Seduta n.32 del 17/02/2000 

Xxxii SEDUTA

(ANTIMERIDIANA)

Giovedì 17 febbraio 2000

Presidenza del Presidente SERRENTI

indi

del Vicepresidente SPISSU

La seduta è aperta alle ore 10 e 21.

LICANDRO, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del martedì 25 gennaio 2000 (28), che è approvato.

Congedi

PRESIDENTE. Comunico che il consigliere Sergio Milia ha chiesto di poter usufruire di un giorno di congedo a far data dal 17 febbraio 2000, e che il consigliere Mauro Pili ha chiesto di poter usufruire di due giorni di congedo a far data dal giorno 17 febbraio 2000. Se non vi sono opposizioni, i congedi si intendono accordati.

Annunzio di presentazione di disegno di legge

PRESIDENTE. Comunico che è pervenuto alla Presidenza il seguente disegno di legge:

"Modifiche ed integrazioni alla legge regionale 2 gennaio 1997, n. 4, recante: 'Riassetto generale delle province e procedure ordinarie per l'istituzione di nuove province e la modificazione delle circoscrizioni provinciali'". (46)

(Pervenuto il 7 gennaio 2000 ed assegnato alla quarta Commissione.)

Annunzio di presentazione di proposte di legge

PRESIDENTE. Comunico che sono pervenute alla Presidenza le seguenti proposte di legge:

Dai consiglieri SANNA Giacomo - MANCA: "Norme per il trasporto pubblico locale in attuazione del decreto legislativo 19.11.1997, n. 422, così come modificato dal decreto legislativo 20.9.1999, n. 400 e dalla Legge 7.12.1999, n. 472". (45)

(Pervenuta il 27 gennaio 2000 ed assegnata alla Quarta commissione.)

dal consigliere TUNIS Marco: "Modifica alla legge regionale 2.1.1997, n. 4, recante: 'Riassetto generale delle province e procedure ordinarie per l'istituzione delle nuove province e la modificazione delle circoscrizioni provinciali'". (47)

(Pervenuta il 10 febbraio 2000 ed assegnata alla Quarta commissione.)

dai consiglieri RASSU - GRANARA: "Ulteriori interventi a favore dei cittadini e delle imprese danneggiate dall'alluvione del novembre 1999". (48)

(Pervenuta il 10 febbraio 2000 ed assegnata alla Quarta commissione.)

dai consiglieri SCARPA - FADDA - CORDA - FALCONI - CONTU - LOMBARDO - PACIFICO - SCANO: "Istituzione del Comitato regionale per le comunicazioni della Sardegna (Co.re.com.)". (49)

(Pervenuta il 10 febbraio 2000 ed assegnata alla Seconda commissione.)

Risposta scritta ad interrogazioni

PRESIDENTE. Comunico che è stata data risposta scritta alle seguenti interrogazioni:

"Interrogazione CAPPAI - PIANA sul mancato avvio del progetto 'Amici del Lavoro' in Comune di Quartu". (15)

(Risposta scritta in data 3 febbraio 2000.)

"Interrogazione MANCA - SANNA Giacomo sulla soppressione di alcune classi di scuole dell'obbligo nella Provincia di Nuoro". (22)

(Risposta scritta in data 3 febbraio 2000.)

"Interrogazione SPISSU sulla grave situazione in cui si trova il Parco dell'Asinara". (33)

(Risposta scritta in data 3 febbraio 2000.)

"Interrogazione FRAU sull'Istituto alberghiero di Sassari". (37)

(Risposta scritta in data 3 febbraio 2000.)

"Interrogazione RASSU sulla mancata presentazione, presso la CEE, della regolazione consuntiva relativa ai dati delle colture biologiche in Sardegna (Reg. CEE n. 2078)". (43)

(Risposta scritta in data 3 febbraio 2000.)

"Interrogazione COSSA - CASSANO - DEMONTIS - FANTOLA sull'applicazione in Sardegna del DPR 30/9/1999 n. 361 (Regolamento recante norme per la riduzione del costo del gasolio da riscaldamento e del gas di petrolio liquefatto, ai sensi dell'art. 8, comma 10, lett. c), della legge 448/1998)". (47)

(Risposta scritta in data 3 febbraio 2000.)

"Interrogazione SANNA Giacomo - MANCA sull'acquisizione da parte dell'ERSU dell'Hotel Leonardo da Vinci di Sassari". (53)

(Risposta scritta in data 3 febbraio 2000.)

"Interrogazione AMADU sulla situazione della Organizzazione Pani Sardegna di Sassari". (56)

(Risposta scritta in data 3 febbraio 2000.)

Comunicazioni del Presidente

PRESIDENTE. Comunico che, con nota del 9 febbraio 2000, l'onorevole Alberto Randazzo ha revocato la propria adesione al Gruppo Popolari-Popolari Sardi ed è confluito nel Gruppo Misto.

Discussione generale congiunta dei disegni di legge: "Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della Regione (Legge finanziaria 2000)" (21/A) e "Bilancio per l'anno finanziario 2000 e bilancio pluriennale per gli anni 2000-2002" (22/A)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione generale congiunta dei disegni di legge numero 21 e 22.

Dichiaro aperta la discussione generale. Ha facoltà di parlare il consigliere La Spisa, relatore di maggioranza.

LA SPISA (F.I.-Sardegna), relatore di maggioranza. La manovra finanziaria con cui si avvia questa legislatura è caratterizzata da un paradosso: si è detto, sia da parte della maggioranza, sia da parte dell'opposizione, che abbiamo tutti la necessità di coniugare lo sviluppo e il risanamento. E' la storia che ci ha posto di fronte alla necessità di affrontare le due questioni racchiuse in queste due parole chiave considerate inconciliabili dalla politica economica tradizionale.

Astrattamente risanamento e sviluppo sarebbero inconciliabili, se si considerasse l'arretratezza della Sardegna come avente origine dalla carenza di risorse finanziarie, e di conseguenza le difficoltà delle imprese legate unicamente all'insufficienza di capitali e di liquidità; come se le difficoltà degli enti pubblici (statali e locali) fossero legate soltanto alla povertà del bilancio! Sviluppo e risanamento sarebbero inconciliabili se la difficoltà fosse solo questa.

Certamente la quantità di risorse incide pesantemente sull'efficacia e sull'efficienza della spesa delle strategie da perseguire, siano esse di un'impresa o anche di un ente pubblico, da questo punto di vista la situazione non cambierebbe, sarebbe vero qualora l'efficacia e l'efficienza fossero determinate soltanto dalla quantità di risorse, ma noi sappiamo che la bontà di una strategia, sia di un'impresa che di un'istituzione pubblica, è determinata anche dalla qualità della spesa.

Se ci troviamo oggi di fronte al duplice problema dello sviluppo e del risanamento finanziario, è perché evidentemente il flusso di risorse destinate alla Sardegna non è stato fino ad ora utilizzato al meglio. Resta vero che la questione della quantità delle risorse finanziarie esiste, ma è anche vero che la questione della quantità delle risorse non riguarda tanto la spesa, quanto invece la politica delle entrate. Mi permetto di sottolineare questo aspetto perché è, anche e soprattutto, sulla politica delle entrate che si misura la qualità della finanza e dell'economia e la capacità del Governo, in quanto è certamente più visibile e più pagante elettoralmente compiere delle modifiche sul livello della spesa. Oggi le opposizioni, di fronte a questa proposta di legge finanziaria e di bilancio, ci dicono: "Voi siete una maggioranza avara, cinica, che vuole opprimere chi nella società è sfortunato, non dando quello che in condizioni normali, anzi in condizioni di disagio straordinario, va dato alle categorie più deboli, e perciò questa manovra finanziaria ha circa mille miliardi in meno, sul livello della spesa e quindi anche delle entrate, rispetto al 1999". E' vero, i dati sono questi. Nel 2000, nel nostro bilancio, noi abbiamo un totale di 8.587 miliardi di lire(totale riferito al testo in discussione attualmente), mentre nel 1999 avevamo un livello di spesa, e quindi anche di entrata, di 9.470 miliardi di lire; sarebbe poi da verificare concretamente qual era l'origine delle entrate superiori nella finanziaria del 1999 .

Ma vorrei tornare al problema della politica delle entrate perché, come ho già detto, è evidente che una politica della spesa è più visibile, più redditizia, e che ci sono ragioni particolari che inducono a dover intervenire per lo sviluppo, per l'occupazione, per garantire al nuovo sistema dei servizi sociali e sanitari una possibilità di spesa che sia corrispondente ai bisogni che il nostro territorio e la nostra popolazione vivono, però è anche vero che l'operazione compiuta negli anni scorsi è stata sostanzialmente questa.

Noi abbiamo dibattuto e polemizzato in queste settimane sul fatto che il disavanzo e l'indebitamento siano un vero disavanzo e un vero indebitamento. L'opposizione dice che non si tratta di un vero disavanzo, che dobbiamo andare verso il risanamento e il ripiano del disavanzo, e che i mutui autorizzati nelle manovre finanziarie degli anni scorsi in realtà non hanno avuto poi nel concreto un'attuazione corrispondente al livello di indebitamento autorizzato perché non c'è mai stato bisogno di accenderli tutti. In effetti è così, i mutui contratti sono in misura inferiore al livello dei mutui autorizzati progressivamente con le diverse manovre finanziarie. Allora da che cosa nasce l'indebitamento? Sembra che nasca dal fatto che si è preso atto che il livello di spesa è così lento e così incapace di arrivare a coprire, realizzare ed attuare tutto quello che veniva autorizzato, cioè in sostanza una mole di residui passivi così alta è dovuta al fatto che, evidentemente, riusciamo a spendere soltanto l'80 per cento delle entrate (questa è la fotografia che è stata fatta), ed allora, questo è stato il ragionamento fatto sinora, perché lasciare questo 20 o 30 per cento non speso? Aumentiamo le entrate con un artificio contabile. In realtà le autorizzazioni di mutuo (questa può essere l'interpretazione di buona fede della volontà dei legislatori degli anni precedenti) nascevano dall'esigenza di risollevare il livello delle entrate storicamente abbassatosi infatti sappiamo che l'intervento straordinario è stato ridotto e le entrate ordinarie progressivamente si stanno riducendo; ed allora come assicuriamo nel bilancio una disponibilità di entrata superiore? Autorizzando mutui che in realtà noi non contrarremo mai.

Questa operazione,, che d'altra parte si può percepire con immediatezza essendo altissimo il livello di residui passivi, quasi delle stesse dimensioni del disavanzo che si aggira intorno ai 5 o 6 mila miliardi,, non è tuttavia ininfluente sul livello e sulla serietà del bilancio stesso. L'opposizione infatti non giudica abbastanza realisticamente il fatto che tenere questo livello di indebitamento porta all'obbligo di quote di ammortamento, progressivamente crescenti, che incidono sul bilancio ordinario, riducendo il nostro livello di spesa; tanto è vero che nella proposta di DPEF, presentata dalla precedente maggioranza nella scorsa legislatura e approvata durante la legislatura corrente con i voti sia dell'attuale maggioranza che dell'attuale opposizione, si è previsto di prendere seriamente in considerazione il problema del disavanzo rendendoci conto che non è più possibile continuare in questa direzione; non si può cioè gonfiare ancora il bilancio con altre autorizzazioni di mutuo, ma dobbiamo arginare in modo serio e responsabile l'indebitamento. Maggioranza ed opposizione hanno dimostrato in quest'Aula di voler seriamente affrontare il problema.

Colleghi dell'opposizione, è chiaro che, una volta approvato il DPEF con questa impostazione, non si può poi dire che la manovra finanziaria proposta da questa maggioranza è incoerente rispetto al DPEF. Se si è coerenti con l'impostazione anche da voi approvata nel DPEF, non si può non assumere responsabilmente la decisione di contenere il livello della spesa; questo è stato fatto, infatti i 900 miliardi in meno nel bilancio 2000 derivano esattamente da questo. Vi ricordo che nell'esercizio precedente si autorizzavano mutui per 1500 miliardi (sto dicendo cifre un po' all'ingrosso), mentre oggi siamo scesi a 950 miliardi circa. Con il sistema della maggiorazione delle entrate attraverso l'autorizzazione dei mutui, noi avevamo disponibili altri 600 miliardi, come si arriva allora ai 900 che c'erano in più nell'esercizio precedente? Si arriva con un'entrata straordinaria di un rimborso irpef di circa 300 miliardi. Il livello superiore di entrate dell'esercizio precedente, i 900 miliardi circa, derivava quindi da queste due fonti:dai 300 miliardi di rimborso irpef, che costituisce ovviamente un'entrata straordinaria che non abbiamo quest'anno, e dai 600 miliardi di mutui, autorizzati e non accesi, che invece abbiamo. A questo punto dobbiamo fare alcune considerazioni, prima di tutto ricordare che la Giunta si è insediata appena venti giorni prima della presentazione ufficiale della proposta della manovra finanziaria, avvenuta pertanto in tempi rapidissimi, e poi che in Commissione a questa proposta originaria della Giunta è stata presentata una mole di emendamenti tale da determinarne un aggiustamento relativamente a risorse nuove pari a 247 miliardi di lire, per la precisione, che hanno portato lo stato di previsione dell'entrata da 8.340 miliardi circa a 8.587 miliardi circa; questi 247 miliardi sono stati recuperati dai fondi di rotazione e da altre entrate, prevalentemente da trasferimenti statali.

Per il 2000, la scelta di questa maggioranza e di questa Giunta è stata quella di destinare queste somme aggiuntive (qualificando queste nuove risorse disponibili)al sistema delle imprese portando a 46 miliardi lo stanziamento destinato alla legge numero 15 e incrementando fino a 49 miliardi, nel Fondo nuovi oneri legislativi, l'accantonamento per i disegni di legge collegati, soprattutto per quello collegato in materia di turismo, artigianato o commercio; è stato inoltre previsto un incremento fino a 10 miliardi per il fondo di tutela dei livelli produttivi occupativi, quindi uno stanziamento di carattere eminentemente sociale; altri 10 miliardi per la legge numero 32 del 1985 sull'edilizia residenziale, i mutui per la prima casa. E` stato deciso un ulteriore finanziamento straordinario per le politiche attive del lavoro, pari a 20 miliardi attribuito con un sistema nuovo, sappiamo che si potrebbe obiettare il fatto che i 20 miliardi fanno parte di quei 40 che costituiscono l'attuale stanziamento, ma il finanziamento originario era di 100 miliardi destinati ai piani straordinari, previsti dall'articolo 94 della legge finanziaria del 1988. E' vero questo, però credo che sia apprezzabile lo sforzo compiuto da questa maggioranza nel cercare di individuare una strada alternativa alla disciplina vigente, come anche l'opposizione, durante il dibattito molto serio e costruttivo svoltosi in Commissione, ha indicato. Quei 100 miliardi destinati all'occupazione previsti nella legge finanziaria del 1988 rappresentano risorse spendibili da parte dei comuni, attraverso meccanismi troppo rigidi, ciò impedisce loro di porre in essere, con sufficiente autonomia, politiche serie per favorire l'occupazione. In questa proposta si vuole tentare di destinare ai comuni, con nuovi criteri ma lasciando ad essi una maggiore libertà di manovra, 20 miliardi che vengono però ripartiti ed aggiunti sostanzialmente alle risorse già previste per il sistema delle autonomie locali dalla legge numero 25. E` un tentativo - migliorabile sicuramente nella disciplina sostanziale, ma è un tentativo serio - di fare politica per l'occupazione valorizzando gli enti locali, dando ad essi non solo risorse aggiuntive, ma anche una maggiore capacità di manovra attraverso procedure molto più agili e più snelle tali da incrementare quell'occupazione stabile obiettivo che il Piano straordinario per il lavoro non ha raggiunto. Sappiamo infatti che quest'ultimo allevia sicuramente una situazione di disagio da parte dei disoccupati, ma non fornisce una soluzione stabile al problema del lavoro, e siccome noi - tutti credo, sia la maggioranza che l'opposizione - vogliamo raggiungere l'obiettivo, di creare sviluppo ed occupazione vera per la Sardegna, dobbiamo veramente porci il problema di come utilizzare al meglio queste risorse.

Queste nuove risorse - si tratta di 247 miliardi aggiuntivi - sono state destinate alla politica culturale: a sostenere l'università; a potenziare i fondi destinati alle borse di studio per laureati; a incrementare fino a 12 miliardi le risorse per il Parco scientifico e tecnologico della Sardegna; ad accrescere fino a 15 miliardi i fondi a disposizione delle amministrazioni comunali per l'affidamento della gestione di servizi relativi a aree archeologiche, beni museali, biblioteche ed archivi alle cooperative e alle società. Si è fatto un tentativo di miglioramento di qualificazione della spesa cercando di concentrare quelle poche risorse in più che sono state trovate (poche guardando alla politica di risanamento che insieme, in questo Consiglio, abbiamo voluto avviare con l'approvazione del DPEF) verso il sistema produttivo, cioè verso una direzione di sviluppo vero; ma anche questo è migliorabile.

In Commissione è stato avviato un dibattito costruttivo, con un confronto - secondo me - di ottimo livello tra maggioranza ed opposizione. L'opposizione ha avuto un atteggiamento di critica ma anche costruttivo, debbo riconoscerlo in tutta sincerità, , con formulazione di proposte concrete, che d'altra parte sono scaturite dalle audizioni (effettuate sia dalla Commissione che dalla Giunta in questo periodo) con le categorie produttive, con il sistema delle istituzioni locali, allo scopo di individuare le linee strategiche più importanti verso le quali indirizzare le risorse disponibili.

In Commissione abbiamo svolto in tempi abbastanza rapidi un dibattito serio sui contenuti arrivando al più presto possibile in Aula per la discussione del provvedimento di legge. Credo che occorra continuare con questo metodo; è sperabile quindi che il dibattito, così come il confronto, aperti in quest'Aula, si tengano ugualmente in modo serio e dignitoso (poiché i lavori sono seguiti da tutte le forze sociali e dai sardi) e si arrivi ad una soluzione che dia veramente, con questa manovra finanziaria, disponibilità di risorse finanziarie utili alla realizzazione dello sviluppo e all'attuazione dell'impegno di risanamento da noi assunto.

Vorrei chiudere esaminando ancora due problemi. Il primo riguarda la mole degli emendamenti (circa 150) presentati dall'opposizione in Commissione, sulla manovra finanziaria, i quali prevedono complessivamente un incremento di spesa che supera i mille miliardi. In grandissima parte, la destinazione delle somme previste è anche condivisibile, in quanto l'opposizione, così come anche la maggioranza ha fatto dal canto suo, ha proposto di incrementare le risorse nei settori produttivi, di potenziare gli investimenti previsti nel settore pubblico per quanto riguarda i centri storici, di rifinanziare le leggi sull'occupazione, la legge numero 28, e le leggi di settore, soprattutto per far fronte ad esigenze molto particolari, si è fatto riferimento - è un caso per tutti - alla questione del fermo biologico. Devo però far presente che quest'ultima è una questione molto dibattuta: è un intervento assistenziale o invece è un intervento di sostegno alla produzione in quel settore? Il dibattito è ancora aperto, , l'unico dato di fatto è che quel settore richiede un intervento.

Ritornando al problema enunciato, ci si chiede a quali fonti di finanziamento si dovrebbe prevedere di far ricorso, sul fronte delle entrate, per coprire l'aumento di mille miliardi di spesa, indicato dagli emendamenti sopra citati (che credo verranno sicuramente ripresentati in quest'Aula). Complessivamente gli emendamenti presentati, visti uno per uno, prevedevano un incremento delle autorizzazioni per nuovi mutui pari a oltre 700 miliardi; il che è certamente in contraddizione con la scelta operata nel DPEF, condivisa anche dall'opposizione, e ribadita in tutte le sedi in questi giorni. Credo che su questo si possa e si debba ancora discutere.

Passando alle questioni relative al Piano per il lavoro, nessuno di noi ha detto di voler chiudere le politiche per l'occupazione. Le politiche per l'occupazione vanno non solo fatte, ma vanno fatte seriamente. Quello che noi ci domandiamo però è se non sia il caso, prima di attuare l'articolo 19 della legge numero 37, autorizzando cioè la spesa per i piani comunali per l'occupazione, di verificare la bontà di questi piani, appurando in concreto se effettivamente scaturisce da essi occupazione stabile. La maggioranza non è assolutamente chiusa a questa valutazione, è una verifica che può e deve essere fatta, dopo la quale bisogna trovare adeguate soluzioni.

Chiudo dicendo che la qualità della politica economica si misura non solo sulla politica della spesa ma anche sulla politica dell'entrata. Ricordo che l'ultimo intervento che ha inciso in maniera forte sul livello delle entrate risale al 1983, anno in cui venne approvata dal Parlamento la legge numero 122 di riforma del Titolo Terzo dello Statuto, la quale adeguava il livello delle entrate alle nuove entrate che lo Stato aveva, che per anni non venivano riconosciute e distribuite alla Regione e quindi al sistema delle autonomie locali sarde. Noi da allora non abbiamo avuto nessun intervento di revisione di quella legge, varata durante la Giunta Rojch, se non sbaglio, quando era Assessore delle finanze l'attuale Presidente della Giunta. Noi dobbiamo avviare un processo di riforma che incida sul livello delle entrate, poiché non possiamo sollevarlo autorizzando nuovi mutui, ma chiedendo allo Stato di dare alla Sardegna quello che spetta ad un'autonomia regionale forte e speciale come la nostra.

Queste proposte sul livello della spesa e delle entrate qualificheranno questa manovra finanziaria e, speriamo, anche la politica economica di bilancio e di programmazione nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il consigliere Balia, relatore di minoranza.

BALIA (F.S.D.), relatore di minoranza. Signori Presidenti, colleghi, già nella passata tornata, durante il dibattito sul documento di programmazione economica e finanziaria, è emerso, per parte nostra, ma mi pare che questo fatto sia incontrovertibile e non possa che essere riconosciuto anche dalla maggioranza, che il documento di programmazione economica e finanziaria contiene le linee guida, detta la filosofia e le direttrici alle quali poi dovrà necessariamente essere ispirata una manovra finanziaria che voglia essere coerente. In questo caso invece vi è un'anomalia, e anche forte, che risiede nell'incredibile comportamento che la Giunta regionale e l'Assessore competente in quella materia hanno seguito; quest'ultimo, pur non condividendo il chiaro messaggio contenuto nel Dpef, approntato dal precedente Assessore della programmazione e del bilancio, lo sposa, lo fa proprio, lo approva, lo porta, così come è stato formulato, all'attenzione della Giunta, all'attenzione della competente Commissione, e poi all'attenzione dell'Aula dove ottiene un voto favorevole. Ma se su quel documento l'attuale maggioranza aveva riserve, non avrebbe dovuto provvedere alla sua approvazione così come era, avrebbe dovuto rinnegarlo e adoperarsi per predisporne uno da loro condiviso. Il tempo di cui la Giunta ha potuto fruire, seppure breve, era certamente sufficiente per introdurre innovazioni, modifiche e per costruire un documento di programmazione economica e finanziaria che fosse maggiormente rispondente e coerente col tipo di cultura rivolta allo sviluppo che l'Assessore e la Giunta intendevano interpretare.

Si è scelta invece una strada facile, la più facile, quella dell'approvazione di un documento già predisposto, già pronto, adottandolo così com'era. E' strada facile questa, ma allo stesso tempo tortuosa, perché viene contemporaneamente manifestata e dichiarata l'intenzione di voler procedere entro breve tempo, due o tre mesi, alla modifica del documento di programmazione economica e finanziaria attraverso un nuovo documento aggiornato ed evidentemente stravolgente rispetto alla filosofia dal primo contenuta. Naturalmente questa riserva dell'Assessore segnerà poi tutto il percorso intellettuale attraverso il quale si è arrivati alla predisposizione della manovra finanziaria. Credo che risultasse difficile essere più incoerenti e incongruenti di così.

Nel Dpef era palese la chiara volontà di orientare la successiva manovra di bilancio partendo da due diverse consapevolezze: da un lato la consapevolezza che bisognava contenere l'indebitamento e prevedere per il futuro una politica di risanamento; dall'altro lato la volontà di stimolare e sollecitare, con gli opportuni interventi, il mercato per favorire nuove occasioni di sviluppo.

Questa manovra finanziaria, contrariamente a quanto si afferma, non persegue nessuno di questi due obiettivi. Da un lato frena lo sviluppo e la possibilità di creare nuova impresa e nuove occasioni di lavoro, rischiando così un attorcigliamento, un annodamento, un imbavagliamento del sistema economico, perché di fatto sottrae incentivi alle imprese e alle leggi per le politiche attive del lavoro, quindi non persegue l'obiettivo dello sviluppo e non massimizza le opportunità e le occasioni di lavoro. Ma non persegue neanche l'altro obiettivo, seppure dichiarato, perché potenzia i finanziamenti destinati alla spesa corrente e non alimenta, così, quella politica di risanamento a cui invece fa continuo ed esplicito riferimento. Quindi nessuno dei due obiettivi, dichiarati e conclamati, di fatto viene perseguito.

Il sistema economico sardo è povero; rischiamo un suo avvitamento nel circolo vizioso della povertà, e attraverso questa manovra di bilancio non riusciamo a spezzare questo cerchio e a trasformarlo da circolo vizioso in circolo virtuoso. Il percorso, poi, è ancora più incoerente e anacronistico anche solo sotto l'aspetto puramente propositivo, perché Giunta e Assessore continuano di fatto (certamente non per inconsapevolezza, ma per scelta politica) a confondere l'indebitamento reale con l'autorizzazione alla contrazione di mutui. Come l'Assessore e la Giunta regionale ben sanno, si tratta di due fasi, di due aspetti, di due modelli, l'uno completamente differente dall'altro e assolutamente inconfondibili. Certo da parte nostra vi è piena, totale e assoluta consapevolezza anche della necessità di contenere l'indebitamento, ma questa consapevolezza non può diventare esasperazione, l'indebitamento va contenuto con equilibrio, con una giusta programmazione nel tempo, senza creare quelle situazioni deflative a cui il relatore di maggioranza poc'anzi accennava e che, attraverso questa manovra di bilancio, saranno assolutamente inevitabili.

Un piano di risanamento finanziario serio prevede tempi credibili da un lato - così come, d'altronde, contemplati dal Documento di programmazione economica e finanziaria - ma dall'altro prevede anche giuste misure alternative per non bloccare la spesa per sviluppo e lavoro, la quale deve essere certamente rimodulata, intervenendo su diverse parti: spesa corrente, dotazione dei fondi di rotazione, necessario accertamento nel più breve tempo possibile delle entità dei residui passivi. La Giunta, dall'altro lato, invece, ed è questa la maggiore incoerenza rispetto all'affermazione di principio che fa, incrementa la spesa corrente, contiene quella destinata all'impresa e al lavoro, non accerta i residui passivi.

Il testo esitato dalla Commissione contiene sicuramente delle modifiche importanti, rispetto alle proposizioni originarie, ottenute attraverso alcuni emendamenti, le quali però non ne modificano la sostanza. Al massimo esse servono a garantire, in termini di assoluta parzialità, una strategia per la conservazione dell'impresa che è già operativa nel mercato, dell'impresa esistente, ma non pongono, invece, strategie per costruire nuova impresa e nuove occasioni di lavoro.

L'opposizione è intervenuta in Commissione, interverrà in Aula attraverso una serie di emendamenti, e noi vogliamo pregare la maggioranza di esaminarli con serietà, senza rifiuti pregiudiziali, senza il gioco delle parti, prestando la dovuta attenzione e partendo dalla consapevolezza che qualche volta si potrebbe anche avere torto ma che, lungo un itinerario, quei torti possono essere corretti e ricondotti a una giusta ragione. Gli emendamenti riguardano il Piano per il lavoro e l'imprenditoria giovanile, sono cioè emendamenti rivolti verso lo sviluppo. Badate, far perdere la certezza di triennalità, così come invece previsto dalla legge e dai precedenti programmi relativamente al lavoro, significa svuotare di contenuto quella normativa, farla regredire, toglierle capacità reale e concreta di operatività; tutta la programmazione relativa a quei provvedimenti, predisposta in maniera totale, nel senso che riguarda la totalità dei comuni della Sardegna, è una programmazione che affonda le proprie radici sulle caratteristiche, sui requisiti, sulla consapevolezza, sulla certezza che questa triennalità andrà garantita. La mancanza di questa certezza fa perdere il significato a quelle progettualità, le svuota di ogni contenuto, le riduce, le rimpicciolisce, finisce con annullarle, e col far assumere a quei provvedimenti un significato assolutamente ristretto nel tempo, e non in grado di incidere invece in maniera determinante sulla creazione di nuove occasioni di lavoro e di sviluppo.

Dall'altro, oltre a costringere a una forma di ghettizzazione i comuni che questa consapevolezza necessariamente assumono, se non venissero approvati i necessari emendamenti, si costringeranno anche i comuni a una rivisitazione in negativo del proprio bilancio per l'impossibilità di prevedere al suo interno una spesa triennale rivolta verso questo settore.

Il settore del lavoro è un settore troppo importante sia per il sistema economico, sia soprattutto per la dignità dell'uomo. Si è detto - e lo si è detto da più parti in quest'Aula - che sinché vi sono cittadini marginalizzati, impossibilitati ad accedere al mondo del lavoro, e sinché la classe politica in questa direzione non sprigionerà tutte le energie e tutte le risorse necessarie, questo Paese non potrà definirsi paese civile, e allora questa classe politica, sia essa di maggioranza che di opposizione, non è una classe politica, che adempie al proprio dovere. A ogni cittadino va riconosciuta la giusta dignità; a tutti i cittadini, a quelli più poveri, a quelli meno abbienti, a quelli più sfortunati, vanno garantite opportunità di collocazione e di lavoro. Le modifiche, a cui l'onorevole La Spisa ha fatto riferimento, anche relativamente agli incentivi alle imprese, sono sì innovative rispetto al testo originario, ma sono assolutamente insufficienti; sono appena un segnale, ma non rappresentano un solco importante, non rappresentano un'effettiva volontà, proprio per la loro limitatezza, di un chiaro segnale di marcia da parte della Giunta regionale in quella direzione, inoltre mancano fondi in una giusta proporzione per la cultura, per la ricerca, per l'informazione, per l'informatizzazione.

Infine, uno degli altri due argomenti, sui quali l'opposizione presenta emendamenti, è rappresentato dalle risorse da destinare agli enti locali. Badate, il Governo di centro-sinistra nella passata legislatura - l'abbiamo detto più volte - ha accumulato idee, ha accumulato ragionamenti, ha accumulato una nuova mentalità. Da quella mentalità sono scaturite proposte che non sempre si sono concretizzate in fatti operativi, ma sono servite per creare in tutti la consapevolezza che gli enti locali non potevano più essere mantenuti in una condizione di totale marginalizzazione. Lo stesso approntamento della legge sui piani integrati d'area (seppure essa poi nella fase operativa, così come per tutte le leggi, ha manifestato qualche incongruenza da aggiustare nel tempo) ha dato ai comuni una nuova dignità. Non solo la dignità di provvedere alla spendita, ma quella di essere soggetto politico importante, alla pari con le altre massime istituzioni, e di concorrere, da soggetto politico paritario, alla programmazione dello sviluppo della propria terra; e quando ad essa concorrono gli enti locali, i comuni, vi concorrono tutti i cittadini, perché il cuore del cittadino pulsa in simbiosi col proprio sindaco e con i propri amministratori, mentre quando le istituzioni sono più lontane pulsa invece in maniera differente ed è più difficile creare questa simbiosi. La Regione Sarda è un'istituzione ancora lontana dal cittadino e dagli enti locali. Bene, anche in queste occasioni, anziché modificare e correggere quelle fasi operative che non hanno dato tutti i frutti sperati, si è fatta un'ulteriore politica di contenimento e le risorse da trasferire agli enti locali, anziché subire ulteriori incrementi, hanno subito ulteriori decrementi, riaccentrando poteri, competenze e funzioni in capo agli Assessorati regionali non solo di livello programmatorio, anch'esse parzialmente da decentrare, ma anche di mera gestione. La Giunta regionale deve trasferire funzioni e risorse agli enti locali riservando alle proprie competenze solo quel livello di spesa talmente importante per l'intero sistema economico regionale per cui una delega si tradurrebbe in uno spezzettamento, in una frantumazione della spesa, tale da rischiare di non cogliere quel giusto obiettivo rivolto verso lo sviluppo, ma in tutte le altre occasioni la delega agli enti locali è fatto assolutamente necessitato.

Infine le politiche ambientali, che sono carenti. Io voglio soffermarmi un attimino e spendere qualche parola perché ultimamente e da più parti vi è un argomento all'ordine del giorno...

PRESIDENTE. Onorevole Balia, voglio solo farle osservare che il tempo a sua disposizione è finito, tuttavia le concedo ancora qualche minuto, ne tenga conto, la prego.

BALIA (F.S.D.), relatore di minoranza. La ringrazio, Presidente, e mi avvio rapidamente alla conclusione. Dicevo, il settore delle politiche ambientali. Da più parti in quest'ultimo periodo si parla dei parchi, e fondamentalmente di quello più importante, il Parco del Gennargentu. Il ruolo che al riguardo la Giunta regionale sta svolgendo, badate, è un ruolo che rischia di concorrere a creare nuove tensioni sociali in un territorio il cui tessuto economico e sociale è estremamente e terribilmente fragile, si rischia di mettere i sindaci contro i cittadini. Noi abbiamo piena consapevolezza che, né in Sardegna, né altrove, ma in Sardegna ancor meno che altrove, si può perseguire una politica a favore dei parchi senza il coinvolgimento e l'assenso delle popolazioni, ma allora è in questa direzione che bisogna impiegare le energie oltre che in una giusta ricontrattazione col Ministro competente. Non si deve rischiare, dando ragione oggi all'uno, domani all'altro, di incrementare invece il livello di scontro concorrendo così all'aumento delle tensioni sociali.

Infine, l'onorevole La Spisa ha accennato alla politica delle entrate e ha fatto riferimento a tempi del passato in cui sforzi sono stati spesi ed anche in maniera proficua e redditizia in questa direzione. Con una più incisiva politica delle entrate possono e debbono aprirsi nuovi orizzonti. Però, al riguardo, onorevole La Spisa, assessore Pittalis, dobbiamo rammentare che va richiamato l'articolo 3 dell'accordo di programma firmato dal Governo e dalla precedente Giunta regionale, dove è contenuto l'impegno per la ricostituzione del livello della spesa delle entrate della Regione. Io credo che questo fatto non debba essere trascurato dall'Assessore e dalla Giunta regionale, ,ma che invece debba essere immediata occasione di confronto col Governo e di sollecitazione per un pieno e totale adempimento di quell'impegno allora assunto.

Allora, avanziamo la richiesta di esaminare con attenzione, con serietà, con la dovuta serenità, gli emendamenti proposti all'Aula. Si ricomponga quella giusta armonia e coerenza fra documento di programmazione economica e finanziaria e manovra di bilancio, si renda compatibile la filosofia e i principi e le linee-guida del primo con la strategia della seconda. Badate, se così non fosse, si correrebbe il rischio che questa manovra finanziaria assomigli sempre di più al "visconte dimezzato" di Italo Calvino.

PRESIDENTE. E' ora iscritto a parlare il consigliere Cogodi, relatore di minoranza. Prima di dargli la parola, voglio ricordare all'Aula che tutte le iscrizioni, per partecipare appunto al dibattito, debbono avvenire entro l'intervento dell'onorevole Cogodi; dopodiché le iscrizioni saranno chiuse e non sarà più possibile intervenire.

Ha facoltà di parlare il consigliere Cogodi.

COGODI (R.C.), relatore di minoranza. Signor Presidente e signori della Giunta, signori consiglieri, il nostro parere, quello del Gruppo della Rifondazione Comunista, è che questo bilancio della Regione, così come è proposto, non sia solamente un bilancio insufficiente, ma eversivo, immorale, illegale.

Questo bilancio è eversivo, soprattutto perché risultano pesantemente colpite le nuove energie umane, professionali ed imprenditoriali della società sarda, perché si determina così un disordine ed uno smarrimento nel corpo sociale; l'espianto pressoché totale delle politiche locali di sviluppo, l'azzeramento delle parti più significative del Piano straordinario per il lavoro portano il segno della restaurazione e diffondono questo messaggio distruttivo e per molti versi violento.

Questo intervento che si svolge in apertura del dibattito e che io svolgo per conto del Gruppo della Rifondazione Comunista è volutamente tematico, vuole richiamare, in apertura di dibattito, innanzitutto il tema del lavoro e dell'occupazione, e non come questione parziaria e settoriale. L'intenzione nostra, che esplicitamente dichiariamo, è di riaffermare il concetto fondamentale che il lavoro non può più essere trattato nelle scelte di politica economica come una variabile indipendente rispetto alle politiche dello sviluppo. Al contrario, noi riteniamo che lo sviluppo, quello vero e duraturo, è esso stesso una conseguenza, un effetto delle sane politiche del lavoro. L'impresa esistente consente il lavoro oggi in quanto ciò risulta funzionale al suo specifico fine economico, mercantile, utilitaristico; perciò accade, in gran parte dell'economia data, che la produttività cresce, che anche la ricchezza prodotta cresce, ma nel contempo l'occupazione - in quelle imprese - diminuisce. La contraddizione sociale dell'aziendalismo moderno è "più ricchezza meno occupazione". Se questa è la tendenza nefasta dell'economia liberista, l'intervento della politica nella sua alta funzione regolatrice deve essere indirizzato a correggere le storture del sistema economico e non ad acuirle. Contro questa sana impostazione cozza invece frontalmente la proposta di bilancio e di finanziaria regionale che proponete voi, Giunta e maggioranza di centro-destra.

Tralasciamo per ora di considerare analiticamente i molteplici elementi della furia devastatrice che voi avete scatenato contro le politiche attive del lavoro e contro tutte le forme di sostegno dell'imprenditorialità giovanile, della piccola e media impresa, dello sviluppo locale, dei servizi resi ai cittadini dal sistema delle autonomie; però, intanto, serve sottolineare l'errore più grave di valutazione, l'ingiustizia estrema, la contraddizione più stridente che voi volete affermare con questo bilancio: cancellare in un solo colpo l'articolo 19 della legge numero 37, Piano straordinario per il lavoro, e ridurre del 40 per cento il relativo finanziamento destinato ai comuni, ormai consolidato da oltre dieci anni sempre in conto occupazione, così come previsto dall'articolo 94 della finanziaria del 1988. Così, in un solo colpo, voi vorreste togliere ai comuni della Sardegna, dal conto occupazione, la cifra di 373 miliardi contro ciò che prevedono le attuali leggi della Regione; dovreste meglio considerare che quella cifra, 373 miliardi, è rilevante, non solo da un punto di vita finanziario, ma lo è innanzitutto da un punto di vista politico, e ha un grande valore umano, è una scelta di campo, un nuovo e diverso modello di sviluppo, uno spartiacque sociale e culturale.

La Regione sarda, e con essa le forze sociali e culturali più vive e più attente, aveva condiviso, seppure con fatica, in questi anni, un precetto politico e morale. Avevamo detto tutti insieme: innanzitutto il lavoro. Lavoro come risposta al bisogno sociale da parte delle istituzioni autonomistiche, ma anche lavoro come volano di nuovo sviluppo, di nuova impresa, di nuova cultura, di nuova capacità del pensare e del fare, di nuovo e più maturo protagonismo e di autentica coesione sociale. Voi, invece, oggi dite: "Niente più politiche attive del lavoro, solo aziendalismo mercantile, solo pirateria economica", e fra di essa da ultimo anche la pirateria informatica; dal patto sociale questa Regione, secondo voi, dovrebbe regredire al patto leonino, alla legge della giungla.

Accade in Europa, nella ricca e civile Europa, che si consideri sempre di più il dramma del lavoro che manca, la disoccupazione raggiunge un tasso insopportabile superando il livello di guardia: trentacinque milioni di senzalavoro. Parlo e parliamo di quell'esercito soprattutto di giovani sans papier che non sono gli extracomunitari o solo gli extracomunitari, ma che sono l'esercito dei giovani comunitari senza lavoro, senza diritti e senza certificati, i "sans papier".

L'Europa dell'economia si allontana sempre di più dall'Europa della civiltà. Per questa ragione le iniziative europee, per la promozione delle azioni locali in favore dell'occupazione, si stanno ultimamente moltiplicando. La recente Conferenza europea denominata "Occupabilità e integrazione" ha avuto al centro dell'attenzione l'approccio locale per lo sviluppo quale chiave di volta nella strategia per l'occupazione, e proprio tra questi tipi di intervento la Commissione europea ha individuato, anche riferendosi alla Sardegna in modo esplicito, esempi notevoli di buone pratiche (così le hanno chiamate) per l'occupazione. Un tale importante riconoscimento, che era già presente negli atti della precedente Conferenza di Helsinki, svoltasi nel settembre scorso, costituisce una base importante per la costruzione dei successivi atti di carattere applicativo ed esplicativo, e di tutti gli strumenti di politica del lavoro messi in campo dalla Regione Sardegna. Oggi lo sviluppo locale costituisce parte integrante dei molteplici interventi promossi e sostenuti dall'Unione Europea. I più recenti orientamenti comunitari in materia evidenziano l'importanza attribuita ai soggetti locali nel processo di creazione dei posti di lavoro mancanti. Così pensano utilmente in Europa, mentre voi pensate di distruggere in Sardegna le azioni positive per il lavoro e lo sviluppo locale. Voi potete pensare quello che volete, ma anche noi possiamo pensare quello che vogliamo, perciò discuteremo molto di lavoro e di occupazione in questi giorni, in quest'Aula e fuori da quest'Aula. La nostra intenzione è apertamente dichiarata. Noi vogliamo interamente reintegrato, ed anche possibilmente migliorato, il Piano straordinario per il lavoro.

Signori della Giunta, signor Presidente, signori consiglieri, noi vogliamo interamente reintegrato ed anche possibilmente migliorato il Piano straordinario per il lavoro! Ogni nostro intervento su ogni articolo, su ogni emendamento, su ogni posta di bilancio sarà finalizzato a questo scopo. E` già tutto chiaro sin d'ora, ma per chi è distratto sarà ancora tutto più chiaro nel proseguo dell'esame degli articoli della finanziaria e del bilancio. Peraltro, signori della Giunta e della maggioranza, voi dovreste preliminarmente chiarire la palese contraddizione in cui vi trovate dopo che avete approvato poche settimane fa il Documento di programmazione economica e finanziaria della Regione, il DPEF per il 2000, anno in corso. In esso è scritto - e voi l'avete approvato - a pagina 37, punto 3.03: "Anche in termini di capacità competitiva, il pieno utilizzo e la valorizzazione delle risorse umane resta il nodo centrale dello scenario socio-economico sardo. Il tasso di disoccupazione, che nel 1998 è stato in Sardegna di circa il 21 per cento, si manterrà entro valori elevati - nonostante i previsti miglioramenti - attorno al 20 per cento." Tuttavia - leggo sempre dal DPEF, quello da voi approvato - "tale previsione è suscettibile di favorevoli correzioni in connessione con gli effetti dei provvedimenti per lo sviluppo ed il lavoro contenuti nella legge regionale numero 37", cioè il Piano straordinario per il lavoro. Ora, accade che, in forza della specifica legge di contabilità di questa Regione, il DPEF risulta lo strumento che traccia le linee guida per orientare lo sviluppo economico, che delinea gli obiettivi e le azioni di intervento, che coordina i flussi finanziari pubblici, che contiene gli obiettivi generali programmatici dello sviluppo regionale, e in particolare quelli per l'occupazione, il reddito eccetera.

Ma se le leggi della Regione, , peraltro di carattere generale ordinatorio e programmatico e ancora fresche di stampa, non vengono rispettate innanzitutto da chi governa, c'è da chiedersi chi mai altro dovrebbe rispettarle? Dice il DPEF: "Pieno utilizzo delle risorse umane come nodo centrale della questione economica e sociale della Sardegna". Ma le risorse umane che cos'altro sono se non la capacità, l'intelligenza, l'energia creativa che è nel corpo e nell'animo degli uomini e delle donne di questa Regione? E l'utilizzo pieno non vuol dire totale, generale, complessivo? E se questo è, come dice il DPEF, il nodo centrale ai fini dello sviluppo e della qualità dello sviluppo, perché mai si nega oggi la possibilità di sciogliere quel nodo, e si nega quella centralità che si è affermata poco prima? Le domande avanzate non sono retoriche, sono domande politiche che esigono risposte politiche. Poter governare, signori della maggioranza, è sicuramente un onore, ma è anche una grande responsabilità, una tremenda responsabilità; non potete svilire in tal modo la funzione del Governo autonomistico, perché a pagare il prezzo di tale svilimento non sareste solo voi ma sarebbe in definitiva tutta la collettività regionale. Accettate perciò di ragionare e sciogliete almeno la contraddizione revocando il DPEF che avete appena approvato o questa parte della proposta di bilancio in discussione.

Analoga considerazione negativa meritano le altre principali direttrici della finanziaria e del bilancio, primariamente l'asserito sostegno all'impresa, l'affermato processo di risanamento del bilancio, il presunto rientro dall'indebitamento. L'impresa di cui voi parlate, alla quale volete elargire laute risorse finanziarie, non è il sistema complessivo delle imprese, e meno che mai è il valore e la cultura d'impresa, vale a dire l'opportunità, che deve essere riconosciuta a chiunque ne abbia la capacità, di intraprendere un'attività economica. Voi vi riferite al sistema tradizionale delle imprese, e pensate di dare sempre e comunque a coloro che hanno già avuto; a quelle imprese, soprattutto a quelle più grandi, non si chiedono mai verifiche al secondo anno di attività, non si sospendono i finanziamenti in attesa del monitoraggio sui risultati finali, non si notificano atti di messa in mora, come accade ai 377 comuni della Sardegna dai quali si pretende il risultato immediato in relazione ai rispettivi programmi di sviluppo locale che hanno deliberato e che hanno solennemente certificato. Quei 377 programmi locali di sviluppo e di occupazione attraverso l'individuazione di alcune migliaia di progetti produttivi di beni e servizi diffusi in tutto il territorio della Regione attestano, per il solo primo anno di operatività dell'articolo 19, quasi diecimila nuove opportunità di lavoro, di cui oltre seimila di carattere continuativo e stabile. Signor La Spisa, onorevole La Spisa, Giorgio La Spisa, così dicono i certificati di tutti i comuni della Sardegna: oltre seimila occasioni di lavoro di carattere continuativo e stabile. Con chi polemizza il relatore di maggioranza? Col sistema istituzionale delle autonomie della Regione? Ma voi non dite niente e pretendete dai comuni e contro i disoccupati anche un altro processo in grado d'appello. Non si sa mai, pensate voi, che nel frattempo altri amministratori o altri comuni sbaglino, o almeno perdano totalmente la fiducia e desistano pure dall'opera che hanno intrapreso.

Quanto all'affermata linea di risanamento del bilancio, la manovra finanziaria avanzata fa a pugni con la volontà che si proclama. Il bilancio contiene infatti una riduzione consistente delle spese rivolte agli investimenti produttivi ed un incremento davvero patologico, e per molti versi indigesto, delle spese correnti. Un esempio significativo è costituito dalle spese di funzionamento dell'apparato regionale, proprio quello sul quale doveva realizzarsi il famoso "shock burocratico" annunciato dalla Giunta. In forza dell'articolo 8 della legge numero 31 del 1998, la Giunta regionale aveva approvato - nel luglio del 1999 - puntuali direttive di riordino in materia di strutture logistiche, per la gestione unitaria dei servizi generali, per la razionalizzazione delle utenze elettriche e telefoniche della Regione, per l'impiego funzionale delle autovetture di servizio, per il migliore utilizzo dei beni mobili e delle attrezzature disponibili; a seguito di tale razionalizzazione era prevista una riduzione fisiologica delle spese del 20 per cento nel triennio 1998/2001. Ebbene, la manovra finanziaria che voi proponete per l'esercizio 2000, non solo tralascia le direttive di riordino e il contenimento della spesa corrente, ma inverte la tendenza, torna all'antico e propone per il 2000 un incremento per le spese di funzionamento degli uffici della Regione di oltre venti miliardi, pari al 13,5 per cento in più della stessa previsione relativa al 1999, passando da 118 miliardi ad oltre 137 miliardi. Persino le spese per affitto di locali privati sono incrementate di diversi miliardi, nonostante sia unanimemente riconosciuta la permanente vergogna di una Regione che esiste da più di cinquant'anni, che possiede un enorme patrimonio immobiliare, e che ancora non è riuscita ad avere una propria casa confortevole ma preferisce vivere male in affitto, distribuendo ogni anno più di trenta miliardi. Anche questa, se volete, è una politica per l'impresa, salvo conoscere meglio quali imprese familiari traggono comodo beneficio da tale aberrante condotta pubblica.

Sempre in tema di risanamento e di rigore, quale sforzo ciclopico, signor Assessore del bilancio, avete descritto per ridefinire la politica delle entrate? Zero, anzi, meno di zero, come si avrà modo di precisare in sede di esame analitico del bilancio.

Infine, la questione dell'indebitamento, il debito della Regione, questo mostro tentacolare che appesantisce il respiro del Polo di centro-destra e che fa ansimare soprattutto l'Assessore pro tempore della programmazione e del bilancio. Alcune considerazioni rapide: è certificato che la Regione sarda è largamente al di sotto della soglia di utilizzazione del mutuo che è consentito dal sistema istituzionale e persino dai vincoli più restrittivi derivanti dal Patto di stabilità, quello che stabilizza i ricchi perché rimangano ricchi e i poveri perché rimangano poveri. Secondo: il ricorso al credito non è più ritenuto un male di per sé, se tale fosse, non si capisce perché la Regione faccia credito a tutti Al credito ricorrono le imprese, le famiglie, le persone ed anche le istituzioni pubbliche, tant'è che le leggi lo prevedono entro determinati limiti.

In buona sostanza, il debito è un fatto patologico e porta danno se il capitale assunto è sperperato, o comunque male utilizzato. Il ricorso al mutuo è fisiologico ed è anche salutare se le risorse finanziarie sono messe a frutto, se producono altra ricchezza, se risolvono problemi vitali della gente. Peraltro, nell'attuale fase favorevole di infimo livello dei tassi, per una Regione in via di sviluppo e con solide opportunità di investimento qual è la Sardegna, il ricorso al mutuo, mirato e selettivo, sarebbe davvero consigliabile e non detestabile, a condizione che però si abbia quello che voi non avete, cioè un'idea sana dello sviluppo, e che si abbia fiducia oltre che nelle istituzioni, anche nella società che si pretende di governare. Il mutuo per agevolare l'occupazione produttiva nella concreta realtà della nostra Regione e del nostro specifico sistema delle entrate, dove vi è un rientro automatico dei sette decimi dell'IRPEF e dell'IRPEG ed anche di percentuali maggiori su diverse altre operazioni e transazioni, può addirittura alimentare un circuito virtuoso di impiego, entrate e nuovo impiego, che lungi dal comprimere il bilancio può invece costituire un volano per il sostegno progressivo delle politiche del lavoro e dello sviluppo. Perciò bisognerebbe pensare a politiche espansive e puntare verso obiettivi di reale allargamento della base produttiva e occupazionale, e non invece, come propone attualmente la Giunta, a politiche regressive e depressive, depressive dell'economia e depressive della stessa fiducia degli operatori e dei cittadini volenterosi.

Infine, qualunque cosa sia, non si capisce perché l'unico debito, da non estinguere mai, debba permanere quello che le istituzioni pubbliche hanno nei confronti di una parte della società, la più debole, quella degli esclusi da tutto e dei disoccupati permanenti. No, questo debito non si deve estinguere mai. Questo non è un debito secondo voi?

Così torniamo al lavoro, al lavoro da garantire a tutti, al lavoro da inventare, al lavoro che non c'è e che invece ci deve essere. Torniamo, se volete, alla nostra ossessione, che tale non è, ma è tuttavia, lo ammettiamo, la nostra inquietudine, ed anche la nostra convinta rivendicazione.

Questa Regione non può più continuare ad approvare bilanci preventivi e programmazioni di spesa pubblica senza tenere in conto, in giusta proporzione, di tutti i titolari del potere autonomistico, e quindi dei destinatari delle risorse pubbliche che sono tutti i cittadini sardi. Perciò questo bilancio - che entra oggi in Aula profondamente squilibrato, discriminatorio e ingiusto - dovrà essere profondamente modificato in meglio. Sarebbe saggio per tutti, anche per voi, signori della maggioranza, riconoscere subito questa necessità sociale e questa utilità politica. Noi manifestiamo fiducia nella saggezza di questa Assemblea parlamentare, perché voglia rappresentare tutto il popolo sardo e non solamente una parte di esso. Ma se la saggezza non prevarrà e dovesse durare ancora quella espressione di perfido cinismo che accompagna l'apparente tranquillità degli appagati e dei più garantiti in danno dei più deboli e degli esclusi, noi manifestiamo anche un altro elemento di fiducia, e cioè che la lotta sociale e la contestazione politica consapevole e intelligente, anche nelle forme più dure quando serve, saprà conquistare quei traguardi di giustizia che qui, ora, ancora una volta, si vogliono negare o comunque ritardare. A costo di stancarci, ma soprattutto a costo di stancarvi, noi riaffermiamo comunque la volontà ferma e consapevole che, in materia di lavoro, possano essere meglio esplorate e percorse tutte le vie possibili, perché in Sardegna tutti coloro che ancora ne sono ingiustamente esclusi abbiano quanto prima l'opportunità di conoscere un lavoro vero, un lavoro buono, un lavoro produttivo.

Entrando in quest'Aula stamattina, tra i tanti cartelli in mano ai giovani disoccupati che seguono i nostri lavori, ne ho visto uno - se vi siete fermati appena un attimo, l'avrete visto anche voi - nel quale è scritto: "Non uccidete la nostra speranza. Noi vogliamo solo un lavoro vero o con le buone o con le cattive. Scegliete voi". Scegliamo noi, colleghi del Consiglio regionale, se vogliamo una gioventù motivata o una gioventù sfiduciata; se vogliamo una società incattivita o se vogliamo una società più serena. Noi non potremo fare tutto, ma possiamo fare molto. Se vogliamo, se abbiamo buona intenzione e buona volontà, almeno facciamo tutto il possibile. Grazie per l'attenzione.

PRESIDENTE. Comunico che si sono iscritti a parlare tutti i componenti del Gruppo dei Democratici di Sinistra e Federazione Democratica; tutti i componenti del Gruppo dei Popolari; il consigliere Manca del Gruppo Misto; tutti i componenti del Gruppo dei Democratici e del Gruppo di Federazione dei Socialisti e Democratici; del Gruppo della Rifondazione Comunista, l'onorevole Cogodi ha appena parlato, quindi rimangono iscritti gli altri due appartenenti. Per la maggioranza risultano iscritti quattro consiglieri del Gruppo di Alleanza Nazionale; quattro consiglieri del Gruppo di Forza Italia-Sardegna; l'onorevole Capelli e poi tutti i Capigruppo, che interverranno alla fine del dibattito.

Per l'alternanza, così come previsto dal Regolamento, io adesso dovrei dare la parola a un consigliere della maggioranza.

Ha domandato di parlare il consigliere Emilio Floris. Ne ha facoltà.

FLORIS EMILIO (F.I.-Sardegna). Sul proseguo dei lavori ritengo sia necessaria una Conferenza dei Capigruppo, proprio per stabilire l'ordine di alternanza, che non so come potrà essere attuata dato il numero non equilibrato degli iscritti da parte dell'opposizione e della maggioranza. Forse si potrà trovare una soluzione facilmente in Conferenza.

CUGINI (D.S.-F.D.). Sono d'accordo.

PRESIDENTE. Convoco la Conferenza dei Presidenti di Gruppo.

(La seduta, sospesa alle ore 11 e 47, viene ripresa alle ore 12 e 25.)

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE SPISSU

PRESIDENTE. Riprendiamo la seduta.

E` iscritto a parlare il consigliere Manca. Ne ha facoltà.

MANCA (Gruppo Misto). Colleghe e colleghi consiglieri, voglio anch'io intervenire brevemente nella discussione generale sulla legge finanziaria e sul bilancio presentato dalla Giunta. Gli atti che ci accingiamo a discutere riguardano la manovra economica e finanziaria, annuale e pluriennale, della Regione; essi sono gli atti qualificanti di qualsiasi progetto di governo in quanto rappresentano gli impegni e gli obiettivi programmatici che una maggioranza intende perseguire.

L'atto propedeutico alla manovra di bilancio, il Documento di programmazione economica e finanziaria, è stato già abbondantemente discusso e, seppur si siano registrate da una parte e dall'altra severe critiche, è stato comunque approvato con il voto favorevole sia della maggioranza che dell'opposizione, per ragioni - dico io - di alchimia politica che spesso fanno capolino in quest'Aula e confondono ruoli e compiti di chi governa e di chi dovrebbe controllare.

Il tanto conclamato rinnovamento delle procedure e dei metodi di governo sbandierato in campagna elettorale dal Polo per la Sardegna, lascia e consente il passo ad una nuova stagione di consociativismo e di pastette ad opera di gruppi e personaggi delegittimati dal popolo che hanno già tristemente portato la Sardegna sull'orlo del baratro. Così, anche la manovra di bilancio, onorevoli colleghi, rischia di essere più un regolamento di conti fra il vecchio che avanza e il vecchio che già c'era e si rafforza, che non la risposta ai problemi e alle esigenze di sviluppo del popolo sardo.

Già in occasione della discussione del DPEF, i sardisti ebbero modo di differenziare la propria posizione riguardo al documento proposto il quale appariva insufficiente e non in grado di contrastare la tendenza recessiva dell'economia sarda. Eravamo in quel momento in buona compagnia, posto che i nostri stessi dubbi e le nostre stesse argomentazioni erano stati fatti propri dalle forze imprenditoriali, sindacali e dagli enti locali, i quali valutavano abbondantemente negativa quella proposta. Evidenziavamo ancora in quell'occasione la profonda discrasia fra il contenuto del documento di programmazione economica e finanziaria, e la proposta manovra di bilancio. In particolare, mentre si dichiarava di voler improntare la manovra a sostegno dell'occupazione, delle imprese e degli enti locali, in realtà si operavano tagli indiscriminati a favore di interventi di chiaro stampo clientelare, il tutto condito da una asserita tendenza al risanamento del bilancio a causa di un deficit dichiarato di circa 5 mila miliardi che rappresenta un cappio al collo per l'intera Sardegna.

Noi analizzeremo con severa attenzione il bilancio, consci del fatto che ogni documento di indirizzo finanziario e economico debba tendere sì al risanamento, ma debba anche gettare le basi per una proposta di sviluppo armonicco e sostenibile. Non stiamo qui a individuare di chi siano le responsabilità di tale situazione deficitaria perché i sommovimenti della politica portano i responsabili di ieri a essere gli accusatori di quelli di oggi.

Vorremmo che questa Giunta dicesse con chiarezza come intende affrontare il risanamento del bilancio (al quale di certo, per ciò che ci compete, concorreremo) e nel contempo sciogliere i nodi irrisolti dello sviluppo della Sardegna che non sono ormai più rinviabili. Noi riteniamo che una seria politica di bilancio in Sardegna non possa prescindere dal gettare le basi di un moderno progetto di sostegno all'economia e dal creare le condizioni perché il territorio sardo diventi appetibile per gli investitori e per le imprese. In tal senso vigileremo perché tutti gli investimenti proposti, realizzabili sia con fondi regionali, che con fondi provenienti dallo Stato e dall'Unione Europea, siano destinati a favorire interventi mirati, capaci di incidere sul tessuto produttivo regionale e di colmare l'attuale gap esistente tra le zone interne e il resto della Sardegna.

Non consentiremo in alcun caso la riproposizione di investimenti di natura clientelare, e comunque slegati dalla naturale propensione economica della Sardegna, che tanto male hanno fatto all'economia sarda. Vorremmo che la Regione Sardegna assumesse una chiara iniziativa a favore della scuola e della formazione culturale che potrebbero rappresentare la vera chiave di volta per un futuro meno problematico, invece i tagli proposti si indirizzano proprio ai settori nevralgici e qualificano l'intera manovra come recessiva. Cercheremo nel dibattito e con la proposizione di emendamenti ad hoc di correggere tali distorsioni perché questa manovra possa essere antesignana di una diversa impostazione dei documenti di bilancio.

Altra attenzione primaria riserveremo al contenimento della spesa in settori non strategici che hanno finora contribuito solo ad alimentare la burocrazia e il disordine. Un bilancio regionale - appesantito da 6.117 miliardi di spese correnti che rappresentano il 73 per cento dell'intera spesa per l'esercizio 2000, con solo 1974 miliardi circa di spese per investimenti pari al solo 23 per cento - non può assolutamente fungere da elemento propulsivo dell'economia sarda, anzi, per raggiungere il pareggio nel corrente esercizio 2000, verranno contratti altri mutui per 1000 miliardi che andranno ad appesantire ulteriormente il bilancio degli esercizi futuri. Infatti l'avanzo primario, costituito dalla differenza fra il totale delle spese correnti e delle entrate correnti, stimato nell'esercizio 2000 in 1.108 miliardi, da solo non è più in grado di finanziare lo sviluppo, per cui si prevede il ricorso a nuovi indebitamenti.

In situazioni di questo tipo occorreva presentare un bilancio virtuoso, dove avrebbero potuto trovare collocazione una riduzione delle spese generali, l'inventario e la valutazione dei beni di proprietà della Regione, che potrebbero essere alienati, nonché la ricontrattazione con lo Stato delle quote di gettito spettanti alla Sardegna a norma dell'articolo 8 dello Statuto, che sempre di più appare come una enorme presa in giro per il popolo sardo. Così questo bilancio, come molti altri che l'hanno preceduto, appare più una enorme partita di giro, 8.340 miliardi, tendente a finanziare stanziamenti già previsti, i quali non hanno inciso alcunché nell'economia della Sardegna, ma sono solo serviti a finanziare un enorme mostro burocratico che invece di essere di supporto alle attività risulta spesso esserne un freno.

La scommessa del futuro dovrà essere quella di basare la finanziaria regionale non più sulla finanza derivata e con vincolo di destinazione ma sulla finanza autonoma da utilizzare per lo sviluppo dell'economia sarda. Analizzando le entrate, al Titolo I troviamo la quota più significativa di 5 mila miliardi, rappresentata da tributi propri e da quote di tributi devoluti dallo Stato, i primi per 1.038 miliardi, i secondi per 3.982. Altro capitolo meriterebbe l'accertamento dei tributi propri sui quali occorrerebbe emanare un testo unico per semplificare procedure, diminuire le spese di esazione ed aumentare complessivamente il gettito.

Le considerazioni di carattere generale, sin qui espresse, troveranno riscontro nel dibattuto che seguirà. Gli emendamenti che abbiamo già presentato, e che ripresenteremo, rappresentano un tentativo di miglioramento della manovra economica complessiva di bilancio nella consapevolezza comunque che, senza un diverso approccio secondo le linee generali che dianzi ho esposto, la manovra finanziaria della Regione sarà sempre di più un adempimento burocratico e non, come dovrebbe essere, il momento più significativo dell'azione di governo di qualsiasi maggioranza.

Tra i settori che più di altri hanno subito tagli e ridimensionamenti vi è quello dell'agricoltura che, come tutti ben sappiamo, è uno dei settori trainanti dell'economia della nostra Isola. Ad un settore così importante nel corso del triennio 2000/2002 verranno dirottate risorse pari al 4 per cento circa rispetto all'8 per cento del 1999; il che significa una decurtazione pari al 45 per cento degli stanziamenti previsti per il 1999, cioè un colpo tremendo nei confronti di un settore che sta attraversando una delle sue crisi più profonde, e qui voglio ricordare, in modo che se ne tenga conto, che dal punto di vista meteorologico si prevede che questa sarà una delle annate più siccitose degli ultimi anni.

Capitolo che non possiamo omettere di trattare in questa sede per l'enorme importanza che assume per tutta l'economia sarda è quello relativo al Banco di Sardegna che in questi giorni sembra occupare molto la Giunta regionale. Si diceva in campagna elettorale che uno degli obiettivi primari dell'uno e dell'altro Polo fosse proprio il controllo di questo importante istituto di credito. Controllo, si badi bene, non impegno per un miglioramento generale delle condizioni del mercato finanziario sardo cui il Banco di Sardegna dovrebbe concorrere primariamente. Così ci pare che tutta l'attenzione della Giunta non sia mirata ad un potenziamento e miglioramento dei servizi che questa banca deve erogare, quanto ad un controllo del potere di contrattazione che esso ha a tutti i livelli. Perciò, in assenza di una vera e seria proposta sul credito in Sardegna, la quale non potrà comunque prescindere dalla funzione primaria che il Banco di Sardegna dovrà assumere, la vera natura dello scontro odierno appare quella della sostituzione degli amministratori della Fondazione omogeneizzandola all'attuale quadro politico di maggioranza, in ossequio a quello che si è sempre verificato all'interno dell'istituto, dove le carriere professionali e le posizioni apicali sono state sempre riservate e appannaggio dei potenti di turno, mortificando così competenze, professionalità, ruoli, determinando una scarsa politica di sviluppo della banca. Noi, da parte nostra, vogliamo difendere il ruolo e la prospettiva che il Banco può avere, non sottacendo però le gravi responsabilità che esso ha in materia di politica del credito in Sardegna.

Siamo consci del fatto che esso è composto quasi totalmente da un management sardo e che i suoi quasi 4.000 dipendenti sono assunti in Sardegna. Così come apprezziamo la capillarità dei servizi offerti in realtà scomode e marginali quali i paesi dell'entroterra sardo. Ma tutto ciò non basta a giustificare un'assenza nei grandi programmi di sviluppo e nella gestione complessiva dell'economia sarda cui si doveva la stessa nascita del Banco. Interpretiamo il suo ruolo quale istituto di credito regionale al servizio dell'imprenditoria locale senza condizionamenti di alcun tipo, se non quelli di natura economica e finanziaria rapportati ad una gestione oculata e professionale delle risorse. In tal senso noi riteniamo che il ruolo della Regione sarda non debba essere quello di controllo politico, ma deve essere un ruolo di azione e di strategia al servizio degli imprenditori sardi. Riteniamo altresì che vada immediatamente sospeso lo scontro in atto invitando la Fondazione del Banco a trasmettere la bozza del nuovo Statuto, che è stata già anche pubblicata e inviata al Ministero del tesoro, diventata ormai segreto di Pulcinella, bozza che doveva necessariamente e preventivamente essere conosciuta dal Consiglio regionale, pur sapendo che il giudizio di merito è riservato al Ministero competente. Questo tormentone non giova di certo al processo di privatizzazione del Banco che ormai non è più rinviabile, crea seri danni all'immagine complessiva dell'istituto che deve invece avere il massimo di rappresentatività, onde consentire ad esso di affrontare quel processo da una posizione di forza e di serenità, tali da non rischiare di essere assorbito senza possibilità di incidere in alcun modo e di dettare le condizioni ai gruppi finanziari interessati all'operazione. Perciò auspichiamo un passo indietro degli attori ultimi, nella certezza che, deputato ad esprimere un giudizio complessivo e ad intraprendere tutte le azioni per la difesa dell'istituto dei risparmiatori e degli operatori sardi, sia nella sua collegialità il Consiglio regionale quale massima espressione di rappresentanza del popolo sardo.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Lai.

Ha domandato di parlare il consigliere Selis sull'ordine dei lavori. Ne ha facoltà.

SELIS (Popolari-P.S.). Della maggioranza chi parla? Chiedo scusa, solo una battuta, senza sollevare in alcun modo una polemica. L'opposizione, dopo averla già dichiarata in Commissione, ha ribadito in quest'Aula la sua disponibilità ad un confronto serio e alla luce del sole oltre che alla ricerca di possibili intese, però ritiene utile sapere da subito qual è l'apertura della maggioranza; il fatto che ci sia un numero limitato di iscritti a parlare, appartenenti a quest'ultima area, non dipende certo dall'opposizione, ma ribadisco che l'opposizione e coloro che parlano hanno interesse a sentire qual è l'apertura della maggioranza. Quindi la inviterei, anche a norma di Regolamento, a chiedere ai colleghi della maggioranza, da subito, la loro iscrizione alla discussione, quando poi si esauriranno gli interventi della maggioranza e non sarà più possibile la regola dell'alternanza - essendo in un numero più limitato - i colleghi dell'opposizione potranno sicuramente continuare, ma a quel punto saranno a conoscenza delle aperture, delle prospettive, della disponibilità al confronto e al dialogo espresse dalla maggioranza stessa.

PRESIDENTE. Grazie onorevole Selis, ovviamente si è tenuto conto in Conferenza dei Capigruppo di questo problema. L'intervento dell'onorevole Lai chiuderà i lavori della mattinata, che saranno ripresi stasera con l'onorevole Pilo che farà il primo intervento, proseguendo in questo modo ad alternare maggioranza e minoranza, naturalmente in base al numero degli iscritti.

E` iscritto a parlare il consigliere Lai. Ne ha facoltà.

LAI (D.S.-F.D.). E` evidente che l'intervento non può tenere conto, oggi, di eventuali nuove posizioni che potranno essere assunte nel corso del dibattito da parte della maggioranza, quindi ha un taglio legato al punto di partenza, cioè alla proposta di manovra di bilancio. Questa è una finanziaria con riserva, questo è un bilancio con riserva; ecco ciò che la Giunta di centro-destra propone al Consiglio.

Dopo tre mesi pieni di lavoro, a partire da documenti già esistenti e condivisi come il Documento di programmazione economica e finanziaria, il risultato è una brutta proposta e per di più con la riserva di modifiche che non potranno essere che di segno ulteriormente negativo da farsi entro tre mesi. Su questa manovra di bilancio così com'è, non può esserci un voto positivo del centro-sinistra. Non possiamo riconoscerci in un documento di segno totalmente opposto al DPEF, strabico e diplopico rispetto ad esso. Apprezziamo i cambiamenti parziali e la retromarcia sulla proposta originaria, ma non è sufficiente, in quanto effettuata dietro la spinta delle organizzazioni del mondo del lavoro, degli enti locali, soprattutto dell'opposizione di centro-sinistra. Ma è solo una retromarcia, non è stata intrapresa una nuova direzione, siete tornati indietro in direzione opposta a quella iniziale, ma non avete imboccato la strada giusta, quella utile per continuare ad ottenere i risultati positivi dell'ultima fase della scorsa legislatura che pure, anche nei giornali, parte della Giunta di centro-destra ha riconosciuto. Non si può cancellare la creatività, la progettualità, la proposta di sviluppo e di lavoro che questo Consiglio ha generato nel 1999 con il consenso di gran parte dell'allora minoranza, sostituendola con il niente, con il freno a mano e basta.

Noi pensiamo che si debba realizzare un processo coerente tra manovra di bilancio e DPEF. Al taglio di 900 miliardi si deve opporre un disegno di sviluppo e di investimento di una somma se non superiore almeno uguale, altrimenti pesanti effetti negativi su economia e lavoro in Sardegna sono scontati fin da ora. Noi pensiamo che il piano di risanamento dovuto sia pienamente compatibile con il ripristino degli investimenti del piano straordinario del lavoro, degli interventi sull'ambiente, delle risorse agli enti locali e di un nuovo grande impegno sulle risorse umane, sui sardi, su cultura, formazione, innovazione e ricerca.

Nel dibattito sul DPEF il Presidente della Commissione, La Spisa, parlò di operazione verità, un'operazione verità avviata però fin dal 1998 per applicare alla Regione principi base di qualunque soggetto economico sano. Un'operazione verità presente non solo nel DPEF Scano-Palomba del 2000, approvato recentemente in questo Consiglio, ma anche in quello precedente, frutto del lavoro riconosciuto, collegiale e di singoli Assessori della Giunta di centro-sinistra. Operazione verità sull'entità del disavanzo di amministrazione, operazione verità sull'effettiva consistenza del debito, ma anche proposte.

L'unica operazione verità invece davvero originale di questa manovra di bilancio proposta dalla Giunta di centro-destra è la visibilità piena del disegno generale di questa Giunta, a prima vista confuso, in realtà attento a precisi interessi incondivisibili ed anche un po' irraccontabili.

Risanamento sì, ma da portare avanti congiuntamente e responsabilmente, mettendo insieme sviluppo e investimenti. Noi l'idea l'abbiamo chiara: il risanamento non si fa con i tagli, perché la quasi totalità della struttura della spesa è rigida, ma si ottiene con la ricostituzione delle entrate (perché sono diminuiti nel tempo i trasferimenti ordinari), con la ridefinizione della spesa e con il riordino legislativo necessario per superare l'attuale stratificazione che configura un preciso modello di regione ed amministrazione che non è quello degli ultimi cinque anni, e inoltre si fa procedendo con la già prevista estensione del sistema di monitoraggio e con la continuazione della spinta verso performance di spesa adeguatamente registrate e codificate. Dal Documento di programmazione approvato non si può prendere solo la parte che riguarda il riconoscimento del debito e tralasciare l'elaborazione relativa agli scenari di sviluppo, che rappresenta i tre quarti del documento.

Il DPEF contiene anche una parte importante che definisce il percorso di risanamento attraverso le leve possibili per modificare le entrate; è l'articolo 3 dell'intesa Stato-Regione che prevede la redazione entro tre mesi dell'accordo di programma per la ricostituzione del livello delle entrate della Regione. Novanta giorni, e novanta giorni sono in scadenza per questa Giunta. Qual è il risultato? Che cosa si è fatto anche solo per avviare il negoziato con la Commissione paritetica? Perché solo parole? Perché, anziché il coraggio della crescita e degli investimenti, mostriamo la paura che poi porta sfiducia?

Le leve dello sviluppo non sono solo quelle economiche; nel DPEF è scritto bene. Lo sviluppo nasce anche e soprattutto dalle leve fiduciarie. Con questa manovra non si porta tra i sardi né la fermezza di scelte condivise, né la certezza del futuro, ma paura e sfiducia, rischiando una grave regressione e implosione rispetto alle giuste attese. La moneta della politica e la linfa di quell'organismo che è l'impegno civile e politico sono la fiducia da trasmettere ai sardi, agli imprenditori e alle forze sociali; quella fiducia necessaria ad investire, a credere nelle risorse di questa terra, a scegliere di destinare il proprio reddito verso impegni produttivi o verso i consumi piuttosto che verso il risparmio bancario o la finanza tout court. Invece si trasmettono messaggi contrastanti, soprattutto messaggi che non comunicano la fiducia indispensabile, quella necessaria alla speranza che richiamava nel suo intervento l'onorevole Cogodi. Fiducia, speranza e futuro: questo è il lavoro al quale la politica è essenzialmente deputata.

Varare una manovra di bilancio come quella proposta, oggi significa rinunciare alla politica, significa trasformarci in vigili urbani, capocondomini o custodi della contabilità. Senza la politica, senza che essa svolga il suo compito, senza le scelte di sostegno allo sviluppo, nasce il sospetto che la rinuncia al ruolo mascheri altro. Senza gli investimenti il risanamento produce depressione, sfiducia nella capacità di guida, mancanza di prospettive e di un disegno produttivo di lotta alla disoccupazione, assenza di cultura, disorientamento e isolamento. Ma, dall'altro lato, questo bilancio è soprattutto il segno che la politica non si fida dei sardi; significa credere che i sardi debbano soltanto essere nutriti mentre sono tenuti al guinzaglio dell'assistenza e non messi nelle condizioni di rappresentare, loro stessi, la migliore opportunità e risorsa per la propria crescita e per tutta la Sardegna.

Se questo bilancio sarà approvato con i vostri voti, voi avrete compiuto il pieno tradimento delle vostre promesse elettorali, quelle riguardanti non solo il lavoro e lo sviluppo, ma anche la vostra stessa candidatura a guidare con competenza questa Regione. Non commettete questo errore, non solo per voi, ma per la Sardegna.

Noi chiediamo di riportare gli investimenti per lo sviluppo e per il lavoro ai livelli della manovra del 1999, a partire dal Piano per il lavoro e dalle leggi di sostegno dell'impresa, agli strumenti di sviluppo locale, al riordino fondiario, ai trasferimenti verso gli enti locali, ma soprattutto alla spesa sociale e agli impegni, pure in partenza insufficienti, su ricerca, istruzione, formazione e innovazione tecnologica. Vi chiediamo di non rinviare più in là l'irrinunciabile riorganizzazione del sistema di istruzione e formazione che fa capo alla Regione con il nuovo obbligo formativo. La ripresa c'è già, bisogna accompagnarla e non contrastarla. Il nostro compito, il compito della politica, è aumentare la fiducia, la competitività del sistema Sardegna, alle condizioni date, certo, ma non come economisti da scrivania, con il coraggio della visione, con la voglia di futuro, di progettarlo e di costruirlo.

Competitività ed occupabilità, questo è l'indirizzo. Creare condizioni di lavoro e sviluppo, superare la fase infantile del nostro sistema economico locale, superare la scarsa qualificazione dell'offerta del mercato del lavoro sardo. Ma come si fa se meno dell'1 per cento è destinato alle risorse umane e alla loro formazione, e meno del 4 per cento alla cultura? Questa Giunta si disponga a rivedere una posizione preconcetta su mutui e debiti, sul Piano per il lavoro e tutto il resto, perché essa non aiuta nessun percorso né politico, né economico, né sociale, oppure avanzi un'altra proposta vera, e non con riserva. Non è peccato rivedere le proprie posizioni; è diabolico persistere nel pregiudizio oltre che nell'errore.

PRESIDENTE. I lavori del Consiglio riprenderanno questo pomeriggio alle ore 16 e 30, prima iscritta a parlare è la consigliera Pilo.

La seduta è tolta alle ore 12 e 53.



Allegati seduta

Xxxii SEDUTA

(ANTIMERIDIANA)

Giovedì 17 febbraio 2000

Presidenza del Presidente SERRENTI

indi

del Vicepresidente SPISSU

La seduta è aperta alle ore 10 e 21.

LICANDRO, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del martedì 25 gennaio 2000 (28), che è approvato.

Congedi

PRESIDENTE. Comunico che il consigliere Sergio Milia ha chiesto di poter usufruire di un giorno di congedo a far data dal 17 febbraio 2000, e che il consigliere Mauro Pili ha chiesto di poter usufruire di due giorni di congedo a far data dal giorno 17 febbraio 2000. Se non vi sono opposizioni, i congedi si intendono accordati.

Annunzio di presentazione di disegno di legge

PRESIDENTE. Comunico che è pervenuto alla Presidenza il seguente disegno di legge:

"Modifiche ed integrazioni alla legge regionale 2 gennaio 1997, n. 4, recante: 'Riassetto generale delle province e procedure ordinarie per l'istituzione di nuove province e la modificazione delle circoscrizioni provinciali'". (46)

(Pervenuto il 7 gennaio 2000 ed assegnato alla quarta Commissione.)

Annunzio di presentazione di proposte di legge

PRESIDENTE. Comunico che sono pervenute alla Presidenza le seguenti proposte di legge:

Dai consiglieri SANNA Giacomo - MANCA: "Norme per il trasporto pubblico locale in attuazione del decreto legislativo 19.11.1997, n. 422, così come modificato dal decreto legislativo 20.9.1999, n. 400 e dalla Legge 7.12.1999, n. 472". (45)

(Pervenuta il 27 gennaio 2000 ed assegnata alla Quarta commissione.)

dal consigliere TUNIS Marco: "Modifica alla legge regionale 2.1.1997, n. 4, recante: 'Riassetto generale delle province e procedure ordinarie per l'istituzione delle nuove province e la modificazione delle circoscrizioni provinciali'". (47)

(Pervenuta il 10 febbraio 2000 ed assegnata alla Quarta commissione.)

dai consiglieri RASSU - GRANARA: "Ulteriori interventi a favore dei cittadini e delle imprese danneggiate dall'alluvione del novembre 1999". (48)

(Pervenuta il 10 febbraio 2000 ed assegnata alla Quarta commissione.)

dai consiglieri SCARPA - FADDA - CORDA - FALCONI - CONTU - LOMBARDO - PACIFICO - SCANO: "Istituzione del Comitato regionale per le comunicazioni della Sardegna (Co.re.com.)". (49)

(Pervenuta il 10 febbraio 2000 ed assegnata alla Seconda commissione.)

Risposta scritta ad interrogazioni

PRESIDENTE. Comunico che è stata data risposta scritta alle seguenti interrogazioni:

"Interrogazione CAPPAI - PIANA sul mancato avvio del progetto 'Amici del Lavoro' in Comune di Quartu". (15)

(Risposta scritta in data 3 febbraio 2000.)

"Interrogazione MANCA - SANNA Giacomo sulla soppressione di alcune classi di scuole dell'obbligo nella Provincia di Nuoro". (22)

(Risposta scritta in data 3 febbraio 2000.)

"Interrogazione SPISSU sulla grave situazione in cui si trova il Parco dell'Asinara". (33)

(Risposta scritta in data 3 febbraio 2000.)

"Interrogazione FRAU sull'Istituto alberghiero di Sassari". (37)

(Risposta scritta in data 3 febbraio 2000.)

"Interrogazione RASSU sulla mancata presentazione, presso la CEE, della regolazione consuntiva relativa ai dati delle colture biologiche in Sardegna (Reg. CEE n. 2078)". (43)

(Risposta scritta in data 3 febbraio 2000.)

"Interrogazione COSSA - CASSANO - DEMONTIS - FANTOLA sull'applicazione in Sardegna del DPR 30/9/1999 n. 361 (Regolamento recante norme per la riduzione del costo del gasolio da riscaldamento e del gas di petrolio liquefatto, ai sensi dell'art. 8, comma 10, lett. c), della legge 448/1998)". (47)

(Risposta scritta in data 3 febbraio 2000.)

"Interrogazione SANNA Giacomo - MANCA sull'acquisizione da parte dell'ERSU dell'Hotel Leonardo da Vinci di Sassari". (53)

(Risposta scritta in data 3 febbraio 2000.)

"Interrogazione AMADU sulla situazione della Organizzazione Pani Sardegna di Sassari". (56)

(Risposta scritta in data 3 febbraio 2000.)

Comunicazioni del Presidente

PRESIDENTE. Comunico che, con nota del 9 febbraio 2000, l'onorevole Alberto Randazzo ha revocato la propria adesione al Gruppo Popolari-Popolari Sardi ed è confluito nel Gruppo Misto.

Discussione generale congiunta dei disegni di legge: "Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della Regione (Legge finanziaria 2000)" (21/A) e "Bilancio per l'anno finanziario 2000 e bilancio pluriennale per gli anni 2000-2002" (22/A)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione generale congiunta dei disegni di legge numero 21 e 22.

Dichiaro aperta la discussione generale. Ha facoltà di parlare il consigliere La Spisa, relatore di maggioranza.

LA SPISA (F.I.-Sardegna), relatore di maggioranza. La manovra finanziaria con cui si avvia questa legislatura è caratterizzata da un paradosso: si è detto, sia da parte della maggioranza, sia da parte dell'opposizione, che abbiamo tutti la necessità di coniugare lo sviluppo e il risanamento. E' la storia che ci ha posto di fronte alla necessità di affrontare le due questioni racchiuse in queste due parole chiave considerate inconciliabili dalla politica economica tradizionale.

Astrattamente risanamento e sviluppo sarebbero inconciliabili, se si considerasse l'arretratezza della Sardegna come avente origine dalla carenza di risorse finanziarie, e di conseguenza le difficoltà delle imprese legate unicamente all'insufficienza di capitali e di liquidità; come se le difficoltà degli enti pubblici (statali e locali) fossero legate soltanto alla povertà del bilancio! Sviluppo e risanamento sarebbero inconciliabili se la difficoltà fosse solo questa.

Certamente la quantità di risorse incide pesantemente sull'efficacia e sull'efficienza della spesa delle strategie da perseguire, siano esse di un'impresa o anche di un ente pubblico, da questo punto di vista la situazione non cambierebbe, sarebbe vero qualora l'efficacia e l'efficienza fossero determinate soltanto dalla quantità di risorse, ma noi sappiamo che la bontà di una strategia, sia di un'impresa che di un'istituzione pubblica, è determinata anche dalla qualità della spesa.

Se ci troviamo oggi di fronte al duplice problema dello sviluppo e del risanamento finanziario, è perché evidentemente il flusso di risorse destinate alla Sardegna non è stato fino ad ora utilizzato al meglio. Resta vero che la questione della quantità delle risorse finanziarie esiste, ma è anche vero che la questione della quantità delle risorse non riguarda tanto la spesa, quanto invece la politica delle entrate. Mi permetto di sottolineare questo aspetto perché è, anche e soprattutto, sulla politica delle entrate che si misura la qualità della finanza e dell'economia e la capacità del Governo, in quanto è certamente più visibile e più pagante elettoralmente compiere delle modifiche sul livello della spesa. Oggi le opposizioni, di fronte a questa proposta di legge finanziaria e di bilancio, ci dicono: "Voi siete una maggioranza avara, cinica, che vuole opprimere chi nella società è sfortunato, non dando quello che in condizioni normali, anzi in condizioni di disagio straordinario, va dato alle categorie più deboli, e perciò questa manovra finanziaria ha circa mille miliardi in meno, sul livello della spesa e quindi anche delle entrate, rispetto al 1999". E' vero, i dati sono questi. Nel 2000, nel nostro bilancio, noi abbiamo un totale di 8.587 miliardi di lire(totale riferito al testo in discussione attualmente), mentre nel 1999 avevamo un livello di spesa, e quindi anche di entrata, di 9.470 miliardi di lire; sarebbe poi da verificare concretamente qual era l'origine delle entrate superiori nella finanziaria del 1999 .

Ma vorrei tornare al problema della politica delle entrate perché, come ho già detto, è evidente che una politica della spesa è più visibile, più redditizia, e che ci sono ragioni particolari che inducono a dover intervenire per lo sviluppo, per l'occupazione, per garantire al nuovo sistema dei servizi sociali e sanitari una possibilità di spesa che sia corrispondente ai bisogni che il nostro territorio e la nostra popolazione vivono, però è anche vero che l'operazione compiuta negli anni scorsi è stata sostanzialmente questa.

Noi abbiamo dibattuto e polemizzato in queste settimane sul fatto che il disavanzo e l'indebitamento siano un vero disavanzo e un vero indebitamento. L'opposizione dice che non si tratta di un vero disavanzo, che dobbiamo andare verso il risanamento e il ripiano del disavanzo, e che i mutui autorizzati nelle manovre finanziarie degli anni scorsi in realtà non hanno avuto poi nel concreto un'attuazione corrispondente al livello di indebitamento autorizzato perché non c'è mai stato bisogno di accenderli tutti. In effetti è così, i mutui contratti sono in misura inferiore al livello dei mutui autorizzati progressivamente con le diverse manovre finanziarie. Allora da che cosa nasce l'indebitamento? Sembra che nasca dal fatto che si è preso atto che il livello di spesa è così lento e così incapace di arrivare a coprire, realizzare ed attuare tutto quello che veniva autorizzato, cioè in sostanza una mole di residui passivi così alta è dovuta al fatto che, evidentemente, riusciamo a spendere soltanto l'80 per cento delle entrate (questa è la fotografia che è stata fatta), ed allora, questo è stato il ragionamento fatto sinora, perché lasciare questo 20 o 30 per cento non speso? Aumentiamo le entrate con un artificio contabile. In realtà le autorizzazioni di mutuo (questa può essere l'interpretazione di buona fede della volontà dei legislatori degli anni precedenti) nascevano dall'esigenza di risollevare il livello delle entrate storicamente abbassatosi infatti sappiamo che l'intervento straordinario è stato ridotto e le entrate ordinarie progressivamente si stanno riducendo; ed allora come assicuriamo nel bilancio una disponibilità di entrata superiore? Autorizzando mutui che in realtà noi non contrarremo mai.

Questa operazione,, che d'altra parte si può percepire con immediatezza essendo altissimo il livello di residui passivi, quasi delle stesse dimensioni del disavanzo che si aggira intorno ai 5 o 6 mila miliardi,, non è tuttavia ininfluente sul livello e sulla serietà del bilancio stesso. L'opposizione infatti non giudica abbastanza realisticamente il fatto che tenere questo livello di indebitamento porta all'obbligo di quote di ammortamento, progressivamente crescenti, che incidono sul bilancio ordinario, riducendo il nostro livello di spesa; tanto è vero che nella proposta di DPEF, presentata dalla precedente maggioranza nella scorsa legislatura e approvata durante la legislatura corrente con i voti sia dell'attuale maggioranza che dell'attuale opposizione, si è previsto di prendere seriamente in considerazione il problema del disavanzo rendendoci conto che non è più possibile continuare in questa direzione; non si può cioè gonfiare ancora il bilancio con altre autorizzazioni di mutuo, ma dobbiamo arginare in modo serio e responsabile l'indebitamento. Maggioranza ed opposizione hanno dimostrato in quest'Aula di voler seriamente affrontare il problema.

Colleghi dell'opposizione, è chiaro che, una volta approvato il DPEF con questa impostazione, non si può poi dire che la manovra finanziaria proposta da questa maggioranza è incoerente rispetto al DPEF. Se si è coerenti con l'impostazione anche da voi approvata nel DPEF, non si può non assumere responsabilmente la decisione di contenere il livello della spesa; questo è stato fatto, infatti i 900 miliardi in meno nel bilancio 2000 derivano esattamente da questo. Vi ricordo che nell'esercizio precedente si autorizzavano mutui per 1500 miliardi (sto dicendo cifre un po' all'ingrosso), mentre oggi siamo scesi a 950 miliardi circa. Con il sistema della maggiorazione delle entrate attraverso l'autorizzazione dei mutui, noi avevamo disponibili altri 600 miliardi, come si arriva allora ai 900 che c'erano in più nell'esercizio precedente? Si arriva con un'entrata straordinaria di un rimborso irpef di circa 300 miliardi. Il livello superiore di entrate dell'esercizio precedente, i 900 miliardi circa, derivava quindi da queste due fonti:dai 300 miliardi di rimborso irpef, che costituisce ovviamente un'entrata straordinaria che non abbiamo quest'anno, e dai 600 miliardi di mutui, autorizzati e non accesi, che invece abbiamo. A questo punto dobbiamo fare alcune considerazioni, prima di tutto ricordare che la Giunta si è insediata appena venti giorni prima della presentazione ufficiale della proposta della manovra finanziaria, avvenuta pertanto in tempi rapidissimi, e poi che in Commissione a questa proposta originaria della Giunta è stata presentata una mole di emendamenti tale da determinarne un aggiustamento relativamente a risorse nuove pari a 247 miliardi di lire, per la precisione, che hanno portato lo stato di previsione dell'entrata da 8.340 miliardi circa a 8.587 miliardi circa; questi 247 miliardi sono stati recuperati dai fondi di rotazione e da altre entrate, prevalentemente da trasferimenti statali.

Per il 2000, la scelta di questa maggioranza e di questa Giunta è stata quella di destinare queste somme aggiuntive (qualificando queste nuove risorse disponibili)al sistema delle imprese portando a 46 miliardi lo stanziamento destinato alla legge numero 15 e incrementando fino a 49 miliardi, nel Fondo nuovi oneri legislativi, l'accantonamento per i disegni di legge collegati, soprattutto per quello collegato in materia di turismo, artigianato o commercio; è stato inoltre previsto un incremento fino a 10 miliardi per il fondo di tutela dei livelli produttivi occupativi, quindi uno stanziamento di carattere eminentemente sociale; altri 10 miliardi per la legge numero 32 del 1985 sull'edilizia residenziale, i mutui per la prima casa. E` stato deciso un ulteriore finanziamento straordinario per le politiche attive del lavoro, pari a 20 miliardi attribuito con un sistema nuovo, sappiamo che si potrebbe obiettare il fatto che i 20 miliardi fanno parte di quei 40 che costituiscono l'attuale stanziamento, ma il finanziamento originario era di 100 miliardi destinati ai piani straordinari, previsti dall'articolo 94 della legge finanziaria del 1988. E' vero questo, però credo che sia apprezzabile lo sforzo compiuto da questa maggioranza nel cercare di individuare una strada alternativa alla disciplina vigente, come anche l'opposizione, durante il dibattito molto serio e costruttivo svoltosi in Commissione, ha indicato. Quei 100 miliardi destinati all'occupazione previsti nella legge finanziaria del 1988 rappresentano risorse spendibili da parte dei comuni, attraverso meccanismi troppo rigidi, ciò impedisce loro di porre in essere, con sufficiente autonomia, politiche serie per favorire l'occupazione. In questa proposta si vuole tentare di destinare ai comuni, con nuovi criteri ma lasciando ad essi una maggiore libertà di manovra, 20 miliardi che vengono però ripartiti ed aggiunti sostanzialmente alle risorse già previste per il sistema delle autonomie locali dalla legge numero 25. E` un tentativo - migliorabile sicuramente nella disciplina sostanziale, ma è un tentativo serio - di fare politica per l'occupazione valorizzando gli enti locali, dando ad essi non solo risorse aggiuntive, ma anche una maggiore capacità di manovra attraverso procedure molto più agili e più snelle tali da incrementare quell'occupazione stabile obiettivo che il Piano straordinario per il lavoro non ha raggiunto. Sappiamo infatti che quest'ultimo allevia sicuramente una situazione di disagio da parte dei disoccupati, ma non fornisce una soluzione stabile al problema del lavoro, e siccome noi - tutti credo, sia la maggioranza che l'opposizione - vogliamo raggiungere l'obiettivo, di creare sviluppo ed occupazione vera per la Sardegna, dobbiamo veramente porci il problema di come utilizzare al meglio queste risorse.

Queste nuove risorse - si tratta di 247 miliardi aggiuntivi - sono state destinate alla politica culturale: a sostenere l'università; a potenziare i fondi destinati alle borse di studio per laureati; a incrementare fino a 12 miliardi le risorse per il Parco scientifico e tecnologico della Sardegna; ad accrescere fino a 15 miliardi i fondi a disposizione delle amministrazioni comunali per l'affidamento della gestione di servizi relativi a aree archeologiche, beni museali, biblioteche ed archivi alle cooperative e alle società. Si è fatto un tentativo di miglioramento di qualificazione della spesa cercando di concentrare quelle poche risorse in più che sono state trovate (poche guardando alla politica di risanamento che insieme, in questo Consiglio, abbiamo voluto avviare con l'approvazione del DPEF) verso il sistema produttivo, cioè verso una direzione di sviluppo vero; ma anche questo è migliorabile.

In Commissione è stato avviato un dibattito costruttivo, con un confronto - secondo me - di ottimo livello tra maggioranza ed opposizione. L'opposizione ha avuto un atteggiamento di critica ma anche costruttivo, debbo riconoscerlo in tutta sincerità, , con formulazione di proposte concrete, che d'altra parte sono scaturite dalle audizioni (effettuate sia dalla Commissione che dalla Giunta in questo periodo) con le categorie produttive, con il sistema delle istituzioni locali, allo scopo di individuare le linee strategiche più importanti verso le quali indirizzare le risorse disponibili.

In Commissione abbiamo svolto in tempi abbastanza rapidi un dibattito serio sui contenuti arrivando al più presto possibile in Aula per la discussione del provvedimento di legge. Credo che occorra continuare con questo metodo; è sperabile quindi che il dibattito, così come il confronto, aperti in quest'Aula, si tengano ugualmente in modo serio e dignitoso (poiché i lavori sono seguiti da tutte le forze sociali e dai sardi) e si arrivi ad una soluzione che dia veramente, con questa manovra finanziaria, disponibilità di risorse finanziarie utili alla realizzazione dello sviluppo e all'attuazione dell'impegno di risanamento da noi assunto.

Vorrei chiudere esaminando ancora due problemi. Il primo riguarda la mole degli emendamenti (circa 150) presentati dall'opposizione in Commissione, sulla manovra finanziaria, i quali prevedono complessivamente un incremento di spesa che supera i mille miliardi. In grandissima parte, la destinazione delle somme previste è anche condivisibile, in quanto l'opposizione, così come anche la maggioranza ha fatto dal canto suo, ha proposto di incrementare le risorse nei settori produttivi, di potenziare gli investimenti previsti nel settore pubblico per quanto riguarda i centri storici, di rifinanziare le leggi sull'occupazione, la legge numero 28, e le leggi di settore, soprattutto per far fronte ad esigenze molto particolari, si è fatto riferimento - è un caso per tutti - alla questione del fermo biologico. Devo però far presente che quest'ultima è una questione molto dibattuta: è un intervento assistenziale o invece è un intervento di sostegno alla produzione in quel settore? Il dibattito è ancora aperto, , l'unico dato di fatto è che quel settore richiede un intervento.

Ritornando al problema enunciato, ci si chiede a quali fonti di finanziamento si dovrebbe prevedere di far ricorso, sul fronte delle entrate, per coprire l'aumento di mille miliardi di spesa, indicato dagli emendamenti sopra citati (che credo verranno sicuramente ripresentati in quest'Aula). Complessivamente gli emendamenti presentati, visti uno per uno, prevedevano un incremento delle autorizzazioni per nuovi mutui pari a oltre 700 miliardi; il che è certamente in contraddizione con la scelta operata nel DPEF, condivisa anche dall'opposizione, e ribadita in tutte le sedi in questi giorni. Credo che su questo si possa e si debba ancora discutere.

Passando alle questioni relative al Piano per il lavoro, nessuno di noi ha detto di voler chiudere le politiche per l'occupazione. Le politiche per l'occupazione vanno non solo fatte, ma vanno fatte seriamente. Quello che noi ci domandiamo però è se non sia il caso, prima di attuare l'articolo 19 della legge numero 37, autorizzando cioè la spesa per i piani comunali per l'occupazione, di verificare la bontà di questi piani, appurando in concreto se effettivamente scaturisce da essi occupazione stabile. La maggioranza non è assolutamente chiusa a questa valutazione, è una verifica che può e deve essere fatta, dopo la quale bisogna trovare adeguate soluzioni.

Chiudo dicendo che la qualità della politica economica si misura non solo sulla politica della spesa ma anche sulla politica dell'entrata. Ricordo che l'ultimo intervento che ha inciso in maniera forte sul livello delle entrate risale al 1983, anno in cui venne approvata dal Parlamento la legge numero 122 di riforma del Titolo Terzo dello Statuto, la quale adeguava il livello delle entrate alle nuove entrate che lo Stato aveva, che per anni non venivano riconosciute e distribuite alla Regione e quindi al sistema delle autonomie locali sarde. Noi da allora non abbiamo avuto nessun intervento di revisione di quella legge, varata durante la Giunta Rojch, se non sbaglio, quando era Assessore delle finanze l'attuale Presidente della Giunta. Noi dobbiamo avviare un processo di riforma che incida sul livello delle entrate, poiché non possiamo sollevarlo autorizzando nuovi mutui, ma chiedendo allo Stato di dare alla Sardegna quello che spetta ad un'autonomia regionale forte e speciale come la nostra.

Queste proposte sul livello della spesa e delle entrate qualificheranno questa manovra finanziaria e, speriamo, anche la politica economica di bilancio e di programmazione nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il consigliere Balia, relatore di minoranza.

BALIA (F.S.D.), relatore di minoranza. Signori Presidenti, colleghi, già nella passata tornata, durante il dibattito sul documento di programmazione economica e finanziaria, è emerso, per parte nostra, ma mi pare che questo fatto sia incontrovertibile e non possa che essere riconosciuto anche dalla maggioranza, che il documento di programmazione economica e finanziaria contiene le linee guida, detta la filosofia e le direttrici alle quali poi dovrà necessariamente essere ispirata una manovra finanziaria che voglia essere coerente. In questo caso invece vi è un'anomalia, e anche forte, che risiede nell'incredibile comportamento che la Giunta regionale e l'Assessore competente in quella materia hanno seguito; quest'ultimo, pur non condividendo il chiaro messaggio contenuto nel Dpef, approntato dal precedente Assessore della programmazione e del bilancio, lo sposa, lo fa proprio, lo approva, lo porta, così come è stato formulato, all'attenzione della Giunta, all'attenzione della competente Commissione, e poi all'attenzione dell'Aula dove ottiene un voto favorevole. Ma se su quel documento l'attuale maggioranza aveva riserve, non avrebbe dovuto provvedere alla sua approvazione così come era, avrebbe dovuto rinnegarlo e adoperarsi per predisporne uno da loro condiviso. Il tempo di cui la Giunta ha potuto fruire, seppure breve, era certamente sufficiente per introdurre innovazioni, modifiche e per costruire un documento di programmazione economica e finanziaria che fosse maggiormente rispondente e coerente col tipo di cultura rivolta allo sviluppo che l'Assessore e la Giunta intendevano interpretare.

Si è scelta invece una strada facile, la più facile, quella dell'approvazione di un documento già predisposto, già pronto, adottandolo così com'era. E' strada facile questa, ma allo stesso tempo tortuosa, perché viene contemporaneamente manifestata e dichiarata l'intenzione di voler procedere entro breve tempo, due o tre mesi, alla modifica del documento di programmazione economica e finanziaria attraverso un nuovo documento aggiornato ed evidentemente stravolgente rispetto alla filosofia dal primo contenuta. Naturalmente questa riserva dell'Assessore segnerà poi tutto il percorso intellettuale attraverso il quale si è arrivati alla predisposizione della manovra finanziaria. Credo che risultasse difficile essere più incoerenti e incongruenti di così.

Nel Dpef era palese la chiara volontà di orientare la successiva manovra di bilancio partendo da due diverse consapevolezze: da un lato la consapevolezza che bisognava contenere l'indebitamento e prevedere per il futuro una politica di risanamento; dall'altro lato la volontà di stimolare e sollecitare, con gli opportuni interventi, il mercato per favorire nuove occasioni di sviluppo.

Questa manovra finanziaria, contrariamente a quanto si afferma, non persegue nessuno di questi due obiettivi. Da un lato frena lo sviluppo e la possibilità di creare nuova impresa e nuove occasioni di lavoro, rischiando così un attorcigliamento, un annodamento, un imbavagliamento del sistema economico, perché di fatto sottrae incentivi alle imprese e alle leggi per le politiche attive del lavoro, quindi non persegue l'obiettivo dello sviluppo e non massimizza le opportunità e le occasioni di lavoro. Ma non persegue neanche l'altro obiettivo, seppure dichiarato, perché potenzia i finanziamenti destinati alla spesa corrente e non alimenta, così, quella politica di risanamento a cui invece fa continuo ed esplicito riferimento. Quindi nessuno dei due obiettivi, dichiarati e conclamati, di fatto viene perseguito.

Il sistema economico sardo è povero; rischiamo un suo avvitamento nel circolo vizioso della povertà, e attraverso questa manovra di bilancio non riusciamo a spezzare questo cerchio e a trasformarlo da circolo vizioso in circolo virtuoso. Il percorso, poi, è ancora più incoerente e anacronistico anche solo sotto l'aspetto puramente propositivo, perché Giunta e Assessore continuano di fatto (certamente non per inconsapevolezza, ma per scelta politica) a confondere l'indebitamento reale con l'autorizzazione alla contrazione di mutui. Come l'Assessore e la Giunta regionale ben sanno, si tratta di due fasi, di due aspetti, di due modelli, l'uno completamente differente dall'altro e assolutamente inconfondibili. Certo da parte nostra vi è piena, totale e assoluta consapevolezza anche della necessità di contenere l'indebitamento, ma questa consapevolezza non può diventare esasperazione, l'indebitamento va contenuto con equilibrio, con una giusta programmazione nel tempo, senza creare quelle situazioni deflative a cui il relatore di maggioranza poc'anzi accennava e che, attraverso questa manovra di bilancio, saranno assolutamente inevitabili.

Un piano di risanamento finanziario serio prevede tempi credibili da un lato - così come, d'altronde, contemplati dal Documento di programmazione economica e finanziaria - ma dall'altro prevede anche giuste misure alternative per non bloccare la spesa per sviluppo e lavoro, la quale deve essere certamente rimodulata, intervenendo su diverse parti: spesa corrente, dotazione dei fondi di rotazione, necessario accertamento nel più breve tempo possibile delle entità dei residui passivi. La Giunta, dall'altro lato, invece, ed è questa la maggiore incoerenza rispetto all'affermazione di principio che fa, incrementa la spesa corrente, contiene quella destinata all'impresa e al lavoro, non accerta i residui passivi.

Il testo esitato dalla Commissione contiene sicuramente delle modifiche importanti, rispetto alle proposizioni originarie, ottenute attraverso alcuni emendamenti, le quali però non ne modificano la sostanza. Al massimo esse servono a garantire, in termini di assoluta parzialità, una strategia per la conservazione dell'impresa che è già operativa nel mercato, dell'impresa esistente, ma non pongono, invece, strategie per costruire nuova impresa e nuove occasioni di lavoro.

L'opposizione è intervenuta in Commissione, interverrà in Aula attraverso una serie di emendamenti, e noi vogliamo pregare la maggioranza di esaminarli con serietà, senza rifiuti pregiudiziali, senza il gioco delle parti, prestando la dovuta attenzione e partendo dalla consapevolezza che qualche volta si potrebbe anche avere torto ma che, lungo un itinerario, quei torti possono essere corretti e ricondotti a una giusta ragione. Gli emendamenti riguardano il Piano per il lavoro e l'imprenditoria giovanile, sono cioè emendamenti rivolti verso lo sviluppo. Badate, far perdere la certezza di triennalità, così come invece previsto dalla legge e dai precedenti programmi relativamente al lavoro, significa svuotare di contenuto quella normativa, farla regredire, toglierle capacità reale e concreta di operatività; tutta la programmazione relativa a quei provvedimenti, predisposta in maniera totale, nel senso che riguarda la totalità dei comuni della Sardegna, è una programmazione che affonda le proprie radici sulle caratteristiche, sui requisiti, sulla consapevolezza, sulla certezza che questa triennalità andrà garantita. La mancanza di questa certezza fa perdere il significato a quelle progettualità, le svuota di ogni contenuto, le riduce, le rimpicciolisce, finisce con annullarle, e col far assumere a quei provvedimenti un significato assolutamente ristretto nel tempo, e non in grado di incidere invece in maniera determinante sulla creazione di nuove occasioni di lavoro e di sviluppo.

Dall'altro, oltre a costringere a una forma di ghettizzazione i comuni che questa consapevolezza necessariamente assumono, se non venissero approvati i necessari emendamenti, si costringeranno anche i comuni a una rivisitazione in negativo del proprio bilancio per l'impossibilità di prevedere al suo interno una spesa triennale rivolta verso questo settore.

Il settore del lavoro è un settore troppo importante sia per il sistema economico, sia soprattutto per la dignità dell'uomo. Si è detto - e lo si è detto da più parti in quest'Aula - che sinché vi sono cittadini marginalizzati, impossibilitati ad accedere al mondo del lavoro, e sinché la classe politica in questa direzione non sprigionerà tutte le energie e tutte le risorse necessarie, questo Paese non potrà definirsi paese civile, e allora questa classe politica, sia essa di maggioranza che di opposizione, non è una classe politica, che adempie al proprio dovere. A ogni cittadino va riconosciuta la giusta dignità; a tutti i cittadini, a quelli più poveri, a quelli meno abbienti, a quelli più sfortunati, vanno garantite opportunità di collocazione e di lavoro. Le modifiche, a cui l'onorevole La Spisa ha fatto riferimento, anche relativamente agli incentivi alle imprese, sono sì innovative rispetto al testo originario, ma sono assolutamente insufficienti; sono appena un segnale, ma non rappresentano un solco importante, non rappresentano un'effettiva volontà, proprio per la loro limitatezza, di un chiaro segnale di marcia da parte della Giunta regionale in quella direzione, inoltre mancano fondi in una giusta proporzione per la cultura, per la ricerca, per l'informazione, per l'informatizzazione.

Infine, uno degli altri due argomenti, sui quali l'opposizione presenta emendamenti, è rappresentato dalle risorse da destinare agli enti locali. Badate, il Governo di centro-sinistra nella passata legislatura - l'abbiamo detto più volte - ha accumulato idee, ha accumulato ragionamenti, ha accumulato una nuova mentalità. Da quella mentalità sono scaturite proposte che non sempre si sono concretizzate in fatti operativi, ma sono servite per creare in tutti la consapevolezza che gli enti locali non potevano più essere mantenuti in una condizione di totale marginalizzazione. Lo stesso approntamento della legge sui piani integrati d'area (seppure essa poi nella fase operativa, così come per tutte le leggi, ha manifestato qualche incongruenza da aggiustare nel tempo) ha dato ai comuni una nuova dignità. Non solo la dignità di provvedere alla spendita, ma quella di essere soggetto politico importante, alla pari con le altre massime istituzioni, e di concorrere, da soggetto politico paritario, alla programmazione dello sviluppo della propria terra; e quando ad essa concorrono gli enti locali, i comuni, vi concorrono tutti i cittadini, perché il cuore del cittadino pulsa in simbiosi col proprio sindaco e con i propri amministratori, mentre quando le istituzioni sono più lontane pulsa invece in maniera differente ed è più difficile creare questa simbiosi. La Regione Sarda è un'istituzione ancora lontana dal cittadino e dagli enti locali. Bene, anche in queste occasioni, anziché modificare e correggere quelle fasi operative che non hanno dato tutti i frutti sperati, si è fatta un'ulteriore politica di contenimento e le risorse da trasferire agli enti locali, anziché subire ulteriori incrementi, hanno subito ulteriori decrementi, riaccentrando poteri, competenze e funzioni in capo agli Assessorati regionali non solo di livello programmatorio, anch'esse parzialmente da decentrare, ma anche di mera gestione. La Giunta regionale deve trasferire funzioni e risorse agli enti locali riservando alle proprie competenze solo quel livello di spesa talmente importante per l'intero sistema economico regionale per cui una delega si tradurrebbe in uno spezzettamento, in una frantumazione della spesa, tale da rischiare di non cogliere quel giusto obiettivo rivolto verso lo sviluppo, ma in tutte le altre occasioni la delega agli enti locali è fatto assolutamente necessitato.

Infine le politiche ambientali, che sono carenti. Io voglio soffermarmi un attimino e spendere qualche parola perché ultimamente e da più parti vi è un argomento all'ordine del giorno...

PRESIDENTE. Onorevole Balia, voglio solo farle osservare che il tempo a sua disposizione è finito, tuttavia le concedo ancora qualche minuto, ne tenga conto, la prego.

BALIA (F.S.D.), relatore di minoranza. La ringrazio, Presidente, e mi avvio rapidamente alla conclusione. Dicevo, il settore delle politiche ambientali. Da più parti in quest'ultimo periodo si parla dei parchi, e fondamentalmente di quello più importante, il Parco del Gennargentu. Il ruolo che al riguardo la Giunta regionale sta svolgendo, badate, è un ruolo che rischia di concorrere a creare nuove tensioni sociali in un territorio il cui tessuto economico e sociale è estremamente e terribilmente fragile, si rischia di mettere i sindaci contro i cittadini. Noi abbiamo piena consapevolezza che, né in Sardegna, né altrove, ma in Sardegna ancor meno che altrove, si può perseguire una politica a favore dei parchi senza il coinvolgimento e l'assenso delle popolazioni, ma allora è in questa direzione che bisogna impiegare le energie oltre che in una giusta ricontrattazione col Ministro competente. Non si deve rischiare, dando ragione oggi all'uno, domani all'altro, di incrementare invece il livello di scontro concorrendo così all'aumento delle tensioni sociali.

Infine, l'onorevole La Spisa ha accennato alla politica delle entrate e ha fatto riferimento a tempi del passato in cui sforzi sono stati spesi ed anche in maniera proficua e redditizia in questa direzione. Con una più incisiva politica delle entrate possono e debbono aprirsi nuovi orizzonti. Però, al riguardo, onorevole La Spisa, assessore Pittalis, dobbiamo rammentare che va richiamato l'articolo 3 dell'accordo di programma firmato dal Governo e dalla precedente Giunta regionale, dove è contenuto l'impegno per la ricostituzione del livello della spesa delle entrate della Regione. Io credo che questo fatto non debba essere trascurato dall'Assessore e dalla Giunta regionale, ,ma che invece debba essere immediata occasione di confronto col Governo e di sollecitazione per un pieno e totale adempimento di quell'impegno allora assunto.

Allora, avanziamo la richiesta di esaminare con attenzione, con serietà, con la dovuta serenità, gli emendamenti proposti all'Aula. Si ricomponga quella giusta armonia e coerenza fra documento di programmazione economica e finanziaria e manovra di bilancio, si renda compatibile la filosofia e i principi e le linee-guida del primo con la strategia della seconda. Badate, se così non fosse, si correrebbe il rischio che questa manovra finanziaria assomigli sempre di più al "visconte dimezzato" di Italo Calvino.

PRESIDENTE. E' ora iscritto a parlare il consigliere Cogodi, relatore di minoranza. Prima di dargli la parola, voglio ricordare all'Aula che tutte le iscrizioni, per partecipare appunto al dibattito, debbono avvenire entro l'intervento dell'onorevole Cogodi; dopodiché le iscrizioni saranno chiuse e non sarà più possibile intervenire.

Ha facoltà di parlare il consigliere Cogodi.

COGODI (R.C.), relatore di minoranza. Signor Presidente e signori della Giunta, signori consiglieri, il nostro parere, quello del Gruppo della Rifondazione Comunista, è che questo bilancio della Regione, così come è proposto, non sia solamente un bilancio insufficiente, ma eversivo, immorale, illegale.

Questo bilancio è eversivo, soprattutto perché risultano pesantemente colpite le nuove energie umane, professionali ed imprenditoriali della società sarda, perché si determina così un disordine ed uno smarrimento nel corpo sociale; l'espianto pressoché totale delle politiche locali di sviluppo, l'azzeramento delle parti più significative del Piano straordinario per il lavoro portano il segno della restaurazione e diffondono questo messaggio distruttivo e per molti versi violento.

Questo intervento che si svolge in apertura del dibattito e che io svolgo per conto del Gruppo della Rifondazione Comunista è volutamente tematico, vuole richiamare, in apertura di dibattito, innanzitutto il tema del lavoro e dell'occupazione, e non come questione parziaria e settoriale. L'intenzione nostra, che esplicitamente dichiariamo, è di riaffermare il concetto fondamentale che il lavoro non può più essere trattato nelle scelte di politica economica come una variabile indipendente rispetto alle politiche dello sviluppo. Al contrario, noi riteniamo che lo sviluppo, quello vero e duraturo, è esso stesso una conseguenza, un effetto delle sane politiche del lavoro. L'impresa esistente consente il lavoro oggi in quanto ciò risulta funzionale al suo specifico fine economico, mercantile, utilitaristico; perciò accade, in gran parte dell'economia data, che la produttività cresce, che anche la ricchezza prodotta cresce, ma nel contempo l'occupazione - in quelle imprese - diminuisce. La contraddizione sociale dell'aziendalismo moderno è "più ricchezza meno occupazione". Se questa è la tendenza nefasta dell'economia liberista, l'intervento della politica nella sua alta funzione regolatrice deve essere indirizzato a correggere le storture del sistema economico e non ad acuirle. Contro questa sana impostazione cozza invece frontalmente la proposta di bilancio e di finanziaria regionale che proponete voi, Giunta e maggioranza di centro-destra.

Tralasciamo per ora di considerare analiticamente i molteplici elementi della furia devastatrice che voi avete scatenato contro le politiche attive del lavoro e contro tutte le forme di sostegno dell'imprenditorialità giovanile, della piccola e media impresa, dello sviluppo locale, dei servizi resi ai cittadini dal sistema delle autonomie; però, intanto, serve sottolineare l'errore più grave di valutazione, l'ingiustizia estrema, la contraddizione più stridente che voi volete affermare con questo bilancio: cancellare in un solo colpo l'articolo 19 della legge numero 37, Piano straordinario per il lavoro, e ridurre del 40 per cento il relativo finanziamento destinato ai comuni, ormai consolidato da oltre dieci anni sempre in conto occupazione, così come previsto dall'articolo 94 della finanziaria del 1988. Così, in un solo colpo, voi vorreste togliere ai comuni della Sardegna, dal conto occupazione, la cifra di 373 miliardi contro ciò che prevedono le attuali leggi della Regione; dovreste meglio considerare che quella cifra, 373 miliardi, è rilevante, non solo da un punto di vita finanziario, ma lo è innanzitutto da un punto di vista politico, e ha un grande valore umano, è una scelta di campo, un nuovo e diverso modello di sviluppo, uno spartiacque sociale e culturale.

La Regione sarda, e con essa le forze sociali e culturali più vive e più attente, aveva condiviso, seppure con fatica, in questi anni, un precetto politico e morale. Avevamo detto tutti insieme: innanzitutto il lavoro. Lavoro come risposta al bisogno sociale da parte delle istituzioni autonomistiche, ma anche lavoro come volano di nuovo sviluppo, di nuova impresa, di nuova cultura, di nuova capacità del pensare e del fare, di nuovo e più maturo protagonismo e di autentica coesione sociale. Voi, invece, oggi dite: "Niente più politiche attive del lavoro, solo aziendalismo mercantile, solo pirateria economica", e fra di essa da ultimo anche la pirateria informatica; dal patto sociale questa Regione, secondo voi, dovrebbe regredire al patto leonino, alla legge della giungla.

Accade in Europa, nella ricca e civile Europa, che si consideri sempre di più il dramma del lavoro che manca, la disoccupazione raggiunge un tasso insopportabile superando il livello di guardia: trentacinque milioni di senzalavoro. Parlo e parliamo di quell'esercito soprattutto di giovani sans papier che non sono gli extracomunitari o solo gli extracomunitari, ma che sono l'esercito dei giovani comunitari senza lavoro, senza diritti e senza certificati, i "sans papier".

L'Europa dell'economia si allontana sempre di più dall'Europa della civiltà. Per questa ragione le iniziative europee, per la promozione delle azioni locali in favore dell'occupazione, si stanno ultimamente moltiplicando. La recente Conferenza europea denominata "Occupabilità e integrazione" ha avuto al centro dell'attenzione l'approccio locale per lo sviluppo quale chiave di volta nella strategia per l'occupazione, e proprio tra questi tipi di intervento la Commissione europea ha individuato, anche riferendosi alla Sardegna in modo esplicito, esempi notevoli di buone pratiche (così le hanno chiamate) per l'occupazione. Un tale importante riconoscimento, che era già presente negli atti della precedente Conferenza di Helsinki, svoltasi nel settembre scorso, costituisce una base importante per la costruzione dei successivi atti di carattere applicativo ed esplicativo, e di tutti gli strumenti di politica del lavoro messi in campo dalla Regione Sardegna. Oggi lo sviluppo locale costituisce parte integrante dei molteplici interventi promossi e sostenuti dall'Unione Europea. I più recenti orientamenti comunitari in materia evidenziano l'importanza attribuita ai soggetti locali nel processo di creazione dei posti di lavoro mancanti. Così pensano utilmente in Europa, mentre voi pensate di distruggere in Sardegna le azioni positive per il lavoro e lo sviluppo locale. Voi potete pensare quello che volete, ma anche noi possiamo pensare quello che vogliamo, perciò discuteremo molto di lavoro e di occupazione in questi giorni, in quest'Aula e fuori da quest'Aula. La nostra intenzione è apertamente dichiarata. Noi vogliamo interamente reintegrato, ed anche possibilmente migliorato, il Piano straordinario per il lavoro.

Signori della Giunta, signor Presidente, signori consiglieri, noi vogliamo interamente reintegrato ed anche possibilmente migliorato il Piano straordinario per il lavoro! Ogni nostro intervento su ogni articolo, su ogni emendamento, su ogni posta di bilancio sarà finalizzato a questo scopo. E` già tutto chiaro sin d'ora, ma per chi è distratto sarà ancora tutto più chiaro nel proseguo dell'esame degli articoli della finanziaria e del bilancio. Peraltro, signori della Giunta e della maggioranza, voi dovreste preliminarmente chiarire la palese contraddizione in cui vi trovate dopo che avete approvato poche settimane fa il Documento di programmazione economica e finanziaria della Regione, il DPEF per il 2000, anno in corso. In esso è scritto - e voi l'avete approvato - a pagina 37, punto 3.03: "Anche in termini di capacità competitiva, il pieno utilizzo e la valorizzazione delle risorse umane resta il nodo centrale dello scenario socio-economico sardo. Il tasso di disoccupazione, che nel 1998 è stato in Sardegna di circa il 21 per cento, si manterrà entro valori elevati - nonostante i previsti miglioramenti - attorno al 20 per cento." Tuttavia - leggo sempre dal DPEF, quello da voi approvato - "tale previsione è suscettibile di favorevoli correzioni in connessione con gli effetti dei provvedimenti per lo sviluppo ed il lavoro contenuti nella legge regionale numero 37", cioè il Piano straordinario per il lavoro. Ora, accade che, in forza della specifica legge di contabilità di questa Regione, il DPEF risulta lo strumento che traccia le linee guida per orientare lo sviluppo economico, che delinea gli obiettivi e le azioni di intervento, che coordina i flussi finanziari pubblici, che contiene gli obiettivi generali programmatici dello sviluppo regionale, e in particolare quelli per l'occupazione, il reddito eccetera.

Ma se le leggi della Regione, , peraltro di carattere generale ordinatorio e programmatico e ancora fresche di stampa, non vengono rispettate innanzitutto da chi governa, c'è da chiedersi chi mai altro dovrebbe rispettarle? Dice il DPEF: "Pieno utilizzo delle risorse umane come nodo centrale della questione economica e sociale della Sardegna". Ma le risorse umane che cos'altro sono se non la capacità, l'intelligenza, l'energia creativa che è nel corpo e nell'animo degli uomini e delle donne di questa Regione? E l'utilizzo pieno non vuol dire totale, generale, complessivo? E se questo è, come dice il DPEF, il nodo centrale ai fini dello sviluppo e della qualità dello sviluppo, perché mai si nega oggi la possibilità di sciogliere quel nodo, e si nega quella centralità che si è affermata poco prima? Le domande avanzate non sono retoriche, sono domande politiche che esigono risposte politiche. Poter governare, signori della maggioranza, è sicuramente un onore, ma è anche una grande responsabilità, una tremenda responsabilità; non potete svilire in tal modo la funzione del Governo autonomistico, perché a pagare il prezzo di tale svilimento non sareste solo voi ma sarebbe in definitiva tutta la collettività regionale. Accettate perciò di ragionare e sciogliete almeno la contraddizione revocando il DPEF che avete appena approvato o questa parte della proposta di bilancio in discussione.

Analoga considerazione negativa meritano le altre principali direttrici della finanziaria e del bilancio, primariamente l'asserito sostegno all'impresa, l'affermato processo di risanamento del bilancio, il presunto rientro dall'indebitamento. L'impresa di cui voi parlate, alla quale volete elargire laute risorse finanziarie, non è il sistema complessivo delle imprese, e meno che mai è il valore e la cultura d'impresa, vale a dire l'opportunità, che deve essere riconosciuta a chiunque ne abbia la capacità, di intraprendere un'attività economica. Voi vi riferite al sistema tradizionale delle imprese, e pensate di dare sempre e comunque a coloro che hanno già avuto; a quelle imprese, soprattutto a quelle più grandi, non si chiedono mai verifiche al secondo anno di attività, non si sospendono i finanziamenti in attesa del monitoraggio sui risultati finali, non si notificano atti di messa in mora, come accade ai 377 comuni della Sardegna dai quali si pretende il risultato immediato in relazione ai rispettivi programmi di sviluppo locale che hanno deliberato e che hanno solennemente certificato. Quei 377 programmi locali di sviluppo e di occupazione attraverso l'individuazione di alcune migliaia di progetti produttivi di beni e servizi diffusi in tutto il territorio della Regione attestano, per il solo primo anno di operatività dell'articolo 19, quasi diecimila nuove opportunità di lavoro, di cui oltre seimila di carattere continuativo e stabile. Signor La Spisa, onorevole La Spisa, Giorgio La Spisa, così dicono i certificati di tutti i comuni della Sardegna: oltre seimila occasioni di lavoro di carattere continuativo e stabile. Con chi polemizza il relatore di maggioranza? Col sistema istituzionale delle autonomie della Regione? Ma voi non dite niente e pretendete dai comuni e contro i disoccupati anche un altro processo in grado d'appello. Non si sa mai, pensate voi, che nel frattempo altri amministratori o altri comuni sbaglino, o almeno perdano totalmente la fiducia e desistano pure dall'opera che hanno intrapreso.

Quanto all'affermata linea di risanamento del bilancio, la manovra finanziaria avanzata fa a pugni con la volontà che si proclama. Il bilancio contiene infatti una riduzione consistente delle spese rivolte agli investimenti produttivi ed un incremento davvero patologico, e per molti versi indigesto, delle spese correnti. Un esempio significativo è costituito dalle spese di funzionamento dell'apparato regionale, proprio quello sul quale doveva realizzarsi il famoso "shock burocratico" annunciato dalla Giunta. In forza dell'articolo 8 della legge numero 31 del 1998, la Giunta regionale aveva approvato - nel luglio del 1999 - puntuali direttive di riordino in materia di strutture logistiche, per la gestione unitaria dei servizi generali, per la razionalizzazione delle utenze elettriche e telefoniche della Regione, per l'impiego funzionale delle autovetture di servizio, per il migliore utilizzo dei beni mobili e delle attrezzature disponibili; a seguito di tale razionalizzazione era prevista una riduzione fisiologica delle spese del 20 per cento nel triennio 1998/2001. Ebbene, la manovra finanziaria che voi proponete per l'esercizio 2000, non solo tralascia le direttive di riordino e il contenimento della spesa corrente, ma inverte la tendenza, torna all'antico e propone per il 2000 un incremento per le spese di funzionamento degli uffici della Regione di oltre venti miliardi, pari al 13,5 per cento in più della stessa previsione relativa al 1999, passando da 118 miliardi ad oltre 137 miliardi. Persino le spese per affitto di locali privati sono incrementate di diversi miliardi, nonostante sia unanimemente riconosciuta la permanente vergogna di una Regione che esiste da più di cinquant'anni, che possiede un enorme patrimonio immobiliare, e che ancora non è riuscita ad avere una propria casa confortevole ma preferisce vivere male in affitto, distribuendo ogni anno più di trenta miliardi. Anche questa, se volete, è una politica per l'impresa, salvo conoscere meglio quali imprese familiari traggono comodo beneficio da tale aberrante condotta pubblica.

Sempre in tema di risanamento e di rigore, quale sforzo ciclopico, signor Assessore del bilancio, avete descritto per ridefinire la politica delle entrate? Zero, anzi, meno di zero, come si avrà modo di precisare in sede di esame analitico del bilancio.

Infine, la questione dell'indebitamento, il debito della Regione, questo mostro tentacolare che appesantisce il respiro del Polo di centro-destra e che fa ansimare soprattutto l'Assessore pro tempore della programmazione e del bilancio. Alcune considerazioni rapide: è certificato che la Regione sarda è largamente al di sotto della soglia di utilizzazione del mutuo che è consentito dal sistema istituzionale e persino dai vincoli più restrittivi derivanti dal Patto di stabilità, quello che stabilizza i ricchi perché rimangano ricchi e i poveri perché rimangano poveri. Secondo: il ricorso al credito non è più ritenuto un male di per sé, se tale fosse, non si capisce perché la Regione faccia credito a tutti Al credito ricorrono le imprese, le famiglie, le persone ed anche le istituzioni pubbliche, tant'è che le leggi lo prevedono entro determinati limiti.

In buona sostanza, il debito è un fatto patologico e porta danno se il capitale assunto è sperperato, o comunque male utilizzato. Il ricorso al mutuo è fisiologico ed è anche salutare se le risorse finanziarie sono messe a frutto, se producono altra ricchezza, se risolvono problemi vitali della gente. Peraltro, nell'attuale fase favorevole di infimo livello dei tassi, per una Regione in via di sviluppo e con solide opportunità di investimento qual è la Sardegna, il ricorso al mutuo, mirato e selettivo, sarebbe davvero consigliabile e non detestabile, a condizione che però si abbia quello che voi non avete, cioè un'idea sana dello sviluppo, e che si abbia fiducia oltre che nelle istituzioni, anche nella società che si pretende di governare. Il mutuo per agevolare l'occupazione produttiva nella concreta realtà della nostra Regione e del nostro specifico sistema delle entrate, dove vi è un rientro automatico dei sette decimi dell'IRPEF e dell'IRPEG ed anche di percentuali maggiori su diverse altre operazioni e transazioni, può addirittura alimentare un circuito virtuoso di impiego, entrate e nuovo impiego, che lungi dal comprimere il bilancio può invece costituire un volano per il sostegno progressivo delle politiche del lavoro e dello sviluppo. Perciò bisognerebbe pensare a politiche espansive e puntare verso obiettivi di reale allargamento della base produttiva e occupazionale, e non invece, come propone attualmente la Giunta, a politiche regressive e depressive, depressive dell'economia e depressive della stessa fiducia degli operatori e dei cittadini volenterosi.

Infine, qualunque cosa sia, non si capisce perché l'unico debito, da non estinguere mai, debba permanere quello che le istituzioni pubbliche hanno nei confronti di una parte della società, la più debole, quella degli esclusi da tutto e dei disoccupati permanenti. No, questo debito non si deve estinguere mai. Questo non è un debito secondo voi?

Così torniamo al lavoro, al lavoro da garantire a tutti, al lavoro da inventare, al lavoro che non c'è e che invece ci deve essere. Torniamo, se volete, alla nostra ossessione, che tale non è, ma è tuttavia, lo ammettiamo, la nostra inquietudine, ed anche la nostra convinta rivendicazione.

Questa Regione non può più continuare ad approvare bilanci preventivi e programmazioni di spesa pubblica senza tenere in conto, in giusta proporzione, di tutti i titolari del potere autonomistico, e quindi dei destinatari delle risorse pubbliche che sono tutti i cittadini sardi. Perciò questo bilancio - che entra oggi in Aula profondamente squilibrato, discriminatorio e ingiusto - dovrà essere profondamente modificato in meglio. Sarebbe saggio per tutti, anche per voi, signori della maggioranza, riconoscere subito questa necessità sociale e questa utilità politica. Noi manifestiamo fiducia nella saggezza di questa Assemblea parlamentare, perché voglia rappresentare tutto il popolo sardo e non solamente una parte di esso. Ma se la saggezza non prevarrà e dovesse durare ancora quella espressione di perfido cinismo che accompagna l'apparente tranquillità degli appagati e dei più garantiti in danno dei più deboli e degli esclusi, noi manifestiamo anche un altro elemento di fiducia, e cioè che la lotta sociale e la contestazione politica consapevole e intelligente, anche nelle forme più dure quando serve, saprà conquistare quei traguardi di giustizia che qui, ora, ancora una volta, si vogliono negare o comunque ritardare. A costo di stancarci, ma soprattutto a costo di stancarvi, noi riaffermiamo comunque la volontà ferma e consapevole che, in materia di lavoro, possano essere meglio esplorate e percorse tutte le vie possibili, perché in Sardegna tutti coloro che ancora ne sono ingiustamente esclusi abbiano quanto prima l'opportunità di conoscere un lavoro vero, un lavoro buono, un lavoro produttivo.

Entrando in quest'Aula stamattina, tra i tanti cartelli in mano ai giovani disoccupati che seguono i nostri lavori, ne ho visto uno - se vi siete fermati appena un attimo, l'avrete visto anche voi - nel quale è scritto: "Non uccidete la nostra speranza. Noi vogliamo solo un lavoro vero o con le buone o con le cattive. Scegliete voi". Scegliamo noi, colleghi del Consiglio regionale, se vogliamo una gioventù motivata o una gioventù sfiduciata; se vogliamo una società incattivita o se vogliamo una società più serena. Noi non potremo fare tutto, ma possiamo fare molto. Se vogliamo, se abbiamo buona intenzione e buona volontà, almeno facciamo tutto il possibile. Grazie per l'attenzione.

PRESIDENTE. Comunico che si sono iscritti a parlare tutti i componenti del Gruppo dei Democratici di Sinistra e Federazione Democratica; tutti i componenti del Gruppo dei Popolari; il consigliere Manca del Gruppo Misto; tutti i componenti del Gruppo dei Democratici e del Gruppo di Federazione dei Socialisti e Democratici; del Gruppo della Rifondazione Comunista, l'onorevole Cogodi ha appena parlato, quindi rimangono iscritti gli altri due appartenenti. Per la maggioranza risultano iscritti quattro consiglieri del Gruppo di Alleanza Nazionale; quattro consiglieri del Gruppo di Forza Italia-Sardegna; l'onorevole Capelli e poi tutti i Capigruppo, che interverranno alla fine del dibattito.

Per l'alternanza, così come previsto dal Regolamento, io adesso dovrei dare la parola a un consigliere della maggioranza.

Ha domandato di parlare il consigliere Emilio Floris. Ne ha facoltà.

FLORIS EMILIO (F.I.-Sardegna). Sul proseguo dei lavori ritengo sia necessaria una Conferenza dei Capigruppo, proprio per stabilire l'ordine di alternanza, che non so come potrà essere attuata dato il numero non equilibrato degli iscritti da parte dell'opposizione e della maggioranza. Forse si potrà trovare una soluzione facilmente in Conferenza.

CUGINI (D.S.-F.D.). Sono d'accordo.

PRESIDENTE. Convoco la Conferenza dei Presidenti di Gruppo.

(La seduta, sospesa alle ore 11 e 47, viene ripresa alle ore 12 e 25.)

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE SPISSU

PRESIDENTE. Riprendiamo la seduta.

E` iscritto a parlare il consigliere Manca. Ne ha facoltà.

MANCA (Gruppo Misto). Colleghe e colleghi consiglieri, voglio anch'io intervenire brevemente nella discussione generale sulla legge finanziaria e sul bilancio presentato dalla Giunta. Gli atti che ci accingiamo a discutere riguardano la manovra economica e finanziaria, annuale e pluriennale, della Regione; essi sono gli atti qualificanti di qualsiasi progetto di governo in quanto rappresentano gli impegni e gli obiettivi programmatici che una maggioranza intende perseguire.

L'atto propedeutico alla manovra di bilancio, il Documento di programmazione economica e finanziaria, è stato già abbondantemente discusso e, seppur si siano registrate da una parte e dall'altra severe critiche, è stato comunque approvato con il voto favorevole sia della maggioranza che dell'opposizione, per ragioni - dico io - di alchimia politica che spesso fanno capolino in quest'Aula e confondono ruoli e compiti di chi governa e di chi dovrebbe controllare.

Il tanto conclamato rinnovamento delle procedure e dei metodi di governo sbandierato in campagna elettorale dal Polo per la Sardegna, lascia e consente il passo ad una nuova stagione di consociativismo e di pastette ad opera di gruppi e personaggi delegittimati dal popolo che hanno già tristemente portato la Sardegna sull'orlo del baratro. Così, anche la manovra di bilancio, onorevoli colleghi, rischia di essere più un regolamento di conti fra il vecchio che avanza e il vecchio che già c'era e si rafforza, che non la risposta ai problemi e alle esigenze di sviluppo del popolo sardo.

Già in occasione della discussione del DPEF, i sardisti ebbero modo di differenziare la propria posizione riguardo al documento proposto il quale appariva insufficiente e non in grado di contrastare la tendenza recessiva dell'economia sarda. Eravamo in quel momento in buona compagnia, posto che i nostri stessi dubbi e le nostre stesse argomentazioni erano stati fatti propri dalle forze imprenditoriali, sindacali e dagli enti locali, i quali valutavano abbondantemente negativa quella proposta. Evidenziavamo ancora in quell'occasione la profonda discrasia fra il contenuto del documento di programmazione economica e finanziaria, e la proposta manovra di bilancio. In particolare, mentre si dichiarava di voler improntare la manovra a sostegno dell'occupazione, delle imprese e degli enti locali, in realtà si operavano tagli indiscriminati a favore di interventi di chiaro stampo clientelare, il tutto condito da una asserita tendenza al risanamento del bilancio a causa di un deficit dichiarato di circa 5 mila miliardi che rappresenta un cappio al collo per l'intera Sardegna.

Noi analizzeremo con severa attenzione il bilancio, consci del fatto che ogni documento di indirizzo finanziario e economico debba tendere sì al risanamento, ma debba anche gettare le basi per una proposta di sviluppo armonicco e sostenibile. Non stiamo qui a individuare di chi siano le responsabilità di tale situazione deficitaria perché i sommovimenti della politica portano i responsabili di ieri a essere gli accusatori di quelli di oggi.

Vorremmo che questa Giunta dicesse con chiarezza come intende affrontare il risanamento del bilancio (al quale di certo, per ciò che ci compete, concorreremo) e nel contempo sciogliere i nodi irrisolti dello sviluppo della Sardegna che non sono ormai più rinviabili. Noi riteniamo che una seria politica di bilancio in Sardegna non possa prescindere dal gettare le basi di un moderno progetto di sostegno all'economia e dal creare le condizioni perché il territorio sardo diventi appetibile per gli investitori e per le imprese. In tal senso vigileremo perché tutti gli investimenti proposti, realizzabili sia con fondi regionali, che con fondi provenienti dallo Stato e dall'Unione Europea, siano destinati a favorire interventi mirati, capaci di incidere sul tessuto produttivo regionale e di colmare l'attuale gap esistente tra le zone interne e il resto della Sardegna.

Non consentiremo in alcun caso la riproposizione di investimenti di natura clientelare, e comunque slegati dalla naturale propensione economica della Sardegna, che tanto male hanno fatto all'economia sarda. Vorremmo che la Regione Sardegna assumesse una chiara iniziativa a favore della scuola e della formazione culturale che potrebbero rappresentare la vera chiave di volta per un futuro meno problematico, invece i tagli proposti si indirizzano proprio ai settori nevralgici e qualificano l'intera manovra come recessiva. Cercheremo nel dibattito e con la proposizione di emendamenti ad hoc di correggere tali distorsioni perché questa manovra possa essere antesignana di una diversa impostazione dei documenti di bilancio.

Altra attenzione primaria riserveremo al contenimento della spesa in settori non strategici che hanno finora contribuito solo ad alimentare la burocrazia e il disordine. Un bilancio regionale - appesantito da 6.117 miliardi di spese correnti che rappresentano il 73 per cento dell'intera spesa per l'esercizio 2000, con solo 1974 miliardi circa di spese per investimenti pari al solo 23 per cento - non può assolutamente fungere da elemento propulsivo dell'economia sarda, anzi, per raggiungere il pareggio nel corrente esercizio 2000, verranno contratti altri mutui per 1000 miliardi che andranno ad appesantire ulteriormente il bilancio degli esercizi futuri. Infatti l'avanzo primario, costituito dalla differenza fra il totale delle spese correnti e delle entrate correnti, stimato nell'esercizio 2000 in 1.108 miliardi, da solo non è più in grado di finanziare lo sviluppo, per cui si prevede il ricorso a nuovi indebitamenti.

In situazioni di questo tipo occorreva presentare un bilancio virtuoso, dove avrebbero potuto trovare collocazione una riduzione delle spese generali, l'inventario e la valutazione dei beni di proprietà della Regione, che potrebbero essere alienati, nonché la ricontrattazione con lo Stato delle quote di gettito spettanti alla Sardegna a norma dell'articolo 8 dello Statuto, che sempre di più appare come una enorme presa in giro per il popolo sardo. Così questo bilancio, come molti altri che l'hanno preceduto, appare più una enorme partita di giro, 8.340 miliardi, tendente a finanziare stanziamenti già previsti, i quali non hanno inciso alcunché nell'economia della Sardegna, ma sono solo serviti a finanziare un enorme mostro burocratico che invece di essere di supporto alle attività risulta spesso esserne un freno.

La scommessa del futuro dovrà essere quella di basare la finanziaria regionale non più sulla finanza derivata e con vincolo di destinazione ma sulla finanza autonoma da utilizzare per lo sviluppo dell'economia sarda. Analizzando le entrate, al Titolo I troviamo la quota più significativa di 5 mila miliardi, rappresentata da tributi propri e da quote di tributi devoluti dallo Stato, i primi per 1.038 miliardi, i secondi per 3.982. Altro capitolo meriterebbe l'accertamento dei tributi propri sui quali occorrerebbe emanare un testo unico per semplificare procedure, diminuire le spese di esazione ed aumentare complessivamente il gettito.

Le considerazioni di carattere generale, sin qui espresse, troveranno riscontro nel dibattuto che seguirà. Gli emendamenti che abbiamo già presentato, e che ripresenteremo, rappresentano un tentativo di miglioramento della manovra economica complessiva di bilancio nella consapevolezza comunque che, senza un diverso approccio secondo le linee generali che dianzi ho esposto, la manovra finanziaria della Regione sarà sempre di più un adempimento burocratico e non, come dovrebbe essere, il momento più significativo dell'azione di governo di qualsiasi maggioranza.

Tra i settori che più di altri hanno subito tagli e ridimensionamenti vi è quello dell'agricoltura che, come tutti ben sappiamo, è uno dei settori trainanti dell'economia della nostra Isola. Ad un settore così importante nel corso del triennio 2000/2002 verranno dirottate risorse pari al 4 per cento circa rispetto all'8 per cento del 1999; il che significa una decurtazione pari al 45 per cento degli stanziamenti previsti per il 1999, cioè un colpo tremendo nei confronti di un settore che sta attraversando una delle sue crisi più profonde, e qui voglio ricordare, in modo che se ne tenga conto, che dal punto di vista meteorologico si prevede che questa sarà una delle annate più siccitose degli ultimi anni.

Capitolo che non possiamo omettere di trattare in questa sede per l'enorme importanza che assume per tutta l'economia sarda è quello relativo al Banco di Sardegna che in questi giorni sembra occupare molto la Giunta regionale. Si diceva in campagna elettorale che uno degli obiettivi primari dell'uno e dell'altro Polo fosse proprio il controllo di questo importante istituto di credito. Controllo, si badi bene, non impegno per un miglioramento generale delle condizioni del mercato finanziario sardo cui il Banco di Sardegna dovrebbe concorrere primariamente. Così ci pare che tutta l'attenzione della Giunta non sia mirata ad un potenziamento e miglioramento dei servizi che questa banca deve erogare, quanto ad un controllo del potere di contrattazione che esso ha a tutti i livelli. Perciò, in assenza di una vera e seria proposta sul credito in Sardegna, la quale non potrà comunque prescindere dalla funzione primaria che il Banco di Sardegna dovrà assumere, la vera natura dello scontro odierno appare quella della sostituzione degli amministratori della Fondazione omogeneizzandola all'attuale quadro politico di maggioranza, in ossequio a quello che si è sempre verificato all'interno dell'istituto, dove le carriere professionali e le posizioni apicali sono state sempre riservate e appannaggio dei potenti di turno, mortificando così competenze, professionalità, ruoli, determinando una scarsa politica di sviluppo della banca. Noi, da parte nostra, vogliamo difendere il ruolo e la prospettiva che il Banco può avere, non sottacendo però le gravi responsabilità che esso ha in materia di politica del credito in Sardegna.

Siamo consci del fatto che esso è composto quasi totalmente da un management sardo e che i suoi quasi 4.000 dipendenti sono assunti in Sardegna. Così come apprezziamo la capillarità dei servizi offerti in realtà scomode e marginali quali i paesi dell'entroterra sardo. Ma tutto ciò non basta a giustificare un'assenza nei grandi programmi di sviluppo e nella gestione complessiva dell'economia sarda cui si doveva la stessa nascita del Banco. Interpretiamo il suo ruolo quale istituto di credito regionale al servizio dell'imprenditoria locale senza condizionamenti di alcun tipo, se non quelli di natura economica e finanziaria rapportati ad una gestione oculata e professionale delle risorse. In tal senso noi riteniamo che il ruolo della Regione sarda non debba essere quello di controllo politico, ma deve essere un ruolo di azione e di strategia al servizio degli imprenditori sardi. Riteniamo altresì che vada immediatamente sospeso lo scontro in atto invitando la Fondazione del Banco a trasmettere la bozza del nuovo Statuto, che è stata già anche pubblicata e inviata al Ministero del tesoro, diventata ormai segreto di Pulcinella, bozza che doveva necessariamente e preventivamente essere conosciuta dal Consiglio regionale, pur sapendo che il giudizio di merito è riservato al Ministero competente. Questo tormentone non giova di certo al processo di privatizzazione del Banco che ormai non è più rinviabile, crea seri danni all'immagine complessiva dell'istituto che deve invece avere il massimo di rappresentatività, onde consentire ad esso di affrontare quel processo da una posizione di forza e di serenità, tali da non rischiare di essere assorbito senza possibilità di incidere in alcun modo e di dettare le condizioni ai gruppi finanziari interessati all'operazione. Perciò auspichiamo un passo indietro degli attori ultimi, nella certezza che, deputato ad esprimere un giudizio complessivo e ad intraprendere tutte le azioni per la difesa dell'istituto dei risparmiatori e degli operatori sardi, sia nella sua collegialità il Consiglio regionale quale massima espressione di rappresentanza del popolo sardo.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Lai.

Ha domandato di parlare il consigliere Selis sull'ordine dei lavori. Ne ha facoltà.

SELIS (Popolari-P.S.). Della maggioranza chi parla? Chiedo scusa, solo una battuta, senza sollevare in alcun modo una polemica. L'opposizione, dopo averla già dichiarata in Commissione, ha ribadito in quest'Aula la sua disponibilità ad un confronto serio e alla luce del sole oltre che alla ricerca di possibili intese, però ritiene utile sapere da subito qual è l'apertura della maggioranza; il fatto che ci sia un numero limitato di iscritti a parlare, appartenenti a quest'ultima area, non dipende certo dall'opposizione, ma ribadisco che l'opposizione e coloro che parlano hanno interesse a sentire qual è l'apertura della maggioranza. Quindi la inviterei, anche a norma di Regolamento, a chiedere ai colleghi della maggioranza, da subito, la loro iscrizione alla discussione, quando poi si esauriranno gli interventi della maggioranza e non sarà più possibile la regola dell'alternanza - essendo in un numero più limitato - i colleghi dell'opposizione potranno sicuramente continuare, ma a quel punto saranno a conoscenza delle aperture, delle prospettive, della disponibilità al confronto e al dialogo espresse dalla maggioranza stessa.

PRESIDENTE. Grazie onorevole Selis, ovviamente si è tenuto conto in Conferenza dei Capigruppo di questo problema. L'intervento dell'onorevole Lai chiuderà i lavori della mattinata, che saranno ripresi stasera con l'onorevole Pilo che farà il primo intervento, proseguendo in questo modo ad alternare maggioranza e minoranza, naturalmente in base al numero degli iscritti.

E` iscritto a parlare il consigliere Lai. Ne ha facoltà.

LAI (D.S.-F.D.). E` evidente che l'intervento non può tenere conto, oggi, di eventuali nuove posizioni che potranno essere assunte nel corso del dibattito da parte della maggioranza, quindi ha un taglio legato al punto di partenza, cioè alla proposta di manovra di bilancio. Questa è una finanziaria con riserva, questo è un bilancio con riserva; ecco ciò che la Giunta di centro-destra propone al Consiglio.

Dopo tre mesi pieni di lavoro, a partire da documenti già esistenti e condivisi come il Documento di programmazione economica e finanziaria, il risultato è una brutta proposta e per di più con la riserva di modifiche che non potranno essere che di segno ulteriormente negativo da farsi entro tre mesi. Su questa manovra di bilancio così com'è, non può esserci un voto positivo del centro-sinistra. Non possiamo riconoscerci in un documento di segno totalmente opposto al DPEF, strabico e diplopico rispetto ad esso. Apprezziamo i cambiamenti parziali e la retromarcia sulla proposta originaria, ma non è sufficiente, in quanto effettuata dietro la spinta delle organizzazioni del mondo del lavoro, degli enti locali, soprattutto dell'opposizione di centro-sinistra. Ma è solo una retromarcia, non è stata intrapresa una nuova direzione, siete tornati indietro in direzione opposta a quella iniziale, ma non avete imboccato la strada giusta, quella utile per continuare ad ottenere i risultati positivi dell'ultima fase della scorsa legislatura che pure, anche nei giornali, parte della Giunta di centro-destra ha riconosciuto. Non si può cancellare la creatività, la progettualità, la proposta di sviluppo e di lavoro che questo Consiglio ha generato nel 1999 con il consenso di gran parte dell'allora minoranza, sostituendola con il niente, con il freno a mano e basta.

Noi pensiamo che si debba realizzare un processo coerente tra manovra di bilancio e DPEF. Al taglio di 900 miliardi si deve opporre un disegno di sviluppo e di investimento di una somma se non superiore almeno uguale, altrimenti pesanti effetti negativi su economia e lavoro in Sardegna sono scontati fin da ora. Noi pensiamo che il piano di risanamento dovuto sia pienamente compatibile con il ripristino degli investimenti del piano straordinario del lavoro, degli interventi sull'ambiente, delle risorse agli enti locali e di un nuovo grande impegno sulle risorse umane, sui sardi, su cultura, formazione, innovazione e ricerca.

Nel dibattito sul DPEF il Presidente della Commissione, La Spisa, parlò di operazione verità, un'operazione verità avviata però fin dal 1998 per applicare alla Regione principi base di qualunque soggetto economico sano. Un'operazione verità presente non solo nel DPEF Scano-Palomba del 2000, approvato recentemente in questo Consiglio, ma anche in quello precedente, frutto del lavoro riconosciuto, collegiale e di singoli Assessori della Giunta di centro-sinistra. Operazione verità sull'entità del disavanzo di amministrazione, operazione verità sull'effettiva consistenza del debito, ma anche proposte.

L'unica operazione verità invece davvero originale di questa manovra di bilancio proposta dalla Giunta di centro-destra è la visibilità piena del disegno generale di questa Giunta, a prima vista confuso, in realtà attento a precisi interessi incondivisibili ed anche un po' irraccontabili.

Risanamento sì, ma da portare avanti congiuntamente e responsabilmente, mettendo insieme sviluppo e investimenti. Noi l'idea l'abbiamo chiara: il risanamento non si fa con i tagli, perché la quasi totalità della struttura della spesa è rigida, ma si ottiene con la ricostituzione delle entrate (perché sono diminuiti nel tempo i trasferimenti ordinari), con la ridefinizione della spesa e con il riordino legislativo necessario per superare l'attuale stratificazione che configura un preciso modello di regione ed amministrazione che non è quello degli ultimi cinque anni, e inoltre si fa procedendo con la già prevista estensione del sistema di monitoraggio e con la continuazione della spinta verso performance di spesa adeguatamente registrate e codificate. Dal Documento di programmazione approvato non si può prendere solo la parte che riguarda il riconoscimento del debito e tralasciare l'elaborazione relativa agli scenari di sviluppo, che rappresenta i tre quarti del documento.

Il DPEF contiene anche una parte importante che definisce il percorso di risanamento attraverso le leve possibili per modificare le entrate; è l'articolo 3 dell'intesa Stato-Regione che prevede la redazione entro tre mesi dell'accordo di programma per la ricostituzione del livello delle entrate della Regione. Novanta giorni, e novanta giorni sono in scadenza per questa Giunta. Qual è il risultato? Che cosa si è fatto anche solo per avviare il negoziato con la Commissione paritetica? Perché solo parole? Perché, anziché il coraggio della crescita e degli investimenti, mostriamo la paura che poi porta sfiducia?

Le leve dello sviluppo non sono solo quelle economiche; nel DPEF è scritto bene. Lo sviluppo nasce anche e soprattutto dalle leve fiduciarie. Con questa manovra non si porta tra i sardi né la fermezza di scelte condivise, né la certezza del futuro, ma paura e sfiducia, rischiando una grave regressione e implosione rispetto alle giuste attese. La moneta della politica e la linfa di quell'organismo che è l'impegno civile e politico sono la fiducia da trasmettere ai sardi, agli imprenditori e alle forze sociali; quella fiducia necessaria ad investire, a credere nelle risorse di questa terra, a scegliere di destinare il proprio reddito verso impegni produttivi o verso i consumi piuttosto che verso il risparmio bancario o la finanza tout court. Invece si trasmettono messaggi contrastanti, soprattutto messaggi che non comunicano la fiducia indispensabile, quella necessaria alla speranza che richiamava nel suo intervento l'onorevole Cogodi. Fiducia, speranza e futuro: questo è il lavoro al quale la politica è essenzialmente deputata.

Varare una manovra di bilancio come quella proposta, oggi significa rinunciare alla politica, significa trasformarci in vigili urbani, capocondomini o custodi della contabilità. Senza la politica, senza che essa svolga il suo compito, senza le scelte di sostegno allo sviluppo, nasce il sospetto che la rinuncia al ruolo mascheri altro. Senza gli investimenti il risanamento produce depressione, sfiducia nella capacità di guida, mancanza di prospettive e di un disegno produttivo di lotta alla disoccupazione, assenza di cultura, disorientamento e isolamento. Ma, dall'altro lato, questo bilancio è soprattutto il segno che la politica non si fida dei sardi; significa credere che i sardi debbano soltanto essere nutriti mentre sono tenuti al guinzaglio dell'assistenza e non messi nelle condizioni di rappresentare, loro stessi, la migliore opportunità e risorsa per la propria crescita e per tutta la Sardegna.

Se questo bilancio sarà approvato con i vostri voti, voi avrete compiuto il pieno tradimento delle vostre promesse elettorali, quelle riguardanti non solo il lavoro e lo sviluppo, ma anche la vostra stessa candidatura a guidare con competenza questa Regione. Non commettete questo errore, non solo per voi, ma per la Sardegna.

Noi chiediamo di riportare gli investimenti per lo sviluppo e per il lavoro ai livelli della manovra del 1999, a partire dal Piano per il lavoro e dalle leggi di sostegno dell'impresa, agli strumenti di sviluppo locale, al riordino fondiario, ai trasferimenti verso gli enti locali, ma soprattutto alla spesa sociale e agli impegni, pure in partenza insufficienti, su ricerca, istruzione, formazione e innovazione tecnologica. Vi chiediamo di non rinviare più in là l'irrinunciabile riorganizzazione del sistema di istruzione e formazione che fa capo alla Regione con il nuovo obbligo formativo. La ripresa c'è già, bisogna accompagnarla e non contrastarla. Il nostro compito, il compito della politica, è aumentare la fiducia, la competitività del sistema Sardegna, alle condizioni date, certo, ma non come economisti da scrivania, con il coraggio della visione, con la voglia di futuro, di progettarlo e di costruirlo.

Competitività ed occupabilità, questo è l'indirizzo. Creare condizioni di lavoro e sviluppo, superare la fase infantile del nostro sistema economico locale, superare la scarsa qualificazione dell'offerta del mercato del lavoro sardo. Ma come si fa se meno dell'1 per cento è destinato alle risorse umane e alla loro formazione, e meno del 4 per cento alla cultura? Questa Giunta si disponga a rivedere una posizione preconcetta su mutui e debiti, sul Piano per il lavoro e tutto il resto, perché essa non aiuta nessun percorso né politico, né economico, né sociale, oppure avanzi un'altra proposta vera, e non con riserva. Non è peccato rivedere le proprie posizioni; è diabolico persistere nel pregiudizio oltre che nell'errore.

PRESIDENTE. I lavori del Consiglio riprenderanno questo pomeriggio alle ore 16 e 30, prima iscritta a parlare è la consigliera Pilo.

La seduta è tolta alle ore 12 e 53.