Seduta n.404 del 25/02/2008
CDIV Seduta
(ANTIMERIDIANA)
Lunedì 25 febbraio 2008
Presidenza del Presidente SPISSU
INDICE
La seduta è aperta alle ore 10 e 02.
Celebrazione del sessantennale dello Statuto speciale
PRESIDENTE. Buon giorno a tutti, benvenuti a questa formale celebrazione del sessantesimo anniversario dello Statuto speciale della Sardegna. Dichiaro aperta la seduta ai fini formali, e la sospendo per consentire l'avvio della fase seminariale dei lavori.
Porgo un saluto di benvenuto del Consiglio e mio alle autorità civili e alle autorità militari, a tutti gli onorevoli parlamentari della Repubblica e Senatori, al Presidente della Regione.
Ringrazio il presidente Violante, che questa mattina parteciperà ai nostri lavori, e tutti i relatori che, cortesemente e gentilmente, ci aiuteranno ad approfondire i temi complessi che affrontiamo oggi.
Le celebrazioni della Costituzione della Repubblica, promulgata nell'anno 1948, sono sempre state strettamente connesse a quelle dello Statuto speciale per la Sardegna, approvato il 26 febbraio dello stesso anno, ma, come si può osservare anche dalla lettura dei discorsi e dei documenti ufficiali, non sono quasi mai state caratterizzate dai medesimi toni.
Alla Costituzione della Repubblica è sempre stata riconosciuta, insieme al carattere culturale, etico, politico, fondativo del risorgimento di una Nazione, la validità di un programma permanentemente attuale, di lunga anche se travagliata e problematica attuazione, capace non solo di accompagnare le trasformazioni interne dell'Italia, ma anche di introdurre il Paese nel più ambizioso processo di costruzione dell'unità europea e in un ordinamento internazionale progressivamente più giusto e pacifico.
Le celebrazioni del nostro Statuto speciale, quasi fin dalle sue origini, sono state caratterizzate oltre che da un sentimento di riconoscimento della specialità accordata alla nostra isola, anche da un esplicito rammarico e da non poche riserve, echeggiate già all'atto della sua approvazione.
Al paragone con altri Statuti speciali, soprattutto con quello siciliano, si rileva infatti un grado di autonomia inferiore alle aspettative storiche di un popolo la cui identità civile, culturale, linguistica e le cui peculiari vicende istituzionali si fanno risalire ad epoche assai antiche, ma le cui vicissitudini politiche, economiche e sociali sono sempre state caratterizzate dall'assoggettamento a forme di dipendenza esterna dalle quali sono derivate condizioni di sfruttamento, di ingiustizia e di arretratezza.
Vale la pena forse, a sessanta anni dalla nascita del nostro Statuto, spezzare questa ritualità, non per negare evidenze storiche, ma per tentare di dare un giudizio equilibrato che non separi la vicenda costituzionale da quella statutaria nel passato, nel presente e soprattutto nel futuro.
Ed in particolare al fine di contrastare il rischio che tendenze presenti nell'attuale situazione politica italiana almeno nell'ultimo quindicennio, volte a porre in discussione i fondamenti della Costituzione, possano mettere in causa, tra di essi, quell'elemento originario ma anche programmatico, contenuto all'articolo 116 primo comma della Costituzione, ossia la specialità delle cinque Regioni storiche e delle due Province autonome.
Alla saggezza dei costituenti va attribuita senza dubbio la consapevolezza che l'autonomia speciale riconosciuta a Val d'Aosta, Trentino Alto Adige, Sicilia, Sardegna e Friuli Venezia Giulia perseguiva una finalità contingente e nello stesso tempo dava vita a uno strumento destinato a dare frutti futuri. Senza il riconoscimento di una specialità, infatti, sarebbe stato ben difficile mantenere nella compagine di un Paese sconfitto dalla guerra, regioni di confine popolate da comunità non di lingua italiana; senza il riconoscimento della specialità sarebbe stato meno credibile prospettare un futuro di emancipazione a regioni periferiche e insulari cui il processo unitario post-risorgimentale non era stato in grado di assicurare né il riscatto dall'arretratezza economica e sociale, né il superamento degli ostacoli oggettivamente derivanti dalla posizione geografica.
Le Regioni speciali per prime hanno portato avanti la realizzazione sui loro territori di fondamentali articoli programmatici dalla Costituzione: dall'articolo 1, sulla democrazia della Repubblica; all'articolo 2 che riconosce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, tra le quali certamente rientra la comunità nativa; all'articolo 3 che stabilisce, insieme alla parità dei diritti dei cittadini, anche il compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli economici e sociali al conseguimento dell'uguaglianza; all'articolo 5 che riconosce, come entità preesistenti allo stesso Stato, le autonomie locali e insieme impegna la Repubblica a promuoverne l'affermazione.
Per più di vent'anni, le Regioni speciali sono state sole a costruire un proprio modo di autogovernarsi, fronteggiando le resistenze di apparati centralistici inclini a conservare i retaggi degli ordinamenti pre-costituzionali. Questa esperienza ha costituito una permanente pietra di paragone, problematica ma concreta, anche per il pieno dispiegarsi del regionalismo ordinario.
E' vero che fin dalla nascita delle Regioni ordinarie si è assistito ad una inversione della funzione propulsiva, avendo le nuove Regioni progressivamente dimostrato una incisiva attitudine, sia a provocare la trasformazione delle istituzioni centrali, sollecitando e ottenendo un crescente conferimento di competenze al sistema delle autonomie, sia anche a gestire queste competenze con maggiore efficienza e dispiegando spesso una maggiore sintonia con le rispettive comunità.
Ed è vero anche - va detto per onestà intellettuale oltre che politica - che le Regioni speciali si sono rivelate nel frattempo prigioniere sia dei rispettivi rigidi meccanismi di attuazione statutaria sia, ancor più, di moduli amministrativi mutuati in scala dal ministerialismo statale, perciò molto lente nel recepire e infine addirittura nel rincorrere le innovazioni. Né si può sottacere che esse non sono affatto rimaste esenti dai fenomeni di degrado politico e istituzionale che hanno colpito molecolarmente la vita pubblica del Paese, in questo non dimostrando una particolare specialità.
Un giudizio equilibrato, tuttavia, non può non riconoscere che le Regioni speciali, anche al di là del dettato formale dei rispettivi Statuti, hanno adempiuto ad una missione fondamentale. In ciascuna di esse l'istituzione democratica regionale si è radicata profondamente nella identità delle rispettive comunità ed è andata assumendo una funzione unificante, non solo sotto il profilo politico e amministrativo, ma anche sotto il profilo culturale e sociale, fino ad essere considerata, nella percezione quotidiana, un fattore imprescindibile del rapporto cittadino-istituzioni, sia pure in un contesto di fortissime istanze di cambiamenti interni. Nella permanenza, anzi nel consolidamento di una consapevole, peculiare soggettività, alimentata da sessant'anni di esperienza dell'autogoverno, stanno le ragioni non sopite delle specialità storiche e la loro diversità rispetto alle altre realtà regionali italiane.
In questa diversità, oltre che nel permanere oggettivo di specificità etniche, linguistiche e geografiche, trova legittimazione la conferma dell'impianto duale del regionalismo anche nel nuovo articolo 116 della Costituzione.
Ancorché sette anni dopo la riforma del Titolo V della Costituzione si sia ancora lontani dalla formulazione di nuovi Statuti speciali, l'articolo 116 continua a mantenere una linea di demarcazione tra le forme e le condizioni particolari di autonomia di cui possono "disporre" le Regioni speciali mediante Statuti approvati con legge costituzionale e quelle forme e condizioni particolari di autonomia che "possono essere attribuite" dallo Stato, entro ben precisati confini non superabili da una legge che rimane pur sempre di rango subcostituzionale, ad altre Regioni ordinarie.
Certo, ciascuna Regione speciale è diversa irriducibilmente dalle altre. I bilanci delle rispettive esperienze non possono che essere diversificati e le vicende di quella sarda sono state intense, travagliate, non prive di delusioni e ancora oggi cariche di incertezza.
L'autonomia sarda si è dovuta misurare fin dall'inizio con l'arretratezza delle condizioni economiche e sociali della Sardegna, ed ha nutrito, proprio sul piano delle riforme economiche e sociali, grandissime ambizioni. La rinascita è stata insieme una rivendicazione di gruppi dirigenti e di popolo e un'esperienza di programmazione, una costante messa alla prova delle capacità interne e del rapporto con lo Stato, un tentativo di imprimere una direzione allo sviluppo ed un confronto spesso impari con dinamiche dell'economia italiana e mondiale sempre meno dominabili dalle istituzioni pubbliche regionali e nazionali.
La Sardegna ha visto finire il ciclo dell'industrializzazione esogena, ne ha dovuto affrontare e ne sta affrontando tuttora le conseguenze, soprattutto sul piano sociale; quel ciclo e la sua stessa fine sono stati accompagnati da una pervasiva dipendenza dai trasferimenti di risorse pubbliche, che ha improntato un sistema economico-sociale assistito, fragile e non competitivo. Tutto ciò ha condizionato inevitabilmente la vita politica ed istituzionale, che ha a lungo stentato e ancora stenta a diventare uno dei fattori di efficienza e di progettualità necessari per promuovere l'integrazione dinamica dell'Isola nei nuovi scenari dell'economia globalizzata.
Qualitativamente e quantitativamente non si può fare alcun paragone tra le condizioni di partenza della Sardegna di sessant'anni fa e quelle di oggi. Tuttavia una delle missioni che l'autonomia speciale si era data, quella del superamento del divario con le realtà più avanzate del Paese quanto a capacità di crescita, a opportunità di occupazione, a diritti di accesso a servizi di qualità, per individui e per formazioni sociali, per lavoratori e per imprese, non è stata compiutamente assolta.
Ed è questa missione della specialità che occorre rilanciare, avendo la consapevolezza che la soggettività e l'identità non possono restare confinate nella nostalgia di un retaggio né nell'evocazione meramente ideale - pure importante e pure necessaria - ma debbono essere messe in gioco come fattore competitivo, così come l'essere popolo, accomunato da peculiari matrici culturali e linguistiche, non basta per proiettarsi nel futuro - e in un futuro così complesso come quello che abbiamo davanti - se non si diventa anche un insieme di corpi sociali, economici e istituzionali capace di diventare sistema e, persino, specifico, virtuoso modello, attrattivo al suo interno e cooperativo verso l'esterno. Occorre forse quindi passare da una fase di rivendicazione di risorse e di poteri ad una fase di protagonismo economico, sociale, fondato anche e prevalentemente sulle nostre risorse, sulle nostre forze e sulle nostre intelligenze.
E' in questo contesto di transizione che si colloca oggi il tema dell'attualità della specialità e quello della scrittura di un nuovo Statuto.
Per dire la verità, la nostra transizione si colloca nell'ambito di una transizione, anche istituzionale, nella quale versa l'intero Paese.
Siamo alla vigilia di nuove elezioni politiche. La quindicesima legislatura repubblicana si conclude evidenziando in forma acuta uno dei punti di crisi dell'impianto strumentale della Costituzione, quello contenuto nella seconda parte, in ordine alla stabilità e alla durevolezza dei Governi. Un problema reso ancora più complicato da risolvere anche per la vigenza di un sistema elettorale che non si è rivelato capace di superare la frammentazione della rappresentanza e di assicurare la coesione delle coalizioni. E, per inciso, dobbiamo constatare, non senza apprensione, che si va a votare con quel medesimo sistema.
La fine anticipata della legislatura ha interrotto alcuni processi di riforma ai quali tutte le Regioni guardavano con notevoli aspettative, l'uno legato al completamento dell'attuazione del nuovo Titolo V, l'altro al suo coerente sviluppo. Mi riferisco al disegno di legge delega sul federalismo fiscale, in attuazione dell'articolo 119 della Costituzione, e al disegno di legge costituzionale sull'istituzione del Senato federale della Repubblica.
E' auspicabile che la nuova legislatura nazionale riprende e risolva tutti i temi legati all'adeguamento della seconda parte della Costituzione, la cui mancata soluzione ha anche reso e rende difficile pensare ai nuovi Statuti delle Regioni speciali.
Sul piano generale le Regioni, e tra loro quelle speciali, non possono essere indifferenti rispetto alle esigenze di stabilità degli Esecutivi nazionali, al cui rafforzamento, in un quadro di democrazia parlamentare, era volta anche la parte del disegno di legge in discussione presso la Commissione affari costituzionali della Camera, che, oltre all'istituzione del Senato federale, prevedeva, appunto, nuove modalità di elezione del Presidente del Consiglio, un nuovo regime della fiducia da parte delle Camere e l'introduzione della sfiducia costruttiva.
Da un punto di vista specifico è sempre più evidente che il nuovo ordinamento regionale scaturito dalla riforma del 2001, richiede l'evoluzione del Parlamento nella direzione di una sola Camera politica e di una Camera rappresentativa del sistema delle autonomie, imperniato su quelle regionali. E' una riforma di vitale importanza per ricondurre ad unità - attraverso la diretta rappresentanza delle istituzioni regionali e locali nei processi di produzione legislativa e di formazione di grandi decisioni economiche e finanziarie nazionali - un sistema di rapporti che in assenza di questa soluzione, rischia di diventare, anziché sanamente cooperativo, conflittuale e foriero di discriminazioni tra territori e tra cittadini.
Così come per concorrenti ragioni è indispensabile provvedere tempestivamente all'attuazione delle previsioni contenute nell'articolo 119 della Costituzione, tanto di quelle relative all'autonomia nella definizione delle provviste finanziarie regionali e locali, anche mediante la leva tributaria, quanto di quelle relative alla finanza perequativa di riequilibrio al fine di garantire, pur in un regime diversificato, standard di trattamento nelle prestazioni pubbliche che impediscano la vanificazione dei princìpi costituzionali di solidarietà e di uguaglianza. Ed è auspicabile, che fondamentalmente a queste finalità, sia ispirata la disciplina dei poteri nazionali e di coordinamento complessivo della finanza pubblica. Non intendiamo e non pensiamo che l'unità dello Stato debba rompersi e debba essere rotta in un regionalismo confuso e poco solidale. La mancata definizione di questi problemi istituzionali ha, in qualche misura, contribuito a frenare anche la spinta per l'elaborazione di nuovi Statuti speciali. Non è casuale forse che nella appena trascorsa legislatura solo la Regione Friuli Venezia Giulia abbia presentato un disegno di legge costituzionale in maniera statutaria, di cui era relatore l'onorevole Violante, caratterizzato da un prevalente adeguamento alle previsioni del nuovo Titolo V. Ha pesato, e pesa, l'incertezza sul contesto politico e culturale nel quale potrebbero cadere eventuali nuove proposte statutarie, forse anche il timore del prevalere di orientamenti di rapporti di forza poco favorevoli a riconoscere alle Regioni speciali ulteriori condizioni di autonomia. E' cambiato il clima nel Paese e la specialità così sentita nelle Regioni speciali è quasi totalmente assente nell'immaginario collettivo e nel dibattito politico nazionale, se non vissuta come una rivendicazione fuori tempo, fuori luogo e qualche volta di tipo egoistico.
Nel frattempo altre Regioni ordinarie, come il Veneto e la Lombardia, hanno avviato iniziative per ottenere l'attribuzione di nuove competenze ai sensi del secondo comma dell'articolo 116. Tuttavia non possiamo negare che il ritardo per quanto riguarda la Sardegna è prevalentemente un ritardo interno, nostro, ed è un ritardo di soggettività, ossia di progettualità, che non può avere come alibi nemmeno il contesto esterno. Lo spazio di manovra a nostra disposizione deve, mirare, da un lato alla dilatazione degli spazi già oggi esistenti, dall'altro alla definizione dei nuovi poteri. Infatti, se è vero che la Corte Costituzionale ha censurato - con la sentenza numero 365 del 2007 - il ricorso al concetto di sovranità, contenuto nel titolo della legge regionale 23 maggio 2006, con la quale pensavamo di istituire la Consulta per la redazione del nuovo Statuto - una sentenza che ha trovato dissensi anche in dottrina - è pur vero tuttavia che la Corte non ha censurato nel suo complesso le indicazioni di principio e gli obiettivi contenuti nell'articolo 2, comma due, della stessa legge. Non ha censurato, ad esempio, i princìpi e i caratteri dell'identità regionale e fondativi dell'autonomia e della sovranità, non ha censurato la definizione di competenze e poteri legislativi ed amministrativi della Regione, non ha censurato l'autonomia finanziaria impositiva, non ha censurato la potestà di stabilire le relazioni con gli enti locali, non ha censurato i princìpi in materia di ordinamento e forma di governo e di Regione, i poteri regionali rispetto alle politiche statali e i poteri esteri regionali.
Se è vero che con una recentissima sentenza, di cui ancora attendiamo di conoscere la motivazione, annunziata con una nota del suo Ufficio stampa 13 febbraio ultimo scorso, continuando anche a definire i limiti nuovi del nostro Statuto, la Corte Costituzionale ha cassato la previsione contenuta nella legge finanziaria regionale numero 4 del 2006, con la quale istituivamo l'imposta sulle plusvalenze derivanti dalla compravendita di seconde case ad uso turistico e quella sulla titolarità di immobili destinati ad uso residenziale e turistico - facendoci scontare anche ritardi dello Stato nel disciplinare i limiti generali della potestà impositiva regionale, di cui all'articolo 119 della Costituzione - è pur vero, tuttavia, che su altre forme di imposizione tributaria contenute nella medesima legge, la Corte ne ha confermato la coerenza con quanto previsto dal vigente Titolo III dello Statuto. Del resto la contestuale decisione di rimettere alla Corte di giustizia dell'Unione la verifica sulla compatibilità delle restanti disposizione impositive con le normative europee di regolamentazione delle attività economiche, non ha in linea di principio escluso la legittimità della normativa regionale in materia.
Ed infine a confermare che in ordine alle riforme in Parlamento quello che conta sono la fondatezza delle ragioni, la credibilità e il senso di responsabilità delle proposte ma anche la coesione e la determinazione con cui una Regione manifesta le sue rivendicazioni, nessun pregiudizio verso la specialità ha impedito lo scorso anno l'accoglimento, con la legge finanziaria dello Stato, di una riforma complessiva del Titolo III dello Statuto, che garantisce alla Regione un regime delle entrate sicuramente più favorevole di quello in vigore dal 1983, e maggiori risorse, ma anche maggiori responsabilità.
Ecco perché in questa parte finale della legislatura regionale dovremmo sentirci incoraggiati a riprendere il confronto interno e a instaurare un confronto col nuovo Parlamento su una proposta di riscrittura, anche limitata, dello Statuto speciale, senza attribuire ad esso, come spesso facciamo, virtù palingenetiche, che rischiano di trasformarsi in un libro dei sogni. Daremo in tal modo respiro anche allo sforzo, che pure abbiamo fatto per innovare, anche a Statuto vigente, il nostro ordinamento interno, con importanti leggi regionali, come la legge numero 1 del 2005, istitutiva del Consiglio delle autonomie locali, la legge numero 12 del 2005, che ha disegnato i nuovi ambiti ottimali nella gestione dei servizi locali, la legge numero 9 del 2006, che ha operato un vasto e organico trasferimento di funzioni ai comuni e alle province accompagnato dall'istituzione di un fondo perequativo per il funzionamento delle autonomie locali. Si è in questo modo avviata una decisiva politica di reperimento e la riallocazione a favore del sistema interno delle autonomie, delle risorse finanziarie derivanti da una fortissima opera di risanamento della finanza regionale.
L'innovazione del nostro ordinamento interno è stata anche oggetto della legge statutaria approvata il 7 marzo del 2000 ancorché la sua entrata in vigore resti in dubbio a seguito della vicenda del referendum confermativo e della questione di legittimità costituzionale della norma regionale del 2001, sul quorum del referendum statutario, sollevata dalla Corte d'appello di Cagliari. Certo anche questa vicenda, le modalità con le quali il confronto politico su di essa si è dispiegato, la stessa scarsa partecipazione al referendum consultivo, a prescindere dalle conseguenze formali che essa potrà avere in esito al giudizio della Corte, dovrebbero indurci a convenire, che senza un'unità sostanziale delle forze politiche rappresentate in Consiglio, di quelle culturali, professionali e sociali ulteriormente coinvolte attraverso altri organismi, che noi avevamo pensato potessero essere la Consulta, una tale impresa di valore costituzionale, fondativa del progetto di un intero popolo, non potrà essere portata a compimento. Rischiamo di proseguire, così come abbiamo fatto nell'ultimo decennio, in un'inutile rivendicazione di un nuovo Statuto, che sempre più diventa una chimera. E senza quell'unità di fondo nessun progetto potrà mobilitare la nostra comunità nel suo insieme.
E' auspicabile quindi che tutte le forze politiche, al fine di verificare le condizioni di questa unità sui principi e sulle finalità, si risolvano a presentare le proprie proposte di Statuto e a utilizzare gli spazi molto ampi che possono essere offerti da una nuova legge statutaria che sta solo in noi realizzare.
Sappiamo che si tratta di un impegno di elaborazione istituzionale, culturale, politica, di grande momento. Sappiamo che è urgente, perché dello Statuto originario ben poco resta dopo le riforme della forma di governo operate con la legge costituzionale numero 2 del 2001 e dopo la successiva legge costituzionale numero 3 di riforma dell'intero Titolo V della Costituzione.
Sappiamo anche che esistono alcune grandi frontiere sulle quali misurarci nella scrittura di un nuovo Statuto. Vale la pena di evocare le principali.
Quella della soggettività della Sardegna nel più ampio contesto dell'ordinamento nazionale e di quello europeo. Vi è l'esigenza che la Sardegna si veda garantita una specifica rappresentanza ed una effettiva partecipazione ai processi decisionali che influiscono sugli interessi della sua comunità.
Quella del riconoscimento di competenze e poteri finalizzati a una maggiore tutela e ad una maggiore promozione del proprio patrimonio identitario, culturale, linguistico, ambientale e paesaggistico.
Quella della disponibilità, ai fini della promozione dello sviluppo, della misura maggiore possibile delle entrate derivanti dal reddito prodotto nel territorio dell'Isola, anche oltre le previsioni del recentemente riformato Titolo III.
Ma lo Statuto potrebbe anche essere l'occasione per rivedere con maggiore razionalità e risolvere, in forma esemplare per l'intero sistema autonomistico, le disarmonie ormai abbastanza evidenti nella ripartizione delle competenze stabilite dall'articolo 117 della Costituzione.
Vi sarebbe l'opportunità di superare la logica del ritaglio delle competenze all'interno della stessa materia e persino di mettere in discussione la configurazione della potestà legislativa concorrente: il ritaglio di competenze (si pensi al governo del territorio, all'ambiente e al paesaggio, materie sulle quali insistono confusamente competenze esclusive dello Stato, competenze concorrenti tra Stato e Regioni e competenze residuali regionali) e la permanenza, tramite la legislazione concorrente, di facoltà statali di incidere su ogni settore attribuito alla normazione regionale, da un lato mantengono in piedi potenzialità centralistiche, dall'altro impediscono una chiara e definitiva attribuzione di responsabilità all'uno o all'altro livello di governo.
Infine lo Statuto potrebbe - senza rimettere in discussione né la competenza legislativa esclusiva, oggi attribuita alla Regione in materia di enti locali, né la decostituzionalizzazione della materia attinente la forma di governo - stabilire una serie di principi e di norme capaci di indirizzare l'ordinamento interno della Regione verso il massimo del decentramento amministrativo e la conseguente valorizzazione del ruolo dei Comuni e delle loro aggregazioni, così come di improntare tutta l'attività pubblica, regionale e locale, verso il massimo della partecipazione democratica, realizzando quella governance di cui spesso parliamo e di cui si sente certamente la necessità, stabilendo ambiti precisi di competenza ed evitando la confusione nella quale la responsabilità non è attribuita chiaramente. Quindi siamo tutti responsabili, anche in base al principio della pari ordinazione, che deriva dalla Costituzione, ma da intendersi nell'ambito di precise responsabilità, l'autonomia si esercita all'interno di quelle responsabilità.
Sappiamo quindi su quali versanti generali orientarci: la soggettività della Sardegna come popolo e come istituzioni, il carattere pattizio e del bilateralismo tendenzialmente paritario nei rapporti con lo Stato, la creazione di istituzioni funzionali, anche in termini di efficienza, alla promozione dello sviluppo, la qualità democratica dell'ordinamento interno.
Sono i temi di un federalismo aggiornato all'evoluzione dell'Italia e dell'Europa. Sono i temi di un'identità non chiusa né rivendicativa, ma proiettata sia verso una sana competitività, sia verso una solidale e leale cooperazione all'interno di uno Stato che continuiamo a pensare come uno Stato unitario. Sono i temi di una comunità che riprende a progettare un futuro.
Dobbiamo e possiamo assolvere a questo impegno.
La parte finale della legislatura può essere virtuosamente usata da tutte le forze politiche sarde per consegnare a chi governerà nella prossima legislatura un più avanzato e moderno riferimento costituzionale e istituzionale, assolvendo così al principale compito per il quale veniamo eletti, che è quello di realizzare il bene della nostra Regione e di spingere più avanti il processo del regionalismo e della autonomia della nostra Regione.
Avevamo previsto una serie di approfondimenti e di comunicazioni su questi temi da parte di studiosi, che possono darci un contributo. Abbiamo invitato il professor Allegretti, il professor Tarchi, i professori Demuro e Pinna delle Università di Sassari, il professor Balboni e il professor Maresca a svolgere delle comunicazioni su questi temi. Io darei subito la parola al professor Allegretti dell'Università di Firenze, che ringrazio intanto per aver accettato il nostro invito, e per il contributo che darà alla nostra discussione.
UMBERTO ALLEGRETTI, Università di Firenze. Grazie, Presidente. Sono lieto e anche grato a chi ne ha avuto l'idea di essere invitato qui nella mia regione, nella mia città, a riflettere con voi, a mettere a disposizione un po' di riflessioni su temi che sono stati, in realtà, già nella molto completa relazione del Presidente, messi a fuoco. Bisogna essere brevi, quindi le pagine che io ho scritto e che spero di consegnare fra non molto, dopo qualche affinamento, agli organizzatori devono essere qui riassunte molto rapidamente, e in qualche modo anche assertivamente.
Direi che tutti siamo convinti, mi sembra almeno, che ci siano due giustificazioni per il nostro discorso: una di carattere giuridico-costituzionale, l'altra di carattere sostanziale, quindi storico-politico. In questo senso, mi pare che ogni riflessione che dobbiamo fare - anche se qui siamo tutti giuristi, tutti noi relatori - debba essere una riflessione in qualche modo interdisciplinare, o comunque che faccia appello a quel tanto di conoscenze della realtà storica e attuale, in termini sociali, culturali e politici che stanno sotto, e che sono le sole cose che possono lievitare le nostre argomentazioni giuridiche. In questo senso dobbiamo partire in qualche modo da una riflessione storica. La storia della Sardegna moderna e contemporanea e la storia dell'autonomia anche come pratica dal 1948 in avanti, consentono - dico solo questo senza ripercorrere, come faccio nel testo scritto, le tappe e le oscillazioni che ci sono state - un solido radicamento di un'idea di autonomia e di una tensione verso l'autonomia, anche se sappiamo tutti che non solo nella storia degli ultimi cinquanta anni, ma anche prima, negli ultimi 200 anni, ci sono stati dei momenti in cui l'autonomia, come tale, è stata messa tra parentesi a favore di interventi solo economici dello Stato. Però l'autonomia è radicata ed ha un senso impreciso, per fortuna, direi, perché le grandi nozioni giuridiche non possono essere chiuse in una precisione meccanica, ma piuttosto hanno dentro un immaginario, un'immaginazione che può andare a forme anche molto diverse, e quindi la storia della Sardegna ci incoraggia a mettere a frutto la fantasia per il futuro. In particolare, alcune delle tematiche che sono emerse lungo la storia stanno ancora di fronte a noi. La tematica economica, sono molto d'accordo sulle cose che sono state dette nella relazione del Presidente, mi pare che non possano non essere convalidate dall'analisi storica del presente. Resta ancora molto da fare sul terreno economico, ma il tema dell'identità, il tema della cultura, il tema della lingua, i temi che sono venuti emergendo, qualche volta un po' confusamente, ma certo con forza, negli ultimi decenni, e poi ancora il rapporto con l'esterno. Da questo punto di vista i 200 anni della storia dell'inserimento, 200 e più anni della storia dell'inserimento della Sardegna nella storia italiana, o del reinserimento, hanno concentrato l'attenzione sul rapporto unicamente con lo Stato, mentre è sempre rimasto a sè, più come appello retorico e come sensibilità generale che non come pratica reale, un rapporto col fuori, con ciò che sta più fuori, nel Mediterraneo, in Europa oggi e nel mondo. Nel mondo della globalizzazione, evidentemente, oggi non possiamo mettere confini e, tuttavia, invece gli ultimi anni hanno messo di più l'accento sulla necessità di un rapporto col fuori, oltre che un rapporto col dentro, come si può ancora ritenere e si deve ritenere quello con l'Italia. Ecco, tutti questi spunti sommari vengono da una riflessione che dovrebbe essere più precisa sulla storia. Venendo all'aspetto non sostanziale, di quella che ho chiamato la giustificazione Giuridico-Costituzionale, abbiamo due norme, come sappiamo, che sono state rievocate: innanzitutto la norma dell'articolo 116, che è quella che ribadisce condizioni e forme particolari per l'autonomia della Sardegna, e la norma dell'articolo 10 della legge numero 3 del 2001 non inserita nel testo, sapete quale è la situazione formale, che parla di adeguamento dello Statuto Speciale. Adeguamento a che cosa non è chiaro, ma non si tratta di una proposizione necessariamente limitante, perché collegando le due norme l'adeguamento non può essere soltanto allo stato raggiunto dalle Regioni ordinarie. Deve essere alle condizioni e forme particolari di autonomia che contestualmente sono ribadite e novate, in qualche modo - dispongono anziché sono attribuite eccetera - dall'articolo 116, e quindi la fedeltà alla differenziazione nei termini della specialità, rimane una caratteristica fondamentale dello Stato Costituzionale di oggi. E, d'altra parte, poiché le procedure non sono considerate in queste due norme, ma sono fondamentalmente quelle dell'articolo 138, ma poi anche rimangono quelle dell'articolo 54 dello Statuto Speciale, dove la parola "modificazioni", come sappiamo, non va come quella di "adeguamento", intesa in forma limitativa. Possiamo avere certezza, almeno su questo, poi vi possono essere tanti dubbi puntuali che il senso di una innovazione dello Statuto Speciale possa essere davvero inteso in un senso complessivo. Questo non vuol dire che l'adeguamento - e anche lo Statuto Speciale nuovo, di questo dobbiamo parlare - dell'articolo 116, non comporti alcuni confini. Sappiamo che li incontra, per esempio, nel pensiero della Corte Costituzionale, nella sentenza ricordata che nega la sovranità della Regione. Ma non mi preoccuperei molto di questo, non solo perchè ci sono tante critiche dottrinali a tale discorso, ma perché qui non interessa tanto criticare, come pur criticabile, l'andamento della sovranità come sembra delineata dalla Corte, né la natura del federalismo, tra l'altro ripristinando una frontiera fra federalismo e autonomie evolute che la maggior parte del pensiero giuridico, ed anche politico, oggi rifiuta. Questo non ci deve preoccupare, apparentemente ci può porre un grave limite, un grave confine, ma non credo si tratti di questo, proprio per le ragioni che già sono state chiarite dal Presidente, e quindi non ci ritorno. In realtà, io penso che molto si possa fare, e che anche la frase più restrittiva della sentenza della Corte, che il nuovo Statuto non potrebbe adottare istituti tipici di ordinamenti statuali di tipo federale, non mi pare neanche questa una troppo preoccupante limitazione. Probabilmente quello che la Corte ha voluto dire, come è stato rilevato molto bene da alcuni commentatori, è soltanto che non si può fare la scelta di un ordinamento strettamente federale attraverso un solo Statuto speciale. Questa è una scelta generale che spetta alle scelte Costituzionali di una possibile riforma, mentre possiamo ritenere che l'articolo 5, quando ribadisce, giustamente, l'unità e l'indivisibilità della Repubblica, non escluda che ci siano elementi che potrebbero anche essere definiti di Stato federale. Il ribadire obiettivi - l'ha già detto, mi pare, il Presidente, se ho capito bene, e sarei totalmente d'accordo - intestardirsi su affermazioni teoriche come la sovranità della Regione, o anche il federalismo affermato, più che praticato, possa, invece che favorire l'attingimento di nuove frontiere per la specialità, impigliarle in un dibattito che verrebbe, ancora una volta, opposto in sede statale come alla Regione. Dobbiamo andare sul concreto, dobbiamo pensare che i veri limiti dello Statuto Speciale, anche del futuro Statuto Speciale, sono essenzialmente i limiti dell'unità e dell'indivisibilità della Repubblica e i principi che garantiscono questa unità sul terreno funzionale e, soprattutto, su quello dei diritti; quell'unità che ordinamenti come quello tedesco e spagnolo, di cui forse si parlerà, qualificano come le finalità dell'unità economica e sociale dei cittadini in tutto il territorio del paese e i principi di eguaglianza sostanziale. Quindi limiti non di modello, ma di sistema, come ha detto un'acuta dottrina di un Giudice, ora Giudice Costituzionale, Silvestri. E allora, proviamo ad immaginare alcuni nuclei normativi ipotizzabili per il nuovo Statuto. Sono probabilmente sei, sette, accennerei a quelli che sembrano, almeno per la mia sensibilità, primari. Innanzitutto norme principio; è possibile ed utile mettere nello statuto delle norme principio. Anche qui non ci sono più limiti di quelli che vorremmo, perché il limite posto, secondo la Corte, agli Statuti ordinari, intanto non è un limite alla presenza dei principi, che è accettata, ma è un limite soltanto alla loro operatività. Questo limite non vale per le Regioni speciali perché se i principi venissero immessi nello Statuto in forza di legge costituzionale avrebbero tutta l'operatività delle leggi costituzionali, e quindi non vale assolutamente su questo l'equiparazione a come il problema è stato posto dalla Corte per le Regioni ordinarie. Quello che dobbiamo piuttosto chiederci è ovviamente se sia fecondo mettere dei principi nella prima parte dello Statuto, perché alcuni hanno detto, per gli Statuti ordinari, come sempre, ma tendono a trasferirlo anche agli speciali, che queste norme sono inutili o anche dannose. Altri, invece, ritengono che possano servire: mi metterei fra questi. Capisco le ragioni degli altri, c'è la ragione di un dibattito sapiente in questa materia, però mi pare che l'immissione di alcuni principi darebbe alla Regione sarda una fisionomia propria, così risolvendo in senso positivo il dubbio circa la persistenza o meno di ragioni dell'autonomia speciale e lo farebbero, poiché ci sarebbe un apporto dell'autodeterminazione della Regione, anche per l'elaborazione originale della stessa autonomia sarda. E quindi i principi, una volta immessi, potrebbero avere su due fronti la loro utilità. Primo, darebbero alla Regione una guida nella sua legislazione e nella sua amministrazione concreta, marcando così una nuova fase della sua vita, tanto più che le Regioni speciali, come anche oggi le Regioni ordinarie, sono chiamate ad operare in ambiti tradizionalmente ad esse sottratti e, per dir così, anche innominati e futuri sulla base della competenza generale di cui accennerò dopo, ma che conoscete. D'altra parte però questi principi darebbero un contributo alla determinazione di quegli altri stessi principi che lo Stato, attraverso l'esercizio delle sue competenze trasversali, pensa di poter imporre a tutte le Regioni, comprese eventualmente quelle speciali. E allora, ecco, avremmo la possibilità di circoscrivere meglio per il futuro il campo del possibile contenzioso fra Stato e Regione qualora alcune integrazioni e specificazioni dei principi generali della Costituzione, naturalmente nulla di contrario ai principi della Costituzione, ci fossero nel nuovo Statuto speciale. In qualche modo l'adesione a questi principi così precisati renderebbe indiscutibile la conformità alla Costituzione delle future leggi regionali che si attenessero ad essi.
Due esempi per essere più chiaro. Uno può essere quello dell'indicazione preferenziale di alcuni temi nell'attività della Regione, e qui si può presentare subito l'idea della centralità della cura della Regione sarda per l'ambiente, il paesaggio, le risorse naturali, i beni culturali. Secondo, si potrebbe, attraverso un idoneo principio, dire qualcosa che riguardi i rapporti della Regione col fuori e quindi, per esempio, specificare l'interesse mediterraneo della Sardegna, che non solo non contrasta, ma traduce l'articolo 11 della Costituzione; la sua cura per la pace e la giustizia nel mondo, in una possibile operatività di una Regione collocata sulla frontiera mediterranea, che è anche una frontiera Nord-Sud ed è oggi, come sappiamo, un problema grave, il più grave fra le tensioni internazionali; la Sardegna potrebbe dare un contributo in questa direzione.
Il secondo nucleo lo vedrei nell'espansione delle competenze, è ovvio. Affermare la generalità, la chiamo così più che residualità, delle funzioni regionali del futuro, ma già oggi lo è in base all'adeguamento automatico contenuto nell'articolo 10, mi pare assolutamente indiscutibile, quindi non è su questo che dobbiamo soffermare particolarmente l'attenzione. Nessun arretramento è possibile evidentemente rispetto alla legislazione ordinaria, il minimo dell'adeguamento è questo: parificarsi alle Regioni ordinarie, e quindi la competenza generale su tutte le materie che non sono espressamente demandate a qualche titolo allo Stato. Ma ancora, siccome l'adeguamento non può essere arretramento, mai, le materie assegnate a quella che è stata finora la potestà esclusiva della Regione devono essere chiaramente ricomprese nelle competenze future.
Il punto più difficile e problematico può essere l'inclusione nella legislazione regionale di materie che l'articolo 117 riserva allo Stato. Rapidamente, un po' assertivamente, direi che però non si può ritenere che queste materie, come tali, siano tutte espressione del principio di unità e di indivisibilità; lo sono alcune, i limiti essenziali e i diritti, poi ce n'è altre che stanno nella materia concorrente, il limite alla concorrenza, il principio di sussidiarietà che compare nel Titolo V in altra maniera, ma che è certamente fra i principi fondamentali del nuovo articolo 5 generale della Costituzione. Vi è inoltre spazio perché alcune materie siano trasferite alla Regione, a mio parere, e vedrei ancora una volta qui, soprattutto l'ambiente, l'ecosistema e i beni culturali, salvo i limiti, gli standard minimi essenziali fissati dallo Stato in nome dell'unità nazionale - di questo dovrebbe essere esplicitamente fatta menzione nel nuovo Statuto - però l'ambiente come tale, comprensivo anche del paesaggio, mi sembra interamente trasferibile alla Regione e insisterei anche sulla tutela dei beni culturali, che ha un vasto retroterra in Sardegna di interessamento della Regione, più che dello Stato, si pensi alla scoperta del nostro patrimonio archeologico, e questo è giustificato anche dal semplice richiamo all'articolo 116, terzo comma. Se si possono dare, in sede di cosiddetta differenziazione delle Regioni ordinarie, queste materie alle Regioni, tanto più esse possono essere date a una Regione speciale che ha solidi titoli sostanziali, che può dimostrare, attraverso la sua storia, la pratica dell'autonomia in queste materie. Ce ne è forse altre che magari rientrano nella competenza esclusiva o in quella concorrente dello Stato, pensiamo anche al terreno dell'emigrazione, pensiamo alla possibilità di sperimentare forme di cooperazione con i Paesi in via di sviluppo. Su queste materie c'è una notevole legge sarda che ha preceduto il Titolo V, ci sono anche leggi di altre Regioni, non vedo perché si debba insistere nella tesi della Corte costituzionale che mi sembra davvero, se posso chiamarla così, arbitraria - mi scuso con la Corte - di ritenere che sia interamente materia della politica estera la politica verso i Paesi in via di sviluppo. Ci sono aspetti che attraverso accordi ed intese delle singole Regioni, tanto più della Regione speciale, possono essere frontiera più avanzata di quanto non faccia lo Stato, che come sappiamo non fa ancora tanto, nonostante tante declamazioni, nel rapporto - e torno al tema del Mediterraneo - con il Terzo mondo. La stessa cosa potrebbe essere detta per le competenze concorrenti. E' chiaro che la competenza integrativo-attuativa salta completamente e non ha più ragion d'essere, è assorbita in quelle più generali.
Torno ai rapporti internazionali. Non riassumo qual è la situazione: c'è stata un'evoluzione notevole, il Titolo V, la legge numero 131, La Loggia, in realtà è stata restrittiva nelle forme delle intese e degli accordi, ha però previsto, per esempio, una cosa abbastanza preziosa, che almeno un rappresentante va garantito alle Regioni speciali nelle delegazioni governative presso l'Unione Europea. Ci sono quindi passi avanti delle Regioni ordinarie e credo che questo sia il minimo della frontiera che in base all'adeguamento automatico dell'articolo 10 ha già acquisito la Regione sarda, ma non ci si può fermare al punto raggiunto, per le ragioni di questa apertura al fuori, che nella frontiera mediterranea ha il suo massimo. Non dimentico le servitù militari, punto che riguarda più la funzione amministrativa e perciò non tratto in genere, però è chiaro che vincolare lo Stato a solidi elementi di confronto con la Regione in tema di servitù militari è importante che venga fatto nello Statuto. Ricordo solo un tipo di letteratura politica e filosofica che si è molto sviluppata nel sud dell'Italia, penso a Franco Cassano, l'epistemologo dell'Università di Bari, penso a Pietro Barcellona, animatore del centro Braudel di Catania, per ricordare come questa questione della frontiera mediterranea dell'Italia non riguarda solo la Sardegna, evidentemente, ma riguarda tutte le regioni del sud e questo è un richiamo ai sardi a collegarsi di più con le altre regioni, perché è chiaro che soltanto facendo fronte comune con le regioni del sud, attraverso il dialogo, anche la dialettica se occorre, si può svolgere una funzione mediterranea reale. Mi sembra molto importante che qualcosa venga messa nello Statuto da questo punto di vista, per esempio lo stesso principio di dialogo con le civiltà esterne, in particolare, perché no! con quelle islamica. Non può esso trovare forse anche in un elemento costituzionale della Repubblica italiana qualcosa di precisato, in quelle norme di principio per esempio o in altro luogo di cui dicevo prima? Io credo di sì, credo che davvero sia questa l'occasione per una novazione costituzionale importante che non ha niente a che fare e che quindi non può essere fermata, con questioni riguardanti la sovranità o il federalismo troppo spinto, perché invece verrebbe assicurata la legge costituzionale dello Stato italiano, specificando d'altronde principi che sono già leggibili interamente negli articoli fondamentali della nostra Costituzione, a partire dall'articolo 11.
Salto il terreno, sebbene importante, già trattato dell'organizzazione interna della Regione, ribadendo solo che mi pare debba essere estesa, del resto c'è una competenza esclusiva da conservare, al sistema degli enti locali.
Salto il problema delle finanze, anche perché aspettiamo la sentenza per vedere quali siano i condizionamenti che può mettere. Quello che mi pare chiaro che si possa dire è che la Regione deve essere lo snodo anche per la finanza locale, perché questo è complementare alla sua competenza generale in tema di ordinamento degli enti locali e per altre ragioni relative a un coordinamento finanziario che, come la dottrina ha chiarito, può essere benissimo concepito su due livelli: c'è un maxi coordinamento, fatto dallo Stato, e c'è un'ulteriore sfera di coordinamento assicurato dentro i singoli territori nei confronti degli enti locali dalle Regioni e in particolare dalle Regioni a Statuto speciale.
Ultimo punto che accennerei brevemente: la procedura della riforma statutaria. Io ho detto prima: "Articolo 54 dello Statuto". Valorizzarlo, aggiungerei ora, in tutta la sua forza, in tutta la forza che contiene. Non quindi, a mio parere - so di dire una cosa sgradevole per molte orecchie, ma vorrei metterla in discussione - non intesa né patto, in senso formale, fra lo Stato e la Regione. In senso sostanziale sì, ma non patto formale, perché rientra fra quelle cose che rappresenterebbero una difficoltà al cammino del nuovo Statuto per due motivi. Il primo perché l'intesa per il nuovo Statuto andrebbe posta in una legge costituzionale brevia e quindi saremmo costretti a passare attraverso due livelli di legislazione costituzionale innovativa, uno che rinnova il procedimento dell'articolo 54 e l'altro che, valendosi di quello, elabora il nuovo Statuto, e già questa è una perdita di tempo e una difficoltà politica e costituzionale enorme, tanto più in mancanza della Camera delle Regioni. L'altro è che mi pare che l'intesa, apparentemente soltanto, giocherebbe a favore della Regione, perché intesa vuol dire che due devono essere d'accordo. Chi è il più forte? Chi è il più debole? Forse l'intesa giova al più debole? Apparentemente risolve, lo irrobustisce, in realtà l'esperienza concreta è nel senso che il più forte prevale, lo Stato potrebbe bloccare ogni riforma statutaria proprio in nome dell'intesa necessaria. Invece, quanto appena detto non è contraddittorio con quello che sto per dire sul "54", sulla sua valorizzazione, perché lì ci sono molti semi per una pattuizione sostanziale tra Regione e Stato, perché c'è intanto un'iniziativa regionale e questa è essenziale, bisogna che il nuovo Statuto parta da un'articolata iniziativa presa dal Consiglio regionale, a questo dare il massimo risalto. Secondo, il parere del Consiglio regionale è necessario quando la prima Camera - badate, la prima Camera, non la prima lettura di entrambe le Camere della legge costituzionale - quando solo la prima Camera ha già modificato quello che il Consiglio regionale gli ha dato, quando comunque va in disaccordo con ciò che il Consiglio regionale ha proposto. Allora il Presidente della Regione può, su deliberazione ritengo del Consiglio, promuovere il referendum consultivo in Sardegna. Quindi, ci sono solidi elementi attraverso cui si può sostanziare una pattuizione che non è tale solamente sul piano strettamente formale e inoltre questa pattuizione verrebbe rafforzata se la Regione instaurasse, per l'elaborazione del proprio Statuto, un vero e proprio procedimento di democrazia partecipativa. La Consulta regionale prevista dalla nostra legge è qualcosa che va in questa direzione e che semmai può essere rafforzata, dicendo che mentre lì la consultazione della società arriva dopo che il progetto, mi pare, è stato adottato e elaborato dal Consiglio regionale, la consultazione estesa della società regionale potrebbe invece, essere anticipata alla fase formativa del progetto, attraverso le forme adottate dalle esperienze straniere di democrazia partecipativa - e adesso possiamo citare anche la Toscana che ha elaborato una sua legge sulla democrazia in forma partecipativa. Questo mi pare che rafforzerebbe poi la posizione della Regione di fronte allo Stato.
Qui veramente chiudo e consentitemi, non per civetteria, ma veramente perché voglio dare il senso della mia relazione, evocare un grande classico, un romanzo filosofico che tutti probabilmente conoscete "L'uomo senza qualità" di Robert Musil. Vi leggo questa frase che mi pare serva a capire lo spirito di ciò che ho cercato di dire: "Se il senso della realtà esiste e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci deve essere anche qualcosa che chiameremo il senso della possibilità". Ora, badate, il senso della possibilità in Musil sicuramente comporta che non si forzino le barriere del possibile col rischio, come ho detto prima, di battere il capo per testardaggine contro muri che non crolleranno, però, voglio adesso dare il senso positivo, se non fosse stato chiaro, al tempo stesso Musil lo dice in questo contesto, quindi valendosi dell'aspetto positivo della possibilità, perché dice: "Chi possiede il senso della possibilità non dice, ad esempio, qui è accaduto questo o quello, qui accadrà, dovrà accadere!". Quindi non ci teniamo al possibile in questo senso, nel senso di autolimitarci in partenza, ma immaginiamo "Qui potrebbe o dovrebbe accadere la tale o tal altra cosa". Cosicché il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe egualmente essere. Io ho cercato di dare il senso alle mie frasi, il senso di ciò che potrebbe essere, forse non ho visto tutto, questo è ovvio, potrebbero alcuni portare più avanti il mio discorso, ma il mio augurio è che la collettività sarda e quella nazionale sappiano collaborare ed estendere fino ai limiti del possibile, anche qui l'accento va ai limiti, a esplorare tutti i limiti del possibile, verso l'autonomia di cui oggi hanno bisogno.
PRESIDENTE. Ringraziamo il professor Allegretti e diamo la parola al professor Rolando Tarchi, dell'Università di Pisa.
ROLANDO TARCHI, Università di Pisa. Intanto devo ringraziare il Consiglio regionale della Sardegna per avermi invitato a partecipare a questa iniziativa.
Io ho un'esperienza professionale di cinque anni presso l'Ateneo di questa città, che mi ha arricchito moltissimo, non solo dal punto di vista professionale, ma anche dal punto di vista umano, e quindi ho dei debiti di riconoscenza nei confronti di questa terra. Il mio intervento sarà inevitabilmente più breve di quanto l'insieme delle questioni che avevo elaborato e pensato richiederebbe. Dovrete - me ne scuso in anticipo - accettare alcune affermazioni che farò in maniera totalmente assertiva e solo in parte, perché ometterò alcuni riferimenti presenti nell'intervento del professor Umberto Allegretti, sui quali concordo. Mi collegherò, invece, al suo intervento soprattutto per quel che riguarda il procedimento di elaborazione statutaria, perché non condivido quanto meno una parte della tesi che il collega Allegretti ha sostenuto.
Partirei, però, molto brevemente, non tanto dal concetto, perché questo forse è più difficile da elaborare, quanto dall'idea di specialità che è stata tradizionalmente costruita in Italia, sulla base della previsione dell'articolo 116 della Costituzione, come un quid pluris garantito alle Regioni speciali dalla fonte statutaria, tanto in termini di competenze quanto in termini di risorse, rispetto alle autonomie regionali ordinarie.
Il primo problema da affrontare oggi, ponendoci nell'ottica della rivisitazione della specialità regionale, riguarda la sussistenza di spazi reali effettivi, sui quali incrementare le competenze di queste Regioni, e quindi anche della Sardegna, rispetto a quanto previsto dal Titolo V, riformato nel 2001, per le Regioni ordinarie. Questo ha determinato o ha accentuato quel fenomeno di crisi della specialità di cui si parla ormai da alcuni decenni, perché oggettivamente si è determinata una progressiva tendenza all'omologazione tra i due piani regionali, che ha ridotto gli spazi dell'autonomia speciale. Questo è un dato oggettivo con il quale dobbiamo fare i conti e c'è l'esigenza di verificare se esistono spazi che possono consentirci di muoverci nella direzione tradizionale.
Il secondo problema - recente - che invece ha indotto e accentuato la crisi della specialità riguarda direttamente la fonte statutaria, che ha registrato, a partire quanto meno dal 2001, un decisivo depotenziamento quanto al suo valore prescrittivo, cioè sul piano giuridico formale della sua efficacia. Tanto per la concessione dell'autonomia organizzativa, concessione che non ha riguardato tanto la Sardegna e la Valle d'Aosta quanto le altre Regioni speciali, ovvero la possibilità che spazi di autonomia interna erodano la prescrittività delle norme statutarie, organizzando la Regione in maniera, diciamo così, autonoma entro dei limiti precostituiti dallo Statuto stesso e soprattutto per effetto della previsione, già richiamata da Umberto Allegretti, dell'articolo 10 della legge costituzionale numero 3 del 2001, che estende e garantisce alle Regioni speciali quelle forme e condizioni di maggiore autonomia concesse dal Titolo V alle Regioni ordinarie.
Peraltro, questo secondo profilo non ha percorso tutta la strada che si era aperta dinanzi a lui, per effetto di una giurisprudenza costituzionale particolarmente cauta, che ha interpretato l'articolo 10 - come sapete - in maniera assolutamente restrittiva, salvaguardando, fin dove è possibile, soprattutto sul piano delle competenze legislative, quelle previste dallo Statuto.
Questi sono i problemi dai quali dobbiamo muovere e che dobbiamo tentare di risolvere. Come? Credo che astrattamente si pongano due alternative: la prima è quella di accettare, rovesciando l'impostazione del passato, un depotenziamento della fonte statutaria, cioè limitare al minimo gli spazi di intervento normativo dello Statuto, approfittando in questo modo, sul versante interno, della libertà concessa, e sviluppare l'autonomia mediante l'esercizio della funzione legislativa. Questa è una strada percorribile, che porterebbe di fatto all'equiparazione, in termini quanto meno di competenza legislativa, tra le Regioni ordinarie e le Regioni speciali. Cioè, il Titolo V diventerebbe una fonte di riferimento rispetto alla quale lo Statuto, che è pur sempre una fonte eteronoma, cioè prodotta dallo Stato nei confronti della Regione, si porrebbe in una posizione di rispetto. Ecco, su un'impostazione di questo genere, dico subito che io nutro una serie di perplessità, proprio perché una scelta volta in questa direzione negherebbe in radice l'idea della specialità come quid pluris rispetto all'autonomia ordinaria. Quindi, il mantenimento di una situazione di specialità, di un differenziale di competenze, è impossibile da realizzare se non attraverso una riscrittura degli statuti speciali di autonomia, che hanno comunque un contenuto necessario ineliminabile rispetto al Titolo V, se permane l'attuale articolo 116, ovvero quello di determinare l'ambito delle competenze che ciascuna Regione speciale si vede attribuite o riservate.
Sui contenuti materiali di questa operazione, Umberto Allegretti molto ha già detto e non vorrei ritornarci sopra. Forse su una questione tecnica dissento da una prospettazione che lui ha enunciato, ovvero, se ho ben capito quanto ha sostenuto, di fatto la sostituzione della competenza esclusiva nominata con la competenza residuale. La competenza residuale, quella del quarto comma dell'articolo 117, per intenderci, non quella propria degli Stati membri della federazione americana, anche qui come interpretata dalla giurisprudenza costituzionale è stata in qualche modo degradata, svilita rispetto alle potenzialità che quella previsione astrattamente poteva contenere. Quindi, io ritengo che in una situazione come quella attuale continui a essere una maggiore garanzia per le Regioni speciali quella di un catalogo di materie, con tutti i limiti che l'individuazione delle materie, lo sappiamo tutti, comporta, perché quantomeno si può continuare ad affermare che quella è una competenza esclusiva e non solo una competenza residuale. Non solo: se questa rinnovata competenza esclusiva non conoscesse più i limiti delle grandi riforme, il limite dell'interesse nazionale, ma ad essa si applicassero i limiti attualmente previsti dal primo comma dell'articolo 117, cioè il limite della Costituzione, delle norme comunitarie e del diritto internazionale, ovviamente si determinerebbe già adesso un'espansione della competenza esclusiva; espansione che, invece, non si è determinata, perché la giurisprudenza costituzionale ha salvaguardato la prescrittività delle competenze statutarie. Credo, tuttavia, che uno dei temi cruciali, centrali, che abbiamo di fronte sia proprio quello delle modalità, delle forme dei procedimenti mediante i quali operare la revisione statutaria.
Qui enuncio rapidissimamente alcuni problemi sui quali non ho tempo di argomentare. Condivido la qualità del modello convenzione, sulla quale si stanno muovendo un po' tutte le Regioni speciali, per l'elaborazione dello Statuto, perché è l'unico modo per coinvolgere forze del mondo culturale e sociale e integrare, diciamo così - questa è una sede politica -, quell'autoreferenzialità, a volte eccessiva, che il sistema politico dimostra quando affronta le questioni istituzionali. Costume che non è praticato in altri ordinamenti molto vicini a noi, come quello della Germania, della Spagna e della stessa Francia, dove le scelte di rinnovamento istituzionale passano sempre attraverso un confronto molto serrato tra il sistema politico e la società civile nelle sue varie articolazioni.
Un altro punto, che enuncio semplicemente, riguarda l'esigenza - e questo non è rivolto tanto alla Regione, quanto al Parlamento nazionale - della singolarità delle revisioni statutarie. Una legge come la legge costituzionale numero 2 del 2001 è in qualche modo sui generis, perché se diverse sono le specialità, trattarle tutte con un'unica fonte crea anche problemi, secondo me, di rispetto formale delle norme costituzionali. Inoltre, riterrei preferibile la tecnica della riscrittura integrale dello Statuto, per esigenze fondamentali di razionalizzazione del sistema, strada percorsa, ad esempio, dalla proposta del Friuli Venezia Giulia. In diversa direzione si era mossa la Sicilia precedentemente, ma la questione centrale del discorso che sto facendo è quella del coinvolgimento, quanto ai livelli di intensità, delle Regioni nel procedimento di revisione degli statuti speciali, perché, a mio avviso, l'articolo 54 dello Statuto sardo e le previsioni degli altri statuti speciali, omologhe e rinnovate tutte proprio per effetto della legge costituzionale del 2001, prefigurano un coinvolgimento debole della Regione nel processo di elaborazione statutaria.
Non trascuro l'importanza della collaborazione informale, che c'è sempre stata e che si è realizzata anche nel 2001. Quella legge costituzionale recepisce istanze e richieste provenienti dalle sedi regionali, in gran parte, ma credo che sia necessaria una riflessione proprio su questo punto. Una riflessione, la più ampia possibile, che deve rapportarsi a due principi fondamentali: quello di autodeterminazione e il principio pattizio. Capisco che evocare il termine autodeterminazione possa spaventare qualcuno, ma io non lo intendo nel senso della scelta nazionalista propria di alcune realtà straniere, come il Quebec, ma nel senso più limitato di riferire il potere, direi la prerogativa esclusiva di elaborazione dei contenuti dell'autonomia alla sede regionale. Ci deve essere, al tempo stesso, un potere e un onere che le Regioni speciali si devono veder riconosciuti, per l'elaborazione delle forme del modello della loro autonomia. E' un po' l'idea sottesa alla Costituzione spagnola. Il vassoio di formaggi, non il caffè per tutti, come dicono i nostri colleghi. Quindi ogni Regione deve avere l'onere di individuare i terreni sui quali l'autonomia deve esserle riconosciuta. Questo determinerebbe, come conseguenza, tanto un divieto di iniziativa parlamentare o governativa di proposte di revisione statutaria quanto un divieto di emendamenti in sede parlamentare, perché se si percorre fino in fondo questa strada, la conclusione a cui si arriva è questa.
Per quanto concerne, invece, il principio pattizio, le previsioni statutarie attuali sul procedimento di revisione prevedono un limitato coinvolgimento, che riguarda essenzialmente, se non soltanto, la fase dell'iniziativa. In astratto, si possono prefigurare tre strade per realizzare un coinvolgimento maggiore, un modello più partecipato. La prima sarebbe l'introduzione di una forma d'intesa forte, un po' in analogia col terzo comma dell'articolo 116, che vale per le Regioni ad autonomia ordinaria. Quindi, lo statuto frutto di un'intesa necessaria, che evidentemente dovrebbe richiedere dei tempi e delle garanzie in ordine alla delibera parlamentare. In secondo luogo, si potrebbe pensare a un potere di elaborazione dello statuto da parte del Consiglio regionale e all'approvazione della relativa legge costituzionale da parte del Parlamento senza possibilità di emendamenti. Un prendere o lasciare, secondo quello che è proprio il modello della legge organica che approva gli statuti delle comunità autonome spagnole.
La terza strada, strettamente percorribile, è quella della contrattazione legislativa, il legislative bargaining, ovvero un modello di elaborazione statutaria da parte di organismi paritetici, come già avviene oggi per le norme di attuazione, cioè elevare quel modello a un piano più alto.
Rispetto a proposte di questo genere, che certamente scontano il difetto, di cui parlava Umberto Allegretti, del doppio passaggio, perché c'è bisogno di modificare la procedura, e soltanto dopo si può elaborare lo statuto, hanno una sede propria dal punto di vista giuridico formale, che non è lo statuto speciale, è il testo della Costituzione, è l'articolo 116. E' lì che forse bisogna reintervenire, ma da questo punto di vista e in questa direzione si era già mossa la riforma costituzionale approvata nella quattordicesima legislatura, che aveva ritoccato, anche se, a mio avviso, timidamente, l'articolo 116 nella direzione di cui dicevo. Rispetto a un'impostazione di questo genere, credo non si possano richiamare i limiti posti dalla Giurisprudenza costituzionale, che ha sostenuto anche recentemente (l'ha ribadito nella sentenza sugli elementi di sovranità dello Statuto sardo) l'impossibilità di porre condizionamenti al potere deliberativo del Parlamento quando si tratta di approvare fonti costituzionali, perché ha precisato che questo limite vale con riferimento all'attuale sistema. Quindi, una riscrittura dell'articolo 116 consentirebbe una soluzione diversa.
Dal punto di vista sostanziale, semmai, e per mantenere una garanzia di ultima istanza in funzione degli interessi della collettività nazionale, io propenderei invece per il referendum, e non ho mai condiviso la scelta della legge costituzionale del 2001 di sottrarre le leggi costituzionali di approvazione degli statuti a un eventuale referendum nazionale. Si legge che la prossima legislatura si preannuncia come una stagione di riforme, non solo elettorali ma anche costituzionali, e forse, finalmente, di riforme condivise. Ritengo che il dibattito sulla specialità regionale, anche per i contenuti e per le forme nelle quali essa si deve realizzare, e sul procedimento di riforma costituzionale debba tener conto anche delle esigenze delle autonomie speciali. Grazie.
(Applausi)
PRESIDENTE. Grazie, professor Tarchi.
Do la parola al professor Demuro. Io vi richiamerei all'autoregolamentazione nei tempi a vostra disposizione, per non essere costretti, poi, a limitare troppo il tempo di chi interverrà alla fine della mattinata.
GIANMARIO DEMURO, Università di Cagliari. Signor Presidente, userò certamente lo strumento dell'autolimitazione, perché ritengo che molte cose siano state già dette, per cui cercherò di essere essenziale.
Io ho portato alcune riflessioni su due temi relativi allo Statuto in vigore; riflessioni che fanno riferimento alla disciplina, che ha avuto attuazione più di recente, delle parti dello Statuto speciale che ci riguardano. Il primo tema che vorrei affrontare è quello del rapporto tra la Regione e gli enti locali in generale; il secondo tema, con riferimento alla più recente vicenda delle entrate, è quello della prospettiva rispetto alla decisione della Corte Costituzionale, che ancora non conosciamo nella sua interezza.
Considerando che stiamo celebrando i sessant'anni del nostro Statuto, vorrei cominciare dalla specialità che oggi c'è, quella che abbiamo e che concretamente abbiamo esercitato. Per quanto riguarda il tema del rapporto tra Regione ed enti locali, non posso che partire dalla contestualizzazione di questo rapporto, che viene con la riforma del Titolo V. A me pare che il nuovo articolo 114 della Costituzione definisca una forma di Stato policentrica, che assume un significato molto particolare rispetto alla specialità. E quindi, da questo punto di vista, individuo almeno due significati: un significato minimo e un significato massimo della introduzione della forma di Stato policentrica.
Il significato minimo è quello che possiamo riferire all'idea che la forma di Stato policentrica, in cui la Repubblica è costituita da vari livelli di articolazione, sta nella identificazione di una tutela costituzionale di questi livelli. Ma partirei da qui per dire che, dal punto di vista della specialità, la competenza primaria in materia di ordinamento degli enti locali e delle relative circoscrizioni qualifica, sotto questo aspetto, una capacità delle Regioni a statuto speciale di rendere effettiva questa forma policentrica nel contesto della specialità. Cito soltanto la sentenza del 2007, in materia di competenze provinciali del Friuli Venezia Giulia, laddove si identifica con chiarezza che l'unico livello di tutela costituzionale garantito è, appunto, il fatto che i livelli di articolazione della Repubblica non possono essere soppressi con legge ordinaria. Questo non significa che le Regioni a statuto speciale non possano articolare, al loro interno, l'ordinamento in maniera tale da poter costruire un sistema delle autonomie che sia conforme all'idea identitaria. Quindi, dal punto di vista del significato minimo, le Regioni a statuto speciale possono fare qualcosa di più e di diverso rispetto alle Regioni a statuto ordinario. Questo, a mio modo di vedere, nel significato che la specialità potrà avere nel futuro, assume un significato specifico, perché le Regioni a statuto speciale, anche con i loro statuti attuali, per poter garantire strumenti di maggiore identità dovranno avere la capacità di ricostruire al centro l'articolazione multilivello che vige nei singoli statuti speciali. Detto in maniera più semplice, l'articolo 114 della Costituzione, letto assieme all'articolo 116, ma anche e soprattutto, lo ricordava molto bene il professor Allegretti prima, nell'ambito dei principi di unità e indivisibilità della Repubblica, porta a ritenere che la specialità diventi elemento caratterizzante l'unità e l'indivisibilità della Repubblica all'interno delle Regioni a statuto speciale. Quindi, differenziazione e specialità, definita dall'articolo 116, ma anche garanzia del policentrismo che nella Costituzione è previsto.
Nel suo significato massimo, ritengo che l'articolo 114, insieme agli articoli 116 e 5 (questo mi sembra confermato dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale) possa essere qualificato come la definizione della dimensione territoriale degli interessi. Qui cito un termine famoso nella ridefinizione che già la legge numero 142 del 1990 dava, ma utilizzo un esempio concreto per significare quello che voglio sostenere. Innanzitutto, la dimensione territoriale degli interessi, nel suo significato massimo, significa che se la Regione è il centro, nelle Regioni a statuto speciale, se prendiamo il tema dell'ambiente, nel rapporto con i Comuni e le Province, ma anche con lo Stato (e questo è riconosciuto anche dal nuovo testo del Codice dell'ambiente che era in discussione davanti al Consiglio dei ministri qualche tempo fa), la dimensione territoriale degli interessi è, a mio modo di vedere, una dimensione competitiva. Ossia, citando la dottrina americana, una sorta di federalismo competitivo del voting by feet, cioè la possibilità di utilizzare strumenti di regolazione della dimensione territoriale degli interessi in modo tale da poter fare meglio delle articolazioni territoriali e - perché no? - anche meglio dello Stato. Questo mi sembra il significato che gli articoli 114 e 116 insieme possono dare a livello territoriale. E un nuovo Statuto speciale - lo dicevano già Umberto Allegretti e Rolando Tarchi - non può che occuparsi anche di questa dimensione competitiva, dando la possibilità di fare meglio in materia ambientale, in materia di acqua e di rifiuti.
In Sardegna, abbiamo avuto qualche esempio, in ordine al principio di sussidiarietà e alle relazioni multilivello, per quanto riguarda il tema dei rifiuti e il bisogno di garantire unità e indivisibilità della Repubblica. Quindi i diversi livelli di governo insieme, in virtù del significato che assume il principio di unità in ambito costituzionale e nelle specialità, possono garantire una maggiore coesione.
In Sardegna, come è stata attuata questa competenza primaria in materia di ordinamento degli enti locali? Ci sono state alcune novità, cito soltanto la sentenza sul Consiglio delle autonomie locali e la sentenza, sempre in materia ambientale, sul Piano paesaggistico. Da questo punto di vista, mi pare che il tema dell'ordinamento degli enti locali possa essere un punto di riferimento per l'articolazione del futuro Statuto, sotto il profilo della qualificazione di una competenza esclusiva, che metta insieme, dal punto di vista appunto dell'articolazione multilivello, il centro con la periferia.
Un altro tema che può essere affrontato, ma lo cito semplicemente, è quello delle articolazioni ulteriori. Se è vero che l'articolo 114 garantisce un livello massimo di articolazione della Repubblica, ancor di più le Regioni a statuto speciale - certamente lo Stato, ma questo non va messo in discussione - potranno ridefinire il loro territorio semplificando il più possibile l'articolazione delle competenze. In modo tale che la Repubblica policentrica possa essere tale sotto il profilo delle comunità, non certamente sotto il profilo dell'articolazione dei livelli di governo, o di livelli di governo spesso sono non funzionali a questa idea del policentrismo.
Venendo velocemente al tema che citavo in premessa, relativo all'articolo 8, e quindi allo Statuto vigente, al tema delle regole che abbiamo nel contesto attuale, evidentemente una cautela, che deve essere compagna di studi e di lavoro, non può che farci leggere semplicemente quello che la Corte Costituzionale ha voluto raccontare nel suo comunicato stampa. Eppure, qualche considerazione mi pare che si possa fare anche partendo dal comunicato stampa della Corte Costituzionale. In questa sede, vorrei brevemente ricordare il significato fondamentale del federalismo fiscale. E vorrei ricordarlo citando Pietro Ciarlo, che, in un libro commemorativo dei cinquant'anni dello Statuto speciale, già dieci anni fa richiamava il ruolo fondamentalmente perequativo del federalismo fiscale. Il tema della perequazione è un tema fondamentale. Allora, in questa decisione della Corte Costituzionale mi sembra di poter individuare l'affermazione di un principio, che è molto noto ai costituzionalisti e che richiamo semplicemente in materia assertiva, ossia il principio di eguaglianza, per cui situazioni eguali devono essere trattate in maniera eguale e situazioni diseguali possono essere trattate in maniera diseguale. Ma ciò che si ricava da questa dichiarazione dell'Ufficio stampa è certamente che ci sono degli spazi di identificazione di una diseguaglianza, e quindi di una specialità che possa essere confermata. Si fa riferimento, ad esempio, alla tassa di soggiorno o perlomeno all'imposta regionale sullo scalo turistico degli aeromobili, per la parte non comunitaria, perché, come sapete, la Corte Costituzionale per la prima volta rinvia, per questo profilo, alla Corte di Giustizia della Comunità Europea.
Cosa voglio sostenere, in estrema sintesi? Che il tema delle imposte, dal punto di vista interno - lo diceva anche Umberto Allegretti -, è fondamentale rispetto alla responsabilità di questa gestione multilivello dell'articolazione dei poteri. E quindi, se è vero che specialità è differenziazione, quindi possibilità di diseguaglianza, dove possiamo identificare i limiti di questa specialità impositiva? Specialità ed eguaglianza, da questo punto di vista, vanno insieme, ma insieme possono portare alla differenziazione.
Bisognerà leggere certamente la sentenza, ma in prospettiva, e anche in prospettiva di una modifica dello Statuto speciale, bisognerà trovare dei luoghi in cui gli elementi della specialità possano essere valutati insieme dai livelli di governo. Se questo non accadrà, ci troveremo sempre di fronte a pronunce di giudici, ci troveremo sempre di fronte alla giurisdizionalizzazione delle questioni. Le questioni, invece, vanno affrontate in maniera il più possibile collaborativa. Infatti, il principio di leale collaborazione è il principio che tiene insieme l'unità e la specialità, che tiene insieme la differenziazione tra i livelli. Allora, nel prossimo Statuto certamente riscriveremo le competenze, certamente si riscriverà la finanza, certamente si riscriveranno gli ordinamenti, ma uno degli strumenti che dovrà essere il più possibile attuato - ci sono le norme di attuazione, ma possono essere tanti altri gli strumenti - è quello della leale collaborazione, di modo che stanze di compensazione evitino che il principio di responsabilità possa essere messo in discussione soltanto sulla base di contrapposizioni giudiziarie. Grazie.
PRESIDENTE. Grazie, professor Demuro, anche per la regolamentazione volontaria del tempo a disposizione.
Do adesso la parola al professor Balboni, dell'Università Cattolica di Milano.
ENZO BALBONI, Università Cattolica di Milano. Anch'io pago volentieri un debito di riconoscenza verso l'Università di Cagliari, nella quale sono arrivato molto giovane, tanti e tanti anni fa, e dove ho mantenuto legami di amicizia e di stima, credo reciproca, con le persone che vi collaborano adesso.
Nella regia di questo seminario a me è stato assegnato un compito, da una parte più semplice e dall'altra più complicato. Il compito più semplice perché dare uno sguardo - come mi è stato chiesto di fare - agli ordinamenti europei contemporanei consente di fare qualche flash su alcuni dei Paesi che ci stanno intorno per cercare di evidenziare, sempre a beneficio del miglioramento dell'assetto istituzionale della Regione Sardegna, alcune - come si chiamano adesso, con un termine un po' troppo aziendalistico - best practices,che sono utilizzate e praticate in Europa, nei Paesi che normalmente vengono presi in considerazione, cioè Spagna, Germania e Inghilterra. E dall'altra parte è più difficile perché si potranno mandare soltanto dei telegrammi. Ognuno di noi è arrivato qui con un testo scritto, e man mano che gli altri colleghi parlavano io tagliavo parti del mio testo. Quindi manderò soltanto dei telegrammi, che saranno ancora più assertivi di quanto non abbiano fatto i miei colleghi. Però mi hanno insegnato che, quando si ha poco tempo, bisogna esplicitare soltanto un'idea. L'idea che io voglio dare riguarda, intanto, la confusione terminologica, definitoria, che sta dietro espressioni come Regioni speciali, Regioni ordinarie, adesso quelle del terzo comma dell'articolo 116 della Costituzione, che un'attenta e creativa dottrina chiama - come fa il nostro collega e amico Ruggeri - Regioni specializzate, perché hanno qualche competenza in più nelle materie che sono state loro assegnate dal nuovo Titolo V. Ma poi l'universo definitorio si allarga molto di più, perché in Italia, per nostra colpa, devo dire (e la dottrina ne ha una bella responsabilità, che riparte equamente con la classe politica e con la classe giornalistica), tutti abbiamo contribuito a questa grande confusione terminologica sul federalismo: che cos'è un sistema federale, quali sono i sistemi federali, quali sono le qualità dei sistemi federali. E naturalmente, prima di questo, l'introduzione terminologica, semantica, totalmente errata, ma politicamente fortissima, è dovuta al fatto che proprio nella regione nella quale io vivo e insegno, la Lombardia, è nato il movimento della devolution - che chiamare culturale è forse contrassegnare con elementi troppo nobili - che veramente non dice nulla allo studioso e che, almeno in una sede come questa, potrebbe essere in trenta secondi facilmente smantellato. Chi ha studiato, come a me è capitato di fare, il sistema del Regno Unito sa bene che, esclusivamente per ragioni politiche - e le ragioni politiche sono decisive, sono fondamentali e sono nobili a questo riguardo -, a un certo momento il Governo Blair, dopo aver fatto due referendum, ha ritenuto di ampliare anche la propria base politica attraverso lo strumento della devolution, che lì effettivamente è stata concessa, perché proviene direttamente da Westminster, nei confronti di Edimburgo, di Belfast e di Cardiff. Ma basterebbe semplicemente il fatto che la parola devolution in lingua italiana si traduce con la parola delega - e una delega può essere benissimo ritirata e riportata a casa - per far vedere che la qualità autonomistica sottostante alla devolution scozzese o gallese (per quella nordirlandese c'erano i problemi che tutti noi conosciamo) è molto inferiore a quella che le Regioni a statuto speciale, prima ancora del Titolo V, avevano o potevano rivendicare in modo costituzionalmente forte. Questa è stata la prima grande confusione terminologica nella quale siamo. Vi basti soltanto questo esempio: la "Barnett formula" (è una formula tecnica riguardante l'entità dei trasferimenti di danaro da Londra verso i territori devoluti) individua intanto come base la spesa storica - e questa è da cinquant'anni che ce la portiamo dietro anche noi, in Italia -, ed essendo stata formulata una quindicina di anni fa non la si riesce ad aggiornare, ad ammodernare nemmeno in Inghilterra, perché la complicazione e l'innovazione che recherebbe con sé potrebbe essere troppo grave. E la seconda cosa, che smonta totalmente la innovatività del modello della devolution, è che lo spostamento in alto o in basso rispetto alla spesa media nazionale che viene consentito è soltanto del 3 per cento, quindi molto meno di quello che ha fin dall'inizio la Regione Trentino Alto Adige e di quello a cui arriverà, mi sembra dal 2010, la Regione Sardegna.
Quindi, abbiamo evocato, con termini braveheart, cioè termini da film, quello che in una Regione speciale dovrebbe esserci rispetto alle qualità proprie che una Regione speciale dovrebbe recare con sé. E questo è il telegramma sul Regno Unito.
Il secondo telegramma è sulla Spagna e riguarda un altro mito linguistico del nostro dibattito, sia istituzionale sia dottrinale che giornalistico: il termine "federale". Se ci sono delle regioni fortissime in Europa - e su questo vi citerò i due articoli della Costituzione e dello Statuto catalano che arrivano veramente oltre il limite della percorribilità - queste sono le due principali regioni spagnole, cioè la Catalogna e i Paesi Baschi. A questi andrebbe aggiunta almeno la Galizia, ma anche Valencia e le Isole Baleari, perché poi c'è stata un'espansione a macchia d'olio rispetto a questo punto. Ebbene, chi fosse così incauto e ingenuo, in Spagna, compreso lo stesso Pujol o anche Maragall, da dichiarare, nella propria Generalitat: "Noi dobbiamo fare una rivendicazione affinché la Catalogna diventi un'entità dello Stato federale iberico", perderebbe immediatamente le elezioni. Ma lì c'è una dimensione di nazionalità molto più forte, talmente forte che chi arriva all'aeroporto El Prat di Barcellona oppure all'aeroporto di Girona trova le scritte fondamentalmente in catalano, la lingua propria di queste nazioni, che con grande finezza è stata chiamata "lingua propria". Nelle università si insegna in catalano e anche in castigliano, ciò significa aver passato una dimensione culturale forte. Parlo così perché ho l'avventura di avere una nuora catalana. Mio figlio ha infatti sposato una giovane di Barcellona, e quindi ho grande frequentazione anche con i miei consuoceri. E la mia consuocera ha passato quarantott'ore in prigione per il fatto che, essendo insegnante, si ostinava, sotto il regime di Franco, a parlare in lingua catalana. Questo vuol dire averlo provato sulla propria pelle, questo vuol dire lingua propria, questa è un'identità nazionale sentita e valutata. Ebbene, dico soltanto questo telegramma: nessuno si sognerebbe di fare una rivendicazione di federalismo da queste parti.
Termino dicendo due cose, in particolare a chi scriverà gli statuti: secondo me la battaglia va fatta sullo statuto da rifare. Sono d'accordo con quanto hanno detto sia Allegretti che Tarchi, cioè lo strumento forte è lo statuto, e lo Statuto speciale della Sardegna più ancora che altre strumentazioni, poi naturalmente va riscritto l'articolo 116, in una riforma costituzionale che speriamo sia fatta d'intesa tra le due parti, perché questo è indispensabile. E' molto fine la scrittura dello Statuto catalano rispetto alla Costituzione spagnola, perché tutte e due si rispettano a vicenda. La Costituzione spagnola, all'articolo 2, dice: "La Costituzione si fonda sull'unità indissolubile della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, riconosce e garantisce il diritto all'autonomia delle nazionalità e delle regioni che la compongono, nonché la solidarietà fra tutte queste". Lo Statuto catalano, invece, all'articolo 1 dice: "La Catalogna, come nazionalità" - capite tutti la differenza tra nazionalità e nazione - "esercita il suo autogoverno costituita in comunità autonoma ai sensi della Costituzione e del presente Statuto, che è la sua norma istituzionale di base". Se ci mettete la Sardegna questo articolo sarebbe già perfetto. Io non so se siano in grado di farlo, ma questa è la dimensione di nazionalità che la Valle d'Aosta o la Sardegna, che sono Regioni speciali, potrebbero rivendicare.
Il primo comma dell'articolo 2 dello Statuto catalano è molto interessante, perché lì la lingua consente la differenza tra le due cose: "La Generalitat" - che è la struttura ordinamentale - "è il sistema istituzionale in cui si organizza politicamente l'autogoverno della Catalogna". E, badate, che questo articolo riprende quel bellissimo articolo 2 della nostra legge numero 142 del 1990, al quale molto modestamente ho collaborato anch'io, come modesto scrittore di piccoli emendamenti, in cui l'autonomia dei governi locali era rilasciata e riconosciuta alle comunità locali che si organizzavano nel comune. Non "i comuni sono autonomi", ma "le comunità locali sono autonome e si organizzano nel comune", sarebbe già questa una differenza linguistica utile.
Il terzo telegramma è sulla Germania. Qui sono un po' più preoccupato rispetto a questa crescita autonomistica in Europa, che è abbastanza stabile, salvo però - parentesi quadra molto importante - rivendicazioni nazionalistiche, come quella del Kosovo, che da una parte ci preoccupano e dall'altra rendono difficile capire che cosa è in grado di fare l'Europa, se poi si spacca addirittura al proprio interno rispetto ai riconoscimenti. Ma questo era un fuor d'opera. C'è tuttavia questo elemento nazionalistico che sta alle porte e che potrebbe far nascere qualche timore.
Sulla Germania: la Germania è stata per tantissimi anni, da quando la sua crescita economica è aumentata, il luogo del federalismo, lì sì del federalismo, ma del federalismo cooperativo, del federalismo solidale; la solidarietà prima di tutto era il moto all'interno dei Länder tedeschi, e l'aver resistito, anche di fronte alle difficoltà dopo la caduta del muro di Berlino, è la grande eredità che il cancelliere Koll ha dato alla sua nazione in tutto questo tempo. Ebbene, in quella zona - e questa è una cosa che dobbiamo tenere in mente come italiani - la dimensione solidaristica, cioè l'importantissimo articolo 72, comma 2, della Costituzione (Grundgesetz), che stabiliva che non potevano esserci divari troppo grandi nel livello delle condizioni di vita, gli uni rispetto agli altri, comincia a regredire, perché i Länder più ricchi del sud-ovest hanno cominciato a dire: "La nostra solidarietà non può andare oltre un certo limite". E la Corte di Karlsruhe ha dovuto arretrare rispetto a questo punto. Però il regresso potrebbe essere una delle pratiche possibili, naturalmente da introdurre con le modalità che in Italia o anche nelle Regioni a statuto speciale potremmo adottare. Parlo della cosiddetta potestà legislativa derogatoria, che la riforma tedesca attribuisce in settori enumerati ai Länder nei confronti delle leggi federali adottate nell'esercizio di alcune delle sue competenze concorrenti, svincolate dalla clausola di necessità. Qui è troppo tecnico e salto. In proposito è stato cambiato l'articolo 72, adesso si è inserito il comma 3 della legge fondamentale, che prevede che queste leggi entrino in vigore di regola sei mesi dopo la loro pubblicazione, e che in questo lasso di tempo il legislatore di ciascun Land possa derogare dalla disciplina federale. Successivamente il Bund può nuovamente legiferare e si instaura un libero concorso di fonti federali e locali, regolato dal criterio della lex posterior. Qui naturalmente salta fuori il problema di chi è più forte, di chi è più debole, però mi muoverei anch'io nella direzione che prima Tarchi suggeriva, che è quella delle intese forti rispetto alle intese deboli che la Corte costituzionale invoca, ad ogni momento, nel rapporto di leale collaborazione.
L'altro elemento che potrebbe essere portato già direttamente dalle Regioni è la consapevolezza che uno sforzo da parte loro deve essere fatto, perché altrimenti si trovano lo sbarramento e la tagliola delle Regioni più ricche, che non consentono un passaggio a una solidarietà effettiva. Potrebbe essere questa l'idea da accettare , e c'è un po' nella legge di delega sul "119". Credo che risulti concreto e visibile lo sforzo finanziario che i Länder percipienti fanno per raccogliere i tributi di loro spettanza nei propri territori. Cioè qui bisogna agire, evidentemente, da una parte e dall'altra della tastiera del pianoforte, sulle tonalità più alte e più basse. Bisogna far immaginare alla comunità nazionale che le risorse che vengono attribuite in dimensione di solidarietà, o di complementarietà, sono date in quanto sono necessarie per portare il livello delle condizioni di vita di queste regioni a un'accettabile vicinanza a quella di tutte le altre, ma dopo aver dimostrato che si fa lo sforzo tributario maggiore. E sono lieto di poter dire - non sono uno studioso della materia - che l'indicazione di fondo che il vostro Presidente ha dato, qualche volta entrando a piedi uniti nella dimensione fiscale, finanziaria e tributaria, mi sembra necessaria. Se le Regioni speciali dimostrano di avere il coraggio di entrare in questa dimensione, che è difficile, che va in qualche modo a toccare degli interessi raggrumati e cristallizzati, significa che le Regioni a statuto speciale sono nella direzione di fare lo sforzo maggiore da tutti i punti di vista, per un miglioramento della qualità dei loro servizi, una diminuzione delle spese che non siano quelle necessarie, e di fare lo sforzo tributario massimo possibile. In questo caso, allora, la solidarietà che possono richiedere alle altre Regioni e allo Stato diventa maggiore, e a questo fine la specialità può essere utilizzata bene da tutte le parti. Grazie.
PRESIDENTE. Grazie, professor Balboni. Adesso la parola al professor Maresca dell'Università di Udine.
MAURIZIO MARESCA, Università di Udine. Presidente, Autorità, anche io desidero ringraziare per l'invito che mi è stato fatto di partecipare a questa celebrazione. Credo che sposterò un po' l'asse dell'interesse dalle tematiche strettamente costituzionali, diciamo giuspubblicistiche, a quelle che sono più congeniali per la materia che insegno, che è quella del diritto internazionale ed europeo. Preannuncio che le osservazioni che seguiranno sono osservazioni in qualche modo legate a esperienze in posizioni istituzionali che ho avuto e ho ancora adesso, e che quindi mi consentiranno di essere più incisivo su alcune materie.
Chiedo fin da ora scusa se su alcune delle tematiche esprimerò delle posizioni, seppure da giurista, molto nette, e magari non da tutti condivise. Credo però che la situazione del nostro Paese, da molti anni ormai, sia talmente critica, sotto il profilo delle riforme che sono essenziali per la competitività internazionale, che anche il ruolo del giurista deve essere profondamente influenzato dalle dinamiche sociali. Una frase di apertura soltanto per quanto riguarda l'ordinamento comunitario: credo sia a tutti noto, siamo tutti consapevoli della circostanza che il nostro Paese ha avuto molto dall'Europa. Il nostro Paese ha avuto dall'Europa più di quanto l'Europa ha avuto dall'Europa. L'Europa ha avuto dall'Europa cinquanta, sessant'anni di pace e di stabilità, ha avuto anche benessere. Il nostro Paese, invece, grazie all'Europa, si è sottratto ad un periodo di forte declino. Il nostro Paese, non so se ci ricordiamo, dopo il periodo del boom economico, presentava un'economia fortemente consociativa, fortemente corporativa, non caratterizzata dall'obiettivo dell'eccellenza e dell'efficienza, pervasa dalla presenza del pubblico da tutte le parti. E' stato grazie all'Europa, al diritto europeo di allora, e ad alcune forti letture del diritto di allora, probabilmente oggi non possibili da parte di una Corte di giustizia molto più timida, è stato grazie ad alcune forti letture dell'ordinamento comunitario di allora che il nostro Paese si è sottratto ad un destino brutto, che era quello, davvero, della marginalità economica. Penso soltanto alle sentenze in materia di aiuti di Stato, a cui è seguito il protocollo Andreatta-Van Miert, con il quale è iniziata una stagione di privatizzazioni; penso alle tematiche relative alla sentenza sul porto di Genova del 1991, che ha costretto la Repubblica italiana a legiferare di corsa; pensate soltanto alle sentenze comunitarie Carbone e Luisi, che hanno costretto il nostro Paese a togliersi di colpo quella vergogna che erano le leggi valutarie punitive, dove se uno portava 1 milione e 200 mila lire all'estero correva il rischio della sanzione penale. Quindi il nostro Paese deve molto all'Europa, perché è riuscito grazie all'Europa a togliersi, a scrollarsi di dosso una brutta situazione nella quale si trovava. Un'Europa che è stata molta coraggiosa, perché l'Europa di allora è quella che ha anche emesso quelle sentenze storiche di fine anni 60, primi anni 70, che per noi giuristi, allora giuristi, allora studenti di diritto, erano inspiegabili; le prime sentenze, quelle sull'ordinamento di nuovo genere Van Gend and Loos. Come centrava una sentenza che affermava che l'ordinamento comunitario non aveva né diritto interno né diritto internazionale? Ce lo domandavamo. La sentenza, la numero 173 dell'83, la prima sentenza che è dell'ordinamento comunitario sul diritto interno. Erano sentenze molto innovative, che a noi sono servite molto di più di quanto siano servite alla Francia, alla Germania, eccetera, perché il nostro Paese era in quella situazione. Potrei citare le grandi sentenza che dovremmo soltanto ricordare, Dassonville, eccetera. Oggi ci troviamo in una situazione inversa, dove invece è l'Europa che soffre, che attraversa una crisi di identità gravissima, non si capisce perché: se questo è dovuto alla circostanza che sono entrati nuovi Paesi con tante tradizione, oppure se questa crisi si generi proprio nel cuore dell'Europa, in Francia, in Olanda, eccetera. Ecco, questo è il momento, come sempre succede nei rapporti di coppia, in cui prima tira l'uno e poi tira l'altro. Questo è il momento invece in cui sono i Paesi membri e le autonomie dei Paesi membri che devono restituire qualcosa, se ci credono, perché dall'Europa oggi arriva poco, arrivano segnali difficili, appunto sentenze poco coraggiose; mentre, se ci crediamo, forse è il momento in cui all'Europa va restituito qualche cosa, da parte degli Stati nazionali, e specialmente da parte delle Regioni e delle autonomie locali a cui l'Europa ha dato invece grande peso, molto più del peso che è stato dato a questi enti e a queste autonomie da parte degli Stati membri. Il ruolo delle Regioni, dell'Europa di oggi, è molto più dovuto all'Europa, alle norme e ai principi comunitari, che agli ordinamenti dei Paesi membri.
Fatta questa breve premessa, devo però aggiungere che l'esigenza da parte delle Regioni, e non mi limito alle Regioni, ma anche l'esigenza, dei territori, delle grandi città di una forte autonomia, contribuendo anche alla crescita dell'Europa, è sotto gli occhi di tutti. Se ci guardiamo intorno, vediamo agevolmente che oggi nessun Governo negli ultimi dieci anni, non l'ultimo, non quello prima, è riuscito a fare le riforme che sono essenziali per la competitività. Nel nostro Paese le riforme imposte dall'ordinamento comunitario, quindi segnate, tanto per essere chiari, scritte, non riforme immaginate, riforme scritte: per esempio, si deve costruire un corridoio che parte da qui e arriva qui, riforma, imposta dall'ordinamento comunitario, scritta nella norma comunitaria, anche con molti dettagli, non si riescono a fare. C'è stata indicata, dicevo prima - mi dispiace che Massimo Deiana in questo momento sia assente - una traccia per quanto riguarda la portualità. Ci troviamo con una portualità allo stremo. Il Paese che era più forte dal punto di vista della portualità in passato, oggi, è allo stremo. Ci raccontiamo di avere ventisette autorità portuali, che sono ventisette microenti soltanto a vocazione politica, o per finalità di politica, mentre ci accorgiamo, invece, che oggi tutti i traffici si concentrano nei porti del nord: Rotterdam, Amburgo, Brema. Si costruiscono porti nuovi e noi giriamo intorno ai nostri 27 porti di cui il più grande è quello di Genova; io sono di Genova, vivo la realtà genovese anche con alcune funzioni istituzionali minime. Il porto di Genova è marginale. Il porto di Rotterdam oggi muove 15 milioni di Teu, Genova ne fa 1,8, Cagliari non esiste, Trieste, che è un porto quasi grande quanto quello di Genova non esiste. Tocco con un altro tema, - soltanto perché sono i temi posti dall'ordinamento comunitario - il tema dell'Università. Abbiamo un'Università non competitiva, dove le risorse vengono distribuite a pioggia, non in nome dell'eccellenza, non perché a Cagliari, ad esempio, c'è l'eccellenza in una determinata materia, a Genova in un'altra e si investe su quello, ma perché il Rettore non viene eletto se non distribuisce a pioggia i finanziamenti, e questo non funziona. Ci troviamo con delle Università frequentata da gente che parla solo italiano, se va bene. Sappiamo bene che la ricerca scientifica all'Estero la si fa tra i 30 e i 45 anni e poi si svolge un altro lavoro. In Italia non è così, in Italia a 45 anni i nostri allievi non vincono ancora i concorsi. Allora, qui c'è bisogno di riforme, e su questi temi c'è bisogno che le Regioni, ma anche i grandi comuni siano in grado di dire la loro, altrimenti non ci si sviluppa. E' giusto sostanzialmente, e dall'ordinamento comunitario emerge questa spinta, a che si attui il federalismo, il federalismo infrastrutturale, il federalismo che preveda l'inclusione e il giustissimo rilievo consentito prima per quanto riguarda le forme di convivenza. Le città del Mediterraneo: Genova, Cagliari, Napoli hanno un forte problema di convivenza e di accoglienza, e devono essere in grado di potersi dare delle regole che, probabilmente, sono diverse dalle regole che si danno altre realtà. Ecco, se quindi le Regioni hanno questa forte esigenza, non soltanto l'obbligo morale di restituire quello che hanno avuto dall'Europa, ma, a questo punto, l'obbligo di tutelare i loro interessi per la competitività, allora si tratta di vedere quali sono gli strumenti appropriati perché questo possa avvenire, che non dirò certo adesso. A mio avviso, però, alcune indicazioni contenute nella legge del Friuli Venezia Giulia sono molto, molto interessanti; ad esempio i poteri sostitutivi, quelli che vengono intesi normalmente come i poteri che lo Stato ha quando la Regione omette di adattare il suo ordinamento all'ordinamento comunitario. Tali poteri vanno intesi anche in senso inverso, e cioè, è la Regione che deve avere la possibilità di sostituirsi allo Stato quando lo Stato è inadempiente, perché la vera realtà è che lo Stato è inadempiente, o almeno, vi sono momenti storici in cui lo Stato è inadempiente, e le Regioni che intendono traguardare obiettivi di sviluppo, devono essere in grado di sostituirsi allo Stato che omette di emanare le norme di attuazione. Di più, anche qui la modifica proposta dalla legge regionale Friuli Venezia Giulia è molto interessante. Di più, talora lo Stato attua la norma comunitaria in modo molto timido, in modo che non consente la competitività. Quando si tratta di norme, come sono state definite in modo brutto dai giuristi, quando si tratta di norme cedevoli, cioè che non corrispondono ai principi fondamentali e non fissano i principi fondamentali, la Regione deve avere la possibilità di andare oltre le norme statali, in funzione dell'attuazione del suo ordinamento regionale e dell'attuazione degli interessi della popolazione. Guardate che queste cose le si vedono oggi, se guardiamo la realtà di oggi, è questa; i corridoi, l'ambiente, i rifiuti, su tutte queste situazioni, le Regioni che non sono in grado e non vogliono intervenire, è giusto che attuino altre forme di sviluppo. Le Regioni che invece chiedono sviluppo devono essere in grado di farlo, anche, ovviamente, nel rispetto dei principi fondamentali dell'ordinamento. Ecco, a me sembra che da qui si debba partire, e, poi, come attuare questo, è un problema che comprendo essere molto difficile; credo però che su questo punto, e così concludo, un aiuto ci viene peraltro anche dallo stesso ordinamento comunitario. La sentenza della Corte di giustizia nel caso delle Azzorre ci ha detto che per quelle Regioni, o meglio, per quelle realtà territoriali che presentano uno Statuto che abbia una sua autonomia rispetto alla legislazione centrale, le cui scelte sono prese da organi locali senza l'influenza degli organi nazionali, e specialmente in tutti i casi in cui i meccanismi economici non siano caratterizzati da una … cioè, in questi casi le Regioni hanno la possibilità di adottare scelte autonome, e forse questa è una delle situazioni che più si avvicina alle Regioni a Statuto speciale, non so se per tutte le Regioni a Statuto ordinario si potrebbe fare lo stesso ragionamento. In sostanza le premesse ci sono, perché modifiche dello Statuto in direzione di traguardare obiettivi di sviluppo, in un contesto di sussidiarietà fiscale, infrastrutturale eccetera, possono essere attuate. Grazie.
PRESIDENTE. Grazie professor Maresca. Adesso, per l'ultima comunicazione, e poi apriamo un breve dibattito, il professor Pietro Pinna dell'Università di Sassari.
PINNA, Università di Sassari. Grazie Presidente. Io credo che uno studioso sardo non possa sottrarsi in quest'Aula, in questa occasione, nella quale si discute di attualità e di rilancio dell'autonomia speciale, dal prendere posizione sulla crisi e sulle prospettive della specialità. Vi dico subito che la mia posizione a riguardo è netta, o meglio, la formulo in modo molto netto. E' evidente che ci sono dei problemi, che ci sono posizioni diverse dalla mia che, purtroppo, qui non potrò discutere. Il ragionamento sulla crisi della specialità in genere e di quella sarda in particolare è ovviamente lungo; non lo farò, mi limiterò a considerare gli eventi più recenti, e l'evento più recente che, secondo me, ha reso evidente la crisi dell'autonomia speciale, sono le riforme costituzionali di questi ultimi anni. La riforma del 1999, che ha accresciuto sensibilmente l'autonomia ordinamentale delle Regioni ordinarie, quella che ha modificato fondamentalmente l'articolo 123 della Costituzione, è stata estesa nel 2001 alle Regioni speciali con l'apposita legge Costituzionale che ha revisionato ciascuno Statuto Speciale. Peraltro, sussistono riserve dottrinali e giurisprudenziali circa la completa sovrapponibilità dei poteri di autodeterminazione delle istituzioni regionali ordinarie e speciali. Inoltre, forse sarebbe il caso di dire " e soprattutto", le Regioni speciali hanno esercitato assai poco questi nuovi e maggiori poteri. La riforma del 2001, quella che ha riformato il Titolo V, e che, direi, è caratterizzata dal fatto che ha reso le autonomie locali e regionali parti costitutive della Repubblica, come lo Stato, che ha posto la sussidiarietà come principio di ripartizione delle funzioni tra queste istituzioni, si applica alla regione differenziata, come è stato ricordato già da molti, attraverso una clausola di adattamento automatico dell'autonomia speciale a quella ordinaria. Peraltro, la Giurisprudenza Costituzionale interpreta questa clausola in modo tale che importanti innovazioni della riforma si applichino parzialmente o in forma attenuata alle Regioni speciali, dove dunque sopravvivono istituti propri del passato regionalismo. In definitiva possiamo dire che non è riuscita l'operazione di rendere le Regioni speciali almeno uguali a quelle ordinarie. I tratti originari del regionalismo italiano (poca autonomia statutaria o, potremmo dire nel caso delle Regioni speciali, nessuna autonomia statutaria, competenze legislative specializzate, principio del parallelismo) rimangono incollati alle Regioni speciali come un passato ostinato che ostacola il nuovo che avanza.
Viene da chiedersi: la difesa dell'autonomia speciale oggi esprime una posizione di retroguardia, di resistenza all'innovazione istituzionale? Sicuramente questa linea conservatrice è praticata, non mi risulta sia teorizzata, ed è praticamente rappresentata dalla scarsa considerazione che le Regioni speciali hanno avuto dalle leggi statutarie, dalla possibilità di utilizzare l'autonomia ordinamentale, pur ridotta, che è stata prevista.
Un approdo possibile della crisi in atto è, quindi, la conservazione della specialità come retaggio di una storia vischiosa o il simbolo di un'antica specificità che si è inaridita e che non produce più nessuna rappresentazione politica elevata. Esiste, secondo me, una prospettiva alternativa più attraente. Seguendo e sviluppando la linea che ho trovato nella dichiarazione d'Aosta potremmo dire che questa prospettiva è quella nella quale le Regioni speciali sono non retroguardia, ma avanguardia di un nuovo regionalismo, sono le protagoniste del pluralismo territoriale multiculturale che esprime e valorizza diverse identità.
Ecco, lo scopo di questo mio intervento oggi è lanciare l'idea della specialità identitaria, questa è la mia tesi. Provo a delinearla nei tratti ovviamente essenziali e mi riferisco in modo particolare alla Sardegna, ma credo che il discorso possa essere esteso alle altre Regioni speciali e forse anche a tutte le Regioni che si pongano comunque come rappresentative di una cultura distinta. L'autonomia speciale, a mio modo di vedere, ha ancora un senso e quindi un futuro se è l'espressione di una specificità culturale. La differenza economica può fondare rivendicazioni di uguaglianza di condizioni di vita, ma non pretese di autogoverno, di autodeterminazione, usiamo un termine più forte. Del resto l'autonomia sarda, sebbene tradizionalmente abbia assunto contenuti economici, cioè sia stata vista e utilizzata come un mezzo per la realizzazione dell'integrazione economica della Sardegna col resto d'Italia, integrazione del resto avvenuta o quasi, tuttavia si è basata su una storia comune dei sardi, su una storia caratterizzata da arretratezza e sottosviluppo imposti da dominatori stranieri.
Il risarcimento dei danni - una parola ricorrente nei lavori della Consulta regionale e nel dibattito degli anni '50 relativo ai Piani di rinascita - provocati da secoli di dominazione coloniale, invocato dai consultori che hanno elaborato lo Statuto e da coloro che hanno combattuto le battaglie per la rinascita, è la rivendicazione che sintetizza bene l'ispirazione dell'autonomismo sardo del secondo dopoguerra. In breve direi che l'origine dell'autonomia sarda ha presupposto un popolo sardo, e lo Statuto del '48, infatti, prevede il popolo sardo come uno dei soggetti a cui spetta l'iniziativa legislativa. La Corte costituzionale perciò di recente ha riconosciuto l'esistenza di questo soggetto nell'ordinamento costituzionale, nella sentenza sulla sovranità del popolo sardo.
Bene, un popolo, ossia una comunità storica più o meno compiuta dal punto di vista istituzionale, che occupa un determinato territorio e possiede una lingua e una cultura distinte, è la base su cui poggia la rivendicazione del diritto alla differenziazione; la specialità culturale è il fondamento di diritti particolari propri di una comunità distinta, diritti che si affiancano a quelli universali e non li contraddicono. Anche l'immigrazione è una fonte di diversità culturale. Questa diversità culturale ha connotati che potremmo dire etnici, seppure in un senso molto generico perché poi si accompagnano a differenze religiose e ad altro, e anch'essa fonda diritti differenziati, diritti che attengono alla pratica pubblica della propria cultura, però sono diversi da quelli connessi all'appartenenza ad un popolo, derivano dalla richiesta dell'integrazione senza sacrificare la propria cultura. La diversità culturale di tipo nazionale fonda innanzitutto il diritto all'autogoverno, ad avere cioè proprie istituzioni di governo autonomo. Questa diversità spesso ha origini lontane, come è facile immaginare e sostenere, si è formata in strutture sociali agricolo-pastorali ormai superate o in larga misura superate. Tuttavia non è venuta meno, è cambiata molto. Non è venuta meno. Permane, infatti, la rivendicazione non a conservare l'integrità identitaria, le identità cambiano, si contaminano; ma a governare autonomamente processi evolutivi della propria cultura. Questo, dal punto di vista costituzionale, è l'aspetto fondamentale. Va riconosciuto il diritto a governare l'evoluzione di un'identità specifica, non va stabilito quale sia, in che cosa consista e come vada preservata quest'identità. L'autonomia speciale deve essere il riconoscimento costituzionale dell'identità specifica e la conseguente attribuzione alla Regione delle politiche di tutela identitaria.
L'identità può essere non data, ma riconosciuta. La Costituzione, quindi, deve riconoscerla come parte costitutiva dell'unità repubblicana, non stabilirla né prestabilire i modi della sua difesa. La tutela identitaria esterna consiste nel riconoscimento costituzionale dello status particolare e dell'attribuzione dei poteri del governo con lo Statuto speciale, con una legge costituzionale atipica perché deliberata col concorso della Regione interessata. La tutela interna è la politica identitaria che spetta alle istituzioni e agli atti autonomi della Regione, come ad esempio, per dare un'idea di che cosa intendo, l'insegnamento della lingua minoritaria nelle scuole è una politica regionale, il bilinguismo pubblico in genere è una politica regionale che deve essere determinata autonomamente dalla Regione.
Mi sarebbe piaciuto approfondire il discorso sulla fonte statutaria e sui procedimenti; dirò soltanto che lo Statuto speciale non è un atto di autogoverno regionale. Mi sembra pacifico. Il procedimento della sua formazione contempla la partecipazione della Regione e perciò, come ho già detto, è una legge costituzionale atipica. La partecipazione regionale non è sufficiente, sicuramente è debole, ma anche se si arrivasse fino alla codecisione, come mi sembra auspicabile, perché credo che l'autonomia speciale non possa essere né imposta né concessa, lo Statuto non sarebbe comunque un atto autonomo per la Regione. Il suo oggetto non può essere quindi l'ordinamento della Regione, ma quello della Repubblica, più precisamente il particolare ambito di autonomia che la Costituzione della Repubblica riconosce alla Regione. Dunque, come forma di autonomia speciale, lo Statuto deve riconoscere il potere della Regione di darsi autonomamente le proprie Istituzioni politiche. Riguardo all'organizzazione costituzionale della Regione, quindi, deve limitarsi a princìpi molto generali, ai princìpi che accomunano, direi sinteticamente, le Istituzioni rappresentative della Regione, niente di più. Per esempio, per quanto riguarda la forma di Governo non dovrebbe andare oltre la determinazione degli organi di Governo della Regione e l'attribuzione al Consiglio regionale della funzione legislativa, princìpio generalissimo, lasciare tutto il resto all'autonomia regionale, alla legge statutaria. L'organizzazione costituzionale della Regione va fatta con la legge statutaria e la Regione, autonomamente, deve elaborare e praticare le politiche di difesa dell'identità, sono tutti atti di autonomia, non possono stare nello Statuto speciale. Mi rendo conto che è assai diffusa e nettamente prevalente la convinzione che è propria della tradizione dell'autonomismo speciale, secondo cui lo Statuto debba contenere l'intera disciplina dell'autonomia differenziata. A me sembra, è un'opinione, semplicemente contraddittoria. Se assumiamo l'idea della specialità identitaria, l'autonomia decisa da altri è eteronomia, non autonomia. Lo Statuto speciale deve costituire solamente l'ambito dell'autonomia speciale, per fare spazio all'autogoverno regionale, deve cioè non occupare, ma liberare lo spazio dell'autonomia identitaria. Grazie.
PRESIDENTE. Grazie al professor Pinna. Sono previsti adesso degli interventi di alcuni dei Presidenti dei Gruppi consiliari in uno spazio temporale contenuto, mi rendo conto che i temi che sono stati introdotti nelle comunicazioni iniziali sono numerosi, ma i Presidenti dei Gruppi saranno bravi a concentrarsi su alcuni di questi. Ci sono poi degli altri convenuti autorevoli che hanno chiesto di parlare, io spero di poter dare la parola anche per un tempo limitatissimo, altrimenti raccoglieremo i loro interventi e li pubblicheremo negli atti che di questa giornata pubblicheremo.
La parola all'onorevole Silvestro Ladu che è il Presidente del Gruppo consiliare Fortza Paris. Prego, onorevole Ladu, penso che possa parlare dal posto.
LADU, Presidente Gruppo consiliare Fortza Paris. Signor Presidente, illustri ospiti, queste celebrazioni costituiscono una tappa importante del lungo percorso autonomistico, talvolta esaltante, in altre occasioni piuttosto travagliato. Sono certamente un'occasione per valutare lo stato di salute della nostra Istituzione autonomistica, la qualità dei nostri servizi, il livello del nostro sviluppo economico e delle nostre infrastrutture. Ebbene, oggi dispiace constatarlo, svolgiamo questa celebrazione quando la nostra terra è attraversata da una crisi profonda che colpisce in maniera preoccupante tutti i settori,e le Istituzioni regionali toccano con mano la profonda disaffezione da parte dei cittadini nei confronti della politica. Questo a causa della inadeguata applicazione dello Statuto, oltre ai limiti già insiti al momento della sua adozione del febbraio del 1948. Erano, quelli del '48, giorni di grande speranza e di fervore politico intorno alla Costituzione della nascente Istituzione repubblicana e dell'assetto regionalistico che essa si dava. Tante sono state le occasioni perse, ma devo dire anche che sono state fatte anche molte cose, tanti passi avanti sono stati fatti, ci sono anche le pagine legate all'endemica questione sarda, quelle che riferiscono delle lamentazioni da parte di molti consultori che si videro lo Statuto depotenziato dalla Consulta nazionale rispetto al testo esitato nell'Isola. Pagine che non possiamo ignorare e che oggi tornano prepotentemente alla ribalta. Quante volte, infatti, in quest'Aula, sede del Parlamento sardo, abbiamo constatato o lamentato i limiti del nostro Statuto? Molte, forse addirittura troppe. Quante volte ci siamo arresi nel confronto negoziale con lo Stato sui tanti accordi di programma disattesi, sul mancato coinvolgimento nelle politiche di sviluppo legate al nostro territorio, perché il nostro Statuto non ci forniva la copertura politica istituzionale per rivendicare quegli spazi di agibilità volti a conferire maggiori ambiti potestuali alle Istituzioni regionali? Questo nostro Statuto è viziato anche da una predilezione centralistica e accentratrice che vede la Regione esercitare una predominanza forte, invasiva, nei confronti degli enti locali, sia Comuni, che Province. Manca quella spinta verso una forma ancorché embrionale di federalismo interno, in un quadro dove alla Regione vanno i poteri di indirizzo e legislazione mentre ai Comuni e Province sono conferiti quelli attuativi. Il tanto nominato principio di sussidiarietà non alberga certo nel nostro Statuto e tutto questo non fa che aumentare il disagio degli enti locali che lamentano la lontananza e la invasività della Regione. Risulta quindi evidente che questi stessi ambiti potestuali che rivendichiamo allo Stato non sono concessi a sua volta dalla stessa Regione nel territorio di competenza. Un circolo vizioso dal quale se ne esce solo attraverso un'iniziativa coraggiosa, volta a ridisegnare un quadro normativo che, nel richiedere maggiori ambiti decisionali, sia in grado di conferirne altrettanti agli enti locali di riferimento. Entro questa logica bisogna rovesciare gli attuali equilibri e spingerli ad affermare che per acquistare alla nostra Regione maggiori ambiti decisionali, dobbiamo puntare su una futura struttura costituzionale in senso federale, perché il federalismo è la sola forma di democrazia avanzata che permetta di ottenere un sistema fortemente democratico ispirato ad una reale sussidiarietà. Non è un caso che i regimi autoritari sono sempre caratterizzati da un regime centralista e accentratore. Il federalismo consente a tutti i popoli di sviluppare le proprie potenzialità dotandosi di questi strumenti adeguati alle proprie necessità ed avvicinando i centri di potere ai cittadini, promuovendo e facilitando la partecipazione. Invece ha prevalso il senso di rassegnazione e spesso di sconfitta, ma anche di attesa e di fiducia in un futuro migliore, che Lilliu descrisse come la "Costante resistenziale sarda". Per sconfiggere questa rassegnazione è rinato un sentimento di riscossa che ha portato alla sollecitazione di molte coscienze che ormai ritengono consoni i tempi per procedere alla costituzione e alla sostituzione di questo esausto Statuto regionale. Ed è per questo che negli ultimi anni del secolo trascorso e in questi primi del nuovo, ha preso forma la coscienza che la Sardegna doveva iniziare un percorso legislativo di riforme per dotarsi di un nuovo strumento che gli conferisse nuove e più ampie potestà. La strada maestra fu individuata nella costituzione dell'Assemblea costituente che vedesse il massimo coinvolgimento di tutte le competenti in questo grande processo di riforme costituzionali. Questa strada, a causa di un Governo nazionale poco attento e timoroso non ha avuto successo. Oggi l'attuale Esecutivo ha scelto e proposto altre strade meno coinvolgenti e più unitarie. Questo non significa che la tensione autonomistica è venuta meno o cessata, anzi il contrario.
Ancora oggi che parliamo, è ben presente un sentimento che pervade tutte le classi politiche e sociali della Sardegna in merito alla cosiddetta obsolescenza dello strumento statutario. Una inadeguatezza che è stata messa a nudo ed esaltata dalle vigenti riforme del Titolo V della Costituzione che paradossalmente ha finito per potenziare le Regioni ad ordinamento ordinario rispetto a quelle a regime di specialità. Si impone in pratica una profonda revisione dell'attuale Statuto regionale per meglio attrezzare la nostra Regione di quegli strumenti legislativi utili per determinare un nuovo fattivo clima di sviluppo, una semplificazione del quadro normativo, una migliore governabilità oltre all'introduzione di misure che compensino il disequilibrio oggi in essere fra chi detiene il potere legislativo, che è il Consiglio, e chi esercita l'azione politica che è la Giunta. Temi di scottante attualità devono trovare giusto accoglimento all'interno del nuovo Statuto, un regime fiscale autonomo, una reale continuità territoriale, nuove frontiere per il mercato del lavoro, per il rilancio delle attività produttive, una migliore utilizzazione dei beni ambientali e paesaggistici, e nuove politiche per il credito, il potenziamento del sistema universitario, una migliore sanità. Qui mi riaggancio per richiedere già da ora la piena applicazione dell'articolo 12 in tema di zona franca, una zona franca che deve superare la concezione classica per tramutarsi in una proposta moderna di fiscalità di vantaggio sul modello dei pacchetti già concessi dall'Europa ad altri Stati membri, alle zone ultra periferiche e insulari per superare il gap rappresentato dall'isolamento fisico. Purtroppo la Regione, che soffre a livello infrastrutturale, degli stessi problemi di tali territori, ad oggi, a causa di un deficit di iniziative politiche e anche per via della mancanza di rappresentanti sardi nel Parlamento europeo, non ha ancora ottenuto questi sacrosanti benefici. Tutto questo e molto altro deve costituire la colonna portante della proposizione di una nuova architettura statutaria che deve vedere nel riconoscimento del diritto di autogoverno dei sardi il punto di non ritorno rispetto alle sterili rivendicazioni del passato per una migliore autonomia.
Una particolare attenzione dovrà essere dedicata ai rapporti con l'Unione europea, che nel futuro prossimo diventerà sempre più pregnante per le politiche sociali e legate allo sviluppo. Finisco dicendo che queste celebrazioni cadono in un momento in cui un comitato specifico in Sardegna, formato da studiosi, da giuristi, da politici di buona volontà, che non vuole essere un comitato di centrodestra come ho letto dagli organi di stampa, che sarebbe limitativo, ma è un comitato aperto al contributo di tutti, per chi vuole partecipare alla riscrittura dello Statuto, sta scrivendo un nuovo testo di Statuto sardo, moderno, avanzato e coraggioso da sottoporre ai sardi per l'approvazione attraverso la sottoscrizione di una proposta di legge di iniziativa popolare. L'attuale classe politica ha il dovere di confrontarsi in termini propositivi e concreti nel supremo interesse del popolo sardo. Grazie.
(Applausi)
PRESIDENTE. Grazie onorevole Ladu. La parola adesso all'onorevole Luciano Uras, Presidente del Gruppo della "Sinistra Arcobaleno".
URAS (R.C.). Signor Presidente, intervengo per esprimere alcune brevi considerazioni che partono da una domanda: oggi che si celebra lo Statuto e che ci si pone davanti al tema della sua riforma, della sua modifica, del suo miglioramento, siamo certi di averlo attuato integralmente, di averne tratto le migliori potenzialità? Oppure rimane ancora da fare? Oppure rimane ancora da raggiungere l'obiettivo per il quale è nato?
Io credo che a questa domanda bisognerebbe rispondere affermativamente, e rispondere affermativamente ci richiama subito ad alcuni istituti. Qua si è fatta qualche riflessione anche tecnica, su quale debba essere la strumentazione che ci permette di diventare moderni e che ci di raggiungere livelli alti di qualità e sviluppo. Sullo sfondo c'è un'idea, che è quella della competizione, della gara continua con le altre comunità, all'interno della comunità nazionale, fuori dalla comunità nazionale, all'interno della comunità europea e in quella mondiale. Io non credo, noi non crediamo, che questa sia la strada, anzi, siamo convinti che bisognerebbe sviluppare al meglio le possibilità cooperative e quindi, casomai, trarre insegnamento anche dall'attuale formulazione dello Statuto per meglio potenziare queste possibilità.
A titolo esemplificativo mi viene in mente l'articolo 13 dello Statuto, articolo 13 che alcuni ritengono sia ormai superato, che abbia cioè già svolto la sua funzione. Noi non crediamo che sia così, altrimenti la Sardegna alla pari delle altre Regioni più sviluppate d'Italia ed Europa, si troverebbe adesso a raccogliere i frutti dell'opulenza occidentale. La realtà è diversa, la Sardegna è una Regione che, sotto il profilo economico e sociale, rimane più vicina al Mezzogiorno che al resto d'Italia; è distante dalle medie nazionali di sviluppo, di occupazione e di ricchezza. E' una Regione con un'economia e anche una società ancora arretrata, cioè deve ancora superare la differenza che la separa dalle regioni più sviluppate.
L'articolo 13 nasceva con questo obiettivo, e nonostante i tentativi che sono stati interpretati più volte nell'interesse di economie più robuste, questo Paese d'Europa, cioè il Mezzogiorno, è stato un po' la stampella delle regioni più sviluppate; lo sono stati i suoi lavoratori che sono stati costretti ad emigrare, lo è stata anche la sua organizzazione economica, destinata più al consumo che alla produzione, alla produzione di qualità.
In questa direzione, cioè in direzione del recupero del valore dell'articolo 13, noi abbiamo presentato, lo ha fatto il nostro Gruppo parlamentare (l'onorevole Cogodi per quanto riguarda la Camera dei Deputati, il senatore Martone per quanto riguarda il Senato) l'abbiamo fatto noi, una proposta di legge nazionale per l'attuazione del piano organico per favorire la rinascita economica e sociale della Sardegna di cui all'articolo 13. Pensiamo che sia questa la modalità migliore, migliore anche della programmazione negoziata (così com'è stata pensata in questi anni) dell'intesa istituzionale di programma e degli accordi di programma quadro che rimangono comunque uno strumento possibile, per altro utilizzato non sempre al meglio, e sulle cui utilità si sta già riflettendo. Quindi, la prima considerazione è questa.
La seconda è; se dobbiamo riscrivere lo Statuto, se lo dobbiamo rivisitare, perché lo dobbiamo fare? Per rivedere organi, funzioni, poteri della Regione? Gli organi della Regione sono già definiti dalla Costituzione; la Costituzione, per le Regioni a Statuto speciale, come per quelle a Statuto ordinario, rinvia ad una legge statutaria, la legge statutaria noi abbiamo tentato di approvarla, è una cosa molto più complicata, forse altrettanto complicata che rivedere lo Statuto, riscriverlo in quelle parti. Ci abbiamo provato, era anche una buona proposta di legge statutaria, noi abbiamo contestato alcuni punti nel dibattito in Consiglio regionale, poi l'abbiamo difesa nel referendum.
Non c'era convinzione, come non c'è convinzione al cambiamento oggi, anche quello minimo, quello essenziale. Per cui, oggi, noi governiamo la Sardegna - lo faremo anche nella prossima legislatura - con una legge elettorale pessima, che ci porterà ad eleggere forse novanta, cento consiglieri regionali, che renderà questo Consiglio regionale ancora meno efficace, che a differenza di chi sosteneva, nel referendum anti-statutaria, la possibilità di opporre ad una prepotenza presidenziale una maggiore capacità di decisione del Consiglio regionale, di fatto ha indebolito l'Assemblea, ha indebolito la sua capacità di decisione, ha rafforzato il presidenzialismo e l'ha mantenuto privo di controlli, esattamente come deriva dalla legislazione nazionale.
Quindi, se noi non siamo stati capaci di approvare una legge statutaria, saremo capaci di riscrivere lo Statuto, dovendo delegare la parte approvativa di questo, in gran parte al Parlamento nazionale? Ricordiamoci che il Parlamento nazionale è anche quello che ha approvato il "porcellum", è anche quello che ha approvato la legislazione regionale, e in modo particolare la legge elettorale regionale, che noi abbiamo ritenuto e si è ritenuto, attraverso la riformulazione della statutaria, insufficiente ed inadeguata.
Queste sono le domande che noi ci poniamo, perché i veri obiettivi di tutte queste riforme devono essere due.
Primo, migliorare la partecipazione democratica al governo della cosa pubblica, riportando una certa moralità (Enrico Berlinguer ricordava spesso che la questione morale era una questione dirimente) all'interno delle classi dirigenti e nel rapporto tra classe dirigente e le popolazioni.
Secondo, il perseguimento dell'interesse delle comunità che noi rappresentiamo, la costruzione insieme di un futuro migliore: obiettivo che richiama anche alla parsimonia nella gestione delle risorse pubbliche. Pensate: cento consiglieri regionali - oggi siamo ottantacinque - su un milione e 600 mila abitanti che conta la Sardegna, noi abbiamo presentato una proposta di legge per ridurli a sessanta, che non sono pochissimi. Non riusciamo neppure a farla inserire all'ordine del giorno della Commissione.
Per cui il distacco tra politica, istituzioni e cittadini, che devono riconoscersi nell'una e nell'altra, è un distacco che va misurato con gli atti e i comportamenti concreti. Noi vorremo avere uno Statuto più idoneo alla tutela dei diritti delle persone, dell'intera comunità, capace di originare rispetto per la vita delle future generazioni, nella gestione delle risorse materiali e immateriali della nostra Regione e nella ricerca di una migliore e più produttiva ed impegnativa relazione con le altre comunità del Mediterraneo, dell'Europa e del resto del mondo.
(Applausi)
PRESIDENTE. Grazie onorevole Uras. La parola adesso all'onorevole Pierpaolo Vargiu, del Gruppo consiliare dei Riformatori Sardi.
ON. PIERPAOLO VARGIU (Presidente Gruppo consiliare Riformatori Sardi). Signor Presidente, porgo un saluto a lei, Presidente del Consiglio regionale e agli ospiti, e a tutti coloro che stanno partecipando a questo convegno. Devo dire, Presidente, che il tema che è stato scelto per la giornata di stamane è sicuramente un tema impegnativo (la specialità regionale tra presente e futuro) ed è difficilissimo trattarlo senza rischio di cadere nella retorica, nei luoghi comuni. E' necessario invece individuare, su una parte del problema, una proposta che abbia un significato, cioè che non sia soltanto una riflessione da convegno, ma sia qualcosa di diverso. Perché noi che facciamo politica, rispetto a chi è semplicemente, in questo momento, portatore di analisi giuridiche, di analisi tecniche, o di analisi socio-economiche, abbiamo anche il dovere di rappresentare, di portare qualche idea, che possa servire al dibattito del luogo della politica.
La prima riflessione che io vorrei fare parte da questa valutazione: la specialità regionale. Che cosa è la specialità regionale, per noi che facciamo politica? E che cosa è la specialità regionale tra le persone con cui, noi che facciamo politica, entriamo in contatto ogni giorno? Esiste un sentimento di specialità regionale diffuso tra i sardi, di cui noi politici sardi ci sentiamo, in qualche maniera, rappresentanti? Ecco, io non so se esista questo. Esiste questo se esiste un'identità sarda diffusa, cioè se noi siamo convinti che in Sardegna esista un sentimento di sardità, che renda i sardi differenti rispetto a chi sardo non è, che conferisca ai sardi un qualche cosa che è elemento di diversità, pur poi nelle integrazioni fisiologiche, naturali, che si vengono a realizzare con chi sardo non è.
Cioè esistono problemi comuni dei sardi, esiste un sentire comune dei sardi, esiste una storia comune dei sardi (e forse su questo avremo anche più facilità a dare una risposta affermativa) e soprattutto esistono interessi comuni futuri dei sardi? Ed esiste tra i sardi l'idea che la ricerca di strade comuni costituisca un percorso virtuoso per risolvere insieme i problemi, ponendosi obiettivi comuni, che non sono delle forze politiche individualmente presenti all'interno della Sardegna, ma sono davvero un progetto generale in cui tutti i sardi, e quindi tutte le forze che i sardi rappresentano, sentono presenti nello stesso modo, con un comune sentire?
Ecco, se forse noi andassimo a rileggerci le cronache dei tempi della Consulta, dei tempi in cui venne scritto il primo Statuto della Sardegna, probabilmente arriveremmo al convincimento che la classe politica di quell'epoca interpretò, da elite quale era, il desiderio del riconoscimento di un'identità comune, di conferire una specialità, anche tradotta all'interno degli strumenti statutari, alla Sardegna, ma lo interpretò nella convinzione e nella consapevolezza di essere una elite. Quindi i sentimenti, che erano in quel momento diffusi all'interno della classe politica, probabilmente andavano anche al di là del sentire comune, che era presente in Sardegna; possiamo dire che lo "interpretavano".
Ecco io, ai colleghi politici che sono presenti, quelli che rappresentano la società civile, l'economia, l'università, il mondo delle istituzioni della Sardegna rivolgerei la stessa domanda, oggi, e cioè: "Esiste, tra i sardi, un sentimento che li spinge a chiedere ai loro rappresentanti politici, di qualunque estrazione siano, e qualunque parte rappresentino, di fare una cosa importante sullo Statuto?". Cioè non chiedano ai loro politici di intervenire sui temi concreti, sull'industria, sulla cultura, sull'artigianato, sul commercio, sulla sanità, cioè sui temi che noi, ogni giorno, dibattiamo in questo Consiglio, ma dicono: "No, fate qualcosa in più, intervenite sul sistema delle regole, intervenite sul sistema dell'integrazione della Sardegna col resto del mondo, nei rapporti tra la Sardegna e l'Europa, tra la Sardegna e l'Italia, in ciò che la Sardegna vuole essere domani, sul modo in cui si vuole proporre con un'identità propria nel contesto nazionale e internazionale". Ecco, questo esiste?
Insomma, dalla risposta che noi forniamo a questa domanda secondo me discendono diversi modi di porsi di fronte all'attuale situazione dello Statuto. Io sono testimone del modo di porsi della mia parte politica, della mia parte politica che nella legislatura tra il 1994 e il 1999 raccolse le firme per una proposta di legge di iniziativa popolare, che era finalizzata a riscrivere lo Statuto attraverso la Costituente dei sardi. La stessa formazione politica nella legislatura successiva (perché la legislatura tra il '94 e il '99 non prese in considerazione, liquidò frettolosamente, quella proposta di legge di iniziativa popolare) ovviamente insieme a tante altre formazioni politiche anche facenti parte di uno schieramento diverso da quello nel quale la mia parte politica era rappresentata, riuscì a varare una proposta di legge nazionale, questa volta di iniziativa consiliare, per la nascita dell'Assemblea Costituente. Quella proposta purtroppo restò sommersa dalle sabbie mobili romane e non ottenne mai un pronunciamento da parte del Parlamento nazionale.
Ma perché sottolineo questo passaggio? Non lo faccio certo per spirito di rivendicazionismo o per voler attribuire alla mia parte politica qualche intuizione straordinaria, rispetto a quelle che altri ebbero. No, lo faccio soltanto per riallacciarmi alla domanda che ponevo retoricamente prima, e cioè se esiste in Sardegna un sentimento identitario che va verso la riscrittura dello Statuto. Io sono profondamente convinto che il problema della Sardegna non è il vecchio Statuto, nel senso che il vecchio Statuto è una cosa con la quale noi non facciamo i conti quotidianamente, il problema è se serva scrivere un nuovo Statuto e come serve scrivere un nuovo Statuto e a cosa serve scrivere all'interno del nuovo Statuto. E' per questo che, secondo me, non è assolutamente neutro lo strumento scelto.
Mi riallaccio - ovviamente senza nessuno spirito polemico - a un ragionamento che il presidente Spissu ha svolto durante il suo brillante discorso di introduzione, quando ha espresso un rammarico - che io condivido - per il fatto che questa legislatura abbia patito dei problemi, delle incertezze, abbia registrato difficoltà ad andare avanti nel campo della riforma statutaria. Però, Presidente, le devo dire che ha avuto difficoltà perché, dal nostro punto di vista, gli strumenti scelti per l'iniziativa di riscrittura non erano adeguati rispetto agli obiettivi.
Mi spiego meglio: se la proposta del Consiglio regionale è quella di tornare alla Consulta, cioè di ritornare a una scelta interna al Palazzo, chiusa tra le mura del Palazzo, e la Consulta scrive lo Statuto, che poi viene sottoposto all'approvazione definitiva del Parlamento, è una scelta che, ritornando al 1947-48, parte dalla convinzione che i politici siano delegati già da oggi ad interpretare un sentimento popolare che è quello dell'identità sarda.
La nostra convinzione invece è un'altra. La nostra convinzione è che questo sentimento popolare dell'identità sarda sia ancora da costruire o comunque ancora da completare nella sua costruzione, cioè non ci sia del tutto. Nel senso che in Sardegna questo sentire comune, che porta verso la riscrittura dello Statuto come esigenza fondamentale dei sardi, forse è più dei politici, è più delle élite, è più di un mondo che culturalmente si interroga su questo argomento che non del milione 600 mila nostri corregionali. Milione e 600 mila corregionali che invece è fondamentale nella riscrittura di questo Statuto, perché se lo Statuto che noi andiamo a riscrivere deve avere un'anima, l'anima non può che essere quella del sentire della gente.
Adesso, mi rendo conto che dire: "lo Statuto deve essere scritto a mano dal popolo sardo" è soltanto una figura retorica, o rischia di essere soltanto una figura retorica.
Però, se noi politici, non facciamo crescere in Sardegna, tra i sardi, la consapevolezza che i problemi non sono solo il turismo, l'artigianato, la sanità e l'industria, ma che il primo dei problemi è quello della modernizzazione, quello del cambiamento, dell'innovazione e quindi anche quello del cambiamento delle regole complessive che governano la possibilità che la Sardegna interpreti l'innovazione, se noi non facciamo questo, il nuovo Statuto resterà un'operazione di élite culturali, un'operazione di élite politiche che non potrà mai essere completamente virtuosa e neanche completamente finalizzata agli obiettivi che noi diciamo di voler conseguire, perché non coinvolgerà passionalmente, sentimentalmente, generosamente, emotivamente tutti i sardi.
Noi sappiamo bene, Presidente del Consiglio, autorevoli componenti del convegno odierno, noi sappiamo bene quali sono i problemi relativi alla modernizzazione della Sardegna; sappiamo bene che in questa Sardegna il 60 per cento del prodotto interno lordo discende dalla spesa pubblica. Questa è una Regione che non funziona, dove la burocrazia non funziona perché non è efficiente, dove non c'è certezza del diritto perché è lenta qualsiasi risposta che viene data al cittadino, sia esso cittadino normale o imprenditore. Bene, tutto questo non può continuare a durare se l'Isola vuole intraprendere la sfida della modernizzazione, la sfida della competitività, se vuole affacciarsi agli anni a venire con una propria identità, che è quella che noi politici riteniamo di interpretare e di voler far crescere nei sardi. Ecco, questo credo che sia l'elemento fondamentale del ragionamento che stiamo adesso sviluppando.
Se lei mi consente, Presidente, io vorrei che il tema dello Statuto non fosse un tema da convegno. Ieri un Presidente emerito della Regione Sardegna, l'onorevole Pietro Soddu, in un'intervista affermava che già negli anni '70 e '80 si poneva il problema della revisione dello Statuto. Se noi leggessimo gli articoli sulla stampa di vent'anni fa vedremmo che il problema della revisione dello Statuto era ben presente nelle élite della cultura e della politica della Sardegna, però resta ancora oggi un tema da convegno. Io credo che la nostra sfida sia quella di farlo ritornare un tema discusso tra la gente, perché sia la gente a darci la spinta per cambiare, per dare il senso dell'innovazione e della modernizzazione che merita al nostro nuovo Statuto regionale.
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Vargiu. A me spetta adesso un compito ingrato, perché l'andamento dei lavori ci ha fatto superare i tempi che avevamo previsto nelle comunicazioni, diciamo così, "strutturate" articolando quel dibattito che avevamo previsto.
Questo perché? Perché il presidente Violante, nonostante gli impegni sopraggiunti a seguito dell'apertura di fatto della campagna elettorale, dopo lo scioglimento anticipato delle Camere, da una parte ha cortesemente confermato la sua presenza a questo convegno, ma dall'altra ne ha anche segnato un limite, soprattutto relativamente alla presenza di chi doveva arrivare da Roma. Oltretutto il Presidente Violante, pur essendo qui con noi, deve immediatamente ripartire per Roma.
Chiederei pertanto agli oratori che mi hanno domandato di intervenire e cioè al segretario generale della CGIL, Giampaolo Diana, all'onorevole Cogodi, all'onorevole Mariarosa Cardia, al professor Omar Chessa, al Presidente della prima Commissione consiliare l'onorevole Gianbattista Orrù, chiederei scusa per non poter dare loro la parola, sia pure nei limiti che avevamo annunciato dei cinque minuti, e gli chiederei la cortesia di farci avere il loro intervento in forma scritta, perché comunque sarà inserito all'interno degli atti che stamperemo e che poi cercheremo di divulgare
Non so se questa pubblicazione avrà una tiratura popolare, come auspica l'onorevole Vargiu, certamente ci sforzeremo di divulgarla per estendere il più possibile questa discussione, che è una discussione non solo di principi ma anche una discussione tecnica che si incardina su un impianto costituzionale della nostra Repubblica e che sarà oggetto di dibattito in Consiglio regionale.
A questo punto darei la parola, per la conclusione dei lavori di questa mattinata, al presidente Violante che ringrazio ancora per essere qui con noi.
ON. LUCIANO VIOLANTE. Sono state poste questioni di grande rilievo stamane, e abbiamo percorso tutti quanti i temi che attraversano i problemi della specialità.
Io vorrei cominciare ricordando un dibattito che ci fu nel XVII secolo all'interno del mondo cattolico sulla natura della cioccolata, perché ha un qualche riferimento con le cose di cui abbiamo parlato oggi. Si discusse, tra Domenicani e Gesuiti, se la cioccolata fosse un solido oppure un liquido. Il problema non era privo di rilievo perché, se fosse stato un solido, non si poteva assumere durante la Quaresima e prima della Comunione, se fosse stato un liquido invece si poteva assumere. I Domenicani, che sono persone abbastanza rigorose, ritenevano che fosse un solido e quindi che non si potesse assumere, invece i Gesuiti, che sono più uomini di mondo, ritenevano che fosse un liquido e quindi che si potesse assumere.
La questione durò un secolo, coinvolse cinque Papi, finché un teologo importante decise di risolverla stabilendo che la cioccolata aveva forma solida ma natura liquida, e che quindi si potesse assumere. Durante questi cento anni i Paesi protestanti, che non riconoscendo né Comunione né Quaresima non avevano grandi problemi, si misero a produrre cioccolata e questo è il motivo per il quale i Paesi cattolici sono indietro nella produzione della cioccolata e i Paesi protestanti, come Svizzera, Germania e Olanda, sono invece all'avanguardia. Dico questo perché, mentre le Regioni a Statuto speciale stanno discutendo se farsi o meno un nuovo Statuto, quelle a Statuto ordinario forti stanno conquistando nuovi poteri a scapito delle altre; quindi, vorrei che entrassimo su un terreno - scusate - di concretezza da questo punto di vista. Stiamo attenti che, mentre si discute di questioni astratte, non ci sia qualcuno che sta ragionando invece su terreni molto più concreti, che sono quelli di acquisire poteri, funzioni e così via.
Io devo dire, a questo proposito, che dobbiamo - vi chiedo scusa - pensare che la specialità precede la riforma del Titolo V, nel senso che la specialità nel 1948 ha un segno completamente diverso da quello che può avere oggi, dopo che è stato riformato il Titolo V, in quanto le Regioni hanno acquistato una loro identità e una loro forza, e così via. E in questo quadro io debbo dirvi che mi sento di consigliare una certa prudenza nell'affrontare il tema di un nuovo Statuto, perché quando si affronta il tema di un nuovo Statuto la cosa certa è che si delegittima il vecchio, e non è chiaro se poi se ne farà uno nuovo, perché c'è un problema di intesa con lo Stato, c'è un problema di forze parlamentari e di forze regionali.
Lo abbiamo visto in tutta la vicenda dello Statuto del Friuli, laddove non sempre c'è stata una coincidenza di posizioni tra le forze regionali e le forze nazionali appartenenti alle stesse formazioni politiche. Non solo, ma poi io vedo anche che, quando si chiamano studiosi di varia natura a scrivere uno Statuto, c'è una forte spinta a scrivere una microcostituzione più che uno Statuto regionale.
Ricordo che, per esempio, abbiamo discusso con gli amici del Friuli in ordine ad alcune norme: una afferma che il Friuli ripudia la guerra come strumento di repressione, eccetera. Va benissimo. Ma perché la Val d'Aosta, l'Emilia, la Toscana o il Lazio non la ripudiano? Un altro articolo determinava quali erano le competenze dello Stato, il che, francamente, poneva degli interrogativi: e se a un certo punto la Val d'Aosta ne avesse fatto un altro, o la Sardegna ne avesse fatto un altro, cosa sarebbe successo? C'è una spinta, quindi, in questo senso.
Allora, io sono prudente, da questo punto di vista, perché credo che sarebbe più utile operare in altra direzione. Occorre cioè lavorare per la crescita della Regione, per la competitività complessiva del Paese e vedere quali sono gli strumenti che più ci aiutano in questa direzione. A proposito del problema identitario - l'ha richiamato il professor Pinna -volevo ricordare che ci sono cinque specialità, non ce n'è una sola, perché le ragioni per le quali è speciale la Sardegna sono del tutto diverse da quelle per cui è speciale la Val d'Aosta: si può parlare di un popolo sardo, io credo, dal punto di vista storico, culturale e così via, troverei difficile parlare di un popolo valdostano, lì la ragione della specialità è un'altra. La ragione dell'autonomia e della specialità di Trento e Bolzano è di natura internazionale, come sappiamo; niente a che fare con ragioni interne. Il Friuli ha tentato di costruirla sul pluralismo linguistico e poi si è visto che non era quella. Cioè ogni Regione ha la sua ragione di essere speciale. E va bene così.
Fermo questo, quindi, a me pare che sarebbe più utile analizzare sino in fondo questi aspetti: primo, i Consigli regionali stanno esercitando fino in fondo le loro prerogative oppure no? Cioè stanno lavorando sino in fondo all'interno dell'articolo 117 per recuperare tutto il loro potere? Ho l'impressione che non lo si stia facendo. Non faccio riferimento alla Regione Sardegna in particolare ma in genere vedo che c'è una tendenza a non cogliere sino in fondo la natura di organo legislativo, nelle materie in cui c'è competenza.
Secondo: la funzionalità dei Consigli regionali è assicurata dagli attuali regolamenti interni, o no? Perché noi possiamo scrivere un grande Statuto ma se quell'organo di fondo, che è il Consiglio, non è in grado, per la vetustà dei propri regolamenti interni, di funzionare è chiaro che anche la riscrittura dello Statuto perde significato.
Il Consiglio regionale sardo, per esempio, da gennaio sta esaminando mille emendamenti alla legge finanziaria -è un problema che riguarda anche il Parlamento nazionale, sia ben chiaro - e questo è un punto non secondario.
Il problema dell'assicurare agli organi la capacità di decidere e di competere è un problema cruciale. Se non c'è potere e capacità di decidere, non c'è nemmeno capacità di rappresentare, perché la rappresentanza non è uno sport, la rappresentanza, in democrazia, è funzionale alla decisione, specie in una democrazia competitiva come questa, dove dobbiamo muoverci in un arco globale che sappiamo benissimo quali forze ha.
L'altro dato, lo accennava uno degli intervenuti: la Regione Sardegna da molti anni non ha un rappresentante al Parlamento Europeo. E' utile, vi assicuro, avere un rappresentante al Parlamento Europeo perché le regioni stanno assumendo, nello schema europeo, un peso notevolissimo. E questo è o no un punto di vertenza? Lo stiamo affrontando - c'è la proposta di Palomba - in Commissione affari costituzionali, e spero che nella prossima legislatura si potrà approvare la relativa modifica, ma questo è un punto non secondario. Si può quindi lavorare su alcuni aspetti che rendono, come dire, più competitiva e più forte la Regione, piuttosto che lavorare sul massimo non avendo la base per poi renderla funzionale.
L'altro aspetto sul quale intendo intervenire è quello delle entrate regionali. Oggi il dato sostanziale della specialità è di carattere finanziario e tributario, lì c'è il cuore della specialità perché tutto il resto va benissimo. Le relazioni estere sono molto importanti, non c'è dubbio - specie per le Regioni di confine - la questione della mediterraneità ha certamente un suo ruolo rilevante, però poi, quando andiamo al concreto, il problema è finanziario, è l'autonomia impositiva. Vedremo poi cosa ha scritto la Corte Costituzionale in proposito in una recente sentenza, ma un punto fondamentale è la capacità di trattenere sul territorio una quota rilevante delle risorse in esso prodotte. Poi, affrontato questo, possiamo certamente ragionare anche attorno ad altri elementi, ma questo è il cuore del problema.
Io mi permetterei di affermare che è meglio affrontare uno scontro con lo Stato su questo punto, piuttosto che sul problema generale dello Statuto, perché questo ci porta direttamente ad un nodo del rapporto Stato-Regione coinvolgendo più direttamente anche i cittadini di quanto non possa fare una riscrittura complessiva e globale dello Statuto. Del resto i costituzionalisti affermano che all'origine di una nuova Costituzione ci deve essere un "trauma costituente", cioè una frattura, una rottura simile a quella rappresentata dalla guerra di Algeria per la Francia, o dalla seconda guerra mondiale per quanto riguarda tanti altri Paesi, dalla caduta del franchismo in Spagna o dalla fine del regime di Salazar in Portogallo, cioè un crollo tale che comporti la necessità di un nuovo sistema politico e di una nuova Costituzione.
Francamente non vedo alle spalle anche delle Regioni a Statuto speciale un processo di rottura profondo che spinga alla scrittura di un nuovo Statuto. A volte, permettetemi questa considerazione, è più un'esigenza interna alle forze politiche che alla società della Regione. Badate, noi abbiamo corso un rischio molto grave con la Costituzione repubblicana, corriamo il rischio da 25 anni, da quando si parla di riforma della Costituzione, di revisione della Costituzione, di aver delegittimato per 25 anni la Costituzione vigente senza averne approvata un'altra; e per fortuna - dico dal mio punto di vista naturalmente, non voglio offendere nessuno - il referendum popolare, prescindendo anche dal merito, una volta che ha detto di no ad una riforma certamente molto radicale, ha detto di sì a quello che c'era, ha rilegittimato ciò che si voleva riformare. E' stato un processo che ha rilegittimato la Costituzione messa in crisi da 25 anni di tentativi di riscrittura.
Perciò mi permetto di dire: affrontiamo il tema della riscrittura dello Statuto con una certa prudenza, concentriamoci su ciò che più può essere funzionale a rendere competitiva la Regione e a farla contribuire alla crescita della competitività complessiva del Paese, perché credo che questo sia quello che più necessiti alla Sardegna. Quando parlo di competitività non intendo soltanto, una competitività economica, ma anche culturale, di capitale umano, tutto quello che serve in una economia moderna per andare avanti.
Ecco, infine, volevo citare questo dato: guardate noi stiamo costruendo un federalismo richiamandoci al modello tedesco, che non c'entra niente con l'Italia, perché lì innanzitutto i Lander preesistevano, inoltre furono gli alleati ad imporre alla Germania, quando scrisse la Costituzione, di fare in modo che i Lander avessero un potere assai rilevante per evitare che si ricostituisse un forte potere politico nazionale. Questa era la ragione; tanto è vero che un anno fa, nel giugno scorso, hanno approvato una riforma importante in cui hanno cercato di ridurre un po' i poteri del bundersrat, proprio perché altrimenti diventava un potere ripetitivo rispetto alle funzionalità della Regione, hanno aumentato i poteri dei Lander e hanno ricostituito una clausola di sovranità nazionale dove era necessario assicurare l'unità dell'ordinamento. Ma quella è un'altra storia.
Noi in realtà, altri due Paesi hanno proceduto come l'Italia, cioè dall'alto verso il basso, da Stato unitario a stato regionale: uno è l'Austria e l'altro è il Belgio. Il Belgio si sta sfasciando e non può essere preso come esempio, l'Austria in realtà ha operato bene, ma è un piccolo Paese rispetto all'Italia, quindi con problemi su scala molto più ridotta. Proprio per questo la prudenza ci deve guidare nell'affrontare i meccanismi di strutturazione del processo del federalismo.
Dobbiamo andare in quella direzione, certamente, dobbiamo valorizzare le specialità, ma allora qui si pone un problema: la specialità che cosa è? E' tutto sommato il traguardo a cui le Regioni economicamente più forti stanno tendendo per l'assimilazione oppure la specialità è un tetto alle competenze aggiuntive? Non so se è chiaro. Bisogna dire alle Regioni, alla Lombardia: "guarda tu oltre quelle competenze non puoi andare perché quella è specialità"? Oppure tutte quante le Regioni devono orientarsi in quella direzione? Questo è un tema che è sottopelle ma prima o dopo scoppierà.
Io ricordo che il Veneto, che ha discusso per parecchio tempo di quali poteri di ulteriori dotarsi, poi ha chiuso la partita chiedendo di essere considerata Regione a Statuto speciale, e francamente è una cosa che non ha senso. A quel punto anche il Piemonte ha spinto in quella direzione. Il problema, ovviamente, non riguarda la Sardegna, ma per molte Regioni a Statuto ordinario, confinanti con le Regioni a Statuto speciale, si sta ponendo un problema delicato, perché molti comuni vogliono passare dalla Regione ordinaria e quella speciale, perché magari l'albergo che sta nella Regione a Statuto speciale gode di finanziamenti di cui non gode quello che si trova nella Regione confinante, e così via. Quindi ci sono i problemi abbastanza delicati da questo punto di vista. Ora con l'ultima finanziaria abbiamo cercato di risolverli prevedendo contributi particolari per i comuni confinanti con le Regioni a Statuto speciale. Comunque ci sono questo tipo di problemi.
Ecco, per questo io credo che la cosa più utile sarebbe quella di procedere per vie politiche, selezionando ciò che serve davvero ad aumentare la forza della Regione (quindi la capacità di decidere della Regione, i nuovi regolamenti regionali, la capacità di rappresentanza nel Parlamento europeo) e insistere fortemente sul rafforzamento del potere finanziario e dell'autonomia tributaria che io considero le due questioni di fondo.
Concludo sottolineando che stiamo attraversando una fase politica particolarmente interessante, perché stiamo realizzando per via politica quello che pensavamo di fare con riforme ordinamentali. Si è discusso per molti anni della semplificazione del sistema politico, della riforma della legge elettorale e così via: ci apprestiamo a nuove elezioni e il prossimo Parlamento avrà 4-5 raggruppamenti. E per fare questo abbiamo operato per via politica. Si è discusso da tempo su una proposta di legge presentata da alcuni colleghi di Italia dei Valori per impedire la candidatura di persone condannate e rinviate a giudizio; mi pare che questa norma, di fatto, anche senza intervento legislativo, stia entrando nel sistema politico italiano. Diamo quindi un po' di fiducia anche alla forza della politica; ci sono questioni che vanno affrontate non solo e sempre sul piano ordinamentale, ma a volte anche sul piano politico. A volte è necessario decidere prescindendo dalle regole, creando regole sostanziali, là dove ci sono degli impedimenti oggettivi a creare la regola formale.
Io credo che un atto di fiducia nella politica in questo senso potrebbe aiutarci.
(Applausi)
PRESIDENTE. Ringraziamo il presidente Violante e concludiamo qui la prima parte del nostro lavoro che riprenderemo questa sera alle ore 15 con una tavola rotonda..
(La seduta, sospesa alle ore 13 e 28, viene ripresa alle ore 15 e 32.)
PRESIDENTE. Riprendiamo i lavori come previsto, dopo le comunicazioni degli studiosi di questa mattina e le conclusioni dell'onorevole Violante, con una tavola rotonda dal carattere più politico. A questa tavola rotonda presente avrebbe dovuto partecipare il Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato, il senatore Enzo Bianco, che invece ci ha comunicato la sua indisponibilità a causa di impegni sopraggiunti. Come abbiamo già detto stamattina, lo scioglimento delle Camere ha modificato il calendario degli appuntamenti .
A questa tavola rotonda partecipano il senatore Antonello Cabras, Segretario regionale del Partito Democratico; il consigliere Giorgio La Spisa, Presidente del Gruppo consiliare Forza Italia; il senatore Mariano Delogu, Coordinatore regionale di Alleanza Nazionale; , l'onorevole Renato Soru, Presidente della Regione Autonoma della Sardegna.
Stamane, nei vari interventi, si è cercato di mettere a punto una questione preliminare rispetto alle posizioni di merito che si possono assumere sulle singole questioni statutarie. La questione preliminare riguarda l'utilità, la necessità, la volontà politica della Sardegna di lavorare alla stesura di un nuovo Statuto di autonomia, se questo nuovo Statuto debba essere uno Statuto di carattere generale, se lo Statuto attuale debba considerarsi carta straccia come diceva ieri qualche giornalista nel corso di un'intervista al presidente Soddu su "La Nuova Sardegna".
Io penso che non sia questa la lettura da dare al nuovo Statuto, però anche in Sardegna esiste un filone di pensiero che dice: "Lo Statuto ha sessant'anni, è oramai una strumentazione vecchia, superata, andiamo avanti, scriviamo un nuovo Statuto". Il nuovo Statuto deve allora assumere nuove caratteristiche, essere nell'immaginario collettivo una nuova Bibbia che sancisce i principi di un nuovo rapporto con lo Stato, che definisce i rapporti con l'Unione Europea, insomma una nuova Costituzione; oppure ci dobbiamo limitare a dilatare quanto più è possibile gli spazi che lo Statuto in vigore offre, anche in virtù e in relazione alle modifiche costituzionali che nel frattempo sono intervenute, utilizzando competenze che non sono mai state utilizzate, che in parte vengono confermate, anche se per esclusione, da alcune sentenze della Corte costituzionale.
Corte costituzionale che nega il principio della sovranità, per esempio, come è avvenuto in materia fiscale con la negazione della nostra facoltà di imporre una nuova tassazione sulle seconde case, ma conferma che, invece, su altre materie esiste un ambito di competenza della Regione che può essere utilmente messo in essere.
Quindi, preliminarmente va chiarito quale dimensione intendiamo debba assumere la riforma dello Statuto, anche tenendo conto del contesto politico nel quale questa discussione avverrà fra le forze politiche in Parlamento nella prossima legislatura.
Avevamo "mandato avanti" (passatemi il termine), d'intesa con le altre Regioni a Statuto speciale, lo Statuto del Friuli Venezia Giulia, che doveva servire anche da apripista per misurare gli umori politici, rispetto alle autonomie speciali, del Parlamento. L'onorevole Violante era il relatore di questo Statuto proprio per avere il massimo di autorevolezza possibile, anche nella discussione, con il sostegno della Commissione Affari Costituzionali. Così non è stato, quindi tutto è rinviato alla prossima legislatura.
In Sardegna è comunque aperta una discussione sulle modalità di riscrittura dello Statuto. Nella passata legislatura si pensava di istituire un'Assemblea costituente; alcune forze politiche consiliari avevano attivato le procedure per essere autorizzate a costituire un'Assemblea che revisionasse lo Statuto. In questa legislatura abbiamo approvato una legge istitutiva di una Consulta che doveva servire a scrivere lo Statuto con le rappresentanze politiche e sociali. Anche questo tentativo è fallito perché, ovviamente, una Consulta ha senso di esistere se è una Consulta rappresentativa di tutte le forze politiche dell'arco, si sarebbe detto in altri tempi, costituzionale sardo. Così non è stato perché c'era una divergenza di fondo su questo: anche la procedura per la riscrittura dello Statuto è una questione che divide le forze politiche della Sardegna.
Alcune forze politiche, nel frattempo, hanno attivato una serie di iniziative, da sottoporre a consultazione popolare per scrivere il nuovo Statuto. E' stata presentata alla stampa, credo nella giornata di sabato, una griglia di principi, di questioni fondamentali, un testo, mi dicono; quindi anche qui stiamo procedendo in ordine sparso. Forse discussione odierna servirà al Consiglio regionale per utilizzare la parte residua della legislatura per trovare una convergenza anche sui modi attraverso i quali scrivere un nuovo testo più o meno ampio, più o meno incisivo.
Ho richiamato alcuni aspetti della questione che, naturalmente, i partecipanti alla tavola rotonda potranno ampliare a piacimento.
Ha facoltà di parlare il consigliere Giorgio La Spisa, Presidente del Gruppo di Forza Italia in Consiglio regionale. Forza Italia è uno dei Gruppi che ha presentato sabato un testo che verrà sottoposto all'adesione popolare prima che il suo iter abbia inizio.
LA SPISA, Presidente Gruppo consiliare Forza Italia. Il presidente Spissu ha omesso di dire che mi ha chiesto di parlare per primo non solo per dovere di ospitalità, soprattutto nei confronti dei parlamentari che sono seduti a questo tavolo, ma anche perché ho seguito i lavori di stamattina; devo dire che questo è un buon motivo anche per me per iniziare facendo subito riferimento ad alcune considerazioni svolte dai relatori stamattina che ho ascoltato veramente molto volentieri, con attenzione. Oltretutto uno dei relatori, il professor Allegretti, è stato il mio professore all'Università, e vorrei partire proprio da una sua osservazione che incrocia la prima valutazione, la prima considerazione che ho pensato di fare .
Io ho appuntato queste parole del professor Allegretti: "Occorre la politica per far lievitare le argomentazioni giuridiche". E' vero, credo proprio che sia così, ed è vero anche che è corretta e direi proprio azzeccata la parola "lievitazione", lievito; per far fermentare un'idea, per rendere concreto, possibile, un progetto occorre una volontà politica forte; e per volontà politica credo non si intenda soltanto la volontà dei politici, una volontà politica che si concretizzi in chi rappresenta, ma anche e soprattutto direi in chi è rappresentato, nel nostro popolo.
Perché la prima domanda, che tra l'altro poi è riecheggiata in tanti interventi, è: "La Sardegna vuole una forma speciale di autonomia"? E' chiara la necessità oggi di una modifica forte del nostro ordinamento regionale? E' chiara la differenza che noi chiediamo rispetto alle autonomie pur differenziate che esistono nel nostro Paese? Una differenza ancora più forte, quindi, di quelle possibili differenziazioni che la riforma del Titolo V ha dato anche alle Regioni ordinarie, introducendo la possibilità e il principio interessante che l'autonomia, in quanto tale, deve essere in qualche modo differenziata. Ne siamo convinti?
Realisticamente sappiamo che il nostro mondo politico, il mondo politico sardo, è obiettivamente vittima di una drammatica rassegnazione in materia di riforme, drammatica! Ma perché? Perché certamente la pressione sociale è sul contingente, sullo sviluppo che non decolla, sull'occupazione che non cresce o diminuisce, o comunque è precaria, sull'indebolimento del sistema produttivo, sull'arretratezza dei servizi, dei grandi servizi, delle infrastrutture o dei servizi alla persona, e così via, potremmo fare un lunghissimo esempio.
La pressione sociale, la pressione dell'opinione pubblica è su cose concrete. Il popolo vuole il pane e non vuole riforme, dice qualcuno; sono parole che si sentono, quindi non è il caso di ignorarle. Bene, io dico subito che occorre sfatare questo pregiudizio, questo luogo comune, questa semplificazione;una semplificazione che parte da una posizione vittima dello statalismo, perché lo statalismo non è soltanto un principio che impregna la struttura statale, l'apparato, il sistema politico nel suo vertice, ma lo statalismo ha impregnato e impregna anche il nostro popolo, purtroppo. Quindi potremmo essere tentati di accontentarci di quello che si può ottenere comunque e in qualunque modo, e di rinunciare a svolgere liberamente, responsabilmente, un ruolo diverso, di poter dare alle istituzioni che rappresentano il nostro popolo e la nostra Terra una possibilità diversa di esprimersi attraverso la libertà, di poter costruire sviluppo, crescita, benessere, pace, diritti con un'azione libera piuttosto che con una semplice azione rivendicatrice nei confronti di uno Stato che dall'alto ci deve concedere qualcosa.
Si è parlato più volte, stamattina, dell'antitesi concessione-riconoscimento. Ecco, noi chiediamo, dobbiamo chiedere il mantenimento della nostra forma speciale di autonomia non come una concessione, ma come il riconoscimento di un dato che esiste. Da dove partire, quindi? Io non posso citare tutto perché il tempo corre velocemente, però condivido quel che ha detto il professor Pinna, e cioè che noi dobbiamo chiedere una specialità identitaria; aggiungerei alla parola "identitaria" qualcosa di più, una specialità sempre più, non so se si può usare questo aggettivo, "sussidiaria", una specialità identitaria ma che sia centrata sulla libertà e sulla sussidiarietà che, in realtà, è la libertà nell'azione politica. Quindi occorre identità.
Il professor Balboni diceva che per ottenere un riconoscimento forte, occorre un'identità forte; verissimo! Ha citato spessissimo la Catalogna in questo senso, come viene definita la Generalitat nello Statuto della Catalogna; è proprio così, se non c'è un'identità forte non può esserci neanche una forza politica tale da poter ottenere questo riconoscimento.
Così è importante la sottolineatura, che faceva ancora il professor Allegretti, riguardo alla storia della Sardegna, anche la storia autonomistica, quando ha detto che la storia della Sardegna riflette un solido radicamento dell'autonomia, e richiamava la necessità (ho appuntato queste parole, non so se siano fedeli) di riuscire ad avere una fedeltà alla differenziazione; una fedeltà quindi alla nostra storia, alla storia di un popolo, di un'istituzione che con tanti limiti, tantissimi limiti, ha mostrato un radicamento dell'autonomia, cioè un radicamento nella voglia di essere protagonisti liberi del proprio sviluppo, della propria crescita.
Si può fare tanto. Certo, perché non è soltanto un richiamo all'identità, ma è anche un richiamo alla convenienza dell'autonomia e alla convenienza di un'autonomia speciale. Perché ci conviene? Perché, mi riferisco ad una osservazione del professor Maresca, le Regioni hanno diritto a più autonomia per tutelare il proprio fine di incremento della competitività. Certo, non abbiamo solo da salvaguardare un'identità come se fosse un contenitore astratto, formale, a cui guardare quasi con nostalgia, con malinconia. No, noi vogliamo una identità perché questa identità ci serve oggi, perché questa identità l'abbiamo oggi, siamo noi oggi un soggetto, siamo un soggetto come persona e siamo un soggetto come popolo. C'è questa identità, non la conosciamo più, non la scopriamo più, ne parliamo poco, non la trasmettiamo più forse ai nostri figli, che sono sempre meno sardi di noi, è un'esperienza che credo facciamo tutti parlando con i ragazzi, con i più giovani.
Oggi il nostro contributo è soprattutto un commento politico sulla questione, quindi prendo per assodate le indicazioni molto concrete che i nostri studiosi hanno dato stamattina nei loro interventi: norme principio, l'estensione della capacità legislativa, delle competenze, l'attribuzione di materie che sono ancora in capo allo Stato, un'autonomia, quindi, che si spinge sempre più avanti. Dico però che la convenienza ad un'azione politica che sia volta ad avere un nuovo Statuto speciale, e comunque al mantenimento della forma speciale di autonomia, deriva da questa identità, deriva dalla capacità di vedere le convenienze, in particolare le convenienze collegate proprio a questi problemi concreti da cui parte molta gente per dire: "Non vogliamo riforme, vogliamo più pane".
Questo è il vero problema. Avere uno Statuto diverso e' conveniente anche per il pane. E' conveniente anche per avere un pane meno amaro, un pane che si conquista con la libertà; perché oltretutto non è poi vero che uno Stato centrale ci darà così tanto pane e ci darà così tanto sviluppo. È anche vero, invece, che una parte di responsabilità del nostro ritardo di crescita è anche nostra, di tutti i politici regionali, forse di tutte le generazioni passate e presenti, ma è anche vero che i motivi del ritardo del nostro sviluppo sono derivati dal fatto che il motore della crescita è localizzato in uno Stato centralizzato, in un sistema economico che sempre di più tende a concentrare i livelli decisionali sempre più in alto e sempre più lontano da chi vive i problemi concreti; pensiamo alle tante industrie che si stanno chiudendo in Sardegna perché altrove decidono che si deve chiudere, perché i nostri stabilimenti industriali sono solo delle bandierine.
Allora, se questo è vero, occorre quindi che noi incrementiamo la coscienza dell'utilità di questa forma speciale di autonomia, ad esempio per quanto riguarda due dei temi concreti che vorrei sottolineare fra i tanti. Uno è quello della cultura, dell'istruzione, della formazione, settore che è fondamentale venga gestito dal livello più vicino al territorio e alla gente; l'altro attiene agli interventi di politica finanziaria e fiscale. Credo che noi ci troviamo e ci troveremo sempre di fronte ad uno Stato che userà la leva fiscale in maniera quasi sempre indifferenziata, quindi a vantaggio delle Regioni forti.
Noi credo che dobbiamo puntare, invece, sulla possibilità di utilizzare e per questo è vero che non per tutto è necessario una riforma dello Statuto speciale, la leva fiscale. Ricordo in proposito il riferimento del professor Maresca alle Azzorre che, proprio in materia di autonomia fiscale, hanno visto riconosciute da parte dell'Unione Europea le loro ragioni rispetto a quelle dello Stato.
Dicevo quindi che si può anche utilizzare la leva fiscale con più autonomia non solo con un nuovo Statuto speciale, però è vero che questo va contrattato in ogni momento e sempre con alcuni limiti. E' probabile, è possibile ed è giusto pensare o lavorare ad una prospettiva, invece, che dia alla Regione una maggiore capacità propria di decidere la politica fiscale, il che può essere un vantaggio e può essere anche uno svantaggio. E' vero! E' vero, ma perché non correre il rischio di essere davvero noi a decidere come svilupparci, come crescere e non far decidere a un altro, che deciderà sempre dall'alto, paternalisticamente, così come mi sembra abbia dimostrato l'intervento del presidente Violante? Anch'io lo ringrazio, come ha fatto il nostro Presidente del Consiglio, per avere trovato il tempo di venire in Sardegna e partecipare a questo convegno; lo ringrazio anche per la sincerità con cui ha detto le cose che ha detto ma, soprattutto, io ringrazio il presidente Violante perché ci ha permesso di individuare bene qual è l'avversario, non politico, ma qual è l'avversario istituzionale, culturale della specialità, della nuova specialità della Sardegna, di una specialità regionale in particolare per la nostra isola.
L'avversario non è una persona, non è un partito, intendiamoci, ma è la supponente superficialità di una classe politica nazionale che ha identificato e identifica tuttora lo Stato centrale, e quindi le Regioni forti, come il vero e unico motore della storia e dello sviluppo. Ci ha permesso di identificare chi è veramente il nostro avversario: una classe politica, culturale e intellettuale che è imbevuta di paternalismo e di dirigismo. Questo sì.
Sembra che solo alcuni sappiano qual è il bene del popolo, di tutto il popolo, di ogni terra, di ogni popolo. Questo è il vero problema. E certo c'è anche un altro avversario, che non si trova probabilmente a livello nazionale, che alberga anche tra tanti di noi, e cioè in tutti quei sardi che non vogliono capire questa realtà, che non hanno il coraggio, la voglia, la responsabilità, la libertà di individuare questo avversario culturale, innanzitutto. Quindi anche quei sardi che in cambio di qualche piatto di lenticchie rinunciano continuamente all'eredità di una cultura, di un'identità, quella sarda, che è vissuta, che vive, che ancora vuole vivere..
(Applausi)
PRESIDENTE. Ringrazio il consigliere La Spisa. Ha facoltà di parlare il senatore Antonello Cabras, Segretario regionale del Partito Democratico.
ANTONELLO CABRAS, Segretario regionale del Partito Democratico. Signor Presidente, ringrazio l'onorevole La Spisa di aver accettato di parlare per primo perché il suo intervento ha permesso di cogliere il contributo degli studiosi su questa materia. L'opinione dell'onorevole Violante, per via della mia esperienza in Parlamento, la conosco abbastanza bene; con lui ho discusso di questi temi, non sempre in accordo , ma soprattutto ho letto e seguito che cosa è stato fatto nella prima Commissione della Camera dei Deputati in materia di riforma della Costituzione, discussione nel corso della quale anche il tema delle Regioni speciali e delle Regioni ordinarie è stato, ovviamente, se pure non specificamente trattato, argomento di approfondimento.
Io vorrei partire da una considerazione. E' stato detto che questa è una tavola rotonda che vede protagonisti non i giuristi, gli studiosi della materia, ma coloro i quali hanno partecipato e partecipano a questa discussione più da un punto di vista politico che da un punto di vista di approfondimento di dottrina. Partendo da questa considerazione io penso che ogni volta che si discute di questi argomenti bisogna avere chiara consapevolezza dell'atmosfera politica e del sentimento comune, di che cosa si pensa, anche negli ambienti della politica, di una materia come questa: Regione speciale e riforma della Costituzione.
Io per non rubarvi molto tempo cerco di esemplificare. In questo momento l'opinione più diffusa in Italia, nel Parlamento e anche nel Governo, è che lo Stato centrale conta pochissimo, quasi niente, sempre meno, che l'Europa conta sempre di più, che le Regioni contano troppo e risolvono troppi pochi problemi rispetto a quanto contano. L'esempio di questo sono i rifiuti di Napoli, sono alcune vicende che hanno caratterizzato la vita della Calabria che è stata alla ribalta della cronaca nei tempi recenti. Ecco, io penso che noi, quando discutiamo di un tema come questo, dobbiamo sempre avere presente qual è il sentimento di fondo perché poi alla fine questo, quando si discute e quando ci si confronta, quando si mettono sul campo le diverse tesi, emerge.
Io penso che questa sia una situazione che è figlia sostanzialmente non di responsabilità di un Governo piuttosto che di un altro, ma del fatto che noi quando siamo arrivati ad assumere delle decisioni, le decisioni le abbiamo prese sempre in un tempo molto lontano dalla fase nella quale è emersa l'esigenza di adottare quelle decisioni. Faccio un esempio; l'unica riforma della Costituzione che noi abbiamo varato è stata quella poi sottoposta referendum confermativo del 2001. Quella riforma era figlia di una riflessione molto partecipata, costruttiva e anche condivisa tra le forze politiche del Paese che si era sviluppata nel corso della legislatura che iniziò nel '96, che dette vita alla Bicamerale e che arrivò a un primo voto alla Camera, proprio sul tema della riforma della parte federalista della Costituzione e che poi si arenò, come tutti ricordate, per ragioni fondamentalmente politiche e non perché ci fosse un contrasto sul merito delle cose approvate. Quel Parlamento, nella sua storia successiva, estrapolò di quella riforma la parte che riguardava le Regioni e la approvò con un criticatissimo, perché limitato, voto di maggioranza.
Ora, nel 2001 varammo una riforma che in un certo senso era figlia di una riflessione dei primi anni '90, che aveva trovato nel '96 un momento di convergenza; e nel frattempo che cos'era capitato? Nel frattempo è capitato che l'Unione Europea si è allargata di molto, sono entrati nuovi Paesi nell'Unione, per cui si è determinata una situazione completamente diversa anche a livello di equilibri e pesi specifici. Noi siamo una di quelle Regioni, per esempio, che ha subìto un'immediata conseguenza dell'allargamento dell'Unione; infatti, la nostra partecipazione a una certa quota di risorse comunitarie è venuta meno perché il famoso calcolo per determinare se avevamo più o meno diritto è cambiato proprio perché si è allargata la platea dei partecipanti.
Nello stesso tempo si è affermata un'attività delle Regioni, così la definisco, con l'elezione diretta dei Presidenti che ha, di fatto, modificato il sistema politico delle Regioni e ha prodotto, di conseguenza ,una serie di effetti nuovi che non erano stati previsti quando quella riforma fu pensata, mettendo davanti a tutti uno scenario che non era stato minimamente valutato dai proponenti, nella fase anche inizialmente solo teorica di quella riforma, di quel cambiamento. Per cui, oggi, molto sbrigativamente si dice: "Lo Stato non conta più nulla, conta solo l'Europa, le Regioni contano troppo".
Io non so se l'onorevole Violante abbia fatto questa considerazione nel suo intervento, però lui è un teorico di questa tesi che io, ovviamente, non condivido per niente. Una tesi che nasconde, secondo me, o scarica sul giusto riconoscimento della sovranità dell'Istituto regionale in uno Stato che decise con la riforma del 2001 di abolire le gerarchie. Abolire le gerarchie non significa che c'è uno che conta di più e un altro che conta di meno; significa che ciascuno, nella sfera della propria sovranità, conta per primo e i suoi poteri non sono derivati da un cosiddetto decentramento, parola che è meglio dimenticare quando parliamo di queste cose. Se lo Stato deve contare di più deve guardare quali sono le ragioni per le quali ha perso ruolo; Forse dipenderà dal fatto che il sistema politico dello Stato riesce a produrre meno azioni di governo di quante se ne determinano, a livello di Comune, di Province e di Regioni, con la riforma che ha introdotto una stabilizzazione del sistema politico e quindi un mandato da parte degli elettori a chi governa che dà forti responsabilità; poi, ovviamente, si tirano le somme a fine mandato.
Dipenderà forse dal fatto che il processo di unificazione europea è andato troppo avanti rispetto all'evoluzione del sistema interno di ciascuno degli Stati dell'Unione, tant'è vero che questo ha provocato una crisi dell'Europa e oggi noi discutiamo, in campagna elettorale, se siamo sostenitori dell'Europa minima indispensabile o dell'Europa massima possibile. Io sono fra quelli che pensano che bisogna battersi per avere l'Europa massima possibile e, proprio perché penso questo, sono convinto che quando discutiamo di specialità dobbiamo superare una vecchia discussione che c'era tra di noi fra chi giustificava la specialità più come un fatto identitario e chi invece gli dava più un ruolo di carattere economico. Tutte tesi importanti, ma proprie di una tradizione del dibattito politico, che abbiamo attraversato anche nella nostra Regione, che non è più in grado di dare una risposta agli interrogativi che abbiamo davanti a noi.
Io penso che la nostra Regione deve rimanere speciale per un fatto di democrazia, perché noi oggi abbiamo un problema di democrazia, di come si decide, di qual è il mandato che viene attribuito a chi governa e a chi decide e qual è la sfera, il campo, della sovranità che si esercita. Da questo punto di vista considererei intoccabile il mantenimento della specialità, poi ognuno gli dia le motivazioni che vuole, perché penso che noi siamo immersi profondamente in questa discussione, lo siamo in Italia rispetto all'Europa, lo siamo in Sardegna rispetto all'Italia e rispetto all'Europa.
Se l'Europa diventa sempre più un'unione politica e non soltanto un'unione economica, come è stata prevalentemente finora, noi abbiamo assoluto bisogno della specialità e abbiamo bisogno che la nostra specialità sia sigillata con una norma di carattere costituzionale perché così non è esposta al vento di cambiamenti repentini che valgono oggi, domani non ci sono più e poi tornano di nuovo!
Io penso che i cosiddetti minimalisti del valore dello Statuto sbaglino, hanno una visione profondamente sbagliata, non stanno guardando al futuro, stanno semplicemente guardando alle lungaggini che si devono percorrere per cambiare lo Statuto, la doppia lettura costituzionale, e non guardano per niente, invece, alla forza che ha lo Statuto, che ha questo processo di definizione che regola i rapporti fra lo Stato e la Regione e domani, nello stesso modo, fra la Regione e l'Europa. Perché se noi manteniamo questo vincolo nel rapporto con lo Stato, dobbiamo pretenderlo anche domani che l'Europa diventerà più politica.
Io sarei molto prudente, inoltre, nel fare analogie (le Azzorre, la Corsica), noi siamo la Sardegna e abbiamo delle caratteristiche particolari che altri non hanno. Spesso, in tema di trasporti, abbiamo parlato della Corsica; ma allo Stato francese aggiungere un chip sul biglietto dei corsi non costava niente, in Corsica viaggiano 200 mila persone, 200 mila residenti. Quando in Sardegna abbiamo affrontato questo problema abbiamo appurato che non si poteva risolvere nello stesso modo in cui lo affrontavano in Corsica, noi qui abbiamo un milione e mezzo e passa di abitanti. Le Azzorre hanno un territorio molto più limitato del nostro, ci sono delle aree dell'Europa dove gli Stati sovrani, e domani l'Europa, dovranno fare i conti con il fatto che bisognerà pagare perché la gente viva lì, pagare perché la gente viva lì. Uso un termine schematico, ma penso di riuscire a spiegare che cosa voglio dire; quindi, potremmo mai noi immaginare che nel nostro destino ci sia un futuro di questo genere? Io penso di no.
Noi abbiamo un'altra storia. Ecco, questo è uno degli elementi della nostra identità, questo è uno degli elementi della nostra identità! E allora, nel guardarci intorno nello scenario più generale, guardiamo la nostra storia e soprattutto guardiamo avanti, cerchiamo di vedere come tutto si muove, seppure lentamente, ma tutto si muove.
Ho parlato prima di "un fatto di democrazia". Perché "un fatto di democrazia"? Perché oggi se non c'è cooperazione non funziona più niente, non c'è più nessuno disposto a far comandare totalmente un livello istituzionale diverso; chiede di cooperare, di avere un pezzo della decisione, anche con la possibilità di bloccare quella decisione, cioè l'istituto del consenso diventa sempre più il terreno sul quale si sviluppa virtuosamente, penso io, che ciò che i governi fanno è sempre il frutto di un mandato popolare.
Mi spiego con un esempio. A livello planetario si pone oggi un problema, e cioè se il Consiglio di sicurezza dell'ONU, che è il luogo nel quale si dice e si decide la legalità delle decisioni, in base alle regole che furono stabilite dopo l'ultimo conflitto mondiale, sia effettivamente la fotografia di un processo di democrazia del mondo come è oggi. L'indipendenza dichiarata dal Kosovo qualche giorno fa è una testimonianza, alcuni Paesi sostengono che quello è un processo illegale perché non è il frutto di una decisione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite; si appigliano a questo dimenticando di dire che fra le regole di funzionamento di quell'organismo c'è un diritto di veto che viene esercitato di volta in volta e che introduce, evidentemente, un elemento di contraddizione sul quale forse bisognerebbe tornare.
Quindi, il tema della democrazia coniugato nella prospettiva con il tema della cooperazione, cooperazione fra i diversi livelli di potere istituzionali, è uno degli elementi che mi fa dire che noi non solo dobbiamo conservare la specialità, ma dobbiamo mantenerla con la qualità e il peso istituzionale che ha oggi. E poniamoci il problema di che cosa vogliamo che la specialità regoli superando questa, diciamo così, antica disputa; anche tra di noi, anche in quest'Aula, molto spesso la discussione è stata fra chi si schierava più sul versante identitario e chi invece, pensava, che fosse più importante l'aspetto dello sviluppo. Le due cose non possono essere separate, si tengono tutte e due.
Per esempio, se uno, che non è nato né ha vissuto in Sardegna, decide di vivere in Sardegna e radica la sua vita in Sardegna, diventa un sardo come noi perché altrimenti non ci resterebbe, se ne andrebbe via. E' chiaro che entra dentro i meccanismi della nostra cultura, del nostro modo di vivere, del nostro modo di concepire gli spazi e le distanze. Gli spazi, le distanze, uno che vive in Continente ha un'idea degli spazi, noi non ce ne rendiamo conto, è un fatto che abbiamo dentro di noi, completamente diversa dalla nostra; e questo elemento qualitativo della nostra vita influisce su tutte le decisioni, quelle più importanti e anche quelle meno importanti.
Quindi non c'è una distinzione fra chi sia nato o non nato in Sardegna, uno deve viverla la Sardegna e la può vivere in qualunque punto; ma, se decide di viverla, vuol dire che ne condivide in profondità tutti i fattori culturali e ambientali. Da questo punto di vista noi dovremmo preoccuparci del fatto che chi ci vive, chi sceglierà di viverci in futuro, viva il mondo globalmente, viva il mondo globalmente! La nostra specialità si deve porre questo interrogativo e dare risposte con strumenti di democrazia, di ordinamento, di rapporti con lo Stato, di rapporti con l'Europa avendo questo come elemento centrale. Poi è chiaro, c'è l'insularità, ma l'insularità è un modo per vivere globalmente la Sardegna, se uno vuole vincere questo elemento che può apparire un elemento di freno, affronta questo tema e cerca di risolverlo in maniera diversa da come lo risolve un milanese. No?
Così come l'altro problema, che è tutto interno, che chi vive fuori dalla Sardegna non capisce, è che se noi lasciamo che la Sardegna diventi sempre più Cagliari e Olbia o Cagliari e Sassari, stiamo cambiando il volto, la natura, la cultura, la struttura della Sardegna. Questo è un altro problema che abbiamo noi che siamo qua, che abbiamo responsabilità di governo:capire che se questa trasformazione, mi permetto di dire a questo punto, quasi etnica del modo di viverla dovesse realizzarsi, sarebbe altro, non sarebbe più ciò di cui stiamo parlando.
Io sono fra quelli che pensano che lo Statuto bisogna farlo, non chiedetemi se bisogna farne uno nuovo, forse bisogna cambiare qualcosa di quello che c'è se guardo al futuro e vedo che cosa serve per fronteggiare le cose future. Perché nel rapporto con lo Stato, anche per ciò che la Costituzione oggi garantisce e che non si attua, per esempio, per l'inerzia dello Stato, noi ci siamo divisi e ci divideremo fra chi era favorevole e chi era contrario alla tassa sul lusso, così volgarmente chiamata in Sardegna. Ma non ci dovremmo mai dividere tra di noi sul diritto della Regione a imporre tasse, non ci dovremmo mai dividere tra di noi sul rivendicare il diritto ad esercitare l'autonomia impositiva (forse è un termine più elegante, ma è la stessa cosa, ci siamo capiti), perché l'articolo 119 della Costituzione contiene una norma che dice che noi abbiamo autonomia impositiva nella cornice stabilita dallo Stato; ma se lo Stato questa cornice non la decide mai di fatto mi sta togliendo una prerogativa costituzionale, e io questo non lo posso accettare.
Non è possibile che per inerzia dello Stato io venga limitato nei poteri che la Costituzione mi garantisce. Poi posso discutere, all'interno di quest'Aula parlamentare che rappresenta i sardi, qual è il modo attraverso il quale esercitare la fiscalità e l'autonomia impositiva, ma questo è un fatto che riguarda noi che stiamo qua, al potere centrale non gliene deve interessare proprio nulla.
Ecco, questo è un altro esempio che io faccio per spiegare quanto sia importante che lo Statuto speciale stabilisca in modo fermo, senza che possano essere cambiati, diciamo così, da una stagione all'altra, i criteri fondamentali che regolano un principio di democrazia che, secondo me, nella modernità non può che essere cooperazione, e per essere cooperazione ha bisogno essenziale che alcune regole siano chiare e ferme e che non si possano cambiare con troppa facilità.
(Applausi)
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Delogu, coordinatore regionale di Alleanza Nazionale.
DELOGU, Coordinatore regionale di Alleanza Nazionale. Intanto io desidero ringraziare il presidente Spissu per avermi invitato a partecipare a questa importante manifestazione. Lo Statuto deve essere cambiato oppure no? Io credo che a riguardo non possano esistere dubbi di sorta. Lo Statuto attualmente in vigore è entrato appunto in vigore sessant'anni fa, era il 1948.
Qualcuno di noi si ricorda cos'era la Sardegna nel 1948? Paragonare la Sardegna del 1948 alla Sardegna del 2008 è assolutamente impossibile, sono due realtà totalmente diverse. Aggiungasi che lo Statuto, essendo una legge anch'esso, soffre del principale limite che hanno tutte le leggi. Voglio ricordare un esempio che è stato fatto, non mi ricordo da chi, ma che mi ha molto colpito: tutte le leggi, più o meno, sono come una nave, la nave viene costruita nel cantiere, viene studiata mentre è nel cantiere, poi però viene messa in mare e deve navigare. Allora, ci si rende conto che tante cose, che erano state ritenute perfette nel momento in cui la nave era nel cantiere, altrettanto perfette non risultano essere quando la nave sta navigando. Così sono le leggi, le leggi vengono studiate, a volte bene, a volte un po' meno bene ma, comunque sia, vengono studiate, poi quello che vale però è l'applicazione. Chi si occupa, come io mi occupo, di problemi legati alle leggi, mi rendo conto che gli intenti di chi ha dettato certe modifiche ai Codici, di procedura civile e di procedura penale, erano degli intenti sicuramente positivi, ma poi, quando noi andiamo in tribunale ad applicarle, ci rendiamo conto che, invece, hanno ottenuto un risultato peggiore di quello che era l'attività giurisdizionale precedente alla entrata in vigore di queste leggi.
Quindi, uno Statuto entrato in vigore nel 1948 non si può ritenere che sia, oggi, ancora valido, per le ragioni che ho detto e per la pratica attuazione che noi viviamo. Anche perché, per gli esempi che presentava l'onorevole La Spisa, in certe maniere si attagliano e, in altre maniere, ci sono delle differenze; è chiaro che nessuna realtà è identica all'altra, ma noi in Italia siamo l'unica vera isola, perché la Sicilia, sì, è pur essa un'isola, ma i contatti con la penisola sono assai più facili, assai più rapidi, assai più agevoli, assai meno costosi, questo è il punto, di quello che sono i contatti tra l'Italia e il resto della penisola. Allora, sì, va bene essere un'isola, va bene essere noi che ci abitiamo degli isolani, ma assolutamente non possiamo accettare che, oltre che isolani, siamo anche isolati, come in realtà, oggi, ci troviamo.
Quindi è indispensabile creare un presupposto, per questa nostra specificità, che è oggettiva, che viene dalle cose, non da filosofie astratte, importantissime anch'esse, non voglio offendere il professor Casula, con problemi storici, insomma, è la realtà di tutti i giorni, noi siamo in un'isola, noi viviamo diversamente. Uno che sta a Roma, se deve andare a Milano, sale sulla macchina e ci va; uno che sta a Cagliari deve trovare il posto in aereo, deve sperare che non ci sia la nebbia, altrimenti non ci arriva mai! Tutto questo è importante e impone che ci sia una normativa speciale, che cerchi di attenuare (per quanto possibile, perché non credo che si possa escludere) questa nostra condizione di isolamento. Allora è giusto studiare un altro Statuto, e fare in modo che un nuovo Statuto entri in vigore. Diceva il Presidente: "Si potrebbe dilatare lo Statuto vigente"; non credo che si possa dilatare lo Statuto vigente, perché ogni norma ha bisogno di un suo contemperamento, ci dev'essere un equilibrio, quindi questo dilatare non credo che sia un qualche cosa che possa valere. Bisogna creare un nuovo Statuto che consenta alla Sardegna di fronteggiare la situazione nella quale si trova.
Si è parlato di tasse. Io escludo nel modo più assoluto che si possa fare uno Statuto, o che si possa interpretare lo Statuto vigente, per aumentare le tasse nei confronti dei sardi, è una cosa che non possiamo assolutamente accettare, perché già abbiamo i problemi di cui ho detto, se poi i sardi dovessero essere costretti a pagare più tasse di quelle che pagano coloro che sardi non sono, sarebbe veramente qualche cosa di inaccettabile, che non può essere consentita sia ai sardi che abitano in Sardegna, sia, come diceva il Senatore poco fa, anche a quelli che dall'Italia vengono ad abitare in Sardegna. Come non è assolutamente accettabile che questo Statuto tagli via la Sardegna dall'Italia. Abbiamo un esempio che nasceva con la precedente legge finanziaria, e che è rimasto in vigore, per cui mentre in Sicilia le spese sanitarie vengono in gran parte pagate dallo Stato, in Sardegna, queste spese sanitarie, devono essere pagate dai sardi; anche questo non è accettabile, deve essere studiato un sistema. Ecco perché la necessità di uno Statuto nuovo, che consenta ai sardi non di essere dei cittadini di serie B, ma di essere portati, per quanto possibile, per quanto la legge lo consente, per quanto la Costituzione autorizza, allo stesso livello degli altri italiani.
Sono questi i problemi che ci dobbiamo porre, come quello della continuità territoriale, non è possibile che le merci che arrivano costino di più perché devono attraversare il mare, e noi - quando andiamo fuori - dobbiamo pagare di più; questo ci rende cittadini di serie B! Ecco perché occorre una norma forte, come lo Statuto, che cerchi di fare quanto è nella possibilità del legislatore che la crea, che cerchi di fare, dei cittadini sardi, dei cittadini che abbiano gli stessi diritti e, ovviamente, gli stessi doveri degli altri italiani. Bisogna stendere questo Statuto, non possiamo continuare a discutere se dobbiamo fare la Consulta o la Costituente, o addirittura che cosa dobbiamo fare. La realtà è che, qualunque strada si voglia percorrere, un dibattito in questo Consiglio regionale deve essere necessariamente fatto, perché non è possibile che lo Statuto venga fatto piovere, sulle teste dei consiglieri regionali, da una Consulta, da una Costituente o da non so chi, costretti ad accettarlo. No, i consiglieri regionali hanno il diritto e il dovere di valutare tutto questo, ecco perché non si può fare un qualche cosa al di fuori del Consiglio regionale.
La legge statutaria poi deve passare all'esame del Parlamento, doppia lettura, quindi quattro votazioni, se va tutto bene, perché se ci sono dei cambiamenti, le votazioni si moltiplicano, e quindi è necessario qualcosa di concreto. Qualcosa di concreto che, da parte nostra, da parte di questo Comitato che si è creato, e che ha studiato il problema, è arrivato ad una realizzazione. La realizzazione è il nuovo Statuto speciale per la Nazione sarda, a me piace di più la traduzione sarda, perché dice Carta de Logu , e quindi mi sento più legato a questo documento, che non è un ultimatum, che non è il Vangelo, è un qualche cosa che deve essere portato alla discussione del Consiglio regionale prima e delle due Camere dopo, però è un qualcosa di concreto.
Ripeto, mentre qui si discute e si vede, e si fa, si cerca un'interpretazione della Corte costituzionale, e si vede se la Corte costituzionale autorizza o non autorizza, si è cercato di creare un documento concreto che, come dicevo prima, non è il Vangelo, deve essere discusso, può essere migliorato, sicuramente migliorato, però è una base sulla quale fissare l'attenzione per giungere al traguardo che io dicevo inizialmente, cioè avere uno Statuto che sia consono ai tempi che stiamo vivendo, che si prenda carico dei problemi della Sardegna, non dico che li risolva, ma sia uno strumento perché alla loro soluzione si possa arrivare.
Sono abbastanza contento che si sia giunti a questo risultato concreto di uno Statuto, scritto, parola per parola, valutato, parola per parola, lo dicevo prima e lo ripeto, non con gli ultimatum, tipo "o così o niente", ma come base di discussione concreta, durante la quale si cancellerà qualche articolo e se ne aggiungerà qualche altro; è giusto che questo sia fatto, però è anche giusto e positivo che questa iniziativa, che è stata assunta, adesso venga portata alla valutazione dei cittadini e dei sardi, perché occorre avere, mi pare, ventimila firme perché il Consiglio regionale sia investito della valutazione di questa legge; è una cosa importante.
Mi si dice che, se si raggiungono per esempio cinquantamila firme, si potrebbe saltare, non so se sia così, il Consiglio regionale, ma a questo sono contrario nel modo più assoluto, desidero che si raccolgano le firme e che il Consiglio regionale sia investito per primo della valutazione di questo Statuto. Chiunque abbia la maggioranza in questo Consiglio, è una maggioranza espressa dal popolo sardo e quindi questo Statuto, una volta che viene presentato e inizia il suo viaggio, deve essere valutato da chi in Sardegna rappresenta il popolo sardo (niente salti in avanti!) cioè dal Consiglio regionale, con la speranza che si ottenga un accordo, per quanto possibile, largo. Adesso si parla sempre di larghe intese, Dio ce ne scampi e liberi, ma comunque sia in una materia del genere è indispensabile che ci siano intese per andare avanti. Abbiamo una base sulla quale discutere, io ringrazio il Comitato, che si chiama "Comitato firma per la tua Sardegna", che ci ha consentito di avere questa base.
Concludo, leggendo una frase che mi ha molto affascinato di questo nuovo Statuto dove si dice: "La Nazione sarda. Articolo 2. Il popolo sardo, il territorio della Sardegna e delle sue isole, il mare e il cielo territoriale, l'ambiente, la lingua, la cultura e l'eredità culturale, materiale e immateriale, della Sardegna costituiscono la Nazione sarda". Questi sono i valori nei quali noi vogliamo riconoscerci e i valori che noi pretendiamo che ci siano riconosciuti anche dallo Stato.
(Applausi)
SORU (P.D.), Presidente della Regione. Sono curioso di sapere chi ha scritto questo.
DELOGU. Un comitato.
SORU (P.D.), Presidente della Regione. E chi? Si possono sapere i nomi? Quanti sono?
DELOGU. Sì, come no, glieli leggo, ne salto alcuni: Antonello Carboni, Mario Carboni, Gianfranco Pintore, Massimo Bertolotti, Antonello Caria, Rita Dedola, Paolo Farci, Gherardo Gherardini, Riccardo Montis, Valeria Pinna, Peppina Tanda, Francesco Cesare Casula, Silvana Congiu, Roberto Frongia, Gigi Lallai, Domenico Mugoni e Sergio Satta. Ripeto, è una proposta, dice non va bene, correggiamola, noi siamo qui per correggerla. Se non ce l'ha, se mi permette, gliela consegno.
PRESIDENTE. Va bene. Ha facoltà di parlare l'onorevole Soru, Presidente della Regione.
SORU (P.D.), Presidente della Regione. Abbiamo iniziato la mattinata parlando di quale fosse la qualità dello Statuto, se ci fosse ancora la necessità dello Statuto, eventualmente di un nuovo Statuto, terminiamo il pomeriggio avendo già il nuovo Statuto e quindi la giornata è andata bene. Abbiamo portato a casa già il lavoro, sembrerebbe. Per cui, per me è abbastanza sorprendente, anche avendo speso alcuni anni in questo Consiglio regionale, dove abbiamo iniziato tutti condividendo la necessità di riscrivere lo Statuto, essendoci un pochino diviso i compiti e decidendo che sarebbe stato opportuno che la Giunta regionale non proponesse un suo disegno di legge, non utilizzasse il suo potere di iniziativa nell'avviare la discussione sullo Statuto, trovare un testo già pronto. A lungo abbiamo discusso, in questo Consiglio regionale, se potesse andar bene una Consulta o se fosse necessaria un'altra Assemblea costituente, perché il Consiglio regionale sembrava non fosse abbastanza legittimato a presentare,nella discussione in Commissione, un suo testo e quindi portare in Aula una base di discussione sullo Statuto.
Ho sentito chi diceva che il Consiglio regionale non è abbastanza, occorre allargare la discussione e arrivare in tutte le piazze, in tutti i luoghi, in tutte le aziende, per fare in modo che questa proposta (che finalmente arriverà in Aula per essere discussa) sia veramente una proposta dell'intera Nazione sarda. Oggi capisco invece che dieci persone, che in gran parte non conosco, presentano una proposta che verrà sottoposta eventualmente all'iniziativa popolare e il Consiglio regionale dovrà discutere sulla base del testo proposto da queste dieci persone, che evidentemente sono più legittimate a questo di quanto non fosse legittimato all'inizio di questa legislatura il Consiglio regionale o di quanto non fosse legittimata eventualmente la Consulta, che era stata proposta in quest'Aula e che poi non è riuscita ad avere il sostegno necessario per poter avviare anch'essa la discussione sulla base di un testo scritto in maniera chiara, trasparente e garantendo la partecipazione più ampia possibile. Questo è quanto.
Ringrazio anch'io il presidente Spissu che ha organizzato questa giornata di celebrazione e di riflessione sullo Statuto a sessant'anni dalla sua promulgazione. E' stata una giornata proficua nella quale tutti abbiamo sentito interventi interessanti e utili, non solo dei relatori, ma anche di esponenti di forze politiche, altrettanto utili, pacati, sereni, per lo più, e che hanno riportato in parte cose estremamente condivisibili che lasciano ben sperare per un dialogo migliore in futuro su questi temi.
E' stata richiamata la prima relazione (anch'io vorrei prenderne qualche spunto) del professor Allegretti, essendo stata la prima relazione forse eravamo tutti più freschi, tutti più attenti e comunque è quella che vedo che è rimasta in mente e non solo a me. Vorrei ricordare quando diceva: "E' attuale lo Statuto, questo Statuto?" Lo Statuto è rappresentato certamente, nella sua articolazione tecnica, dai suoi articoli, ma lo Statuto che invece è nella testa, nel cuore e nelle aspettative dei cittadini sardi è ancora attuale? Quello Statuto, quell'idea di autonomia, o meglio questo Statuto, rappresenta ancora l'idea di autonomia che sta nel cuore e nella testa dei cittadini sardi?
E' evidente che mentre noi abbiamo un atteggiamento minimalista, com'è stato detto, sullo Statuto, mentre a volte ci sembra che non sia più attuale, che abbia assolutamente bisogno di essere rivisto, eccetera,'è altrettanto evidente che il senso dell'autonomia, il senso forte dell'identità regionale è assolutamente ben radicato nella nostra Regione. Nonostante il clima di distacco dall'attività politica, di sufficienza a volte, l'abbiamo visto anche stamattina in quest'Aula, di abitudine ormai rispetto a questo tipo di dibattito, in realtà il tema dell'autonomia, della Sardegna, del riconoscimento come popolo e come nazione è assolutamente radicatissimo nelle coscienze dei sardi. Da questo punto di vista, occorre dire che forse il nostro Statuto non è più sufficiente. Forse c'è un'idea più forte, più matura, che nell'Europa delle Regioni si è andata consolidando nella coscienza dei sardi, di cui occorrerà tenere conto.
E' stato detto che lo Statuto, come le altre leggi, alla fine è uno strumento per qualcosa, innanzitutto per lo sviluppo. E, se così è, il nostro Statuto è uno strumento adeguato per il nostro modello di sviluppo, per la competizione crescente tra la Sardegna e gli altri Paesi dell'Unione Europea e del globo? E' stato detto: "Quel tipo di Statuto è attuale?"
Ancora, state attenti che, mentre si discuteva di cioccolata, se era liquida o solida, in altri Paesi non solo ne discutevano ma la facevano, hanno acquisito le tecnologie, sono andati avanti, hanno conquistato un mercato e oggi controllano un'industria; e, mentre tra di noi discutiamo, in realtà altre Regioni si portano avanti acquisendo responsabilità, acquisendo diritti, acquisendo autonomia, acquisendo strumenti che sono in grado di accrescere la competitività e quindi le opportunità di sviluppo.
E' stato detto ancora (termino con l'elenco delle cose, poi vorrei commentare brevissimamente questi punti) che, se lo Statuto è questo, soprattutto strumento per il processo di sviluppo di questa società, allora lo Statuto deve concentrarsi molto su quella che è la leva fondamentale per lo sviluppo, che è l'acquisizione delle risorse; risorse sia nella discussione sulla compartecipazione con lo Stato e sia in una capacità autonoma di imposizione fiscale.
Allora, tutto questo per dire che, in realtà, se lo Statuto è questo e se questi sono i temi, forse, al di là del fatto che non abbiamo ancora scritto e discusso un nuovo Statuto in Sardegna in questi anni, forse si può dire che questi anni comunque non sono stati spesi invano. Intanto, mentre in qualche modo rimpiangiamo il tempo trascorso in questi anni senza essere riusciti a riscrivere lo Statuto, in realtà dobbiamo riconoscere che un pezzo di Statuto (per di più un pezzo fondamentale dello Statuto, a sentire anche le parole del presidente Violante) è stato riscritto. L'articolo 8 dello Statuto della Regione Autonoma della Sardegna di oggi non è più quello di quattro anni fa, è un articolo totalmente diverso, che assicura alle casse della Regione una quantità di risorse totalmente diverse, che costituiscono la leva fondamentale per poter parlare, non solamente di sviluppo, di autonomia e di responsabilità, ma la leva fondamentale per poter fare azioni vere di promozione dello sviluppo, azioni vere di assunzione di responsabilità e di gestione dell'autonomia: lo Statuto della Regione Sardegna, nei modi previsti dall'articolo 8, è stato cambiato in maniera sostanziale.
Il reperimento delle risorse ha riguardato certamente il confronto con lo Stato, in un momento anche alto di unità dell'intero popolo sardo sulla compartecipazione alle entrate, ha visto anche un momento importante in cui si è deciso di utilizzare la possibilità di imposizione fiscale, o la leva fiscale. E' stata usata, certamente, la possibilità prevista dalla riforma costituzionale del 2001, ma anche prima, siamo andati indietro alla possibilità prevista fin dal 1983: già la riforma dell'articolo 8 del 1983 prevedeva quella possibilità di leva fiscale, di autonomia impositiva in Sardegna, non per imporre nuove tasse o per vessare qualcuno ma proprio in virtù del riconoscimento di una specificità geografica, ambientale, culturale, che aveva la necessità di articolare diversamente l'attività fiscale nella nostra Regione. Dal 1983, di fatto, non era mai stata utilizzata, è stata utilizzata, finalmente. Qualcuno può dire bene, può dire male, qualcuno l'avrebbe potuta utilizzare con una sensibilità diversa e con delle modalità diverse, però finalmente si è data attuazione materiale a quel principio.
Sulla base della revisione della Costituzione del 2001, quel principio oggi è associato non più e non solo alla Sardegna ma anche ad altre Regioni italiane, dentro una cornice nazionale; di fatto una cornice nazionale che prima non ci veniva imposta in maniera così esplicita e che non può essere richiamata, sette anni dopo, ancora come un freno o come un limite che di fatto annulla invece un diritto che avevamo da alcuni decenni or sono. Quindi, sarà utile conoscere le motivazioni della sentenza, nondimeno abbiamo dato attuazione materiale ad un principio che anche oggi mi sembra tutti riteniamo utile e fondamentale per la nostra Regione.
Una autonomia impositiva che non serve per dare più tasse, ma per articolare diversamente l'imposizione fiscale, perché, anche con la finanziaria di quest'anno, mentre da una parte chiediamo di contribuire ad alcune tipologie di reddito, dall'altra facciamo una restituzione importante del 25 per cento, abbattendo la necessità di contribuzione alle piccole e medie imprese della Sardegna con l'abbattimento dell'IRAP. Autonomia fiscale che ci sarebbe stata di grande aiuto se avessimo avuto - cosa che non abbiamo - la possibilità di ridurre ad esempio l'imposta sui redditi alle fasce più basse, soprattutto ai pensionati, alle famiglie monoreddito, eccetera, e che invece ha visto, in maniera più complicata, questa Regione andare incontro alla stessa esigenza di sostegno ai redditi più bassi delle famiglie con delle restituzioni e con delle politiche di welfare, laddove, se avessimo avuto maggiormente questa leva fiscale, avremmo semplicemente potuto ridurre l'addizionale IRPEF o ridisegnare la curva dell'imposta sui redditi per quel genere di famiglie.
Allora, in questi anni è stato fatto esattamente questo, conquistata la nuova compartecipazione, dato forza materiale a quel principio, che tutti riconosciamo importante, di poter agire autonomamente sulla leva fiscale, secondo le esigenze, le specificità della nostra storia, della nostra cultura, della nostra geografia, del nostro popolo, della nostra demografia. Se lo Statuto è strumento per le politiche di sviluppo, anche questi anni non è che siano passati inutilmente.
Il senatore Delogu richiamava quanto sia importante per un'isola il controllo delle vie di comunicazione (via mare, via aerea) e il controllo della possibilità stessa e del diritto fondamentale di muoversi. Non abbiamo potuto modificare lo Statuto, non era nei nostri compiti, però certamente questo Statuto esistente, su cui abbiamo giurato nell'esercizio dei nostri poteri, abbiamo comunque cercato di attuarlo, e questo Consiglio regionale ha approvato una norma di attuazione sulla mobilità, sui trasporti, sulla base di una norma che si è dato sul trasporto pubblico locale, e quindi la possibilità finalmente di trasferire in capo alla nostra Regione la responsabilità sui trasporti interni, il trasferimento delle Ferrovie meridionali sarde, delle Ferrovie della Sardegna. E' grazie a questa norma di attuazione che oggi si potrà parlare più compiutamente di trasporto pubblico locale nell'area vasta da Cagliari, si potrà parlare più compiutamente di trasporto pubblico locale nell'area vasta di Sassari, si potranno avvicinare territori lontani come Senorbì e Isili e portarli ad abbattere i minuti di distanza da Cagliari.
Abbiamo fatto una battaglia per eliminare il monopolio della Tirrenia, una battaglia ancora senza successo, su cui forse ci darà una mano l'Unione Europea; come uno dei relatori stamattina richiamava, molte volte, anche nell'attuazione degli Statuti delle Regioni, nella conquista di maggiore autonomia, è venuta in soccorso l'Unione Europea. Anche questa volta certamente ci verrà in soccorso l'Unione Europea laddove boccerà il prolungamento della convenzione con la Tirrenia, perpetuando, ulteriormente, un disservizio che ormai scontiamo da decenni e fa sì che una parte importante della nostra Regione di fatto abbia negata, almeno in parte, la possibilità di trasferire, in maniera efficace ed efficiente ed economicamente valida, persone e merci per il resto del continente.
Il campanello d'allarme che vorrei suonare è che, mentre parliamo nei convegni, nei luoghi più diversi, di nuovo Statuto, di autonomia, non è mancato chi - pur da posizioni di responsabilità, importanti nel dibattito politico della nostra Regione - non abbia gridato allo scandalo, alla cautela, chiedendo perché prenderci la responsabilità del trasporto, le F.d.S., le Ferrovie Meridionali Sarde, e lasciarle allo Stato, in modo che se la sbrighi loro; o ancora chi si domanda che cosa vuol dire chiedere la cancellazione della convenzione con la Tirrenia ("Non facciamo salti nel vuoto, continuiamoci a tenere la Tirrenia che almeno qualcosa ci dà!"). Tutto questo per dire che a volte c'è una specie di autonomismo di maniera che subito è contraddetto quando si tratta di passare all'applicazione di assunzioni vere di responsabilità e di competenza.
Così come ho trovato ingiusto il richiamo fatto sulla modalità di finanziamento del sistema sanitario regionale. Il sistema sanitario regionale non è finanziato dallo Stato, in nessuna Regione, è finanziato dalle Regioni e dalle casse dello Stato, secondo diverse percentuali. Vorrei dire che, in realtà, è finanziato totalmente dalle Regioni, che poi in parte sono finanziate dallo Stato attraverso le assegnazioni del fondo unico; il sistema sanitario è quindi pagato dalle Regioni con fondi propri, con i fondi dell'IRAP e con assegnazioni dello Stato che sono la partecipazione al fondo unico, questo vale per la Sicilia. Gran parte delle Regioni a Statuto speciale in realtà finanziano la sanità già in maniera totalmente autonoma, quindi non partecipano più al fondo unico; quello che accadrà per la Sardegna, sulla base della nuova compartecipazione, è che la sanità verrà finanziata ancora dallo Stato, ma sulla base della nuova compartecipazione all'Imposta sul Valore Aggiunto che, dai 4 decimi quale era, passa ai 9 decimi.
E' la prima volta che accade in Italia, e anche questo va incontro a quella necessità di specificità dei diversi territori e anche dei diversi sistemi economici delle Regioni; noi siamo una Regione che consuma più che produce e l'IVA, però, per quanto gravi sui consumatori, è pagata e versata alle casse dello Stato maggiormente nei luoghi dove si produce, dove ci sono le imprese, per cui l'IVA che materialmente viene incassata dallo Stato in Sardegna, da parte delle imprese sarde, è meno della metà dell'IVA che invece i consumatori sardi pagano, quando vanno al supermercato o vanno a comprare qualunque cosa. Per la prima volta questo principio, che era stato riconosciuto anche dalla Commissione sul federalismo fiscale, viene fatto valere su una legge dello Stato, anzi nel nostro Statuto, dicendo che la compartecipazione all'IVA in Sardegna non sarà più sull'IVA incassata dallo Stato in Sardegna, ma sull'IVA (che è più del doppio) pagata dai consumatori sardi in Sardegna. Ecco perché possiamo molto agevolmente, molto felicemente, spostare il finanziamento della sanità sarda da un'assegnazione statale, attraverso il fondo unico, ad una assegnazione statale diversa che è il diritto alla compartecipazione all'IVA pagata dai consumatori della Sardegna.
Se lo Statuto è strumento per lo sviluppo, insomma, questo Statuto è stato aggiornato nella compartecipazione nelle entrate, nell'uso della leva fiscale, è stato aggiornato in tema di mobilità, in tema di trasporti, è stato fatto valere nel suo articolo 14 ed è stato ulteriormente e nuovamente aggiornato laddove questo Consiglio regionale ha approvato la norma di attuazione sull'articolo 14, il trasferimento dei beni demaniali, laddove la vecchia dizione dello Statuto faceva credere (a chi voleva credere, lo Stato) che avessimo diritto solamente per i beni acquisiti al patrimonio dello Stato antecedentemente al 1948, invece abbiamo finalmente determinato che quel principio sancito nello Statuto vale per tutti i beni dello Stato, non più utilizzati dalle amministrazioni dello Stato, anche eventualmente acquisiti dopo il 1948. Non solo abbiamo esteso, e quindi aggiornato lo Statuto, ma abbiamo finalmente, per quanto possibile, cercato di farlo rispettare. E' di poco più di un anno fa l'acquisizione della Manifattura Tabacchi dal patrimonio dello Stato, è di qualche giorno fa l'acquisizione dello stagno di Molentargius relativamente al "Recinto fiscale", sarà di dopodomani a Palazzo Chigi la restituzione di un lunghissimo elenco e sarà delle prossime settimane finalmente la restituzione di tutto quello che viene censito, parte del demanio dello Stato, illegittimamente ancora trattenuto nel demanio dello Stato.
Quindi c'è uno Statuto materiale che va avanti, però concordo con quello che ho sentito, cioè io non credo che lo Statuto debba servire solamente come strumento per il nostro modello di sviluppo, per il percorso di sviluppo, per le politiche di sviluppo e quindi di crescita del lavoro, che la nostra Regione si vuole dare. Io credo molto in uno Statuto che stabilisca dei principi, dei valori, come anche il senatore Delogu richiamava poc'anzi, che articoli ulteriormente i principi della Costituzione a cui l'attuale Statuto si lega. Possiamo noi in Sardegna articolarli ulteriormente, articolare dei valori ulteriori attorno ai quali ci riconosciamo, il popolo sardo si vuole riconoscere? Cosa abbiamo da dire, appunto, sulla lingua, sulla nostra storia, sulla cultura, sui beni culturali, sull'ambiente, sul paesaggio, sui diritti vecchi e nuovi? Io credo che sia prezioso fare quella discussione, sia prezioso arricchire il nostro Statuto di ulteriori principi e di ulteriori valori a cui poi anche la produzione normativa regionale si debba ancorare, in tema di semplificazione dell'amministrazione, in tema di semplificazione del sistema pubblico, in tema di efficienza, snellimento dell'amministrazione regionale, in tema di governo del territorio, in tema di diritti di accesso, in tema di diritti di sostegno alla persona. Tutto questo io credo debba essere fatto e quindi è prezioso che questa discussione sia portata avanti.
Per finire, così come ho iniziato, lo Statuto, nel suo senso più profondo, non è solo le sue norme, ma forse è l'anima o la politica che anima la coscienza di ciascun cittadino sardo. Ed è probabile, io credo altamente probabile, anzi ne sono convinto, che nella coscienza dei cittadini sardi, nella coscienza profonda dei cittadini sardi (anche quelli che oggi sembrano meno sardi, in realtà, sono sardi in maniera diversa) ci sia un senso molto più alto e molto più esteso dell'idea di essere cittadino della Sardegna oggi, in Italia e in Europa, e che l'epilogo della vicenda del popolo sardo non sia necessariamente quello di oggi, ma magari sarà un epilogo che non abbiamo ancora immaginato, e che comunque potrà essere diverso in un futuro, e magari in un futuro di Europa che ama le diversità, che ama le differenze, e che premia il valore delle Regioni.
(Applausi)
PRESIDENTE. Io penso che possiamo concludere a questo punto, questa giornata di lavoro, di riflessione, nella quale abbiamo cercato di individuare i confini, quelli giuridici, costituzionali ed economici, entro i quali si muove il nostro dibattito sul nuovo Statuto. Penso che le cose dette oggi possano essere messe a frutto e che alla politica spetti una responsabilità, che non è quella soltanto di approfondire aspetti giuridici, aspetti costituzionali, ma è anche quella di dare e di indicare delle soluzioni. Io non sono convinto, per esempio, che questa discussione, che si è aperta in Sardegna, fra chi sosterrebbe una scrittura dello Statuto più o meno vasta, più o meno estesa, più o meno ampia, sia affidabile al popolo piuttosto che a una sede più qualificata di democrazia delegata. Io penso che questa sia una falsa discussione, penso che il popolo non abbia mai scritto costituzioni, che si riconosca in principi e in valori che sono unificanti, che sono rappresentativi del suo sentimento e del suo spirito. Però penso che sia complicato per un popolo scrivere un testo articolato di tipo costituzionale.
Allora la politica non si deve sottrarre alla responsabilità di fornire, di interpretare, di dare, nel momento storico che attraversiamo, un'idea di come si intende modificare e riformare la nostra Costituzione che è lo Statuto. Che lo si affidi a dieci o che lo si affidi a una Consulta, come noi si diceva, o che dei Gruppi politici assumano l'iniziativa legislativa, è un fatto assolutamente mediabile e risolvibile. Penso che non possa essere un oggetto di discussione né di contrapposizione né un alibi per rinviare le responsabilità del Gruppo dirigente; in questo Consiglio regionale, in questa legislatura, la discussione è se il popolo possa intervenire e a quale punto possa intervenire.
Io rilancio da qui un'ipotesi, che discuterò con i Capigruppo nei prossimi giorni, che è quella di arrivare a una modalità di discussione su un testo, un testo anche dai caratteri ampi, di principi, di valori, non dettagliatissimo, un testo che poi possiamo benissimo sottoporre a una consultazione popolare ampia, e chiedere al popolo se si riconosca in questa griglia di principi e di valori, prima di farlo diventare una legge del Consiglio regionale, quindi prima ancora di farlo diventare un testo sul quale nel Parlamento si aprirà un confronto. Abbiamo oltre un anno di legislatura, c'è un testo già presentato, frutto del lavoro di un Comitato, di un gruppo che ci ha studiato, che ha approfondito, che avrà raccolto istanze, così come accade normalmente, oltre che la numerosissima e copiosissima discussione che, in questi ultimi vent'anni, almeno sull'argomento, si è sedimentata e stratificata.
Penso che ci sia materiale sufficiente perché il Consiglio regionale, in un tempo non troppo lungo, possa arrivare a discutere su un testo che, una volta condiviso nei suoi valori fondamentali, possa essere sottoposto a una sottoscrizione popolare, certamente a una consultazione popolare che gli dia tutto il valore di partecipazione e di democrazia che un testo così impegnativo deve avere. Quindi oggi rilancio questa proposta, che rende il lavoro che abbiamo fatto anche di utile indicazione per le forze politiche e i Gruppi che hanno responsabilità precisa di fronte al popolo sardo, che continuamente chiamiamo in causa, però chiamarlo in causa non significa affidare o restituire al popolo una palla che invece è nelle mani essenzialmente del Legislatore, dei Gruppi dirigenti della Sardegna.
Ringrazio i partecipanti alla tavola rotonda di questa sera, l'onorevole La Spisa, il senatore Delogu, il senatore Cabras e il Presidente della Regione Soru. Ringrazio ancora tutti i relatori di questa mattina, che gentilmente si sono resi disponibili per questa discussione con contributi fondamentali, ringrazio quelli ai quali non abbiamo consentito di parlare e di dare il loro contributo, e naturalmente tutti quelli che con pazienza hanno partecipato a questo nostro lungo e interessante lavoro.
(Applausi)
La seduta è tolta alle ore 17 e 06.
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