Seduta n.265 del 29/07/1993 

CCLXV SEDUTA

(POMERIDIANA)

GIOVEDI' 29 LUGLIO 1993

Presidenza del Vicepresidente SERRENTI

INDICE

Proposta di legge Deiana - Tamponi - Manca - Mannoni - Ortu - Pusceddu - Merella - Cogodi - Fantola - Serra - Cocco - Mulas Maria Giovanna - Salis - Atzeni - Degortes - Casu - Giagu: "Disciplina della lingua e della cultura della Sardegna" (410). (Discussione):

DEIANA, relatore...................

COCCO....................................

PORCU.....................................

SERRA PINTUS......................

PLANETTA .............................

TARQUINI .............................

SALIS ......................................

MULAS MARIA GIOVANNA

La seduta è aperta alle ore 17 e 32.

PORCU, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del 27 luglio 1993, che è approvato.

Discussione della proposta di legge Deiana - Tamponi - Manca - Mannoni - Ortu - Pusceddu - Merella - Cogodi - Fantola - Serra - Cocco - Mulas Maria Giovanna - Salis - Atzeni - Degortes - Casu - Giagu: "Disciplina della lingua e della cultura della Sardegna" (410)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge numero 410. Dichiaro aperta la discussione generale. Ha facoltà di parlare l'onorevole Deiana, relatore.

DEIANA (D.C.), relatore. Signor Presidente, colleghi del Consiglio, in questi giorni ho riscritto per tre volte la mia relazione su questa proposta di legge inerente la tutela e la valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna. Puntualmente ho strappato quei fogli e quella che sto per svolgere è la quarta versione della relazione.

Debbo confessare che le quattro stesure sono risultate tutte diverse tra loro; ciò dimostra la complessità dell'argomento. Cercherò di rifuggire dallo sfoggio del sapere: non citerò articoli della Costituzione o dello Statuto speciale della Sardegna perché a tutti voi sono noti, trascurerò anche i riferimenti agli atti della Comunità europea e alle risoluzioni Orfe, Kujpers perché la Regione autonoma della Sardegna è parte integrante dello Stato italiano e dell'Europa. Tralascerò anche di cimentarmi, con termini, seppure pieni di significato, quali coinè, lingua tagliata, lingua morta o scuola utraquista. Affermo però che la proposta di legge assume il significato di una iniziativa volta a recuperare una carenza legislativa, e auspico soprattutto che nella sessione in atto non ci si perda in citazioni storiche e letterarie consapevoli che l'approvazione di una legge richiede termini semplici e capibili, quindi esemplificazioni.

E' onesto ricordare lo sforzo prodotto dai partiti nelle passate legislature nell'elaborazione di numerose proposte di legge sull'argomento, e magari ipotizzare l'insoddisfazione di non essere riusciti a esitare una legge. Questo va sottolineato affinché gli impegni ideologici, culturali, politici che trovano compiutezza nell'attività del Consiglio regionale non debbano essere sprecati inutilmente.

Un apprezzamento particolare va riservato ai componenti dell'ottava Commissione che, con l'assistenza attenta e competente dei funzionari, dottor Marsella, dottor Caboni e dottor Lallai ha svolto con impegno un lavoro continuo e responsabile fino all'approvazione, all'unanimità, del progetto di legge numero 410. Il progetto di legge numero 410 è stato firmato dai consiglieri dell'ottava Commissione e, congiuntamente da quasi tutti i Capigruppo consiliari, deve essere considerato perciò un'iniziativa unitaria e non l'iniziativa di un partito o di più partiti.

Il provvedimento si ispira a principi generali ed è una legge quadro. Una legge infatti non può prevedere tutto; l'importante è avere una legge da sperimentare concretamente e da modificare e migliorare nel futuro. E' facilmente intuibile che non può essere migliorata una legge inesistente. La legge che il Consiglio approverà - ce lo auguriamo - nei suoi contenuti deve essere accettata dalla comunità alla quale è indirizzata, deve rappresentare delle realtà locali e regionali, deve trovare la giusta collocazione nel contesto generale, italiano ed europeo, nel voto che il Consiglio esprimerà assumerà significato costituzionale l'identità dei sardi e della Sardegna nella sua più elevata espressione storica, culturale e linguista.

Occorre - ed è, questa, una delle finalità della proposta di legge - consentire di riportare il luogo di nascita a un momento centrale nella Regione e nella Patria, per evidenziare tutto ciò che vive, vibra, cresce e si sviluppa nella nostra terra, per conoscerci meglio nell'affermazione dell'autonomia speciale alla soglia del 2000. Dobbiamo fugare la paura che la lingua sarda nelle sue articolazioni dialettali (logudorese, gallurese, sassarese, campidanese, eccetera) possa essere messa in contrapposizione con l'italiano; essendo due lingue distinte possono camminare parallelamente ed essere usate indifferentemente, senza rivalità o competizione.

Il sardo non può essere motivo di vergogna, ma deve rappresentare un motivo di orgoglio. La lingua, sia come espressione del sapere sia come comunicazione popolare, deve esistere come linguaggio vivo e dobbiamo praticare tutti gli sforzi affinché non regredisca e non scompaia.

Gli uomini sin dalla nascita attraverso la lingua materna realizzano la propria identità, maturano i sentimenti, pensano sempre in lingua originale anche se scrivono o parlano in altre lingue. Essa con i diversi codici di comunicazione permette di capirci, allontana l'isolamento individuale, fa in modo che le persone non si sentano estranee in terra propria. Se riusciamo ad allontanare le riserve sull'uso della lingua sarda capiremo meglio la sua utilità come mezzo veicolare dei percorsi storici della Sardegna. Ad esempio, De Filippo il suo teatro l'ha creato in dialetto napoletano, e scusatemi se porto un esempio abusato. Possiamo essere bilingui, trilingui, eccetera, ma l'arricchimento linguistico spontaneo ed autentico ci deve convincere che non siamo né isolazionisti né tanto meno separatisti. E' dovere di chi più sa capire chi non ha studiato e sostenere chi si trova in condizioni di disagio, in particolare nell'uso delle varie espressioni dialettali, per permettere i rapporti fra tutte le classi sociali. La regolamentazione delle discipline sardologiche consentirà di capire linguaggi diversificati quali quelli dei media, dei computers, dei popoli degli altri Stati rendendo l'identità sarda più forte e più definita.

Tutte le lingue sono utili: sappiamo che nella biblioteca del Congresso, a Washington, esistono libri scritti in più di cinquecento lingue. In una legge che norma la cultura e la lingua sarda si deve evitare la separazione tra lingua e cultura, mentre si deve rafforzare l'integrazione tra le due per recuperare la coscienza della nostra Isola, per raccogliere tutto il nostro passato, per assemblare i fenomeni antropologici e storici propri dell'evoluzione della nostra cultura. La cultura è un insieme di cose: è un complesso unico nonché un processo storico; nella sua espressione ci manifesta un prodotto ottenuto nella sommatoria di più forze maturate nel tempo con il popolo: forze artistiche, politiche, economiche, sociali, linguistiche, folcloristiche, poetiche, letterarie e altre. Essendo la lingua e la cultura storia si conviene che nel riconoscimento della lingua e della cultura si rafforza la dignità e l'immagine interna ed esterna della coscienza di sardità. Tutto ciò che ha prodotto l'uomo è storia; essa è il grande contenitore al cui interno si snodano i fili della continuità, temporale e territoriale, ed è l'articolazione del processo storico che ci permette di riappropriarci della nostra etnia: cioè la coscienza di essere un popolo con un proprio corredo genetico.

Il Consiglio regionale nell'esaminare questo provvedimento si trova di fronte ad un appuntamento storico, viviamolo in modo giusto ed unitario. La proposta nella sua articolazione è aperta; si prevedono leggi di settore per l'ordinamento futuro della materia, i momenti di verifica e di consultazione ad opera del comitato tecnico-scientifico, uno strumento operativo articolato quale l'Osservatorio come supporto della politica culturale. Non poteva mancare il raccordo tra l'azione regionale, l'azione statale e quella degli enti locali, ai quali la legge 142 dà la facoltà di dotarsi di statuti propri, accentuandone così l'identità. Sono fatte salve così la sovranità e l'autonomia dell'azione politica dell'amministrazione regionale, e si lascia aperto il problema dei mezzi di comunicazione di massa da disciplinarsi con apposita legge.

Come relatore, per correttezza, non posso entrare nel merito specifico degli articoli perché questo compete ai consiglieri nell'affermazione della loro libertà legislativa, ma vorrei sottolineare alcuni principi contenuti nell'articolato. Ritengo l'integrazione e la sperimentazione nell'ambito scolastico dei punti fermi per poter affrontare la promozione della cultura e della lingua sarda nei suoi aspetti scientifici e didattici. E a questo fine tendono i corsi integrativi previsti presso l'Università della Sardegna.

Colleghi del Consiglio, noi abbiamo il dovere di recepire e di riconoscere i diritti del popolo sardo con una legge democratica che istituzionalizzi il patrimonio che ci è stato tramandato e che ha permesso la maturazione della nostra gente. Vorrei ricordare i testi giuridici, gli statuti sassaresi, gli statuti di Castelsardo, la carta De Logu e il loro peso nella storia del diritto italiano e, per brevità, non cito altro. Il nostro regionalismo che ha assunto maturità nel tempo, nelle diversità territoriali, negli usi e costumi, nei modi di essere, negli scambi naturali e spontanei, nella conservazione dei beni e delle bellezze deve avere un riconoscimento legislativo ufficiale. Persone come il Nobel Grazia Deledda, Eleonora d'Arborea, Giovanni Maria Angioy, Ciccio Piga, un poeta di Perfugas, il mio paese, e scusate se per campanilismo mi permetto di citarlo. E, comunque, tralascio di nominare i molti altri che hanno contribuito all'elaborazione di un patrimonio culturale e linguistico di altissimo livello. Sprovveduti noi se non saremmo in grado di garantirlo, valorizzarlo e insegnarlo. Se lo faremo contribuiremo a proiettare l'immagine di una Sardegna che, partendo da valori arcaici, è entrata nel mondo moderno con una identità definita pur portando in sé la grande nazione che si chiama Italia.

Signor Presidente, colleghi del Consiglio, mi scuso se sono stato troppo lungo e se il mio intervento non è stato di vostro gradimento. Seguirò con attenzione tutti i discorsi che verranno pronunziati in Aula, cercando di recepire i suggerimenti migliorativi che sicuramente verranno proposti. Ho la speranza che verrà compiuto uno sforzo da parte di tutti per poter sfatare la famosa frase "pocos, locos, male unidos". In questo periodo stiamo vivendo momenti difficili; tutto il Consiglio regionale credo che debba avere la forza di gridare che siamo in molti e uniti. Viva il popolo sardo, viva la Sardegna.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Cocco. Ne ha facoltà.

COCCO (P.D.S.). Signor Presidente, colleghi del Consiglio, il mio intervento non andrà molto in là perché ritengo sia, poi, molto importante intervenire sui singoli articoli della legge. Mi pare, però, opportuno un intervento generale; mi paiono opportuni molti interventi generali da parte dei colleghi, per un esame e una riflessione complessiva su questo progetto di legge.

La mia riflessione la voglio iniziare con un breve brano posto dallo Spano in epigrafe al vocabolario sardo-italiano, perché estremamente significativo, come vedremo: "Custu vocabolariu sardu ad tie, o diletta Patria mia cun affettu suprus vivu consacro. Tue conservesti in bucca de sos fìzzos tuos unu tesoro monumentale chi atta durare prus de sos ciclopicos nuraghes". E poi, nell'introduzione rivolta dal compilatore a chi legge, scriveva: "A voi dunque, miei connazionali, mi rivolgo per quanto vi è cara la gloria della vostra Patria, onde aiutarmi a illuminarmi dove io per il mio corto intelletto avrò fuorviato". Forse le parole del canonico Spano oggi possono suscitare ironia, mi pare di intravedere qualche sorrisetto; sono passati molti anni, e posso capire come lo spirito, anche nella valutazione, oggi possa essere molto diverso dall'anno di grazia 1851 in cui lo Spano scriveva quelle parole.

Quando le scriveva erano trascorsi quattro anni dalla perfetta fusione tra Sardegna e Stati di terraferma. Ormai, cominciava a intravedersi l'amarezza per i mancati risultati, attesi come conseguenza della rinuncia dei sardi ai propri statuti di autonomia. E questa amarezza aveva cominciato a diffondersi tra intellettuali e popolo. In quella temperie storica a parlare di "patria", in riferimento alla Sardegna, e di "connazionali" (quindi, implicitamente, di nazione), riferendosi ai sardi, non è un intellettuale eversivo o un intellettuale di poco peso, ma un grande studioso: il canonico Spano, rettore dell'Università di Cagliari, grande archeologo e studioso di lingue orientali, in corrispondenza con i grandi spiriti del tempo. Chi irride allo Spano vada a consultarne la corrispondenza alla biblioteca universitaria. Egli era stimatissimo dal Mommsen, uno dei più grandi umanisti del secolo scorso.

Categorie come quelle di "patria", di "nazione", riferite alla Sardegna non erano estranee a pensatori vicino a Casa Savoia, come il Manno e l'Angius e più tardi a pensatori e politici di campo avverso come l'Asproni e il Tuveri. Italianità e sardità non erano elementi inconciliabili in una stagione culturale particolarmente ricca, quale si ebbe in Sardegna sino agli anni '70 del secolo scorso (poi vedremo perché questa data e quale significato ha il 1870). E non lo saranno più tardi, italianità e sardità, inconciliabili con Gramsci e Lussu, che non vissero le loro radici culturali sarde in termini di contrasto con la cultura italiana. Grandi italiani perché grandi sardi.

Ho accennato brevemente a questi concetti perché va sgombrato il terreno da certo atteggiamento individuabile oggi in Sardegna in non marginali strati dell'intellettualità, che in nome del presunto obiettivo di sprovincializzare realizza il massimo del provincialismo; e non avendo argomenti solidi da contrapporre, spesso ricorre all'irrisione. Ne abbiamo avuto segni anche in questi ultimi mesi in riviste accreditate: non le citerò perché non mi paiono molto degne di citazione. E' quello che Antonio Pigliaru chiamava "cosmopolitismo di maniera". Su questi atteggiamenti io non mi soffermerei se essi non avessero una genesi ben precisa e non avessero contribuito e contribuissero tutt'ora (dobbiamo averne chiara consapevolezza) alla mancata realizzazione dei valori di fondo della nostra autonomia.

Se l'autonomia è quel che è oggi (anche in questi giorni lo abbiamo denunciato) questo fatto ha radici culturali antiche. Un'analisi compiuta meriterebbe ben altro spazio. State tranquilli non andrò molto in là. Ma qualche cenno va pure fatto e saranno cenni necessariamente schematici. Vanno individuare però le cause di certi atteggiamenti, e i guai e i mali profondi che essi producono nella società sarda.

Il pronunciamento dell'Accademia delle scienze di Berlino del 1870 - ecco perché prima sottolineavo questa data - che affermava la falsità della Carta di Arborea non era solo la fine di un sogno coltivato per quasi un cinquantennio (per oltre mezzo secolo, dai primi anni '20 sino al 1870), era l'inizio di un processo di regressione che vede piano piano la cultura accademica allontanarsi dallo specifico culturale sardo sino a farlo assorbire da un onnicomprensivo orizzonte culturale italiano. La cultura sarda diventa cultura meno ricca, meno animata dialetticamente; tende a diventare cultura monolingue, e in questi termini cultura unidimensionale. Verrà meno l'interrelazione dialettica tra l'orizzonte culturale sardo e quello italiano, sino a porre, cioè, l'orizzonte culturale sardo, in condizioni di subalternità. Di qui l'inizio di una stagione di resistenza portata avanti contro una forma di dominio culturale prima dalle forze del Partito socialista (ce lo ricordava ieri anche Italo Ortu parlando del socialismo in Gallura), la loro fu anche lotta culturale di riappropriazione, per molti versi, del nostro patrimonio culturale. Poi il nascere del Partito sardo e del Partito comunista. Ricordo le posizioni di Gramsci, del Gramsci giovane, ma anche del Gramsci delle Tesi di Lione, il significato culturale complessivo del suo federalismo. Quindi, le forze politiche democratiche sarde nacquero anche in termini, in qualche modo, di riappropriazione di un patrimonio culturale.

Ho detto il sorgere dopo il 70 di una dimensione culturale unidimensionale. Non è che si spenga l'eco di quelle ricerche, di quella grande stagione; ma piano piano anche storici del livello del Pais e del Besta lentamente si proiettano in questa dimensione. Tutto il discorso sul piano politico culturale complessivo, è teso a recuperare la Sardegna all'italianità. Il risultato finale è che si finisce per impoverire l'italianità della Sardegna. Questo è il dato finale: l'impoverimento della stessa italianità della Sardegna. E quando Mussolini pronuncia un celebre discorso nell'anfiteatro romano di Cagliari, quel discorso, che a noi può sembrare oggi paradossale, nasceva e aveva alle sue spalle un retroterra che era questo dell'impoverimento, della riduzione a romanità della Sardegna. "I giovani virgulti schierati attorno ai gagliardetti ci dicono che qui la stirpe italica ha salde radici nel tempo e nello spazio" poco importa che i "virgulti" fossero i giovani più bassi d'Italia.

USAI EDOARDO (M.S.I.-D.N.). Razza ariana nana.

COCCO (P.D.S.). Razza ariana nana. Poco importa! A noi oggi può far sorridere quella frase, in realtà esprimeva e aveva alle spalle tutto un certo processo di recupero alla romanità.

La grande stagione iniziata nei primi anni venti e conclusasi nel 1870, seguita i moti angioniani, alla rivolta di Palabanda del 1812, non si ripeterà più. E nell'impoverimento della dialettica interna, nell'impoverimento della vita culturale complessiva vanno cercate le debolezze dell'autonomia di oggi; il fatto che essa sia nata e poi sia cresciuta su un terreno prevalentemente economicista (brutta parola, la uso per comodità, ma è una parola che finisce poi per impoverire il discorso stesso).

Il mio amico e compagno Andrea Pubusa ci ricorda spesso come non piccola parte dell'intellettualità sarda sia nel libro paga della Regione o aspiri ad esserlo, con ciò compromettendo la propria autonomia culturale. Ma non basta denunciare un fenomeno negativo, è giusto denunciarlo ma non basta. Bisogna analizzarne le cause e comprendere come certi fenomeni siano alimentati da quello che dicevo essere un atteggiamento di cosmopolitismo di maniera come esso finisca non solo per creare sfiducia ma anche per alimentare un atteggiamento che dietro un autonomismo di facciata finisce poi per non sviluppare le potenzialità dell'autonomia e dell'identità che deve sottendere all'autonomia.

Per riallacciarci ai filoni più ricchi e produttivi della nostra storia di sardi, per rifondare lo spirito autonomistico come alto momento di nuovo spirito pubblico (e noi possiamo e dobbiamo concorrere alla rifondazione dello spirito pubblico in Italia con i contributi originali che ci derivano dal nostro spirito autonomistico che da esso non è disgiunto: lo spirito autonomistico è momento del più generale spirito pubblico), ebbene, per fare questo occorre una legge sulla cultura (una legge sulla lingua e sulla cultura, sulla cultura e sulla lingua) che si muova con ampi orizzonti. Non quindi in un orizzonte folklorico, certo pur esso degno di attenzione, che però non sa andare oltre il primo stadio della presa di coscienza della propria soggettività, ma non sa poi tradurla in momento di costruzione di un'identità complessa e matura, capace di farsi momento di interlocuzione con la cultura italiana ed europea.

Quindi non difesa di posizioni all'interno di un provincialismo chiuso, ma confronto ed arricchimento reciproco tra noi sardi e gli altri italiani, tra noi sardi e le culture delle altre regioni d'Europa. Lo Spano, il Manno, il Tola, il Martini, il Siotto Pintor non erano intellettuali chiusi in un orizzonte provinciale. Davano il loro peculiare contributo alla più complessiva cultura nazionale italiana. E non era il clima culturale da essi creato unidimensionale, limitato alle scienze storiche-letterarie; era un clima che creava architetti dello spessore di Gaetano Cima. Oggi noi siamo importatori di modelli architettonici (per carità non voglio dire che questo sia un male, lo è se avviene passivamente o per incapacità di autonoma ideazione progettuale). Gaetano Cima, chi era costui? Se noi lo chiediamo agli studenti degli Istituti per periti edili o ai nostri studenti universitari di ingegneria i più ci domanderanno, tranne qualche eccezione, chi era costui? Ma nella seconda metà del secolo scorso i sui progetti ospedalieri, mi riferisco in particolare, ma non è l'unico, al San Giovanni di Dio, venivano presi a modello negli Stati Uniti d'America. E Cagliari, il capoluogo della nostra autonomia, la capitale della nostra autonomia, fu la prima città d'Italia post-unitaria ad avere un piano regolatore. Ecco perché la Commissione si è soffermata su questi spetti e abbiamo posto in evidenza che uno spazio deve essere riservato alla cultura materiale, al nostro specifico architettonico e al nostro specifico urbanistico. Del resto, benemerenza dell'amico collega Franco Mannoni è di aver recuperato parte di un edificio del Cima o di sua scuola. E quanti edifici ci sarebbero da recuperare e quante altre persone potrebbero guadagnare benemerenze come Franco?

Questi dati della nostra storia culturale li abbiamo tenuti ben presenti nella legge per allargarne l'orizzonte, perché non volevamo farne una ridotta.

Quel clima culturale - oggi viviamo una stagione economica di enormi, immense difficoltà - ebbene, quel clima culturale produceva i suoi effetti positivi nella vita economica, creando un humus favorevole alle intraprese aziendali. E nacquero grandi figure di imprenditori che poi non si sono ripetute, erano meno pirati, anzi voglio dire meno corsari (pensando al termine corsaro in senso nobile; alla guerra di corsa fatta dai marinai di su maestà britannica, ai tempi della regina Elisabetta), meno corsari, ma certamente dotati di grande spirito realizzatore. Ne voglio citare uno per tanti: Giovanni Antonio Sanna. Il Sanna che conosciamo per il Museo di Sassari, che però ancora prima che come cultore d'arte merita di essere ricordato come fondatore di una grande azienda mineraria e protagonista a livello nazionale in quel settore industriale. Sanna era figura culturale di primissimo piano…

(Interruzioni)

Montevecchio, non solo, controllo di un quotidiano in quel di Torino, controllo dell'industria mineraria in Toscana. Grande figura che partecipa alla vita politica e culturale in Sardegna e in Italia; grande figura che difende la sua intrapresa persino sul piano fisico, persino dall'aggressione fisica che gli venne portata in quel di Firenze dai Guerrazzi, dalla famiglia Guerrazzi, il famoso dittatore di Toscana.

(Interruzioni)

PUBUSA (P.D.S.). Come è andata a finire?

COCCO (P.D.S.). E' andata finire che ancora una volta i sardi di allora riuscirono a prevalere. Questo per sfatare certi luoghi comuni anche intorno alla capacità imprenditoriale e alla subalternità dei sardi sul piano dell'intrapresa economica. Paolo Fadda nel suo "Capitali coraggiosi" nella sua acuta analisi ci richiama tante altre figure.

Ecco perché dobbiamo pensare a questa legge sulla cultura e sulla lingua come ad una occasione per ricercare le condizioni di una rinascita complessiva della società sarda, per uscire dalla subalternità, per affermare la nostra identità di sardi. Qualcuno potrà osservare che così si carica la legge di aspettative eccessive. Ciò è vero se pensiamo a questa legge come all'ennesimo strumento diretto ad allargare i cordoni di mamma Regione semplicemente i cordoni della borsa di mamma Regione, una delle tante leggi di spesa, ma questa è tutt'altro che una mera legge di spesa, nutre ben altre ambizioni, vuole essere sostanzialmente una legge di stimolo nel processo di organizzazione generale nella cultura sarda e della cultura in Sardegna, dove lo specifico culturale sardo è momento del più generale contesto della cultura in Sardegna in un processo fra due momenti che è dialettico e di integrazione reciproca. Nulla di più sbagliato, e questo si è voluto evitare, che pensare a una ridotta della cultura sarda limitata a semplici aspetti di difesa della lingua sarda.

Certo, la lingua è un valore in sé, la lingua è il più importante dei beni culturali immateriali di un popolo, è il più importante bene culturale tout court. Ma una lingua non può vivere se viene meno un più complessivo humus culturale. Non sarò io a sottovalutare l'importanza della lingua, l'ho definita il più importante bene culturale, ma mi preoccupa che non venga impoverita e finirebbe per essere impoverita se venisse meno il complessivo humus culturale; se non venisse data all'identità di un popolo la possibilità di manifestarsi in tutte le sue più varie espressioni.

Ecco perché abbiamo voluto dare questa valenza e questo significato complessivo alla legge. Certo, non dobbiamo nasconderci che abbiamo dovuto fare i conti con tanti fattori limitazionali, e brevemente cerco di indicarli, come abbiamo cercato di evitare dei pericoli impliciti. Io mi auguro che lo sforzo e la collaborazione di tutti i colleghi potranno consentire di apportare ulteriori miglioramenti. Abbiamo evitato il pericolo di un sistema binario, una sorta cioè di duplicazione all'interno dell'Assessorato, riportando ad un sistema unitario i meccanismi di funzionamento della legge e le strutture dirette a realizzarla e a portarla a compimento.

Certamente non è da pensare che dopo questa legge tutto possa restare immobile ed immutato, non è da pensare che a cominciare dall'Assessorato della pubblica istruzione non ci debba essere un adeguamento delle strutture dello stesso. Adeguamento che non deve significare aumento pletorico dell'Assessorato, non vuol dire questo, vuol dire che l'Assessorato dovrà strutturarsi in maniera funzionale alla legge; darsi strutture più agili, più snelle.

Quando pensiamo a questi aspetti dobbiamo pensare ad una legge con carattere fortemente processuale, cioè di adeguamento progressivo. Ho avuto modo di ricordare, nel dibattito in Commissione, come una legge pur essa importante per la vita culturale della Sardegna e per i giovani sardi, la legge sul diritto allo studio, abbia avuto bisogno per oltre due anni di adeguamenti in Commissione. Certamente sarà necessario successivamente, dato il suo carattere processuale, adeguare la legge stessa man mano che ci saranno le opportune modifiche nelle strutture.

Dicevo che dobbiamo tener conto dei condizionamenti nella realizzazione di questa legge, nella stessa formulazione di questo articolato. Sono carenze di due tipi, carenze per inadempimenti innanzitutto. Mi riferisco a tutte le leggi di settore che già noi avremmo dovuto avere se avessimo disciplinato poteri a noi trasferiti o delegati con vari D.P.R.; penso, ad esempio, alle biblioteche, allo spettacolo. Trattasi di nostri ritardi ormai ultradecennali, in qualche caso di un quarto di secolo. Ben altra sarebbe stata la struttura della legge se noi ci fossimo trovati già con leggi di settore: avremmo potuto pensare ad una legge di organizzazione e di ristrutturazione anziché a una legge concepita essenzialmente come stimolo. Una posizione molto più vantaggiosa, molto più produttiva se questi inadempimenti (che non dipendono da Roma, dipendono da noi) non ci fossero stati.

Mi riferisco poi all'altro grande fattore limitazionale, rappresentato dal fatto che, come sapete, c'è una scissione tra poteri amministrativi e poteri legislativi. Nella materia in cui è possibile l'integrazione ex art. 5 dello Statuto, noi siamo titolari di poteri legislativi ma non disponiamo dei relativi poteri amministrativi. Avremmo potuto benissimo legiferare e l'ultimo funzionario dello Stato avrebbe potuto rendere inapplicabile la legge stessa, i nostri pronunciamenti legislativi. Siamo dovuti ricorrere, anche nell'aspetto più importante in relazione agli obiettivi da raggiungere, che è quello della scuola, ad una sorta di strumento che non è quello che avremmo voluto. Noi avremmo voluto dei poteri trasferiti o delegati in materia di pubblica istruzione in modo da rendere veramente operativa sulla base dei nostri poteri l'integrazione dei programmi scolastici. Purtroppo siamo costretti, in queste condizioni a servirci di uno strumento debole, che è quello della sperimentazione disciplinata dal D.P.R. 419 del maggio '74. Debole non per la sperimentazione o per i risultati che potranno essere conseguiti: debole per la carenza di poteri amministrativi a noi delegati o trasferiti. E' questa carenza un forte fattore limitazionale; dobbiamo usarlo per quel che in queste condizioni (sono anche condizioni storiche della nostra autonomia) ci è dato fare. Comunque il decreto del Presidente della Repubblica numero 419 è uno strumento che potrà consentirci di raggiungere grandi obiettivi, a cominciare dal processo di riaggregazione della società sarda che possiamo raggiungere, come primo momento, nella scuola, dando ai giovani gli strumenti di lettura della propria realtà, del proprio mondo.

Ai nostri ragazzi viene insegnato di tutto o quasi di tutto. Vengono insegnati i momenti più salienti della storia italiana; è giusto che sia così perché siamo italiani. Ai nostri ragazzi, a partire dalle scuole elementari, vengono insegnate le grandi linee della storia, solo le grandi linee ma non si potrebbe chiedere altro. A partire dalla scuola media sanno dell'importanza come prodromi, rispetto agli eventi risorgimentali, dei moti del 1821. Ma nessuno che insegni loro che contro l'autoritarismo regio la Sardegna, ancora prima, nel 1812, con la cosiddetta "rivolta di Palabanda" a Cagliari, ebbe i suoi martiri, che non sono meno importanti e non meno coscienti e consapevoli, nella lotta contro l'autoritarismo, dei martiri di Belfiore. I nostri giovani nulla sanno di tutto questo; nulla sanno di quel movimento originale che furono i moti antipiemontesi del 1794, di cui ci siamo occupati con una proposta di legge che ormai è stata già licenziata dalla Commissione. I nostri giovani sin dalle scuole elementari sanno di Masaniello, ma nulla sanno delle rivolte popolari in Sardegna; del significato di quelle rivolte popolari. Eppure ben altra maturità il popolo sardo dimostrò anche in quelle occasioni; eppure sono episodi che sarebbe importante venissero conosciuti da tutti i giovani italiani, perché è il contributo che noi abbiamo dato per creare le condizioni storiche dell'autonomia e per molti versi dell'Italia.

Dobbiamo avere consapevolezza anche dei limiti e per taluni versi dei pericoli della fase di avvio della legge; certamente è possibile che in qualche modo gli obiettivi che ci proponiamo di realizzare vengono meno per una sorta di "overdose". Avremo modo di soffermarci nell'esame dei singoli articoli, e noi dobbiamo fare di tutto perché ciò non accada. Dobbiamo far sì che questa legge segni l'inizio di una nuova stagione dell'autonomia e della più complessiva vita nazionale del nostro Paese.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Porcu. Ne ha facoltà.

PORCU (M.S.I.-D.N.). Signor Presidente, colleghe e colleghi del Consiglio, signori Assessori, siamo finalmente arrivati a discutere della proposta di legge numero 410, una proposta di legge attesa, il cui iter è stato abbastanza travagliato e che ha occupato i lavori della Commissione per lunghissimo tempo, sia quando vigendo il vecchio Regolamento consiliare le Commissioni erano soltanto sei, sia adesso che la Commissione ottava ha raccolto quelle che erano le competenze di pertinenza della Commissione quinta.

Devo dire che il fatto che soltanto adesso questo provvedimento arrivi in Aula, e che alcuni dicono che era atteso da ben trent'anni dalla Sardegna la dice lunga su alcune cose che mi permetterò di dire in spirito di assoluta franchezza al Consiglio. Perché dunque questa proposta di legge impiega trent'anni per arrivare in Consiglio? Perché alla fine della scorsa legislatura venne clamorosamente bocciata da quest'Aula? E' mai possibile che trent'anni di autonomia non abbiano favorito il parto di questo provvedimento? Un testo concepito e, sembra, abortito, visto che quando finalmente è pervenuto all'Aula è stato clamorosamente bocciato.

E' mai possibile che il Consiglio regionale, non dico questo che vive una stagione politica travagliata, che è accusato - per lo più giustamente devo dire - di tanti fatti negativi, ma gli altri Consigli regionali, quelli che si sono succeduti daglia anni '50 in poi, abbiano sempre fatto un'opera di Hara kiri culturale, intellettuale e politico, non esitando, alla fine del loro iter, con esito favorevole le leggi sulla cultura? Vi siete mai chiesti, onorevoli colleghi, perché si è verificato nel campo della lingua e della cultura questo fatto che è più unico che raro?

Perché, in realtà, i provvedimenti sulla cultura e sulla lingua sarda sono stati sempre accompagnati da una buona dose di ambiguità, da sotterfugi, da riserve mentali che non sempre sono state palesate con il dovuto coraggio. Ad esempio di ciò che sto dicendo, signor Presidente, mi permetto di sottolineare un fatto che mi è balzato agli occhi poco fa. Ebbene, uno dei penultimi, se non l'ultimo testo elaborato dalla Commissione reca come titolo: "Tutela e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna", mentre quello adesso all'esame dell'Aula è: "Disciplina della lingua e della cultura della Sardegna".

Ora io chiedo al relatore, onorevole Deiana, è voluta questa posposizione dei termini; è una scelta concreta, politica e di lavoro, oppure dovuta a un errore, è stata fatta così, senza che nessuno sapesse di questa modifica? E' una questione che mi aspetto pongano i colleghi che interverranno successivamente in questo dibattito; perché, signor Presidente, la questione non è soltanto formale, ma è addirittura sostanziale in quanto io credo che in questi trent'anni non si sia potuta varare una legge organica sulla cultura per le incomprensioni, per l'ambiguità di chi proponeva, attraverso una legge di valorizzazione della cultura, che è utilissima, anche una introduzione di fatto, ma sempre ambigua, di un bilinguismo in Sardegna, ed è, badate bene un pericolo a cui nemmeno la proposta di legge 410 si sottrae.

Non so se avete notato che l'onorevole Deiana nel suo intervento, peraltro bellissimo per certi aspetti, ha parlato solo della questione della lingua sarda; cioè praticamente noi, agli occhi della gente, per nostra stessa ammissione, parliamo soltanto di lingua. La cultura diventa un aspetto marginale nel pensiero di chi si affanna attorno a questo provvedimento. Invece no, deve essere ben chiaro, onorevoli colleghi, che la lingua può avere una sua rilevanza all'interno di questo testo soltanto se viene vista come uno strumento della cultura. Non c'è in realtà in Sardegna, come dirò fra poco, una esigenza di bilinguismo; c'è invece una esigenza profonda di tutelare il patrimonio culturale della Sardegna: una esigenza che accomuna i sardi, del resto, a tutte le altre genti che abitano in Italia, all'estero, nel mondo.

C'è una forte riscoperta, questo è vero - lo ammettiamo e ne siamo anche contenti - di idealità, di valori quali la patria, la comunanza, la comunità; questo ci rende contenti perché noi riteniamo che un popolo che dimentica le sue tradizioni troverà sempre una strada buia nel suo avvenire. Il progresso dei popoli deve nascere dalla conservazione, dalla valorizzazione di quello che è stato il patrimonio antico di idee, di cultura, di storia che ha guidato quella comunità nel corso dei secoli.

Ma, detto questo, non possiamo non rilevare, onorevoli colleghi, che per quanto riguarda la Sardegna il discorso della lingua diventa fuorviante e diventa di oggettivo ostacolo alla estrinsecazione di un processo di affermazione della cultura in Sardegna. Noi diciamo questo, cari colleghi, e mi rivolgo soprattutto ai colleghi del Partito Sardo d'Azione che io ringrazio perché in questi ultimi tempi hanno avuto nei nostri confronti, forse primi fra tutte le forze politiche della Sardegna, gesti di particolare attenzione. Avete invitato il nostro Capogruppo, ufficialmente, a una vostra manifestazione, avete dato un segno lampante di come determinate barriere possono essere abbattute. Ve ne ringraziamo di cuore, tuttavia noi dobbiamo dire con spirito costruttivo e in assoluta serenità, con spirito di verità e non per fare polemiche gratuite, i nostri pensieri e le nostre forti convinzioni in proposito. ----------------------------------------------

Dobbiamo dire che non abbiamo paura di essere in dissenso con la stragrande maggioranza di questo Consiglio regionale; non abbiamo paura perché noi riteniamo che il dissenso, anche su questi temi, sia il vero sale della democrazia. E come abbiamo sempre affrontato le nostre battaglie faremo anche questa, consapevoli di essere minoritari nelle nostre idee ma altrettanto consapevoli che un processo che non permette le voci di dissenso non è un processo costruttivo, ma diventa un processo arido che non avrà prospettive nel futuro.

Detto questo, onorevoli colleghi, a costo di dissentire non solo dalla dottrina ma anche dalla passione dell'onorevole Cocco che mi ha appena preceduto, debbo dire che io ritengo che le più alte pagine della storia e della civiltà della Sardegna siano state scritte quando questa storia e questa civiltà si sono inserite nel solco della grande tradizione nazionale italiana. E le pagine più belle sono state, onorevoli colleghi, il Risorgimento e la prima guerra mondiale.

Ricordo una pagina minore della storia sarda ma che mi appartiene perché la vivo nella mia carne, voi lo sapete che io sono di Orune, paese travagliato ma anche simbolo di un determinata storia della Sardegna, antica e moderna. Ebbene nel 1848 quando infuriava la prima guerra di indipendenza il rettore di Orune, Salvatore Satta Musio (ironia della sorte cadde vittima di un agguato negli anni 70 dello scorso secolo), introdusse nel paese la riforma agraria. E vi dico che fu una riforma agraria di altissimo spessore, tanto è vero che ancora oggi studiosi di larga fama ne studiano i contenuti. Ebbene in quell'occasione, ci furono ad Orune, come riportano le cronache dell'epoca, entusiastiche manifestazioni, con esposizione di tricolori, per l'invio di volontari orunesi e sardi alla guerra di indipendenza: fu una vera e grande mobilitazione popolare e nazionale.

Non voglio ricordare poi il fatto che uno degli inni patriottici più belli della nazione italiana, l'inno sardo, sia anche scritto in sardo. Ricordo ancora la commozione di una congrega di vecchi combattenti del Nord Italia quando, qualche anno fa, un coro di Nuoro cantò in sardo quell'inno patriottico italiano; questi nostri ospiti dell'alta Italia, per lo più alpini temprati da battaglie di ogni genere, ricordavano quel canto e piansero ascoltandolo.

Quindi, debbo dire che il predominio, così si dice, della cultura e della lingua italiana non ha impedito certamente a Grazia Deledda, a Sebastiano Satta, a Salvatore Satta di scrivere libri che sono orgoglio questo sì, della cultura e della storia della nostra civiltà. Cosa avrebbero potuto dire della Sardegna questi grandissimi scrittori se avessero scritto in sardo? L'italiano diventa un veicolo indispensabile per portare il messaggio della sardità del mondo; è attraverso l'italiano che la cultura sarda si è espressa al meglio. Questo vuole dire che noi dobbiamo, pur riscoprendo e tutelando le nostre tradizioni non cadere nel giacobinismo e nell'estremismo.

A tutti quanti noi piace la cultura della Sardegna; ed io sfido, onorevoli colleghi, chiunque di voi a essere più entusiasta di me quando ascolto una gara poetica o quando vedo i cantori sardi, oppure assisto alle sagre musicali della Sardegna. Sono veramente commosso, mi piacciono, eppure questo non mi fa dimenticare che si tratta di una cultura che vive in quanto la gente la vuole, in quanto la gente l'appoggia, in quanto la gente la ricerca. Ma che operazione culturale facciamo, onorevoli colleghi, nel resuscitare i morti. Non è possibile!

Sono di lingua sarda, ragiono in sardo e poi traduco in italiano, sogno anche in sardo, però, quando in casa mia, dove tutti parlavamo in sardo, sono nati dei bambini non mi sono potuto opporre al fatto che, spontaneamente, i loro genitori li educassero alla lingua italiana. Non è stata una scelta motivata da ragioni ideologiche, non è stata nemmeno una scelta dettata da non so quale complotto, né da uno scemare dell'amore verso la nostra cultura, è stata una scelta naturale, una scelta che si iscrive nei tempi, una scelta contro la quale non si può far niente anche se noi invece dei 35 miliardi che stiamo stanziando per questa legge ne stanziassimo 100. Il mondo sta andando così, e i giovani che stasera impazziranno nelle discoteche di Alghero o sulle spiagge di Villasimius non hanno una coscienza purtroppo - e dico purtroppo - di questi problemi.

Allora onorevole Assessore, qual è la mia paura? Io temo che questa legge lungi dall'operare per portare la Sardegna verso quella rinascita culturale di cui tutti riteniamo che ci sia bisogno, diventi un fatto calato dall'alto, un fatto per una élite più o meno universitaria, un fatto per dare concessioni e prebende, per istituire altri carrozzoni oltre quelli di cui questa Sardegna è già molto molto ricca. Ecco qual è il punto, onorevoli colleghi, soprattutto di questi incarichi universitari o post universitari noi ne abbiamo avuti fin troppi; dobbiamo verificare con attenzione dove vanno a finire i soldi dei sardi: questo sì è veramente utile per la rinascita della Sardegna.

Oltretutto mi sembra che sia necessario ribadire, ancora una volta, che le leggi, prima di tutto debbano essere chiare e intellegibili immediatamente dalla gente. Cosa che non mi sembra avvenga nel provvedimento in discussione. Ci sono articoli interi, per i colleghi che hanno avuto la bontà di leggerli, che sembrano dei trattati di sociologia, di psicologia, di pedagogia di cui né noi, né soprattutto il popolo sardo abbiamo in realtà bisogno. Occorre abituarsi - e questo vale per questa legge ma anche per tutte le altre - a scrivere come si mangia (e in tema di lingua forse sarebbe opportuno che questo non lo dimenticassimo) a legiferare soprattutto come si mangia, perché noi stiamo continuando a scrivere dei trattati, bellissimi, ma che non hanno la virtù di essere comprensibili dalla gente.

Onorevoli colleghi, l'argomento verrà approfondito ulteriormente dall'onorevole Usai e con gli interventi che faremo sugli articoli man mano che si procederà nella discussione. Un fatto è certo: sulla base della mia esperienza personale posso dire di non essermi sentito perseguitato per essere andato in prima elementare senza conoscere una parola di italiano. Anzi, devo dire che nel mondo scolastico, almeno per quanto è di mia conoscenza, non ho assolutamente memoria di quei drammi che pure pedagoghi di una certa importanza segnalano nei loro scritti. Per esempio, qualche tempo fa o letto "Le bacchette di Lula" di quel Albino Bernardini che fu maestro nelle scuole di Lula appunto negli anni '50. Ebbene, lui traccia una drammatica storia di emarginazione relativamente a quei bambini che non parlavano l'italiano. Ma a me, personalmente, non risulta; anzi, devo dire che il sardo mi ha aiutato, fortemente, a conoscere e ad amare l'italiano.

Le mie osservazioni non tendono a un rifiuto aprioristico della novità, mirano soltanto a riportare la questione nella sua giusta dimensione, a considerarla un fatto culturale, un fatto che sia al servizio della gente e non calato dall'alto sulla stessa. Perché, badate, il fatto che non sia successo nulla quando queste leggi sono state bocciate la dice lunga su quale direzione voglia prendere la Sardegna.

Onorevoli colleghi, mi avvio alla conclusione. Mi sembra che sia necessario un approfondimento su queste questioni. Noi non rinneghiamo il principio che la cultura vada difesa; noi diciamo, anzi, che è vergognoso lo stato di abbandono nel quale è stato lasciato il patrimonio culturale sardo finora. Noi chiediamo che il Consiglio regionale approfondisca le questioni sul tappeto, ma soprattutto chiediamo che si cali nella realtà operando per conoscere quello che la gente sarda, che i ragazzi sardi, effettivamente vogliono. Noi vogliamo anche attenzione, onorevoli colleghi, che prima di fare operazioni culturali azzardate e fuori dalla storia si dica che è bene che i sardi non dimentichino il sardo ma parlino bene l'italiano, è bene che i sardi capiscano che il processo che si vuole portare avanti, e cioè una riscoperta a tavolino della lingua sarda, è improponibile.

Onorevoli colleghi, ognuno di noi quando si parla di sardo mette la lancetta della bussola precisamente dalla sua parte; e adesso se io mi mettessi a parlare il sardo con questo nobile esponente dell'iglesiente che ho vicino non ci capiremmo proprio, così come è impossibile chiedere alle isole di lingua sassarese o di lingua gallurese di capire i sardi di altre località. Ma lo sapete che quando arriviamo a La Maddalena ci dicono: "Sono arrivati i sardi"? E non lo dicono soltanto me che arrivo da Orune, lo dicono anche a quello che arriva da Santa Teresa di Gallura. E, per dire che la verità, questa frase "arrivano i sardi" l'ho sentita anche in alcuni paesi della bassa valle del Coghinas. Ecco perché, onorevoli colleghi, quando ci impegniamo in questo tipo di operazioni dobbiamo stare attenti a calarle nella realtà che vogliamo modificare.

Un'ultima cosa; a me piace moltissimo ricordare i vecchi della cultura sarda, mi piace moltissimo sentire parlare il sardo, però, vi devo dire che quasi sempre questi sardi, i più saggi, hanno teso a integrare il popolo sardo in un contesto più vasto. Non deve essere un'operazione quindi, e concludo, di chiusura. Deve essere invece un'operazione di apertura.

PRESIDENTE. E' iscritta a parlare l'onorevole Serra Pintus. Ne ha facoltà.

SERRA PINTUS (D.C.). Signor Presidente, sento il dovere morale di intervenire, anche se per pochi minuti, sulla proposta di legge in discussione per fare alcune considerazioni su un provvedimento atteso da tutti ormai da anni, ma che ha il difetto, a mio avviso, di arrivare in Aula in tempi particolarmente difficili per il popolo sardo. Emergenze quali la disoccupazione, la cassa integrazione, i licenziamenti, la chiusura di fabbriche e di imprese richiederebbero un'attenzione del Consiglio regionale esclusiva anche se temporanea, io mi auguro, e la volontà di dare risposte concrete e reali ai bisogni primari di tante persone e di tante famiglie.

La solidarietà, infatti, andrebbe espressa in termini concreti, indirizzando tutti gli sforzi, compresi quelli finanziari, verso coloro che vivono attualmente momenti difficili. Il Consiglio regionale dovrebbe, a mio avviso, seguire l'esempio del buon padre di famiglia che, in periodi difficili, pensa a dare il pane ai propri figli rimandando a tempi migliori le spese pur utili ma non indispensabili. Se concordo nel ritenere che una legge regionale è necessaria per riordinare, migliorare, sviluppare, valorizzare e diffondere la cultura e la lingua del popolo sardo, non posso non rilevare che il popolo sardo, oggi, in questo momento, consapevole dell'emergenza economica in cui la Sardegna si dibatte, aspetta da noi interventi legislativi che dirottino ogni risorsa possibile verso azioni serie, non certo di tipo assistenziale, in grado di risolvere i problemi dell'occupazione.

La Giunta regionale, così come da me richiesto al suo Presidente con una interpellanza (ma al solito a interrogazioni e interpellanze questa Giunta non risponde) dovrebbe proporre al Consiglio, con coraggio e decisione, tagli a tutte le spese, specie a quelle superflue - e Dio solo sa quante ne abbiamo - nonché la revisione, la revoca di tutte quelle numerosissime leggi concepite in tempi di vacche grasse, in questi quarantanni, che forniscono ai cittadini servizi assolutamente non indispensabili. Un esempio, mi viene in mente la famosa legge numero 17, se non erro è del 1952, che ancora oggi consente, per promuovere la diffusione del turismo in Sardegna, di noleggiare a spese della Regione pullman per tutti, anche per le persone abbienti.

Anche il Consiglio regionale dovrebbe fare la sua parte in questa opera di revisione delle spese superflue o non indispensabili. A mio avviso, dovrebbe evitare di continuare a produrre provvedimenti di legge che sono senz'altro interessanti e utili in tempi normali, ma inopportuni in tempi di difficoltà economica. Occorre dimostrare con i fatti la solidarietà a quella parte della società che oggi è in sofferenza. A che cosa servono le partenze per Roma, i cortei, le manifestazioni con i disoccupati se non siamo capaci di effettuare tagli radicali alle spese e di utilizzare ogni risorsa disponibile per attenuare il problema occupazionale che, oggi, ci affligge in termini drammatici?

Ma, se anche di questi tempi si vuole, e credo giustamente, arrivare comunque ad esitare una legge in materia di lingua e di cultura sarda, approviamola ma senza che comporti spese. Faccio mio questo concetto, che condivido totalmente, di legge senza spesa in questo settore, concetto che per amore di verità appartiene al collega Tarquini che credo lo riprenderà nel suo intervento. D'altra parte, per fortuna, il mondo culturale sardo è ricco di studiosi numerosissimi e validi, di associazioni, di gruppi, di circoli e di singole persone disposte a collaborare da volontari con gli enti locali e con gli organismi pubblici del settore ad un organico programma regionale in materia. Tutto questo naturalmente io lo propongo in attesa di tempi migliori che ci consentano di spendere anche in questo settore ma, giustamente senza rimorsi. E io, credetemi, oggi avrei rimorsi a spendere 35 miliardi, così come prevede la proposta di legge.

Io riconosco che la Commissione ha lavorato con serietà e impegno, e che ha prodotto un provvedimento valido sotto molti aspetti; ritengo però che la proposta, oggi all'esame dell'Aula, debba essere totalmente modificata, relativamente all'aspetto della spesa. Vorrei cioè che il Consiglio regionale, nel rispetto del principio della solidarietà, privilegi l'emergenza occupazionale e oggi, soltanto provvisoriamente, vari una legge sulla lingua e la cultura della Sardegna a costo zero.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Planetta. Ne ha facoltà.

PLANETTA (P.S.d'Az.). Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, ho avuto modo di apprezzare la relazione del relatore della Commissione competente in materia che ha evidenziato, a grandi linee, gli aspetti preminenti di questa proposta di legge che parla di lingua e di cultura sarda. Ho apprezzato l'intervento dell'onorevole Cocco nel suo, tra l'altro, anche piacevole excursus storico e, finalmente è apprezzabile oggi che in quest'Aula per la prima volta nel corso di questa legislatura si discuta la proposta di legge sulla lingua e la cultura sarda.

Se ne parla oggi, ma dobbiamo riconoscere che il suo corso è vecchio di qualche decennio. Ad alcuni di noi, e anche altri, brucia ancora il ricordo della clamorosa, quanto inaspettata, bocciatura avvenuta proprio al termine della passata legislatura, subita da noi, di una analoga proposta legislativa sulla lingua e la cultura sarda. Se quella proposta allora fosse passata, così come noi sardisti auspicavamo, oggi senz'altro in quest'Aula anziché parlare dell'importanza della lingua e della cultura sarda saremmo magari chiamati a discutere dei suoi effetti, della sua vasta applicazione in campo sociale e culturale. Ma così non fu e oggi ci troviamo a discutere della proposta di legge e di una sua, dico, perché ancora non ne sono certo, eventuale approvazione.

Una proposta di legge che è voluta da tutti i Gruppi consiliari, o quasi tutti, con alcune sfumature e dalla stessa Commissione. Però il tempo non è trascorso certamente invano se è vero come è vero - e vogliamo sottolineare - che oggi ci troviamo di fronte ad una nuova accresciuta sensibilità verso il problema della lingua e della cultura sarda; sensibilità che proviene da parte di sacche, scusatemi e passatemi il temine, sempre più vaste di autorevoli personaggi del mondo culturale, politico, nonché dell'opinione pubblica; una sensibilità che per noi sardisti non può che rappresentare un motivo di grande soddisfazione, unitamente devo dire anche ad un sentimento di trepidante attesa per le sorti di una proposta che, seppure questa volta non sia sorta da una nostra singolare iniziativa, ci ha visto sin dal primo momento impegnati a sostenerla attivamente sia nella Commissione competente che a livello sociale con diverse iniziative. L'ultima iniziativa - la ricordava il collega Porcu - si è svolta a Santa Cristina a Paulilatino a favore della lingua e della cultura viste come diritto inalienabile dei popoli. Ad essa hanno aderito tutti i Gruppi consiliari presenti in Consiglio regionale, tutti i rappresentanti quindi del popolo sardo.

Ma, vorrei qui sottolineare che l'impegno sardista nei confronti della lingua soprattutto, non nasce certo oggi in occasione di questa proposta, ma è un impegno intenso in quanto la lingua è considerata un patrimonio ideologico e storico da chi, sempre, ha militato nelle file del sardismo combattendo attivamente questa sorta di asservimento culturale, di stampo colonialista, della lingua sarda nei confronti di quella italiana, tanto che oggi la lingua sarda è, lo possiamo dire, negletta in patria. Eppure la stragrande maggioranza dei sardi all'interno del focolare domestico o nei luoghi di aggregazione sociale ritengono di esprimersi con quella forma di linguaggio che, essendo la propria, favorisce l'instaurarsi di rapporti amichevoli rispetto ad altre forme di linguaggio estranee al patrimonio della tradizione storico-culturale della nostra terra. Dico questo perché sono convinto che il valore che la lingua sarda rappresenta vada ben oltre il suo aspetto meramente culturale.

Noi riteniamo che la lingua sarda sia l'elemento aggregante per superare quello che lo storico Giovanni Battista Tuveri definiva come l'elemento disgregante del processo di sviluppo e sociale e culturale del popolo sardo, la sua disunità. Chi potrebbe negare, oggi, che il patrimonio comune derivante dall'utilizzo della lingua propria non sia il fulcro di un processo ormai avanzato di unità formale e sostanziale di un popolo come quello sardo, onorevole Porcu? Qual è il terreno comune sul quale tutti i sardi possano arrivare a una forma compiuta di autogoverno, divenendo soggetti primari del proprio futuro, se non quello del recupero del proprio patrimonio di tradizione, di storia, di cultura che nell'insieme viene espresso dalla lingua, onorevole Porcu? E' la cultura frutto della lingua.

Eppure, andando indietro nel tempo sembrano lontani oggi in quest'Aula gli echi di chi, denigrando i sostenitori della lingua, sosteneva che essa rappresentava un elemento sostanziale di arretramento e di ulteriore isolamento culturale. Così è avvenuto che mentre in Sardegna il sardo era vissuto come una sorta di vergogna nazionale, altrove era tenuto nella massima considerazione, veniva studiato e insegnato agli studenti. Cito per tutti l'esempio degli Stati Uniti dove nell'Università del Michigan si insegna il sardo da moltissimo tempo in tutte le sue varianti, soprattutto in quella logudorese. Come accade sovente sono gli stranieri quelli che scoprono i valori di una cultura e di un popolo prima degli stessi indigeni.

Che dire degli studi effettuati da moltissimi ed eminentissimi studiosi i quali affermano che il linguaggio materno, il primo appreso dai bambini, facilita di gran lunga l'apprendimento di forme di linguaggio diverse in quanto fornisce un ricchissimo patrimonio di esperienze? Basta chiedersi quanti vocaboli di italiano conoscono i nostri bambini, e se non sarebbe più semplice insegnare determinate materie nella lingua a loro più congeniale. Ma verifichiamo anche che cosa è avvenuto nella scuola sarda in seguito a una famosa circolare di un Ministro italiano della pubblica istruzione, che impedì l'uso della lingua sarda nelle nostre scuole e di fatto, quindi, il suo insegnamento. Per effetto di questa circolare, ancora oggi, gli insegnanti che vogliono cimentarsi nell'insegnamento del sardo e del patrimonio culturale del nostro popolo, a seconda dell'atteggiamento dei presidi, devono ricorrere a dolorosi stratagemmi per evitare di incorrere in sanzioni disciplinari o altro.

Io vi chiedo, onorevoli colleghi e colleghe (l'onorevole Kikita Serra non è presente, sarà andata dai disoccupati, o a fare volontariato) se è giusto tutto questo. Io dico, naturalmente, che non è giusto.

Si sottolinea la questione delle cosiddette varianti locali che impedirebbero al sardo di essere una lingua omogenea, comune a tutti; che dire allora del latino, lingua ufficiale di tutto l'Impero romano che nella stessa Roma presentava sostanziali differenze a seconda che a parlarlo fossero i patrizi o i plebei. Eppure questo non ha impedito al latino di essere la lingua ufficiale dell'antichità, quasi come l'inglese lo è del mondo moderno. Non credo proprio, allora, che sia così difficile raggiungere una forma soddisfacente di unità ortografica del sardo, se è questa la volontà politica, onorevoli colleghi; e colgo nel mutato atteggiamento del mondo della scuola, della cultura e della politica l'esigenza di ritrovare quelle radici comuni del popolo sardo, che soprattutto in un momento, onorevole Serra, come quello attuale di forte crisi dei rapporti Stato-Regione è una spinta prepotente verso quella forma compiuta di autogoverno che, da sempre, rappresenta il federalismo. E' proprio in momenti come questi che la necessità di essere popolo, unito e solidale, si fa pressante e ineluttabile nei confronti di chi, nel presente come nel passato, nega a noi sardi i diritti più elementari.

E allora come sottacere il dramma delle migliaia di famiglie di lavoratori sardi falcidiati dai licenziamenti, dalla stessa cassa integrazione, il mancato riconoscimento della continuità territoriale, la pressione fiscale che in Sardegna raggiunge livelli insopportabili, e mi fermo qui. Eppure in Sardegna questo provvedimento legislativo giunge con colpevole ritardo; mentre sono state all'avanguardia altre regioni d'Italia, come la Valle d'Aosta e il Trentino Alto Adige; regioni non a caso, onorevole Serra, con il più alto indice di reddito pro capite nella Repubblica italiana.

Regioni che, forti di un regime di bilinguismo che implicitamente riconosce loro, ai sensi e per effetto della Costituzione repubblicana, lo status di minoranza etnica, hanno potuto trattare direttamente con lo Stato quel famoso pacchetto autonomistico da cui gli deriva autonomia fiscale e governativa. Che cosa è oggi invece il nostro Statuto di autonomia se non una carta di pure e mere lagnanze, primo di significato e incapace di rappresentare le istanze più pressanti del nostro popolo tanto che oggi si paventa il rischio che gli Statuti delle Regioni ad autonomia speciale, a esclusione di quelli della Valle d'Aosta e del Trentino, debbano essere equiparati a quelli delle Regioni a Statuto ordinario.

E' per questo motivo, onorevoli colleghi, onorevoli colleghe, che oggi la proposta di legge sulla lingua e la cultura sarda assume una valenza straordinaria che va ben oltre l'intento di riappropriarsi di una tradizione culturale e storica. Il riconoscimento di un sistema di bilinguismo in Sardegna può qualificarsi come un primo significativo passo nella storica rivendicazione del popolo sardo verso l'autodeterminazione, in una nuova Costituzione repubblicana, federalista e osservante delle peculiarità etnico-storiche dei popoli che concorrono a realizzarla.

Questo è il senso della proposta di legge; una proposta di legge che certamente è perfettibile nel corso del suo iter e della quale noi siamo in parte, non del tutto, soddisfatti. Se, comunque, l'approveremo, compiremo un primo passo per il futuro. Concludo brevemente queste mie riflessioni ricordandovi il rischio, paventato da più di uno studioso che se in questa Assise la proposta di legge sulla lingua sarda, e parlo di lingua, dovesse cadere sotto i colpi di un voto negativo, ci troveremmo di fronte a un disastro culturale di immani proporzioni, sarebbe la fine della lingua sarda e del suo patrimonio.

Voglio concludere con le parole - a me sono piaciute tantissimo - di un illustre studioso, il professor Lilliu: "Se la lingua sarda muore, muore la Sardegna, muore la mamma nostra".

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Tarquini. Ne ha facoltà.

TARQUINI (Gruppo Laico Federalista). Io ho letto con molta attenzione questa proposta di legge sulla disciplina della lingua e della cultura della Sardegna. Io sono fra i più convinti assertori della validità dei concetti che la proposta di legge esprime, sia per quanto riguarda il recupero e la valorizzazione del nostro antico patrimonio culturale, sia per quanto riguarda la stessa lingua sarda. Il titolo primo della legge individua compiutamente principi e la finalità del provvedimento; il titolo secondo, però, dove si analizzano gli strumenti operativi, ha cominciato a suscitarmi una sorta di piccolo pruritino, soprattutto per la puntigliosa elencazione di compiti e compitini, presidenti e servizi. Io leggo: "l'Assessore regionale alla pubblica istruzione, su conforme delibera della Giunta regionale, sentito il parere della competente Commissione e sulla base di una proposta presentata, eccetera eccetera, e osservatori e consultori eccetera", queste sono terminologie foriere di prebende e prebendine.

Sono iniziate quindi le perplessità; però non vi nascondo che il prurito cui accennavo si è trasformato in una esplosione di orticaria, violentissima, quando ho letto quanto questo progetto ci verrebbe a costare: 25 miliardi all'anno. Ma noi sappiamo benissimo come queste cifre di per sé enormi, lievitino; e se pensiamo alle esauste casse della nostra Regione non c'è da stare allegri. Permettetemi una considerazione: se penso che quella imbelle amministrazione, la USL dalla quale dipendo, mi blocca una sala operatoria ormai da quasi un mese perché non trova 5 milioni, dico 5 milioni, per far riparare la lampada scialitica, beh, questo è uno dei motivi per cui mi viene l'orticaria.

Detto questo, poiché non è giusto che io mi fermi alla sola critica distruttiva, considero un mio obbligo fare delle proposte. Anzitutto reperiamo, all'interno della struttura regionale, del personale che costituisca la struttura burocratica di base per portare avanti questo provvedimento. Secondo, sfruttiamo a pieno la competenza di molti studiosi per poter concretizzare adeguati programmi di indagine e ricerca. Però, attenti: non affidiamo consulenze; no, i contributi devono essere offerti e accettati solo a titolo gratuito. Non si capisce perché il volontariato debba essere invocato per la sanità e l'assistenza e non debba essere invocato per queste proposte, altrettanto valide e direi essenziali per la nostra terra. Io sono convinto che avremo entusiastiche adesioni da qualificatissimi cultori della nostra storia, della nostra arte, delle nostre tradizioni. Io, per esempio, personalmente ne conosco almeno una quindicina che si sentirebbero onorati di far parte di un team che possa contribuire a questo importante argomento di cui oggi discutiamo.

Vengo ora a quello che è il puntum dolens di questa legge: la questione della lingua sarda. La domanda che emerge è: quale lingua sarda? Il campidanese, il logudorese, l'algherese? Mah! Io, nuorese, quando venni a Cagliari parlavo in sardo, i cagliaritani mi guardavano come se fossi un marziano, non mi capivano, assolutamente. Inoltre - l'amico Porcu l'ha già accennato - al di là di un fatto puramente culturale, di conservazione di tradizioni, quale significato ha una lingua? Ovviamente quello di capire e di farsi capire. Il titolo quinto di questa legge, invece, è ambiguo perché ad una prima lettura sembrerebbe posto a tutela di analfabeti sardi incapaci di esprimersi in italiano; so bene che invece con il titolo quinto si intende, con una sorta di civetteria in cui vi è molto di bizantino, instaurare una sorta di solidale complicità: siamo fra sardi. E' del resto quello stesso spirito che anima molti abitanti della Gran Bretagna a parlare gaelico. E' una sorta di embrassons nous.

Attualmente negli uffici, e tutti abbiamo avuto modo di sperimentarlo, la disponibilità degli impiegati è massima, soprattutto nei confronti di quei vecchietti che non sanno esprimersi bene in italiano, che appartengono ad altre generazioni. Ebbene, io ho sempre avvertito la grande disponibilità di questi impiegati; però questo fatto non deve essere sancito in legge, diversamente che ne facciamo di un impiegato siciliano o piemontese che non parla sardo, lo cacciamo via?

Concludo, sì alla valorizzazione della cultura sarda e della lingua sarda intese però come fatto culturale; no alla lingua sarda nella pubblica amministrazione. Sì alla lingua sarda nelle scuole insegnata da volontari, sempre che gli allievi vengano liberati dall'obbligo di frequenza come si fa, del resto, anche per l'ora di religione. Quindi un fatto culturale. Sì alla lingua e alla cultura sarda come affermazione dell'orgoglio di essere sardi. No, fermamente no, alle spese dissennate; sì a quelle che possono consentire al volontariato di operare anche in questo settore.

PRESIDENTE. Vorrei rispondere a un'osservazione dell'onorevole Porcu relativa al titolo del provvedimento che è: "Tutela e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna". La modifica sottolineata dall'onorevole Porcu era dovuta a un refuso tipografico.

E' iscritto a parlare l'onorevole Salis. Ne ha facoltà.

SALIS (Rinascita e Sardismo). Signor Presidente, onorevoli colleghi, la proposta di legge che ci apprestiamo a prendere in esame, a mio avviso, può e deve rappresentare se approvata, l'elemento più caratterizzante di questa legislatura. Io dire anche che è, seppure in notevole ritardo con la storia, un atto dovuto nei confronti di una comunità, quella sarda della quale noi stessi facciamo parte, della sua lingua e della sua cultura. Un atto di giustizia non solo sul piano squisitamente culturale, ma anche e soprattutto sul versante autonomistico inteso nei suoi valori più forti e sostanziali.

E' indubbio, colleghi, che non si può in quest'Aula continuare a parlare di autonomia se non si salvaguardano quelle che sono le basi imprescindibili dell'autonomia medesima, quelle che fanno capo alla nostra identità; identità che, fino a prova contraria, è qualche cosa che si è e non qualcosa che si ha per elargizione o per concessione governativa. Quello che fino ad oggi ha minato il nostro essere e sminuito il concetto stesso di autonomia è forse in gran parte da imputare alla sempre più crescente omologazione, sul piano culturale con il resto d'Italia, e non solo con il resto d'Italia. O, se preferite, allo squilibrio sempre più evidente tra una cultura ufficiale, che oggi però sembra recitare il mea culpa per questa apparente disattenzione, e quella cosiddetta minoritari o subalterna.

E' proprio l'aver ridotto a subalternità la nostra potenzialità espressiva che deve rappresentare per ognuno di noi, delegato dal popolo sardo, una sorta di rimorso etnico della coscienza. La classe politica, nazionale e regionale, ha una enorme responsabilità nell'aver non poco contributo all'espandersi, al propagarsi di una vera e propria mentalità subalterna, di una succursalità eletta a principio, di uno strabismo culturale e sociale che ha non poche implicazioni sullo sfacelo economico che vede coinvolta la nostra Regione. Vi è tuttora un tipo di approccio alle problematiche del reale che risente al fondo di insufficiente capacità propositiva, di scarsa determinazione, di insicurezza ancestrale, una sorta di povertà imprenditoriale in senso lato, scarsa convinzione di se stessi, di quello che siamo, di quello che possiamo rappresentare.

Da qui questo determinismo quasi assunto a vocazione, quello stesso che oggi sembra destinarci ad essere ancora una volta oggetto degli eventi e non fautori della storia. Per dirla con una frase abusata ma sempre efficace: protagonisti del nostro tempo. E' da questa scarsa consapevolezza di sé che scaturisce la nostra sterilità quasi immanente, il nostro non respiro collettivo, come se le nostre radici affondassero sull'acqua e non su solide basi secolari, delle quali la nostra lingua è chiara testimonianza. Lingua da considerarsi non certo nella sola accezione strumentale comunicativa, ma come alta e compiuta manifestazione di sé, del proprio essere comportamentale, dei suoi codici più istintivi e naturali. Non a caso questa lingua, sebbene mortificata, mantiene intatto tutto il suo potenziale di umanità espressiva, immediata, che è difficilmente riscontrabile in quella ufficiale troppo mediata quasi omogeneizzante fino a minare la nostra capacità creativa sin dall'infanzia.

Scriveva Gramsci nelle sue "Lettere dal carcere": "Franco mi pare vispo e intelligente, penso che parli già correttamente, ma in che lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in sardo e che non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. E' stato un errore per me non aver lasciato che Edmea da bambina non parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nuociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non devi fare questo errore con i tuoi bambini. Intanto il sardo - diceva Gramsci - non è un dialetto, ma una lingua, una lingua a sé quantunque non abbia - è vero - una grande letteratura; però è bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile, e poi l'italiano - continua Gramsci - che voi gli insegnerete sarà una lingua povera, monca, fatta di quelle poche frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile per cui Franco non avrà contatti con l'ambiente generale e finirà con l'apprendere due gerghi e nessuna lingua, il gergo italiano per la comunicazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per strada e in piazza. Ti raccomando - continuava Gramsci - proprio di cuore di non commettere un tale errore, di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino nell'ambiente naturale in cui sono nati, ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire".

Io ritengo che in queste righe, così efficaci sia proprio sintetizzata gran parte della problematica relativa alle lingue locali minoritarie. Su questa problematica si sono tenuti diversi convegni; l'ultimo, forse uno dei più interessanti, al quale ho avuto il piacere di assistere solo per una sera, avvenne a Codroipo nel 1989. Era un convegno regionale sul rapporto tra la scuola e le lingue locali nel corso del quale si affermò che questa problematica andava affrontata assumendo, come parametro fondamentale di giudizio, non il principio della pari dignità in astratto di tutte le lingue, ma quello della varietà dei bisogni culturali e comunicativi dell'individuo in rapporto ai diversi ambiti nei quali si svolge la sua vita personale. Solo così è possibile raggiungere una visione del problema molto più vicina alla dinamica della vita reale. Perché una lingua cammini e sia parte integrante di questa dinamica, onorevoli colleghi, è necessario approntare strumenti il più possibile adeguati a questo processo.

Il nostro non è certo un compito facile e durante l'esame dell'articolato, forse, avremo modo di esaminare più da vicino quali siano questi possibili strumenti, senza mai dimenticare la novità e la portata della legge in esame. Occorre tenere presente però un fatto fondamentale dal quale non si può prescindere: la rapidità e l'entità della evoluzione linguistica, di tutte le lingue, la straordinaria velocità e la forza di trasformazione che caratterizzano i processi della vita moderna sotto il profilo dell'integrazione, della interdipendenza delle strutture economiche, dell'unificazione delle infrastrutture tecnologiche e quindi del trasferimento multimediale dei fatti culturali; tutto questo impedisce che diventi attendibile una operazione di puro protezionismo linguistico del sardo. Senza però mortificare questa nostra lingua parlando addirittura di volontarismo!

Dicevo che non dobbiamo dimenticare la novità e la portata di questa legge. Io ritengo che sia un nostro preciso compito permettere a una lingua, ancora viva e prensile, di poter esplicare tutte le proprie potenzialità. E' necessario che ognuno di noi si renda conto della modernità insita nel sardo, della grande disponibilità a farsi continuamente e dinamicamente fruibile. Vi sono e si realizzano sul piano linguistico incroci oggi inimmaginabili fino a qualche anno fa; i prestiti e soprattutto i calchi da una lingua all'altra, da un linguaggio settoriale all'altro, sorpassano ogni tentativo di arginamento o di vaglio non soltanto rispetto al lessico, ma anche rispetto alle strutture sintattiche e perfino morfologiche. Ciò non significa abbandonarsi a facili e infelici neologismi o ibridazioni forzate, ma permettere invece un sano interscambio linguistico ai fini della reciproca crescita. Le nuove generazioni, soprattutto, hanno un ricambio linguistico di una velocità inaudita e mutuando continuamene terminologie e linguaggi settoriali dal terziario, dalle tecnologie, dalla divulgazione scientifica, perfino dal mondo sportivo. E' un po', onorevoli colleghi, quello che succede nella sperimentazione musicale: un serio tentativo di innovazione nella tradizione non può prescindere da quello che può essere definito il background culturale di ogni singolo artista. Da qui le contaminazioni più o meno felici che in ogni caso dinamicizzano e storicizzano la propria identità artistica. E' in assenza di questo tipo di interscambio che ci sarebbero dei fossili musicisti, dei fossili poeti, dei fossili pittori.

Uno dei maggiori pericoli in cui si può incorrere è proprio quello di relegare il sardo al già scritto, al già detto; circoscriverlo quasi musealmente; la vera scommessa, a mio avviso, sta nel sapere creare i giusti incentivi e la giusta condizione per un suo progressivo inserimento nei vari settori della vita sociale. Da questo punto di vista l'inserimento del sardo nella scuola ha un suo preciso valore; in primo luogo rappresenterebbe una forma di legittimazione che ne rafforzerebbe l'immagine; in secondo luogo una educazione linguistica, soprattutto alla lingua locale, in perfetta attinenza con i più recenti programmi scolastici, non può essere ridotta a mera acquisizione di una lingua, bensì deve essere finalizzata al rafforzamento e all'arricchimento delle capacità comunicative dello studente. Se non chiariamo questo punto allora, è ovvio, la demagogia in quest'Aula si potrà sprecare!

Io ritengo che quando entreremo nel merito dell'articolato ci saranno delle specificazioni, ma voglio anche dire che l'atteggiamento di tutti coloro che hanno lavorato a questa legge è un atteggiamento di estrema apertura, nel senso che, ben vengano integrazioni e contributi, ovviamente nei limiti. Ciò che non accetto, infatti sono gli atteggiamenti fini a se stessi che tendono più a distruggere che a costruire. In conclusione, cari colleghi, mi sembra di poter affermare che qui, oggi, noi siamo chiamati ad un appuntamento storico. Per chi crede nei valori forti dell'autonomia da quest'Aula può partire un imput che, senza primogeniture di sorta, contribuirà non poco a ridurre il distacco che oggi esiste tra le istituzioni e la gente, tra la politica e la gente. Chissà che da domani in quest'Aula, fra questo legno così esotico, non possa improvvisamente sentirsi un profumo di armidda, di murdeghu, di mattas de chessa.

PRESIDENTE. E' iscritta a parlare l'onorevole Maria Giovanna Mulas. Ne ha facoltà.

MULAS MARIA GIOVANNA (P.S.I.). Presidente, io sono l'ultima iscritta a parlare, così mi risulta, però sono portavoce della posizione del Gruppo. A questo punto parlerei solo se lei, Presidente, ritiene che debba farlo.

PRESIDENTE. Sospendo i lavori per cinque minuti e convoco la Conferenza dei Capigruppo.

(La seduta, sospesa alle ore 19 e 39, viene ripresa alle ore 20 e 09.)

PRESIDENTE. I lavori del Consiglio sono aggiornati a domani alle ore 10.

La seduta è tolta alle ore 20 e 09.