Seduta n.12 del 08/09/2004 

XII Seduta

Mercoledì 8 settembre 2004

(Pomeridiana)

Presidenza del Vicepresidente Paolo Fadda

indi

del Presidente Spissu

La seduta è aperta alle ore 16 e 39.

MANCA, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana di mercoledì 4 agosto 2004 (9), che è approvato.

Comunicazioni del Presidente

PRESIDENTE. Comunico che il Presidente della Regione, in applicazione dell'articolo 24 della legge regionale 7 gennaio 1977, numero 1, ha trasmesso l'elenco delle deliberazioni adottate dalla Giunta regionale nelle sedute 3, 10, 25 e 31 agosto 2004.

Annunzio di risposta scritta ad interrogazioni

PRESIDENTE. Comunico che sono state date risposte alle seguenti interrogazioni: Porcu, Corda, Frau, Maninchedda "sugli assalti speculativi a Monte Russu nel Comune di Aglientu". (5) e Porcu, Corda, Frau, Maninchedda "sulla colata d'asfalto sulla Valle di Rio Oridda, patrimonio dell'umanità riconosciuto dall'UNESCO". (6)

Continuazione della discussione della: "Risoluzione sul disegno di legge costituzionale di modifica della parte II della Costituzione" (Risol. n. 1), approvata dalla Prima Commissione Permanente nella seduta del 1° settembre 2004

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della risoluzione della Prima Commissione sulla modifica della seconda parte della Costituzione".

È iscritto a parlare il consigliere Atzeri. Ne ha facoltà.

ATZERI (Gruppo Misto). Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, negli ultimi trent'anni la Regione Autonoma della Sardegna si è vista respingere da Roma, in materia di riforma istituzionale, tutte le proposte. Questo lo voglio ricordare perché è una triste consuetudine essere derisi, emarginati e non è sterile rivendicazionismo, è una triste realtà, la Sardegna ha subito da Roma l'indifferenza, pertanto non ci si deve stupire se è stato presentato un emendamento alla riforma del titolo V in discussione, volto ad omologare la Sardegna alle regioni a statuto ordinario, facendole perdere la propria specialità.

Il Presidente della Commissione, l'onorevole Manichedda, ci invitava stamattina a non essere retorici né logorroici e a non allontanarci dal tema; puntualmente è stato disatteso dai suoi stessi compagni di partito e dagli onorevoli che poi sono intervenuti sull'argomento; perché una riflessione sulle ragioni storiche della specialità e su quello che dovremo fare, credo che sia opportuna perché la Sardegna non ha perso quelle caratteristiche speciali, l'insularità, l'etnia e la lingua, le ha mantenute; certamente 56 anni fa non si era in una condizione storica e culturale tale che consentisse di dibattere questi temi che stanno diventando sempre più frequenti ed invasivi; si usciva da una triste esperienza bellica, la Sardegna era in una situazione di arretratezza economica spaventosa e non era riuscita neanche a mutuare lo Statuto della Sicilia, che aveva ottenuto quote di autonomia maggiori per la presenza di movimenti separatisti al proprio interno. La Sardegna aveva cercato di dotarsi di uno Statuto autoctono. Ma l'indifferenza del Governo centrale, e anche la rassegnazione e la subalternità di tutte le classi politiche che si sono succedute, hanno fatto sì che gli annosi problemi si siano aggravati ed ancora oggi ci troviamo a dibattere questi temi. Tutte queste differenze che hanno caratterizzato lo Statuto e ci hanno fatto ottenere la specialità insieme ad altre quattro regioni, ai fini pratici, hanno portato ad un depotenziamento della nostra autonomia. Cito i dati di un articolo apparso sulla stampa di ieri: il Trentino Alto Adige riceve da solo il novanta per cento dei fondi italiani destinati agli anziani, in Friuli Venezia Giulia, un'altra regione ad autonomia speciale, la benzina costa un terzo in meno rispetto al resto d'Italia, in Sicilia i crediti fiscali per i neo-assunti durano sei anni contro i tre anni del Mezzogiorno. Tutta questa specialità della Sardegna che assiste passivamente a questi privilegi dei nostri amici che hanno uno Statuto speciale proprio non la vedo, la Sardegna ha subito e subisce.

Ci siamo soffermarti sui vari aspetti, l'anamnesi di questo paziente è stata fatta con una precisione ammirevole, siamo divisi sulla terapia. Noi non abbiamo la presunzione di parlare di federalismo e di propinare ricette miracolistiche perché siamo ottant'anni che elaboriamo queste tematiche nei congressi, presentando mozioni e proposte, non siamo neanche così permalosi ed invidiosi delle contaminazioni che proprio stamattina mi hanno commosso perché ho ammirato l'intervento in lingua dell'onorevole Onida, ho ascoltato con attenzione l'intervento esposto con una lucidità "cossighiana" dall'onorevole Floris, che si richiama ad una regione dell'Europa, la Catalogna, che gode di un'autonomia più avanzata e a questo proposito direi che non sarebbe male con molta umanità copiare, confrontarci, leggere come ci si comporta in campo federalista in altre parti d'Europa, perché non esiste un federalismo buono per tutte le regioni e per tutte le stagioni. Io non sto ad aggettivare il federalismo perché per noi sardisti è uno solo: è quello che è improntato alla solidarietà, è quello di cui con grande lungimiranza, parlavano i nostri cari padri - come Bellieni, che addirittura prospettava gli Stati Uniti d'Europa, come, negli anni Sessanta, Antonio Simon Mossa che magari confondeva federalismo con confederazione - i quali hanno sempre dato dei contributi da avanguardia su queste tematiche, a differenza di questa classe politica, della quale con molta emozione oggi faccio parte anch'io, che ha seguito con una politica da retroguardia tutte le balbettanti decisioni che un funzionario o un dirigente romano hanno in peius adottato nei nostri confronti. Qui non si tratta di discutere dell'emendamento che può omologarci alle regioni a statuto ordinario, qui si tratta di riflettere e ripensare uno statuto che tenga conto delle evoluzioni storiche, sociali e culturali che si sono verificate in questi cinquant'anni. Ecco perché io e il collega Scarpa, ed ancor prima i nostri consiglieri sardisti, ci siamo permessi di presentare una proposta di legge che non esautori il collega Artizzu e il Consiglio regionale, perché sarebbe un trauma; la proposta di legge rende giustizia e dà visibilità istituzionale al Consiglio regionale, però trattandosi di definire un nuovo patto fondante che riconsideri tutte queste tematiche che si sono incancrenite in questo mezzo secolo, per noi è opportuno che a riscriverlo sia il popolo sardo.

Io altre volte ho detto che questo Consiglio regionale, che ha un'autorevolezza completa, è frutto di una legge liberticida e truffaldina; sono presenti in Consiglio regionale persone che non hanno avuto il consenso elettorale, che sono state iscritte d'ufficio al Consiglio regionale, ma soprattutto non è rappresentato tutto il popolo sardo, ci sono dei movimenti, dei partiti radicati in tutta l'Italia che non avendo superato lo sbarramento truffaldino e liberticida previsto da questa legge fatta per le regioni a statuto ordinario, oggi qui non sono presenti, ma hanno diritto a scrivere il nuovo Statuto. Penso a Sardigna Natzione, penso a Gavino Sale con l'I.R.S., penso ai Verdi, alle Università. La proposta di legge molto modestamente può essere un contributo affinché la riscrittura dello Statuto passi attraverso l'interconnessione di tutte le forze culturali e sociali del popolo sardo; ci vuole una leggina del Consiglio regionale per individuare i tempi, la composizione dell'Assemblea costituente; è un falso problema quello di istituire un'assemblea pletorica, tardiva, fuorviante, questi sono apetti da lasciare ai tecnici che hanno dimostrato la conoscenza della materia; una volta steso questo patto col popolo sardo, la Regione se ne riappropria, lo può emendare, lo può accettare, lo può anche respingere assumendosi però la responsabilità politica di questo atto.

Si è parlato di federalismo, è evidente che la cultura federalista è stata sconfitta già più di un secolo fa, nel 1848 i nostri referenti Tuveri e Asproni avevano subito purtroppo una sonora sconfitta, e si è arrivati fino agli inizi del '900 senza che mai si dibattesse di temi federalisti; negli anni 1920 - 1921, il partito del quale mi onoro di far parte aveva mantenuto la fiammella accesa su questo tema, elaborando, proponendo e non subendo con una politica da retroguardia le disattenzioni e le insensibilità di uno Stato sempre assente, distante ed arrogante.

Il dibattito è stato ripreso negli anni subito dopo la guerra per poi afflosciarsi, e devo dire che, nonostante la Lega abbia una visione miope ed egoistica, politicamente devo dare atto a Bossi e alla Lega di aver prepotentemente imposto ai riflettori della politica italiana il tema del federalismo; certamente la terapia leghista non ha nulla a che fare con la visione del federalismo che aveva il Partito Sardo, ma su questo possiamo ragionare e trovare accordi, perché noi abbiamo avuto anche piani di rinascita che sono miseramente naufragati proprio perché non c'erano i mezzi, gli uomini, la burocrazia; ricordo quando un ventennio fa arrivava alla Fiera campionaria il padre di tanti consiglieri ex Democristiani che siedono qui, e sbeffeggiandoci da buon furbastro ci prometteva mille miliardi senza mai dirci da dove li avrebbe tratti e per quali fini gli avremmo dovuti utilizzare, il tutto si risolveva a "Sa Cardiga e su Schironi" con la festa degli amici di questi ministri ed anche presidenti del Consiglio, per non citare figure di grande spicco che hanno sempre minacciato sfracelli e altro senza mai dare un contributo sostanzioso alla Sardegna, tanto che ancora oggi ci ritroviamo qui a subire le angherie e le minacce di omologazione.

Sempre sulla stampa di ieri mi ha colpito un passaggio di un grande personaggio della cultura sarda che fa un'analisi, per certi versi condivisibile, al termine della quale afferma che agli studenti invece di offrire corsi d'inglese è stata offerta una full immersion nel dialetto, ignorando i balbettanti ma importanti risultati rappresentati dalle legge statale 482 del 1999 e dalla legge regionale numero 26 del 1997, che non parlano di dialetti ma parlano di ben altro. Ecco è uno degli esempi di auto-flagellazione da parte di personaggi che sono stati allattati nei salotti romani e nelle segreterie dei partiti contrari alla specialità, all'identità, alla cultura, alle tradizioni, che hanno sempre deriso ed osteggiato considerandole un ostacolo per lo sviluppo economico e la crescita del popolo sardo. In una stagione di pentiti prendiamo atto che alcuni collaboratori del Presidente Soru, che si erano distinti nel fare proposte come queste, adesso accettano un sardismo io direi di maniera. E' su questi temi, presidente Soru, che noi ci aspettiamo da lei un impegno serio perché io la ritengo una persona serissima; poiché la Sardegna non ha raggiunto un livello di benessere accettabile e mantiene ancora le ragioni per cui aveva ottenuto la specialità, lei si deve battere per ottenere ciò che le spetta ed essere il porta vessillo di queste ragioni. Io spero appunto che la pattuglia di parlamentari siciliani, non ricordo il numero esatto, quelle del Friuli e della Valle d'Aosta, abbiano un sincero spirito autonomistico e respingano questo rigurgito di centralismo dello Stato Italiano che addirittura si vuole ingerire pesantemente nelle scelte, nelle leggi che questo Parlamento sardo dovrà fare, addirittura attribuendosi anche il compito di sciogliere il Consiglio regionale quando verrà sciolto il Senato.

Io concludo, per non rubare tutti i venti minuti, dicendo che il voto su un ordine del giorno non si nega a nessuno, però dal 13 di settembre saremo pronti e ben lieti di affrontare questo tema per darci finalmente uno Statuto speciale degno di tale nome, perché la Sardegna ha le intelligenze e le capacità per dotarsi di uno strumento del genere.

Volevo ricordare infine che non bastano le battaglie antimilitariste per quanto riguarda referendum sulla presenza militare a La Maddalena, perché la Sardegna, e lo sanno tutti i partiti italiani ormai, subisce anche l'affronto che è dato dal gravame di servitù militari e dalla presenza subdola dello Stato italiano, con i suoi beni demaniali, che non sono meno pericolosi delle servitù militari. Su questi gravami hanno riesumato da poco, per stare sempre in tema di specialità e di autonomia, una figura come quella di Andreotti, che si è distinto per aver fatto promesse mai mantenute, il quale ha sostenuto una tesi ancora anacronistica, che limita la sovranità del popolo sardo e cioè l'incostituzionalità di quel referendum sulla presenza della base NATO a La Maddalena, problema sul quale il presidente Soru invece ha promesso di voler andare più a fondo e ha invitato gli americani con "fair play" ad abbandonare cortesemente la terra nostra, perché non ha più senso una loro presenza così pesante e pericolosa, dal punto di vista nucleare, nel nostro territorio.

Oggi molti nemici che facevano parte dell'impero del male hanno aderito alla NATO, e nell'ambito di questa alleanza più ampia sono in pace con l'Italia, e quindi non ha più senso la presenza di questi militari. Tutto questo lo dico sperando che dopo il 13 settembre, dopo l'ennesima proposta usata come spauracchio dal Governo romano, si riprenda la marcia per dare alla Sardegna uno Statuto davvero speciale e che preveda competenze primarie in tante materie.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Salis. Ne ha facoltà.

SALIS (Insieme per la Sardegna). Signor Vicepresidente del Consiglio, signor Presidente della Regione, onorevoli colleghi, io concordo con la valutazione che è stata espressa stamani, anche nell'intervento del collega Atzeri, sulla validità dell'iniziativa che è stata assunta dalla prima Commissione che ha presentato la risoluzione in discussione e giudica necessario giungere ad una posizione unitaria in difesa delle prerogative autonomistiche della Regione. Concordo anche con lo sforzo che la Commissione ha fatto per trovare un punto di equilibrio tra posizioni e giudizi, in alcuni punti pur molto divergenti tra loro, sul disegno di legge costituzionale, noto impropriamente come legge sulla devolution.

Quindi esprimo una valutazione positiva, anzi molto positiva, su questa iniziativa unitaria che il Consiglio regionale è riuscito ad attivare anche in collaborazione e in raccordo stretto con le altre regioni a statuto speciale e col movimento complessivo delle regioni ordinarie e delle autonomie locali. Non possiamo però nasconderci il fatto che quest'iniziativa politica pur importante, si colloca nella logica della riduzione del danno, stiamo facendo una battaglia politica difensiva che cerca di sventare i colpi di una iniziativa a livello governativo che punta se non a smantellare, a ridurre notevolmente l'attività politico - istituzionale delle regioni ordinarie e soprattutto a ridurre gli spazi di manovra di attività politico - istituzionale delle regioni a statuto speciale.

Non vi è dubbio, infatti, che il complesso del disegno di legge costituzionale sia dannoso non solo per la Sardegna e le altre regioni a statuto speciale, ma anche per tutto il sistema istituzionale italiano; questo progetto va respinto perché è contrario agli interessi del Paese. Non è una mia valutazione; è il giudizio che ha dato in varie occasioni, e lo riporto perché è emblematico, il Vicepresidente del Senato Fisichella, una delle massime cariche istituzionali dello Stato oltre che autorevole costituzionalista. Questo progetto - lo ribadisco - va respinto perché è contrario agli interessi del Paese. Va respinto perché prevede una frantumazione del Paese in cui è implicita l'idea del rafforzamento delle regioni forti del Settentrione a scapito delle regioni del Meridione, soprattutto, regioni forti del Settentrione a cui è delegato il compito di competere con le economie degli altri stati europei; idea che nella fase iniziale delle rivendicazioni della Lega, sotto la guida teorica del professor Miglio, prevedeva, come ha ricordato stamani l'onorevole Floris, la divisione dell'Italia in tre macro regioni. La Lega ha tatticamente abbandonato la proposta di secessione, ma ha mantenuto viva la base iniziale e l'essenza dell'idea di frantumazione del Paese.

Questo disegno di legge è da respingere, inoltre, perché istituisce un sistema politico basato sul bonapartismo del Presidente del Consiglio, con il previsto aumento smisurato dei suoi poteri e con la conseguente riduzione dei poteri del Presidente della Repubblica, della Magistratura e quant'altro. È da respingere perché non si può modificare in maniera così profonda l'assetto istituzionale previsto dal Titolo Quinto della Costituzione, senza avere definito con precisione gli strumenti e le risorse per la gestione delle nuove e diverse competenze che tutte le regioni italiane, non solo quelle ad autonomia speciale, debbono acquisire.

Vorrei leggere il parere favorevole che è stato dato riguardo al disegno di legge costituzionale dalla sesta Commissione permanente, la Commissione finanze: "La maggioranza della Commissione esprime parere favorevole con la seguente osservazione: consideri la Commissione di merito la necessità che il processo di riforma costituzionale in senso federalista prospettato dal disegno di legge, si accompagni alla tempestiva definizione dei meccanismi di funzionamento del federalismo fiscale, al fine di dare concreta attuazione alle previsioni relative all'autonomia finanziaria dei comuni, delle province, delle città metropolitane e delle regioni, ed al coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario di cui all'articolo 119 della Costituzione, tenendo conto dei risultati dell'alta Commissione di studio sul federalismo, istituita dall'articolo 3 comma 1 lettera b) della legge numero 289 del 2002".

Sul punto dell'attribuzione delle risorse per far marciare, quindi, il processo di federalismo o di devoluzione, è chiaro che questa raccomandazione della Commissione finanze della Camera, espressa sul disegno di legge in discussione, è praticamente quasi una bocciatura, o almeno io la intendo così. Perché non si può pensare di trasferire tutta una serie di funzioni senza aver prima definito quali sono le disponibilità finanziarie che consentiranno alle regioni, e quindi per ricaduta al complesso delle autonomie locali, di poter gestire al meglio le funzioni e le competenze che vengono loro trasferite. Tra l'altro ricordo che un principio di questo tipo, non mi ricordo l'articolo, mi perdonerà il Consiglio, era previsto anche nella legge numero 142 del 1990, quando il movimento delle province e dei comuni chiese con forza all'allora ministro Gava che venisse inserito un articolo che prevedesse che, contemporaneamente al trasferimento delle funzioni e delle responsabilità, fosse definito anche con precisione il trasferimento delle risorse necessarie per l'esercizio di queste funzioni.

Quindi questo progetto è complessivamente da respingere anche perché il disegno di riforma è segnato in maniera negativa dalla logica di scambio all'interno della maggioranza di governo; il patto politico che regge la maggioranza attuale che governa il Paese contiene al proprio interno, fin dall'inizio della legislatura, la richiesta di devolution proposta dalla Lega. Ora la maggioranza è sotto il ricatto di questo partito. Per questa ragione penso che la pur apprezzabile ed apprezzata iniziativa unitaria che è stata attivata dal Presidente del Consiglio, dal Presidente della Regione e dalla prima Commissione consiliare, alla quale hanno partecipato anche i parlamentari sardi, iniziativa che è stata assunta in raccordo con le altre regioni, potrà difficilmente - spero di essere smentito - essere accolta dal Governo e dalla maggioranza.

Su questo problema è stato raggiunto un equilibrio tra le divergenti posizioni politiche dei partiti di maggioranza con tale difficoltà, che è plausibile pensare che ogni ulteriore modifica possa portare alla implosione del quadro politico nazionale. Non me ne vogliano i consiglieri della minoranza, ma non mi sembra cosa vana ricordare le dimissioni di Bossi da Ministro e la minaccia di dimissioni da parte di segretari di partiti della maggioranza su questo argomento.

Non possiamo peraltro non vedere e non sentire che il ministro Calderoli, che dialoga con cordialità ed attenzione con tutti gli interlocutori istituzionali, è la stessa persona che, svestiti i panni da ministro e vestiti quelli da leghista, ammonisce gli alleati di governo affermando che se il progetto di devolution non verrà approvato velocemente dal Parlamento la Lega uscirà dal Governo; non posso neanche dimenticare che lo stesso ministro Calderoli è il deputato che insieme ad altri propose alcuni anni fa l'emendamento che prevedeva che l'ottanta per certo delle imposte percette in una regione dovessero essere assegnate obbligatoriamente alla regione stessa, in barba a tutti i principi di solidarietà, di sussidiarietà e di equilibrio nella ripartizione delle risorse tra regioni, che sono alla base di una politica finanziaria unitaria gestita dallo Stato, e soprattutto solidaristica.

Ecco perché penso che probabilmente potremmo trovarci di fronte ad un atto di prepotenza del Governo e della maggioranza per la propria sopravvivenza, che potrebbero essere portati a calpestare il movimento delle autonomie regionali e locali. Ecco perché dobbiamo insistere nella battaglia per la difesa della nostra autonomia e specialità, ma contemporaneamente dovremo cominciare anche ad attrezzarci, e il richiamo che è stato fatto nel documento della prima Commissione ed anche dal Presidente della Regione è emblematico in questo senso, dovremo cominciare ad attrezzarci per chiedere il referendum previsto dall'articolo 138 della Costituzione, tant'è che è auspicabile o si presume, anzi penso che sia garantito, che la maggioranza non potrà godere nelle due camere, dei due terzi dei voti per l'approvazione della legge in seconda lettura.

Io penso anche che contemporaneamente dobbiamo riconoscere che sul fronte del federalismo interno, nei confronti di province e comuni, la Regione sarda non può vantare per il passato comportamenti molto diversi da quelli che il Governo nazionale ha avuto e ha nei confronti delle regioni. Spesso anzi il centralismo e il burocratismo regionale hanno assunto caratteri più accentuati rispetto a quelli dello Stato; sottolineo che ad oggi è ancora quasi totalmente inapplicata in Sardegna la legge numero 142 del 1990, di riforma dell'ordinamento delle autonomie locali, ed addirittura sono ancora inapplicate alcune disposizioni legate ai decreti noti col nome di Bassanini.

Ecco che abbiamo così l'obbligo politico ed istituzionale di continuare la battaglia difensiva sui punti individuati dal documento della prima Commissione e ripresi dal documento dei Presidenti delle regioni a statuto speciale, ma contemporaneamente dobbiamo dare seguito immediato alle indicazioni programmatiche che hanno ricevuto largo sostegno dagli elettori sardi: adeguamento dello Statuto, riforma della Regione, trasferimento di funzioni e risorse alle autonomie locali.

Io penso che solo così potremo riuscire a guadagnare autorevolezza e a recuperare credibilità, rispetto anche alle timidezze ed ai ritardi che hanno contrassegnato l'atteggiamento riformistico della Regione negli anni passati. Solo così potremo riscattare un passato di specialità sprecata per molti aspetti e guadagneremo maggior credibilità istituzionale nei confronti della politica nazionale, ma soprattutto nei confronti delle istituzioni locali e del popolo sardo.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Artizzu. Ne ha facoltà.

ARTIZZU (A.N.). Grazie signor Presidente. Mi soffermerò brevemente su due aspetti per chiarire la posizione che ho avuto modo di esprimere durante i lavori della Prima Commissione la settimana scorsa, e il secondo aspetto credo faccia chiarezza circa le posizioni di Alleanza Nazionale sulle ipotesi di Assemblea Costituente.

Voglio innanzitutto, comunque, esprimere un apprezzamento e un ringraziamento al Presidente della Commissione autonomia ed ai colleghi della maggioranza per come sono stati condotti i lavori in occasione di quella riunione perché ho potuto notare ed apprezzare, da parte dei colleghi della maggioranza, una sincera e proficua volontà di collaborare e di trovare dei punti di intesa, che infatti sono stati trovati. Mi sembra che questa sia un'ottima base per proseguire con questo stile, naturalmente ciascuno con le proprie idee e con le proprie specificità, il lavoro nei prossimi mesi ed anni.

Il valore che sta a cuore a tutti noi è quello dell'autonomia; un'autonomia che purtroppo, bisogna anche ricordare, non è stata mai attuata, è sempre stata proclamata, difesa e tutelata nei discorsi, nei programmi e nelle enunciazioni ma se dovessi anche giudicare da quello che ho imparato nel corso della mia attività di giornalista, credo di poter dire che in realtà la nostra Isola l'autonomia non l'abbia mai utilizzata. Non mi pare di aver mai visto su grandi temi come l'urbanistica o le politiche agricole una grande affermazione di autonomia ma piuttosto una costante omologazione alle leggi e alle direttive dello Stato.

Combattiamo dunque volentieri per il valore dell'autonomia nel quale tutti crediamo, non come i talebani, ma come gente aperta al dialogo; fa anzi sorridere sentire qualche posizione da talebano sulla bocca di qualcuno che dimentica quello che accadde nel 2001 in occasione della frettolosa riforma del Titolo V della Costituzione, che creò, quella sì, qualche problema per l'autonomia delle regioni, ed è superfluo ricordare chi fece quella riforma, in quale momento, nell'imminenza delle elezioni, e perché, per salvare quali bacini di consenso e di elettorato. Comunque, l'affievolimento della specialità fu posto proprio dalla modifica del Titolo V della Costituzione che ha attribuito alle regioni a statuto ordinario più poteri rispetto a quelle a statuto speciale, e questa è la realtà con la quale oggi ci dobbiamo confrontare. Oggi si cerca di portare a completamento quel lavoro e si cerca di farlo nel modo migliore, e il nostro compito è quello di difendere l'autonomia.

Ma vengo alla questione dell'interesse nazionale, per chiarire ancora una volta perché ho ritenuto doveroso distinguermi a nome di Alleanza Nazionale in prima Commissione; ribadisco che questa è una posizione del partito nel quale io mi onoro di militare; le ragioni sono evidenti anche se ovviamente opinabili e discutibili. Partiamo da quello che consideriamo un concetto sacro, quello dell'unità nazionale, e partiamo quindi dalla necessità, dall'opportunità e dal desiderio di fornire anche dei paracadute e degli ombrelli di salvataggio a pericoli che potrebbero minare quest'unità nazionale. Voglio però far notare che nel testo attualmente in esame, che è anche oggetto di modifica e comunque di discussione e di confronto - credo che nessuno possa negare che in questo momento il Governo sta mettendo in atto tutti gli sforzi per cercare un'intesa e mi pare anche che si stia lavorando bene in questa direzione - la possibilità di impugnare (lo dico ma non è il termine giusto) le leggi, è sì riferita al Governo, ma l'esame delle leggi che si ritiene possano ledere l'interesse nazionale - mi viene in mente un caso emblematico che potrebbe essere quello della realizzazione di un'opera pubblica, ad esempio un'autostrada, che potrebbe attraversare una regione la quale potrebbe però varare una legge tale da impedirne la prosecuzione, oppure tale da impedire la realizzazione di una qualunque altra opera pubblica - ebbene, l'esame di quella legge o della parte di quella legge che si ritiene possa ledere il valore dell'unità nazionale e dell'interesse nazionale, spetta al Senato Federale. Quindi, non spetta al Governo e neanche alla Camera dei Deputati ma spetta a quel ramo nuovo del Parlamento che sarà espressione proprio delle autonomie regionali. In un'ultima istanza, dopo un eventuale ritorno della legge o della parte della legge che è stata messa in discussione al Consiglio regionale in questione, poi la decisione finale spetta al Presidente della Repubblica che potrebbe prendere una decisione in un senso o in un altro. Quindi, in queste norme, francamente, non mi sembra di poter ravvisare una lesione dell'autonomia.

Assemblea Costituente; è un tema che inevitabilmente è tornato alla ribalta perché stiamo parlando comunque di riforme ed io ritengo che Alleanza Nazionale non possa e non debba in questo momento tacere su questo argomento importante, così sentito non solo dal mondo politico ma evidentemente anche dall'opinione pubblica. Il Consiglio regionale trae i propri poteri dalla Costituzione e dallo Statuto; tra questi il più importante è il potere - dovere d'iniziativa legislativa, anche di rango costituzionale, quali sono appunto le leggi di modifica dello Statuto. Il Consiglio regionale è un'Assemblea costituzionale democratica eletta a suffragio universale e in quanto tale rappresenta tutti i sardi. Alla luce di questi principi, mi pare non corretto affermare che il Consiglio regionale non abbia un mandato popolare sufficientemente solido da potersi occupare di queste riforme; tale mandato infatti deriva direttamente dai poteri e dalle funzioni riconosciute al Consiglio stesso. Ancora più errato sarebbe, a mio modesto avviso, ritenere che il Consiglio non voglia o non possa esercitare quel potere prescindendo da precisi ed ulteriori indirizzi politici. In campagna elettorale quasi tutti i partiti hanno posto le riforme al centro del proprio programma. Allora chi dovrebbe dare indirizzi politici suppletivi ad un'Assemblea che è essa stessa espressione della sovranità popolare? Chi dovrebbe darli ad una forza politica, penso al mio partito, Alleanza Nazionale, ma anche agli altri, che delle riforme ha fatto una propria bandiera? Se il Consiglio regionale non volesse fare le riforme, delegandole ad altra assemblea, rinuncerebbe ad esercitare un potere che ha, e questo sarebbe - a mio modesto avviso - profondamente sbagliato e non rispettoso delle prerogative del Consiglio stesso e, in definitiva, non rispettoso della volontà popolare. L'idea della Costituente nasce, a detta dei suoi sostenitori, dalla volontà di condurre una battaglia tra la gente ed ottenere consenso e forza politica. La battaglia tra la gente è giusta ma si può condurre anche senza continue, forse inutili, sicuramente costose, consultazioni elettorali.

Ma veniamo ad alcuni aspetti che coniugano la pratica alla politica. Alleanza Nazionale, che sostiene il maggioritario, non potrebbe accettare di reintrodurre nell'elezione di un'assemblea il proporzionale puro. Da chi poi dovrebbe essere composta la Costituente? Non dai consiglieri regionali, ovviamente, che diverrebbero controllati e controllori; ed allora da chi? È costituzionalmente legittimo prevedere requisiti di studio o di censo per l'elettorato passivo in un'assemblea costituzionale? Ed in caso di risposta negativa quali celeberrimi costituzionalisti verrebbero fuori dall'elezione? E se il censo e lo studio fossero ritenuti inutili perché rivolgersi ad una nuova assemblea?

Io ritengo che ciò che s'intenderebbe deputare all'Assemblea costituente lo debba attuare il Consiglio. Ad esso dobbiamo contribuire a dare dignità, quella dignità a cui giustamente e legittimamente si fa riferimento in modo particolarmente incisivo negli ultimi mesi, da quando nel quadro delle riforme della Costituzione si dibatte, fortunatamente con una certa unitarietà di intenti, pur nella legittima diversità di opinioni, sulla necessità di mantenere, e se è possibile potenziare, il valore della nostra autonomia.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Balia. Ne ha facoltà.

BALIA (Gruppo Misto). Signori Presidenti della Regione e del Consiglio, colleghi, anche l'avvio di questa legislatura - come peraltro è avvenuto più volte nel passato - è contraddistinto da un elemento: anziché precorrere gli eventi, anticiparli, discutere le relative problematiche e trovare soluzioni, ci ritroviamo, nostro malgrado e al di là di tutto, ad essere inseguiti e quindi a dover affrontare i problemi a seguito di particolari contingenze. È evidente che ciò accade non solo perché noi siamo ad inizio di legislatura, ma perché altri livelli istituzionali nel frattempo hanno avviato un percorso che stanno, in ogni caso, tentando di portare a conclusione.

Ora, l'intervento finale dell'onorevole Artizzu, ma non solo, mi pare anche tutti gli altri interventi che vi sono stati in Aula, non si sono limitati a parlare del problema contingente, ma sono naturalmente partiti da ben più lontano - io dico anche logicamente è ovvio - introducendo le tematiche relative alla riscrittura del nuovo Statuto ed assumendo come elemento contingente il fatto che è oggi all'esame del Consiglio. Se avessimo avuto tempo, signor Presidente, cioè se non fossimo stati rincorsi da questa emergenza, non vi è dubbio che sarebbe stato ben più logico e naturale che dentro questa istituzione aprissimo un dibattito ampio non solo sugli strumenti utili per la riscrittura del nuovo Statuto per la Sardegna, ma anche sul contenuto del nuovo Statuto, perché sulla salvaguardia dei principi, dei valori di autonomia e di specialità della Sardegna possiamo anche essere tutti uniti, quando si tratta di enunciati generali, può essere invece che su singoli aspetti abbiano a scontrarsi - ed è anche giusto che così sia - filosofie che si basano su presupposti diversi. Però il fatto che sia i colleghi del centrosinistra quanto i colleghi del centrodestra abbiano posto l'accento sugli strumenti e sui contenuti dello Statuto ci fa comprendere quanto sia urgente che questo tema arrivi alla discussione in quest'Aula.

Ora, non ritengo opportuno riprendere le discussioni che abbiamo fatto in passato, quando questa Assemblea ha votato la proposta di legge sull'istituzione dell'Assemblea Costituente. Diceva l'onorevole Onida: "Ci siamo divisi"; e da come ha impostato il suo ragionamento pare quasi che coloro i quali hanno votato a favore dell'Assemblea Costituente possano oggi avere un titolo di merito, mentre coloro i quali l'hanno osteggiata debbano obbligatoriamente essere ascritti tra i reprobi e quindi avere un demerito.

Non è questa l'occasione per entrare nel merito del problema, anche se qualcosa obbligatoriamente, proprio perché propedeutica a tutto, dev'essere detta. Non vi è dubbio che tutti noi abbiamo subito - lo dice chi ha votato contro quell'ipotesi - il fascino di un'eventuale assemblea costituente; il fascino era dato da questa grossa possibilità di coinvolgimento sociale ed istituzionale, però è altresì indubbio che quel progetto di legge, pure approvato a maggioranza in Aula, poi non è andato avanti, è arrivato in Parlamento, abbiamo avuto migliaia di rassicurazioni sulla sua approvazione in tempi rapidi ma è rimasto assolutamente immobile.

Bene colleghi, di chi è la colpa? Noi eravamo divisi, ma vi era una maggioranza, peraltro abbastanza trasversale, che ha fatto sì che quel provvedimento fosse approvato dal Consiglio e poi è rimasto nel chiuso delle stanze delle commissioni del Parlamento italiano. Questa certamente non è responsabilità di questa Assemblea, che pure in più occasioni ha sollecitato l'approvazione del provvedimento medesimo. La domanda è: vi è ancora davvero qualcuno, così come mi è parso di comprendere, dentro quest'aula, innamorato allora di quel percorso e di quello strumento che conferma la scelta di allora? A me è parso di comprendere di sì, ma sinceramente una riaffermazione di quel percorso suscita non poche perplessità, perché il rischio potrebbe essere di imbarcarsi nuovamente in un itinerario affascinante, coinvolgente quanto si vuole, che pone - a mio avviso - anche problemi di costituzionalità, perché si tratta di un organismo che finisce con l'esplicare funzioni che sono proprie e caratteristiche di questo Consiglio, così come l'onorevole Artizzu poc'anzi mi pare abbia sostenuto, col rischio che in attesa del compimento di quel percorso anche questa legislatura, Presidente Soru, finisca con l'essere una legislatura che in tema di riforme, perlomeno quella più importante, la riscrittura dello Statuto, è destinata a segnare il passo e a non conseguire risultati.

Ben diversa, di altra portata storica, politica, ma anche pratica è invece l'ipotesi di assemblea costituente consultiva, della quale poi dovremo definire i livelli di competenza e le modalità attraverso le quali debba essere costituita; noi eravamo ben favorevoli, già nella scorsa legislatura, ad un percorso di questa natura.

Allora, entrare nel merito del nuovo Statuto, del contenuto e non delle procedure, significa sicuramente porsi anche una serie di domande. Io provo ad elencarne qualcuna a mero titolo esemplificativo: le nuove garanzie per finanziamenti straordinari attraverso un rinnovato di piano di rinascita possono passare all'interno o devono viaggiare collateralmente? Il piano di infrastrutturazione, che pure in Sardegna è fortemente carente, deve trovarvi riferimento, oppure no? In ultimo, ma non per ultima: la dotazione finanziaria che dev'essere attribuita alla Sardegna come regione a Statuto speciale può continuare nel tempo ad essere ballerina e a subire notevoli variazioni di anno in anno, oppure dev'essere ancorata a parametri certi, prefissati nel nuovo Statuto?

Vado oltre; ma vi pare legittimo che in tutti i rapporti con l'Unione Europea una Regione con le connotazioni e le caratteristiche di specialità, ma anche di arretratezza come la Sardegna, debba avere un ruolo non primario, ma sicuramente di secondaria importanza. Di fronte a tutta la normativa che la Comunità Europea sta riscrivendo in termini di tollerabilità di vapori, di fumo, di divieti per l'utilizzo di forni a legna e quant'altro, siamo costretti a restare inermi e subire quella politica, oppure dobbiamo avere i mezzi per tutelare i nostri prodotti che sono di nicchia ma importanti nel sistema economico sardo e per i quali dobbiamo chiedere deroghe? È accaduto che altre regioni, che pure fanno parte della Comunità Economica Europea abbiano ottenuto delle deroghe proprio in virtù della loro specialità, della loro cultura e del loro sistema economico. Per noi sarebbe un gravissimo danno se non prevedessimo, nel nuovo Statuto, quegli strumenti che sono i più importanti e se non facessimo uno sforzo per perseguire un obiettivo più alto che consenta anche deroghe attraverso una diretta contrattazione con l'Unione Europea. Ma questo - dicevamo - è argomento che ci ritroveremo in aula spero da qui a qualche settimana.

Per entrare nel merito della discussione odierna - siccome mi è parso di cogliere da parte di qualche collega, nello specifico l'onorevole Pisano, perplessità, tentennamenti o dichiarazioni contrarie rispetto alla risoluzione approvata dalla Commissione Prima - l'invito non può che essere alla totale unità di questo Consiglio regionale, di maggioranza ed opposizione, sapendo in partenza che il nostro potere di contrattazione nei confronti dello Stato è già basso, è già poco significativo, con una risoluzione approvata all'unanimità, figuriamoci se dovessimo dividerci! Vale la pena dividersi su un argomento come questo?

Se dovessimo parlare di tutte le modifiche contenute nel progetto di riforma del Titolo II della Costituzione sicuramente vi sarebbero elementi per dividerci, ma siccome l'ordine del giorno è limitato esclusivamente alla salvaguardia della nostra specialità e dei nostri poteri autonomistici, l'invito è invece che ovviamente perveniamo a un voto unanime, superando le differenze. Ha ragione l'onorevole Onida quando nell'intervento di stamattina sottolineava che il Governo centrale, non solo questo attuale, ma anche quello del passato, quando ha apportato delle modifiche costituzionali lo ha fatto senza consultare le istituzioni regionali, con uguale prepotenza e uguale capacità di imposizione. Ma proprio per contenere quella prepotenza e per riaffermare il principio che dobbiamo essere i primi artefici della scrittura del nostro Statuto, dobbiamo dare un segnale di totale unità come Consiglio regionale, diversamente - badate - se continuiamo ad attardarci con le discussioni sullo strumento, che non è all'ordine del giorno, a ricercare artatamente divisioni perché una parte non condivide la nascita dell'Assemblea costituente, mentre l'altra parte è assolutamente favorevole, altro che saltare il Rubicone, come l'onorevole Pisano stamattina diceva, il rischio è che prima di saltare il Rubicone tutti insieme abbiamo a perire, e che l'autonomia, anziché essere un valore da salvaguardare, da difendere e da esaltare, finisca invece con l'essere res derelicta oppure res nullius.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pili. Ne ha facoltà.

PILI (F.I.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, non so quanti di voi oggi, a conclusione di questa sessione di lavori, potranno dirsi pienamente appagati e soddisfatti di questo dibattito. Malgrado la buona volontà di tutti, anche questo confronto sarà purtroppo archiviato negli annali come l'ennesimo inconcludente dibattito sull'autonomia regionale.

Un film già visto, colleghi, dove si invertono maggioranze e uomini, ma dove il prodotto non cambia. Siamo qui a rivendicare tutti, destra, sinistra, centro, più peso per l'autonomia regionale, più forza per la nostra specialità; la nostra è, però, ancora una volta, colleghi, una rivendicazione contingente, fine a se stessa, quasi come un cartellino da timbrare in entrata e in uscita, per testimoniare, insomma, che qualcosa su questo tema abbiamo comunque detto.

Devo essere sincero, sono rimasto un po' perplesso stamane quando ho sentito l'invito a limitare a due soli interventi per Gruppo questo dibattito. E' un sintomo chi si vuole fare in fretta su un argomento che appare, così posto, davvero poco affascinante e poco esaltante. Colleghi, se oggi chiudessimo questo dibattito con questa - me lo permetteranno tutti i colleghi - modesta risoluzione, avremmo ancora una volta sminuito il ruolo dell'Assemblea del popolo sardo e cioè il ruolo di ognuno di noi. E questo non possiamo permettercelo, né noi che siamo minoranza, ma ancor meno voi, colleghi, che siete maggioranza.

Occorre un balzo d'orgoglio della nostra autonomia, che non può essere richiamata sempre e solo di riflesso al dibattito nazionale. Non possiamo permetterci di restare a guardare e alzare solo un flebile sussulto quando qualche nube si addensa sulla nostra specialità. Oggi, così come ieri, è stato sufficiente un emendamento, una proposta che non mi esimo dal definire arbitraria, di modifica di alcuni commi e articoli, per richiamarci tutti alla mobilitazione istituzionale. Colleghi, se posso esprimere una modesta e umile ambizione, come ultimo consigliere regionale, è che questo non accada più. L'autonomia regionale è una partita troppo grande per essere giocata troppo in piccolo. Abbiamo il dovere morale, etico e politico di guidare noi e nessun altro le nostre azioni istituzionali; abbiamo noi l'arduo compito di dire allo Stato e all'Europa cosa vogliamo fare della nostra autonomia. Dobbiamo fare quello che alcuni definiscono un esame realistico dell'intero testo statutario, tagliando i rami secchi e dando spazio ai germogli, o dobbiamo perseguire una nuova autonomia speciale, europea e mediterranea? Io credo che si possa fare un lavoro puntuale, senza troppi sofismi, senza rinchiudere il dibattito nelle segrete stanze, soprattutto senza cadere nella vecchia trappola: "Protesto sempre e comunque perché comunque non ho niente da proporre". Ecco, questa visione dell'autonomia che si sveglia solo per protestare, per contestare, ma che non è stata in grado in cinquant'anni di proporre al Parlamento un testo del Consiglio regionale per la modifica statutaria, davvero non ci deve più appartenere.

Io, colleghi, voterò questa risoluzione, ma non ne condivido la contingenza, né l'assoluta mancanza di visione strategica. La voto per quel valore indissolubile che si chiama unità del popolo sardo, che noi, con senso di responsabilità anche rispetto al passato, abbiamo il dovere di salvaguardare ad ogni costo. Ed è un credito che vogliamo sottoscrivere nell'interesse supremo della nostra gente, ma non possiamo stare immobili né ci interessa seguire le alchimie della vecchia politica. Oggi questa autonomia illuminata, moderna, economica e sociale è purtroppo lontana; ebbene, colleghi, faremmo un atto davvero importante se riuscissimo a stbilire un termine temporale già in questa fase finale del nostro dibattito, per definire le nuove linee dello Statuto, sia per quanto riguarda il percorso istituzionale che intendiamo percorrere, sia per quanto riguarda il contenuto della proposta statutaria. Stabiliamo un termine di tre mesi entro il quale definire innanzitutto il percorso della riforma statutaria e diamoci altri sei mesi per definirne il contenuto.

Due soli richiami sul percorso e sulla sostanza. Sul percorso vorrei dire questo: nella precedente legislatura abbiamo lavorato per arrivare ad una Costituente che potesse scrivere lo Statuto aprendosi alla società civile. In Parlamento la competente Commissione Bicamerale che ha esaminato la proposta, ha pure espresso un parere favorevole, ma, diciamolo pure, lo scontro interno alla sinistra ha rappresentato una buona giustificazione anche per gli oppositori della maggioranza di allora per frenare quell'iter. Bene fanno i colleghi Riformatori a richiamare il prosieguo di quell'iter, ma io sento il dovere, in quest'Aula, di rappresentare a questo Consiglio che non possiamo, non dobbiamo fare affidamento sui tempi parlamentari per modificare il nostro Statuto. Per giunta si tratterebbe di un processo che rischierebbe di andare a cavallo dell'attuale e della futura legislatura nazionale, con tutto quello che ciò comporta per la Sardegna e per i sardi. Dunque la mia proposta, colleghi, è questa: verifichiamo i tempi della Costituente nazionale, ma predisponiamoci per la via sarda alla Costituente. Sì, colleghi, la via tutta sarda per riscrivere lo Statuto.

Ho letto con interesse la proposta del Partito Sardo d'Azione e credo sia corretto valutare - certamente lo è per me - la possibilità di aderire, anche con qualche elemento migliorativo e correttivo, a quella proposta; proposta che io personalmente, sottolineo personalmente, sento concettualmente già di condividere per l'urgenza e l'ampiezza del coinvolgimento necessario in una partita così rilevante e così importante. Penso a una Costituente che affianchi, che valorizzi, che rafforzi il Consiglio regionale, che lo esalti nel suo compito legislativo; una Costituente composta in modo tale da favorire non lo scontro politico, ma un alto confronto istituzionale, ideale e culturale. Penso a uomini impegnati nelle istituzioni locali, ai sindaci, alle forze sociali, a uomini della cultura; penso al Presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga; penso al Ministro dell'interno, Pisano, al cardinale giurista Mario Francesco Pompedda, all'europeista Mario Segni.

Oggi la nostra autonomia, colleghi, deve diventare maggiorenne; non possiamo più limitarci alla politica degli ordini del giorno in risposta all'uno o all'altro dei parlamentari, di destra o di sinistra. I termini pattizi del nostro Statuto vincolano tutti a un punto di incontro e il Consiglio regionale è davvero il punto cardine di tutto l'impianto autonomistico sardo. Togliatti definiva il nostro Statuto una larga autonomia data a quelle regioni che ne hanno bisogno per riparare i torti fatti loro in passato. Bisogna far fare alla nostra autonomia un salto di qualità; oggi abbiamo tutti l'ardire di pensare che questa nostra autonomia deve essere speciale perché i sardi sono un popolo e una nazione, non nel senso ottocentesco, ma in quello più moderno, più vero, di identità non solo etnica, storica, linguistica e culturale, ma soprattutto economica e sociale, in un territorio geograficamente determinato.

La revisione della forma di Stato in senso federale, avviata dal centrosinistra - consentitemelo - in termini confusi e assolutamente privi di quel consenso parlamentare necessario per un passo così importante, meritava, e oggi a maggior ragione merita, un capitolo Sardegna diverso da quello relativo a tutte le altre regioni, e, se posso eccedere, colleghi, diverso anche da quello sulla Sicilia e le altre regioni a statuto speciale. Se altre regioni possono avere esaurite le ragioni della specialità, per la Sardegna restano tutte, anzi si allargano. Noi siamo nazione, colleghi, intesa come entità e identità di popolo, ma abbiamo bisogno di poteri, anche come Stato, su alcune questioni di primaria rilevanza economica e in questo campo specifico, guardando all'Europa.

Il nostro Statuto richiede un'autorevole riscrittura sia in termini istituzionali interni, cioè il rapporto tra Stato e Regione, ma ha bisogno soprattutto di un nuovo capitolo, quello più importante, a mio conoscere, quello relativo al rapporto con l'Europa. Noi possiamo avere tutti i riconoscimenti statutari di specialità che vogliamo, ma se questi non sono contemplati dall'Europa resteranno lettera morta. Vogliamo la zona franca di produzione, colleghi? Lo Stato ce la può anche riconoscere, ce l'ha riconosciuta con i punti franchi contemplati nel nostro Statuto, ma il livello europeo ha fermato tutto! Vogliamo la continuità territoriale per le merci? Una legge dello Stato l'ha riconosciuta, ma l'Unione Europea l'ha bloccata! Vogliamo maggiore potenzialità irrigue per i nostri campi? Potevamo averla, ma l'Unione Europea ce lo ha impedito. Dunque la nostra frontiera autonomistica non è più solo statale, ma è semmai oggi sempre più europea. E aggiungo, oggi come non mai abbiamo il dovere di guardare in termini strategici al Mediterraneo, dove la Regione - Stato della Sardegna deve poter svolgere un ruolo importante proprio per la sua posizione e la sua centralità geografica.

Non guardiamo alla revisione del nostro Statuto come a un momento per scagliarci contro lo Stato o il Governo di turno, ma eleviamo il confronto. Questo Consiglio stabilisca con un voto unanime - oggi, colleghi, non domani, stasera - la data per una specifica sessione di lavori sullo Statuto. Lo faccia ora e non rimandi a una Commissione una partita così rilevante. Se poi non lo vorrete fare, colleghi, pazienza, del resto ogni giardino dà i fiori che può dare e qualche volta non sono sempre rose!

Colleghi, non riduciamo la nostra autonomia ad un recupero culturale da richiudere in qualche museo o da affidare a qualche antropologo. La nostra identità, la nostra autonomia è vita, è libertà ed è controllo di popolo, amava ripetere Emilio Lussu. Autonomia, futuro, modernità e sviluppo, che oggi dobbiamo imparare a vivere da sardi, da italiani e da europei, non affidandoci alla sterile protesta, ma alla feconda proposta.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Ladu ma è assente.

E' iscritto a parlare il consigliere Vargiu. Ne ha facoltà.

VARGIU (Riformatori Sardi). Signor Presidente, colleghi consiglieri, io credo che il dibattito che si è svolto oggi in quest'Aula - forse ha ragione qualche collega che l'ha definito una ripetizione di altri dibattiti già svolti sui temi dell'autonomia - non potesse non aver luogo a seguito di ciò che nel Parlamento nazionale si sta verificando, nel senso che se quest'Aula non entrasse nel merito delle problematiche che il 13 settembre il Parlamento nazionale inizierà a discutere, starebbe di fatto abdicando al suo ruolo di massima rappresentanza istituzionale dei sardi.

Quindi lo sforzo che a quest'Aula compete è proprio quello di evitare la ritualità, cioè di evitare che il ragionamento che si svolge in tempi contingentati in relazione a urgenze che comunque sono dettate dai tempi del Parlamento nazionale, sia realmente contingentato, cioè privo di spazio per la fantasia, per la riflessione ed eventualmente per la messa in campo di strumenti ulteriori rispetto a quelli che già oggi tutti quanti sappiamo essere sul campo.

E' evidente che il ragionamento che sottende la riflessione sulla risoluzione approvata dalla prima Commissione ci obbliga ad entrare nel merito di ciò che il Parlamento nazionale sta facendo ed è evidente che questo ragionamento e questa riflessione poi è stata presente nei discorsi della gran parte dei colleghi che sono intervenuti stamattina. Anche noi Riformatori non intendiamo sottrarci a questo ragionamento, nel senso che io credo che qualsiasi forza politica, qualsiasi forza che esprime un consenso sociale, debba chiaramente dire qual è la sua posizione nei confronti del federalismo che oggi si discute nel Parlamento romano.

Noi Riformatori lo diciamo in maniera chiara, affinché non ci sia nessun tipo di fraintendimento: questo federalismo nazionale a noi non piace.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE SPISSU

(Segue VARGIU.) A noi sembra che assomigli a una sorta di neocentralismo regionale che poi andrebbe a soffocare le autonomie locali, che pure sono indispensabili per qualsiasi forma di federalismo, e a noi sembra che ci sia scarsa attenzione, che ne abbia avuta scarsa il Governo di centrosinistra nel 2001 e che ne abbia scarsa il Governo di centrodestra oggi, nell'avviare un laboratorio politico che forse è unico per caratteristiche al mondo. Tutti i grandi decentratori, tutti i grandi autonomisti, tutti i grandi federalisti citati in quest'aula si sono cimentati nella discussione sulla nascita degli Stati nazionali, quando a causa della situazione di frammentazione del potere si è resa necessaria una delega a un livello superiore per la costituzione dello Stato nazionale. Oggi, in Italia, il procedimento è assolutamente inverso e comporta una serie di rischi di disfacimento dello Stato nazionale dei quali non è possibile sottovalutare la portata; oggi noi andiamo a discutere materie che l'articolo 117 attribuisce alla competenza delle regioni che non possono non creare preoccupazione in qualsiasi cittadino che risiede in quelle che sono definite le regioni più svantaggiate o le regioni meno ricche, basta pensare soltanto ai tempi della sanità e della pubblica istruzione. Io credo che sia evidente a tutti che gestire un sistema sanitario per un milione e seicento mila persone all'interno di un quartiere della città di Milano, gestire un sistema di "118" all'interno del quartiere della città di Milano sia cosa ben diversa, dal punto di vista dello sforzo organizzativo e conseguentemente di quello economico, rispetto al doverli gestire in una regione dove il milione e seicento mila abitanti è disperso in una superficie che territorialmente è la terza per dimensioni in Italia.

Per la pubblica istruzione vale lo stesso identico ragionamento: gestire la pubblica istruzione nelle scuole di un grosso quartiere, di una serie di quartieri di Milano che assommino insieme il milione e seicento mila persone che costituisce la popolazione della nostra Sardegna, credo sia cosa ben diversa rispetto al dover garantire l'istruzione in paesi che hanno duecento abitanti, quattrocento abitanti, cinquecento abitanti e che spesso sono lontani decine di chilometri dal centro abitato più vicino.

Credo che questa riflessione non sia stata fatta a sufficienza e credo che quella sorta di entusiasmo, che negli ultimi anni dilaga intorno all'idea vincente del federalismo abbia veramente sottovalutato questa prospettiva e che l'abbiano sottovalutata tutti coloro che come i sardi hanno la sfortuna di vivere in una regione che non ha bisogno di aiuti, che non ha bisogno di elemosine, ma che chiede legittimamente uguali diritti per i suoi cittadini, cioè chiede quelle pari opportunità, quella uguaglianza dei punti di partenza che qualsiasi democrazia liberale deve porsi come obiettivo da garantire a qualsiasi cittadino residente all'interno del proprio territorio.

Abbiamo visto, ma la stessa Giunta Soru ha visto, in questi giorni, ne parleremo quando discuteremo in modo specifico il problema dei DRG in sanità che il rimborso delle prestazioni sanitarie in regime di ricovero, che oggi si eroga in Sardegna è alle tariffe del 1994 meno il 20 per cento, mentre altre regioni italiane hanno tariffe ben diverse dalle nostre, il che significa che ogni cittadino sardo che viene curato, per sua scelta libera, fuori dalla Sardegna costa alla Regione Sardegna molto più di quello che costerebbe se curato all'interno del suo territorio e ciò comporta una spoliazione continua di risorse verso altri sistemi sanitari regionali.

Credo che questo sia un problema grosso nel senso che la garanzia di eguali prestazioni sanitarie, la garanzia di eguale istruzione scolastica, la garanzia di un sistema di difesa del cittadino e di un sistema di tutela dei diritti legali di ciascuno di noi, siano gli elementi costituenti del patto nazionale, quindi siano gli elementi costituenti di quel processo attraverso il quale nel 1800 si sono formati gli Stati nazionali attraverso la delega di competenze dal livello inferiore al livello superiore.

Penso che su questo siamo stati assolutamente chiari, avremo modo di ritornarci, riteniamo che il dibattito sul federalismo sarà un dibattito a cui difficilmente quest'Aula si potrà sottrarre nei mesi futuri e sarà un dibattito, proprio per le nostre richieste di mantenimento di autonomia e di specialità, sul quale non sarà consentito semplicemente citare Bellieni e Gioberti, Pio IX e Don Sturzo, ma sarà necessario diventare novelli Bellieni, novelli Don Sturzo e novelli Gioberti, inventando nuove forme di autonomia e nuove forme di specialità che consentano alla Regione Sardegna e ai cittadini sardi di avere uguali opportunità rispetto ai cittadini delle altre regioni, garanzia che secondo noi è fondamentale in qualsiasi paese che mantenga ancora l'unità nazionale dello Stato.

Il secondo punto sul quale vorrei entrare nel merito, senza ovviamente avere la pretesa di avere la verità in tasca, prende lo spunto da alcune riflessioni che ci sono state ieri nel corso dell'incontro tra i capigruppo del Consiglio regionale e i parlamentari sardi. Durante questo incontro qualcuno dei parlamentari ha detto: "Un errore che noi abbiamo fatto è stato quello di non portare tra i sardi il dibattito sullo Statuto, sulla specialità e sull'autonomia, che ai sardi può anche apparire un problema forse di ingegneria costituzionale, di ingegneria istituzionale, quindi una cosa non attinente alla vita quotidiana di ciascuno di noi. Quindi oggi siamo in ritardo perché la riforma costituzionale è in fase avanzata di discussione e noi non siamo pronti a dare delle risposte ai problemi che sembra improvvisamente ci cadano addosso". Credo che questo ragionamento sia stato fortemente ingeneroso nei confronti dell'attività non solo di una larga parte di questo Consiglio regionale, al di là degli schieramenti, ma soprattutto di una larga parte della società sarda, di sindacati, di associazioni imprenditoriali, di decine di migliaia di singoli cittadini che hanno sostenuto in tutti i modi la proposta di legge sull'Assemblea costituente che nella scorsa legislatura (chi c'era ricorda, qualcuno soffre di amnesia, chi non c'era non ricorda, ma sicuramente ha avuto, se si occupava di politica, modo di conoscere e di sapere) ha coinvolto decine di migliaia di sardi. Ci sono stati dibattiti in tutti i paesi più piccoli della Sardegna su un argomento che i promotori - tra i quali noi Riformatori ci annoveriamo - sostenevano che sarebbe stato ben presto all'ordine del giorno dell'agenda politica e sul quale avere delle risposte già pronte, già disponibili, già in itinere, sarebbe stato un bel vantaggio per la Sardegna.

Credo che oggi potremmo dire - e la storia deve insegnare quantomeno a non commettere più gli stessi errori - che se noi fossimo riusciti ad esercitare quella pressione che non abbiamo esercitato a livello parlamentare, che ci consentisse di ottenere una risposta affermativa sulla proposta di legge approvata da questo Consiglio regionale andando oltre gli schieramenti e oltre le proposizioni dei singoli partiti, oggi avremmo in mano lo strumento che ci consentirebbe la diversificazione rispetto alle altre regioni italiane, anche a quelle a Statuto speciale; avremmo in mano lo strumento che confermerebbe la percezione della nostra peculiarità da parte dei sardi; avremmo in mano uno strumento col quale inizieremmo a discutere i contenuti della specialità e dell'autonomia.

Abbiamo detto tutti che forse oggi non siamo ancora in grado di conoscere appieno quali siano questi contenuti, io condivido questa affermazione, però se fosse stato possibile che questi contenuti avessero iniziato ad essere discussi dall'Assemblea costituente coinvolgendo personalità della cultura, del mondo dell'imprenditoria, dell'intera società sarda che più sono adeguate a questo ragionamento, io credo che noi avremmo avuto in mano uno strumento di sensazionale portata, di sensazionale capacità, che sarebbe stato in grado di significare a tutti gli italiani in modo straordinario, il senso dell'autonomia e della specialità che è intrinseco al ragionamento e alla cultura di ciascun sardo.

Quindi non è un caso che noi Riformatori - non soltanto noi, ma anche quelli che oggi dicono di essere o di essere sempre stati culturalmente estranei al ragionamento sulla Costituente - oggi ne abbiano parlato in Consiglio regionale, nel senso che di un argomento che non esiste, di un argomento fasullo non si parla. Se invece in tanti sono tornati sul ragionamento relativo alla Costituente significa che questo tema è comunque a noi presente, quantomeno è per ciascuno di noi un memento su quello che non si è voluto o su quello che non si è potuto fare.

Quindi, quando i colleghi, di cui noi rispettiamo, ovviamente, pienamente il ragionamento nel senso della riflessione, ci dicono che oggi in quest'Aula non si deve parlare della Costituente perché l'argomento è un altro - e ne hanno parlato in tanti che pure sono avvertiti di ciò - quando al nostro rappresentante, che pure aveva semplicemente un ruolo consultivo all'interno della Commissione in cui era osservatore, è stato negato di introdurre all'interno della risoluzione della Prima Commissione un richiamo a ciò che la Costituente è stata e a ciò che la Costituente poteva e potrebbe ancora rappresentare per l'intera Sardegna, credo che si faccia sostanzialmente un affronto alla storia recente di questa istituzione autonomistica. Credo che sia difficile per noi Riformatori, ma anche per chiunque, anche estraneo a questo schieramento negli anni precedenti, abbia avuto a favore della Costituente un impegno visibile, raccogliere un appello all'unità per andare a licenziare un documento, che può essere anche in larga misura condiviso da noi ma che non contenga alcun richiamo a ciò che il popolo sardo e la sua massima istituzione hanno fatto negli ultimi anni. Non ha infatti grande senso - se voi ci pensate - andare a riproporre i temi dell'autonomia ad un Parlamento dal quale aspettiamo da tre anni una risposta su un argomento che riguarda, assolutamente in maniera identica, ma in modo assai più forte perché pensato quattro o cinque anni fa, gli stessi temi dell'autonomia, della specialità e dello Statuto.

È per questo che, cari colleghi, possiamo anche capire lo spirito da emergenza della risoluzione della Prima Commissione, ma non siamo in grado di condividerlo sino in fondo se non si riesce ad introdurre in questo documento neanche un cenno a ciò che questo Consiglio regionale ha comunque fatto negli ultimi cinque anni e l'ha fatto non elaborando una semplice proposta di ingegneria costituzionale discussa in modo ovattato solo all'interno di quest'Aula, l'ha fatto con un dibattito che ha coinvolto l'intera società sarda.

Allora, Presidente, noi chiediamo ai colleghi della Prima Commissione che hanno approvato unitariamente questa risoluzione, di comprendere le ragioni del Consiglio regionale, non le ragioni dei Riformatori o di una parte della ex maggioranza, chiediamo di comprendere le ragioni che hanno portato questo Consiglio ad approvare il 30 luglio del 2001 una legge, che hanno portato la Commissione bicamerale per le questioni regionali a dare parere favorevole su questa legge e che hanno poi portato, per scarsa convinzione di questo Consiglio regionale e di chi sta dietro questo Consiglio regionale, a non ottenere che la Commissione affari costituzionali del Senato andasse avanti nell'approvazione del testo.

Colleghi, su argomenti importanti - devo dirvi - come è accaduto a voi nella scorsa legislatura nemmeno a noi Riformatori spaventerebbe la solitudine, cosa che pensiamo peraltro non debba verificarsi nel senso che su un argomento del genere non credo che resteremo in solitudine, e comunque ciò non ci spaventa.

Voglio concludere l'intervento citando il Presidente Soru, che è stato citato mille volte sullo stesso argomento in quest'aula, quasi sempre da noi Riformatori perché l'avevamo ascoltato durante un convegno al quale l'avevamo invitato come imprenditore e al quale lui aveva fatto la cortesia di partecipare. Ci raccontò la famosa storia del colibrì, l'avete già sentita altre volte: "Quando brucia la foresta, gli animali scappano, tranne il colibrì che con il suo becco prende acqua e va a spegnere l'incendio. Gli altri animali gli dicono: "Guarda che non spegni nessun incendio, così finirai bruciato anche tu" e il colibrì - disse il Presidente Soru - risponde: "Beh, io faccio ciò che credo che sia il mio dovere fare, spero che anche altri capiscano e se anche altri capiranno, sarà forse possibile spegnere l'incendio".

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Ladu. Ne ha facoltà.

LADU (Fortza Paris). Signori, Presidenti del Consiglio e della Giunta, colleghi e colleghe, oggi è cominciato in quest'aula, e purtroppo non per nostra volontà, un processo culturale e politico di grande momento per l'autonomia sarda. Così è successo, è stato già ricordato, ogni qualvolta sos bennidos dae levante hanno provato a toglierci pezzi delle nostre conquiste autonomistiche. Noi sardi, dall'alto della nostra storia millenaria, siamo professionisti nel resistere agli assalti, così come purtroppo ci siamo dimostrati specialisti nel bisticciare seguendo le brighe dei principi della corte di Madrid - lo diceva spesso qualche collega di questo Consiglio in passato - oggi il riferimento non è Madrid ma è Roma e la storia però non cambia. Dobbiamo qualche volta non difenderci ma attaccare facendo proposte forti e lungimiranti. Dobbiamo evitare di farci dividere sulla base di motivazioni che sono mutuate dal panorama politico italiano e mi pare che gli orientamenti che sono emersi da questa assise stiano finora andando in questa direzione.

Tante volte ci siamo promessi di aprire, con i nostri atti di resistenza anticentralista e per modificare lo Statuto approvato nel lontano 1948 - uno Statuto che tutti ormai, e noi in primis, consideriamo superato - una nuova fase costituente dell'autonomia sarda che noi riteniamo assolutamente indispensabile. In questo cammino, dobbiamo pur dirlo, non partiamo assolutamente da zero. Questo nostro Parlamento ha approvato due provvedimenti fondamentali in passato, il primo è la dichiarazione solenne di sovranità della Sardegna approvata due legislature fa, cioè nel 1998, con voto unanime ad eccezione di un solo astenuto; il secondo è la proposta di legge nazionale di iniziativa regionale che istituisce l'Assemblea costituente per la scrittura della nuova carta costituzionale. Qui c'è il senso profondo del concetto moderno, europeo dell'identità nazionale di un popolo e questo mi dispiace che effettivamente molti colleghi oggi l'abbiano dimenticato, però quando si è affrontato il problema in questi termini, mi pare che si sia addirittura osato di più, forse noi oggi stiamo facendo qualche passo indietro, stiamo arretrando e questo devo dire che è un aspetto che un po' preoccupa.

Partendo da questi due atti fondamentali abbiamo il dovere di insistere su quelle scelte, riaffinarle, trasformare tali atti in cultura politica condivisa e infine, in provvedimenti conseguenti, attraverso una proposta di Statuto della Sardegna. Una proposta originale che si distingua dalle altre, sia che si tratti di federalismo o sia che si tratti di devoluzione, per contenuti e riferimenti, una via sarda, insomma, al federalismo, forte del grande patrimonio di conoscenze e di cultura che la nostra terra può vantare su questo argomento.

Il federalismo bossiano, adesso devoluzione, così come quello delle regioni forti del nord non ci interessa naturalmente; noi puntiamo come base di partenza ad un federalismo solidale, il cui modello comunque dev'essere ripensato adattandolo alle nostre esigenze di sardi - e noi abbiamo le risorse e le capacità sufficienti per l'abbisogna - senza però rinunciare a guardare con attenzione agli esempi positivi che ci arrivano da sensibilità ed esperienze di altri popoli europei.

È stato già detto, mi sembra questa mattina, che l'esempio della Catalogna è un esempio che va seguito così come altri di regioni che hanno ottenuto risultati importanti in questa direzione. Anche quei popoli, come noi, si sono battuti con grande determinazione in passato. Se noi non lo facessimo sarebbe la reiterazione di un errore che nel passato ci ha impedito di ottenere uno statuto di autonomia adeguato alle nostre aspettative. Tante volte ci abbiamo provato, ma la stesso Statuto autonomistico non si è rivelato all'altezza delle aspettative del popolo sardo che allora l'aveva approvato. Io ricordo che Emilio Lussu diceva: "Abbiamo chiesto un leone e ci avete dato, sì, un felino, però è un gatto, non è quello che noi abbiamo chiesto". Questo significa che anche nel 1948 quello Statuto era considerato inadeguato, non all'altezza delle aspettative, delle proposte che venivano dal popolo sardo.

Del resto, onorevoli colleghi, quello cui mi sto riferendo è un processo in atto in molte nazioni senza Stato di tutta l'Unione Europea, così come per converso, comune agli Stati-nazione è il tentativo di riappropriazione di competenze e di poteri che le vicende storiche li avevano costretti a cedere. Non è un caso che i presidenti del Consiglio e della Regione Sardegna abbiano trovato nei loro colleghi della nazionalità friulana e valdostana e delle Regioni speciali non solo ottimi compagni di strada nel proporre una serie di emendamenti al disegno di legge costituzionale 4862, ma politici ancor più decisi nella difesa delle identità autonomistiche.

Se questo da un lato è utile per segnalare allo Stato italiano la non percorribilità dei tentativi del neo-centralismo che offendono la nostra dignità di popolo, sul fronte della difesa delle nostre prerogative non lo riteniamo, per quanto ci riguarda, sufficiente; così come è assolutamente inadeguato il rapporto istituzionale oggi esistente tra Sardegna e Italia da una parte e Sardegna ed Europa dall'altra. Dobbiamo ragionare, colleghi, su quale deve essere il nuovo rapporto, amichevole e cordiale, come ha detto questa mattina il collega Onida, tra Nazione sarda, Stato italiano e Unione Europea, però senza mai cedere sul terreno dei contenuti e degli obiettivi che noi ci vogliamo porre. Questa deve essere veramente una battaglia convinta che va condotta fino all'ultimo sforzo possibile. Non possiamo però non fare nostri, intendo "nostri" come nuovo Parlamento del Consiglio regionale della Sardegna, i due provvedimenti cui ho accennato in precedenza, cioè la risoluzione sulla sovranità della Sardegna e la legge sulla costituente sarda. I timori che condivido, secondo cui il Parlamento dello Stato potrebbe intervenire con sue modifiche nel testo della nuova carta della Sardegna, possono essere fugati solamente con l'approvazione della legge di iniziativa regionale sulla costituente che, vorrei ricordare al collega Maninchedda, affida al Parlamento la sola potestà di approvare o bocciare lo Statuto sardo.

Questa è una battaglia di sovranità, questo è l'impegno che il Consiglio deve assumere se davvero vuol inaugurare una nuova fase costituente della sua autonomia. Approviamo pure tutti i documenti, le risoluzioni, gli atti di resistenza che vogliamo, ma avendo in testa e nel cuore un obiettivo più ambizioso. Io credo che davvero questo sia solamente il primo passo che non ci può assolutamente bastare, noi dobbiamo osare di più, dobbiamo fare passi avanti in questa direzione perché credo che ad oltre cinquant'anni dall'approvazione del primo Statuto autonomistico della Regione Sardegna siano cambiate molte cose, devo dire che in questi ultimi anni è cambiato il mondo. Noi dobbiamo approvare una carta costituzionale che sia in grado di rispondere alle esigenze del popolo sardo, in virtù proprio dei grandi cambiamenti che ci sono stati in questi ultimi tempi. E devo dire che il popolo sardo da parte nostra si aspetta delle azioni forti capaci di dare risposte, di creare un vero cambiamento in questa Regione.

E consentitemi per ultimo una riflessione sulla discussione in corso; oggi noi ci troviamo a difendere le prerogative della nostra specialità solo perché qualcuno ci vorrebbe togliere queste grandi potenzialità che noi abbiamo, e questo tentativo di difesa che noi stiamo portando avanti nei confronti dello Stato è un tentativo giusto e nobile. Ma è sacrosanto dovere nostro, come rappresentanti del popolo sardo, incontrarci, finalmente, per discutere sui valori e sui contenuti di questa specialità. Questo è un problema che va approfondito, qualcuno diceva che forse ci vuole una stagione di incontri per affrontare queste problematiche, però ritengo che non sarà assolutamente tempo perso, ma sarà utile per definire un nostro rapporto come Regione nei confronti dello Stato e dell'Europa, per capire il perché l'autonomia speciale della quale godiamo non ha mai spiegato quegli effetti che sono stati auspicati da parte del popolo sardo, per esaltare le ragioni di fondo di quel sentire comune che ci fa sentire popolo e nazione. Senza questi presupposti ci verrà negata ogni possibilità futura di benessere e prosperità per la nostra terra.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Cachia. Ne ha facoltà.

CACHIA (Insieme per la Sardegna). Onorevoli Presidenti, onorevoli colleghi; il Consiglio regionale della Sardegna affronta oggi uno dei temi caldi di questa legislatura, chiamata ad esprimersi sulle riforme che dovranno delineare il nuovo assetto giuridico e amministrativo della nuova Regione e dei rapporti col Governo centrale nell'ambito di uno Stato federale.

Lo fa oggi dopo l'incontro che il Presidente del Consiglio e il Presidente della Giunta hanno avuto ieri a Roma col Governo, sul cui esito noi esprimiamo soddisfazione, anche se la nostra diffidenza di sardi ci suggerisce di gioire solo quando sarà corretto il testo del disegno di legge di iniziativa governativa, cancellando l'emendamento che, invertendo la rotta rispetto al naturale progetto di devolution, svilisce la specialità delle autonomie regionali.

Io ringrazio personalmente il Presidente Spissu e il Presidente Soru per aver condotto, col conforto di tutti i parlamentari sardi, una decisa opposizione ad un progetto aberrante, ma li invito a non abbassare la guardia. Oggi, e cito testualmente, il giornale riporta una dichiarazione del presidente Illy, che dice: "L'incontro è stato positivo" e ha affermato che per il Ministro l'ottanta per cento dei nostri contenuti può essere accolto, "Speriamo - ha concluso - che Calderoli sia ora in grado di convincere il Governo e la maggioranza".

Credo che questo sia il nocciolo della questione: il Governo e la maggioranza. La nostra diffidenza nasce infatti da molti impegni a favore della Sardegna assunti a parole e poi lasciati cadere. L'incontro di ieri è senza dubbio il primo passo, importante ma senza dubbio non decisivo, lo sarà quando la legge sarà modificata in via definitiva attraverso un nuovo emendamento che metta al riparo le regioni autonome. Condivido perciò l'invito della prima Commissione permanente affinché il Consiglio trovi una posizione unitaria su questo problema, per sottolineare che la nostra specialità non è argomento di divisione politica, ma è una rivendicazione di popolo, non appartiene a nessun partito, ma è patrimonio comune, oserei dire più delle nostre coscienze che delle ideologie di cui ognuno di noi è portatore.

La specialità dell'autonomia sarda ha infatti radici antiche, lontane nella storia, più lontane della legge costituzionale numero 3 del 1948 che connotava i principi e riconosceva la specialità della nostra autonomia, radici legate all'identità del popolo sardo, alla sua lunga e travagliata vicenda umana e sociale, alla sua vivacità culturale, alla continuità del filo della storia mai interrotto, a quel riconoscersi nazione senza Stato con i suoi diritti e senza sufficienti privilegi che da questi diritti originano, al grande credito vantato nei confronti del Paese, alla condizione di insularità, che nessuna contingenza può sminuire né può costituire variabile lasciata a valutazioni di natura economica.

Queste radici non sono in contestazione e quindi su di esse non conviene dilungarsi. È in contestazione invece il tentativo dello Stato di riappropriarsi di parte di quell'autonomia, sempre sofferta e mai completata, con una legge costituzionale alla quale è indispensabile opporsi anche nella versione moderata fornita dai Ministri del Governo della Repubblica, perché questa legge voluta dal Governo ha molte e serie incongruenze che è nostro intendimento cancellare.

Accennerò ad alcune di esse, ma prima di tutto intendo ribadire che nessun occhio di riguardo è stato mai concesso alla Sardegna, neppure col riconoscimento dell'autonomia speciale. Come diceva poco fa il collega che mi ha preceduto, Emilio Lussu disse: "Noi volevamo un leone e ci hanno dato un gatto, è un felino sì, ma è un gatto". Quindi, neppure con il riconoscimento dell'autonomia speciale, attribuita come conseguenza inevitabile dell'arretratezza civile, economica, sociale di un popolo da secoli spremuto per costruire una nazione dalla cui storia nasce quella del moderno Stato italiano.

La riforma costituzionale contenuta nel disegno di legge in discussione non tiene conto neppure delle garanzie precedentemente già acquisite, in base alle quali le modifiche dello Statuto richiedono la consultazione delle assemblee legislative senza il cui assenso non si può andare avanti, nel rispetto appunto dell'autonomia delegata. Criteri e garanzia da quel testo saranno modificati sacrificando legittimazioni già riconosciute; le Regioni avranno sei mesi di tempo per trovare l'intesa con lo Stato, scaduto tale bonus lo Stato agirà in nome di un vago principio di unità nazionale, che per altro nessuno vuole mettere in dubbio né insidiare. Noi non siamo la Lega nord, anche se la Lega nord ha fatto dei passi indietro.

Altro punto incomprensibile è la contestualità della consultazione elettorale per il rinnovo dei consigli delle regioni e il Senato federale. Si vota dappertutto e insieme, tanto è la stessa cosa, nel senso che nella mente del legislatore il ruolo principale delle regioni è quello di realizzare spazi sempre più ridotti di autonomia, come una parte del nuovo sistema bicamerale fortemente differenziato, visto che la Camera dei deputati diventerà impermeabile a quelli che sono gli interessi territoriali di cui si occuperà solo il Senato federale. Ne consegue che prevarranno nella consultazione elettorale regionale le tematiche nazionali, omologando la politica nazionale dei grandi partiti e determinando un divieto assoluto alle forze politiche che sono insofferenti ai diktat romani, di collocarsi autonomamente o da una parte o dall'altra, o in posizione critica a seconda delle particolari circostanze locali. La democrazia viene imbavagliata e la dialettica regionale in questa maniera viene ingessata. Questa è la linea che l'attuale maggioranza di Governo impone attraverso questa riforma federale.

Altri colleghi hanno segnalato il meccanismo infernale del possibile scioglimento anticipato dei consigli regionali, infatti la successiva elezione non avrà la durata quinquennale ma solo quella necessaria al compimento della legislatura del Senato federale che a sua volta, in caso di scioglimento anticipato, manderebbe a casa i consigli regionali. Un principio del genere, lo diciamo con convincimento e con forza, non serve certamente alla democrazia. Tutto ciò, si può dire, nasce dalla difesa dell'interesse nazionale che in particolare l'UDC e AN sostengono che le autonomie regionali più spinte potrebbero compromettere, ma è una pura follia. E' una follia che spinge il Governo a riappropriarsi delle clausole di supremazia introducendo di nuovo il controllo di merito sulle leggi regionali che il novellato Titolo V aveva abolito. È un passo senza dubbio grottesco e allarmante insieme perché dimostra la volontà del Governo di diventare un padre padrone esercitando un'autorità che neppure i passaggi previsti possono ridurre, senza contare che esisterebbe un'elevata discrezionalità nell'individuare i limiti dell'interesse nazionale, una discrezionalità così ampia da ridurre d'autorità l'autonomia regionale.

Noi vediamo chiaramente un'involuzione del rapporto tra Stato e Regione, e solleviamo il dubbio - sicuramente non campato in aria - che passerà altro come tutela dell'unità nazionale: giocherà un ruolo l'assetto politico, la minore o maggiore omogeneità che c'è nel Governo. In queste pieghe si nasconde forse il significato della minacciosa dichiarazione che il premier Berlusconi fece prima delle elezioni regionali, quando sostenne che i rapporti tra Governo e Regione sarebbero stati compromessi senza dubbio se non avesse vinto la sua parte politica.

In ogni caso, questa clausola di democrazia fa compiere all'assetto democratico del Paese un passo indietro del quale, credo che su questo siamo tutti d'accordo, non si sente assolutamente il bisogno. C'è materia, dunque, per non abbassare la guardia e per portare avanti una contestazione unitaria. Quello che c'è di positivo in quest'Aula, signor Presidente, signori Presidenti, è che tutte le forze politiche sono d'accordo - e mi auguro siano d'accordo fino alla fine - nel voler, non solo mantenere, ma aumentare l'autonomia della Sardegna per tutte quelle cose di cui la Sardegna è portatrice, perché la Sardegna, come ho detto precedentemente, non è un'Isola ma è un continente, con la sua specialità, con la sua peculiarità e con quel tocco di mediterraneità che altri popoli non hanno.

Con lo Stato, quindi, il confronto è aperto sui temi che la nostra autonomia pretende di gestire senza ingerenze altrui, neppure di quei poteri forti che la spinta all'omologazione della politica nazionale, sempre con crescente insistenza, vuole introdurre. Mi vengono in mente le servitù militari delle quali deteniamo un record sgradito, che spesso interferisce con lo sviluppo ordinato del territorio e della sua autonomia, privando noi sardi di ingenti risorse; e se lo Stato annuncia la fine del servizio di leva, e l'esercito è di professionisti, non può continuare a considerarsi la Sardegna la piattaforma del Mediterraneo per addestramento ed esercitazioni spesso pericolose. Mi ritornano in mente ora anche altre cose: ieri il Presidente Soru diceva: "Le ragioni dell'autonomia ci servono o no? Noi dobbiamo decidere se queste ragioni esistono ancora o no", io credo che queste ragioni siano ancora più forti. Se quando scoppia un incendio di vaste proporzioni, come si è verificato quest'estate in diverse parti della Sardegna, dobbiamo aspettare un'ora e mezza per vedere arrivare i canadair perché non abbiamo ancora l'autonomia per poter far alzare immediatamente in volo questi veicoli per spegnere il fuoco, io mi chiedo che autonomia abbiamo.

Onorevoli colleghi, ognuno di noi ha in mente un'idea del federalismo, un'idea più o meno compiuta, ma sicuramente un'idea che si basa sul concetto intrinseco al federalismo che è quello di patto, da cui la parola deriva, tra soggetti diversi ed interessati nello contempo allo stesso progetto. Un'idea che privilegia la libertà, il diritto all'autodeterminazione, la possibilità di decidere un proprio percorso, nel solco ovviamente di quello più generale e comune tracciato dallo Stato. Conosciamo i rischi di questa riforma, che sinora ha regalato competenze e oneri alla Regione senza conferire ad essa le risorse necessarie per realizzare il progetto, altra nota dolente. Questo che stiamo vivendo non solo è un federalismo di poveri, ma è federalismo che modifica i protagonisti del lungo viaggio, quello dello sviluppo storico, economico e sociale dei territori, la cui arretratezza in molti casi è dipesa dalle inadempienze anche dello Stato, non solo dai nostri stessi limiti, dai debiti non pagati, dalla scarsa lungimiranza nel predisporre gli strumenti necessari a dare forza a territori più poveri ed arretrati, violando il principio di sussidiarietà che invece deve regolare uno Stato civile. Non c'è alcun giudizio politico che renda accettabile il disegno di legge governativo sulla riforma federalista, c'è invece la convinzione, secondo noi, di voler riportare al centro il potere formale e sostanziale dello Stato. Il nostro giudizio politico quindi è un giudizio che non può essere che severo. Noi di "Insieme per la Sardegna" siamo definiti il partito delle autonomie che ha praticato e pratica sistematicamente queste virtù. Siamo convinti perciò che dobbiamo prendere le iniziative adeguate per respingere al mittente, con sdegno, una manovra che dal presidenzialismo in giù rafforza esclusivamente il potere centrale e disegna regioni sempre più dipendenti dai governi di turno.

Io mi auguro, signor Presidente, e concludo, che questo nostro giardino, per bene innaffiato da tutto il Consiglio regionale, dia frutti e fiori più belli e più prosperosi di quelli che non hanno dato altri giardini in precedenza.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Diana. Ne ha facoltà.

DIANA (A.N.). Com'era facile immaginare, un dibattito che nelle intenzioni poteva seguire un iter che per altro è stato, in questi giorni, abbastanza chiaro un po' per tutti: l'incontro in Commissione, l'incontro con i parlamentari sardi, l'incontro a Roma del Presidente della Regione e del Presidente del Consiglio con i rappresentanti del Governo - a proposito del quale ultimo nonostante non ci sono state grandi assicurazioni e certezze nelle cose riferite dal Presidente del Consiglio, però mi pare che tutti quanti abbiamo colto, con prudente soddisfazione, la volontà comunque di venire incontro alle richieste che sono provenute e provengono certamente da questo Consiglio regionale, ma non solo - oggi più passano i minuti, più passano le ore, più si sollevano i toni e più si trascura l'argomento contingente, com'è stato definito, per spostarsi su un altro tavolo che è quello della riforma dello Statuto della Regione autonoma della Sardegna.

Argomento importantissimo, della massima importanza, com'è stato detto, che Alleanza Nazionale ha talmente presente che tra qualche giorno presenterà una proposta di modifica dello Statuto della Regione autonoma della Sardegna. È chiaro che in quel momento discuteremo certamente e diremo, ancora una volta, se e come vogliamo una regione autonoma, e se ancora c'è in Sardegna la voglia di avere una regione autonoma. Ha ragione il Presidente Soru che ieri, in sede di conferenza con i parlamentari sardi, e con i Capigruppo e con altri rappresentanti autorevoli del Consiglio, si è posto una domanda di questo genere, ovviamente, credo provocatoriamente, proprio per significare che è presente in ognuno di noi, né potrebbe essere diversamente; io considero l'autonomia come parte del DNA di ciascun sardo, ce l'abbiamo dalla nascita, non la dobbiamo recepire, non ce la deve insegnare nessuno, benché molti politici sardi, come fanno i rappresentanti del partito Sardo d'Azione, ogni tanto ci ricordino, e bene fanno e noi non dobbiamo trascurarlo questo monito, che dobbiamo tenere la guardia sempre molto alta. Quindi, su questi temi ci impegneremo al di là dei due rappresentanti per gruppo ai quali, per economia di tempo e di lavoro, considerando che domani un partito importante di questo Consiglio regionale parteciperà ai lavori nazionali, si è deciso di limitare gli interventi, non certo per sminuire il valore della discussione, non certo per non voler sufficientemente sottolineare le preoccupazioni, le nostre convinzioni, quali sono gli scenari futuri e se vogliamo salvaguardare, garantire ed eventualmente incrementare il livello di autonomia della regione Sardegna. Su questo avremo modo di misurarci certamente nei prossimi giorni, non ho niente in contrario se si accoglie una proposta che prevede nei prossimi tre mesi l'avvio di una discussione, anche serrata, per poter arrivare poi, nell'arco di sei mesi, se non all'approvazione del nuovo Statuto, però ad una fase di discussione piuttosto avanzata. Non abbiamo nessuna preoccupazione in questo senso.

Ciò che ci interessa ribadire in questa sede, benché l'abbia fatto in maniera egregia il collega Artizzu, sono due concetti fondamentali: uno è relativo all'articolo 39, sul quale non è che vogliamo fare le barricate: noi riteniamo per convinzione, per formazione politica, che l'interesse nazionale, comunque sia, debba essere salvaguardato. Le procedure previste nel testo in discussione sulla salvaguardia dell'interesse nazionale mi sembrano piuttosto garantiste e credo che si verificherà pochissime volte che per tutelare l'interesse nazionale si possano bocciare leggi regionali se non sono incostituzionali, però noi riteniamo che l'interesse nazionale sia un elemento importante, fondamentale della concezione politica di Alleanza Nazionale, e su questo riteniamo di non dover e di non poter fare passi indietro. È l'unico argomento che noi abbiamo toccato in Commissione, che abbiamo ribadito in aula, e che io credo l'Aula possa, in qualche maniera, accogliere, per poter addivenire all'approvazione unanime di una risoluzione, cosa che certamente caratterizzerebbe molto lo scenario politico del nostro Parlamento e darebbe maggiore forza alle rivendicazioni della Regione. Non che la mancanza di un eventuale voto di Alleanza Nazionale possa limitare il valore di questo pronunciamento, però di questa norma noi siamo piuttosto convinti.

Allo stesso modo siamo convinti - onorevole Vargiu - del passo indietro che abbiamo deciso di fare sulla Costituente. Fare passi indietro certe volte non vuol dire rimangiarsi proprio un bel niente, la politica è un'arte difficile, è un'arte importante, forse la più importante, forse quella che meglio dà la possibilità all'essere umano di esprimersi e di farsi capire. Le condizioni della precedente legislatura erano completamente diverse da quelle della legislatura attuale, c'era uno scenario politico completamente diverso, c'era una maggioranza che non era una maggioranza, c'era una trasversalità continua su tutto: sulle leggi, sulla finanziaria, sugli emendamenti. Oggi ci troviamo invece in presenza di un Governo forte, saldissimo, con una maggioranza di ferro, che ha la responsabilità di portare all'attenzione di quest'Aula provvedimenti che se saranno condivisi anche dagli altri, andrà a loro merito. In quel momento credo che le condizioni fossero completamente diverse, e mi dispiace che l'onorevole Vargiu non sia presente e che non siano presenti gli autorevoli colleghi Riformatori, perché noi su questo - l'abbiamo detto, lo ribadiamo - non siamo disponibili a tornare indietro; noi riteniamo che questo Consiglio regionale abbia tutte le carte in regola per poter riformare il nostro Statuto.

Credo che siamo stati tutti quanti eletti nello stesso modo, o per lo meno quasi tutti, ma credo che anche quelli che siedono qui senza essere stati votati come noi possano e debbano partecipare all'attività consiliare e quindi darci tutto quel supporto che la legge elettorale prevede non solo in termini numerici, onorevole Soru, ma anche in termini di capacità. Non siamo ottanta, siamo addirittura ottantacinque e quindi abbiamo rafforzato il Consiglio non solo numericamente ma anche per la caratterizzazione che è stata data al listino regionale, pertanto credo che abbiamo la potenzialità per poter scrivere in quest'Aula lo Statuto della Sardegna e guai a noi se abdicassimo o delegassimo altri questo compito, la gente non lo capirebbe, non l'ha capito neanche l'altra volta, a dir la verità. Potremmo rischiare di creare un doppione, questa scelta potrebbe prestarsi a numerosissime illazioni; penserebbero che si tratta di una costituente fatta da trombati, fatta da personaggi che non sono riusciti a trovare collocazione in questo Consiglio regionale - io non lo penso, ma questo penserebbe la gente - fatta da cattedratici, fatta da docenti universitari, da luminari, da emeriti e da quanto altro offre il panorama politico e sociale non presente qui dentro.

Io credo che ciascuno di noi abbia la possibilità di confrontarsi con questi illustri signori. Eccome no! Noi come Alleanza Nazionale non ci sogniamo minimamente di non ascoltare suggerimenti, di non chiedere apporti che ci arrivino anche dall'esterno e che ci aiutino a scrivere nel migliore dei modi una proposta di legge costituzionale. E credo che questo valga per tutti i partiti e per tutti i consiglieri che sono presenti in quest'aula. Quindi a che pro creare un'altra assemblea che dovrebbe scrivere per il Consiglio regionale lo Statuto? Qualcuno mi dirà: "Lo scriverà per i sardi", ma poi vorrei capire chi è che andrà a difenderlo nei confronti dello Stato, della Corte costituzionale, del Parlamento, chi andrà a difenderlo? L'onorevole Cugini, ovviamente; l'onorevole Diana, ovviamente; il Presidente Soru, ovviamente e quindi, questo Parlamento! Ed allora? Perché dobbiamo arrivare a questo? Perché vogliamo disfarci di una prerogativa come quella di riscrivere lo Statuto della Sardegna che è la prima prerogativa che ha il Consiglio regionale?

I tempi sono maturi, ormai conosciamo molto, sappiamo anche che cos'è l'Europa, forse lo sappiamo molto meglio adesso, purtroppo, di quanto lo sapessimo prima, e stiamo attenti alle considerazioni che sono state fatte qua. L'onorevole Balia dice: "Vogliamo dialogare con l'Europa"; però forse a lui , e credo anche a qualche altro collega, sfugge che i rapporti con l'Europa non li ha definiti certo la Regione Sardegna ma il Governo nel momento in cui ha firmato e sottoscritto l'appartenenza all'Unione Europa, e pertanto solo il Ministro degli Esteri e nessun altro, è legittimato a dialogare con l'Unione Europea per quanto riguarda tutto il contenzioso - ed è tanto, -che esiste oggi tra l'Europa e la Regione Sardegna e le altre regioni a statuto speciale. Il Presidente Floris, al quale è stato notificato un procedimento di infrazione a mezzo, credo, dei carabinieri o probabilmente del corpo forestale di vigilanza ambientale, beh, la sua difesa non si è capito ancora a chi la può affidare, e sono passati - quanti anni onorevole Floris? -tre anni, quattro anni, per il problema di Is Arenas? Tre anni, quattro anni durante i quali il Governo nazionale è l'unico legittimato a dialogare e a parlare di un problema che riguarda solo ed esclusivamente il nostro territorio: l'interesse regionale, quello sì, che viene calpestato dall'Unione Europea senza che nessuno intervenga. Ma non è un problema di oggi: da anni non interviene nessuno a tutela della Regione Sardegna, peraltro neanche delle altre regioni.

E allora si è parlato molto di interesse nazionale e si è parlato poco dell'interesse regionale. Beh, l'interesse nazionale lo discuteremo, sull'interesse regionale però non si discute, eppure esiste, eccome se esiste! Ed allora, può tutelare l'interesse regionale una delibera della Giunta regionale, comprensibilissima, che limita l'attività edificatoria e l'attività edilizia a duemila metri dal mare, io così l'ho intesa. Credo che il Presidente Soru così l'abbia concepita, come rimedio eccezionale in un momento di particolare vuoto normativo, e quindi si tratta di una delibera d'interesse regionale. Poi qualcuno mi risponderà, se ho visto bene e se ho capito bene, e naturalmente l'interesse regionale va salvaguardato, ma bisogna trovare anche le contromisure, perché non si può bloccare l'attività edificatoria per mesi e mesi senza dare soluzioni alternative, ma anche questo sarà argomento di altre discussioni e di altri incontri.

Quello che mi preme rimarcare è che noi siamo profondamente convinti della specialità della Sardegna, lo siamo anche a fronte della lettura più negativa che si potrebbe dare del testo di legge licenziato dal Senato e modificato dalla Camera o dalla Commissione Affari Costituzionali. Perché vedete, il relatore di maggioranza, l'onorevole Bruno, in un passaggio relativo alla modifica del comma 3 dell'articolo 116 della Costituzione dice: "E' soppressa la previsione oggi recata dall'articolo 116 terzo comma della Costituzione che prevede che possano estendersi forme e condizioni particolari di autonomia ad altre regioni diverse da quelle attualmente in essere" e cioè alla Sardegna, Sicilia, Friuli e Trentino Alto Adige. Quindi già negli atti preparatori si percepisce che non c'è la volontà, assolutamente, di limitare l'autonomia, ma addirittura tale modifica viene posta anche come premessa per poter aumentare la specialità e l'autonomia di queste regioni. Allora perché tutto questo timore? Perché si entra nel merito? Io credo che qualche volta bisognerebbe entrare nel merito e, probabilmente, in tutti questi anni su qualche legge della Regione Sardegna e su tante altre della Regione Sicilia, del Friuli probabilmente entrare nel merito sarebbe stato utile.

Ora, noi non ci auguriamo che il Governo entri nel merito delle scelte contenute nelle leggi regionali, per altro con tutte le procedure lunghissime che ho già indicato, e pertanto non mi spaventerei per questo; la salvaguardia dell'interesse nazionale, così come la salvaguardia dell'interesse regionale credo che debba essere garantita e credo che la maggior parte dei colleghi abbia comunque presente l'interesse nazionale, se non altro perché siamo una nazione che abbiamo tra i primi costruito. E a noi l'autonomia, che abbiamo nel sangue e alla quale non abbiamo mai rinunciato, ma da secoli, non da oggi, certo, l'hanno portata via - chi conosce la storia lo sa meglio di me, ma io siccome sono oristanese parlo del Giudicato di Arborea. E non era quella una grande istituzione autonoma? - l'abbiamo persa, ma l'abbiamo persa per le guerre, l'abbiamo persa per incapacità, forse, l'abbiamo persa per i matrimoni tra consanguinei, chi lo sa, l'abbiamo persa. Poi sono arrivati gli spagnoli, ahinoi!, e i piemontesi e abbiamo fatto "Sa die de sa Sardinia". Bah, probabilmente potevamo trovare una giornata migliore per festeggiare la giornata della Sardegna! La realtà è che oggi noi abbiamo ben chiaro il quadro di riferimento, siamo ben convinti dell'autonomia speciale della Sardegna; ho detto qualche volta al presidente Spissu, veramente una sola volta, che mi preoccupava la commistione tra noi, la Sicilia, il Friuli Venezia Giulia e le altre regioni a statuto speciale. Mi preoccupa, non vorrei che dovessimo essere noi a tirare la carretta per gli altri e poi essere lasciati in balia delle onde, visto che la specialità loro e delle province autonome è più ampia della nostra.

Allora stiamo attenti anche a questo, facciamo certamente gioco di squadra, abbiamo sentito i nostri parlamentari, li abbiamo sensibilizzati tutti, li avevamo sensibilizzati anche sulla modifica della legge sulle elezioni europee, presidente Soru, poi qualcuno si è distratto e la Sardegna è ancora priva di rappresentanti europei, perché succedono queste cose in Parlamento, succede che un capogruppo di un partito autorevole della sinistra italiana arriva tardi, oppure si astiene, e quindi succedono questi fatti, voluti, non voluti, concordati. Il trasversalismo è esistito qua ed esiste anche in Parlamento. Quindi un invito, lo faccio al presidente Maninchedda per primo, lo faccio alla maggioranza, lo faccio a tutti i colleghi: sul quarto comma della risoluzione e sull'ultimo capoverso, dove si chiede la soppressione dell'articolo 39, io chiedo al Consiglio di fare un passo indietro.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Licheri. Ne ha facoltà.

LICHERI (R.C.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Giunta, colleghi Consiglieri. Il disegno costituzionale di modifica della parte seconda della Costituzione, già approvato in prima lettura dal Senato, ridimensiona fortemente il ruolo storico delle autonomie speciali. Oggi, in quest'aula, siamo chiamati a discutere sulla risoluzione approvata dalla prima Commissione permanente, che propone di affrontare cinque punti legati alla contingenza del momento, che nei fatti riguardano le norme che rappresentano lo strumento con il quale il Governo cancella la nostra specialità, omologando la nostra Regione a quelle a statuto ordinario. La risoluzione, così come il Presidente della prima Commissione l'ha presentata in aula, è da considerarsi positiva, come è positivo, a mio giudizio, lo sforzo di ben cinque regioni nell'elaborare un documento comune che si oppone al disegno di legge governativo in materia di federalismo e premierato, approvato dalla Commissione affari costituzionali della Camera dei deputati nel luglio del 2004.

La contingenza del momento, perché di questo si tratta, non deve allontanare la prospettiva di una discussione più ampia da tenersi in quest'Aula sul tema più complessivo della specialità sarda, con l'elaborazione immediata di un nuovo Statuto regionale, già sollecitato tra l'altro dalla mozione presentata dai consiglieri di maggioranza, primo firmatario l'onorevole Balia, e di un rinnovamento degli istituti di democrazia autonomistica e di garanzia della partecipazione popolare al processo di sviluppo economico, sociale e culturale dell'Isola. Il nostro Paese sta vivendo un momento storico di grandi trasformazioni di segno complessivamente regressivo e negativo. L'ondata violenta del neoliberismo in questi anni ha evidenziato nuove e vecchie contraddizioni e problemi irrisolti nel tempo, che l'attuale Governo Berlusconi cerca di superare scardinando l'assetto costituzionale per instaurare un modello presidenzialista, che dovrebbe nello specifico sovrintendere allo spezzettamento corporativo del Paese. L'esatto contrario di ciò di cui oggi avrebbe bisogno l'Italia: la riconferma e il rilancio di un potere costituzionale democratico, unitario, progressivo e aggiornato secondo un'impostazione moderna, partecipativa e solidale. Ho sottolineato subito, in premessa, questo aspetto perché noi riteniamo debole e sbagliato tutto l'impianto complessivo della modifica della seconda parte della Costituzione.

Gli elementi attuali introducono, pur nel loro aspetto negativo, però ulteriori spunti per aggiornare il dibattito regionale sull'autonomia come principio e pratica di autogoverno del nostro popolo. La battaglia per l'autonomia rappresenta nell'attualità del nostro tempo una vera alternativa, perché diventa lo strumento attraverso il quale i nostri cittadini, le masse popolari partecipano attivamente alla costruzione di una società pluralistica e articolata e quindi in grado di difendersi da pericoli di degenerazione burocratica e autoritaria. Valorizzare il percorso storico dell'autonomia nella recente storia d'Italia significa, per noi comunisti, ridare senso alle battaglie politiche per il riscatto economico, sociale e culturale del Paese, contro tutti quelli che non sono riusciti a realizzare una compiuta rivoluzione democratica, dando vita ad un centralismo burocratico che ha contribuito a mortificare la nostra specialità. E' sbagliato dunque abbandonare l'idea dell'autonomia e del federalismo perché rappresentano, così come Gramsci li definiva, una forma di orientamento istituzionale più avanzato. L'ipotesi del federalismo come teoria costituzionale va dunque presa in considerazione per verificare, senza pregiudizi, se relativamente alla nostra idea di cambiamento della società, essa può realizzare condizioni più proficue rispetto alla forma stato fin qui attuata.

E' fondamentale ricordare che questa ricerca non è nuova al pensiero politico democratico e progressista. Il federalismo nella sua giusta definizione, è dunque un patto associativo tra uguali, una scelta libera e consapevole; è un patto solidale, uno strumento attraverso il quale è possibile operare una compensazione politica, economica e sociale nei confronti dei soggetti deboli della collettività, per consentire loro pari opportunità nell'accesso e nella fruizione dei diritti. Il federalismo è quindi valorizzazione delle diversità, delle culture, un possibile mezzo per stabilire un rapporto nuovo di cooperazione e di rispetto reciproco delle diversità culturali, etniche, storiche e religiose, come scelta per sottrarsi alla violenza e alla oppressione delle gerarchie e delle multinazionali economiche e culturali.

Il federalismo non è divisione e localismo, ma una costruzione di unità e solidarietà più ampia a partire dalla consapevolezza del valore dell'appartenenza ad una specifica comunità contro il fenomeno della globalizzazione capitalistica e della omologazione al pensiero unico. Il federalismo deve essere utilizzato come lo strumento idoneo a governare i cambiamenti e a dare una soluzione aperta e pacifica alle contrapposizioni etniche e religiose, ai regionalismi, agli statalismi, alle guerre, allo scontro tra civiltà, per favorire i rapporti e la convivenza tra soggetti diversi. E' nella sostanza quell'elemento in grado di coniugare diversità e unità, non tralasciando l'esigenza di garantire un reale esercizio di sovranità delle comunità, come realizzazione di autonomia e di autogoverno.

L'autogoverno è possibile se siamo consapevoli che è necessario aprire la strada a una partecipazione popolare non nominale o assemblearistica, che si identifica in una comunità in cui il cittadino concretamente si ritrova con altri e lì si aggrega. Questo è possibile farlo introducendo il principio della sussidiarietà, che consiste nel fatto che tutti i poteri sono, in linea di principio costituzionale, attribuiti ai livelli di governo più bassi, mentre restano attribuiti al Governo centrale solo i poteri espressamente specificati, che sono quelli che non potrebbero essere efficacemente svolti a un livello meno generale, come la difesa, la sicurezza, l'istruzione. Il federalismo dunque si distingue da un ordinamento dello Stato articolato per regioni su un punto decisivo: nello Stato federale non vige una concezione unitaria della sovranità, ma esistono una sovranità che è riferita alla comunità federale e un'altra sovranità facente capo a ciascuna comunità che compone quella federale. Questa distinzione non è solo di tipo giuridico o tecnico, ma assume un significato politico rilevante in quanto rende autonomi, anzi sovrani, gli ordinamenti dei livelli più bassi di governo. Questo federalismo è una forma democratica matura e di autogoverno; è cosa assai diversa dalle modifiche costituzionali introdotte dal Governo Berlusconi, e in particolare modo dalla Lega, che puntano a un federalismo competitivo, in cui l'idea di devoluzione in settori cardine conduce alla residualità dello Stato e alla sua deresponsabilizzazione sui diritti di cittadinanza, con il conseguente aggravarsi del divario tra Nord e Sud del Paese, tra regioni ricche e regioni povere.

Il federalismo non è solo un semplice strumento per il trasferimento di competenze calate dall'alto agli enti locali, né lo strangolamento economico dei comuni, con il conseguente smantellamento di importanti servizi pubblici da essi erogati. Il federalismo è, come primo punto essenziale, un libero patto tra soggetti sovrani. E' chiaro, quindi, che una vera riforma federalista dello Stato deve prevedere un senso ascendente degli enti locali verso il centro, sino al vertice della piramide istituzionale. In Sardegna - ed è un tema affrontato ieri mattina da qualche deputato sardo del Parlamento nazionale - il federalismo competitivo proposto nella sostanza dalla Lega, non si combatte proponendo un regionalismo forte. Una proposta in tal senso contrasta con il processo di riforma costituzionale in atto e con i processi di natura sopranazionale, in primis con il processo di unificazione europea. I temi dell'autonomia, come pratica di autogoverno dei popoli, sono al centro del dibattito nella costruzione di una solida Unione Europea. L'unione politica ed economica dell'Europa non può essere costruita a prescindere dal riconoscimento delle diversità delle autonomie regionali e locali.

L'Unione Europea ha individuato le regioni come principali soggetti e come livelli di interlocuzione più idonei rispetto agli Stati nazionali per interventi specifici di promozione economica e di sviluppo. Questo comporta quindi un ruolo diverso e più incisivo delle regioni. Tutto questo non significa per noi contestare l'interesse nazionale, sottolineato dall'articolo 39 del disegno di legge costituzionale, ma pervenire ad una redifinizione dei compiti e ad una riforma istituzionale tali da rendere compatibile la costruzione di un'Europa delle Regioni e allo stesso tempo il mantenimento di uno Stato che si spoglia di competenze, ma che conserva la funzione fondamentale di coordinamento di politiche di crescita equilibrata della nazione.

Il presidente Soru, durante l'incontro con i parlamentari sardi, ha posto un interrogativo che è prioritario rispetto a ogni altro ragionamento e cioè quello dell'identità e dell'autonomia oggi, di conseguenza di definire di quale autonomia ha bisogno la Sardegna, e se effettivamente ne ha bisogno, per favorire la partecipazione dei cittadini, lo sviluppo democratico e il suo riscatto sociale. La risposta è che, se si parte dalla riscrittura dello Statuto, vi è l'esigenza di un nuovo Statuto per una nuova Regione. Lo Statuto della Regione autonoma della Sardegna attualmente appare inadeguato a interpretare la concezione dell'autonomia come noi la intendiamo, e cioè mezzo di lotta per la rinascita, il progresso e lo sviluppo della Sardegna. Per questa ragione la riscrittura dello Statuto non può essere affidata esclusivamente al Consiglio - e su questo ha ragione il collega del P.S. d.'Az. -, ma dev'essere il frutto di una mobilitazione unitaria, democratica, per garantire i ceti sociali più deboli affinché abbiano le stesse opportunità e gli stessi diritti di cittadinanza dei ceti sociali più forti; nella sostanza è fondamentale che non siano estromessi nel nuovo disegno istituzionale; uno Statuto in perfetta linea con le affermazioni del presidente Soru durante le dichiarazioni programmatiche: partire dagli ultimi.

Dobbiamo essere convinti, di fronte alla realtà sarda caratterizzata da 377 comuni su una popolazione di circa 1 milione e 600 mila abitanti, molti dei quali sono piccolissime realtà, che è necessario che il potere locale, che alla fine rappresenta gli interessi delle popolazioni, assuma pienamente il carattere di organo di base dello Stato e che quindi porti per intero la responsabilità della gestione pubblica per quanto riguarda gli interessi della comunità rappresentata. I poteri propri, e per noi insostituibili dei comuni, debbono essere intesi come poteri di livello statale, che realizzano, a fianco dell'autonomia, sul piano locale una capacità crescente di autonoma partecipazione del comune a scelte che per la loro natura, in rapporto alla crescita della nostra società, devono essere necessariamente di carattere generale.

Questo Consiglio regionale deve essere consapevole che con l'introduzione del nuovo disegno di legge costituzionale la riscrittura dello Statuto diviene urgente. L'impegno, partendo chiaramente dai contenuti, deve essere quello di una forte iniziativa unitaria delle forze democratiche autonomistiche. Se non ci sarà questo impegno, a prescindere dal risultato che otterremo in questa fase, la specialità della Sardegna, condizione essenziale per il suo sviluppo, sarà definitivamente messa in discussione e verrà comunque, nei fatti, a mancare. Oggi siamo di fronte all'esigenza di rispondere in tempi brevi ai cinque punti che nel disegno di legge costituzionale mettono in discussione la nostra autonomia e per questa ragione il dibattito consiliare può apparire come una sorta di semplice rivendicazione o richiesta di specialità in termini tecnicistici. Diventa fondamentale allora, che in quest'Aula emerga con forza l'esigenza di rivendicare una specialità per la Sardegna e che questa sia pienamente riconosciuta nell'ambito della legge costituzionale, che preveda, al contrario di ciò che sta avvenendo, la concessione di più ampi poteri alla Regione in alcuni settori legati alla sua insularità, alle sue caratteristiche naturali, alla sua storia e alla sua cultura.

In conclusione, siamo convinti che il federalismo, così inteso, può rappresentare una forma democratica di autonomia e di autogoverno, perché diventa elemento essenziale che regola un sistema di comunità. E' chiaro che il popolo sardo, non solo dal punto di vista storico o della sua identità, ma anche nell'ambito della accezione moderna di una società multirazziale affermatasi con lo sviluppo capitalistico, è una complessa e matura comunità. Per questo siamo convinti che non vi saranno, nonostante i tentativi ultimi e i ripetuti attacchi, ripensamenti all'indietro per limitare l'autonomia sarda. Siamo favorevoli al documento presentato alla prima Commissione, ma credo sia necessario approfondire un tema così importante per il futuro del popolo sardo.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Capelli. Ne ha facoltà.

CAPELLI (U.D.C.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Giunta, credo che questo stanco dibattito si stia avviando a conclusione perciò cercherò di ottimizzare il tempo a disposizione, di limitarlo e, come spesso mi sta succedendo, dovrò stravolgere la scaletta del mio intervento. Inizio avendo l'ambizione di strappare un sorriso al collega Cachia evidenziando la stridente contraddizione tra l'intervento in sardo del collega Onida e quello in simil siciliano sull'autonomia dell'onorevole Cachia.

(Interruzione del consigliere Cachia)

CAPELLI (U.D.C.). Era una battuta, non era una provocazione, mentre la provocazione la farò dicendo che adesso, per chiudere il cerchio, bisognerebbe affidare alla professoressa Dirindin la replica della Giunta, così avremmo girato un po' tutta l'Italia. Permettetemi, spero che su questo si possa ironizzare.

(Interruzioni)

Neanche su questo. Va bene, vedo che c'è poco spirito.

Veniamo alle cose serie, rimarco per l'ennesima volta, signor Presidente del Consiglio, che, a mio avviso, proprio oggi, parlando di un tema così importante che prende spunto dalla risoluzione presentata dalla prima Commissione consiliare, cioè il tema della specificità della nostra autonomia, che siamo deficitari in questo Consiglio in quanto gli articoli 1 del Regolamento e 23 dello Statuto non sono stati a suo tempo rispettati, per cui credo che ci sia già una violazione del vecchio Statuto, vecchio nel senso che è del 1948, e del Regolamento vigente in quest'Aula.

Io non sono riuscito a seguire con la massima attenzione gli interventi pur importanti, pur ricchi di osservazioni dei colleghi da stamattina ad oggi, in un'Aula che, a causa del frequente ripetersi di dibattiti su questo tema, appare disattenta, costretta a ripetersi nel tempo, credo che se andassimo a vedere i resoconti delle sedute della precedente legislatura, di quella ancora precedente, della Undicesima, della Decima e della Nona, potremmo ritrovare affermazioni che tutti noi, io per primo, abbiamo già fatto in quest'aula. Perciò mi chiedo se un Consiglio regionale che nella scorsa legislatura non è riuscito, con colpevole complicità di parte della maggioranza di allora, minoranza di oggi, a fare un passo importante, a trovare l'unità ed un filo conduttore per poter approvare una legge elettorale che rispettasse le posizioni politiche di tutti i partiti presenti, ma sulla quale si fosse raggiunta la necessaria unità d'intenti e di volontà, una legge che rispettasse, quella sì, l'autonomia e la specificità di quest'Isola, avrà la capacità di elaborare uno Statuto capace di difendere la Sardegna dai ritorni di centralismo romano. Il difficile percorso dello Statuto ha inizio nel momento stesso in cui è stato varato. Fin dal 1948 la specificità e l'autonomia furono tradite perché il testo approvato dall'Assemblea Costituente di allora modificò il testo presentato dalla Consulta, e già dai primi giorni della sua approvazione - ma di questo si è già parlato in altri interventi - ci furono le rimostranze di autorevoli personaggi politici, esponenti della cultura e intellettuali.

E' questo Consiglio come istituzione - non mi riferisco agli uomini e alle donne che lo compongono - in grado di poter autonomamente, liberamente, non ritoccare lo Statuto preesistente, ma riscrivere, alla luce dei tempi, lo Statuto della Sardegna? Io credo che le norme che regolano questo Consiglio, le modalità con cui questo Consiglio è stato eletto, ma ciò vale anche per il precedente, il gioco delle parti, dei partiti nazionali e non, non possano consentire ad esso di lavorare con obiettività alla stesura del nuovo Statuto sardo. Eppure in altre occasioni quest'Aula ha assunto decisioni unanimi, ma tutti devono dimostrare di avere la capacità di sganciarsi come persone, non come partiti, dalle dipendenze romane. Trovammo l'unità per esempio nella battaglia contro le scorie nucleari. Fu una grande battaglia che partì dal Consiglio regionale e fu sostenuta poi all'esterno del Consiglio regionale, ci fu una sinergia fra il popolo sardo e il Consiglio regionale, tant'è che il nostro stesso partito a livello regionale non è retrocesso di un passo o non abbiamo avuto problemi nell'attaccare pubblicamente le dichiarazioni di un Ministro che ci rappresenta all'interno del Governo nazionale, dimostrando di essere prima sardi e poi italiani, dimostrando di essere prima sardi e poi democristiani, dimostrando di essere sardi, senza problemi di sudditanza nei confronti di chicchessia. Quello fu un momento importante per questa Assemblea, forse l'unico che ricordi io di unità vera. Non si raggiunse sicuramente una posizione unitaria sulla Costituente, però da quest'Aula fu approvata la già ricordata legge istitutiva dell'Assemblea Costituente, che poi ha percorso l'iter parlamentare fino all'esito positivo della Commissione bicamerale.

Credo che queste siano le ragioni per cui sosteniamo la necessità di istituire un'assemblea costituente, vedremo poi come, sicuramente non rinneghiamo il nostro voto sulla legge presentata allora dai Riformatori ed altri, così come non neghiamo la nostra attenzione nei confronti della proposta di legge presentata dai Sardisti. Ma c'è un filo conduttore in tutto questo: decidiamo noi, decidiamo in Sardegna, decidiamo attraverso un'istituzione esterna al Consiglio regionale.

Sotto questo profilo, vorrei fare un'ultima osservazione che emerge dall'esperienza fatta in quest'Aula: quando si parla di temi così importanti, non che altri non lo siano, ma di temi di tale rilevanza per il popolo sardo, succede anche che ci si divida all'interno delle coalizioni, e per noi questo è un fatto democratico, è un fatto legittimo, tant'è che anni luce, tra virgolette, ci differenziano dalla posizione assunta da Alleanza Nazionale in tema di autonomia, in tema di Costituente, tema, appunto, che trattiamo oggi in quest'Aula e che comunque è più ampio rispetto all'argomento all'ordine del giorno. Questo perché abbiamo una concezione diversa dell'autorità nazionale nei confronti dell'autorità regionale, noi mettiamo prima l'autorità regionale e poi quella nazionale, pertanto non condividiamo gran parte delle argomentazioni che il collega Diana ha esposto in quest'aula.

Mi chiedo però quanto di quello che noi oggi ci siamo detti arriverà alla gente, quanto abbiamo recepito noi dalla gente. Io non credo che la gran parte del cosiddetto popolo sardo abbia molta attenzione nei confronti di questo argomento, e questo è un problema, c'è disattenzione perché non ci capisce. Io immaginavo durante il dibattito di oggi, e continuo a immaginare mentre parlo, una scolaresca seduta nelle tribune del pubblico ad ascoltare il nostro dibattito. Uscirà arricchita? Avrà capito qual è la posizione che noi abbiamo l'ambizione di rappresentare? Avrà capito quello che ci siamo detti? Avrà capito cosa significa autonomia, specialità, valori? A mio avviso, usciranno impoveriti, non penseranno che l'emendamento al comma 15, non so bene se sia quello, che prevede lo scioglimento anticipato del Consiglio regionale, sia una strenua difesa di questo Consiglio regionale, o del prossimo che verrà, per non essere sciolto prima dei cinque anni previsti per la durata della legislatura, ma penseranno che siano i consiglieri presenti a non volersi staccare dalla poltrona, non penseranno alle conseguenze politiche che quell'atto potrebbe portare, non capiranno che cosa noi abbiamo scritto e discusso sull'autonomia perché questo forse non serve loro a trovare un lavoro, perché non dà risposte concrete, perché c'è un distacco nostro e della gente dai valori che devono guidare una società.

Così come, perdonatemi, ma è difficile spiegare loro, ma per quanto mi riguarda anche a me stesso, come si fa ad essere guidati in questo percorso per la difesa dell'autonomia da chi non rispetta il Regolamento e lo Statuto, in attesa magari che qualche ricorso glielo ricordi, da chi per la prima volta nella storia della Sardegna - so che con questa affermazione mi esporrò ad eventuali considerazioni di dubbio gusto - mortifica appunto lo Statuto introducendo in quest'aula assessori che sardi non sono. Oppure che mortifica l'ambiente, sappiamo tutti come, che decide di costruire andando contro le leggi, contro la tutela ambientale e modificando unilateralmente nel territorio di sua proprietà il paesaggio intorno alla sua abitazione estiva; che mortifica le autonomie locali decidendo in maniera centralistica il blocco delle costruzioni oltre i duemila metri dalla costa, certamente senza consultare preventivamente le autonomie locali e prevaricando i loro diritti. Io aspetto risposte a queste domande, risposte coerenti, vorrei che vi fosse una linea di coerenza tra la posizione di difesa dell'autonomia e l'agire di chi in pochi mesi ha mortificato l'autonomia. Se questo non è vero, ovviamente non è vero, bisogna dimostrarlo con lo Statuto in mano, con il Regolamento e con le leggi, le stesse leggi che vengono violate, quelle in campo civile ed amministrativo, quando si assumono (ma questo lo vedremo nel momento della discussione delle mozioni di merito) delle delibere in palese contraddizione con leggi dello Stato italiano in materia di pubblica amministrazione e non solo dello Stato italiano, ma anche della Regione sarda, attualmente vigenti. In questa situazione come faccio a spiegare a quei ragazzi che qui non ci sono, a quelle scolaresche, la linea di coerenza tra la difesa dell'autonomia e le azioni concrete che le istituzioni compiono giornalmente contro l'autonomia, in spregio dell'autonomia?

Per tutti questi motivi, pur prendendo spunto nel mio intervento dalla risoluzione della prima Commissione e condividendola, così come la condivide il mio Gruppo - almeno dopo una prima lettura, ma sarebbe necessario sospendere i lavori per qualche minuto per un suo maggiore approfondimento anche in vista della predisposizione di un ordine del giorno possibilmente unitario - credo che questo Consiglio abbia sì l'autorità, sia certamente composto da persone di valore tale da poter elaborare il nuovo Statuto della Sardegna, ma non abbia sicuramente la libertà intellettuale necessaria e non sia rappresentativo di tutte le istanze sociali e politiche così come può esserlo invece un'Assemblea costituente, non formata da "trombati" o intellettuali scelti secondo i nostri gusti e secondo le nostre tendenze politiche, ma eletta con il sistema proporzionale puro, unico sistema garante di una corretta rappresentatività. Solo essa può riformulare lo Statuto della Sardegna, adeguandolo finalmente ai tempi e rivitalizzando quell'autonomia che per cinquant'anni in quest'Aula non si è riusciti a tutelare o a sfruttare integralmente. Teniamo conto di un'ultima cosa: non pensiamo che il meglio della Sardegna sia necessariamente qui dentro. Il meglio della Sardegna sta anche fuori da quest'Aula, alcuni non hanno avuto interesse a farne parte, altri hanno avuto minor fortuna perché i giochi dei partiti, le regole elettorali non sempre portano in quest'Aula, mi ci metto io per primo, il meglio della Sardegna.

PRESIDENTE. Grazie Onorevole Capelli. Siccome lei è una persona di spirito, condivido e ho compreso il ragionamento che lei voleva fare, ma vorrei sollevare le scolaresche dallo scarso senso civico che lei ha richiamato, perché, non essendo iniziato l'anno scolastico, sarebbe stato difficile averle qui, però ho compreso il senso delle cose che ha detto.

CAPELLI (U.D.C.). Era solo un esempio.

PRESIDENTE. Ho capito il senso, volevo sollevare le scolaresche.

È iscritto a parlare il consigliere Pinna. Ne ha facoltà.

PINNA (Prog.Sardegna). Quando più di un mese fa in questa stessa Aula abbiamo presentato le dichiarazioni programmatiche con le quali la Giunta, ma anche questa maggioranza, si candidava a governare la Sardegna per questi cinque anni, nel corso del dibattito più volte abbiamo avuto modo di ribadire la centralità e l'importanza delle riforme all'interno di un processo di sviluppo possibile. Sotto questo punto di vista è apprezzabile l'invito che anche in quest'Aula qualcuno ha fatto, con uno scatto di orgoglio statutario ed autonomistico, a mettere mano alle riforme, anche cadenzando i tempi, dimenticando che, sia in sede di elaborazione, di proposta e di discussione, già dalle prime azioni alle quali ha dato vita la stessa prima Commissione, noi abbiamo considerato e consideriamo la stagione delle riforme, in questa logica di nuova alleanza tra Giunta, Consiglio e apparato amministrativo aperta poi al sistema degli enti locali, un elemento centrale; quindi apprezziamo l'invito, ma ricordiamo che questo giardino sarà in grado probabilmente di dare dei frutti, frutti che in altri giardini, ammesso che siano stati tali, non sono mai né attecchiti, né spuntati.

Ritornando al tema di questo dibattito, ha fatto bene in premessa l'onorevole Maninchedda a ricordarlo, noi abbiamo detto semplicemente che rinunciavamo in questa fase - non mancheranno le occasioni perché questo accada - ad aprire una discussione molto più ampia sul tema dell'autonomia e della specialità così come messo bene in evidenza dalla mozione, il cui primo firmatario è stato l'onorevole Balia, perché la concretezza e la operatività, se volete anche quella sobrietà che forse dovrebbe più caratterizzare il nostro essere sardi, ci imponeva di rispondere ad una esigenza che ha le caratteristiche dell'emergenza.

Ieri, in occasione dell'incontro con i parlamentari sardi, qualcuno ha detto: si tratta purtroppo di un provvedimento di contenimento. E' vero, la risoluzione ha anche queste caratteristiche. Però, tornando al testo della risoluzione, anche questo riferimento al carattere, scadente no perché questo non è stato detto, comunque sottotono, dimesso di questo dibattito, bisognerebbe intendersi, si tratta semplicemente, in questo momento, di esprimere la nostra netta opposizione ad un tentativo che se volete è unilaterale, e in quanto tale viola apertamente la natura pattizia tra soggetti uguali, di quel rapporto che l'articolo 116 della Costituzione, che riconosce la dignità costituzionale dello Statuto sardo, stabilisce tra lo Stato e la Regione.

Noi crediamo che, ed è stato messo in evidenza anche ieri nell'incontro con i parlamentari, siamo in presenza di una violazione. In maniera unilaterale qualcuno ha deciso di modificare i rapporti, le relazioni tra lo Stato e la Regione e per giunta ha dimenticato il rango, la dignità costituzionale di tutte le componenti dello Stato ed in modo particolare delle regioni che presentavano, ed ancora oggi presentano, una caratteristica di perifericità che impone una relazione particolare.

Infatti, e questo è evidente, l'eventuale approvazione del disegno di legge in esame o che andrà in esame in uno dei due rami del Parlamento, in modo particolare, come si evince dalla risoluzione proposta, gli articoli 3, 6, 33, 38 e 43, in un solo colpo cancellerebbe l'autonomia e la specialità e, contemporaneamente, negherebbe la dignità e lo status della Sardegna, sostituendo in tal modo alla pratica se volete contrattualistica - potremmo definire il contrattualismo che sta alla base della nostra esperienza costituzionale un contrattualismo di tipo solidale e responsabile - una semplice normalizzazione neo centralistica che trova comunque degli adepti a Roma, ma non solo a Roma, perlomeno nei fatti se non sul piano dei principi. Questo, e non altro, costituisce il significato profondo della risoluzione oggi in esame.

Noi siamo chiamati in questo momento a dire il nostro no ad una serie di provvedimenti e di norme che di fatto amputerebbero, se non addirittura arriverebbero a negare completamente, ogni forma di autonomia. Per questo, in maniera sobria e asciutta, completando oggi un percorso che in queste settimane, in questi giorni, anzi ancora in queste ore, ha visto prima la convocazione della prima Commissione del Consiglio regionale, poi la predisposizione di una risoluzione unitaria, il coinvolgimento dei parlamentari sardi, l'incontro con i rappresentanti delle regioni autonome e delle province a statuto speciale e l'incontro con i due ministri della Repubblica, oggi noi dovremmo concludere questo itinerario approvando all'unanimità il testo che ci è stato proposto.

Perché è importante e perché non è un atto dimesso o sottotono quello che oggi dobbiamo in qualche modo compiere? La opposizione a tutta una serie di norme contenute in questo disegno di riforma costituzionale, costituisce la precondizione fondamentale per ogni dibattito che si voglia proporre di discutere della nuova specialità, della nuova concezione dell'autonomia. E' stato detto più volte, se passasse l'articolo 33 o passasse il comma 15 dell'articolo 43 noi avremmo un bel discutere di autonomia, avremmo un bel discutere di specialità, altri deciderebbero per noi.

Non solo, ma sotto questo punto di vista il non opporci a questi articoli, non solo pone in capo al Consiglio regionale una pericolosissima responsabilità per il futuro di questa Regione, ma rappresenta anche il tradimento, la negazione della eredità più significativa della storia istituzionale e politica della Sardegna. Ecco perché in sede di presentazione delle dichiarazioni programmatiche noi abbiamo ribadito l'importanza e la necessità di riscrivere lo Statuto, di ridefinire e di ripensare assieme l'autonomia e, contemporaneamente, però anche di ridisegnare il volto della Regione, la sua organizzazione, la sua struttura, il suo federalismo interno, il rapporto col complesso sistema delle autonomie locali. E ancora l'altro giorno, il 31, in occasione della Conferenza dei Capigruppo, ci siamo anche detti unanimemente che vogliamo dare ampio spazio, prima di tutto in quest'Aula, ad un dibattito sulla nuova stagione dell'autonomia e della specialità nel suo doppio riferimento che riguarda sia l'autonomia interna, sia il rapporto tra la Regione e lo Stato, la Regione e l'Europa, la collocazione della Regione all'interno del Mediterraneo. Cioè, anche dieci giorni fa, in sede di Conferenza dei Capigruppo è stata espressa unanimemente la consapevolezza che la stagione delle riforme è centrale, è fondamentale e sta alla base, in qualche modo, della nuova nostra esperienza parlamentare.

E ancora ieri il presidente Soru ha ribadito, in occasione dell'incontro con i parlamentari, la necessità che la riflessione sull'autonomia - pur partendo da quest'Aula che è pienamente e completamente legittimata da un voto democratico a trattare temi che investono in qualche modo la propria responsabilità, che costituiscono la propria ragion d'essere - proprio perché deve avere una funzione di diffusione di consapevolezza, deve essere esteso all'intera società sarda in tutte le sue articolazioni, con le forme che quest'Aula riterrà più opportuno stabilire a seguito del dibattito che si svilupperà su questo tema.

Quindi assolutamente non ci sono dubbi sulla consapevolezza circa questa stagione nuova, sulla consapevolezza della necessità di questo nuovo riorientamento della nostra specialità, della nostra autonomia concepita all'interno dello Stato. Noi pensiamo non a un'autonomia dallo Stato, ma a un'autonomia nello Stato, un'autonomia che riconosca il valore delle alterità istituzionali come la Sardegna, in un concorso però che veda poi lo Stato in tutte le sue articolazioni, quasi come una costellazione, lavorare per lo sviluppo più generale.

Noi però abbiamo anche la consapevolezza, che tutto questo sarebbe in qualche modo vana retorica se l'autonomia però venisse in qualche modo recisa, se l'autonomia venisse negata, mortificata, se, come ha detto stamattina l'onorevole Maninchedda, con questa riforma venissero in qualche modo devitalizzate le istituzioni. Non solo, abbiamo anche la consapevolezza che in tal modo noi compiremmo un parricidio, una sorta di vero e proprio tradimento, perché è vero che forse in questi cinquant'anni non si è fatto tutto, ma non è vero che non si sia fatto niente e non è vero che l'esempio dei padri dell'esperienza regionalista e autonomista in qualche modo non costituisca per noi una ricchezza e un punto di riferimento. Anche in questo caso, per noi, la memoria istituzionale rappresenta la stella polare di un'azione politica che però vuole andare ben oltre.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Biancu. Ne ha facoltà.

BIANCU (La Margherita-D.L.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, anche il Gruppo consiliare della Margherita condivide la risoluzione approvata dalla prima Commissione permanente sul disegno di legge costituzionale di modifica della parte seconda della Costituzione. Condividiamo l'analisi che è stata fatta del testo approvato dalla Commissione affari costituzionali della Camera e dunque condividiamo pienamente anche le proposte di modifica di quel testo che la stessa Commissione ha voluto sottoporre alla valutazione di quest'Aula.

Questa nostra posizione si inquadra in una generale valutazione negativa di quel testo di legge che, anche al di là dei passaggi concernenti le regioni a statuto speciale, noi riteniamo inadeguato, confuso e portatore di un sostanziale arretramento sul piano dell'effettiva realizzazione di un modello di Stato che possa, a buon diritto, definirsi federale. Sappiamo bene che nella maggioranza parlamentare che sta tentando di dare forma a questa legge convivono interessi, opinioni e obiettivi su qualche punto molto diversi, su qualche altro addirittura opposti e inconciliabili. L'incongruenza e la scarsa organicità che caratterizzano il testo finora formulato conseguono inevitabilmente all'assenza di un principio ispiratore condiviso e di finalità comuni.

Appare davvero velleitario e poco responsabile il tentativo di approvare una legge così importante e delicata in modo frettoloso e sotto la pressione di condizionamenti derivanti dalle esigenze di visibilità di alcune forze politiche e dal radicalismo ideologico di altre, con buona pace del perseguimento degli interessi degli italiani. Il risultato, se si insisterà su questa strada, sarà l'approvazione di una legge inutile e dannosa, inadeguata, peraltro, alle esigenze della società italiana contemporanea.

Questo intervento sulla Costituzione per modificare in senso federale l'ordinamento dello Stato, segue a distanza di pochi anni un'altra riforma, quella che il Parlamento, allora con maggioranza di centrosinistra, varò nel 2001 modificando il Titolo V della seconda parte della Costituzione. Oggi siamo nelle condizioni di mettere a confronto quella legge di riforma con il testo esitato dalla Commissione affari costituzionali della Camera il 26 luglio scorso e possiamo, anche alla luce di questo confronto, ribadire il giudizio positivo che da subito formulammo sulla legge costituzionale del 2001. Quella legge aveva aperto il percorso alla riforma in senso federale dello Stato italiano; molti la considerammo un primo passo in quella direzione sapendo che la piena realizzazione di un ordinamento federale richiedeva altre riforme ancora da realizzare. Tuttavia fu subito evidente l'importanza sostanziale di diversi elementi che erano stati introdotti: il principio di sussidiarietà, l'autonomia finanziaria per regioni, province e città metropolitane, il mutamento dei ruoli tra Stato e regioni sul fronte della competenza legislativa.

La nuova formulazione dell'articolo 117 ribaltava la logica fino ad allora vigente; con l'elencazione delle materie di competenza esclusiva e concorrente dello Stato, si attribuiva alle regioni potestà residuale esclusiva in ordine a ogni materia non espressamente riservata allo Stato, attribuendo inoltre agli enti locali potestà regolamentare in ordine alla disciplina dell'organizzazione e dello svolgimento delle funzioni loro attribuite.

Quella riforma ha prodotto una nuova configurazione dell'ordinamento statale; abbandonata la struttura piramidale del passato, tutti gli attori istituzionali, dallo Stato ai comuni, passando per regioni e province, sono posti su un medesimo piano istituzionale, connessi in una rete orizzontale in cui a ciascun ente sono riservate funzioni e prerogative proprie, evitando di configurare subordinazioni gerarchiche o ruoli centrali sovraordinati rispetto a ruoli periferici.

Rispetto all'evoluzione realizzata dalla legge del 2001 il testo di legge che verrà discusso alla Camera il prossimo 13 settembre contiene significativi passi indietro. Esso tenta di reintrodurre misure che restringono gli spazi di autonomia di tutte le regioni, subordinando a scelte e decisioni prese a livello centrale l'esercizio di funzioni che oggi sono invece riconosciute come di piena competenza delle istituzioni regionali.

Come è stato opportunamente sottolineato nella risoluzione della prima Commissione, il comma 15 dell'articolo 43 del testo di legge elimina, di fatto, la clausola di garanzia per le autonomie speciali contenuta nel testo approvato dal Senato, determinando con ciò non soltanto una immediata restrizione degli spazi di autonomia per le regioni a Statuto speciale, ma creando i presupposti per una possibile, implicita modificazione degli Statuti speciali realizzabile di fatto aggirando le garanzie procedimentali previste anche dall'articolo 54 del nostro Statuto, per iniziativa del Governo o del Parlamento. Il vincolo della contestualità delle elezioni del Senato federale e dei Consigli regionali, inoltre, subordina alle vicende politiche nazionali, la celebrazione delle elezioni regionali, e dunque gli stessi presupposti dei processi di autogoverno regionale. La reintroduzione del controllo di merito sulle leggi delle regioni a Statuto speciale ci riporta a un passato anche recente fatto di ingerenze nell'autonomia regionale da parte dello Stato, di sovrapposizione di competenze, duplicazioni di passaggi, inefficienza dei procedimenti legislativi e lungaggini burocratiche inutili ed anacronistiche.

Tutto ciò produce, nel suo insieme, un quadro confuso ma attraversato da una evidente volontà di azzerare i progressi compiuti negli ultimi anni per ritornare a un'impostazione ordinamentale in cui i rapporti, soprattutto quelli tra Stato e Regioni, tornano ad essere caratterizzati da un vincolo di subordinazione delle seconde al primo, secondo un modello che vuole nuovamente essere gerarchico anche se in qualche modo mascherato. Siamo dunque in presenza di un disegno di legge con forti tensioni neocentralistiche, ben lontano dall'impostazione della riforma del 2001, che addirittura prevedeva per le regioni ordinarie un'attribuzione di forme di autonomia talvolta perfino più ampie di quelle riconosciute alle regioni a Statuto speciale.

Qualcuno anche in questi giorni, sostiene che quella possibilità di attribuzione di ulteriori forme e condizioni speciali di autonomia alle regioni a Statuto ordinario abbia rappresentato, nei fatti, un primo svuotamento dello status di specialità assegnato alla Sardegna e alle altre regioni a Statuto speciale. In un certo senso si può dire che questa considerazione è fondata, ma è anche vero che in occasione della riforma costituzionale del 2001 la Sardegna non fu sufficientemente attiva nell'utilizzare gli strumenti della specialità che aveva a disposizione. La vastità e la portata della nuova legge indicavano infatti che era indispensabile avviare subito un'intensa e straordinaria attività di produzione legislativa attraverso la quale approntare la necessaria strumentazione normativa e amministrativa in tutti gli ambiti nei quali la competenza statale veniva sostituita dalla competenza regionale, e comunque su tutti gli aspetti che venivano modificati o condizionati dalla riforma costituzionale.

I temi da affrontare erano molti ed è sufficiente citarne alcuni per misurarne l'importanza. Si trattava di mettere i comuni nelle condizioni di far fronte alle nuove ed amplissime competenze in materia amministrativa, di istituire il Consiglio delle autonomie locali, di definire una nuova legge elettorale regionale, di verificare in che modo questa vasta e articolata attività legislativa poteva comportare modifiche e integrazioni rispetto allo Statuto regionale. Bastano questi pochi esempi per valutare la complessità e la portata del compito che attendeva il Consiglio regionale, anche senza considerare la scrittura del nuovo Statuto regionale, tema costantemente all'ordine del giorno di tanti dibattiti, convegni e iniziative. Erano e sono compiti che richiedevano uno sforzo che andava ben oltre l'ordinarietà del lavoro consiliare e delle Commissioni permanenti; ma questi compiti rimasero disattesi in una legislatura assai poco produttiva e li ritroviamo oggi davanti a noi pressoché immutati dopo tre anni.

Nel dibattito di questi giorni, più di una voce si è levata per sostenere che la specialità non ha più senso e che non rappresenta più uno strumento adeguato ad affrontare i problemi della Sardegna. Sono opinioni che giungono da soggetti di diversa cultura e formazione, che ci chiamano a riflettere ulteriormente sugli effettivi contenuti dei valori che oggi diciamo di voler difendere e a cui tanto spesso ci si è appellati in modo automatico e quasi routinario: la specialità, l'autonomia, lo Statuto regionale. In effetti, in un quadro costituzionale in cui a qualunque regione italiana siano attribuibili ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, si attribuisce alla differenziazione tra regioni, tra tutte le regioni, la funzione di determinare e giustificare condizioni e forme specifiche di autonomia.

Ma allora è davvero giunto il momento di intendersi e di confrontarsi sul significato che ciascuno di noi attribuisce oggi al valore della specialità sarda, ridefinendo e condividendo le ragioni della nostra differenza per basare su di essa i contenuti e gli strumenti della nostra specialità. Nell'attuale scenario, caratterizzato da processi di globalizzazione e da una forte competizione tra regioni a livello nazionale, ma anche soprattutto internazionale, diventa sempre più rilevante per garantire una prospettiva di progresso e sviluppo alla nostra regione, un'approfondita valutazione delle risorse che un contesto locale come il nostro è in grado di mettere in gioco. E' su tali risorse che dobbiamo basare la nostra identità cercando di modellarla sulla loro specificità e promuovendone la valorizzazione. Sono risorse di diversa natura, riguardano l'ambiente naturale e quello costruito, le attività economiche insediate nei nostri territori, ma soprattutto il capitale umano e l'eredità della cultura materiale e immateriale che i processi storici hanno sedimentato in questa nostra terra.

Ma non dobbiamo dimenticare che le nostre tante risorse sono altrettante opportunità di progresso e sviluppo solo se sono riconosciute come tali dalla comunità, e in particolare da tutti quei soggetti che insieme alle istituzioni sono protagonisti del governo concreto e quotidiano della nostra Regione; penso agli operatori economici, agli intellettuali, ai rappresentanti dell'associazionismo sindacale di categoria, ai tecnici, agli operatori del sociale e del terzo settore. Dobbiamo verificare insieme a tutti questi soggetti qual è oggi il senso dell'identità e della specialità della nostra terra, per chiudere una vecchia fase fatta soprattutto di rivendicazioni rivolte allo Stato nazionale e aprirne una nuova per l'integrazione e il protagonismo della Sardegna nella rete delle regioni e territori che compongono il quadro nazionale ma soprattutto quello europeo.

Sapevamo che in questa legislatura il Consiglio regionale avrebbe dovuto affrontare questi temi. Ciò che è accaduto nelle scorse settimane in Parlamento, in particolare le modifiche apportate al testo della legge costituzionale approvato in prima lettura al Senato, ci impone soltanto un'accelerazione e ci chiama a fare ciò che già avevamo nella nostra agenda fin da quando ci siamo presentati agli elettori e ai cittadini sardi, e occorre farlo unitariamente. Quella forzatura romana può e deve farci superare le logiche di schieramento facendo esprimere a questo Consiglio regionale una risposta unitaria e condivisa, basata sulla risoluzione approvata dalla Prima Commissione permanente. Fatto questo, si tratterà poi di andare avanti considerando la sconfitta di quel tentativo e il ritorno al testo del Senato solo come la prima tappa di un percorso che deve proseguire; un percorso che ci deve condurre a ridefinire la nostra specialità a cominciare dalla rielaborazione della nostra Carta costituzionale, lo Statuto regionale, che può e deve essere scritto in Sardegna, secondo modalità condivise e partecipate, con il superamento delle logiche di schieramento politico, come qualche collega sollecitava questa mattina, poiché il contenuto del patto federale che lega la nostra regione all'Italia non può essere scritto altrove ma dev'essere il frutto della consapevolezza, della responsabilità e di un nuovo protagonismo della società sarda e delle istituzioni che la rappresentano.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Cugini. Ne ha facoltà.

CUGINI (D.S.). Signor Presidente della Regione, colleghe e colleghi, noi dobbiamo in questa occasione cercare di stare al passo con la discussione che si sta svolgendo nel Paese attraverso il Parlamento e dobbiamo stare al passo con la discussione che si farà nei prossimi giorni sull'autonomia delle regioni a Statuto speciale e delle province autonome. La Commissione autonomia ha prodotto una risoluzione, illustrata dal Presidente Maninchedda questa matina, che mi pare corrisponda all'orientamento maggioritario di questo Consiglio. E allora noi abbiamo il compito di confermare sia il contenuto della risoluzione della Commissione autonomia sia le indicazioni che sono emerse dall'incontro di ieri tra il Presidente del Consiglio, il Presidente della Regione, il Governo della Regione e i parlamentari sardi, e possiamo dire che nell'incontro di ieri mattina qualche dubbio presente nella discussione della Commissione autonomia, introdotto dal collega Artizzu, è stato fugato. Ho infatti sentito dichiarazioni pubbliche di parlamentari di Alleanza Nazionale, in particolare del senatore Delogu, che affermava in termini estremamente chiari, in linea con la risoluzione della Commissione autonomia, che se l'emendamento di Anedda venisse interpretato, così come si dice nel Parlamento nazionale e nel Consiglio regionale, il Gruppo di Alleanza Nazionale sarebbe pronto ad introdurre modificazioni corrispondenti all'esigenza della conferma dell'autonomia. Questo passaggio noi lo consideriamo importante perché supera la riserva del collega Artizzu espressa nella Commissione autonomia.

Se siamo d'accordo, per evitare di perdere il filo del ragionamento che in questi giorni ci è stato proposto, diamo una risposta alta del Consiglio regionale richiamando i contenuti della risoluzione della Commissione, e, aggiungo, sostenendo il lavoro che hanno fatto ieri il Presidente della Regione e il Presidente del Consiglio con i Presidenti delle regioni autonome e delle province autonome, perché abbiamo un'esigenza politica generale che impone alla Sardegna di stare al passo con la discussione europea e assieme di determinare una convergenza delle autonomie nazionali perché si rivendichino competenze, funzioni e partecipazione dentro una logica unitaria dello Stato. Siamo d'accordo su questo punto. L'Italia è una, l'Italia è la patria di tutti, è la patria di tutti al di là dell'appartenenza politica. E' un termine forte usare la parola "patria"? Beh, se è forte io lo considero normale. Allora, stiamo dentro questa impostazione perché se richiamiamo, e dobbiamo comunque farlo, l'esigenza di un ulteriore passo in avanti del Consiglio regionale per superare i ritardi che abbiamo riscontrato negli anni passati, allora è bene separare i tempi della discussione, dare oggi una risposta, così come ci viene richiesta, aprire una riflessione così come ha proposto il Presidente Floris stamattina, e noi siamo d'accordo, perché il Parlamento regionale recuperi una funzione, dia un'indicazione, sviluppi un'iniziativa politica istituzionale capace di recuperare i concetti dell'autonomia sui quali ci siamo formati tutti assieme.

Non bisogna, però, fare confusione, perché attribuire all'onorevole Soddu la posizione che ha richiamato il collega Pisano, è un errore, perché il Presidente Soddu, quando abbiamo ragionato di Costituente, di funzione del Consiglio regionale e di funzione del Parlamento regionale, aveva la posizione opposta a quella che il collega Pisano sosteneva allora e ha sostenuto oggi. Questo per amore di verità, perché quando citiamo personalità della politica di ieri e di oggi dobbiamo farlo senza tentare di tirargli la giacca e di utilizzarle a fini di parte. Non sono corrette le posizioni attribuite a Soddu, non lo sono quelle attribuite a Dettori e a Cardia, e, aggiungo per il collega Pili, non sono corrette neanche quelle attribuite a Togliatti, mentre lo sono quelle riferite a Gramsci. Togliatti non è mai stato un autonomista e un regionalista, anzi, la Sardegna ha subito allora un'iniziativa di Togliatti che impedì al Partito Comunista Sardo di federarsi al Partito Comunista Italiano e di differenziarsi dal Partito Comunista dell'Unione Sovietica. Ci fu un congresso che si svolse proprio nel Sulcis e Togliatti impedì l'evoluzione del Partito Comunista, cosa che invece Gramsci proponeva. Allora evitiamo di utilizzare strumentalmente queste posizioni e riaffermiamo la nostra competenza.

Quella competenza - lo dico ai colleghi - la vogliamo confermare? Noi siamo favorevoli a confermarla. La vogliamo confermare unitariamente? Deve essere, a nostro giudizio, confermata unitariamente, perché questo ci viene richiesto anche dai parlamentari nazionali che hanno assunto anche un'iniziativa che per noi può essere discutibile, ma è un'iniziativa che si assume per funzione e non per convinzione, e allora noi dobbiamo contribuire con un ordine del giorno unitario a far fare questo passo in avanti. Poi, come dicono molti colleghi, occorre riprendere il tema della riscrittura dello Statuto. Beh, insomma, io non voglio polemizzare perché non mi pare oggi la giornata delle polemiche, però noi abbiamo sottoposto, noi come coalizione di Sardegna Insieme, al giudizio degli elettori, un documento che ha tre capitoli precisi su questi temi,un documento che parla di autonomia, di competenze, di federalismo, di riforma della Regione, di trasferimento di poteri dalla Regione ai comuni. Quel documento è stato approvato dal corpo elettorale, infatti noi siamo diventati maggioranza. Voi vi siete presentati alla consultazione elettorale senza un documento nuovo, e quindi voi siete stati valutati per l'iniziativa che avete assunto proponendo l'istituzione dell'Assemblea costituente, e quella è stata bocciata. Ora noi non vogliamo vincere su tutta la linea. Noi vogliamo ragionare e superare questa situazione.

Io ho apprezzato moltissimo l'intervento, ripeto, del Presidente Floris, e aggiungo che però ho apprezzato anche, con la stessa convinzione, l'intervento del collega Diana di Alleanza Nazionale: una sana - posso dire, per mantenere un po' la differenza e lo spirito polemico - un po' tardiva, ma sana autocritica su quanto è avvenuto negli anni passati. È caduta la strumentalità di quell'argomentazione di allora, oggi ne emerge una nuova che merita un approfondimento. Insomma, care colleghe e cari colleghi, ci sono quarantotto consiglieri regionali nuovi in quest'Aula che non hanno partecipato alla discussione vecchia, vecchia non tanto per motivi temporali, vecchia nell'impostazione, che hanno giustamente l'esigenza di proporre il loro contributo, e quindi io penso che sia giusto riprendere l'indicazione del collega Balia e fare una sessione di carattere straordinario sui temi dell'autonomia, e allora ci misureremo anche sul merito dello Statuto o sulla costituzione che noi vogliamo dare alla Sardegna. Poi il Parlamento nazionale si sveglia perché magari arrivano le elezioni, perché occorre dare anche una risposta elettorale e magari l'Assemblea Costituente riprende a respirare, magari anche in lingua sarda, come ha fatto il collega Onida intervenendo stamattina. Magari! Se ciò dovesse capitare saremmo pronti a discutere di quell'argomento.

Chi infatti ci impedisce di discutere dello Statuto, dell'autonomia, della Costituzione che noi vogliamo? Chi ce lo impedisce? Qual è l'autorità superiore all'Assemblea del popolo sardo che può impedire all'Assemblea del popolo sardo di scrivere la propria Costituzione? Chi lo può impedire? I colleghi sardisti hanno avanzato una proposta, c'è una parte che io non condivido, ma questo non c'entra nulla! Ma la vogliamo fare una discussione sulla Costituzione che vogliamo per dire quali funzioni decentriamo, che poteri chiediamo, che partecipazione determiniamo al processo unitario nazionale europeo? L'Italia ha perso il potere per quanto riguarda la moneta, l'ha trasferito all'Europa. C'è sullo sfondo anche un trasferimento di competenze dagli stati nazionali all'Europa, è chiaro che le regioni avranno un potere ridotto, ma di grande importanza nel senso della partecipazione alle decisioni assunte in sede nazionale e sovranazionale.

E' una sfida che dobbiamo proporre a noi, non tra di noi per dire chi è più rispondente alle esigenze contingenti o al disegno generale, ma perché abbiamo bisogno di riscrivere la Costituzione della nostra Regione dal punto di vista dei sardi, e Sardegna Insieme ha dato un'indicazione nel proprio programma elettorale. Non va bene? Va rafforzata? Benissimo! Rafforziamola, siamo pronti, ma non può essere - lo dico agli amici Riformatori che sono stati al Governo negli ultimi dieci anni per due volte, una volta col centrosinistra e una volta col centrodestra, però quando c'è stato da scegliere un assessorato mai hanno scelto quello delle riforme, da Riformatori, preferivano l'Assessorato dei lavori pubblici - che anche adesso, non lo dico con spirito polemico, per fare un rimbrotto, nella Commissione autonomia non siano presenti i Riformatori che nascono per riformare il mondo! E allora io penso che dobbiamo stare coerentemente dentro un ragionamento, dobbiamo starci per farlo il ragionamento e noi vogliamo farlo. Sarei insincero se non riconoscessi al collega Pili di aver fatto, con l'intervento di oggi, sul tema della Costituente, un passo in avanti. Non solo perché sposta la posizione di Forza Italia su una linea più vicina ai bisogni della Sardegna, ma perché esprime un giudizio sui ritardi che si sono manifestati e si dice pronto a ragionare sul merito. Siamo tutti pronti, poniamo l'iniziativa in capo all'Assessore degli Affari generali? La poniamo in capo alla Commissione autonomia? Io sono dell'idea che bisogna metterla in capo al Governo, alla Commissione autonomia e assieme al Parlamento dei sardi, ma lo dobbiamo fare rapidamente. Noi Democratici di Sinistra siamo in grado di dare il nostro contributo, di avanzare proposte anche in qualche modo condivisibili e pronti discuterle, correggerle, emendarle per arrivare a possibili soluzioni, ma vogliamo partecipare direttamente alla scrittura della nuova Costituzione, lo vogliamo fare tutti assieme. Presidente Floris, tutti assieme! Lo vogliamo fare per dividerci sul merito delle diverse proposte se dovesse capitare, ma non per dividerci perché noi abbiamo vinto e voi avete perso. No, lo dobbiamo fare perché c'è bisogno di questo sforzo.

Concludo su un punto che è bene richiamare. Usciamo dall'Obiettivo 1, bisogna approfondire il discorso sull'insularità, il Presidente Floris stamattina ha richiamato il problema dei costi dei trasporti, che è un impedimento reale quando ci riferiamo al trasporto di merci, persone, prodotti finiti in uscita o in entrata, ma non lo è quando parliamo di tecnologie e di partecipazione tecnologica allo sviluppo dell'Italia e dell'Europa. In questo campo siamo tutti uguali. C'è un problema di competenze e di proposte.

Allora, io penso che si possa - lo dico per il Governo della Regione, per il Presidente Soru, per l'Assessore Dadea, per il Presidente Spissu - chiudere stasera la parte che si deve chiudere, lasciando aperto il tema riferito alla nuova Costituzione da scrivere per la Sardegna, e dandoci dei tempi certi per evitare, come diceva quel vecchio sindacalista, che la discussione finisca alle "candele" greche. Dobbiamo fare in modo che si capisca di che cosa stiamo parlando e quando vogliamo concludere la discussione. Noi siamo favorevoli ad iniziare subito. Il presidente Maninchedda diceva: "La prossima settimana facciamo una riunione della Commissione anche di tipo organizzativo e programmiamo il lavoro"; però sarebbe un errore, e concludo davvero - lo dico per gli amici di Alleanza nazionale e lo dico per gli amici di Forza Italia - dividerci su un qualcosa che non esiste ancora. Convergiamo su ciò che c'è: la risoluzione della Commissione Autonomia, l'incontro con i parlamentari, il lavoro che hanno fatto ieri il Presidente Spissu e il Presidente Soru, la discussione su questa parte, che mi sembra omogenea, che stiamo facendo tra di noi. Possiamo arrivare ad un ordine del giorno unitario, ma non dobbiamo aver paura delle parole che diciamo, perché sennò rischiamo di dare ragione al collega Pisano che, non volendo far niente, dice che stiamo proponendo poco.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere La Spisa. Ne ha facoltà.

LA SPISA (F.I.). Io vorrei partire da una premessa e una precisazione che il Gruppo di Forza Italia ritiene fondamentale e che è stata anche già esplicitata dal collega Pili, e cioè che una qualunque riforma, così come un qualunque assetto istituzionale che vuol essere moderno, efficace, incisivo sulla società, e quindi anche qualunque tentativo di difesa di un assetto istituzionale che in qualche modo noi non possiamo non riconoscere che abbia dato dei benefici alla nostra terra e al nostro popolo, qualunque intervento cioè che incida sull'ordinamento istituzionale di uno Stato o di una regione ha una condizione fondamentale, che è questa, che ci sia da un lato una forte consapevolezza degli obiettivi che si vogliono raggiungere, e dall'altro che vi sia l'unità del popolo che vuole riconoscere, difendere, costruire, modificare un assetto istituzionale moderno, incisivo, capace cioè di dare risposte alle proprie esigenze e al proprio territorio. Per questo noi partiamo da una premessa fondamentale nella discussione di stasera: il tentativo forte, coraggioso, difficile di una unità che non è soltanto possibile, ma è necessaria per il sistema Sardegna se vogliamo avere un sistema autonomistico che davvero possa aiutarci a dare risposte a chi ci ha eletto per rappresentare il popolo sardo.

Noi non possiamo certamente dimenticare che il dibattito di oggi è nato in qualche modo come risposta istintiva, quasi un riflesso condizionato, una reazione impulsiva, di impeto, a un progetto di legge dello Stato che evidentemente su alcuni punti tende a modificare norme di carattere formale, procedurale quindi, ma anche di carattere sostanziale, norme di statuti di regioni ad autonomia differenziata, riconosciuti e sanzionati attraverso la forma della norma costituzionale. E' un tentativo che non può non provocare da parte di tutto il sistema Sardegna una risposta unita, forte, ma soprattutto per essere forte e unita occorre che essa sia cosciente. Questo io credo che sia il vero problema.

Noi oggi facciamo un dibattito che può sembrare, qualcuno lo ha anche detto, inutile. Il Presidente della Regione e il Presidente del Consiglio hanno già parlato con il Governo che probabilmente presenterà anche un emendamento che modificherà, almeno nel senso di alcune richieste di tutte le regioni speciali, il contenuto di questo testo normativo. E' finito quindi il nostro compito, è finito il senso di questo dibattito? Io credo proprio di no. Io credo che questa sia un'occasione utilissima, soprattutto perché siamo all'inizio di una legislatura che potrebbe essere importante, un'occasione che deve essere colta per mettere a fuoco, per puntualizzare la strategia che le forze politiche distintamente al proprio interno, nel confronto interno ai singoli partiti e ai singoli schieramenti, devono porre in essere, e non possono fare altrimenti, se vogliono dare a questa legislatura una possibilità in più, e cioè quella di incidere sulla materia istituzionale, sulla materia statutaria, su cui tante, troppe altre legislature hanno fallito.

Dobbiamo noi perdere questa occasione? Io credo che davvero non la possiamo perdere, ma il vero problema è che in questo dibattito di oggi e in quello che seguirà a questo appuntamento di oggi, perché molti hanno già anticipato questa richiesta, e noi la condividiamo ampiamente, dobbiamo partire da una presa d'atto, cioè che il sistema Sardegna vive da anni una condizione soggettiva, direi quasi una condizione psicologica, di debolezza. Il sistema Sardegna ha cioè una coscienza dell'autonomia del proprio sistema regionale purtroppo timida e sbiadita. Abbiamo perso di fatto, negli anni, la forza di rivendicare, di costruire, di trovare le ragioni e quindi poi le forme, le procedure, le norme, gli atti amministrativi e di governo che dessero sostanza a un riconoscimento importantissimo, che la Repubblica italiana nel suo momento fondativo ha dato alla Sardegna, alla Sicilia, alla Valle d'Aosta, al Trentino e al Friuli Venezia Giulia. Siamo noi che non abbiamo oggi una sufficiente coscienza, ma questo dipende evidentemente da un fatto chiaro, lampante, cioè che il giudizio sull'utilità e sull'attualità di un'autonomia differenziata, speciale, è fortemente condizionato dagli insuccessi, dall'incapacità del sistema politico in generale, quindi di tutte le forze politiche che hanno rappresentato la Sardegna in questi anni, di adottare una forma di governo, atti di governo e atti normativi, atti legislativi in particolare, che davvero portassero la Sardegna a fare della specialità uno strumento per contribuire a superare i condizionamenti storici, economici, geografici, a cui si è fatto cenno in tantissimi interventi. Credo davvero che tutti gli interventi fatti, tutti, uno per uno, che hanno segnalato questi problemi, meritino grande attenzione, proprio per recuperare quella unità di cui abbiamo bisogno.

Tutti abbiamo condiviso e condividiamo la convinzione che le ragioni storiche da cui è nata la specialità non sono più quelle del momento in cui è stata riconosciuta. Tutti, d'altra parte, riconoscono oggi che non sono assolutamente venute meno le motivazioni di carattere economico, e credo che tutti riconosciamo, non so quanto coscienti di questo però, che oltre alle ragioni economiche - è stato fatto cenno al fatto che noi possiamo uscire dall'Obiettivo 1, e questo avrà delle pesanti ripercussioni sulle disponibilità finanziarie - c'è una origine culturale della specialità dell'autonomia della Sardegna che noi dobbiamo continuamente riaffermare. D'altra parte il giudizio sulla incapacità delle diverse classi politiche che si sono alternate anche nella guida di questa Regione di utilizzare al massimo gli strumenti dell'autonomia speciale a volte è anche ingeneroso. Non possiamo cioè dimenticare che, a prescindere davvero dalle forze politiche che hanno condotto la politica statale, la specialità della Sardegna di fatto si è scontrata con una posizione costantemente ribadita dallo Stato, sia da parte dei diversi Governi, sia da parte dei diversi Parlamenti che, di fatto, ha svuotato l'utilità di molti degli strumenti contenuti nello Statuto speciale della Sardegna.

Il fatto è che, a partire dai primi anni settanta, dal '72, quando è stato varato il primo trasferimento di funzioni statali che ha avviato il sistema regionale ordinario, per poi arrivare al '76, con il Decreto del Presidente della Repubblica numero 616 che ha ampliato questi poteri, per arrivare poi alla Bassanini, che ancora ha completato il trasferimento di poteri e di funzioni, e ancora dopo alla riforma del Titolo v della Costituzione, in realtà c'è stato un atteggiamento costante dello Stato, teso a contenere ripetutamente il pieno svolgimento delle funzioni regionali. Questo lo Stato lo la fatto nei confronti delle Regioni speciali e lo ha fatto continuamente anche nei confronti delle Regioni ordinarie. Ricordiamo tutti gli orientamenti della Corte costituzionale negli anni, ricordiamo tutti la fatica che sempre tutti i consigli regionali hanno fatto per vedere approvate le proprie leggi, passando al vaglio del controllo governativo, del sistema ferreo del rinvio e poi eventualmente dell'impugnativa davanti alla Corte costituzionale. Tutti passaggi che hanno mortificato il regionalismo complessivamente, e che però sono stati superati, in realtà, dalla forza politica delle regioni ordinarie che, a differenza, certamente della Sardegna, ma anche di altre regioni speciali, hanno saputo fare fronte comune e hanno di fatto strappato sistematicamente, gradualmente allo Stato centrale più poteri e più funzioni.

E qui arriviamo veramente al nocciolo della questione che ci deve far recuperare, a mio parere, anche un minimo di realismo in riferimento alla proposta che dobbiamo e non possiamo non fare di modifica dello Statuto, e cioè che nel sistema costituzionale in cui ci troviamo una maggiore autonomia non può essere decisa dal livello istituzionale territoriale, e popolare quindi, che la rivendica. Un sistema autonomistico più forte, un meccanismo che dia più poteri e più funzioni deve essere conquistato nel rapporto con lo Stato e deve essere quindi riconosciuto, se vogliamo, concesso dallo Stato, cioè qualunque passo avanti per il sistema autonomistico verrà compiuto soltanto se si attuerà un rapporto tra la nostra Regione e lo Stato, che in qualche modo sposti i poteri. E spostare poteri è difficile dovunque, spostare poteri è difficile anche per la nostra Regione, lo sappiamo tutti, tutti abbiamo forse la coscienza non molto pulita in riferimento al rapporto del sistema regionale nei confronti, per esempio, dei comuni e degli enti locali. Possiamo tutti dire di essere a posto rispetto a questo problema? Che ne è del federalismo all'interno del sistema regionale? Il problema è che spostare poteri è sempre difficile. Per spostare poteri occorre una forza politica davvero cosciente delle proprie ragioni e forte, ma soprattutto unita.

Io credo, quindi, che occorra recuperare questa coscienza, recuperare la forza e recuperare l'unità. Credo che anche nel dibattito di oggi alcuni accenni ironici, polemici, inutilmente faziosi in questo contesto, alcuni calcoli di parte, elettoralistici, che tra l'altro sono fuori luogo in questo momento, la preoccupazione delle scelte sugli assetti di governo e dei rapporti tra Governo e opposizione, la confusione tra questo livello dei problemi e un livello più importante, più fondamentale, che è quello della costruzione di un sistema istituzionale che ai governi di turno e alle opposizioni di turno dia piena legittimazione e piena forza per agire, non aiutino a raggiungere quella unità di cui parlavo. Il problema, colleghi, è che noi non otterremo nessun risultato, non solo in Regione, ma anche a livello nazionale, se non riusciamo a costruire una dialettica politica tra le diverse forze, soprattutto tra i diversi schieramenti, in cui ci sia alla base una cosa fondamentale e cioè la legittimazione reciproca. Il Titolo V della Costituzione è stato riformato a maggioranza e non con una larga intesa, il disegno di legge di riforma della parte II rischia di essere approvato a maggioranza e non con una larga intesa.

Oggi, ancora, in questo Consiglio abbiamo problemi ad arrivare a un ordine del giorno unitario, che dia forza alla nostra rivendicazione nei confronti dello Stato, perché si ha paura, ad esempio - scusate, faccio un accenno preciso - a riconoscere che c'è stata una proposta di legge sulla Costituente. Ci crea qualche problema questo? E' questo l'ostacolo che ci impedisce di arrivare all'approvazione di un ordine del giorno unitario? E quando arriveremo a dover definire i contenuti, le direttive da dare alla Commissione, all'Assemblea costituente, alla Consulta, quello che verrà fuori dal dibattito che spero faremo presto, quando dovremo trattare dei problemi sostanziali, dei poteri veri, dei problemi veri, cioè di come spostare poteri e funzioni, troveremo maggiori opportunità, maggiori occasioni per unirci, per essere uniti e coscienti in maniera forte? E' proprio impossibile, già da stasera, che in qualche modo ci sia un dignitoso riconoscimento della legittimità delle posizioni degli altri, su questo tema naturalmente, senza approfittare di questo per speculazioni di parte, ma su questo tema, è proprio impossibile un riconoscimento dell'apporto che ciascuno può dare, dell'apporto anche di chi ci è dialetticamente opposto essendo collocato in un diverso schieramento o anche nel medesimo schieramento? Questo costituisce un problema? Io credo che ci sia ancora la possibilità oggi, domani, ma direi ancora in questi minuti, in queste ore, per recuperare le ragioni di un'unità che ci porti a riconoscere quel che è stato detto fin dall'inizio, e cioè che oggi dobbiamo dare una risposta forte e unitaria allo Stato, non a un governo, a una maggioranza parlamentare o ad altre forze all'interno della maggioranza o dell'opposizione nel Parlamento, ma una risposta convinta e forte del sistema autonomistico regionale sardo. Se noi recuperiamo questa convinzione, io credo che ci sarà poi la possibilità di costruire - sulla base anche dei tentativi fatti, riconoscendo almeno la buona fede delle altrui intenzioni, non cercando di utilizzare giudizi su questi tentativi per affossare o in qualche modo per penalizzare posizioni di avversari politici - nel prossimo dibattito contenuti forti per ridare al tentativo che dobbiamo avviare la capacità di essere veramente incisivo sulla realtà del nostro sistema regionale.

Le motivazioni per riaffermare la specialità esistono. Lo scopo del dibattito di oggi è innanzitutto certamente dare una risposta allo Stato, ma anche riaffermare in quest'Aula in maniera forte che le ragioni della specialità ci sono, perché nonostante le condizioni storiche mutate, quelle sociali, culturali ed economiche, non certamente mutate, ci impongono ancora di riaffermare la possibilità che la Sardegna abbia il riconoscimento di un ordinamento differenziato rispetto a quello delle altre regioni, che possa in qualche modo aiutarci a recuperare anche poteri, funzioni e persino risorse finanziarie che altrimenti potremmo perdere.

PRESIDENTE. Si è conclusa la serie degli interventi. Ha domandato di parlare il Presidente della Regione. Ne ha facoltà.

SORU (Prog. Sardegna), Presidente della Regione. Si è fatto un po' tardi, bisognerà necessariamente cercare di essere brevi. Do atto agli ultimi interventi di avere riportato il dibattito sul nocciolo della questione, e di aver smesso di scantonare su temi che non c'entrano nulla, sono totalmente fuori luogo, che denotano, a volte, lo scarso rispetto con cui questo tema dell'autonomia viene trattato ed è stato trattato finora, anche negli ultimi anni, e spiega anche perché siamo arrivati all'improvviso, alla fine dell'estate, a dover rincorrere decisioni già prese. Ci siamo accorti che quest'autonomia, di cui noi da ragazzini avevamo imparato in qualche maniera ad essere orgogliosi, fin dai primi anni di scuola, in cui ci spiegavano che l'Italia era fatta di tante regioni, ma ce n'erano poche speciali, poche che avevano un'autonomia speciale, all'improvviso, ecco, questa nostra specialità rischia di finire, forse sta finendo. Sta finendo perché non è stata difesa abbastanza, perché nulla ci è dato per sempre, nulla, se non viene difeso costantemente, con le testimonianze, con i comportamenti, aspramente, duramente, con fatica. Nulla ci è dato per sempre, tutto va difeso, e sicuramente l'autonomia della Regione non è stata difesa, non è stata difesa con mille comportamenti; io dico anche con i comportamenti dentro quest'Aula qualche volta, perché se un'Aula è nobile allora devono essere nobili anche i comportamenti e nobili i discorsi, e nobili gli atteggiamenti. Io sono rimasto qui tutto il giorno, ho sentito tutti gli interventi, e non ho mai dato le spalle a quest'Aula, e non le do mai, e non rispondo al telefono, e non sto fuori, e mi guadagno la remunerazione che mi viene data per stare qui perché alla fine è anche un lavoro. E allora forse dobbiamo darci tutti un po' di rispetto e di riconoscimento reciproco.

Io sono stato con il Presidente del Consiglio ieri, a cui va dato merito di aver molto opportunamente avviato questo dibattito, di aver avviato un confronto nella Commissione autonomia e cercato di rappresentare la posizione del Consiglio regionale della Sardegna insieme a quella delle altre regioni a Statuto speciale. Assieme poi abbiamo incontrato i ministri Calderoli e La Loggia. Questo dibattito non è inutile, quindi non stiamo rischiando di dire parole a vuoto; questo dibattito non è inutile ma, detto tra di noi, non sarà molto utile; non si spaventeranno per una mozione approvata all'unanimità dal Consiglio regionale della Sardegna. Questo dibattito non sposterà di molto le decisioni già prese o che rischiano di essere prese dal Parlamento nazionale, questo dibattito può non essere molto utile ma può essere molto dannoso se per caso l'epilogo non sarà una posizione unanime del Consiglio regionale della Sardegna su un tema così importante, rischia di essere molto dannoso anche se non so quanto potrà essere effettivamente utile.

Peraltro non è molto speciale questo dibattito e non è molto speciale un'approvazione di una mozione all'unanimità; noi abbiamo parlato ieri dell'unanimità raggiunta nella nostra Commissione Autonomia e della quasi certezza di uscire da questo dibattito con una mozione votata all'unanimità: ce l'avevano già tutti, ce l'aveva già la provincia di Trento, ce l'aveva già la provincia di Bolzano, ce l'avevano già tutti, niente di speciale. E la nostra è stata più o meno data per acquisita. Io, che sono tanto nuovo alla politica, diversamente dal Presidente Spissu, mi sono ritrovato - ve lo voglio riferire - a dover sostenere un confronto con i ministri La Loggia e Calderoli- uno aveva vistosamente un fazzoletto verde che gli spuntava dalla camicia - il cui contenuto è stato immediatamente tecnico, "l'emendamento tale, l'emendamento talaltro, ma se casca l'emendamento tale, poi si rovina l'articolo talaltro"; insomma, una discussione che verteva solamente sui tecnicismi, era un caso di scuola in cui la tecnica prende il sopravvento sull'oggetto al quale la tecnica doveva servire. Un caso di scuola in cui ci si concentra sugli strumenti e ci si dimentica dell'oggetto a cui gli strumenti devono servire.

E partire dagli emendamenti, non qui ma in Parlamento, dove poi questi emendamenti saranno effettivamente votati e questo articolato sarà votato, partire dagli emendamenti è dannosissimo perché sarà difficile mettere insieme due concezioni, da una parte la concezione o l'atteggiamento di chi difende l'autonomia che ha conosciuto, che è un'eredità importante dei propri padri e che sente che non deve andare sciupata, perché tutta l'eredità che ci viene lasciata va difesa perché è sacra, perché è costata fatica, è costata in questa regione anche in maniera speciale, non serve ricordarlo. Noi cerchiamo di difendere innanzitutto un'eredità ancora prima di pensare se sia utile o no ancora oggi, mentre qualcun altro cerca di inventarsene una partendo dall'acqua del Po, diversamente da come suggeriva l'onorevole Floris stamattina, per rivendicare una specialità che serve non a colmare un divario particolare ma per cercare di mettere un recinto, per tenere per sé una maggiore ricchezza che non vuole condividere con nessuno. Una specialità che non parte da ragioni storiche pur sentendone il bisogno per cui in qualche maniera quando non ce le ha se le inventa; una specialità che non parte dall'evidenziazione di una maggior necessità e di un divario da colmare, ma da una maggior ricchezza che non vuole condividere. E' difficile mettere assieme cose così diverse. È difficile mettere assieme tradizioni che ancora pochi anni fa, non dimentichiamoci, erano di separazione, non dimentichiamoci gli slogan di pochi anni fa che erano in contrasto con la concezione di chi giustamente, opportunamente tiene all'unità dello Stato nazionale.

Eppure una legge, non una leggina, ma una modifica importante della Costituzione va fatta, eppure va fatta in poche settimane perché altrimenti si rischia di non andare più d'accordo, e allora non c'è tempo per discutere tanto, non c'è tempo per riflettere, ci si attacca ai codici, ai meccanismi e agli strumenti che non dovrebbero invece prevaricare sulla sostanza delle cose; l'interesse nazionale che serve un pochino per mettere un freno agli interessi delle regioni ricche, rischia di non essere tecnicamente utilizzabile per ricomprendere le ragioni di tutti. Noi, io personalmente, ma anche il Governo della Regione che in questo momento rappresento, non siamo contro il fatto che altre regioni acquisiscano nuove autonomie, che conquistino autonomie anche maggiori della nostra, ma vogliamo innanzitutto difendere la nostra autonomia perché è un'eredità di cui sentiamo la responsabilità, per questa generazione e per quelle passate che l'hanno pagata carissima. Vogliamo, quindi, innanzitutto difendere quello che gli altri hanno pagato caro e che noi rischiamo di dileggiare non difendendolo abbastanza o difendendolo con i tecnicismi e basta, e non tornando al nocciolo della questione.

Poi è necessario nuovamente verificare se questa autonomia serva, se siano ancora valide le ragioni che hanno portato al suo riconoscimento, come è stato ricordato molto bene da più parti in quest'Aula; ragioni che nel passato erano, io non direi meramente economiche, ma innanzitutto di rivendicazione di autonomia da parte di un popolo che ha iniziato a riconoscersi nel momento del bisogno, nel momento in cui maggiormente è stato lasciato solo e che ha capito anche qualche volta di potercela fare da solo e di poter essere di aiuto a se stesso e agli altri, quindi si è trattato innanzitutto di una rivendicazione sociale e politica e poi economica, della necessità di colmare un ritardo di sviluppo, ed è per questo che, come è stato ampiamente ricordato in questi giorni, l'autonomia si è esplicitata moltissimo, forse anche troppo, nei piani di rinascita. E se, come dicevamo qualche giorno fa, la Sardegna di oggi è totalmente diversa dalla Sardegna di tanti anni fa, di cento anni fa o di cinquant'anni fa, pure forse non sono finite del tutto le ragioni dell'autonomia, innanzitutto certo non sono finite le ragioni sociali e politiche e non sono finite nemmeno le ragioni economiche, visto che ancora oggi in Sardegna abbiamo raggiunto forse il sessantaquattro per cento del reddito pro capite medio nazionale, abbiamo ancora un divario di trentacinque-trentasei punti percentuali rispetto al reddito medio nazionale, e abbiamo il tasso di disoccupazione più alto d'Italia, un triste primato di cui dobbiamo ricordarci ogni giorno; abbiamo il tasso di disoccupazione più alto d'Italia e in alcune zone della Sardegna è altissimo, tre volte tanto e oltre il tasso di disoccupazione medio nazionale.

Ecco perché rimangono le ragioni storiche dell'autonomia che vanno difese, e a queste ragioni se ne aggiungono altre. Il Presidente della Commissione Maninchedda ricordava, ed è stato sottolineato il suo passaggio, che forse non abbiamo ancora compreso tutte le nuove ragioni, io sono d'accordo con lui, ne immagino tante, ne ho già toccato con mano tante in queste poche settimane di governo, ma sono sicuro che altre ne scopriremo, e comunque le altre ragioni sono già evidenti, non abbiamo bisogno di lasciare spazi di autonomia per strada, abbiamo bisogno di nuovi spazi di autonomia che non ci possono essere regalati ma che debbono avere natura pattizia, devono essere conquistati volta per volta. E se devono essere conquistati nuovi spazi di autonomia, devono essere difesi anche aspramente, con coraggio, tutti gli spazi di autonomia vecchi, ed è per questo che va difeso il fatto che le elezioni in Sardegna non le indica il Presidente della Repubblica; va difeso il fatto che il giudizio sulla legittimità delle nostre leggi sia demandato ad un organo terzo come la Corte Costituzionale e non al Parlamento che magari si esprime a maggioranza; va difeso il valore pattizio dello Statuto e il fatto che non possa essere modificato unilateralmente.

Questi spazi di autonomia vanno difesi e non possono essere messi in gioco o in discussione, e vanno difesi e vanno conquistati nuovi spazi di autonomia in un momento in cui abbiamo, per le cose dette prima, uno straordinario bisogno di veder crescere le opportunità di lavoro e quindi di sviluppo economico in Sardegna, e debba realizzarsi un modello di sviluppo economico che noi immaginiamo debba dare grande importanza ai beni culturali, ai beni storici. Dobbiamo infatti chiederci: è ancora giusto che questi beni culturali e questi beni storici siano tutelati dall'amministrazione centrale? E' ancora giusto che senza che se ne faccia menzione il sovrintendente di Sassari, Scarpellini, venga spostato dal Ministro dei Beni culturali avvisandoci solo a cose fatte, e che sia mandato in Sardegna un settantenne da Campobasso, che credo starà in Sardegna solamente un anno, un anno e mezzo per maturare una pensione migliore? O è normale che alcune valutazioni importantissime sui nostri beni monumentali, come ad esempio la zona di Tamuli, nella campagna di Macomer, vengano demandate ancora una volta ad un organo statale che non difende abbastanza il valore storico fondamentale di quelle zone per la nostra Regione? Così come troviamo tutti strano e inaccettabile che i parchi, ma non solo i parchi marini o dell'interno, ma addirittura un parco speciale come quello geominerario, che dovrebbe essere uno strumento importante per il prossimo sviluppo del Sulcis Iglesiente, siano fuori dall'autonomia regionale e di competenza del Governo centrale. In una regione che dà un valore importantissimo all'ambiente, siamo sicuri di non aver diritto ad avere una pienezza di potestà legislativa e non vederci costretti ad esempio da condoni edilizi?

In un paese che ormai, come è stato ricordato opportunamente più volte, guarda all'Europa e si confronta con l'Europa, un'Europa delle regioni, delle culture, dei popoli, delle minoranze anche, è ancora normale che la nostra rappresentanza sia totalmente delegata, addirittura azzerata per motivi di scarsità di popolazione? E questo vale non solamente in riferimento al Parlamento Europeo ma anche a tante altre rappresentanze che poi discutono con le diverse commissioni europee. E ancora, in un mondo che cambia, globalizzato, come è stato tante volte ricordato oggi, in un Mediterraneo che diventa più piccolo, in un mondo di persone che si spostano a fiumi già oggi e si sposteranno maggiormente nel futuro, con un'isola come la Sardegna, collocata in mezzo al Mediterraneo, è normale che le relazioni estere vadano totalmente delegate o sarebbe più giusto che se non la nostra politica estera almeno la politica di vicinato, la possibilità di avere rapporti con i paesi frontalieri sia riconosciuta anche noi in Sardegna così come è stata riconosciuta ad altre province autonome del nord Italia? In un processo di Stato federale ormai avanzato, con questo testo di riforma costituzionale, non siamo in ritardo nella rivendicazione di un maggior spazio di autonomia nell'acquisizione del gettito fiscale, essendo ancora in una situazione intollerabile di negoziazione con lo Stato, anno dopo anno, per la percentuale sull'IVA, la percentuale sulle accise della benzina, o di altre importanti imposte?

Non è di meno autonomia che abbiamo bisogno, non sono finite le ragioni dell'autonomia e ce ne sono di nuove, così come forse ce ne sono di nuove anche in campo scientifico giacché una grande parte della comunità scientifica sarda si lamenta, ad esempio, delle norme sulla fecondazione assistita, perché in Sardegna abbiamo un problema di microcitemia, abbiamo problemi peculiari che forse potrebbero essere meglio affrontati con una normativa diversa.

Non sono finite le ragioni dell'autonomia, ce ne sono di nuove, e per questo vanno difese le autonomie esistenti e vanno conquistati spazi nuovi di autonomia, e noon si esaurirà il dibattito oggi. Cerchiamo di fare in modo che questo problema in qualche maniera diventi anche un'opportunità; innanzitutto abbiamo avuto l'opportunità di parlare di autonomia e di nuovo Statuto già in apertura di legislatura, ed è stato importante. Abbiamo avuto l'opportunità di parlarne anche oggi, spinti dall'urgenza ed anche dalla constatazione dell'importanza di esso, quasi dalla precarietà della nostra specialità in questo momento, che credo dobbiamo sentire quasi drammatico e che ci deve chiamare ad una responsabilità importante per quanti ci hanno preceduto. E allora, è necessario rivendicare l'autonomia non solo con questa mozione che mi auguro vivamente venga approvata all'unanimità da questo Consiglio, in maniera che ci sia una posizione unitaria del Governo della Regione e che domani io possa rappresentare anche la posizione unitaria del Consiglio della Regione ma, innanzitutto, riscrivendo lo Statuto, e mi auguro che questo Consiglio lo faccia e trovi le possibilità di raggiungere un accordo su un organismo che almeno abbia carattere consultivo e che possa essere d'aiuto a questa Assemblea che è già pienamente legittimata, legalmente e moralmente anche, a legiferare su un argomento di particolare importanza come questo.

Ma iniziamo subito, tra poche settimane, non tra tre mesi, iniziamo subito, e bene ha fatto l'onorevole Balia a iniziare ad avviare questo percorso; iniziamo subito e animati dalle migliori intenzioni di scrivere uno Statuto che non serva solo per questa legislatura ma che serva soprattutto per le prossime legislature. Sappiamo che deve servire per le prossime legislature e quindi deve contenere il meglio di ciascuno di noi e non i tatticismi, i tecnicismi, le revanches o anche qualche piccolo malumore che ci portiamo dal passato. Ci sono quarantotto consiglieri nuovi, gli altri proprio perché non sono alla prima legislatura ancor di più possono portare il loro bagaglio di esperienza, vediamo quello che possiamo fare e facciamolo subito perché la Sardegna se lo merita e i sardi ci hanno mandato qui anche per questo.

Domani io parteciperò a una riunione a cui l'onorevole Floris mi ha sconsigliato di partecipare, che è la riunione dei Presidenti delle regioni; io ci voglio partecipare perché non voglio rinunciare a nessuna possibilità di incidere sulle decisioni del Governo e maggiormente su questa decisione importantissima. Portare la posizione non solo del Governo della Sardegna ma anche quella unanime del Consiglio regionale mi aiuterà nella Conferenza dei Presidenti a fare in modo che la posizione della Sardegna, assieme a quella delle regioni a Statuto speciale, che vogliono rinunciare a niente dell'autonomia che hanno avuto in eredità e che la onorano innanzitutto per averla avuta in eredità, venga anche sostenuta dall'intera Conferenza dei Presidenti e venga portata come posizione unitaria alla conferenza Stato - Regione. Per questi motivi vi chiedo di votare unanimemente la mozione che in questo momento è l'unico documento in discussione che è stato condiviso dalla Commissione autonomia.

Sull'ordine dei lavori

PRESIDENTE. Si è concluso il dibattito. Onorevole Marrocu su che cosa intende parlare? Sull'ordine dei lavori? Ne ha facoltà.

MARROCU (D.S.). Chiedo una sospensione di dieci minuti per mettere a punto un ordine del giorno.

PRESIDENTE. Se mi consentite, prima di accordare la sospensione, che credo che sia necessaria per definire un testo comune da sottoporre all'approvazione dell'Aula, anche se irritualmente dal punto di vista regolamentare, io ho omesso, per mia responsabilità, di dare la parola nel corso della giornata alla collega Cerina, che intendeva proporre alla nostra attenzione una questione che a me pare importante e che io le farei esporre rapidamente prima della sospensione.

Ha domandato di parlare la consigliera Cerina sull'ordine dei lavori. Ne ha facoltà.

CERINA (Prog. Sardegna). Chiedo scusa soprattutto a quelli che pensano che forse questo mio intervento sia superfluo, era programmato per stamattina ed è stato per motivi di opportunità spostato a questa sera. Penso che forse sia una buona soluzione, così quando torneremo a casa avremo due temi su cui meditare. Uno è quello dell'autonomia e l'altro è quello che vi proporrò a nome delle donne del Consiglio e a nome delle donne della Giunta; è per questo che non potevo rinunziare a prendere la parola e ve ne chiedo scusa.

E l'aver assistito a tutto il dibattito mi ha confermato nella volontà di non rinunziare, perché oggi è stata una giornata speciale, una giornata che secondo me segna una svolta nel metodo di dibattere nella nostra Regione. Credo che i sardi oggi possano essere soddisfatti di noi, abbiamo fatto una bella figura, abbiamo dimostrato, maggioranza ed opposizione, di meritare la fiducia che ci hanno dato. Ho assistito ad una dialettica democratica...

PRESIDENTE. Non deve aprire un nuovo dibattito, le chiedo scusa onorevole Cerina.

CERINA (Progetto Sardegna). Presidente, mi consenta, non parlerò per più di cinque minuti, comunque l'Assemblea mi stava ascoltando.

PRESIDENTE. Sì, ma non è consentito aprire un nuovo dibattito!

CERINA (Progetto Sardegna). Lei si distragga pure ne ha la facoltà!

PRESIDENTE. È consentito arrivare alla proposta che deve fare, onorevole.

CERINA (Progetto Sardegna). Va benissimo, ma io dico che non potevo rinunziare perché si è verificata una dialettica parlamentare che crea consenso, che crea condivisione, che supera la pratica "de sas lacanas" che ha provocato in Sardegna storie di liti e persino di guerre nella vita quotidiana e nella vita delle istituzioni.

Oggi stiamo avviando un discorso diverso, non potevo rinunziare proprio perché questa condivisione ha avuto un riflesso anche nell'accordo tra le donne che si sono impegnate a presentare questa mozione, che è di sette righe, perciò si tranquillizzino quelli che giustamente vogliono chiudere questo dibattito. Donne della minoranza e donne della maggioranza che chiedono all'Assemblea un atto simbolico ed un impegno. Un atto simbolico che consiste nell'osservare un minuto di silenzio come segno del profondo dolore della comunità sarda nel ricordare i morti innocenti della scuola di Beslan; chiediamo anche un impegno: che da oggi l'Assemblea regionale appoggi, con gli strumenti di cui dispone e che ritiene più opportuni, ogni iniziativa nazionale ed internazionale volta a ricercare di dare al mondo, in una convivenza comune, una pace sicura.

PRESIDENTE. I colleghi capiscono che anche se sul piano regolamentare non è strettamente previsto, conoscendo il contenuto della proposta che l'onorevole Cerina intendeva avanzare all'Aula penso sia stato giusto concederle la parola anche abusando del mio ruolo.

Penso che il tema e la riflessione che ci vengono proposti, e la richiesta di rispettare un minuto di silenzio nel ricordo di questi fatti drammatici, non sia solo delle donne del Consiglio e della Giunta, ma sia condivisibile da tutti e pertanto propongo ai colleghi di osservare un minuto di silenzio.

(L'Assemblea osserva un minuto di silenzio)

Riprendiamo il nostro lavoro; il Capogruppo dei D.S. ha chiesto dieci minuti di sospensione per consentire che si metta a punto un ordine del giorno conclusivo della nostra riunione. Se non ci sono obiezioni io l'accorderei.

Ha domandato di parlare il consigliere Capelli. Ne ha facoltà.

CAPELLI (U.D.C.). Presidente, io chiederei, approfittando della sospensione sulla quale concordiamo, di poter acquisire il testo della proposta dell'onorevole Cerina, in modo tale che poi in riapertura dei lavori possiamo esprimere in merito qualche considerazione.

PRESIDENTE. Onorevole Capelli l'ha letta, non è una risoluzione che dobbiamo votare.

CAPELLI (U.D.C.). Si è parlato di mozione.

PRESIDENTE. Non è una mozione, è una mozione dal punto di vista del sentimento. Lei sa che una mozione non è presentabile in questa fase.

CAPELLI (U.D.C.). Potremmo trasformarla in mozione.

PRESIDENTE. Questo è sempre possibile. Colleghi, interrompiamo i lavori per dieci minuti, riprendiamo alle ore 21 e 15.

(La seduta, sospesa alle ore 21 e 04, viene ripresa alle ore 21 e 37.)

Continuazione e fine della discussione della: "Risoluzione sul disegno di legge costituzionale di modifica della parte II della Costituzione" (Risol. n. 1), approvata dalla Prima Commissione Permanente nella seduta del 1° settembre 2004

PRESIDENTE. Se i colleghi riprendono posto possiamo procedere. Sono stati presentati due ordini del giorno. Se ne dia lettura.

MANCA, Segretario:

ORDINE DEL GIORNO VARGIU - CASSANO - DEDONI - PISANO - LADU - ONIDA - MURGIONI - CAPELLI - CUCCU - AMADU - OPPI sulla necessità che il parlamento esamini la proposta di legge nazionale per l'istituzione dell'Assemblea costituente.

Il Consiglio regionale

PREMESSO che il 30 luglio 2001 il Consiglio regionale della Sardegna ha approvato una proposta di legge nazionale per l'istituzione dell'Assemblea Costituente;

considerato che ad oggi il Consiglio regionale non ha avuto nessuna risposta dal Parlamento;

CONSIDERATO che, indipendentemente dal giudizio di merito che ciascuna forza politica ha avuto e ha su tale proposta, la mancata risposta da parte del Parlamento appare comunque un'intollerabile offesa della dignità dell'istituzione parlamentare sarda;

impegna

la Presidenza del Consiglio regionale ad attivarsi presso le sedi istituzionali competenti con ogni possibile sollecitazione perché vi sia riposta alle istanze della Sardegna. (1)

ORDINE DEL GIORNO MARROCCU - BIANCU - LA SPISA - PINNA - OPPI - LICHERI - DIANA - CACHIA - LADU - BALIA - FLORIS - ATZERI sul disegno di legge costituzionale di modifica della parie II della Costituzione.

IL CONSIGLIO REGIONALE

PREMESSO che dal prossimo 13 settembre l'Aula della Camera dovrà discutere, nel testo esitato il 26 luglio dalla Commissione affari costituzionali, il disegno di legge costituzionale n. C/4862 di modifica della Parte II della Costituzione, già approvato in prima lettura dal Senato;

VALUTATO che, pur esprimendo differenti giudizi sul disegno di legge, le diverse forze politiche giudicano necessario giungere ad una posizione unitaria in difesa delle prerogative autonomistiche della Regione;

AFFERMATO che i sardi:

- sanno e vogliono autogovernarsi ed esigono che la Costituzione della Repubblica italiana rispetti questo sapere e questa volontà;

- non intendono in alcun modo delegare ad alcuna istituzione nazionale la nuova definizione del profilo dell'autonomia e della specialità che dovrà essere stabilito dal nuovo Statuto;

- giudicano inevitabile un nuovo negoziato con lo Stato e con l'Unione Europea per la definizione delle forme dell'autogoverno, dello sviluppo e della democrazia; tale negoziato non può essere ipotecato da procedure lesive della sovranità propria dei Parlamenti regionali,

RITENUTO che :

1) alle disposizioni transitorie recate dall'articolo 43 del disegno di legge di modifica della Parte II della Costituzione è stato aggiunto, in sede di esame nella Commissione affari costituzionali della Camera, un quindicesimo comma che prevede l'applicazione dell'intera riforma costituzionale anche alle Regioni speciali. Il testo approvato dal Senato prevedeva invece, all'articolo 34 comma 4, che la riforma costituzionale si applicasse alle Regioni speciali (come già previsto per la riforma del Titolo V della Parte II della Costituzione, approvata con la legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3) solamente nelle parti dalle quali derivassero alle Regioni a statuto speciale forme di autonomia più ampie di quelle già possedute. Nel testo esitato dalla Commissione affari costituzionali della Camera questa clausola di garanzia per le autonomie speciali è stata conservata soltanto per l'applicazione delle modifiche costituzionali introdotte con i commi 1, 4 e 5 dell'articolo 34. Si tratta però di una garanzia priva di reale portata, poiché nessuna delle nuove norme cui essa si riferisce contiene parti che potrebbero restringere gli spazi delle autonomie speciali. Invece tutte le altre disposizioni recate dalla riforma costituzionale, secondo il testo esitato dalla Commissione affari costituzionali della Camera, devono ritenersi immediatamente applicabili alle autonomie speciali, comprese quelle suscettibili di restringerne gli spazi di autonomia, come ad esempio le norme in materia di tutela della salute contenute nei commi 2 e 3 dell'articolo 34, e le altre più avanti richiamate.

2) ogni implicita modificazione in peggio degli Statuti speciali violerebbe sostanzialmente le vigenti garanzie procedimentali (come l'articolo 54 secondo comma dello Statuto sardo, che richiede il preventivo parere del Consiglio regionale sulle modifiche dello Statuto di iniziativa governativa o parlamentare, e le analoghe norme degli altri Statuti speciali) e si porrebbe in contraddizione anche con l'articolo 33 del disegno di riforma costituzionale, che subordina le modifiche agli statuti speciali al conseguimento, entro sei mesi, dell'intesa con la Regione interessata, con ciò introducendo un peraltro limitato ed insoddisfacente principio di natura pattizia nei rapporti tra lo Stato e le Autonomie speciali.

3) la contestualità delle elezioni del Senato federale e dei Consigli regionali (articoli 3 e 6 del disegno di legge di modifica della Parte II della Costituzione), cui è connessa l'attribuzione al Presidente della Repubblica del potere di indire le elezioni regionali e di convocare le prime riunioni dei Consigli (articolo 22), comporta un pesante vulnus alle autonomie regionali (e non solo alle autonomie speciali). Infatti la specificità delle competizioni elettorali regionali viene così inevitabilmente subordinata al confronto politico nazionale; inoltre l'accorciamento della durata in carica dei Consigli regionali eletti dopo uno scioglimento anticipato, al fine di riallinearli alla scadenza del Senato federale, introduce un pesante condizionamento esterno nelle specifiche vicende di ciascuna Regione.

4) la reintroduzione, nel disegno di legge di modifica della Parte II della Costituzione, del controllo di merito sulle leggi delle Regioni a statuto speciale rappresenta una forte limitazione dell'autonomia regionale, che è necessario rimuovere.

5) dai rilievi sopra esposti emerge l'esigenza di promuovere ogni utile iniziativa - senza escludere la richiesta da parte di cinque Consigli regionali del referendum confermativo ai sensi dell'articolo 138 della Costituzione - volta a contrastare l'adozione di norme che sono espressione di un superato principio di supremazia statale e ad introdurre nel disegno di legge di modifica della Parte II della Costituzione in discussione alla Camera quei correttivi ritenuti necessari a salvaguardare le discipline statutarie delle forme e condizioni particolari di autonomia.

6) fra tali correttivi si ritiene di poter individuare:

a) la sostituzione dell'articolo 43 comma 15 con l'articolo 34 comma 4 del testo approvato dal Senato;

b) la previsione, all'articolo 33, che gli Statuti di autonomia speciale sono approvati "su proposta della Regione interessata o comunque previa intesa con la medesima";

c) la soppressione nell'articolo 3 delle parole "contestualmente all'elezione dei rispettivi Consigli regionali" e conseguentemente la soppressione del quarto comma dell'articolo 6 e dell'ultimo periodo del quinto comma dell'articolo 60 Cost. da esso novellato;

d) la soppressione dell'articolo 39,

VALUTATE positivamente le volontà espresse unitariamente dai Parlamentari sardi,

impegna

il Presidente della Regione ed il Presidente del Consiglio regionale

ad assumere ogni utile iniziativa a tutela dello speciale statuto di autonomia attribuito alla Regione,

impegna inoltre la Prima Commissione del Consiglio regionale

ad avviare la discussione generale sulla riforma dello Statuto individuando nel contempo gli strumenti atti a favorire la più ampia partecipazione della società sarda a questo momento fondativo. (2)

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il consigliere Vargiu per illustrare l'ordine del giorno numero 1. Onorevole Vargiu, le ricordo che ha dieci minuti a disposizione.

VARGIU (Riformatori Sardi). Signor Presidente e colleghi del Consiglio, il senso di questo ordine del giorno, che è un ordine del giorno molto scarno, come avrò modo di sottolineare, probabilmente è stato espresso meglio di quanto potrò fare io nel mio intervento dall'intervento a braccio e appassionato del presidente Soru; nel senso che il presidente Soru ha sottolineato come questa grana della riforma autonomistica e del rischio della perdita della specialità da parte della Sardegna è piombata a fine estate, tra capo e collo, sul Consiglio regionale. Mi permetta, Presidente, non è proprio così. Nel senso che forse c'è stata, da parte di diverse forze presenti all'interno di questo Consiglio regionale e non solo in questa maggioranza, lungimiranza, e sin dai tempi in cui la discussione sulla devolution iniziava per opera del governo di centrosinistra noi abbiamo pensato di dotarci di strumenti (strumenti, non contenuti) che potessero consentirci di difendere la nostra autonomia e la nostra specialità. Anzi uso il termine sbagliato, non voglio dire di "difendere" voglio dire di "riproporre" la nostra autonomia e la nostra specialità nei contesti mutati che lei ha ben ricordato nel suo intervento.

Questo è il percorso storico dell'Assemblea Costituente. Per questo noi abbiamo ritenuto di presentare un ordine del giorno nel quale si ricordasse l'Assemblea Costituente. Io capisco perfettamente che ricordare l'Assemblea Costituente possa dare qualche fastidio...

ONIDA (Fortza Paris). Si può chiedere un minuto di silenzio.

VARGIU (Rif. Sardi). Non è deceduta ancora e forse non è mai nata, quindi, un minuto di silenzio non lo osserviamo! Però capisco che possa aver creato qualche fastidio e tuttavia devo considerare, l'ho già fatto nel precedente intervento, che poi questo Consiglio regionale sulla Costituente ha discusso durante l'intera giornata e quindi la proposta di questo Consiglio sull'Assemblea costituente non è qualche cosa di incidentale rispetto alla storia di questo Consiglio, e direi rispetto alla storia dell'intera politica sarda di questi ultimi anni, ma è un elemento importante di cui tenere conto, un elemento importante che probabilmente crea fastidi a qualcuno.

Io comprendo i fastidi dell'onorevole Cugini che ha combattuto culturalmente ogni ragionamento sulla Costituente, l'ha combattuto da posizioni di prestigio, da segretario dei D.S., da Capogruppo consiliare dei D.S., forse l'impoverimento che il suo partito ha subito nella competizione elettorale è dovuto anche al fatto di non aver saputo interpretare il sentimento del "nuovo" che vi era nella proposta di Assemblea costituente. Forse comprendiamo meno che compagni di strada del passato siano diventati improvvisamente critici; comprendiamo meno il ragionamento di chi ci dice: "Ma nella scorsa legislatura non c'era maggioranza e quindi era giusto che il nuovo Statuto venisse elaborato da un organismo al di fuori dal Consiglio, in questa legislatura c'è una maggioranza e quindi riportiamo il discorso sulla Costituente all'interno del Consiglio". Lo comprendiamo di meno, e comprendiamo di meno anche l'accanimento di certi atteggiamenti, ma siccome sappiamo che poi gli ex fumatori diventano i peggiori nemici del fumo, e siccome noi siamo assolutamente dell'idea che i pentimenti ci possono essere, che i cambiamenti di posizione su qualsiasi problema siano assolutamente legittimi, perché soltanto i cretini non cambiano mai idea, apprezziamo anche il contributo che proviene da questi amici.

Però, voglio un attimo soffermarmi su una richiesta che è venuta da più parti in questo Consiglio regionale, e cioè la richiesta che si trovasse l'unanimità su un documento condiviso; veramente è una richiesta sulla quale noi non abbiamo in linea di principio niente contro, anzi ci rendiamo perfettamente conto della maggiore forza che questo tipo di atteggiamento avrebbe; ce ne rendevamo peraltro perfettamente conto anche ai tempi della proposta di legge sulla Costituente quando la stessa richiesta di trovare un'unità e una larga condivisione veniva da parte nostra rivolta ad altri. Però, ecco, l'unità e la condivisione, e questo va sottolineato, altrimenti cadiamo nel rischio dell'integralismo, si raggiungono attraverso aperture. Nel senso che chi chiede l'unità e la condivisione della sua posizione sta semplicemente enunciando la sua posizione e chiedendo che qualcuno si avvicini a lui e si fermi nel posto dove lui si trova. Quindi non vorrei che il nostro atteggiamento fosse considerato mancanza di collaborazione attiva, semplicemente non si può chiedere la rinuncia delle proprie ragioni per la condivisione totale ed integrale delle ragioni degli altri che niente fanno per cercare di trovare un punto d'incontro.

C'è stata proposta una bozza di ordine del giorno nella quale era citato il percorso della Costituente, non si diceva che si voleva la Costituente domani, ho detto che era citato il percorso della Costituente, noi abbiamo dato la nostra adesione a quella bozza; subito dopo ce n'è stata presentata un'altra nella quale ogni riferimento al percorso della Costituente era scomparso. È difficile chiederci l'unanimità su una cosa dalla quale noi siamo completamente esclusi e dalla quale soprattutto è completamente esclusa tutta la storia recente di questo Consiglio regionale in tema di autonomia, di specialità e di Statuto.

Presidente Soru, apprezzo molto la sua educazione perché lei resta in Aula, il suo interesse perché lei ascolta con attenzione tutti e anche la passione che lei mette nelle cose che fa sia quando ascolta, sia quando interloquisce, ma creda, la stessa passione all'interno di questo Consiglio sicuramente la dimostreranno quelli che sono appena arrivati, forse in qualche misura l'hanno dimostrata quelli che siedono già indegnamente da una legislatura e anche tante altre persone all'interno di questo Consiglio. Quindi come lei difende appassionatamente le sue tesi, e io le auguro di farlo a lungo e di ottenere dei risultati, altrettanto noi difendiamo appassionatamente le tesi in cui crediamo, tesi per le quali abbiamo combattuto, tesi per le quali abbiamo versato sudore e sangue e delle quali siamo fortemente ed intrinsecamente convinti.

(Interruzioni)

Ragazzi, ognuno dice le sue.

PRESIDENTE. Colleghi, lasciamo proseguire l'onorevole Vargiu.

VARGIU (Rif. Sardi). Io non sono intollerante, accetto il brusio, accetto le interruzioni, anzi imparerò a fare come faceva il collega Cogodi che dalle interruzioni traeva spunto per nuovi ragionamenti e nuovi interventi, quindi cercherò di fare tesoro di quello che ho imparato nella scorsa legislatura. La sostanza fondamentale di quest'ordine del giorno, che io invito tutti i colleghi a leggere, perché è un ordine del giorno che io direi sterilizzato, nel senso che nel nostro ordine del giorno noi non chiediamo a nessuno, né ai nuovi, né ai vecchi consiglieri regionali, che condivida il progetto della Costituente, noi chiediamo che questo Consiglio regionale difenda con dignità quello che il Consiglio regionale precedente ha approvato, nel senso che noi non siamo persone di passaggio, noi siamo istituzione, lo eravamo cinque anni fa, auguro a questo Consiglio di continuare ad esserlo tra cinque anni. Questo Consiglio regionale il 30 luglio del 2001 ha approvato un progetto di legge sul quale noi, per difendere la dignità dell'istituzione che rappresentiamo, chiediamo di avere risposte dal Parlamento, perché il silenzio del Parlamento è, a nostro avviso, un'offesa al Consiglio regionale. Se qualcuno di voi la pensa diversamente è legittimato a non votare e a non sostenere l'ordine del giorno, ma se voi pensate, e io lo penso per cultura, che quello che l'Istituzione regionale ha deliberato diventa poi un deliberato di tutti consiglieri e che la difesa deve essere poi una difesa comune, se voi pensate questo, veramente diventa innaturale che questo ordine del giorno non trovi il vostro assenso.

Quando ero più giovane e partecipavo alle lezioni universitarie attaccavo dei manifesti con una frase di Voltaire che diceva: "Io non condivido quello che tu dici, ma combatterò sino alla morte per difendere il tuo diritto a dirlo". Oggi non si tratta di condividere la proposta della Costituente, oggi si tratta di ribadire che la dignità di questo Consiglio regionale come istituzione, chiunque segga su queste sedie, è lesa se il Parlamento non dà una risposta.

PRESIDENTE. Il secondo ordine del giorno non può essere illustrato perché è stato presentato dopo il termine della discussione. Naturalmente su di esso invece possono essere fatte dichiarazioni di voto. Per esprimere il parere della Giunta ha facoltà di parlare il Presidente.

SORU (Prog. Sardegna), Presidente della Regione. La Giunta accoglie l'ordine del giorno firmato da Marrocu, Biancu, La Spisa, Pinna, Oppi, Licheri, Diana ed altri. Sull'ordine del giorno numero 1 si rimette all'Aula.

PRESIDENTE. Il parere della Giunta sull'ordine del giorno numero 2 è favorevole, sul numero 1 si rimette all'Aula. Ha domandato di parlare per dichiarazioni di voto sull'ordine del giorno numero 1 il consigliere Marrocu. Ne ha facoltà.

MARROCU (D.S.). Auspico che anche i colleghi riformatori votino insieme a noi l'ordine del giorno numero 2. Vorrei spiegare perché al momento non è accoglibile l'ordine del giorno numero 1, perché nella Conferenza dei Capigruppo che convocò questo Consiglio si decise di accogliere, su richiesta del Capogruppo di Forza Italia, di limitare il dibattito in questo Consiglio ad una reazione forte, unitaria di tutto il Consiglio regionale e dei parlamentari sardi a quella che era ritenuta allora una situazione di emergenza per evitare che il Parlamento approvasse il disegno di legge in discussione senza che ci fosse una reazione generale unitaria ed unanime delle regioni che venivano colpite, e di rinviare ad una seconda fase la discussione introdotta dalla mozione che tra l'altro il centrosinistra aveva presentato all'attenzione dell'Aula e da quella analoga che il centrodestra si stava predisponendo a presentare, che avrebbero posto in discussione invece l'argomento del ruolo del Consiglio e quindi degli strumenti che il Consiglio avrebbe adottato per andare nella direzione della modifica dello Statuto.

Questa scelta fu fatta non solo per una esigenza di dare una risposta immediata, ma anche perché sapevamo che quest'Aula, nel momento in cui avrebbe introdotto questo argomento avrebbe inevitabilmente discusso anche di Assemblea costituente, sulla cui proposta è vero quello che diceva Vargiu, vi è stata una partecipazione popolare, ma sapevamo che questo è un argomento che avrebbe diviso, e il dibattito l'ha dimostrato. Non ha diviso più solo coloro i quali erano favorevoli dai contrari come in passato, ma ha provocato divisioni anche tra chi nel passato era favorevole e ha visto che questo strumento non ha prodotto risultati. E allora io credo che oggi sia importante dare una risposta unitaria e unanime di quest'Aula approvando l'ordine del giorno numero 2 che è una sintesi della risoluzione della Commissione, seppur con qualche distinguo da parte di qualche forza politica, perché l'argomento che viene introdotto nel primo, secondo me, lo si rinvia e lo dice anche il numero 2 nell'ultima parte in cui invita la Commissione ad approfondire questo argomento e individuare gli strumenti per affrontarlo e per realizzare il coinvolgimento del popolo sardo.

Sono queste le motivazioni. Non volevamo introdurre nuovamente, forse il dibattito l'ha introdotto, in questo momento nel quale c'era bisogno di una risposta unitaria, l'argomento "Assemblea Costituente sì", "Assemblea Costituente no" che ci ha diviso. Questo argomento lo si rinvia al momento in cui magari questa Assise svilupperà questo dibattito, così come proposto anche dalla mozione Balia e più, o ad una seconda fase che può essere non fra tre mesi, come proponeva anche il collega Pili, ma anche prima, in modo da evitare che questo argomento divida in questo momento l'Aula. Quindi invito i colleghi Riformatori a votare a favore dell'ordine del giorno numero 2 che è la sintesi unitaria oggi raggiungibile da questa Assemblea e ad affrontare l'argomento di cui si parla nell'ordine del giorno numero 1 quando invece l'Aula sarà chiamata, proprio anche attraverso un lavoro della Commissione, a discutere su quegli strumenti che la Sardegna vuole darsi per affrontare il problema della riforma dello Statuto.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Vargiu. Ne ha facoltà.

VARGIU (Rif. Sardi). Chiedo la votazione nominale.

(Appoggiano la richiesta i consiglieri RASSU, PETRINI, LOMBARDO, ONIDA, LADU, MURGIONI, SANJUST.)

PRESIDENTE. Ricordo ai colleghi che non hanno la scheda di ritirarla e che dopo aver introdotto la scheda e dopo aver verificato che i led luminosi sono accesi - quindi che c'è l'autorizzazione ad andare avanti - bisogna premere il tasto bianco per confermare la presenza e poi il pulsante rosso o quello verde a seconda che si voglia votare contro o a favore; quello giallo se ci si vuole astenere. Pian pianino quelli che non sanno utilizzare il sistema elettronico impareranno, io ho il dovere di ricordarvi le modalità di funzionamento per evitare errori. Se qualcuno non ha la scheda potrà dichiarare il proprio voto essendo la votazione nominale; raccomandando a tutti, naturalmente, di munirsi sempre della scheda durante i lavori dell'Aula perché possono esserci votazioni.

Votazione nominale

PRESIDENTE. Indico la votazione nominale, con procedimento elettronico, dell'ordine del giorno numero 1.

Ci risultano dal tabulato cinque voti nulli, quindi prego i colleghi di verificare se la loro votazione è stata davvero effettuata. Fateci fare la verifica.

(I consiglieri LADU, OPPI, SANCIU, privi di scheda, LICANDRO, non essendo riuscito a votare, dichiarano il proprio voto favorevole.

I consiglieri MARROCU, privo di scheda, CALLEDDA,PINNA, CACHIA, CORDA, GIORICO, non essendo riusciti a votare, dichiarano il proprio voto contrario).

Rispondono sì i consiglieri: AMADU - BIANCAREDDU - CAPELLI - CAPPAI -CASSANO - CUCCU - DEDONI - LADU - LA SPISA - LICANDRO - LOMBARDO - MILIA - MURGIONI - ONIDA - OPPI - PETRINI - PILI - PISANO - RANDAZZO - RASSU - SANCIU - SANJUST - SANNA Paolo Terzo - VARGIU.

Rispondono no i consiglieri: ADDIS - BALIA - BARRACCIU - BIANCU - BRUNO - CACHIA - CALIGARIS - CALLEDDA - CERINA - CHERCHI - COCCO - CORRIAS - CORDA - CUCCA - CUCCU Giuseppe - DAVOLI - FADDA Giuseppe - FADDA Paolo - FLORIS Vincenzo - FRAU - GESSA - GIAGU - GIORICO - IBBA - LANZI - LICHERI - MANCA - MANINCHEDDA - MARRACINI - MARROCU - MASIA - MATTANA - ORRU' - PINNA - PIRISI - PORCU - SABATINI - SALIS - SANNA Alberto - SANNA Francesco - SANNA Franco - SANNA Simonetta - SECCI - SERRA - SORU - URAS.

Si sono astenuti: il Presidente SPISSU - ARTIZZU - ATZERI - CHERCHI - DIANA - FLORIS Mario - MORO - SANNA Matteo - SCARPA.

Risultato della votazione

PRESIDENTE. Proclamo il risultato della votazione:

presenti 79

votanti 70

astenuti 9

maggioranza 36

favorevoli 24

contrari 46

(Il Consiglio non approva)

Passiamo ora alla votazione dell'ordine del giorno numero 2. Ha domandato di parlare il consigliere Maninchedda per dichiarazioni di voto. Ne ha facoltà.

MANINCHEDDA (Prog. Sardegna). I Gruppi del centrosinistra e di Rifondazione Comunista voteranno a favore di questo ordine del giorno perché esso assume l'impianto della risoluzione della Commissione Autonomia che aveva già ricevuto un largo consenso ed accoglie il meglio del dibattito di oggi mi pare, cioè la richiesta di ribadire la volontà all'autogoverno, la volontà di non delegare ad alcuna istituzione nazionale la nuova definizione dello Statuto ed anche l'apertura di un nuovo negoziato, appunto, con lo Stato e con l'Unione Europea per la definizione delle forme dell'autogoverno.

L'ordine del giorno ha una valenza politica che mi permetto di sottolineare, la Commissione aveva cercato la massima unità possibile senza usare toni trionfalistici. Questo elemento massimo di unità comune è la difesa delle prerogative del Consiglio regionale. L'onorevole Onida ha detto "este unu murrunzu lebiu", però c'è un altro proverbio in sardo che dice "in bucca serrada mai b'intrat musca" e cioè che talvolta la nostra capacità di limitarci, di non pronunciare parole oltre il necessario garantisce la nettezza delle nostre posizioni.

A mio avviso, e concludo, l'attenzione riservata a questo ordine del giorno dalle forze del centrodestra significa qualcosa rispetto all'avvio del processo di riforma, e cioè che se cerchiamo di essere asciutti, misurati, di far emergere dall'interesse di parte, che pure rappresentiamo, l'interesse generale, è molto probabile che le riforme in Sardegna si facciano in un clima realmente istituzionale e non nel clima del confronto politico più acceso, quindi governato dalle identità delle parti, che in genere non produce grandi rivoluzioni istituzionali. Se questo è il senso del percorso che è partito da parole asciutte e poco retoriche, ciò che è auspicabile è che il voto unitario di oggi significhi un metodo e un rispetto per l'avvio delle riforme che già l'ordine del giorno pone come obbligo alla prima Commissione sin dalla prossima riunione.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere La Spisa per dichiarazione di voto. Ne ha facoltà.

LA SPISA (F.I.). Brevemente perché l'ora è tarda. Nel dichiarare il voto favorevole a nome dei Gruppi che si rifanno alla Casa delle Libertà, con qualche differenziazione che è stata già sottolineata, e nel ribadire la volontà di contribuire veramente con tutta la forza e tutta la conoscenza che abbiamo ad un processo che speriamo sia utile e propizio per la Sardegna e per l'utilità del lavoro del Consiglio regionale, debbo anche però segnalare che, con lo stesso senso di responsabilità con cui votiamo l'ordine del giorno, le dichiarazioni del Presidente della Regione a conclusione del dibattito hanno suscitato sorpresa in tanti consiglieri che hanno partecipato a questo dibattito con responsabilità, passione politica, desiderio di fornire un contributo costruttivo. L'intervento del Presidente della Regione è stato svolto a conclusione di un dibattito serio fatto da persone serie. Non è compito del capo dell'Esecutivo in quest'Aula dettare regole di comportamento o addirittura di buona educazione. Per questo è più che sufficiente e fondamentale il ruolo del Presidente del Consiglio. Né ci sembra, d'altra parte, che sia compito del capo dell'Esecutivo valutare positivamente o negativamente il contenuto delle eventuali differenziazioni delle forze politiche.

Presidente, l'irritualità nell'intervenire può anche generare effetti mediatici favorevoli all'esterno di quest'Aula, però se questa irritualità è accompagnata anche da giudizi - mi permetta di dirlo - superficiali, come l'accenno gratuito alla inutilità della dialettica sugli aspetti tecnico-giuridici, da valutazioni sommarie e liquidatorie, ciò non contribuisce e non contribuirà ad elevare il tono del confronto.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Onida per dichiarazione di voto. Ne ha facoltà.

ONIDA (Fortza Paris). Presidente, voto a bucca serrada po non d'intrare musca.

PRESIDENTE. Chiedo scusa, vota a favore naturalmente, cioè anche se ha chiuso la bocca abbiamo capito che questo è il senso della sua dichiarazione di voto.

ONIDA (Fortza Paris). Traduttori, organizzatevi!

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Oppi per dichiarazione di voto. Ne ha facoltà.

OPPI (U.D.C.). Noi dell'U.D.C. abbiamo assunto un atteggiamento coerente in Conferenza dei Capigruppo e in Commissione, dove eravamo presenti fin dal primo momento, votando la risoluzione, abbiamo quindi contribuito in modo puntuale. Io ho assistito come uditore, ma credo che l'amico Biancareddu non ne avesse bisogno; quando si fanno ordini del giorno unitari noi votiamo coerentemente, anzi posso anticipare che alla festa della libertà, tra due giorni, noi dedicheremo una sessione di lavoro proprio all'autonomia e sarà presieduta proprio dal presidente Cufaro, però dico all'amico Maninchedda che questo non è un documento della sinistra e di Rifondazione Comunista, dal momento che sin dall'inizio abbiamo contribuito alla sua definizione è un documento di questo Consiglio regionale. Ritengo doverosa questa precisazione.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Pisano per dichiarazione di voto. Ne ha facoltà.

PISANO (Rif. Sardi). Noi Riformatori Sardi ci troviamo in una situazione che devo definire quasi di disagio e annunciamo il nostro voto contrario proprio perché riteniamo che non ci sia stato in termini pratici, nemmeno nel corso del dibattito che ci ha portato a questa decisione, il tentativo di trovare un'intesa unitaria. Ci è stata proposta una bozza sulla quale si voleva trovare un'intesa unitaria e noi abbiamo detto di sì. Dopo alcuni minuti ci è stato detto che la menzione all'Assemblea costituente andava per intero cassata.

Noi vogliamo dire con forza che ciò che chiedevamo era davvero minimale, davvero si prestava a trovare una condivisione unanime e non incideva nella sostanza del documento che ci apprestiamo a votare, davvero non prevedeva alcun impegno a sposare in maniera unanime la proposta sull'Assemblea costituente, ma la ricordava soltanto. Noi abbiamo chiesto anche di poter emendare questo ordine del giorno numero 2, cosa che tecnicamente però pare non sia possibile. Si sarebbe potuta trovare questa intesa se soltanto non ci fosse stato chiesto di cassare queste parole. Noi chiedevamo che al terzo comma, primo capoverso, dopo le parole "autogovernarsi" ed "esigono" fosse aggiunta la seguente frase: "Come già significato nella proposta di legge costituzionale di istituzione dell'Assemblea costituente sarda", per ricordare soltanto che questo Consiglio regionale ha approvato una legge, che veniva solo citata, non ci sembrava assolutamente possibile che non si potesse accogliere questa tesi. Tra l'altro devo dire che lo stesso Presidente della Commissione inizialmente aveva dato la propria adesione. Con rammarico e con disagio quindi annunciamo il nostro voto contrario.

PRESIDENTE. Chiedo scusa, onorevole Ladu, serve a me e all'Aula. Se non ho capito male l'onorevole Pisano propone una sorta di emendamento orale, che non posso accettare a questo punto, perché non è possibile presentare emendamenti che abbiano questa forma. Questo dico sinteticamente perché i Capigruppo e gli altri colleghi valutino la proposta che l'onorevole Pisano ha fatto.

Ha domandato di parlare il consigliere Ladu per dichiarazione di voto. Ne ha facoltà.

LADU (Fortza Paris). Intervengo brevemente per chiarire meglio la nostra posizione perché nel suo intervento l'onorevole La Spisa ha parlato a nome dei Gruppi che fanno parte della Casa delle Libertà. Siccome noi di Fortza Paris, pur essendo alleati con la Casa delle Libertà, non ne facciamo parte, dichiaro che comunque voterà a favore.

Quello che voglio dire è che comunque le considerazioni che ha fatto poco fa l'onorevole La Spisa io le condivido tutte, così come il mio Gruppo, e aggiungo anche che noi di Fortza Paris, questa sera, per tutto quello che è successo in Aula, a partire dalle dichiarazioni del Presidente, voteremo a favore per puro senso di responsabilità. Noi vogliamo che l'ordine del giorno che è stato presentato raggiunga il massimo del consenso possibile, perché siamo sinceramente e fortemente preoccupati del fatto che possa essere davvero danneggiata ulteriormente l'autonomia e la specificità della Sardegna, pertanto noi per questa motivazione, e non per altro, voteremo a favore.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Diana per dichiarazione di voto. Ne ha facoltà.

DIANA (A.N.). Le ragioni dello stare insieme in Consiglio regionale, le ragioni dello stare insieme in amministrazioni locali, le ragioni dello stare assieme in una coalizione derivano da scelte che certamente abbiamo maturato sulla base di valutazioni ponderate. Diceva la buonanima dell'onorevole Tatarella, che è stato uno dei padri del bipolarismo, che bisognava andare allora oltre il Polo, e quindi c'è sempre una ricerca, io parlo del centrodestra, ma credo che ciò si verifichi anche nel centrosinistra, tesa ad allargare i confini e i consensi. E guai a noi se un argomento, per quanto importante, per quanto rilevante per la Regione Sardegna, per il Parlamento sardo, potesse in qualche maniera incrinare i rapporti che politicamente hanno una storia. Ma dico di più, che Alleanza Nazionale ha una storia, e pertanto il riferimento all'interesse nazionale probabilmente lo sentiamo più di altri, così come credo che i Riformatori sentano più di altri quello alla Costituente. Non per questo noi di Alleanza Nazionale vogliamo creare dei problemi, non perché non siamo abituati a creare dei problemi, abbiamo passato cinquant'anni all'opposizione, credo che abbiamo maturato e abbiamo ragionato molto, ognuno per la propria parte, e pertanto sappiamo cosa vuol dire stare all'opposizione e abbiamo fatto un'opposizione, in quegli anni, che certamente era diversa dall'opposizione che fa oggi Alleanza Nazionale. Noi vogliamo contribuire alla crescita del nostro Paese, che si tratti d'Italia, che si tratti d'Europa, che si tratti di Regione. In questo caso stiamo parlando di Regione e noi vogliamo contribuire alla crescita di questo Paese; una differenziazione che ci vede oggi esposti, convinti, senza nessun sotterfugio, senza nessun marchingegno. L'interesse nazionale è un caposaldo della politica nazionale di Alleanza Nazionale, non è un'invenzione di oggi e pertanto siamo convinti di quello che affermiamo e gradiremmo che questo concetto venisse capito da coloro che si riconoscono nel centrodestra. Ho capito che ci sono degli atteggiamenti quasi ostili e io credo che questo non contribuisca alla crescita del centrodestra e, probabilmente, se così fosse, spiegherebbe le ragioni della sconfitta alle ultime elezioni regionali.

Detto questo, vorrei fare un breve riferimento, signor Presidente della Giunta. Io ho ascoltato con attenzione le considerazioni che lei ha fatto; ovviamente per una parte non mi sono piaciute, non mi sono piaciute per le motivazioni che l'onorevole La Spisa ha esposto certamente molto bene. Questo non è un Consiglio di amministrazione, purtroppo ne deve prendere atto, questo è il Parlamento dei sardi, e quindi può anche succedere che i sardi abbiano mandato qui qualcuno che può assumere degli atteggiamenti che magari da lei non sono condivisi, ma noi abbiamo dei regolamenti, abbiamo il dovere di rispettarli e abbiamo soprattutto un Presidente del Consiglio che ha l'obbligo di farli rispettare. Pertanto bacchettate - non lo sto dicendo polemicamente, ma lo sto ricordando - di questo genere probabilmente è meglio non darle, visto che in quest'Aula sono cinquant'anni che siedono dei consiglieri regionali, dei rappresentanti del popolo sardo che, chi più chi meno, credo abbiano contribuito comunque alla crescita della nostra Regione. Quindi per il futuro la invito, per quanto riguarda la parte di Alleanza Nazionale, ad astenersi dall'assumere atteggiamenti di questo genere; capirei se lo facesse nel corso di un incontro in forma privata, ma guai a noi se stravolgiamo le regole e ci troviamo di fronte a una situazione che ha rischiato di compromettere anche la seduta odierna. Credo che questo serva da lezione a tutti, a lei, a noi e a tutti quanti. Per il resto, Presidente, interverrò sulle modalità di voto una volta che lei aprirà la votazione.

PRESIDENTE. Altri colleghi intendono fare dichiarazioni di voto? Non ci sono altre dichiarazioni di voto, passiamo alla votazione. Ha domandato di parlare sulla modalità di voto il consigliere Diana. Ne ha facoltà.

DIANA (A.N.). Presidente, chiedo che l'ordine del giorno venga votato con votazione nominale per parti: la prima fino al termine del punto 3, poi il punto 4 separatamente e poi la parte restante tranne la lettera d) del punto 6 che chiedo che venga votata separatamente.

PRESIDENTE. Onorevole Diana, se ho capito bene fino al punto 3 incluso una votazione; sul punto 4 una votazione separata; il punto 5, il 6, lettere a), b) e c) una votazione, un'altra votazione per la lettera d) e poi il dispositivo conclusivo insieme, così?

DIANA (Alleanza Nazionale). Sì, esatto, grazie.

PRESIDENTE. Onorevole Diana, mi suggeriscono di votare assieme il punto 4 e la lettera d) in quanto sono strettamente collegati, se lei ovviamente è d'accordo, così risparmiamo una votazione.

DIANA (Alleanza Nazionale). Sono d'accordissimo, ecco perché l'aspetto tecnico è importante anche in politica.

PRESIDENTE. Quindi è d'accordo ad unificare la votazione sul punto 4 e la lettera d). Va bene.

Colleghi, siccome dobbiamo procedere a diverse votazioni, vi prego di posizionare bene la scheda e di seguire attentamente le procedure in modo da evitare ad ogni votazione di fare dichiarare il voto a quelli che si sono sbagliati. Se non si accende il led che segnala che la votazione è aperta i colleghi possono ritirare la scheda e reintrodurla e fare una nuova votazione.

Ha domandato di parlare il consigliere Diana. Ne ha facoltà.

DIANA (A.N.). Per l'economia dei lavori e anche per la celerità che ci può portare alla conclusione di questa seduta, possiamo procedere alla votazione nominale solo del quarto punto con la lettera d) del punto 6.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Vargiu. Ne ha facoltà.

VARGIU (Rif. Sardi). Chiediamo che tutte le votazioni siano nominali, Presidente.

PRESIDENTE. Ci vogliono sette colleghi che sostengano la proposta dell'onorevole Vargiu.

(Appoggiano la richiesta i consiglieri: LA SPISA, SANJUST, SANCIU, LADU, PILI, PISANO, ONIDA.)

Va bene. Le votazioni saranno tutte nominali. Ricordatevi ciò che ho detto prima sull'utilizzo delle schede, dopo averle posizionate dovete premere prima il pulsante bianco poi quello che decidete in base al voto che volete dare.

Votazione nominale

PRESIDENTE. Indico la votazione nominale con procedimento elettronico della prima parte fino al punto 3 incluso.

(Segue la votazione)

Chi non ha la scheda può dichiarare il voto.

SANCIU (Forza Italia). Favorevole.

OPPI (U.D.C.). Favorevole.

LADU (Fortza Paris). Favorevole.

COCCO (La Margherita-D.L.). Favorevole.

MARROCU (D.S.). Favorevole.

Rispondono sì i consiglieri: ADDIS - AMADU - ARTIZZU - ATZERI - BALIA -BARRACCIU - BIANCAREDDU - BIANCU - BRUNO - CACHIA - CALIGARIS - CALLEDDA - CAPELLI - CAPPAI - CERINA - CHERCHI Oscar - CHERCHI Silvio - COCCO - CORDA - CORRIAS - CUCCA - CUCCU Franco - CUCCU Giuseppe - DAVOLI - DIANA - FADDA Giuseppe - FADDA Paolo - FLORIS Mario - FLORIS Vincenzo - FRAU - GESSA - GIAGU - GIORICO - IBBA - LADU - LA SPISA - LANZI - LICANDRO - LICHERI - LOMBARDO - MANCA - MANINCHEDDA - MARRACINI - MARROCU - MASIA - MATTANA - MILIA - MORO - MURGIONI - ONIDA - OPPI - ORRU' - PACIFICO - PETRINI - PILI - PINNA - PIRISI - PORCU - RANDAZZO - RASSU - SABATINI - SALIS - SANJUST - SANCIU - SANNA Alberto - SANNA Francesco - SANNA Franco - SANNA Matteo - SANNA Paolo Terzo - SANNA Simonetta - SCARPA - SECCI - SERRA - SORU - URAS.

Rispondono no i consiglieri: CASSANO - DEDONI - PISANO - VARGIU.

Si è astenuto: il Presidente SPISSU.

Risultato della votazione

PRESIDENTE. Proclamo il risultato della votazione:

presenti 80

votanti 79

astenuti 1

maggioranza 40

favorevoli 75

contrari 4

(Il Consiglio approva)

Votazione nominale

PRESIDENTE. Indico la votazione nominale, con procedimento elettronico, del punto 4 e della lettera d) del punto 6.

PRESIDENTE. Onorevole Sanciu può dichiarare il suo voto.

SANCIU (Forza Italia). Favorevole.

PRESIDENTE. Onorevole Oppi?

OPPI (U.D.C.). Favorevole.

PRESIDENTE. Ladu? Favorevole. Marrocu? Favorevole.

Rispondono sì i consiglieri: ADDIS - AMADU - ATZERI - BALIA - BARRACCIU - BIANCAREDDU - BIANCU - BRUNO - CACHIA - CALIGARIS - CALLEDDA - CAPELLI - CAPPAI - CERINA - CHERCHI Oscar - CHERCHI Silvio - COCCO - CORDA - CORRIAS - CUCCA - CUCCU Franco - CUCCU Giuseppe - DAVOLI - FADDA Giuseppe - FADDA Paolo - FLORIS Mario - FLORIS Vincenzo - FRAU - GESSA - GIAGU - GIORICO - IBBA - LADU - LA SPISA - LANZI - LICANDRO - LICHERI - LOMBARDO - MANCA - MANINCHEDDA - MARRACINI - MARROCU - MASIA - MATTANA - MILIA - MURGIONI - ONIDA - OPPI - ORRU' - PACIFICO - PETRINI - PILI - PINNA - PIRISI - PORCU - RANDAZZO - RASSU - SABATINI - SALIS - SANCIU - SANJUST - SANNA Alberto - SANNA Francesco - SANNA Franco - SANNA Paolo Terzo - SANNA Simonetta - SCARPA - SECCI - SERRA - SORU - URAS.

Rispondono no i consiglieri: ARTIZZU - CASSANO - DEDONI - DIANA - MORO - PISANO - SANNA Matteo - VARGIU.

Si è astenuto: il Presidente SPISSU.

Risultato della votazione

PRESIDENTE. Proclamo il risultato della votazione:

presenti 80

votanti 79

astenuti 1

maggioranza 40

favorevoli 71

contrari 8

(Il Consiglio approva)

Abbiamo registrato il suo voto a favore, onorevole Cerina.

Votazione nominale

PRESIDENTE. Indico la votazione nominale, con procedimento elettronico, dal punto 5 fino alla conclusione.

PRESIDENTE. Sanciu a favore. Oppi, Favorevole. Marrocu?

MARROCU (D.S.). Favorevole.

PRESIDENTE. Ladu? Favorevole. Onorevole Cerina, questa volta è riuscita a votare. Onorevole Ibba? Favorevole. Onorevole Giorico?

GIORICO (Insieme per la Sardegna). Favorevole.

Rispondono sì i consiglieri: ADDIS - AMADU - ARTIZZU - ATZERI - BALIA - BARRACCIU - BIANCAREDDU - BIANCU - BRUNO - CACHIA - CALIGARIS -CALLEDDA - CAPELLI - CAPPAI - CERINA - CHERCHI Oscar - CHERCHI Silvio - COCCO - CORDA - CORRIAS - CUCCA - CUCCU Franco - CUCCU Giuseppe - DAVOLI - DIANA - FADDA Giuseppe - FADDA Paolo - FLORIS Mario - FLORIS Vincenzo - FRAU - GESSA - GIAGU - GIORICO - IBBA - LADU - LA SPISA - LAI - LANZI - LICANDRO - LICHERI - LOMBARDO - MANCA - MANINCHEDDA - MARRACINI - MARROCU - MASIA - MATTANA - MILIA - MORO - MURGIONI - ONIDA - OPPI - ORRU' - PACIFICO - PETRINI - PILI - PINNA - PIRISI - PORCU - RANDAZZO - RASSU - SABATINI - SALIS - SANCIU - SANJUST - SANNA Alberto - SANNA Francesco - SANNA Franco - SANNA Matteo - SANNA Paolo Terzo - SANNA Simonetta - SCARPA - SECCI - SERRA - SORU - URAS.

Rispondono no i consiglieri: CASSANO - DEDONI - PISANO - VARGIU.

Si è astenuto: il Presidente SPISSU.

Risultato della votazione

PRESIDENTE. Proclamo il risultato della votazione:

presenti 81

votanti 80

astenuti 1

maggioranza 41

favorevoli 76

contrari 4

(Il Consiglio approva)

La seduta si conclude qui. Il Consiglio è convocato per martedì 14 settembre, alle ore 17, per la prosecuzione dell'esame degli altri argomenti all'ordine del giorno.

La seduta è tolta alle ore 22 e 36.



Allegati seduta

XII Seduta

Mercoledì 8 settembre 2004

(Pomeridiana)

Presidenza del Vicepresidente Paolo Fadda

indi

del Presidente Spissu

La seduta è aperta alle ore 16 e 39.

MANCA, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana di mercoledì 4 agosto 2004 (9), che è approvato.

Comunicazioni del Presidente

PRESIDENTE. Comunico che il Presidente della Regione, in applicazione dell'articolo 24 della legge regionale 7 gennaio 1977, numero 1, ha trasmesso l'elenco delle deliberazioni adottate dalla Giunta regionale nelle sedute 3, 10, 25 e 31 agosto 2004.

Annunzio di risposta scritta ad interrogazioni

PRESIDENTE. Comunico che sono state date risposte alle seguenti interrogazioni: Porcu, Corda, Frau, Maninchedda "sugli assalti speculativi a Monte Russu nel Comune di Aglientu". (5) e Porcu, Corda, Frau, Maninchedda "sulla colata d'asfalto sulla Valle di Rio Oridda, patrimonio dell'umanità riconosciuto dall'UNESCO". (6)

Continuazione della discussione della: "Risoluzione sul disegno di legge costituzionale di modifica della parte II della Costituzione" (Risol. n. 1), approvata dalla Prima Commissione Permanente nella seduta del 1° settembre 2004

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della risoluzione della Prima Commissione sulla modifica della seconda parte della Costituzione".

È iscritto a parlare il consigliere Atzeri. Ne ha facoltà.

ATZERI (Gruppo Misto). Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, negli ultimi trent'anni la Regione Autonoma della Sardegna si è vista respingere da Roma, in materia di riforma istituzionale, tutte le proposte. Questo lo voglio ricordare perché è una triste consuetudine essere derisi, emarginati e non è sterile rivendicazionismo, è una triste realtà, la Sardegna ha subito da Roma l'indifferenza, pertanto non ci si deve stupire se è stato presentato un emendamento alla riforma del titolo V in discussione, volto ad omologare la Sardegna alle regioni a statuto ordinario, facendole perdere la propria specialità.

Il Presidente della Commissione, l'onorevole Manichedda, ci invitava stamattina a non essere retorici né logorroici e a non allontanarci dal tema; puntualmente è stato disatteso dai suoi stessi compagni di partito e dagli onorevoli che poi sono intervenuti sull'argomento; perché una riflessione sulle ragioni storiche della specialità e su quello che dovremo fare, credo che sia opportuna perché la Sardegna non ha perso quelle caratteristiche speciali, l'insularità, l'etnia e la lingua, le ha mantenute; certamente 56 anni fa non si era in una condizione storica e culturale tale che consentisse di dibattere questi temi che stanno diventando sempre più frequenti ed invasivi; si usciva da una triste esperienza bellica, la Sardegna era in una situazione di arretratezza economica spaventosa e non era riuscita neanche a mutuare lo Statuto della Sicilia, che aveva ottenuto quote di autonomia maggiori per la presenza di movimenti separatisti al proprio interno. La Sardegna aveva cercato di dotarsi di uno Statuto autoctono. Ma l'indifferenza del Governo centrale, e anche la rassegnazione e la subalternità di tutte le classi politiche che si sono succedute, hanno fatto sì che gli annosi problemi si siano aggravati ed ancora oggi ci troviamo a dibattere questi temi. Tutte queste differenze che hanno caratterizzato lo Statuto e ci hanno fatto ottenere la specialità insieme ad altre quattro regioni, ai fini pratici, hanno portato ad un depotenziamento della nostra autonomia. Cito i dati di un articolo apparso sulla stampa di ieri: il Trentino Alto Adige riceve da solo il novanta per cento dei fondi italiani destinati agli anziani, in Friuli Venezia Giulia, un'altra regione ad autonomia speciale, la benzina costa un terzo in meno rispetto al resto d'Italia, in Sicilia i crediti fiscali per i neo-assunti durano sei anni contro i tre anni del Mezzogiorno. Tutta questa specialità della Sardegna che assiste passivamente a questi privilegi dei nostri amici che hanno uno Statuto speciale proprio non la vedo, la Sardegna ha subito e subisce.

Ci siamo soffermarti sui vari aspetti, l'anamnesi di questo paziente è stata fatta con una precisione ammirevole, siamo divisi sulla terapia. Noi non abbiamo la presunzione di parlare di federalismo e di propinare ricette miracolistiche perché siamo ottant'anni che elaboriamo queste tematiche nei congressi, presentando mozioni e proposte, non siamo neanche così permalosi ed invidiosi delle contaminazioni che proprio stamattina mi hanno commosso perché ho ammirato l'intervento in lingua dell'onorevole Onida, ho ascoltato con attenzione l'intervento esposto con una lucidità "cossighiana" dall'onorevole Floris, che si richiama ad una regione dell'Europa, la Catalogna, che gode di un'autonomia più avanzata e a questo proposito direi che non sarebbe male con molta umanità copiare, confrontarci, leggere come ci si comporta in campo federalista in altre parti d'Europa, perché non esiste un federalismo buono per tutte le regioni e per tutte le stagioni. Io non sto ad aggettivare il federalismo perché per noi sardisti è uno solo: è quello che è improntato alla solidarietà, è quello di cui con grande lungimiranza, parlavano i nostri cari padri - come Bellieni, che addirittura prospettava gli Stati Uniti d'Europa, come, negli anni Sessanta, Antonio Simon Mossa che magari confondeva federalismo con confederazione - i quali hanno sempre dato dei contributi da avanguardia su queste tematiche, a differenza di questa classe politica, della quale con molta emozione oggi faccio parte anch'io, che ha seguito con una politica da retroguardia tutte le balbettanti decisioni che un funzionario o un dirigente romano hanno in peius adottato nei nostri confronti. Qui non si tratta di discutere dell'emendamento che può omologarci alle regioni a statuto ordinario, qui si tratta di riflettere e ripensare uno statuto che tenga conto delle evoluzioni storiche, sociali e culturali che si sono verificate in questi cinquant'anni. Ecco perché io e il collega Scarpa, ed ancor prima i nostri consiglieri sardisti, ci siamo permessi di presentare una proposta di legge che non esautori il collega Artizzu e il Consiglio regionale, perché sarebbe un trauma; la proposta di legge rende giustizia e dà visibilità istituzionale al Consiglio regionale, però trattandosi di definire un nuovo patto fondante che riconsideri tutte queste tematiche che si sono incancrenite in questo mezzo secolo, per noi è opportuno che a riscriverlo sia il popolo sardo.

Io altre volte ho detto che questo Consiglio regionale, che ha un'autorevolezza completa, è frutto di una legge liberticida e truffaldina; sono presenti in Consiglio regionale persone che non hanno avuto il consenso elettorale, che sono state iscritte d'ufficio al Consiglio regionale, ma soprattutto non è rappresentato tutto il popolo sardo, ci sono dei movimenti, dei partiti radicati in tutta l'Italia che non avendo superato lo sbarramento truffaldino e liberticida previsto da questa legge fatta per le regioni a statuto ordinario, oggi qui non sono presenti, ma hanno diritto a scrivere il nuovo Statuto. Penso a Sardigna Natzione, penso a Gavino Sale con l'I.R.S., penso ai Verdi, alle Università. La proposta di legge molto modestamente può essere un contributo affinché la riscrittura dello Statuto passi attraverso l'interconnessione di tutte le forze culturali e sociali del popolo sardo; ci vuole una leggina del Consiglio regionale per individuare i tempi, la composizione dell'Assemblea costituente; è un falso problema quello di istituire un'assemblea pletorica, tardiva, fuorviante, questi sono apetti da lasciare ai tecnici che hanno dimostrato la conoscenza della materia; una volta steso questo patto col popolo sardo, la Regione se ne riappropria, lo può emendare, lo può accettare, lo può anche respingere assumendosi però la responsabilità politica di questo atto.

Si è parlato di federalismo, è evidente che la cultura federalista è stata sconfitta già più di un secolo fa, nel 1848 i nostri referenti Tuveri e Asproni avevano subito purtroppo una sonora sconfitta, e si è arrivati fino agli inizi del '900 senza che mai si dibattesse di temi federalisti; negli anni 1920 - 1921, il partito del quale mi onoro di far parte aveva mantenuto la fiammella accesa su questo tema, elaborando, proponendo e non subendo con una politica da retroguardia le disattenzioni e le insensibilità di uno Stato sempre assente, distante ed arrogante.

Il dibattito è stato ripreso negli anni subito dopo la guerra per poi afflosciarsi, e devo dire che, nonostante la Lega abbia una visione miope ed egoistica, politicamente devo dare atto a Bossi e alla Lega di aver prepotentemente imposto ai riflettori della politica italiana il tema del federalismo; certamente la terapia leghista non ha nulla a che fare con la visione del federalismo che aveva il Partito Sardo, ma su questo possiamo ragionare e trovare accordi, perché noi abbiamo avuto anche piani di rinascita che sono miseramente naufragati proprio perché non c'erano i mezzi, gli uomini, la burocrazia; ricordo quando un ventennio fa arrivava alla Fiera campionaria il padre di tanti consiglieri ex Democristiani che siedono qui, e sbeffeggiandoci da buon furbastro ci prometteva mille miliardi senza mai dirci da dove li avrebbe tratti e per quali fini gli avremmo dovuti utilizzare, il tutto si risolveva a "Sa Cardiga e su Schironi" con la festa degli amici di questi ministri ed anche presidenti del Consiglio, per non citare figure di grande spicco che hanno sempre minacciato sfracelli e altro senza mai dare un contributo sostanzioso alla Sardegna, tanto che ancora oggi ci ritroviamo qui a subire le angherie e le minacce di omologazione.

Sempre sulla stampa di ieri mi ha colpito un passaggio di un grande personaggio della cultura sarda che fa un'analisi, per certi versi condivisibile, al termine della quale afferma che agli studenti invece di offrire corsi d'inglese è stata offerta una full immersion nel dialetto, ignorando i balbettanti ma importanti risultati rappresentati dalle legge statale 482 del 1999 e dalla legge regionale numero 26 del 1997, che non parlano di dialetti ma parlano di ben altro. Ecco è uno degli esempi di auto-flagellazione da parte di personaggi che sono stati allattati nei salotti romani e nelle segreterie dei partiti contrari alla specialità, all'identità, alla cultura, alle tradizioni, che hanno sempre deriso ed osteggiato considerandole un ostacolo per lo sviluppo economico e la crescita del popolo sardo. In una stagione di pentiti prendiamo atto che alcuni collaboratori del Presidente Soru, che si erano distinti nel fare proposte come queste, adesso accettano un sardismo io direi di maniera. E' su questi temi, presidente Soru, che noi ci aspettiamo da lei un impegno serio perché io la ritengo una persona serissima; poiché la Sardegna non ha raggiunto un livello di benessere accettabile e mantiene ancora le ragioni per cui aveva ottenuto la specialità, lei si deve battere per ottenere ciò che le spetta ed essere il porta vessillo di queste ragioni. Io spero appunto che la pattuglia di parlamentari siciliani, non ricordo il numero esatto, quelle del Friuli e della Valle d'Aosta, abbiano un sincero spirito autonomistico e respingano questo rigurgito di centralismo dello Stato Italiano che addirittura si vuole ingerire pesantemente nelle scelte, nelle leggi che questo Parlamento sardo dovrà fare, addirittura attribuendosi anche il compito di sciogliere il Consiglio regionale quando verrà sciolto il Senato.

Io concludo, per non rubare tutti i venti minuti, dicendo che il voto su un ordine del giorno non si nega a nessuno, però dal 13 di settembre saremo pronti e ben lieti di affrontare questo tema per darci finalmente uno Statuto speciale degno di tale nome, perché la Sardegna ha le intelligenze e le capacità per dotarsi di uno strumento del genere.

Volevo ricordare infine che non bastano le battaglie antimilitariste per quanto riguarda referendum sulla presenza militare a La Maddalena, perché la Sardegna, e lo sanno tutti i partiti italiani ormai, subisce anche l'affronto che è dato dal gravame di servitù militari e dalla presenza subdola dello Stato italiano, con i suoi beni demaniali, che non sono meno pericolosi delle servitù militari. Su questi gravami hanno riesumato da poco, per stare sempre in tema di specialità e di autonomia, una figura come quella di Andreotti, che si è distinto per aver fatto promesse mai mantenute, il quale ha sostenuto una tesi ancora anacronistica, che limita la sovranità del popolo sardo e cioè l'incostituzionalità di quel referendum sulla presenza della base NATO a La Maddalena, problema sul quale il presidente Soru invece ha promesso di voler andare più a fondo e ha invitato gli americani con "fair play" ad abbandonare cortesemente la terra nostra, perché non ha più senso una loro presenza così pesante e pericolosa, dal punto di vista nucleare, nel nostro territorio.

Oggi molti nemici che facevano parte dell'impero del male hanno aderito alla NATO, e nell'ambito di questa alleanza più ampia sono in pace con l'Italia, e quindi non ha più senso la presenza di questi militari. Tutto questo lo dico sperando che dopo il 13 settembre, dopo l'ennesima proposta usata come spauracchio dal Governo romano, si riprenda la marcia per dare alla Sardegna uno Statuto davvero speciale e che preveda competenze primarie in tante materie.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Salis. Ne ha facoltà.

SALIS (Insieme per la Sardegna). Signor Vicepresidente del Consiglio, signor Presidente della Regione, onorevoli colleghi, io concordo con la valutazione che è stata espressa stamani, anche nell'intervento del collega Atzeri, sulla validità dell'iniziativa che è stata assunta dalla prima Commissione che ha presentato la risoluzione in discussione e giudica necessario giungere ad una posizione unitaria in difesa delle prerogative autonomistiche della Regione. Concordo anche con lo sforzo che la Commissione ha fatto per trovare un punto di equilibrio tra posizioni e giudizi, in alcuni punti pur molto divergenti tra loro, sul disegno di legge costituzionale, noto impropriamente come legge sulla devolution.

Quindi esprimo una valutazione positiva, anzi molto positiva, su questa iniziativa unitaria che il Consiglio regionale è riuscito ad attivare anche in collaborazione e in raccordo stretto con le altre regioni a statuto speciale e col movimento complessivo delle regioni ordinarie e delle autonomie locali. Non possiamo però nasconderci il fatto che quest'iniziativa politica pur importante, si colloca nella logica della riduzione del danno, stiamo facendo una battaglia politica difensiva che cerca di sventare i colpi di una iniziativa a livello governativo che punta se non a smantellare, a ridurre notevolmente l'attività politico - istituzionale delle regioni ordinarie e soprattutto a ridurre gli spazi di manovra di attività politico - istituzionale delle regioni a statuto speciale.

Non vi è dubbio, infatti, che il complesso del disegno di legge costituzionale sia dannoso non solo per la Sardegna e le altre regioni a statuto speciale, ma anche per tutto il sistema istituzionale italiano; questo progetto va respinto perché è contrario agli interessi del Paese. Non è una mia valutazione; è il giudizio che ha dato in varie occasioni, e lo riporto perché è emblematico, il Vicepresidente del Senato Fisichella, una delle massime cariche istituzionali dello Stato oltre che autorevole costituzionalista. Questo progetto - lo ribadisco - va respinto perché è contrario agli interessi del Paese. Va respinto perché prevede una frantumazione del Paese in cui è implicita l'idea del rafforzamento delle regioni forti del Settentrione a scapito delle regioni del Meridione, soprattutto, regioni forti del Settentrione a cui è delegato il compito di competere con le economie degli altri stati europei; idea che nella fase iniziale delle rivendicazioni della Lega, sotto la guida teorica del professor Miglio, prevedeva, come ha ricordato stamani l'onorevole Floris, la divisione dell'Italia in tre macro regioni. La Lega ha tatticamente abbandonato la proposta di secessione, ma ha mantenuto viva la base iniziale e l'essenza dell'idea di frantumazione del Paese.

Questo disegno di legge è da respingere, inoltre, perché istituisce un sistema politico basato sul bonapartismo del Presidente del Consiglio, con il previsto aumento smisurato dei suoi poteri e con la conseguente riduzione dei poteri del Presidente della Repubblica, della Magistratura e quant'altro. È da respingere perché non si può modificare in maniera così profonda l'assetto istituzionale previsto dal Titolo Quinto della Costituzione, senza avere definito con precisione gli strumenti e le risorse per la gestione delle nuove e diverse competenze che tutte le regioni italiane, non solo quelle ad autonomia speciale, debbono acquisire.

Vorrei leggere il parere favorevole che è stato dato riguardo al disegno di legge costituzionale dalla sesta Commissione permanente, la Commissione finanze: "La maggioranza della Commissione esprime parere favorevole con la seguente osservazione: consideri la Commissione di merito la necessità che il processo di riforma costituzionale in senso federalista prospettato dal disegno di legge, si accompagni alla tempestiva definizione dei meccanismi di funzionamento del federalismo fiscale, al fine di dare concreta attuazione alle previsioni relative all'autonomia finanziaria dei comuni, delle province, delle città metropolitane e delle regioni, ed al coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario di cui all'articolo 119 della Costituzione, tenendo conto dei risultati dell'alta Commissione di studio sul federalismo, istituita dall'articolo 3 comma 1 lettera b) della legge numero 289 del 2002".

Sul punto dell'attribuzione delle risorse per far marciare, quindi, il processo di federalismo o di devoluzione, è chiaro che questa raccomandazione della Commissione finanze della Camera, espressa sul disegno di legge in discussione, è praticamente quasi una bocciatura, o almeno io la intendo così. Perché non si può pensare di trasferire tutta una serie di funzioni senza aver prima definito quali sono le disponibilità finanziarie che consentiranno alle regioni, e quindi per ricaduta al complesso delle autonomie locali, di poter gestire al meglio le funzioni e le competenze che vengono loro trasferite. Tra l'altro ricordo che un principio di questo tipo, non mi ricordo l'articolo, mi perdonerà il Consiglio, era previsto anche nella legge numero 142 del 1990, quando il movimento delle province e dei comuni chiese con forza all'allora ministro Gava che venisse inserito un articolo che prevedesse che, contemporaneamente al trasferimento delle funzioni e delle responsabilità, fosse definito anche con precisione il trasferimento delle risorse necessarie per l'esercizio di queste funzioni.

Quindi questo progetto è complessivamente da respingere anche perché il disegno di riforma è segnato in maniera negativa dalla logica di scambio all'interno della maggioranza di governo; il patto politico che regge la maggioranza attuale che governa il Paese contiene al proprio interno, fin dall'inizio della legislatura, la richiesta di devolution proposta dalla Lega. Ora la maggioranza è sotto il ricatto di questo partito. Per questa ragione penso che la pur apprezzabile ed apprezzata iniziativa unitaria che è stata attivata dal Presidente del Consiglio, dal Presidente della Regione e dalla prima Commissione consiliare, alla quale hanno partecipato anche i parlamentari sardi, iniziativa che è stata assunta in raccordo con le altre regioni, potrà difficilmente - spero di essere smentito - essere accolta dal Governo e dalla maggioranza.

Su questo problema è stato raggiunto un equilibrio tra le divergenti posizioni politiche dei partiti di maggioranza con tale difficoltà, che è plausibile pensare che ogni ulteriore modifica possa portare alla implosione del quadro politico nazionale. Non me ne vogliano i consiglieri della minoranza, ma non mi sembra cosa vana ricordare le dimissioni di Bossi da Ministro e la minaccia di dimissioni da parte di segretari di partiti della maggioranza su questo argomento.

Non possiamo peraltro non vedere e non sentire che il ministro Calderoli, che dialoga con cordialità ed attenzione con tutti gli interlocutori istituzionali, è la stessa persona che, svestiti i panni da ministro e vestiti quelli da leghista, ammonisce gli alleati di governo affermando che se il progetto di devolution non verrà approvato velocemente dal Parlamento la Lega uscirà dal Governo; non posso neanche dimenticare che lo stesso ministro Calderoli è il deputato che insieme ad altri propose alcuni anni fa l'emendamento che prevedeva che l'ottanta per certo delle imposte percette in una regione dovessero essere assegnate obbligatoriamente alla regione stessa, in barba a tutti i principi di solidarietà, di sussidiarietà e di equilibrio nella ripartizione delle risorse tra regioni, che sono alla base di una politica finanziaria unitaria gestita dallo Stato, e soprattutto solidaristica.

Ecco perché penso che probabilmente potremmo trovarci di fronte ad un atto di prepotenza del Governo e della maggioranza per la propria sopravvivenza, che potrebbero essere portati a calpestare il movimento delle autonomie regionali e locali. Ecco perché dobbiamo insistere nella battaglia per la difesa della nostra autonomia e specialità, ma contemporaneamente dovremo cominciare anche ad attrezzarci, e il richiamo che è stato fatto nel documento della prima Commissione ed anche dal Presidente della Regione è emblematico in questo senso, dovremo cominciare ad attrezzarci per chiedere il referendum previsto dall'articolo 138 della Costituzione, tant'è che è auspicabile o si presume, anzi penso che sia garantito, che la maggioranza non potrà godere nelle due camere, dei due terzi dei voti per l'approvazione della legge in seconda lettura.

Io penso anche che contemporaneamente dobbiamo riconoscere che sul fronte del federalismo interno, nei confronti di province e comuni, la Regione sarda non può vantare per il passato comportamenti molto diversi da quelli che il Governo nazionale ha avuto e ha nei confronti delle regioni. Spesso anzi il centralismo e il burocratismo regionale hanno assunto caratteri più accentuati rispetto a quelli dello Stato; sottolineo che ad oggi è ancora quasi totalmente inapplicata in Sardegna la legge numero 142 del 1990, di riforma dell'ordinamento delle autonomie locali, ed addirittura sono ancora inapplicate alcune disposizioni legate ai decreti noti col nome di Bassanini.

Ecco che abbiamo così l'obbligo politico ed istituzionale di continuare la battaglia difensiva sui punti individuati dal documento della prima Commissione e ripresi dal documento dei Presidenti delle regioni a statuto speciale, ma contemporaneamente dobbiamo dare seguito immediato alle indicazioni programmatiche che hanno ricevuto largo sostegno dagli elettori sardi: adeguamento dello Statuto, riforma della Regione, trasferimento di funzioni e risorse alle autonomie locali.

Io penso che solo così potremo riuscire a guadagnare autorevolezza e a recuperare credibilità, rispetto anche alle timidezze ed ai ritardi che hanno contrassegnato l'atteggiamento riformistico della Regione negli anni passati. Solo così potremo riscattare un passato di specialità sprecata per molti aspetti e guadagneremo maggior credibilità istituzionale nei confronti della politica nazionale, ma soprattutto nei confronti delle istituzioni locali e del popolo sardo.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Artizzu. Ne ha facoltà.

ARTIZZU (A.N.). Grazie signor Presidente. Mi soffermerò brevemente su due aspetti per chiarire la posizione che ho avuto modo di esprimere durante i lavori della Prima Commissione la settimana scorsa, e il secondo aspetto credo faccia chiarezza circa le posizioni di Alleanza Nazionale sulle ipotesi di Assemblea Costituente.

Voglio innanzitutto, comunque, esprimere un apprezzamento e un ringraziamento al Presidente della Commissione autonomia ed ai colleghi della maggioranza per come sono stati condotti i lavori in occasione di quella riunione perché ho potuto notare ed apprezzare, da parte dei colleghi della maggioranza, una sincera e proficua volontà di collaborare e di trovare dei punti di intesa, che infatti sono stati trovati. Mi sembra che questa sia un'ottima base per proseguire con questo stile, naturalmente ciascuno con le proprie idee e con le proprie specificità, il lavoro nei prossimi mesi ed anni.

Il valore che sta a cuore a tutti noi è quello dell'autonomia; un'autonomia che purtroppo, bisogna anche ricordare, non è stata mai attuata, è sempre stata proclamata, difesa e tutelata nei discorsi, nei programmi e nelle enunciazioni ma se dovessi anche giudicare da quello che ho imparato nel corso della mia attività di giornalista, credo di poter dire che in realtà la nostra Isola l'autonomia non l'abbia mai utilizzata. Non mi pare di aver mai visto su grandi temi come l'urbanistica o le politiche agricole una grande affermazione di autonomia ma piuttosto una costante omologazione alle leggi e alle direttive dello Stato.

Combattiamo dunque volentieri per il valore dell'autonomia nel quale tutti crediamo, non come i talebani, ma come gente aperta al dialogo; fa anzi sorridere sentire qualche posizione da talebano sulla bocca di qualcuno che dimentica quello che accadde nel 2001 in occasione della frettolosa riforma del Titolo V della Costituzione, che creò, quella sì, qualche problema per l'autonomia delle regioni, ed è superfluo ricordare chi fece quella riforma, in quale momento, nell'imminenza delle elezioni, e perché, per salvare quali bacini di consenso e di elettorato. Comunque, l'affievolimento della specialità fu posto proprio dalla modifica del Titolo V della Costituzione che ha attribuito alle regioni a statuto ordinario più poteri rispetto a quelle a statuto speciale, e questa è la realtà con la quale oggi ci dobbiamo confrontare. Oggi si cerca di portare a completamento quel lavoro e si cerca di farlo nel modo migliore, e il nostro compito è quello di difendere l'autonomia.

Ma vengo alla questione dell'interesse nazionale, per chiarire ancora una volta perché ho ritenuto doveroso distinguermi a nome di Alleanza Nazionale in prima Commissione; ribadisco che questa è una posizione del partito nel quale io mi onoro di militare; le ragioni sono evidenti anche se ovviamente opinabili e discutibili. Partiamo da quello che consideriamo un concetto sacro, quello dell'unità nazionale, e partiamo quindi dalla necessità, dall'opportunità e dal desiderio di fornire anche dei paracadute e degli ombrelli di salvataggio a pericoli che potrebbero minare quest'unità nazionale. Voglio però far notare che nel testo attualmente in esame, che è anche oggetto di modifica e comunque di discussione e di confronto - credo che nessuno possa negare che in questo momento il Governo sta mettendo in atto tutti gli sforzi per cercare un'intesa e mi pare anche che si stia lavorando bene in questa direzione - la possibilità di impugnare (lo dico ma non è il termine giusto) le leggi, è sì riferita al Governo, ma l'esame delle leggi che si ritiene possano ledere l'interesse nazionale - mi viene in mente un caso emblematico che potrebbe essere quello della realizzazione di un'opera pubblica, ad esempio un'autostrada, che potrebbe attraversare una regione la quale potrebbe però varare una legge tale da impedirne la prosecuzione, oppure tale da impedire la realizzazione di una qualunque altra opera pubblica - ebbene, l'esame di quella legge o della parte di quella legge che si ritiene possa ledere il valore dell'unità nazionale e dell'interesse nazionale, spetta al Senato Federale. Quindi, non spetta al Governo e neanche alla Camera dei Deputati ma spetta a quel ramo nuovo del Parlamento che sarà espressione proprio delle autonomie regionali. In un'ultima istanza, dopo un eventuale ritorno della legge o della parte della legge che è stata messa in discussione al Consiglio regionale in questione, poi la decisione finale spetta al Presidente della Repubblica che potrebbe prendere una decisione in un senso o in un altro. Quindi, in queste norme, francamente, non mi sembra di poter ravvisare una lesione dell'autonomia.

Assemblea Costituente; è un tema che inevitabilmente è tornato alla ribalta perché stiamo parlando comunque di riforme ed io ritengo che Alleanza Nazionale non possa e non debba in questo momento tacere su questo argomento importante, così sentito non solo dal mondo politico ma evidentemente anche dall'opinione pubblica. Il Consiglio regionale trae i propri poteri dalla Costituzione e dallo Statuto; tra questi il più importante è il potere - dovere d'iniziativa legislativa, anche di rango costituzionale, quali sono appunto le leggi di modifica dello Statuto. Il Consiglio regionale è un'Assemblea costituzionale democratica eletta a suffragio universale e in quanto tale rappresenta tutti i sardi. Alla luce di questi principi, mi pare non corretto affermare che il Consiglio regionale non abbia un mandato popolare sufficientemente solido da potersi occupare di queste riforme; tale mandato infatti deriva direttamente dai poteri e dalle funzioni riconosciute al Consiglio stesso. Ancora più errato sarebbe, a mio modesto avviso, ritenere che il Consiglio non voglia o non possa esercitare quel potere prescindendo da precisi ed ulteriori indirizzi politici. In campagna elettorale quasi tutti i partiti hanno posto le riforme al centro del proprio programma. Allora chi dovrebbe dare indirizzi politici suppletivi ad un'Assemblea che è essa stessa espressione della sovranità popolare? Chi dovrebbe darli ad una forza politica, penso al mio partito, Alleanza Nazionale, ma anche agli altri, che delle riforme ha fatto una propria bandiera? Se il Consiglio regionale non volesse fare le riforme, delegandole ad altra assemblea, rinuncerebbe ad esercitare un potere che ha, e questo sarebbe - a mio modesto avviso - profondamente sbagliato e non rispettoso delle prerogative del Consiglio stesso e, in definitiva, non rispettoso della volontà popolare. L'idea della Costituente nasce, a detta dei suoi sostenitori, dalla volontà di condurre una battaglia tra la gente ed ottenere consenso e forza politica. La battaglia tra la gente è giusta ma si può condurre anche senza continue, forse inutili, sicuramente costose, consultazioni elettorali.

Ma veniamo ad alcuni aspetti che coniugano la pratica alla politica. Alleanza Nazionale, che sostiene il maggioritario, non potrebbe accettare di reintrodurre nell'elezione di un'assemblea il proporzionale puro. Da chi poi dovrebbe essere composta la Costituente? Non dai consiglieri regionali, ovviamente, che diverrebbero controllati e controllori; ed allora da chi? È costituzionalmente legittimo prevedere requisiti di studio o di censo per l'elettorato passivo in un'assemblea costituzionale? Ed in caso di risposta negativa quali celeberrimi costituzionalisti verrebbero fuori dall'elezione? E se il censo e lo studio fossero ritenuti inutili perché rivolgersi ad una nuova assemblea?

Io ritengo che ciò che s'intenderebbe deputare all'Assemblea costituente lo debba attuare il Consiglio. Ad esso dobbiamo contribuire a dare dignità, quella dignità a cui giustamente e legittimamente si fa riferimento in modo particolarmente incisivo negli ultimi mesi, da quando nel quadro delle riforme della Costituzione si dibatte, fortunatamente con una certa unitarietà di intenti, pur nella legittima diversità di opinioni, sulla necessità di mantenere, e se è possibile potenziare, il valore della nostra autonomia.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Balia. Ne ha facoltà.

BALIA (Gruppo Misto). Signori Presidenti della Regione e del Consiglio, colleghi, anche l'avvio di questa legislatura - come peraltro è avvenuto più volte nel passato - è contraddistinto da un elemento: anziché precorrere gli eventi, anticiparli, discutere le relative problematiche e trovare soluzioni, ci ritroviamo, nostro malgrado e al di là di tutto, ad essere inseguiti e quindi a dover affrontare i problemi a seguito di particolari contingenze. È evidente che ciò accade non solo perché noi siamo ad inizio di legislatura, ma perché altri livelli istituzionali nel frattempo hanno avviato un percorso che stanno, in ogni caso, tentando di portare a conclusione.

Ora, l'intervento finale dell'onorevole Artizzu, ma non solo, mi pare anche tutti gli altri interventi che vi sono stati in Aula, non si sono limitati a parlare del problema contingente, ma sono naturalmente partiti da ben più lontano - io dico anche logicamente è ovvio - introducendo le tematiche relative alla riscrittura del nuovo Statuto ed assumendo come elemento contingente il fatto che è oggi all'esame del Consiglio. Se avessimo avuto tempo, signor Presidente, cioè se non fossimo stati rincorsi da questa emergenza, non vi è dubbio che sarebbe stato ben più logico e naturale che dentro questa istituzione aprissimo un dibattito ampio non solo sugli strumenti utili per la riscrittura del nuovo Statuto per la Sardegna, ma anche sul contenuto del nuovo Statuto, perché sulla salvaguardia dei principi, dei valori di autonomia e di specialità della Sardegna possiamo anche essere tutti uniti, quando si tratta di enunciati generali, può essere invece che su singoli aspetti abbiano a scontrarsi - ed è anche giusto che così sia - filosofie che si basano su presupposti diversi. Però il fatto che sia i colleghi del centrosinistra quanto i colleghi del centrodestra abbiano posto l'accento sugli strumenti e sui contenuti dello Statuto ci fa comprendere quanto sia urgente che questo tema arrivi alla discussione in quest'Aula.

Ora, non ritengo opportuno riprendere le discussioni che abbiamo fatto in passato, quando questa Assemblea ha votato la proposta di legge sull'istituzione dell'Assemblea Costituente. Diceva l'onorevole Onida: "Ci siamo divisi"; e da come ha impostato il suo ragionamento pare quasi che coloro i quali hanno votato a favore dell'Assemblea Costituente possano oggi avere un titolo di merito, mentre coloro i quali l'hanno osteggiata debbano obbligatoriamente essere ascritti tra i reprobi e quindi avere un demerito.

Non è questa l'occasione per entrare nel merito del problema, anche se qualcosa obbligatoriamente, proprio perché propedeutica a tutto, dev'essere detta. Non vi è dubbio che tutti noi abbiamo subito - lo dice chi ha votato contro quell'ipotesi - il fascino di un'eventuale assemblea costituente; il fascino era dato da questa grossa possibilità di coinvolgimento sociale ed istituzionale, però è altresì indubbio che quel progetto di legge, pure approvato a maggioranza in Aula, poi non è andato avanti, è arrivato in Parlamento, abbiamo avuto migliaia di rassicurazioni sulla sua approvazione in tempi rapidi ma è rimasto assolutamente immobile.

Bene colleghi, di chi è la colpa? Noi eravamo divisi, ma vi era una maggioranza, peraltro abbastanza trasversale, che ha fatto sì che quel provvedimento fosse approvato dal Consiglio e poi è rimasto nel chiuso delle stanze delle commissioni del Parlamento italiano. Questa certamente non è responsabilità di questa Assemblea, che pure in più occasioni ha sollecitato l'approvazione del provvedimento medesimo. La domanda è: vi è ancora davvero qualcuno, così come mi è parso di comprendere, dentro quest'aula, innamorato allora di quel percorso e di quello strumento che conferma la scelta di allora? A me è parso di comprendere di sì, ma sinceramente una riaffermazione di quel percorso suscita non poche perplessità, perché il rischio potrebbe essere di imbarcarsi nuovamente in un itinerario affascinante, coinvolgente quanto si vuole, che pone - a mio avviso - anche problemi di costituzionalità, perché si tratta di un organismo che finisce con l'esplicare funzioni che sono proprie e caratteristiche di questo Consiglio, così come l'onorevole Artizzu poc'anzi mi pare abbia sostenuto, col rischio che in attesa del compimento di quel percorso anche questa legislatura, Presidente Soru, finisca con l'essere una legislatura che in tema di riforme, perlomeno quella più importante, la riscrittura dello Statuto, è destinata a segnare il passo e a non conseguire risultati.

Ben diversa, di altra portata storica, politica, ma anche pratica è invece l'ipotesi di assemblea costituente consultiva, della quale poi dovremo definire i livelli di competenza e le modalità attraverso le quali debba essere costituita; noi eravamo ben favorevoli, già nella scorsa legislatura, ad un percorso di questa natura.

Allora, entrare nel merito del nuovo Statuto, del contenuto e non delle procedure, significa sicuramente porsi anche una serie di domande. Io provo ad elencarne qualcuna a mero titolo esemplificativo: le nuove garanzie per finanziamenti straordinari attraverso un rinnovato di piano di rinascita possono passare all'interno o devono viaggiare collateralmente? Il piano di infrastrutturazione, che pure in Sardegna è fortemente carente, deve trovarvi riferimento, oppure no? In ultimo, ma non per ultima: la dotazione finanziaria che dev'essere attribuita alla Sardegna come regione a Statuto speciale può continuare nel tempo ad essere ballerina e a subire notevoli variazioni di anno in anno, oppure dev'essere ancorata a parametri certi, prefissati nel nuovo Statuto?

Vado oltre; ma vi pare legittimo che in tutti i rapporti con l'Unione Europea una Regione con le connotazioni e le caratteristiche di specialità, ma anche di arretratezza come la Sardegna, debba avere un ruolo non primario, ma sicuramente di secondaria importanza. Di fronte a tutta la normativa che la Comunità Europea sta riscrivendo in termini di tollerabilità di vapori, di fumo, di divieti per l'utilizzo di forni a legna e quant'altro, siamo costretti a restare inermi e subire quella politica, oppure dobbiamo avere i mezzi per tutelare i nostri prodotti che sono di nicchia ma importanti nel sistema economico sardo e per i quali dobbiamo chiedere deroghe? È accaduto che altre regioni, che pure fanno parte della Comunità Economica Europea abbiano ottenuto delle deroghe proprio in virtù della loro specialità, della loro cultura e del loro sistema economico. Per noi sarebbe un gravissimo danno se non prevedessimo, nel nuovo Statuto, quegli strumenti che sono i più importanti e se non facessimo uno sforzo per perseguire un obiettivo più alto che consenta anche deroghe attraverso una diretta contrattazione con l'Unione Europea. Ma questo - dicevamo - è argomento che ci ritroveremo in aula spero da qui a qualche settimana.

Per entrare nel merito della discussione odierna - siccome mi è parso di cogliere da parte di qualche collega, nello specifico l'onorevole Pisano, perplessità, tentennamenti o dichiarazioni contrarie rispetto alla risoluzione approvata dalla Commissione Prima - l'invito non può che essere alla totale unità di questo Consiglio regionale, di maggioranza ed opposizione, sapendo in partenza che il nostro potere di contrattazione nei confronti dello Stato è già basso, è già poco significativo, con una risoluzione approvata all'unanimità, figuriamoci se dovessimo dividerci! Vale la pena dividersi su un argomento come questo?

Se dovessimo parlare di tutte le modifiche contenute nel progetto di riforma del Titolo II della Costituzione sicuramente vi sarebbero elementi per dividerci, ma siccome l'ordine del giorno è limitato esclusivamente alla salvaguardia della nostra specialità e dei nostri poteri autonomistici, l'invito è invece che ovviamente perveniamo a un voto unanime, superando le differenze. Ha ragione l'onorevole Onida quando nell'intervento di stamattina sottolineava che il Governo centrale, non solo questo attuale, ma anche quello del passato, quando ha apportato delle modifiche costituzionali lo ha fatto senza consultare le istituzioni regionali, con uguale prepotenza e uguale capacità di imposizione. Ma proprio per contenere quella prepotenza e per riaffermare il principio che dobbiamo essere i primi artefici della scrittura del nostro Statuto, dobbiamo dare un segnale di totale unità come Consiglio regionale, diversamente - badate - se continuiamo ad attardarci con le discussioni sullo strumento, che non è all'ordine del giorno, a ricercare artatamente divisioni perché una parte non condivide la nascita dell'Assemblea costituente, mentre l'altra parte è assolutamente favorevole, altro che saltare il Rubicone, come l'onorevole Pisano stamattina diceva, il rischio è che prima di saltare il Rubicone tutti insieme abbiamo a perire, e che l'autonomia, anziché essere un valore da salvaguardare, da difendere e da esaltare, finisca invece con l'essere res derelicta oppure res nullius.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pili. Ne ha facoltà.

PILI (F.I.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, non so quanti di voi oggi, a conclusione di questa sessione di lavori, potranno dirsi pienamente appagati e soddisfatti di questo dibattito. Malgrado la buona volontà di tutti, anche questo confronto sarà purtroppo archiviato negli annali come l'ennesimo inconcludente dibattito sull'autonomia regionale.

Un film già visto, colleghi, dove si invertono maggioranze e uomini, ma dove il prodotto non cambia. Siamo qui a rivendicare tutti, destra, sinistra, centro, più peso per l'autonomia regionale, più forza per la nostra specialità; la nostra è, però, ancora una volta, colleghi, una rivendicazione contingente, fine a se stessa, quasi come un cartellino da timbrare in entrata e in uscita, per testimoniare, insomma, che qualcosa su questo tema abbiamo comunque detto.

Devo essere sincero, sono rimasto un po' perplesso stamane quando ho sentito l'invito a limitare a due soli interventi per Gruppo questo dibattito. E' un sintomo chi si vuole fare in fretta su un argomento che appare, così posto, davvero poco affascinante e poco esaltante. Colleghi, se oggi chiudessimo questo dibattito con questa - me lo permetteranno tutti i colleghi - modesta risoluzione, avremmo ancora una volta sminuito il ruolo dell'Assemblea del popolo sardo e cioè il ruolo di ognuno di noi. E questo non possiamo permettercelo, né noi che siamo minoranza, ma ancor meno voi, colleghi, che siete maggioranza.

Occorre un balzo d'orgoglio della nostra autonomia, che non può essere richiamata sempre e solo di riflesso al dibattito nazionale. Non possiamo permetterci di restare a guardare e alzare solo un flebile sussulto quando qualche nube si addensa sulla nostra specialità. Oggi, così come ieri, è stato sufficiente un emendamento, una proposta che non mi esimo dal definire arbitraria, di modifica di alcuni commi e articoli, per richiamarci tutti alla mobilitazione istituzionale. Colleghi, se posso esprimere una modesta e umile ambizione, come ultimo consigliere regionale, è che questo non accada più. L'autonomia regionale è una partita troppo grande per essere giocata troppo in piccolo. Abbiamo il dovere morale, etico e politico di guidare noi e nessun altro le nostre azioni istituzionali; abbiamo noi l'arduo compito di dire allo Stato e all'Europa cosa vogliamo fare della nostra autonomia. Dobbiamo fare quello che alcuni definiscono un esame realistico dell'intero testo statutario, tagliando i rami secchi e dando spazio ai germogli, o dobbiamo perseguire una nuova autonomia speciale, europea e mediterranea? Io credo che si possa fare un lavoro puntuale, senza troppi sofismi, senza rinchiudere il dibattito nelle segrete stanze, soprattutto senza cadere nella vecchia trappola: "Protesto sempre e comunque perché comunque non ho niente da proporre". Ecco, questa visione dell'autonomia che si sveglia solo per protestare, per contestare, ma che non è stata in grado in cinquant'anni di proporre al Parlamento un testo del Consiglio regionale per la modifica statutaria, davvero non ci deve più appartenere.

Io, colleghi, voterò questa risoluzione, ma non ne condivido la contingenza, né l'assoluta mancanza di visione strategica. La voto per quel valore indissolubile che si chiama unità del popolo sardo, che noi, con senso di responsabilità anche rispetto al passato, abbiamo il dovere di salvaguardare ad ogni costo. Ed è un credito che vogliamo sottoscrivere nell'interesse supremo della nostra gente, ma non possiamo stare immobili né ci interessa seguire le alchimie della vecchia politica. Oggi questa autonomia illuminata, moderna, economica e sociale è purtroppo lontana; ebbene, colleghi, faremmo un atto davvero importante se riuscissimo a stbilire un termine temporale già in questa fase finale del nostro dibattito, per definire le nuove linee dello Statuto, sia per quanto riguarda il percorso istituzionale che intendiamo percorrere, sia per quanto riguarda il contenuto della proposta statutaria. Stabiliamo un termine di tre mesi entro il quale definire innanzitutto il percorso della riforma statutaria e diamoci altri sei mesi per definirne il contenuto.

Due soli richiami sul percorso e sulla sostanza. Sul percorso vorrei dire questo: nella precedente legislatura abbiamo lavorato per arrivare ad una Costituente che potesse scrivere lo Statuto aprendosi alla società civile. In Parlamento la competente Commissione Bicamerale che ha esaminato la proposta, ha pure espresso un parere favorevole, ma, diciamolo pure, lo scontro interno alla sinistra ha rappresentato una buona giustificazione anche per gli oppositori della maggioranza di allora per frenare quell'iter. Bene fanno i colleghi Riformatori a richiamare il prosieguo di quell'iter, ma io sento il dovere, in quest'Aula, di rappresentare a questo Consiglio che non possiamo, non dobbiamo fare affidamento sui tempi parlamentari per modificare il nostro Statuto. Per giunta si tratterebbe di un processo che rischierebbe di andare a cavallo dell'attuale e della futura legislatura nazionale, con tutto quello che ciò comporta per la Sardegna e per i sardi. Dunque la mia proposta, colleghi, è questa: verifichiamo i tempi della Costituente nazionale, ma predisponiamoci per la via sarda alla Costituente. Sì, colleghi, la via tutta sarda per riscrivere lo Statuto.

Ho letto con interesse la proposta del Partito Sardo d'Azione e credo sia corretto valutare - certamente lo è per me - la possibilità di aderire, anche con qualche elemento migliorativo e correttivo, a quella proposta; proposta che io personalmente, sottolineo personalmente, sento concettualmente già di condividere per l'urgenza e l'ampiezza del coinvolgimento necessario in una partita così rilevante e così importante. Penso a una Costituente che affianchi, che valorizzi, che rafforzi il Consiglio regionale, che lo esalti nel suo compito legislativo; una Costituente composta in modo tale da favorire non lo scontro politico, ma un alto confronto istituzionale, ideale e culturale. Penso a uomini impegnati nelle istituzioni locali, ai sindaci, alle forze sociali, a uomini della cultura; penso al Presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga; penso al Ministro dell'interno, Pisano, al cardinale giurista Mario Francesco Pompedda, all'europeista Mario Segni.

Oggi la nostra autonomia, colleghi, deve diventare maggiorenne; non possiamo più limitarci alla politica degli ordini del giorno in risposta all'uno o all'altro dei parlamentari, di destra o di sinistra. I termini pattizi del nostro Statuto vincolano tutti a un punto di incontro e il Consiglio regionale è davvero il punto cardine di tutto l'impianto autonomistico sardo. Togliatti definiva il nostro Statuto una larga autonomia data a quelle regioni che ne hanno bisogno per riparare i torti fatti loro in passato. Bisogna far fare alla nostra autonomia un salto di qualità; oggi abbiamo tutti l'ardire di pensare che questa nostra autonomia deve essere speciale perché i sardi sono un popolo e una nazione, non nel senso ottocentesco, ma in quello più moderno, più vero, di identità non solo etnica, storica, linguistica e culturale, ma soprattutto economica e sociale, in un territorio geograficamente determinato.

La revisione della forma di Stato in senso federale, avviata dal centrosinistra - consentitemelo - in termini confusi e assolutamente privi di quel consenso parlamentare necessario per un passo così importante, meritava, e oggi a maggior ragione merita, un capitolo Sardegna diverso da quello relativo a tutte le altre regioni, e, se posso eccedere, colleghi, diverso anche da quello sulla Sicilia e le altre regioni a statuto speciale. Se altre regioni possono avere esaurite le ragioni della specialità, per la Sardegna restano tutte, anzi si allargano. Noi siamo nazione, colleghi, intesa come entità e identità di popolo, ma abbiamo bisogno di poteri, anche come Stato, su alcune questioni di primaria rilevanza economica e in questo campo specifico, guardando all'Europa.

Il nostro Statuto richiede un'autorevole riscrittura sia in termini istituzionali interni, cioè il rapporto tra Stato e Regione, ma ha bisogno soprattutto di un nuovo capitolo, quello più importante, a mio conoscere, quello relativo al rapporto con l'Europa. Noi possiamo avere tutti i riconoscimenti statutari di specialità che vogliamo, ma se questi non sono contemplati dall'Europa resteranno lettera morta. Vogliamo la zona franca di produzione, colleghi? Lo Stato ce la può anche riconoscere, ce l'ha riconosciuta con i punti franchi contemplati nel nostro Statuto, ma il livello europeo ha fermato tutto! Vogliamo la continuità territoriale per le merci? Una legge dello Stato l'ha riconosciuta, ma l'Unione Europea l'ha bloccata! Vogliamo maggiore potenzialità irrigue per i nostri campi? Potevamo averla, ma l'Unione Europea ce lo ha impedito. Dunque la nostra frontiera autonomistica non è più solo statale, ma è semmai oggi sempre più europea. E aggiungo, oggi come non mai abbiamo il dovere di guardare in termini strategici al Mediterraneo, dove la Regione - Stato della Sardegna deve poter svolgere un ruolo importante proprio per la sua posizione e la sua centralità geografica.

Non guardiamo alla revisione del nostro Statuto come a un momento per scagliarci contro lo Stato o il Governo di turno, ma eleviamo il confronto. Questo Consiglio stabilisca con un voto unanime - oggi, colleghi, non domani, stasera - la data per una specifica sessione di lavori sullo Statuto. Lo faccia ora e non rimandi a una Commissione una partita così rilevante. Se poi non lo vorrete fare, colleghi, pazienza, del resto ogni giardino dà i fiori che può dare e qualche volta non sono sempre rose!

Colleghi, non riduciamo la nostra autonomia ad un recupero culturale da richiudere in qualche museo o da affidare a qualche antropologo. La nostra identità, la nostra autonomia è vita, è libertà ed è controllo di popolo, amava ripetere Emilio Lussu. Autonomia, futuro, modernità e sviluppo, che oggi dobbiamo imparare a vivere da sardi, da italiani e da europei, non affidandoci alla sterile protesta, ma alla feconda proposta.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Ladu ma è assente.

E' iscritto a parlare il consigliere Vargiu. Ne ha facoltà.

VARGIU (Riformatori Sardi). Signor Presidente, colleghi consiglieri, io credo che il dibattito che si è svolto oggi in quest'Aula - forse ha ragione qualche collega che l'ha definito una ripetizione di altri dibattiti già svolti sui temi dell'autonomia - non potesse non aver luogo a seguito di ciò che nel Parlamento nazionale si sta verificando, nel senso che se quest'Aula non entrasse nel merito delle problematiche che il 13 settembre il Parlamento nazionale inizierà a discutere, starebbe di fatto abdicando al suo ruolo di massima rappresentanza istituzionale dei sardi.

Quindi lo sforzo che a quest'Aula compete è proprio quello di evitare la ritualità, cioè di evitare che il ragionamento che si svolge in tempi contingentati in relazione a urgenze che comunque sono dettate dai tempi del Parlamento nazionale, sia realmente contingentato, cioè privo di spazio per la fantasia, per la riflessione ed eventualmente per la messa in campo di strumenti ulteriori rispetto a quelli che già oggi tutti quanti sappiamo essere sul campo.

E' evidente che il ragionamento che sottende la riflessione sulla risoluzione approvata dalla prima Commissione ci obbliga ad entrare nel merito di ciò che il Parlamento nazionale sta facendo ed è evidente che questo ragionamento e questa riflessione poi è stata presente nei discorsi della gran parte dei colleghi che sono intervenuti stamattina. Anche noi Riformatori non intendiamo sottrarci a questo ragionamento, nel senso che io credo che qualsiasi forza politica, qualsiasi forza che esprime un consenso sociale, debba chiaramente dire qual è la sua posizione nei confronti del federalismo che oggi si discute nel Parlamento romano.

Noi Riformatori lo diciamo in maniera chiara, affinché non ci sia nessun tipo di fraintendimento: questo federalismo nazionale a noi non piace.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE SPISSU

(Segue VARGIU.) A noi sembra che assomigli a una sorta di neocentralismo regionale che poi andrebbe a soffocare le autonomie locali, che pure sono indispensabili per qualsiasi forma di federalismo, e a noi sembra che ci sia scarsa attenzione, che ne abbia avuta scarsa il Governo di centrosinistra nel 2001 e che ne abbia scarsa il Governo di centrodestra oggi, nell'avviare un laboratorio politico che forse è unico per caratteristiche al mondo. Tutti i grandi decentratori, tutti i grandi autonomisti, tutti i grandi federalisti citati in quest'aula si sono cimentati nella discussione sulla nascita degli Stati nazionali, quando a causa della situazione di frammentazione del potere si è resa necessaria una delega a un livello superiore per la costituzione dello Stato nazionale. Oggi, in Italia, il procedimento è assolutamente inverso e comporta una serie di rischi di disfacimento dello Stato nazionale dei quali non è possibile sottovalutare la portata; oggi noi andiamo a discutere materie che l'articolo 117 attribuisce alla competenza delle regioni che non possono non creare preoccupazione in qualsiasi cittadino che risiede in quelle che sono definite le regioni più svantaggiate o le regioni meno ricche, basta pensare soltanto ai tempi della sanità e della pubblica istruzione. Io credo che sia evidente a tutti che gestire un sistema sanitario per un milione e seicento mila persone all'interno di un quartiere della città di Milano, gestire un sistema di "118" all'interno del quartiere della città di Milano sia cosa ben diversa, dal punto di vista dello sforzo organizzativo e conseguentemente di quello economico, rispetto al doverli gestire in una regione dove il milione e seicento mila abitanti è disperso in una superficie che territorialmente è la terza per dimensioni in Italia.

Per la pubblica istruzione vale lo stesso identico ragionamento: gestire la pubblica istruzione nelle scuole di un grosso quartiere, di una serie di quartieri di Milano che assommino insieme il milione e seicento mila persone che costituisce la popolazione della nostra Sardegna, credo sia cosa ben diversa rispetto al dover garantire l'istruzione in paesi che hanno duecento abitanti, quattrocento abitanti, cinquecento abitanti e che spesso sono lontani decine di chilometri dal centro abitato più vicino.

Credo che questa riflessione non sia stata fatta a sufficienza e credo che quella sorta di entusiasmo, che negli ultimi anni dilaga intorno all'idea vincente del federalismo abbia veramente sottovalutato questa prospettiva e che l'abbiano sottovalutata tutti coloro che come i sardi hanno la sfortuna di vivere in una regione che non ha bisogno di aiuti, che non ha bisogno di elemosine, ma che chiede legittimamente uguali diritti per i suoi cittadini, cioè chiede quelle pari opportunità, quella uguaglianza dei punti di partenza che qualsiasi democrazia liberale deve porsi come obiettivo da garantire a qualsiasi cittadino residente all'interno del proprio territorio.

Abbiamo visto, ma la stessa Giunta Soru ha visto, in questi giorni, ne parleremo quando discuteremo in modo specifico il problema dei DRG in sanità che il rimborso delle prestazioni sanitarie in regime di ricovero, che oggi si eroga in Sardegna è alle tariffe del 1994 meno il 20 per cento, mentre altre regioni italiane hanno tariffe ben diverse dalle nostre, il che significa che ogni cittadino sardo che viene curato, per sua scelta libera, fuori dalla Sardegna costa alla Regione Sardegna molto più di quello che costerebbe se curato all'interno del suo territorio e ciò comporta una spoliazione continua di risorse verso altri sistemi sanitari regionali.

Credo che questo sia un problema grosso nel senso che la garanzia di eguali prestazioni sanitarie, la garanzia di eguale istruzione scolastica, la garanzia di un sistema di difesa del cittadino e di un sistema di tutela dei diritti legali di ciascuno di noi, siano gli elementi costituenti del patto nazionale, quindi siano gli elementi costituenti di quel processo attraverso il quale nel 1800 si sono formati gli Stati nazionali attraverso la delega di competenze dal livello inferiore al livello superiore.

Penso che su questo siamo stati assolutamente chiari, avremo modo di ritornarci, riteniamo che il dibattito sul federalismo sarà un dibattito a cui difficilmente quest'Aula si potrà sottrarre nei mesi futuri e sarà un dibattito, proprio per le nostre richieste di mantenimento di autonomia e di specialità, sul quale non sarà consentito semplicemente citare Bellieni e Gioberti, Pio IX e Don Sturzo, ma sarà necessario diventare novelli Bellieni, novelli Don Sturzo e novelli Gioberti, inventando nuove forme di autonomia e nuove forme di specialità che consentano alla Regione Sardegna e ai cittadini sardi di avere uguali opportunità rispetto ai cittadini delle altre regioni, garanzia che secondo noi è fondamentale in qualsiasi paese che mantenga ancora l'unità nazionale dello Stato.

Il secondo punto sul quale vorrei entrare nel merito, senza ovviamente avere la pretesa di avere la verità in tasca, prende lo spunto da alcune riflessioni che ci sono state ieri nel corso dell'incontro tra i capigruppo del Consiglio regionale e i parlamentari sardi. Durante questo incontro qualcuno dei parlamentari ha detto: "Un errore che noi abbiamo fatto è stato quello di non portare tra i sardi il dibattito sullo Statuto, sulla specialità e sull'autonomia, che ai sardi può anche apparire un problema forse di ingegneria costituzionale, di ingegneria istituzionale, quindi una cosa non attinente alla vita quotidiana di ciascuno di noi. Quindi oggi siamo in ritardo perché la riforma costituzionale è in fase avanzata di discussione e noi non siamo pronti a dare delle risposte ai problemi che sembra improvvisamente ci cadano addosso". Credo che questo ragionamento sia stato fortemente ingeneroso nei confronti dell'attività non solo di una larga parte di questo Consiglio regionale, al di là degli schieramenti, ma soprattutto di una larga parte della società sarda, di sindacati, di associazioni imprenditoriali, di decine di migliaia di singoli cittadini che hanno sostenuto in tutti i modi la proposta di legge sull'Assemblea costituente che nella scorsa legislatura (chi c'era ricorda, qualcuno soffre di amnesia, chi non c'era non ricorda, ma sicuramente ha avuto, se si occupava di politica, modo di conoscere e di sapere) ha coinvolto decine di migliaia di sardi. Ci sono stati dibattiti in tutti i paesi più piccoli della Sardegna su un argomento che i promotori - tra i quali noi Riformatori ci annoveriamo - sostenevano che sarebbe stato ben presto all'ordine del giorno dell'agenda politica e sul quale avere delle risposte già pronte, già disponibili, già in itinere, sarebbe stato un bel vantaggio per la Sardegna.

Credo che oggi potremmo dire - e la storia deve insegnare quantomeno a non commettere più gli stessi errori - che se noi fossimo riusciti ad esercitare quella pressione che non abbiamo esercitato a livello parlamentare, che ci consentisse di ottenere una risposta affermativa sulla proposta di legge approvata da questo Consiglio regionale andando oltre gli schieramenti e oltre le proposizioni dei singoli partiti, oggi avremmo in mano lo strumento che ci consentirebbe la diversificazione rispetto alle altre regioni italiane, anche a quelle a Statuto speciale; avremmo in mano lo strumento che confermerebbe la percezione della nostra peculiarità da parte dei sardi; avremmo in mano uno strumento col quale inizieremmo a discutere i contenuti della specialità e dell'autonomia.

Abbiamo detto tutti che forse oggi non siamo ancora in grado di conoscere appieno quali siano questi contenuti, io condivido questa affermazione, però se fosse stato possibile che questi contenuti avessero iniziato ad essere discussi dall'Assemblea costituente coinvolgendo personalità della cultura, del mondo dell'imprenditoria, dell'intera società sarda che più sono adeguate a questo ragionamento, io credo che noi avremmo avuto in mano uno strumento di sensazionale portata, di sensazionale capacità, che sarebbe stato in grado di significare a tutti gli italiani in modo straordinario, il senso dell'autonomia e della specialità che è intrinseco al ragionamento e alla cultura di ciascun sardo.

Quindi non è un caso che noi Riformatori - non soltanto noi, ma anche quelli che oggi dicono di essere o di essere sempre stati culturalmente estranei al ragionamento sulla Costituente - oggi ne abbiano parlato in Consiglio regionale, nel senso che di un argomento che non esiste, di un argomento fasullo non si parla. Se invece in tanti sono tornati sul ragionamento relativo alla Costituente significa che questo tema è comunque a noi presente, quantomeno è per ciascuno di noi un memento su quello che non si è voluto o su quello che non si è potuto fare.

Quindi, quando i colleghi, di cui noi rispettiamo, ovviamente, pienamente il ragionamento nel senso della riflessione, ci dicono che oggi in quest'Aula non si deve parlare della Costituente perché l'argomento è un altro - e ne hanno parlato in tanti che pure sono avvertiti di ciò - quando al nostro rappresentante, che pure aveva semplicemente un ruolo consultivo all'interno della Commissione in cui era osservatore, è stato negato di introdurre all'interno della risoluzione della Prima Commissione un richiamo a ciò che la Costituente è stata e a ciò che la Costituente poteva e potrebbe ancora rappresentare per l'intera Sardegna, credo che si faccia sostanzialmente un affronto alla storia recente di questa istituzione autonomistica. Credo che sia difficile per noi Riformatori, ma anche per chiunque, anche estraneo a questo schieramento negli anni precedenti, abbia avuto a favore della Costituente un impegno visibile, raccogliere un appello all'unità per andare a licenziare un documento, che può essere anche in larga misura condiviso da noi ma che non contenga alcun richiamo a ciò che il popolo sardo e la sua massima istituzione hanno fatto negli ultimi anni. Non ha infatti grande senso - se voi ci pensate - andare a riproporre i temi dell'autonomia ad un Parlamento dal quale aspettiamo da tre anni una risposta su un argomento che riguarda, assolutamente in maniera identica, ma in modo assai più forte perché pensato quattro o cinque anni fa, gli stessi temi dell'autonomia, della specialità e dello Statuto.

È per questo che, cari colleghi, possiamo anche capire lo spirito da emergenza della risoluzione della Prima Commissione, ma non siamo in grado di condividerlo sino in fondo se non si riesce ad introdurre in questo documento neanche un cenno a ciò che questo Consiglio regionale ha comunque fatto negli ultimi cinque anni e l'ha fatto non elaborando una semplice proposta di ingegneria costituzionale discussa in modo ovattato solo all'interno di quest'Aula, l'ha fatto con un dibattito che ha coinvolto l'intera società sarda.

Allora, Presidente, noi chiediamo ai colleghi della Prima Commissione che hanno approvato unitariamente questa risoluzione, di comprendere le ragioni del Consiglio regionale, non le ragioni dei Riformatori o di una parte della ex maggioranza, chiediamo di comprendere le ragioni che hanno portato questo Consiglio ad approvare il 30 luglio del 2001 una legge, che hanno portato la Commissione bicamerale per le questioni regionali a dare parere favorevole su questa legge e che hanno poi portato, per scarsa convinzione di questo Consiglio regionale e di chi sta dietro questo Consiglio regionale, a non ottenere che la Commissione affari costituzionali del Senato andasse avanti nell'approvazione del testo.

Colleghi, su argomenti importanti - devo dirvi - come è accaduto a voi nella scorsa legislatura nemmeno a noi Riformatori spaventerebbe la solitudine, cosa che pensiamo peraltro non debba verificarsi nel senso che su un argomento del genere non credo che resteremo in solitudine, e comunque ciò non ci spaventa.

Voglio concludere l'intervento citando il Presidente Soru, che è stato citato mille volte sullo stesso argomento in quest'aula, quasi sempre da noi Riformatori perché l'avevamo ascoltato durante un convegno al quale l'avevamo invitato come imprenditore e al quale lui aveva fatto la cortesia di partecipare. Ci raccontò la famosa storia del colibrì, l'avete già sentita altre volte: "Quando brucia la foresta, gli animali scappano, tranne il colibrì che con il suo becco prende acqua e va a spegnere l'incendio. Gli altri animali gli dicono: "Guarda che non spegni nessun incendio, così finirai bruciato anche tu" e il colibrì - disse il Presidente Soru - risponde: "Beh, io faccio ciò che credo che sia il mio dovere fare, spero che anche altri capiscano e se anche altri capiranno, sarà forse possibile spegnere l'incendio".

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Ladu. Ne ha facoltà.

LADU (Fortza Paris). Signori, Presidenti del Consiglio e della Giunta, colleghi e colleghe, oggi è cominciato in quest'aula, e purtroppo non per nostra volontà, un processo culturale e politico di grande momento per l'autonomia sarda. Così è successo, è stato già ricordato, ogni qualvolta sos bennidos dae levante hanno provato a toglierci pezzi delle nostre conquiste autonomistiche. Noi sardi, dall'alto della nostra storia millenaria, siamo professionisti nel resistere agli assalti, così come purtroppo ci siamo dimostrati specialisti nel bisticciare seguendo le brighe dei principi della corte di Madrid - lo diceva spesso qualche collega di questo Consiglio in passato - oggi il riferimento non è Madrid ma è Roma e la storia però non cambia. Dobbiamo qualche volta non difenderci ma attaccare facendo proposte forti e lungimiranti. Dobbiamo evitare di farci dividere sulla base di motivazioni che sono mutuate dal panorama politico italiano e mi pare che gli orientamenti che sono emersi da questa assise stiano finora andando in questa direzione.

Tante volte ci siamo promessi di aprire, con i nostri atti di resistenza anticentralista e per modificare lo Statuto approvato nel lontano 1948 - uno Statuto che tutti ormai, e noi in primis, consideriamo superato - una nuova fase costituente dell'autonomia sarda che noi riteniamo assolutamente indispensabile. In questo cammino, dobbiamo pur dirlo, non partiamo assolutamente da zero. Questo nostro Parlamento ha approvato due provvedimenti fondamentali in passato, il primo è la dichiarazione solenne di sovranità della Sardegna approvata due legislature fa, cioè nel 1998, con voto unanime ad eccezione di un solo astenuto; il secondo è la proposta di legge nazionale di iniziativa regionale che istituisce l'Assemblea costituente per la scrittura della nuova carta costituzionale. Qui c'è il senso profondo del concetto moderno, europeo dell'identità nazionale di un popolo e questo mi dispiace che effettivamente molti colleghi oggi l'abbiano dimenticato, però quando si è affrontato il problema in questi termini, mi pare che si sia addirittura osato di più, forse noi oggi stiamo facendo qualche passo indietro, stiamo arretrando e questo devo dire che è un aspetto che un po' preoccupa.

Partendo da questi due atti fondamentali abbiamo il dovere di insistere su quelle scelte, riaffinarle, trasformare tali atti in cultura politica condivisa e infine, in provvedimenti conseguenti, attraverso una proposta di Statuto della Sardegna. Una proposta originale che si distingua dalle altre, sia che si tratti di federalismo o sia che si tratti di devoluzione, per contenuti e riferimenti, una via sarda, insomma, al federalismo, forte del grande patrimonio di conoscenze e di cultura che la nostra terra può vantare su questo argomento.

Il federalismo bossiano, adesso devoluzione, così come quello delle regioni forti del nord non ci interessa naturalmente; noi puntiamo come base di partenza ad un federalismo solidale, il cui modello comunque dev'essere ripensato adattandolo alle nostre esigenze di sardi - e noi abbiamo le risorse e le capacità sufficienti per l'abbisogna - senza però rinunciare a guardare con attenzione agli esempi positivi che ci arrivano da sensibilità ed esperienze di altri popoli europei.

È stato già detto, mi sembra questa mattina, che l'esempio della Catalogna è un esempio che va seguito così come altri di regioni che hanno ottenuto risultati importanti in questa direzione. Anche quei popoli, come noi, si sono battuti con grande determinazione in passato. Se noi non lo facessimo sarebbe la reiterazione di un errore che nel passato ci ha impedito di ottenere uno statuto di autonomia adeguato alle nostre aspettative. Tante volte ci abbiamo provato, ma la stesso Statuto autonomistico non si è rivelato all'altezza delle aspettative del popolo sardo che allora l'aveva approvato. Io ricordo che Emilio Lussu diceva: "Abbiamo chiesto un leone e ci avete dato, sì, un felino, però è un gatto, non è quello che noi abbiamo chiesto". Questo significa che anche nel 1948 quello Statuto era considerato inadeguato, non all'altezza delle aspettative, delle proposte che venivano dal popolo sardo.

Del resto, onorevoli colleghi, quello cui mi sto riferendo è un processo in atto in molte nazioni senza Stato di tutta l'Unione Europea, così come per converso, comune agli Stati-nazione è il tentativo di riappropriazione di competenze e di poteri che le vicende storiche li avevano costretti a cedere. Non è un caso che i presidenti del Consiglio e della Regione Sardegna abbiano trovato nei loro colleghi della nazionalità friulana e valdostana e delle Regioni speciali non solo ottimi compagni di strada nel proporre una serie di emendamenti al disegno di legge costituzionale 4862, ma politici ancor più decisi nella difesa delle identità autonomistiche.

Se questo da un lato è utile per segnalare allo Stato italiano la non percorribilità dei tentativi del neo-centralismo che offendono la nostra dignità di popolo, sul fronte della difesa delle nostre prerogative non lo riteniamo, per quanto ci riguarda, sufficiente; così come è assolutamente inadeguato il rapporto istituzionale oggi esistente tra Sardegna e Italia da una parte e Sardegna ed Europa dall'altra. Dobbiamo ragionare, colleghi, su quale deve essere il nuovo rapporto, amichevole e cordiale, come ha detto questa mattina il collega Onida, tra Nazione sarda, Stato italiano e Unione Europea, però senza mai cedere sul terreno dei contenuti e degli obiettivi che noi ci vogliamo porre. Questa deve essere veramente una battaglia convinta che va condotta fino all'ultimo sforzo possibile. Non possiamo però non fare nostri, intendo "nostri" come nuovo Parlamento del Consiglio regionale della Sardegna, i due provvedimenti cui ho accennato in precedenza, cioè la risoluzione sulla sovranità della Sardegna e la legge sulla costituente sarda. I timori che condivido, secondo cui il Parlamento dello Stato potrebbe intervenire con sue modifiche nel testo della nuova carta della Sardegna, possono essere fugati solamente con l'approvazione della legge di iniziativa regionale sulla costituente che, vorrei ricordare al collega Maninchedda, affida al Parlamento la sola potestà di approvare o bocciare lo Statuto sardo.

Questa è una battaglia di sovranità, questo è l'impegno che il Consiglio deve assumere se davvero vuol inaugurare una nuova fase costituente della sua autonomia. Approviamo pure tutti i documenti, le risoluzioni, gli atti di resistenza che vogliamo, ma avendo in testa e nel cuore un obiettivo più ambizioso. Io credo che davvero questo sia solamente il primo passo che non ci può assolutamente bastare, noi dobbiamo osare di più, dobbiamo fare passi avanti in questa direzione perché credo che ad oltre cinquant'anni dall'approvazione del primo Statuto autonomistico della Regione Sardegna siano cambiate molte cose, devo dire che in questi ultimi anni è cambiato il mondo. Noi dobbiamo approvare una carta costituzionale che sia in grado di rispondere alle esigenze del popolo sardo, in virtù proprio dei grandi cambiamenti che ci sono stati in questi ultimi tempi. E devo dire che il popolo sardo da parte nostra si aspetta delle azioni forti capaci di dare risposte, di creare un vero cambiamento in questa Regione.

E consentitemi per ultimo una riflessione sulla discussione in corso; oggi noi ci troviamo a difendere le prerogative della nostra specialità solo perché qualcuno ci vorrebbe togliere queste grandi potenzialità che noi abbiamo, e questo tentativo di difesa che noi stiamo portando avanti nei confronti dello Stato è un tentativo giusto e nobile. Ma è sacrosanto dovere nostro, come rappresentanti del popolo sardo, incontrarci, finalmente, per discutere sui valori e sui contenuti di questa specialità. Questo è un problema che va approfondito, qualcuno diceva che forse ci vuole una stagione di incontri per affrontare queste problematiche, però ritengo che non sarà assolutamente tempo perso, ma sarà utile per definire un nostro rapporto come Regione nei confronti dello Stato e dell'Europa, per capire il perché l'autonomia speciale della quale godiamo non ha mai spiegato quegli effetti che sono stati auspicati da parte del popolo sardo, per esaltare le ragioni di fondo di quel sentire comune che ci fa sentire popolo e nazione. Senza questi presupposti ci verrà negata ogni possibilità futura di benessere e prosperità per la nostra terra.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Cachia. Ne ha facoltà.

CACHIA (Insieme per la Sardegna). Onorevoli Presidenti, onorevoli colleghi; il Consiglio regionale della Sardegna affronta oggi uno dei temi caldi di questa legislatura, chiamata ad esprimersi sulle riforme che dovranno delineare il nuovo assetto giuridico e amministrativo della nuova Regione e dei rapporti col Governo centrale nell'ambito di uno Stato federale.

Lo fa oggi dopo l'incontro che il Presidente del Consiglio e il Presidente della Giunta hanno avuto ieri a Roma col Governo, sul cui esito noi esprimiamo soddisfazione, anche se la nostra diffidenza di sardi ci suggerisce di gioire solo quando sarà corretto il testo del disegno di legge di iniziativa governativa, cancellando l'emendamento che, invertendo la rotta rispetto al naturale progetto di devolution, svilisce la specialità delle autonomie regionali.

Io ringrazio personalmente il Presidente Spissu e il Presidente Soru per aver condotto, col conforto di tutti i parlamentari sardi, una decisa opposizione ad un progetto aberrante, ma li invito a non abbassare la guardia. Oggi, e cito testualmente, il giornale riporta una dichiarazione del presidente Illy, che dice: "L'incontro è stato positivo" e ha affermato che per il Ministro l'ottanta per cento dei nostri contenuti può essere accolto, "Speriamo - ha concluso - che Calderoli sia ora in grado di convincere il Governo e la maggioranza".

Credo che questo sia il nocciolo della questione: il Governo e la maggioranza. La nostra diffidenza nasce infatti da molti impegni a favore della Sardegna assunti a parole e poi lasciati cadere. L'incontro di ieri è senza dubbio il primo passo, importante ma senza dubbio non decisivo, lo sarà quando la legge sarà modificata in via definitiva attraverso un nuovo emendamento che metta al riparo le regioni autonome. Condivido perciò l'invito della prima Commissione permanente affinché il Consiglio trovi una posizione unitaria su questo problema, per sottolineare che la nostra specialità non è argomento di divisione politica, ma è una rivendicazione di popolo, non appartiene a nessun partito, ma è patrimonio comune, oserei dire più delle nostre coscienze che delle ideologie di cui ognuno di noi è portatore.

La specialità dell'autonomia sarda ha infatti radici antiche, lontane nella storia, più lontane della legge costituzionale numero 3 del 1948 che connotava i principi e riconosceva la specialità della nostra autonomia, radici legate all'identità del popolo sardo, alla sua lunga e travagliata vicenda umana e sociale, alla sua vivacità culturale, alla continuità del filo della storia mai interrotto, a quel riconoscersi nazione senza Stato con i suoi diritti e senza sufficienti privilegi che da questi diritti originano, al grande credito vantato nei confronti del Paese, alla condizione di insularità, che nessuna contingenza può sminuire né può costituire variabile lasciata a valutazioni di natura economica.

Queste radici non sono in contestazione e quindi su di esse non conviene dilungarsi. È in contestazione invece il tentativo dello Stato di riappropriarsi di parte di quell'autonomia, sempre sofferta e mai completata, con una legge costituzionale alla quale è indispensabile opporsi anche nella versione moderata fornita dai Ministri del Governo della Repubblica, perché questa legge voluta dal Governo ha molte e serie incongruenze che è nostro intendimento cancellare.

Accennerò ad alcune di esse, ma prima di tutto intendo ribadire che nessun occhio di riguardo è stato mai concesso alla Sardegna, neppure col riconoscimento dell'autonomia speciale. Come diceva poco fa il collega che mi ha preceduto, Emilio Lussu disse: "Noi volevamo un leone e ci hanno dato un gatto, è un felino sì, ma è un gatto". Quindi, neppure con il riconoscimento dell'autonomia speciale, attribuita come conseguenza inevitabile dell'arretratezza civile, economica, sociale di un popolo da secoli spremuto per costruire una nazione dalla cui storia nasce quella del moderno Stato italiano.

La riforma costituzionale contenuta nel disegno di legge in discussione non tiene conto neppure delle garanzie precedentemente già acquisite, in base alle quali le modifiche dello Statuto richiedono la consultazione delle assemblee legislative senza il cui assenso non si può andare avanti, nel rispetto appunto dell'autonomia delegata. Criteri e garanzia da quel testo saranno modificati sacrificando legittimazioni già riconosciute; le Regioni avranno sei mesi di tempo per trovare l'intesa con lo Stato, scaduto tale bonus lo Stato agirà in nome di un vago principio di unità nazionale, che per altro nessuno vuole mettere in dubbio né insidiare. Noi non siamo la Lega nord, anche se la Lega nord ha fatto dei passi indietro.

Altro punto incomprensibile è la contestualità della consultazione elettorale per il rinnovo dei consigli delle regioni e il Senato federale. Si vota dappertutto e insieme, tanto è la stessa cosa, nel senso che nella mente del legislatore il ruolo principale delle regioni è quello di realizzare spazi sempre più ridotti di autonomia, come una parte del nuovo sistema bicamerale fortemente differenziato, visto che la Camera dei deputati diventerà impermeabile a quelli che sono gli interessi territoriali di cui si occuperà solo il Senato federale. Ne consegue che prevarranno nella consultazione elettorale regionale le tematiche nazionali, omologando la politica nazionale dei grandi partiti e determinando un divieto assoluto alle forze politiche che sono insofferenti ai diktat romani, di collocarsi autonomamente o da una parte o dall'altra, o in posizione critica a seconda delle particolari circostanze locali. La democrazia viene imbavagliata e la dialettica regionale in questa maniera viene ingessata. Questa è la linea che l'attuale maggioranza di Governo impone attraverso questa riforma federale.

Altri colleghi hanno segnalato il meccanismo infernale del possibile scioglimento anticipato dei consigli regionali, infatti la successiva elezione non avrà la durata quinquennale ma solo quella necessaria al compimento della legislatura del Senato federale che a sua volta, in caso di scioglimento anticipato, manderebbe a casa i consigli regionali. Un principio del genere, lo diciamo con convincimento e con forza, non serve certamente alla democrazia. Tutto ciò, si può dire, nasce dalla difesa dell'interesse nazionale che in particolare l'UDC e AN sostengono che le autonomie regionali più spinte potrebbero compromettere, ma è una pura follia. E' una follia che spinge il Governo a riappropriarsi delle clausole di supremazia introducendo di nuovo il controllo di merito sulle leggi regionali che il novellato Titolo V aveva abolito. È un passo senza dubbio grottesco e allarmante insieme perché dimostra la volontà del Governo di diventare un padre padrone esercitando un'autorità che neppure i passaggi previsti possono ridurre, senza contare che esisterebbe un'elevata discrezionalità nell'individuare i limiti dell'interesse nazionale, una discrezionalità così ampia da ridurre d'autorità l'autonomia regionale.

Noi vediamo chiaramente un'involuzione del rapporto tra Stato e Regione, e solleviamo il dubbio - sicuramente non campato in aria - che passerà altro come tutela dell'unità nazionale: giocherà un ruolo l'assetto politico, la minore o maggiore omogeneità che c'è nel Governo. In queste pieghe si nasconde forse il significato della minacciosa dichiarazione che il premier Berlusconi fece prima delle elezioni regionali, quando sostenne che i rapporti tra Governo e Regione sarebbero stati compromessi senza dubbio se non avesse vinto la sua parte politica.

In ogni caso, questa clausola di democrazia fa compiere all'assetto democratico del Paese un passo indietro del quale, credo che su questo siamo tutti d'accordo, non si sente assolutamente il bisogno. C'è materia, dunque, per non abbassare la guardia e per portare avanti una contestazione unitaria. Quello che c'è di positivo in quest'Aula, signor Presidente, signori Presidenti, è che tutte le forze politiche sono d'accordo - e mi auguro siano d'accordo fino alla fine - nel voler, non solo mantenere, ma aumentare l'autonomia della Sardegna per tutte quelle cose di cui la Sardegna è portatrice, perché la Sardegna, come ho detto precedentemente, non è un'Isola ma è un continente, con la sua specialità, con la sua peculiarità e con quel tocco di mediterraneità che altri popoli non hanno.

Con lo Stato, quindi, il confronto è aperto sui temi che la nostra autonomia pretende di gestire senza ingerenze altrui, neppure di quei poteri forti che la spinta all'omologazione della politica nazionale, sempre con crescente insistenza, vuole introdurre. Mi vengono in mente le servitù militari delle quali deteniamo un record sgradito, che spesso interferisce con lo sviluppo ordinato del territorio e della sua autonomia, privando noi sardi di ingenti risorse; e se lo Stato annuncia la fine del servizio di leva, e l'esercito è di professionisti, non può continuare a considerarsi la Sardegna la piattaforma del Mediterraneo per addestramento ed esercitazioni spesso pericolose. Mi ritornano in mente ora anche altre cose: ieri il Presidente Soru diceva: "Le ragioni dell'autonomia ci servono o no? Noi dobbiamo decidere se queste ragioni esistono ancora o no", io credo che queste ragioni siano ancora più forti. Se quando scoppia un incendio di vaste proporzioni, come si è verificato quest'estate in diverse parti della Sardegna, dobbiamo aspettare un'ora e mezza per vedere arrivare i canadair perché non abbiamo ancora l'autonomia per poter far alzare immediatamente in volo questi veicoli per spegnere il fuoco, io mi chiedo che autonomia abbiamo.

Onorevoli colleghi, ognuno di noi ha in mente un'idea del federalismo, un'idea più o meno compiuta, ma sicuramente un'idea che si basa sul concetto intrinseco al federalismo che è quello di patto, da cui la parola deriva, tra soggetti diversi ed interessati nello contempo allo stesso progetto. Un'idea che privilegia la libertà, il diritto all'autodeterminazione, la possibilità di decidere un proprio percorso, nel solco ovviamente di quello più generale e comune tracciato dallo Stato. Conosciamo i rischi di questa riforma, che sinora ha regalato competenze e oneri alla Regione senza conferire ad essa le risorse necessarie per realizzare il progetto, altra nota dolente. Questo che stiamo vivendo non solo è un federalismo di poveri, ma è federalismo che modifica i protagonisti del lungo viaggio, quello dello sviluppo storico, economico e sociale dei territori, la cui arretratezza in molti casi è dipesa dalle inadempienze anche dello Stato, non solo dai nostri stessi limiti, dai debiti non pagati, dalla scarsa lungimiranza nel predisporre gli strumenti necessari a dare forza a territori più poveri ed arretrati, violando il principio di sussidiarietà che invece deve regolare uno Stato civile. Non c'è alcun giudizio politico che renda accettabile il disegno di legge governativo sulla riforma federalista, c'è invece la convinzione, secondo noi, di voler riportare al centro il potere formale e sostanziale dello Stato. Il nostro giudizio politico quindi è un giudizio che non può essere che severo. Noi di "Insieme per la Sardegna" siamo definiti il partito delle autonomie che ha praticato e pratica sistematicamente queste virtù. Siamo convinti perciò che dobbiamo prendere le iniziative adeguate per respingere al mittente, con sdegno, una manovra che dal presidenzialismo in giù rafforza esclusivamente il potere centrale e disegna regioni sempre più dipendenti dai governi di turno.

Io mi auguro, signor Presidente, e concludo, che questo nostro giardino, per bene innaffiato da tutto il Consiglio regionale, dia frutti e fiori più belli e più prosperosi di quelli che non hanno dato altri giardini in precedenza.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Diana. Ne ha facoltà.

DIANA (A.N.). Com'era facile immaginare, un dibattito che nelle intenzioni poteva seguire un iter che per altro è stato, in questi giorni, abbastanza chiaro un po' per tutti: l'incontro in Commissione, l'incontro con i parlamentari sardi, l'incontro a Roma del Presidente della Regione e del Presidente del Consiglio con i rappresentanti del Governo - a proposito del quale ultimo nonostante non ci sono state grandi assicurazioni e certezze nelle cose riferite dal Presidente del Consiglio, però mi pare che tutti quanti abbiamo colto, con prudente soddisfazione, la volontà comunque di venire incontro alle richieste che sono provenute e provengono certamente da questo Consiglio regionale, ma non solo - oggi più passano i minuti, più passano le ore, più si sollevano i toni e più si trascura l'argomento contingente, com'è stato definito, per spostarsi su un altro tavolo che è quello della riforma dello Statuto della Regione autonoma della Sardegna.

Argomento importantissimo, della massima importanza, com'è stato detto, che Alleanza Nazionale ha talmente presente che tra qualche giorno presenterà una proposta di modifica dello Statuto della Regione autonoma della Sardegna. È chiaro che in quel momento discuteremo certamente e diremo, ancora una volta, se e come vogliamo una regione autonoma, e se ancora c'è in Sardegna la voglia di avere una regione autonoma. Ha ragione il Presidente Soru che ieri, in sede di conferenza con i parlamentari sardi, e con i Capigruppo e con altri rappresentanti autorevoli del Consiglio, si è posto una domanda di questo genere, ovviamente, credo provocatoriamente, proprio per significare che è presente in ognuno di noi, né potrebbe essere diversamente; io considero l'autonomia come parte del DNA di ciascun sardo, ce l'abbiamo dalla nascita, non la dobbiamo recepire, non ce la deve insegnare nessuno, benché molti politici sardi, come fanno i rappresentanti del partito Sardo d'Azione, ogni tanto ci ricordino, e bene fanno e noi non dobbiamo trascurarlo questo monito, che dobbiamo tenere la guardia sempre molto alta. Quindi, su questi temi ci impegneremo al di là dei due rappresentanti per gruppo ai quali, per economia di tempo e di lavoro, considerando che domani un partito importante di questo Consiglio regionale parteciperà ai lavori nazionali, si è deciso di limitare gli interventi, non certo per sminuire il valore della discussione, non certo per non voler sufficientemente sottolineare le preoccupazioni, le nostre convinzioni, quali sono gli scenari futuri e se vogliamo salvaguardare, garantire ed eventualmente incrementare il livello di autonomia della regione Sardegna. Su questo avremo modo di misurarci certamente nei prossimi giorni, non ho niente in contrario se si accoglie una proposta che prevede nei prossimi tre mesi l'avvio di una discussione, anche serrata, per poter arrivare poi, nell'arco di sei mesi, se non all'approvazione del nuovo Statuto, però ad una fase di discussione piuttosto avanzata. Non abbiamo nessuna preoccupazione in questo senso.

Ciò che ci interessa ribadire in questa sede, benché l'abbia fatto in maniera egregia il collega Artizzu, sono due concetti fondamentali: uno è relativo all'articolo 39, sul quale non è che vogliamo fare le barricate: noi riteniamo per convinzione, per formazione politica, che l'interesse nazionale, comunque sia, debba essere salvaguardato. Le procedure previste nel testo in discussione sulla salvaguardia dell'interesse nazionale mi sembrano piuttosto garantiste e credo che si verificherà pochissime volte che per tutelare l'interesse nazionale si possano bocciare leggi regionali se non sono incostituzionali, però noi riteniamo che l'interesse nazionale sia un elemento importante, fondamentale della concezione politica di Alleanza Nazionale, e su questo riteniamo di non dover e di non poter fare passi indietro. È l'unico argomento che noi abbiamo toccato in Commissione, che abbiamo ribadito in aula, e che io credo l'Aula possa, in qualche maniera, accogliere, per poter addivenire all'approvazione unanime di una risoluzione, cosa che certamente caratterizzerebbe molto lo scenario politico del nostro Parlamento e darebbe maggiore forza alle rivendicazioni della Regione. Non che la mancanza di un eventuale voto di Alleanza Nazionale possa limitare il valore di questo pronunciamento, però di questa norma noi siamo piuttosto convinti.

Allo stesso modo siamo convinti - onorevole Vargiu - del passo indietro che abbiamo deciso di fare sulla Costituente. Fare passi indietro certe volte non vuol dire rimangiarsi proprio un bel niente, la politica è un'arte difficile, è un'arte importante, forse la più importante, forse quella che meglio dà la possibilità all'essere umano di esprimersi e di farsi capire. Le condizioni della precedente legislatura erano completamente diverse da quelle della legislatura attuale, c'era uno scenario politico completamente diverso, c'era una maggioranza che non era una maggioranza, c'era una trasversalità continua su tutto: sulle leggi, sulla finanziaria, sugli emendamenti. Oggi ci troviamo invece in presenza di un Governo forte, saldissimo, con una maggioranza di ferro, che ha la responsabilità di portare all'attenzione di quest'Aula provvedimenti che se saranno condivisi anche dagli altri, andrà a loro merito. In quel momento credo che le condizioni fossero completamente diverse, e mi dispiace che l'onorevole Vargiu non sia presente e che non siano presenti gli autorevoli colleghi Riformatori, perché noi su questo - l'abbiamo detto, lo ribadiamo - non siamo disponibili a tornare indietro; noi riteniamo che questo Consiglio regionale abbia tutte le carte in regola per poter riformare il nostro Statuto.

Credo che siamo stati tutti quanti eletti nello stesso modo, o per lo meno quasi tutti, ma credo che anche quelli che siedono qui senza essere stati votati come noi possano e debbano partecipare all'attività consiliare e quindi darci tutto quel supporto che la legge elettorale prevede non solo in termini numerici, onorevole Soru, ma anche in termini di capacità. Non siamo ottanta, siamo addirittura ottantacinque e quindi abbiamo rafforzato il Consiglio non solo numericamente ma anche per la caratterizzazione che è stata data al listino regionale, pertanto credo che abbiamo la potenzialità per poter scrivere in quest'Aula lo Statuto della Sardegna e guai a noi se abdicassimo o delegassimo altri questo compito, la gente non lo capirebbe, non l'ha capito neanche l'altra volta, a dir la verità. Potremmo rischiare di creare un doppione, questa scelta potrebbe prestarsi a numerosissime illazioni; penserebbero che si tratta di una costituente fatta da trombati, fatta da personaggi che non sono riusciti a trovare collocazione in questo Consiglio regionale - io non lo penso, ma questo penserebbe la gente - fatta da cattedratici, fatta da docenti universitari, da luminari, da emeriti e da quanto altro offre il panorama politico e sociale non presente qui dentro.

Io credo che ciascuno di noi abbia la possibilità di confrontarsi con questi illustri signori. Eccome no! Noi come Alleanza Nazionale non ci sogniamo minimamente di non ascoltare suggerimenti, di non chiedere apporti che ci arrivino anche dall'esterno e che ci aiutino a scrivere nel migliore dei modi una proposta di legge costituzionale. E credo che questo valga per tutti i partiti e per tutti i consiglieri che sono presenti in quest'aula. Quindi a che pro creare un'altra assemblea che dovrebbe scrivere per il Consiglio regionale lo Statuto? Qualcuno mi dirà: "Lo scriverà per i sardi", ma poi vorrei capire chi è che andrà a difenderlo nei confronti dello Stato, della Corte costituzionale, del Parlamento, chi andrà a difenderlo? L'onorevole Cugini, ovviamente; l'onorevole Diana, ovviamente; il Presidente Soru, ovviamente e quindi, questo Parlamento! Ed allora? Perché dobbiamo arrivare a questo? Perché vogliamo disfarci di una prerogativa come quella di riscrivere lo Statuto della Sardegna che è la prima prerogativa che ha il Consiglio regionale?

I tempi sono maturi, ormai conosciamo molto, sappiamo anche che cos'è l'Europa, forse lo sappiamo molto meglio adesso, purtroppo, di quanto lo sapessimo prima, e stiamo attenti alle considerazioni che sono state fatte qua. L'onorevole Balia dice: "Vogliamo dialogare con l'Europa"; però forse a lui , e credo anche a qualche altro collega, sfugge che i rapporti con l'Europa non li ha definiti certo la Regione Sardegna ma il Governo nel momento in cui ha firmato e sottoscritto l'appartenenza all'Unione Europa, e pertanto solo il Ministro degli Esteri e nessun altro, è legittimato a dialogare con l'Unione Europea per quanto riguarda tutto il contenzioso - ed è tanto, -che esiste oggi tra l'Europa e la Regione Sardegna e le altre regioni a statuto speciale. Il Presidente Floris, al quale è stato notificato un procedimento di infrazione a mezzo, credo, dei carabinieri o probabilmente del corpo forestale di vigilanza ambientale, beh, la sua difesa non si è capito ancora a chi la può affidare, e sono passati - quanti anni onorevole Floris? -tre anni, quattro anni, per il problema di Is Arenas? Tre anni, quattro anni durante i quali il Governo nazionale è l'unico legittimato a dialogare e a parlare di un problema che riguarda solo ed esclusivamente il nostro territorio: l'interesse regionale, quello sì, che viene calpestato dall'Unione Europea senza che nessuno intervenga. Ma non è un problema di oggi: da anni non interviene nessuno a tutela della Regione Sardegna, peraltro neanche delle altre regioni.

E allora si è parlato molto di interesse nazionale e si è parlato poco dell'interesse regionale. Beh, l'interesse nazionale lo discuteremo, sull'interesse regionale però non si discute, eppure esiste, eccome se esiste! Ed allora, può tutelare l'interesse regionale una delibera della Giunta regionale, comprensibilissima, che limita l'attività edificatoria e l'attività edilizia a duemila metri dal mare, io così l'ho intesa. Credo che il Presidente Soru così l'abbia concepita, come rimedio eccezionale in un momento di particolare vuoto normativo, e quindi si tratta di una delibera d'interesse regionale. Poi qualcuno mi risponderà, se ho visto bene e se ho capito bene, e naturalmente l'interesse regionale va salvaguardato, ma bisogna trovare anche le contromisure, perché non si può bloccare l'attività edificatoria per mesi e mesi senza dare soluzioni alternative, ma anche questo sarà argomento di altre discussioni e di altri incontri.

Quello che mi preme rimarcare è che noi siamo profondamente convinti della specialità della Sardegna, lo siamo anche a fronte della lettura più negativa che si potrebbe dare del testo di legge licenziato dal Senato e modificato dalla Camera o dalla Commissione Affari Costituzionali. Perché vedete, il relatore di maggioranza, l'onorevole Bruno, in un passaggio relativo alla modifica del comma 3 dell'articolo 116 della Costituzione dice: "E' soppressa la previsione oggi recata dall'articolo 116 terzo comma della Costituzione che prevede che possano estendersi forme e condizioni particolari di autonomia ad altre regioni diverse da quelle attualmente in essere" e cioè alla Sardegna, Sicilia, Friuli e Trentino Alto Adige. Quindi già negli atti preparatori si percepisce che non c'è la volontà, assolutamente, di limitare l'autonomia, ma addirittura tale modifica viene posta anche come premessa per poter aumentare la specialità e l'autonomia di queste regioni. Allora perché tutto questo timore? Perché si entra nel merito? Io credo che qualche volta bisognerebbe entrare nel merito e, probabilmente, in tutti questi anni su qualche legge della Regione Sardegna e su tante altre della Regione Sicilia, del Friuli probabilmente entrare nel merito sarebbe stato utile.

Ora, noi non ci auguriamo che il Governo entri nel merito delle scelte contenute nelle leggi regionali, per altro con tutte le procedure lunghissime che ho già indicato, e pertanto non mi spaventerei per questo; la salvaguardia dell'interesse nazionale, così come la salvaguardia dell'interesse regionale credo che debba essere garantita e credo che la maggior parte dei colleghi abbia comunque presente l'interesse nazionale, se non altro perché siamo una nazione che abbiamo tra i primi costruito. E a noi l'autonomia, che abbiamo nel sangue e alla quale non abbiamo mai rinunciato, ma da secoli, non da oggi, certo, l'hanno portata via - chi conosce la storia lo sa meglio di me, ma io siccome sono oristanese parlo del Giudicato di Arborea. E non era quella una grande istituzione autonoma? - l'abbiamo persa, ma l'abbiamo persa per le guerre, l'abbiamo persa per incapacità, forse, l'abbiamo persa per i matrimoni tra consanguinei, chi lo sa, l'abbiamo persa. Poi sono arrivati gli spagnoli, ahinoi!, e i piemontesi e abbiamo fatto "Sa die de sa Sardinia". Bah, probabilmente potevamo trovare una giornata migliore per festeggiare la giornata della Sardegna! La realtà è che oggi noi abbiamo ben chiaro il quadro di riferimento, siamo ben convinti dell'autonomia speciale della Sardegna; ho detto qualche volta al presidente Spissu, veramente una sola volta, che mi preoccupava la commistione tra noi, la Sicilia, il Friuli Venezia Giulia e le altre regioni a statuto speciale. Mi preoccupa, non vorrei che dovessimo essere noi a tirare la carretta per gli altri e poi essere lasciati in balia delle onde, visto che la specialità loro e delle province autonome è più ampia della nostra.

Allora stiamo attenti anche a questo, facciamo certamente gioco di squadra, abbiamo sentito i nostri parlamentari, li abbiamo sensibilizzati tutti, li avevamo sensibilizzati anche sulla modifica della legge sulle elezioni europee, presidente Soru, poi qualcuno si è distratto e la Sardegna è ancora priva di rappresentanti europei, perché succedono queste cose in Parlamento, succede che un capogruppo di un partito autorevole della sinistra italiana arriva tardi, oppure si astiene, e quindi succedono questi fatti, voluti, non voluti, concordati. Il trasversalismo è esistito qua ed esiste anche in Parlamento. Quindi un invito, lo faccio al presidente Maninchedda per primo, lo faccio alla maggioranza, lo faccio a tutti i colleghi: sul quarto comma della risoluzione e sull'ultimo capoverso, dove si chiede la soppressione dell'articolo 39, io chiedo al Consiglio di fare un passo indietro.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Licheri. Ne ha facoltà.

LICHERI (R.C.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Giunta, colleghi Consiglieri. Il disegno costituzionale di modifica della parte seconda della Costituzione, già approvato in prima lettura dal Senato, ridimensiona fortemente il ruolo storico delle autonomie speciali. Oggi, in quest'aula, siamo chiamati a discutere sulla risoluzione approvata dalla prima Commissione permanente, che propone di affrontare cinque punti legati alla contingenza del momento, che nei fatti riguardano le norme che rappresentano lo strumento con il quale il Governo cancella la nostra specialità, omologando la nostra Regione a quelle a statuto ordinario. La risoluzione, così come il Presidente della prima Commissione l'ha presentata in aula, è da considerarsi positiva, come è positivo, a mio giudizio, lo sforzo di ben cinque regioni nell'elaborare un documento comune che si oppone al disegno di legge governativo in materia di federalismo e premierato, approvato dalla Commissione affari costituzionali della Camera dei deputati nel luglio del 2004.

La contingenza del momento, perché di questo si tratta, non deve allontanare la prospettiva di una discussione più ampia da tenersi in quest'Aula sul tema più complessivo della specialità sarda, con l'elaborazione immediata di un nuovo Statuto regionale, già sollecitato tra l'altro dalla mozione presentata dai consiglieri di maggioranza, primo firmatario l'onorevole Balia, e di un rinnovamento degli istituti di democrazia autonomistica e di garanzia della partecipazione popolare al processo di sviluppo economico, sociale e culturale dell'Isola. Il nostro Paese sta vivendo un momento storico di grandi trasformazioni di segno complessivamente regressivo e negativo. L'ondata violenta del neoliberismo in questi anni ha evidenziato nuove e vecchie contraddizioni e problemi irrisolti nel tempo, che l'attuale Governo Berlusconi cerca di superare scardinando l'assetto costituzionale per instaurare un modello presidenzialista, che dovrebbe nello specifico sovrintendere allo spezzettamento corporativo del Paese. L'esatto contrario di ciò di cui oggi avrebbe bisogno l'Italia: la riconferma e il rilancio di un potere costituzionale democratico, unitario, progressivo e aggiornato secondo un'impostazione moderna, partecipativa e solidale. Ho sottolineato subito, in premessa, questo aspetto perché noi riteniamo debole e sbagliato tutto l'impianto complessivo della modifica della seconda parte della Costituzione.

Gli elementi attuali introducono, pur nel loro aspetto negativo, però ulteriori spunti per aggiornare il dibattito regionale sull'autonomia come principio e pratica di autogoverno del nostro popolo. La battaglia per l'autonomia rappresenta nell'attualità del nostro tempo una vera alternativa, perché diventa lo strumento attraverso il quale i nostri cittadini, le masse popolari partecipano attivamente alla costruzione di una società pluralistica e articolata e quindi in grado di difendersi da pericoli di degenerazione burocratica e autoritaria. Valorizzare il percorso storico dell'autonomia nella recente storia d'Italia significa, per noi comunisti, ridare senso alle battaglie politiche per il riscatto economico, sociale e culturale del Paese, contro tutti quelli che non sono riusciti a realizzare una compiuta rivoluzione democratica, dando vita ad un centralismo burocratico che ha contribuito a mortificare la nostra specialità. E' sbagliato dunque abbandonare l'idea dell'autonomia e del federalismo perché rappresentano, così come Gramsci li definiva, una forma di orientamento istituzionale più avanzato. L'ipotesi del federalismo come teoria costituzionale va dunque presa in considerazione per verificare, senza pregiudizi, se relativamente alla nostra idea di cambiamento della società, essa può realizzare condizioni più proficue rispetto alla forma stato fin qui attuata.

E' fondamentale ricordare che questa ricerca non è nuova al pensiero politico democratico e progressista. Il federalismo nella sua giusta definizione, è dunque un patto associativo tra uguali, una scelta libera e consapevole; è un patto solidale, uno strumento attraverso il quale è possibile operare una compensazione politica, economica e sociale nei confronti dei soggetti deboli della collettività, per consentire loro pari opportunità nell'accesso e nella fruizione dei diritti. Il federalismo è quindi valorizzazione delle diversità, delle culture, un possibile mezzo per stabilire un rapporto nuovo di cooperazione e di rispetto reciproco delle diversità culturali, etniche, storiche e religiose, come scelta per sottrarsi alla violenza e alla oppressione delle gerarchie e delle multinazionali economiche e culturali.

Il federalismo non è divisione e localismo, ma una costruzione di unità e solidarietà più ampia a partire dalla consapevolezza del valore dell'appartenenza ad una specifica comunità contro il fenomeno della globalizzazione capitalistica e della omologazione al pensiero unico. Il federalismo deve essere utilizzato come lo strumento idoneo a governare i cambiamenti e a dare una soluzione aperta e pacifica alle contrapposizioni etniche e religiose, ai regionalismi, agli statalismi, alle guerre, allo scontro tra civiltà, per favorire i rapporti e la convivenza tra soggetti diversi. E' nella sostanza quell'elemento in grado di coniugare diversità e unità, non tralasciando l'esigenza di garantire un reale esercizio di sovranità delle comunità, come realizzazione di autonomia e di autogoverno.

L'autogoverno è possibile se siamo consapevoli che è necessario aprire la strada a una partecipazione popolare non nominale o assemblearistica, che si identifica in una comunità in cui il cittadino concretamente si ritrova con altri e lì si aggrega. Questo è possibile farlo introducendo il principio della sussidiarietà, che consiste nel fatto che tutti i poteri sono, in linea di principio costituzionale, attribuiti ai livelli di governo più bassi, mentre restano attribuiti al Governo centrale solo i poteri espressamente specificati, che sono quelli che non potrebbero essere efficacemente svolti a un livello meno generale, come la difesa, la sicurezza, l'istruzione. Il federalismo dunque si distingue da un ordinamento dello Stato articolato per regioni su un punto decisivo: nello Stato federale non vige una concezione unitaria della sovranità, ma esistono una sovranità che è riferita alla comunità federale e un'altra sovranità facente capo a ciascuna comunità che compone quella federale. Questa distinzione non è solo di tipo giuridico o tecnico, ma assume un significato politico rilevante in quanto rende autonomi, anzi sovrani, gli ordinamenti dei livelli più bassi di governo. Questo federalismo è una forma democratica matura e di autogoverno; è cosa assai diversa dalle modifiche costituzionali introdotte dal Governo Berlusconi, e in particolare modo dalla Lega, che puntano a un federalismo competitivo, in cui l'idea di devoluzione in settori cardine conduce alla residualità dello Stato e alla sua deresponsabilizzazione sui diritti di cittadinanza, con il conseguente aggravarsi del divario tra Nord e Sud del Paese, tra regioni ricche e regioni povere.

Il federalismo non è solo un semplice strumento per il trasferimento di competenze calate dall'alto agli enti locali, né lo strangolamento economico dei comuni, con il conseguente smantellamento di importanti servizi pubblici da essi erogati. Il federalismo è, come primo punto essenziale, un libero patto tra soggetti sovrani. E' chiaro, quindi, che una vera riforma federalista dello Stato deve prevedere un senso ascendente degli enti locali verso il centro, sino al vertice della piramide istituzionale. In Sardegna - ed è un tema affrontato ieri mattina da qualche deputato sardo del Parlamento nazionale - il federalismo competitivo proposto nella sostanza dalla Lega, non si combatte proponendo un regionalismo forte. Una proposta in tal senso contrasta con il processo di riforma costituzionale in atto e con i processi di natura sopranazionale, in primis con il processo di unificazione europea. I temi dell'autonomia, come pratica di autogoverno dei popoli, sono al centro del dibattito nella costruzione di una solida Unione Europea. L'unione politica ed economica dell'Europa non può essere costruita a prescindere dal riconoscimento delle diversità delle autonomie regionali e locali.

L'Unione Europea ha individuato le regioni come principali soggetti e come livelli di interlocuzione più idonei rispetto agli Stati nazionali per interventi specifici di promozione economica e di sviluppo. Questo comporta quindi un ruolo diverso e più incisivo delle regioni. Tutto questo non significa per noi contestare l'interesse nazionale, sottolineato dall'articolo 39 del disegno di legge costituzionale, ma pervenire ad una redifinizione dei compiti e ad una riforma istituzionale tali da rendere compatibile la costruzione di un'Europa delle Regioni e allo stesso tempo il mantenimento di uno Stato che si spoglia di competenze, ma che conserva la funzione fondamentale di coordinamento di politiche di crescita equilibrata della nazione.

Il presidente Soru, durante l'incontro con i parlamentari sardi, ha posto un interrogativo che è prioritario rispetto a ogni altro ragionamento e cioè quello dell'identità e dell'autonomia oggi, di conseguenza di definire di quale autonomia ha bisogno la Sardegna, e se effettivamente ne ha bisogno, per favorire la partecipazione dei cittadini, lo sviluppo democratico e il suo riscatto sociale. La risposta è che, se si parte dalla riscrittura dello Statuto, vi è l'esigenza di un nuovo Statuto per una nuova Regione. Lo Statuto della Regione autonoma della Sardegna attualmente appare inadeguato a interpretare la concezione dell'autonomia come noi la intendiamo, e cioè mezzo di lotta per la rinascita, il progresso e lo sviluppo della Sardegna. Per questa ragione la riscrittura dello Statuto non può essere affidata esclusivamente al Consiglio - e su questo ha ragione il collega del P.S. d.'Az. -, ma dev'essere il frutto di una mobilitazione unitaria, democratica, per garantire i ceti sociali più deboli affinché abbiano le stesse opportunità e gli stessi diritti di cittadinanza dei ceti sociali più forti; nella sostanza è fondamentale che non siano estromessi nel nuovo disegno istituzionale; uno Statuto in perfetta linea con le affermazioni del presidente Soru durante le dichiarazioni programmatiche: partire dagli ultimi.

Dobbiamo essere convinti, di fronte alla realtà sarda caratterizzata da 377 comuni su una popolazione di circa 1 milione e 600 mila abitanti, molti dei quali sono piccolissime realtà, che è necessario che il potere locale, che alla fine rappresenta gli interessi delle popolazioni, assuma pienamente il carattere di organo di base dello Stato e che quindi porti per intero la responsabilità della gestione pubblica per quanto riguarda gli interessi della comunità rappresentata. I poteri propri, e per noi insostituibili dei comuni, debbono essere intesi come poteri di livello statale, che realizzano, a fianco dell'autonomia, sul piano locale una capacità crescente di autonoma partecipazione del comune a scelte che per la loro natura, in rapporto alla crescita della nostra società, devono essere necessariamente di carattere generale.

Questo Consiglio regionale deve essere consapevole che con l'introduzione del nuovo disegno di legge costituzionale la riscrittura dello Statuto diviene urgente. L'impegno, partendo chiaramente dai contenuti, deve essere quello di una forte iniziativa unitaria delle forze democratiche autonomistiche. Se non ci sarà questo impegno, a prescindere dal risultato che otterremo in questa fase, la specialità della Sardegna, condizione essenziale per il suo sviluppo, sarà definitivamente messa in discussione e verrà comunque, nei fatti, a mancare. Oggi siamo di fronte all'esigenza di rispondere in tempi brevi ai cinque punti che nel disegno di legge costituzionale mettono in discussione la nostra autonomia e per questa ragione il dibattito consiliare può apparire come una sorta di semplice rivendicazione o richiesta di specialità in termini tecnicistici. Diventa fondamentale allora, che in quest'Aula emerga con forza l'esigenza di rivendicare una specialità per la Sardegna e che questa sia pienamente riconosciuta nell'ambito della legge costituzionale, che preveda, al contrario di ciò che sta avvenendo, la concessione di più ampi poteri alla Regione in alcuni settori legati alla sua insularità, alle sue caratteristiche naturali, alla sua storia e alla sua cultura.

In conclusione, siamo convinti che il federalismo, così inteso, può rappresentare una forma democratica di autonomia e di autogoverno, perché diventa elemento essenziale che regola un sistema di comunità. E' chiaro che il popolo sardo, non solo dal punto di vista storico o della sua identità, ma anche nell'ambito della accezione moderna di una società multirazziale affermatasi con lo sviluppo capitalistico, è una complessa e matura comunità. Per questo siamo convinti che non vi saranno, nonostante i tentativi ultimi e i ripetuti attacchi, ripensamenti all'indietro per limitare l'autonomia sarda. Siamo favorevoli al documento presentato alla prima Commissione, ma credo sia necessario approfondire un tema così importante per il futuro del popolo sardo.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Capelli. Ne ha facoltà.

CAPELLI (U.D.C.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Giunta, credo che questo stanco dibattito si stia avviando a conclusione perciò cercherò di ottimizzare il tempo a disposizione, di limitarlo e, come spesso mi sta succedendo, dovrò stravolgere la scaletta del mio intervento. Inizio avendo l'ambizione di strappare un sorriso al collega Cachia evidenziando la stridente contraddizione tra l'intervento in sardo del collega Onida e quello in simil siciliano sull'autonomia dell'onorevole Cachia.

(Interruzione del consigliere Cachia)

CAPELLI (U.D.C.). Era una battuta, non era una provocazione, mentre la provocazione la farò dicendo che adesso, per chiudere il cerchio, bisognerebbe affidare alla professoressa Dirindin la replica della Giunta, così avremmo girato un po' tutta l'Italia. Permettetemi, spero che su questo si possa ironizzare.

(Interruzioni)

Neanche su questo. Va bene, vedo che c'è poco spirito.

Veniamo alle cose serie, rimarco per l'ennesima volta, signor Presidente del Consiglio, che, a mio avviso, proprio oggi, parlando di un tema così importante che prende spunto dalla risoluzione presentata dalla prima Commissione consiliare, cioè il tema della specificità della nostra autonomia, che siamo deficitari in questo Consiglio in quanto gli articoli 1 del Regolamento e 23 dello Statuto non sono stati a suo tempo rispettati, per cui credo che ci sia già una violazione del vecchio Statuto, vecchio nel senso che è del 1948, e del Regolamento vigente in quest'Aula.

Io non sono riuscito a seguire con la massima attenzione gli interventi pur importanti, pur ricchi di osservazioni dei colleghi da stamattina ad oggi, in un'Aula che, a causa del frequente ripetersi di dibattiti su questo tema, appare disattenta, costretta a ripetersi nel tempo, credo che se andassimo a vedere i resoconti delle sedute della precedente legislatura, di quella ancora precedente, della Undicesima, della Decima e della Nona, potremmo ritrovare affermazioni che tutti noi, io per primo, abbiamo già fatto in quest'aula. Perciò mi chiedo se un Consiglio regionale che nella scorsa legislatura non è riuscito, con colpevole complicità di parte della maggioranza di allora, minoranza di oggi, a fare un passo importante, a trovare l'unità ed un filo conduttore per poter approvare una legge elettorale che rispettasse le posizioni politiche di tutti i partiti presenti, ma sulla quale si fosse raggiunta la necessaria unità d'intenti e di volontà, una legge che rispettasse, quella sì, l'autonomia e la specificità di quest'Isola, avrà la capacità di elaborare uno Statuto capace di difendere la Sardegna dai ritorni di centralismo romano. Il difficile percorso dello Statuto ha inizio nel momento stesso in cui è stato varato. Fin dal 1948 la specificità e l'autonomia furono tradite perché il testo approvato dall'Assemblea Costituente di allora modificò il testo presentato dalla Consulta, e già dai primi giorni della sua approvazione - ma di questo si è già parlato in altri interventi - ci furono le rimostranze di autorevoli personaggi politici, esponenti della cultura e intellettuali.

E' questo Consiglio come istituzione - non mi riferisco agli uomini e alle donne che lo compongono - in grado di poter autonomamente, liberamente, non ritoccare lo Statuto preesistente, ma riscrivere, alla luce dei tempi, lo Statuto della Sardegna? Io credo che le norme che regolano questo Consiglio, le modalità con cui questo Consiglio è stato eletto, ma ciò vale anche per il precedente, il gioco delle parti, dei partiti nazionali e non, non possano consentire ad esso di lavorare con obiettività alla stesura del nuovo Statuto sardo. Eppure in altre occasioni quest'Aula ha assunto decisioni unanimi, ma tutti devono dimostrare di avere la capacità di sganciarsi come persone, non come partiti, dalle dipendenze romane. Trovammo l'unità per esempio nella battaglia contro le scorie nucleari. Fu una grande battaglia che partì dal Consiglio regionale e fu sostenuta poi all'esterno del Consiglio regionale, ci fu una sinergia fra il popolo sardo e il Consiglio regionale, tant'è che il nostro stesso partito a livello regionale non è retrocesso di un passo o non abbiamo avuto problemi nell'attaccare pubblicamente le dichiarazioni di un Ministro che ci rappresenta all'interno del Governo nazionale, dimostrando di essere prima sardi e poi italiani, dimostrando di essere prima sardi e poi democristiani, dimostrando di essere sardi, senza problemi di sudditanza nei confronti di chicchessia. Quello fu un momento importante per questa Assemblea, forse l'unico che ricordi io di unità vera. Non si raggiunse sicuramente una posizione unitaria sulla Costituente, però da quest'Aula fu approvata la già ricordata legge istitutiva dell'Assemblea Costituente, che poi ha percorso l'iter parlamentare fino all'esito positivo della Commissione bicamerale.

Credo che queste siano le ragioni per cui sosteniamo la necessità di istituire un'assemblea costituente, vedremo poi come, sicuramente non rinneghiamo il nostro voto sulla legge presentata allora dai Riformatori ed altri, così come non neghiamo la nostra attenzione nei confronti della proposta di legge presentata dai Sardisti. Ma c'è un filo conduttore in tutto questo: decidiamo noi, decidiamo in Sardegna, decidiamo attraverso un'istituzione esterna al Consiglio regionale.

Sotto questo profilo, vorrei fare un'ultima osservazione che emerge dall'esperienza fatta in quest'Aula: quando si parla di temi così importanti, non che altri non lo siano, ma di temi di tale rilevanza per il popolo sardo, succede anche che ci si divida all'interno delle coalizioni, e per noi questo è un fatto democratico, è un fatto legittimo, tant'è che anni luce, tra virgolette, ci differenziano dalla posizione assunta da Alleanza Nazionale in tema di autonomia, in tema di Costituente, tema, appunto, che trattiamo oggi in quest'Aula e che comunque è più ampio rispetto all'argomento all'ordine del giorno. Questo perché abbiamo una concezione diversa dell'autorità nazionale nei confronti dell'autorità regionale, noi mettiamo prima l'autorità regionale e poi quella nazionale, pertanto non condividiamo gran parte delle argomentazioni che il collega Diana ha esposto in quest'aula.

Mi chiedo però quanto di quello che noi oggi ci siamo detti arriverà alla gente, quanto abbiamo recepito noi dalla gente. Io non credo che la gran parte del cosiddetto popolo sardo abbia molta attenzione nei confronti di questo argomento, e questo è un problema, c'è disattenzione perché non ci capisce. Io immaginavo durante il dibattito di oggi, e continuo a immaginare mentre parlo, una scolaresca seduta nelle tribune del pubblico ad ascoltare il nostro dibattito. Uscirà arricchita? Avrà capito qual è la posizione che noi abbiamo l'ambizione di rappresentare? Avrà capito quello che ci siamo detti? Avrà capito cosa significa autonomia, specialità, valori? A mio avviso, usciranno impoveriti, non penseranno che l'emendamento al comma 15, non so bene se sia quello, che prevede lo scioglimento anticipato del Consiglio regionale, sia una strenua difesa di questo Consiglio regionale, o del prossimo che verrà, per non essere sciolto prima dei cinque anni previsti per la durata della legislatura, ma penseranno che siano i consiglieri presenti a non volersi staccare dalla poltrona, non penseranno alle conseguenze politiche che quell'atto potrebbe portare, non capiranno che cosa noi abbiamo scritto e discusso sull'autonomia perché questo forse non serve loro a trovare un lavoro, perché non dà risposte concrete, perché c'è un distacco nostro e della gente dai valori che devono guidare una società.

Così come, perdonatemi, ma è difficile spiegare loro, ma per quanto mi riguarda anche a me stesso, come si fa ad essere guidati in questo percorso per la difesa dell'autonomia da chi non rispetta il Regolamento e lo Statuto, in attesa magari che qualche ricorso glielo ricordi, da chi per la prima volta nella storia della Sardegna - so che con questa affermazione mi esporrò ad eventuali considerazioni di dubbio gusto - mortifica appunto lo Statuto introducendo in quest'aula assessori che sardi non sono. Oppure che mortifica l'ambiente, sappiamo tutti come, che decide di costruire andando contro le leggi, contro la tutela ambientale e modificando unilateralmente nel territorio di sua proprietà il paesaggio intorno alla sua abitazione estiva; che mortifica le autonomie locali decidendo in maniera centralistica il blocco delle costruzioni oltre i duemila metri dalla costa, certamente senza consultare preventivamente le autonomie locali e prevaricando i loro diritti. Io aspetto risposte a queste domande, risposte coerenti, vorrei che vi fosse una linea di coerenza tra la posizione di difesa dell'autonomia e l'agire di chi in pochi mesi ha mortificato l'autonomia. Se questo non è vero, ovviamente non è vero, bisogna dimostrarlo con lo Statuto in mano, con il Regolamento e con le leggi, le stesse leggi che vengono violate, quelle in campo civile ed amministrativo, quando si assumono (ma questo lo vedremo nel momento della discussione delle mozioni di merito) delle delibere in palese contraddizione con leggi dello Stato italiano in materia di pubblica amministrazione e non solo dello Stato italiano, ma anche della Regione sarda, attualmente vigenti. In questa situazione come faccio a spiegare a quei ragazzi che qui non ci sono, a quelle scolaresche, la linea di coerenza tra la difesa dell'autonomia e le azioni concrete che le istituzioni compiono giornalmente contro l'autonomia, in spregio dell'autonomia?

Per tutti questi motivi, pur prendendo spunto nel mio intervento dalla risoluzione della prima Commissione e condividendola, così come la condivide il mio Gruppo - almeno dopo una prima lettura, ma sarebbe necessario sospendere i lavori per qualche minuto per un suo maggiore approfondimento anche in vista della predisposizione di un ordine del giorno possibilmente unitario - credo che questo Consiglio abbia sì l'autorità, sia certamente composto da persone di valore tale da poter elaborare il nuovo Statuto della Sardegna, ma non abbia sicuramente la libertà intellettuale necessaria e non sia rappresentativo di tutte le istanze sociali e politiche così come può esserlo invece un'Assemblea costituente, non formata da "trombati" o intellettuali scelti secondo i nostri gusti e secondo le nostre tendenze politiche, ma eletta con il sistema proporzionale puro, unico sistema garante di una corretta rappresentatività. Solo essa può riformulare lo Statuto della Sardegna, adeguandolo finalmente ai tempi e rivitalizzando quell'autonomia che per cinquant'anni in quest'Aula non si è riusciti a tutelare o a sfruttare integralmente. Teniamo conto di un'ultima cosa: non pensiamo che il meglio della Sardegna sia necessariamente qui dentro. Il meglio della Sardegna sta anche fuori da quest'Aula, alcuni non hanno avuto interesse a farne parte, altri hanno avuto minor fortuna perché i giochi dei partiti, le regole elettorali non sempre portano in quest'Aula, mi ci metto io per primo, il meglio della Sardegna.

PRESIDENTE. Grazie Onorevole Capelli. Siccome lei è una persona di spirito, condivido e ho compreso il ragionamento che lei voleva fare, ma vorrei sollevare le scolaresche dallo scarso senso civico che lei ha richiamato, perché, non essendo iniziato l'anno scolastico, sarebbe stato difficile averle qui, però ho compreso il senso delle cose che ha detto.

CAPELLI (U.D.C.). Era solo un esempio.

PRESIDENTE. Ho capito il senso, volevo sollevare le scolaresche.

È iscritto a parlare il consigliere Pinna. Ne ha facoltà.

PINNA (Prog.Sardegna). Quando più di un mese fa in questa stessa Aula abbiamo presentato le dichiarazioni programmatiche con le quali la Giunta, ma anche questa maggioranza, si candidava a governare la Sardegna per questi cinque anni, nel corso del dibattito più volte abbiamo avuto modo di ribadire la centralità e l'importanza delle riforme all'interno di un processo di sviluppo possibile. Sotto questo punto di vista è apprezzabile l'invito che anche in quest'Aula qualcuno ha fatto, con uno scatto di orgoglio statutario ed autonomistico, a mettere mano alle riforme, anche cadenzando i tempi, dimenticando che, sia in sede di elaborazione, di proposta e di discussione, già dalle prime azioni alle quali ha dato vita la stessa prima Commissione, noi abbiamo considerato e consideriamo la stagione delle riforme, in questa logica di nuova alleanza tra Giunta, Consiglio e apparato amministrativo aperta poi al sistema degli enti locali, un elemento centrale; quindi apprezziamo l'invito, ma ricordiamo che questo giardino sarà in grado probabilmente di dare dei frutti, frutti che in altri giardini, ammesso che siano stati tali, non sono mai né attecchiti, né spuntati.

Ritornando al tema di questo dibattito, ha fatto bene in premessa l'onorevole Maninchedda a ricordarlo, noi abbiamo detto semplicemente che rinunciavamo in questa fase - non mancheranno le occasioni perché questo accada - ad aprire una discussione molto più ampia sul tema dell'autonomia e della specialità così come messo bene in evidenza dalla mozione, il cui primo firmatario è stato l'onorevole Balia, perché la concretezza e la operatività, se volete anche quella sobrietà che forse dovrebbe più caratterizzare il nostro essere sardi, ci imponeva di rispondere ad una esigenza che ha le caratteristiche dell'emergenza.

Ieri, in occasione dell'incontro con i parlamentari sardi, qualcuno ha detto: si tratta purtroppo di un provvedimento di contenimento. E' vero, la risoluzione ha anche queste caratteristiche. Però, tornando al testo della risoluzione, anche questo riferimento al carattere, scadente no perché questo non è stato detto, comunque sottotono, dimesso di questo dibattito, bisognerebbe intendersi, si tratta semplicemente, in questo momento, di esprimere la nostra netta opposizione ad un tentativo che se volete è unilaterale, e in quanto tale viola apertamente la natura pattizia tra soggetti uguali, di quel rapporto che l'articolo 116 della Costituzione, che riconosce la dignità costituzionale dello Statuto sardo, stabilisce tra lo Stato e la Regione.

Noi crediamo che, ed è stato messo in evidenza anche ieri nell'incontro con i parlamentari, siamo in presenza di una violazione. In maniera unilaterale qualcuno ha deciso di modificare i rapporti, le relazioni tra lo Stato e la Regione e per giunta ha dimenticato il rango, la dignità costituzionale di tutte le componenti dello Stato ed in modo particolare delle regioni che presentavano, ed ancora oggi presentano, una caratteristica di perifericità che impone una relazione particolare.

Infatti, e questo è evidente, l'eventuale approvazione del disegno di legge in esame o che andrà in esame in uno dei due rami del Parlamento, in modo particolare, come si evince dalla risoluzione proposta, gli articoli 3, 6, 33, 38 e 43, in un solo colpo cancellerebbe l'autonomia e la specialità e, contemporaneamente, negherebbe la dignità e lo status della Sardegna, sostituendo in tal modo alla pratica se volete contrattualistica - potremmo definire il contrattualismo che sta alla base della nostra esperienza costituzionale un contrattualismo di tipo solidale e responsabile - una semplice normalizzazione neo centralistica che trova comunque degli adepti a Roma, ma non solo a Roma, perlomeno nei fatti se non sul piano dei principi. Questo, e non altro, costituisce il significato profondo della risoluzione oggi in esame.

Noi siamo chiamati in questo momento a dire il nostro no ad una serie di provvedimenti e di norme che di fatto amputerebbero, se non addirittura arriverebbero a negare completamente, ogni forma di autonomia. Per questo, in maniera sobria e asciutta, completando oggi un percorso che in queste settimane, in questi giorni, anzi ancora in queste ore, ha visto prima la convocazione della prima Commissione del Consiglio regionale, poi la predisposizione di una risoluzione unitaria, il coinvolgimento dei parlamentari sardi, l'incontro con i rappresentanti delle regioni autonome e delle province a statuto speciale e l'incontro con i due ministri della Repubblica, oggi noi dovremmo concludere questo itinerario approvando all'unanimità il testo che ci è stato proposto.

Perché è importante e perché non è un atto dimesso o sottotono quello che oggi dobbiamo in qualche modo compiere? La opposizione a tutta una serie di norme contenute in questo disegno di riforma costituzionale, costituisce la precondizione fondamentale per ogni dibattito che si voglia proporre di discutere della nuova specialità, della nuova concezione dell'autonomia. E' stato detto più volte, se passasse l'articolo 33 o passasse il comma 15 dell'articolo 43 noi avremmo un bel discutere di autonomia, avremmo un bel discutere di specialità, altri deciderebbero per noi.

Non solo, ma sotto questo punto di vista il non opporci a questi articoli, non solo pone in capo al Consiglio regionale una pericolosissima responsabilità per il futuro di questa Regione, ma rappresenta anche il tradimento, la negazione della eredità più significativa della storia istituzionale e politica della Sardegna. Ecco perché in sede di presentazione delle dichiarazioni programmatiche noi abbiamo ribadito l'importanza e la necessità di riscrivere lo Statuto, di ridefinire e di ripensare assieme l'autonomia e, contemporaneamente, però anche di ridisegnare il volto della Regione, la sua organizzazione, la sua struttura, il suo federalismo interno, il rapporto col complesso sistema delle autonomie locali. E ancora l'altro giorno, il 31, in occasione della Conferenza dei Capigruppo, ci siamo anche detti unanimemente che vogliamo dare ampio spazio, prima di tutto in quest'Aula, ad un dibattito sulla nuova stagione dell'autonomia e della specialità nel suo doppio riferimento che riguarda sia l'autonomia interna, sia il rapporto tra la Regione e lo Stato, la Regione e l'Europa, la collocazione della Regione all'interno del Mediterraneo. Cioè, anche dieci giorni fa, in sede di Conferenza dei Capigruppo è stata espressa unanimemente la consapevolezza che la stagione delle riforme è centrale, è fondamentale e sta alla base, in qualche modo, della nuova nostra esperienza parlamentare.

E ancora ieri il presidente Soru ha ribadito, in occasione dell'incontro con i parlamentari, la necessità che la riflessione sull'autonomia - pur partendo da quest'Aula che è pienamente e completamente legittimata da un voto democratico a trattare temi che investono in qualche modo la propria responsabilità, che costituiscono la propria ragion d'essere - proprio perché deve avere una funzione di diffusione di consapevolezza, deve essere esteso all'intera società sarda in tutte le sue articolazioni, con le forme che quest'Aula riterrà più opportuno stabilire a seguito del dibattito che si svilupperà su questo tema.

Quindi assolutamente non ci sono dubbi sulla consapevolezza circa questa stagione nuova, sulla consapevolezza della necessità di questo nuovo riorientamento della nostra specialità, della nostra autonomia concepita all'interno dello Stato. Noi pensiamo non a un'autonomia dallo Stato, ma a un'autonomia nello Stato, un'autonomia che riconosca il valore delle alterità istituzionali come la Sardegna, in un concorso però che veda poi lo Stato in tutte le sue articolazioni, quasi come una costellazione, lavorare per lo sviluppo più generale.

Noi però abbiamo anche la consapevolezza, che tutto questo sarebbe in qualche modo vana retorica se l'autonomia però venisse in qualche modo recisa, se l'autonomia venisse negata, mortificata, se, come ha detto stamattina l'onorevole Maninchedda, con questa riforma venissero in qualche modo devitalizzate le istituzioni. Non solo, abbiamo anche la consapevolezza che in tal modo noi compiremmo un parricidio, una sorta di vero e proprio tradimento, perché è vero che forse in questi cinquant'anni non si è fatto tutto, ma non è vero che non si sia fatto niente e non è vero che l'esempio dei padri dell'esperienza regionalista e autonomista in qualche modo non costituisca per noi una ricchezza e un punto di riferimento. Anche in questo caso, per noi, la memoria istituzionale rappresenta la stella polare di un'azione politica che però vuole andare ben oltre.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Biancu. Ne ha facoltà.

BIANCU (La Margherita-D.L.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, anche il Gruppo consiliare della Margherita condivide la risoluzione approvata dalla prima Commissione permanente sul disegno di legge costituzionale di modifica della parte seconda della Costituzione. Condividiamo l'analisi che è stata fatta del testo approvato dalla Commissione affari costituzionali della Camera e dunque condividiamo pienamente anche le proposte di modifica di quel testo che la stessa Commissione ha voluto sottoporre alla valutazione di quest'Aula.

Questa nostra posizione si inquadra in una generale valutazione negativa di quel testo di legge che, anche al di là dei passaggi concernenti le regioni a statuto speciale, noi riteniamo inadeguato, confuso e portatore di un sostanziale arretramento sul piano dell'effettiva realizzazione di un modello di Stato che possa, a buon diritto, definirsi federale. Sappiamo bene che nella maggioranza parlamentare che sta tentando di dare forma a questa legge convivono interessi, opinioni e obiettivi su qualche punto molto diversi, su qualche altro addirittura opposti e inconciliabili. L'incongruenza e la scarsa organicità che caratterizzano il testo finora formulato conseguono inevitabilmente all'assenza di un principio ispiratore condiviso e di finalità comuni.

Appare davvero velleitario e poco responsabile il tentativo di approvare una legge così importante e delicata in modo frettoloso e sotto la pressione di condizionamenti derivanti dalle esigenze di visibilità di alcune forze politiche e dal radicalismo ideologico di altre, con buona pace del perseguimento degli interessi degli italiani. Il risultato, se si insisterà su questa strada, sarà l'approvazione di una legge inutile e dannosa, inadeguata, peraltro, alle esigenze della società italiana contemporanea.

Questo intervento sulla Costituzione per modificare in senso federale l'ordinamento dello Stato, segue a distanza di pochi anni un'altra riforma, quella che il Parlamento, allora con maggioranza di centrosinistra, varò nel 2001 modificando il Titolo V della seconda parte della Costituzione. Oggi siamo nelle condizioni di mettere a confronto quella legge di riforma con il testo esitato dalla Commissione affari costituzionali della Camera il 26 luglio scorso e possiamo, anche alla luce di questo confronto, ribadire il giudizio positivo che da subito formulammo sulla legge costituzionale del 2001. Quella legge aveva aperto il percorso alla riforma in senso federale dello Stato italiano; molti la considerammo un primo passo in quella direzione sapendo che la piena realizzazione di un ordinamento federale richiedeva altre riforme ancora da realizzare. Tuttavia fu subito evidente l'importanza sostanziale di diversi elementi che erano stati introdotti: il principio di sussidiarietà, l'autonomia finanziaria per regioni, province e città metropolitane, il mutamento dei ruoli tra Stato e regioni sul fronte della competenza legislativa.

La nuova formulazione dell'articolo 117 ribaltava la logica fino ad allora vigente; con l'elencazione delle materie di competenza esclusiva e concorrente dello Stato, si attribuiva alle regioni potestà residuale esclusiva in ordine a ogni materia non espressamente riservata allo Stato, attribuendo inoltre agli enti locali potestà regolamentare in ordine alla disciplina dell'organizzazione e dello svolgimento delle funzioni loro attribuite.

Quella riforma ha prodotto una nuova configurazione dell'ordinamento statale; abbandonata la struttura piramidale del passato, tutti gli attori istituzionali, dallo Stato ai comuni, passando per regioni e province, sono posti su un medesimo piano istituzionale, connessi in una rete orizzontale in cui a ciascun ente sono riservate funzioni e prerogative proprie, evitando di configurare subordinazioni gerarchiche o ruoli centrali sovraordinati rispetto a ruoli periferici.

Rispetto all'evoluzione realizzata dalla legge del 2001 il testo di legge che verrà discusso alla Camera il prossimo 13 settembre contiene significativi passi indietro. Esso tenta di reintrodurre misure che restringono gli spazi di autonomia di tutte le regioni, subordinando a scelte e decisioni prese a livello centrale l'esercizio di funzioni che oggi sono invece riconosciute come di piena competenza delle istituzioni regionali.

Come è stato opportunamente sottolineato nella risoluzione della prima Commissione, il comma 15 dell'articolo 43 del testo di legge elimina, di fatto, la clausola di garanzia per le autonomie speciali contenuta nel testo approvato dal Senato, determinando con ciò non soltanto una immediata restrizione degli spazi di autonomia per le regioni a Statuto speciale, ma creando i presupposti per una possibile, implicita modificazione degli Statuti speciali realizzabile di fatto aggirando le garanzie procedimentali previste anche dall'articolo 54 del nostro Statuto, per iniziativa del Governo o del Parlamento. Il vincolo della contestualità delle elezioni del Senato federale e dei Consigli regionali, inoltre, subordina alle vicende politiche nazionali, la celebrazione delle elezioni regionali, e dunque gli stessi presupposti dei processi di autogoverno regionale. La reintroduzione del controllo di merito sulle leggi delle regioni a Statuto speciale ci riporta a un passato anche recente fatto di ingerenze nell'autonomia regionale da parte dello Stato, di sovrapposizione di competenze, duplicazioni di passaggi, inefficienza dei procedimenti legislativi e lungaggini burocratiche inutili ed anacronistiche.

Tutto ciò produce, nel suo insieme, un quadro confuso ma attraversato da una evidente volontà di azzerare i progressi compiuti negli ultimi anni per ritornare a un'impostazione ordinamentale in cui i rapporti, soprattutto quelli tra Stato e Regioni, tornano ad essere caratterizzati da un vincolo di subordinazione delle seconde al primo, secondo un modello che vuole nuovamente essere gerarchico anche se in qualche modo mascherato. Siamo dunque in presenza di un disegno di legge con forti tensioni neocentralistiche, ben lontano dall'impostazione della riforma del 2001, che addirittura prevedeva per le regioni ordinarie un'attribuzione di forme di autonomia talvolta perfino più ampie di quelle riconosciute alle regioni a Statuto speciale.

Qualcuno anche in questi giorni, sostiene che quella possibilità di attribuzione di ulteriori forme e condizioni speciali di autonomia alle regioni a Statuto ordinario abbia rappresentato, nei fatti, un primo svuotamento dello status di specialità assegnato alla Sardegna e alle altre regioni a Statuto speciale. In un certo senso si può dire che questa considerazione è fondata, ma è anche vero che in occasione della riforma costituzionale del 2001 la Sardegna non fu sufficientemente attiva nell'utilizzare gli strumenti della specialità che aveva a disposizione. La vastità e la portata della nuova legge indicavano infatti che era indispensabile avviare subito un'intensa e straordinaria attività di produzione legislativa attraverso la quale approntare la necessaria strumentazione normativa e amministrativa in tutti gli ambiti nei quali la competenza statale veniva sostituita dalla competenza regionale, e comunque su tutti gli aspetti che venivano modificati o condizionati dalla riforma costituzionale.

I temi da affrontare erano molti ed è sufficiente citarne alcuni per misurarne l'importanza. Si trattava di mettere i comuni nelle condizioni di far fronte alle nuove ed amplissime competenze in materia amministrativa, di istituire il Consiglio delle autonomie locali, di definire una nuova legge elettorale regionale, di verificare in che modo questa vasta e articolata attività legislativa poteva comportare modifiche e integrazioni rispetto allo Statuto regionale. Bastano questi pochi esempi per valutare la complessità e la portata del compito che attendeva il Consiglio regionale, anche senza considerare la scrittura del nuovo Statuto regionale, tema costantemente all'ordine del giorno di tanti dibattiti, convegni e iniziative. Erano e sono compiti che richiedevano uno sforzo che andava ben oltre l'ordinarietà del lavoro consiliare e delle Commissioni permanenti; ma questi compiti rimasero disattesi in una legislatura assai poco produttiva e li ritroviamo oggi davanti a noi pressoché immutati dopo tre anni.

Nel dibattito di questi giorni, più di una voce si è levata per sostenere che la specialità non ha più senso e che non rappresenta più uno strumento adeguato ad affrontare i problemi della Sardegna. Sono opinioni che giungono da soggetti di diversa cultura e formazione, che ci chiamano a riflettere ulteriormente sugli effettivi contenuti dei valori che oggi diciamo di voler difendere e a cui tanto spesso ci si è appellati in modo automatico e quasi routinario: la specialità, l'autonomia, lo Statuto regionale. In effetti, in un quadro costituzionale in cui a qualunque regione italiana siano attribuibili ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, si attribuisce alla differenziazione tra regioni, tra tutte le regioni, la funzione di determinare e giustificare condizioni e forme specifiche di autonomia.

Ma allora è davvero giunto il momento di intendersi e di confrontarsi sul significato che ciascuno di noi attribuisce oggi al valore della specialità sarda, ridefinendo e condividendo le ragioni della nostra differenza per basare su di essa i contenuti e gli strumenti della nostra specialità. Nell'attuale scenario, caratterizzato da processi di globalizzazione e da una forte competizione tra regioni a livello nazionale, ma anche soprattutto internazionale, diventa sempre più rilevante per garantire una prospettiva di progresso e sviluppo alla nostra regione, un'approfondita valutazione delle risorse che un contesto locale come il nostro è in grado di mettere in gioco. E' su tali risorse che dobbiamo basare la nostra identità cercando di modellarla sulla loro specificità e promuovendone la valorizzazione. Sono risorse di diversa natura, riguardano l'ambiente naturale e quello costruito, le attività economiche insediate nei nostri territori, ma soprattutto il capitale umano e l'eredità della cultura materiale e immateriale che i processi storici hanno sedimentato in questa nostra terra.

Ma non dobbiamo dimenticare che le nostre tante risorse sono altrettante opportunità di progresso e sviluppo solo se sono riconosciute come tali dalla comunità, e in particolare da tutti quei soggetti che insieme alle istituzioni sono protagonisti del governo concreto e quotidiano della nostra Regione; penso agli operatori economici, agli intellettuali, ai rappresentanti dell'associazionismo sindacale di categoria, ai tecnici, agli operatori del sociale e del terzo settore. Dobbiamo verificare insieme a tutti questi soggetti qual è oggi il senso dell'identità e della specialità della nostra terra, per chiudere una vecchia fase fatta soprattutto di rivendicazioni rivolte allo Stato nazionale e aprirne una nuova per l'integrazione e il protagonismo della Sardegna nella rete delle regioni e territori che compongono il quadro nazionale ma soprattutto quello europeo.

Sapevamo che in questa legislatura il Consiglio regionale avrebbe dovuto affrontare questi temi. Ciò che è accaduto nelle scorse settimane in Parlamento, in particolare le modifiche apportate al testo della legge costituzionale approvato in prima lettura al Senato, ci impone soltanto un'accelerazione e ci chiama a fare ciò che già avevamo nella nostra agenda fin da quando ci siamo presentati agli elettori e ai cittadini sardi, e occorre farlo unitariamente. Quella forzatura romana può e deve farci superare le logiche di schieramento facendo esprimere a questo Consiglio regionale una risposta unitaria e condivisa, basata sulla risoluzione approvata dalla Prima Commissione permanente. Fatto questo, si tratterà poi di andare avanti considerando la sconfitta di quel tentativo e il ritorno al testo del Senato solo come la prima tappa di un percorso che deve proseguire; un percorso che ci deve condurre a ridefinire la nostra specialità a cominciare dalla rielaborazione della nostra Carta costituzionale, lo Statuto regionale, che può e deve essere scritto in Sardegna, secondo modalità condivise e partecipate, con il superamento delle logiche di schieramento politico, come qualche collega sollecitava questa mattina, poiché il contenuto del patto federale che lega la nostra regione all'Italia non può essere scritto altrove ma dev'essere il frutto della consapevolezza, della responsabilità e di un nuovo protagonismo della società sarda e delle istituzioni che la rappresentano.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Cugini. Ne ha facoltà.

CUGINI (D.S.). Signor Presidente della Regione, colleghe e colleghi, noi dobbiamo in questa occasione cercare di stare al passo con la discussione che si sta svolgendo nel Paese attraverso il Parlamento e dobbiamo stare al passo con la discussione che si farà nei prossimi giorni sull'autonomia delle regioni a Statuto speciale e delle province autonome. La Commissione autonomia ha prodotto una risoluzione, illustrata dal Presidente Maninchedda questa matina, che mi pare corrisponda all'orientamento maggioritario di questo Consiglio. E allora noi abbiamo il compito di confermare sia il contenuto della risoluzione della Commissione autonomia sia le indicazioni che sono emerse dall'incontro di ieri tra il Presidente del Consiglio, il Presidente della Regione, il Governo della Regione e i parlamentari sardi, e possiamo dire che nell'incontro di ieri mattina qualche dubbio presente nella discussione della Commissione autonomia, introdotto dal collega Artizzu, è stato fugato. Ho infatti sentito dichiarazioni pubbliche di parlamentari di Alleanza Nazionale, in particolare del senatore Delogu, che affermava in termini estremamente chiari, in linea con la risoluzione della Commissione autonomia, che se l'emendamento di Anedda venisse interpretato, così come si dice nel Parlamento nazionale e nel Consiglio regionale, il Gruppo di Alleanza Nazionale sarebbe pronto ad introdurre modificazioni corrispondenti all'esigenza della conferma dell'autonomia. Questo passaggio noi lo consideriamo importante perché supera la riserva del collega Artizzu espressa nella Commissione autonomia.

Se siamo d'accordo, per evitare di perdere il filo del ragionamento che in questi giorni ci è stato proposto, diamo una risposta alta del Consiglio regionale richiamando i contenuti della risoluzione della Commissione, e, aggiungo, sostenendo il lavoro che hanno fatto ieri il Presidente della Regione e il Presidente del Consiglio con i Presidenti delle regioni autonome e delle province autonome, perché abbiamo un'esigenza politica generale che impone alla Sardegna di stare al passo con la discussione europea e assieme di determinare una convergenza delle autonomie nazionali perché si rivendichino competenze, funzioni e partecipazione dentro una logica unitaria dello Stato. Siamo d'accordo su questo punto. L'Italia è una, l'Italia è la patria di tutti, è la patria di tutti al di là dell'appartenenza politica. E' un termine forte usare la parola "patria"? Beh, se è forte io lo considero normale. Allora, stiamo dentro questa impostazione perché se richiamiamo, e dobbiamo comunque farlo, l'esigenza di un ulteriore passo in avanti del Consiglio regionale per superare i ritardi che abbiamo riscontrato negli anni passati, allora è bene separare i tempi della discussione, dare oggi una risposta, così come ci viene richiesta, aprire una riflessione così come ha proposto il Presidente Floris stamattina, e noi siamo d'accordo, perché il Parlamento regionale recuperi una funzione, dia un'indicazione, sviluppi un'iniziativa politica istituzionale capace di recuperare i concetti dell'autonomia sui quali ci siamo formati tutti assieme.

Non bisogna, però, fare confusione, perché attribuire all'onorevole Soddu la posizione che ha richiamato il collega Pisano, è un errore, perché il Presidente Soddu, quando abbiamo ragionato di Costituente, di funzione del Consiglio regionale e di funzione del Parlamento regionale, aveva la posizione opposta a quella che il collega Pisano sosteneva allora e ha sostenuto oggi. Questo per amore di verità, perché quando citiamo personalità della politica di ieri e di oggi dobbiamo farlo senza tentare di tirargli la giacca e di utilizzarle a fini di parte. Non sono corrette le posizioni attribuite a Soddu, non lo sono quelle attribuite a Dettori e a Cardia, e, aggiungo per il collega Pili, non sono corrette neanche quelle attribuite a Togliatti, mentre lo sono quelle riferite a Gramsci. Togliatti non è mai stato un autonomista e un regionalista, anzi, la Sardegna ha subito allora un'iniziativa di Togliatti che impedì al Partito Comunista Sardo di federarsi al Partito Comunista Italiano e di differenziarsi dal Partito Comunista dell'Unione Sovietica. Ci fu un congresso che si svolse proprio nel Sulcis e Togliatti impedì l'evoluzione del Partito Comunista, cosa che invece Gramsci proponeva. Allora evitiamo di utilizzare strumentalmente queste posizioni e riaffermiamo la nostra competenza.

Quella competenza - lo dico ai colleghi - la vogliamo confermare? Noi siamo favorevoli a confermarla. La vogliamo confermare unitariamente? Deve essere, a nostro giudizio, confermata unitariamente, perché questo ci viene richiesto anche dai parlamentari nazionali che hanno assunto anche un'iniziativa che per noi può essere discutibile, ma è un'iniziativa che si assume per funzione e non per convinzione, e allora noi dobbiamo contribuire con un ordine del giorno unitario a far fare questo passo in avanti. Poi, come dicono molti colleghi, occorre riprendere il tema della riscrittura dello Statuto. Beh, insomma, io non voglio polemizzare perché non mi pare oggi la giornata delle polemiche, però noi abbiamo sottoposto, noi come coalizione di Sardegna Insieme, al giudizio degli elettori, un documento che ha tre capitoli precisi su questi temi,un documento che parla di autonomia, di competenze, di federalismo, di riforma della Regione, di trasferimento di poteri dalla Regione ai comuni. Quel documento è stato approvato dal corpo elettorale, infatti noi siamo diventati maggioranza. Voi vi siete presentati alla consultazione elettorale senza un documento nuovo, e quindi voi siete stati valutati per l'iniziativa che avete assunto proponendo l'istituzione dell'Assemblea costituente, e quella è stata bocciata. Ora noi non vogliamo vincere su tutta la linea. Noi vogliamo ragionare e superare questa situazione.

Io ho apprezzato moltissimo l'intervento, ripeto, del Presidente Floris, e aggiungo che però ho apprezzato anche, con la stessa convinzione, l'intervento del collega Diana di Alleanza Nazionale: una sana - posso dire, per mantenere un po' la differenza e lo spirito polemico - un po' tardiva, ma sana autocritica su quanto è avvenuto negli anni passati. È caduta la strumentalità di quell'argomentazione di allora, oggi ne emerge una nuova che merita un approfondimento. Insomma, care colleghe e cari colleghi, ci sono quarantotto consiglieri regionali nuovi in quest'Aula che non hanno partecipato alla discussione vecchia, vecchia non tanto per motivi temporali, vecchia nell'impostazione, che hanno giustamente l'esigenza di proporre il loro contributo, e quindi io penso che sia giusto riprendere l'indicazione del collega Balia e fare una sessione di carattere straordinario sui temi dell'autonomia, e allora ci misureremo anche sul merito dello Statuto o sulla costituzione che noi vogliamo dare alla Sardegna. Poi il Parlamento nazionale si sveglia perché magari arrivano le elezioni, perché occorre dare anche una risposta elettorale e magari l'Assemblea Costituente riprende a respirare, magari anche in lingua sarda, come ha fatto il collega Onida intervenendo stamattina. Magari! Se ciò dovesse capitare saremmo pronti a discutere di quell'argomento.

Chi infatti ci impedisce di discutere dello Statuto, dell'autonomia, della Costituzione che noi vogliamo? Chi ce lo impedisce? Qual è l'autorità superiore all'Assemblea del popolo sardo che può impedire all'Assemblea del popolo sardo di scrivere la propria Costituzione? Chi lo può impedire? I colleghi sardisti hanno avanzato una proposta, c'è una parte che io non condivido, ma questo non c'entra nulla! Ma la vogliamo fare una discussione sulla Costituzione che vogliamo per dire quali funzioni decentriamo, che poteri chiediamo, che partecipazione determiniamo al processo unitario nazionale europeo? L'Italia ha perso il potere per quanto riguarda la moneta, l'ha trasferito all'Europa. C'è sullo sfondo anche un trasferimento di competenze dagli stati nazionali all'Europa, è chiaro che le regioni avranno un potere ridotto, ma di grande importanza nel senso della partecipazione alle decisioni assunte in sede nazionale e sovranazionale.

E' una sfida che dobbiamo proporre a noi, non tra di noi per dire chi è più rispondente alle esigenze contingenti o al disegno generale, ma perché abbiamo bisogno di riscrivere la Costituzione della nostra Regione dal punto di vista dei sardi, e Sardegna Insieme ha dato un'indicazione nel proprio programma elettorale. Non va bene? Va rafforzata? Benissimo! Rafforziamola, siamo pronti, ma non può essere - lo dico agli amici Riformatori che sono stati al Governo negli ultimi dieci anni per due volte, una volta col centrosinistra e una volta col centrodestra, però quando c'è stato da scegliere un assessorato mai hanno scelto quello delle riforme, da Riformatori, preferivano l'Assessorato dei lavori pubblici - che anche adesso, non lo dico con spirito polemico, per fare un rimbrotto, nella Commissione autonomia non siano presenti i Riformatori che nascono per riformare il mondo! E allora io penso che dobbiamo stare coerentemente dentro un ragionamento, dobbiamo starci per farlo il ragionamento e noi vogliamo farlo. Sarei insincero se non riconoscessi al collega Pili di aver fatto, con l'intervento di oggi, sul tema della Costituente, un passo in avanti. Non solo perché sposta la posizione di Forza Italia su una linea più vicina ai bisogni della Sardegna, ma perché esprime un giudizio sui ritardi che si sono manifestati e si dice pronto a ragionare sul merito. Siamo tutti pronti, poniamo l'iniziativa in capo all'Assessore degli Affari generali? La poniamo in capo alla Commissione autonomia? Io sono dell'idea che bisogna metterla in capo al Governo, alla Commissione autonomia e assieme al Parlamento dei sardi, ma lo dobbiamo fare rapidamente. Noi Democratici di Sinistra siamo in grado di dare il nostro contributo, di avanzare proposte anche in qualche modo condivisibili e pronti discuterle, correggerle, emendarle per arrivare a possibili soluzioni, ma vogliamo partecipare direttamente alla scrittura della nuova Costituzione, lo vogliamo fare tutti assieme. Presidente Floris, tutti assieme! Lo vogliamo fare per dividerci sul merito delle diverse proposte se dovesse capitare, ma non per dividerci perché noi abbiamo vinto e voi avete perso. No, lo dobbiamo fare perché c'è bisogno di questo sforzo.

Concludo su un punto che è bene richiamare. Usciamo dall'Obiettivo 1, bisogna approfondire il discorso sull'insularità, il Presidente Floris stamattina ha richiamato il problema dei costi dei trasporti, che è un impedimento reale quando ci riferiamo al trasporto di merci, persone, prodotti finiti in uscita o in entrata, ma non lo è quando parliamo di tecnologie e di partecipazione tecnologica allo sviluppo dell'Italia e dell'Europa. In questo campo siamo tutti uguali. C'è un problema di competenze e di proposte.

Allora, io penso che si possa - lo dico per il Governo della Regione, per il Presidente Soru, per l'Assessore Dadea, per il Presidente Spissu - chiudere stasera la parte che si deve chiudere, lasciando aperto il tema riferito alla nuova Costituzione da scrivere per la Sardegna, e dandoci dei tempi certi per evitare, come diceva quel vecchio sindacalista, che la discussione finisca alle "candele" greche. Dobbiamo fare in modo che si capisca di che cosa stiamo parlando e quando vogliamo concludere la discussione. Noi siamo favorevoli ad iniziare subito. Il presidente Maninchedda diceva: "La prossima settimana facciamo una riunione della Commissione anche di tipo organizzativo e programmiamo il lavoro"; però sarebbe un errore, e concludo davvero - lo dico per gli amici di Alleanza nazionale e lo dico per gli amici di Forza Italia - dividerci su un qualcosa che non esiste ancora. Convergiamo su ciò che c'è: la risoluzione della Commissione Autonomia, l'incontro con i parlamentari, il lavoro che hanno fatto ieri il Presidente Spissu e il Presidente Soru, la discussione su questa parte, che mi sembra omogenea, che stiamo facendo tra di noi. Possiamo arrivare ad un ordine del giorno unitario, ma non dobbiamo aver paura delle parole che diciamo, perché sennò rischiamo di dare ragione al collega Pisano che, non volendo far niente, dice che stiamo proponendo poco.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere La Spisa. Ne ha facoltà.

LA SPISA (F.I.). Io vorrei partire da una premessa e una precisazione che il Gruppo di Forza Italia ritiene fondamentale e che è stata anche già esplicitata dal collega Pili, e cioè che una qualunque riforma, così come un qualunque assetto istituzionale che vuol essere moderno, efficace, incisivo sulla società, e quindi anche qualunque tentativo di difesa di un assetto istituzionale che in qualche modo noi non possiamo non riconoscere che abbia dato dei benefici alla nostra terra e al nostro popolo, qualunque intervento cioè che incida sull'ordinamento istituzionale di uno Stato o di una regione ha una condizione fondamentale, che è questa, che ci sia da un lato una forte consapevolezza degli obiettivi che si vogliono raggiungere, e dall'altro che vi sia l'unità del popolo che vuole riconoscere, difendere, costruire, modificare un assetto istituzionale moderno, incisivo, capace cioè di dare risposte alle proprie esigenze e al proprio territorio. Per questo noi partiamo da una premessa fondamentale nella discussione di stasera: il tentativo forte, coraggioso, difficile di una unità che non è soltanto possibile, ma è necessaria per il sistema Sardegna se vogliamo avere un sistema autonomistico che davvero possa aiutarci a dare risposte a chi ci ha eletto per rappresentare il popolo sardo.

Noi non possiamo certamente dimenticare che il dibattito di oggi è nato in qualche modo come risposta istintiva, quasi un riflesso condizionato, una reazione impulsiva, di impeto, a un progetto di legge dello Stato che evidentemente su alcuni punti tende a modificare norme di carattere formale, procedurale quindi, ma anche di carattere sostanziale, norme di statuti di regioni ad autonomia differenziata, riconosciuti e sanzionati attraverso la forma della norma costituzionale. E' un tentativo che non può non provocare da parte di tutto il sistema Sardegna una risposta unita, forte, ma soprattutto per essere forte e unita occorre che essa sia cosciente. Questo io credo che sia il vero problema.

Noi oggi facciamo un dibattito che può sembrare, qualcuno lo ha anche detto, inutile. Il Presidente della Regione e il Presidente del Consiglio hanno già parlato con il Governo che probabilmente presenterà anche un emendamento che modificherà, almeno nel senso di alcune richieste di tutte le regioni speciali, il contenuto di questo testo normativo. E' finito quindi il nostro compito, è finito il senso di questo dibattito? Io credo proprio di no. Io credo che questa sia un'occasione utilissima, soprattutto perché siamo all'inizio di una legislatura che potrebbe essere importante, un'occasione che deve essere colta per mettere a fuoco, per puntualizzare la strategia che le forze politiche distintamente al proprio interno, nel confronto interno ai singoli partiti e ai singoli schieramenti, devono porre in essere, e non possono fare altrimenti, se vogliono dare a questa legislatura una possibilità in più, e cioè quella di incidere sulla materia istituzionale, sulla materia statutaria, su cui tante, troppe altre legislature hanno fallito.

Dobbiamo noi perdere questa occasione? Io credo che davvero non la possiamo perdere, ma il vero problema è che in questo dibattito di oggi e in quello che seguirà a questo appuntamento di oggi, perché molti hanno già anticipato questa richiesta, e noi la condividiamo ampiamente, dobbiamo partire da una presa d'atto, cioè che il sistema Sardegna vive da anni una condizione soggettiva, direi quasi una condizione psicologica, di debolezza. Il sistema Sardegna ha cioè una coscienza dell'autonomia del proprio sistema regionale purtroppo timida e sbiadita. Abbiamo perso di fatto, negli anni, la forza di rivendicare, di costruire, di trovare le ragioni e quindi poi le forme, le procedure, le norme, gli atti amministrativi e di governo che dessero sostanza a un riconoscimento importantissimo, che la Repubblica italiana nel suo momento fondativo ha dato alla Sardegna, alla Sicilia, alla Valle d'Aosta, al Trentino e al Friuli Venezia Giulia. Siamo noi che non abbiamo oggi una sufficiente coscienza, ma questo dipende evidentemente da un fatto chiaro, lampante, cioè che il giudizio sull'utilità e sull'attualità di un'autonomia differenziata, speciale, è fortemente condizionato dagli insuccessi, dall'incapacità del sistema politico in generale, quindi di tutte le forze politiche che hanno rappresentato la Sardegna in questi anni, di adottare una forma di governo, atti di governo e atti normativi, atti legislativi in particolare, che davvero portassero la Sardegna a fare della specialità uno strumento per contribuire a superare i condizionamenti storici, economici, geografici, a cui si è fatto cenno in tantissimi interventi. Credo davvero che tutti gli interventi fatti, tutti, uno per uno, che hanno segnalato questi problemi, meritino grande attenzione, proprio per recuperare quella unità di cui abbiamo bisogno.

Tutti abbiamo condiviso e condividiamo la convinzione che le ragioni storiche da cui è nata la specialità non sono più quelle del momento in cui è stata riconosciuta. Tutti, d'altra parte, riconoscono oggi che non sono assolutamente venute meno le motivazioni di carattere economico, e credo che tutti riconosciamo, non so quanto coscienti di questo però, che oltre alle ragioni economiche - è stato fatto cenno al fatto che noi possiamo uscire dall'Obiettivo 1, e questo avrà delle pesanti ripercussioni sulle disponibilità finanziarie - c'è una origine culturale della specialità dell'autonomia della Sardegna che noi dobbiamo continuamente riaffermare. D'altra parte il giudizio sulla incapacità delle diverse classi politiche che si sono alternate anche nella guida di questa Regione di utilizzare al massimo gli strumenti dell'autonomia speciale a volte è anche ingeneroso. Non possiamo cioè dimenticare che, a prescindere davvero dalle forze politiche che hanno condotto la politica statale, la specialità della Sardegna di fatto si è scontrata con una posizione costantemente ribadita dallo Stato, sia da parte dei diversi Governi, sia da parte dei diversi Parlamenti che, di fatto, ha svuotato l'utilità di molti degli strumenti contenuti nello Statuto speciale della Sardegna.

Il fatto è che, a partire dai primi anni settanta, dal '72, quando è stato varato il primo trasferimento di funzioni statali che ha avviato il sistema regionale ordinario, per poi arrivare al '76, con il Decreto del Presidente della Repubblica numero 616 che ha ampliato questi poteri, per arrivare poi alla Bassanini, che ancora ha completato il trasferimento di poteri e di funzioni, e ancora dopo alla riforma del Titolo v della Costituzione, in realtà c'è stato un atteggiamento costante dello Stato, teso a contenere ripetutamente il pieno svolgimento delle funzioni regionali. Questo lo Stato lo la fatto nei confronti delle Regioni speciali e lo ha fatto continuamente anche nei confronti delle Regioni ordinarie. Ricordiamo tutti gli orientamenti della Corte costituzionale negli anni, ricordiamo tutti la fatica che sempre tutti i consigli regionali hanno fatto per vedere approvate le proprie leggi, passando al vaglio del controllo governativo, del sistema ferreo del rinvio e poi eventualmente dell'impugnativa davanti alla Corte costituzionale. Tutti passaggi che hanno mortificato il regionalismo complessivamente, e che però sono stati superati, in realtà, dalla forza politica delle regioni ordinarie che, a differenza, certamente della Sardegna, ma anche di altre regioni speciali, hanno saputo fare fronte comune e hanno di fatto strappato sistematicamente, gradualmente allo Stato centrale più poteri e più funzioni.

E qui arriviamo veramente al nocciolo della questione che ci deve far recuperare, a mio parere, anche un minimo di realismo in riferimento alla proposta che dobbiamo e non possiamo non fare di modifica dello Statuto, e cioè che nel sistema costituzionale in cui ci troviamo una maggiore autonomia non può essere decisa dal livello istituzionale territoriale, e popolare quindi, che la rivendica. Un sistema autonomistico più forte, un meccanismo che dia più poteri e più funzioni deve essere conquistato nel rapporto con lo Stato e deve essere quindi riconosciuto, se vogliamo, concesso dallo Stato, cioè qualunque passo avanti per il sistema autonomistico verrà compiuto soltanto se si attuerà un rapporto tra la nostra Regione e lo Stato, che in qualche modo sposti i poteri. E spostare poteri è difficile dovunque, spostare poteri è difficile anche per la nostra Regione, lo sappiamo tutti, tutti abbiamo forse la coscienza non molto pulita in riferimento al rapporto del sistema regionale nei confronti, per esempio, dei comuni e degli enti locali. Possiamo tutti dire di essere a posto rispetto a questo problema? Che ne è del federalismo all'interno del sistema regionale? Il problema è che spostare poteri è sempre difficile. Per spostare poteri occorre una forza politica davvero cosciente delle proprie ragioni e forte, ma soprattutto unita.

Io credo, quindi, che occorra recuperare questa coscienza, recuperare la forza e recuperare l'unità. Credo che anche nel dibattito di oggi alcuni accenni ironici, polemici, inutilmente faziosi in questo contesto, alcuni calcoli di parte, elettoralistici, che tra l'altro sono fuori luogo in questo momento, la preoccupazione delle scelte sugli assetti di governo e dei rapporti tra Governo e opposizione, la confusione tra questo livello dei problemi e un livello più importante, più fondamentale, che è quello della costruzione di un sistema istituzionale che ai governi di turno e alle opposizioni di turno dia piena legittimazione e piena forza per agire, non aiutino a raggiungere quella unità di cui parlavo. Il problema, colleghi, è che noi non otterremo nessun risultato, non solo in Regione, ma anche a livello nazionale, se non riusciamo a costruire una dialettica politica tra le diverse forze, soprattutto tra i diversi schieramenti, in cui ci sia alla base una cosa fondamentale e cioè la legittimazione reciproca. Il Titolo V della Costituzione è stato riformato a maggioranza e non con una larga intesa, il disegno di legge di riforma della parte II rischia di essere approvato a maggioranza e non con una larga intesa.

Oggi, ancora, in questo Consiglio abbiamo problemi ad arrivare a un ordine del giorno unitario, che dia forza alla nostra rivendicazione nei confronti dello Stato, perché si ha paura, ad esempio - scusate, faccio un accenno preciso - a riconoscere che c'è stata una proposta di legge sulla Costituente. Ci crea qualche problema questo? E' questo l'ostacolo che ci impedisce di arrivare all'approvazione di un ordine del giorno unitario? E quando arriveremo a dover definire i contenuti, le direttive da dare alla Commissione, all'Assemblea costituente, alla Consulta, quello che verrà fuori dal dibattito che spero faremo presto, quando dovremo trattare dei problemi sostanziali, dei poteri veri, dei problemi veri, cioè di come spostare poteri e funzioni, troveremo maggiori opportunità, maggiori occasioni per unirci, per essere uniti e coscienti in maniera forte? E' proprio impossibile, già da stasera, che in qualche modo ci sia un dignitoso riconoscimento della legittimità delle posizioni degli altri, su questo tema naturalmente, senza approfittare di questo per speculazioni di parte, ma su questo tema, è proprio impossibile un riconoscimento dell'apporto che ciascuno può dare, dell'apporto anche di chi ci è dialetticamente opposto essendo collocato in un diverso schieramento o anche nel medesimo schieramento? Questo costituisce un problema? Io credo che ci sia ancora la possibilità oggi, domani, ma direi ancora in questi minuti, in queste ore, per recuperare le ragioni di un'unità che ci porti a riconoscere quel che è stato detto fin dall'inizio, e cioè che oggi dobbiamo dare una risposta forte e unitaria allo Stato, non a un governo, a una maggioranza parlamentare o ad altre forze all'interno della maggioranza o dell'opposizione nel Parlamento, ma una risposta convinta e forte del sistema autonomistico regionale sardo. Se noi recuperiamo questa convinzione, io credo che ci sarà poi la possibilità di costruire - sulla base anche dei tentativi fatti, riconoscendo almeno la buona fede delle altrui intenzioni, non cercando di utilizzare giudizi su questi tentativi per affossare o in qualche modo per penalizzare posizioni di avversari politici - nel prossimo dibattito contenuti forti per ridare al tentativo che dobbiamo avviare la capacità di essere veramente incisivo sulla realtà del nostro sistema regionale.

Le motivazioni per riaffermare la specialità esistono. Lo scopo del dibattito di oggi è innanzitutto certamente dare una risposta allo Stato, ma anche riaffermare in quest'Aula in maniera forte che le ragioni della specialità ci sono, perché nonostante le condizioni storiche mutate, quelle sociali, culturali ed economiche, non certamente mutate, ci impongono ancora di riaffermare la possibilità che la Sardegna abbia il riconoscimento di un ordinamento differenziato rispetto a quello delle altre regioni, che possa in qualche modo aiutarci a recuperare anche poteri, funzioni e persino risorse finanziarie che altrimenti potremmo perdere.

PRESIDENTE. Si è conclusa la serie degli interventi. Ha domandato di parlare il Presidente della Regione. Ne ha facoltà.

SORU (Prog. Sardegna), Presidente della Regione. Si è fatto un po' tardi, bisognerà necessariamente cercare di essere brevi. Do atto agli ultimi interventi di avere riportato il dibattito sul nocciolo della questione, e di aver smesso di scantonare su temi che non c'entrano nulla, sono totalmente fuori luogo, che denotano, a volte, lo scarso rispetto con cui questo tema dell'autonomia viene trattato ed è stato trattato finora, anche negli ultimi anni, e spiega anche perché siamo arrivati all'improvviso, alla fine dell'estate, a dover rincorrere decisioni già prese. Ci siamo accorti che quest'autonomia, di cui noi da ragazzini avevamo imparato in qualche maniera ad essere orgogliosi, fin dai primi anni di scuola, in cui ci spiegavano che l'Italia era fatta di tante regioni, ma ce n'erano poche speciali, poche che avevano un'autonomia speciale, all'improvviso, ecco, questa nostra specialità rischia di finire, forse sta finendo. Sta finendo perché non è stata difesa abbastanza, perché nulla ci è dato per sempre, nulla, se non viene difeso costantemente, con le testimonianze, con i comportamenti, aspramente, duramente, con fatica. Nulla ci è dato per sempre, tutto va difeso, e sicuramente l'autonomia della Regione non è stata difesa, non è stata difesa con mille comportamenti; io dico anche con i comportamenti dentro quest'Aula qualche volta, perché se un'Aula è nobile allora devono essere nobili anche i comportamenti e nobili i discorsi, e nobili gli atteggiamenti. Io sono rimasto qui tutto il giorno, ho sentito tutti gli interventi, e non ho mai dato le spalle a quest'Aula, e non le do mai, e non rispondo al telefono, e non sto fuori, e mi guadagno la remunerazione che mi viene data per stare qui perché alla fine è anche un lavoro. E allora forse dobbiamo darci tutti un po' di rispetto e di riconoscimento reciproco.

Io sono stato con il Presidente del Consiglio ieri, a cui va dato merito di aver molto opportunamente avviato questo dibattito, di aver avviato un confronto nella Commissione autonomia e cercato di rappresentare la posizione del Consiglio regionale della Sardegna insieme a quella delle altre regioni a Statuto speciale. Assieme poi abbiamo incontrato i ministri Calderoli e La Loggia. Questo dibattito non è inutile, quindi non stiamo rischiando di dire parole a vuoto; questo dibattito non è inutile ma, detto tra di noi, non sarà molto utile; non si spaventeranno per una mozione approvata all'unanimità dal Consiglio regionale della Sardegna. Questo dibattito non sposterà di molto le decisioni già prese o che rischiano di essere prese dal Parlamento nazionale, questo dibattito può non essere molto utile ma può essere molto dannoso se per caso l'epilogo non sarà una posizione unanime del Consiglio regionale della Sardegna su un tema così importante, rischia di essere molto dannoso anche se non so quanto potrà essere effettivamente utile.

Peraltro non è molto speciale questo dibattito e non è molto speciale un'approvazione di una mozione all'unanimità; noi abbiamo parlato ieri dell'unanimità raggiunta nella nostra Commissione Autonomia e della quasi certezza di uscire da questo dibattito con una mozione votata all'unanimità: ce l'avevano già tutti, ce l'aveva già la provincia di Trento, ce l'aveva già la provincia di Bolzano, ce l'avevano già tutti, niente di speciale. E la nostra è stata più o meno data per acquisita. Io, che sono tanto nuovo alla politica, diversamente dal Presidente Spissu, mi sono ritrovato - ve lo voglio riferire - a dover sostenere un confronto con i ministri La Loggia e Calderoli- uno aveva vistosamente un fazzoletto verde che gli spuntava dalla camicia - il cui contenuto è stato immediatamente tecnico, "l'emendamento tale, l'emendamento talaltro, ma se casca l'emendamento tale, poi si rovina l'articolo talaltro"; insomma, una discussione che verteva solamente sui tecnicismi, era un caso di scuola in cui la tecnica prende il sopravvento sull'oggetto al quale la tecnica doveva servire. Un caso di scuola in cui ci si concentra sugli strumenti e ci si dimentica dell'oggetto a cui gli strumenti devono servire.

E partire dagli emendamenti, non qui ma in Parlamento, dove poi questi emendamenti saranno effettivamente votati e questo articolato sarà votato, partire dagli emendamenti è dannosissimo perché sarà difficile mettere insieme due concezioni, da una parte la concezione o l'atteggiamento di chi difende l'autonomia che ha conosciuto, che è un'eredità importante dei propri padri e che sente che non deve andare sciupata, perché tutta l'eredità che ci viene lasciata va difesa perché è sacra, perché è costata fatica, è costata in questa regione anche in maniera speciale, non serve ricordarlo. Noi cerchiamo di difendere innanzitutto un'eredità ancora prima di pensare se sia utile o no ancora oggi, mentre qualcun altro cerca di inventarsene una partendo dall'acqua del Po, diversamente da come suggeriva l'onorevole Floris stamattina, per rivendicare una specialità che serve non a colmare un divario particolare ma per cercare di mettere un recinto, per tenere per sé una maggiore ricchezza che non vuole condividere con nessuno. Una specialità che non parte da ragioni storiche pur sentendone il bisogno per cui in qualche maniera quando non ce le ha se le inventa; una specialità che non parte dall'evidenziazione di una maggior necessità e di un divario da colmare, ma da una maggior ricchezza che non vuole condividere. E' difficile mettere assieme cose così diverse. È difficile mettere assieme tradizioni che ancora pochi anni fa, non dimentichiamoci, erano di separazione, non dimentichiamoci gli slogan di pochi anni fa che erano in contrasto con la concezione di chi giustamente, opportunamente tiene all'unità dello Stato nazionale.

Eppure una legge, non una leggina, ma una modifica importante della Costituzione va fatta, eppure va fatta in poche settimane perché altrimenti si rischia di non andare più d'accordo, e allora non c'è tempo per discutere tanto, non c'è tempo per riflettere, ci si attacca ai codici, ai meccanismi e agli strumenti che non dovrebbero invece prevaricare sulla sostanza delle cose; l'interesse nazionale che serve un pochino per mettere un freno agli interessi delle regioni ricche, rischia di non essere tecnicamente utilizzabile per ricomprendere le ragioni di tutti. Noi, io personalmente, ma anche il Governo della Regione che in questo momento rappresento, non siamo contro il fatto che altre regioni acquisiscano nuove autonomie, che conquistino autonomie anche maggiori della nostra, ma vogliamo innanzitutto difendere la nostra autonomia perché è un'eredità di cui sentiamo la responsabilità, per questa generazione e per quelle passate che l'hanno pagata carissima. Vogliamo, quindi, innanzitutto difendere quello che gli altri hanno pagato caro e che noi rischiamo di dileggiare non difendendolo abbastanza o difendendolo con i tecnicismi e basta, e non tornando al nocciolo della questione.

Poi è necessario nuovamente verificare se questa autonomia serva, se siano ancora valide le ragioni che hanno portato al suo riconoscimento, come è stato ricordato molto bene da più parti in quest'Aula; ragioni che nel passato erano, io non direi meramente economiche, ma innanzitutto di rivendicazione di autonomia da parte di un popolo che ha iniziato a riconoscersi nel momento del bisogno, nel momento in cui maggiormente è stato lasciato solo e che ha capito anche qualche volta di potercela fare da solo e di poter essere di aiuto a se stesso e agli altri, quindi si è trattato innanzitutto di una rivendicazione sociale e politica e poi economica, della necessità di colmare un ritardo di sviluppo, ed è per questo che, come è stato ampiamente ricordato in questi giorni, l'autonomia si è esplicitata moltissimo, forse anche troppo, nei piani di rinascita. E se, come dicevamo qualche giorno fa, la Sardegna di oggi è totalmente diversa dalla Sardegna di tanti anni fa, di cento anni fa o di cinquant'anni fa, pure forse non sono finite del tutto le ragioni dell'autonomia, innanzitutto certo non sono finite le ragioni sociali e politiche e non sono finite nemmeno le ragioni economiche, visto che ancora oggi in Sardegna abbiamo raggiunto forse il sessantaquattro per cento del reddito pro capite medio nazionale, abbiamo ancora un divario di trentacinque-trentasei punti percentuali rispetto al reddito medio nazionale, e abbiamo il tasso di disoccupazione più alto d'Italia, un triste primato di cui dobbiamo ricordarci ogni giorno; abbiamo il tasso di disoccupazione più alto d'Italia e in alcune zone della Sardegna è altissimo, tre volte tanto e oltre il tasso di disoccupazione medio nazionale.

Ecco perché rimangono le ragioni storiche dell'autonomia che vanno difese, e a queste ragioni se ne aggiungono altre. Il Presidente della Commissione Maninchedda ricordava, ed è stato sottolineato il suo passaggio, che forse non abbiamo ancora compreso tutte le nuove ragioni, io sono d'accordo con lui, ne immagino tante, ne ho già toccato con mano tante in queste poche settimane di governo, ma sono sicuro che altre ne scopriremo, e comunque le altre ragioni sono già evidenti, non abbiamo bisogno di lasciare spazi di autonomia per strada, abbiamo bisogno di nuovi spazi di autonomia che non ci possono essere regalati ma che debbono avere natura pattizia, devono essere conquistati volta per volta. E se devono essere conquistati nuovi spazi di autonomia, devono essere difesi anche aspramente, con coraggio, tutti gli spazi di autonomia vecchi, ed è per questo che va difeso il fatto che le elezioni in Sardegna non le indica il Presidente della Repubblica; va difeso il fatto che il giudizio sulla legittimità delle nostre leggi sia demandato ad un organo terzo come la Corte Costituzionale e non al Parlamento che magari si esprime a maggioranza; va difeso il valore pattizio dello Statuto e il fatto che non possa essere modificato unilateralmente.

Questi spazi di autonomia vanno difesi e non possono essere messi in gioco o in discussione, e vanno difesi e vanno conquistati nuovi spazi di autonomia in un momento in cui abbiamo, per le cose dette prima, uno straordinario bisogno di veder crescere le opportunità di lavoro e quindi di sviluppo economico in Sardegna, e debba realizzarsi un modello di sviluppo economico che noi immaginiamo debba dare grande importanza ai beni culturali, ai beni storici. Dobbiamo infatti chiederci: è ancora giusto che questi beni culturali e questi beni storici siano tutelati dall'amministrazione centrale? E' ancora giusto che senza che se ne faccia menzione il sovrintendente di Sassari, Scarpellini, venga spostato dal Ministro dei Beni culturali avvisandoci solo a cose fatte, e che sia mandato in Sardegna un settantenne da Campobasso, che credo starà in Sardegna solamente un anno, un anno e mezzo per maturare una pensione migliore? O è normale che alcune valutazioni importantissime sui nostri beni monumentali, come ad esempio la zona di Tamuli, nella campagna di Macomer, vengano demandate ancora una volta ad un organo statale che non difende abbastanza il valore storico fondamentale di quelle zone per la nostra Regione? Così come troviamo tutti strano e inaccettabile che i parchi, ma non solo i parchi marini o dell'interno, ma addirittura un parco speciale come quello geominerario, che dovrebbe essere uno strumento importante per il prossimo sviluppo del Sulcis Iglesiente, siano fuori dall'autonomia regionale e di competenza del Governo centrale. In una regione che dà un valore importantissimo all'ambiente, siamo sicuri di non aver diritto ad avere una pienezza di potestà legislativa e non vederci costretti ad esempio da condoni edilizi?

In un paese che ormai, come è stato ricordato opportunamente più volte, guarda all'Europa e si confronta con l'Europa, un'Europa delle regioni, delle culture, dei popoli, delle minoranze anche, è ancora normale che la nostra rappresentanza sia totalmente delegata, addirittura azzerata per motivi di scarsità di popolazione? E questo vale non solamente in riferimento al Parlamento Europeo ma anche a tante altre rappresentanze che poi discutono con le diverse commissioni europee. E ancora, in un mondo che cambia, globalizzato, come è stato tante volte ricordato oggi, in un Mediterraneo che diventa più piccolo, in un mondo di persone che si spostano a fiumi già oggi e si sposteranno maggiormente nel futuro, con un'isola come la Sardegna, collocata in mezzo al Mediterraneo, è normale che le relazioni estere vadano totalmente delegate o sarebbe più giusto che se non la nostra politica estera almeno la politica di vicinato, la possibilità di avere rapporti con i paesi frontalieri sia riconosciuta anche noi in Sardegna così come è stata riconosciuta ad altre province autonome del nord Italia? In un processo di Stato federale ormai avanzato, con questo testo di riforma costituzionale, non siamo in ritardo nella rivendicazione di un maggior spazio di autonomia nell'acquisizione del gettito fiscale, essendo ancora in una situazione intollerabile di negoziazione con lo Stato, anno dopo anno, per la percentuale sull'IVA, la percentuale sulle accise della benzina, o di altre importanti imposte?

Non è di meno autonomia che abbiamo bisogno, non sono finite le ragioni dell'autonomia e ce ne sono di nuove, così come forse ce ne sono di nuove anche in campo scientifico giacché una grande parte della comunità scientifica sarda si lamenta, ad esempio, delle norme sulla fecondazione assistita, perché in Sardegna abbiamo un problema di microcitemia, abbiamo problemi peculiari che forse potrebbero essere meglio affrontati con una normativa diversa.

Non sono finite le ragioni dell'autonomia, ce ne sono di nuove, e per questo vanno difese le autonomie esistenti e vanno conquistati spazi nuovi di autonomia, e noon si esaurirà il dibattito oggi. Cerchiamo di fare in modo che questo problema in qualche maniera diventi anche un'opportunità; innanzitutto abbiamo avuto l'opportunità di parlare di autonomia e di nuovo Statuto già in apertura di legislatura, ed è stato importante. Abbiamo avuto l'opportunità di parlarne anche oggi, spinti dall'urgenza ed anche dalla constatazione dell'importanza di esso, quasi dalla precarietà della nostra specialità in questo momento, che credo dobbiamo sentire quasi drammatico e che ci deve chiamare ad una responsabilità importante per quanti ci hanno preceduto. E allora, è necessario rivendicare l'autonomia non solo con questa mozione che mi auguro vivamente venga approvata all'unanimità da questo Consiglio, in maniera che ci sia una posizione unitaria del Governo della Regione e che domani io possa rappresentare anche la posizione unitaria del Consiglio della Regione ma, innanzitutto, riscrivendo lo Statuto, e mi auguro che questo Consiglio lo faccia e trovi le possibilità di raggiungere un accordo su un organismo che almeno abbia carattere consultivo e che possa essere d'aiuto a questa Assemblea che è già pienamente legittimata, legalmente e moralmente anche, a legiferare su un argomento di particolare importanza come questo.

Ma iniziamo subito, tra poche settimane, non tra tre mesi, iniziamo subito, e bene ha fatto l'onorevole Balia a iniziare ad avviare questo percorso; iniziamo subito e animati dalle migliori intenzioni di scrivere uno Statuto che non serva solo per questa legislatura ma che serva soprattutto per le prossime legislature. Sappiamo che deve servire per le prossime legislature e quindi deve contenere il meglio di ciascuno di noi e non i tatticismi, i tecnicismi, le revanches o anche qualche piccolo malumore che ci portiamo dal passato. Ci sono quarantotto consiglieri nuovi, gli altri proprio perché non sono alla prima legislatura ancor di più possono portare il loro bagaglio di esperienza, vediamo quello che possiamo fare e facciamolo subito perché la Sardegna se lo merita e i sardi ci hanno mandato qui anche per questo.

Domani io parteciperò a una riunione a cui l'onorevole Floris mi ha sconsigliato di partecipare, che è la riunione dei Presidenti delle regioni; io ci voglio partecipare perché non voglio rinunciare a nessuna possibilità di incidere sulle decisioni del Governo e maggiormente su questa decisione importantissima. Portare la posizione non solo del Governo della Sardegna ma anche quella unanime del Consiglio regionale mi aiuterà nella Conferenza dei Presidenti a fare in modo che la posizione della Sardegna, assieme a quella delle regioni a Statuto speciale, che vogliono rinunciare a niente dell'autonomia che hanno avuto in eredità e che la onorano innanzitutto per averla avuta in eredità, venga anche sostenuta dall'intera Conferenza dei Presidenti e venga portata come posizione unitaria alla conferenza Stato - Regione. Per questi motivi vi chiedo di votare unanimemente la mozione che in questo momento è l'unico documento in discussione che è stato condiviso dalla Commissione autonomia.

Sull'ordine dei lavori

PRESIDENTE. Si è concluso il dibattito. Onorevole Marrocu su che cosa intende parlare? Sull'ordine dei lavori? Ne ha facoltà.

MARROCU (D.S.). Chiedo una sospensione di dieci minuti per mettere a punto un ordine del giorno.

PRESIDENTE. Se mi consentite, prima di accordare la sospensione, che credo che sia necessaria per definire un testo comune da sottoporre all'approvazione dell'Aula, anche se irritualmente dal punto di vista regolamentare, io ho omesso, per mia responsabilità, di dare la parola nel corso della giornata alla collega Cerina, che intendeva proporre alla nostra attenzione una questione che a me pare importante e che io le farei esporre rapidamente prima della sospensione.

Ha domandato di parlare la consigliera Cerina sull'ordine dei lavori. Ne ha facoltà.

CERINA (Prog. Sardegna). Chiedo scusa soprattutto a quelli che pensano che forse questo mio intervento sia superfluo, era programmato per stamattina ed è stato per motivi di opportunità spostato a questa sera. Penso che forse sia una buona soluzione, così quando torneremo a casa avremo due temi su cui meditare. Uno è quello dell'autonomia e l'altro è quello che vi proporrò a nome delle donne del Consiglio e a nome delle donne della Giunta; è per questo che non potevo rinunziare a prendere la parola e ve ne chiedo scusa.

E l'aver assistito a tutto il dibattito mi ha confermato nella volontà di non rinunziare, perché oggi è stata una giornata speciale, una giornata che secondo me segna una svolta nel metodo di dibattere nella nostra Regione. Credo che i sardi oggi possano essere soddisfatti di noi, abbiamo fatto una bella figura, abbiamo dimostrato, maggioranza ed opposizione, di meritare la fiducia che ci hanno dato. Ho assistito ad una dialettica democratica...

PRESIDENTE. Non deve aprire un nuovo dibattito, le chiedo scusa onorevole Cerina.

CERINA (Progetto Sardegna). Presidente, mi consenta, non parlerò per più di cinque minuti, comunque l'Assemblea mi stava ascoltando.

PRESIDENTE. Sì, ma non è consentito aprire un nuovo dibattito!

CERINA (Progetto Sardegna). Lei si distragga pure ne ha la facoltà!

PRESIDENTE. È consentito arrivare alla proposta che deve fare, onorevole.

CERINA (Progetto Sardegna). Va benissimo, ma io dico che non potevo rinunziare perché si è verificata una dialettica parlamentare che crea consenso, che crea condivisione, che supera la pratica "de sas lacanas" che ha provocato in Sardegna storie di liti e persino di guerre nella vita quotidiana e nella vita delle istituzioni.

Oggi stiamo avviando un discorso diverso, non potevo rinunziare proprio perché questa condivisione ha avuto un riflesso anche nell'accordo tra le donne che si sono impegnate a presentare questa mozione, che è di sette righe, perciò si tranquillizzino quelli che giustamente vogliono chiudere questo dibattito. Donne della minoranza e donne della maggioranza che chiedono all'Assemblea un atto simbolico ed un impegno. Un atto simbolico che consiste nell'osservare un minuto di silenzio come segno del profondo dolore della comunità sarda nel ricordare i morti innocenti della scuola di Beslan; chiediamo anche un impegno: che da oggi l'Assemblea regionale appoggi, con gli strumenti di cui dispone e che ritiene più opportuni, ogni iniziativa nazionale ed internazionale volta a ricercare di dare al mondo, in una convivenza comune, una pace sicura.

PRESIDENTE. I colleghi capiscono che anche se sul piano regolamentare non è strettamente previsto, conoscendo il contenuto della proposta che l'onorevole Cerina intendeva avanzare all'Aula penso sia stato giusto concederle la parola anche abusando del mio ruolo.

Penso che il tema e la riflessione che ci vengono proposti, e la richiesta di rispettare un minuto di silenzio nel ricordo di questi fatti drammatici, non sia solo delle donne del Consiglio e della Giunta, ma sia condivisibile da tutti e pertanto propongo ai colleghi di osservare un minuto di silenzio.

(L'Assemblea osserva un minuto di silenzio)

Riprendiamo il nostro lavoro; il Capogruppo dei D.S. ha chiesto dieci minuti di sospensione per consentire che si metta a punto un ordine del giorno conclusivo della nostra riunione. Se non ci sono obiezioni io l'accorderei.

Ha domandato di parlare il consigliere Capelli. Ne ha facoltà.

CAPELLI (U.D.C.). Presidente, io chiederei, approfittando della sospensione sulla quale concordiamo, di poter acquisire il testo della proposta dell'onorevole Cerina, in modo tale che poi in riapertura dei lavori possiamo esprimere in merito qualche considerazione.

PRESIDENTE. Onorevole Capelli l'ha letta, non è una risoluzione che dobbiamo votare.

CAPELLI (U.D.C.). Si è parlato di mozione.

PRESIDENTE. Non è una mozione, è una mozione dal punto di vista del sentimento. Lei sa che una mozione non è presentabile in questa fase.

CAPELLI (U.D.C.). Potremmo trasformarla in mozione.

PRESIDENTE. Questo è sempre possibile. Colleghi, interrompiamo i lavori per dieci minuti, riprendiamo alle ore 21 e 15.

(La seduta, sospesa alle ore 21 e 04, viene ripresa alle ore 21 e 37.)

Continuazione e fine della discussione della: "Risoluzione sul disegno di legge costituzionale di modifica della parte II della Costituzione" (Risol. n. 1), approvata dalla Prima Commissione Permanente nella seduta del 1° settembre 2004

PRESIDENTE. Se i colleghi riprendono posto possiamo procedere. Sono stati presentati due ordini del giorno. Se ne dia lettura.

MANCA, Segretario:

ORDINE DEL GIORNO VARGIU - CASSANO - DEDONI - PISANO - LADU - ONIDA - MURGIONI - CAPELLI - CUCCU - AMADU - OPPI sulla necessità che il parlamento esamini la proposta di legge nazionale per l'istituzione dell'Assemblea costituente.

Il Consiglio regionale

PREMESSO che il 30 luglio 2001 il Consiglio regionale della Sardegna ha approvato una proposta di legge nazionale per l'istituzione dell'Assemblea Costituente;

considerato che ad oggi il Consiglio regionale non ha avuto nessuna risposta dal Parlamento;

CONSIDERATO che, indipendentemente dal giudizio di merito che ciascuna forza politica ha avuto e ha su tale proposta, la mancata risposta da parte del Parlamento appare comunque un'intollerabile offesa della dignità dell'istituzione parlamentare sarda;

impegna

la Presidenza del Consiglio regionale ad attivarsi presso le sedi istituzionali competenti con ogni possibile sollecitazione perché vi sia riposta alle istanze della Sardegna. (1)

ORDINE DEL GIORNO MARROCCU - BIANCU - LA SPISA - PINNA - OPPI - LICHERI - DIANA - CACHIA - LADU - BALIA - FLORIS - ATZERI sul disegno di legge costituzionale di modifica della parie II della Costituzione.

IL CONSIGLIO REGIONALE

PREMESSO che dal prossimo 13 settembre l'Aula della Camera dovrà discutere, nel testo esitato il 26 luglio dalla Commissione affari costituzionali, il disegno di legge costituzionale n. C/4862 di modifica della Parte II della Costituzione, già approvato in prima lettura dal Senato;

VALUTATO che, pur esprimendo differenti giudizi sul disegno di legge, le diverse forze politiche giudicano necessario giungere ad una posizione unitaria in difesa delle prerogative autonomistiche della Regione;

AFFERMATO che i sardi:

- sanno e vogliono autogovernarsi ed esigono che la Costituzione della Repubblica italiana rispetti questo sapere e questa volontà;

- non intendono in alcun modo delegare ad alcuna istituzione nazionale la nuova definizione del profilo dell'autonomia e della specialità che dovrà essere stabilito dal nuovo Statuto;

- giudicano inevitabile un nuovo negoziato con lo Stato e con l'Unione Europea per la definizione delle forme dell'autogoverno, dello sviluppo e della democrazia; tale negoziato non può essere ipotecato da procedure lesive della sovranità propria dei Parlamenti regionali,

RITENUTO che :

1) alle disposizioni transitorie recate dall'articolo 43 del disegno di legge di modifica della Parte II della Costituzione è stato aggiunto, in sede di esame nella Commissione affari costituzionali della Camera, un quindicesimo comma che prevede l'applicazione dell'intera riforma costituzionale anche alle Regioni speciali. Il testo approvato dal Senato prevedeva invece, all'articolo 34 comma 4, che la riforma costituzionale si applicasse alle Regioni speciali (come già previsto per la riforma del Titolo V della Parte II della Costituzione, approvata con la legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3) solamente nelle parti dalle quali derivassero alle Regioni a statuto speciale forme di autonomia più ampie di quelle già possedute. Nel testo esitato dalla Commissione affari costituzionali della Camera questa clausola di garanzia per le autonomie speciali è stata conservata soltanto per l'applicazione delle modifiche costituzionali introdotte con i commi 1, 4 e 5 dell'articolo 34. Si tratta però di una garanzia priva di reale portata, poiché nessuna delle nuove norme cui essa si riferisce contiene parti che potrebbero restringere gli spazi delle autonomie speciali. Invece tutte le altre disposizioni recate dalla riforma costituzionale, secondo il testo esitato dalla Commissione affari costituzionali della Camera, devono ritenersi immediatamente applicabili alle autonomie speciali, comprese quelle suscettibili di restringerne gli spazi di autonomia, come ad esempio le norme in materia di tutela della salute contenute nei commi 2 e 3 dell'articolo 34, e le altre più avanti richiamate.

2) ogni implicita modificazione in peggio degli Statuti speciali violerebbe sostanzialmente le vigenti garanzie procedimentali (come l'articolo 54 secondo comma dello Statuto sardo, che richiede il preventivo parere del Consiglio regionale sulle modifiche dello Statuto di iniziativa governativa o parlamentare, e le analoghe norme degli altri Statuti speciali) e si porrebbe in contraddizione anche con l'articolo 33 del disegno di riforma costituzionale, che subordina le modifiche agli statuti speciali al conseguimento, entro sei mesi, dell'intesa con la Regione interessata, con ciò introducendo un peraltro limitato ed insoddisfacente principio di natura pattizia nei rapporti tra lo Stato e le Autonomie speciali.

3) la contestualità delle elezioni del Senato federale e dei Consigli regionali (articoli 3 e 6 del disegno di legge di modifica della Parte II della Costituzione), cui è connessa l'attribuzione al Presidente della Repubblica del potere di indire le elezioni regionali e di convocare le prime riunioni dei Consigli (articolo 22), comporta un pesante vulnus alle autonomie regionali (e non solo alle autonomie speciali). Infatti la specificità delle competizioni elettorali regionali viene così inevitabilmente subordinata al confronto politico nazionale; inoltre l'accorciamento della durata in carica dei Consigli regionali eletti dopo uno scioglimento anticipato, al fine di riallinearli alla scadenza del Senato federale, introduce un pesante condizionamento esterno nelle specifiche vicende di ciascuna Regione.

4) la reintroduzione, nel disegno di legge di modifica della Parte II della Costituzione, del controllo di merito sulle leggi delle Regioni a statuto speciale rappresenta una forte limitazione dell'autonomia regionale, che è necessario rimuovere.

5) dai rilievi sopra esposti emerge l'esigenza di promuovere ogni utile iniziativa - senza escludere la richiesta da parte di cinque Consigli regionali del referendum confermativo ai sensi dell'articolo 138 della Costituzione - volta a contrastare l'adozione di norme che sono espressione di un superato principio di supremazia statale e ad introdurre nel disegno di legge di modifica della Parte II della Costituzione in discussione alla Camera quei correttivi ritenuti necessari a salvaguardare le discipline statutarie delle forme e condizioni particolari di autonomia.

6) fra tali correttivi si ritiene di poter individuare:

a) la sostituzione dell'articolo 43 comma 15 con l'articolo 34 comma 4 del testo approvato dal Senato;

b) la previsione, all'articolo 33, che gli Statuti di autonomia speciale sono approvati "su proposta della Regione interessata o comunque previa intesa con la medesima";

c) la soppressione nell'articolo 3 delle parole "contestualmente all'elezione dei rispettivi Consigli regionali" e conseguentemente la soppressione del quarto comma dell'articolo 6 e dell'ultimo periodo del quinto comma dell'articolo 60 Cost. da esso novellato;

d) la soppressione dell'articolo 39,

VALUTATE positivamente le volontà espresse unitariamente dai Parlamentari sardi,

impegna

il Presidente della Regione ed il Presidente del Consiglio regionale

ad assumere ogni utile iniziativa a tutela dello speciale statuto di autonomia attribuito alla Regione,

impegna inoltre la Prima Commissione del Consiglio regionale

ad avviare la discussione generale sulla riforma dello Statuto individuando nel contempo gli strumenti atti a favorire la più ampia partecipazione della società sarda a questo momento fondativo. (2)

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il consigliere Vargiu per illustrare l'ordine del giorno numero 1. Onorevole Vargiu, le ricordo che ha dieci minuti a disposizione.

VARGIU (Riformatori Sardi). Signor Presidente e colleghi del Consiglio, il senso di questo ordine del giorno, che è un ordine del giorno molto scarno, come avrò modo di sottolineare, probabilmente è stato espresso meglio di quanto potrò fare io nel mio intervento dall'intervento a braccio e appassionato del presidente Soru; nel senso che il presidente Soru ha sottolineato come questa grana della riforma autonomistica e del rischio della perdita della specialità da parte della Sardegna è piombata a fine estate, tra capo e collo, sul Consiglio regionale. Mi permetta, Presidente, non è proprio così. Nel senso che forse c'è stata, da parte di diverse forze presenti all'interno di questo Consiglio regionale e non solo in questa maggioranza, lungimiranza, e sin dai tempi in cui la discussione sulla devolution iniziava per opera del governo di centrosinistra noi abbiamo pensato di dotarci di strumenti (strumenti, non contenuti) che potessero consentirci di difendere la nostra autonomia e la nostra specialità. Anzi uso il termine sbagliato, non voglio dire di "difendere" voglio dire di "riproporre" la nostra autonomia e la nostra specialità nei contesti mutati che lei ha ben ricordato nel suo intervento.

Questo è il percorso storico dell'Assemblea Costituente. Per questo noi abbiamo ritenuto di presentare un ordine del giorno nel quale si ricordasse l'Assemblea Costituente. Io capisco perfettamente che ricordare l'Assemblea Costituente possa dare qualche fastidio...

ONIDA (Fortza Paris). Si può chiedere un minuto di silenzio.

VARGIU (Rif. Sardi). Non è deceduta ancora e forse non è mai nata, quindi, un minuto di silenzio non lo osserviamo! Però capisco che possa aver creato qualche fastidio e tuttavia devo considerare, l'ho già fatto nel precedente intervento, che poi questo Consiglio regionale sulla Costituente ha discusso durante l'intera giornata e quindi la proposta di questo Consiglio sull'Assemblea costituente non è qualche cosa di incidentale rispetto alla storia di questo Consiglio, e direi rispetto alla storia dell'intera politica sarda di questi ultimi anni, ma è un elemento importante di cui tenere conto, un elemento importante che probabilmente crea fastidi a qualcuno.

Io comprendo i fastidi dell'onorevole Cugini che ha combattuto culturalmente ogni ragionamento sulla Costituente, l'ha combattuto da posizioni di prestigio, da segretario dei D.S., da Capogruppo consiliare dei D.S., forse l'impoverimento che il suo partito ha subito nella competizione elettorale è dovuto anche al fatto di non aver saputo interpretare il sentimento del "nuovo" che vi era nella proposta di Assemblea costituente. Forse comprendiamo meno che compagni di strada del passato siano diventati improvvisamente critici; comprendiamo meno il ragionamento di chi ci dice: "Ma nella scorsa legislatura non c'era maggioranza e quindi era giusto che il nuovo Statuto venisse elaborato da un organismo al di fuori dal Consiglio, in questa legislatura c'è una maggioranza e quindi riportiamo il discorso sulla Costituente all'interno del Consiglio". Lo comprendiamo di meno, e comprendiamo di meno anche l'accanimento di certi atteggiamenti, ma siccome sappiamo che poi gli ex fumatori diventano i peggiori nemici del fumo, e siccome noi siamo assolutamente dell'idea che i pentimenti ci possono essere, che i cambiamenti di posizione su qualsiasi problema siano assolutamente legittimi, perché soltanto i cretini non cambiano mai idea, apprezziamo anche il contributo che proviene da questi amici.

Però, voglio un attimo soffermarmi su una richiesta che è venuta da più parti in questo Consiglio regionale, e cioè la richiesta che si trovasse l'unanimità su un documento condiviso; veramente è una richiesta sulla quale noi non abbiamo in linea di principio niente contro, anzi ci rendiamo perfettamente conto della maggiore forza che questo tipo di atteggiamento avrebbe; ce ne rendevamo peraltro perfettamente conto anche ai tempi della proposta di legge sulla Costituente quando la stessa richiesta di trovare un'unità e una larga condivisione veniva da parte nostra rivolta ad altri. Però, ecco, l'unità e la condivisione, e questo va sottolineato, altrimenti cadiamo nel rischio dell'integralismo, si raggiungono attraverso aperture. Nel senso che chi chiede l'unità e la condivisione della sua posizione sta semplicemente enunciando la sua posizione e chiedendo che qualcuno si avvicini a lui e si fermi nel posto dove lui si trova. Quindi non vorrei che il nostro atteggiamento fosse considerato mancanza di collaborazione attiva, semplicemente non si può chiedere la rinuncia delle proprie ragioni per la condivisione totale ed integrale delle ragioni degli altri che niente fanno per cercare di trovare un punto d'incontro.

C'è stata proposta una bozza di ordine del giorno nella quale era citato il percorso della Costituente, non si diceva che si voleva la Costituente domani, ho detto che era citato il percorso della Costituente, noi abbiamo dato la nostra adesione a quella bozza; subito dopo ce n'è stata presentata un'altra nella quale ogni riferimento al percorso della Costituente era scomparso. È difficile chiederci l'unanimità su una cosa dalla quale noi siamo completamente esclusi e dalla quale soprattutto è completamente esclusa tutta la storia recente di questo Consiglio regionale in tema di autonomia, di specialità e di Statuto.

Presidente Soru, apprezzo molto la sua educazione perché lei resta in Aula, il suo interesse perché lei ascolta con attenzione tutti e anche la passione che lei mette nelle cose che fa sia quando ascolta, sia quando interloquisce, ma creda, la stessa passione all'interno di questo Consiglio sicuramente la dimostreranno quelli che sono appena arrivati, forse in qualche misura l'hanno dimostrata quelli che siedono già indegnamente da una legislatura e anche tante altre persone all'interno di questo Consiglio. Quindi come lei difende appassionatamente le sue tesi, e io le auguro di farlo a lungo e di ottenere dei risultati, altrettanto noi difendiamo appassionatamente le tesi in cui crediamo, tesi per le quali abbiamo combattuto, tesi per le quali abbiamo versato sudore e sangue e delle quali siamo fortemente ed intrinsecamente convinti.

(Interruzioni)

Ragazzi, ognuno dice le sue.

PRESIDENTE. Colleghi, lasciamo proseguire l'onorevole Vargiu.

VARGIU (Rif. Sardi). Io non sono intollerante, accetto il brusio, accetto le interruzioni, anzi imparerò a fare come faceva il collega Cogodi che dalle interruzioni traeva spunto per nuovi ragionamenti e nuovi interventi, quindi cercherò di fare tesoro di quello che ho imparato nella scorsa legislatura. La sostanza fondamentale di quest'ordine del giorno, che io invito tutti i colleghi a leggere, perché è un ordine del giorno che io direi sterilizzato, nel senso che nel nostro ordine del giorno noi non chiediamo a nessuno, né ai nuovi, né ai vecchi consiglieri regionali, che condivida il progetto della Costituente, noi chiediamo che questo Consiglio regionale difenda con dignità quello che il Consiglio regionale precedente ha approvato, nel senso che noi non siamo persone di passaggio, noi siamo istituzione, lo eravamo cinque anni fa, auguro a questo Consiglio di continuare ad esserlo tra cinque anni. Questo Consiglio regionale il 30 luglio del 2001 ha approvato un progetto di legge sul quale noi, per difendere la dignità dell'istituzione che rappresentiamo, chiediamo di avere risposte dal Parlamento, perché il silenzio del Parlamento è, a nostro avviso, un'offesa al Consiglio regionale. Se qualcuno di voi la pensa diversamente è legittimato a non votare e a non sostenere l'ordine del giorno, ma se voi pensate, e io lo penso per cultura, che quello che l'Istituzione regionale ha deliberato diventa poi un deliberato di tutti consiglieri e che la difesa deve essere poi una difesa comune, se voi pensate questo, veramente diventa innaturale che questo ordine del giorno non trovi il vostro assenso.

Quando ero più giovane e partecipavo alle lezioni universitarie attaccavo dei manifesti con una frase di Voltaire che diceva: "Io non condivido quello che tu dici, ma combatterò sino alla morte per difendere il tuo diritto a dirlo". Oggi non si tratta di condividere la proposta della Costituente, oggi si tratta di ribadire che la dignità di questo Consiglio regionale come istituzione, chiunque segga su queste sedie, è lesa se il Parlamento non dà una risposta.

PRESIDENTE. Il secondo ordine del giorno non può essere illustrato perché è stato presentato dopo il termine della discussione. Naturalmente su di esso invece possono essere fatte dichiarazioni di voto. Per esprimere il parere della Giunta ha facoltà di parlare il Presidente.

SORU (Prog. Sardegna), Presidente della Regione. La Giunta accoglie l'ordine del giorno firmato da Marrocu, Biancu, La Spisa, Pinna, Oppi, Licheri, Diana ed altri. Sull'ordine del giorno numero 1 si rimette all'Aula.

PRESIDENTE. Il parere della Giunta sull'ordine del giorno numero 2 è favorevole, sul numero 1 si rimette all'Aula. Ha domandato di parlare per dichiarazioni di voto sull'ordine del giorno numero 1 il consigliere Marrocu. Ne ha facoltà.

MARROCU (D.S.). Auspico che anche i colleghi riformatori votino insieme a noi l'ordine del giorno numero 2. Vorrei spiegare perché al momento non è accoglibile l'ordine del giorno numero 1, perché nella Conferenza dei Capigruppo che convocò questo Consiglio si decise di accogliere, su richiesta del Capogruppo di Forza Italia, di limitare il dibattito in questo Consiglio ad una reazione forte, unitaria di tutto il Consiglio regionale e dei parlamentari sardi a quella che era ritenuta allora una situazione di emergenza per evitare che il Parlamento approvasse il disegno di legge in discussione senza che ci fosse una reazione generale unitaria ed unanime delle regioni che venivano colpite, e di rinviare ad una seconda fase la discussione introdotta dalla mozione che tra l'altro il centrosinistra aveva presentato all'attenzione dell'Aula e da quella analoga che il centrodestra si stava predisponendo a presentare, che avrebbero posto in discussione invece l'argomento del ruolo del Consiglio e quindi degli strumenti che il Consiglio avrebbe adottato per andare nella direzione della modifica dello Statuto.

Questa scelta fu fatta non solo per una esigenza di dare una risposta immediata, ma anche perché sapevamo che quest'Aula, nel momento in cui avrebbe introdotto questo argomento avrebbe inevitabilmente discusso anche di Assemblea costituente, sulla cui proposta è vero quello che diceva Vargiu, vi è stata una partecipazione popolare, ma sapevamo che questo è un argomento che avrebbe diviso, e il dibattito l'ha dimostrato. Non ha diviso più solo coloro i quali erano favorevoli dai contrari come in passato, ma ha provocato divisioni anche tra chi nel passato era favorevole e ha visto che questo strumento non ha prodotto risultati. E allora io credo che oggi sia importante dare una risposta unitaria e unanime di quest'Aula approvando l'ordine del giorno numero 2 che è una sintesi della risoluzione della Commissione, seppur con qualche distinguo da parte di qualche forza politica, perché l'argomento che viene introdotto nel primo, secondo me, lo si rinvia e lo dice anche il numero 2 nell'ultima parte in cui invita la Commissione ad approfondire questo argomento e individuare gli strumenti per affrontarlo e per realizzare il coinvolgimento del popolo sardo.

Sono queste le motivazioni. Non volevamo introdurre nuovamente, forse il dibattito l'ha introdotto, in questo momento nel quale c'era bisogno di una risposta unitaria, l'argomento "Assemblea Costituente sì", "Assemblea Costituente no" che ci ha diviso. Questo argomento lo si rinvia al momento in cui magari questa Assise svilupperà questo dibattito, così come proposto anche dalla mozione Balia e più, o ad una seconda fase che può essere non fra tre mesi, come proponeva anche il collega Pili, ma anche prima, in modo da evitare che questo argomento divida in questo momento l'Aula. Quindi invito i colleghi Riformatori a votare a favore dell'ordine del giorno numero 2 che è la sintesi unitaria oggi raggiungibile da questa Assemblea e ad affrontare l'argomento di cui si parla nell'ordine del giorno numero 1 quando invece l'Aula sarà chiamata, proprio anche attraverso un lavoro della Commissione, a discutere su quegli strumenti che la Sardegna vuole darsi per affrontare il problema della riforma dello Statuto.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Vargiu. Ne ha facoltà.

VARGIU (Rif. Sardi). Chiedo la votazione nominale.

(Appoggiano la richiesta i consiglieri RASSU, PETRINI, LOMBARDO, ONIDA, LADU, MURGIONI, SANJUST.)

PRESIDENTE. Ricordo ai colleghi che non hanno la scheda di ritirarla e che dopo aver introdotto la scheda e dopo aver verificato che i led luminosi sono accesi - quindi che c'è l'autorizzazione ad andare avanti - bisogna premere il tasto bianco per confermare la presenza e poi il pulsante rosso o quello verde a seconda che si voglia votare contro o a favore; quello giallo se ci si vuole astenere. Pian pianino quelli che non sanno utilizzare il sistema elettronico impareranno, io ho il dovere di ricordarvi le modalità di funzionamento per evitare errori. Se qualcuno non ha la scheda potrà dichiarare il proprio voto essendo la votazione nominale; raccomandando a tutti, naturalmente, di munirsi sempre della scheda durante i lavori dell'Aula perché possono esserci votazioni.

Votazione nominale

PRESIDENTE. Indico la votazione nominale, con procedimento elettronico, dell'ordine del giorno numero 1.

Ci risultano dal tabulato cinque voti nulli, quindi prego i colleghi di verificare se la loro votazione è stata davvero effettuata. Fateci fare la verifica.

(I consiglieri LADU, OPPI, SANCIU, privi di scheda, LICANDRO, non essendo riuscito a votare, dichiarano il proprio voto favorevole.

I consiglieri MARROCU, privo di scheda, CALLEDDA,PINNA, CACHIA, CORDA, GIORICO, non essendo riusciti a votare, dichiarano il proprio voto contrario).

Rispondono sì i consiglieri: AMADU - BIANCAREDDU - CAPELLI - CAPPAI -CASSANO - CUCCU - DEDONI - LADU - LA SPISA - LICANDRO - LOMBARDO - MILIA - MURGIONI - ONIDA - OPPI - PETRINI - PILI - PISANO - RANDAZZO - RASSU - SANCIU - SANJUST - SANNA Paolo Terzo - VARGIU.

Rispondono no i consiglieri: ADDIS - BALIA - BARRACCIU - BIANCU - BRUNO - CACHIA - CALIGARIS - CALLEDDA - CERINA - CHERCHI - COCCO - CORRIAS - CORDA - CUCCA - CUCCU Giuseppe - DAVOLI - FADDA Giuseppe - FADDA Paolo - FLORIS Vincenzo - FRAU - GESSA - GIAGU - GIORICO - IBBA - LANZI - LICHERI - MANCA - MANINCHEDDA - MARRACINI - MARROCU - MASIA - MATTANA - ORRU' - PINNA - PIRISI - PORCU - SABATINI - SALIS - SANNA Alberto - SANNA Francesco - SANNA Franco - SANNA Simonetta - SECCI - SERRA - SORU - URAS.

Si sono astenuti: il Presidente SPISSU - ARTIZZU - ATZERI - CHERCHI - DIANA - FLORIS Mario - MORO - SANNA Matteo - SCARPA.

Risultato della votazione

PRESIDENTE. Proclamo il risultato della votazione:

presenti 79

votanti 70

astenuti 9

maggioranza 36

favorevoli 24

contrari 46

(Il Consiglio non approva)

Passiamo ora alla votazione dell'ordine del giorno numero 2. Ha domandato di parlare il consigliere Maninchedda per dichiarazioni di voto. Ne ha facoltà.

MANINCHEDDA (Prog. Sardegna). I Gruppi del centrosinistra e di Rifondazione Comunista voteranno a favore di questo ordine del giorno perché esso assume l'impianto della risoluzione della Commissione Autonomia che aveva già ricevuto un largo consenso ed accoglie il meglio del dibattito di oggi mi pare, cioè la richiesta di ribadire la volontà all'autogoverno, la volontà di non delegare ad alcuna istituzione nazionale la nuova definizione dello Statuto ed anche l'apertura di un nuovo negoziato, appunto, con lo Stato e con l'Unione Europea per la definizione delle forme dell'autogoverno.

L'ordine del giorno ha una valenza politica che mi permetto di sottolineare, la Commissione aveva cercato la massima unità possibile senza usare toni trionfalistici. Questo elemento massimo di unità comune è la difesa delle prerogative del Consiglio regionale. L'onorevole Onida ha detto "este unu murrunzu lebiu", però c'è un altro proverbio in sardo che dice "in bucca serrada mai b'intrat musca" e cioè che talvolta la nostra capacità di limitarci, di non pronunciare parole oltre il necessario garantisce la nettezza delle nostre posizioni.

A mio avviso, e concludo, l'attenzione riservata a questo ordine del giorno dalle forze del centrodestra significa qualcosa rispetto all'avvio del processo di riforma, e cioè che se cerchiamo di essere asciutti, misurati, di far emergere dall'interesse di parte, che pure rappresentiamo, l'interesse generale, è molto probabile che le riforme in Sardegna si facciano in un clima realmente istituzionale e non nel clima del confronto politico più acceso, quindi governato dalle identità delle parti, che in genere non produce grandi rivoluzioni istituzionali. Se questo è il senso del percorso che è partito da parole asciutte e poco retoriche, ciò che è auspicabile è che il voto unitario di oggi significhi un metodo e un rispetto per l'avvio delle riforme che già l'ordine del giorno pone come obbligo alla prima Commissione sin dalla prossima riunione.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere La Spisa per dichiarazione di voto. Ne ha facoltà.

LA SPISA (F.I.). Brevemente perché l'ora è tarda. Nel dichiarare il voto favorevole a nome dei Gruppi che si rifanno alla Casa delle Libertà, con qualche differenziazione che è stata già sottolineata, e nel ribadire la volontà di contribuire veramente con tutta la forza e tutta la conoscenza che abbiamo ad un processo che speriamo sia utile e propizio per la Sardegna e per l'utilità del lavoro del Consiglio regionale, debbo anche però segnalare che, con lo stesso senso di responsabilità con cui votiamo l'ordine del giorno, le dichiarazioni del Presidente della Regione a conclusione del dibattito hanno suscitato sorpresa in tanti consiglieri che hanno partecipato a questo dibattito con responsabilità, passione politica, desiderio di fornire un contributo costruttivo. L'intervento del Presidente della Regione è stato svolto a conclusione di un dibattito serio fatto da persone serie. Non è compito del capo dell'Esecutivo in quest'Aula dettare regole di comportamento o addirittura di buona educazione. Per questo è più che sufficiente e fondamentale il ruolo del Presidente del Consiglio. Né ci sembra, d'altra parte, che sia compito del capo dell'Esecutivo valutare positivamente o negativamente il contenuto delle eventuali differenziazioni delle forze politiche.

Presidente, l'irritualità nell'intervenire può anche generare effetti mediatici favorevoli all'esterno di quest'Aula, però se questa irritualità è accompagnata anche da giudizi - mi permetta di dirlo - superficiali, come l'accenno gratuito alla inutilità della dialettica sugli aspetti tecnico-giuridici, da valutazioni sommarie e liquidatorie, ciò non contribuisce e non contribuirà ad elevare il tono del confronto.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Onida per dichiarazione di voto. Ne ha facoltà.

ONIDA (Fortza Paris). Presidente, voto a bucca serrada po non d'intrare musca.

PRESIDENTE. Chiedo scusa, vota a favore naturalmente, cioè anche se ha chiuso la bocca abbiamo capito che questo è il senso della sua dichiarazione di voto.

ONIDA (Fortza Paris). Traduttori, organizzatevi!

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Oppi per dichiarazione di voto. Ne ha facoltà.

OPPI (U.D.C.). Noi dell'U.D.C. abbiamo assunto un atteggiamento coerente in Conferenza dei Capigruppo e in Commissione, dove eravamo presenti fin dal primo momento, votando la risoluzione, abbiamo quindi contribuito in modo puntuale. Io ho assistito come uditore, ma credo che l'amico Biancareddu non ne avesse bisogno; quando si fanno ordini del giorno unitari noi votiamo coerentemente, anzi posso anticipare che alla festa della libertà, tra due giorni, noi dedicheremo una sessione di lavoro proprio all'autonomia e sarà presieduta proprio dal presidente Cufaro, però dico all'amico Maninchedda che questo non è un documento della sinistra e di Rifondazione Comunista, dal momento che sin dall'inizio abbiamo contribuito alla sua definizione è un documento di questo Consiglio regionale. Ritengo doverosa questa precisazione.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Pisano per dichiarazione di voto. Ne ha facoltà.

PISANO (Rif. Sardi). Noi Riformatori Sardi ci troviamo in una situazione che devo definire quasi di disagio e annunciamo il nostro voto contrario proprio perché riteniamo che non ci sia stato in termini pratici, nemmeno nel corso del dibattito che ci ha portato a questa decisione, il tentativo di trovare un'intesa unitaria. Ci è stata proposta una bozza sulla quale si voleva trovare un'intesa unitaria e noi abbiamo detto di sì. Dopo alcuni minuti ci è stato detto che la menzione all'Assemblea costituente andava per intero cassata.

Noi vogliamo dire con forza che ciò che chiedevamo era davvero minimale, davvero si prestava a trovare una condivisione unanime e non incideva nella sostanza del documento che ci apprestiamo a votare, davvero non prevedeva alcun impegno a sposare in maniera unanime la proposta sull'Assemblea costituente, ma la ricordava soltanto. Noi abbiamo chiesto anche di poter emendare questo ordine del giorno numero 2, cosa che tecnicamente però pare non sia possibile. Si sarebbe potuta trovare questa intesa se soltanto non ci fosse stato chiesto di cassare queste parole. Noi chiedevamo che al terzo comma, primo capoverso, dopo le parole "autogovernarsi" ed "esigono" fosse aggiunta la seguente frase: "Come già significato nella proposta di legge costituzionale di istituzione dell'Assemblea costituente sarda", per ricordare soltanto che questo Consiglio regionale ha approvato una legge, che veniva solo citata, non ci sembrava assolutamente possibile che non si potesse accogliere questa tesi. Tra l'altro devo dire che lo stesso Presidente della Commissione inizialmente aveva dato la propria adesione. Con rammarico e con disagio quindi annunciamo il nostro voto contrario.

PRESIDENTE. Chiedo scusa, onorevole Ladu, serve a me e all'Aula. Se non ho capito male l'onorevole Pisano propone una sorta di emendamento orale, che non posso accettare a questo punto, perché non è possibile presentare emendamenti che abbiano questa forma. Questo dico sinteticamente perché i Capigruppo e gli altri colleghi valutino la proposta che l'onorevole Pisano ha fatto.

Ha domandato di parlare il consigliere Ladu per dichiarazione di voto. Ne ha facoltà.

LADU (Fortza Paris). Intervengo brevemente per chiarire meglio la nostra posizione perché nel suo intervento l'onorevole La Spisa ha parlato a nome dei Gruppi che fanno parte della Casa delle Libertà. Siccome noi di Fortza Paris, pur essendo alleati con la Casa delle Libertà, non ne facciamo parte, dichiaro che comunque voterà a favore.

Quello che voglio dire è che comunque le considerazioni che ha fatto poco fa l'onorevole La Spisa io le condivido tutte, così come il mio Gruppo, e aggiungo anche che noi di Fortza Paris, questa sera, per tutto quello che è successo in Aula, a partire dalle dichiarazioni del Presidente, voteremo a favore per puro senso di responsabilità. Noi vogliamo che l'ordine del giorno che è stato presentato raggiunga il massimo del consenso possibile, perché siamo sinceramente e fortemente preoccupati del fatto che possa essere davvero danneggiata ulteriormente l'autonomia e la specificità della Sardegna, pertanto noi per questa motivazione, e non per altro, voteremo a favore.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Diana per dichiarazione di voto. Ne ha facoltà.

DIANA (A.N.). Le ragioni dello stare insieme in Consiglio regionale, le ragioni dello stare insieme in amministrazioni locali, le ragioni dello stare assieme in una coalizione derivano da scelte che certamente abbiamo maturato sulla base di valutazioni ponderate. Diceva la buonanima dell'onorevole Tatarella, che è stato uno dei padri del bipolarismo, che bisognava andare allora oltre il Polo, e quindi c'è sempre una ricerca, io parlo del centrodestra, ma credo che ciò si verifichi anche nel centrosinistra, tesa ad allargare i confini e i consensi. E guai a noi se un argomento, per quanto importante, per quanto rilevante per la Regione Sardegna, per il Parlamento sardo, potesse in qualche maniera incrinare i rapporti che politicamente hanno una storia. Ma dico di più, che Alleanza Nazionale ha una storia, e pertanto il riferimento all'interesse nazionale probabilmente lo sentiamo più di altri, così come credo che i Riformatori sentano più di altri quello alla Costituente. Non per questo noi di Alleanza Nazionale vogliamo creare dei problemi, non perché non siamo abituati a creare dei problemi, abbiamo passato cinquant'anni all'opposizione, credo che abbiamo maturato e abbiamo ragionato molto, ognuno per la propria parte, e pertanto sappiamo cosa vuol dire stare all'opposizione e abbiamo fatto un'opposizione, in quegli anni, che certamente era diversa dall'opposizione che fa oggi Alleanza Nazionale. Noi vogliamo contribuire alla crescita del nostro Paese, che si tratti d'Italia, che si tratti d'Europa, che si tratti di Regione. In questo caso stiamo parlando di Regione e noi vogliamo contribuire alla crescita di questo Paese; una differenziazione che ci vede oggi esposti, convinti, senza nessun sotterfugio, senza nessun marchingegno. L'interesse nazionale è un caposaldo della politica nazionale di Alleanza Nazionale, non è un'invenzione di oggi e pertanto siamo convinti di quello che affermiamo e gradiremmo che questo concetto venisse capito da coloro che si riconoscono nel centrodestra. Ho capito che ci sono degli atteggiamenti quasi ostili e io credo che questo non contribuisca alla crescita del centrodestra e, probabilmente, se così fosse, spiegherebbe le ragioni della sconfitta alle ultime elezioni regionali.

Detto questo, vorrei fare un breve riferimento, signor Presidente della Giunta. Io ho ascoltato con attenzione le considerazioni che lei ha fatto; ovviamente per una parte non mi sono piaciute, non mi sono piaciute per le motivazioni che l'onorevole La Spisa ha esposto certamente molto bene. Questo non è un Consiglio di amministrazione, purtroppo ne deve prendere atto, questo è il Parlamento dei sardi, e quindi può anche succedere che i sardi abbiano mandato qui qualcuno che può assumere degli atteggiamenti che magari da lei non sono condivisi, ma noi abbiamo dei regolamenti, abbiamo il dovere di rispettarli e abbiamo soprattutto un Presidente del Consiglio che ha l'obbligo di farli rispettare. Pertanto bacchettate - non lo sto dicendo polemicamente, ma lo sto ricordando - di questo genere probabilmente è meglio non darle, visto che in quest'Aula sono cinquant'anni che siedono dei consiglieri regionali, dei rappresentanti del popolo sardo che, chi più chi meno, credo abbiano contribuito comunque alla crescita della nostra Regione. Quindi per il futuro la invito, per quanto riguarda la parte di Alleanza Nazionale, ad astenersi dall'assumere atteggiamenti di questo genere; capirei se lo facesse nel corso di un incontro in forma privata, ma guai a noi se stravolgiamo le regole e ci troviamo di fronte a una situazione che ha rischiato di compromettere anche la seduta odierna. Credo che questo serva da lezione a tutti, a lei, a noi e a tutti quanti. Per il resto, Presidente, interverrò sulle modalità di voto una volta che lei aprirà la votazione.

PRESIDENTE. Altri colleghi intendono fare dichiarazioni di voto? Non ci sono altre dichiarazioni di voto, passiamo alla votazione. Ha domandato di parlare sulla modalità di voto il consigliere Diana. Ne ha facoltà.

DIANA (A.N.). Presidente, chiedo che l'ordine del giorno venga votato con votazione nominale per parti: la prima fino al termine del punto 3, poi il punto 4 separatamente e poi la parte restante tranne la lettera d) del punto 6 che chiedo che venga votata separatamente.

PRESIDENTE. Onorevole Diana, se ho capito bene fino al punto 3 incluso una votazione; sul punto 4 una votazione separata; il punto 5, il 6, lettere a), b) e c) una votazione, un'altra votazione per la lettera d) e poi il dispositivo conclusivo insieme, così?

DIANA (Alleanza Nazionale). Sì, esatto, grazie.

PRESIDENTE. Onorevole Diana, mi suggeriscono di votare assieme il punto 4 e la lettera d) in quanto sono strettamente collegati, se lei ovviamente è d'accordo, così risparmiamo una votazione.

DIANA (Alleanza Nazionale). Sono d'accordissimo, ecco perché l'aspetto tecnico è importante anche in politica.

PRESIDENTE. Quindi è d'accordo ad unificare la votazione sul punto 4 e la lettera d). Va bene.

Colleghi, siccome dobbiamo procedere a diverse votazioni, vi prego di posizionare bene la scheda e di seguire attentamente le procedure in modo da evitare ad ogni votazione di fare dichiarare il voto a quelli che si sono sbagliati. Se non si accende il led che segnala che la votazione è aperta i colleghi possono ritirare la scheda e reintrodurla e fare una nuova votazione.

Ha domandato di parlare il consigliere Diana. Ne ha facoltà.

DIANA (A.N.). Per l'economia dei lavori e anche per la celerità che ci può portare alla conclusione di questa seduta, possiamo procedere alla votazione nominale solo del quarto punto con la lettera d) del punto 6.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Vargiu. Ne ha facoltà.

VARGIU (Rif. Sardi). Chiediamo che tutte le votazioni siano nominali, Presidente.

PRESIDENTE. Ci vogliono sette colleghi che sostengano la proposta dell'onorevole Vargiu.

(Appoggiano la richiesta i consiglieri: LA SPISA, SANJUST, SANCIU, LADU, PILI, PISANO, ONIDA.)

Va bene. Le votazioni saranno tutte nominali. Ricordatevi ciò che ho detto prima sull'utilizzo delle schede, dopo averle posizionate dovete premere prima il pulsante bianco poi quello che decidete in base al voto che volete dare.

Votazione nominale

PRESIDENTE. Indico la votazione nominale con procedimento elettronico della prima parte fino al punto 3 incluso.

(Segue la votazione)

Chi non ha la scheda può dichiarare il voto.

SANCIU (Forza Italia). Favorevole.

OPPI (U.D.C.). Favorevole.

LADU (Fortza Paris). Favorevole.

COCCO (La Margherita-D.L.). Favorevole.

MARROCU (D.S.). Favorevole.

Rispondono sì i consiglieri: ADDIS - AMADU - ARTIZZU - ATZERI - BALIA -BARRACCIU - BIANCAREDDU - BIANCU - BRUNO - CACHIA - CALIGARIS - CALLEDDA - CAPELLI - CAPPAI - CERINA - CHERCHI Oscar - CHERCHI Silvio - COCCO - CORDA - CORRIAS - CUCCA - CUCCU Franco - CUCCU Giuseppe - DAVOLI - DIANA - FADDA Giuseppe - FADDA Paolo - FLORIS Mario - FLORIS Vincenzo - FRAU - GESSA - GIAGU - GIORICO - IBBA - LADU - LA SPISA - LANZI - LICANDRO - LICHERI - LOMBARDO - MANCA - MANINCHEDDA - MARRACINI - MARROCU - MASIA - MATTANA - MILIA - MORO - MURGIONI - ONIDA - OPPI - ORRU' - PACIFICO - PETRINI - PILI - PINNA - PIRISI - PORCU - RANDAZZO - RASSU - SABATINI - SALIS - SANJUST - SANCIU - SANNA Alberto - SANNA Francesco - SANNA Franco - SANNA Matteo - SANNA Paolo Terzo - SANNA Simonetta - SCARPA - SECCI - SERRA - SORU - URAS.

Rispondono no i consiglieri: CASSANO - DEDONI - PISANO - VARGIU.

Si è astenuto: il Presidente SPISSU.

Risultato della votazione

PRESIDENTE. Proclamo il risultato della votazione:

presenti 80

votanti 79

astenuti 1

maggioranza 40

favorevoli 75

contrari 4

(Il Consiglio approva)

Votazione nominale

PRESIDENTE. Indico la votazione nominale, con procedimento elettronico, del punto 4 e della lettera d) del punto 6.

PRESIDENTE. Onorevole Sanciu può dichiarare il suo voto.

SANCIU (Forza Italia). Favorevole.

PRESIDENTE. Onorevole Oppi?

OPPI (U.D.C.). Favorevole.

PRESIDENTE. Ladu? Favorevole. Marrocu? Favorevole.

Rispondono sì i consiglieri: ADDIS - AMADU - ATZERI - BALIA - BARRACCIU - BIANCAREDDU - BIANCU - BRUNO - CACHIA - CALIGARIS - CALLEDDA - CAPELLI - CAPPAI - CERINA - CHERCHI Oscar - CHERCHI Silvio - COCCO - CORDA - CORRIAS - CUCCA - CUCCU Franco - CUCCU Giuseppe - DAVOLI - FADDA Giuseppe - FADDA Paolo - FLORIS Mario - FLORIS Vincenzo - FRAU - GESSA - GIAGU - GIORICO - IBBA - LADU - LA SPISA - LANZI - LICANDRO - LICHERI - LOMBARDO - MANCA - MANINCHEDDA - MARRACINI - MARROCU - MASIA - MATTANA - MILIA - MURGIONI - ONIDA - OPPI - ORRU' - PACIFICO - PETRINI - PILI - PINNA - PIRISI - PORCU - RANDAZZO - RASSU - SABATINI - SALIS - SANCIU - SANJUST - SANNA Alberto - SANNA Francesco - SANNA Franco - SANNA Paolo Terzo - SANNA Simonetta - SCARPA - SECCI - SERRA - SORU - URAS.

Rispondono no i consiglieri: ARTIZZU - CASSANO - DEDONI - DIANA - MORO - PISANO - SANNA Matteo - VARGIU.

Si è astenuto: il Presidente SPISSU.

Risultato della votazione

PRESIDENTE. Proclamo il risultato della votazione:

presenti 80

votanti 79

astenuti 1

maggioranza 40

favorevoli 71

contrari 8

(Il Consiglio approva)

Abbiamo registrato il suo voto a favore, onorevole Cerina.

Votazione nominale

PRESIDENTE. Indico la votazione nominale, con procedimento elettronico, dal punto 5 fino alla conclusione.

PRESIDENTE. Sanciu a favore. Oppi, Favorevole. Marrocu?

MARROCU (D.S.). Favorevole.

PRESIDENTE. Ladu? Favorevole. Onorevole Cerina, questa volta è riuscita a votare. Onorevole Ibba? Favorevole. Onorevole Giorico?

GIORICO (Insieme per la Sardegna). Favorevole.

Rispondono sì i consiglieri: ADDIS - AMADU - ARTIZZU - ATZERI - BALIA - BARRACCIU - BIANCAREDDU - BIANCU - BRUNO - CACHIA - CALIGARIS -CALLEDDA - CAPELLI - CAPPAI - CERINA - CHERCHI Oscar - CHERCHI Silvio - COCCO - CORDA - CORRIAS - CUCCA - CUCCU Franco - CUCCU Giuseppe - DAVOLI - DIANA - FADDA Giuseppe - FADDA Paolo - FLORIS Mario - FLORIS Vincenzo - FRAU - GESSA - GIAGU - GIORICO - IBBA - LADU - LA SPISA - LAI - LANZI - LICANDRO - LICHERI - LOMBARDO - MANCA - MANINCHEDDA - MARRACINI - MARROCU - MASIA - MATTANA - MILIA - MORO - MURGIONI - ONIDA - OPPI - ORRU' - PACIFICO - PETRINI - PILI - PINNA - PIRISI - PORCU - RANDAZZO - RASSU - SABATINI - SALIS - SANCIU - SANJUST - SANNA Alberto - SANNA Francesco - SANNA Franco - SANNA Matteo - SANNA Paolo Terzo - SANNA Simonetta - SCARPA - SECCI - SERRA - SORU - URAS.

Rispondono no i consiglieri: CASSANO - DEDONI - PISANO - VARGIU.

Si è astenuto: il Presidente SPISSU.

Risultato della votazione

PRESIDENTE. Proclamo il risultato della votazione:

presenti 81

votanti 80

astenuti 1

maggioranza 41

favorevoli 76

contrari 4

(Il Consiglio approva)

La seduta si conclude qui. Il Consiglio è convocato per martedì 14 settembre, alle ore 17, per la prosecuzione dell'esame degli altri argomenti all'ordine del giorno.

La seduta è tolta alle ore 22 e 36.