Seduta n.196 del 24/05/2006
CXCVI Seduta
(Antimeridiana)
Mercoledì 24 maggio 2006
Presidenza del Presidente Spissu
La seduta è aperta alle ore 9 e 41.
cherchi OSCAR, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta di venerdì 12 maggio 2006 (190), che è approvato.
PRESIDENTE. Comunico che il consigliere regionale Roberto Capelli ha chiesto congedo per la seduta antimeridiana del 24 maggio 2006.
Poiché non vi sono opposizioni il congedo s'intende accordato.
Annunzio di presentazione di proposte di legge
PRESIDENTE. Comunico che sono state presentate le seguenti proposte di legge:
Ibba: "Norme in materia di attività e servizi necroscopici, funebri e cimiteriali". (229)
(Pervenuta il 23 maggio 2006 e assegnata alla settima Commissione.)
Cherchi Oscar - Floris Mario: "Modifiche alla legge regionale 14 marzo 1994, n. 12 - Norme in materia di usi civici. Modifica della legge regionale 7 gennaio 1977, n. 1 concernente l'organizzazione amministrativa della Regione sarda". (230)
(Pervenuta il 23 maggio 2006 e assegnata alla quinta Commissione.)
Risposta scritta ad interrogazione
PRESIDENTE. Comunico che è stata data risposta scritta alla seguente interrogazione:
"Interrogazione Bruno, con richiesta di risposta scritta, sui beni del demanio dello Stato di Fertilia (Alghero)". (488)
(Risposta scritta in data 18 maggio 2006.)
PRESIDENTE. Si dia annunzio delle interrogazioni pervenute alla Presidenza.
CHERCHI OSCAR,Segretario:
"Interrogazione AMADU, con richiesta di risposta scritta, sui ritardi nella corresponsione degli stipendi ai dipendenti della Cooperativa per l'assistenza agli anziani (COOPAS) che prestano servizio presso la ASL n. 1 di Sassari". (506)
"Interrogazione CONTU - LICANDRO - PETRINI - LIORI - GALLUS, con richiesta di risposta scritta, sulla situazione dell'Ospedale civile di Cagliari San Giovanni di Dio e del Santissima Trinità". (507)
"Interrogazione AMADU, con richiesta di risposta scritta, sul blocco della legge regionale 19 ottobre 1993, n. 51, e successive modificazioni, sulle agevolazioni finanziarie in favore degli artigiani". (508)
"Interrogazione DAVOLI - URAS - PISU, con richiesta di risposta scritta, sulla grave situazione di crisi del comparto commerciale UPIM a Nuoro e Carbonia". (509)
"Interrogazione DAVOLI - URAS - PISU, con richiesta di risposta scritta, sull'intendimento di realizzare un nuovo impianto di termovalorizzazione dei rifiuti ad Ottana". (510)
PRESIDENTE. Si dia annunzio delle interpellanze pervenute alla Presidenza.
CHERCHI OSCAR, segretario:
"Interpellanza Oppi - Amadu - Biancareddu - Capelli - Cappai - Cuccu Franco Ignazio - Milia - Randazzo sui contributi alle università della Sardegna per l'istituzione di borse di studio per la frequenza delle scuole di specializzazione delle Facoltà di medicina e chirurgia e di medicina veterinaria". (163)
"Interpellanza Contu - Gallus - Liori - Petrini - Biancareddu - Rassu - Pisano - Amadu - Lombardo sulle dichiarazioni del direttore generale della ASL n. 8, dottor Gino Gumirato". (164)
"Interpellanza Licheri - Fadda Giuseppe - Lanzi, sul piano di ridimensionamento dei collegamenti Saremar Palau-La Maddalena". (165)
"Interpellanza Floris Vincenzo - Pirisi - Barracciu - Pittalis - Cucca - Davoli sulla preoccupante situazione economico-finanziaria nella quale versa l'amministrazione provinciale di Nuoro". (166)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la continuazione della discussione del testo unificato della proposta di legge numero 43 e del disegno di legge numero 85.
Ricordo ai colleghi che la Conferenza dei Capigruppo ha deciso di terminare l'esame del testo entro la giornata odierna, dimezzando i tempi previsti per gli interventi sia in fase di discussione generale sia in fase di esame degli articoli. Constatata l'assenza di numerosi consiglieri, sospende la seduta sino alle ore 10.
(La seduta, sospesa alle ore 9 e 45, viene ripresa alle ore 10 e 07.)
PRESIDENTE. Ricordo che chi interviene ha a disposizione dieci minuti.
E' iscritta a parlare la consigliera Corrias. Ne ha facoltà.
CORRIAS (D.S.) Signor Presidente, il disegno di legge numero 85 rappresenta la non più derogabile traduzione in legge del conferimento di funzioni e compiti amministrativi enunciato nel nuovo titolo V della Costituzione e conferisce alle regioni ed agli enti locali il giusto ruolo di protagonisti nell'esercizio di tali funzioni.
All'interno di una cornice istituzionale, in cui lo Stato vede affievolire il proprio ruolo di fronte all'importanza sempre crescente dei livelli comunitario e locale, è necessaria una misurazione puntuale ed efficace che indirizzi e coordini le diverse funzioni. Il disegno di legge numero 85 vuole avere appunto questo ruolo, è un disegno corposo composto da ben settantasette articoli, frutto di un lungo percorso di discussione, concertazione e correzioni che ha visto coinvolti tutti i soggetti in causa: dai rappresentanti delle parti sociali al Consiglio delle Autonomie. Bisogna sottolineare che, così come per la riforma dello Statuto, anche in questo frangente la Sardegna è in ritardo. Infatti mentre nelle regioni ordinarie il processo di trasferimento di funzioni e compiti è pressoché compiuto, la nostra Regione a Statuto speciale è ancora impegnata nel processo di adeguamento dei relativi ordinamenti ai principi innovatori del nuovo Titolo V.
E' perciò necessario tradurre in legge le formule organizzatorie fondate sul raccordo e la cooperazione tra i diversi livelli territoriali, in cui l'azione si deve indirizzare sempre meno verso l'intervento diretto, privilegiando un ruolo di indirizzo finanziamento e controllo. Le funzioni che richiedono l'esercizio unitario devono essere esercitate a livello regionale mentre tutte le altre vengono conferite agli enti locali da parte della Regione. Il presente disegno di legge naturalmente si dovrà integrare con la ricca legislazione recentemente approvata e in via di discussione, ad esempio nei settori del trasporto e del commercio.
Ma l'aspetto del disegno di legge che mi preme maggiormente sottolineare è il ruolo delle province. A causa della loro posizione intermedia tra comuni e regione le province sono gli enti che storicamente si sono trovati più in difficoltà ad affermare il proprio specifico ruolo. Per rimediare a questo il disegno di legge numero 85 attribuisce ad esse funzioni di tipo organizzativo, di controllo, di vigilanza e di programmazione oltre che funzioni amministrative nei loro settori di specifica competenza. Altre regioni hanno già provveduto in questo senso, ad esempio si può citare il piano regionale dello sviluppo economico della Toscana, con i programmi di sviluppo in ambiti territoriali locali il cui coordinamento è affidato alle province. O ancora: l'assegnazione alle province da parte della Regione Lombardia di compiti e funzioni, come la programmazione di aree industriali e di aree ecologicamente attrezzate.
Un ruolo di primaria importanza hanno naturalmente i comuni, che sono i veri protagonisti dell'amministrazione ed i diretti interlocutori dei cittadini. Ai comuni, proprio per queste loro caratteristiche, è attribuita in primis la funzione amministrativa, si parla perciò di livello comunale dell'amministrazione. E quindi il compito primario della Regione è coordinare e guidare il processo di riorganizzazione dell'amministrazione dei comuni. Grazie anche ai miei dieci anni di esperienza come sindaco sono testimone del fatto che i cittadini per primi sentano l'esigenza forte di un decentramento dei compiti e dei poteri amministrativi, di un loro avvicinamento alla realtà quotidiana.
Troppo spesso ho sentito in prima persona il peso dell'inadeguatezza per non poter agire prontamente ed efficacemente per rispondere alle aspettative dei miei concittadini, impossibilitata proprio dal rispetto di una rigida gerarchia nell'esercizio di funzioni che, nonostante riguardassero direttamente gli individui erano affidate ai livelli istituzionali più lontani da loro.
In questi anni ho osservato la crescente insoddisfazione per questa concezione del potere, ancora pervicacemente attaccata ad uno Stato e ad una Regione accentratori, mentre tutto, intorno, andava nella direzione opposta, di forte decentramento delle funzioni e autogoverno degli enti locali. Ed è quindi fondamentale attribuire a questi enti, nel rispetto della Costituzione, tutti i poteri necessari per renderli protagonisti di una vera rinascita autonomistica. Dopo tanti anni in cui si è tentato, con scarsi risultati, di rendere effettivo tale decentramento, finalmente oggi abbiamo la possibilità di concretizzarlo in una legge organica e ciò consentirà l'attuazione pratica del principio di partecipazione dei cittadini alla fase decisionale, consentendo così anche l'affermazione di una democrazia più ampia.
Per rendere tutto ciò possibile dobbiamo nutrire piena fiducia negli amministratori locali. Questa legge intende però instaurare tale rapporto di fiducia conferendo i poteri, le risorse, le competenze necessarie, con l'obiettivo di realizzare un reale equi ordinamento tra gli enti locali e permettere l'esercizio di un governo unitario nel rispetto delle diverse autonomie e specificità. Spetterà poi alla prassi quotidiana, alla politica, al confronto rispettoso ma serrato con le rappresentanze degli enti locali, tramutare la forma della legge in sostanza.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pittalis. Ne ha facoltà.
PITTALIS (Gruppo Misto). Signor Presidente, il testo unificato all'esame dell'Aula, è senza dubbio un ulteriore importante tassello che contribuisce se non a completare quanto meno ad arricchire il mosaico degli interventi relativi al conferimento di funzioni amministrative agli enti locali. Grazie al lavoro della Prima Commissione, della stessa maggioranza e al determinante apporto degli assessori Dadea e Sanna, approda in Aula un testo molto importante e molto atteso dal sistema delle autonomie locali; si tratta, anche in questo caso, di colmare un ritardo, o se si vuole una lacuna, in relazione all'attuazione di un precetto costituzionale che ha rafforzato notevolmente il ruolo riconosciuto agli enti locali i quali, sul piano delle funzioni amministrative, sono posti sullo stesso piano delle regioni e dello Stato e sono garantiti costituzionalmente da rischi di indebiti accentramenti regionali o statali.
E da qui, dunque, che parte l'ineludibile esigenza di ridisegnare le relazioni tra la nostra Regione e gli enti pubblici territoriali secondo il modulo ispirato al principium cooperationi, superando quindi quel modello neo centralista che per lungo tempo ha caratterizzato i rapporti tra Stato e Regione e tra Regione e enti locali. Si tratta di riconoscere il carattere originario delle autonomie locali, la loro piena partecipazione ai processi di costruzione anche del nuovo impianto autonomistico. E' dunque un obbligo per la legislazione regionale adeguare i propri principi e metodi alle esigenze dell'autonomia e del decentramento, ed è un compito al quale tutti dovremmo concorrere, maggioranza ed opposizione, anche approfittando della prossima occasione offerta dall'insediamento della Consulta per la riscrittura del nuovo Statuto. Quella sede dovrà infatti rappresentare il banco di prova per dare forma e contenuto al richiamato pari-ordinamento degli enti pubblici territoriali che, come a tutti noi è noto, è basato sul principio della sussidiarietà.
Ecco, bandite dunque le relazioni di sovra-ordinamento tra i livelli territoriali di governo, la Regione deve farsi garante di rapporti di collaborazione secondo equilibri sicuramente più consoni al modello cosiddetto federale (vi assicuro che qui non è richiamato il termine che come tutti sanno è ricco di polisemia, di diversi significati) sì da riconoscere agli stessi enti locali una vera e propria funzione di governo, che dovrà essere esercitata dagli stessi - quali interpreti in via esclusiva delle esigenze, dei bisogni e degli interessi della comunità territoriale - in piena libertà di decisioni, sia in termini di scelte politico-amministrative, sia sotto l'aspetto economico e finanziario.
E' noto che gli enti locali sono titolari di funzioni fondamentali, funzioni fondamentali proprie e funzioni fondamentali conferite; richiamo questa distinzione non tanto per farne oggetto di dibattito accademico (questo lo lasciamo ai cultori del Diritto costituzionale e degli ordinamenti regionali) ma perché a questa distinzione si accompagna anche un problema che non possiamo sottacere: quello delle risorse finanziarie.
Per quanto riguarda le competenze fondamentali proprie, noi sappiamo quali e quanti problemi il sistema degli enti locali, Province e Comuni, ha dovuto affrontare come effetto anche di malaccorte politiche di tagli indiscriminati, mi riferisco soprattutto alle ultime finanziarie nazionali che hanno drasticamente ridotto, in termini di quantità innanzitutto, le risorse verso il sistema delle autonomie locali. Tagli che hanno praticamente reso impossibile la stessa capacità di comuni ed enti di poter avviare politiche di sostegno (mi riferisco logicamente alla spesa di investimento) e addirittura di far fronte alle spese cosiddette obbligatorie o di parte corrente.
Se quindi già il quadro è davvero drammatico per le funzioni cosiddette fondamentali proprie, ecco, noi dobbiamo porci il problema per le funzioni che la Regione conferisce, trasferisce, delega al sistema delle autonomie locali. Allora io ritengo che, in questo trasferimento, non ci possa essere soltanto la voce della Regione, le funzioni, anche quelle conferite, devono essere condivise. Il sistema delle autonomie locali le deve condividere, e tanto più queste funzioni conferite saranno supportate da adeguati trasferimenti di risorse, io penso che tanto più le stesse saranno appunto condivise. E la Regione qui deve fare la propria parte. Non possiamo emulare o prendere a modello la finanza creativa del Ministro Tremonti; non possiamo prendere a modello le alchimie che si sono inventati, per cui, da una parte riducono la pressione fiscale sulle imposte dirette, mentre dall'altra gravano sul sistema delle autonomie locali, rendendo di fatto necessario un aumento delle aliquote per i tributi di propria competenza che rimangono però insufficienti per far fronte alla spesa.
Proprio questa mattina ho avuto modo di prendere visione di un documento approvato dalla conferenza dei capigruppo della Amministrazione provinciale di Nuoro, un documento che è stato inviato ai Presidenti dei Gruppi in Consiglio regionale e al Presidente del Consiglio regionale. Penso che il problema non possa e non debba essere sottovalutato, perché è una situazione che rischia di portare al collasso se non alla bancarotta (per usare il termine tecnicamente più adeguato) la stessa Amministrazione provinciale.
Ecco, io so che il tempo a mia disposizione è limitato e mi adeguo, però ritengo che già nell'approvazione di questo importante disegno di legge, noi dobbiamo anche porci il problema di come rendere possibile e agevole l'esercizio di quelle funzioni che vengono conferite; stiamo attenti a non gravare di ulteriori compiti i Comuni e le Province senza prevedere il necessario supporto finanziario. Già ora amministrazioni come quella della provincia di Nuoro hanno problemi per l'ordinarietà, immaginiamoci per tutto ciò che di nuovo deve essere aggiunto! Con questo spirito, comunque, di collaborazione, noi riteniamo che problemi come questo debbano essere affrontati e superati, e sono certo che su questo problema, che poi riguarderà sicuramente anche altre Amministrazioni provinciali, abbiamo il dovere di trovare le soluzioni più adeguate.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Oscar Cherchi. Ne ha facoltà.
CHERCHI OSCAR (Gruppo Misto). Signor Presidente, ci aspetta oggi un passaggio particolarmente importante, che sarà comunque, nel bene o nel male, destinato a lasciare il segno nel futuro della nostra Isola. Oggi siamo chiamati a discutere ancora una volta di una riforma, la riforma degli enti locali - così viene chiamata - che inevitabilmente inciderà sulla struttura istituzionale e più in generale sull'intera società sarda.
La legge sul conferimento delle nuove funzioni e compiti agli enti locali dovrebbe servire a ridisegnare tutta la rete di rapporti tra le amministrazioni ai vari livelli; quindi, una tappa fondamentale sulla strada riformista intrapresa da questa Giunta e da questa maggioranza, che soltanto in quest'ultimo periodo sta provando a schiacciare forte sull'acceleratore per recuperare il tempo perso nell'inizio della legislatura, quando si sonnecchiava un po' troppo. Una legge quindi, cari colleghi, che potrebbe lasciare il segno e dico "potrebbe" a malincuore, perché ancora una volta siamo davanti ad un provvedimento che non convince fino in fondo.
Tutti siamo consapevoli della necessità di ridefinire e riscrivere il ruolo e i compiti degli enti periferici, ma siamo altrettanto certi che sia sufficiente una serie di articoli, addirittura settantotto, per ottenere questo risultato? Io francamente rimango scettico! Io continuo ad essere critico, perché se da un lato è indubbio che una certa organizzazione vetusta, lenta, iper-burocratica (e chi più ne ha più ne metta, su questo non c'è dubbio) abbia urgenza di un suo snellimento, dall'altra parte mi sembra che il metodo utilizzato sia totalmente da rivedere.
Ora il collega Francesco Sanna, nella sua illustrazione, ha sottolineato che non si tratta né di un grande principio e tanto meno di un ministero in piccolo. La Regione, è vero, deve tenere per sé le cose importanti, riaffermando nei confronti degli enti locali un ruolo di responsabilità nelle scelte, secondo principi di sussidiarietà, di adeguatezza e di differenziazione. Detto così, chiaramente, tutto fila liscio, tutto va bene, ma proviamo a guardare oltre questa bella facciata: siamo davvero sicuri che i Comuni, anche i più piccoli, siano capaci di sostenere il peso di tutte queste competenze? Saranno capaci di organizzare concretamente secondo queste nuove direttive che il Consiglio oggi sta trasferendo?
Ora, non è che voglio fare ogni volta il guastafeste, ma francamente non credo che sia tutto così semplice, tutto così facile, come qualcuno da questi banchi della maggioranza vuole artisticamente dipingere. E' una questione delicata, difficile, estremamente delicata che apre scenari decisamente più ampi. Con questa tematica entra in ballo anche l'aspetto del centralismo, della necessità di allontanarsi da una griglia troppo rigida e dare vita a una sorta di federalismo tra istituzioni.
E allora, cari colleghi, c'è già un limite di partenza, questa intenzione stride fortemente con quanto si vive in quest'Aula. Questa Giunta, soprattutto il suo Presidente, non ha mai brillato per la volontà di decentramento, anzi, si è distinta soprattutto per la grande voglia accentratrice che finora l'ha sempre spinta a fare da sola, a non coinvolgere non soltanto l'altra parte della politica (noi della minoranza) ma, è ben più grave, nemmeno le parti sociali e in alcuni casi neanche la sua maggioranza.
Ora gli esempi si sprecano, penso alla legge "salvacoste", al piano paesaggistico calato dall'alto sui Comuni, alla legge sui parchi, ma anche al trattamento riservato alle nuove Province (che hanno tutte un governo di centrosinistra, non lo dimentichiamo) che una volta istituite non hanno avuto gli strumenti e le risorse necessarie per compiere i primi passi e per poter crescere. Eh, attenzione allora, potrebbero - non dico che sarà così - ma potrebbero anche coinvolgervi in una guerra giudiziaria.
Che dire poi di come, nell'ultima legge che è stata approvata, è stata affrontata la questione della Consulta? Io credo che, nonostante il collega Cugini con i suoi interventi molto spesso ci chieda collaborazione, mostri delle grandi aperture, io credo che questa capacità vera di dare spazio all'opposizione, di aprire per una collaborazione diretta e sincera, in realtà, nel vostro DNA non esista! E così è, e la dimostrazione si è avuta proprio con l'approvazione della legge sulla Consulta. Il mio timore è, a questo punto, che la Regione diventi matrigna - proprio come la natura di Leopardi - e non riesca a mantenere le promesse fatte.
Io provo - considerato il tempo breve a disposizione - a lanciare comunque una sorta di appello, un appello al buon senso: provate ad ascoltare e a coinvolgere preventivamente le parti sociali, le parti sindacali, la minoranza, la maggioranza; provate! Io credo che - e ne sono fermamente convinto - all'interno di questa legge siano stati commessi degli errori, come la norma finanziaria, che prevede che siano trasferite risorse pari alla media degli stanziamenti dell'ultimo triennio del bilancio regionale finalizzato a questi scopi. Faccio l'esempio della norma finanziaria, perché voglio sapere se la spesa storica, che è stimata in 60 milioni di euro, che chiaramente esclude il personale, che va calcolato a parte, sarà sufficiente per coprire l'onere che graverà sugli enti locali dotati di nuove funzioni.
Questa è una domanda che rivolgo a voi, perché voglio capire se i calcoli sono stati fatti realmente, perché gli stanziamenti sono praticamente gli stessi dell'ultimo triennio. Quindi, nel trasferire le nuove competenze, che cosa ci sarà di nuovo? Che cosa realmente le Amministrazioni potranno fare? E' tutto da scoprire. Io credo che errori gravi se ne stiano commettendo tanti e che camminare da soli con le proprie gambe, e a volte con un proprio pensiero singolare, comporti grosse difficoltà e grossi problemi. Io cito velocemente l'ultimo emendamento del "maxi-collegato" relativo al problema degli usi civici, quell'emendamento che, per parafrasare il mio collega Atzeri: "È un emendamento truffaldino e garibaldino", un emendamento fatto e firmato da chi non conosceva l'argomento, da chi non sapeva neanche che cosa fossero gli usi civici. Invece il Capogruppo della Margherita, l'onorevole Biancu (lo cito a titolo di esempio) nella speranza, magari, di portare dalla sua parte i sindaci che prima erano amici di altri, di accontentarli e dare in qualche modo delle risposte per poter dire: "Io sono il Capogruppo della Margherita, io sono in grado di coinvolgere la maggioranza e di far approvare quello che voglio". Ecco questo è un grave errore, è un problema che credo che questa maggioranza dovrà discutere a fondo. Noi siamo aperti a qualsiasi tipo di confronto ma molto probabilmente bisogna rivolgersi a chi conosce realmente l'argomento e farsi dare una mano da qualche consulente o da qualche tecnico che sa di che cosa si sta parlando, anche perché non è facile dare così delle risposte inserendo un articolo in una legge, che come ho già detto e ridetto più volte, interviene in una molteplicità di settori con una pluralità di norme inserite ed infilate una dietro l'altra senza capirne niente. Voi siete tra l'altro i paladini delle grandi leggi chiare, delle grandi riforme chiare; avete invece presentato un disegno di legge dove sfido qualsiasi cittadino della Sardegna a capirci qualcosa, tranne chi subdolamente, o in modo subdolo per essere chiaro, ha inserito norme che servivano a se stesso o forse a qualche suo amico.
Chiudo rivolgendo un appello alla minoranza: oggi vedo soltanto tre colleghi; credo, cari colleghi, che dovremmo essere più presenti. Dobbiamo stare in Aula per riuscire ad essere più incisivi e per dimostrare a questa maggioranza che sta lavorando non per la Sardegna ma contro i sardi, e contro tutta la nostra Isola.
PRESIDENTE. E' scritto a parlare il consigliere Giorico. Ne ha facoltà.
GIORICO (Gruppo Misto). Signor Presidente, Signori assessori, il testo unificato della legge che trasferisce funzioni amministrative agli enti locali soffre di un vizio di origine. E' una legge che nasce vecchia, nasce, infatti, su un'intelaiatura che fa riferimento allo spirito della "riforma" Bassanini, mentre per effetto della riforma del titolo V della Costituzione molte cose nell'ordinamento istituzionale e soprattutto nel rapporto fra Stato ed Enti locali sono cambiate!
Voglio dire che l'assegnazione delle risorse finanziarie del personale deve essere contestuale, altrimenti si profila il rischio di un paradosso: il trasferimento delle funzioni agli enti locali anziché avvicinare, secondo il principio della sussidiarietà, il cittadino alle istituzioni, potrebbe allontanarlo nel caso in cui le istituzioni, che chiameremo di prossimità, cioè i comuni e le province, si trovassero nell'impossibilità di esercitare in maniera compiuta le funzioni loro attribuite. Insomma, anziché colmare il fosso questa legge, rimanendo incompiuta sotto il profilo operativo, tenderebbe ad allargarlo.
A pagare il conto in questo caso sarebbero i cittadini e, in seconda battuta, comuni e province, che perderebbero quella immagine residuale di enti di prima linea, capaci di tendere l'orecchio ai bisogni della gente e di intervenire rapidamente. Questo i cittadini chiedono agli enti locali. Che considerano, giustamente, come l'amministrazione della porta accanto.
Credo che nella valutazione globale della legge questo aspetto non vada trascurato, tanto più che la legge non sembra avere certezze di risorse, e forse neppure una dimensione realistica delle stesse. Quanto competa in base alle funzioni trasferite, agli enti locali, è un dato ancora da accertare. Ricordo che la legge è partita senza copertura finanziaria e che solo in una seconda fase, quella della discussione in Commissione, c'è stato l'impegno della Giunta per la copertura. Ma il calcolo a mio avviso è da perfezionare, nel senso che se le funzioni sinora gestite unitariamente verranno in seguito divise fra una pluralità di soggetti cioè gli enti locali gestori, i costi saranno destinati ad aumentare.
In secondo luogo gli enti locali devono poter calcolare essi stessi il flusso di danaro in arrivo ed aver la certezza della disponibilità dello stesso. Ricordo come la Costituzione consideri residuale il sistema dei trasferimenti: gli enti locali - secondo l'articolo 119 - devono finanziare le funzioni assegnate attraverso entrate proprie - ipotesi che sfiora l'utopia - e con la compartecipazione ai grandi tributi erariali. L'aspetto più debole della legge sta dunque nel portare a regime la nuova architettura finanziaria nel tempo ragionevole per evitare che il ritardo soffochi la riforma "in culla".
Il secondo nodo da sciogliere riguarda l'assegnazione delle "braccia" per svolgere le funzioni assegnate, vale a dire il trasferimento del personale. Non conosciamo ancora i meccanismi nel dettaglio, ma sappiamo che lungo la strada si incontreranno ostacoli. Il punto di arrivo auspicato dal Consiglio delle autonomie in sede di audizione commissariale, è che sia evitato il pericolo di sperequazione, fra dipendenti pubblici che svolgono compiti pari livello. Ttutti noi sappiamo, infatti, che il sistema delle autonomie locali ha un contratto differente rispetto a quello dei dipendenti regionali; per questi ultimi più vantaggioso. Chi come me e come tanti altri colleghi, ha fatto esperienza negli enti locali, ha più volte toccato con mano il disagio normativo di questa situazione.
La Giunta regionale parla di armonizzazione - parola assolutamente vuota se non si definiscono i percorsi - e di progressivo avvicinamento. A parte la necessità di stabilire tempi certi sul risultato finale, ancora oggi io credo che esista qualche incertezza sul meccanismo da adottare. In altre parole occorre sapere se ciò possa avvenire sollevando le retribuzioni più basse in base ad un parametro da individuare e mantenendo ferme le altre, oppure trovando altre forme di compensazione che a me sfuggono.
Quello del personale è un nodo cruciale, a proposito del quale bisogna mettere in conto il trasferimento della sede di lavoro. L'esperienza recentissima delle nuove province, dove la mobilità è più limitata rispetto a quella che dovremo prendere in considerazione, ha registrato un generale insuccesso e induce quanto meno a riflettere. Vi sono peraltro situazioni opposte per i quadri dirigenziali degli enti locali, il cui contratto è più favorevole, rispetto ai regionali, anche queste situazioni dovranno essere riequilibrate, per i regionali.
C'è un altro punto debole della legge, sul quale è opportuna una brevissima riflessione: riguarda la cosiddetta tecnica del ritaglio da parte della Regione, che non trasferisce in blocco le funzioni ma tende a sovrapporsi all'attività degli enti locali con una mezza invasione di campo. Questo è un aspetto da chiarire subito, prima che la macchina si metta in moto. La Regione trattiene a se anche quegli indirizzi generali sull'applicazione delle funzioni, anziché limitarsi a tenere solo la programmazione, una scelta questa che dimostra come la burocrazia, a qualunque livello, ceda mal volentieri le proprie competenze, essendo le stesse inequivocabile strumento di potere e di forte senso della gerarchia.
Faccio un esempio che a me sembra significativo: nelle politiche di settore la Regione mantiene per se la competenza dell'erogazione dei contributi, privando gli enti locali, più attenti ai problemi del territorio, di una funzione sicuramente più efficace ed appropriata nella gestione delle risorse. Forse a malincuore ha ceduto qualcosa per la Pubblica istruzione e per l'Agricoltura, ma non più di tanto; la parte maggiore e più sostanziosa degli interventi resta nelle mani del potere centralizzato.
Queste sono le zone d'ombra della legge che discutiamo, ma la legge presenta anche aspetti decisamente positivi, non v'è dubbio: ha il merito di aprire nuove prospettive, di favorire il formarsi di nuove classi dirigenti che dovranno governare la riforma, acquisendo nuove competenze e professionalità. Le amministrazioni locali hanno registrato quasi sempre un deficit su questo versante, vivendo, soprattutto prima della riforma costituzionale, in una sorta di limbo per una specie di semitutela della gerarchia dello Stato, prevalente ed incombente sulle autonomie locali.
Ora le amministrazioni vengono svezzate, e dovranno imparare ad amministrarsi, ma le funzioni potranno essere assegnate in base al principio di completezza, vale a dire che i comuni dovranno dimostrare di avere spalle sufficienti per sostenere i nuovi oneri funzionali. Perché i piccoli comuni della Sardegna non siano tagliati fuori, dovranno mettersi, secondo me, insieme, aggregandosi in libere associazioni, per fare massa critica, uscire dall'ambito ristretto della municipalità. Sarà una scelta di maturità e di coraggio, oltre ad essere la sola via praticabile per non soccombere di fronte ad un mercato sempre più vasto e sempre più competitivo.
PRESIDENTE. Grazie onorevole Giorico. E' iscritto a parlare il consigliere Dedoni. Ne ha facoltà.
DEDONI (Riformatori Sardi). Signor Presidente, come è stato richiamato anche dal relatore dopo tanto tempo si è pensato di sanare uno squilibrio determinato dalla mancata attuazione da parte di quanto previsto dalla normativa nazionale.
Non è nuova la Regione Sardegna a tutto ciò. Io ho fatto per qualche lustro il sindaco di un piccolo comune, e ho avuto la fortuna di fondare l'ANCI Sardegna insieme al compianto Salvatore Ferrara e a Piero Tamponi, che allora era Sindaco in quel di Sassari, e da fondatore prima e commissario poi dell'ANCI mi sono reso conto che non era facile effettivamente poter dialogare con la Regione, che tutto aveva eccetto la disponibilità nei confronti delle autonomie locali.
Si è certamente vissuto un tempo di conquiste all'interno di questi rapporti e la Regione è riuscita per alcuni aspetti, anche perché molti consiglieri regionali erano anche amministratori locali, ad aprirsi verso le autonomie locali. Però il vizio di voler mantenere accentrato tutto all'interno della propria potestà non gli è mai passato, tant'è che oggi discutiamo di cose che dovevano essere già da tempo metabolizzate e poi consumate insieme alle autonomie locali.
Vedete, io amavo dire che l'autonomismo sardo non è un concetto astratto, è una realtà che si vive con la partecipazione di tutti gli spezzoni delle autonomie locali, essendo autonomia locale la stessa Regione all'interno dell'ordinamento statale. L'autonomia, l'autonomismo, è l'insieme di regione, province, comuni e aggregazioni tra più comuni. Se non c'è armonia nell'insieme non c'è possibilità di ben operare, di creare opportunità per i cittadini, di soddisfarli nelle loro esigenze. Così non è e abbiamo vissuto anche quando abbiamo parlato, qualche mese fa, di urbanistica, di pianificazione.
Anche in quell'occasione abbiamo tenuto lontano il sistema delle autonomie, come se Regione e autonomie locali fossero due cose distanti, distaccate; invece fanno parte di un unico sistema armonico. Non vi può essere sviluppo complessivo se non c'è questa armonia tra autonomie che ragionano e parlano fra loro. Allora, se maturiamo questi concetti possiamo certamente recepire le leggi nazionali armonizzandole con le necessità e le specificità di questa Isola.
L'altro giorno, quando richiamavo l'opportunità che si mantenesse in piedi l'attenzione di quest'Aula nei confronti della Assemblea costituente, non lo facevo per motivi di bandiera, ma perché, vivaddio, non è concepibile che una Commissione eletta da questo Consiglio approvi uno Statuto, scriva anche in modo egregio quelle norme, senza il contributo attivo e determinante dei cittadini. Io pertanto apprezzo l'assessore Dadea per la sua capacità, disponibilità, intelligenza politica nel proporsi nel dibattito in Commissione e in Aula, ma è necessario un raffronto ancora più forte, più attento, più puntuale, più preciso, tra le diverse istanze autonomistiche.
Sono, del resto, i piccoli comuni che fanno la Sardegna; è vero che il 42 per cento della popolazione sarda è concentrato in 20 comuni, ma il presidio del territorio è all'interno e nell'insieme dei piccoli comuni che costituiscono comunque l'80 per cento delle autonomie locali. Se non si capisce questo non c'è governo del territorio, non c'è crescita civile, non c'è possibilità di offrire risposte certe e autorevoli a quelle autonomie. Il Comune è la prima cellula della società, insieme alla famiglia, perché è quello più vicino alle esigenze e alle necessità del cittadino. Allora, il discorso della sussidiarietà, il discorso del federalismo interno, il discorso che bisogna costruire una Regione più aperta al cittadino, credo che siano tutti elementi di un discorso più ampio.
Non possiamo neanche sottacere il fatto - mi pare che anche qualche altro collega lo avesse richiamato - che nel complesso delle autonomie locali i dipendenti del comune, della Regione, della provincia hanno trattamenti giuridici ed economici differenti. Come si può pretendere che venga accettata dal personale la mobilità da un ente all'altro e se questo può comportare un peggioramento del loro status giuridico o economico? Io credo che si imponga necessariamente, una riflessione sulle differenze di trattamento stipendiale di questi lavoratori, perché l'autonomia locale in Sardegna, lo ripeto, è un tutt'uno.
Allora, se tutto ciò potesse essere di incentivo per approvare una norma più puntualmente attenta alle esigenze delle autonomie locali e in definitiva dei cittadini, credo che faremmo una cosa che aiuterebbe a far crescere la nostra Sardegna, a collocarla più agevolmente in un rapporto diverso con lo Stato italiano e ancor di più ad accogliere puntualmente le istanze europee. Io credo che da qui potremmo anche - e non è un discorso lontano da quello che viviamo tutti i giorni - capire che il passaggio cruciale di questa riforma è fare partecipi e compartecipi tutti i cittadini attraverso le proprie istituzioni locali gettando le basi per impostare un ragionamento più ampio, più articolato, più vero, più puntuale, che offra risposte effettive alle esigenze di occupazione e di sviluppo della nostra Isola.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Orrù. Ne ha facoltà.
ORRU' (D.S.). Signor Presidente, colleghi, nella discussione sui contenuti della nuova Carta statutaria, che ha accompagnato l'approvazione della istituzione della Consulta c'è stata, come è naturale, una grande attenzione al mutato contesto internazionale, al rapporto della Regione con lo Stato e con l'Unione Europea. Ma da diversi e numerosi interventi è stato giustamente sottolineato e messo a fuoco, invece, il problema di una riforma interna del nostro sistema autonomistico, di un rapporto diverso, più moderno, più aggiornato, più funzionale, tra la Regione e enti locali, tra la Regione e il suo territorio (prima ancora che verso l'universo mondo) che comporta, tra l'altro, il soddisfacimento dell'altra esigenza fondamentale di adeguare il nostro sistema di autonomia, il nostro Statuto di autonomia all'obiettivo di migliorare il rapporto tra amministrazione pubblica e cittadino, tra amministrazione pubblica e sistema produttivo, tra amministrazione pubblica e società. Tutto ciò superando quella Regione costruita, sessant'anni fa, o quasi sessant'anni fa, fedelmente sul modello statale, in cui al modello ministeriale si sostituiva il modello assessoriale. Questo sinora è - non esattamente così, ovviamente, con le modifiche introdotte - l'architrave sul quale è costruito il nostro sistema amministrativo è, con il resto del sistema autonomistico (comuni, province, e quant'altro) considerato alla stregua di utente o al più esecutore per delega; e abbiamo innumerevoli esempi di leggi delega, infatti.
Ora il testo oggi in discussione rappresenta, sotto questo profilo, un passaggio importante, io direi anche molto importante, nel processo di riforma amministrativa della Regione (al di là della quantità delle materie amministrative specifiche che verranno trasferite) che cerca di definire attraverso una legge organica il conferimento di funzioni e competenze della Regione ai comuni e alle province. Quindi un riferimento certo, una sorta di codificazione di principi ispiratori, validi anche per ciò che verrà. Si tratta di quel tassello mancante, insomma, al riordino del sistema degli enti locali sardi che il Consiglio regionale ha intrapreso in questi ultimi anni con l'istituzione delle nuove otto province, con il riordino del sistema associativo dei comuni per lo svolgimento di funzioni e competenze e con l'istituzione del Consiglio delle autonomie locali.
Ora su questo abbiamo discusso a lungo, quasi si trattasse di due scuole di pensiero: vengono prima i contenuti, e quindi le competenze amministrative, la dislocazioni dei poteri e poi "i contenitori" amministrativi oppure viceversa? Abbiamo, come è noto, almeno in parte optato per la seconda possibilità; abbiamo costruito, in qualche misura, prima i contenitori e poi abbiamo fatto seguire il conferimento delle competenze. Ma il fatto importante è che, finalmente, comunque tutti e due i momenti si ricompongono in un blocco di strumenti legislativi in grado di attrezzare la debole e sfilacciata intelaiatura dei comuni sardi per assolvere meglio, con più efficacia e con più tempestività, alle numerose e complesse funzioni cui sono e saranno chiamati a svolgere soprattutto nel prossimo futuro.
Intanto, questo strumento ci permette di adeguarci a quel quadro legislativo nazionale che ha già introdotto il principio di decentramento e di avvicinamento dei servizi amministrativi al cittadino, che aveva già introdotto il principio di sussidiarietà e di avvicinamento dei servizi amministrativi al cittadino in modo diffuso su tutto il territorio nazionale e anche nella nostra Regione. Noi ci arriviamo, tuttavia, per molte materie, con otto anni di ritardo, e pur comprendendo, insomma, il senso, come dire, assolutorio di chi sostiene (anch'io l'ho sostenuto diverse volte) che forse non tutti i mali vengono per nuocere (nel senso che arrivando si fa tesoro degli errori o compiuti in altre realtà) tuttavia, i ritardi ci sono e pesano sulla efficacia della nostra macchina amministrativa.
Il provvedimento in esame contiene intanto rispetto al quadro legislativo disegnato dal decreto legislativo numero 112, cosiddetto "decreto Bassanini", tre dei titoli in esso contenuti e cioè: sviluppo e attività produttive, territorio e ambiente, servizi alla persona; manca quindi la polizia amministrativa. Dopo il 25 giugno vedremo se questa polizia amministrativa comprenderà anche la polizia regionale; questo non è dato ancora sapere, poi lo valuteremo. Questo argomento è stato rinviato, ovviamente, a un provvedimento specifico.
Non si tratta dell'unica eccezione: diverse altre funzioni amministrative si è scelto di affidarle, appunto, a leggi di settore o si è intervenuti per armonizzare il disegno di legge numero 85 ai provvedimenti approvati ad esempio recentemente dal Consiglio regionale. Mi riferisco alla legge regionale numero 23 sui servizi socio-assistenziali, alla legge sul commercio, alla legge sui trasporti, alla stessa legge Arpas, in qualche misura, e che contengono, com'è giusto d'altra parte, una più puntuale ed analitica definizione delle competenze nonché degli strumenti normativi, organizzativi e finanziari di Regione, Province e Comuni. Quindi, più che un convoglio sterminato - come dire - di funzioni, si è preferito conferire un primo blocco rilevante di competenze amministrative, concentrando molto l'attenzione su un disegno d'insieme cui riferire l'attuazione del principio di sussidiarietà ed adeguatezza nell'attribuzione di poteri, funzioni e risorse, privilegiando ovviamente (non mettendoli sullo stesso piano ma privilegiando, in ogni caso) gli enti locali, e cioè i Comuni e le Province.
Si tratta, insomma, dell'applicazione del principio sancito dall'articolo 118 della Costituzione che ha ribaltato sostanzialmente il sistema centralista, attribuendo le funzioni amministrative ai Comuni salvo che, per assicurare l'esercizio unitario, siano conferite a Province, Regione e Stato. E' esattamente quanto contenuto nell'articolo 4 del disegno di legge numero 85 che attribuisce la generalità delle funzioni amministrative ai Comuni, salvo che, per garantirne appunto l'unitarietà, siano riservate alla Regione alcune materie specifiche... ma solo quelle espressamente indicate dalla legge, non il contrario com'era avvenuto sinora; comunque sempre sulla base di procedure di concertazione e su quanto stabilito dalla legge numero 1 del 2005.
Per concludere, è evidente che il passaggio - pur con la progressività prevista - sarà comunque un'operazione molto complessa, affatto priva di conflitti, di contraddizioni, di ostacoli; per questa ragione si rendono necessarie procedure attuative in cui il metodo della concertazione e della collaborazione tra i vari livelli istituzionali costituisce l'elemento decisivo per attribuire, in tempi ragionevoli efficacia operativa al nuovo sistema amministrativo. E' un auspicio in qualche misura "buonista", ma ad ogni buon conto io penso che abbiamo fatto bene a precisarlo e ad affermarlo con chiarezza in un articolo della legge (l'articolo 8) e non ad affidarlo, come dire, alla comprensione, che storicamente non c'è stata, dell'amministrazione regionale.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Gallus. Ne ha facoltà.
GALLUS (Fortza Paris). Signor Presidente, colleghe e colleghi, con il testo unificato in materia di conferimento di funzioni agli enti locali oggi, finalmente, ci avviamo a colmare un vuoto che, per una Regione a Statuto speciale come la nostra, assume un significato ancora più rilevante e qualificante. Come è infatti risaputo, con la modifica del Titolo V della Costituzione, Stato, Regione, Province e Comuni sono entità parificate e quindi si rende necessaria una nuova codificazione normativa dei rapporti che tra esse intercorrono, correggendo le attuali gerarchie.
In Sardegna, come dicevo innanzi, questa esigenza è maggiormente sentita perché, a fronte di sessant'anni di cultura autonomistica, i rapporti fra Regione ed enti locali - laddove per essi si intendono soprattutto i Comuni - sono improntati da una politica regionale ancora fortemente centralista e accentratrice. Eppure i Comuni sono il vero motore pulsante, dove si forma e attua il principio di autogoverno del popolo sardo, in un sistema che non sempre ha saputo rispettarli e valorizzarli per quello che effettivamente rappresentano. Sono i Comuni, infatti, che, con la loro approfondita e diretta conoscenza delle tematiche che scaturiscono dai territori, possono divenire il volano del nuovo modello di sviluppo. I sindaci e gli amministratori locali costituiscono il primo valido punto di cerniera e contatto tra i cittadini e le istituzioni; a loro spetta di difendere e promuovere le esigenze che provengono dalla società, risolvere le problematiche e farsene interpreti presso le altre istituzioni.
Ho detto "risolvere le problematiche", tasto dolente per i sindaci in prima linea che devono dare risposte alle proprie comunità, perché se è vero che a volte le richieste sono irricevibili è altrettanto vero che quando non lo sono, i poveri amministratori, nella maggior parte dei casi, non hanno né i mezzi né le risorse per poter almeno tentare di soddisfarle; e da qui nascono conflitti sociali e personali tra amministratori ed amministrati, che portano i cittadini ad allontanarsi dalle istituzioni (non ci credono nelle istituzioni!) e talvolta a trascendere con azioni e atti che tutti noi conosciamo.
Certo, poi c'è la solidarietà da parte di tutti, la qual cosa, credetemi, se da un lato può far piacere dall'altro acuisce ancor di più l'amarezza, la rabbia e il senso di solitudine e di impotenza degli amministratori seri e onesti. E' proprio per questo che io mi sarei aspettato delle aperture più coraggiose e incisive, tali perlomeno da mettere i nostri Comuni e i loro amministratori nelle condizioni ideali per svolgere al meglio il ruolo che sopra richiamavo, cioè quello di primo nucleo di autogoverno della Sardegna.
Non basta infatti, colleghi, trasferire ruoli e competenze agli enti locali che oggi, lo voglio ricordare, in virtù delle modifiche costituzionali intervenute, sono chiamati a svolgere compiti più vasti e con accresciute esigenze finanziarie, se poi, al contrario, la filosofia che muove la Giunta regionale è quella che sia l'ente matrigna - la Regione in questo caso - a concedere dall'alto e graziosamente poche limitate competenze, mantenendo per sé un potere di controllo e indirizzo che ormai è fuori da qualsiasi logica.
Insomma, lo Stato in questo caso ha riconosciuto ai Comuni e alle Province un ruolo che ancora oggi la Regione stenta a riconoscergli. Un po' di coraggio in più non guasterebbe, avrei infatti guardato con favore ad un'iniziativa volta a creare un serrato confronto tra Regione, Province e Comuni, affinché ognuno decidesse le proprie competenze e limiti in modo paritetico e condiviso e fosse disegnato con maggiore chiarezza il quadro delle risorse finanziarie di ogni ente, in modo tale che ciascuno potesse contare su entrate certe per effettuare un minimo di programmazione, necessaria per svolgere al meglio la propria funzione istituzionale.
Non era e non poteva essere sufficiente il tavolo tecnico istituito tra Regione ed enti locali, in quanto la proposta che è scaturita dal disegno di legge della Giunta regionale, per quanto rispettosa dei deliberati, non è stata così incisiva come ci si attendeva. Una Giunta più attenta alla nostra tradizione autonomista e federalista avrebbe dovuto sfruttare al meglio l'occasione, non per promuovere un semplice decentramento di funzioni, ma per attuare, partendo dal basso, con il coinvolgimento attivo di Comuni e Province, una profonda azione di riforma con il conferimento di vere e proprie competenze in maniera esclusiva e dove le sfere di potestà fossero limitate solo dal principio della solidarietà regionale e della distribuzione perequativa delle risorse, funzione che deve restare esclusivamente in capo alla Regione.
Oggi viviamo una situazione drammatica sotto il profilo finanziario, sia per quanto riguarda la maggioranza dei Comuni sardi sia per le Province, in particolar modo quelle di recente costituzione. I troppi e gravosi compiti che questi enti, definiti (con un brutto neologismo) intermedi, sono chiamati a svolgere non consente loro di rispondere all'esigenza di fornire un supporto adeguato ai propri amministrati, sia in ordine servizi, sia alle politiche sociali e di intervento necessarie per disegnare nuovi modelli di sviluppo per i propri territori. Se a questa endemica carenza di risorse si aggiunge la nuova politica di, passatemi il termine, "integralismo ambientalistico" che sta attuando la Giunta regionale (impedendo di fatto ai Comuni di effettuare una seria pianificazione territoriale e arrivando perfino ad ostacolare la creazione di un minimo di infrastrutture nelle nostre campagne) ci rendiamo conto della situazione di estremo disagio che i Comuni attraversano.
Adesso vorrei spendere ancora qualche parola per le Province, un ente a torto spesso ritenuto inutile, che invece può svolgere un ruolo essenziale che oggi, ancora parzialmente, attraverso la presente proposta di legge gli viene riconosciuto. Non dimentichiamoci, infatti, che la vastità del nostro territorio, a fronte di una scarsità di insediamenti antropici, rende necessaria la presenze di entità più vaste dei Comuni che si occupino delle politiche collegate ai rapporti intercomunali e tra questi centri e la Regione. Però anche le Province, per poter operare al meglio e con maggiore incisività, devono poter contare su risorse certe, mezzi e strutture adeguate.
In conclusione, anche se nella legge ci saremmo aspettati qualcosa di più questa proposta costituisce comunque un importante passo in avanti. Mi auguro che, con l'opportunità di riscrivere la nostra nuova Carta statutaria, le carenze che nel corso del mio intervento ho evidenziato possono trovare rimedio attraverso l'adozione di uno strumento di reale autogoverno del popolo sardo.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Lai. Ne ha facoltà.
LAI (D.S.). Signor Presidente, in questi giorni, ascoltando il dibattito e pensando a quello che stavamo facendo, ho avuto la sensazione che stessimo correndo un rischio: e cioè che stessimo affrontando questo disegno di legge, un po' come è stata affrontata nella scorsa legislatura l'istituzione delle otto Province e cioè (voglio cogliere, in qualche modo, alcune delle sollecitazioni provenienti dal collega Diana, che ha partecipato con impegno al dibattito, avanzando anche proposte che giudico assolutamente interessanti) senza percepire che ciò che stiamo facendo può mutare le condizioni di vita quotidiana delle persone.
Stiamo in qualche modo sottovalutando il processo, e quindi per questo rinunciando a renderlo ambizioso quale è. Mi sembra quasi che la stiamo accettando senza entusiasmo, quasi come un fatto in qualche modo ineluttabile, come se fosse solo l'applicazione, con otto anni di ritardo, dei "decreti Bassanini" che nella maggior parte delle Regioni, sono già vitali, operativi e hanno anche garantito dei cambiamenti importanti.
Ora, io non mi sento di offrire un apporto a questo disegno di legge giustificandolo come: "visto che ci sono già le otto Province, tanto vale che gli diamo qualcosa da fare". A me sembra un'impostazione delittuosa e anche pericolosa, soprattutto perché, se insieme alle otto nuove Province, abbiamo anche avviato una stagione di concertazione, di partecipazione degli enti locali (la Consulta delle autonomie, la Conferenza Regione-enti locali ecc.) il pericolo è che noi apriamo una stagione che non è di partecipazione ma di perenne conflitto, e ciò non ci verrebbe perdonato se non lo facessimo con la giusta responsabilità e tenendo conto delle difficoltà che dobbiamo affrontare.
Il rischio è quello di un processo attuato a metà, con solo i danni della devolution per la quale dobbiamo votare tra qualche settimana (per respingerla, io penso, tutti quanti insieme) senza dotarci invece di una struttura istituzionale adeguata. Io penso, invece, che ci si stia aprendo un'opportunità, che è quella di avviare una nuova epoca di partecipazione alle scelte da parte dei cittadini, perché questo progressivo ribaltamento di competenze dallo Stato e dalla Regione alle autonomie locali, è la risposta obbligata ad una legittimazione sempre più debole delle istituzioni centrali, e parlo dello Stato come della Regione. Ed è solo l'istituto presidenziale, nel caso delle Regioni, che sta in qualche modo aumentando di legittimità a fronte di una graduale debolezza e perdita di legittimazione dell'ente regionale.
Ora, se chi dice di essere in qualche modo un presidenzialista, sia pure moderato, oppure un parlamentarista, non affronta il tema della legittimazione della Regione come elemento istituzionale che riequilibra la posizione di forza del Presidente dovuta all'elezione diretta e alla conseguente legittimazione popolare, il rischio è quello di creare un gap tra un'istituzione presidenziale forte e una Regione invece delegittimata. Allora, quello che viene in qualche modo come conseguenza è l'esigenza di mettere in piedi un percorso che sia in grado di restituire interesse alle scelte pubbliche.
Non abbiamo altra strada che quella netta, e se possibile ancora più netta, che stiamo percorrendo, e cioè riavvicinare le scelte gestionali ai cittadini, distinguendo quelle di governo e di regolazione in capo alla Regione. La Regione, quindi, distinguendo i propri processi regolativi da quelli decisionali si situa in un profilo più alto al quale i cittadini possono guardare senza dover inseguire i singoli consiglieri regionali come se fossero sostanzialmente depositari delle loro prospettive di vita.
Io penso che il gioco che noi stiamo facendo passi anche attraverso queste regole; i cittadini chiedono che la Regione non sia più uno Stato in miniatura ma un regolatore dell'attività dei centri di potere diffusi in particolare degli enti locali. E secondo me quello che stiamo disegnando è proprio un processo di integrazione istituzionale e politica di regioni ed enti locali che costituisce il nuovo sistema regionale. Ed è un sistema-istituzione integrato in questa separazione tra scelte di governo e regolazione che sono della Regione e l'attività gestionale che va agli enti locali.
In questo va anche evitata la co-gestione, perché il rischio della co-gestione non è soltanto tra Esecutivo e Consiglio regionale; spesso il rischio nella co-gestione (che è cosa diversa dalla partecipazione e dal confronto) è tra enti locali e Regione; è per questo che deve essere netta la distinzione tra la funzione regolativa di governo e quella gestionale. E anche alcune partite che si stanno affrontando in questo momento sarebbero meno difficili da affrontare se questa distinzione fosse chiara.
Io penso che sia necessario - forse non abbiamo dibattuto abbastanza - che la gerarchia netta tra le funzioni che ognuno deve svolgere veda in questa legge un primo passo, ma il primo passo deve accelerare in tempi rapidi il processo, perché in alcune materie la distinzione non è così netta, perché immaginiamo strutture o autonomie locali ancora fragili rispetto alla possibilità di assumere questo ruolo. Ecco noi dobbiamo evitare che questo processo sia lungo, perché quanto più sarà lungo e tanto più si aprirà una stagione di conflitti tra istituzioni che sono parimenti legittimate. E lo dobbiamo fare in fretta per avviare al più presto quel percorso di nuova legittimazione della Regione attraverso la distinzione delle funzioni di governo da una parte e di gestione dell'altra.
Noi non possiamo permetterci di aprire una fase in cui la legge che ci accingiamo ad approvare, sia inefficace generi confusione negli amministratori e negli amministrati e generi anche disfunzioni nella risposta ai cittadini. Perché il disegno sarebbe confuso e incomprensibile e soprattutto rischierebbe di essere in qualche modo un funerale; e siccome io non sono tra quelli che pensano che questa legislatura debba costituire il funerale delle nuove province, vorrei che non fosse neanche il funerale della devolution interna.
Dico devolution perché, al contrario di quello che pensiamo, questo disegno è percepito da molti come il primo disegno di vero federalismo interno: la "nostra" devolution. E' e per questo che vale la pena, come ha fatto bene qualche collega anche della minoranza, assumerci la responsabilità che ci viene dalla funzione. Perché è un processo talmente ambizioso e delicato che stiamo iniziando con una certa fatica ma al quale non potremo permetterci di sottrarci. E dobbiamo entrare nel merito perché non solo la cornice deve essere definita, ma anche tutto il processo di sviluppo di realizzazione della legge. Ora faccio tre osservazioni per finire sotto questo aspetto.
La prima è questa: è vero, c'è timore di una Regione matrigna, e ciò va evitato con il supporto di tutti. Però partiamo da questa fatto: ciò che noi approviamo con questa legge è una riforma che è la più vicina, tra quelle che metteremo in piedi, anche con la legge statutaria, è la più vicina alla vita quotidiana dei cittadini. Allora sia perché i servizi che spostiamo, mutiamo, fanno parte della quotidianità lavorativa di molti (penso al commercio, all'ambiente, all'artigianato, al sistema scolastico e formativo) sia perché molti di questi di questi servizi incidono anche sulla qualità della vita, su ciò che fanno i nostri figli, i nostri fratelli, i nostri padri (dalla cultura allo sport), questa operazione richiederà un cambio di relazioni, di riferimenti, che muteranno anche i modelli organizzativi delle associazioni e dei singoli.
Insomma, questa è una Regione nella quale si fa la fila anche per avere un finanziamento, per un intervento culturale, per un intervento per lo sport; e da tutta la Regione si fa la fila per ottenere questo. Noi stessi siamo mediatori di questa esigenza. Questa è poi la configurazione della Regione, come almeno viene in qualche modo percepita. E' chiaro che quanto più sposteremo dalla Regione questa gestione della spesa, tanto più questa Regione crescerà nella perorazione dei cittadini, e i valori che vogliamo praticare nello Statuto diventano evidenti.
Seconda osservazione: serve molto coraggio, e serve soprattutto sapere che bisogna investire sulle province, perché sono i soggetti più fragili, ma sono gli unici che in questo momento possono raccogliere la sfida. La diversità dei comuni in termini di dimensioni rende infatti spesso non praticabile affidargli tutte le funzioni.
Ultima osservazione, proprio rapidissima: dobbiamo evitare di trasferire ai comuni e alle province (un concetto, che cercherò di sviluppare meglio un altro momento) funzioni e architetture istituzionali che consideriamo già vecchi per le regioni. Insomma, noi ragioniamo di agenzie regionali; forse, dobbiamo anche riflettere se gli stessi strumenti non siano strumenti operativi di cui occorre dotare anche istituzioni che altrimenti non possono fare quello che noi non abbiamo saputo fare come Regione.
PRESIDENTE. L'onorevole Uras ha un problema vocale, pertanto consegna il suo intervento scritto agli atti. E' iscritto a parlare il consigliere Pinna. Ne ha facoltà.
PINNA (Progetto Sardegna). Signor Presidente, credo che il testo unificato oggi all'esame del Consiglio regionale che, come è stato ricordato da Francesco Sanna nella relazione introduttiva, nasce dall'incontro di una proposta di legge del Gruppo consiliare di Alleanza Nazionale con un disegno di legge presentato dalla Giunta, sia uno strumento importante. Uno strumento importante tanto in ordine, se così possiamo dire, all'architettura istituzionale di questa Regione tanto, per quel che attiene la vita del sistema complessivo delle autonomie locali. Come voi ben sapete, infatti, nel testo i primi 12 articoli concernono principi importantissimi, gli altri articoli, dal 13 sino al 78, affrontano problemi più pratici di carattere gestionale e non solo. Come è stato detto, è un testo che ha una storia lunga: prima la Giunta, poi la prima Commissione se nne sono occupate a lungo e crediamo che costituisca un buon punto di partenza. Siamo perfettamente consapevoli che all'interno di un processo, un processo che attiene, per alcuni versi, alla nuova definizione del concetto di Regione, non solamente in rapporto con lo Stato ma in rapporto anche con il sistema dell'autogoverno locale.
E' questo un primo aspetto importante che non possiamo non prendere in considerazione, e devo dire che proprio di questa nuova idea di Regione si occupa in modo particolare anche la legge statutaria (che la prima Commissione ha iniziato ad esaminare) che non solamente nel preambolo ma anche in alcuni, articoli definisce meglio, quasi raccoglie una storia lunga di sessant'anni e ripensa l'idea stessa di Regione. Però è anche importante il riferimento che viene fatto all'idea, al concetto di autonomie locali. Non a caso voi avete avuto modo di notare che tra i pareri più significativi che la prima Commissione ha ricevuto vi è anche il parere licenziato dal Consiglio delle autonomie locali, che rappresenta il luogo istituzionalmente più significativo, così come è disegnato dall'articolo 123 della Costituzione, per la formulazione del parere; ed è un parere articolato, un parere se volete anche preoccupato, ma anche molto responsabile. Perché?
Perché voi sapete perfettamente che il disegno di legge nasce da una precisa responsabilità: nel '98 il decreto legislativo numero 112 dava applicazione alla legge numero 59 del 1997, e nel 2001, poi, la norma di attuazione, il decreto legislativo numero 234, stabiliva che la Regione Sardegna avrebbe dovuto recepire tutta la normativa in materia di nuovi trasferimenti di competenze. Però il 2001 è stato un anno significativo, proprio perché a seguire quasi il decreto legislativo del 1998 è intervenuta la riforma costituzionale, è stato rivisitato il titolo V, in modo particolare in riferimento agli articoli numero 114, 117, 118 e 119. In modo particolare l'articolo 114 ha ripensato l'architettura complessiva dello Stato, operando una distinzione tra lo Stato ordinamento e lo Stato apparato.
Lo Stato ordinamento coincide con l'esperienza repubblicana, lo Stato apparato è un pezzo dello stato ordinamento, da cui è nato il principio della equiordinazione che stabilisce competenze specifiche allo Stato, alla Regione, alle province, alle città metropolitane e ai comuni. Per cui, il testo che noi stiamo approvando è vero che viene approvato con molto ritardo, però è un testo che fa sintesi di due atti: le "leggi Bassanini" e la riforma del titolo V. L'idea di Stato nella quale si sono mosse le "leggi Bassanini" è stata infatti successivamente superata e integrata e modificata dalla riforma del Titolo V. Bisogna pertanto stare molto attenti nel leggere i primi articoli del testo unificato, proprio perché i primi articoli recuperano sostanzialmente questo ritardo.
Questi primi articoli devo dire (non lo faccio per semplice piaggeria, perché sono nati da un confronto serio su una proposta di legge presentata da un gruppo della minoranza) rappresentano la risposta matura e intelligente di una Regione che vuol far sì che questa legge non sia semplicemente l'applicazione di una norma di attuazione, ma sia proprio la risposta attraverso la quale noi cerchiamo di riorganizzare la Regione, secondo modelli che, come opportunamente ha detto Silvio Lai, devono essere anche trasformati, integrati e modificati.
Le preoccupazioni che sono state evidenziate nel corso del dibattito sono anche le nostre; voi sapete che nella legge statutaria, per esempio, abbiamo previsto all'articolo 11, anche un riferimento al personale. Ci rendiamo conto, infatti, che il trasferimento di competenze di funzioni significa anche un successivo o un conseguente trasferimento di personale; per cui il problema del personale è una difficoltà, ne siamo assolutamente consapevoli, però crediamo che questo processo, che risponde a quella logica che, è stato detto, è anche di nuovo federalismo interno, non può essere in alcun modo bloccato.
Voi sapete benissimo che sia i due articoli 10 e 11, ma anche l'articolo 77 e l'articolo 78, in qualche modo introducono, sotto questo punto di vista, il principio della gradualità. Però, credo che vi siano dei punti fissi. Ha ragione forse l'onorevole Diana, quando ha affermato nel suo intervento: "La struttura di questo testo unificato mette sempre all'inizio la Regione". In effetti prima la legge stabilisce le competenze della Regione, poi le competenze delle Province e alla fine si arriva alle competenze dei Comuni".
Tra l'altro, vorrei dire che non siamo in presenza di un trasferimento a pioggia: l'articolo 118, proprio in riferimento alla sussidiarietà ma anche alla differenziazione e all'adeguatezza, fa sì che vengano trasferite competenze in presenza di condizioni anche particolari. Però, al di là di questa annotazione, che non risponde ad una logica gerarchica, noi crediamo che proprio i primi articoli ci aiutino a comprendere l'importanza di questo testo di legge. E' un testo che mette al centro le Province, ed è un testo, specialmente all'articolo 6, che in qualche modo integra, arricchisce la legge numero 12 del 2005. E' quindi un testo che ci aiuta a comprendere come deve funzionare la collaborazione, l'associazione, la nuova esperienza di organizzazione del sistema degli enti locali.
Io dico, benissimo, prendiamo in considerazione i problemi e le difficoltà che ci sono, però siamo altrettanto consapevoli del fatto che l'approvazione di questa legge, che è importantissima, rappresenta la prima fase di un processo di riorganizzazione verticale dell'alto, se volete, ma anche una riorganizzazione che parte dal basso.
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Pinna. Onorevole Cassano, prego.
E' iscritto a parlare il consigliere Licheri. Ne ha facoltà.
LICHERI (R.C.). Signor Presidente, Assessori, onorevoli colleghi, il fatto che la prima Commissione abbia impiegato circa un anno per costruire il testo del disegno di legge numero 85, sul trasferimento di compiti e funzioni agli enti locali, testimonia la complessità di una legge che si pone l'obiettivo di riordinare tutto il sistema amministrativo e diverse funzioni regionali, per adeguarle ai mutamenti intervenuti nel corso degli anni ed in particolare nelle riforme introdotte dai decreti Bassanini e dalla modifica del Titolo V della Costituzione, riforma, quest'ultima, che il mio partito, a livello nazionale, per varie ragioni, non ha condiviso, ma che ha posto comunque problemi che richiedevano un intervento.
Questo disegno di legge, che va a colmare un vuoto normativo per troppo tempo protrattosi, è parte integrante del disegno politico stabilito sin dal programma, elettorale e dal processo riformatore avviato in questa legislatura. Esso interviene a rafforzare il sistema delle autonomie locali, trasferisce funzioni e competenze di programmazione entro un quadro regionale armonico e organicamente articolato, nella convinzione che la prospettiva federalista non possa risolversi in nuove forme di accentramento che sostituiscano il livello nazionale con quello regionale (Roma con Cagliari) ma, al contrario, in un impulso al trasferimento delle competenze, fino al livello più prossimo alla vita del cittadino, in un federalismo che sappia penetrare tutti i livelli di articolazione politica e amministrativa del nostro Stato.
Sin dalle indicazioni programmatiche, avevamo individuato l'obiettivo di rafforzamento del sistema degli enti locali, dando così linfa vitale alle nuove otto Province, attraverso la creazione di un' unica struttura intermedia, fornita di quegli strumenti che realmente consentissero il coordinamento e il supporto della rete territoriale comunale, affinché ai comuni potesse essere trasferita la generalità delle funzioni amministrative, riguardanti i servizi diretti ai cittadini, e le relative risorse finanziarie. Trasferimento, dunque, non solo di oneri, ma anche di quote significative delle entrate regionali, attraverso la combinazione accorta di criteri di proporzionalità del gettito tributario territoriale e di perequazione economico-sociale.
Dalle premesse programmatiche, attraverso un serrato confronto tra amministrazione regionale e autonomie locali, nasce dunque questo disegno di legge. Anche questa riforma si inserisce nel progetto più complessivo - di cui la prospettiva di riscrittura dello Statuto è la somma sintesi - che si pone il compito di delineare un quadro nuovo del rapporto Stato-Regione, in modo da qualificare in senso sempre più avanzato il principio stesso di sovranità.
Così, questo disegno di legge, intendo il principio di sussidiarietà nell'allocazione di poteri, funzioni amministrative, gestione di risorse ed erogazione di servizi, nella forma più corretta e fedele al dettato costituzionale. Se nei disegni di riordino istituzionale delle forze più conservatrici e liberiste il concetto di sussidiarietà, si trasforma nella delega senza limiti all'intervento dei privati in parti significative delle funzioni pubbliche, questa maggioranza, anche con questo disegno di legge, opera intendendo il principio di sussidiarietà come delega di parti essenziali delle funzioni dello Stato centrale alle regioni e quindi agli enti locali. Ciò vale in materia di servizi sociali, ma anche in materia di formazione professionale e servizi per l'impiego, istruzione, beni culturali, spettacolo e cultura.
Se è vero che la Regione Sardegna ha tardato a recepire la normativa del decreto legislativo numero 112 del '98, è però bene sottolineare come questo disegno di legge abbia ampliato le competenze degli enti locali ben oltre le stesse previsioni di quel decreto. Va ricordato che, in materia di formazione professionale, la Regione ha conferito integralmente le competenze alle Province, fatta eccezione per gli aspetti riguardanti la programmazione e l'accreditamento delle agenzie formative.
E' chiaro che questo disegno di legge non colma tutti i problemi e non può quindi concludersi con un solo provvedimento, ma nel tempo si renderà necessario adeguare l'intero ordinamento regionale e le diverse discipline di settore, come ben sottolineato nella relazione della prima Commissione, attraverso una revisione legislativa che tenga conto dei cambiamenti e delle competenze regionali. Il segno costante, però, è quello di un'attenzione alle necessità di operare anche nell'azione amministrativa territoriale, per coinvolgere i cittadini, definire insieme le priorità e le scelte amministrative, rilanciando concretamente un governo partecipato del territorio.
Il disegno di legge numero 85 è composto da 78 articoli importanti, che sottolineano l'attenzione di questo Governo regionale per quanto riguarda il rafforzamento e l'autonomia degli enti locali. Per la prima volta chiariamo quale sarà il ruolo delle otto Province sarde, attraverso funzioni che vanno dal coordinamento ai fini della programmazione economica e territoriale ed ambientale della Regione e dalle proposte avanzate dai comuni, fino alla formulazione e adozione con riferimento delle previsioni agli obiettivi e agli atti di programmazione regionale.
Questo nuovo assetto inizia a riempire di contenuti veri le Province che, così come erano state concepite in passato, rappresentavano per le nostre comunità scatole vuote, senza nessuna funzione. Questa riforma, se attuata correttamente, può avvicinare le istituzioni ai cittadini e i cittadini alle istituzioni, attraverso un percorso condiviso, essenziale per lo sviluppo duraturo delle nostre popolazioni. Dobbiamo fare uno sforzo per recepire le osservazioni che vengono dalle Commissioni di merito e, in particolar modo, dal Consiglio delle autonomie direttamente interessate, che chiedono un testo snello, riducendo l'articolato ad un complesso di disposizioni essenziali e coordinate.
Nella giornata odierna abbiamo il compito di approvare questo disegno di legge, che abbatte il centralismo interno della Regione, avviando un nuovo protagonismo delle autonomie locali come istituzioni rappresentative degli interessi delle nostre comunità.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Balia. Ne ha facoltà.
BALIA (Federalista-Autonomista Sardo). Sìgnor Presidente, in linea con gli impegni che abbiamo assunto nella Conferenza dei Capigruppo, e nel tentativo di mantenere l'impegno finale che è quello dell'approvazione del disegno di legge numero 85 nel corso della giornata odierna dei lavori cercherò di essere molto conciso. Devo intanto dare atto, prima di tutto all'Assessore Dadea, poi all'intera Giunta regionale, del fatto che hanno svolto un lavoro molto elaborato, un lavoro certosino, un lavoro impegnativo che è stato poi portato a compimento dalle diverse commissioni. Non soltanto quindi dalla prima Commissione, che ha la competenza in materia di riforme, ma anche da una serie di Commissioni consiliari, perché l'argomento coinvolge numerosi settori.
Viene introdotta, con questo disegno di legge, una molteplicità di modifiche, con l'attribuzione di nuove funzioni, di nuovi compiti, che vanno anche al di là di un parziale adeguamento alle "leggi Bassanini". Ecco, c'è un percorso che, per alcuni aspetti, è anche un percorso in progress, perché non si esaurisce in un solo atto, non si esaurisce in un solo periodo di tempo ma richiede una serie di funzioni da svolgere in un tempo ben più lungo. C'è, al fondo di tutto, una linea strategica che ritengo molto importante, cioè, nel dare piena attuazione ai trasferimenti, c'è la volontà, direi forte, di coinvolgere tutte le otto Province della Sardegna, così come sono state delimitate, riorganizzate con la normativa che le ha approvate.
Problema dei trasferimenti finanziari. Si è stati particolarmente attenti, intanto per una comune consapevolezza, ma anche in adempimento ad osservazioni che sono venute, a che compiti e funzioni fossero dotati delle risorse finanziarie necessarie, e che le amministrazioni locali non si trovassero poi a svolgere atti successivi, senza avere le risorse opportune. Può essere che le risorse, così come sono state calcolate, non diano allo stato attuale piena garanzia, perché affondano la loro ragion d'essere su un calcolo che è di natura storica, e non sempre la spesa storica corrisponde a quella reale; può essere quindi che in futuro si rendano necessari degli aggiustamenti ma si tratta di aggiustamenti rispetto ai quali è stata data già ampia garanzia e dichiarata la massima disponibilità.
Restano problemi relativi al personale, c'è il rischio - dobbiamo riconoscerlo - che si creino sperequazioni fra dipendenti pubblici che svolgono gli stessi compiti. C'è bisogno, sotto questo profilo, di una maggiore attenzione e c'è l'esigenza per parte della Regione di pervenire ad una forma di armonizzazione del trattamento del personale medesimo. Ecco, al di là di queste problematiche, che presumo siano state rilevate anche da alcuni colleghi dell'opposizione, il parere non può che essere assolutamente positivo. Si è avviato, con il disegno legge numero 85, con l'approvazione del medesimo, l'assolvimento di una serie di impegni che dalla maggioranza erano stati assunti, ma che danno corpo, sostanza e vitalità agli enti locali che sino a questo momento svolgevano le loro funzioni in maniera un pochino negletta e che con l'approvazione del disegno di legge numero 85 vengono chiamati anche ad una funzione programmatoria più compiuta, più importante, rispetto a quella svolta nel passato.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Moro. Ne ha facoltà.
MORO (A.N.). Signor Presidente, colleghi, colleghe, in una società, come la nostra, in cui si è andato affermando, sia pure fra mille difficoltà ed in modo non ancora compiuto, il principio fondamentale del bipolarismo, non accade di frequente che maggioranza ed opposizione possano convergere trovando un equilibri fra i nuovi contenuti delle rispettive proposte. Tale fenomeno, tuttavia, non deve scandalizzare, anzi, dove essere ritenuto del tutto fisiologico, oltre che rappresentativo della nuova fase democratica che stiamo vivendo e che stiamo tutti contribuendo a costruire, sulla base dei ruoli e delle responsabilità, oggetto del mandato popolare che ci è stato assegnato dagli elettori.
Non ci si deve scandalizzare, insisto, e nemmeno rassegnarsi alle sbrigative ed a volte interessate semplificazioni che accompagnano, sia i momenti di forte contrapposizione dialettica e politica, sia quelli in cui da posizioni diverse ci si incontra su un terreno comune. I primi fanno parte del naturale svolgersi della vita democratica e parlamentare, ed è sbagliato definirli esclusivamente scontri, nel linguaggio comune dei mezzi di comunicazione, ciascuna coalizione, in effetti, arriva ad un programma condiviso perché lo ritiene coerente con una cornice di principi e di valori e con una visione complessiva della società in cui opera e - altro passaggio importante - rimette questo suo lavoro, questa sua valutazione al giudizio finale e decisivo degli elettori.
Sull'altro fronte, è altrettanto sbagliata la lettura semplificata che vuole vedere, a tutti i costi, nell'incontro fra maggioranza e opposizione un "inciucio", altro termine mutuato dal linguaggio dei mezzi di comunicazione, che nasconde scopi inconfessabili, certamente poco nobili e comunque volutamente nascosti, perché incomprensibili ai cittadini e agli elettori. Mi sono permesso di fare questa piccola premessa per chiarire che su questo provvedimento, Alleanza Nazionale- lo ricordava il collega Pinna - ha formulato questa proposta e che la stessa non è stata assolutamente formulata in chiave ideologica o di parte.
Per questa fondamentale ragione - ha riconosciuto altresì il collega Pinna - si è potuto ricercare ed alla fine individuare un percorso comune e in definitiva un testo che recepisse le indicazioni più qualificanti della proposta di Alleanza Nazionale ed i contenuti migliori delle proposte elaborate dalla maggioranza. Inoltre, il taglio fortemente istituzionale di questa provvedimento, che definisce e regola in modo più moderno ed aperto i rapporti, le relazioni, e le competenze della Regione e del sistema delle Autonomie, ha sicuramente agevolato un serrato confronto di merito, senz'altro meno condizionato da logiche di partito o di schieramento.
La questione che ci troviamo di fronte, e alla quale abbiamo cercato di rispondere nel modo migliore possibile, è quella di far funzionare bene la "nostra", dico nostra, Pubblica amministrazione, dicendo, in primo luogo, con chiarezza, chi deve fare che cosa. La Regione è titolare delle funzioni amministrative che richiedono un esercizio unitario a livello Regionale, sarà titolare di una pianificazione regionale, delle competenze di indirizzo e coordinamento nelle materie oggetto di delega agli Enti locali. La Provincia eserciterà sue autonome funzioni di programmazione e pianificazione sul territorio provinciale e in aree intercomunali, e il Comune eserciterà tutte le funzioni amministrative non riservate alla Regione e conferite ad altri Enti locali. Le Comunità montane, infine, opereranno nel loro ambito specifico riguardante gli interventi per la montagna.
Ho parlato volutamente della "nostra" pubblica amministrazione centrale e decentrata, per rimarcare che appartiene a tutti, a prescindere dai governi, dalle maggioranze e dalle opposizioni. Appartiene a tutti non solo perché deve essere, e direi anche apparire, sempre al servizio dei cittadini, ma soprattutto perché è chiamata ad agire attraverso i suoi atti, nell'interesse pubblico e a caratterizzarsi in positivo nel perseguimento di finalità di ordine generale.
Ancora, una pubblica amministrazione che funziona, che sa migliorare continuamente la sua efficienza e la sua efficacia, che sa adattarsi ai cambiamenti della società, alle sue esigenze ed anche ai suoi tempi, rappresenta un fattore propulsivo per ogni processo virtuoso di sviluppo economico sociale e civile. Come si usa dire, questo è senz'altro un grande tema, un tema che può accomunare nel merito maggioranza ed opposizione perché portatrici in questo caso, di un identico interesse al miglioramento di un "sistema Sardegna", che ha senz'altro bisogno di una revisione profonda della pubblica amministrazione, che comunque non parte da zero, ed anzi, in questi anni, ha compiuto numerosi e significativi passi avanti. Progressi che è necessario, guardando soprattutto al futuro, sostenere, incoraggiare ed incentivare.
Quali principi sono alla base di questo provvedimento? Innanzitutto quello della sussidiarietà, grazie al quale le decisioni si spostano verso il livello istituzionale più vicino ai cittadini, consentendo risparmi di risorse preziose, recupero di efficienza, maggiori controlli e massima trasparenza. Tale affermazione potrebbe sembrare perfino ovvia nella sua semplicità ed infatti il solo spostamento delle decisioni da solo non basta se non è accompagnato da una serie di altre misure contenute nel provvedimento in esame. Azioni che consentono di misurare tra l'altro, le effettive capacità di questo o di quell'Ente locale, di garantire l'effettivo esercizio delle funzioni, differenziando le azioni a seconda delle caratteristiche demografiche, territoriali e strutturali dei diversi enti.
Ciò vuol dire anche, a monte, uno studio sulle vocazioni naturali dei diversi territori, vuol dire cercare di mettere a fuoco meglio le esigenze delle diverse realtà per ottimizzare l'impatto positivo per gli Enti programmati. Azioni che saranno rese concretamente possibili ricollegandosi al fatto che, spostare le decisioni dal centro alla periferia non basta, perché gli enti locali potranno contare su un vero trasferimento di risorse finanziarie, patrimoniali ed umane, per poter svolgere i nuovi compiti loro assegnati. Abbiamo cercato, insomma, anche di fare una buona legge federalista sul piano interno, nel senso che ci si è mossi per dare a questo nuovo modello istituzionale, un alto profilo, ricollegandoci in qualche modo al significato originario della parola federalista, dal latino foedus, che significa patto.
La legge prevede,infatti, ampie forme di consultazione degli Enti locali e concreti strumenti di partecipazione, al fine di verificare con il sistema delle autonomie, e con chi lavora sul campo, le soluzioni migliori. Anche questo passaggio potrebbe apparire scontato, ma non lo è. Abbiamo assistito recentemente ed ancor assistiamo a situazioni in cui, lo dico senza alcuna vena polemica, la Regione si propone agli Enti locali quasi come una controparte (mi riferisco ai piani paesistici regionali, al divieto e al blocco della pesca del corallo, all'istituzione dell'ARPAS, alle tasse regionali, alle tasse sulle seconde case che non solo colpiscono quelle della costa Smeralda ma anche quelle di Marrizza, tanto per fare un cenno), facendo sentire, non sempre a proposito, il peso di una gerarchia istituzionale che non solo è sempre politicamente sbagliata, ma nei fatti è anche superata dalle più avanzate elaborazioni in materia Costituzionale. Mi riferisco, ad esempio, al principio della leale collaborazione. L'auspicio è che questa legge possa servire anche a raggiungere un nuovo livello di confronto interno, più collegiale e partecipativo, senza strappi e fughe in avanti. Purtroppo il tempo è tiranno è devo chiudere anticipatamente l'intervento. Il provvedimento di cui ci occupiamo, contiene indicazioni utili che vanno in questa direzione. La Regione non solo si apre certamente più che in passato alla partecipazione, ma fornisce agli Enti locali anche assistenza tecnica, amministrativa e giuridico-normativa; qualcosa che può semplificare di molto le relazioni istituzionali e ridurre i tempi, talvolta incomprensibili per i cittadini, dell'iter degli atti amministrativi spesso bloccati o rallentati da una sorta di ping-pong interpretativo che vede protagonista il fronte degli amministratori regionali e locali, con il supporto più o meno (molto spesso meno) costruttivo delle rispettive strutture tecniche.
Ritengo che questi processi virtuosi possano essere attivati in tempi accettabili, e comunque di gran lunga inferiori a quelli del passato, utilizzando al meglio le nuove tecnologie e mettendo in rete tutto il sistema della Pubblica amministrazione regionale che adesso è composto da tante isole, più o meno felici da questo punto di vista.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Cassano. Ne ha facoltà.
CASSANO (Riformatori Sardi). Signor Presidente, colleghe e colleghi, carissimi assessori, la modifica del Titolo V della Costituzione, ha di fatto trasferito una serie di competenze dalla Regione agli Enti locali, competenze che vanno ad aggiungersi a quelle della legge numero 142 del 1990, che vanno ad aggiungersi perfino alla famosa "legge Bassanini", competenze che più di una volta la Regione, nel tempo ha disatteso completamente.
Se è vero com'è vero, infatti, che questa legge aumenta ulteriormente le diverse competenze per favorire la partecipazione dei cittadini attraverso il decentramento di funzioni - e quindi i cittadini diventano in assoluto i veri protagonisti - è altrettanto vero che più di una volta la Regione si è dimostrata insensibile, assente, latitante nei confronti degli Enti locali. Più di una volta gli Enti locali hanno trovato difficoltà ad essere perfino ricevuti dagli stessi amministratori regionali, e più di una questi hanno avuto difficoltà a comprendere le reali esigenze, le istanze e soprattutto i problemi che gli amministratori locali quotidianamente devono affrontare, le risposte che devono dare in particolar modo ai loro concittadini, ai loro elettori. La Regione, invece, più volte si è servita, ha utilizzato gli enti locali, i sindaci, gli amministratori locali, solo ed esclusivamente a scopo elettorale. La legge in discussione si compone mi pare di 78 articoli. Io credo che questa legge poteva essere - non è una polemica nei confronti di chi ha partecipato alla stesura - esitata con meno articoli, forse con meno problemi. Poteva essere più che una legge di facciata, una legge di sostanza; io ho avuto difficoltà a leggere questo testo di legge perché si compone veramente di tantissimi articoli che poi sono uno ripetitivo dell'altro.
Cari Assessori e cari colleghi che date le spalle all'Aula in continuazione e che magari quando parlate chiedete che vi si presti maggiore attenzione, io credo di dover parlare all'Aula del Consiglio regionale e non a una parte di essa e mi riferisco anche allo stesso Capogruppo dei D.S., che continua a rimanere di spalle.
MARROCU (D.S.). Chiedo scusa.
CASSANO (Riformatori Sardi). Dicevo, credo che agli enti locali, non interessi oggi una legge che si compone di 78 articoli; agli enti locali interessa una legge di sostanza, con pochi articoli sì, ma con tante risorse, perché questo credo sia il motivo per cui gli enti locali si battono. L'elemento determinante, infatti, se si vogliamo realmente creare le condizioni per un vero e reale decentramento, è costituito, appunto, dal trasferimento, da parte della Regione, di maggiori risorse alle Province e, perché no, alle Province che già esistono.
E' trascorso un anno, vi era stata una promessa pronuncia in pompa magna dal presidente Soru nei confronti delle province, che queste avrebbero avuto in tempo debito le rispettive risorse. Ebbene, a me non risulta che le nuove province abbiano avuto quanto promesso. Ma non solo, non riescono neppure a riunirsi perché non hanno spazi, non hanno risorse, non hanno locali, non hanno neppure carta intestata per poter eventualmente predisporre le relative convocazioni.
Quindi il decentramento deve passare attraverso una maggiore sensibilità da parte della Regione nei confronti degli enti locali e, soprattutto, dei dipendenti. Non è pensabile, infatti, che col trasferimento il personale subisca anche una disparità di trattamento economico. Noi preannunciamo un emendamento a questa legge perché venga resa giustizia nei confronti di quei dipendenti che hanno maturato anni di esperienza, che danno risposte quotidianamente ai cittadini. Giustizia che viene negata con questo testo di legge che noi vorremmo modificare e pertanto preannunciamo, come dicevo prima, un emendamento in tal senso.
PRESIDENTE. Poiché nessun altro è iscritto a parlare, per la Giunta ha facoltà di parlare l'Assessore degli affari generali, personale e riforma della Regione.
DADEA, Assessore tecnico degli affari generali, personale e riforma della Regione. Signor Presidente, onorevoli consiglieri, testo che oggi il Consiglio regionale è chiamato ad esaminare è un progetto di legge complesso, difficile, un progetto di legge che ha avuto una maturazione che è andata avanti per diverso tempo; è il frutto di un'elaborazione che è durata diversi anni, alla quale hanno contribuito diverse maggioranze e anche diverse Giunte regionali. Ma è anche il frutto di una concertazione che è stata ricercata con pervicacia, una concertazione che ha visto protagonisti le associazioni degli enti locali (ANCI, UPS, UNCEM), una concertazione molto precisa e molto attenta da parte delle parti sociali, ad iniziare dai sindacati, e quindi il frutto di una elaborazione che è venuta maturando nel corso degli anni.
La Giunta regionale non ha fatto altro che portare a sintesi questa elaborazione, cercando di inserirla all'interno di una strategia di riforma, di un percorso riformatore che vede proprio in questo provvedimento uno degli snodi più importanti, ma anche più difficili e più complessi. C'è un altro merito che noi ci ascriviamo come Giunta regionale, una volta riconosciuto che è il frutto di una elaborazione a cui hanno partecipato anche diverse maggioranze, diverse giunte regionali, ed è quello di aver introdotto una novità positiva.
Voi sapete che, la riforma Bassanini si limitava soltanto al trasferimento di competenze dallo Stato alla Regione e quindi, teoricamente, noi ci saremmo dovuti limitare a trasferire quelle competenze al sistema delle autonomie locali. Lo sforzo che è stato condotto, lo sforzo di elaborazione, è stato quello di individuare anche delle competenze che oggi sono in capo essenzialmente e primariamente alla Regione, per trasferire anche queste competenze, questa parte di competenze, al sistema delle autonomie locali.
Però devo essere estremamente onesto e riconoscere che l'elaborazione della Giunta è stata notevolmente migliorata da parte del lavoro in Commissione. Il lavoro in Commissione è stato un lavoro proficuo, positivo che ha visto il concorso non solo dei Gruppi della maggioranza, ma anche di quelli della minoranza, che hanno partecipato alla sua elaborazione anche con proprie proposte di legge che sono divenute parte integrante del provvedimento che oggi il Consiglio è chiamato ad esaminare.
Il testo che è stato esitato dalla Commissione - io non ho nessuna difficoltà ad ammetterlo - è un testo nettamente migliore rispetto al testo che è stato esitato dal Governo regionale: è stato arricchito, è stato impreziosito di elementi che lo rendono oggi più aderente alle esigenze che la nostra Regione, il nostro sistema regionale, indubbiamente ha. Ma io voglio cogliere anche l'occasione perché, proprio l'elaborazione di questo provvedimento di legge, proprio l'elaborazione che è avvenuta in Commissione, deve essere presa ad esempio come modalità attraverso cui si possono produrre degli elementi di riforma, dei provvedimenti di riforma, che rispondono a due condizioni fondamentali.
La prima, è la una posizione di centralità da parte del Consiglio, e questo è avvenuto perché il lavoro in Commissione, a cui ha contribuito fortemente anche la Giunta regionale, ha dimostrato che questa può essere la sede attraverso cui si può arrivare a un'elaborazione, nel campo delle riforme, che veda al centro il ruolo del Consiglio. La seconda condizione, a mio modo di vedere molto importante, è la ricerca del massimo del consenso possibile. E questo provvedimento di riforma è uno di quei provvedimenti su cui forse è opportuno e necessario che venga in qualche modo tolto dalla contrapposizione e dalla competizione tra maggioranza ed opposizione. Quali sono gli elementi importanti di questo provvedimento di legge? Io ne voglio ricordare solo alcuni.
Il primo è che noi - è stato rimarcato più volte negli interventi che si sono susseguiti - in qualche modo ricuperiamo dei ritardi in materia di provvedimenti di riforma. E' stato ricordato che la riforma Bassanini risale, non vorrei ricordare male, al 1998; ma voglio anche ricordare che la riforma del Titolo V della Costituzione risale al 2001. Badate, ricuperare questi ritardi è un fatto importante, ma soprattutto secondo me è importante che noi ricuperiamo un elemento che è decisivo, e cioè che provvedimenti di questa portata, provvedimenti di riforma che vengono esitati dal Parlamento, devono vedere un'interlocuzione positiva, attenta della Regione, del Consiglio regionale e non possono passarci sulla testa. Quindi recuperare i tempi e i ritardi che abbiamo accumulato, ma anche ricuperare una capacità di interloquire nei confronti dei livelli istituzionali più alti, ad iniziare dal Parlamento della Repubblica.
Il secondo elemento, e questo è più un elemento di merito, è che questo provvedimento è parte importante, decisiva di un processo di riforma che il Governo regionale, insieme al Consiglio regionale, ha attivato. Il processo di riforma istituzionale si compone sostanzialmente di due direttrici: la prima è la necessità di modificare il nostro rapporto, il rapporto della Regione, con l'esterno. Quindi modificare il nostro rapporto nei confronti dello Stato e nei confronti dell'Unione europea. E questo noi lo stiamo facendo e lo stiamo attivando attraverso la possibilità di riscrivere lo Statuto di autonomia. L'altra direttrice di riforma, altrettanto importante, è che noi dobbiamo modificare profondamente il rapporto della Regione con il suo interno, quindi il rapporto della Regione col sistema delle autonomie locali.
Badate, questo è un elemento decisivo del processo di riforma, perché attraverso questo provvedimento di legge noi arriviamo a definire, a concretizzare una parte importante di quella riforma del sistema delle autonomie locali. Cosa significa questo? Significa che noi demandiamo con precisione al sistema delle autonomie locali (Province, Comuni, Comunità montane) a tutti i poteri gestionali, di gestione amministrativa. Questo è un elemento fondamentale, perché delinea con precisione le diverse competenze: al sistema delle autonomie locali vengono demandati i poteri di gestione amministrativa, allo stesso tempo si produce una razionalizzazione all'interno del sistema delle autonomie locali perché vengano eliminate le sovrapposizioni e duplicazioni di competenze che oggi esistono.
Questo cosa vuol dire? Che noi stiamo cercando di delineare un contenuto essenziale della riforma del Titolo V della Costituzione. Il sistema istituzionale, storicamente, tradizionalmente nella nostra Repubblica, nel nostro Stato, è un sistema istituzionale che si sviluppava in senso verticale, in senso gerarchico: lo Stato, la Regione, le Province, i Comuni. Quello che noi stiamo costruendo, con la necessaria gradualità, è un sistema istituzionale invece che si estende, che si espande in maniera orizzontale, un sistema a rete che dà concreta attuazione a due concezioni che qui sono state più volte ricordate e che costituiscono l'aspetto più importante della riforma del Titolo V, e cioè il principio di equiordinazione e il principio di pari dignità, istituzionale e costituzionale.
Badate però che quando noi affermiamo questo, io vorrei che uscissimo un po' dalla mera enunciazione di principio. Questo non vuol dire che noi attenuiamo e annacquiamo le diverse responsabilità che esistono tra i diversi livelli istituzionali. Noi diciamo che il principio di pari dignità istituzionale e costituzionale e di equiordinazione si devono coniugare con i principi di sussidiarietà, di adeguatezza, di differenziazione e di leale collaborazione.
Io voglio fare un esempio che è di stretta attualità: c'è un bene, che è il bene del paesaggio, che è un bene costituzionalmente garantito e tutelato; ora per questo bene viene indicato il livello istituzionale della Regione come quello che deve esercitare questa tutela e questa salvaguardia. Questo sta a significare che ci sono dei principi di adeguatezza, di differenziazione e di leale collaborazione che differenziano le responsabilità, pur rispondendo al principio della equiordinazione e della pari dignità istituzionale.
L'altro elemento di straordinaria importanza che in qualche modo viene intaccato da questo progetto di legge e che esso stesso è propedeutico alla costruzione di un nuovo modello di Regione. Nel momento in cui noi indichiamo che la competenza in materia di gestione amministrativa viene demandata a Province e Comuni, è evidente che di queste competenze e di queste funzioni si spoglia la Regione. Ed allora quello che si delinea è una Regione che diventa soggetto primario di programmazione, di pianificazione e di indirizzo e perde tutti i poteri gestionali che invece oggi appesantiscono fortemente la nostra amministrazione regionale. E cioè quello che si delinea è una Regione più snella, più dinamica, più aderente ai bisogni di una società, quella sarda, che è in rapida trasformazione.
Due ultime considerazioni che sono, secondo me, importanti e che cercano di cogliere alcune osservazioni che sono venute dal dibattito consiliare. Io penso che nell'ambito di questo provvedimento ci siano due elementi fondamentali, due nodi cruciali (mi pare che ne parlasse l'onorevole Giorico nel suo intervento): la questione delle risorse e la questione del personale.
Come voi sapete il provvedimento di legge individua una quantità di risorse per la prima applicazione e di questa legge. Risorse la cui entità è il frutto della media delle risorse che negli ultimi tre anni sono state destinate per l'attuazione di queste competenze al sistema delle autonomie locali. Noi pensiamo che in fase di prima applicazione sia più che sufficiente questa dotazione di risorse. Ma è evidente che un progetto di legge che possiamo considerare di federalismo interno, deve coniugarsi con un altro principio altrettanto importante; ed è quello del federalismo fiscale. Federalismo fiscale significa dare concreta attuazione all'articolo 119 della Costituzione, che attribuisce in qualche modo direttamente a Comuni e Province una quota del gettito fiscale regionale.
Questo è l'obiettivo a cui noi dobbiamo tendere, dobbiamo rendere cioè autonomo, anche dal punto di vista delle risorse, il sistema delle autonomie locali. Quindi, una quota del gettito fiscale regionale deve essere destinato direttamente ai Comuni e alle Province, cercando di combinare, naturalmente, i criteri di proporzionalità del gettito rispetto all'ambito considerato, con i criteri, naturalmente, di perequazione economica e sociale, perché la condizione della nostra Regione è diversa da Provincia a Provincia, da area ad area.
Il secondo elemento, il secondo nodo cruciale e decisivo, è legato alle questioni del personale. Il trasferimento del personale (e su questo, io penso, noi possiamo assolutamente tranquillizzare i dipendenti regionali) non comporterà nessuna deportazione per nessuno, il trasferimento avverrà su base volontaristica, come è stato più volte affermato, sarà il frutto di una concertazione che vedrà le diverse parti interessate confrontarsi su questo difficile problema ed avverrà, naturalmente, con la necessaria gradualità.
Noi pensiamo però che, nell'attivare questo processo, dobbiamo tenere conto di un elemento. E' stato evidenziato, mi pare, con forza dall'onorevole Diana del Gruppo di Alleanza Nazionale, ma ne hanno parlato anche l'onorevole Giorico e anche diversi complici della maggioranza, che si pone un problema che è di fondamentale importanza: cioè il problema della necessaria armonizzazione del trattamento dei dipendenti regionali con quello dei dipendenti del sistema delle autonomie locali. Questo significa che noi dobbiamo tendere ad un obiettivo fondamentale e cioè la costruzione di un comparto unico regione-enti locali.
Questo obiettivo lo si può raggiungere purché si osservi la necessaria gradualità. Si tratta infatti di un percorso, di un processo graduale, che non può concludersi dall'oggi al domani, ma che dobbiamo attivare necessariamente. Sarà cura della Giunta regionale presentare un emendamento che delinei un percorso attraverso il quale si potrà raggiungere l'obiettivo del comparto unico regioni-enti locali.
Si attiva un percorso difficile, complesso, perché partiamo da posizioni completamente diverse, la posizione dei dipendenti regionali rispetto a quella degli enti locali, ma è un percorso che non possiamo ulteriormente dilazionare. Dobbiamo attivarlo necessariamente e l'emendamento, l'unico emendamento (almeno per quanto riguarda me e l'assessore degli enti locali) che presenteremo, sarà proprio questo (a parte naturalmente altri di dettaglio) che attiva un percorso che potrà consentirci di raggiungere questo obiettivo.
In conclusione, voglio dire soltanto alcune cose. Primo: questo provvedimento non esaurisce l'intero processo di trasferimento di competenze, è il primo passo; sono individuate un certo numero di competenze ma non le esaurisce completamente. Seguiranno altri provvedimenti, anche provvedimenti di merito e di settore che attiveranno e continueranno questo processo di trasferimento. Questo processo dovrà avvenire in maniera graduale, questo è fondamentale. Non possiamo ingolfare il sistema, non possiamo ingolfare i nostri enti locali trasferendogli di colpo una quantità di competenze che poi non possono assolvere.
Altro elemento importante è che il trasferimento di competenze avverrà contestualmente al trasferimento delle risorse necessarie perché quelle competenze possano essere attuate concretamente.
L'ultima considerazione riguarda i nostri dipendenti regionali. Io penso che dovremo fare opera di convincimento, perché questo processo è un processo che dovrà vedere loro partecipi e protagonisti, ma questo avverrà con la necessaria concertazione e salvaguardando le professionalità e le competenze che sono presenti all'interno della nostra amministrazione regionale.
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale. Penso che sia necessaria una sospensione, per consentire la presentazione degli emendamenti e l'esame degli stessi da parte della Commissione. Ha domandato di parlare il consigliere Oppi. Ne ha facoltà.
OPPI (U.D.C.). Chiedo la verifica del numero legale.
Verifica del numero legale
PRESIDENTE. Dispongo la verifica del numero legale con procedimento elettronico.
(Segue la verifica)
Prendo atto che i consiglieri Cerina, Calledda, Cappai e Giorico sono presenti.
(Risultano presenti i consiglieri: Amadu - Atzeri - Balia - Barracciu - Biancu - Bruno - Cachia - Caligaris - Calledda - Cappai - Cassano - Cerina - Cherchi Oscar - Cherchi Silvio - Cocco - Contu - Corda - Corrias - Cucca - Cuccu Franco Ignazio - Cugini - Davoli - Dedoni - Fadda Giuseppe - Fadda Paolo - Floris Mario - Floris Vincenzo - Frau - Gallus - Gessa - Giagu - Giorico - Ibba - La Spisa - Lai - Lanzi - Licandro - Licheri - Liori - Maninchedda - Marracini - Marrocu - Masia - Milia - Moro - Oppi - Orrù - Pacifico - Petrini - Pili - Pinna - Pisano - Pisu - Pittalis - Porcu - Randazzo - Rassu - Sanciu - Sanjust - Sanna Alberto - Sanna Francesco - Sanna Franco - Sanna Matteo - Sanna Simonetta - Scarpa - Spissu - Uggias - Vargiu.)
PRESIDENTE. Sono presenti 68 consiglieri, sussiste pertanto il numero legale. Sospendo la seduta per venti minuti. Ricordo che si lavora fino alle 14 poi si riprende alle 15 e 30 fino ad esaurimento dell'esame del provvedimento. In apertura votiamo il passaggio all'esame degli articoli.
(La seduta, sospesa alle ore 12 e 25, viene ripresa alle ore 12 e 59.)
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Marrocu. Ne ha facoltà.
MARROCU (D.S.). Per chiedere se è possibile aggiornare i lavori alle ore 15 e 30 per consentire ai Gruppi di poter eventualmente presentare emendamenti.
PRESIDENTE. I lavori del Consiglio riprenderanno questo pomeriggio alle ore 15 e 30 col passaggio all'esame degli articoli.
La seduta è tolta alle ore 13.
Allegati seduta
Risposta scritta a interrogazione
"Risposta scritta dell'Assessore degli enti locali, finanze ed urbanistica all'interrogazione BRUNO sui beni del demanio dello Stato di Fertilia (Alghero). (488)
Con riferimento alla nota prot. n. 2567/GAB del 13.4.2006, relativa all'interrogazione indicata in oggetto, si trasmette la relazione tecnica contenente elementi di risposta alla stessa, forniti dagli Uffici della Direzione generale degli Enti locali e Finanze, cui compete la materia oggetto dell'interrogazione medesima.
In riscontro alla nota prot. n. 217/GAB del 20.04.2006 di codesto Ufficio di Gabinetto e in riferimento all'interrogazione in oggetto si comunica che questa Direzione, tramite il Servizio territoriale competente del Demanio e Patrimonio, ha attivato i necessari accertamenti al fine di conoscere lo stato di fatto e di diritto di alcuni beni siti in agro di Fertilia, frazione di Alghero, dei quali il Consigliere Regionale Mario Bruno denuncia lo stato di abbandono.
Dalle verifiche effettuate dal predetto Servizio risulta che gli immobili citati sono intestati al Demanio dello Stato e così distinti in catasto:
In riscontro alla nota prot. n. 217/GAB del 20.04.2006 di codesto Ufficio di Gabinetto e in riferimento all'interrogazione in oggetto si comunica che questa Direzione, tramite il Servizio territoriale competente del Demanio e Patrimonio, ha attivato i necessari accertamenti al fine di conoscere lo stato di fatto e di diritto di alcuni beni siti in agro di Fertilia, frazione di Alghero, dei quali il Consigliere Regionale Mario Bruno denuncia lo stato di abbandono.
Dalle verifiche effettuate dal predetto Servizio risulta che gli immobili citati sono intestati al Demanio dello Stato e così distinti in catasto:
· immobile, noto come -ex cinema, distinto al N.C.E.U. al Fg. 49, particella 73, sub 1 e sub 2;
· immobile, noto come -Palazzo Doria., non accatastato, realizzato su terreno distinto al N.C.T. al Fg.49, particella 102;
· immobile, noto come -Ex mercato. e terreno circostante, distinto al N.C.E.U. al Fg. 49, particella 78 e particella 320, sub.3.
Dal sopralluogo effettuato è emerso che gli immobili in oggetto si presentano in uno stato di incuria e di completo abbandono.
Questa Direzione, ritenendo che detti beni siano suscettibili di trasferimento in proprietà alla Regione ai sensi dell'art. 14 dello Statuto speciale della Sardegna, ha investito, ai sensi dell'art. 24 della L.R. n. 31 del 1998, la Direzione Generale dell'Area Legale affinché promuova l'azione di rivendica della proprietà dei succitati beni.
Testo delle interpellanze e interrogazioni annunziate in apertura di seduta
Interpellanza Oppi - Amadu - Biancareddu - Capelli - Cappai - Cuccu Franco Ignazio - Milia - Randazzo sui contributi alle università della Sardegna per l'istituzione di borse di studio per la frequenza delle scuole di specializzazione delle Facoltà di medicina e chirurgia e di medicina veterinaria.
I sottoscritti,
CONSIDERATO che la Giunta regionale ha all'esame due deliberazioni, su proposta dell'Assessore regionale dell'igiene e sanità e dell'assistenza sociale, riguardanti l'istituzione di borse di studio per la frequenza delle scuole di specializzazione della Facoltà di medicina e chirurgia e per quella di medicina veterinaria;
rilevato che le deliberazioni prevedono che le borse istituite con contributo regionale siano, in totale, concesse in numero di 40 per la Facoltà di medicina e chirurgia di Cagliari e di 23 per la Facoltà di medicina e chirurgia di Sassari, nonché di 10, annualizzate, per quello che riguarda la Facoltà di medicina veterinaria;
CONSIDERATO che:
- il totale delle borse concesse nell'anno in corso ammonta a 73 borse totali tra le Facoltà di medicina e chirurgia e di medicina veterinaria;
- tale numero è gravemente inferiore alle necessità espresse dalle università della Sardegna e dal numero di giovani laureati in medicina che, come è noto, non possono partecipare ad alcun concorso se privi della dovuta specializzazione;
RILEVATO, altresì, che l'Assessore ha inteso non operare alcuna scelta di programmazione e politica sanitaria, attribuendo una sola borsa di studio per ciascuna specializzazione, eccezione fatta per la specializzazione in anestesia e rianimazione, cui sono state concesse due borse di studio, sebbene in Sardegna sia altissima la necessità di anestesisti e rianimatori;
CONSIDERATO che va tenuto conto che le borse rappresentano un costo pluriennale e che gli allievi che cominciano una specializzazione devono avere assicurato il prosieguo degli studi sino alla conclusione della scuola di specializzazione e che, pertanto, a bilancio inalterato potrebbe verificarsi di non essere in grado di attribuire alcuna borse di studio per gli anni a venire;
TENUTO CONTO che, negli scorsi anni le borse concesse, pur ridotte ampiamente nel numero, assommavano a 89 borse per il 2004 e a 126 per il 2003, e che già si trattava di un numero insufficiente per le necessità sanitarie;
CONSIDERATO che tali scelte si uniscono ad una incomprensibile e contraddittoria politica che, alla manifestata volontà di ridurre il numero dei medici laureati dalle università sarde, unisce l'intenzione di creare nuove e costose strutture complesse;
RILEVATO che un tale contesto testimonia la totale assenza di una programmazione sanitaria efficace e adeguata a gestire la complessa condizione della sanità sarda;
ATTESO che appare urgente porre un immediato rimedio a questa situazione gravissima che compromette il futuro di molti giovani medici,
chiedono di interpellare il Presidente della Regione e 1'Assessore regionale dell'igiene e sanità e dell'assistenza sociale per sapere se:
1) abbiano preso contezza della situazione;
2) intendano - e come - intervenire immediatamente per rimediare a questa grave carenza di programmazione sanitaria. (163)
Interpellanza Contu - Gallus - Liori - Petrini - Biancareddu - Rassu - Pisano - Amadu - Lombardo Sulle dichiarazioni del Direttore generale della ASL n. 8, dottor Gino Gumirato.
I sottoscritti,
PREMESSO che, in occasione della presentazione del Piano strategico aziendale della ASL n. 8 il giorno 17 maggio 2006 presso la Fiera Campionaria di Cagliari, il direttore generale, dottor Gino Gumirato, riferendosi ad una visita istituzionale effettuata da alcuni Consiglieri regionali componenti della Commissione Sanità agli ospedali cagliaritani San Giovanni di Dio e Santissima Trinità, avrebbe fatto gravi affermazioni lesive per l'istituzione regionale e per il mandato che gli stessi Consiglieri stavano compiendo nell'esercizio delle loro funzioni;
CONSIDERATO che dette affermazioni, se rispondenti al vero, hanno un carattere gravemente lesivo per il ruolo ed i compiti istituzionali dei Consiglieri regionali che hanno svolto una visita prevista dalla normativa vigente e dal regolamento consiliare in forza del mandato popolare che riconosce loro piena titolarità allo svolgimento di questo tipo di verifiche;
RILEVATO che tali affermazioni evidenziano una scarsa conoscenza e rispetto delle istituzioni da parte del dottor Gumirato, soprattutto se rilasciate in occasione di eventi pubblici e con le quali lo stesso si pone in evidente contrasto con le istituzioni regionali, le quali non possono consentire che tale persona, che ha mostrato così poca considerazione e rispetto per dei rappresentati del popolo sardo, possa continuare a ricoprire un ruolo pubblico così delicato,
chiedono di interpellare il Presidente della Regione e 1'Assessore regionale dell'igiene e sanità e dell'assistenza sociale sull'opportunità di verificare i fatti esposti e per sapere quali provvedimenti intendano adottare nei confronti del direttore generale della ASL n. 8, dottor Gino Gumirato che, in forza di quanto sopra denunciato, non possiede più i requisiti per ricoprire l'alto ruolo pubblico cui è stato nominato per aver offeso l'intera comunità sarda. (164)
Interpellanza Licheri - Fadda Giuseppe - Lanzi, sul piano di ridimensionamento dei collegamenti Saremar Palau-La Maddalena.
I sottoscritti,
PREMESSO che la decisione della società di navigazione SAREMAR di incrementare il costo dei collegamenti Palau-La Maddalena del 60 per cento per i residenti e del 120 per cento per i non residenti a partire dal 22 giugno 2006, oltre a compromettere le possibilità economiche di un'isola che già si trova a gestire una difficile situazione occupazionale, costituisce una grave violazione del diritto alla mobilità interna dei sardi;
CONSIDERATO che da lunedì 22 giugno 2006 ben 46 dipendenti della compagnia saranno licenziati con conseguente ridimensionamento del servizio, le cui corse giornaliere inizieranno alle 7.00 del mattino e termineranno alle 19.00,
chiedonodi interpellare l'Assessore regionale dei trasporti, per conoscere quali iniziative intenda assumere la Giunta regionale:
1) per tutelare i posti di lavoro in pericolo;
2) per garantire il diritto alla mobilità interna, di residenti e non, e le possibilità di sviluppo economiche connesse a questo diritto. (165)
Interpellanza Floris Vincenzo - Pirisi - Barracciu - Pittalis - Cucca - Davoli sulla preoccupante situazione economico-finanziaria nella quale versa l'amministrazione provinciale di Nuoro.
I sottoscritti,
PREMESSO che il nuovo assetto istituzionale articolato su otto province prevedeva una ripartizione di personale e risorse proporzionale alla popolazione residente ed alla superficie delle stesse;
CERTIFICATO che quanto previsto non ha trovato pratica attuazione ed ha determinato per la Provincia di Nuoro una consistente perdita di risorse che sono state trasferite ad altre amministrazioni, senza che questo corrispondesse ad una analoga ripartizione dei costi;
EVIDENZIATO che il bilancio 2006 della Provincia di Nuoro prevede una riduzione di fondi pari a 8.200.000 euro per i trasferimenti dovuti alle Province Ogliastra, Olbia, Cagliari e Oristano, ai quali bisogna sommare 2.620.119 euro di minori trasferimenti regionali equivalenti al 48 per cento del totale, con un saldo negativo quindi di 10.820.119 euro che rappresenta il 32 per cento dell'intero bilancio provinciale;
CONSTATATA tale significativa diminuzione di risorse alla quale si accompagna una forte rigidità della spesa corrente dovuta per il personale (11 milioni di euro) e mutui (7 milioni di euro) ai quali si aggiungono i contratti pluriennali;
CONSIDERATO che il preoccupante quadro economico che emerge non consente di garantire la sopravvivenza dell'ente mettendo in serio pericolo non solo i costi di mantenimento, ma la stessa erogazione dei servizi oltre che la realizzazione di qualsiasi programmata attività;
RILEVATO che l'impossibilità di chiudere il bilancio di previsione ha determinato l'esigenza di effettuare ulteriori tagli pari a tre milioni di euro persino su spese necessarie come carburante, manutenzione ordinaria delle strade, spese telefoniche e sono stati cancellati tutti i capitoli di spesa relativi a contributi, compartecipazioni, attività di qualsiasi genere;
SOTTOLINEATO che la drammaticità della situazione espone l'ente ad un sicuro dissesto finanziario,
chiedono di interpellare il Presidente della Regione e 1'Assessore regionale degli enti locali, finanze e urbanistica per sapere quali iniziative intendano intraprendere per favorire il superamento di questa grave situazione di difficoltà in cui versa la Provincia di Nuoro.(166)
Interrogazione Amadu, con richiesta di risposta scritta, sui ritardi nella corresponsione degli stipendi ai dipendenti della Cooperativa per l'assistenza agli anziani (COOPAS) che prestano servizio presso la ASL n. 1 di Sassari.
Il sottoscritto,
VENUTO a conoscenza che i dipendenti della COOPAS, operanti presso 1'ASL n. 1 di Sassari, non ricevono gli stipendi dal febbraio 2006, situazione che genera comprensibile malcontento nei circa 300 soci della cooperativa stessa per i disagi familiari che ciò comporta;
CONSIDERATO che i motivi dei ritardi sarebbero da attribuire alla mancata erogazione dei fondi destinati alla cooperativa da parte della ASL n. 1 di Sassari, anche in conseguenza delle lungaggini attribuite all'Assessorato regionale dell'igiene e sanità e dell'assistenza sociale nell'accreditamento delle risorse finanziarie destinate allo specifico scopo;
VALUTATO, peraltro negativamente, il fatto che i pagamenti per le varie cooperative che forniscono assistenza agli anziani hanno subito negli ultimi due anni notevoli ritardi anche a causa della revisione della legislazione in materia cooperativistica che ha penalizzato, con la riduzione dei fondi disponibili, 1'attività delle stesse cooperative;
RITENUTO che occorra intervenire tempestivamente al fine di riconoscere ai lavoratori interessati le spettanze finora maturate,
chiede di interrogare l'Assessore regionale dell'igiene e sanità e dell'assistenza sociale:
1) per sapere se è a conoscenza dello stato di vivo e giustificato malcontento dei dipendenti della cooperativa COOPAS che prestano servizio agli anziani per conto della ASL n. l di Sassari a causa dei ritardi nella corresponsione degli stipendi;
2) per conoscere le iniziative urgenti che l'Assessore intende assumere per soddisfare tempestivamente le legittime aspettative economiche dei lavoratori interessati. (506)
Interrogazione Contu - Licandro - Petrini - Liori - Gallus, con richiesta di risposta scritta, sulla situazione dell'Ospedale civile di Cagliari San Giovanni di Dio e del Santissima Trinità.
I sottoscritti,
PREMESSO che, a seguito delle dichiarazioni effettuate dal direttore generale della ASL n. 8, attraverso le quali affermava di aver posto ordine alla situazione di degrado degli ospedali cagliaritani invitando la cittadinanza a verificare l'azione di risanamento, i sottoscritti si sono recati in visita, nei giorni 11 e 17 maggio, rispettivamente presso gli ospedali San Giovanni di Dio e Santissima Trinità, riscontrando quanto segue:
a) la pulizia a cui si riferisce il dottor Gino Gumirato è evidentemente riferita all'androne d'ingresso dell'ospedale e ai corridoi attigui del San Giovanni di Dio;
b) la recente imbiancatura delle pareti è stata realizzata solo sulle pareti laterali e limitatamente ad una certa altezza;
c) il personale medico e paramedico ha lamentato importanti disservizi negli ambulatori;
d) gli stessi hanno mostrato cucine di reparto con il soffitto umido, presenza di muffe, con conseguente caduta di calcinacci, assenza di areazione forzata e presenza di una piccola finestra non facilmente raggiungibile per l'areazione e l'illuminazione naturale;
e) al Santissima Trinità si riscontrano stabili pericolanti e fatiscenti, facilmente raggiungibili da persone non autorizzate all'accesso nell'ospedale;
f) lo stesso personale medico ha mostrato ambulatori di reparto e corsie in evidente stato di degrado dovuto all'umidità;
g) nei cortili esterni degli ospedali sono state trovate aiuole con erbacce e soprattutto parietaria, essenza estremamente allergizzante, e numerose discariche di materiale di risulta;
h) il reparto di otorinolaringoiatria del San Giovanni di Dio è praticamente un cantiere aperto, polveroso e insalubre e gli operatori si trovano ad agire in condizioni igieniche precarie;
i) i medici dei pronto soccorso lavorano anche con strumenti di loro proprietà;
l) in un reparto, il guasto ad uno strumento diagnostico, sostituito grazie alla disponibilità dell'azienda di manutenzione, non consentiva ai medici di poter fare delle diagnosi corrette, come da loro stessa ammissione;
m) l'astanteria dei pronto soccorso dei due ospedali non è dotata di una "camera calda" per l'accoglienza dei pazienti che arrivano con mezzi propri o ambulanze, sottoponendo quindi gli stessi, oltre allo stress per la malattia, anche ai disagi causati dagli eventi atmosferici;
n) non esiste alcuna sala d'attesa per i parenti dei defunti nelle camere mortuarie dell'ospedale Santissima Trinità e le stesse hanno un servizio igienico comune per uomini e donne;
o) le biglietterie per la riscossione del ticket presenti nel pronto soccorso e nell'ingresso laterale degli ospedali sono state trovate entrambe guaste o spente;
p) allo stesso disservizio, lamentato da più utenti, non è seguita alcuna indicazione sulle modalità di riscossione del ticket;
q) nel corridoio che collega le cucine alla mensa e agli ascensori generali del San Giovanni di Dio transitano, spesso contemporaneamente, cibo destinato ai reparti, pazienti provenienti dal pronto soccorso e rifiuti di ogni genere in spregio alle più normali norme igienico-sanitarie;
r) numerosi pazienti hanno spontaneamente dichiarato ai sottoscritti Consiglieri regionali che le attese per gli esami strumentali hanno tempi lunghissimi, definite da alcuni pazienti "quasi un calvario";
altresì gravemente è stato rilevato che:
a) nel reparto malattie infettive del Santissima Trinità la sorveglianza del reparto è affidata al dipendente di una ditta di manutenzioni che, senza alcun titolo per la sorveglianza, la salvaguardia della privacy, né per un intervento di tutela della sicurezza del personale e del pubblico, guarda cinque monitor, uno dei quali riprende l'astanteria del pronto soccorso;
b) si è appreso che la notte è presente una guardia giurata nel reparto di malattie infettive dello stesso ospedale e che la stessa ha il compito di intervenire anche al pronto soccorso o dove se ne ravvisa la necessità;
c) è stata denunciata la possibile istituzione di un nuovo primariato di chirurgia vitroretinica nella stessa ASL n. 8 da istituire presso l'ospedale Binaghi, nonostante gli interventi di questa specialità siano già eseguiti con estrema professionalità presso l'Azienda ospedaliera Brotzu di Cagliari e che, qualora lo si volesse istituire, nello stesso ospedale San Giovanni di Dio esistono le professionalità per attivare tale servizio;
d) questa sia un'esigenza rappresentata da un neodeputato per favorire un gruppo di medici amici;
e) non esiste quindi nessuna esigenza dell'istituzione di una chirurgia vitroretinica nell'area di Cagliari;
CONSIDERATO che:
- a un primo esame delle strutture, sono emersi questi gravi disservizi che contrastano con le dichiarazioni rilasciate alla stampa dal direttore generale della ASL n. 8, dottor Gino Gumirato, e che lo stesso amministratore evidentemente è stato tratto in inganno con visite effettuate su percorsi guidati e prestabiliti da terzi negli ospedali San Giovanni di Dio e Santissima Trinità;
- gli ingressi degli ospedali necessitano di interventi di restyling per garantire l'accessibilità ed il decoro degni di una struttura ospedaliera,
chiedono di interrogare il Presidente della Regione e l'Assessore regionale dell'igiene e sanità e dell'assistenza sociale per conoscere:
1) quali siano le direttive sulla gestione degli ospedali sardi e sulle manutenzioni degli stessi, comprese quelle ordinarie, impartite dall'Assessorato competente all'amministratore della ASL n. 8 di Cagliari;
2) quali siano i criteri che l'Assessorato regionale dell'igiene e sanità e dell'assistenza sociale intende seguire per porre rimedio a questi gravi disservizi;
3) se esiste un progetto della ASL n. 8 per l'istituzione di un nuovo primariato di chirurgia vitroretinica. (507)
Interrogazione Amadu, con richiesta di risposta scritta, sul blocco della legge regionale 19 ottobre 1993, n. 51, e successive modificazioni, sulle agevolazioni finanziarie in favore degli artigiani.
Il sottoscritto
VENUTO a conoscenza che l'attuale Giunta regionale ha emanato una direttiva indirizzata agli enti e istituti istruttori, con cui viene disposta, a far data dal 23 settembre 2004, la sospensione dell'istruttoria delle pratiche di agevolazione finanziaria inoltrate dagli artigiani ai sensi della legge regionale n. 51 del 1993 e successive modifiche;
CONSIDERATO che la mancata evasione delle domande presentate regolarmente dagli artigiani, oltre a creare forti disagi nella categoria, determina notevoli conseguenze di natura economica e sociale che incidono negativamente sulla produzione e sulla occupazione;
RITENUTO che la Giunta regionale debba immediatamente intervenire per sbloccare la situazione,
chiede di interrogare il Presidente della Regione e l'Assessore regionale del turismo, artigianato e commercio:
1) per sapere se sono a conoscenza del crescente disagio degli artigiani che dal 23 settembre 2004 ad oggi hanno inoltrato inutilmente la domanda per usufruire delle previste agevolazioni finanziarie;
2) per conoscere i provvedimenti urgenti che la Giunta regionale intende adottare per consentire agli istituti e enti interessati di procedere tempestivamente all'istruttoria delle istanze presentate ai sensi della legge regionale n. 51 del 1993, e successive modifiche e integrazioni. (508)
Interrogazione Davoli - Uras - Pisu, con richiesta di risposta scritta, sulla grave situazione di crisi del comparto commerciale UPIM a Nuoro e Carbonia.
I sottoscritti
PREMESSO che:
- la UPIM è una delle aziende storiche della grande distribuzione organizzata che per decenni ha caratterizzato e simboleggiato, anche nell'immaginario collettivo, il cosiddetto miracolo italiano degli anni '60, rappresentando assieme ad altre importanti realtà produttive, una importante e stabile occasione di lavoro per centinaia di persone;
- in questi mesi l'azienda ha avviato un ampio processo di ristrutturazione aziendale che, da una parte, riguarda l'apertura di una vertenza sul contratto integrativo, dall'altra implica esuberi per circa 450 dipendenti in tutta Italia;
- il piano di ristrutturazione in Sardegna prevede la chiusura di due punti vendita: quello di Carbonia e quello di Nuoro, per un esubero totale di 35 lavoratrici e lavoratori;
- per una parte di essi, quelli in età più avanzata, è previsto un accompagnamento alla pensione attraverso l'attivazione di una serie di ammortizzatori sociali;
- per la parte restante, circa la metà di essi, la prospettiva è drammatica; si tratta, infatti, di lavoratrici e lavoratori di età compresa fra i 45 ed i 50 anni che, come da schema consolidato, in questi anni di crisi e precarizzazione del mercato del lavoro, sono troppo giovani per andare in pensione e troppo anziani per ricollocarsi sul mercato del lavoro: infatti perderanno immediatamente il lavoro;
- anche in questo caso la precarietà della condizione lavorativa diviene elemento esistenziale, mettendo a rischio il futuro stesso delle persone e delle famiglie che vivono di un reddito da lavoro dipendente, creando una condizione di vita caratterizzata dall'incertezza, dall'instabilità e dalla solitudine;
PRESO ATTO che, in entrambi i territori, il processo di ristrutturazione della UPIM si va a sommare a una condizione già di per sé disastrosa dal punto di vista occupazionale e della crisi drammatica che attraversa tutti i comparti produttivi,
chiedono di interrogare il Presidente della Regione e l'Assessore regionale del lavoro, formazione professionale, cooperazione e sicurezza sociale per conoscere:
1) se la Giunta regionale sia informata della situazione dei lavoratori UPIM in Sardegna;
2) quali azioni la Giunta regionale abbia in programma di intraprendere a tutela degli attuali livelli occupativi;
3) quali azioni la Giunta regionale abbia in programma di intraprendere per contribuire alla salvaguardia dell'esistenza della UPIM di Carbonia e Nuoro;
4) se l'Assessore regionale del lavoro, formazione professionale, cooperazione e sicurezza sociale non ritenga opportuno un intervento, anche di ordine integrativo, degli ammortizzatori sociali esistenti, che metta a disposizione una serie di risorse per il ricollocamento dei lavoratori e delle lavoratrici che stanno per perdere il posto di lavoro. (509)
Interrogazione Davoli-Uras - Pisu, con richiesta di risposta scritta, sull'intendimento di realizzare un nuovo impianto di termovalorizzazione dei rifiuti ad Ottana.
I sottoscritti,
PREMESSO che:
- si esprime forte preoccupazione circa l'intenzione della Giunta regionale di costruire ad Ottana un nuovo impianto di termovalorizzazione - per la costruzione del quale è già stato pubblicato il bando con scadenza a luglio - capace di smaltire 180 mila tonnellate di RSU e di produrre energia elettrica grazie alla lavorazione delle biomasse;
- per anni le popolazioni del Marghine, le amministrazioni locali e tanta parte delle forze politiche locali hanno condotto una dura lotta contro l'ipotesi di un potenziamento dell'impianto esistente nella zona industriale di Tossilo;
- tale mobilitazione, divenuta evento di massa e fatto politico locale e provinciale di primaria importanza, ha investito migliaia di persone e l'intera opinione pubblica in un dibattito acceso e di altissimo livello che ha prodotto informazione e coscienza diffusa circa i rischi derivanti dai processi di termovalorizzazione, la necessità di rilanciare e valorizzare la raccolta differenziata, di investire nella valorizzazione del differenziato, in altri termini in un modello economico a misura d'ambiente, di uomo e di donna;
- la decisione di dare avvio alla costruzione ad Ottana di un impianto di tali proporzioni viene presa dalla Giunta regionale senza il coinvolgimento del Consiglio e non tiene assolutamente conto delle lotte e della volontà popolare espressa dal Marghine e, in passato, anche dal consiglio provinciale di Nuoro;
CONSIDERATO che la costruzione di un impianto di termovalorizzazione di tali dimensioni comporta conseguenze pesantissime sulle popolazioni locali, un serio rischio per le emissioni di fumi e polveri in atmosfera, condiziona l'economia dell'intero territorio, che si vedrebbe totalmente condizionato (tra processi di differenziazione, trasporto, smaltimento ed accantonamento in discarica) dalla lavorazione degli RSU per tutta l'Isola, e comporta inoltre la certa congestione delle vie di comunicazione della zona a causa di un prevedibile incremento del traffico di mezzi pesanti su gomma difficilmente sostenibile da una rete viaria come quella del Centro Sardegna;
PRESO ATTO che, in applicazione del decreto Ronchi, tutti i centri dell'Isola, da qui a poco tempo, attueranno la differenziazione della raccolta degli RSU e che ciò comporterà una riduzione del conferimento negli impianti di termovalorizzazione;
CONSIDERATO che:
- per loro conformazione, le tecnologie impiegate nei processi di termovalorizzazione possono funzionare solo a pieno regime, onde evitare diseconomie e scarso rendimento;
- l'opzione per un investimento di tale portata implicherà una decisa inversione di rotta rispetto alla condivisibile idea di una costruzione sociale del mercato, contenuta nel programma di governo della Regione, incentrata sulla risorsa locale, sulla tutela e valorizzazione dell'ambiente, sui prodotti tipici, sul patrimonio archeologico, culturale e naturalistico;
CONSIDERATA, inoltre, la vetustà dell'impianto esistente a Tossilo e il basso standard di sicurezza e funzionalità offerto dal medesimo, rispetto alla sicurezza del luogo di lavoro, alla continuità dello smaltimento, alle emissioni in atmosfera, alla salute delle popolazioni locali, alla salubrità dell'ambiente in generale;
TENUTO CONTO che nell'impianto citato lavorano attualmente circa 45 dipendenti rispetto ai quali il bando sopra citato non prevede esplicite garanzie,
chiedono di interrogare il Presidente della Regione, l'Assessore regionale della difesa dell'ambiente, l'Assessore regionale dell'industria e l'Assessore regionale del lavoro, formazione professionale, cooperazione e sicurezza sociale, per conoscere:
1) se la Giunta non ritenga contraddittoria questa scelta con il forte accento, correttamente posto, sulla tutela delle coste e la valorizzazione dell'identità, dei saperi e delle culture locali, sulla necessità di progettare dal basso il modello di sviluppo;
2) come la Giunta ritenga di conciliare la costruzione di un impianto da 180 mila tonnellate di rifiuti tal quali con una politica che incentivi ed investa nella raccolta differenziata;
3) come ritenga di garantire il funzionamento a pieno regime del nuovo impianto;
4) quali garanzie ritenga ci siano e quali forme di controllo intenda attivare, rispetto all'eventualità che tra i RSU vi siano rifiuti tossici e sostanze ulteriormente inquinanti per l'ambiente e pericolose per la salute delle popolazioni locali;
5) quale futuro occupazionale abbia programmato e quali garanzie abbia ipotizzato per i lavoratori dell'impianto di Tossilo;
6) se la Giunta abbia valutato il reale fabbisogno di incenerimento dei rifiuti alla luce dell'avvio e del razionale funzionamento della raccolta differenziata;
7) se la Giunta regionale non ritenga opportuna una sospensiva del bando per la costruzione dell'impianto di termovalorizzazione di Ottana al fine di coinvolgere, in un dibattito più approfondito e documentato il Consiglio regionale, gli enti locali del territorio, la popolazione, le forze politiche e la società civile e lasciare che su temi fondamentali come lo sviluppo locale e il modello economico di un territorio vi sia un percorso più partecipativo, informato e, perciò, maggiormente democratico nella formazione delle decisioni. (510)
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