Seduta n.157 del 01/02/2006 

CLVII SEDUTA

(Pomeridiana)

Mercoledì 1 febbraio 2006

Presidenza del Presidente Spissu

La seduta è aperta alle ore 16 e 09.

Seduta congiunta Consiglio regionale - Consiglio delle autonomie locali sullo stato del sistema delle autonomie in Sardegna (articolo 10 legge regionale 17 gennaio 2005, n. 1)

PRESIDENTE. Signori Presidenti, onorevoli consiglieri, , signori Sindaci ed Assessori, la legge istitutiva del Consiglio delle autonomie locali, la numero 1 del 2005, prevede all'articolo 10 che il Consiglio regionale e il Consiglio delle autonomie si riuniscano una volta all'anno prima dell'approvazione del bilancio per un esame dello stato del sistema delle autonomie in Sardegna. Ci accingiamo, quindi, a dare attuazione alla legge riunendo per la prima volta i due Consigli in seduta congiunta, con la solennità che l'occasione richiede e l'incertezza che può derivare dall'avvio di un nuovo modello di relazioni e di un radicale mutamento dei rapporti fra la Regione, complessivamente intesa, i comuni e le province oggi rappresentati nell'Assemblea del Consiglio delle autonomie.

Questa riunione costituisce il visibile segno della volontà, dichiarata nell'avvio di questa legislatura, di dedicarci ad un'opera profonda di riforme tali da definire, questa, come una legislatura costituente; è una riunione solenne, di grande importanza pratica e simbolica, di grande rilevanza per il segno collaborativo che inaugura. Una collaborazione fortemente voluta dai protagonisti istituzionali più rappresentativi del popolo sardo che, per essere fruttuosa, per cogliere i risultati che ci attendiamo, per realizzare fino in fondo il principio di sussidiarietà e di leale collaborazione, ha necessità di uscire dalla genericità delle affermazioni di principio che, anche in queste settimane si levano in modo confuso, ed essere incanalata lungo i binari del confronto di merito nei reciproci organi di rappresentanza, Consiglio regionale e Consiglio delle autonomie, ed attraverso quello che deve avvenire nella Conferenza Regione-Enti locali.

La pari dignità e la pari ordinazione non devono infatti diventare sinonimo di deresponsabilizzazione o di chiusura autarchica e solitaria dentro le rispettive autonomie, sono al contrario il risultato di un corretto ed equilibrato funzionamento dei rispettivi organi democratici e l'esercizio puntuale delle competenze assegnate, quelle esclusive e quelle concorrenti.

Siamo tutti impegnati nell'affrontare una grande scommessa di cambiamento e di riforma; e non casualmente dico tutti, perché penso che l'impegno riguardi le maggioranze e le minoranze, il Governo e l'opposizione. Abbiamo la consapevolezza di essere in una fase di transizione che ci impegna tutti a migliorare la qualità e la quantità della nostra azione, dovendo recuperare ritardi anche forti che si sono fin qui accumulati. Nelle prossime settimane sarà ancora più concreto e visibile il profondo cambiamento che stiamo imprimendo nel Consiglio regionale al nostro ordinamento istituzionale, di cui la legge istitutiva del Consiglio delle autonomie e questa riunione costituiscono un primo significativo passo.

Sono molti i fronti sui quali siamo impegnati e che cambieranno profondamente la nostra Regione, sui quali richiameremo il nostro impegno e il vostro. Tre esempi su tutti. La prima Commissione consiliare qualche giorno fa ha concluso l'esame del disegno di legge numero 85 che disciplina in modo organico l'allocazione delle funzioni e dei compiti in tutti i settori oggetto di decentramento, dando da una parte concreta attuazione al decreto legislativo numero 112 del 1998 e dall'altra estendendola devoluzione ad ulteriori competenze già esercitate dalla Regione medesima. Un articolato complesso, già avviato all'attenzione del vostro Consiglio delle autonomie per l'espressione del parere di competenza, che disciplina in modo organico tutti i settori della vita della nostra comunità: lo sviluppo economico, il territorio, l'ambiente, le infrastrutture, i servizi alle persone; un massiccio trasferimento di competenze e risorse che concretamente diminuisce il peso della Regione e la sua complessità dislocando competenze e funzioni altrove, e questo altrove sono gli enti locali territoriali.

La seconda grande riforma che ci vedrà impegnati sarà quella dell'approvazione della legge statutaria su forma di governo, ruolo della rappresentanza, modalità di elezione degli organi rappresentativi della Regione e rapporto tra essi nonché sulla disciplina degli istituti della democrazia diretta. La prima Commissione consiliare da qualche giorno ha approvato un testo di legge di istituzione della Consulta statutaria, un organo voluto dal Consiglio regionale che ha il compito di scrivere il nuovo Statuto di autonomia della Sardegna e quindi di partecipare, attraverso anche la riscrittura del nostro Statuto, alla discussione aperta in campo nazionale sulle modifiche costituzionali; modifiche costituzionali sulle quali questo Consiglio regionale ha espresso all'unanimità un'opinione divergente rispetto al testo esitato dal Parlamento nazionale e su cui il 10 febbraio la Regione sarda, capofila e altre dodici Regioni presenteranno alla Corte di Cassazione la richiesta di indizione del referendum. Per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana le Regioni utilizzano la possibilità di richiedere il referendum sulle modifiche costituzionali non approvate con la richiesta maggioranza dei due terzi i.

Siamo già intervenuti, come sapete, a modificare le competenze della Regione con la legge numero 13 del 2005, relativa allo scioglimento dei consigli comunali e alla nomina dei commissari, e con la legge regionale numero 2 del 2005 che consente alla Regione di utilizzare la propria competenza nell'indizione delle elezioni, tutte materie sulle quali noi riteniamo debba essere esercitata la nostra autonomia e la nostra competenza regionale, tutte leggi impugnate dal Governo presso la Corte Costituzionale.

Il disegno di riforma è un disegno, esteso, vasto, che sta toccando e intaccando i gangli vitali della nostra democrazia e del nostro sistema di relazioni economico ed istituzionale. Abbiamo approvato recentemente le leggi sul trasporto pubblico locale, sui servizi alle persone, sul sistema idrico integrato, sui servizi all'impiego; abbiamo approvato la legge istitutiva dell'Agenzia regionale per l'ambiente, anche questa all'attenzione del Consiglio delle autonomie per l'espressione del parere.

Si tratta di un vasto lavoro di modifica istituzionale, di modifica dei rapporti, di modifica delle competenze, che porterà inevitabilmente anche ad una discussione ampia sull'utilizzo delle risorse, delle scarse risorse a disposizione della nostra Regione e della vertenza che dobbiamo tenere in piedi con lo Stato che ci ha visto tutti protagonisti anche di iniziative di manifestazione a Roma.

Conclusivamente, io penso che questo disegno o l'insieme di questi articolati, che costituiranno una profonda riforma della nostra Regione, necessiti di un Consiglio regionale pienamente protagonista di questa vicenda di grande riforma istituzionale, ma insieme al Consiglio regionale c'è necessità che il Consiglio delle autonomie, che la rappresentanza del sistema delle autonomie locali, costituita all'interno del Consiglio, insieme al Consiglio regionale, siano i promotori e i protagonisti di questa legislatura di transizione, di transizione per il cambiamento e per il miglioramento della qualità della nostra democrazia e dei rapporti fra le nostre istituzioni.

Ha facoltà di parlare il Presidente del Consiglio delle autonomie locali.

MILIA, Presidente del Consiglio delle autonomie locali. Signor Presidente del Consiglio regionale, signor Presidente della Giunta, signori e signore Assessori, signore e signori consiglieri regionali, colleghe e colleghi del Consiglio delle autonomie locali, credo che anzitutto sia mio dovere, anche a nome delle colleghe e dei colleghi del Consiglio delle autonomie locali, rivolgere un ringraziamento al Presidente del Consiglio regionale e alla Conferenza dei Capigruppo per aver voluto, pur in presenza di un insediamento assai recente, tenere comunque questa prima riunione congiunta tra il Consiglio delle autonomie locali e il Consiglio regionale.

Crediamo che questa decisione sia sintomo di una sensibilità, di un'attenzione e di un senso di rinnovata responsabilità che deve essere da noi tutti colto con particolare attenzione e con particolare favore. Dicevo questo perché, e lo dico a nome delle colleghe e dei colleghi, vi è in noi molto chiaramente la percezione, oggi più che mai, della necessità di collaborare, di condividere, di costruire assieme, di promuovere, per dirla con un'espressione forse più chiara, una mobilitazione collettiva intorno ai temi del governo della nostra Regione, intorno ai problemi che la nostra Regione attraversa.

Vedete, noi abbiamo una vicenda culturale, storica, autonomistica, molto robusta, molto forte. Io, il giorno in cui abbiamo insediato questo Consiglio delle autonomie locali, e mi piace ricordarlo perché nei giorni scorsi, molto opportunamente, la Presidenza del Consiglio regionale ha presentato un altro volume degli Atti del Parlamento dei sardi, ricordando il professor Marco Tangheroni, avevo evocato una nostra esperienza storica, quella appunto dei parlamenti, ricordando anche che nel primo Parlamento del 1355 in Sardegna partecipò anche un braccio, uno stamento, così si dice, che sino ad alcuni anni fa non era conosciuto, quello dei sardi, che era proprio espressione del sistema, chiamiamolo così, delle autonomie locali del tempo. Credo che noi ci inseriamo in quel solco culturale, storico,.

E' vero, il Consiglio delle autonomie locali ha una provenienza costituzionale; è vero, il Consiglio delle autonomie locali esiste, non in tutte, ma esisterà in tutte le Regioni italiane, però, qui in Sardegna ha una valenza tutta particolare, deve avere una valenza tutta particolare ,lo diceva efficacemente il presidente Spissu, soprattutto in questo momento in cui non solo noi, parte di classe dirigente di questa Isola, ma tutta la Sardegna si pone il problema delle riforme, dell'innovazione, della modernità, dell'andare avanti, dell'assumere l'identità non solo come un elemento storico, quello che siamo, quello che siamo stati, ma come quello che vogliamo essere, quello che vogliamo diventare.

Viviamo in un mondo globalizzato, dove due o tre finanzieri si riuniscono a Ginevra e prendono spesso decisioni per milioni di uomini e di donne, viviamo in un mondo dove il rafforzamento dei poteri locali, diceva Dahrendorf, è l'unico elemento che ci può consentire di evitare, una deriva autoritaria dal punto di vista politico. Ecco la necessità di un rafforzamento dei poteri locali, della scelta della sussidiarietà, come diceva il presidente Spissu. E sussidiarietà significa che il governo delle cose avviene, quanto più possibile, laddove si è più vicini ai cittadini. Poi, quando questo non è più possibile, si va oltre. Questa è la sussidiarietà, questo è un profilo culturale di governo riformista. Questo non è consentito dimenticarlo. Quindi il profilo culturale. Che cosa chiediamo noi? Chiediamo alla Regione di diventare sintesi di un sistema, questo chiediamo.

Noi abbiamo il timore, pur apprezzando le iniziative, gli sforzi, l'impegno riformista, che la necessità, la volontà di fare e di cambiare possa introdurre non solo qua in Sardegna ma anche altrove, non faccio un riferimento solo su di noi, delle tentazioni che ci facciano tornare indietro rispetto a quanto sta scritto nel nuovo Titolo V della Costituzione; regioni, province, città metropolitane, che qui non abbiamo, comuni, sono sullo stesso livello. È una sfida importante sulla quale non possiamo retrocedere.

Di conseguenza dobbiamo resistere anche alle tentazioni dirigistiche che, pure a volte producono degli effetti positivi, ma poiché io ho sentito parlare in questi giorni, in articoli su giornali, anche in un'intervista di oggi, di coraggio, di avere la forza di andare più avanti, se davvero siamo consapevoli che abbiamo bisogno d'altro, andare più avanti significa che stiamo tutti assieme, che insieme costruiamo un percorso collettivo che mobilita tutte le risorse che in quest'Isola abbiamo.

Ma, davvero noi pensiamo di poter affrontare una materia come la riforma dello Statuto, la legge statutaria, senza che questa diventi un qualcosa di condiviso, senza promuovere un dibattito culturale al quale far partecipare tutte le forze sociali, politiche, culturali della nostra realtà? Io credo che questo non sia possibile, lo dico anche perché noi abbiamo apprezzato molto gli sforzi per promuovere riforme, per attivarsi per soddisfare delle necessità urgenti che ci sono in quest'Isola; penso per esempio alle iniziative in materia di tutela del territorio, di urbanistica, di sviluppo. Però noi, da questo punto di vista, pur apprezzando questo sforzo diciamo che, perché questo sforzo abbia un risultato positivo, occorre coinvolgere pienamente il sistema delle autonomie locali, oggi, ma soprattutto domani, quando le decisioni, le scelte dovranno essere assunte. Questo è quello che pensiamo.

Noi siamo un Consiglio che non ha maggioranza e non ha minoranza, siamo un Consiglio che non ha gruppi, ci sentiamo rappresentanti di un mondo, di un sistema, vogliamo avere come Consiglio un rapporto, che stiamo costruendo grazie anche alla collaborazione dell'ufficio di Presidenza del Consiglio regionale e della Conferenza dei Capigruppo, di collaborazione e di crescita comune, vogliamo avere con la Giunta regionale, quando si insedierà la Conferenza Regione - Enti locali, lo stesso tipo di rapporto. Questo è quello che vogliamo fare, non ci sentiamo né un parlamentino aggiunto né altro, ci sentiamo semplicemente i rappresentanti di un sistema.

Dicevo prima, e chiudo, che in questi giorni lo storico Casula, il sette volte Presidente della Regione, Soddu, ci hanno invitato ad avere coraggio; il professor Casula nei giorni scorsi, parlando della riforma statutaria, faceva un confronto con la Catalogna e diceva che dobbiamo avere "più fegato".

Io credo molto più semplicemente che per la Sardegna sia questo il momento del coraggio e dell'ambizione, quello del coraggio e dell'ambizione di costruire davvero una Sardegna nuova. Per fare questo ci vuole passione, ci vuole intelligenza, ci vuole un'etica, ci vuole una moralità, ci vuole anche moderazione, moderazione significa tener conto del parere degli altri, mettersi nei panni degli altri e costruire insieme davvero una Sardegna nuova.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'Assessore degli enti locali, finanze ed urbanistica.

SANNA GIAN VALERIO, Assessore degli enti locali, finanze ed urbanistica. Signor Presidente, signori sindaci, onorevoli consiglieri, Presidente del Consiglio delle autonomie e Presidente della Regione, questo incontro, che dà il via al percorso di formazione della nuova legge di bilancio, è certamente importante, perché consente di fare il punto sulle politiche di raccordo con gli enti locali e con le politiche pubbliche nei confronti della comunità sarda.

Il Governo regionale, come voi sapete, nell'ambito della complessa azione di adeguamento e di rilancio dell'intero apparato regionale, che non è un elemento indifferente nel funzionamento complessivo del sistema istituzionale della Sardegna, guarda con attenzione agli enti locali ed opera nei loro confronti intervenendo sostanzialmente su tre settori fondamentali delle sue politiche: il settore delle riforme legislative di cui si è parlato negli interventi precedenti e che riprenderò; il settore delle politiche settoriali di riordino delle funzioni e delle competenze dei vari soggetti preposti, spesse volte in sovrabbondanza rispetto ai compiti invece assegnati alle istituzioni; il settore delle politiche di bilancio.

Per quanto riguarda le politiche di riforma legislativa è bene chiarire che non è un momento facile; la Regione opera sulla base di una legislazione ampiamente desueta, incapace spesso di dare risposte nei tempi richiesti dalle politiche moderne e dalle trasformazioni sociali e culturali in atto. L'apparato legislativo è questo, però abbiamo messo in cammino un profondo processo di cambiamento, di innovazione legislativa, di nuova competitività, perché credo nessuno disconosca che il processo di globalizzazione porta anche davanti a noi scenari diversi e spesse volte inediti rispetto alle abitudini consolidate.

Da un lato ci viene chiesto di abbandonare sia dal punto di vista della programmazione che dal punto di vista della realizzazione una cultura delle quote proporzionali, delle logiche a pioggia, per accedere più dinamicamente a culture e metodiche volte alla competizione delle idee, dei progetti e della meritocrazia.

Dentro questo crogiuolo di idee la riforma degli enti regionali, la riforma dei poteri e delle funzioni degli enti locali, come accennato, contenuta nel disegno di legge numero 85 che conferisce importanti funzioni e che sarà accompagnato dalle dovute risorse, ha in sé anche quegli elementi che porteranno un allentamento del peso burocratico nei processi di rendicontazione, nei rapporti istituzionali fra i soggetti locali e la Regione che finanzia.

Abbiamo approvato diverse leggi che sono segni importanti di un riallineamento delle potestà statutarie ed autonomistiche della Regione anche rispetto a poteri fino ad ieri ampiamente svolti dallo Stato. Il Consiglio delle autonomie locali è un punto importante di verifica di questi snodi e degli avanzamenti che potremo ulteriormente conseguire.

Sulla materia delle elezioni, potestà sulle elezioni, sui poteri sostitutivi di commissariamento, sul riordino del sistema istituzionale locale, comunità montane ed Unioni di comuni si intravede uno schema nel quale, dentro il sistema istituzionale della Sardegna, si punta a rafforzare la scelta che ha portato alla nascita delle nuove province, che a questo punto devono svolgere compiutamente il loro ruolo intermedio ed i comuni e leUnioni di comuni dovranno a loro volta essere i recettori di politiche territoriali e gli attuatori delle politiche settoriali così programmate.

Da questo punto di vista le politiche di bilancio, sia quelle dello scorso anno che quelle di quest'anno, hanno mostrato particolare attenzione alle esigenze degli enti locali. Nel bilancio di quest'anno, a fronte di un taglio sostanziale di trasferimenti da parte dello Stato, la Regione risponde, ampiamente pareggiando e superando le riduzioni introdotte dalla finanziaria nazionale, con dieci milioni di euro aggiuntivi sulla legge regionale numero 25, con circa tre milioni sui fondi socio-assistenziali e con una serie di iniziative specifiche imperniate su progetti speciali contenuti nella finanziaria che, per la loro realizzazione, avranno necessità del protagonismo e della vivacità organizzativa anche delle autonomie locali.

Tutto questo va nella direzione di realizzare il sogno di un sistema istituzionale unitario nel quale sostanzialmente il richiamo ad un'idea di neo-centralismo è fuori da qualunque intenzionalità ed è probabilmente un luogo comune nel quale spesso cadiamo dietro il sillogismo non più moderno che si ha più autonomia solo dietro ad altrettante troppe risorse, spesso non è così! Ed anche il ragionamento che spesso si fa sul sistema dell'equi ordinazione, noi lo leggiamo con rispetto e come un punto di riferimento importante anche del nostro comportamento sia in materia di riforme, sia in materia di governo nei confronti dei cittadini; però, l'equi ordinazione riguarda il riconoscimento di una pari dignità ai diversi livelli istituzionali, ma l'equi ordinazione pur nelle diversità delle funzioni non manda nell'indistinto le responsabilità e i doveri di ciascuna parte del sistema istituzionale: legislativo, governo regionale, province e autonomie locali minori.

Tutto questo riguardo ad una lunga e spesso ripetuta polemica sulla partecipazione ai processi decisionali. Ogni processo decisionale ha una partecipazione se c'è al fondo di ogni processo decisionale l'idea di una decisione, il contenuto di una decisione, il merito di qualcosa sul quale si discute; ed allora è bene che ciascuno si riappropri di questa responsabilità perché noi vogliamo essere giudicati, accompagnati e coadiuvati in questo processo di formazione delle iniziative, delle proposte e delle idee che non significa sottrazione dell'autonomia, della pari dignità e dell'equilibrio di tutte le istituzioni al processo di avanzamento istituzionale della Regione.

Questo è il nostro compito, che non è un nuovo centralismo regionale ma è l'esigenza di sentirci, a prescindere dal conseguimento futuro di questo risultato, già da ora un unico sistema istituzionale regionale.

PRESIDENTE. Il dibattito prevede gli interventi dei consiglieri regionali e dei rappresentanti del Consiglio delle autonomie, possibilmente alternati. Ogni Gruppo consiliare ed ogni componente del Consiglio delle autonomie che interverranno avrà a disposizione dieci minuti tranne i componenti del Gruppo Misto che avranno a disposizione cinque minuti ciascuno per un totale di venti minuti.

Ha domandato di parlare il consigliere Floris Mario che ha a disposizione cinque minuti. Ne ha facoltà.

FLORIS MARIO (Gruppo Misto). Per gli amici, lo ha già detto anche il Presidente, non esiste più la par condicio ma bensì esiste un sistema secondo il quale io devo intervenire per cinque minuti e l'insufficienza, quindi, del mio discorso sarà legata indubbiamente alla mancanza di tempo!

Questa prima seduta congiunta del Consiglio regionale e del Consiglio delle autonomie locali, come è stato già detto, è un atto di grande rilevanza politica; è un atto importante perché non è soltanto un atto formale, voluto dalla legge, ma ci auguriamo sia la prima tappa di un discorso che viene comunque da lontano, da tempi non sospetti. Tempi in cui avevamo posto le basi del riconoscimento sostanziale del ruolo e della funzione degli enti locali e delle rappresentanze istituzionali ed associative sottoscrivendo due distinti protocolli nel 1989 e nel 1990; protocolli che hanno poi portato all'istituzione con decreto presidenziale del 1993 della Conferenza Regione - Enti locali per primi in Italia nel panorama del regionalismo e dell'autonomismo. Perché?

Perché questo riconoscimento era alla base della concertazione istituzionale, della condivisione delle scelte di interesse degli enti locali, oggi, caro Assessore, mortificate ed annullate. La stessa seduta di oggi, pur costituendo un fatto positivo di principio, è mortificante per il sistema delle autonomie perché è una seduta costretta, cioè limitata nel tempo e nelle opportunità di confronto e di discussione, voluta nel giorno di seduta obbligatoria prevista per Statuto, che appunto si esaurisce in un arco temporale di un solo giorno, di poche ore.

La seduta, collocata nel contesto però dell'approvazione del bilancio, per un esame dello stato del sistema delle autonomie in Sardegna, merita un'attenzione; sappiamo tutti che il Consiglio delle autonomie non ha avuto l'opportunità, per mancanza di tempo e di'organizzazione interna, essendo alle prime armi, di valutare e di esprimere un giudizio esaustivo sulla manovra finanziaria; tralascio qui quello che avrebbe dovuto fare il Presidente in attesa che si "armasse" questo organismo.

Tutti abbiamo letto i giudizi espressi sui giornali, documentati, da parte delle province, dei comuni, delle città, delle associazioni, e non sono giudizi positivi, sia sui contenuti sia sulle procedure; noi vogliamo cogliere queste preoccupazioni e speriamo che il coraggio dei sindaci emerga anche se non del tipo, Presidente della Provincia, di cui si è parlato (parleremo di riforme in un altro momento); noi non possiamo non cogliere queste preoccupazioni e questi allarmi che provengono complessivamente dalla società sarda, della quale gli enti locali sono insostituibile pilastro istituzionale di pari dignità, non sotto ordinati ma portatori di poteri autonomi e di istanze socio - economiche alle quali devono dare risposta anche lo Stato e la Regione, concordando e condividendo con spirito di leale collaborazione scelte e decisioni. Ecco perché avrei voluto una seduta meno stretta, meno soffocata e meno chiusa, questo doveva essere un momento di confronto non nominale ma sostanziale, libero, a tutto campo.

Noi, insieme al Partito sardo d'Azione, abbiamo presentato in quest'Aula una mozione per chiarire fino in fondo quale deve essere e come deve procedere il rapporto Regione - Enti locali; come è noto c'è un malessere, un malcontento negli enti locali che noi abbiamo registrato, ma quello che bisogna chiarire in fretta è il ruolo del Governatore, il ruolo della Giunta, il ruolo della Regione che sta diventando sempre di più centralista, insensibile, provocatoria ed offensiva.

Per quanto ci riguarda - non da oggi - cercheremo di smantellare questo disegno e di procedere nella giusta direzione; io sono per la territorializzazione del bilancio, il bilancio non può calare dall'alto, io vorrei che i sindaci dicessero qui quanti fondi hanno avuto in più rispetto al passato, in questi due anni: lo dicano, lo dicano! Perché le risorse contano, non è che non contino, anche in Sardegna abbiamo un nord e un sud, non possiamo più delegare agli Assessori di turno ed al Presidente la scelta di continuare ad avere in Sardegna una situazione di tal genere.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Marracini. Ne ha facoltà.

MARRACINI (Gruppo Misto). Signor Presidente, colleghi, amici delle autonomie locali, sindaci e Presidenti delle province, il presidente Milia parlava di coinvolgimento delle autonomie locali; ma come coinvolgerle? Io credo che sia importante cercare di valorizzare la cultura dell'ascolto, forse sino adesso carente; la cultura dell'ascolto dei sindaci, dei Presidenti delle province, dei Presidenti delle nuove province, che ci chiamano all'attuazione degli impegni istituzionali se vogliamo veramente dar voce al sistema delle autonomie locali. Sicuramente non dobbiamo mancare di coraggio nel portare avanti questo compito; certamente occorre più coraggio a chi è stato Presidente per sette anni invitarci ad avere coraggio, noi il coraggio ce l'abbiamo, forse è mancato ad altri!

Io credo che dobbiamo lavorare alla creazione di un sistema nel quale il Consiglio regionale sia il protagonista del Piano straordinario del lavoro che ha dato la possibilità ai sindaci di avere risorse per creare occupazione, per rilanciare l'economia delle zone più interne della Sardegna, sempre più spopolate, perché i giovani corrono via dal nostro territorio per andare a trovare un lavoro altrove, in continente e all'estero; dobbiamo rivedere le risorse da destinare alla legge numero 25, sicuramente inadeguate perché sono questi gli strumenti che noi come Consiglio regionale possiamo dare alle autonomie locali. Dobbiamo veramente porre in essere il trasferimento di competenze e conseguentemente di risorse, perché senza questo meccanismo qualsiasi tipo di assemblearismo congiunto o meno congiunto diventa soltanto un'isola nel mare, senza collegamenti.

Dobbiamo rivedere anche il rapporto che deve esistere tra i sindaci, i Presidenti delle province e l'Amministrazione regionale nel disciplinare l'urbanistica e i piani paesaggistici, perché anche loro giustamente hanno il diritto di poter esprimere il loro pensiero che non deve essere limitato ad un colloquio di cinque minuti, devono poter dare voce alle esigenze del territorio.. Oggi è una giornata, diciamo, commemorativa, ma non avrà nessun significato se non conseguiranno fatti concreti dal punto di vista politico e amministrativo.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il Presidente della Provincia di Nuoro. Ne ha facoltà.

DERIU, Presidente della Provincia di Nuoro. Signor Presidente, temo che la equi-ordinazione in questo caso sia stata un po' scoraggiata dal, definiamolo così, "esorcismo mobiliero" che ci ha visti collocati in una posizione diversa rispetto ai consiglieri regionali; mi hanno detto che lo scopo è quello di non consentirci di abituarci alla posizione, ma sicuramente è una diceria!

Ho sentito con interesse l'intervento del presidente Floris e sono abbastanza umile da non seguirlo nella riforma dei punti cardinali, o nel suo auspicio, della scomparsa del nord e del sud della Sardegna. Più modestamente e più sommessamente, investito purtroppo da una delega in bianco dall'assemblea generale dell'Unione delle Province sarde, sono invece qua a chiedere una legge organica sull'autonomia che è qualcosa di più delle pur radicali, consistenti ed interessanti riforme di cui si è detto; alcune in corso di discussione, altre già approvate e in parte anche in fase di attuazione.

Una di queste riforme è quella che ha stabilito che la Sardegna è composta da otto province; non province statali o/e regionali, come si dice con scarsa cognizione del diritto costituzionale di questo Paese, ma province della Sardegna, che sono tutte derivanti dall'ordinamento regionale in quanto a questo ordinamento appartiene la competenza primaria in materia di enti locali. La ricollocazione di questo sistema in un ambito organico prevede che finalmente si sciolga, per quanto concerne le province, un aspetto che ancora per noi non è chiaro, e cioè l'indicazione precisa della modalità con la quale la doppia funzione delle province, una funzione istituzionale e politica ed una funzione amministrativa dovrà realizzarsi.

La funzione istituzionale e politica è quella di rappresentanza dei territori; il voto popolare ha consacrato, con l'elezione dei consigli e dei presidenti, una nuova articolazione territoriale che dà voce alle regioni storiche della nostra Isola, così come sono state definite da una legge del Consiglio regionale e così come si sono ritrovate nelle aspirazioni dei singoli comuni e delle popolazioni. Questa funzione politica e rappresentativa deve anche trovare, ovviamente, un momento nel quale esprimere un'interpretazione dei bisogni reali di quei territori. Ed è qua che io troverei lo spazio di quella co-decisione, di quella co-pianificazione invocata dall'assessore Sanna per sentirci tutti un unico sistema istituzionale, obiettivo che mi pare la Giunta regionale e il Parlamento regionale vogliano alla fine raggiungere.

Sull'atto, invece, amministrativo, va sciolta definitivamente quell'ambiguità che contraddistingue il comportamento di tutte le amministrazioni, diciamo così dei tre livelli principali: regionale, provinciale e i comunale. Le province sono utili al sistema, l'unico sistema istituzionale nel quale si articola e si realizza la nostra autonomia, soltanto se sono al servizio dei loro comuni da un punto di vista appunto di quell'esercizio intelligente ed attivo di quella sussidiarietà della quale parlava il presidente Milia, e che sempre dovrebbe informare i nostri atti e i nostri provvedimenti e costituire una sede di interpretazione e di attuazione delle politiche regionali in un dialogo che non può essere la concessione benevola, o benigna alternativamente di un Presidente, o di un Assessore o di una Giunta.

La legge ha definito la conferenza Regione - Enti locali come sede operativa importante di questo confronto; però - come giustamente ha rilevato l'assessore Gian Valerio Sanna - deve essere rintracciata nella vita amministrativa concreta di tutti i livelli istituzionali di questa autonomia regionale quella guida concettuale, quella interpretazione delle norme che ci porta a capire che le province realizzano un momento specifico di rappresentanza autonoma particolare di quei territori, politica, solo se la loro vita amministrativa riesce a tradurre, ad attuare le politiche regionali e porle al servizio dei comuni.

Lo scavalcamento di questo ordine non ha come effetto principale, o principalmente rimarchevole, il fastidio dei Presidenti delle province, che sono anzi felici molte volte di essere sollevati dall'incombenza di dover stare dietro ai numerosi problemi delle amministrazioni dei nostri quasi quattrocento comuni. Lo scavalcamento delle province o l'ignoranza del fatto che esse devono svolgere quel ruolo nel sistema provoca, invece, un affaticamento abnorme dell'attività delle amministrazioni regionali e lo svilimento, oltre che anche qui l'affaticamento, di centinaia di sindaci, delle centinaia di strutture comunali costrette al pellegrinaggio, all'accattonaggio, alla supplica di fronte alla Chiesa della Regione, alla ricerca di provvedimenti puntuali, ad hoc, di leggi o deliberazioni fotografia che premino il più intraprendente a scapito di un disegno generale, di un organico, intelligente, efficace piano di sviluppo.

Questa è la necessità che pongono le province sarde al Parlamento regionale. La necessità di una rivisitazione generale, intensa e anche molto faticosa, della immensa congerie di norme che attribuiscono a questo o a quell'ente regionale, a questa o a quella singola branca delle amministrazioni una competenza; la necessità di rivedere complessivamente la materia ed assegnare compiti precisi secondo la missione di ciascuna istituzione, secondo un ragionamento che renda veramente concrete sussidiarietà, efficacia, trasparenza e reale rappresentanza dei bisogni dei cittadini.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Ladu. Ne ha facoltà.

LADU (Fortza Paris). Signor Presidente, onorevoli colleghi e colleghe, cortesi amministratori locali, con la seduta odierna si inaugura il nuovo organismo istituito con legge regionale al fine di garantire e di migliorare la partecipazione degli enti locali nei processi decisionali della nostra Regione. Forse per i più si tratta di un giorno particolare, per cui dovrebbe essere bandita ogni velleità polemica da parte dei relatori chiamati ad intervenire in questo dibattito. Tuttavia, il particolare momento nel quale cade la seduta odierna, alla vigilia della discussione in Aula di una complessa e delicata manovra finanziaria, che già sta suscitando forti dubbi e perplessità, mi inducono ad effettuare alcune riflessioni legate soprattutto ai rapporti Regione - Enti locali e all'allarme per i riflessi negativi sullo Stato sociale che la crisi economica sta determinando nella nostra Isola.

Proprio in questi giorni ed in questi ultimi tempi numerosi amministratori locali, forze sindacali, forze sociali, hanno elevato vibrate proteste nei confronti dell'Esecutivo regionale, reo di una politica accentratrice e poco sensibile alla concertazione; Al recente congresso di un sindacato, certamente non in antagonismo con l'attuale Giunta e la maggioranza che la sostiene, nella sua relazione il segretario regionale ha mosso pesanti addebiti al Presidente della Giunta regionale per non aver sentito i sindacati nella fase di redazione della finanziaria regionale, ma non solo per questo; le critiche sono state mosse per tutta una serie di provvedimenti adottati dal Governo regionale.

Gli stessi sindaci di moltissimi comuni della Sardegna hanno contestato duramente la Giunta regionale per il metodo autocratico scelto dal Presidente e dall'Assessore competente che, in materia di piani paesaggistici regionali, hanno consultato gli amministratori locali in maniera sbrigativa e frettolosa, quando le decisioni erano state già assunte, speriamo, in maniera non irreversibile.

Non ci è chiaro quale sarà il momento determinante delle scelte, però, a noi sembra che effettivamente il ruolo che si vuole ritagliare la Regione in queste scelte determinanti di pianificazione territoriale sia effettivamente già stato definito e che sia rimasto poco spazio per gli enti locali, e questo ci preoccupa molto. Io vorrei che da oggi partisse una stagione nuova di confronto con gli enti locali, di un loro coinvolgimento nelle scelte vere della Regione. Oggi il rapporto con gli enti locali in una materia così importante, qual è quella dei piani paesistici, è un rapporto frettoloso, che a detta di qualcuno deve essere soltanto tecnico e non politico, . Io dico invece che il rapporto deve essere a tutto campo. Il confronto tra Regione ed enti locali deve essere vero e non deve essere condizionato dalle lancette dell'orologio per cui a un certo punto scatta la chiusura! In una materia come questa credo che ci sia veramente bisogno di un confronto forte e robusto, perché soltanto da un confronto serio possono nascere decisioni che lascino il segno nella crescita e nello sviluppo della Sardegna.

Ed allora io mi chiedo dov'è la centralità dei comuni, prevista tra l'altro dallo Statuto della Regione autonoma della Sardegna, ed anche dalla Costituzione, come diceva qualcuno che mi ha preceduto. L'atteggiamento assunto dal Governo regionale va quindi duramente stigmatizzato perché nessun Esecutivo regionale può permettersi di assumere decisioni in materia di tutela e di sviluppo dei territori sottovalutando o, peggio, ignorando l'insostituibile contributo degli amministratori locali.

Amministratori locali e sindaci che ogni giorno sono in prima linea per rappresentare le istituzioni, per svolgere compiti difficilissimi e spesso ingrati, per fornire risposte concrete ai tanti problemi che quotidianamente sono chiamati ad affrontare; lo dice uno che ha fatto l'Assessore, il Sindaco, il Presidente di Comunità montana. Io ho seguito tutta la trafila, e so quanto è importante il confronto serio con la Regione per la programmazione del territorio. Proprio in materia di piani paesaggistici va sottolineato che gli amministratori locali per primi hanno una conoscenza approfondita e puntuale dei territori che rappresentano, della loro storia, della cultura, delle tradizioni. Loro hanno preservato, salvo rare eccezioni, bisogna dirlo, sia nel passato più lontano che in quello più recente, l'ambiente e hanno saputo tutelare questo bene primario non rinnovabile. Ignorarli proprio in un momento così significativo e delicato è stato e può essere davvero un grave errore. Per questo motivo oggi noi salutiamo positivamente questa seduta, che spero sia destinata ad inaugurare un nuovo corso più proficuo di fattiva collaborazione fra le varie istituzioni della nostra Isola.

Voglio ricordare, a questo proposito, che le modifiche apportate al Titolo V della Costituzione vigente hanno cancellato la gerarchia esistente nei diversi livelli istituzionali ponendo lo Stato, le Regioni, le Province e i Comuni, tutti sullo stesso piano. Per effetto di ciò i Comuni e le Province, dovendo sostituire spesso lo Stato e la Regione, hanno assunto nuovi compiti e conseguentemente nuovi oneri sotto il profilo finanziario. Oneri che lo Stato e la Regione hanno il compito di sostenere con opportuni stanziamenti.

Sono certo che sotto il profilo della conoscenza degli argomenti e della propositività non mancherà a questa istituzione consiliare il sostegno da parte del Consiglio delle autonomie locali in tutte le materie per le quali la legge ne prevede la consultazione: modifica dello Statuto, disegni e proposte di legge in materia di enti locali, legge finanziaria e di bilancio, e infine documento di programmazione economica.

Devo ricordare inoltre che in materia elettorale abbiamo presentato come Gruppo di Fortza Paris una proposta di legge, che, tra l'altro, prevede la rappresentanza del Consiglio delle autonomie. Io mi auguro che dopo l'approvazione della finanziaria e di alcuni altri provvedimenti particolarmente importanti e forse prioritari, ci sia lo spazio per rivedere la legge elettorale che noi riteniamo fondamentale anche per evitare certe distorsioni che si stanno verificando in questa legislatura; io credo comunque che la discussione sulla legge elettorale debba essere posta tra le priorità. Bene, nella nostra proposta di legge elettorale noi prevediamo che i rappresentanti del Consiglio delle autonomie facciano parte del Consiglio regionale della Sardegna, ne facciano parte integrante.

Sono altrettanto certo che proprio in materia di modifica dello Statuto speciale della Sardegna il Consiglio delle autonomie saprà assumere un ruolo di stimolo perché si arrivi finalmente a una nuova stesura di uno strumento che ormai, dopo quarantotto anni, a parere unanime viene considerato ormai superato. Ne siamo tutti consapevoli, ormai questo Statuto va rivisto perché, purtroppo, anche a seguito della legge sul federalismo l'autonomismo di cui oggi gode la Sardegna è un autonomismo superato rispetto anche a quello di cui godono le Regioni a statuto ordinario.

Anche qui, non posso non rilevare con amarezza come questa Giunta e questa maggioranza regionale di fronte alla possibilità di ricorrere alla istituzione di un'Assemblea costituente, che avrebbe visto il massimo del coinvolgimento e del confronto democratico di tutte le componenti del popolo sardo, hanno scelto di seguire la strada stretta di una Consulta regionale che appare...

PRESIDENTE. Onorevole Ladu, il tempo a sua disposizione è terminato. Ha domandato di parlare il consigliere Maninchedda. Ne ha facoltà.

MANINCHEDDA (Progetto Sardegna). Egregi signori, onorevoli colleghi, la legge che ha istituito il Consiglio delle autonomie locali non ha collocato a caso questo incontro prima del dibattito sulla finanziaria, prevedeva infatti che fosse un incontro non celebrativo, ma che stesse sulle cose. E lo spirito informatore della legge, che è uno spirito democratico, libero, partecipativo, oggi è minacciato, è minacciato da diversi fattori, in primo luogo dall'emergenza sociale. Noi dobbiamo prendere atto che dai comuni giunge la certificazione di un disagio economico che non possiamo più tacere, per cui dobbiamo mettere da parte - se mai lo nutriamo - l'ottimismo che nega la realtà ed invece dare spazio a un sano e responsabile realismo. Quando si trasforma la realtà lo si deve fare, a mio avviso, da riformisti. Cioè, lo si deve fare da persone che non pensano che quando la realtà provoca decisioni diverse da quelle che noi avevamo previsto è la realtà che sbaglia e non noi.

Qualsiasi transizione dal vecchio al nuovo, ovunque si realizzi, anche quella che si realizza in Sardegna, comporta dei costi che, nell'immediato, dappertutto sono pagati dai più deboli. Allora, noi dobbiamo mantenere la rotta del cambiamento, la rotta della modernizzazione, ma dobbiamo anche dotarci di una politica di protezione che garantisca, che gestisca la transizione e di cui i comuni devono essere i soggetti primari. E' questo spirito umile, pratico, capace di cogliere la drammaticità dell'emergenza che c'è, di rispondervi, senza perdere di vista gli obiettivi di modernizzazione di cui ha parlato anche l'Assessore, è questo spirito pratico che, a mio avviso, sta mancando e che dobbiamo recuperare.

Chi governa non ha soltanto il dovere importante di realizzare il programma proposto agli elettori, ma ha un dovere più grande, che è quello di capire la realtà e di governarla, anche quando quella realtà è esuberante, perché più ricca, più complessa di quanto sia stato previsto in programma.

La seconda minaccia allo spirito della legge sta nella semplificazione e nella concentrazione del potere. Per anni in Italia si è ritenuto che per governare la complessità si dovesse concentrare il potere e semplificare le procedure. E' questa impostazione che funge da presupposto alla legislazione sulla elezione diretta dei sindaci, dei Presidenti delle Province e dei Presidenti delle Regioni. Abbiamo prodotto forti poteri che si riteneva che per ciò stesso fossero poteri efficaci. Invece, una tale organizzazione dei poteri oggi tutti dichiarano, basta leggere gli atti parlamentari, che va corretta, perché produce squilibri nei rapporti tra le istituzioni ed errori nei rapporti tra le istituzioni e i cittadini.

Uno dei dati più evidenti delle conseguenze di questo errore è dato dalla natura della legislazione regionale, non solo quella sarda, assessore Sanna. Gran parte delle leggi, e noi non facciamo eccezione, sono bipartite: enunciazioni di grandissimi principi, di grandi obiettivi e poi delega agli esecutivi. Nessuno si concentra più sulla formalizzazione dei processi di garanzia. Queste sono le nostre leggi: grandi leggi delega. E questo comporta come conseguenza dappertutto, in tutta l'Italia, anche qui, la coincidenza progressiva dell'ordinamento della pubblica amministrazione con la volontà dell'amministratore pubblico. E siccome dobbiamo "pensare lontano": non ci sarà sempre un amministratore pubblico buono in questa Regione. Il fattore determinante diviene non l'ordinamento, ma la volontà dei singoli eletti alle cariche apicali, con una conseguente, grave e sottovalutata incertezza del diritto.

In merito a questa cessione di sovranità verso l'alto, di cui i comuni, i cittadini patiscono le maggiori conseguenze, proviamo a chiederci se è efficace nella soluzione dei problemi. Io sarei anche disponibile a dire: "Va bene, perdiamo un po' di libertà, ma risolviamo qualche problema". A mio avviso però non è così, perché questo tipo di organizzazione è portata a fraintendere la semplificazione della decisione con la soluzione del problema. Non è così, non è così! Perché sempre le semplificazioni nella storia stanno all'origine di gravi errori.

Ecco perché io credo che il Consiglio delle autonomie locali debba vedere ampliate le sue competenze all'interno di un sistema, frutto di una nuova legge elettorale, più partecipativo, più efficiente, che dia più poteri a chi deve decidere, più controllo a chi deve controllare, democratico e solidaristico rispetto a quello attuale.

Vorrei ricordare che i sardi non sono mai stati uniti, non per tutte le stupidaggini che si leggono talvolta, ma perché non hanno mai sperimentato a lungo la democrazia. Perché non potremmo essere noi a porre le basi per una democrazia efficiente, piuttosto che arrenderci alla facile soluzione di delegare quote crescenti di sovranità, per manifesta incapacità di usare bene la libertà? Questa legge è nata dalla penna di alcuni colleghi che oggi fanno gli amministratori e le cui relazioni introduttive respiravano di un'idea di libertà che oggi è compressa.

Io mi auguro che il riformismo in Sardegna resti democratico, moderno, efficiente, e non senta mai le sirene utopistiche e liberticide di certi intellettualismi rivoluzionari, di cui non credo ci sia bisogno.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Atzeri. Ne ha facoltà.

ATZERI (Gruppo Misto). Signor Presidente, un saluto ai colleghi, ricordo che l'articolo 123 della Costituzione, al comma 4, ha sancito che ogni Regione, quindi anche la Regione Sardegna, debba istituire il Consiglio delle autonomie locali; la Regione sarda ha recepito questo dettato costituzionale con un fortissimo ritardo.. In chiusura del suo intervento il presidente Deriu parlava di "accattonaggio di fronte al sagrato della chiesa". E' questo il sistema ideale per esautorare le autonomie locali: non dar loro risorse.

Siamo di fronte quindi ad una legge fatta per tranquillizzare la coscienza rilanciando le petizioni di principi autonomistici; poi, così come la malaria scava il globulo rosso e lascia l'involucro desolatamente vuoto, privo di vita, noi ci ritroviamo con una legge di facciata condivisibile che però non dà la possibilità di dare risposte agli amministrati. E' vero, la prima finanziaria è stata fatta sulle macerie lasciate dalla precedente Giunta ma, a distanza di un anno, c'è stato il tempo per capire e rivedere il tiro ma, ancora una volta, nel previsionale, nel triennale ci sono scarse risorse per le autonomie locali. E' storicamente provato che senza risorse non si possono fare le riforme; è lo sport maggiormente praticato dallo Stato italiano. Ricordiamo la legge numero 144 del 1999 che stabiliva il principio della continuità territoriale anche per i sardi; ci ha dato una competenza e, sbeffeggiandoci, non ci ha fornito la copertura finanziaria. Però, riguardo alla sussidiarietà, che è entrata da tempo immemorabile nel lessico politico, spesso sorge il dubbio se ne abbiamo capito il vero senso. Anche gli statalisti più accaniti non la negano a nessuno una riforma nel senso della sussidiarietà; anche gli statalisti riconoscono che i comuni, le autonomie locali, veri depositari della sovranità popolare, devono avere in questo teatro la centralità, ma se poi non gli diamo risorse, beh, allora rasentiamo la beffa!

Allora, noi crediamo che oltre alle citazioni di principio abbiamo il dovere di entrare nel merito della prassi legislativa. E' stato ricordato che uno degli strumenti più importanti, che in teoria richiamava, anche se in un modo consultivo, il vostro intervento, il Piano paesaggistico regionale, ha ridicolizzato, credo, lo stesso Consiglio e tutta questa ricchezza concedendo cinque minuti per ascoltare le vostre perplessità su uno strumento così prezioso. Allora, se siamo di fronte a una Giunta che è sinceramente autonomista, che vuole esaltare le autonomie, noi sardisti dobbiamo invitarla a cambiare ritmo, passo, dando priorità al bilancio, trovando risorse, coinvolgendovi maggiormente.

Però, se queste azioni sono vissute con fastidio e con insofferenza, perché è una perdita tempo concertare, dialogare, sentire, allora siamo veramente preoccupati. Noi, forse perché allattati ai testi di Asproni, Tuveri, Bellieni e non a quelli di Bill Gates, crediamo che il federalismo e la sussidiarietà non siano degli scherzi, ma siano un fatto culturale della cui mancanza abbiamo sofferto e soffriamo proprio perché siamo in uno Stato antifederalista. E la Regione ha mutuato questo peccato originale, questo neocentralismo che viene esaltato;quando il Presidente della provincia di Oristano, un ex collega, ma sempre amico, dice che siamo più grandi, quindi servono più soldi, ci si chiede se servono per sperperarli o per dare risposte agli amministrati. Conoscendo la sensibilità politica dell'ex collega io credo che sia un disperato bisogno di risorse perché non vi siano gusci desolatamente vuoti che non servono a nessuno, ma solo a mettersi in pace la coscienza per poter dire di essere dei riformisti, da non confondersi con i Riformatori!

PRESIDENTE. Ha domandato di di parlare il Sindaco del Comune di Cagliari, Emilio Floris. Ne ha facoltà.

FLORIS EMILIO, Sindaco del Comune di Cagliari. Signori Presidenti, onorevoli colleghi, onorevoli consiglieri regionali, essendo questa la prima seduta prevista dalla legge è scontata una certa solennità della stessa;l'auspicio non può che essere che sia la prima di tante altre sedute di questi importanti organismi.

Ritengo che solo dibattendo i problemi delle autonomie locali in una sede come questa, dove c'è chi li ascolta, si possa analizzare il momento, importante, che attraversa la nostra Regione. Una Regione che, è inutile dirlo, non è tra le prime in Italia e, sicuramente, non è tra le prime in Europa, e nella quale mi pare sia fondamentale la sinergia tra gli elementi costitutivi della stessa. Se dibattessimo a lungo sui momenti di divaricazione tra i comuni e le province, tra le province e le regioni e reciprocamente tra le regioni e le autonomie locali ho paura che avvieremmo un discorso che probabilmente ci porterebbe lontano, ma che non ci farebbe fare un passo in avanti rispetto alla soluzione dei tanti problemi, prima di tutto quello economico, di cui dovremmo interessarci.

Rispetterò, allora, la solennità di questo incontro, e anche se viene reso obbligatorio in un momento decisivo, quello del bilancio, non voglio fare riferimenti alle necessità dei comuni in questa materia, perché sono già riconosciute dal Presidente del Consiglio, sicuramente dal Presidente delle autonomie locali, certamente dal Presidente della Giunta. Però vorrei proporre di calendarizzare ulteriori incontri e di dare seguito a questa seduta solenne con incontri tematici, riguardanti sia la pianificazione territoriale che lo sviluppo economico, sia i modelli di sviluppo della Regione che la programmazione economica della Regione stessa, con l'introduzione di un concetto, quello della sussidiarietà, che viene talvolta stravolto nel suo significato. Io ritengo che a nessuno manchi la responsabilità del compito che gli viene affidato; io non chiedo di essere la Regione, non chiedo di essere la Provincia, chiedo solamente che la Regione e la Provincia siano realmente delle istituzioni a favore dello sviluppo nel mio territorio.

Si chiede, però, oltre che l'accoglimento del principio della sussidiarietà, e cioè il rilascio delle funzioni che parta dal basso e non che venga predeterminato dall'alto, che le Regioni attuino con responsabilità anche un'altra funzione, perché tutti quanti vedano i compiti della Regione nella programmazione, quella di coordinamento. Non abbiate paura quindi di introdurre il concetto di sussidiarietà, perché sicuramente alle regioni e alle province rimangono tantissimi altri strumenti ugualmente importanti per la vita della nostra Isola.

Ribadisco quindi la necessità di introdurre un tema specifico da trattare nei confronti futuri al fine di realizzare quell'interesse di cui sono portatori tutti i rappresentanti oggi qui presenti in questa importante assise.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare la consigliera Caligaris. Ne ha facoltà. Ricordo che ha cinque minuti a sua disposizione.

CALIGARIS (Gruppo Misto). Signor Presidente della Giunta, signor Presidente del Consiglio delle autonomie locali, signore e signori Assessori, componenti del Consiglio regionale e delle autonomie locali, nell'esprimere particolare emozione per vivere questa esperienza voglio comunque evidenziare una qualche debolezza del sistema, che pure è molto importante sul fronte della democrazia e della rappresentanza. Intendo richiamare l'attenzione sulla palese e quasi totale assenza di un'adeguata presenza femminile nelle istituzioni, nel Consiglio regionale, così come nel Consiglio delle autonomie locali; quindi è necessario e sarà compito dell'Assemblea sarda provvedere alla stesura di una legge elettorale che offra una più adeguata rappresentanza alla nostra realtà.

Condivido l'analisi che da un lato il presidente Spissu e dall'altro il presidente Milia hanno compiuto in apertura della seduta; anch'io sono convinta che le riforme si facciano coinvolgendo i cuori e le menti delle donne e degli uomini, anche di quelli che, per ragioni diverse, sono stati costretti a lasciare la nostra Isola.

Ritengo che in questa fase l'atto di maggiore coraggio sia quello di dare risposte concrete ai cittadini sardi che si rivolgono con fiducia, anche se in parte indebolita, alle istituzioni nei diversi livelli territoriali. Risposte ai giovani e alle donne in cerca di un lavoro non atipico, a chi lo ha perso o rischia di perderlo senza alcuna garanzia per il futuro, a chi si trova in difficoltà e viene lasciato solo dallo Stato.

E' un'epoca storica per noi, una legislatura che non dobbiamo vanificare deludendo le aspettative di chi ci ha eletto. Occorre un Consiglio regionale che eserciti appieno la sua autorevolezza, in maniera autonoma dall'Esecutivo e quindi è necessario, a livello di legge elettorale, ripristinare un sano proporzionalismo e, secondo i socialisti, separare i due momenti elettorali in modo da riequilibrare i poteri. Le risposte alle emergenze, il riequilibrio dei poteri e la rappresentanza di genere sono i tre nodi da sciogliere sui quali esercitare intelligenza, coraggio ed anche la forza dell'utopia. Mi auguro che possiamo procedere con sempre maggiore collaborazione per raggiungere obiettivi condivisi di vere riforme.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Pisano. Ne ha facoltà.

PISANO (Riformatori Sardi). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente del Consiglio delle autonomie locali e Presidente della Regione, colleghi tutti, questa mi pare sia per noi una giornata veramente importante. Stamattina abbiamo inaugurato il nuovo Regolamento consiliare con il debutto della giornata dedicata al question time che, permettetemi di dire, mi è sembrato più una fiction time che un question time; stasera invece questa seduta congiunta costituisce un notevole avanzamento sulla strada della conquista di una maggiore autonomia della nostra Regione. Lo dico riconoscendo che è in atto anche un importante processo di crescita della pari dignità istituzionale, che costituisce poi l'obiettivo primario, diciamolo francamente, di questa legge.

Noi Riformatori Sardi in questo momento proviamo un sentimento molto simile a quello di un padre che conosce per la prima volta un figlio, quanto meno per avere concorso almeno in parte a questa paternità - e lo diciamo rispondendo anche alla considerazione che il riformista Atzeri poco fa ha fatto distinguendosi da noi Riformatori - proprio perché non è detto che questo nuovo organismo derivi dall'articolo 123 della Costituzione come atto dovuto. Il Governo italiano ha impugnato infatti la nostra legge con la motivazione che l'articolo 123 non fosse applicabile alle Regioni a statuto speciale.

Io debbo dare atto al nostro Presidente del Consiglio regionale di un atto di coraggio importante per aver insediato ugualmente il Consiglio delle autonomie locali, rivendicando che la nostra autonomia non è subordinata all'articolo 123 della Costituzione. Lo stesso articolo 10, che oggi ci impone di riunirci in seduta congiunta, io credo che sia stato scritto forse in maniera affrettata e, se mi permettete, rechi con sé anche un equivoco, simile all'equivoco contenuto anche nei precetti generali della Chiesa come quello che prescriveva, per esempio, di confessarsi almeno una volta all'anno e comunicarsi a Pasqua; io ancora oggi stento a capire se i precetti fossero due o uno. Probabilmente bene avremmo fatto a dire che bisognava riunirci prima del bilancio e, comunque, una volta all'anno.

Oggi misuriamo con quale grande difficoltà ci si possa allo stesso tempo confrontare, in maniera molto utile devo dire, su un tema, che è contingente quale quello della finanziaria e su un tema molto più ampio che è quello della conquistata autonomia attraverso il primo insediamento utile di questa importantissima Assemblea.

D'altro canto, l'articolo 1 della nostra legge dice espressamente, lo ha richiamato bene anche l'assessore Sanna che noi non dobbiamo fare altro che affidare al Consiglio delle autonomie locali il compito di compartecipare ai processi decisionali della nostra Regione. Occorre però che ci intendiamo bene su che cosa si intende per "compartecipare ai processi decisionali". Noi stiamo vivendo infatti una stagione particolare, il presidente Soru lo ha richiamato più volte, la stagione delle grandi riforme. Noi tutti, perciò, quando abbiamo pensato a questa pur importante riforma, l'abbiamo pensata già proiettati nel futuro, ritenendo appunto che il Consiglio delle autonomie locali non dovesse essere solo organo consultivo ma decisionale.

Abbiamo pensato ad una sorta di doppia Camera, di doppio Consiglio con prerogative ovviamente ben distinte ma uguali per dignità e proposizione da un punto di vista normativo. Questo è sicuramente l'obiettivo da raggiungere. Tra l'altro non dimentico che l'assessore Dadea, quando intervenne in sede di approvazione della legge, prospettò un Consiglio delle Autonomie locali quale io ho ora richiamato.

Ancora una sola parola per dire che oggi siamo di fronte, come qualcuno ha già detto, ad un disagio sociale enorme che investe le autonomie locali, che investe in particolare i piccoli comuni; si pone quindi l'esigenza di verificare quali risposte possiamo dare all'interno di questa finanziaria a questo disagio. La situazione degli enti locali è a dir poco paradossale perché l'impoverimento delle risorse è dovuto non solo alla diminuzione dei trasferimenti da parte della Regione, ma soprattutto all'aumento del costo dei servizi; costo che è cresciuto del 45 per cento negli ultimi due anni. Stiamo parlando, chi amministra lo sa bene, dei costi relativi ai consumi energetici, dei costi relativi al personale, dei costi relativi ai servizi in senso generale.

Questa riflessione sulle risorse la dobbiamo fare di fronte a problematiche che la "25" ci mostra in maniera ovviamente molto netta perché ci sono comuni che hanno maggiori entrate e comuni che maggiori entrate non hanno; occorre un ragionamento comune al fine di trovare adeguate soluzioni. Io credo che non possa mancare il momento consultivo, come ha sottolineato chi ha richiamato l'esigenza di confrontarci anche sul disposto del disegno di legge numero 85, che tra poco approderà qui in Aula. Io credo che quel disegno di legge, che contiene molte cose positive, ma alcune sicuramente non condivisibili, non potrà essere accompagnato da una risorsa di soli 94 milioni di euro, con soli 94 milioni di euro i comuni della Sardegna, le province della Sardegna, non potranno affrontare gli oneri derivanti dal trasferimento di queste nuove funzioni e competenze. E' una risorsa irrisoria. Riflettiamo quindi tutti insieme, se davvero vogliamo condividere, tutti insieme, i problemi dei cittadini della Sardegna.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Uras. Ne ha facoltà.

URAS (R.C.). Ho iniziato la mia esperienza politica nella città di Cagliari in uno di quegli organismi spontanei in cui trovava senso l'impegno di giovani, anche di meno giovani, sui temi della vita di un quartiere; organismo che si chiamava Comitato di quartiere. Il Comitato di quartiere era un'organizzazione, come dicevo prima, spontanea che cercava il modo di affrontare e risolvere i problemi di un quartiere insieme ai suoi abitanti. Poi abbiamo fatto una grande battaglia per il riconoscimento di questi organismi spontanei; abbiamo applicato anche a Cagliari le norme sul decentramento amministrativo e abbiamo istituito le circoscrizioni; immediatamente si è spento quel movimento spontaneo che, a Cagliari, aveva posto al centro del dibattito politico e culturale i problemi della città; tutto si è istituzionalizzato, , burocratizzato, svilito e ha perso contenuto politico e proposta programmatica.

La legge istitutiva del Consiglio delle autonomie locali, del gennaio 2005, segue la legge istitutiva del CREL, cioè il Consiglio regionale dell'economia e del lavoro, al cui interno sono rappresentate le forze sociali, le rappresentanze dei lavoratori e delle imprese. Abbiamo istituito quindi il Consiglio delle autonomie, e io trovo il senso di questa istituzione soprattutto all'articolo 2, la lettera a), dove si dice che è organo di rappresentanza istituzionale, autonoma ed unitaria degli enti locali della Sardegna e che costituisce sede di studio, informazione, confronto, coordinamento e proposta sulle problematiche di loro interesse, cioè è una sede di discussione. E' questo il punto che a mio avviso dà il maggiore senso di questa legge, perché è la discussione che prelude alla definizione di una proposta condivisa dal sistema delle autonomie locali e che deve costituire la base comune del rapporto con la Regione e con lo Stato, Io sostengo anche con l'Unione Europea, che è una cosa lontana e che spesso produce mostri che in qualche circostanza piegano le economie deboli e in condizioni di ritardo come quella della Sardegna. In questi giorni ne gira un altro di questi mostri, si chiama Direttiva Bolkestein, è quella che riconosce il principio del paese d'origine, cioè che regola tutti i rapporti tra amministrazioni degli Stati, delle Regioni, delle nostre istituzioni locali con le imprese che vincono una gara d'appalto, erogano un servizio e a cui si applicano tutte le norme, tutte le disposizioni (contratti di lavoro, norme sulla sicurezza delle persone e dell'ambiente), che vigono nei paesi d'origine e quindi introducono, all'insegna della competitività e della libera concorrenza un'illecita concorrenza tra coloro che sono più poveri e coloro che vivono condizioni più agiate e di miglior favore.

Il Consiglio delle autonomie è, come dicevo, un organo di rappresentanza istituzionale e sede di discussione, in funzione proprio di una costruzione corretta della relazione tra il sistema delle autonomie e gli altri livelli istituzionali, perché è importante che ognuno svolga pienamente la propria funzione anche in termini di conflitto, di polemiche. Tutto si riduce a competitività, è una parola ricorrente, io amo di più il termine cooperazione rispetto a quello della competitività; però se dobbiamo accettare la competitività dobbiamo accettarla a tutti i livelli, così come dobbiamo accettare anche di avere un sistema delle autonomie locali, che si organizza e si sviluppa su base territoriale, competitivo rispetto a poteri istituzionali più segnatamente centralisti e, di conseguenza, ammettere anche che ci sia il conflitto, la protesta, la rivendicazione, in tutte le sue forme anche le più esplicite.

A questo riguardo, mi viene in mente uno dei diritti che, a mio avviso, va meglio affermato, anche nelle politiche che si sviluppano in sede locale e regionale, cioè il diritto al lavoro. Noi abbiamo approvato di recente una delle tante leggi di riforma che citava prima, la legge sui servizi per l'impiego dotandola di pochi fondi in questo esercizio, e stabilendo che avremmo aumentato la dotazione finanziaria nel prossimo. La Commissione credo che abbia poi proposto di assegnare risorse per 20 milioni di euro. Con questo provvedimento abbiamo posto in capo alle province, a tutte le otto province, le competenze in materia di servizi all'impiego; una competenza assolutamente nuova e anche innovativa (contiene tutti quei percorsi di orientamento, di guida al lavoro dei nostri giovani), però quei 20 milioni di euro sono rimasti "impigliati" e non sono stati inseriti all'interno della manovra finanziaria e di bilancio.

Io ritengo che il non inserimento di questa dotazione sia stato un errore e che contraddica, perché se no qua facciamo solo cerimonie, ciò che noi abbiamo affermato nelle leggi che stiamo approvando in questi mesi, in questi giorni, a favore del sistema delle autonomie locali. Se il disegno di legge numero 85 diventasse un insieme, anche ordinato, di attribuzioni e di compiti in capo al sistema delle autonomie locali senza che ad esse siano contemporaneamente attribuite risorse finanziarie, strutture, personale, professionalità qualificate, noi faremmo un'operazione non di riforma ma, purtroppo, di distruzione dell'operatività e della funzione dei nostri comuni e delle nostre province.

I comuni e le province di questa nostra Regione rappresentano le nostre comunità locali, quelle comunità che vivono il disagio dello spopolamento, quelle che vivono il disagio della marginalità, quelle che vivono il disagio della mobilità, a quelle comunità noi dobbiamo fare riferimento quando scriviamo le leggi di riforma e quelle di bilancio.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il sindaco di Sassari, Ganau. Ne ha facoltà.

GANAU, Sindaco del comune di Sassari. Signori Presidenti, onorevoli consiglieri regionali, colleghi del Consiglio delle autonomie, io credo che quello di oggi sia un momento importante, un momento di avvio di applicazione formale di una legge che ha grossi limiti, che va integrata, va riempita di contenuti, ma che segna sicuramente un passo importante, un passo direi decisivo, anche in funzione dei nuovi ambiti all'interno dei quali ci dobbiamo muovere, quelli stabiliti dal Titolo V della Costituzione di cui parlerò tra un attimo.

Voglio cogliere l'occasione per sottolineare il momento in cui cade questa riunione; viviamo un momento di difficoltà che riguarda non solo i piccoli comuni ma tutti i comuni, una gravissima difficoltà dal punto di vista economico e finanziario a seguito dei tagli imposti dalla finanziaria regionale. Sono tagli che hanno subito tutti i comuni, chi più chi meno, compresi quelli grandi( non capisco il perché della distinzione tra piccoli e grandi); noi abbiamo ricevuto nove milioni di euro in meno, sono in forse sessantaquattro posti di lavoro, abbiamo delle difficoltà oggettive a garantire il livello dei servizi e, al di là di tutta la razionalizzazione possibile, credo che sarà inevitabile un peggioramento della qualità dei servizi offerti ai cittadini. Questo punto ritengo debba essere tenuto in considerazione nei prossimi giorni, quando discuterete la manovra finanziaria in questo Consiglio .

Come dicevo all'inizio del mio intervento penso che questo sia un momento importante, un momento di avvio di un confronto tra il Consiglio regionale e il Consiglio delle autonomie locali, e che la costituzione del Consiglio delle autonomie locali sia un passo fondamentale, anche se ancora limitato, verso un vero coinvolgimento partecipativo del territorio nelle scelte e verso il federalismo regionale.

Il Titolo V della Costituzione, è stato già citato più volte, riconosce pari dignità a Comuni, Province, Regioni e Stato; nessuna di queste istituzioni, in un sistema democratico, può esibire titolo maggiore di legittimazione che le consenta di porsi al di sopra delle altre e di ergersi a rappresentante unico che comprenda in sé tutto e tutti.

Siamo in una fase nella quale non è più possibile stabilire una gerarchia tra istituzioni rappresentative e democratiche. I rapporti tra di esse possono essere e devono essere di interdipendenza e non più di indipendenza e dipendenza; le decisioni che riguardano tutti debbono essere prese col consenso di tutti e tutti debbono collaborare lealmente per raggiungere determinazioni unitarie condivise. Questo non impedisce ovviamente la differenziazione funzionale, quindi che ciascuno svolga il ruolo ed eserciti le funzioni adeguate all'ampiezza del territorio che rappresenta; infatti le funzioni sono ripartite secondo il principio della sussidiarietà, più volte ricordato anche in questa sede, cioè sono attribuite all'istituzione più prossima al cittadino e possono essere conferite ad un livello di governo più alto, la Provincia, la Regione o lo Stato, che sia adeguata alla soddisfazione delle esigenze unitarie che l'azione politica si prefigge.

Le istituzioni sovra comunali hanno quindi la responsabilità di realizzare le politiche che attengono alle esigenze unitarie, che soddisfano esigenze proprie del territorio che rappresentano, questo però non può comportare l'esclusione dei comuni, dato che essi rappresentano lo stesso territorio. Pertanto la decisione di perseguire politiche unitarie, che comporta il conferimento e l'accentramento di funzioni a favore di livelli di governo sovra comunale, deve essere necessariamente condivisa dalle amministrazioni comunali e da quelle provinciali.

Limitando il ragionamento a livello regionale, la conseguenza di questo ragionamento è che vi deve essere un luogo nel quale, in modo organizzato, si realizza il massimo della condivisione possibile tra la Regione, le Province, i Comuni, intorno alle grandi scelte politiche che toccano il ruolo e le funzioni di tutte le istituzioni politiche regionali.

Io credo che questo luogo istituzionale sia il Consiglio delle autonomie locali; in questa sede devono passare tutte le scelte fondamentali che riguardano il complessivo sistema delle istituzioni rappresentative della Sardegna; la Regione perciò non può compiere in solitudine le sue scelte, ma non credo che sia questa la volontà, altrimenti non avremmo avuto il Consiglio delle autonomie, ma deve perlomeno ricercare il consenso del sistema delle autonomie locali che possiamo considerare come una sorta di seconda Camera, rappresentativa dei comuni e delle province.

Come è già stato ricordato dal presidente Spissu, tra le competenze che vengono attribuite agli enti locali ce ne sono alcune particolarmente importanti; devono essere condivise con la Regione, per esempio, le problematiche di tipo ordinamentale, quelle relative all'ordinamento della Regione, allo Statuto, alla legge statutaria. Il Consiglio delle autonomie ritengo che debba rapidamente darsi un'organizzazione, una struttura in grado di contribuire a questa discussione, alla definizione di questo importante processo di riforma della Regione.

Processo di riforma che attiene anche alla distribuzione delle risorse finanziarie; al momento la discussione sulla legge finanziaria è avanzata quindi in questo caso non sarà possibile farlo per motivi oggettivi, ma credo che bisognerà comunque trovare dei modi per cui le esigenze dei Comuni che citavo in premessa, la nuova realtà che si è venuta a creare trovi risposte nella finanziaria che poi il Consiglio regionale esiterà.

Io credo che il Consiglio delle autonomie non possa non intervenire su tutte le determinazioni che concernono il governo del territorio regionale, queste scelte attengono ad una funzione di governo che non è esclusiva della Regione, è una competenza diffusa, appartiene all'articolato sistema delle autonomie, in particolare ai comuni perché incide su un patrimonio che è di tutti. Del resto questo patrimonio correrebbe gravissimi rischi se fosse nella disponibilità di un unico soggetto, cioè se le funzioni pubbliche riguardanti questo pregiato patrimonio fossero concentrate in un'unica istituzione, scelte sbagliate comporterebbero infatti un impoverimento del territorio, scelte virtuose, giuste, ma non condivise ne comporterebbero una mancata efficacia, come è successo in altri casi.

Credo sia necessario far sì che le autonomie locali siano coinvolte fin dall'inizio nei processi di elaborazione delle strategie, dei progetti che riguardano temi importanti; questo non è stato fatto, perché il Consiglio delle autonomie non c'era, per quanto riguarda le problematiche del Piano paesistico. Credo di dover dire che non è vero che sono stati concessi solo cinque minuti ai comuni per esporre le loro ragioni, credo che ci sia stata un'interlocuzione reale, che ci sia stata la disponibilità - questo mi confermano gli altri comuni - da parte dell'Assessore regionale per entrare nel merito del provvedimento. Io credo che noi dobbiamo comunque superare questo momento passando attraverso una fase preliminare che vedrà interessato il Consiglio delle autonomie, laddove si arrivi a scelte condivise si troverà un momento di discussione, di confronto con i comuni per le fasi di dettaglio. A mio avviso si può adottare questo metodo di lavoro fin dalla prossima discussione sulla legge urbanistica che ritengo sia uno strumento particolarmente importante.

Io credo che vada sottolineato il fatto che gli enti locali si parlano, al di là delle colorazioni politiche; sul territorio stanno succedendo infatti delle cose nuove, si parla di piani strategici, comunali, sovra comunali, di programmazione, di parternariato provinciale; sono tavoli di discussione sui quali credo vada fatta chiarezza per evitare sovrapposizioni, al fine di trovare un coordinamento unico Sono sicuro, comunque, che dopo un periodo di rodaggio, che mi auguro breve, sapremo mettere in campo tutte le sinergie indispensabili per lo sviluppo e il progresso della nostra Regione.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Diana. Ne ha facoltà.

DIANA (A.N.). Signor Presidente della Regione, colleghi, signori componenti il Consiglio delle autonomie locali, io intervengo più come ex amministratore locale che come consigliere regionale; sono convinto infatti che l'impegno profuso in un'impresa così difficile, l'amministrare un ente locale, costituisca un'esperienza da mettere a frutto.

L'incontro con il Consiglio delle autonomie locali rappresenta, secondo me, un'opportunità politica per un approfondimento complessivo delle problematiche inerenti il sistema delle autonomie locali che sono state interessate da un processo di radicale mutamento delle competenze, dei modelli organizzativi, delle modalità di elezione degli organi politici e delle regole di funzionamento.

Rispetto al passato risultano oggi radicalmente cambiati i compiti attribuiti ai sindaci, ai presidenti di provincia, alle giunte e ai consigli, nonché alle figure professionali che li supportano.

La genesi del processo di riforma delle autonomie locali è da ricollegare alle seguenti ragioni. I costi sostenuti dal sistema Paese non sono sopportabili nel processo di integrazione europea. I compiti degli enti locali sono completamente cambiati ed aumentati rispetto agli inizi degli anni '90, l'elezione diretta dei sindaci e dei presidenti delle province ha determinato la modifica delle strutture organizzative stabilendo un legame più stretto con i vertici dell'apparato burocratico.

I nuovi compiti già attribuiti agli enti locali, o in corso di attribuzione, hanno reso i comuni i più grandi soggetti erogatori di servizi alla persona, determinando quindi la necessità di una loro trasformazione sulla base di logiche e di culture aziendali. Basti pensare all'introduzione del principio di sussidiarietà, sia in senso orizzontale che verticale, e alla crescente spinta alla privatizzazione ed esternalizzazione della gestione dei servizi.

La crescita del nostro Paese non può quindi prescindere dalla capacità della classe politica di essere al passo con le nuove esigenze di sviluppo degli enti locali. Noi consideriamo il territorio un valore irrinunciabile, e quando parlo di territorio parlo del governo del territorio. La ricchezza del nostro Paese, della nostra regione, è costituita dalle sue diversità, dalle ricchezze locali che concorrono a costituire quell'unico valore rappresentato dall'identità della Sardegna.

Oggi possiamo affermare di essere contemporaneamente testimoni e protagonisti di una fase di grandi cambiamenti e di grandi sfide sia sul piano nazionale che su quello internazionale. Siamo convinti che in questa cornice la politica passi attraverso la crescita delle sue rappresentanze negli enti locali; il cambiamento delle nostre città, degli oltre 350 comuni, delle province, richiede sempre più conoscenze e politiche nuove ed innovative capaci di interpretare i mutamenti sociali in corso.

Siamo chiamati a una rinnovata riflessione su tutto il comparto delle autonomie locali, in vista di quella che dovrà essere la nostra azione di governo. Riflettendo su questo tema non si può non fare riferimento al processo di riforma dell'ordinamento locale, sviluppatosi attraverso diversi provvedimenti normativi a partire dalla "142"; ma la radicalità del processo di modernizzazione, che ha interessato gli enti locali negli ultimi anni, sembra essere spesso un elemento non colto appieno dagli operatori e che invece deve essere assunto come un tratto distintivo di fondo a cui ispirarci nella definizione dei nuovi ruoli e nella stessa interpretazione delle novità legislative.

In questo quadro, tuttora in evoluzione, bisogna ripensare al nuovo ruolo degli enti locali, non è infatti ancora sufficiente il decreto legislativo che individua le funzioni fondamentali e il loro adeguamento all'ordinamento degli enti locali, secondo le disposizioni della legge costituzionale numero 3, ed è necessaria e non più rinviabile una globale rivisitazione del testo unico degli enti locali del 2000 che tenga conto tra gli altri di una serie di input che in questi anni sono emersi.

Queste sono le esperienze che cerco di trasferire ai componenti del Consiglio delle autonomie locali. Ridefinire il metodo dei trasferimenti dallo Stato oggi riferiti alla spesa storica e rideterminare i trasferimenti calcolandoli con criteri completamente nuovi, presidente Soru, questo è un argomento che non può essere affrontato qui, però credo che sia fondamentale, non si possono avere delle risorse se non ridisegnando il metodo di distribuzione delle risorse agli enti locali.

Bisogna rivisitare i compiti e le funzioni attribuite ai consigli comunali e provinciali, alle giunte comunali e provinciali, ridefinire il ruolo e i poteri del Presidente del Consiglio e del Presidente della Provincia, definire una strategia politica per rivedere il limite dei due mandati consecutivi alla carica di sindaco e di Presidente di Provincia. Trattandosi di un'elezione diretta di primo grado si deve tener conto della espressione della sovranità popolare attraverso il voto, il cui unico limite deve essere la mancanza del consenso per il candidato. Rivedere le regole per l'istituzione e le elezioni nelle circoscrizioni comunali, riflettere sul voto disgiunto nei comuni con popolazione superiore ai 15.000 abitanti, eliminare l'incompatibilità del consigliere comunale e provinciale qualora assuma la carica di assessore nella rispettiva giunta, introducendo il principio della sospensione, prevedendo la surroga col primo dei non eletti fino a quando l'eletto rimane assessore.

Riflettere sull'opportunità di reintrodurre la mozione di sfiducia costruttiva dei due terzi del Consiglio, con conseguenti elezioni da indire immediatamente ed insediamento del nuovo Consiglio, del nuovo sindaco o presidente della provincia entro sessanta giorni. Valutare la possibilità di una riforma per le province che ne ridefinisca il ruolo e le competenze al fine di renderlo un ente territoriale di pianificazione e coordinamento di area vasta.

Per le nuove province io credo che il problema fondamentale siano le risorse, senza doverle definire regionali o statali, presidente Deriu, su questo io credo che ci dobbiamo battere tutti quanti. Occorre rivedere la rigidità del bilancio dovuta alle eccessive predeterminazioni delle sue poste; immagino che tutti quanti voi abbiate grosse difficoltà a far quadrare il bilancio e a rispettare il patto di stabilità, anche su questo la Regione può intervenire, il Consiglio delle autonomie può dire la sua, se ne può parlare anche in finanziaria.

Per un controllo strategico che riguardi l'efficienza degli enti locali si rende necessaria, credo, l'istituzione di una Authority delle autonomie locali che dovrà relazionare sull'andamento economico-finanziario e strategico degli enti locali appunto. Questa proposta è una novità assoluta che lo stesso Consiglio delle autonomie locali potrebbe portare all'attenzione del Consiglio regionale, sempre che non sia il Consiglio a proporla autonomamente.

È necessaria infine una riflessione sul ruolo dei segretari comunali perché sono evidenti a tutti le contrapposizioni e le contraddizioni che esistono oggi nei comuni dove è presente la figura del segretario comunale e quella del direttore generale. Queste due figure non può essere tenute distinte. La Scuola superiore della Pubblica amministrazione dovrebbe quindi impegnarsi a formare segretari generali che assommino in sé il ruolo di manager o direttore generale e quello del segretario comunale.

Una politica quindi che miri ad esercitare un innovativo governo del territorio non può non essere fortemente presente nelle strategie delle multi-utilities; non si può continuare infatti a chiedere le risorse ed è necessario iniziare un processo inverso che si concretizzi nel fare economia di scala; l'economia di scala dispiega effetti solo su territori più vasti che consentono di effettuare i bandi, riducendo conseguentemente i costi della politica e i costi dell'amministrazione.

La riforma degli statuti delle autonomie locali è l'altro tema che mi interessa particolarmente; è uno dei temi più interessanti della politica moderna perchè si inquadra nel contesto riformatore del Titolo V della Costituzione ed è connesso alla riforma dell'ordinamento degli enti locali, purtroppo ancora in corso di definizione. Se comprendiamo quale sia l'importanza del ruolo delle autonomie locali, in una nuova organizzazione della Nazione o della Regione, ci rendiamo subito conto della valenza strategica in termini politici, culturali e di identità che assume il proprio statuto per ogni singolo comune. Tutti i soggetti che costituiscono la Regione sono tenuti a prestare il loro contributo per sostenere e valorizzare in maniera coordinata e concertata, nell'ambito delle proprie competenze e in applicazione delle finalità dell'articolo 44 della Costituzione. A questo proposito voglio citare le aree montane sulle quali credo debba esserci una grande attenzione. In questa fase di grandi cambiamenti i cittadini chiedono alla politica impegno e rigore, in un contesto sociale ed istituzionale dove l'ordinarietà a volte appare come un evento straordinario.

Alleanza Nazionale - in questo caso ne faccio un argomento politico più degli altri - è chiamata ad una profonda assunzione di responsabilità. E' quello che stiamo facendo, a partire dalla selezione e formazione dei suoi amministratori perché domande così complesse, che provengono da una società in profonda trasformazione, necessitano di risposte altrettanto complesse. Queste ultime richiedono solidi riferimenti culturali e un ritorno ai valori autentici di onestà, trasparenza, moralità e servizio, che hanno forgiato le coscienze sociali e che non possono essere sostituiti.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Stefano Pinna. Ne ha facoltà.

PINNA (Progetto Sardegna). Questa prima riunione con la quale finalmente attuiamo la legge numero 1, varata lo scorso anno e istitutiva del Consiglio delle autonomie, così come recita l'articolo 123 della Costituzione italiana, rappresenta un'importante occasione proprio perché dà luogo alla consultazione tra la Regione e gli enti locali.

Il presidente Spissu in apertura ha detto che il senso di questa riunione, oltre che discutere preliminarmente, perché questa è la funzione stabilita dall'articolo 10, del nuovo bilancio che questo Consiglio approverà nelle prossime settimane, è anche quella di fare un'analisi sullo stato del sistema delle autonomie locali. Un primo elemento che vorrei sottolineare è questo; rispetto ad una autonomia ideologizzata, raccontata, su cui si fa della retorica talvolta anche di bassa lega, questo Consiglio regionale si è mosso concretamente approvando, nel 2005 la legge numero 1, ponendo fine ad un ritardo di cinque anni, la legge numero 12 con la quale si dà una prima risposta al tema importantissimo dell'associazionismo tra gli enti locali, recependo il decreto legislativo del 1998 con il quale si trasferiscono ai comuni e alle province le nuove competenze, così come stabilito da una legge statale. Devo dire anzi che il 112, recepito nel disegno di legge numero 85, è più innovativo rispetto allo stesso decreto legislativo e alle norme di attuazione.

In un anno e mezzo, al di là delle altre riforme che sono già note, questo Consiglio regionale non solo, ha istituito il Consiglio delle autonomie locali, sulla base dell'articolo 123 della Costituzione, ma ha accelerato quel processo di nuova autonomia democratica che passa attraverso un ulteriore coinvolgimento degli enti locali, mettendo mano a provvedimenti che erano in forte ritardo e dando quindi segni concreti di attenzione nei confronti del mondo delle autonomie locali.

Devo dire che anche la proposta di bilancio di prossima discussione presenta, rispetto al bilancio dell'anno scorso, un incremento complessivo di quasi 40 milioni di euro; vi sono voci specifiche che riguardano la partita delle spese correnti, gli investimenti, la partita dei cantieri occupazionali e sono risorse che non si ottengono andando a pietire presso chissà quali sagrati.

Io ho fatto il sindaco e il mio comune ha ricevuto numerosi finanziamenti legati alla partecipazione a bandi perché essendo la spesa regolata, non discrezionale, viene premiata la capacità di progettazione, la capacità di innovazione. In questo senso credo che questa sia un'occasione importante per fare un po' il punto, anche da parte della Regione sul tipo di progettazione che presenta.

Voi sapete che sia il Dpef che il bilancio hanno puntato su due elementi fondamentali: la competitività e la coesione. Sul versante della coesione, già a partire dalla metà degli anni 90, si è sviluppata un'esperienza molto interessante che ha visto gli enti locali dar vita a forme di collaborazione che, ai primi del 2000, hanno raggiunto un punto alto con la partecipazione ai bandi PIT e con la nascita della programmazione integrata. Il fatto interessante è che la Regione acquisisce la consapevolezza che lo sviluppo di quest'Isola passa attraverso la capacità di elaborazione di politiche organiche, complessive, che diano una visione di insieme sulla Regione, e dall'altra però questa Regione ritiene che sia assolutamente necessario operare un trasferimento di funzioni e di competenze.

Credo che l'onorevole Pisano forse sottodimensioni o non consideri adeguatamente anche lo sforzo che accompagna il disegno di legge numero 85, che prevede di trasferire per la gestione dei nuovi servizi quasi 200 miliardi di vecchie lire; se tenete conto che la Regione trasferisce attualmente 97 milioni di euro per le spese correnti, non mi sembra che lo sforzo sia di poco conto. Noi crediamo che la Regione debba avere un progetto unitario e che i territori debbano avere progetti coordinati che abbiano in qualche modo una valenza territoriale, che trovino nella provincia e negli enti locali e nelle forme associate un punto di forza, un punto di qualità. Questo per esempio è uno degli elementi forti, strategici, della legge numero 12 per quanto non ancora completamente attuata.

Credo sia molto importante oggi, mentre ci incontriamo, sapere che tutti insieme ci muoviamo in una Regione che si dà un piano, che ha un progetto, che ha una strategia, al cui interno si devono collocare le singole strategie locali. In questi ultimi mesi, da quando è stato varato il cosiddetto Codice Urbani, si discute molto sulla competenza attribuita alle regioni in ordine al paesaggio.

Il concetto di paesaggio era già presente nella vecchia legge numero 45; si distingueva infatti tra il paesaggio e il territorio e la sua trasformazione, individuando due diversi livelli: un livello di competenza dell'ente superiore, che ha una visione complessiva, e un livello di competenza dell'ente territoriale. Voi capite benissimo che per paesaggio non si deve intendere certo il paesaggio naturale, intendiamo il paesaggio urbanistico, intendiamo il paesaggio energetico, possiamo intendere il paesaggio commerciale, possiamo intendere anche il paesaggio industriale, possiamo intendere il paesaggio turistico dal punto vista anche dell'offerta dei servizi, bene, questa responsabilità è in capo alla Regione. Questo non toglie che si debba trovare una sintesi perfetta, una sintesi responsabile tra i due livelli, ma guai a una Regione che non avesse anche una strategia, un quadro complessivo.

Io sono d'accordo quindi con la proposta formulata dal sindaco Floris di prevedere incontri tematici; non abbiamo difficoltà a discutere, anche perché molti di noi, credo quasi tutti, vengono dall'esperienza dell'amministrazione locale, per cui guai a noi se per un momento dimenticassimo che l'amministrazione locale è il momento terminale della politica Mettiamo in campo quindi e confrontiamo le azioni che la Regione in questo momento sta promuovendo con le singole ricadute locali che queste azioni comportano perché, indubbiamente, vi sono responsabilità e responsabilità. Però, nel momento in cui abbiamo dato vita anche ad un processo di sviluppo che passa attraverso il concetto di programmazione integrata, mai e poi mai deve passare l'idea che esista una sorta di sovraordinazione gerarchica. Noi crediamo nel sistema di rete e nel sistema di rete vi è un rapporto orizzontale dove vi sono responsabilità diverse sulle quali noi comunque vogliamo confrontarci.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare Pina Cherchi, sindaco del comune di Soddì. Ne ha facoltà.

CHERCHI, Sindaco del Comune di Soddì. Un saluto al Presidente della Regione sarda, al presidente Spissu e al nostro Presidente del Consiglio delle autonomie locali, a tutti i consiglieri regionali e ai colleghi del Consiglio delle autonomie locali, io rappresento il comune di Soddì, un centro che conta non centoquarantamila abitanti ma solo centoquaranta; quindi per me essere qui è un'espressione di democrazia. Ci sarebbe ovviamente piaciuto essere maggiormente coinvolti nell'analisi delle problematiche, al fine di poter valutare in tempo congruo le leggi, soprattutto la finanziaria che è quella più importante.

Precedentemente noi ci siamo incontrati in un'altra sede che, come ho detto in quell'occasione, è sicuramente una sede maestosa e regale; però, secondo me, il luogo più idoneo dovrebbe essere questo, e non perché vogliamo insediarci ad ogni costo, per chissà quale motivo, nel Consiglio regionale, ma perché è nelle nostre aspettative avere un confronto proprio con il Consiglio regionale. Il legislatore infatti ipotizza il fatto concreto, ragiona cioè su una fattispecie astratta, mentre i sindaci, le amministrazioni comunali hanno invece davanti il caso concreto; noi vogliamo quindi essere al vostro fianco non per fare delle critiche gratuite, ma perché vogliamo collaborare con voi.

Vi porto un esempio, relativo all'ultima legge sull'elezione della Commissione elettorale. Per noi, comune di Soddì, era una legge inapplicabile perché il nostro Consiglio comunale è composto da dodici consiglieri più il sindaco tredici, però la legge stabiliva che venissero eletti tre componenti della maggioranza con tre voti di preferenza; poiché il sindaco non ha diritto di voto la maggioranza poteva esprimere otto voti: due consiglieri prendevano tre voti e uno ne prendeva due per cui non poteva entrare nella commissione elettorale. Per fortuna la legge è stata modificata in tempo in modo tale che noi abbiamo potuto deliberare ed applicarla.

Questo era un esempio, ma potrei farne altri. Sugli ambiti territoriali, noi ragioniamo su regioni storicamente definite, per esempio nel nostro territorio sono il Guilcer e il Barigadu, però la realtà e gli interessi con il tempo cambiano . Sul lago Omodeo, finché l'acqua scendeva ai minimi storici, non potevamo ipotizzare progetti di sviluppo turistico quando questo è stato possibile, noi abbiamo deliberato per un allargamento dell'ambito unico, ma abbiamo incontrato i limiti posti dalla legge che impone di rispettare l'ambito territoriale provinciale.

Ribadisco quindi la nostra volontà di essere al vostro fianco proprio per collaborare e contribuire a fare leggi migliori. Sono inoltre assolutamente favorevole alla battaglia per le entrate; tutti quanti noi siamo stati a Roma per manifestare, proprio perché le entrate della Regione sarda riguardano tutti, senza divisioni..

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Biancareddu. Ne ha facoltà.

BIANCAREDDU (U.D.C.). Signori Presidenti, signori Assessori, colleghi, con il termine colleghi mi sia consentito di salutare anche tutti i sindaci, non solo per l'equiordinazione che la modifica del Titolo V ha comportato in termini di parità, ma soprattutto perché i colleghi sono coloro che svolgono le stesse funzioni; noi tutti abbiamo la funzione di rappresentare una fetta di territorio, una fetta di popolazione, e noi tutti siamo accomunati dalla missione di cercare di portare a quel territorio, e a tutta la Sardegna in generale, un benessere economico e sociale, quindi siamo colleghi soprattutto di fatto.

Non farò filosofia, quella la fa il professor Maninchedda, ma vorrei fare alcune considerazioni pratiche dicendo subito che il Consiglio delle autonomie locali non è un'invenzione della Regione sarda. Era un istituto già previsto dalla stessa legge 18 ottobre 2001, che parlava di un organo di consultazione tra Regione ed enti locali, ma era già previsto anche dal decreto legislativo 18 agosto 2000, numero 267, che all'articolo 4 parlava di istituzione da parte delle regioni di "strumenti e procedure di raccordo e concertazione, anche permanenti, che diano luogo a forme di cooperazione strutturali e funzionali, al fine di consentire la collaborazione e l'azione coordinata fra regioni ed enti locali nell'ambito delle rispettive competenze". Queste sono le leggi, questo è quello che c'è scritto.

Il presidente Spissu, in apertura, ha menzionato alcuni provvedimenti legislativi che sono in carico alla Commissione, ma, come tutti sapete, i provvedimenti che in carico alla Commissione, finché non diventano legge, sono parole, parole e parole, come diceva quella canzone in voga quando io avevo i pantaloni corti.

Quindi, quando si è in presenza di sole parole ci dovrebbe essere una prassi che sostituisce le leggi, perché se uno è obbligato a fare una cosa per legge non ha dimostrato sensibilità, ha dimostrato di essere uno che osserva le leggi. La Giunta in carica dovrebbe dare esempio di questa collaborazione con gli enti locali; il Consiglio stesso, per carità, dovrebbe dare esempio, ma molte volte gli esempi si danno, oltre che con le parole, con i fatti e con i soldi.

Invece ho l'impressione che, altro che equiordinazione!, qua siamo di fronte a una struttura di tipo medioevale, feudale, dove, senza offesa, il Presidente è il feudatario - i feudatari facevano anche del bene, Presidente -, la Giunta i vassalli, e siccome non mi sottraggo anch'io al paragone, perché anch'io ho un ruolo, anch'io ho il mio Gruppo, e noi siamo i servi della gleba, noi con la zappa che dobbiamo zappare e cerchiamo di demolire questo castello che si è creato per cercare di ridare la speranza a chi l'ha persa, come noi, tra i consiglieri regionali e tra i sindaci.

Però non è bastato, gli esempi pratici ci sono, a parte le allegorie, perché ci voleva un rapporto migliore, più diretto con gli enti locali, non solo con i consiglieri, per le leggi importanti che avete fatto sull'urbanistica, sull'eolico, eccetera. Avete deciso, poi le conseguenze ancora non si vedono o si vedono in parte e si va avanti. Quindi il decisionismo, che può essere bello quando si enuncia, molte volte quando si mette in pratica provoca anche danni, oltre a creare qualcosa di buono perché se non altro si è fatto qualcosa.

Il presidente Deriu ha tenuto anche una brevis lectio di diritto costituzionale, dicendoci che non ci sono province statali e province regionali: ormai nelle Regioni a Statuto speciale le province le istituiscono solo le Regioni. Infatti, la competenza a cui faceva riferimento il Presidente si chiama primaria o esclusiva, nel senso che se è esclusiva non c'è un altro organo legislativo che possa sovrapporsi nella creazione di province. Quindi in Sardegna e nelle altre regioni a statuto speciale solo la Regione decide se e come una provincia esiste. Siccome queste province le abbiamo fatte e non c'è stata mai nessuna legge nella storia autonomistica che sia uscita indenne da un referendum popolare, ricordate "quello delle barche" che istigava la gente a sopprimere le province? Perso, da un ricorso alla Corte costituzionale perso, perso dagli altri, ma vinto dalla Regione. Lo ricordo perché in quel periodo ero Assessore, quindi ho avuto la fortuna di porre la firma alla prima riforma vera e propria, perché le province le abbiamo sbandierate e le abbiamo fatte. Poi invece delle province hanno cancellato me, però sono cose che succedono. Però, ora, veramente, queste province vanno fatte funzionare.

Io vivo in Gallura, vedo la buona volontà delle amministrazioni, però adesso hanno la forza di un circolo nautico, cioè quella di esprimere pareri, di fare riunioni, dire cose ne pensano su tutte le problematiche, ma non hanno risorse. Siccome siamo nella fase del primo avviamento occorre lo sforzo, lei sa, Assessore, ma credo lo sappia anche il Presidente, non è come quando un istituto è a regime; ci vuole l'avviamento, ci vuole il caricabatterie per dargli una scossa, e questa scossa la dovete dare voi facendo un sacrificio nella ricerca delle risorse tra le pieghe del bilancio, mettendo questi enti nelle condizioni di funzionare. Questo volevo sollecitare.

Auspico che questo Consiglio delle autonomie possa svolgere le funzioni che sono previste nella legge istitutiva, perché sono funzioni veramente nobili. Oggi era la prima riunione congiunta e, in questi casi, si esprimono dei pareri senza arrivare quasi mai al sodo, però il mio invito è che la Giunta, nelle more dell'approvazione dei disegni di legge che deleghino funzioni e attribuiscano competenze agli enti locali, inizi a comportarsi nella prassi come se queste leggi esistessero già, interpellando veramente i Comuni e mettendoli nelle condizione di funzionare. In questo senso credo che anche da parte nostra, nonostante siamo quelli della zappa e del piccone, ci sarà sicuramente una collaborazione e una benevolenza anche nei confronti delle vostre proposte.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Francesco Sanna. Ne ha facoltà.

SANNA FRANCESCO (La Margherita-D.L.). Signori del Consiglio, colleghi consiglieri, signor Presidente del Consiglio delle autonomie, signor Presidente della Regione, signor Presidente del Consiglio, io credo che la riunione di stasera abbia tra le coincidenze, che chi mi ha preceduto ha voluto rintracciare nella convocazione, a ridosso della costituzione del Consiglio di autonomie, prima della legge finanziaria, anche un altro significato, il fatto che noi ci riuniamo per la prima volta insieme in una seduta di quelle che lo Statuto di autonomia della Sardegna prevede come obbligatorie, dando nessuna discrezionalità ai componenti di questo organo legislativo della Regione Sardegna se doversi o non doversi riunire.

Ci dobbiamo riunire, il tema che abbiamo scelto e che hanno scelto l'Ufficio di Presidenza e la Conferenza dei Capigruppo è un tema che sta al cuore della vicenda delle riforme istituzionali, che sono il cuore di questa legislatura nella prospettiva che tutti, anche se la pensiamo in maniera diversa, diamo al tempo che è passato e a quello che trascorrerà da qui alla fine di questa legislatura.

Io concordo sulla sollecitazione che il Consiglio delle autonomie locali, attraverso l'intervento del Presidente della Provincia di Nuoro, ci ha rivolto di immaginare una legge quadro sulle autonomie locali in Sardegna. Il problema, a mio avviso, non è un problema di frammentazione delle norme emanate dalla Regione Sardegna. Le norme esitate fino ad oggi sono tutte orientate infatti a governare pacchetti di materie abbastanza omogenee: il Consiglio delle autonomie, le unioni dei comuni e le comunità montane, gli ambiti ottimali, il modo di esercitare in forma associata le funzioni dei comuni, domani il primo grande blocco di trasferimento di competenze dallo Stato alla Regione e dalla Regione ai Comuni e alle Province. Il problema è quello di un coordinamento con ciò che ci dice lo Stato in forme molto spesso, direi, altalenanti, tendenti a uno scaricare sul sistema delle autonomie locali i costi di politiche di annuncio; sul fisco per esempio, i tagli all'imposizione fiscale dello Stato si sono trasformati, in questi cinque anni, in corrispondenti se non più pesanti doveri di imposizione fiscale a carico delle Regioni e a carico soprattutto dei Comuni che non ricevono più i trasferimenti.

Questo coordinamento noi lo dobbiamo fare, lo dobbiamo fare perché nel frattempo una riforma costituzionale ci ha detto quello che era maturo da tanto tempo nella nostra coscienza, cioè che lo Stato, la Repubblica si compone di Regioni, di Province e di Comuni. E' questa l'equiordinazione. Cosa vuol dire equiordinazione qui in Sardegna? Vuol dire essenzialmente che ci sono ambiti dove non è possibile l'interferenza, funzioni da esercitare senza indesiderati ausili; questo vale per lo Stato sulla Regione, vale per la Regione sui Comuni e le Province. Però vuol dire anche disciplinare bene, quando c'è la necessità di unire le forze, cosa dobbiamo fare insieme: la Regione, le Province e i Comuni; e quando c'è la necessità di coordinare e indirizzare i poteri locali far sì che il potere regionale emani norme che i poteri locali sappiano applicare, non norme impossibili, non cose che non si possono fare.

Noi, con il disegno di legge numero 85, che il Consiglio esaminerà da qui a poco, e lo stesso farà il Consiglio delle autonomie, individuiamo una prima risposta a questo problema. Diciamo che quando dobbiamo unire le forze, quindi entrando gli uni nelle competenze degli altri, non lo si farà più con circolari e direttive, ma con l'intesa nella Conferenza Regione-Enti locali, così come lo Stato esercita la medesima funzione di indirizzo e coordinamento nella Conferenza Stato-Regione, e questo lo faremo laddove ci sarà da rilevare, perché avremo rilevato prima, un interesse regionale alla conduzione insieme dello sforzo comune della Regione, delle Province e dei Comuni.

Una prima risposta certamente può essere questa; le otto province sono create sulla base di un presupposto, un privilegio a favore di enti a elezione diretta, ma anche sulla base dell'impegno non scritto, ma da scrivere in questa legislatura, per il quale ci impegniamo tutti al riordino e alla non proliferazione di enti che stanno tra i Comuni e le Province, con qualche sacrificio e qualche necessità di riorganizzazione dei gruppi dirigenti dei partiti nelle autonomie locali, ma con un grande vantaggio per le popolazioni, per chi è amministrato e per gli interessi di tutta la collettività.

Una riflessione va fatta in questa norma di riordino generale anche sui sistemi elettorali; è possibile che in una provincia che gestisce interessi, e ne gestirà sempre di più, di carattere generale nell'ambito delle aree vaste, quindi è l'unico ente che esiste realmente con legittimazione popolare tra la Regione e Comuni, l'organo politico veda non rappresentate per frutto del sistema uninominale che lì vige, intere città, comunità intere escluse dal meccanismo applicato attualmente dalla legge elettorale nazionale? Ci piace questa legge? Forse è il caso di discuterne. Così come comuni importanti sotto il profilo demografico, e più importanti perché in Sardegna abbiamo una demografia particolare, oggi vedono sindaci eletti con una maggioranza solo relativa dei cittadini che hanno espresso il voto alle elezioni. Cosa che non capita nelle province, nei comuni con oltre 15.000 abitanti e nella Regione.

Certamente è legittima ogni discussione sulla concentrazione dei poteri, ma i poteri siano legittimati, e siano ben legittimati. Anche su questo credo che occorra fare, e io la faccio a titolo personalissimo, una riflessione nell'ambito di una ricostruzione del sistema delle autonomie sarde, che dovrà trovare un luogo anche nel nuovo Statuto di autonomia che parte nella discussione della Consulta.

Dobbiamo respingere un'idea di autonomia regionale, di autonomia locale immatura, come quella che emerge nel ricorso presentato qualche giorno fa dal Governo contro la legge che ha dato al Presidente della Regione e alla Regione il potere, proprio del Ministro degli interni, di commissariare quei comuni che violano la legge. La Regione deve creare rapidamente una sua struttura che governi questa importante funzione nell'ambito del dialogo e del rapporto, qui sovra ordinato, nei confronti delle autonomie locali, Comuni e Province.

Ma non è possibile vedere scritto, come siamo stati costretti a leggere sul Bollettino delle leggi della Regione Sardegna che pubblica il ricorso del Governo, che la Regione non sarebbe capace, perché questa è competenza solo dello Stato, di rilevare nel comportamento di Comuni e di Province contegni che vanno platealmente contro la Costituzione italiana, quando noi, quando entriamo qui dentro, e voi, amministratori, quando siete chiamati a governare, giurate sulla Costituzione italiana. Sembra quasi che siamo al di fuori della possibilità di esprimere un potere su questo, così come sulla rilevazione di gravi problemi di ordine pubblico che forse il Governo vorrebbe fossero ancora nelle mani di funzionari ministeriali dell'amministrazione periferica dell'interno.

Allora noi dobbiamo rifiutare questo tipo di approccio, dobbiamo riconfermare una maturità del sistema delle autonomie sarde; noi, Consiglio regionale, approvando rapidamente il sistema di leggi che serve al sistema delle autonomie per governarsi; il sistema delle autonomie facendo politiche e applicando le leggi della Regione Sardegna in modo tale da rendere evidente che non siamo in questa condizione di minorità quale ci rappresenta il ricorso del Governo, ricorso al quale ci contrapporremo.

Il Consiglio delle autonomie sarà un protagonista nella Consulta per l'elaborazione dello Statuto, e qui la competizione non è tra coraggio e intelligenza, tra coraggio e razionalità istituzionale, ma è proprio nella sfida di unire questi due elementi. I regni e le dominazioni le hanno inventate gli uomini; la Regione Sardegna, io dico, l'ha inventata Dio, e quindi la sapremo ben rappresentare nella sua nuova idea, quella per il millennio che sta iniziando.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere La Spisa. Ne ha facoltà.

LA SPISA (F.I.). Le parole sono come le gocce di pioggia che, inizialmente vengono accolte con sollievo da un terreno arido, ma dopo un po', se in eccesso, rischiano di soffocarlo. Quindi sicuramente so di correre questo rischio, però l'occasione è troppo importante per non cercare di dire alcune parole adeguate a questo momento.

L'autonomia è un valore politico e, in quanto tale, è strumentale alla vita di altri valori fondamentali, su cui si basano sia l'ordinamento costituzionale dello Stato, sia lo Statuto della nostra Regione, quali la libertà, la giustizia, la creatività, la solidarietà e la responsabilità, cioè i diritti delle persone e delle aggregazioni di persone.

Per noi il valore dell'autonomia, oggi, e mi riferisco sia all'autonomia regionale che alle autonomie locali, coincide con l'esigenza del nostro territorio e del nostro popolo di dare una risposta al proprio bisogno di crescere, al bisogno di risvegliarsi dal torpore e dall'arretratezza in cui da un lato l'isolamento geografico e dall'altro la marginalità economica li hanno costretti.

La Sardegna ha ancora bisogno di una rinascita che, oggi, sia fondata non sulle ideologie, che per anni hanno condizionato la nostra autonomia regionale, ma su un nuovo sentimento di orgoglio e dignità per le proprie radici culturali e la propria capacità di decisione. Io credo che l'autonomia sia innanzitutto certezza della positività del confronto. L'autonomia, cioè, nasce da uno sguardo positivo sulle energie, sulle intelligenze che vivono nelle istituzioni ma soprattutto nella società e nel territorio.. L'autonomia delle istituzioni è funzionale all'autonomia della società rispetto a qualunque apparato di potere. Se è vero questo, è vero che l'autonomia sia regionale sia locale è libertà dai poteri forti della finanza internazionale che oggi vedono la nostra terra come un pezzo del mercato globale. Questi poteri forti trovano localmente sempre, e li trovano anche adesso, fedeli collaboratori, collaboratori sleali rispetto al proprio popolo, ma molto leali ai centri di potere. L'autonomia è rispetto della capacità di decisione in tutti i livelli istituzionali vicini ai cittadini e lontani invece dai centri di potere dell'apparato dello Stato, dell'Unione Europea o di certi salotti buoni della finanza.

Per questo oggi abbiamo la necessità di rimarcare che le autonomie locali, così come l'istituzione regionale, devono guardare alla realtà della nostra terra:una realtà attraversata dalla grande emergenza del lavoro e, in certi casi, della povertà. C'è chi pensa di trovare soluzione a questi grandi problemi partendo dalla certezza di essere destinatario di una funzione, di una missione salvifica, e in questa certezza viene vilmente sostenuto da personalità politiche che nella politica non credono più.

Oggi, ad un vecchio centralismo statale si è sostituito un nuovo, purtroppo nuovissimo, dirigismo regionale. Questo dirigismo regionale è alimentato da anziani politici che ormai hanno consumato tutto tranne la loro vanità. Questo dirigismo regionale è' alimentato da leader di partito che, cinicamente, hanno consegnato la Regione alla demagogia. Questo dirigismo regionale è' alimentato da protagonisti locali, intendo dell'istituzione regionale, preoccupati solo di conservare qualche spazio di potere da sottogoverno.

E' necessario che i protagonisti delle autonomie locali siano certi e consapevoli della dignità del loro ruolo, chiedano a gran voce e ottengano da quest'Aula, da questa Assemblea parlamentare, il rispetto della Costituzione e delle leggi. Chiedano e ottengano il rispetto che meritano le popolazioni che rappresentano, lo chiedano certamente a ridosso della manovra finanziaria che decide la distribuzione della risorse, fatto molto importante ma non unico nello svolgimento del ruolo della propria autonomia territoriale.

L'autonomia locale ha certamente bisogno di strutture, di organizzazione e di risorse finanziarie, ma ha anche bisogno di spazi decisionali per essere protagonista nelle scelte, in particolare nelle scelte relative alle politiche del territorio e dello sviluppo . Non si possono barattare poche risorse con una restrizione progressiva della possibilità di decidere del futuro del proprio territorio. Forse è più facile chiedere risorse, direi addirittura che può essere più facile per il potere centrale, da quello statale a quello regionale, dare risorse piuttosto che poteri reali alle autonomie territoriali alle quali è stata riconosciuta dalla Costituzione pari dignità con il livello regionale e con quello statale. E noi cercheremo di contribuire, per quanto possiamo, perché questa pari dignità venga effettivamente riconosciuta.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare la consigliera Barracciu. Ne ha facoltà.

BARRACCIU (D.S.). Signori Presidenti, colleghi sindaci, colleghi consiglieri, Assessori, è questa la prima seduta congiunta tra il Consiglio regionale e il Consiglio delle autonomie locali; si tratta di un'importante occasione di esordio dell'organo istituzionale di coordinamento e di raccordo voluto dalla prima legge di riforma del sistema delle autonomie votata da questo Consiglio regionale.

Questa norma, ampiamente innovativa sul piano dei rapporti tra Regione e autonomie territoriali, non assegna e non può assegnare a questa seduta congiunta una mera finalità informativa, quasi che i due organi dovessero semplicemente presentarsi a vicenda, illustrando ritualmente e burocraticamente la propria attività e lo stato dell'arte del sistema delle autonomie in Sardegna. Se noi interpretassimo in tal modo, e mi sembra che così non è stato così fino adesso, il lavoro a cui stiamo adempiendo ci porremmo in contraddizione rispetto alla finalità e allo spirito del testo legislativo approvato circa un anno fa.

La nostra Regione non è stata tra le prime Regioni a costituire il Consiglio delle autonomie locali e non è certo un fatto causale che questa sia stata la prima a essere licenziata tra le grandi leggi di riordino del sistema delle autonomie e delle strutture e funzioni di governo, emanazione della potestà statutariamente assegnata alla Regione. Non è un fatto casuale e senza significato, sono certa che ciò non sfugge agli amministratori locali anche se naturalmente il cammino è ancora lungo, sia sul piano della produzione legislativa e regolamentare di norme che mirino al raccordo tra attività del Governo regionale e quella degli enti locali, sia, e ancora di più se è possibile, sul piano dei comportamenti, cioè delle buone e condivise prassi che devono sovrintendere a questo rapporto.

La seduta non può dunque essere rituale, e sarà ben spesa se contribuirà da una parte a favorire il decollo definitivo di una legge le cui potenzialità devono essere ancora sperimentate nella loro interezza e, dall'altra, a porre in essere una riflessione seria sulle novità che la riforma del Titolo V della Costituzione ha comportato; tale riforma infatti, parlo di quella attualmente vigente, intende consentire l'affermazione di un'organizzazione pubblica di tipo federalista nella quale allo Stato spettano solamente i compiti essenziali che non possono essere in maniera soddisfacente svolti dalle Regioni e dagli enti locali, ciò sulla base del principio di sussidiarietà, essa dunque, quella riforma attribuisce alla Regione una potestà legislativa generale riservando alcune materie a quella statuale esclusiva o concorrente.

Il criterio di suddivisione è per materia ed è questo, secondo me, il maggiore limite della riforma stessa cui non hanno, se non parzialmente, posto rimedio le norme attuative, limite che ancora di più verrebbe a evidenziarsi se malauguratamente dovesse divenire vigente quella approvata in questa legislatura; infatti la suddivisione per materie e quindi per oggetti di disciplina, se può essere utile per fine dottrinale di studio e anche di ricerca, non può costituire invece un criterio valido per la ripartizione della potestà legislativa tra Stato e Regioni. Le molteplici relazioni ed influenze reciproche che legano i fatti della vita umana sfuggono infatti a ogni rigida classificazione.

Mi sono soffermata su questo aspetto proprio perché problemi assai simili ci troviamo a viverli nel rapporto tra Regione ed enti locali, problemi che come sindaco sento con particolare intensità così come credo anche gli altri colleghi. Benché infatti la ripartizione dei compiti tra Regione e Comuni non si basi sul criterio della materia, ma piuttosto sul rapporto funzionale tra ente programmatore ed ente attuatore, il problema della ripartizione dei compiti e delle funzioni e quello relativo agli aspetti organizzativi di una necessitata convivenza, si rappresentano anche in questa occasione con evidenza. Quale soluzione? Ebbene, la soluzione ha un solo nome: condivisione delle politiche o, meglio, concertazione.

Non mi sembra di affermare nulla di nuovo, piuttosto cerco di collegarmi ad un'elaborazione politica e, direi di più, ad una tradizione politica che nella storia della Sardegna autonomistica ha un passato glorioso di battaglie intellettuali e politiche. La programmazione partecipata e democratica, la programmazione dal basso, che oggi è oggetto di attenta rivisitazione sul piano storico, è stata una delle pagine più interessanti, valide ed esaltanti della nostra storia autonomistica e non possiamo certo rischiare che questo patrimonio di idee e di elaborazione possa essere abbandonato soprattutto oggi, nel momento in cui le forze autonomistiche e popolari sono tornate al governo della Regione. Io credo, al contrario, che questo patrimonio debba essere semmai valorizzato dopo un quinquennio di pratiche concertative assolutamente assenti. Mi dispiace infatti ricordare che negli ultimi cinque anni, nell'ultima legislatura, non c'è stata concertazione perché di fatto non sono state approvate leggi e quindi non c'era niente da concertare, mentre vanno in un'altra direzione, appunto, le leggi messe in campo in questa legislatura.

Su questo tema occorre dunque rilanciare il dibattito, interpretando certamente le esigenze poste dai tempi nuovi che richiedono una deburocratizzazione dei processi attraverso cui le istanze della periferia devono venire recepite. Non si tratta insomma, in questa contingenza anche economica, di moltiplicare enti e organismi che finirebbero poi per soffocare il dibattito stesso, regimentando le istanze partecipative in un fiorire di piccoli "parlamentini" locali. Anzi, l'azione politica di questa maggioranza, è già stato dimostrato, si rivolge nella direzione esattamente contraria: quella dello sfoltimento e della semplificazione degli enti intermedi al fine di semplificare il quadro istituzionale e di irrobustire al tempo stesso, questo è importante, in termini di competenze, il ruolo degli enti locali primari quali province e comuni.

Tutto ciò comporta il rafforzamento del rapporto tra questi enti locali e la Regione, non soltanto in termini di legislazione (la legge numero 1 del 2005 è un buon esempio di tale rafforzamento), quanto e soprattutto in termini di buone prassi amministrative.

Ritorno su questo tema perché mi sta particolarmente a cuore. Nessuna norma infatti può costringere davvero un Governo regionale, questo o altri, a tenere nel debito conto l'opinione degli enti locali coinvolgendoli nel processo di programmazione e muovendosi al di là dell'ossequio formale prestato negli incontri che periodicamente, sui vari temi, vengono a tenersi tra sindaci, Presidenti delle province, Presidente della Regione, Giunta e singoli Assessori. Solo una volontà politica, una buona prassi davvero democratica di governo può essere veramente efficace da questo punto di vista. Secondo me la strada da percorrere è proprio quella delle azioni positive; azioni che, al di là degli aspetti formali, modifichino veramente la prassi dell'attività amministrativa.

Il buon programmatore è colui che sa ascoltare, interpretare, coinvolgere e ricondurre a sintesi le volontà che emergono dalle realtà locali, comprendere ciò che i sindaci, che più di ogni altro quotidianamente vivono le reali e talvolta drammatiche realtà dei propri centri, hanno da dire e da proporre. In questo frangente mi sia consentito esprimere la piena solidarietà ai colleghi che, nel Nuorese e nel Sulcis Iglesiente, combattono per la salvaguardia del sistema industriale; e se i sindaci si lamentano perché sulle spalle dell'ente locale vengono fatte gravare sempre nuove competenze senza che siano assicurate le risorse necessarie, non occorre fare spallucce come ha fatto in questi anni il Governo nazionale, adducendo che quello che conta è la riduzione del deficit di bilancio e del carico fiscale che grava sui cittadini, come se spostare il peso della fiscalità dal centro alla periferia significasse ridurla; un gioco di illusionismo, questo, che non incanta più nessuno.

In questo senso il Governo regionale, ma l'assessore Sanna si è già espresso nel merito, deve al contrario assumere precisi impegni, trasferendo con le competenze le risorse necessarie per espletarle; ma la politica delle azioni positive deve riguardare anche gli aspetti organizzativi del coordinamento, dando attuazione agli accordi previsti nell'articolo 14 della legge 1 del 2005. Il coordinamento delle competenze, che si realizza oggi tra Amministrazioni diverse nella forma della Conferenza dei servizi, nel rapporto tra Regione e enti locali può diventare lo strumento ordinario attraverso cui procedere nella realizzazione di programmi di interesse comune, dando alla programmazione una conclusione sul piano della concreta azione amministrativa e contribuendo a superare quelle difficoltà che spesso frenano la realizzazione da parte dei comuni di opere e di servizi.

Per questo modo nuovo e originale di realizzarsi della concertazione, che è così espressa, questa legge costituisce una grande occasione di innovazione pur nel solco di una tradizione partecipativa e autonomista, che fa di essa una grande occasione di crescita democratica delll'Isola nel suo complesso.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il Presidente della Regione. Le ricordo, Presidente, che il tempo a sua disposizione è di dieci minuti.

SORU, Presidente della Regione. Signor Presidente e signori colleghi, condivido quello che ha appena detto l'onorevole La Spisa, e cioè che dopo tante parole le ennesime arrivano con qualche disagio e con minore efficacia; però credo che non sarebbe giusto non dare anche un mio contributo a questo dibattito che è stato certamente utile e importante, importantissimo come alcuni di voi hanno ricordato. Devo dire che trovo piacevole tutto sommato ritrovarci qui tutti insieme, il Consiglio regionale e il Consiglio delle autonomie, ciascuno portatore di una competenza, di una passione, di una volontà a dare un contributo al miglioramento della nostra società sarda, tutti in buona fede, tutti con quello di cui disponiamo, di cui siamo capaci.

Ascoltando tutti gli interventi ho colto due punti importanti; si è parlato di neocentralismo regionale e si è parlato, in particolare l'ha fatto il consigliere Maninchedda, che non c'è più, dell'attuazione del programma ma anche della necessità, nel momento in cui nascono nuove emergenze, di derogare dal programma, eventualmente, per far fronte alle nuove situazioni. Quindi da un lato continuare a percorrere la strada del cambiamento e delle riforme, ma dall'altro tenere conto anche delle emergenze e dei nuovi disagi.

Sul tema dell'autonomia, preferisco questo termine a quello di neocentralismo regionale, utilizzato soprattutto nei primi interventi quando magari un po' più forte era la carica polemica, , condivido tutto su quello che è stato detto circa la necessità di promuovere le autonomie, di aumentare il livello di partecipazione e di responsabilità delle autonomie. E' la richiesta che io, per quello che mi compete, avanzo nei confronti dello Stato e quindi capisco che se ne facciano portatori, nei confronti della Regione, i Presidenti delle province e i sindaci. Condivido totalmente quanto affermato dal presidente Deriu sulla necessità di varare una legge organica di riforma sul funzionamento delle autonomie. Peraltro l'importanza di fare una riforma organica in materia è stata ribadita in questo Consiglio quando è stata approvata la legge sulla riforma delle comunità montane e la legge istitutiva dell'Unione di comuni.

Il Consiglio regionale si faccia carico del problema, inizi a discuterlo e ad approfondirlo presenti una proposta di legge in questo senso, io credo che sarebbe un contributo importante che questa legislatura potrebbe dare al funzionamento e alla crescita della nostra società.

Sulla base dell'ordinamento attuale cerco di interpretare, come noi tutti, la mia responsabilità nel migliore dei modi. Accolgo quindi l'invito del consigliere Biancareddu a portare esempi concreti, piuttosto che "fare filosofia", per ripetere la sua espressione, e vi faccio qualche esempio di come questa Amministrazione regionale sta interpretando l'autonomia rispetto alle province e ai comuni, e di come invece lo Stato, lo stesso Stato che ha modificato il Titolo V della Costituzione e ha predicato il federalismo, sta interpretando l'autonomia nei confronti della Regione.

La Regione, nell'ultimo bilancio regionale, ha fatto uno sforzo importante, pur continuando un percorso di riequilibrio del bilancio stesso, per non fare mancare i finanziamenti ai comuni e alle province, in controtendenza rispetto allo Stato che questi fondi li ha tagliati, qualcuno dice del 7 per cento, qualcuno dice di più. Da una parte quindi lo Stato federalista ha tagliato i fondi ai comuni, dall'altra parte questa Regione neocentralista ha sopperito alle mancanze dello Stato e ha aumentato in maniera straordinaria le risorse ai comuni per quanto ha potuto.

Ancora qualche giorno fa, nell'ambito della Conferenza Stato-Regioni, ho sentito molti Presidenti di Regione lamentare il fatto che lo Stato stia togliendo alcune competenze in materia di ambiente, di nomine di autorità portuali, di nomine dei presidenti dei parchi marini, e si rischia ancora una decisione importantissima, se non provvederemo immediatamente, in materia di competenze ambientali.

Questa amministrazione regionale di cui sono responsabile ha promosso un disegno di legge, il numero 85, che costituisce un primo passo importantissimo, nella storia di questa Regione, verso la devoluzione a favore di province e comuni. Debbo dire che non c'è stata riunione della Giunta regionale in cui discutendo un provvedimento non ci siamo chiesti se dovessimo continuare a discuterne noi, o non potessimo invece trasferire la materia o l'argomento trattati alle province e ai comuni;. e infatti il disegno di legge 85 è andato via via arricchendosi di ulteriori attribuzioni di competenze da parte della Giunta regionale agli enti locali.

In materia di demanio non sfuggirà a nessuno che l'articolo 14 del nostro Statuto è costantemente vilipeso dall'amministrazione dello Stato, che continua a trattenere beni demaniali che dovrebbero essere puntualmente trasferiti alla Regione anche quando non servono più all'amministrazione statale. Un esempio per tutti. I beni demaniali de La Maddalena non vengono più utilizzati dall'amministrazione dello Stato ma ciò nonostante si tenta, chissà per quali motivi, di trovare una soluzione al di fuori del patto che lega la Regione allo Stato, mentre quei beni potrebbero essere già stati messi a disposizione della possibilità di crescita dell'economia de La Maddalena che conta oltre due mila disoccupati. A La Maddalena in questo momento ci sono 180 dipendenti civili dell'amministrazione della Difesa che da quattro anni di fatto non lavorano, prendono lo stipendio e sono un costo per l'erario; ci sono dei beni demaniali totalmente inutilizzati che costituiscono ugualmente un costo per l'erario e sono sottratti alla possibilità di contribuire allo sviluppo economico della nostra regione.

Questa Regione al contrario tutte le volte che può trasferisce i beni demaniali ai comuni. L'ha fatto con la finanziaria dell'anno scorso, lo farà con la finanziaria di quest'anno e ogni volta che un comune individua dei beni che fanno parte del demanio regionale sono felice di metterli a disposizione affinché immediatamente possano essere utilizzati.

Così come non sfuggirà, in questo sistema di equo ordinamento composto da i Stato e da 21 regioni, che in questa Regione di 8 province e di 370 comuni io ho avuto modo di incontrare tutti i Presidenti delle province tutte le volte che mi è stato richiesto, direi ad horas o a pochissimi giorni di distanza dalla richiesta. Credo di avere già incontrato diverse volte oltre 100 sindaci, di qualsiasi schieramento politico, e di averli incontrati tutte le volte che me l'hanno chiesto, e non c'è sindaco che abbia chiesto un incontro al Presidente della Regione e che non l'abbia avuto. Così come non esiste che il Presidente della Regione vada in giro per la Sardegna a qualsiasi titolo, anche semplicemente a vedere una sagra, senza passare dalla casa comunale, senza passare a portare un saluto al sindaco, senza informarsi dal sindaco sullo stato di quella comunità. Il Presidente della Regione quando va in un comune sente di andare in casa d'altri, ed entra in punta di piedi, si informa, vuole essere parte di quel comune trattenendosi a lungo, non si informa solamente nelle strade o dai conoscenti.

Questa Regione sta compiendo uno sforzo importante nella programmazione dei fondi regionali: è un processo nuovo, difficile, faticoso come quello che ha portato ad istituire i laboratori territoriali; un processo difficile ma anche lungo, faticoso, che è l'esatto contrario di quella volontà centralistica, di cui molti hanno parlato, che non ascolta nessuno, che dispone dei soldi degli altri quasi a dispetto delle necessità delle popolazioni. Questa Regione, invece, ha avuto la pazienza di andare in giro, di ascoltare, di stimolare, e ora di fare sintesi.

Non solo, in questa necessità di progetti di sviluppo locali, questa Regione aspetta i progetti delle popolazioni e, quando questi progetti non arrivano, in punta di piedi suggerisce eventualmente se serve un aiuto, se è necessaria una disponibilità, se è necessario un contributo. Insieme alle popolazioni sta portando avanti diversi progetti di sviluppo locale in questo momento, non contro i territori, ma insieme ai territori e su richiesta dei territori.

Chiaramente è allo studio una nuova regolamentazione generale dei rapporti tra la Regione e le autonomie locali che preveda anche regole chiare per la compartecipazione dei tributi erariali; regole chiare di compartecipazione dei tributi erariali nei confronti dello Stato, regole altrettanto chiare di compartecipazione dei tributi erariali nei confronti dei comuni della Sardegna, e responsabilità ai sindaci di utilizzare queste compartecipazioni e questi trasferimenti in un fondo unico, così come la Regione chiede allo Stato. Vogliamo essere noi ad avere la responsabilità di dividere i fondi, e altrettanto dovrete fare voi; dovete avere la responsabilità di dividere le vostre risorse secondo le vostre politiche, e secondo quello che ritenete necessario per i vostri paesi.

In attesa di questo, vorrei sottolineare operando un confronto, che l'atteggiamento della Regione ai fini del rispetto delle autonomie e delle loro prerogative è totalmente diverso dall'atteggiamento dello Stato nei confronti della autonomia regionale.

Passando all'altro tema, io mi sento molto responsabile dell'esecuzione del programma. Questo sistema elettorale, l'ho già detto diverse volte, si basa sull'individuazione di una maggioranza, sulla predisposizione di un programma, sulla scelta di un candidato alla Presidenza. Noi abbiamo avuto dagli elettori, in maniera inequivocabile, la responsabilità di portare avanti quel programma di governo. Lo dobbiamo portare avanti, quindi, e nel modo più veloce possibile, perché la Sardegna ha bisogno di riforme, occorre alleviare in fretta i disagi della nostra popolazione.

Però, è vero, ci sono i disagi e i disagi crescono, e le povertà aumentano, ed anche aziende di cui non si conosceva il possibile stato di crisi dura, come la Legler di cui si parla in questi giorni, emergono invece nella drammaticità improvvisa, ed allora certo che dobbiamo tenere conto dei disagi, certo che dobbiamo tener conto massimamente delle nuove povertà ma, come abbiamo scritto nel programma elettorale, capendo chiaramente che c'è una differenza tra programmi di sviluppo e programmi di solidarietà. E' necessario un programma di politiche sociali, di politiche di sostegno dell'emergenza, ma perseguendo speditamente ed in fretta ugualmente i progetti di riforma e di cambiamento, perché credo che nessuno di noi possa pensare che i disagi, le nuove povertà siano causati dalle riforme e dai cambiamenti che abbiamo appena avviato. Viceversa i disagi e le povertà vengono proprio dalle riforme che non sono state fatte fino adesso, e dai ritardi della nostra società, e dai ritardi nell'attuazione delle leggi che governano la nostra società.

Queste nuove povertà e questi disagi ci impongono di andare ancora più in fretta di quello che pensavamo, ancora più speditamente di quanto avremmo dovuto. Questa credo che sia la responsabilità che ci dobbiamo assumere: andare ancora più speditamente proprio a causa dei sempre maggiori disagi e delle sempre maggiori povertà che emergono dalla società sarda. Speditamente naturalmente confrontandoci, discutendo, concertando, parlando ed allargando la discussione il più possibile, ma non dimenticando che a questi disagi dobbiamo dare risposte, e questi disagi nascono proprio dai ritardi che abbiamo vissuto fino adesso.

PRESIDENTE. Presidente, il tempo è esaurito. Vuole concludere, per cortesia?

OPPI (U.D.C.). Può andare avanti, Presidente. Chi ha sbagliato è il Presidente del Consiglio. A noi ci va bene anche mezzora, basta che lo sappiamo.

SORU, Presidente della Regione. Io sto terminando!

PRESIDENTE. Non è così, io ho chiesto al Presidente di chiudere.

(Interruzioni)

PRESIDENTE. Non è così, il Presidente finisce adesso, come tutti.

SORU, Presidente della Regione. Mi dispiace di essere oggetto o causa di polemiche, sono troppe le polemiche che caratterizzano la nostra società.

PRESIDENTE. Non mancheranno ulteriori occasioni di confronto, magari un po' più puntuale, su singoli aspetti dell'attività del Consiglio regionale e del Consiglio delle autonomie. Ringrazio tutti, ringrazio voi rappresentanti del Consiglio delle autonomie, il presidente Milia per tutti voi, grazie ai consiglieri regionali. La seduta è tolta alle ore 19 e 20.