Seduta n.234 del 04/05/1993 

CCXXXIV SEDUTA

MARTEDI' 4 MAGGIO 1993

Presidenza del Presidente FLORIS

indi

della Vicepresidente SERRI

INDICE

Congedo .................................

Disegno di legge: "Modificazioni all'articolo 90 della legge regionale 6 marzo 1979, n. 7, nel testo sostituito dall'articolo 3 della legge regionale 10 marzo 1989, n. 10 recante norme per l'elezione del Consiglio regionale" (374). (Discussione e approvazione col titolo: Prestazioni di lavoro straordinario per lo svolgimento dei referendum e delle elezioni regionali. Modifica della legge regionale 6 marzo 1979, n. 7):

SCANO ..................................

COGODI ,_ ...........................

(Votazione per appello nominale)

(Risultato della votazione)......

Interrogazioni (Annunzio) ...

Mozioni (Annunzio) .............

Mozione Scano - Amadu - Baghino - Carusillo - Casu - Cocco - Corda - Cuccu - Dadea - Deiana - Dettori - Erittu - Fadda Paolo - Fantola - Giagu - Ladu Leonardo - Lorelli - Lorettu - Manca - Salis - Marteddu - Mulas Francesco - Mulas Maria Giovanna - Morittu - Murgia - Onida - Pes - Porcu - Pubusa - Puligheddu - Ruggeri - Satta Gabriele - Sardu - Selis - Serra - Serra Pintus - Serri - Soro - Tamponi - Tidu - Usai Edoardo - Zucca sulla necessità di trasparenza circa l'appartenenza ad associazioni che svolgono attività di carattere politico, culturale, assistenziale o di promozione economica e l'eventuale affiliazione alla massoneria(117). (Discussione):

SCANO ...................................

LADU GIORGIO....................

COCCO....................................

Programma: "Legge 268/74 - Programma di intervento per gli anni 1988-1989-1990 -Modificazioni" (Progr. n. 30). (Discussione):

MANNONI .............................

SELIS, relatore ........................

RUGGERI...............................

COGODI .................................

BARRANU, Assessore della programmazione, bilancio, credito e assetto del territorio ...

USAI SANDRO .....................

Proposte di legge (Annunzio di presentazione)

Sull'ordine del giorno:

COLLU, Assessore degli affari generali, personale e riforma della Regione

La seduta è aperta alle ore 17 e 03.

MULAS MARIA GIOVANNA, Segretaria, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del 21 aprile 1993, che è approvato.

Congedi

PRESIDENTE. Comunico che i consiglieri Desini e Soro hanno chiesto di poter usufruire rispettivamente di uno e di due giorni di congedo; i consiglieri Pusceddu e Pau di quattro giorni di congedo a far data dal 4 maggio del 1993. Se non vi sono opposizioni i congedi si intendono accordati.

Annunzio di presentazione di proposte di legge

PRESIDENTE. Annunzio che sono pervenuti alla Presidenza le seguenti proposte di legge. Se ne dia lettura.

MULAS MARIA GIOVANNA, Segretaria:

dai consiglieri Tamponi - Mulas Franco - Marteddu - Sanna Adalberto - Amadu - Atzeni - Atzori - Baghino - Carusillo - Corda - Deiana - Dettori - Fadda Paolo - Giagu - Lorettu - Manunza - Onida - Oppi - Piras - Satta Antonio - Sechi - Selis - Serra - Serra Pintus - Soro - Tidu - Usai Sandro:

"Norme sulle pubblicazioni notiziali relative alle leggi e agli atti normativi della Regione autonoma della Sardegna". (387)

(Presentata l'8 aprile 1993 ed assegnata alla prima Commissione.)

dai consiglieri Baroschi - Ortu - Pubusa - Tamponi:

"Modifica della legge regionale concernente: 'Trasferimento di risorse finanziarie al sistema delle autonomie locali e modifiche alla legge regionale 1° agosto 1975, n. 33 (Compiti della Regione nella programmazione)', approvata dal Consiglio il 16 aprile 1993". (388)

(Presentata il 28 aprile 1993 ed assegnata alla prima Commissione.)

dai consiglieri Mulas Maria Giovanna - Fadda Antonio - Mannoni - Baroschi - Degortes - Fadda Fausto - Lombardo - Manchinu - Mereu Salvatorangelo - Ferrari - Pili:

"Interventi finalizzati al riconoscimento, alla disciplina delle organizzazioni di volontariato e alla valorizzazione e coordinamento delle loro attività". (389)

(Presentata il 28 aprile 1993 ed assegnata alla settima Commissione.)

dai consiglieri Fadda Fausto - Mannoni - Pili - Baroschi - Degortes - Fadda Antonio - Ferrari - Lombardo - Manchinu - Mereu Salvatorangelo - Mulas Maria Giovanna:

"Norme per la disciplina della pesca sportiva marittima in Sardegna". (390)

(Presentata il 28 aprile 1993 ed assegnata alla quinta Commissione.)

dai consiglieri Pau - Merella - Tarquini:

"Ordinamento dei consorzi di sviluppo industriale della Sardegna in attuazione della legge 5 ottobre 1991, n. 317". (391)

(Presentata il 29 aprile 1993 ed assegnata alla sesta Commissione.)

Annunzio di interrogazioni

PRESIDENTE. Annunzio che sono pervenute alla Presidenza le seguenti interrogazioni. Se ne dia lettura.

MULAS MARIA GIOVANNA, Segretaria:

"Interrogazione Amadu, con richiesta di risposta scritta, sulla necessità di un ripetitore TV a Bonorva (SS)". (539)

"Interrogazione Planetta - Satta Gabriele, con richiesta di risposta scritta, sulla situazione del porticciolo turistico di Stintino". (540)

"Interrogazione Baghino - Tidu - Deiana - Atzeni, con richiesta di risposta scritta, sulle modalità delle prossime nomine in seno alla Fondazione Banco di Sardegna da parte della Regione". (541)

Annunzio di mozioni

PRESIDENTE. Annunzio che sono pervenute alla Presidenza le seguenti mozioni. Se ne dia lettura.

MULAS MARIA GIOVANNA Segretaria:

"Mozione Murgia - Cogodi - Morittu - Salis - Urraci sul minacciato disimpegno statale nella campagna antincendi, servitù militari ed operazione Forza Paris". (125)

"Mozione Cogodi - Morittu - Murgia - Salis - Urraci sullo stato attuale del vertice Sardegna e sul necessario intervento straordinario regionale di sostegno della produzione, della occupazione e della lotta dei lavoratori". (126)

Sull'ordine del giorno

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del programma numero 30.

Ha domandato di parlare l'Assessore degli affari generali, personale e riforma della Regione.

COLLU, Assessore degli affari generali, personale e riforma della Regione. Chiedo la cortesia ai consiglieri di invertire l'ordine del giorno e di mettere al primo posto il disegno di legge numero 374.

PRESIDENTE. Se non ci sono opposizioni la richiesta di inversione dell'ordine del giorno è accolta.

Discussione del disegno di legge: "Modificazioni all'articolo 90 della legge regionale 6 marzo 1979, n. 7, nel testo sostituito dall'articolo 3 della legge regionale 10 marzo 1989, n. 10 recante norme per l'elezione del Consiglio regionale". (374)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge numero 374; relatore il consigliere Lombardo.

Dichiaro aperta la discussione generale. Constatato che il relatore onorevole Lombardo, non è presente in aula, ci si rimette alla relazione scritta.

Poiché nessuno è iscritto a parlare, dichiaro chiusa la discussione generale.

Per esprimere il parere della Giunta ha facoltà di parlare l'Assessore degli affari generali, personale e riforma della Regione.

COLLU, Assessore degli affari generali, personale e riforma della Regione. La Giunta si rimette alla relazione scritta.

PRESIDENTE. Metto in votazione il passaggio all'esame degli articoli. Chi lo approva alzi la mano.

(E' approvato)

Si dia lettura del titolo.

MULAS MARIA GIOVANNA, Segretaria:

TITOLO

Prestazioni di lavoro straordinario per lo svolgimento di referendum e delle elezioni regionali. Modifica della legge regionale 6 marzo 1979, n. 7.

PRESIDENTE. Poiché nessuno domanda di parlare sul titolo, lo metto in votazione. Chi lo approva alzi la mano.

(E' approvato)

Si dia lettura dell'articolo 1.

MULAS MARIA GIOVANNA, Segretaria:

Art. 1

1. L'articolo 90 della legge regionale 6 marzo 1979, n. 7 (Norme per l'elezione del Consiglio regionale della Sardegna, modificato dall'articolo 3 della legge regionale 10 marzo 1989, n. 10), è sostituito dal seguente:

Art. 90

1. Il personale dell'Amministrazione regionale adibito agli adempimenti connessi allo svolgimento delle elezioni e dei referendum regionali può essere autorizzato, previa deliberazione della Giunta regionale, in deroga alle vigenti disposizioni, ad effettuare lavoro straordinario sino ad un massimo individuale di 80 ore mensili e sino ad un massimo di 8.000 ore complessive nel periodo compreso tra i 90 giorni precedenti il giorno in cui possono essere indette le consultazioni elettorali ed i 30 giorni successivi al giorno delle consultazioni stesse.

PRESIDENTE. Poiché nessuno domanda di parlare su questo articolo, lo metto in votazione. Chi lo approva alzi la mano.

(E' approvato)

Si dia lettura dell'articolo 2.

MULAS MARIA GIOVANNA, Segretaria:

Art. 2

1. Al fine di soddisfare le esigenze straordinarie connesse allo svolgimento di referendum popolari indetti per l'anno 1993, in deroga ai limiti per l'effettuazione di lavoro straordinario, posti dalla vigente normativa emanata con decreto del Presidente della Giunta regionale 8 settembre 1992, n. 212, l'amministrazione regionale è autorizzata a corrispondere al personale adibito agli adempimenti connessi allo svolgimento dei referendum compensi per il lavoro straordinario effettivamente reso e comunque sino ad un massimo individuale di 80 ore mensili.

PRESIDENTE. A questo articolo sono stati presentati due emendamenti. Se ne dia lettura.

MULAS MARIA GIOVANNA, Segretaria:

Emendamento aggiuntivo Tamponi - Dadea - Mannoni - Ortu - Cogodi - Pusceddu - Merella -Usai

Art. 2

Dopo l'articolo 2 è aggiunto il seguente articolo:

Art. 2 bis

1. Nel comma 6 dell'articolo 1 della legge regionale n. 7 del 1979, come modificato dall'articolo 2 della legge regionale 27 agosto 1992, n. 16, le parole "la domenica successiva" sono sostituite dalle parole "la seconda domenica successiva.

2. L'articolo 6 della legge regionale n. 7 del 1979 è sostituito dal seguente:

"Art. 6

1. I comizi elettorali sono convocati dal Presidente della Giunta regionale nelle forme e nei tempi previsti dallo Statuto.

2. I Sindaci dei Comuni della Regione danno notizia al pubblico del decreto di convocazione dei comizi con apposito manifesto".

3. Il comma 1 dell'articolo 69 della legge regionale n. 7 del 19 marzo 1979, n. 7 (Norme per l'elezione del Consiglio regionale della Sardegna), è sostituito dal seguente:

"1. Le operazioni di cui all'articolo 63 e, successivamente, quelle di scrutinio devono essere ultimate entro le ore 24 del giorno successivo alla votazione".

4. Nel comma 2 del medesimo articolo sono soppresse le parole: ", alle ore 14 del martedì successivo al giorno delle elezioni,". (1)

Emendamento aggiuntivo Giunta regionale

Art. 2

Dopo l'art. 2 è inserito il seguente:

1. I referendum popolari regionali indetti con decreto del Presidente della Giunta regionale n. 118 del 23 marzo 1993, per domenica 20 giugno 1993, sono rinviati ad una domenica compresa tra il 1° ottobre ed il 30 novembre 1993.

2. Il decreto di convocazione dei referendum di cui al comma precedente è emanato entro 10

giorni dall'entrata in vigore della presente legge". (2)

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Dadea per illustrare il suo emendamento.

DADEA (P.D.S.). Si dà per illustrato.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'Assessore degli affari generali, personale e riforma della Regione per illustrare l'emendamento numero 2.

COLLU, Assessore degli affari generali, personale e riforma della Regione. Si dà per illustrato.

PRESIDENTE. Per esprimere il parere della Giunta sull'emendamento numero 1 ha facoltà di parlare l'Assessore degli affari generali, personale e riforma della Regione.

COLLU, Assessore degli affari generali, personale e riforma della Regione. La Giunta lo accoglie.

PRESIDENTE. Metto in votazione l'articolo 2. Chi lo approva alzi la mano.

(E' approvato)

Metto in votazione l'emendamento numero 1. Chi lo approva alzi la mano.

(E' approvato)

Ha domandato di parlare l'onorevole Scano sull'emendamento numero 2. Ne ha facoltà.

SCANO (P.D.S.). Molto rapidamente, signor Presidente, per dire che l'emendamento numero 2, presentato dalla Giunta, propone lo slittamento della tornata referendaria regionale. Io vorrei che fosse chiaro che la posizione dei proponenti del referendum - la quale è stata già resa nota - è che i referendum vanno svolti in tempo utile perché possano influire sulla determinazione delle norme che presiederanno all'elezione del prossimo Consiglio regionale. Il movimento proponente aveva chiesto che si votasse il 18 aprile insieme ai referendum nazionali; pare che non sia stato possibile per motivi tecnici, allora ha chiesto l'abbinamento al 6 giugno, pare che il Ministro dell'interno (dico pare perché non c'è alcuna norma che vieti l'abbinamento né ho visto un documento da cui risulti questa posizione del Ministro dell'interno) non consenta nemmeno questo abbinamento.

A questo punto il rinvio rischia di essere obbligato; tuttavia io vorrei che fosse chiaro che ciò che non vogliamo è che si voti in un periodo affollato di scadenze elettorali, sia pure parziali, così poi da rischiare che la gente in "overdose" da elezioni non vada a votare. Io personalmente non sono favorevole a questo emendamento, non capisco perché non si possano indire i referendum per il 6 giugno, continuo a non capirlo. Detto questo naturalmente non mi pare che sia materia da guerra di religione votare a giugno oppure votare in autunno.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Cogodi. Ne ha facoltà.

COGODI (Rinascita e Sardismo). Intervengo sull'articolo 3 di questa legge.

PRESIDENTE. Siamo all'articolo 2, non all'articolo 3. Precisamente siamo all'emendamento aggiuntivo numero 2.

COGODI (Rinascita e Sardismo). Intervengo sull'articolo 2 tanto fa lo stesso. Devo dire una cosa di carattere generale, che ho già detto in Commissione e che voglio sia in qualche modo registrata anche nella discussione in Aula che può essere riferita a qualsiasi articolo ed emendamento. La legge originaria prevedeva a carico del bilancio regionale una dotazione specifica per lavoro straordinario prestato per gli adempimenti referendari. Non manca occasione nella quale non si debba mettere a carico di un ancora non del tutto esausto ma in via di affaticamento grave bilancio regionale ogni e qualsiasi cosa, secondo me, in modo eccessivamente leggero.

Questa legge, in buona sostanza, prevedeva in forza dell'urgenza - che veniva rappresentata dell'ultima scadenza elettorale referendaria, quella che si è già svolta - un aggravio di ore straordinarie per l'ufficio elettorale regionale. Si dice che bisogna pur tenere conto di chi fa straordinario, però questo straordinario è quantificato in questa legge-leggina in 420 milioni; mi pare eccessivo. Io dico che non è più pensabile che ogni occasione sia buona perché gli adempimenti di questa Regione (che ha alle sue dipendenze, per amministrazione diretta ed enti, 10 mila dipendenti, per un costo di 2 miliardi e mezzo al giorno) debbano per forza viaggiare attraverso le emergenze, la straordinarietà e il carico di bilancio. E' inimmaginabile e assurdo con le urgenze che ha questa Regione che non riesce a dare nulla a un sacco di gente.

E' possibile che sino a quando ci saranno i referendum o le elezioni la Regione non riesca ad organizzare un ufficio elettorale in modo tale da chiamare venti dipendenti o di più invece che otto o dieci, costretti poi a effettuare lavoro straordinario gravando sul bilancio con mezzo miliardo di lire solo perché ci sono elezioni? E' possibile? O è impensabile attuare la mia proposta e risparmiare mezzo miliardo? Io non dico - altrimenti qualcuno direbbe è demagogia - di darlo ai poveri, ma lo si dia a qualcuno a cui serve di più. Io sono convinto, sono sicuro che si potrebbe risparmiare questo mezzo miliardo, per lavoro straordinario organizzando per tempo l'ufficio competente, non capisco perché ogni volta che ci sono state elezioni si è previsto che si dovesse dare lavoro straordinario oltre il massimo previsto dal contratto. Ecco perché ci vuole una legge. E' giusto? Valutate voi, se ritenete che sia giusto, approvate la legge. Io non l'approvo, sono perplesso, ho già espresso parere contrario in Commissione e continuo ad esprimere parere contrario in Aula.

Quanto alla norma e all'emendamento in questione sui referendum io vorrei ricordare che, oltre all'aggravio di quasi mezzo miliardi di straordinario per l'ufficio elettorale, un referendum regionale pare che costi intorno ai 9-10 miliardi. Lungi da me pensare che i diritti civili, politici eccetera, anche quando sono costosi, non debbano essere esercitati, ma siccome i prossimi referendum regionali, proposti da consiglieri regionali, attengono a cose ben specifiche e chiedono una certa azione del Consiglio regionale, perché non proponiamo due articoli di legge rispondenti ai quesiti referendari e li votiamo in Aula? Perché dobbiamo fare un referendum, per ridurre la composizione del Consiglio regionale da 80 a 60 consiglieri? Basta che si presenti una proposta di legge.

Io ho letto il quesito referendario, chiede che la Regione, cioè questo Consiglio regionale, proponga una legge nazionale perché i consiglieri regionali siano 60 anziché 80. Allora prima di spendere 10 miliardi per un referendum, proponiamo - anzi l'avanzerò io nei prossimi giorni - una proposta di legge perché il Consiglio regionale si pronunci anzitutto in questa sede. Di leggi elettorali ne abbiamo esaminato già, ne esamineremo ancora, ma questa proposta in Aula non è stata ancora formulata. Formuliamola, così votiamo in Aula e vediamo.

Per esempio mi parrebbe anche del tutto strano che noi spendessimo 10 miliardi per finanziamenti ai Gruppi che non devono essere più dati se i partiti non fanno una certa "cosa". Ma allora togliamoglieli questi 10 miliardi ai Gruppi; proporremo un articolo di legge anche per questo.

Forse quindi avere un po' di tempo davanti a noi serve per ricondurre certe situazioni nell'ambito naturale e cioè perché il Consiglio, come suo potere e anzi suo dovere, esamini i provvedimenti di legge presentati e li approvi. In ogni caso per gli straordinari di mezzo miliardo effettuati durante ogni adempimento elettorale, io sono comunque contrario perché lo ritengo davvero, in questa situazione, uno spreco.

PRESIDENTE Poiché nessun altro domanda di parlare metto in votazione l'emendamento numero 2. Chi lo approva alzi la mano.

(E' approvato)

Si dia lettura dell'articolo 3.

MULAS MARIA GIOVANNA, Segretaria:

Art. 3

1. Le spese derivanti dall'attuazione della presente legge, stimate in lire 420.000.000 annue, gravano per l'anno 1993 sul capitolo 01034 dello stato di previsione della spesa della Presidenza della Giunta e, per gli anni successivi, sul medesimo capitolo 01034 relativamente ai referendum popolari e sul capitolo 01033 relativamente alle elezioni regionali e trovano copertura nei limiti degli stanziamenti iscritti sui medesimi capitoli nel bilancio pluriennale della Regione.

PRESIDENTE. Poiché nessuno domanda di parlare su questo articolo, lo metto in votazione. Chi lo approva alzi la mano.

(E' approvato)

La votazione finale avverrà in un secondo momento.

Discussione del programma: "Legge 268/74 - Programma di intervento per gli anni 1988-1989-1990 - modificazioni" (Progr. n. 30)

PRESIDENTE L'ordine del giorno reca la discussione del programma numero 30. Relatore l'onorevole Selis.

Dichiaro aperta la discussione generate.

Ha facoltà di parlare l'onorevole Selis, relatore.

SELIS (D.C.), relatore. Mi rimetto alla relazione scritta.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Mannoni. Ne ha facoltà.

MANNONI (P.S.I.). Signor Presidente, io intervengo brevemente su questo provvedimento per chiedere alla Giunta un chiarimento. Il provvedimento che noi esaminiamo è una modifica al programma di spesa previsto dalla legge numero 268 in base al quale vengono potenziate le voci di spesa relative al completamento del sistema di infrastrutturazione industriale, in particolare nell'area di Portovesme. Nel merito di questa scelta nulla da obiettare, anche perché la scelta è contemplata nel programma pluriennale di sviluppo e quindi non intervengo per obiettare in proposito ma semplicemente per fare una osservazione di carattere più generale.

Nel programma triennale, fra i progetti strategici regionali di sviluppo è prevista in maniera selettiva una serie di interventi tendente a completare la rete infrastrutturale delle aree industriali più rilevanti, tra le quali quelle che oggi vengono soddisfatte con queste modifiche di programma. Però nel programma pluriennale le imputazioni di spesa a copertura delle previsioni sono di diverso tipo: vi sono interventi che trovano copertura a carico delle quote della "268", vi sono spese che trovano copertura sulle risorse regionali, vi sono spese che avrebbero dovuto trovare copertura con gli introiti del piano di rinascita. Di queste varie fonti di finanziamento alcune sono rimaste fonti vive mentre altre si sono rinsecchite, per lo meno temporaneamente; avviene così che la programmazione regionale subisce uno squilibrio.

Faccio un riferimento specifico, che è quello che mi ha ispirato, senza certamente un intento di tipo campanilistico: nelle tabelle allegate al piano pluriennale è previsto tra gli altri un intervento di completamento dell'infrastrutturazione della Sardegna centrale, in maniera particolare alla parte più moderna e più vicina alla produzione del centro servizi di Nuoro, eccetera. Ora avverrebbe che, mentre una parte degli interventi programmati vanno avanti con questa copertura, quelli invece enunciati e non dotati di copertura - perché il gettito del piano di rinascita non esiste - finiscono per rimanere lettera morta, un flatus vocis e basta. Questo evidentemente crea uno squilibrio - non dico grosso - negli interventi che avevano invece trovato, nella loro definizione complessiva e coordinata, un elemento di dotazione razionale delle diverse aree.

Vorrei, su questo problema specifico, sentire l'avviso della Giunta.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Selis. Ne ha facoltà.

SELIS (D.C.), relatore. Mi ero rimesso alla relazione scritta perché in Commissione sul provvedimento originario non erano sorti particolari problemi neanche riguardo agli emendamenti proposti. Ricordo al Consiglio e alla Giunta che la volta precedente avevo chiesto la sospensione del provvedimento per poter esprimere sull'emendamento numero 1 un parere della Commissione; questo è stato espresso, da quanto mi risulta è stato inviato stamattina alla Giunta, adesso io ho chiesto che gli Uffici ce lo ripropongano in modo tale che possiamo esaminarlo.

Avevamo la sensazione che la Giunta - ne chiedo conferma - avrebbe presentato un emendamento generale, quale quello che stiamo esaminando, di estensione di contributi in conto occupazione, ma finalizzato a risolvere un problema specifico. Ritengo utile dire queste cose prima di passare all'esame dei singoli articoli e degli emendamenti, perché la discussione generale è il momento giusto per poter esaminare, senza incertezze e senza malintesi, il complesso del provvedimento.

Vorrei capire, quali sono le intenzioni della Giunta regionale in particolare in merito all'emendamento numero 1, che non contiene solo un problema specifico ma riguarda una strategia generale di politica industriale; vale la pena, anche in sede di discussione generale, evidenziarlo.

Il parere della Commissione sui singoli punti di crisi è andato verso interventi finalizzati, e non generalizzati di dubbia efficacia. Mi riservo di intervenire sull'emendamento in questione, ma credo che, anche a livello di discussione generale, sia essenziale un chiarimento sulle intenzioni della Giunta in merito alle politiche industriali dell'Esecutivo e in particolare sulle strategie per affrontare i punti di crisi.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Ruggeri. Ne ha facoltà.

RUGGERI (P.D.S.). Signor Presidente, colleghi del Consiglio, colgo l'occasione della discussione generale sul programma 30, per evidenziare (la terza Commissione ha già esaminato l'emendamento presentato dalla Giunta) il momento di difficoltà attraversato da una parte del sistema industriale sardo e l'esigenza di un contributo che consenta di salvare centinaia di lavoratori da un futuro licenziamento. Esiste il rischio che spariscano dalla storia dell'industria sarda, oltre che le aziende del sistema pubblico, anche aziende del sistema privato; sono centinaia, probabilmente migliaia, se facciamo i calcoli, e per ragioni diverse ognuna vive una situazione di forte precarietà. Alcune rappresentano un pezzo importante, alcune sono legate al settore auto, altre alla produzione di carrozze, altre ancora sono legate ad un sistema produttivo che bene o male nel corso degli ultimi vent'anni ha rappresentato in qualche modo anche un vanto. Queste aziende hanno dimostrato cioè che anche un'isola come la nostra poteva contare su un sistema produttivo mirante ai mercati nazionali ed europei, in qualche caso persino internazionali, vedi i Paesi dell'America del Nord; hanno quindi rappresentato motivo di vanto per il nostro sistema industriale.

Però, nel voler dare un contributo e cogliere quindi sino in fondo le difficoltà di queste aziende, si è riscontrata qualche difficoltà. Io credo che noi faremmo male se ragionassimo oggi semplicemente sui costi previsti nell'emendamento della Giunta e non tenessimo conto delle prospettive occupative e produttive che sono presenti in realtà del cagliaritano, del villacidrese e più in generale della regione sarda. Fare un ragionamento sui costi dell'oggi e non considerare strategiche per lo sviluppo della Sardegna le attività produttive di quegli stabilimenti mi sembrerebbe davvero miopia. Faccio l'esempio della Keller, la quale ha contratto dopo un lungo periodo una commessa con le Ferrovie dello Stato pari a 160 miliardi per una produzione possibile di carrozze per un periodo di circa tre anni e con la possibilità di estensione del numero degli occupati dagli attuali 350 a 410. Non va dimenticato che c'è stata una guerra, durata un anno e mezzo circa, tra le aziende operanti nel settore. Si sono costituiti i consorzi, ma anche di fronte ai consorzi e alla tecnologia europea (Germania, Inghilterra) rispetto alla Fiat e all'Ansaldo, noi siamo una cosa insignificante; malgrado questa disputa europea la Keller, operante nell'area di Villacidro, è riuscita a strappare una commessa pari a 160 miliardi per una occupazione attuale di 350 dipendenti.

Altro esempio: la Gencord di Cagliari, 450 dipendenti; tutti sappiamo che la Gencord è una delle aziende in cui la parte più rilevante della produzione viene rivolta al mercato dell'Est. Abbiamo tutti consapevolezza del fatto che dopo la caduta del muro di Berlino quel mercato si è smembrato, e anche dal punto di vista dei rapporti finanziari è tutto incerto, non si sa se quei Paesi pagano oppure no; insomma mettono le aziende in una situazione tale per cui pagano le materie prime a novanta giorni, e riscuotono dai clienti dopo un anno e anche più. Questo sbilanciamento tra quello che si paga per le materie prime e quello che si incassa sul prodotto finito costringe le aziende a rivolgersi al sistema bancario in modo da avere risorse per pagare le materie prime. Questa è la situazione per esempio per la Socimi e per tante altre aziende in Sardegna.

Voglio fare anche un altro ragionamento, badate noi abbiamo concluso il 28 aprile per la Sim, e il 30 aprile per l'Enichem (con la presenza qualche ora dopo del Presidente della Camera, l'onorevole Napolitano) degli accordi; non dobbiamo illuderci che quegli accordi abbiano risolto i problemi delle miniere, né tantomeno della chimica. Quando si danno quaranta giorni di tempo per bonificare gli impianti chimici, io do per scontato che al quarantesimo giorno riparte la lotta. Non c'è un progetto di chimica complessiva, ma vi dico di più, quell'accordo aggiunge una difficoltà, perché l'integrazione degli impianti Praoil di Sarroch con l'Enichem di Macchiareddu produrrà un disavanzo occupativo di 200 unità, perché i servizi vengono unificati. Quindi, non solo non si è risolto il problema dell'integrazione, della riqualificazione, dell'allargamento della base produttiva, ma alla fine di quel percorso ci saranno 200 unità in più.

Allora, che cosa facciamo? Facciamo finta che per la Keller, la Gencord, e tante altre aziende in una situazione di difficoltà generale, c'è l'incertezza di una politica industriale nazionale e le lasciamo al proprio destino? Ma non ci sono solo Keller e Gencord, c'è l'Enichem di Macchiareddu, c'è la Socimi, e poi c'è l'indotto per tutte le aziende.

Io ho partecipato alla Conferenza di produzione il 25, o quando era, di marzo, alla Keller, vi è stata una proposta di allargamento della base produttiva non solo per realizzare le carrozze ma anche per la produzione di mezzi da campagna. Allora, il ragionamento che dobbiamo fare è questo: la Sardegna può rinunciare a perdere una commessa di 160 miliardi o può rinunciare a perdere una delle più grandi aziende metalmeccaniche, non di quelle che fanno le inferriate, ma di quelle che producono dei beni? Quella produzione va ripresa perché è la condizione fondamentale per riprodurre ricchezza in questo Paese. Noi produciamo, cioè, dei beni che vengono venduti all'estero (Paesi dell'Est, Francia); questo fa la ricchezza della Sardegna così come fa la ricchezza dell'Italia. Non può essere fatto un ragionamento pensando che oggi è un costo elevato, perché io non so quanto sarà alla fine quantificato il costo di un allargamento del contributo in conto occupazione da 7 a 10.

Badate, lo dico a Luigi, lo dico a Gianmario, lo dico agli altri, non vorrei essere equivocato perché mi dispiacerebbe, ma io ho fatto i calcoli (perché credo nella possibilità che il piano per il lavoro venga attuato) il posto di lavoro anche in una politica attiva di lavoro costa all'incirca 40 milioni. Costa 40 milioni, mettiamo che alla fine questa operazione costi 70-80-100 milioni, ma noi avremmo consentito il superamento di un momento difficile di aziende che producono dei beni. Vorrei che fosse chiaro che queste aziende producono beni che possono avere una proiezione nel tempo; c'è una fase in cui consolidano una loro capacità professionale, tecnologica e poi passano da una produzione unica, per esempio carrozze, ad altre produzioni, per esempio jeep, mezzi da campagna, o altro.

Noi abbiamo interesse a considerare queste strategie utili per lo sviluppo della Sardegna; altrimenti che cosa ci resta? E' vero che ha un costo, lo so anch'io che la stessa Gencord tra l'82 e l'84 ha già preso sulla "66", un contributo di 4 miliardi e 700 milioni, ma cosa vuol dire? Stiamo attraversando un periodo di incertezza, non sappiamo se e quando si riuscirà a formare il Governo nazionale, non possiamo affidare il destino dei lavoratori a questa scommessa. Il problema è che oggi noi abbiamo un'emergenza per la quale davvero (per me, non è un battuta, non è una cosa demagogica) dobbiamo cercare di ricavare 100-150 miliardi, prelevandoli da cifre destinate a favorire anche individualmente alcune persone, magari per pensioni più alte.

In un momento come questo, se è vero che esiste una solidarietà, che non si limita ad uno slogan, si devono trasferire le risorse dove servono maggiormente per affrontare la crisi. Questa è la solidarietà vera! Nessuno di noi sa che cosa accadrà fra una settimana, due mesi, non prendiamoci in giro, non possiamo guardare in una sfera di cristallo e immaginare il mondo tra una settimana. Le cose cambiano, e noi oggi abbiamo il dovere di garantire a quanti non per propria scelta, ma in base ad accordi siglati, anche nell'area del nord, vanno a lavorare ma non prendono il salario. Ci sono lavoratori che non prendono il salario da tre o sette mesi, eppure sono in produzione. Questo è il problema!

Gianmario non ce l'ho con te, ovviamente, non guardarmi così, sto dicendo semplicemente che questi problemi devono essere affrontati concretamente non in astratto ma sapendo che è un momento di equilibrio in cui si può o non si può salvare più di una realtà produttiva, e che queste realtà produttive non sono le sigle, non sono i nomi dei proprietari, sono centinaia e centinaia di… caro Gianmario, devi sapere che una fabbrica di Biella, di donne, non per salvare il padrone, ma per salvare se stesse, esattamente 700 (se vuoi ti do l'accordo firmato da queste donne) lavoreranno per 150 ore in più all'anno, e l'azienda gliele pagherà nel 1995. Abbi pazienza sto dicendo una cosa molto semplice, rinunciano alla mensa anche per salvare…

PRESIDENTE. Onorevole Ruggeri, parli al microfono, altrimenti non si sente.

RUGGERI (P.D.S.). Sì, ho finito. Quando ragioniamo di questi soldi, bisogna tenere conto anche di cosa c'è a monte, quale è la scelta che hanno fatto i lavoratori per salvare non solo il loro posto di lavoro, che è legittimo perché lo dice la Costituzione, ma per salvare una prospettiva industriale all'Italia Questo è! Salvare una prospettiva industriale perché senza, cari miei, noi possiamo anche sentirci non toccati, ma questo Paese sarà più povero, più ricattato, più esposto; sarà subalterno nei confronti delle altre economie, se non afferma una sua leadership nell'economia europea e mondiale.

Siccome ci stiamo rinunciando in troppi campi, a partire dalla chimica, dove ogni anno, santo Iddio, lamentiamo che ci sono 13 mila miliardi di deficit però poi non facciamo nulla; allora il rischio quale è? E' che scivoliamo di anno in anno in una buccia di banana, cioè usciamo rapidamente dal settore industriale. Ritengo, e ho finito, che l'emendamento presentato dalla Giunta in Commissione debba essere accolto dall'Aula in quanto sono in gioco aziende che, con quasi venticinque anni di attività, costituiscono una parte importante della storia della industria sarda.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Cogodi. Ne ha facoltà

COGODI (Rinascita e Sardismo). Sono anche io dell'opinione, signor Presidente, colleghi, che l'emendamento che è stato presentato debba essere positivamente valutato dal Consiglio e debba essere approvato accertando nei modi dovuti che quanto in esso è scritto sia utile per raggiungere lo scopo. Al di fuori di questo, non è la prima volta che accade, noi possiamo fare belle e sentite perorazioni ritrovandoci dopo con un pugno di mosche in mano. Poc'anzi il Presidente della Commissione bilancio ha posto un quesito preciso alla Giunta regionale, la quale è chiamata a documentare che questa norma che noi abbiamo in discussione è la norma idonea per raggiungere lo scopo.

Cosa dice questa norma? Dice che il periodo di riferimento per la concessione dei contributi in conto occupazione per le imprese industriali è aumentato di cinque anni, cioè tutte le imprese industriali che si trovino nelle condizioni prescritte dalla norma in vigore precedentemente avranno diritto in Sardegna ad avere il contributo in conto occupazione allungato di cinque anni; cioè il contributo in conto occupazione per quelle imprese industriali sarà per dieci anni. Noi abbiamo di fronte nel tessuto produttivo della Regione diverse imprese industriali che soffrono di difficoltà di carattere generale maggiori o minori; le difficoltà maggiori si rappresentano, nascono vertenze, movimenti e lotte che poi vedono impegnata anche la parte pubblica regionale con tutta la sua strumentazione e si prefigurano possibilità di soluzione attraverso anche accordi, previsioni di accordo, interventi speciali, straordinari. Con questa norma noi stiamo rispondendo a queste emergenze o c'è il rischio che in realtà si disperda un intervento regionale in favore di tante altre cose?

Insomma c'era una volta la vertenza Sardegna; dove è finita la vertenza Sardegna? Ma non è questo Consiglio regionale che ha presentato al Governo un documento generale che rivendicava un intervento organico a partire dal Piano di rinascita e l'eliminazione dei tagli ingiusti nei confronti di questa Regione per garantire il suo sviluppo? Ma non era lo stesso Consiglio e non era la Giunta regionale, innanzitutto, garante di questa rivendicazione? Dove è finita la vertenza Sardegna? Quali sono le politiche di bilancio? Dove è la selezione della spesa? Dove è la qualificazione della spesa regionale per recuperare molte risorse finanziarie in favore della produzione?

Noi voteremo tra pochi minuti questo provvedimento e anche quello nel quale si prevedono quasi 500 milioni per straordinario effettuato da poche persone in un ufficio elettorale regionale. Io ho detto che quel mezzo miliardo non lo trovo giustificato perché un ufficio elettorale regionale, per quando ci saranno i referendum, può essere costituito da venticinque dipendenti a tempo invece che da dieci risparmiando così mezzo miliardo. Noi abbiamo nei bilanci della Regione sarda, per i dipendenti della Regione, che hanno un ottimo contratto, 30 o 40 miliardi per fondo incentivi che possono rimanere anche inutilizzati senza progetti di incentivazioni. Ci sono fondi speciali che servono perché circa un terzo dei dipendenti della Regione vadano in pensione guadagnando di più di quando lavorano; questi fondi costano 70, 80, 100 miliardi.

Vogliamo mettere mano al bilancio della Regione e recuperare risorse per sostenere la produzione, il lavoro e le aziende in difficoltà, o dobbiamo solo parlare e mai agire per paura sempre che qualcuno si scontenti? Ma chi ha un ottimo contratto di lavoro, come i diecimila dipendenti della Regione, non è possibile che si scontenti se non va in pensione guadagnando di più che se lavorasse.

Allora, bisogna recuperare non 3 o 4 miliardi, ma 200 o 300 miliardi dal bilancio della Regione per sostenere davvero le aziende in difficoltà; si dica però esattamente quali sono le aziende che vogliamo sostenere in base a dati economici obiettivi, e non si parli genericamente di aumento dei contributi in conto occupazione a tutti, per dieci anni. Possono esserci aziende in questa Regione che non hanno chiesto né pensavano di chiedere il contributo in conto occupazione per altri tre anni! Perché io devo emanare una norma in base alla quale devo mettere nella condizione tutti di chiedere, e quindi di aggravare le condizioni del bilancio della Regione, e magari non intervenire nelle emergenze?

Bisogna prendere delle decisioni per recuperare le risorse necessarie. Non si può non toccare nulla, però rivendicare, come qualche volta accade. Non tutti noi ci comportiamo così; molti consiglieri regionali affacciano ragionamenti che però poi non si concludono. Quando esaminiamo il bilancio, ci poniamo sempre l'obiettivo di bonificarlo, poi però c'è sempre urgenza di approvarlo e allora si propone che nei due mesi successivi si approverà un assestamento straordinario. Anche quest'anno dell'assestamento straordinario non si parla più, la Giunta, in Aula, due mesi fa aveva dichiarato che ci sarebbe stato entro maggio o giugno. Insomma, bisogna cominciare a toccare, a tagliare, a recuperare risorse se vogliamo sostenere la produzione; né si deve dire però che la Regione deve mettere danari - se si concludono accordi che riguardano settori o territori - o che non deve intervenire perché riguarda lo Stato; sarebbe un impoverimento della funzione politica. Bisogna dire una cosa e non due cose, una contraria all'altra.

Si è contestato anche da qualche parte il sostegno della Regione all'accordo minerario che deve garantire la permanenza dei lavoratori sino al 1995. Si è contestato anche che la Regione debba intervenire, non so per quanti possibili miliardi, per sostenere le produzioni chimiche. Si è concluso per la chimica un accordo transitorio, 45 giorni; ma alcuni di questi giorni sono già passati, e da qui a 45 giorni quale progetto alternativo, quale proposta della Regione per sostenere le produzioni chimiche, perché il PVC non chiuda definitivamente, perché non sia un altro inganno? Se non si fa un'opera di bonifica del bilancio, se non si distribuiscono meglio le risorse, se non si fanno scelte di coerenza davvero, quali progetti nasceranno?

In queste condizioni, per concludere, io dico che questo provvedimento va sostenuto ma a chiarito al Consiglio innanzitutto, va chiarito ai cittadini sardi, va chiarito ai lavoratori. Se è questo l'accordo che ha motivato questa proposta, che questa norma sia efficace, che serve davvero, che non disperde nel mare magnum dei tanti interventi, i miliardi della Regione. Quando si è chiesto alla Giunta, agli uffici, di dire in che cosa consiste l'esborso finanziario che con questa norma la Regione si appresta a mettere in campo, ci si è sentiti rispondere che bisogna aggiungere nel bilancio di quest'anno 5 miliardi, nel bilancio del 1994 15 miliardi, nei bilanci successivi 25 miliardi. Sono per la Gencord questi? No! Allora, perché si parla di intervento Gencord?

E' un intervento generale! Ma è giustificato un intervento generale per portare il contributo in conto occupazione per tutte le imprese, anche in favore di quelle che non l'hanno chiesto? Non tutte le imprese in Sardegna sono nella stessa condizione, ma ancora una volta l'emergenza viene usata per richiamare l'attenzione di tutte le imprese sarde. Perché non emanare un provvedimento più mirato e con quei 25 miliardi sosteniamo non solo la Gencord ma quelle tre, quattro, cinque imprese che hanno davvero bisogno? Non sarebbe una cosa - io dico - più pulita, più ordinata, più onesta, soprattutto più efficace? Nel frattempo la Regione potrebbe dotarsi di un fondo di emergenza, recuperando le risorse dal suo bilancio, distribuendole al meglio, senza inutilmente rivendicarle dallo Stato che abbiamo visto le sta tagliando sempre più.

Non è pensabile che un pezzo di società sarda non sia chiamata in qualche modo ad essere solidale con la difficoltà pesantissima di larghi strati della popolazione. La nostra Regione ha, da più di quattro anni, circa 600 miliardi per l'occupazione bloccati, nonostante questo non arrossisce; altro che scatto morale! Sono 600 miliardi di danaro regionale, di risorse per politiche attive del lavoro, che non sono sostitutive di altre politiche, né agricole né industriali né artigianali; soldi fermi a disposizione dai quali si toglieranno di volta in volta (come già quest'anno sono stati tolti 60 miliardi per darli ai comuni in conto occupazione) cifre per emergenze. Sono travasi della stessa acqua, sono puri e semplici spostamenti, sono artifizi contabili; non è così che si fa una politica di novità in una Regione per rispondere davvero alla domanda, e spesso più che alla domanda, alla sofferenza di parti della società che non hanno avuto mai nulla e rischiano di non avere mai niente. Se questi sono i ragionamenti, approviamo le leggi che dobbiamo approvare a partire da questa, ma sia garantito al Consiglio con atti e certificazioni - non per assicurazioni che diano uffici indeterminati - che questa norma risolva davvero una situazione di difficoltà.

Avuti questi chiarimenti, io credo che il Consiglio possa tranquillamente approvare questa norma e continuare il suo impegno sulla vertenza Sardegna, che da qui è partita e qui deve tornare. La Giunta deve riferire su ciò che è riuscita a conseguire, e sugli accordi dai quali possono scaturire risultati positivi o con l'intervento dello Stato o comunque mobilitando tutte le risorse e tutte le energie, non solo finanziarie ma anche istituzionali e politiche, di cui può disporre questa Regione. Io credo che nei prossimi giorni chiederemo la discussione in Aula con urgenza di una mozione presentata dal Gruppo Rinascita e Sardismo per sapere a che punto è la vertenza Sardegna, in modo che la Giunta riferisca. Non esiste che facciamo sedute solenni durante le quali per giorni si dica che si è dichiarata la guerra, che si è fatto lo strappo, che c'è il conflitto istituzionale, che prendiamo la nave e andiamo a Roma, che la gente si sacrifica, poi tutto si sbiadisce, tutto si diluisce e disperde perché, passato il momento, fatta la festa, si deve continuare con lo stesso tran tran e tirare a campare.

No, questo non è più consentito. Degli impegni, soprattutto se sono solenni, bisogna renderne conto; non è possibile che ci si ponga un obiettivo tanto ambizioso solo per far finta di avere almeno l'obiettivo, ci si arrenda in una guerra senza combatterla, e che si sia sconfitti senza che si batta ciglio, anzi, peggio, facendo finta che si è vinto. Non è possibile, bisogna che i conti tornino: il bisogno di pulizia, la novità della politica, la riforma della politica, i referendum, le valanghe dei sì, la chiarezza, la responsabilità, sapere chi governa e chi fa l'opposizione. Rispondere dei propri atti non era tutto questo? Allora, per favore, si cominci a rispondere in concreto e, iniziando da qui, si chiarisca il significato di questa norma. E' per risolvere il problema dell'azienda Gencord e possibilmente Keller, oppure no? Se è per altro, che cos'è l'altro? E ancora diteci come si aggiustano le norme, come si usano i danari, che sono sacrosanti e che devono essere utilizzati per la produzione, per il lavoro, per l'occupazione, e non devono invece viaggiare in questo modo parlando di Keller, di Gencord e pensando ad altro.

PRESIDENTE. All'allegato A sono stati presentati tre emendamenti. Se ne dia lettura.

MULAS MARIA GIOVANNA Segretaria:

Emendamento aggiuntivo Giunta regionale

Nell'allegato A, prima del paragrafo 2.4. è inserito il seguente:

2.2. Contributi per l'occupazione

Titolo di spesa: 11.2.02/I

Il punto 2) è così sostituito:

"Il periodo di riferimento per la concessione dei contributi è aumentato di cinque anni". (1)

Emendamento sostitutivo parziale Giunta regionale

3.5 Grande viabilità

Titolo di spesa: 11.3.05/I

La disposizioni relativa al comma a) è così sostituita:

"nel comma a) del punto 1) lo stanziamento è ridotto da 65.000 milioni a 57.000 milioni". (2)

Emendamento aggiuntivo Giunta regionale

Dopo il paragrafo 3.6. è aggiunto il seguente: 3.7. "Interventi per lo sviluppo urbano".

Titolo di spesa: 11.3.07/I

Lo stanziamento è incrementato di Lire 4000 milioni destinato all'attuazione del punto 3 dello stesso paragrafo.

Lo stesso punto 3 è sostituito dal seguente:

"Per quanto riguarda l'intervento per il potenziamento dei servizi dell'area urbana di Cagliari questo è finalizzato alla realizzazione del progetto integrato di opere e servizi che insiste nel territorio ex aeroporto di Monserrato.

L'obiettivo generale è quello di dotare l'area urbana di Cagliari di un complesso qualificato di servizi sociali e culturali di livello sovracomunale rivolti al miglioramento della qualità della vita delle popolazioni interessate dell'intera conurbazione di Cagliari.

Il progetto generale sarà realizzato per lotti organici e coerenti alle finalità generali con priorità da assegnare alle opere di infrastrutturazione generale ed alla realizzazione dei lotti funzionali che rappresentino la migliore suscettibilità di attuazione esecutiva". (3)

PRESIDENTE. Per illustrare gli emendamenti ha facoltà di parlare l'Assessore della programmazione, bilancio, credito e assetto del territorio.

BARRANU, Assessore della programmazione, bilancio, credito e assetto del territorio. Credo che l'illustrazione degli emendamenti sia fondamentale dato che la discussione che si è svolta finora sulla modifica al programma della "268" si è imperniata soprattutto sugli emendamenti.

Intanto una prima risposta all'onorevole Mannoni, circa il contenuto originario del programma: la Commissione bilancio ha approvato una modifica presentata dalla Giunta precedente, ritenuta in qualche modo un atto dovuto. Alcune delle perplessità avanzate dal collega Mannoni, le avevo espresse anche io, come richiesta di chiarimento, al mio predecessore. La variazione non è altro che un recepimento delle modifiche introdotte al programma della "268" dal programma pluriennale approvato dal Consiglio regionale, altrimenti si doveva rimodificare il programma pluriennale.

In relazione al problema specifico posto dal collega Mannoni, cioè quello relativo agli interventi di infrastrutturazione, e più in generale agli stanziamenti per accordi di programma, è intendimento della Giunta regionale affrontare in modo compiuto questo problema, con la presentazione dei documenti contabili, o meglio delle proposte di assestamento di bilancio e di riprogrammazione delle risorse entro il mese di giugno. Tra l'altro gli articoli 8 e 9 della legge finanziaria prevedono che, nella fase di ricognizione delle risorse a valere sulla "64" e sui programmi comunitari e sulla "268", la Giunta stessa debba presentare al Consiglio una relazione e le conseguenti proposte di riprogrammazione. In quella circostanza, quindi, avendo anche completo il quadro delle risorse disponibili, la Giunta ritiene debba essere affrontata in modo compiuto la questione degli accordi e dei contratti di programma.

Ci sono proposte nuove che la Giunta ha approvato, mi riferisco per esempio all'intesa di programma per il Sulcis-Iglesiente-Guspinese, ci sono proposte in essere che hanno avuto gli stanziamenti dello Stato, seppure deliberati e non ancora erogati, mi riferisco all'accordo di programma per la Sardegna centrale; ma non vi sono, né per gli uni né per gli altri, le risorse della Regione. Per esempio, per l'accordo di programma della Sardegna centrale non sono individuate nel bilancio e nel programma - come è noto - risorse aggiuntive pari a 150 miliardi; i colleghi ricorderanno che la scelta fino ad ora fatta era quella di individuare la quota - diciamo - regionale non come quota aggiuntiva ma nell'ambito delle risorse ripartite alle stesse aree sulla base delle aree programma. Io ritengo invece che se questi interventi devono avere carattere aggiuntivo, bisogna reperire risorse aggiuntive non solo per la quota dello Stato ma anche per la quota della Regione.

Voglio dire anche al collega Cogodi, su questo punto, che è intendimento della Giunta riferire al Consiglio sullo stato della vertenza Sardegna. Tra l'altro la Commissione programmazione, nel corso di un'audizione dell'Assessore della programmazione, ha già chiesto un'audizione della Giunta, nella persona del suo Presidente, e si tratta di calendarizzare la data, per discutere complessivamente dei rapporti tra Regione e Stato, fare il punto sulla cosiddetta vertenza Sardegna sia alla luce degli accordi sottoscritti (in particolare quello relativo alle miniere e, pur non coinvolgendo direttamente il Governo, quello relativo alla vertenza chimica) sia in relazione alle proposte più generali che la Giunta regionale ha rappresentato nel confronto che si è avviato a metà gennaio col Governo e che si è interrotto per le vicende politiche che hanno portato alla sostituzione del Governo. Ora siamo in attesa che il Governo appena nominato entri in funzione in modo tale da riattivare i contatti politici, tenuto conto che, per alcune delle questioni più rilevanti, sono cambiati i referenti.

In Giunta noi abbiamo approvato per esempio un'ipotesi di accordo di programma con una quantificazione finanziaria anche puntuale, relativa per esempio al metano, alla realizzazione del terminale metanifero a Fiumesanto. E' un problema rilevante che occorre - come dire - portare a soluzione; è un nodo che occorre sciogliere in questi mesi, anche per i riflessi che ha dal punto di vista della Comunità europea, posto che i nuovi programmi comunitari devono essere approvati dalla Comunità europea entro l'anno e decorreranno dal primo gennaio 1994. Questi problemi, come il metano o la gassificazione del carbone, comportano decisioni rilevanti da parte dell'Enel, e quindi da parte del Ministero dell'industria, che ha una competenza primaria in questo campo. E' evidente che occorre allora da parte della Regione - ribadisco - riattivare i contatti col Governo.

Allo stesso modo si devono avere contatti con la Comunità europea. Anche in questo caso noi abbiamo approvato alcune proposte, se ne possono definire delle altre, dobbiamo sapere quali quote di risorse noi mettiamo e infine, poiché comunque non sarebbero sufficienti, attivare decisioni sia da parte dello Stato che della Comunità europea. Dopo aver ben chiaro il quadro completo delle risorse finanziarie, confermiamo l'impegno di presentare l'assestamento a giugno, anche a differenza di quello che è accaduto in altri anni.

Possiamo cominciare a formulare in Giunta le proposte adesso, perché solo adesso abbiamo avuto i conti dei cosiddetti avanzi di amministrazione, che costituiscono una parte non indifferente di una proposta di assestamento di bilancio corposa; se ci limitassimo a formulare una proposta di assestamento di bilancio che ragionasse solo sull'andamento del bilancio approvato, francamente sarebbe assurdo presentare un assestamento nel mese di giugno, dato che il bilancio approvato è entrato in funzione alcune settimane fa. Viceversa, siccome noi riteniamo che il grosso della manovra di assestamento di bilancio possa derivare non tanto da una rimodulazione del bilancio appena approvato, quanto da un recupero degli avanzi di amministratone di cui la Giunta e il Consiglio non erano a conoscenza quando il bilancio e la legge finanziaria vennero approvati qualche mese fa, a questo punto sembra responsabile e serio, poter dire di essere pronti per formulare una proposta con le quantificazioni finanziarie necessarie e una proposta con obiettivi che sono poi quelli di cui abbiamo già comunicato a parlare in Consiglio, di cui stiamo discutendo col Governo e di cui abbiamo parlato anche nella Commissione bilancio.

Per quanto riguarda il merito della proposta in discussione oggi, si tratta di recuperare 72 miliardi necessari per la realizzazione delle infrastrutture nella zona di Sassari, di Chilivani per la verità, di Oristano e dell'area industriale di Portovesme, così come era stato deciso nel programma pluriennale. Nell'ambito del programma della "268" le risorse finanziarie dovevano essere reperite con una riduzione dell'accantonamento di 40 miliardi per gli accordi di programma e di altri due titoli di spesa, consentendo appunto di elevare lo stanziamento originario per queste infrastrutture da 25 miliardi a 72 miliardi. A questo programma sono stati presentati gli emendamenti numero 2 e 3 per i quali si era assunto un impegno in sede di discussione della legge finanziaria e di programma pluriennale.

Il programma pluriennale per la verità era stato già modificato per consentire che il primo lotto del centro servizi di Cagliari (previsto dal programma della "268" con uno stanziamento di 8 miliardi) con un'ulteriore somma di 4 miliardi, potesse operare. La somma provvisoriamente con una partita di giro viene stornata dal titolo di spesa "grande viabilità", però la Giunta si impegna (c'è già l'accordo con il collega dei lavori pubblici) a riversare sullo stesso titolo altri 4 miliardi quando verrà discussa la legge di accompagnamento in materia di lavori pubblici. Per quanto riguarda invece l'altro emendamento si parla erroneamente - qui sono d'accordo con il collega Cogodi -di emendamento Gencord; questo perché di solito si legano agli emendamenti le situazioni particolari.

Anche la legge sull'incentivazione industriale, approvata qualche settimana fa, è nata come legge che doveva consentire l'avvio delle due iniziative riguardanti la situazione mineraria di Villacidro, ma in realtà si è preso spunto da quel problema per emanare una legge generale che prende atto delle nuove condizioni determinatesi sul piano finanziario e normativo su scala regionale e su scala nazionale. Ora l'emendamento che viene presentato allunga di tre anni la durata del contributo per l'esportazione. In effetti la Giunta condivide la preoccupazione espressa dal Presidente della Commissione programmazione, che una modifica di questa portata, per il carattere retroattivo che ha, apra una voragine non controllabile e quindi pare del tutto ragionevole una pausa di riflessione, seppure breve, necessaria per avere i dati precisi in ordine al problema sollevato.

A nome della Giunta regionale posso dire che la preoccupazione dal punto di vista dei rischi di impegno finanziario su questo titolo è molto ridotta, nel senso che l'estensione da 7 a 10 anni del contributo per l'esportazione comporta un esborso di una certa entità soltanto per la Gencord nel 1993, perché soltanto la Gencord ha maturato fra le grandi imprese (sono cinque le grandi imprese che hanno titolo ai contributi per l'esportazione, tra le quali la Keller, la Tirsotex e l'Eurallumina) tutte le sette annualità, e anche il pregresso, per cui avendo diritto ad un contributo globale annuo di un miliardo e mezzo, tre anni già maturati significano 4 miliardi e mezzo. In ogni caso questo finanziamento è riassorbibile nello stanziamento ordinario previsto; quest'anno è stato approvato uno stanziamento di 30 miliardi, per i prossimi anni - esaurito l'arretrato Gencord - saranno sufficienti 25 miliardi per contributi in conto esportazione sia per le grandi imprese che per le piccole imprese. Considerando che il 90 per cento di questo titolo di spesa è utilizzato da piccole imprese, che la media dei contributi in conto esportazione è molto bassa (40-50 milioni) si denota un limite della struttura industriale regionale verso l'esportazione molto basso, considerando che la richiesta per poter accedere al contributo per l'esportazione, come i colleghi sanno, è del 20 per cento.

Il fatto che questo contributo (è una delle poche forme di contributo a fondo perduto che è rimasta) venga poco richiesta da parte del sistema delle imprese, tutto sommato indica che la proiezione verso i mercati esterni del sistema produttivo regionale non è molto elevata, e che le grandi imprese sono molto limitate. Per cui, a parere dell'Assessorato dell'industria che ha fatto i conti e che li ha forniti al sottoscritto per poterli poi esporre in Aula, si ritiene che solo per quest'anno (poiché vi è il caso Gencord) ci sarà un esborso maggiore di 4 miliardi e mezzo. Per il titolo di spesa della legge "268" non vi è la stessa emergenza che scaturisce dalla legge "22" per le anticipazioni, dove in effetti in bilancio si mettono 20 o 25 miliardi, mentre ne servirebbero 50 o 60 miliardi.

Io ritengo di aver dato, a nome della Giunta, i chiarimenti necessari. Credo che si debba accogliere il suggerimento proveniente dalla Commissione programmazione tenendo conto del fatto che il meccanismo della legge "66" è differente da quello del titolo sull'esportazione; cioè in un caso abbiamo un mutuo che viene erogato sulla base del numero degli occupati, nell'altro caso invece è un finanziamento netto che viene dato e che consente di sollevare una situazione di difficoltà operativa. Faccio l'esempio della Gencord o della Keller, ma dovremo affrontare la questione anche in altra sede. Le imprese medie rischiano di essere schiacciate da una normativa - compresa l'ultima che noi abbiamo approvato - proiettata tutta sulla piccola impresa, o meglio, sulla concezione di piccola e media impresa prevista dalla Comunità europea che non supera i 250 addetti. Ma anche la Keller, per esempio, ha 370 dipendenti e rischia ugualmente di non avere i contributi né da una parte né dall'altra.

La conseguenza quale può essere? Che imprese con commesse rilevanti, che hanno quindi possibilità di espansione di recupero produttivo, finirebbero per ritrovarsi in grossissime difficoltà e non avere quei sostegni che sono necessari. Non parliamo di aziende in crisi strutturale come le miniere o quelle chimiche, dove i discorsi di riqualificazione e spesso di riconversione sono prevalenti. Nel caso citato si tratta di difficoltà di carattere strutturale, di problemi grossi di liquidità dove non si può applicare la legge numero 44 per il consolidamento dei debiti e neppure la legge che abbiamo approvato alcune settimane fa.

La Giunta regionale ritiene che questa norma debba essere approvata e, inoltre, che non è opportuno percorrere la strada dell'intervento finalizzato che creerebbe contrasti di altra natura non facilmente gestibili.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Selis. Ne ha facoltà.

SELIS (D.C.), relatore. Presidente, io non sono intervenuto in merito all'emendamento numero 1 in sede di discussione generale perché prima volevo sentire le valutazioni che la Giunta avrebbe fatto in materia, posto che il problema era già stato sollevato in Aula la settimana scorsa. In Commissione sono state avanzate molte considerazioni, che io in gran parte condivido, che sono state riproposte qui stasera dall'onorevole Cogodi. Io vorrei chiarire alcune cose, sia pure in questi pochi minuti a livello di discussione dell'emendamento, a tutti, in particolare all'onorevole Ruggeri. Io sono favorevole a interventi della Giunta per crisi aziendali, però ho il sospetto che dietro questo intervento ci sia un interesse a generalizzarlo; e se questo prima era sospetto adesso è certezza. Io non capisco perché per dare un sostegno ad una azienda che ne ha bisogno si debba intervenire su tutto il sistema industriale; non venite a dirmi che si tratta di un problema di solidarietà, la solidarietà c'è con le persone, con le imprese, con i soggetti che hanno bisogno, che sono in crisi, che hanno una prospettiva; ma dietro la solidarietà per questi punti di crisi non può passare tutto il resto degli interventi. Questo è stato detto chiaramente, è stato ripetuto, ma quanto costa?

E' inutile che la Giunta ci venga a dire a parole le stime, io le vorrei vedere analiticamente, cioè vorrei sapere nome, cognome e indirizzo delle imprese che in questi anni hanno preso i contributi. Tre anni, cinque anni, sette anni, qual è la proiezione dei sette anni? Non mi basta un promemoria mandato per fax in cui si dice "gli uffici stimano in 25 miliardi". Ma cosa vuol dire "stimano in 25 miliardi"? La stima va fatta con i calcoli alla mano, in maniera esatta, se non ci stanno imbrogliando.

Allora, non c'è nessuna volontà di danneggiare le persone, le imprese, non c'è solo la Gencord che ha problemi, ce ne sono tante altre, ma c'è la volontà di fare interventi finalizzati e selezionati. Non è possibile che dietro questo intervento passino anche tutte le altre imprese, se no davvero può essere avvallato il sospetto che, dietro la Gencord e dietro la crisi, gli operai vangano strumentalizzati per sostenere altri interessi, altre imprese, altri soggetti.

Non venite a farmi il discorso della solidarietà in questo senso; vorrei sapere - è questo che abbiamo chiesto alla Giunta ma non abbiamo avuto risposta - quante sono le imprese che fino ad oggi hanno avuto i contributi e quali ancora debbono avere le annualità fino alla settima, posto che queste hanno priorità rispetto a quelle che devono avere l'ottava, la nona e la decima. Se noi non sappiamo questo, rischiamo di fare uno stanziamento per la Gencord e poi di distribuirlo alle imprese che ancora devono riscuotere annualità dalla quarta, alla quinta, alla sesta. Io non so quante sono, ma so che ci sono, e questo la Giunta non ce lo dice.

Quindi il rischio è che l'emendamento sia inutile e costoso; visto che abbiamo un apparato industriale manifatturiero di 50.000 addetti, e se chi ha diritto fa domanda di contributi in conto occupazione, per arrivare dai sette ai dieci anni, non sono quindici, otto, dieci miliardi, sono decine e forse centinaia di miliardi. Questo è un conto che si può fare al centesimo, con grande precisione; noi vogliamo conti analitici, che possono anche essere approssimativi ma sono analitici; io non mi persuado quando "gli uffici ci dicono", perché io sono stato"ufficio" e sono "ufficio". Io mi persuado quando il conto è basato non sulle parole di qualcuno che ex cattedra me lo dice, ma quando i numeri me lo dimostrano.

Questa politica va a favore delle aziende in crisi e non contro; allora non giochiamo a cambiare le carte! L'intervento può essere inutile, può essere costoso, non è quantificato e non so, detto incidentalmente tra di noi, che problemi avrà in sede CEE e anche in sede di Governo posto che la "268" aveva un meccanismo del tutto diverso. Se questo è vero la Giunta deve e può trovare il sistema di erogare interventi finalizzati sui punti di crisi utilizzando gli strumenti che ha, se sono adeguati, o costruendone altri. Io indico il suggerimento della "66" sapendo che si può estendere la sua capacità e inserire la condizione della ripetitività degli interventi. Il pregio della "66" è nella previsione di un'istruttoria sulle condizioni dell'azienda e su un eventuale rapporto costruttivo tra amministrazione regionale, istituti fiduciari (CIS e SFIRS) e imprese. C'è davvero uno sforzo di collaborazione.

La vecchia idea - che qualche volta salta qui - di costituire, presso la SFIRS per sostenere le imprese in difficoltà con forme elastiche e rapide, un fondo speciale con una contabilità distinta da quella che la SFIRS ha per le sue attività di promozione, cioè due gestioni, non è proponibile? Ecco, ho indicato due possibili vie, ma io non sono la Giunta; la Giunta, invece di due, ne può indicare dieci. Non può dirci che per un punto di crisi si deve intervenire su tutto il sistema, perché non siamo in tempi di vacche grasse e quindi dobbiamo utilizzare al meglio il nostro bilancio a favore di chi ha davvero bisogno. Senza un'istruttoria non possiamo capire che cosa succederà una volta dato il contributo in conto occupazione e se l'azienda è davvero risanata o risanabile, ci potrebbe capitare di ritrovarci, tra due, sei mesi o tra un anno a dover inventare un'altra forma di contributo.

Gli operai e i lavoratori vengono utilizzati e strumentalizzati per avere la ripetizione di interventi al di fuori di ogni logica e di ogni strategia di risanamento. Questa è razionalità? Questo è buon governo? Secondo me non è questo il problema: noi abbiamo necessità di avere una politica industriale che abbia due articolazioni fondamentali, la prima comprendente strumenti, risorse, enti che ci consentano di intervenire sui punti di crisi estendendo la "66", costituendo il fondo presso la SFIRS, facendo tutto quello che volete, e la seconda per sostenere le aziende che sono in crescita e stimolandole in modo che possano davvero creare nuovi contributi. Le due cose non vanno mischiate. Se io non ho questa duplice strategia allora induco anche le aziende, che in qualche modo se la cavano, a simulare la crisi perché solo simulando la crisi ottengono contributi e sostegni.

Questa è una follia! Sono mesi che diciamo queste cose. Dire queste cose significa dire che siamo contro la Gencord? No, significa dire che ci vogliono le politiche a favore della Gencord, le quali devono essere rigorose, razionali, programmate, imperniate su contributi finanziari, ma anche su strategie di salvataggio, di sviluppo e di crescita; allo stesso tempo a fianco a queste ci vogliono le politiche a favore e a sostengo delle imprese che hanno una prospettiva di sviluppo, perché sostenendole si crea nuova occupazione.

Ecco, se facciamo queste cose, la politica industriale non è una politica di emergenza: io invito la Giunta a ripensare profondamente la propria politica industriale, a chiedersi (come ce lo dobbiamo chiedere tutti noi) se la politica perseguita finora è davvero l'unica politica possibile. Stiamo seguendo l'emergenza con provvedimenti abborracciati e approssimativi; stiamo spacciando per politica industriale solo una politica di contestazione che spesso non approda da nessuna parte; non abbiamo una politica di promozione industriale; non stiamo facendo niente per richiamare nuovi investimenti in Sardegna dal contesto internazionale; abbiamo una legislazione frammentaria che diciamo sempre vogliamo razionalizzare ma non razionalizziamo mai; abbiamo sistemi e strumenti che sono invecchiati e non riformiamo mai.

Se non provvediamo presto, ci troveremo sempre a rincorrere le crisi senza sapere mai se l'intervento erogato, oggi a favore della Gencord, domani della Keller, dopodomani di altri, andrà a buon fine, ma soprattutto senza sapere se dietro i bisogni, i problemi giusti, fondamentali, di queste imprese, di queste categorie di lavoratori, ci sono altri interessi e altri soggetti che lucrano.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Sandro Usai. Ne ha facoltà.

USAI SANDRO (D.C.). Anch'io devo dire che sono perfettamente d'accordo perché la Giunta regionale trovi lo strumento per aiutare la Gencord, che è un'azienda che dà lustro all'industria di Cagliari, che è stata leader nel suo settore, che ha dato un notevole contributo alla occupazione in Sardegna. Merita di essere salvata, aiutata e assistita in questo momento di crisi. Però, come ho avuto modo di dire in Commissione bilancio, non mi sembra idoneo allo scopo lo strumento che la Giunta regionale ha proposto a questo Consiglio. Io condivido perfettamente in tutto e per tutto quanto ha detto testé il collega Gianmario Selis e il suo intervento semplifica il mio. Io ho sempre detto in occasione di altri dibattiti sulla crisi industriale o sul bilancio - vedi la parte finale dell'intervento dell'onorevole Selis - che manca da parte della Giunta una politica industriale che sia soprattutto di promozione industriale.

L'anno scorso ho presentato una proposta di legge tendente a modificare la legge numero 5 del '54 per attivare uno strumento di promozione industriale. La Giunta è stata sorda. Credo che sia arrivato il momento di fare chiarezza eventualmente anche attraverso proposte di legge individuali. Lo strumento che la Giunta propone è certamente uno strumento che va considerato, attivato, ripensato e verificato in un contesto di politica industriale. Se una industria vuole collocarsi domani in Sardegna, sa che con questa legge avrà per dieci anni delle agevolazioni, e allora non si può cambiare. Per cui essendo questo uno strumento di incentivazione particolarmente importante, non può formare oggetto di un emendamento presentato per caso a un programma della "268", va visto, meditato e completato, votato e eventualmente anche applicato nel contesto di una revisione globale della politica industriale della Regione sarda e in particolare dell'attività di promozione industriale.

Può essere uno strumento di incentivazione per l'acquisizione di industrie in Sardegna, ma va chiarita la sua portata, perché oggi così come è può apparire sicuramente non solo inutile e costoso ma anche difficilmente quantificabile, al di là del fatto che rimangono sempre da chiarire quali sono i rapporti di questa legge con i vincoli della Comunità europea. Io, ripeto, invito la Giunta a trovare, tra stasera e domani, una nuova formulazione per l'emendamento sostitutivo, che possa sì venire incontro alla crisi della Gencord, ma senza provocare un possibile ampliamento di cui non potremmo conoscere l'estensione quantitativa, nei suoi oneri finanziari; per poi riesaminarlo in una rivisitazione completa della politica industriale della Regione sarda.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'Assessore della programmazione, bilancio, credito e assetto del territorio. Ne ha facoltà.

BARRANU, Assessore della programmazione, bilancio, credito e assetto del territorio. Dopo questa discussione credo che siano necessari ulteriori chiarimenti; voglio precisare al Presidente della Commissione programmazione che le affermazioni della Giunta si basano sulla nota sottoscritta dai funzionari responsabili...

(Interruzioni)

Prendo atto della necessità del presidente Selis di avere una valutazione analitica, quindi propongo che ci sia una sospensione sino a domani pomeriggio. Devo dire però che quanto nella nota firmata e sottoscritta dal funzionario si sostiene (cioè che i fabbisogni ammontano a 35 miliardi quest'anno, 25 l'anno venturo e 25 nel 1995) è stato attentamente analizzato tenendo conto sia delle domande già pervenute, e per le quali è in corso l'erogazione annuale, sia del volume presumibile delle future domande. Le proposte che la Giunta ha fatto sono del tutto ragionevoli e non dissennate; però dato il rischio che possa - come dire - darsi la stura ad erogazioni non controllate, credo che sia interesse prima di tutto dell'Assessore del bilancio, che è molto sensibile all'esigenza di trovare risorse, e poi della Giunta regionale avere questa chiarezza.

Per poter avere questi dati, che non sono in possesso dell'Assessorato della programmazione ma dell'Assessorato dell'industria, chiederei almeno la mattinata di domani per poi fornirli ai colleghi consiglieri e trovare così la soluzione adeguata. Quindi, qualunque sia la soluzione da prendere su questo problema o quella mirata o quella più generale sulla quale la Giunta questa sera ha insistito (da mesi il programma, e anche la vicenda della Gencord sono bloccati) proporrei una sospensione fino a domani pomeriggio.

PRESIDENTE. Bene, la questione pregiudiziale sospensiva può essere posta a condizione che il provvedimento venga licenziato entro la tornata. Se non vi sono obiezioni sospendiamo l'esarne del provvedimento fino a domani sera.

Passiamo alla votazione per appello nominale del disegno di legge numero 374.

Votazione per appello nominale

PRESIDENTE. Indico la votazione per appello nominale del disegno di legge numero 374.

Coloro i quali sono favorevoli risponderanno sì; coloro i quali sono contrari risponderanno no. Estraggo a sorte il nome del consigliere dal quale avrà inizio l'appello nominale. (E' estratto il numero 11 corrispondente al nome del consigliere Cogodi.)

Prego il consigliere Segretario di procedere all'appello iniziando dal consigliere Cogodi.

MULAS MARIA GIOVANNA, Segretaria:

Rispondono sì i consiglieri: Corda - Cuccu -Dadea - Degortes - Deiana - Erittu - Fadda Antonio - Fadda Fausto - Fadda Paolo - Ferrari - Giagu - Ladu Leonardo - Lombardo - Manca - Manchinu - Mannoni - Manunza - Marteddu - Mereu Orazio - Mulas Maria Giovanna - Muledda - Onida - Onnis - Oppi - Pes - Pili - Piras - Ruggeri - Sardu - Satta Antonio - Satta Gabriele - Sechi - Selis - Serra Antonio - Serra Pintus - Serri - Tamponi - Tarquini - Usai Sandro - Zucca - Amadu - Atzeni - Casu - Cocco.

Rispondono no i consiglieri: Cogodi - Fantola - Ladu Giorgio - Meloni - Ortu - Planetta - Porcu - Pubusa - Puligheddu - Scano - Serrenti - Urraci - Usai Edoardo.

Si sono astenuti: il Presidente Floris - Morittu - Murgia - Salis.

Risultato della votazione

PRESIDENTE. Proclamo il risultato della votazione:

presenti 61

votanti 57

astenuti 4

maggioranza 28

favorevoli 44

contrari 13

(Il Consiglio approva).

Discussione della mozione Scano - Amadu - Baghino - Carusillo - Casu - Cocco - Corda - Cuccu - Dadea - Deiana - Dettori - Erittu - Fadda Paolo - Fantola - Giagu - Ladu Leonardo - Lorelli - Lorettu - Manca - Salis - Marteddu - Mulas Francesco - Mulas Maria Giovanna - Morittu - Murgia - Onida - Pes - Porcu - Pubusa -Puligheddu - Ruggeri - Satta Gabriele - Sardu - Selis - Serra - Serra Pintus - Serri - Soro - Tamponi - Tidu - Usai Edoardo - Zucca sulla necessità di trasparenza circa l'appartenenza ad associazioni che svolgono attivitàdi carattere politico, culturale, assistenziale o di promozione economica e l'eventuale affiliazione alla massoneria. (117)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della mozione numero 117. Se ne dia lettura.

MULAS MARIA GIOVANNA, Segretaria:

Mozione Scano - Amadu - Baghino - Carusillo - Casu - Cocco - Corda - Cuccu - Dadea - Deiana - Dettori - Erittu - Fadda Paolo - Fantola - Giagu - Ladu Leonardo - Lorelli - Lorettu - Manca - Salis - Marteddu - Mulas Francesco - Mulas Maria Giovanna - Morittu - Murgia - Onida - Pes - Porcu - Pubusa -Puligheddu - Ruggeri - Satta Gabriele - Sardu - Selis - Serra - Serra Pintus - Serri - Soro - Tamponi - Tidu - Usai Edoardo - Zucca sulla necessità di trasparenza circa l'appartenenza ad associazioni che svolgono attivitàdi carattere politico, culturale, assistenziale o di promozione economica e l'eventuale affiliazione alla massoneria.

IL CONSIGLIO REGIONALE

PREMESSO che l'inchiesta della magistratura sulle logge deviate ha riproposto, ancora una volta, il problema della massoneria;

RICORDATO che anche in Sardegna si è sviluppato, a più riprese, in organismi istituzionali e sulla stampa il dibattito sulla massoneria e, più in generale, sul rapporto tra funzioni istituzionali ed esercizio della libertà di associazione;

CONSIDERATO che in data 25 novembre 1992 è stata consegnata al Presidente del Consiglio regionale una lettera sull'argomento firmata da venti consiglieri regionali;

PRESO ATTO della risposta del Presidente del Consiglio;

ATTESO che la trasparenza è elemento essenziale di un ordinamento democratico, perché se il potere non è visibile, non è democraticamente controllabile;

CONSIDERATO che l'affermazione del principio di trasparenza non solo non viola i diritti di libertà di associazione garantiti dalla Costituzione, ma si muove, invece, nel pieno rispetto dell'articolo 18 della Carta Costituzionale;

VALUTATO che tale impostazione può essere correttamente e proficuamente estesa ai dirigenti e ai funzionari dell'amministrazione regionale, del Consiglio regionale e agli amministratori, ai dirigenti e ai funzionali degli enti regionali;

RITENUTO che il superamento della crisi di credibilità delle istituzioni esige, tra le altre cose, l'adozione di regole scrupolose di trasparenza,

impegna il Presidente della Giunta regionale

- a sottoscrivere e fare sottoscrivere ai componenti della Giunta regionale una dichiarazione attestante l'iscrizione ad associazioni, che, dichiaratamente o di fatto, svolgano attività di carattere politico, culturale, assistenziale o di promozione economica e attestante, altresì, l'eventuale affiliazione alla massoneria di qualsiasi osservanza, comprese le logge riservate;

- a richiedere analoga dichiarazione ai dirigenti e ai funzionari dell'Amministrazione regionale e agli amministratori, ai dirigenti e ai funzionari degli enti regionali;

- a chiedere agli organi di direzione della massoneria di rendere pubblici gli elenchi degli affiliati alle logge sarde,

invita il Presidente del Consiglio

a richiedere la suddetta dichiarazione ai consiglieri regionali e ai dirigenti e funzionari dell'Assemblea regionale. (117)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.

Ha facoltà di parlare l'onorevole Scano per illustrare la mozione.

SCANO (P.D.S.). La mozione numero 117, signor Presidente, presentata a dicembre del 1992 ha suscitato un certo interesse in Consiglio regionale e anche nell'opinione pubblica. Il tema infatti è piuttosto rilevante, tocca la sfera del funzionamento della democrazia e la questione dei diritti del cittadino. Questa mozione, che è stata di fatto identificata e indicata come mozione sulla massoneria (io voglio precisare da subito questo punto), parte dalla questione della massoneria, riguarda indubbiamente la massoneria, ma va oltre la massoneria.

PRESIDENZA DELLA VICEPRESIDENTE SERRI

(Segue SCANO.) Il punto essenziale della mozione è costituito infatti dall'affermazione del principio di trasparenza in relazione alla situazione associativa dei consiglieri regionali, degli amministratori degli enti regionali, dei funzionari, dei dirigenti dell'amministrazione regionale e del Consiglio. Il consigliere regionale, ma anche l'amministratore, il dirigente, il funzionario regionale o di enti regionali, deve sottoscrivere - questa è la proposta che viene avanzata - una dichiarazione attestante l'iscrizione ad associazioni che dichiaratamente o di fatto svolgano attività di carattere politico, culturale, assistenziale o di promozione economica, e attestante altresì, in quanto sicuramente rientrante in questa fattispecie, l'eventuale affiliazione alla massoneria. Trasparenza piena, dunque, della situazione associativa per uomini politici e per dirigenti della pubblica amministrazione, ossia per soggetti investiti di funzioni pubbliche.

La domanda che i firmatari pongono al Consiglio è questa: è giusto o no, è opportuno o no che si realizzi per i casi detti questa trasparenza? La mozione risponde di sì, i firmatari rispondono di sì; se io esercito un potere non è indifferente, ai fini del controllo democratico sul mio operato, che si sappia oppure no quali sono le associazioni rilevanti sotto il profilo dell'esercizio del potere delle quali io faccio parte. Far parte di associazioni significa infatti contrarre relazioni, assumere obbligazioni, stipulare patti, assoggettarsi a regole. Se il potere non è visibile, non è democraticamente controllabile, se non è controllabile il potere non è democratico. I soggetti, i meccanismi, i circuiti del potere debbono essere pienamente visibili: la trasparenza dunque come elemento essenziale dell'ordinamento democratico.

Ulna concezione corretta della democrazia - questo sosteniamo - comporta la sconfitta e la rimozione di ogni tipo di potere invisibile. Si tratta di combattere ed eliminare le reti occulte di potere, capaci di sovrapporsi ai legittimi canali decisionali che dovrebbero sorreggere l'attività e le scelte degli organi pubblici. Questo è l'impianto della mozione: un'argomentazione chiara e lineare, una proposta conseguente e coerente, niente pregiudizi, ancora meno criminalizzazioni, ma piuttosto la limpida affermazione di un principio fondamentale. Sennonché, mi si può obiettare e probabilmente si obietterà, nella mozione la massoneria non è posta sullo stesso piano delle altre associazioni, tanto è vero che è l'unica associazione ad essere esplicitamente menzionata. Io non negherò questo fatto perché si tratta di un elemento oggettivo; nella mozione non si parla di altre associazioni.

La sollecitazione immediata per la presentazione della mozione è venuta dall'inchiesta del pool di magistrati di Palmi sulle deviazioni della Massoneria e dal sequestro di elenchi e di documenti nelle logge italiane. Non è del resto la prima volta che assemblee istituzionali si occupano dell'argomento, non è nemmeno la prima volta che questa Assemblea se ne occupa. Il fatto è che la massoneria non è una associazione qualsiasi, non è il club della pipa, è istituzione storicamente e politicamente assai rilevante. II fatto che si affronti, dentro l'argomento "trasparenza" della situazione associativa, in modo particolare la questione della massoneria, non è dunque frutto di un pregiudizio, di una volontà persecutoria, ma è l'effetto dell'incidenza e dei caratteri assunti dal fenomeno massonico e dalle sue deviazioni.

La mozione, dunque, non pone sullo stesso piano delle altre associazioni la massoneria per il semplice motivo che la massoneria di fatto non si pone esattamente sullo stesso piano. Possiamo chiederci se ci sono altre associazioni similari che vanno indicate esplicitamente. Alcuni, per esempio, parlano dell'Opus Dei, presentandola come una sorta di massoneria clericale rispetto alla massoneria laica; ci sono ancora altre associazioni, i Cavalieri di Malta, o meglio del Sovrano militare ordine di Malta, ci sono i Cavalieri dell'ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, i Cavalieri dell'ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, e poi ci sono ancora i Templari, i Rosa Croce, i Teutonici e non so che altro, tutte associazioni che hanno scopi, dimensioni e prestigio diverso ma che hanno molti elementi di affinità. Tutti amano poco la pubblicità e, almeno a quanto si legge sulla stampa, manifestano anche in questo contesto una crescente vitalità facendo presa, in una situazione di crisi generale, sull'opinione pubblica, sulle tendenze dello spirito pubblico.

Io so poco o nulla di queste associazioni, e poco o nulla so in particolare dell'Opus Dei, che forse ha una rilevanza diversa rispetto ai Rosa Croce o ai Templari. So che nel 1986, in Parlamento, Bassanini e Rodotà sollevarono la questione dell'Opus Dei, chiedendo se si trattasse di un potere occulto, ma la risposta dell'allora Ministro dell'interno Scalfaro, oggi Presidente della Repubblica, fu negativa. "L'Opus Dei, ente morale, ecclesiastico, dotato di personalità giuridica civile, non è segreto" - disse il ministro Scalfaro - "né in linea di diritto né in linea di fatto". Io non so se nella mozione, oltre alla massoneria, vadano citate altre associazioni; se verrà proposto ne parleremo, io personalmente ci rifletterò. A me sono chiare due cose: primo che l'esigenza di trasparenza vale per tutte le associazioni suddette, e per tutte quelle che rientrano nei criteri indicati nella mozione; secondo, l'allargamento del campo ad altre associazioni non muta di un millimetro la natura del problema massoneria.

La diversa rilevanza delle associazioni massoniche mi sembra universalmente riconosciuta anche per quanto riguarda i numeri, oltre che per altri parametri quali il potere, l'organizzazione, la peculiarità dei rituali, l'attività, il rapporto con la politica e con l'economia. Il Grande Oriente d'Italia, obbedienza di Palazzo Giustiniani, secondo le notizie che si possono attingere sulla stampa, è composto da circa 16 mila iscritti attivi, mentre i fratelli in sonno, uso la terminologia massonica, sono 40 mila. La Gran Loggia d'Italia, obbedienza di Piazza del Gesù, conta invece 5 mila membri, e fa riferimento al Grande Oriente di Francia, mentre i rivali di Palazzo Giustiniani fanno capo alla Gran Loggia madre d'Inghilterra. Fin qui è possibile una stima, poi, ed ecco che inizia anche il punto serio della mia argomentazione, comincia il caos delle organizzazioni ufficiose, delle quali le stesse ubbidienze ufficiali ignorano il peso e le attività.

Nello studio di un certo avvocato Muscolo, genovese, capo di un Grande Oriente italiano, è stato scoperto un elenco di 3 mila persone, un piccolo esempio che fa riflettere su che cosa può essere questo tessuto che sfugge a qualsiasi stima. Un censimento è reso inoltre impossibile dall'esistenza di logge italiane all'esterno che spesso raccolgono i membri più influenti; così è per la Loggia Italia, che ha sede a Londra, direttamente all'obbedienza della Gran Loggia d'Inghilterra o per le logge italiane a Parigi e a New York o per le logge recentemente organizzate, in Europa orientale, dal Grande Oriente e da altri. La distinzione tra la massoneria ufficiale - e su questo richiamo l'attenzione dei colleghi - e l'arcipelago delle associazioni ufficiose e coperte è diventato sempre più labile. Queste considerazioni confermano l'esigenza della trasparenza associativa per coloro che rivestono funzioni pubbliche e spiegano anche perché nella mozione non si parla solo di associazioni in genere ma si fa esplicita menzione alla massoneria.

Perché non dovrebbero essere note le associazioni di cui ciascuno di noi, io consigliere regionale faccio parte? La pubblicità sarebbe, a me sembra, un fatto indiscutibilmente positivo sotto il profilo del controllo, da parte dei cittadini, della correttezza del mio operato. Favorisco ingiustamente amici e soci? Penalizzo ingiustamente coloro che non fanno parte delle associazioni di cui io faccio parte? Sia fatta piena luce, questo è il senso. Ciò non può che avere effetti benefici, per esempio in relazione al dovere di imparzialità e di fedeltà alle leggi dello Stato e al bene pubblico, dovere che esclude la possibilità di assoggettarsi all'obbedienza di autorità diverse.

In altre parole non si può avere una doppia fedeltà, alla legge e alla loggia (scusate il gioco di parole), a meno che il principio di trasparenza - e qui c'è un punto importante di riflessione - non contraddica altri principi fondamentali o diritti essenziali dei cittadini. In particolare è legittimo chiederci se il suddetto principio entri in conflitto col diritto di libertà di associazione garantito dall'articolo 18 della Costituzione. Il fatto che io debba dichiarare le associazioni di cui faccio parte colpisce o lede in qualche modo il mio diritto ad associarmi liberamente? La libertà di associazione richiede segretezza o almeno riservatezza? Parlo naturalmente di una società democratica, perché il segreto può essere lecito e perfino obbligatorio nei regimi persecutori.

Non mancherà forse nel dibattito chi citerà - lo dico perché è un classico - il discorso parlamentare di Gramsci sulla libertà di associazione. Ma c'è una differenza tutt'altro che trascurabile tra il momento in cui parlava Gramsci e il momento che attraversiamo noi: allora vi era un regime totalitario e oggi uno stato democratico. La Costituzione d'altronde sembra escludere che l'esercizio della libertà di associazione richieda segretezza o riservatezza; si rifletta sul fatto che lo stesso articolo 18 che afferma il diritto per i cittadini di associarsi liberamente contiene anche il divieto di formare associazioni segrete. Quindi era ben chiaro al costituente il rapporto tra le due questioni. Quando si tocca questo tasto della segretezza talvolta i massoni, o i difensori della massoneria, insorgono dicendo che la massoneria non è un'associazione segreta.

I giuristi potrebbero a lungo disquisire sul concetto di segretezza e su quello di riservatezza, io non sono un giurista e quindi cerco di ragionare come mi è possibile, come posso e come so. Tutti gli elementi che vedo, che immagino e che leggo, mi portano a concludere che la massoneria seguita a comportarsi come una società segreta. Certo ora non esiste più l'antico giuramento, è stato sostituito (solo con le costituzioni massoniche del 1985) dalla promessa solenne di osservare fedelmente la Costituzione e il regolamento massone. Ma io credo che sia utile leggere, e lo leggo, perché è anche molto curioso, il testo del giuramento massonico in vigore fino al 1985, per rispondere preventivamente a chi sostenesse che la massoneria non è un'associazione segreta: "Prometto e giuro di non palesare giammai i segreti della libera massoneria, di non far conoscere ad alcuno ciò che mi verrà svelato sotto pena di aver tagliata la gola, strappato il cuore e la lingua, le viscere lacere, fatto il mio corpo cadavere in pezzi indi bruciato e ridotto in polvere e questa sparsa al vento". Questa era la formula.

Certo, si può dire solo che sono antichi riturali, più ridicoli che tenebrosi, anche io credo che siano più ridicoli che tenebrosi, che muovono più al sorriso che alla preoccupazione, ma allora domandiamoci che cosa è oggi il potere occulto e anche che cosa è oggi la massoneria. Qui naturalmente non è in questione, io voglio dirlo con molta serietà, la storia di questa istituzione che affonda le radici nelle ideologie umanitarie di origine illuministica, non è in questione la tradizione democratica della massoneria, il ruolo importante svolto per esempio nel processo di laicizzazione dello Stato, in Italia e altrove; è in questione che cosa sia oggi la massoneria, parlo della sostanza, non delle messe in scena, non delle liturgie e dei simboli.

Su questo punto, sulla realtà della massoneria attuale svolgo due considerazioni molto rapide. Il fine dichiarato della massoneria sarebbe il miglioramento morale dell'individuo, si entrerebbe in massoneria per una scelta ideale di libertà, di tolleranza, di fratellanza e di giustizia. Io credo che sia legittimo chiedersi se si tratti davvero di questo, se si tratti davvero di cercare la vera luce, come si dice nel linguaggio esoterico, se si tratta di scavare oscure e profonde prigioni al vizio ed elevare templi alla virtù, sono parole del rituale di iniziazione; oppure si tratti invece di mutuo aiuto negli affari e nelle carriere per conquistare ricchezza e potere. Intendiamoci, un conto è intraprendere affari, il che è lecito se non vengono violate le leggi, anche perseguire ricchezza e potere è lecito se lo si fa legalmente, ma la questione è un'altra (perché nascondersi) un altro conto è aiutarsi l'un l'altro a fare carriera e soldi; personalmente a me non piace il ricorso ad associazioni riservate per perseguire questo scopo perché significa sostituire la cultura della protezione alla cultura del diritto. Ma naturalmente questi obiettivi possono essere perseguiti alla luce del sole, lecitamente, rispettando le leggi; altra cosa è perseguire tali obiettivi dentro una zona d'ombra che non consente il controllo della legalità dei mezzi adoperati.

La seconda considerazione che svolgo, anche questa rapidamente, è il rapporto tra la massoneria e le deviazioni della massoneria. L'argomento che viene infatti utilizzato (abbiamo letto interviste rilasciate anche dai massimi esponenti della massoneria sulla P2 e le logge deviate) è il seguente: la massoneria ufficiale è pulita, sono le deviazioni a contenere il marcio. A me sembra questa una argomentazione debole e non condivisibile, in primo luogo perché il confine tra logge regolari e logge coperte è tutt'altro che invalicabile.

Nel libro di Aldo Mola, storico non certo nemico della massoneria, è pubblicata una lettera spedita nel 1972 al Grande Oriente d'Italia dall'ex Gran Maestro Di Bernardo, Gran Maestro sino a poche settimane fa. La lettera del Di Bernardo dice: "Il sottoscritto chiede di essere coperto a causa della professione svolta in un ambiente particolarmente difficile come è quello dell'Università di Trento". Perché cito questo documento? Per mostrare come sia lieve la distanza tra massoni regolari e massoni coperti, tra la situazione ufficiale e la situazione riservata.

Tutti sanno naturalmente che si può essere iniziati come si dice, all'orecchio di un Gran Maestro senza che altri fratelli lo sappiano in un regime di segretezza interna oltre che esterna. Si può intendere facilmente come queste pratiche tradizionali possano costituire un terreno favorevole per il coagulo di interessi oscuri ed anche per determinare interferenze nel funzionamento dei poteri pubblici. E poi c'è il problema delle deviazioni che cessano di essere tali quando sono sistematiche; in tal caso non di eccezione si tratta ma di fatto strutturale. Nella storia della massoneria le deviazioni sono tutt'altro che infrequenti, Indro Montanelli per esempio scrive che la storia della massoneria è un seguito di deviazioni e che Licio è soltanto l'ultimo dei suoi innumerevoli Gelli, anche questa è una opinione, legittima, io non dico nemmeno se la condivido o non la condivido, può essere sostenuta; oppure si possono fare delle obiezioni, si possono ricordare deviazioni criminali come la "lega nera" o come "la lega dei raggi", non spetta a noi verificare queste cose, a noi interessa il presente e questa è ormai materia per gli storici.

Nel presente però troviamo dei fenomeni sui quali abbiamo il dovere di gettare uno sguardo, per esempio quello degli incroci tra massoneria e mafia. Già la Commissione parlamentare di inchiesta su Sindona e quella sulla P2 hanno ampiamente provato i rapporti massoneria-mafia. Leggo un passo della relazione recentemente approvata a maggioranza dalla Commissione parlamentare antimafia: "Il terreno fondamentale sul quale si costituiscono i rapporti di Cosa Nostra con esponenti dei pubblici poteri e delle professioni private è rappresentato dalle logge massoniche". E così via, trascuro la lettura di altri passi che argomentano e motivano ulteriormente questa impostazione. Il documento della Commissione antimafia ricorda la storia mafiosa delle logge siciliane come Iside, Osiride ed altre che non ritengo di dover menzionare delle quali facevano parte molti capimafia tra cui, secondo le dichiarazioni di pentiti che la Commissione antimafia giudica attendibili, Totò Riina, Salvatore Greco e Stefano Bontade, per citare solo i più noti.

L'antimafia spiega addirittura come vennero costituite logge specifiche e fratellanze di soli massoni; deviazioni, si può obiettare. Alla domanda perché esistono tanti mafiosi tra i massoni proprio Giuliano Di Bernardo, Gran Maestro fino a quindici giorni fa, risponde su Panorama del 2 maggio: "Mi spiace, per correttezza personale non posso rispondere". Nella stessa intervista Di Bernardo, spiegando il perché della sua rottura con il Grande Oriente: "per le forti opposizioni al mio tentativo di trasparenza", afferma che il 1993 è l'anno zero della massoneria italiana. Io mi domando perché Di Bernardo senta l'esigenza di dire che la massoneria italiana è all'anno zero; evidentemente c'è una storia da rimuovere e da cancellare. E' l'ex Gran Maestro, non io, che definisce in questo modo i rapporti tra la massoneria e le sue deviazioni.

La domanda che pongo conclusivamente è questa: perché la massoneria continua a nascondersi se non ha nulla da nascondere? Per timore del pregiudizio e della persecuzione o perché ha da nascondere che poco o nulla è rimasto della tradizione etica e filantropica soppiantata dal mutuo soccorso nelle carriere e negli affari? Nel dispositivo della mozione c'è un altro punto, che tratto brevissimamente, oltre alla proposta di dichiarazione da sottoscrivere attestante l'iscrizione alle associazioni, cioè il Presidente della Regione chiede agli organi di direzione della massoneria di rendere pubblici gli elenchi degli affiliati alle logge sarde. Il problema è delicato; si può infatti ragionare in questo modo: è giusto che l'uomo politico dichiari le proprie appartenenze associative, e quindi dichiari, nell'eventualità che sia massone, di essere massone. E' giusto che chi svolge funzioni pubbliche, di governo, o di amministrazione renda pubblica la propria situazione associativa; ma per quale motivo tale obbligo deve essere esteso al cittadino qualsiasi?

Capisco naturalmente questo ragionamento, perché se la ragione di fondo è la trasparenza del potere, ossia la democraticità dei processi decisionali, che utilità ha e a che ragione risponde la pubblicità sulla situazione associativa di chi non ha potere, delle persone che non rivestono cioè funzioni pubbliche? Personalmente infatti non ritengo necessario pretendere dal cittadino qualsiasi la dichiarazione che ritengo invece indispensabile per coloro che esercitano una pubblica funzione. Tuttavia il fatto che i poteri pubblici non debbano imporre la pubblicità delle iscrizioni e adesioni ad associazioni di qualsiasi natura non significa che non possano e non debbano le associazioni medesime, nel caso specifico la massoneria ma anche le altre, procedere ad adottare una scelta di trasparenza e di pubblicità per fugare le ombre che si addensano sulla loro attività; nel loro stesso interesse, per sconfiggere sospetti infondati, per rispondere alle accuse fondate, per cercare di riconquistare i caratteri e le finalità dichiarate dell'istituzione medesima.

Del resto altrove, per esempio negli Stati Uniti, la massoneria da lungo tempo ha scelto di vivere alla luce del sole. Noi quindi possiamo legittimamente e fondatamente domandarci perché no in Italia, perché no in Sardegna, senza puntare il dito accusatorio su nessuno, senza perseguitare nessuno, senza criminalizzare nessuno. La risposta - ed ho concluso, su questo punto, poi sul resto sta al Consiglio decidere se accogliere o no la proposta dei proponenti la mozione - per quanto riguarda la pubblicazione degli elenchi, spetta agli organi ufficiali della massoneria. Al Consiglio regionale della Sardegna spetta invece porre la domanda e avanzare la richiesta. Voglio dire, senza alcuna ombra polemica, spero che questa richiesta sia condivisa e sostenuta anche dai massoni in attività o in sonno, regolari o coperti, pochi o molti che siano, non mi interessa, che siedono in questa Assemblea.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Giorgio Ladu. Ne ha facoltà.

LADU GIORGIO (P.S.d'Az.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, premetto che parlo a titolo personale e che sono iscritto al Grande Oriente d'Italia Loggia Lando Conti all'Oriente di Cagliari. E' mia opinione che la discussione di questa mozione in Consiglio, in questo particolare momento di crisi economica, sociale e istituzionale del Paese, in questo momento di fortissimo disagio per la Sardegna sia una pura e semplice perdita di tempo. Ritengo che questa opinione non sia soltanto mia ma di molti; eppure non saranno in molti, anche tra coloro che hanno sottoscritto la mozione, a riconoscerlo. Anzi nessuno, penso, lo rivelerà apertamente per timore di venire confuso con questa dannata razza di massoni.

E' un segno che in questo che dovrebbe e potrebbe essere il libero parlamento della Sardegna si è ad arte instaurato un clima di sospetto e di intolleranza che è gravissimo. Questo dibattito potrebbe paragonarsi ad un fumogeno che serve ad oscurare e a nascondere i veri problemi della nostra società e le responsabilità di questa enorme maggioranza che sorregge una Giunta così inconcludente. Che poi siffatta questione sia stata posta all'ordine del giorno proprio nel periodo in cui questa Giunta sta chiedendo il massimo di unità, per apparire almeno all'esterno unita e rappresentativa di tutta la Sardegna, appare un'altra malizia che si aggiunge a quella dei presentatori, o meglio di alcuni di essi. Malizia, sgambetti, depistaggi, falsi scopi, signor Presidente, sono tutti riconducibili all'interno della composita maggioranza di governo e alle sue varie anime e soprattutto alle molteplici ambizioni di ogni singolo componente della coalizione.

Questa analisi non è mia, è della maggioranza stessa ed è sufficiente elencare il succedersi degli avvenimenti per dimostrarlo: un gruppo abbastanza ristretto di consiglieri, alcuni dei quali appartenenti al Gruppo cosiddetto trasversale per le riforme, presenta la mozione; il primo giudizio pubblico su questa iniziativa viene proprio dal Gruppo del P.D.S. L'onorevole Lorelli, sostenuto da altri del suo Gruppo, protesta perché i presentatori hanno agito nell'ombra, quasi a voler apparire che chi non firma potrebbe essere sospettato di stregoneria o di massoneria. "La verità" - dice l'onorevole Lorelli - "è che qualcuno" -mi pare che queste siano state le sue precise parole - "ha voluto conquistarsi, per un giorno, un titolo di giornale". La non velata allusione non è soltanto per i democristiani ai quali si lancia la sfida dell'Opus Dei, ma soprattutto per il suo compagno di partito, Vicepresidente del Consiglio e membro importante del Gruppo trasversale, l'onorevole Scano, almeno io ho capito così, e non credo d'essere stato il solo in quest'Aula.

Dinanzi a questa profonda esigenza delle masse lavoratrici sarde di socializzare -vedi i titoli dei giornali - si riaprono le iscrizioni alla sottoscrizione della famosa mozione, non più soltanto san sepolcristi della prim'ora ma si dà a tutti la possibilità di sfidare il destino e di firmare, con supremo sprezzo del ridicolo, questa mozione. A tutti, dunque, la primogenitura, anche se la burocrazia consiliare, che si basa sui precedenti e non può preoccuparsi delle sottili brezze che spirano dentro questo o quel partito, non cessa di definire la mozione "Scano e più".

In poco tempo la maggioranza assoluta dei consiglieri, chi per una ragione, chi per un'altra, salta trionfante sul carro della mozione che viene iscritta all'ordine del giorno, c'è chi ha venduto la primogenitura per un piatto di lenticchie e chi se la tiene saldamente in mano. In effetti la primogenitura frutta oltre al titolo di giornale anche qualche intervista televisiva. Ma il senso di equità del socialismo non è acqua, e occorre socializzare anche le apparizioni in televisione. L'operazione non è né semplice né breve; si lascia passare un po' di tempo, solo casualmente in quel tempo ci sono chimici che salgono nelle ciminiere, minatori che protestano per difendere il loro posto di lavoro e dormono nei pozzi, operai che si rinchiudono nei forni, migliaia e migliaia di giovani che aspettano lavoro, ditte che chiudono, pensionati che muoiono facendo la fila per i bollini della sanità eccetera. Ma il senso di equità televisiva è sempre vigile. La gente forse ha dimenticato altre questioni gravissime che arrivano alla ribalta del Consiglio ma occorre perlomeno pareggiare il conto televisivo, cascasse il mondo, ci scappa di discutere la mozione.

Si scrive al Presidente, si sollecita e soprattutto si organizza una conferenza stampa per pareggiare i conti televisivi. Finalmente si arriva a porre la grave questione dalla quale evidentemente dipendono i destini di tutti coloro che hanno perduto o stanno per perdere il posto di lavoro e di coloro che dovranno aspettare chissà quanti anni per avere un posto di lavoro. L'uomo politico deve dichiarare o no la sua appartenenza alla massoneria o all'Opus Dei o a qualsiasi altra organizzazione della lista che qualcuno si occuperà di preparare? Io ho dichiarato da tempi non sospetti la mia appartenenza alla massoneria e quindi posso parlare di questa questione avendo dimostrato con i fatti che chi vuole può farlo. Comprendo però anche le ragioni di chi non vuole farlo e per affermare il principio della libertà di associazione e per il clima che è stato creato, un clima che è un misto di maccartismo e di leninismo, non mi sottraggo al dibattito o almeno non rinuncio a dire alcune opinioni.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, alcuni dei presentatori e dei firmatari della mozione, coscienti di che cosa effettivamente implichi questa iniziativa, hanno sostenuto pubblicamente e privatamente di non essere stati mossi da pregiudizi verso la massoneria o l'Opus Dei o qualsiasi altra organizzazione, ma di voler soltanto sapere chi vi appartiene; ciò per poter meglio combattere le lobbies, per poter meglio giudicare i comportamenti degli uomini investiti di pubblici poteri. Io osservo che il solo fatto di richiedere alcune e non tutte le appartenenze rappresenta una discriminazione lesiva dei diritti fondamentali dell'uomo.

La libertà di associazione è uno dei cardini sui quali ruota la civiltà moderna, non c'è gioco propagandistico che dinanzi a questa lesione dei diritti trovi giustificazione. Si comincia con queste due associazioni che vengono definite segrete e misteriose e tali invece non sono e poi non si sa dove si andrà a finire. La caccia alle streghe viaggia sulle scope delle streghe stesse. Sulla segretezza e i misteri, c'è poi molto da ridire, il massone fa una promessa solenne, non un giuramento, di aiutare i suoi fratelli ma sempre nel rispetto della legge e nello spirito di tolleranza e di giustizia nei confronti di tutti gli altri, esattamente come ogni cristiano che ha il dovere di aiutare il suo prossimo. Di fatto, ci sia negli statuti o no, il vincolo di solidarietà è molto più forte nei partiti e soprattutto nelle correnti dei partiti fino a diventare complicità, come ogni giorno di questi tempi dimostra la cronaca di tangentopoli, e tutti qui lo sappiamo.

Si obietta però che le iscrizioni ai partiti non sono segrete. Chi lo dice? Coloro che nascondevano i nomi di magistrati, di militari, di impiegati; quando chi simpatizzava per il partito comunista era inviso ai suoi superiori e allora li si proteggeva? Oppure coloro che, come è risultato e come ha ammesso anche Martinazzoli in una recente intervista con Biagi circa due mesi fa, effettuavano tesseramenti fasulli e iscrivevano anche i morti e gli appartenenti ad altri partiti? Parlano di segretezza della massoneria coloro che per decenni hanno fatto convegni a tavolino attribuendo le percentuali dei partecipanti a seconda dei rapporti in forza dei capi corrente? Segreta è la massoneria della quale sono noti i rappresentanti ufficiali, le sedi sono contrassegnate da targhe, le riviste in vendita nelle librerie, i congressi e i convegni seguiti con la partecipazione di tutti i mass media.

Onorevoli colleghi, il massone promette solennemente di rispettare le leggi dello Stato nel quale agisce; questo è negli statuti di tutte le massonerie del mondo. Si sono mai chiesti i firmatari della mozione, almeno coloro - e ce ne sono - che hanno cultura e consapevolezza delle ragioni storiche della riservatezza di cui si circondano certe associazioni, perché la massoneria esiste, è rispettata ed apprezzata in tutti i Paesi liberi del mondo, mentre è perseguitata nei regimi dittatoriali, siano essi di destra o di sinistra? Io non voglio qui ripetere considerazioni che sono state fatte, e con maggiore autorità, da altri e in altre sedi ma una ragione deve pur esserci.

Non voglio fare ora la difesa della massoneria, ma ho introdotto l'argomento proprio per restare aderente al tema. Sosterrò infatti che la Presidenza non doveva accogliere questa mozione perché viola il diritto costituzionalmente riconosciuto e sancito della libertà di associazione. Nessuna legge asserisce che la massoneria sia una società segreta, la legge parla della P2 e delle altre logge spurie. Inoltre si dimentica che fu proprio il Grand'Oriente d'Italia, molto prima che si muovesse la magistratura, a espellere Gelli. Se il Consiglio approverò questo documento, dal quale evidentemente mi dissocio, metterà in essere un meccanismo lesivo dei diritti costituzionalmente protetti del cittadino singolo o associato, una lesione che potrebbe portare persino allo scioglimento del Consiglio. Non credo che ciò avverrà, anche perché penso che ci saranno questioni più serie da affrontare nel prossimo futuro, né sono un giurista per poterlo affermare con certezza, ma almeno sotto l'aspetto politico mi pare di poter dare un giudizio. Ciò che sta avvenendo è grave perché dimostra che la maggioranza assoluta del Consiglio non solo è lontana dagli interessi reali della gente, ma anche fuori dal tempo politico, infatti si muove come se dal 1989 a oggi non fosse accaduto niente nel mondo. Anzi, mi sia consentito di scherzare un po', per sdrammatizzare, su una questione comunque gravissima; suggerisco al Presidente di passare la circolare per avvertire che alcune ideologie sono cadute col muro di Berlino...

(Interruzioni)

A questo proposito voglio citare un articolo, tratto dalla rivista Micromega, ultimo numero del 1992, avente come sottotitolo "Le ragioni della sinistra", nel quale è riportato un colloqui tra Adam Michnik (non so come si legge, ma qualcuno di voi, amico di Grauso, lo può domandare a lui perché questo Adam Michnik è il direttore del giornale di Varsavia di cui Grauso è editore) dirigente di Solidarnosc e Leszek Kolakowski un filosofo polacco che insegna ad Oxford. Micromega titola l'articolo significatamente: "Il comunismo, la chiesa, le streghe". Nel corso del colloquio il giornalista, poiché il discorso si era portato sulla concezione asiatica e russa in particolare del potere e quindi sui rapporti tra maccartismo e leninismo, domanda tra l'altro al filosofo: "Possiamo veramente definire totalitario il dispotismo medioevale?". Il filosofo testualmente risponde: "Non possiamo in quanto il potere laico e quello spirituale erano separati. Ma la tendenza ideocratica era estremamente forte anche se il totalitarismo moderno ha le proprie peculiarità. Non mi sembra quindi irragionevole ricercare fenomeni analoghi nel passato ossia l'apparire di forme di potere dispotico con l'ambizione di governare ogni sfera dell'esistenza senza lasciare nulla di ciò che viene chiamato società civile. La volontà di introdurre il controllo statale e di distruggere tutti i legami umani che non siano quelli imposti dallo Stato, la dittatura sul pensiero umano è uno dei cardini del totalitarismo. I tentativi di una economia totalmente pilotata sono il culmine della idea totalitaria e in effetti si tratta di una problematica del ventesimo secolo". Questo ha risposto il filosofo.

Signor Presidente, colleghi consiglieri, io sono, come voi sapete, un capitano di lungo corso che ha navigato a lungo su molti mari, so di petroliere e di altre navi, so di porti e di terre lontane, ma so poco di filosofia. Credo tuttavia che questa mozione sia profondamente intrisa di quella idea totalitaria citata dal filosofo polacco. Mi riterrei soddisfatto se questo mio discorso fosse servito a far riflettere qualcuno che, forse mosso del desiderio di un titolo di giornale o anche dal timore di essere accusato all'interno del suo Gruppo per non aver firmato, ha sottoscritto questa mozione che, se approvata - a mio giudizio - farà fare un passo indietro alla civiltà giuridica e politica del nostro Consiglio e della nostra Regione.

Ciò che il filosofo polacco definisce il culmine dell'idea totalitaria, cioè l'economia totalmente pilotata, altro non è che l'economia del nostro Paese governato da tangentopoli. Sono dentro i partiti, dentro i circoli dirigenti, perché non tutti possono essere accusati indiscriminatamente, le vere società segrete che gestivano e forse gestiscono ancora appalti e tangenti. Come si fa ad evocare poteri occulti quando si leggono le liste degli appalti regionali e dei progettisti pubblicati da L'Unione Sarda e si sente dire a chi sono riconducibili? Come si fa a colpevolizzare questa o quella associazione quando i fatti e non i pettegolezzi o i semplici capi di imputazione portano verso altre direzioni? Per ora le inchieste arrivate anche in Sardegna giungono dall'esterno e indicano già quali direzioni prendono. C'entrava la massoneria a Fiume Santo? C'entrava la massoneria nelle opere idrauliche della Nurra? Può darsi che qualche massone sia stato coinvolto o sarà coinvolto; ma quanti sono i membri non massoni e non marginali dei partiti coinvolti nei fatti che hanno portato allo sconquasso dello Stato e dell'economia?

E' la massoneria, la lobby, o sono queste innumerevoli lobbies, nei lavori pubblici come nella sanità, nelle professioni e nel commercio, nelle industrie, nelle esportazioni, nei lavori all'estero e in ogni altra attività di una economia totalmente pilotata, come dice il filosofo polacco, dal dopo guerra di oggi, come stanno dimostrando i fatti di cronaca di questi giorni, quando è risultato che si ricorreva pensino al ricatto politico per vendere le azioni di un giornale? E' la massoneria, di cui si conoscono i dirigenti e anche la maggior parte degli iscritti, che fino a pochi anni fa stava nello stesso palazzo dove sta il Senato della Repubblica (perché quel palazzo era suo ed è stato rubato dal fascismo), la società segreta o sono queste conventicole legate non dal segreto iniziatico, e perciò stesso soltanto spirituale, ma dai concreti interessi materiali ad essere la vera società segreta, quelle per intenderci proibite non soltanto dalla Costituzione ma anche dal codice penale?

Uomini che sono in politica da molti anni e che hanno rivestito incarichi di grande responsabilità nella nostra Regione, non possono non sapere dove e da chi sono costituite le vere lobbies che hanno pesantemente influito almeno in Sardegna; non si evochino fantasmi e, se è sincera la volontà di riforma, si affrontino i veri problemi della nostra società senza cortine fumogene e senza la creazione di avversari di comodo. All'onorevole Scano, primo firmatario, voglio ricordare alcuni passaggi di quel discorso che Antonio Gramsci tenne alla Camera il 16 maggio del 1925. Confesso che sono stato tentato di cominciare il mio intervento con le parole di Gramsci, lo dissi già venti giorni fa o anche di più, ma ho rinunciato per non essere accusato di giocare sull'equivoco. Gramsci infatti ha aperto il suo discorso con parole che possono attagliarsi al nostro ordine del giorno di oggi: "Il disegno di legge contro le società segrete è stato presentato alla Camera come un disegno di legge contro la massoneria; esso è il primo atto reale del fascismo per affermare quella che il Partito fascista chiama la sua rivoluzione".

Certamente Gramsci non difende la massoneria ma svela il meccanismo interno della legge e la presenta per quello che è: uno strumento liberticida che coinvolgerà tutti gli altri partiti, tranne quello fascista. Gramsci non difende la massoneria, anzi la definisce il partito della borghesia, ma la conosce almeno un po'; era massonica infatti l'associazione Giordano Bruno che aveva sede a Cagliari in via Barcellona e con la quale da studente aveva partecipato alla gita nella zona mineraria, una esperienza che lo convertirà per sempre alla causa dei lavoratori. Nel corso del dibattito parlamentare Gramsci venne interrotto da Mussolini numerose volte, faccio un esempio: Gramsci disse che la realtà consisteva nel fatto che la legge contro la massoneria non era prevalentemente contro la massoneria e che con i massoni il fascismo sarebbe arrivato facilmente ad un compromesso. Mussolini, interrompendolo, ribatté che i fascisti bruciarono le logge dei massoni prima di emanare la legge, quindi nessun bisogno di accomodamenti.

Ora io chiedo ai colleghi consiglieri, e all'onorevole Scano e più: è preferibile stare dalla parte dell'onorevole Gramsci il quale fece quest'ultimo discorso alla Camere e poi vi fu l'Aventino e il suo arresto, oppure dalla parte di Mussolini che risolveva i nodi del suo tempo a colpi di manganello bruciando le sedi degli avversari?

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Cocco. Ne ha facoltà.

COCCO (P.D.S.). Signor Presidente, colleghi del Consiglio, per dire innanzitutto che io ringrazio il collega Ladu. Ha avuto il merito, quanto meno, di far sì che questo dibattito, che si preannunciava distratto e stanco, abbia visto un acutizzarsi dell'attenzione.

Devo anche dare atto dal collega Ladu di una dichiarazione e di un atto di lealtà nei confronti del Consiglio e nei confronti della sua - chiamiamola così - associazione di appartenenza. E' un atto che gli fa onore, ma con altrettanta lealtà, caro Giorgio, devo dirti che non mi è piaciuto il tono del tuo intervento. Questo sì, ha qualcosa di sulfureo. E' il contrario delle parole del collega Scano e della mozione, dove c'era tutto fuorché l'evocazione di un clima maccartista.

Credo si debba fare una riflessione, e farò una riflessione che è tutt'altro che nell'ottica della chiusura. Innanzitutto voglio dirti che è sbagliato affermare che su questi temi stiamo perdendo tempo. Questa non è una discussione da associazione culturale. Su questi temi ci sono specifici adempimenti di legge su cui altre Regioni hanno fatto delle leggi, e queste leggi regionali sono leggi della Repubblica in attuazione a un'altra legge della Repubblica, dello Stato.

Devo dire che io avverto una certa difficoltà ad intervenire su questo argomento perché dobbiamo fare uno sforzo di ricerca di serenità. Abbiamo il dovere della serenità. Farò questo sforzo di ricerca limitandomi ad alcuni concetti essenziali, auspicando che la nostra Assemblea, che trattando questi temi non perde tempo, possa tornare sull'argomento e legiferare come hanno già fatto la Liguria, il Piemonte, il Lazio, l'Emilia Romagna, la Toscana, e l'elenco non è esaustivo. Auspico che si possa tornare sull'argomento non in ossequio ad una passiva imitazione di altre Regioni, ma perché abbiamo il dovere di ottemperare alla legge numero 17 dell'82 (e noi come Regione siamo sempre in ritardo nell'ottemperare a vincoli che ci derivano dall'ordinamento della Repubblica) la quale, all'ultimo comma dell'articolo 4 stabilisce che le Regioni provvedono a emanare leggi, nell'osservanza dei principi dell'ordinamento espressi nel presente articolo, per quanto riguarda le associazioni segrete.

Dicevo che avverto difficoltà, già lo dicevo, perché non è facile superare un certo clima. Va anche evitato il pericolo che le note riflessioni possano, in qualche modo, subire l'influenza di certa tradizione clericale, dico clericale e non cattolica, per cui i frammassoni, fra virgolette, secondo un certo lessico che è spia di una mentalità oscurantistica e ancora prima antirisorgimentale, erano portatori di una dimensione luciferina. Tutto questo è vero, era coscienza espressa a livello di linguaggio comune. Si pensi, per stare alla Sardegna (mi piace innanzitutto riferirmi alle cose di casa nostra), al lapidario giudizio che se ne dà in un poemetto, così diffuso in passato nella cultura popolare. Lo cito perché serve a indicare come certo linguaggio fosse diffuso a livello popolare. Quel poemetto è "Sa scomuniga de predi Antiogu" (carissimo al Wagner, amatissimo da Gramsci che scriveva alla mamma di mandargliene una copia perché anche lui intendeva comporne uno sulla falsariga). Ebbene, quando predi Antiogu vuole lanciare un epiteto infamante al Paese, che non paga le decime e per di più gli ruba il gregge, lo definisce "idda de frammassonis", paese di frammassoni. Questo per dire come il linguaggio tendesse in qualche modo a esprimere una condanna, dietro la quale c'era una cultura oscurantista, antirisorgimentale, clericale e non cattolica.

Si pensi pure a certa tradizione laicista che senza distinguere evangelicamente il grano dall'oglio vede nell'Opus Dei la dimensione della seta chiusa, espressione ed emanazione diretta del più retrivo clerico fascismo. E certamente l'Opus Dei è sicuramente questo; certi componenti dell'Opus Dei sono questo. Ma l'Opus Dei non è solo questo. Come, certamente, un giudizio diverso, a mio avviso radicalmente diverso, va espresso nei confronti del Sovrano Ordine di Malta. Pur avendo aspetti riconducibili a certe forme presenti in questo tipo di associazioni, però svolge e agisce all'interno di un'altra logica; così porrei il S.O.M. al di fuori delle associazioni di cui ci stiamo occupando.

Spesso viene citato, non solo il discorso di Gramsci, che tralascio perché lo citava il collega Ladu, ma una sorta di giudizio positivo di Granisci sulla massoneria; e senza calarlo nella realtà storica in cui quel giudizio viene formulato, si vorrebbe attagliarlo alla realtà di oggi. Non è assolutamente riconducibile a questa realtà, il discorso pronunciato da Gramsci in tema di leggi speciali o il giudizio che egli, in pieno fascismo dominante, esprimeva nei suoi quaderni dal carcere. La cifra del giudizio di Gramsci è nel superamento di quel semplicismo al quale si vorrebbe ricondurre un problema, radicato nel profondo della storia italiana, europea e per molti versi sarda. L'invito di Gramsci è al superamento di logiche semplicistiche che dobbiamo rifiutare, altrimenti non approdiamo a nulla; approdiamo solamente ad una sorta di aria di zolfo, che a me non piace.

"Caratteristica fondamentale (scriveva Gramsci) della massoneria è la democrazia piccolo-borghese, il laicismo, l'anticlericalismo. Il Rotary è organizzazione di classi alte e non si rivolge al popolo altro che indirettamente". E' una nota riportata negli scritti raccolti col titolo "note sul Machiavelli, sulla politica e sullo stato moderno". Di qui un'uguaglianza concettuale che forzatamente si vuol vedere nell'elaborazione gramsciana tra massoneria e base democratica direttamente legata alle classi piccolo-borghesi. Si dimentica il contesto storico nel quale quel giudizio veniva espresso: un sessantennio fa, in piena dittatura fascista, con un regime che tendeva a far scomparire ogni forma e qualsiasi manifestazione di pluralismo.

Una realtà ben diversa è certamente quella di oggi. Certamente la riflessione gramsciana è uno stimolo a liberarci sull'argomento da qualsiasi atteggiamento semplicistico (lo ribadisco, mi si perdoni la ripetizione, la ritengo estremamente importante), anche perché parlare di massoneria vuol dire certamente riallacciarci ai grandi principi di libertà, fraternità ed uguaglianza (anche questo è parlare di massoneria) che hanno ispirato la rivoluzione francese, e attraverso la rivoluzione francese hanno sostanziato lo stato di diritto. Significa parlare di Risorgimento e conseguentemente della formazione di una moderna coscienza nazionale italiana. Significa anche parlare del contributo che la massoneria ha dato nel secolo scorso allo svecchiamento della classe dirigente sarda. Penso a Cagliari e a Sassari (sempre per stare a casa nostra) a cavallo dei due secoli, ma anche ad altri centri dell'Isola. Penso a quel grande amministratore della cosa pubblica che fu Ottone Baccaredda, che della massoneria fu maestro venerabile. Sono pagine della storia sarda esplorate con un'acutezza di analisi e dovizia d'informazione. Quindi perché negare che ci troviamo in presenza di una storia articolata, e per molti versi di una grande storia; il che ci deve far respingere atteggiamenti, ancora una volta lo ripeto, da zolfo. Una grande storia quindi, ma che in nessun modo può giustificare la vita e l'organizzazione segreta di oggi.

La Repubblica garantisce qualsiasi forma di vita associativa, purché essa non abbia finalità criminali e sia trasparente. E' l'articolo 18 della Costituzione a sancirlo. In base a tale articolo il divieto della segretezza - questo è il problema - è rilevante di per sé, a prescindere dal fine e dalle attività criminose dell'associazione. Certo, sarebbe bello che una banda criminale trovasse qualche forma di riconoscimento nella Costituzione! E' chiaro che il discorso non si può riferire ad associazioni che perseguono fini criminali. Detta il citato articolo 18: "I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente senza autorizzazione per fini che non siano vietati ai singoli dalla legge penale". E al secondo comma -osserviamo il nesso tra il primo e il secondo comma - detta: "sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare". Nell'attività criminosa, di cui si parla nel primo comma del citato articolo 18, la segretezza è implicita in quanto propria della finalità contrastante con la legge penale. Ne consegue che la segretezza, di cui si parla nel secondo comma, è elemento costitutivo della illiceità costituzionale. Cioè un'associazione in quanto segreta è in contrasto con la Costituzione repubblicana.

La segretezza, per la Costituzione, è elemento costitutivo di per sé, in quanto a base del particolare rapporto tra cittadino e potere politico che vige nello stato di diritto. La segretezza viola il rapporto fondamentale tra cittadino e stato di diritto. La separazione dell'azione statuale rispetto a quella della persona, dell'individuo, del singolo, implica che la pinna, cioè l'azione dello Stato, non possa interferire nella sfera del singolo, se non nel rispetto dei limiti posti dalla legge. Così l'individuo, in questo rapporto cittadino-Stato, nello stato di diritto, non può influire nella vita pubblica se non nelle forme della trasparenza e della riconoscibilità piena della sua attività associativa. Questo è il nocciolo della questione.

La segretezza è quindi di per sé violazione del patto fondamentale tra cittadino e potere pubblico. Vi sono posizioni tendenti ad affermare che l'associazione segreta non sarebbe vietata se persegue fini penalmente leciti. Il divieto sarebbe solamente nell'ipotesi di fini penali illeciti. Ma una tale posizione non spiega allora che significato avrebbe il secondo comma dell'articolo 18 della Costituzione. Una tale interpretazione comporterebbe di fatto l'abrogazione del secondo comma, che invece nella Costituzione è sancito e come tale va applicato, anche perché attiene - come dicevo - al rapporto fondamentale cittadino-Stato. Ed è all'interno di tale rapporto, di come è vissuto questo rapporto oggi, non 60 anni fa, non nel Risorgimento, non nell'Inghilterra del '700, che va letto l'istituto della piena libertà associativa e del divieto della segretezza, oggi, nelle condizioni storiche di oggi.

Questi anni ci hanno insegnato, proprio la vicenda del crollo dei muri l'ha insegnato, che qualsiasi realtà istituzionale (ma già ce l'aveva insegnato teoricamente Marx) nella storia nasce e nella storia muore. Ed anche ciò che nasce con le più nobili idealità spesso tradisce queste idealità. Un grande passato di per sé non può giustificare le deviazioni della realtà. E certamente i privilegi che si era attribuiti la nomenclatura sovietica nulla avevano a che fare con le idealità della Comune di Parigi o della rivoluzione del 1917.

Il momento politico istituzione è tale che la vita di associazioni segrete assume di per sé una carica eversiva; questo bisogna tener presente, la segretezza, oggi, in questa situazione drammatica per la società italiana mina il rapporto di fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Dopo di che possiamo sottilizzare quanto si vuole ma resta il fatto che i cittadini avvertono una minaccia oscura proveniente da quelle organizzazioni che non si palesano nella pienezza della loro vita associativa; ed è quello che si chiede. Quindi la segretezza è un fatto eversivo in sé e per sé. Vi è una espressione, che in qualche modo richiamava anche il collega Scano, che sintetizza il sentire comune, ed il sentire comune oggi serve a creare un rapporto di fiducia o di sfiducia nelle istituzioni. E' il momento in cui la piazza, che esprime le ragioni storiche e morali dell'individuo, tende ad affermare sé stessa, laddove lo Stato e la vita istituzionale non riconoscono queste ragioni dell'individuo. Vi è, dicevo, un'espressione che sintetizza il sentire comune con l'importanza che va data a questo sentire comune: "se si nascondono vuol dire che hanno qualcosa da nascondere"; non vorrei che venisse interpretata in maniera semplicistica. E' sentire comune, quasi luogo comune, ma non banale.

Se il fine delle varie osservanze massoniche è l'impegno alla perfezione dei singoli per riedificare il grande tempio comunitario dello spirito, non vedo cosa impedisca di aprire le logge a chiunque sia mosso da legittima e ben comprensibile curiosità intellettuale di conoscere; cosa impedisca di palesare il nome degli aderenti, di propagandare le loro iniziative. Certamente il salto che è stato compiuto in certi Paesi, in particolare negli Stati Uniti d'America, è un salto positivo: serve a creare una articolazione di vita culturale e democratica, e questo è un fatto positivo. E' la segretezza che turba la coscienza comune. Finché tale trasparenza non ci sarà siamo legittimati a pensare che da lì, dalle situazioni di segretezza venga una minaccia alla vita democratica ed ancora prima una manomissione a quei principi, ecco l'altro principio, d'imparzialità e di trasparenza che devono caratterizzare l'azione dei pubblici poteri. L'imparzialità, questo principio proclamato solennemente dalla Costituzione e che raramente è osservato, è quasi desueto.

Ha ragione il collega Ladu quando richiama il sorgere di una mentalità che è violazione del principio fondamentale dell'imparzialità. Dobbiamo sentire il dovere di superare una tale mentalità perché vuol dire capacità di superare l'imperante spirito di Camarilla che domina la vita politica e talvolta istituzionale. Va superata questa mentalità e va ripristinato il principio d'imparzialità. E' la grande rivoluzione democratica che oggi siamo chiamati a compiere. E non vi è nulla da inventare su questo piano perché sono i principi che nascono dalla Costituzione, dai grandi valori collegati alla lotta di liberazione nazionale, che non fu una continuità con il regime fascista, ma fu fondazione di uno spirito pubblico nuovo. Anche se poi l'affermazione dell'ex Presidente del Consiglio, Giuliano Amato, per qualche verso mi vede anche esprimere un giudizio di condivisione, perché dobbiamo giudicarla laicamente. Io che mi riallaccio ai valori della Resistenza, che credo che la Resistenza abbia rappresentato una rottura su questo piano, penso, però, che una certa concezione del partito e del rapporto cittadino-istituzione, partito-istituzione, sia qualcosa che non nasce col fascismo, nasce prima e noi l'abbiamo portata avanti. Dico noi, e ci metto il mio io come comunista, così come l'hanno portata avanti gli amici della Democrazia Cristiana. Non era nulla di perverso; però è storicamente superata perché attiene ad un rapporto in cui le ragioni della persona in qualche modo sono in seconda linea. La riscoperta delle ragioni della persona, come ragioni della personalità e della responsabilità. Gran parte dei mali e del cattivo funzionamento della vita istituzionale è collegata alla perdita di queste ragioni, alla perdita del senso di responsabilità. Bellissimo su questi temi un saggio su "Civiltà Cattolica" di qualche anno fa. Si parla di tangenti, ne parlava il collega Ladu; di una certa visione, che porta a queste aberrazioni; ma è nella vita quotidiana inquinata, nel rifiuto all'adempimento quotidiano dei propri doveri che vanno ricercate le ragioni della crisi del rapporto persona-vita istituzionale.

E' qui che dobbiamo recuperare il rapporto di credibilità delle istituzioni da parte dei cittadini, cioè credibilità delle istituzioni nei confronti dei cittadini. La nostra autonomia - sto chiudendo, cari colleghi - non può essere in seconda linea dove sono in pericolo i valori, i principi portanti dello stato di diritto; l'istituto autonomistico non può essere mai disgiunto da quei valori e da quei principi. Noi spesso abbiamo pensato che specialità fosse anche allontanarsi da certi valori fondanti, e li abbiamo sostituiti con la cultura, chiamiamola così, della "solidarietà"; in realtà era cultura della compromissione. Dobbiamo superare queste cose. L'atto di accusa, da questo punto di vista, del collega Ladu è giusto, io lo condivido; dobbiamo superarlo, dobbiamo farci un'autocritica, dobbiamo avere la forza di rifondare.

Ecco perché, chiudendo, dico che io avverto come questo nostro dibattito sia strettamente collegato alla centralità della questione democratica, oggi. Le associazioni segrete che, richiamandosi ai valori laici e religiosi, vogliono respingere da sé qualsiasi marchio di infamante collisione con le organizzazioni eversive o peggio ancora criminali possono dare un loro contributo. Possono! Nessuno dei firmatari della mozione credo abbia intenzioni persecutorie. Ne mi sento potenzialmente perseguitato per queste mie riflessioni, né ho paura. Del resto il mandato mi impone di adempiere al mio dovere obbedendo alla mia coscienza senza timori. Ho dedicato forse il 70 per cento del mio intervento ad esaltare una storia; ed in nome di questa storia io dico che un contributo può essere dato, anche dalla massoneria, alla costruzione di un nuovo spirito pubblico, al potenziamento delle istituzioni democratiche. Ciò può essere fatto proprio riallacciandosi alla loro migliore tradizione, alla loro storia, al contributo che hanno anche dato, ripeto, attraverso la rivoluzione francese, alla costruzione dello stato di diritto. Si superi certa segretezza che mina le fondamenta e che è un duro colpi alla credibilità delle istituzioni. Possono dare un rilevante contributo alla trasparenza; che lo diano! Nessuno vuole innalzare steccati, assolutamente! Noi chiediamo questo tributo di trasparenza; da essa non si può prescindere perché direttamente connessa all'obbligo della lealtà democratica e delle fedeltà al dettato costituzionale.

PRESIDENTE. I lavori del Consiglio riprenderanno domani mattina, mercoledì 5 maggio alle ore 10, il primo iscritto a parlare è l'onorevole Murgia.

La seduta è tolta alle ore 20 e 15.



Allegati seduta

Testo delle interrogazioni e mozioni annunziate in apertura di seduta.

Interrogatone Amadu, con richiesta di risposta scritta, sulla necessità di un ripetitore TV a Bonorva (SS).

Il sottoscritto chiede di interrogare il Presidente della Giunta regionale per sapere quali iniziative intende assumere per risolvere il problema determinato dalla mancata ricezione dei programmi televisivi della RAI in alcune zone dell'abitato di Bonorva (SS).

Giova far presente che in data 24 novembre 1990 centosette cittadini del citato centro residenti nelle vie Moro e prolungamento Rosselli, Amendola, Europa, Gramsci e tratto del Corso Vittorio Emanuele III, hanno inviato una lettera alle sedi RAI di Cagliari e Torino con cui lamentano che la nuova zona in cui risiedono, per la sua configurazione geografica, non consente di captare le onde TV e chiedono l'installazione di un ripetitore dei programmi televisivi.

Considerato che la citata richiesta è rimasta inevasa, nonostante sia trascorso lungo tempo e che la situazione esaspera i cittadini interessati, i quali subiscono una grave ingiustizia dato che pagano il regolare canone per un servizio non corrisposto, il sottoscritto interrogante chiede al Presidente della Giunta regionale un autorevole intervento presso le competenti sedi RAI affinché si ponga fine a tale disservizio. (539)

Interrogazione Planetta - Satta Gabriele, con richiesta di risposta scritta, sulla situazione del porticciolo turistico di Stintino.

I sottoscritti,

PREMESSO che con la riapertura del super carcere dell'Asinara il comune di Stintino si è visto gravare di tutto il traffico via terra e per mare delle forze di Polizia impegnate sia nel servizio di traduzione dei detenuti sia nella sorveglianza del carcere;

RILEVATO che tutto il comune di Stintino, dopo aver perduto una delle maggiori risorse economiche costituite dalla pesca a causa delle limitazioni imposte dalla presenza del carcere, è sottoposto attualmente ad un vero e proprio "stato di assedio", con auto che percorrono il centro cittadino e lo specchio di mare antistante il porticciolo a sirene spiegate, che frustra e inibisce la vocazione turistica del comune costiero;

CONSIDERATO che tutto il traffico marino da e per il carcere grava esclusivamente sul porticciolo di Stintino (con una banchina di 20 mq) creando un forte intasamento, tenuto conto che esiste una sola stazione di servizio per rifornire oltre 700 natanti;

CONSIDERATO, inoltre, che con la stagione estiva alle porte il ristretto specchio d'acqua del porticciolo vedrà ulteriormente aggravarsi la situazione con immaginabili ricadute negative per il turismo e per l'economia del posto,

chiedono di interrogare il Presidente della Giunta regionale e l'Assessore regionale dei lavori pubblici per sapere quali iniziative intendano adottare in merito ai seguenti punti:

a) in concomitanza dei lavori per la costruzione della diga foranea, che l'impresa Manservigi sta effettuando per conto della Regione sarda, se non si ritenga opportuno chiedere che all'atto del gettito di cemento per il banchinamento (previsto per il prossimo agosto) sia lasciato uno spazio di almeno 10 mq, onde consentire l'approdo del barcone del la Polizia penitenziaria e dirottare il traffico da e per il carcere in questa banchina decongestionando il porticciolo turistico;

b) sostenere la richiesta effettuata dal comune di Stintino ai Ministeri e autorità competenti per ottenere uno stralcio del finanziamento di 30 miliardi, destinato al super carcere dell'Asinara, al fine di effettuare dei lavori atti a dirottare il traffico dei mezzi di servizio delle forze dell'ordine al di fuori della cinta urbana, in un sito da individuare e che sia maggiormente idoneo alle esigenze dell'ordine pubblico e della sorveglianza. (540)

Interrogazione Baghino - Tidu - Deiana - Atzeni, con richiesta di risposta scritta, sulle modalità delle prossime nomine in seno alla Fondazione Banco di Sardegna da parte della Regione.

I sottoscritti chiedono di interrogare il Presidente della Giunta regionale per sapere se corrispondono al vero le notizie secondo le quali la Regione si appresterebbe ad effettuare le nomine in seno alla Fondazione Banco di Sardegna secondo modalità e criteri che sono lontani da quello spirito di novità proclamato a larga voce nelle dichiarazioni programmatiche.

In particolare i sottoscritti chiedono di conoscere se corrisponde al vero che - dopo la già avvenuta lottizzazione da parte del Ministero del tesoro - la Regione stia per agire allo stesso modo nominando secondo un vecchio e logoro copione un rappresentante di tutti i partiti politici che compongono l'attuale maggioranza.

CONSIDERATO che per quanto riguarda la Democrazia Cristiana il commissario si è dichiarato estraneo alle logiche spartitorie ed ha demandato al Gruppo consiliare ogni decisione;

RILEVATO che il Vicepresidente del Gruppo, in assenza per giustificato motivo del Presidente, ha chiesto la sospensiva di ogni decisione nelle more di un deliberato ufficiale improntato alla più ampia partecipazione e trasparenza;

PRECISATO, altresì, che tale cautela è giustificata fra l'altro dalla preoccupazione di non creare scompensi alla Giunta regionale in quanto risulta che il patto trasversale prevederebbe la nomina nella Fondazione di un componente dell'attuale Giunta regionale, creando turbative che destabilizzerebbero l'attuale assetto in favore del partito della crisi,

i sottoscritti, preoccupati che tale modo di procedere contribuirebbe ad avvelenare ancora di più il clima che si è creato dopo le note polemiche tra la Regione ed il Banco di Sardegna, chiedono con vigore che l'atto terminale di nomina non sia la ratifica formale di decisioni prese in centri impropri di Governo.

Al contrario, i sottoscritti, auspicano che il dibattito sia riportato nell'alveo naturale della Giunta regionale, la quale, dopo essere posta nelle condizioni ottimali di informazione preliminari ad ogni consapevole deliberato, dovrà nella sua collegialità ed autonomia decidere i criteri che condurranno ad una scelta di uomini idonei e capaci, in grado di condurre validamente un settore tanto vitale come quello del credito, animati da spirito di servizio, lontani da ogni istinto persecutorio, quali rappresentanti attivi del bene comune e non strumenti di ritorsione per presunti torti subiti dalla Regione. (541)

Mozione Murgia - Cogodi - Morittu - Salis - Urraci sul minacciato disimpegno statale nella campagna antincendi, servitù militari e operazione Forza Paris.

IL CONSIGLIO REGIONALE

CONSIDERATO CHE:

a) il Governo nazionale avrebbe comunicato la sua decisione di venir meno all'impegno di utilizzare in Sardegna elicotteri ed aerei dell'esercito per combattere gli incendi estivi e di prevedere l'impiego allo stesso fine di vigili del fuoco volontari e di guardie forestali dello Stato;

b) la misura, motivata con ragioni di ordine finanziario, è un ulteriore passo sulla via del disimpegno statale rispetto agli obblighi assunti nei confronti della Sardegna dalla Repubblica italiana con la sua Costituzione;

c) i pretesti economici addotti per quest'ultimo atto di disimpegno sono in stridente contraddizione con la decisione assunta nello stesso periodo di aumentare le dimensioni del Poligono di Capo Frasca e della prevedibile intensificazione dell'attività militare;

d) al disimpegno dello Stato nell'ambito della società civile, della sua organizzazione, della economia sembra volersi accompagnare a un inaccettabile e gratuito sfruttamento e della Sardegna come oggetto di servitù militari e vincoli territoriali, in misura ancora più grave che nel passato; RICORDATO CHE:

a) solo l'anno scorso la discutibile iniziativa condotta nel centro Sardegna attraverso la cosiddetta "operazione Forza Paris" fu propagandata, fra l'altro, come dimostrazione della sensibilità dello Stato nei confronti dei problemi posti all'Isola dal ricorrente fenomeno degli incendi estivi;

ATTESO CHE:

a) l'accoglienza naturalmente e giustamente cordiale nei confronti dei giovani sotto le armi non può significare altrettanta accettazione delle attività militari che ispirano le iniziative del tipo "operazione Forza Paris";

b) è difficile superare il dubbio che nella decisione del Governo sia presente una sorta di avvertimento per le critiche anche severe venute alla spedizione militare da settori importanti della politica e della cultura italiana oltre che dell'opinione pubblica sarda più avvertita e sensibile;

c) non sarebbe tollerabile il baratto della modifica della decisione governativa con l'apertura della Sardegna a nuove iniziative di intervento e di gravame militare,

impegna la Giunta regionale

a) a contestare con decisione e formalmente l'annunciato disimpegno del Governo italiano dall'ormai prossima campagna antincendio;

b) a impugnare in tutte le sedi internazionali l'iniziativa del Governo centrale come deliberato tentativo di sottrarre lo Stato italiano al rispetto dei suoi obblighi nei confronti della Sardegna e a denunciare la paventata omissione di soccorso implicita nella decisione;

c) a notificare al Governo italiano la decisione di rimettere in discussione ogni e qualsiasi intesa Stato-Regione in merito alla presenza di basi militari in Sardegna;

d) a mettere allo studio una iniziativa che coinvolga l'intero popolo sardo in un pronunciamento referendario sul carattere di tale presenza;

e) a prospettare al Presidente della Repubblica italiana e al Parlamento nazionale l'esasperazione dei sardi circa la complessiva politica di disimpegno dello Stato di cui la decisione qui ricordata è solo l'ultimo insopportabile esempio. (125)

Mozione Cogodi - Morittu - Murgia - Salis - Urraci sullo stato attuale del vertice Sardegna e sul necessario intervento straordinario regionale di sostegno della produzione, dell'occupazione e della lotta dei lavoratori.

IL CONSIGLIO REGIONALE

PREMESSO:

a) che la situazione economica e sociale della Sardegna permane gravissima, con aumento consistente dei disoccupati e dei lavoratori a rischio di licenziamento;

b) che la vertenza Sardegna è stata promossa, attraverso il concorso di tutte le forze istituzionali, politiche e sociali, con l'obiettivo solennemente dichiarato di dare uno scossone alla pratica intollerabile di progressivo disimpegno dello Stato e del Governo centrale rispetto ai bisogni e ai diritti inderogabili della Sardegna;

c) che la piattaforma approvata unitariamente dal Consiglio regionale in occasione della riunione solenne è espressa in un ordine del giorno-voto, a suo tempo accompagnata da dichiarazioni impegnative di guerra, di conflitto, di strappo istituzionale, sino a rappresentare l'impegno alle proprie dimissioni da parte dei vertici istituzionali della Regione per l'ipotesi di mancato successo della rivendicazione;

d) che nessun risultato sostanziale e appena apprezzabile è conseguito sinora dal confronto - sempre più diluito, dispersivo e stanco - che vede impegnati da lungo tempo i vertici istituzionali regionali e statali;

e) che il Consiglio regionale è posto nella condizione di apprendere solamente per vie esterne, attraverso gli organi di informazione, di trattative e di accordi territoriali che la Giunta regionale conduce e conclude al di fuori delle compatibilità programmatiche e di bilancio cui è tenuta;

f) che permangono nel contempo inattuate le leggi essenziali per sostenere l'occupazione (progetti speciali, Agenzia del lavoro, ecc.);

tutto ciò premesso, impegna la Giunta regionale

1) a riferire con immediatezza in Consiglio regionale:

a) sui risultati conseguiti, punto per punto, rispetto alla rivendicazione dell'ordine del giorno-voto;

b) sui contenuti degli accordi di programma in discussione o da attivare nei diversi territori della Regione;

c) sulle iniziative che intende adottare in esito alla fallimentare propria condotta in relazione al sostegno della occupazione e delle attività produttive;

2) a proporre al Consiglio regionale entro 15 giorni, una manovra organica di assestamento del bilancio regionale tesa a recuperare una massa finanziaria non inferiore ai 300 miliardi/anno da utilizzare come volano finanziario, nelle partecipazioni regionali utili per il diretto sostegno delle attività produttive economicamente valide e della occupazione nei settori e nelle aziende a maggiore rischio di chiusura o di ridimensionamento.

Poiché risulta accertato, attraverso i dati comparati di bilancio, che la spesa corrente per sostenere l'apparato regionale, è arrivata alla cifra assurda di oltre mille miliardi/anno (intorno ai due miliardi e mezzo al giorno) si indica prioritariamente nel riordino funzionale, amministrativo e contabile dell'apparato interno la prima direzione di intervento per il necessario recupero delle risorse indispensabili al sostengo della produzione, della occupazione e della lotta dei lavoratori sardi impegnati in modo deciso perché abbia buon esito la complessiva vertenza Sardegna. (126)