscuri, cancellati e dimenticati per sempre dalla storia.

PRESIDENTE. E' iscritta a parlare l'onorevole Casu. Ne ha facoltà.

CASU (P.D.S.). Onorevoli colleghi e colleghe, voglio fare un breve riferimento alla relazione introduttiva del senatore Labriola ai progetti di legge presentati in Parlamento sulla difesa e la valorizzazione delle lingue minoritarie.

Labriola condivide l'affermazione di Gaetano Arfé eurodeputato, promotore della Carta europea per le lingue regionali e minoritarie: "E' nell'interesse della democrazia europea, dell'Europa nel suo insieme, che non scompaia e neanche impallidisca una testimonianza della sua storia, che è anche parte integrante del suo patrimonio di civiltà. E ancora più è interesse dell'Europa inserire queste energie nel proprio circolo anche come contributo alla lotta contro un processo di standardizzazione culturale a livelli sempre più bassi che ignora anche il pedagogismo paternalistico di altri tempi e che impone e propone mode, costumi e comportamenti uniformizzati e mortificanti, che espone l'Europa ai pericoli di un'autentica colonizzazione di provenienza americana e giapponese grazie ai previsti sviluppi delle nuove tecnologie nei mezzi di comunicazione di massa". La rivendicazione del diritto alla differenza interessa venticinque milioni di europei. La Carta europea delle lingue regionali e minoritarie, approvata nel 1988, accoglie le tradizionali e fondamentali rivendicazioni delle minoranze, riconducibili in sostanza all'uso della lingua nei rapporti sociali e civili e all'accesso ai mezzi di comunicazione di massa; definisce le lingue regionali o minoritarie appartenenti al patrimonio culturale europeo, prevedendo un articolato sistema di interventi che gli Stati firmatari si impegnano a realizzare con la finalità di garantire il diritto alla tutela della propria lingua dei popoli europei appartenenti alle lingue regionali.

PRESIDENZA DELLA VICEPRESIDENTE SERRI

(Segue CASU.) Non ho, data anche l'ora, lo spazio necessario per entrare nel dettaglio della Carta dei diritti delle lingue minoritarie, né voglio farlo, a me pare determinante l'affermazione, contenuta nella Carta, all'articolo 1, punto a): "con lingue regionali o minoritarie s'intendono le lingue appartenenti al patrimonio culturale europeo".

Sono convinta che dobbiamo muoverci come Consiglio regionale della Sardegna all'interno dell'orizzonte europeo per sprovincializzare, così come hanno fatto i nostri costituenti, già nel lontano 1948, l'odierno dibattito sulla cultura e sulla lingua dei sardi, e riuscire a metterci in sintonia con quanti affrontano il nostro problema in altre diverse realtà d'Europa, per dare una soluzione che consideri la difesa dell'identità dei sardi come esigenza non solo culturale, ma politica in senso lato.

Da questo punto di vista, ritornando alla legge in discussione, credo che si cerchi di fare un passo avanti rispetto alla battuta d'arresto di un processo che il Consiglio regionale aveva avviato e non concluso. Si è trovata la saldatura tra opinioni e concezioni diverse, tutte a mio avviso rispettabili. Trovare una linea di mediazione è dovere del Consiglio regionale, è un dovere degli eletti della Sardegna i quali devono rispondere ai molteplici problemi di identità culturale di un tessuto sociale fortemente in crisi e confrontarsi con l'impegno dei tanti intellettuali sardi, volto a tenere alto il dibattito sulle questioni della cultura e della lingua, ritenendo che su questa linea possa trovarsi anche la soluzione dei problemi di identità del popolo sardo.

Noi abbiamo il dovere di partecipare al processo di integrazione europea con la nostra soggettività storica, politica e istituzionale di Regione autonoma a Statuto speciale. Dobbiamo fondare sulla specificità etnicoculturale e linguistica la specificità politica della nostra autonomia regionale; dobbiamo trovare il modo per dare piena dignità alla nostra cultura regionale e con essa al popolo della Sardegna. Dobbiamo far entrare la cultura e la parlata della nostra Regione tra le culture e le parlate dell'Europa. Io sono italiofona, non so se mio malgrado, e sento che la mancanza dell'espressione della mia parlata sarda è una carenza e non può essere assolutamente considerata un vantaggio. E' una consapevolezza che accomuna una sarda ai 25 milioni di europei che stanno cercando di ottenere giustizia dei processi di disgregazione sociale che si sono verificati, in modo accelerato, sempre alla fine delle guerre (sono state le due guerre mondiali che, definendo confini diversi ai territori dell'Europa, hanno anche determinato lo sbandamento, la disgregazione delle culture e delle lingue).

Io parlo esclusivamente l'italiano; mi piacerebbe fare, come il collega Zucca, anche brevi riferimenti alla parlata del paese d'origine, pure non me lo consente la consapevolezza che mi riuscirebbe male, annoierei e forse farei ridere i colleghi. Riportare alla dimensione della lingua il problema culturale della Sardegna non è semplice, ma non è possibile sottovalutare il problema in sede legislativa, non perché, così facendo, noi non potremo affrontare credibilmente il tema più vasto e generale della cultura. La cultura deve essere elemento su cui far leva per un processo di aggregazione e di crescita del popolo sardo e da questo nasce la necessità di acquisire pienezza, di potere normativo e amministrativo in tutte le materie che sono collegate all'identità del popolo sardo. Da qui nasce anche la necessità di affermare una gerarchia diversa di valori rispetto a quella recepita nelle particolari condizioni dell'immediato dopoguerra dallo Statuto di autonomia attualmente in vigore. A me sembra che nell'elaborare la proposta di legge si è lavorato molto, sia da parte dei colleghi commissari, con il contributo qualificato della struttura, di tecnici, funzionari della Regione e degli Assessorati competenti, per determinare l'esercizio pieno dell'articolo 5 dello Statuto speciale, e cioè la facoltà della Regione di emanare norme di integrazione e di attuazione in materia di istruzione di ogni ordine e grado e degli ordinamenti degli studi. Questa legge pone il problema della lingua, tanto dibattuto in questi anni, individuando specifiche e praticabili risposte nell'ambito della scuola. Credo che questo aspetto fondamentale debba essere più dibattuto (se i colleghi consentono, perché si sente molto bene la loro discussione e sento poco la mia voce). Ora la proposta di legge, a mio avviso, definisce, in armonia con la legislazione nazionale vigente (su questo aspetto mi soffermerò più oltre), l'ambito di intervento della Regione nella scuola in materia di programmi, di ricerca didattica, di sperimentazione e di aggiornamento educativo. Qualcuno nel dibattito ha detto che non è poca cosa, ma non è neanche molto, perché questa è una competenza che lo Statuto ci assegna da 45 anni e noi oggi cerchiamo di introdurre la sperimentazione educativa utilizzando il D.P.R. 419/77 come leva perché ci venga consentito di poter applicare i principi dell'autonomismo regionale. Facciamo riferimento alla scuola come strumento per creare i presupposti affinché l'identità dei sardi non venga decisamente e definitivamente travolta dalla assenza di strumenti che consentano soprattutto alle nuove generazioni di trovare sintonia con se stessi. Non si può certamente, con una legge, per quanto la si voglia interpretare come legge quadro, dare risposte esaustive a tutto quanto si muove sull'argomento della cultura e della lingua. Né penso che sia neanche possibile definire e costruire il quadro complessivo della cultura regionale in una sola proposta di legge. Dobbiamo essere consapevoli della complessità di questo problema: è una complessità che deve necessariamente trovare soluzioni nella formulazione di precise proposte legislative, che tendano al recupero e alla valorizzazione del patrimonio culturale della Sardegna, che attengano allo studio e alla diffusione della conoscenza della storia e della realtà economica sociale e geografica, conoscenze sinora trascurate e che tuttavia dobbiamo ritenere essenziali nel processo di formazione culturale e civile delle nuove generazioni sarde.

Di fronte a questo spettro ampio di problematiche, in questi oltre quarant'anni è mancata l'iniziativa della Regione, che non ha saputo superare il modesto limite di provvedimenti legislativi settoriali, sia per quanto attiene la scuola sia per quanto riguarda la politica culturale nel suo insieme. Pensiamo alle leggine di sostegno finanziario alle attività culturali, in merito alle quali si discute ormai della loro stessa utilità. Oggi "questi limiti" - ed è per questo che il Consiglio regionale affronta la questione della tutela della cultura e della lingua - "appaiono intollerabili di fronte alla accresciuta consapevolezza politica e civile dei sardi" (non lo dico io, lo diceva Michelangelo Pira), in rapporto anche alla nuova potestà e competenza delegata della Regione e alle innovazioni intervenute nel quadro istituzionale e organizzativo della scuola. Su quel quadro istituzionale e organizzativo bisogna lavorare perché sia possibile alla Regione realizzare la parte di integrazione con l'attività dello Stato nel territorio della Sardegna. Quindi la definizione di una politica culturale della Regione si impone, io dico, in termini perentori. Si pone cioè per noi oggi, e non domani, l'esigenza di avere una legislazione chiara di riferimento per gli operatori culturali, ma si pone ancora di più per chi ha il compito di gestire la vita associata, quindi per la classe politica nel suo complesso.

Gli organi istituzionali in questi oltre quaranta anni hanno opposto un silenzio lungo di fronte al dibattito ricco e profondo che sul tema della cultura si è sviluppato nella nostra Regione. Ora è necessario, a partire dalla approvazione di una legge specifica, avviare una fase di impegno costruttivo e propositivo. A me sembra che questo debba realizzarsi in sede legislativa attraverso un quadro articolato di leggi di settore capaci di disciplinare e definire in un disegno coerente e programmatico, la politica culturale complessiva della Regione e valuto che il tentativo del testo di legge, arrivato ala discussione dell'Aula, questo aspetto lo colga e lo sottoponga all'attenzione dei colleghi del Consiglio.

Credo che in questa direzione si possa trovare l'accordo tra le forze politiche del Consiglio, tra sensibilità diverse e differenziazioni, mi rendo conto, anche molto marcate, affinché si risolva la questione annosa dell'intervento culturale della nostra Regione, così decisivo in prospettiva per l'affermazione dell'identità culturale dei sardi. Voglio ricordare brevemente, prima di terminare, ciò che diceva Michelangelo Pira a proposito della scuola: "La scuola in Sardegna ha appena un secolo di vita, mentre l'educazione rustica durava da millenni. Alla fine del secolo scorso e agli inizi del nostro la scuola era frequentata solo per qualche anno e solo da pochi ragazzi e anche quei pochi che arrivavano alla terza elementare dopo qualche anno dimenticavano tutto, erano destinati all'analfabetismo di ritorno, non diventavano italiofoni perché la scuola era in netto contrasto con l'ambiente. La scuola, nonostante i sacrifici eroici degli insegnanti, non poteva bastare da sola a collocare i ragazzi dell'isola tra due lingue: era una scuola che respingeva ed escludeva i ragazzi dei villaggi ben più di quanto non li ammettesse e comprendesse". Noi non abbiamo superato i limiti della scuola espressi in queste osservazioni di Michelangelo Pira. Nella nostra Regione, che ha il più alto indice di dispersione scolastica - cioè è una realtà dove i ragazzinon diventano neanche italiofoni, non solo non diventano sardi - si pone allora a mio avviso in termini di assoluta necessità e anche di tempestività l'elaborazione di una legislazione che faccia superare in breve tempo i ritardi culturali accumulati. Per fare questo è necessario che il Consiglio trovi l'accordo oggi e non domani, perché gli atti devono essere veloci e tempestivi, per consentire a tutta "l'intellighentia" della scuola, a quella realtà costituita da insegnanti che pur in sua assenza di un sostegno reale e concreto, di una consapevolezza politica regionale e delle istituzioni, hanno condotto sperimentazioni nella scuola utilizzando le leggi dello Stato, di conservare e ampliare il patrimonio culturale e linguistico della Sardegna. Questi insegnanti hanno reso possibile l'organizzazione di centri di aggregazione, a livello italiano ed europeo, per affrontare i problemi delle culture e delle lingue minoritarie, promuovendo anche in Sardegna iniziative alle quali partecipano, parlando in sardo e in italiano, circa centottanta classi all'anno. Sono scolari che vengono da tutte le realtà isolane, da Iglesias come da Padria, come da Sassari, da Nuoro e da Cagliari.

Io credo che noi dobbiamo dare risposta alle nuove e rinnovate attenzioni che emergono nella nostra Isola e nei larghi strati di popolazione, non solo di addetti ai lavori, per la difesa delle proprie radici culturali. Dobbiamo farlo senza burocratizzare, e sono perfettamente in sintonia con quanti temono la creazione di carrozzoni, però sono anche convinta che una classe politica più consapevole abbia il dovere di costruire modi nuovi e nuove logiche per gestire la Regione e le istituzioni regionali, che superino la logica dei carrozzoni. La proposta di legge che stiamo esaminando individua alcuni strumenti, a mio avviso idonei a consentire una innovazione vera nella gestione della cultura e dei servizi che per la cultura vengono predisposti, strumenti che consentono non il carrierismo di pochi o di molti, ma la valorizzazione e il potenziamento della qualità culturale di tanti i quali, pur attivi e presenti in varie istituzioni e associazioni, non hanno fino ad oggi trovato un interlocutore nella struttura regionale.

PRESIDENTE. I lavori del Consiglio riprenderanno questo pomeriggio alle 17.

La seduta è tolta alle ore 13 e 19.



Allegati seduta

Allegato: Traduzione dell'intervento dell'onorevole Zucca

I

Ci sono tanti, nella nostra Assemblea, che considerano con riguardo la cultura sarda: ma a me pare brutta cosa che pochi sappiano parlare in sardo. Il che significa che non basta avere una buona idea perché si raggiunga un dato traguardo: io proporrei che a difensori del sardo si ergano anzitutto coloro che sanno parlare in sardo.

II

Io parlo dilettevolmente in sardo al mio paese e in altri paesi (sardi): ma chi si assume l'onere di dire quale sia il vero sardo? Mi pare un po' come l'indoeuropeo, ricostruito su base comparativa: insomma, campidanese o logudorese?

III

Non ci sono insegnanti che possano insegnare il sardo (in tutta la Sardegna): ognuno parla il proprio dialetto. Per parte mia, ad esempio, sono digiuno del sassarese; detesto in modo particolare un nuovo modello di sardo che mescola tutto e non è né sardo né italiano.

IV

Prima ancora di Amsicora e Iosto abbiamo una storia gloriosa di memorie: la Regione, come ha risposto? Chi non ama la Sardegna non ha cuore; dare alle cose il loro nome e disporre i reperti al loro posto è un impegno di noi tutti: siamo consiglieri della Sardegna!

V

Gli studenti del liceo, oggi, non conoscono la nostra storia, poverini: studiano i destini di Eliagabalo, i miti di Telefo e Orfeo ma penso che non conoscano i confini del giudicato di Arborea; la strada è sbagliata, confondono "Angioini" con "Angioiani".

VI

Per precorrere la retta via, però, prima di progettare grandi palazzi, restauriamo la pinnetta. Io ho dubbi sulla proposta: il giorno che il sardo verrà imposto nelle scuole diverrà lingua morta!

VII

Invece in una sagra paesana, in una conferenza o in un dibattito i giovani - la cosa non sembri strana - partecipano con passione, ascoltano, fanno domande su Eleonora o Ospitone: a scuola l'italiano, nelle gare poetiche il sardo!

VIII

Mi avvio a concludere: le finalità della legge sono buone ma si tenga più in conto la realtà. Si censisca i patrimonio, ma carrozzoni no per carità! Sono convinto che prima della votazione la legge si possa anche migliorare.