Seduta n.211 del 03/02/1993
CCXI SEDUTA
MERCOLEDI'3 FEBBRAIO 1993
Presidenza del Presidente FLORIS
INDICE
Mozione (Annunzio).................
Proposte di legge nazionale Scano - Fantola - Serra Pintus - Amadu - Barranu - Casu -Manca - Ruggeri - Salis - Tamponi - Tarquini: "Modifica del sistema elettorale regionale previsto dallo Statuto Speciale per la Sardegna" (3); Pubusa: "Integrazioni della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto Speciale della Sardegna)"(4); Baroschi - Mannoni: "Modificazioni e integrazioni della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto Speciale della Sardegna)" (5). (Continuazione della discussione):
COGODI ...................................
FANTOLA.................................
TAMPONI..................................
PORCU ......................................
SANNA ADALBERTO............
PUSCEDDU...............................
SCANO......................................
SELIS ........................................
MELONI ...................................
BAROSCHI...............................
USAI EDOARDO ....................
MERELLA.................................
SORO............... .........................
PUBUSA ...................................
ONNIS.......................................
DADEA ....................................
LORETTU.................................
ORTU........................................
La seduta è aperta alle ore 17 e 01.
PORCU, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del 21 gennaio 1993, che è approvato.
Congedi
PRESIDENTE. Comunico che i consiglieri Angelo Atzori e Giovanni Ruggeri hanno chiesto due giorni di congedo e il consigliere Sandro Usai un giorno di congedo.
Poiché non vi sono opposizioni, i congedi si intendono accordati.
Annunzio di mozione
PRESIDENTE. Si dia annunzio della mozione pervenuta alla Presidenza.
PORCU, Segretario:
"Mozione Serri - Casu - Dadea sugli atti di violenza sulle donne nelle zone di guerra". (119)
PRESIDENTE. Poiché la Giunta non è in Aula, sospendo la seduta per dieci minuti.
(La seduta, sospesa alle ore 17 e 05, viene ripresa alle ore 17 e 09.)
Continuazione della discussione delle proposte di legge nazionale Scano - Fantola - Serra Pintus - Amadu -Barranu - Casu - Manca - Ruggeri - Salis - Tamponi - Tarquini: "Modifica del sistema elettorale regionale previsto dallo Statuto Speciale per la Sardegna" (3); Pubusa: "Integrazioni della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto Speciale della Sardegna)" (4); Baroschi - Mannoni: "Modificazioni e integrazioni della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto Speciale della Sardegna)". (5)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la continuazione della discussione delle proposte di legge nazionali numero 3, 4 e 5. Era stata chiusa la discussione generale, quindi metto in votazione il passaggio all'esame degli articoli. Chi lo approva alzi la mano.
(E' approvato)
Su che cosa intende parlare, onorevole Cogodi?
COGODI (Gruppo Misto). Sul passaggio all'esame degli articoli.
PRESIDENTE. Abbiamo già votato, onorevole Cogodi.
COGODI (Gruppo Misto). Io ho alzato la mano, prima di votare. Se lei dice: "Chi chiede la parola?" e non guarda l'Aula, io non so cosa fare.
PRESIDENTE. Comunque abbiamo votato; io, se vuole, le do la parola, ma la votazione è già stata fatta, mi dispiace.
COGODI (Gruppo Misto). Io le assicuro che non ho votato, perché ho alzato la mano prima; lei ha detto: "Chi chiede la parola?", io ho alzato la mano, ma lei non ha alzato gli occhi.
PRESIDENTE. Abbiamo già votato. Si dia lettura del Titolo. E non si permetta, onorevole Cogodi, di rivolgersi in questa maniera al Presidente: lei non si deve permettere di rivolgersi in questa maniera al Presidente.
COGODI (Gruppo Misto). Io ho chiesto la parola e lei non ha guardato l'aula!
PRESIDENTE. Ci sono i Segretari e i Questori, per guardare l'aula, non si preoccupi.
COGODI (Gruppo Misto). Il Presidente deve rispettare il Consiglio e allora, abbia pazienza, chieda ai Segretari e ai Questori.
PRESIDENTE Si dia lettura del Titolo.
SECHI, Segretario:
Titolo
Competenze della Regione Sardegna in tema di disciplina della forma di governo, di sistema di elezione del Consiglio regionale e nelle materie indicate nell'articolo 123 della Costituzione. Modifiche alla legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto speciale per la Sardegna).
PRESIDENTE. Al titolo sono stati presentati gli emendamenti aggiuntivi numero 6, 37, 39, 40 e 41. Se ne dia lettura.
SECHI, Segretario:
Emendamento aggiuntivo Fantola - Scano - Serra Pintus - Cocco - Casu - Pubusa - Tarquini - Pau
Titolo
Dopo il titolo è inserito il seguente articolo: "1. L'articolo 16 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto speciale per la Sardegna), come modificato dall'articolo unico della legge costituzionale 9 maggio 1986, n. 1, è sostituito dal seguente:
"Art. 16 - Il Consiglio regionale è composto da sessanta consiglieri eletti a suffragio universale, diretto uguale e segreto, secondo le norme stabilite con legge regionale".(6)
Emendamento aggiuntivo Soro - Dadea - Mannoni - Merella
Titolo
Dopo il titolo è inserito il seguente articolo:
Art. 01
Elezione del Consiglio regionale
1. L'articolo 16 dello Statuto è sostituito dal seguente:
"Art. 16 - Il Consiglio regionale è composto da 80 consiglieri eletti a suffragio universale, diretto, uguale e segreto, secondo le modalità previste dalla legge regionale.". (37)
Emendamento aggiuntivo Soro - Dadea - Mannoni - Pusceddu - Merella
Titolo
Dopo il titolo è inserito il seguente articolo:
Art. 02
Elezione del Presidente della Regione
1. L'articolo 36 dello Statuto è sostituito dal seguente:
"Art. 36 - Il Presidente della Regione è eletto a suffragio universale, diretto, uguale e segreto, contestualmente alla elezione del Consiglio regionale, secondo le modalità previste dalla legge regionale, in modo che sia assicurata la scelta da parte degli elettori della coalizione di governo e del programma.
Non sono eleggibili all'ufficio di Presidente della Regione coloro che si trovano in condizioni di ineleggibilità alla carica di consigliere regionale.
Il Presidente della Regione può essere rieletto una sola volta". (38)
Emendamento aggiuntivo Dadea - Erittu - Pubusa
Titolo
Dopo il titolo è inserito il seguente articolo:
Art. 03
Nomina e revoca degli Assessori regionali
1. L'articolo 37 dello Statuto è sostituito dal seguente:
"Art. 37 - Il Presidente della Regione nomina e revoca gli Assessori, preposti ai singoli rami dell'amministrazione regionale, secondo le modalità stabilite dalla legge regionale, che ne stabilisce il numero.
Entro dieci giorni dall'elezione del Presidente del Consiglio, il Presidente della Regione presta giuramento davanti il Consiglio e presenta la lista degli Assessori, che prestano anch'essi giuramento.
L'Ufficio di Assessore non può essere svolto per più di dieci anni". (39)
Emendamento aggiuntivo Soro - Dadea - Mannoni - Pusceddu - Merella
Titolo
Dopo il titolo è inserito il seguente articolo:
Art. 04
Sostituzione del Presidente della Regione prima della scadenza del mandato
1. Dopo l'articolo dello Statuto è inserito il seguente articolo:
"Art. 37 bis - Il Presidente della Regione che venga a trovarsi in condizioni di impedimento permanente o che compia atti contrari alla Costituzione o al presente Statuto o gravi violazioni di legge è revocato con decreto motivato del Presidente della Repubblica, previa deliberazione adottata dal Consiglio regionale a maggioranza dei due terzi dei componenti.
In caso di revoca, di impedimento permanente o di morte del Presidente della Regione, o di cessazione dalla carica comunque determinatasi, il Consiglio regionale, a maggioranza assoluta ed a scrutinio segreto, elegge il nuovo Presidente della Regione, che resta in carica fino al termine della legislatura". (40)
Emendamento aggiuntivo Soro - Dadea - Mannoni - Pusceddu - Merella
Titolo
Dopo il titolo è inserito il seguente articolo:
Art.05
Scioglimento del Consiglio regionale e revoca del Presidente della Regione per grave e comprovato contrasto politico.
1. Dopo il terzo comma dell'articolo 50 dello Statuto sono inseriti i seguenti commi:
"Il Consiglio può essere inoltre sciolto per grave e comprovato contrasto politico col Presidente della Regione.
Lo scioglimento del Consiglio e la contestuale revoca del Presidente della Regione sono disposti dal Presidente della Repubblica, con decreto motivato, previa deliberazione motivata della maggioranza dei componenti il Consiglio regionale o su istanza motivata dei Presidente della Regione, sentita la Commissione parlamentare per le questioni regionali. " (41)
PRESIDENTE. Uno dei presentatori dell'emendamento numero 6 ha facoltà di illustrarlo.
FANTOLA (D.C.). Nel corso della discussione generale, signor Presidente, ho già tentato di disegnare quelle che secondo me devono essere le coordinate complessive del progetto di riforma e ho già tentato di collocare, all'interno di queste coordinate, i punti fondamentali, tentando sempre di mettere in relazione le une con gli altri. Anche per quanto riguarda l'assetto dell'emendamento numero 6, ovverosia la riduzione del numero dei consiglieri regionali, ho cercato di porre in relazione questo elemento con gli altri punti principali: l'introduzione del collegio uninominale, l'elezione diretta del Presidente della Giunta, l'incompatibilità tra il ruolo di consigliere e il ruolo di assessore. Pertanto non ritengo opportuno ribadire nel corso di questo brevissimo intervento le ragioni di fondo che hanno spinto me e alcuni colleghi a presentare l'emendamento. Ritengo che però qualche brevissima osservazione in merito all'emendamento debba essere fatta, partendo da una considerazione che ho colto nel dibattito generale. Una considerazione, comune a tutti gli interventi, relativa al profondo processo di delegittimazione delle istituzioni e al crescente rifiuto da parte dell'opinione pubblica verso la classe politica che ha amministrato e governato la cosa pubblica in questi ultimi anni, forse in questi ultimi decenni.
La causa principale che è stata da tutti richiamata è sicuramente da ritrovarsi nella crescita della pressione, del peso e della presenza dei partiti nella società, quella che viene chiamata occupazione della società da parte dei partiti politici. Uno degli indicatori sicuramente più visibili e forse più criticabili di questo processo è stato il crescere, nelle istituzioni di ogni tipo e di ogni livello, degli addetti ai lavori, cioè il crescere della presenza dei politici in tutte le istituzioni. Non è un fatto che riguarda solo la Sardegna, come sappiamo, è un fatto che riguarda l'intero Paese, se è vero che la Bicamerale ha ormai nella sua agenda, tra i punti fondamentali, quello della riduzione del numero dei parlamentari e se è vero che la legge di riforma degli enti locali prevede la riduzione dei consiglieri comunali.
Per quanto riguarda la nostra Regione ci sono poi degli ulteriori elementi che ci consigliano e ci spingono verso una riduzione del numero dei consiglieri regionali. Prima di tutto l'alto rapporto esistente tra i consiglieri regionali e gli abitanti. La legge 108, che regola il numero dei consiglieri regionali per le Regioni a Statuto ordinario, stabilisce che le Regioni con popolazione compresa tra un milione e tre milioni di abitanti abbiano 40 consiglieri; se la Sardegna seguisse questo orientamento avremmo oggi un rapporto elettore-eletto di 1 a 40 mila, la metà esatta del rapporto attuale, che è di 1 a 20 mila. Si potrebbe obiettare che la Sardegna ha più poteri delle Regioni a Statuto ordinario, si potrebbe obiettare, ancor più, che la Sardegna è una Regione a Statuto speciale. A questo proposito vorrei ricordare però che la Regione Sicilia, che sicuramente ha una autonomia più spinta della nostra, che sicuramente ha più poteri della nostra, ha 90 consiglieri, con un rapporto che è di un terzo inferiore a quello nostro, cioè 1 ogni 58 mila abitanti. A questo ragionamento ancora ulteriori obiezioni potrebbero essere portate ricordando le specificità della nostra Regione e ricordando che una scelta di questo tipo non può essere semplicemente una scelta quantitativa e numerica. La nostra Isola ha certamente un territorio vastissimo, con una densità abitativa modesta e per di più concentrata in piccolissimi centri: bene, di questa caratteristica tenne conto il legislatore stabilendo, all'inizio dell'autonomia, in 60 il numero dei consiglieri regionali. Era un numero che teneva conto della specificità della Sardegna. Esso è cresciuto poi in base al rapporto con la popolazione, un rapporto, secondo me, fissato in maniera assurda.
Un ultimo motivo che secondo me dovrebbe farci riflettere sulla necessità di ridurre il numero dei consiglieri è la recente approvazione delle norme sulla incompatibilità tra il ruolo di consiglieri e di assessori. Questa riforma ha aumentato di undici gli addetti ai lavori in questa Regione e sostanzialmente ha riportato in Consiglio regionale nuove disponibilità, nuove capacità, nuove intelligenze che erano destinate invece esclusivamente alla Giunta e quindi all'amministrazione diretta della Regione. Perde queste motivazioni, che sono quindi sia motivazioni carattere nazionale, riguardanti l'intero clima che si respira nel nostro Paese, sia motivazioni connesse alla specificità della Sardegna e riguardanti il processo di riforma che abbiamo già avviato, anche in riferimento alla prospettata introduzione del sistema elettorale uninominale maggioritario, per tutta questa serie di considerazioni abbiamo presentato questo emendamento. Io chiedo all'Assemblea di accoglierlo: credo che se lo facesse questo Consiglio sicuramente darebbe prova di grande coraggio. Proprio autoriducendosi crescerebbe in credibilità e autorevolezza, in un momento in cui credo che di ciò abbia un grande bisogno.
PRESIDENTE. Uno dei presentatori dell'emendamento numero 37 ha facoltà di illustrarlo.
DADEA (P.D.S.). Si dà per illustrato.
PRESIDENTE. Uno dei presentatori dell'emendamento numero 38 ha facoltà di illustrarlo.
DADEA (P.D.S.). Si dà per illustrato.
PRESIDENTE. Uno dei presentatori dell'emendamento numero 39 ha facoltà di illustrarlo.
DADEA (P.D.S.). Si dà per illustrato.
PRESIDENTE. Uno dei presentatori dell'emendamento numero 40 ha facoltà di illustrarlo.
DADEA (P.D.S.). Si dà per illustrato.
PRESIDENTE. Uno dei presentatori dell'emendamento numero 41 ha facoltà di illustrarlo.
DADEA (P.D.S.). Si dà per illustrato.
PRESIDENTE. Per esprimere il parere della Giunta ha facoltà di parlare l'onorevole Presidente della Giunta.
CABRAS (P.S.I.), Presidente della Giunta. La Giunta si rimette al Consiglio sull'emendamento numero 6 e accoglie gli emendamenti numero 37, 38, 39, 40 e 41.
PRESIDENTE. E' aperta la discussione sul titolo e sugli emendamenti.
Ha domandato di parlare l'onorevole Cogodi. Ne ha facoltà.
COGODI (Gruppo Misto). Semplicemente per dire, signor Presidente, egregi colleghi, della obiettiva difficoltà che è dinanzi a noi, e che però è meglio che resti anche certificata nelle carte, di seguire adeguatamente la discussione di una legge così delicata, quale è la legge elettorale, in conseguenza del fatto che alla proposta iniziale, pervenuta in aula, composta da pochi articoli, sono stati presentati, sinora, ben 44 corposi emendamenti, i quali non è che fanno un'altra legge, fanno alcune altre leggi. Gli emendamenti che sono stati presentati a firma dei Capigruppo della maggioranza di fatto costituiscono nell'insieme un altro corpo di leggi, interamente sostitutivo della legge che era pervenuta in aula: un corpo normativo nuovo, che avrebbe pertanto bisogno di essere adeguatamente istruito. Io mi ero permesso di chiedere la parola prima del passaggio agli articoli. Credo che in quest'aula almeno la telecamera, se funziona, possa testimoniare che io avevo la mano alzata per chiedere la parola; tuttavia la mia mano alzata non è stata vista.
Comunque intendevo porre proprio questo problema. Trattandosi di un argomento di estrema delicatezza, considerati i tanti emendamenti già presentati e quelli che via via si sono aggiunti a firma dei Capigruppo della maggioranza, che di fatto sostituiscono la proposta di legge originaria, sarebbe certamente opportuna una nuova fase istruttoria, anche per consentire a ognuno di apportare il suo contributo. In questa situazione bisognerebbe avere una mente diabolica (e io rinuncio a perseguire l'idea di avere una mente diabolica) per potersi dipanare in mezzo a tale affastellamento di emendamenti.
Peraltro io sono fra quei consiglieri regionali - ieri due, oggi tre - ai quali, per l'ostinato rifiuto (non si comprende quanto validamente sostenibile) opposto dalla maggioranza dei Gruppi alla richiesta di modificare il Regolamento, è preclusa la possibilità di presentare emendamenti in aula. Tutti i consiglieri, attraverso il proprio Gruppo, possono presentare emendamenti, ad eccezione dei tre consiglieri appartenenti a un Gruppo che non si richiama ad alcun partito politico. Ragione per la quale la mia condizione è quella di prendere o lasciare, di fare il consigliere regionale dimezzato o di andare via. Già nel luglio dello scorso anno, quando discutemmo di un'altra legge in materia elettorale, io posi la questione e scelsi allora di andare via. Dal luglio del '92 al febbraio del '93 acqua sotto i ponti ne è passata e questo Consiglio regionale oggi vuole riguadagnare tutta la sua dignità, questo Consiglio regionale che è così, diceva un nostro collega, virilmente proteso verso i bisogni della gente, anela a riconquistare la sua autonomia come istituzione, rispetto al soffocamento partitocratico, come dice Fantola. Però questo soffocamento partitocratico piace ancora tanto che se uno o due o tre consiglieri regionali per una scelta libera che essi ritengono giusta, non fanno riferimento ad un partito politico, come conseguenza, non possono esercitare al pari degli altri il diritto di contribuire a fare le leggi. Prendere o lasciare, votare a favore o contro gli emendamenti degli altri; e così infatti sarà, per cui il mio ruolo viene dimezzato, diminuito per la protervia di un Regolamento che voi avete detto che avreste modificato e che invece non volete modificare per questa sola ragione, perché chi non ha partito è morto. E che dire, allora, della Giunta regionale, che si voleva fosse autonoma dai partiti e quindi dovrebbe essere morta, invece è viva e vegeta proprio perché è rimasta una derivazione dei partiti politici e forse per questo trova linfa e alimento. Tutti quelli che se la prendono con i partiti, ma non sanno vivere senza partito, dovrebbero essere almeno un pochino più coerenti, almeno un pochino più rispettosi anche degli altri.
Noi non abbiamo potuto presentare emendamenti, perciò non possiamo intervenire per correggere, per equilibrare il progetto di legge in discussione: gli emendamenti sono dei partiti, dei Gruppi che hanno partito, dei consiglieri che hanno questo grande titolo e quindi per questa ragione possono esercitare appieno la loro funzione. Io interverrò, quindi, su aspetti specifici, per richiamare alcuni argomenti affinché rimangano nelle carte, nei verbali del Consiglio regionale. Argomenti che non potranno diventare articoli di legge, che non potranno modificare nulla: e però almeno che si sappia, che rimanga la testimonianza di quella che è pur sempre l'opinione di un consigliere regionale, di un componente dell'Assemblea rappresentativa nel suo insieme del popolo sardo.
La specifica osservazione che voglio fare in questa circostanza è relativa al numero di consiglieri regionali. Io ritengo giusto che il numero dei consiglieri regionali sia ridotto a 60. Ma sono d'accordo per una sola ragione: perché è in campo un referendum. E' un referendum solo consultivo, ma un referendum benché consultivo, che desse un certo risultato, chiaramente chiamerebbe l'Assemblea regionale a conformarsi al pronunciamento popolare. Ho avuto modo di dire, su questo e su altri referendum regionali, che ritengo sproporzionato il mezzo, cioè chiamare il popolo a votare (anche per il costo previsto, 9 miliardi) rispetto al fine: talmente sproporzionato che veramente ci si poteva pensare un poco di più. Che senso ha chiamare oggi il popolo sardo a votare se il Consiglio regionale deve essere ridotto da 80 a 60 componenti? Io non ho dubbi, perché vivo in questo mondo, che se il popolo sardo venisse chiamato con un referendum non a un ragionamento, ma a dire sì o no per ridurre il Consiglio regionale non dico a 60, ma a 50, a 40, a 12, voterebbe sì. E avrebbe mille ragioni per votare sì, perché non si fa che dire che il Consiglio regionale è inutile e che non produce: in parte sarà vero, che non esplica il massimo possibile di produttività, ma siccome la considerazione della pubblica opinione è condizionata proprio da questo assillante modo di porre le questioni l'Assemblea elettiva è chiamata a pagare le colpe anche di tutti gli altri. Il Consiglio regionale è responsabile perché la gente ruba, perché chi deve governare non governa, è responsabile delle ingiustizie sociali, di quello che fanno o non fanno i partiti politici: di tutto deve rispondere il Consiglio regionale, per cui non ho dubbi sul possibile esito referendario.
Ma è materia, questa, di carattere referendario? E, nel merito, è proprio così esorbitante l'attuale numero dei consiglieri regionali, 80, in una Regione come questa, che ha tanto bisogno di rappresentanza politica, che non è affatto una Regione unita, che anzi deve ritrovare le vie della sua unità, di una sintesi superiore? In questa Regione che ambisce a diventare Stato, o a pensare come uno Stato, almeno se l'Assemblea che ambisce a diventare Parlamento del popolo sardo fosse composta da 80 rappresentanti, ovviamente rappresentanti degni, come credo che siano degni sempre i rappresentanti che il popolo liberamente elegge, sarebbe un castigo di Dio? Ma sono qui i mali dell'autonomia, o non è invece un altro il male dell'autonomia? E però si sottopone al voto del popolo il numero dei consiglieri regionali. Ora essendosi determinata questa situazione, voglio che rimanga certificato che considero un errore non riflettere in modo adeguato sul problema della rappresentanza politica in una Regione la cui Assemblea ambisce ad essere, non solo a chiamarsi, Parlamento del popolo sardo. Considerata la complessità delle incombenze, 80 consiglieri potrebbero di più e meglio attendere a lavorare, distribuirsi ed articolarsi per essere Parlamento. Tuttavia il realismo politico, secondo me, induce a ritenere che la proposta di ridurre il numero a 60 debba essere presa in considerazione, proprio per evitare che ci si debba dilungare ancora su queste cose: ci sono tante altre cose ben più importanti e io credo che nei prossimi mesi non dovremmo spendere le nostre energie principalmente a contrastarci nelle piazze per decidere se il Consiglio regionale dovrà essere composto da 80 o da 60 membri. Si è messo in moto un meccanismo secondo me sbagliato, però, se così si vuole, il numero sia pure di 60. Quando si presenterà l'opportunità io sono sicuro che sarà nuovamente presa in esame l'esigenza di una più adeguata composizione dell'Assemblea rappresentativa. Nella condizione data forse è opportuno che almeno su questo punto si voti in Consiglio per consentire la riduzione e per evitare un male maggiore.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Tamponi. Ne ha facoltà.
TAMPONI (D.C.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, io credo che gli emendamenti che stiamo discutendo abbiano un peccato originale, quello della ricerca di una mediazione a tutti i costi. Quando nel giugno dell'anno scorso abbiamo licenziato in Commissione questo progetto di legge, abbiamo ritenuto che il Consiglio regionale si dovesse impegnare su una materia così importante e delicata per la vita democratica della Sardegna e abbiamo voluto farlo non per limitare quanto avveniva alla Camera, con il cosiddetto progetto Labriola, ma perché già da tempo avevamo avviato in Consiglio e nella Commissione un dibattito che vedeva coinvolti i consiglieri e le forze politiche presenti in quest'aula. Eravamo arrivati ad un punto d'incontro, con la sola astensione del Partito Sardo d'Azione, concordando sull'esigenza che la Regione autonoma della Sardegna rivendicasse una piena autonomia, una piena capacità di autoriforma e di autogoverno. Una rivendicazione che rompesse quei vincoli statutari che legavano alcune scelte che potevamo fare in Sardegna alla volontà dello Stato. Questa era l'impostazione del progetto di legge: una rivendicazione forte, totale dei poteri, che ponesse la Regione, una volta ottenutili, nella condizione di poter discutere liberamente su una gamma vastissima di opzioni in materia elettorale e soprattutto in materia di forma di governo. Sono passati otto mesi e l'auspicato approfondimento da parte delle forze politiche, dei Gruppi consiliari e dei consiglieri si è prodotto solo a metà, solo su una parte della modifica della forma di governo.
Io credo che nessuno in quest'Aula possa rinnegare una richiesta forte di poteri quale è quella che stiamo facendo e credo che in quest'Aula ci sarà un'ampia convergenza su questa rivendicazione. Tuttavia da parte di questo Consiglio la specificazione della riforma va limitandosi al solo campo della scelta presidenziale. E' chiaro che la scelta presidenziale richiede la riforma del dettato statutario, quello stesso che imponeva al sistema elettorale regionale un vincolo proporzionale. Il presidenzialismo, è chiaro, non si abbina non può abbinarsi al proporzionalismo. Resta tuttavia da specificare di quale presidenzialismo si vuole parlare, quale sia il tipo di presidenzialismo che questa Regione si vorrà dare. E dovremmo ricordare comunque tutti quanti che il presidenzialismo, riconducendo a una figura forte, eletta e legittimata dal consenso popolare (la massima espressione del governo regionale), deve essere controbilanciato da una pari esaltazione del ruolo dell'Assemblea. Ebbene, in questi emendamenti, che io definisco gli emendamenti possibili, quelli, come è evidente, che portano la firma dei Presidenti dei Gruppi che reggono questa coalizione di governo, che è nata per fare le riforme, prima di tutto, si individua una sola parte della riforma, quella presidenzialista, senza scegliere che tipo di Assemblea, che tipo di Consiglio regionale vogliamo darci. Ed ecco che i nodi iniziano a venire al pettine già quando si parla di numero dei consiglieri regionali. Sarebbe, credo, altamente significativo che questa indicazione potesse trovarsi nello Statuto, come avviene nella Costituzione italiana per quanto riguarda il numero dei parlamentari. Il primo Consiglio regionale della Sardegna, quello eletto nel '48, era del resto composto da 60 membri. Il collega Cogodi dice che è d'accordo sulla proposta di fissare a 60 il numero dei consiglieri regionali non tanto perché lo convinca questo numero, ma perché alla fine, se si andasse al referendum, per il quale è stata già fissata la data, sicuramente il popolo sardo direbbe 60 consiglieri anziché 70 o 80.
Tuttavia, caro Cogodi, il problema della legittimazione di questa Assemblea non è nel numero: non è che aumentando il numero noi aumentiamo la legittimazione e la forza rappresentativa; il problema è nella sostanza. Tutti i regimi presidenziali prevedono delle Assemblee forti, elette anche con un altro sistema elettorale uninominale e maggioritario. A meno che non si adotti il sistema polacco, i cui esisti nefasti sono sotto i nostri occhi.
In questi mesi avremmo dovuto affrontare contestualmente gli aspetti connessi al presidenzialismo con quelli connessi al ruolo dell'Assemblea. Io sarei stato favorevole certamente all'eliminazione del sistema proporzionale contestualmente alla scelta della forma di governo presidenziale e alla definizione del ruolo dell'Assemblea. Il presidente Cabras, interpellato dal presidente Floris circa il parere della Giunta sugli emendamenti, ha chiaramente detto che sull'emendamento numero 6 la Giunta si rimette al Consiglio. Quindi mi sembra di capire che su questo emendamento non ci sia assolutamente una preclusione derivante da un vincolo di maggioranza. E' difficile capire perché i Gruppi che sostengono questa maggioranza insistano per mantenere invece un criterio poco chiaro, che rimanda a date future, da definire successivamente, scelte che probabilmente potevamo fare già da oggi. Ma se queste scelte in materia elettorale, cioè in materia di ruolo dell'Assemblea, non eravamo in grado di farle oggi, io mi chiedo perché dobbiamo necessariamente fare la scelta presidenzialista oggi. Mi chiedo quale filosofia, quale ratio guidi il comportamento dei Gruppi di maggioranza, ammesso e non concesso che questo sia un problema di Gruppi di maggioranza e non sia, invece, un problema dell'Assemblea, non sia un problema dei singoli consiglieri che in materia, ricordiamocelo, rappresentano, prima ancora dei Gruppi, il corpo elettorale. A livello nazionale stiamo andando per fortuna verso questo tipo di riforma elettorale. La Camera dei deputati, con la riforma del sistema di elezione del sindaco, ha stabilito che il sindaco deve avere un rapporto diretto con gli elettori, deve esprimere capacità di governo in sintonia con la fiducia che la gente gli ha attribuito. Questa legge (non del tutto perfetta, a parere di alcuni) sull'elezione diretta del sindaco, d'altro canto, prevede, direi specularmente, anche alcune altre scelte sul ruolo del Consiglio comunale. A questo punto è veramente difficile capire perché l'Assemblea regionale della Sardegna intenda approvare un progetto che individua una sola parte della riforma, lasciando l'altra del tutto imprecisata.
Signor Presidente, colleghi, anche per quanto riguarda il numero il problema è stato risolto alla Camera con la legge sull'elezione diretta del sindaco: il numero dei consiglieri comunali e provinciali è stato ridotto di circa il 30 per cento. A ben vedere anche la proposta di ridurre a 60 i consiglieri regionali è in sintonia con la generale tendenza a ridurre il numero dei componenti delle assemblee elettive. La stessa Commissione bicamerale per le riforme costituzionali ha adottato l'orientamento di una riduzione del numero dei componenti della Camera e del Senato. Ebbene, noi su questo siamo sordi. Spesso ci appelliamo a ciò che avviene oltre il Tirreno, a Roma, a livello statale e non seguiamo invece ciò che noi potremmo fare, ciò che noi potremmo decidere anche autonomamente. Ecco perché io, su questo emendamento, anche se condivido sia la presa d'atto del vincolo proporzionale sia l'opzio-ne presidenziale, ho difficoltà ad esprimermi compiutamente con un giudizio positivo, perché è una scelta monca, che ci porterà sicuramente a una forma di governo zoppa.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Porcu. Ne ha facoltà.
PORCU (M.S.I.-D.N.). Signor Presidente, colleghi, dicono le Sacre Scritture che sbagliare è umano, ma perseverare è diabolico e può portare alla perdita dell'anima. Ma sembra che questo Consiglio regionale della saggezza evangelica possa farne a meno, perché qui si continua in abbondanza a perseverare negli stessi errori, errori che poi non ricadono solo sulla nostra pelle ma sulla pelle di tutti cittadini sardi e quello che è più grave, signor Presidente della Giunta, cadono sulla democrazia, intaccano il significato vero e profondo di democrazia. Noi a luglio abbiamo votato una legge elettorale, l'abbiamo votata in una situazione di grandissima confusione, nella quale era difficile orientarsi e dare un giudizio raziocinante, sommersi come eravamo da una valanga di carta, di emendamenti che venivano presentati con uno stravolgimento non formale ma sostanziale delle regole che debbono presiedere al funzionamento di un'assemblea legislativa. Oggi, in misura diversa, ma sempre di notevole gravità, si compie lo stesso attentato al diritto-dovere del Consiglio di legiferare in assoluta serenità avendo ogni singolo consigliere una intelligenza perfetta di quello che va ad approvare. Perché dico questo? Perché ci è arrivata in aula, poco fa, una serie di emendamenti, signor Presidente del Consiglio, che in pratica cambiano totalmente il testo licenziato dalla prima Commissione.
PRESIDENTE. Onorevole Porcu, mi scusi, ma in quel che ha detto c'è una imprecisione. Gli emendamenti non sono stati presentati pochi minuti fa. Tutti i consiglieri regionali da lunedì hanno gli emendamenti.
PORCU (M.S.I.-D.N.). Signor Presidente, possono esser stati presentati ieri o l'altro ieri, non cambiala sostanza delle cose. E la sostanza delle cose è che la prima Commissione ha licenziato un testo, lo ha portato in aula e noi abbiamo cominciato a discutere su quel testo; poi questi emendamenti della maggioranza cambiano radicalmente il discorso, lo capovolgono, introducono una cosa nuova che è inaccettabile, da un punto di vista formale. Non si può lavorare in queste condizioni, su una cosa importantissima, che andrà a incidere sul futuro della democrazia sarda. E' impossibile. In quest'aula, da parte di alcuni consiglieri, si sottolinea il fatto che questa prima Commissione, presieduta da Tamponi, che ha parlato poco fa, lavora, fa un sacco di riunioni, fa un sacco di cose: poi i risultati di questo lavoro svolto dalla prima Commissione sono pervicacemente annullati, cambiati con presentazione di emendamenti in aula. Così, Presidente, è impossibile lavorare serenamente, tanto più che non si tratta di provvedimenti di poco conto, ma di una cosa di straordinaria importanza. Il Parlamento nazionale ha ritenuto di dover fare una Commissione bicamerale, ancorché inutile e dannosa pure quella, ma pur sempre funzionante e non sembra a noi che il Parlamento nazionale si sia visto arrivare immediatamente, senza filtri e senza preparazione, una proposta di legge per l'introduzione di modifiche sostanziali e importantissime al sistema elettorale. E' una cosa che non posiamo tollerare, signor Presidente, perché qui vengono colpiti i diritti dei singoli consiglieri e dei Gruppi che fanno parte di questo Consiglio regionale.
Nel merito noi dobbiamo constatare che ancora una volta passa una linea di esclusione. Signor Presidente, lo diciamo con voce accorata: la filosofia che sottende a questo tipo di provvedimenti, cioè alla riduzione del numero dei consiglieri e alla eliminazione del vincolo proporzionalistico dallo Statuto, con la conseguente introduzione del sistema maggioritario uninominale, ancorché corretto, rappresenta una linea di esclusione e di chiusura, di eliminazione delle voci scomode proprio nel momento in cui il popolo sembra che voglia fare, attraverso la sua espressione elementare del voto, il più grande cambiamento politico che sia mai stato fatto da cinquant'anni in questa Nazione. Per la prima volta ci sono le premesse di un effettivo cambiamento, attraverso il voto, della situazione politica nazionale e noi vogliamo andare a modificare, adesso, in questa situazione di cambiamento le regole del gioco. E' una cosa assolutamente intollerabile. Si toglie al cittadino la possibilità di cambiare quello che vuole cambiare: è una modifica che non possiamo accettare, che va contro le esigenze di una sana democrazia. Altro che discorsi sulla governabilità, altro che discorsi sulla trasparenza! Si vuole veramente incidere e intaccare le basi stesse della democrazia che, lo ricordo a quelli che se lo sono dimenticati, è prima di tutto partecipazione, è prima di tutto possibilità del cittadino di avere facilmente accesso alle istituzioni: anche del cittadino debole, anche del cittadino che si trova in una posizione sociale e politica minoritaria, in questa Nazione, anche a quello dobbiamo garantire la possibilità di accesso alle istituzioni, ai rami legislativi.
Questo lo ricordiamo con molta passione ai colleghi della Democrazia Cristiana, almeno per la loro radice cristiana, per il loro sbandierato (io dico qualche volta anche a ragione orgogliosamente sbandierato) solidarismo cristiano: è una cosa gravissima il gioco a cui si stanno prestando, è un errore di cui pagheremo le conseguenze quando veramente, dopo che questa legge verrà approvata, le decisioni, quelle vere, quelle che contano, verranno prese non dai rappresentanti di tutto il popolo, soprattutto di quello che non ha difese, ma verranno prese dai grandi potentati economici, dalle lobby di pressione di tutti i generi. Non mi dilungo oltre su questo: è stata presentata una mozione in quest'aula, per conoscere i nomi degli affiliati alla massoneria. Io direi che questa è una cosa più importante da fare della legge elettorale: queste sono le cose che debbono venire fuori, come doveva venir fuori ultimamente la verità sui grandi gruppi editoriali e di controllo dei mass media, che anche qui in Sardegna condizionano pesantemente il dibattito politico. Noi non siamo nella par condicio:da una parte ci sono i privilegiati, quelli che hanno continuo accesso ai giornali e ai mezzi di informazione, quelli che possono propagandare le loro proposte di conservazione come proposta di rinnovamento; dall'altra ci sono quelli come noi, che sono i paria, i reietti, gli emarginati, quelli che non possono dire la loro, quelli che non trovano udienza, quelli che vengono considerati conservatori e reazionari soltanto perché chiedono che il popolo sia messo nelle condizioni di agire e di pensare, di aiutare la gente a capire che differenza c'è tra maggioritario e proporzionale, tra uninominale e preferenza plurima, perché la gente non lo ha capito!
Altroché, onorevole Fantola: io non avrei nessuna paura, onorevole Fantola, ad andare veramente tra la gente a sostenere le mie tesi. Io non ho nessuna paura e lo devo dire all'onorevole Fantola, che non ho nessun timore di essere bocciato dalla gente. Io sono sicuro di essere in maggioranza, tra la gente, però la gente deve essere messa in condizioni di capire quello che sta succedendo, cosa che in realtà non avviene. In questa situazione non è possibile che la gente capisca quello che sta succedendo; le state facendo il lavaggio del cervello, la state truffando ancora una volta. E in questo senso, signor Presidente, io rivendico il mio diritto di poter dire che si tratta di una legge truffa, sia a livello nazionale sia a livello regionale, si tratta di una legge truffa che noi facciamo sull'onda delle spinte che ci provengono da fuori di quest'Aula, per la quale si sta consumando l'ultimo tradimento verso gli elettori che ci hanno eletto. Perché, signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Giunta, quando siamo stati eletti in quest'Aula, certamente nessun partito politico aveva presentato agli elettori un programma che prevedesse il passaggio al maggioritario, all'uninominale, né la riduzione dei consiglieri da 80 a 60, nessuno. Anche qui in Sardegna occorrerebbe proporre un'assemblea costituente, se si vogliono cambiare veramente le regole del gioco; si vada alle elezioni con le regole attuali e si dica: "Noi faremo un'Assemblea sarda costituente per cambiare le regole del gioco e le regole del gioco che vogliamo sono queste". Senza questo passaggio noi stiamo prendendo in giro, stiamo insultando la gente e stiamo rendendo veramente un pessimo servizio alla democrazia.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Adalberto Sanna. Ne ha facoltà.
SANNA ADALBERTO (D.C.). Signor Presidente, noi tendiamo spesso l'orecchio per interpretare la gente e abbiamo diversi maghi che ne interpretano il volere e anche i reconditi pensieri. Non vi è dubbio che se la gente dovesse votare la riduzione dei consiglieri da 80 a 60 voterebbe probabilmente favorevole anche per soli quattro consiglieri, magari con il grado di governatore e uno per provincia, ma non credo che questa sarebbe la democrazia. Noi indubbiamente stiamo vivendo momenti di confusione, di apprensione, però non possiamo cambiare i motivi di apprensione in motivi di utopistica certezza. Si parte molto spesso, anche inconsciamente, da una situazione per approdare a una promettente trasformazione; non si parla di una realtà, ma di un processo in atto. Naturalmente è un processo che viene descritto di crescita civile, sociale, democratica, umana, ma il concetto di crescita ha un significato positivo soltanto se connaturato a qualcosa di già stabile, delle cui potenzialità la crescita stessa rappresenta l'armonico sviluppo. Al contrario l'idea di trasformazione e di crescita, per alcuni oggi non è altro che la maschera di un disegno di stravolgimento anche di ciò che di buono c'è nell'esistente. Noi immaginiamo che ci siano dei destinatari di questo messaggio utopistico, perché interpretiamo la gente: questa gente dovrebbe essere ormai ben disposta (perché si è anche avvezzi a illudere questa gente) a capire e condividere proposte che appaiono rivoluzionarie. Però io credo che, nel profondo, all'esterno ricevano anche loro, come noi, una fredda e scontata percezione dell'inganno che stanno vivendo. Io credo che questo faccia parte di un disegno politico preciso, scientifico: privilegiare cioè una forte oligarchia, poteri forti che non sono certamente rappresentativi dei ceti e delle aree economicamente deboli. E' un disegno che punta a soluzioni necessitate e prevede i collegi uninominali. Però allora io mi chiedo: come si può prima invitare la gente, questa declamata gente, a una battaglia (che anch'io ho condiviso e per la quale ho combattuto) per l'introduzione della preferenza unica, che implica anche un concetto di scelta tra molti, tra diversi e quindi comporta la possibilità di dare veramente all'elettore un grande, vasto potere di scegliere, poi si fa una battaglia che è totalmente all'opposto, quella dei collegi uninominali, che privilegeranno ancora le soluzioni poste da quei partiti che alcuni amici dicono di voler combattere? E' un inganno, certamente un concetto schizofrenico di politica: non si può' invitare a scegliere e poi imporre.
A me sembra che si colga il pretesto per stare sull'onda emotiva della gente. Credo tuttavia che si tratti di un inganno pauroso e che la soluzione non sia certamente quella di ridurre i consiglieri da 80 a 60, perché la democrazia vera è quella della rappresentatività, soprattutto la rappresentatività delle aree deboli, di quelle che pur vaste come estensione sono demograficamente deboli; questa è la democrazia, non il predominio dei poteri forti, dei mass media, dei poteri economici o di altri tipi di poteri oligarchici e ristretti. Io credo che questo sia l'errore peggiore e l'inganno più tremendo che noi, consapevolmente o inconsapevolmente, possiamo consumare a danno degli interessi della gente. E' arrivato il tempo di avere il coraggio di difendere le proprie idee all'interno di quest'aula, perché sull'onda della demagogia rischiano di passare delle scelte nefaste, i cui risultati stiamo vedendo tutti i giorni, quotidianamente. Per questo vi invito ad essere appena appena più seri: quando noi abbiamo licenziato in prima Commissione una legge che prevedeva la rivendicazione dei poteri di scelta in materia elettorale per la Regione sarda, volevamo ritagliare un ambito in sintonia con le esigenze della nostra autonomia, non certamente quel vestito di Arlecchino in cui corriamo il rischio di trasformare questa legge.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Pusceddu. Ne ha facoltà.
PUSCEDDU (P.S.D.I.). Signor Presidente, colleghi consiglieri, l'approccio che stiamo dando alle proposte di legge in materia di forma del governo per il nostro istituto autonomistico mi pare non sia dei migliori. Anzitutto perché l'attenzione che si sta riversando eccessivamente sulle modifiche del sistema elettorale rischia di apparire fuorviante, rispetto all'obiettivo della ridefinizione delle funzioni, dei ruoli e dei poteri che dobbiamo assegnare da un lato al Governo di questa Regione, dall'altro all'Assemblea legislativa. Noi, in ossequio ad un impegno assunto all'atto della formazione di questa maggioranza, vogliamo portare avanti in quest'Aula una battaglia per introdurre l'elezione diretta del Presidente della Regione. L'adozione di questo nuovo meccanismo, che viene incontro al crescente bisogno di un rapporto nuovo, di fiducia e di responsabilità, tra chi governa e gli elettori, è un impegno che vogliamo assolvere nel migliore dei modi, però riteniamo che quest'operazione debba essere inquadrata all'interno di un contesto generale, che vede nettamente distinti i ruoli del Consiglio e dell'Esecutivo. Riteniamo soprattutto che una forma di governo che si caratterizza come governo del leader scelto direttamente dagli elettori sulla base di un programma e sostenuto da una coalizione possa avere maggiori possibilità di successo se rimane strettamente ancorata ad una scelta che possa d'altra parte contemperare la presenza di un Consiglio regionale altamente rappresentativo delle varie articolazioni in cui si esprime la società sarda. E' necessario cioè rispondere al bisogno forte di governabilità e di stabilità, viste come assunzione di decisioni rapide da parte dell'Esecutivo, con il contemperamento di un Consiglio che abbia funzioni di indirizzo e di controllo e che riesca appunto ad essere largamente rappresentativo e a garantire l'articolazione sociale e soprattutto la democrazia pluralista. Noi non vediamo antitesi fra queste due esigenze, ma vediamo, invece, una feconda sintesi che riesca a dare una compiuta organizzazione al sistema della nuova Regione. Perciò, come Gruppo socialdemocratico e anche come delegazione all'interno della Giunta, non ci riconosciamo nelle proposte che prevedono una modifica dall'articolo 16 dello Statuto speciale attraverso la rimozione del vincolo proporzionale. Non abbiamo firmato i relativi emendamenti e ci opporremo ad essi con tutte le forze e nei modi in cui saremo capaci per evitare che nasca una legge priva di organicità e soprattutto che nasca una nuova Regione che qualcuno che mi ha preceduto ha definito un abito d'Arlecchino.
E' chiaro che oggi noi ci troviamo di fronte ad esigenze che sono diverse, ma dobbiamo soprattutto tener presente che l'operazione cui andiamo incontro è quella di una profonda riforma del sistema istituzionale, per cui diciamo che è fuorviante oggi andare ad affrontare nuovamente modifiche del sistema elettorale regionale, in quanto appena pochi mesi fa abbiamo approvato la legge regionale numero 16 del '92, che a nostro parere mantiene tutta la sua cogenza e attualità e che deve rappresentare lo scenario di riferimento per le elezioni regionali del 1994. Ma noi vogliamo precisare che intendiamo per sistemi istituzionali quei meccanismi che devono soprattutto favorire l'integrazione sociale. E' vero che dopo un ventennio caratterizzato proprio dall'affermarsi di un diffuso processo di partecipazione e di corresponsabilità, anche nelle decisioni di governo, a tutti i livelli, si avverte ultimamente l'esigenza di recuperare governabilità e decisionalità, ma soprattutto di recuperare una responsabilità visibile. E' necessario che chi governa sia visibilmente imputabile di determinate responsabilità da parte degli elettori. I nostri costituenti, nel '46, memori dell'esperienza del ventennio fascista, ritennero che una scelta presidenzialista potesse comportare dei rischi rispetto alla necessità di garantire il ripristino delle istituzioni democratiche. Oggi non ci troviamo più nelle condizioni in cui si trovarono i costituenti nel 1946, quando adottarono la Carta costituzionale e insieme lo Statuto speciale per la nostra Regione. Tuttavia riteniamo che ancora oggi non possano essere cancellate le esigenze di rappresentanza, soprattutto nelle assemblee legislative, dove chi ha da rappresentare posizioni minoritarie o da svolgere ruoli di opposizione deve essere messo nelle condizioni di poter esercitare la propria funzione: il Governo non può assumere una funzione totalizzante e soprattutto occorre garantire meccanismi parlamentari di indirizzo e di controllo delle decisioni. Per questo nutriamo forti perplessità nei confronti di quanti si avventurano nel proporre forme di democrazia di élite, che portano ineluttabilmente alla crescita di oligarchie.
Certo oggi è forte quell'esigenza di riverticalizzazione del potere: si avverte nei meccanismi istituzionali, si avverte nelle logiche di mercato, si avverte nelle logiche di impresa, della finanza, nelle concentrazioni editoriali, ma appunto perché assieme a questa esigenza oligarchica si accompagna spesso un'altra esigenza legata alla trasversalità, è necessario che soprattutto nelle assemblee sia garantita la presenza delle minoranze e delle opposizioni. Per questo riteniamo sbagliato ogni approccio che miri a considerare la questione istituzionale come un prevalente problema di riorganizzazione interna del potere politico o peggio tenda a ridurla esclusivamente ad una operazione di ingegneria elettorale. Si dice che il sistema proporzionale è il più adatto all'organizzazione di una società in partiti e che pertanto è la crisi dei partiti ad avere comportato di conseguenza la crisi del sistema proporzionale. Io ritengo che questa sia una lettura sbagliata: i sistemi elettorali nascono all'interno delle diverse società, che hanno ciascuna una specifica tradizione di articolazione sociale, etnica, religiosa, culturale; essi dunque rispondono proprio alle esigenze di contenuto delle spinte sociali presenti all'interno di singoli Stati. Un'articolazione per partiti esiste anche nei sistemi elettorali maggioritari, che non escludono, dunque, la presenza dei partiti. Si dice, d'altra parte, che l'introduzione del sistema maggioritario favorirebbe la scelta tra coalizioni. Io ritengo che forse nel sistema politico italiano, oggi, la scelta maggioritaria accentuerebbe maggiormente la divisione territoriale del nostro Paese, mentre invece vi è l'esigenza di recuperare in termini di forte unità anche gli squilibri che ancora avvertiamo a livello territoriale. Per questo siamo nettamente contrari, e lo diciamo apertamente, ad ogni ipotesi che preveda per il nostro Consiglio regionale una modifica dell'articolo 16 dello Statuto speciale.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Scano. Ne ha facoltà.
SCANO (P.D.S.). A volte succedono, nelle assemblee come nella vita, delle cose strane, per esempio che il collega Pusceddu ed io facciamo parte della stessa coalizione, benché io non condivida nessuno dei punti dell'intervento del collega Pusceddu e immagino che lui faticherà a condividere qualcuna delle argomentazioni che io porterò: ma tant'è, le grandi coalizioni sono fatte così.
PUSCEDDU (P.S.D.I.). E' la democrazia.
SCANO (P.D.S.). No, la democrazia è un'altra cosa, qui la cosa anomala è che stiamo nella stessa coalizione avendo idee così distanti, così come io credo che qualche elemento di anomalia ci sia nella discussione che stiamo facendo. Io lo dico senza polemica, in modo molto sereno e molto pacato, ma insomma la discussione generale su questo problema l'abbiamo fatta l'anno scorso, a dicembre: adesso stiamo discutendo articoli e emendamenti. Io fatico, non solo per una questione di tempo, ma di ordine mentale, a far stare in un intervento di dieci minuti considerazioni che abbiano qualche filo logico e una qualche serietà, su un corpo di emendamenti che di fatto configurano una legge nuova. Non dirò, mi guarderò bene dal dire che sono un corpus organico, perché l'organicità è una cosa seria, però sicuramente è una cosa di una certa consistenza, di una certa corposità. Con gli emendamenti firmati dai Capigruppo della maggioranza di fatto si supera la proporzionale e questo è un fatto positivo; il collega Porcu lo ritiene negativo, il collega Pusceddu pure, io ritengo invece che sia un fatto positivo. Si va all'elezione diretta del Presidente e anche questo un fatto positivo; si va all'introduzione, con gli emendamenti agli articoli 37 e 38 dello Statuto, a configurare un sistema presidenziale e qui dico che non è né positivo né negativo, perché dipende dall'equilibrio dei poteri. Il sistema presidenziale è buono se c'è equilibrio tra i poteri - questo vale anche per un sistema parlamentare - che ne consenta un funzionamento e un rendimento complessivo. Quindi, insomma, io sento un certo disagio a intervenire; mi pare che procediamo anche con una certa improvvisazione e rischiamo di occuparci più che delle regole del gioco, di fare un po' il gioco delle regole. Non voglio essere irrispettoso verso nessuno, però sento l'esigenza di dirlo e lo dico.
Nel mio intervento, quindi, mi limito a ragionare su due punti: la questione della composizione numerica del Consiglio e la questione del sistema elettorale (proporzionalismo o maggioritario). Riduzione del numero: non era una posizione demagogica, allora, quella relativa alla riduzione del numero, quando venne posta, lo è tanto meno oggi, dopo che abbiamo, come Consiglio regionale introdotto l'incompatibilità tra la carica di consigliere e quella di assessore. Dopo questa novità io credo che abbiamo il dovere, come è stato detto da altri colleghi, di evitare, in un momento così delicato, di contrapposizione così acuta tra cittadini e istituzioni, che venga data una lettura che a me pare inevitabile, anzi sacrosanta e giusta. Se il numero dei consiglieri rimane quello di 80, cioè, la lettura inevitabile è che stiamo aggiungendo legna al focolare a cui si riscalda la classe dirigente: noi facciamo la riforma poi, alle corte, il risultato è che aumentano le poltrone, aumentano le spese. Quali sono gli obiettivi che si propone chi sostiene la riduzione del numero dei consiglieri? Detto in poche parole, due: anzitutto avere un Consiglio regionale più snello e più autorevole; in secondo luogo (e questa ragione a me sta a cuore più della prima) lavorare, anche attraverso questa via, alla rilegittimazione della classe dirigente, che oggi non è legittimata, oggi è scarsamente autorevole, oggi è largamente screditata. Noi non possiamo ignorare tra l'altro che è imminente un referendum su questo tema: non è difficile prevedere l'esito di questo referendum e noi rischiamo di trovarci tra pochi mesi di fronte a un pronunciamento del corpo elettorale che sconfessa clamorosamente una posizione, un provvedimento, una norma adottata nello stesso contesto politico, nella stessa temperie politico-culturale dal Consiglio regionale.
Capisco l'obiezione avanzata dai colleghi i quali dicono che c'è un problema di rappresentatività generale, c'è un problema di rappresentare la complessità del popolo sardo. Non ritengo però che questo problema debba essere affrontato o possa trovare risposta attraverso manovre sul numero dei consiglieri, né in diminuzione né in aumento. Credo piuttosto che a questo problema oggettivo si debba dare risposta col funzionamento complessivo delle istituzioni: il Consiglio regionale, il sistema delle autonomie, i comuni, le province eccetera.
Proporzionale o maggioritario. Anche qui, su questo vorrei esprimermi molto sinteticamente. Diversi colleghi ritengono che la proporzionale sia la quinta essenza della democrazia e che togliere la proporzionale comporti una riduzione della vita democratica. Certo, se il sistema basato sulla proporzionale avesse funzionato, a nessuno di noi sarebbe venuto in mente di eliminare un meccanismo che attribuisce i seggi in proporzione al numero dei voti e che in astratto parrebbe quanto di meglio possa darsi. La verità è che le istituzioni non funzionano, che abbiamo delle istituzioni deboli e che quando le istituzioni sono deboli c'è sempre qualcun altro che è forte, ci sono dei poteri forti e sono dei poteri che non passano attraverso il crisma dell'elezione popolare: quindi dobbiamo ripartire dalla esigenza di valorizzare la sovranità popolare. Come? Con l'elezione diretta di un governo di legislatura, questo è quanto è stato pensato. Elezione diretta di un governo di legislatura significa però maggioritario. Con la proporzionale cosa succede? Si votano i partiti e i partiti fanno i governi o li disfano: è, cioè, una democrazia mediata. Quando invece sono i cittadini a eleggere direttamente i governi, specialmente se di legislatura, abbiamo una forma di democrazia diversa: è una democrazia, come dire, immediata. La proporzionale è la pietra angolare del compromesso tra i partiti e di un potere dei partiti che storicamente, questo dicono le cose, va superato. Non vanno superati i partiti, va superato questo tipo di delega in bianco data ai partiti.
Quindi la chiave per avere una democrazia in cui i cittadini possano eleggere direttamente un governo di legislatura è proprio il sistema maggioritario. Io non propongo un sistema maggioritario totale, non l'ho mai pensato e non l'ho mai sostenuto: penso a un sistema maggioritario temperato da una quota di parlamentari eletti con metodo proporzionale, ricercando un punto di equilibrio tra principio proporzionale e principio maggioritario. Io credo che si debba comprimere la proporzionalità solo nella misura necessaria per garantire governabilità e stabilità e per attribuire ai cittadini il potere di scegliere il governo. Quindi cerchiamo un punto di equilibrio per camminare il più rapidamente possibile verso una democrazia dell'alternanza con nuove regole, nuovi soggetti, che scaturiranno, come è inevitabile con queste nuove regole, dai processi di aggregazione e di federazione delle forze attuali attorno a programmi alternativi. La posizione che viene prospettata da molti colleghi, cioè che l'elezione diretta del Presidente è compatibilissima con il criterio proporzionale nella elezione dell'Assemblea, ha certamente una consistenza teorica e risponde a delle legittime ragioni politiche. Io penso però che presenti molti svantaggi. Un'Assemblea eletta con sistema proporzionale comporta uno sganciamento del Presidente della Giunta dal Consiglio e orienta il sistema istituzionale verso un superpresidenzialismo. Secondo me, come dirò più avanti, quando avrò occasione di reintervenire, il sistema che viene proposto dal corpo degli emendamenti firmati dai Capigruppo della maggioranza è un sistema superpresidenziale, con uno squilibrio di potere tra il Consiglio e il Presidente. E badate, ci si illude se si pensa che un Consiglio eletto col sistema proporzionale può costituire un contropotere forte rispetto a un Presidente eletto direttamente dagli elettori. Perché un Consiglio eletto col sistema proporzionale è un parlamento atomizzato, frantumato, debole; qua sta la radice dello squilibrio. Sto rispondendo alle obiezioni di chi ritiene che l'introduzione del sistema presidenziale debba combinarsi con il mantenimento del sistema proporzionale. E la dialettica politico-istituzionale in quel caso si svolgerebbe non tra coalizioni alternative, con i rispettivi leaders, ma si svolgerebbe piuttosto tra Presidente e Consiglio, tra Presidente e partiti, ottenendo proprio quel risultato di frantumazione della rappresentanza che si vorrebbe, secondo gli enunciati e secondo le migliori intenzioni, evitare.
Comunque io concludo dicendo che è avvenuto in questi mesi tra di noi, non nel dibattito nazionale, ma in quello regionale, un rovesciamento nella gerarchia delle priorità tra la questione della riforma elettorale e la questione della forma di governo. Nazionalmente viene prima la questione della riforma elettorale, qui la riforma elettorale è passata in secondo ordine ed è diventata prioritaria la questione della forma di governo e del presidenzialismo. Io ritengo che non si possa sfuggire al punto della riforma elettorale e che quando torneremo in questo Consiglio a discutere di legge elettorale dopo che il Parlamento, speriamo rapidamente (so che molti non lo sperano, ma io lo spero), avrà approvato la riforma statutaria, non sfuggiremo al nodo del collegamento tra Presidente e maggioranza parlamentare. Perché il rafforzamento delle istituzioni si consegue se si riesce a rafforzare insieme sia il Governo sia l'Assemblea. L'elezione contestuale del Consiglio e del Presidente, costretti a collaborare, pena la rottura del rapporto fiduciario e il ricorso a nuove elezioni, va in questa direzione, tuttavia, a mio avviso, non è ancora sufficiente. Avrò modo più avanti di argomentare meglio, su questo punto. Comunque a mio giudizio è importante che si rimuova il vincolo proporzionale. Questo è un fatto estremamente positivo, vuol dire che il resto lo faremo dopo. Voglio già anticipare però (e uso parole pesanti non perché le voglio usare, ma perché vedo la lampadina che mi richiama a chiudere) che riterrei un vero e proprio imbroglio far finta di approvare una riforma decidendo di applicarla nel 2000: un volgare imbroglio.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Selis. Ne ha facoltà.
SELIS (D.C.). Signor Presidente, colleghi, io credo che da tempo noi viviamo, in quest'Aula e fuori da quest'Aula, un malessere profondo, che abbiamo valutato e di cui abbiamo discusso, che abbiamo attribuito a uno scollamento, come si dice, tra istituzioni e società, ad una crisi della politica, ad un bisogno di riforme. Ecco, io credo che il disorientamento che caratterizza l'attuale fase politica solo parzialmente può attribuirsi alla dialettica interna dei partiti, come da qualche parte viene indicato, o ai rapporti tesi tra Giunta e Consiglio. Mi pare piuttosto che questo trovi origine nella carenza di un progetto, di una strategia che orienti la condotta delle istituzioni, delle forze politiche, che quindi motivi l'impegno dei singoli e legittimi l'intera classe dirigente. Il progetto che stiamo vivendo e discutendo non è di questa levatura: stiamo vivendo una situazione paradossale. Vi è da un lato la consapevolezza di dover affrontare una crisi di sfiducia mettendo in campo un progetto di profonda riforma politica; da un altro lato ci troviamo a discutere un progetto che non ha questo livello, questa portata, questo respiro, che sì, forse è il massimo di quello che siamo riusciti finora a fare, a negoziare, a incontrarci - e di questo va dato atto forse a tutte le componenti politiche che vi hanno lavorato - tuttavia questo massimo non è sufficiente.
La riforma elettorale serve a rivedere, a ridiscutere, a riconciliare la società, le istituzioni e i partiti, serve a riavvicinare la gente alle istituzioni attraverso una migliore espressione della rappresentanza. Ma la riforma, per consentirci di valutare la sua portata, per consentirci di rispondere alla domanda se può raggiungere l'obiettivo di avvicinare realmente i cittadini alle istituzioni, deve avere dei contenuti; e io i contenuti, negli articolati che stiamo discutendo, non li trovo. Io non riesco a comprendere i contenuti di queste proposte: colgo soltanto la rivendicazione di poteri per fare un progetto di riforma di cui ancora però non sappiamo quali devono essere i contenuti.
A me sembra un fatto paradossale; non dico che quel che abbiamo fatto è negativo, forse anzi è un fatto positivo, però bisogna discutere, bisogna andare avanti. A giugno, a luglio noi abbiamo votato una legge elettorale. Io ricordo i commenti entusiasti delle diverse parti politiche, le dichiarazioni e i commenti anche positivi della stampa. Adesso ci accingiamo a superarla, si dice, ma in nome di che cosa? In questo modo stiamo delegittimando il progetto che abbiamo approvato e valutato positivamente, ma lo stiamo delegittimando senza avere un progetto alternativo. Mi si dice, nei discorsi, nei confronti che si fanno tra colleghi, che comunque i poteri non varranno per questa legislatura, che comunque la legge del luglio '92 orienterà, governerà, sovrintenderà a una tornata elettorale. Allora quello che stiamo facendo è una legge per il '98, per il '99? Ma se è così io credo che abbiamo tutto il tempo per riflettere, non per buttare a mare quello che abbiamo fatto - i discorsi, i dibattiti, le riflessioni, gli studi che i colleghi, in Commissione e fuori dalla Commissione hanno con coraggio e con dedizione approfondito - ma per seminare, per lavorare proprio su questa base, per andare avanti chiedendoci anzitutto quali sono i contenuti di un progetto di riforma che davvero possa raggiungere l'obiettivo di avvicinare i cittadini alle istituzioni. Andiamo avanti non chiedendo solamente allo Stato di darci i poteri, ma chiedendo di definire noi i contenuti, le procedure. Se non facciamo questo, la riforma di cui stiamo discutendo è un'illusione, dico di più, è una finzione. Abbiamo inaugurato la stagione delle riforme, ma andando avanti così rischiamo di chiuderla prima che sia maturata la vera riforma.
Allora il problema che abbiamo, se questi sono i tempi, non è tanto quello di chiedere poteri per varare la legge elettorale, che pure è importante, ma è quello di mettere in campo la revisione complessiva dello Statuto e di ripensarci come Regione nel cuore dello Stato, affrontando i temi che sono sul tappeto a livello nazionale e internazionale, misurandoci sull'autonomia, sul federalismo e facendo giustizia di una serie di equivoci che ci stanno tormentando, rifondiamo la Regione. La carenza di progetto cui facevo riferimento all'inizio è forse la vera causa del malessere che si vive qua dentro; non sono i problemi interni ai partiti, che ci sono e ci sono sempre stati, né i problemi tra Giunta e Consiglio, che ci sono e ci sono sempre stati; è piuttosto la debolezza di un progetto politico. E il progetto politico, quello alto, quello significativo, è dare a quest'Aula una funzione di Assemblea costituente di una nuova autonomia, dare a quest'Aula una funzione di progettazione alta, importante, della Regione, è ripensarsi nel cuore dello Stato, nel momento in cui la Bicamerale, il Parlamento, le forze politiche ripensano lo Stato. Ma qual è la visione che noi abbiamo della Regione nel cuore dello Stato? Nel momento in cui c'è questo dibattito complessivo, il massimo di sforzo che noi sappiamo fare è quello di chiedere qualche potere per disegnare una riforma elettorale di cui io non so dire se sia buona o cattiva, perché non ne conosco i contenuti, perché i poteri mi servono, ma non mi servono solo i poteri per la riforma elettorale, mi servono i poteri per il regime finanziario, mi serve il sistema delle competenze complessive: è di questo che dobbiamo discutere.
E allora quest'anno mettiamo davvero questo tema al centro della discussione e al centro dell'impegno e diamo a questa Assemblea un mandato che nobiliti tutti noi, che ci legittimi di fronte all'opinione pubblica, che ci consenta davvero, in nome di un ideale, di un obiettivo alto e difficile, di superare i particolarismi, gli egoismi, i tatticismi di gruppo che ci stanno logorando e ci stanno davvero appiattendo e delegittimando di fronte all'opinione pubblica. Questo, secondo me, è quello che dobbiamo fare, signor Presidente, e dicendo questo, cari colleghi, non dico che quello che è stato fatto non serve a niente. Dico che è un fatto importante, come sempre lo è una discussione. Ma dove sta scritto che ripensare le istituzioni, che ripensare l'autonomia, che ripensare l'immagine della Regione nello Stato debba essere un processo così semplice, debba essere un processo così lineare, ci debba per forza trovare tutti d'accordo, partiti, persone, consiglieri anche all'interno dello stesso Partito, che su temi così profondi, che attengono alla qualità della vita, che attengono alla qualità delle istituzioni, che attengono alla qualità della politica, noi non ci possiamo dividere persino con i colleghi con cui abbiamo anche più affinità, più traduzione?
Questo è il momento davvero di liberare tutte le nostre energie, di liberarci dai tatticismi, di liberarci anche, se mi consentite, dalle logiche di parte e di partito per dare ognuno qui dentro il meglio e il massimo di noi stessi e arrivare a disegnare una riforma che sia la sintesi delle opinioni dei singoli e dei gruppi, che sia la sintesi dell'elaborazione culturale e politica, che sia la sintesi delle cose che pensiamo e che diciamo, non solo sulla riforma elettorale ma su tutto il resto. Allora se questo è il problema, io non mi cimenterò più qui sul maggioritario o sul proporzionale: ho già detto qual è la mia visione: ho detto che il proporzionale ha i limiti che conosciamo, ma che questi limiti si devono correggere: ho detto e riconosciuto che il maggioritario garantisce maggiore governabilità; ma in nome di quale alto principio etico due su tre possono mettersi d'accordo per impedire al terzo di essere parte delle istituzioni? Allora su questo discorso dobbiamo ancora riflettere, dobbiamo lavorare, discutere, e lavorare e discutere significa trovare l'occasione migliore in materia elettorale per raggiungere contemporaneamente il massimo di governabilità, il massimo di stabilità e il massimo di rappresentatività delle istituzioni, consentendo a tutte le articolazioni della società, a tutte le espressioni della complessità sociale, di essere presenti nelle istituzioni per rappresentarne istanze e bisogni. Non è detto poi che essere presenti significhi far parte del Governo; il Governo verrà espresso da altre logiche, dalle logiche della maggioranza, dalle logiche delle coalizioni, dalle logiche della volontà popolare. Però ciò non significa che alla luce di questa esigenza giusta, di questo principio riconosciuto, di dare stabilità al Governo, debba essere sacrificata la rappresentanza popolare nelle istituzioni.
Ma non è di questo che oggi vorrei parlare. Io credo che questi temi che abbiamo aperto, che da mesi stiamo discutendo, non debbano essere chiusi affrettatamente, non si possono concludere facendo una discussione e chiedendo dei poteri per fare un disegno a posteriori, di cui non sappiamo i contenuti, ma si debbono concludere, invece, aprendo la portata del dibattito, mettendo in campo la Commissione speciale - se questa deve essere - per la revisione dello Statuto, amplificando il dibattito qui dentro, coinvolgendo in questo dibattito le forze politiche, sociali, culturali, imprenditoriali, di ogni natura, facendo partecipare il popolo sardo ad una occasione storica di ripensamento dell'autonomia e alla luce di questo ripensamento, di questo dibattito, di questo coinvolgimento, pensare la Regione, rifondare la Regione, pensarci nel cuore dello Stato, rivedendo anche la legge e i metodi elettorali come momento per avvicinare affettivamente cittadini e istituzioni, in una Regione ripensata, rilanciata, riorganizzata verso lo Stato e verso l'Europa.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Meloni. Ne ha facoltà.
MELONI (P.S.d'Az.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi è sembrato di avere già sentito negli interventi che si sono fino adesso succeduti (del Partito Sardo non ha ancora parlato nessuno) le voci dell'opposizione. In tutti gli interventi di esponenti di questa maggioranza, di questa grandissima coalizione, a me è sembrato di sentire soltanto dissonanze e diversità di giudizi e di posizione rispetto alle proposte che, attraverso gli emendamenti dal 37 in poi, portano la firma dei Capigruppo di quattro dei partiti che compongono la maggioranza. Potrei dire, con una facile battuta, che non è neanche giusto che chi è al Governo faccia anche l'opposizione. Certo è che non esiste compattezza nella maggioranza: i vincoli che, attraverso un accordo di maggioranza, avrebbero dovuto condurre alla formulazione e alla approvazione delle leggi di riforma elettorale, non hanno retto. Non vi è nessuna coesione, la maggioranza non ha più nessuna reale capacità di sopravvivere e di sussistere.
Signor Presidente, io però pongo una questione non solo formale, ma anche di ordine sostanziale: come è possibile che dopo aver svolto una discussione generale su un testo di legge che ha una certa impostazione, che è frutto dell'elaborazione della Commissione, della partecipazione di tutti i partiti che sono presenti in quella Commissione, al momento in cui si va a discutere degli articoli ci si trovi di fronte ad una serie di emendamenti che stravolgono completamente quel testo. Noi abbiamo fatto, cioè, una discussione quasi inutile: la discussione generale bisognerebbe rifarla sulla base degli emendamenti che, come giustamente è stato detto, introducono una legge nuova, completamente nuova, rispetto a quella sulla quale abbiamo discusso e che era frutto del lavoro della Commissione.
L'onorevole Selis mi ha tolto le parole dalla bocca, quando ha fatto delle considerazioni che a mio parere sono fondamentali e pregiudiziali. Noi stiamo andando, attraverso una proposta di modifica allo Statuto, ad introdurre delle nuove norme per l'elezione del Consiglio regionale e del Presidente della Giunta: stiamo quindi elaborando una proposta di legge di iniziativa regionale per modificare lo Statuto in relazione a questo punto. Ma siamo realmente convinti che questa sia un'operazione di alto livello, che questa sia un'operazione che qualifica l'attività di questo Consiglio regionale, il quale, nel corso di una intera legislatura, la scorsa, nonostante il supporto e il lavoro di una Commissione appositamente creata, non è riuscito ad approvare una proposta complessiva di modifica dello Statuto? Un Consiglio che nel corso di questi anni, di quest'ultima legislatura, nonostante precisi ordini del giorno approvati da questa Assemblea, non ha preso mai in esame una proposta di legge presentata dal Partito Sardo, che in maniera organica propone una revisione dello Statuto, che tutti riteniamo superato, e che pone quindi il problema dei poteri della Regione, complessivamente affrontando quelli che sono gli elementi costituenti della nostra autonomia. Ma veramente possiamo ignorare che se la proposta di legge di modifica elettorale non viene inserita in un quadro istituzionale complessivo, noi non abbiamo risolto nessun problema? Sappiamo tutti, non ce lo possiamo nascondere, che se anche questa proposta venisse approvata dal Consiglio regionale in questi giorni, considerato il successivo iter, si arriverebbe comunque alla fine di questa legislatura senza avere dato attuazione a nessuna ipotesi di modifica dello Statuto e senza avere potuto realizzare realmente alcuna riforma?
Una delle motivazioni per cui si ritiene che debba essere fatta la riforma elettorale è quella della delegittimazione dei partiti, del cattivo funzionamento delle istituzioni, della perdita di credibilità delle istituzioni stesse e dei partiti presso l'opinione pubblica. Ma riflettendoci, siamo convinti che a tutto questo si pone rimedio modificando esclusivamente le modalità di elezione dei rappresentanti del popolo? A tutto questo si pone rimedio cambiando il sistema di elezione da proporzionale a maggioritario o uninominale, così come taluno ritiene e qualcuno propone? Beh, io non ne sono assolutamente convinto. Non credo che il cattivo funzionamento delle istituzioni dipenda assolutamente dalle modalità di elezione delle stesse. Dipenderà dal modo con il quale le istituzioni sono gestite, dipenderà dal modo con il quale i partiti condizionano il funzionamento delle istituzioni, ma non può essere certamente addebitato, il cattivo funzionamento delle istituzioni, alle modalità di elezione. E allora proporre così, puramente e semplicemente, ma quasi facendo finta che niente si stia facendo con l'articolo 1, l'abolizione del sistema proporzionale nell'elezione del Consiglio regionale, io credo sia un qualcosa di assolutamente inutile, in questo momento, che non risolve nessun problema della Sardegna e non risolve neppure alcun problema di rappresentanza delle istituzioni e quindi di fiducia o di rapporto diretto tra cittadino ed eletto.
Nel caso poi che venisse approvato l'emendamento proposto a firma dei consiglieri Soro, Dadea, Mannoni, Merella, che mantiene a 80 il numero dei consiglieri e l'elezione del Consiglio regionale a suffragio universale, diretto, uguale e segreto, in qualche modo si metterebbe nel nulla il principio che invece è stato affermato nel luglio scorso con la modifica alla legge elettorale che ha introdotto un sistema di elezione completamente diverso, mantenendo il suffragio universale, uguale e diretto del sistema proporzionale per soli 64 consiglieri e prevedendo un sistema di votazione diverso, con un correttivo e con modalità e anche ambiti territoriali diversi, per quanto riguarda, invece, i 16 consiglieri che dovranno essere eletti nel collegio unico regionale. Tutto ciò a mio parere può portare anche alla possibilità di impugnazione di quella legge che noi abbiamo approvato, legge che comunque potrebbe essere totalmente superata se venisse approvato complessivamente il corpo di questi articoli e di questi emendamenti, ma soprattutto se venisse approvato l'emendamento numero 6, che riduce a 60 e non più a 80 i consiglieri regionali. Se i consiglieri regionali venissero ridotti da 80 a 60 è chiaro che quella legge non avrebbe più ragione di essere e non potrebbe essere attuata né applicata.
A questo proposito qualche riflessione va fatta - e qualche collega l'ha già fatta - circa l'influenza che può avere il referendum già ammesso e che dovrà svolgersi nella prossima primavera, in Sardegna, sulla riduzione da 80 a 60 dei consiglieri regionali. Legiferare oggi su questo punto ha un senso se l'Assemblea approva la riduzione dei consiglieri da 80 a 60, rendendo inutile lo svolgimento del referendum, ma non ha nessun senso se manteniamo, attraverso l'approvazione degli emendamenti successivi, il numero dei consiglieri a 80, perché potremmo trovarci costretti, qualora l'esito del referendum fosse favorevole alla riduzione a 60 del numero dei consiglieri, a riprendere in esame una legge ormai contrastante con la volontà popolare.
La presentazione di questi emendamenti, che introducono una nuova legge, meriterebbe un dibattito su ciascun emendamento e non un semplice intervento di pochi minuti sull'articolo 1 e sul complesso degli emendamenti. Invito quindi anch'io l'Assemblea e i colleghi a riflettere un attimo sull'opportunità di rimettere questo testo all'attenzione della Commissione, oppure a valutare l'opportunità di attendere lo svolgimento e l'esito del prossimo referendum, in modo tale che il nostro legiferare sia anche supportato dal consenso e dalla manifestazione di voto degli elettori sardi.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Baroschi. Ne ha facoltà.
BAROSCHI (P.S.I.). Presidente, colleghi, ci apprestiamo a compiere un dovere che abbiamo assunto nei confronti della collettività sarda quando abbiamo approvato, nel luglio scorso, la nuova legge elettorale per l'elezione del Consiglio regionale della Sardegna. Abbiamo dato una certa caratterizzazione a questa legge che, come dire, anticipava, prevedeva un completamento del sistema con l'elezione diretta del Presidente della Giunta regionale. Questa almeno fu l'interpretazione che abbiamo dato, dal punto di vista politico, del varo di quella legge, quindi dobbiamo in qualche modo essere coerenti tra quello che abbiamo fatto allora e quello che facciamo oggi. L'emendamento numero 6, che viene qui presentato, se approvato dal Consiglio e soprattutto se approvato dal Parlamento in doppia lettura, cioè se diventasse norma statutaria, comporterebbe l'immediata esigenza di revisione della legge approvata a luglio, che prevede 80 consiglieri, suddivisi in 64 da eleggere nelle circoscrizioni provinciali e 16 in una lista regionale. Possiamo anche parlare dei diritti dei consiglieri regionali, ma credo che valga molto di più parlare dei diritti della gente, degli elettori, di coloro che intendono candidarsi: di tutti coloro che cioè debbono conoscere per tempo quali sono i meccanismi per il rinnovo del Consiglio regionale.
Mi pare che nel corpo degli emendamenti presentati dai Capigruppo della maggioranza ve ne sia uno che prevede di inserire nello Statuto il cosiddetto "semestre bianco". Non è un concetto nuovo: era stato previsto dai nostri stessi costituenti per limitare i poteri del Presidente della Repubblica. E' un istituto che richiama un principio, a mio avviso, estremamente valido: nell'ultimo periodo della legislatura non si possono cambiare le regole del gioco. La proposta originaria era di dodici mesi, poi la si è ridotta per opportunità a sei. Credo, caro collega Scano, che questo non sia un imbroglio volgare: piuttosto ci sarebbero tanta volgarità e imbroglio nel cambiare le regole del gioco due giorni prima della scadenza della legislatura. Fissare un principio generale secondo cui le Assemblee elettive non devono cambiare le regole del gioco alla vigilia delle elezioni non sarebbe assolutamente una volgarità, a meno che non vogliamo, come dire, per riempirsi demagogicamente la bocca, dire tutto e il contrario di tutto.
Quanto alla riduzione dei consiglieri regionali da 80 a 60, forse i padri fondatori dell'autonomia sarda ragionarono con parametri diversi dal nostro, fissando il criterio di uno ogni ventimila, che a seguito dell'incremento demografico ha portato i consiglieri a 81; soltanto qualche anno fa, nell'86 se non sbaglio, si è frenata questa possibilità di incremento dei componenti del Consiglio regionale fissandone il numero in 80. Dopo quarant'anni di autonomia si è cioè ritenuto non più valido il criterio stabilito dai fondatori dell'autonomia. Qui, oggi, gli emendamenti rappresentano due tesi a confronto: 80 o 60? Coloro che propongono il minor numero sono anche, immediatamente, coloro che parlano di collegio uninominale all'inglese. A loro 80 sta meglio di 60, perché si passa da un rapporto di un eletto ogni ventimila e seicentocinquanta abitanti, quale è oggi, a uno ogni ventisettemila. Io non credo che si debba essere incoerenti fino a questo punto; se si vuole veramente avvicinare gli eletti e gli elettori non bisognerebbe dire 80, bisognerebbe dire 120-150, almeno uno ogni diecimila abitanti: si conoscerebbero meglio, avrebbero un migliore rapporto. Invece no, si propone 60, in base a quale criterio non lo si capisce e non lo si dice, soprattutto. Chi proibisce di pensare che tutto questo sia frutto non di sani principi democratici, ma di bieco asservimento alle lobbies! Quanto più si diminuisce il numero dei consiglieri, tanto più hanno potere le lobbies, i poteri di pressione. Si invocano i sani principi di democrazia o l'esigenza di ridurre le spese, quasi che le lobbies si preoccupassero delle spese della democrazia E' vero il contrario: non se ne preoccupano affatto, ma vogliono avere più agibilità per conservare il loro potere.
Quanto al referendum io non credo che noi si debba oggi decidere avendo sulla testa un referendum propositivo: dobbiamo cercare di essere sereni e valutare qual è la migliore convenienza per la nostra collettività. Se le regole di democrazia vogliono che si vada al referendum, noi qui dobbiamo sottoscrivere un patto d'onore, se onore ancora abbiamo, e cioè quello di dire la verità agli elettori che vanno al referendum. Cerchiamo di aiutarli nello scegliere, nel comprendere le ragioni del sì o del no, preoccupiamoci di esporre loro tutte le buone ragioni per il sì o per il no: di questo ci dobbiamo preoccupare. Allora oggi vediamo di ragionare sulla base di un disegno complessivo e organico. Noi socialisti insistiamo nel ritenere che il sistema proporzionale, ancorché fortemente corretto per evitare le frammentazioni, sia il più adatto per l'elezione dell'organo legislativo in un sistema che preveda l'elezione diretta dell'Esecutivo, cioè del Presidente della Giunta, col maggioritario puro. Quindi nel complesso il sistema vedrebbe presenti tutti e due i metodi, ma entrambi ricondotti a coerenza con le finalità loro rispettivamente assegnate, cioè da un lato l'elezione di un'assemblea e dall'altro l'elezione di un governo. Si dice per altro che, con reintroduzione dell'incompatibilità tra consigliere e assessore siamo già passati da 80 a 92, ma ciò è falso: siamo passati da 68 consiglieri semplici più 12 doppi, che avevano la carica di consigliere e quella di assessore, a 80 consiglieri e 12 assessori esterni. Non è un aumento del numero dei consiglieri: forse qualcuno che ha bisogno di un bel titolo lo può anche scrivere, ma non è vero.
Ci sono poi emendamenti che riguardano l'elezione diretta del Presidente della Giunta. Se in queste settimane il Presidente della Giunta regionale, il collega Cabras, avesse avuto alle sue spalle un mandato diretto degli elettori, invece che un mandato del Consiglio regionale, nel rapporto e nel confronto anche duro con lo Stato, su alcune vicende che riguardano l'apparato industriale dell'Isola, non avrebbe forse avuto più forza nel rappresentare i nostri interessi? Non avrebbe avuto forse più fiducia nella possibilità di ottenere risultati positivi? Noi siamo convinti di questo: che un Presidente della Giunta regionale, il quale abbia alle spalle un mandato diretto degli elettori, esprima maggior forza rappresentativa. E non è vero che stiamo passando ad un sistema presidenziale puro, perché nel modello configurato dagli emendamenti noi passiamo da un sistema parlamentare ad un sistema con equilibrio dei poteri, tant'è che nell'emendamento numero 41, quando questi due criteri confliggono, tutti e due tornano a casa ed è nuovamente la gente che decide. Quindi non è un sistema presidenziale, quello che si configura: nel sistema presidenziale, in caso di conflitto tra i due poteri, rimane in piedi il Presidente e va a casa l'Assemblea.
Non è facile affrontare questi problemi e questi temi, ma dobbiamo pur decidere, perché ci sono anche altri problemi che pressano. Perciò mi auguro che alla fine, quali che siano le scelte del Consiglio regionale, siamo tutti uniti a chiedere una cosa: che il Parlamento decida nel più breve tempo possibile e approvi la nostra proposta avendo valutato nella nostra Assemblea regionale che essa è il meglio che oggi possiamo porre. Se lo chiediamo tutti insieme probabilmente riusciremo a ritrovare in questo una unità che probabilmente nelle scelte di merito non riusciamo ancora a ritrovare.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Edoardo Usai. Ne ha facoltà.
USAI EDOARDO (M.S.I.-D.N.). Signor Presidente, colleghi, dopo l'appassionato intervento del collega Carmelo Porcu, io credo di dover aggiungere pochissime cose, per dire che la maggioranza continua ad agire con una pervicacia che Carmelo Porcu ha definito "truffaldina". Una determinazione che aveva avuto il suo momento di grande gloria nel luglio 1992 con l'approvazione di una legge che in confronto a quanto si vuol fare adesso, caro Carmelo, sembra un'ottima legge. Si vuol gabbare la gente convincendola che questo tipo di riforme elettorali siano un toccasana per la risoluzione dei problemi. Poi, quando andremo ai referendum, chi sarà favorevole a un certo tipo di cambiamento della legge elettorale dirà alla gente che non si vive di riforme elettorali, ma si deve vivere di pane e di sviluppo. Intanto si predispongono tutta una serie di strumenti idonei ad imbavagliare quel poco di opposizione che ancora rimane in quest'aula e quel molto di opposizione che c'è nel paese reale.
Riduzione dei consiglieri da 80 a 60. Diceva giustamente Baroschi: da 80 a 60, perché? Perché da 80 a 60 e non da 80 a 35, o a 40 o a 58: perché? Perché evidentemente il numero va bene all'onorevole Fantola e non soltanto a lui, ovviamente. Si dice che questa riduzione serva a combattere la mala bestia della partitocrazia, che serva in qualche misura a contenere le spese di mantenimento del Consiglio regionale; si dice, lo diceva Tamponi, mi pare, che d'altronde il popolo sovrano vuole questo tipo di riduzione e, se il popolo sovrano vuole la riduzione, noi al popolo sovrano dobbiamo ubbidire. Allora, signor Presidente, io rilancio: lei non ritiene che il popolo sovrano voglia, per esempio, non la riduzione ma l'abolizione dell'indennità ai consiglieri regionali? Io credo di sì, e allora, di demagogia in demagogia, Presidente, possiamo arrivare anche a sostenere questo tipo di cose. In realtà qua, cari colleghi, si vuole tagliare la lingua alla gente, ingannandola e facendo credere al popolo sardo che questo tipo di riforma serve a combattere la partitocrazia, serve a combattere la corruzione, serve a combattere tangentopoli, serve a selezionare quello che si chiama il personale politico. Voi siete tutti quanti molto più informati di me; sapete, perché lo avete letto su Il Corriere della Sera, che coi risultati del 5 aprile, quando la Democrazia Cristiana ha preso una percentuale attorno al 27 per cento, se si fosse votato col sistema uninominale la Democrazia Cristiana avrebbe preso 450 seggi. Il Corriere della Sera ha fatto una proiezione secondo la quale col 27 per cento dei voti si prendono 450 seggi. Certo che allora ci sono settori che ridono, che si divertono e che pensano e sperano di essere fra quei 450 privilegiati e altri che legittimamente...
ATZENI (D.C.). Sacrificati.
USAI EDOARDO (M.S.I.-D.N.). Sacrificati? No, i 450 sono i privilegiati. Così si chiamano? E' un modo nuovo, una interpretazione evolutiva. Allora per tornare a quanto dicevo prima, tutto questo agitarsi, tutto questo voler cambiare ogni tre mesi le regole del gioco è il modo migliore, più ingannevole, più surrettizio per consentire a chi ha comandato per 45 anni di continuare a comandare!
Si dice però che con questo nuovo sistema, quando si leverà il principio della proporzionale e si parlerà soltanto in termini di maggioritario, ci saranno le aggregazioni che consentiranno a tutti gli uomini di buona volontà di fare politica; si continua a dire che i partiti non esistono più, che i partiti sono finiti: il nuovo è l'aggregazione, che sarà di centro, di centro sinistra, di centrodestra, non ho capito bene. Il nuovo sono le nuove aggregazioni. I partiti non esistono più, ma l'onorevole Segni, referendario e cattolico popolare, o popolare per le riforme, che sputa ogni giorno nel piatto dove mangia, continua ad essere democristiano. Mi risulta che il mio amico Massimo Fantola, referendario, innovatore, fautore di un nuovo modo di selezione del personale politico continua ad essere ancora oggi organico anche alla Democrazia Cristiana. Ogni tanto fa un po' il discolo, finge di bacchettare e il bacchettato finge a sua volta di bacchettare l'onorevole Fantola, ma tutto quanto si risolve poi in un abbraccio, nello stare sempre e comunque nello stesso partito, nel sostenere sostanzialmente tesi e posizioni analoghe. Noi continuiamo a insistere, Presidente, perché quest'Assemblea prenda una strada in senso fortemente presidenzialistico. Mi dispiace non essere d'accordo col collega Pier Sandro Scano, che ho ascoltato con grande attenzione, ma noi sosteniamo che una scelta presidenzialistica, cioè un Presidente della Giunta eletto direttamente dal popolo e dotato di poteri forti, possa essere tranquillamente riequilibrato da un Consiglio regionale che sia espressione fedele di quella che è la realtà politica, sociale, culturale, economica della Sardegna. Si darebbe vita ad un sistema di bilanciamento tra poteri forti: quello del Presidente della Regione eletto direttamene dalla gente e quello legislativo in funzione di controllo dell'esecutivo. E bisogna evitare che accada il pappocchio che è stato fatto in Parlamento per l'elezione del sindaco, per cui...
Io avevo intenzione di parlare qualche attimo in più: eventualmente ritornerò successivamente su questi argomenti.
Infine se, così come si dice, e così come si legge in uno degli emendamenti, tutto questo ha da valere dopo il 1999, io non vedo per quale ragione ci si debba affannare, arrabattare a dibattere di cose che avranno la loro efficacia fra sei anni, quando esistono problemi che meriterebbero una maggiore attenzione.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Merella. Ne ha facoltà.
MERELLA (Gruppo Laico Federalista). Signor Presidente, colleghi consiglieri, il mio intervento è anche un fatto obbligato perché sono firmatario, insieme agli altri colleghi Capigruppo, di una serie di emendamenti, alcuni dei quali postulano, diciamo così, delle affermazioni e dei convincimenti di segno opposto a quelli che alcuni altri colleghi del mio Gruppo hanno firmato, ad esempio per quanto attiene il numero dei consiglieri regionali. Io ritengo che la necessità che il Consiglio regionale continui ad essere formato da 80 consiglieri, emerga dalla semplice constatazione che, ove passasse questa norma, saremmo precipitosamente costretti a riverificare la legge elettorale che vorremo, invece, fosse il pilastro portante per il prossimo confronto elettorale del '94. Diciamo anche che se, come tutti auspichiamo, l'ipotesi di elezione diretta del Presidente della Giunta regionale avesse attuazione fin dalla prossima competizione elettorale, poi vi dovrà essere tempo sufficiente perché un organo a ciò preposto, quell'organo che di fatto nell'intervento ha delineato l'amico Gian Mario Selis, possa porre mano a tutta una serie di modifiche statutarie profonde, meditate, pensate, che siano oggetto di un confronto e di una qualche forma di consultazione che comunque consenta la reale percezione di quelle che sono le volontà popolari.
Caro collega Fantola, vorrei che andassimo tutti a leggere i dibattiti parlamentari del periodo in cui venne proposta la cosiddetta legge truffa, nel '53, e quali furono gli argomenti di Nenni e di Togliatti, in quell'occasione, a sostegno di una tesi che voleva evitare il premio di maggioranza. Io appartengo a un partito in cui il leader di allora postulava, in nome dell'efficienza, dell'efficacia e della governabilità, il riconoscimento di un modesto premio di maggioranza. Ma tutti oggi vestiamo i vestiti delle riforme, caro Fantola, carissimo Pier Sandro Scano, ma possiamo dimenticare chi è stato tra i principali protagonisti dei fatti che hanno portato il Parlamento a parlare del SIFAR, per poi arrivare alla SIM, per poi arrivare alle riforme dei servizi segreti, possiamo dimenticare nome e cognome di quell'alta autorità dello Stato un cui erede oggi, mentre ha preso in mano la bandiera del riformismo, stende nel contempo un velo pietoso su quei fatti che hanno connotato la storia della Repubblica e che forse in parte sono stati anche un fatto portante delle degenerazioni partitocratiche? Certamente l'onorevole Segni è portatore di una cosiddetta bandiera di cambiamento, però non vorremo che l'onorevole Segni, nel combattere le giuste battaglie antipartitocratiche, combattesse anche una battaglia per l'eliminazione dei partiti. Ecco perché sono in perfetta e totale sintonia con quanto afferma l'onorevole Selis; solo problemi di circostanza e fatti di governabilità momentanea e congiunturale mi hanno portato a sottoscrivere gli emendamenti insieme agli altri Capigruppo della maggioranza: però vorrei precisare che La Malfa sostiene una posizione favorevole alla elezione diretta del premier che qui trovano riscontro, con le stesse connotazioni, in un giusto equilibrio di poteri tra l'esecutivo e il legislativo. La Malfa è contro quelle degenerazioni che sono state la costante politica di questi quarant'anni, cioè contro una politica di governo consociativo in cui l'opposizione era di facciata ma in realtà ci si accordava sottobanco con tutti quei provvedimenti che poi hanno portato alla negazione della programmazione, alla impossibilità, per questo Paese, di continuare sul solco della nota aggiuntiva del '62, redatta dal Ministro del bilancio di allora. Questo è il pensiero politico di Giorgio La Malfa oggi. E sapendo che deve pagare un prezzo lo vuole pagare collocandosi nella posizione migliore per operare un reale rinnovamento, realizzando una effettiva riforma dei partiti e soprattutto eliminando l'occupazione delle istituzioni da parte degli stessi partiti. Solo per queste ragioni vi è stata una mia condivisione di questo pacchetto di emendamenti. Io temo fortemente che attraverso i vari movimenti referendari si accentui il distacco tra i cittadini e i loro rappresentanti nelle istituzioni e che attraverso questi movimenti si possa, come temeva proprio Ugo La Malfa, tornare ai tempi di Giolitti, quando votavano solo due milioni di elettori e bastavano 90 Prefetti per governare il Paese. Cerchiamo di trovare momenti di maggiore riflessione per riuscire a realizzare quegli obiettivi di rifondazione e quei progetti politici dei partiti, oggi così indeboliti. La crisi è nei partiti, sono i partiti che si devono profondamente rifondare, ma pensare di promuoverne la riforma attraverso la modificazione dei sistemi elettorali è una scorciatoia che non dà, a mio avviso, sufficienti certezze sulla tenuta del sistema democratico.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Soro. Ne ha facoltà.
SORO (D.C.). Signor Presidente, io credo che non si debba sorprendere nessuno, neanche l'onorevole Meloni, se nella discussione che facciamo emergono posizioni differenziate all'interno dei partiti e all'interno degli schieramenti. Credo che nessuno possa sostenere che una legge elettorale debba considerarsi un patrimonio inalienabile delle sole maggioranze, né delle sole minoranze, né che il processo di formazione delle decisioni debba passare attraverso le regole delle maggioranze di governo. Noi abbiamo pregiudizialmente escluso che questo si debba verificare e abbiamo ricercato, spesso inutilmente, di concordare una scelta, un orientamento del Consiglio regionale che, al di là delle maggioranze di governo, trovasse i punti di massima sintonia. Gli stessi partiti sono orizzontalmente attraversati da un momento di grande dibattito e di grande discussione, che è figlio di una stagione politica tutta particolare: non avrebbe avuto senso, da parte dei partiti, pretendere, in questa situazione, di imbavagliare la pluralità di posizioni e di creativa elaborazione che in questo periodo è cresciuta al loro interno. Noi non l'abbiamo fatto, abbiamo anzi espressamente fatto il contrario. Credo che non sia giusto, allora, individuare nella tensione che pure si è creata in questo Consiglio regionale e nella politica sarda con specifico riferimento alla riforma della legge elettorale, un dissidio che in qualche misura possa investire il rapporto fiduciario nei confronti del governo regionale.
Credo che questo disagio, questo stato di tensione, che rende difficile anche il percorso delle leggi ordinarie dentro questo Consiglio regionale, sia figlio di un momento di crisi di identità dei partiti italiani e quindi anche dei partiti sardi, i quali vivono una fase di transizione da un sistema politico che in qualche modo è concluso, si è consumato, ha concluso la sua fase, verso una stagione nuova. La fase che abbiamo finora vissuto è stata lunga, è stata una stagione di continua crescita dentro alcune coordinate rimaste in qualche misura stazionarie nel corso di questi cinquant'anni. La nuova fase è destinata ad approdare verso un sistema politico che ancora non consociamo ed entro il quale verosimilmente non ci sarà spazio per noi, per la nostra generazione politica. E' comprensibile che questa transizione possa creare momenti di tensione, di disagio, di difficoltà, ma ridurre questo al piccolo orizzonte di un rapporto tra la maggioranza e la minoranza sarebbe cosa di scarso interesse. Invece io credo che si debba rintracciare dentro la formazione di queste leggi un filo conduttore, che a mio parere è facile rintracciare. Io non credo che manchi il progetto politico: in questo non concordo con l'amico Selis. La legge elettorale che noi abbiamo varato solo pochi mesi fa è figlia di un progetto politico che evidentemente sconta anche la ricerca di un punto di incontro tra le varie posizioni. Ma si configura, in quella legge, un progetto politico, si manifesta la volontà di assicurare alla Regione, all'autonomia, a questo parlamento regionale la stabilità, garantita da una politica di maggioranza che abbia la durata di 5 anni, con la presenza di un leader del governo indicato fin dalla votazione della scheda elettorale. Io credo, tra l'altro, che nel 1994 voteremo con quella legge: basta dare uno sguardo rapido al possibile calendario parlamentare di approvazione di una legge di revisione costituzionale per capitolo.
Non è un imbroglio avere presenti queste difficoltà, onorevole Scano, sarebbe un imbroglio far finta che non ci fossero, o pensare che oggi si possa affermare tutto e il contrario di tutto, sostenere cioè la necessità di tempi brevi per la riforma ben sapendo che brevi non possono essere. Quando noi votammo la legge, nell'estate scorsa, eravamo consapevoli dei due vincoli presenti nello Statuto, che impedivano di dare compiutezza al disegno di riforma elettorale: l'elezione diretta del Presidente della Giunta non era possibile, perché lo Statuto non lo consentiva, ma che noi indicammo una soluzione compatibile con lo Statuto, costituita dall'indicazione nella scheda elettorale della coalizione e del nome del leader designato, accompagnata da una correzione che rendesse il sistema elettorale meno proporzionale. Il vincolo statutario impediva di andare oltre. Decidemmo pertanto, in quell'occasione - lo dichiarammo tutti, qui - che era indispensabile andare a una modifica delle norme statutarie per introdurre l'elezione diretta del Presidente e per rimuovere il vincolo proporzionale. Ci proponemmo l'obiettivo di acquisire al versante regionale il potere di definire le norme sul sistema elettorale e la forma di Governo. Sapevamo che la rimozione del vincolo proporzionale non sarebbe stato un passaggio indolore, ma non prevedevamo certo che tale questione sarebbe stata drammatizzata come in qualche modo si vuole fare oggi. Il collega Porcu ha evocato un danno di proporzioni incredibili: si starebbe addirittura violentando la democrazia. Cari colleghi, io non sono d'accordo: non sono nemmeno convinto che la garanzia del proporzionale debba essere affidata allo Statuto. La proporzionale può essere una scelta, non una garanzia, una scelta del Parlamento regionale o del Parlamento nazionale; ma può anche esservi una scelta diversa, quella del maggioritario. La stessa Carta costituzionale, peraltro, non pone un vicolo al sistema elettorale, ma affida al Parlamento la scelta del sistema, maggioritario o proporzionale. La rimozione dallo Statuto sardo di quel vincolo comporterebbe semplicemente l'attribuzione di un potere di scelta al Consiglio regionale.
Il nostro partito si è gradualmente spostato verso la scelta del maggioritario uninominale: ma è una scelta, non è un tabù, un Vangelo, è una scelta che la storia determina di volta in volta. Nella nuova stagione che si affaccia prevarrà la scelta del maggioritario uninominale: al di là della volontà di ognuno di noi, lo ha già deciso di fatto il Parlamento nazionale. Noi riteniamo, per coerenza, che la rimozione del proporzionale postuli necessariamente l'esclusione di un altro vincolo, quello maggioritario, che sarebbe altrettanto negativo dei poteri di autodeterminazione del Consiglio regionale. La rimozione del vincolo è una affermazione della libertà di scelta che si dà al Consiglio regionale. Questo può essere fatto oggi, e non ha alcun rapporto con la complessiva riforma dello Statuto, che è un'altra cosa. La riforma dello Statuto, di cui noi discutiamo da anni inutilmente, riguarda il versante dei rapporti con lo Stato, nel quale si negoziano i poteri dell'autonomia regionale rispetto allo Stato. Il sistema elettorale è piccola cosa, rispetto alle aspirazioni e alle ambizioni che dovrebbe avere questo Consiglio regionale di aprire davvero, in una sede costituente, un confronto di pari dignità con i poteri dello Stato. Non dobbiamo ridurre la riforma dello Statuto a un problema di sistema elettorale o a un problema di forma di governo.
Io credo che quello che oggi percorriamo sia un piccolo segmento di riforma. Ci sono in giro molti massimalisti: io vedo sempre e ascolto con una certa sorpresa l'ambizione massimalista che emerge dai discorsi di chi ritiene che si debba fare in un certo modo se no è un vizio, un vulnus portato alla democrazia in Italia o in Sardegna. Ci sono aspirazioni, ci sono opzioni, ma trattasi pur sempre di fare una scelta e non un'indicazione per l'eternità: su questa scelta ci si misura. Assumendo le posizioni massimaliste questo Consiglio regionale non produrrebbe nessuna scelta: si tratta di trovare punti di sintesi tra quelli che ritengono possibile o necessaria una determinata scelta e quelli che ne ritengono necessaria una di segno esattamente contrario. Quando si invoca la dimensione costituente di questa Assemblea bisognerebbe un po' guardarsi intorno e con molta umiltà vedere quale percorso realisticamente noi oggi possiamo fare per dare corpo a una legge che consenta al Consiglio regionale di scegliersi in libertà forma di governo e sistema elettorale. Nutrire l'ambizione di volare molto, molto, molto alto e poi non approdare mai, rappresenterebbe non solo la negazione dei poteri di questa autonomia regionale, ma forse anche la tacita negazione di una concezione democratica alla quale tutti ci ispiriamo. Per queste ragioni io ho firmato gli emendamenti, nella consapevolezza che essi costituiscono un punto di mediazione possibile dentro questo Consiglio.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Pubusa. Ne ha facoltà.
PUBUSA (P.D.S.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, io vorrei intervenire brevemente sul corpo degli emendamenti per dire questo: personalmente condivido gli emendamenti numero 38, 39, 40 e 41. Non so che numero abbia quello che prevede 60 consiglieri, ma ritengo che la cosa non sia molto rilevante. Mi sembra che questo corpo di emendamenti recepisca un'idea che fino ad alcuni mesi fa in questo Consiglio era largamente minoritaria e anzi complessivamente non condivisa e che è stata abbracciata, io credo, positivamente anche se non so con quanta convinzione (spesso i mutamenti di opinione repentini non si sa fino a che punto sono frutto di un approfondita mediazione): l'idea di prevedere l'elezione diretta del Presidente. Io avevo presentato, solitario, una proposta di legge in questa direzione, perché ritengo che in questa fase della nostra attività politica sia necessario ricondurre direttamente alla scelta del corpo elettorale una serie di decisioni che invece attualmente vengono rimesse non ai partiti, ma a una ristretta oligarchia di persone, che io definisco i signori della politica o i notabili, i quali decidono non solo degli esecutivi regionali, a prescindere dall'espressione della volontà popolare, ma decidono ed hanno deciso anche di importanti amministrazioni locali. Abbiamo assistito in questi anni a un uso della democrazia estremamente spregiudicato e adesso stiamo vedendo anche a quali esiti può condurre un simile modo di intendere la rappresentanza politica, in base al quale, appunto, poche persone, prescindendo dalle manifestazioni di volontà del corpo elettorale, non solo decidevano le Giunte e gli Assessori regionali, ma, nello stesso contesto, decidevano se la Giunta comunale di Sassari o di Quartu o di altre sedi dovesse avere una certa maggioranza o una diversa.
Certo, si tratta di scelte che vanno valutate con una certa laicità, non sono scelte fondamentali e di principio, sono scelte pratiche che si attagliano al momento concreto. A me sembrava che occorresse eliminare questi inconvenienti, facendo sì che i signori della politica non potessero decidere queste cose e quindi proponevo che l'Esecutivo regionale e il suo Presidente fossero scelti direttamente dal corpo elettorale; altrettanto ritengo opportuno per quel che concerne i sindaci e le maggioranze nei comuni e nelle province. Questa mia proposta incontrò una forte resistenza perché si diceva che poteva portare a forme di personalismo; non so quale personalismo sia più grande di quello di coloro che si arrogano il diritto, ripeto, in cinque o sei, come si è fatto in questi anni, di decidere le sorti non solo degli esecutivi regionali ma anche di importanti amministrazioni locali. La formulazione che io adottai nella mia proposta è poi la stessa che è passata nell'emendamento numero 38, che non porta più il mio nome, ma io non faccio questioni: la dizione del primo comma mi sembra che sia identica a quella contenuta nella mia proposta, in cui si indicava un collegamento tra l'elezione del Presidente, l'elezione del Consiglio e la scelta della coalizione. E questo appunto per fare in modo che la scelta del Presidente non sia frutto di esasperati personalismi, ma sia la scelta di una personalità collegata alla vita politica e sociale regionale: il che non vuol dire che non possano essere candidati alla Presidenza e non possano diventare Presidenti esponenti di movimenti nuovi, ma è necessario che questi movimenti abbiano un loro sedimento sociale, che deve esprimersi nella presentazione di quattro liste nelle singole province e ottengono un consenso che deve essere adeguato. Ho saputo poi che i neo-presidenzialisti hanno criticato questa formulazione praticamente sostenendo posizioni che erano esattamente contrarie a quelle che per sei mesi hanno sostenuto in Commissione.
Questa formulazione nasce dall'idea di impedire che la scelta del Presidente diventi una scelta di carattere personale e che consenta a persone che hanno abbondanza di mezzi di fare una politica dell'immagine: chi diventa Presidente deve essere espressione anche di movimenti nuovi, ma che abbiano sedimento nella realtà. La scelta mi pare dunque condivisibile: ritengo che questo corpo di emendamenti sia però carente da un punto di vista tecnico, perché ad esempio non prevede la figura del sostituto del Presidente. Noi, quando affrontiamo una materia come questa, dobbiamo seguire dei modelli sperimentati e sedimentati i quali prevedono sempre che, allorquando il Presidente non possa svolgere il proprio mandato, vi è automaticamente un'altra figura che lo sostituisce. Qui invece la scelta del Vicepresidente è stata eliminata per considerazioni di carattere politico che comprendo, ma che non condivido anche perché questo è un sistema praticamente che potrebbe in corso d'opera portare al suo esatto contrario. Cioè sarebbero sufficienti le dimissioni del Presidente per tornare al sistema attuale. Quindi io inviterei l'Assemblea a considerare che una volta che si fa una scelta, essa deve essere perseguita in modo coerente e deve avere un suo equilibrio interno. Quindi occorre recuperare in norma la figura del Vicepresidente o comunque una figura indicata in Statuto che sostituisca il Presidente. Si potrebbero fare anche altre osservazioni, però mi sembra, lo ripeto, che la scelta di fondo sia in questo momento quella giusta. In altri momenti può darsi...
PRESIDENTE. Onorevole Pubusa, voglio precisare che nell'emendamento numero 40 la figura del Vicepresidente è contemplata: "In caso di revoca, di impedimento permanente o di morte del Presidente della Regione o di cessazione della carica comunque determinatasi il Consiglio regionale a maggioranza assoluta e a scrutinio segreto elegge il nuovo Presidente della Regione"...
PUBUSA (P.D.S.). Quindi torniamo in questo caso a un sistema non più presidenziale. Invece l'ipotesi che io sostengo è che si debba prevedere la figura di un Vicepresidente eletto direttamente dal corpo elettorale, che sostituisca automaticamente il Presidente; solo nel caso in cui anche questo non possa svolgere il suo mandato si dovrebbe attivare il meccanismo previsto dall'emendamento.
Detto questo e per farla breve le mie altre osservazioni si appuntano invece sull'emendamento numero 42. In questo emendamento si prevede che lo Statuto interno sia adottato con una procedura nuova e diversa rispetto a quella fissata dall'articolo 54 del nostro Statuto, ultimo comma, e dall'articolo 123 della Costituzione per quanto riguarda le regioni a Statuto ordinario. Credo che in linea di principio questa tesi possa essere sostenuta; mi domando però e domando a questa Assemblea, per rispondere anche all'osservazione che faceva prima il collega Soro sul massimalismo, se sia opportuno introdurre in un testo come questo, che dichiaratamente vuole risolvere esclusivamente un problema importante qual è quello della forma di governo, introdurre una tematica che modifica completamente, o comunque in modo piuttosto radicale, l'impostazione dei rapporti attualmente esistenti e sanciti nella Costituzione e nello Statuto tra Regioni ordinarie, Regioni speciali - in questo caso Regione sarda - e Stato. E' implicita in questa prima parte dell'emendamento numero 42 l'idea che i rapporti Stato-Regione vengano disciplinati nello Statuto speciale e che tutto ciò che attiene alla parte interna lo decidiamo noi. E' un'idea giusta su cui si può discutere, su cui si può andare avanti, ma io mi domando, nell'ottica sostenuta prima dall'onorevole Soro, cioè di voler raggiungere effettivamente i risultati, se questo non apra una tematica tale da poter inficiare anche le altre parti. Quindi io suggerirei di eliminare questa parte dell'emendamento e, siccome ho sentito dire che si vuole addivenire alla creazione di una Commissione speciale su queste tematiche, lasciare che questa specifica tematica venga affrontata e risolta in modo organico in quella sede, perché è una tematica che esorbita dalla mera materia elettorale e che può creare problemi all'altra parte del nostro emendamento.
La seconda osservazione riguarda le procedure rinforzate sulle leggi elettorali, sulle leggi di attuazione di cui all'articolo 16, 36, eccetera. Cari colleghi, qui non si riesce a fare neanche leggi ordinarie di riforma: io non so a quale risultato si può arrivare se addirittura prevediamo una procedura rinforzata. D'altra parte le procedure rinforzate possono ritenersi opportune e anzi giustificate solo per quanto attiene ai principi. In definitiva la legge elettorale, una volta che ci si è messi d'accordo sui principi che devono governarla, per il resto è una legge quasi meramente tecnica. Quindi la parte...
(Interruzioni)
Scusa un attimo: ciò che tu devi decidere eventualmente in forma rinforzata è il principio che il sistema elettorale sia o no proporzionale. Una volta stabilito che il sistema è proporzionale si possono avere diverse formulazioni tecniche, però resta fermo il principio. Ecco perché dico che la garanzia deve essere ricercata in alcuni di questi principi, non nell'insieme della legge. Quindi io sono contrario a che si mantenga con questa formulazione la pare dell'emendamento.
Infine, dulcis in fundo, la questione dei termini. Sulla questione del termine, cari colleghi, bisogna parlare chiaro e qui parliamo di politica, non di tecnica. Questa Giunta è sorta dicendo che su questa questione praticamente si giocava tutto e che, pur sapendo che stava giocando in termini ristrettissimi, si sarebbe prodotto il massimo impegno della Giunta stessa, dell'Assemblea, del Consiglio, dei partiti per riuscire a portare a termine questa manovra. Stabilire il termine di sei mesi in una situazione ordinaria va bene, si può mettere anche un anno, ma stabilirlo adesso significherebbe incoraggiare le forze che nella Giunta, nel Consiglio e dappertutto vogliono frenare: sarebbe l'esatto opposto di quanto si è detto negli accordi di governo e l'esatto opposto dell'impegno che molti di noi, mi auguro la maggioranza di noi, hanno posto in questa materia. Mettere i sei mesi significa dire agli ostruzionisti di turno, palesi e occulti, che su questa materia basta un po' menarla per le lunghe e comunque non se ne farà niente. Si andrà al Duemila. Allora io chiedo a questa Assemblea, che credo sia formata da persone sagge (anche se molte volte ne dubito), se ha senso introdurre una norma che dice in pratica: "Iniziamo a preparare la pasta, però quando la pasta è impastata non possiamo fare il resto, dobbiamo aspettare al 1999". Io credo che se questo inciso non viene eliminato, l'insieme di questo provvedimento, che pure è condivisibile, diventa una presa in giro, il che ovviamente e porterà anche me, che pure sono d'accordo sulle parti restanti, a valutare come votare nel voto finale.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Onnis. Ne ha facoltà.
ONNIS (P.S.D.I.). Signor Presidente, colleghi consiglieri, in questo periodo mi ha un po' meravigliato - chiedo scusa per il gioco di parole - la meraviglia altrui per aver verificato che su argomenti di questa importanza nel Consiglio regionale non vi sia l'unità di intenti che probabilmente c'è stata in altre circostanze. A noi non preoccupa questo, a noi preoccupa, come sempre, di dire quello che noi pensiamo. Una preoccupazione forte invece l'abbiamo: le rivoluzioni non ci hanno mai preoccupato, le trasformazioni non ci hanno mai preoccupato, le riforme - siamo da sempre riformisti - non ci hanno mai preoccupato, ci preoccupano invece le rivoluzioni operate dagli uomini di regime. Questo '68 istituzionale, portato avanti da Torquemada dell'ultim'ora, convertiti e no, coinvolti da ieri ed oggi ancor più coinvolti nel regime, è la vera anomalia di questa situazione, collega Scano: altro che la presenza nostra assieme nel Governo, l'anomalia è la presenza in certi tavoli dove è pur legittimo che ci sia unità di intenti su qualcosa, ma mi spaventerebbe molto se ci fosse anche unità di intenti su altro. Il '68 almeno...
COGODI (Gruppo Misto). Il regime nel quale sei coinvolto tu è migliore, vero?
ONNIS (P.S.D.I.). Io sono coinvolto nel regime nel quale siamo coinvolti tutti, però io non mi lamento: ma nemmeno si lamenta chi resta inserito negli stessi organismi di regime che dice di volere cambiare. Non so quale sia la credibilità di questa posizione. Quindi non è questo che ci preoccupa: ci preoccupa invece la confusione che si sta facendo in questo momento attorno ad argomenti di tale importanza. Il problema non è riducibile all'alternativa maggioritario sì, maggioritario no, proporzionale sì, proporzionale no; il problema è un'altro, è quello di stabilire che tipo di Governo vogliamo, perché ogni qual volta si parla di legge elettorale, e quindi di principi che devono presiedere alle leggi elettorali, non si può prescindere dal tipo di governo che si vuol prefigurare con la nuova legge elettorale. Una combinazione perfetta di presidenzialismo e di autorevolezza funzionale del Parlamento - del Consiglio regionale, in questo caso -è difficilmente praticabile e una composizione di questo genere non è riuscita in nessuna parte del mondo. L'Inghilterra ha il sistema maggioritario uninominale secco e ha scelto di avere un Governo che prevale sul Parlamento, nonostante il voto di fiducia; e all'interno del Governo il Primo Ministro prevale sui ministri, avendo rispetto ad essi maggiore rappresentatività, nel senso di rappresentanza di chi lo ha eletto. Il sistema francese ha cercato una mediazione tra il sistema maggioritario e quello proporzionale, individuando ovviamente la possibilità di un accorpamento e quindi di una maggioranza alla quale il Presidente faccia riferimento, ma anche questa situazione ha portato a delle forti anomalie. Il sistema italiano fu voluto dalla sinistra nella Costituente; la posizione della sinistra, allora, contraria a che mai il sistema maggioritario dovesse passare per l'elezione del Parlamento italiano, aveva una sua spiegazione: la sinistra, non ipotizzando di andare al Governo, voleva un Parlamento forte, nel quale poter contrastare, ovviamente, il Governo. Nella nostra attuale situazione a cosa occorre prioritariamente rispondere? Occorre rispondere alla richiesta da parte della gente di un miglior funzionamento delle istituzioni, di una maggiore tempestività per la soluzione dei problemi che angustiano la gente, e quindi di una maggiore snellezza istituzionale e soprattutto di una maggiore chiarezza politica. Come si può raggiungere questo? Noi abbiamo ipotizzato che una possibilità fosse quella di svincolare la Giunta dalla maggioranza, e quindi di eliminare all'interno del Consiglio regionale la pratica perversa della Giunta appena eletta che viene immediatamente messa in mora per essere sostituita subito dopo. Abbiamo varato una legge elettorale, nel luglio scorso, che riteniamo risponda a questa esigenza. Riteniamo cioè che la legge elettorale faticosamente varata in questo Consiglio regionale risponda a questa necessità, cioè alla necessità di avere un Esecutivo autorevole e un Consiglio regionale altrettanto autorevole. Non vorremmo trovarci mai - ma questa è l'ipotesi che purtroppo traspare dagli indirizzi che sono stati espressi da più parti - con un Esecutivo e un Presidente che prevarichino il Consiglio. Ecco la nostra preoccupazione. La soluzione auspicabile dovrebbe conciliare l'autorevolezza del Presidente della Giunta e l'autorevolezza del Consiglio, entrambi in quanto legittimati dal corpo elettorale, anche nell'attività di tutti i giorni. Non è sufficiente avere la legittimazione all'atto dell'elezione, perché questa ce l'ha anche il Parlamento inglese, che cessa immediatamente non appena il Governo comincia ad operare.
La fretta, la rincorsa a chi è più riformatore, a chi arriva primo a proporre le soluzioni più innovative e qualche volta più eclatanti, rischia di portarci a soluzioni del tutto insoddisfacenti. Io credo che questo Consiglio regionale si sia reso conto che il vecchio sistema, il vecchio modo di procedere, non è più attuale. Di questo ne siamo convinti tutti: il punto è trovare la mediazione che permetta di elaborare una soluzione realistica, una soluzione che ci permetta di risolvere i problemi e non rischi di crearne altri. Capisco che non è una cosa facile; il collega Selis, il quale ha indicato la strada più logica, la strada maestra, probabilmente sarà accusato di voler perdere tempo. La sua proposta è quella di nominare una speciale Commissione per esaminare ogni aspetto della riforma statutaria: noi siamo perfettamente d'accordo, ma se non si può andare in quella direzione sediamoci intorno ad un tavolo e troviamo le soluzioni che ci permettano di risolvere i problemi.
PRESIDENTE. Mi era parso di capire che i colleghi Dadea e Lorettu avessero rinunciato, non è così. Parleranno nell'ordine gli onorevoli Dadea, Lorettu e Ortu.
Ha domandato di parlare l'onorevole Dadea. Ne ha facoltà.
DADEA (P.D.S.). Signor Presidente, solo ed esclusivamente per fare alcune precisazioni. E' stato detto da qualche collega intervenuto stasera nel dibattito, che l'ipotesi di normativa delineata attraverso gli emendamenti presentati, tra gli altri, anche dai Capigruppo della maggioranza costituirebbe un insieme di norme scollegate tra di loro e al di fuori di un progetto istituzionale ben definito.
Io penso che questo non sia assolutamente vero: noi facciamo riferimento a un progetto e a un modello istituzionale ben definiti, che hanno preso le mosse dall'approvazione della legge elettorale regionale, e oggi ci troviamo nella condizione di portare a compimento il processo riformatore che avevamo iniziato. Noi siamo quindi per un modello istituzionale definito in tutti i suoi aspetti. Siamo innanzitutto contro un'ipotesi di Regione presidenziale: siamo favorevoli all'elezione diretta del Presidente della Regione nell'ambito di un'ipotesi che noi definiamo neo-parlamentare o neo-consiliare. Siamo cioè per una democrazia dell'indirizzo: proponiamo un'elezione diretta del Presidente della Regione che completi la scelta di un programma e di una coalizione effettuata all'elettore sin dal momento del voto. Siamo invece contrari a una democrazia dell'investitura, se si intende per una democrazia dell'investitura la scelta di un indirizzo politico in qualche modo sganciata dalla scelta della coalizione. Non vogliamo cioè che la scelta dell'indirizzo politico sia affidata al Presidente della Regione indipendentemente dalla definizione elettorale della coalizione di governo.
Noi vogliamo cioè un modello istituzionale che concateni tra di loro una serie di elementi ben definiti. Anzitutto l'elezione diretta del Presidente dovrebbe avvenire contestualmente all'elezione del Consiglio regionale. La contestualità è un elemento fortemente caratterizzante, che ci permette di distinguere l'ipotesi di Regione presidenziale rispetto all'ipotesi neo-parlamentare sia pure con l'elezione diretta del Presidente della Regione. L'elezione del Presidente deve avvenire in collegamento stretto e indissolubile con la determinazione della coalizione di governo, nel senso che all'elettore deve essere assicurata la possibilità di scegliere non solo il Presidente della Regione, ma anche la coalizione di governo. Naturalmente tutto questo deve avvenire nell'ambito di un sistema elettorale che superi il vincolo della proporzionale. E' da qui che nasce l'esigenza di collegare in maniera indissolubile l'elezione diretta con la modifica dell'articolo 16 dello Statuto. Noi naturalmente non proponiamo che, in Statuto, a quello attuale si possa sostituire un altro sistema elettorale. Pensiamo invece che, così come avviene per la Costituzione italiana, all'interno della quale non viene indicato un sistema elettorale, anche all'interno dello Statuto di autonomia non si debba prevedere un sistema elettorale ben definito, ma si debba demandare la competenza alle leggi regionali di attuazione.
La nostra opzione a questo riguardo è molto chiara, molto definita. Noi l'abbiamo prospettata anche al momento dell'approvazione della legge elettorale regionale, ed è quella appunto di un sistema maggioritario di tipo uninominale, naturalmente temperato da una forma di proporzionalità per conciliare l'esigenza di garantire la molteplicità delle rappresentanze politiche con quella di assicurare la governabilità e la stabilità. Naturalmente tutto questo deve avvenire nell'ambito di una scelta che verrà fatta successivamente alle modifiche statutarie. L'ultima questione riguarda le obiezioni che sono venute a proposito del "semestre bianco". Il "semestre bianco" previsto in alcuni emendamenti è finalizzato a precludere la possibilità di modificare il sistema elettorale negli ultimi sei mesi della legislatura. Su questa ipotesi abbiamo espresso delle obiezioni, delle perplessità, e le abbiamo confrontate con gli altri partiti della maggioranza: abbiamo però scelto di accedere a un'ipotesi di mediazione che consenta appunto di inserire il semestre bianco all'interno del nostro Statuto, proprio perché vogliamo salvaguardare alcuni risultati di grande rilevanza che siamo riusciti a ottenere attraverso gli emendamenti. Il risultato è tanto più rilevante se noi compariamo il testo che è stato esitato dalla prima Commissione del Consiglio regionale, un testo assolutamente residuale, che si limitava soltanto a chiedere maggiori poteri e a prevedere soltanto procedure, col risultato che cerchiamo di ottenere attraverso gli emendamenti, i quali ci consentono di superare il vincolo della proporzionale e ci portano all'elezione diretta del Presidente in collegamento stretto con la coalizione di governo che deve essere anch'essa scelta dagli elettori. Mi pare assolutamente eccessivo pensare al semestre bianco come a un volgare imbroglio, oppure come a una presa in giro. Si tratta di un principio generale che può essere accettato come principio di garanzia. Ma anche questa norma sul semestre bianco può essere superata se tutti noi ci impegniamo ad operare affinché il Parlamento e la Commissione bicamerale prendano celermente in considerazione le proposte di modifiche statutarie, consentendoci quindi di por mano ad una nuova e completa legge elettorale. Si tratta di avere la volontà politica di perseguire questo obiettivo: se c'è questa volontà politica da parte di tutti penso che il semestre bianco possa anche essere superato nei fatti.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Lorettu. Ne ha facoltà.
LORETTU (D.C.). Signor Presidente, io prendo la parola per dichiarare, anticipando la fase dibattimentale appropriata, che io non voterò a favore dell'articolo 1 e degli emendamenti che ad esso sono stati presentati, riservandomi di definire il mio atteggiamento sulla legge nel suo complesso alla luce dell'esito che avranno le votazioni che si susseguiranno. La ragione di questo mio atteggiamento sta nel fatto che le proposte che abbiamo in esame mi sembrano frammentarie, inadeguate e intempestive, per le ragioni che hanno richiamato diversi colleghi, in particolare il collega Selis, alle cui argomentazioni mi riferisco ampiamente. A me appaiono, appunto, frammentarie, inadeguate e insufficienti, queste proposte, anzitutto perché, come è stato detto, esse sono avulse da un progetto organico di modifica dello Statuto che disegni complessivamente la nuova Regione e che definisca contestualmente il nuovo rapporto tra la Regione e lo Stato. A me francamente viene difficile scindere, separare drasticamente i fatti relativi all'assetto istituzionale e costituzionale della Regione e dei suoi organi dalla definizione del rapporto con lo Stato. A me sembra che non si possano trattare queste due tematiche in maniera separata, prescindendo dall'una nel momento in cui si definisce l'altra. Finora abbiamo assunto una serie di iniziative che danno proprio il senso della frammentarietà con cui stiamo affrontando il tema della riforma. Abbiamo fatto una legge elettorale che a me è sembrata sconvolgente, rispetto all'assetto istituzionale esistente, senza tuttavia che essa disegnasse il nuovo assetto. Io ero tra coloro che, una volta approvata quella legge elettorale, ritenevano fosse necessario, indispensabile passare alla definizione di un metodo di elezione del Presidente che trovasse la sua legittimazione in un voto popolare diretto. Ma evidentemente il tema della forma di elezione del Presidente non può a sua volta essere trattato in maniera separata dal resto delle norme che dovranno stabilire l'assetto complessivo e la forma costituzionale degli organi regionali. E lo stesso tema della riforma delle norme elettorali non mi sembra un fatto assolutamente marginale, da rivendicare alla nostra competenza per rinviare poi la definizione ad un ipotetico, lontano futuro.
La ragione del mio atteggiamento, in secondo luogo, sta nel fatto che queste proposte, già così frammentate, non tengono conto neppure degli orientamenti e delle scelte a cui ormai è arrivato il Parlamento nazionale. Noi ci presentiamo davanti al Parlamento della Repubblica a sollecitare alcune riforme molto parziali e specifiche nel momento in cui invece il Parlamento sta affrontando, per tutte le Regioni insieme, un tema molto più generale e molto più complessivo, quello della definizione della loro configurazione costituzionale e del loro rapporto con lo Stato. Di fronte a questo dibattito complessivo noi ci presentiamo, invece, con proposte di modifica limitate, che difficilmente potranno trovare collocazione nel più ampio contesto che oggi caratterizza il dibattito nazionale e che quindi sono probabilmente sono destinate a rimanere sul tavolo del Parlamento tra le cose, se non inutili, poco praticabili nel breve periodo. Del resto i tempi sono anche stretti, lo diciamo tutti, tutti abbiamo la convinzione che ben scarse sono le possibilità che queste proposte che noi andiamo ad approvare trovino udienza e definizione a livello parlamentare, entro tempi adeguati, per consentirci di giungere con una nuova normativa alla prossima scadenza elettorale. Se così è l'urgenza con cui noi affrontiamo il tema senza tener conto degli orientamenti nazionali, in qualche misura anticipandoli o ignorandoli, sembra rispondere a un adempimento quasi rituale: ci siamo impegnati a fare questa riforma e la dobbiamo fare per sgomberare i tavoli di questa Assemblea da un compito ingombrante, seppure fastidioso e praticamente inutile.
Infine, nel merito, alcune delle proposte contenute nel provvedimento personalmente mi lasciano abbastanza perplesso. Faccio un paio di esempi. Il numero dei mandati che si prevedono per il Presidente della Regione eletto dal popolo francamente a me sembra eccessivo: due mandati successivi, cioè dieci anni. E' vero che una ripetizione di mandato è prevista anche in regimi presidenziali, dove si registrano poteri presidenziali di ben più ampia portata, ma è anche vero che la scala più ridotta nella quale noi operiamo consiglierebbe, secondo me, una durata minore, proprio perché si accentuano in maniera così forte i poteri. La seconda osservazione riguarda la definizione dei poteri del nuovo Presidente della Regione. Persino nei più caratterizzati regimi presidenziali, senza nulla togliere all'iniziativa e alla responsabilità del Presidente nella formazione dell'Esecutivo, è tuttavia previsto un ruolo dell'Assemblea parlamentare, di filtro, di valutazione pregiudiziale rispetto all'assunzione della carica da parte del proposto; qua invece si prevede un potere di proposta del Presidente senza alcun filtro, senza alcun ruolo, senza alcuna possibilità di valutazione da parte dell'organo assembleare elettivo. Quindi anche nel merito ci sono diverse questioni che andrebbero probabilmente più a fondo meditate e più esattamente definite.
Un'ultima osservazione, che non attiene al merito della legge, ma al modo in cui questo Consiglio, signor Presidente, lavora. Io mi trovo, come tutti i consiglieri regionali in quest'aula - non solo come collega Cogodi - nell'impossibilità, sulla base dell'attuate Regolamento consiliare, di contribuire attivamente alla definizione dei provvedimenti in esame, posto che il meccanismo previsto dall'attuale Regolamento individua come attori del dibattito politico non i consiglieri regionali, rappresentanti del popolo sardo, ma solo i Gruppi consiliari, cioè i partiti politici. I consiglieri regionali in questa fase del dibattito non hanno più la possibilità di presentare proposte correttive, proposte di modifica, proposte integrative di quelle che anche ultimamente sono state formulate. Questo limita notevolmente le possibilità di partecipare, di contribuire, come tutti vorremmo, all'esito positivo dei provvedimenti.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Ortu. Ne ha facoltà.
ORTU (P.S.d'Az.). Siamo testimoni e partecipi, signor Presidente, di un'epoca in cui rapidi, sconvolgenti mutamenti, veramente di dimensioni epocali, hanno stravolto un vecchio e consolidato assetto istituzionale e politico. Imperi così solidi e forti, monolitici, sono andati in frantumi, i popoli hanno rivendicato e vanno rivendicando in Europa nuovi assetti, nuove libertà, nuove istituzioni. E, compiute queste rivoluzioni, conquistata la propria libertà, acquisito il potere che loro ritenevano necessario per l'autogoverno, si sono dati i loro assetti interni, hanno elaborato la struttura, la legge fondamentale di governo, di gestione della società al vertice e nella periferia, su tutto il territorio. Così sono stati superati e si sono estinti assetti ed equilibri politici istituzionali che non rispondevano più alle diverse e maturate condizioni culturali e sociali che si erano affermate nella società. Nella Repubblica italiana e specificatamente in Sardegna noi constatiamo, tocchiamo con mano un profondo e grave malessere, che rende la società quasi ingovernabile. L'occupazione del potere, l'arroganza, la presunzione di impunità, molto spesso, da parte dei partiti e dei leader politici ha ormai ingenerato un manifesto rigetto espresso dalla società nei confronti dei partiti. Il colpo di grazia è stato dato poi dalla "tangentopoli", che ha devastato tante coscienze. Oggi direi che è quasi totale il rifiuto della società nei confronti di coloro che gestiscono le istituzioni. Ne deriva una scarsa credibilità delle istituzioni stesse. In Sardegna, in particolare, c'è una crisi senza precedenti: il sistema autonomistico non regge il confronto con l'incalzare dei tempi. Tutta l'economia è in crisi, e noi abbiamo una dirigenza - non solo voi della Giunta regionale, ma anche le amministrazioni provinciali, i comuni - impotente e non per mera incapacità, a governare gli eventi.
Per adeguare le istituzioni al volgere impetuoso dei tempi sono necessarie riforme, di questo tutti siamo convinti; se però quelle giuste, quelle necessarie non giungono, è evidente che si crea uno stato di tensione tale da ingannare il timore che non reggano le stesse istituzioni democratiche. Noi andiamo a rinnovare i tasselli, a mettere i tasselli nuovi, ma in che cosa? Andiamo a sconvolgere, a toccare quest'ordine, questo equilibrio, ancorché precario, senza avere un disegno globale di quelli che dovranno essere gli assetti della società di domani. Un disegno compiuto che non c'è, che non è espresso e non può essere espresso da una legge elettorale. Quali contenuti - chiediamo a voi e chiediamo a noi stessi -, quali contenuti e quali poteri avrà l'autogoverno dei sardi di domani, perché questi dovremo andare a governare, perché dati questi elementi certi noi andremo a disegnare gli assetti e il modo migliore per eleggere la classe dirigente che dovrà governare questa nuova autonomia. Per questo noi abbiamo chiesto di studiare, di decidere in due tempi questa manovra di riforma. Un primo tempo che veda la Sardegna assicurarsi, nei confronti dello Stato, il ruolo, i poteri e le risorse, gli strumenti.
Non si può pensare di conservare gli assetti attuali e di governarli meglio con una nuova legge elettorale. Non si può governare la crisi dell'economia con gli strumenti vecchi, che non anno alcun potere di decisione e di intervento. E allora innanzitutto ecco lo Statuto, lo Statuto che deve definire i rapporti tra la Sardegna e la Repubblica, lo Stato; dopo potremo pensare seriamente a dare quell'assetto istituzionale, quell'organizzazione delle istituzioni che deve essere coerente a questi nuovi poteri, a questa nuova autonomia. Ecco il secondo tempo. La Bicamerale ci dà una lezione in questo senso: ma mentre il Parlamento elabora e decide i mutamenti in campo istituzionale, mentre la Bicamerale decide di riformare l'articolo 117, attribuendo allo Stato solo alcuni poteri ben limitati e trasferendo la generalità delle funzioni alle Regioni, noi siamo assenti da tutto questo discorso, da tutto questo dibattito; siamo totalmente assenti, la Sardegna tace. E' assurdo: nel 1948, quando l'assemblea costituente determinava l'assetto generale della Repubblica italiana, qui in Sardegna la Consulta sarda studiava il modello di autonomia, studiava ed elaborava una proposta di Statuto che arrivò ultima e tardi, certamente, ma oggi noi rischiarmo di non arrivarci per nulla. Mi pare che nessuna volontà sia stata espressa dalla Giunta in questo senso.
Da noi si inizia con la riforma elettorale e con l'eliminazione dallo Statuto del sistema proporzionale. Domani, quando si dovrà studiare il sistema elettorale più confacente alle esigenze della nuova autonomia, non faremo le barricate sulla proporzionale: però, oggi come oggi, la proporzionale garantisce le minoranze, consente di esprimere le proprie opinioni a quelle che oggi sono minoranze ma che domani possono diventare maggioranza. Se noi invece con una legge quale l'uninominale maggioritaria falciamo queste minoranze fin dal loro primo esprimersi, certamente non ci sarà neanche un ricambio di pensiero politico, di ordinamento istituzionale e via dicendo. Penso anche agli interessi etnici. In Inghilterra, dove il sistema elettorale è proprio quello uninominale maggioritario, noi abbiamo un'etnia, quella di Scozia, dove il Partito Nazionale Scozzese, pur prendendo alle elezioni politiche il 30, il 35, il 40 per cento, è pur sempre un partito minoritario, che non riesce ad esprimere le proprie rivendicazioni. Abbiamo anche lì un popolo imbrigliato. Bene, in Italia avverrebbe lo stesso. Non ci sono sistemi elettorali che siano buoni sempre e dovunque. La repubblica presidenziale negli Stati Uniti d'America va bene, ma nelle repubbliche sudamericane va male, perché diversa è la cultura, diversa è la storia, diversa è la tradizione. Le repubbliche nordamericane sono state toccate dalla Riforma, mentre le repubbliche del Sud America sono state toccate dalla Controriforma. Gli effetti del medesimo sistema istituzionale, che sono certamente deleteri nelle repubbliche del Sud America, sono invece benefici nelle Repubbliche del Nord America. Per cui bisogna adottare sistemi diversi a condizioni storiche diverse, ad opportunità diverse. Ho finito: voglio solo ricordare la legge di luglio. Noi abbiamo una legge che garantisce le coalizioni, pertanto le maggioranze e pertanto la governabilità. Che senso ha allora oggi precorrere i tempi, avere tanta fretta? La fretta è sempre una cattiva consigliera, è quella fretta che, come suol dirsi fa nascere i gattini ciechi: stiamo attenti a tutto questo.
PRESIDENTE. I lavori del Consiglio riprenderanno domani mattina alle ore 10.
La seduta è tolta alle ore 20 e 49.
Allegati seduta
Testo della mozione annunziata in apertura di seduta.
Mozione Serri - Casu - Dadea sugli atti di violenza sulle donne nelle zone di guerra.
IL CONSIGLIO REGIONALE
PREMESSO che sono apparse nei giorni scorsi drammatiche rivelazioni sullo stupro sistematico delle donne mussulmane detenute nei campi di concentramento in Bosnia Erzegovina, soprattutto da parte dei miliziani serbi, ma non solo:
TENUTO CONTO, dalle varie testimonianze, di come questa atrocità colpisce ragazze giovanissime, persine bambine, molte delle quali hanno già abortito;
CONSIDERATO che questi atti di incredibile brutalità, che non possono non sconvolgere la coscienza di tutti, vengono compiuti con il razionale proposito di realizzare una "pulizia etnica";
TENUTO CONTO, inoltre, dell'ultimo drammatico episodio accaduto in Somalia che ha visto coinvolta una giovane donna somala accusata di essersi prostituita con soldati francesi e linciata dalla folla alla presenza di giornalisti e telecamere di tutto il mondo, senza che nessuno, comprese le forze multinazionali presenti, intervenisse a difesa della ragazza;
CONSIDERATO che attualmente la ragazza in questione è stata incarcerata, poiché il suo comportamento è considerato un crimine contro la morale ed i costumi sociali di un paese musulmano e rischia la pena di morte,
condanna
con fermezza questi atti brutali che testimoniano ancora una volta come le donne paghino al prezzo più alto tutte le guerre;
esprime
solidarietà alle donne musulmane e nell'augurarsi che questi fatti non abbiano più a ripetersi
impegna la Giunta regionale
ad intervenire presso le istituzioni nazionali ed internazionali, alla luce anche dell'ultimo appello dell'ONU e della CEE a difesa dei diritti civili, affinché i campi di detenzione in Bosnia siano immediatamente chiusi e:
- per garantire il pieno rispetto della persona umana in tutte quelle parti del mondo dove accadono episodi di violenza
- per assicurare alle donne che desiderano allontanarsi dalle zone di guerra, lo status di rifugiate politiche;
- per mettere in essere tutte le iniziative di sostegno medico e psicologico, necessarie in tali circostanze, attraverso le organizzazioni femminili già impegnate nell'opera di aiuto e di sostegno. (119)
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