Seduta n.66 del 02/02/2005
LXVI SEDUTA
Mercoledì 2 Febbraio 2005
Presidenza del Presidente SPISSU
La seduta è aperta alle ore 17 e 24.
CHERCHI OSCAR, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del 12 gennaio 2005, che è approvato.
PRESIDENTE. Comunico che i consiglieri regionali Mariano Contu, Mario Diana e Giovanni Moro hanno chiesto congedo per la seduta del 2 febbraio. Poiché non ci sono opposizioni i congedi si intendono accordati.
Comunicazioni del Presidente della Regione sulla situazione
industriale e sui relativi rapporti con lo Stato
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca le comunicazioni del Presidente della Regione sulla situazione industriale e sui relativi rapporti con lo Stato. Nella precedente seduta avevamo aggiornato i lavori per consentire al presidente Soru di rendere al Consiglio le comunicazioni arricchite dall'esito dell'incontro che si è tenuto ieri pomeriggio, a Palazzo Chigi, tra il Governo e la Regione sarda per esaminare i problemi relativi soprattutto al comparto industriale ed energetico della nostra regione.
Ha facoltà di parlare il Presidente della Regione.
SORU (Progetto Sardegna), Presidente della Regione. Signor Presidente, signori consiglieri, ringrazio il Consiglio per l'opportunità di parlare su questi argomenti di estrema attualità e così importanti per l'intera regione.
Come lei, signor Presidente, ha appena ricordato, ieri c'è stato un incontro; un incontro nato da un'ennesima richiesta che avevamo avanzato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per discutere di diversi argomenti e soprattutto degli argomenti più importanti che intercorrono tra lo Stato e la Regione, motivati dall'emergenza industriale del Sulcis, legata alla chimica e all'energia, e sollecitati in maniera drammatica da quello che sta accadendo in queste settimane in quei territori. Condividendo in maniera totale le richieste di tutte le parti sociali interessate, dai sindacati alle organizzazioni datoriali del lavoro, oltre a mille altre organizzazioni e sindaci dei territori interessati, avevamo chiesto un incontro urgente a Palazzo Chigi per giovedì prossimo, quindi per domani, affermando che comunque noi saremmo stati a Roma, tutti assieme, a rappresentare l'unità della regione, con le sue forze sociali e con molte sue forze politiche, anche su temi che vanno al di là della Giunta che oggi rappresenta il Governo della Regione, ma che sono di interesse imprescindibile per l'intera regione sarda e sui quali è presumibile che ci sia un apporto unitario.
Su questi temi ritengo, ripeto, che ci possa essere e sia necessaria una forte unità, perché abbiamo visto che l'unità è pregnante, è importante, è disarmante qualche volta, ed è stata di grande aiuto nell'ottenere l'incontro in pochissimo tempo, anche meno di quello che avevamo previsto. L'incontro si è svolto martedì, rendendo di fatto inutile la nostra manifestazione di giovedì. I temi sui quali ci può essere unità sono innanzitutto quelli dell'emergenza del contratto della chimica e dell'emergenza sul prezzo dell'energia elettrica, dal quale dipende la sopravvivenza di una parte importante se non tutto ciò che rimane della grande industria in Sardegna. Sono temi importantissimi, da risolvere subito, perché l'orologio va avanti e tra qualche anno usciremo definitivamente dall'Obiettivo 1. In questo breve periodo che ci separa dalla definitiva uscita dall'Obiettivo 1, con le ultime risorse che abbiamo da spendere dobbiamo costruire il nostro futuro, dobbiamo costruire il futuro dei nostri bilanci. E se, come vedremo nelle prossime settimane, quando discuteremo la legge finanziaria, i primi passi abbiamo iniziato a farli, non di meno questi passi non sono sufficienti e occorre sapere che cosa potrà accadere dal 2007 in poi. Abbiamo bisogno, quindi, di instaurare una nuova politica delle entrate con lo Stato e abbiamo bisogno di sapere ora, non tra un anno o due, quale sarà il futuro della Regione sarda, a partire dai diritti che come Regione autonoma abbiamo in tema di partecipazione al gettito fiscale che viene raccolto in Sardegna. Il tema delle entrate ci può e ci deve vedere uniti, per essere forti rispetto al Governo nazionale, rappresentare con decisione gli interessi della regione, che vanno ben al di là della maggioranza che oggi la governa e dalla quale dipenderà in maniera importante il futuro sviluppo della nostra Isola. Il tema delle entrate, il tema delle servitù militari (che vede la Sardegna indebitamente oberata, se solo ricordiamo che l'80 per cento del materiale esploso in Italia viene esploso nel nostro territorio), il tema dell'ambiente e della cultura vanno risolti subito. Qual è il livello di autonomia che possiamo giocare in questi tempi, nel momento in cui vogliamo costruire il nostro futuro pensando a un'Isola che faccia dell'ambiente un valore importantissimo? Cosa potremo decidere noi in tema di scorie? Cosa potremo decidere noi in tema di tutela ambientale? Cosa potremo decidere noi in tema di servitù eoliche nella nostra regione? Dobbiamo accelerare la spendita delle risorse che ancora ci rimangono dalle politiche comunitarie, da qui al 2007, ma ci è dato sapere per tempo che cosa possiamo fare per la tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio culturale? Credo che sia sotto gli occhi di tutti che il nostro patrimonio storico-culturale, per certi aspetti assolutamente unico nel Mediterraneo (almeno se pensiamo alla civiltà dei nuraghi, che in una regione così piccola ha costruito forse trentamila torri, di cui allo stato attuale ne conosciamo ottomila), è più un fatto di folclore che di cultura. Come mai questa civiltà non è così conosciuta in Europa? Come mai non è così importante come altre civiltà che si affacciano nel Mediterraneo? Come mai le prime statue megalitiche dell'intera civiltà del Mediterraneo, che noi sappiamo sono state recuperate vent'anni fa, sono ancora nascoste, non le ha mai viste nessuno, non fanno ancora parte del patrimonio culturale europeo e ancora non sono in grado di portare lavoro e sviluppo a questa regione? Noi abbiamo bisogno di maggiore autonomia anche in merito a questo tema se vogliamo poter costruire sviluppo e lavoro.
Su questi temi stiamo chiedendo un confronto con lo Stato; un confronto che non può essere la sommatoria di piccoli episodi separati e gestiti singolarmente e magari in maniera non rituale, al di fuori cioè dei canali istituzionali. Stiamo ribadendo l'esigenza forte di un confronto di pari dignità istituzionale con lo Stato attraverso i canali istituzionali, che vanno sempre rispettati. E lo stiamo facendo ora perché la Sardegna ha bisogno ora di risposte: accade ora che abbiamo pochissimo tempo per spendere le risorse che rimangono dai fondi comunitari; accade ora che dobbiamo preparare i bilanci dei prossimi anni, quando, usciti dall'Obiettivo 1, dovremo contare sulle nostre risorse e avremo bisogno di maggiore certezza del nostro gettito fiscale. Abbiamo bisogno di sapere ora se possiamo decidere noi, anche faticosamente, quale potrà essere il nostro modello di sviluppo o se debba essere deciso altrove e noi continuiamo ad essere spettatori piuttosto che decisori nella nostra regione.
Credo che questo risultato sia stato conseguito ieri. E' stato un incontro importante per i diversi temi che sono stati trattati e innanzitutto perché è stata accettata, da parte della Presidenza del Consiglio, la richiesta della Sardegna di avviare un confronto di merito con lo Stato su questi temi fondamentali, di ripartire dall'intesa istituzionale di programma Stato-Regione del 1999 (verificandone lo stato di attuazione in relazione agli APQ) e di verificare le nuove esigenze e la nuova richiesta di autonomia. Credo che sia stato importante anche per quanto riguarda l'emergenza di questi giorni, che interessa soprattutto i lavoratori, e cioè la crisi dei settori della chimica e dell'energia.
Vorrei riferirvi, per qualche minuto, in maniera puntuale su questo. A seguito dei diversi incontri che si ebbero fino al dicembre del 2003, quando fu firmata l'intesa con la Presidenza del Consiglio e fu stabilita la necessità dell'Accordo di programma e dei contratti di localizzazione a sostegno della reindustrializzazione della aree di Ottana, Porto Torres e Macchiareddu. Questi strumenti vennero garantiti con uno stanziamento statale di 200 milioni di euro, ai quali si sarebbero aggiunte risorse regionali per circa 100 milioni di euro. Intanto confermiamo che i 100 milioni di euro fanno ancora parte del bilancio della Regione, sono lì e sono assolutamente vincolati a questa disposizione. I soldi dello Stato, invece, fanno parte di un fondo unico, e tecnicamente non può essere altrimenti, come ci ha spiegato ieri la Presidenza del Consiglio, però pur all'interno di un fondo unico è stata ribadita la priorità e quindi una sorta di "prenotazione" di risorse per i progetti della Regione Sardegna. Soprattutto volgono al termine e sono stati, credo da ieri, accelerati i progetti presentati per il territorio di Ottana, dai tre consorzi che si sono presentati per l'accordo di programma e il contratto di localizzazione che è stato presentato per Ottana. Su uno dei consorzi c'è qualche dubbio da parte del Governo, ma credo che potrà essere risolto nei prossimi giorni. Quindi, mentre questa parte di progetti procede speditamente ed è ampiamente garantita dalle risorse poste in bilancio dal Governo, è stato riscontrato un ritardo nella progettazione per i territori di Porto Torres e di Macchiareddu. Ritardo che non è attribuibile a nessuna parte, ma che di fatto esiste e quindi occorre che tutte le parti in causa, cioè la Regione, i sindacati, le organizzazioni datoriali, Sviluppo Italia e il Governo, perseguano e anzi accelerino questo processo di reperimento di progetti e nuove opportunità di investimento. E' anche possibile che, in mancanza di certezza sulla dotazione dei fondi, alcuni progetti abbiano tardato ad essere presentati, ma avere ribadito ieri che i fondi sono a disposizione - è stato riconosciuto dalle organizzazioni datoriali e dalle parti sociali - accelererà sicuramente la presentazione dei progetti di investimento da parte delle aziende anche per i siti di Porto Torres e di Macchiareddu. Se i progetti saranno presentati per tempo, le risorse finanziarie sono già all'interno del bilancio dello Stato e comunque è stato promesso che nuove risorse saranno messe nello stesso fondo nei prossimi anni, e quindi nuove risorse potranno sopperire alle esigenze che eventualmente non dovessero essere esplicitate entro quest'anno da parte di questi territori. Naturalmente auspichiamo tutti che i progetti vengano presentati con maggiore facilità e velocità e comunque possano essere analizzati e approvati entro l'anno.
Il Governo ha dunque ribadito che le risorse saranno rese disponibili prioritariamente per soddisfare i contratti di programma e i contratti di localizzazione per i nostri territori. Come sapete la nostra grande industria chimica e metallurgica non si regge se non a fronte di un prezzo equo dell'energia, un prezzo diverso da quello attuale di mercato. La notifica delle osservazioni della Commissione Europa sul DPCM che agevolava il prezzo dell'energia limitatamente ad alcuni settori e che sta mettendo in crisi innanzitutto lo stabilimento della Portovesme S.r.l. rende necessaria una risposta particolarmente urgente da parte del Governo. L'assessore Rau già da diverse settimane sta costantemente collaborando col Governo nella difesa del DPCM in essere e partecipando fattivamente alla stesura di un nuovo DPCM che tenga conto delle osservazioni europee ed estenda il provvedimento ad altri settori. Questo nuovo DPCM - ci è stato detto ieri - viene sottoposto, in maniera informale, preventivamente all'attenzione della Commissione Europea e potrà essere presto portato alla firma da parte del Governo. Si tratta di un nuovo DPCM che estende i termini di agevolazione del prezzo dell'energia in Sardegna e soprattutto li estende al settore del cloro, rendendo possibile un contratto importante tra SYNDIAL ed EVC, che solo se sarà portato a termine farà in modo che l'intero sistema della chimica in Sardegna si regga e abbia un futuro solido e di lungo periodo. Il fatto che il settore del cloro venga inserito all'interno del nuovo DPCM credo sia importante per gli azionisti di EVC, che ieri hanno annunciato la presentazione, in questi giorni, del loro progetto sui poli di Macchiareddu e Porto Torres, e cioè di una parte di quella progettazione che dicevamo prima essere in ritardo per mancanza di certezze da parte degli industriali.
Il DPCM sul prezzo dell'energia conterrà presumibilmente anche un altro elemento importante, e cioè l'accordo tra Regione e industrie energivore per una soluzione strutturale definitiva sul prezzo dell'energia in Sardegna. E cioè la necessità di arrivare all'autoproduzione dell'energia, almeno per questo gruppo di imprese energivore. Credo che sia una cosa importante che dà alla Regione uno strumento in più, che dà certezza a quel progetto risalente al 1994, l'anno del DPR che riguardava l'agevolazione CIP 6 per una nuova centrale a carbone nel Sulcis. Quindi c'è maggiore certezza circa la possibilità di portare a compimento quel progetto e costruire una nuova centrale nel Sulcis, che sarà destinata in parte all'autoproduzione di energia per l'industria energivora, appunto, e in parte all'utilizzo da parte di un eventuale partner dell'industria di produzione e distribuzione di energia elettrica. Significa stabilizzare definitivamente quel sito industriale, significa anche nuovo lavoro legato a una nuova centrale e significa valorizzare finalmente gli investimenti fatti nella miniera e dare certezza di lavoro di lungo periodo nella miniera della Carbosulcis.
E' una partita importante sulla quale questa Giunta scommette molto del suo lavoro dei prossimi anni. E' una sfida a cui teniamo molto, sappiamo che non è facile, ma la seguiremo con piena determinazione e siamo ottimisti circa il risultato di avere una Carbosulcis che lavori in maniera produttiva, non assistita, con maggiore occupazione di quella attuale, e di stabilizzare il settore delle industrie energivore del Sulcis e quello della chimica attraverso l'acquisto di energia a un prezzo equo, anche per quanto riguarda i cloroderivati.
Ci siamo lasciati con degli appuntamenti a breve scadenza e con un preciso calendario delle cose da fare fin dai prossimi giorni. La Giunta aveva già richiesto, nel settembre del 2004, la convocazione del Comitato di sorveglianza, che dovrebbe appunto vigilare sullo stato dei lavori intorno ai contratti di programma e al contratto di localizzazione. Immaginiamo e comunque chiediamo che il Comitato venga riunito nelle prossime settimane. Il Governo ci ha promesso, inoltre, una collaborazione molto più stretta e fattiva per quanto riguarda la verifica di un importante investimento attorno alla centrale di Ottana, ossia l'investimento di AES che riguarda l'eventuale repowering della centrale di produzione di energia, ma anche delle altre utilities che sono importanti per quel sito. E' emerso che attualmente gli azionisti della AES sono interessati a portare avanti il loro progetto, però si tratta di un interesse che ci è parso un pochino debole negli ultimi mesi e altalenante, e poiché dalla presenza della centrale e delle utilities dipende la sopravvivenza di tutto il sito abbiamo chiesto di poter vigilare con maggiore attenzione affinché, se non ci sarà l'investimento di AES, possano essere considerate delle soluzioni alternative che pure si possono intravedere.
Quindi l'incontro di ieri, insieme a tutte le parti sociali, dal punto di vista della Giunta regionale è andato bene. E' andato bene perché sono stati ribaditi i temi sul tappeto ed è andato bene anche per le risposte che abbiamo avuto sulla chimica e l'energia. Ci sono i presupposti per poter lavorare e per far sì che neanche un posto di lavoro nel settore della grande industria vada perduto. Sono stati anche ribaditi i presupposti costruiti negli anni passati affinché nuovi posti di lavoro vengano creati in sostituzione di quelli che nel frattempo sono stati persi. Grazie.
PRESIDENTE. Sulle comunicazioni del Presidente è aperta la discussione. Un'intesa di massima, raggiunta in sede di Conferenza dei Presidenti di Gruppo, prevedeva un intervento per Gruppo. Eventuali esigenze diverse possono essere accolte nell'ambito dell'economia di una discussione che si concluderà nella serata.
Ha domandato di parlare il consigliere Giovanni Giagu, Presidente della sesta Commissione. Ne ha facoltà. L'onorevole Giagu ha dieci minuti di tempo per svolgere il suo intervento, durante il quale i colleghi che volessero intervenire sono pregati di prenotarsi attraverso il sistema elettronico.
GIAGU (La Margherita-D.L.). Signor Presidente, colleghe e colleghi, credo che nelle ultime ventiquattro ore siamo passati da una parziale depressione che aleggiava sull'Assemblea a un moderato ottimismo. Evidentemente l'ennesimo viaggio romano ha restituito un margine di fiducia che consente una discussione forse meno nervosa e lacerante. Le parole del presidente Soru rianimano leggermente, se interpretate con fiducia, la speranza di un approdo per le nostre giuste richieste.
Non voglio ricamare giudizi sulla tempestività della convocazione, sugli incontri preparatori condotti da nostri colleghi in visita a Roma. Desidero, sulla scorta delle dichiarazioni della Giunta, portare alcune riflessioni. E' chiaro a tutti noi che l'incontro svoltosi ieri sera non significa né una vittoria, né il raggiungimento di un traguardo. Può essere una tappa, un passo avanti. Si è riusciti, con una mobilitazione massiccia e unitaria, a riproporre la vertenza Sardegna al tavolo governativo. Un problema energetico che come un macigno pesa sulle sorti del polo metallurgico e sulla chimica in generale, la difficoltà del polo tessile e il rispetto degli accordi tra Stato e Regione, è questa la partita che si deve chiudere per ricreare le minime condizioni di rilancio per l'economia isolana.
In questo modo la Giunta sta operando e continuerà a operare su preciso mandato da parte di questo Consiglio. Abbiamo il dovere di non mollare e di trasmettere ai nostri interlocutori, Governo e Comunità, l'ansia e le paure che pervadono il nostro fragilissimo sistema. Il patrimonio di questa terra e la sua gente, quella che vive a Portovesme, Porto Torres, Assemini, Arbatax, Carbonia, Ottana, gente con rinunce alle spalle, con territori compromessi e sacrificati per una prospettiva possibilmente diversa, almeno per i propri figli, questo è il riferimento costante che anima noi tutti, Giunta regionale, Consiglio regionale, organizzazioni sindacali e imprenditoriali, e che in questi giorni guida - come ha sottolineato il Presidente - le nostre coscienze, le nostre sacrosante rivendicazioni.
Registriamo, come dicevo, un moderato ottimismo che deriva dalla ricostruzione che conosciamo dell'incontro di ieri. In primo luogo perché rincontrarsi e riprendere il dialogo è comunque un bel risultato; secondariamente percepiamo - e le comunicazioni in Aula lo confermano - piccole novità e impegni scadenzati benauguranti. Questa è l'impressione che abbiamo, senza illuderci più di tanto e senza richiamare i particolari evitando così di ripeterci. Certamente favorire la chiusura di accordi sottoscritti garantendo le disponibilità finanziarie, la riformulazione del DPCM sull'agevolazione delle tariffe elettriche e l'allargamento di queste, la creazione di una task force che controlli l'evoluzione sulla partita della chimica, la presenza e l'impegno del Ministro sardo recuperano un'interlocuzione seria che sembrava oramai smarrita. Verificheremo puntualmente, i riscontri saranno immediati.
Le parole spese pesano e non credo che i nostri titolati interlocutori possano disattendere impegni di tale portata. Ma stiamo attenti! Come sappiamo è questa una vicenda che richiama interessi a volte contrastanti e che si colloca su uno scenario internazionale. Per essere più chiari, ed è bene ricordarselo, i nostri obiettivi contrastano, se non sono in concorrenza, a volte, con politiche di altri territori e regioni italiane o all'interno della stessa Comunità Europea o non collimanti con politiche aziendali e soggetti imprenditoriali nostri interlocutori. Spesso elementi di dubbio e di diffidenza si insinuano all'interno di ragionamenti e posizioni condivise, talvolta ne minano la sostanza e ne pregiudicano i risultati e gli obiettivi, a volte provocano devastanti lacerazioni. Tutto ciò a favore di chi ha l'interesse opposto e che alimenta a proprio vantaggio le divisioni. Non sottovalutiamo il pericolo, non illudiamoci che d'ora in poi si proceda speditamente senza ostacoli, quasi certi del risultato, allentando così la pressione e la tensione. Il timore è proprio questo, facciamocene carico tutti.
Dall'incontro romano, a parte la moderata soddisfazione per ciò che prima richiamavo, è emersa anche una differenziazione di giudizio sull'esito della riunione da parte di una delle organizzazioni sindacali. Differenziazione legittima, comprensibile, dettata dalla consapevolezza dell'importanza della posta in palio; una diversa valutazione che ci auguriamo possa servire da stimolo per una rinnovata collaborazione e granitica coesione tra politica, sindacato e imprenditoria.
Cari colleghi, la vera sfida è questa e noi, parte politica, siamo pronti e in grado di gestire unitariamente questa vertenza? E' questo Consiglio pronto a sostenere massicciamente, senza distinguo, l'azione della Giunta regionale e delle forze sociali nei confronti del Governo? Governo inteso non come nemico o interlocutore inaffidabile, ma come istituzione a volte matrigna, oggi come ieri, che deve necessariamente dare certezze e risposte. Unità, coesione, compattezza: è questa la nostra arma, la nostra principale risorsa, di chiara consapevolezza che la strada sia obbligata, che indietro non si torna, che si va avanti fino all'obiettivo, costi quel che costi. Sì, è proprio così. Anche perché non vedo alternative, se qualcuno le ha le esponga, ma credo sia per tutti noi molto difficile. Facciamoci carico di questo momento favorendo la convergenza delle forze politiche, dei nostri rappresentanti locali e nazionali, degli amministratori locali, delle forze sociali che sostengono l'iniziativa.
Cari colleghi, è l'unità il requisito essenziale per affrontare l'emergenza associata alla dedizione e al coraggio che la Giunta dimostra dispiegando la propria attività, adottando scelte difficili, dolorose, ma essenziali, con una logica e una prospettiva. Ma il fronte comune che obbligatoriamente dobbiamo favorire sarà indispensabile per affrontare il problema più generale che oggi si evidenzia in tutta la sua complessità: l'autonomia dimezzata, violata, il cosiddetto "caso Sardegna", che la Giunta ha opportunamente rilanciato al tavolo romano, facendo ammettere allo stesso Letta che il problema esiste: servitù militari, trasferimento di risorse dallo Stato alla Regione, continuità territoriale, scorie (ringraziamo il presidente Ciampi che ha dichiarato che le scorie vanno a chi le produce), uscita dall'Obiettivo 1. Elencare le prerogative statutarie scippate nel corso dei decenni o le offese che la nostra terra subisce ci dimostra che purtroppo i nostri diritti non si difendono solo nella rivisitazione di uno statuto, oppure nella riforma della Costituzione, spesso disattesi, ma con una vicinanza continua, una tensione perenne, un confronto costruttivo Governo-Regione, una modalità nuova di coinvolgimento nei processi decisionali, una maggiore collegialità.
Dobbiamo proseguire la mobilitazione, ma ricordo sempre unitariamente e in forme civili, come è sempre stato, alimentando la fiducia che si riscontra verso queste iniziative. Qualcuno sostiene che l'uscita dell'Obiettivo 1 significa una crescita economica, saremmo addirittura più ricchi di regioni quali Sicilia, Puglia e Campania. E non solo: anche se non fossero entrate nazioni dell'Est comunque saremmo usciti dall'Obiettivo 1. Noi abbiamo solo la certezza che qualcosa non va, che si devono ritoccare come minimo alcuni parametri. Oggi, in Sardegna, la povertà è in crescita, molte famiglie non hanno il minimo per sopravvivere, la stessa Caritas con difficoltà riesce a offrire dei pasti caldi a tutti coloro che si presentano, anche persone insospettabili. Non so se il presidente Soru consideri un complimento il fatto che il presidente Biggio l'abbia definito un presidente di destra. Credo di no, sicuramente, però, Biggio apprezza la condotta e l'impegno che secondo lui sono riconducibili a una visione della società prettamente di destra. Ho i miei dubbi, ma passi e si accetti anche questa valutazione se è utile ad ampliare il consenso sulle azioni congiunte presenti e future che porteranno avanti sia il Consiglio che la Giunta, che avrebbero ben altro valore se non venissero vanificate da nostre a volte sterili e insignificanti divisioni.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Frau. Ne ha facoltà.
FRAU (Progetto Sardegna). Presidente del Consiglio, Presidente della Regione, Assessori, colleghe e colleghi, le motivate preoccupazioni sullo stato del comparto industriale della Sardegna, già molto ben sottolineate dal presidente Soru e dall'onorevole Giagu, non solo debbono preoccuparci, ma necessitano da parte delle istituzioni sarde di una reazione senza precedenti, con l'utilizzo di tutti i mezzi di protesta e di proposta possibili. Siamo tutti consapevoli che questa situazione trae origine, oltre che dalla fine dell'attività delle partecipazioni statali, dalle leggi di mercato e dai mancati interventi, quando ancora era possibile forse sanare diverse situazioni industriali a rischio, in altre parole dalle tante promesse che sono rimaste tali.
I dati della crisi industriale sono lampanti: diminuzione del fatturato, calo della produzione, diminuzione delle industrie manifatturiere, basso valore aggiunto del prodotto dell'industria sarda, che concorre solo per il 15 per cento a quello totale regionale, e ovviamente il conseguente calo dell'occupazione. E' importante, quindi, costringere il Governo nazionale ad assumersi le proprie responsabilità e a rivendicare i diritti che ci appartengono. Penso ai 300 milioni di euro dell'accordo della chimica e ai problemi del costo dell'energia per le nostre aziende energivore. Ed è proprio partendo da queste premesse che vorrei sottolineare con forza e determinazione il dramma che stanno vivendo ormai da quasi cinque anni i dipendenti della Nuova Scaini e le loro famiglie. A questo proposito voglio ringraziare pubblicamente tutti i Gruppi presenti in Consiglio regionale, che hanno dato l'assenso per inserire questo argomento all'ordine del giorno.
E' una storia credo nota a tutti, per il risalto che il movimento dei lavoratori ha saputo imprimergli, ma ritengo comunque utile fare una breve sintesi della storia di questo stabilimento, che tanta importanza ha avuto e ha nel tessuto sociale del Medio Campidano. Ci accorgeremo così che in questa storia ci sono alcuni punti oscuri, forse ai limiti della legalità, e probabilmente oltre questi limiti. La richiesta che faccio, pertanto, alla Giunta è di fare finalmente chiarezza su questi punti poco chiari per arrivare, una volta per tutte, alla soluzione del problema. La Nuova Scaini, fabbrica di accumulatori elettrici, sorta nell'area industriale di Villacidro, di proprietà al 100 per cento dell'AGIP Petroli, e quindi dell'ENI, e di conseguenza sotto il diretto controllo del Ministero del tesoro, nasce come parziale risarcimento, quando si decise di porre fine alle attività estrattive minerarie. E nel 1995 l'AGIP Petroli pubblica, nell'ambito delle privatizzazioni ENI, un bando per la vendita. I requisiti richiesti alle società eventualmente interessate all'acquisto sono molto precisi. Leggo testualmente: "Il presente annuncio è rivolto esclusivamente a società di capitale che alla data dell'ultimo bilancio approvato presentino un patrimonio netto di consistenza non inferiore a 1 miliardo di lire e una copia degli ultimi tre bilanci". E' evidente che la società acquirente avrebbe dovuto avere almeno tre anni di attività, e invece, nel luglio del 1997, AGIP Petroli cede l'80 per cento del pacchetto azionario della Nuova Scaini alla società Svizzera Zacharias Management, costituitasi appena nell'aprile del 1997, con un capitale di 100 mila franchi svizzeri, pari a 116 milioni di lire di allora. Il valore nominale delle azioni cedute era pari a 14 miliardi e 800 milioni e l'importo pagato dall'acquirente è stato di 1 miliardo di lire. Sino al mese di settembre del 2000 non veniva effettuato alcun pagamento a estinzione del debito finanziario di circa 14 miliardi che si sarebbero dovuti estinguere in quindici anni. Non si capisce, o meglio si capisce molto bene, come si sia potuto transigere sulla consistenza patrimoniale e sulla presentazione degli ultimi tre bilanci. Ed è la prima domanda a cui si deve pretendere una risposta da parte dell'ENI e del Ministero del tesoro.
La mancanza di solidità finanziaria della nuova azienda porta alle dimissioni di una parte del collegio sindacale e alla conseguente richiesta da parte degli istituti di credito dei debiti esistenti nei loro confronti e quindi delle garanzie rilasciate unicamente dall'AGIP petroli. La mancanza di volontà dell'azionista di maggioranza nell'approntare un piano di rilancio ha portato come conseguenza l'aumento delle perdite, nel 1997 e nel 1998, e tutto ciò nel completo disinteresse dell'AGIP Petroli, possessore comunque del 20 per cento del pacchetto azionario. E com'era facilmente prevedibile, non apportando investimenti finanziari la gestione Zacharias è durata fino all'aprile del 1999. Infatti il 30 aprile, assente ancora una volta l'AGIP Petroli, l'assemblea delibera di sciogliere anticipatamente la società Scaini e di metterla in liquidazione volontaria. I particolari di questa operazione, che risale all'ottobre del 2002, sono stati comunicati dal Tesoro nella relazione al Parlamento sulle privatizzazioni. Dal 1° maggio 1999, con l'arrivo del liquidatore, inizia il calvario dei dipendenti Scaini, e infatti dal 16 settembre 1999 al 15 settembre 2000 i dipendenti vengono collocati in cassa integrazione guadagni straordinaria a zero ore e a zero lire. Io mi domando - ed è la seconda domanda - sulla base di quali norme si sia giunti a questa risoluzione, dal momento che l'eventuale concessione della cassa integrazione è sempre finalizzata a una ricollocazione dei dipendenti nel mercato del lavoro.
Nell'agosto del 2000 l'ENI indica nell'ENI Sud il soggetto incaricato di collaborare con il liquidatore della Nuova Scaini per la ricerca di potenziali acquirenti del ramo d'azienda costituito dalla fabbrica di Villacidro, dagli impianti e dal personale. ENI Sud svolge il proprio lavoro di scouting a livello nazionale ed europeo, ma fino al luglio 2001 i risultati sono insoddisfacenti. Nel settembre 2002 tra la Nuova Scaini e la CMS S.r.l. di Brescia viene sottoscritto un contratto di compravendita del ramo d'azienda relativo alla produzione di accumulatori di autoveicoli nello stabilimento di Villacidro, ma non mi risulta che, allo stato, il contratto abbia avuto esecuzione. Nel frattempo, come liquidatore, è stato nominato il fratello dell'amministratore della Zacharias Management, e ciò è perlomeno sospetto.
Veda, Presidente, fatti di questo genere quando accadono sono sempre gravi perché riguardano non problemi astratti, non statistiche, ma la vita stessa delle persone e la loro dignità, ma quando questi fatti accadono in territori già fortemente penalizzati dalla situazione economica, in cui altissimo è il tasso di disoccupazione fra i giovani, fra le donne e anche fra gli uomini in piena attività lavorativa, quando accadono in territori colpiti da un pauroso spopolamento e da un disorientamento generale questi fatti assumono i caratteri della drammaticità. E quando in un piccolo territorio centoquaranta famiglie si dibattono in condizioni di grave indigenza e di vera povertà, il problema assume carattere di dramma sociale. E allora, quello che io chiedo alla Giunta e all'Assessore dell'industria è di attivare immediatamente un'unità di crisi che, partendo dalle problematiche più drammatiche e urgenti, affronti strutturalmente le gravi inadempienze che negli ultimi anni hanno contribuito a mettere in ginocchio un comparto di vitale importanza per la nostra Isola, e nello stesso tempo si impegni a costruire un progetto economico alternativo che consenta a questo territorio di uscire dalla drammatica condizione di crisi in cui le politiche dei governi nazionali e regionali l'hanno ridotto.
E allora le chiedo: primo, di verificare la possibilità di includere la crisi della Nuova Scaini all'interno delle aree di crisi industriale; secondo, di richiedere con urgenza la convocazione di un tavolo nazionale presso il Ministero delle attività produttive con la partecipazione del Governo, della Giunta regionale, dell'ENI, delle organizzazioni sindacali, perché si ricerchi una soluzione finalmente definitiva e si pongano in essere con urgenza tutti quegli adempimenti necessari affinché i lavoratori possano usufruire nel 2005 degli ammortizzatori sociali.
Presidente, io conosco molto bene la sua sensibilità, so bene che non c'è nessuna necessità che io ricordi a lei l'importanza di un tale problema. So bene che i problemi del lavoro, dei diritti, delle povertà sono a lei ben presenti e conosco l'impegno che con la Giunta state profondendo in questo senso, ma quello che io le chiedo è un impegno straordinario. E voglio concludere con le parole che il vescovo della Diocesi di Ales, che è stato tanto vicino ai lavoratori in lotta, ha indirizzato alla Direzione generale dell'ENI in occasione dell'incontro con i lavoratori che si è svolto presso la sede centrale di Roma il 3 dicembre 2004: "Ho fatto mie le speranze e le attese dei 143 operai che attendono una soluzione, non un dono, non un'elemosina e neppure un prolungamento dell'agonia che ormai dura da anni, ma un nuovo lavoro sia che si tratti di Scaini o di Nuova Scaini o di qualunque altro lavoro. Spero con loro. Attendo con loro." Grazie.
PRESIDENTE. C'era l'intesa di consentire un intervento per Gruppo, anche in base all'articolo 121 del Regolamento, nella cui fattispecie ci troviamo. Essendosi iscritti altri colleghi, per alcuni Gruppi risultano tre iscrizioni a parlare. Un'eccezione è consentita, ma troppe eccezioni producono un andamento diverso della discussione, per cui invito i Gruppi ad autoregolamentare i propri interventi. Per esempio il Gruppo di Forza Italia ha tre iscritti a parlare.
E' iscritto adesso a parlare il consigliere Cachia. Ne ha facoltà.
CACHIA (Insieme per la Sardegna). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Regione, onorevoli colleghi, come si usa di solito dire nel gergo del pallone, giocando d'anticipo il Governo ha in parte disinnescato la clamorosa azione di protesta che noi avevamo deciso di portare davanti a Palazzo Chigi per la grave situazione in cui si trova, e tutti lo sanno, l'industria sarda, chimica e tessile in particolare, soffocata dal cosiddetto "caro energia".
I risultati dell'incontro che il presidente Soru ha avuto a Roma hanno il merito senza dubbio di avere riaperto la trattativa col Governo dopo un lungo, direi lunghissimo silenzio. Rappresentano la vittoria senza dubbio della Regione, che è riuscita a fare riconoscere al Governo - lo ha detto lo stesso segretario Letta - un caso Sardegna, ma nascondono, e ciò non ce lo dobbiamo nascondere, scusate la cacofonia, l'insidia di ulteriori ritardi nell'attuazione degli impegni che derivano dall'intesa sottoscritta già un anno fa e in particolare nel concreto avvio dell'accordo di programma sulla chimica. Apprezziamo tuttavia il pragmatismo del Presidente che al termine della riunione di Roma ha detto semplicemente che la manifestazione di protesta è congelata, e non poteva essere diversamente, ma la mobilitazione delle coscienze senza dubbio continua.
Al Governo è stata data una scadenza, se nelle prossime settimane, come ci è stato riferito qua dentro, non interverranno fatti nuovi e rilevanti, si comincerà daccapo con la mobilitazione generale in una vertenza che punta ad ottenere il riconoscimento non di privilegi, perché questo bisogna che lo Stato italiano capisca, ma di vecchi debiti capaci di condizionare il futuro di una parte importante della nostra economia. Non rassicurano di certo le dichiarazioni del viceministro Micciché quando dice che le risorse dell'Accordo di programma sulla chimica (100 milioni di euro) sono state prenotate, così scrive questa mattina il giornale. Prenotate non vuole dire disponibili, vuole dire che potranno essere utilizzate quando saranno disponibili. Senza dubbio non è una prospettiva che ci allieta per un settore che è in forte disagio e che per sopravvivere ha bisogno di risposte che siano immediate e di programmi che non vengano messi in discussione periodicamente. Ma il problema è, come tutti sanno, molto più complesso: riguarda i costi dell'energia, che tendono a mettere fuori mercato le nostre aziende, la continuità territoriale delle merci (qua è stato detto anche prima di me e lo si ripete sempre), le tecnologie, i servizi a disposizione delle imprese, riguarda insomma quel caso Sardegna che il presidente Soru ha opportunamente richiamato e che il sottosegretario Letta ha dovuto prendere in considerazione. Sono convinto che il tavolo che si aprirà a breve col Governo consentirà di dipanare una matassa che allo stato attuale si presenta molto arruffata da troppi rinvii e dai continui tentennamenti romani.
Prendiamo atto che le deroghe ai costi energetici ci saranno, che la Regione ha corretto le proposte del Governo da inviare alla Comunità Europea, che l'Accordo di programma potrà garantire sconti tariffari fino al 2010, ma che i nodi per essere definitivamente sciolti hanno bisogno di ben altro, signor Presidente. Hanno bisogno dell'elettrodotto Sapei, previsto per il 2008 e mai garantito, e soprattutto della metanizzazione dell'intera Isola, la cui realizzazione, purtroppo, oggi come oggi, ci appare ancora lontana, anzi sempre più lontana.
Da tutto ciò ricavo la sensazione che la vertenza col Governo nazionale non sarà facile, la Sardegna dovrà rivendicare alcuni diritti maturati attraverso la sua specialità e dovrà puntare i piedi per evitare di essere, una volta ancora, trascurata. Francamente riteniamo molto superficiale l'atteggiamento del viceministro Micciché. Un viceministro ha il dovere di essere meno approssimativo sulle risorse del suo Governo, non può parlare di somme prenotate, né può essere volutamente impreciso sui tempi dell'erogazione. Anche le risorse della legge 181 rischiano di suonare come una mezza presa in giro: che senso ha sostenere che integreranno l'Accordo di programma se i 26 milioni di euro di dotazione dovranno essere spalmati, cioè sostanzialmente divisi tra dodici aree diverse? Su tutto questo, perciò, noi vorremmo ragionare. Siamo convinti che la Sardegna vanti grossi crediti con lo Stato nei trasferimenti fiscali, nell'assegnazione di finanziamenti per le opere pubbliche, nel sostegno a modelli di sviluppo che possono incidere sulla crescita economica sociale della nostra Isola. Gli scenari che ci stanno davanti non sono rassicuranti: per uno di quegli strani giochi della statistica, che affida ai parametri il computo dei finanziamenti, come tutti sappiamo, la Sardegna uscirà dall'Obiettivo 1. L'anno venturo verremo considerati più ricchi della Sicilia, della Calabria, della Puglia, pur continuando senza dubbio a rimanere poveri. Spesso, signor Presidente, è difficile comprendere i meccanismi comunitari, in ogni caso si prevede una nuova povertà che si aggiunge a quella esistente, allo sbilancio tra aree e aree, tra redditi garantiti e redditi totalmente inadeguati anche per la sola sopravvivenza.
In questa situazione il tracollo della chimica, della grande industria, del tessile e in generale delle attività produttive, rischia di avere gravi ripercussioni sociali, com'è stato poco fa anche detto. L'effetto domino senza dubbio si ripercuoterebbe su altri settori riducendo ulteriormente i consumi, rallentando il terziario e come un bollettino di guerra annuncia, giorno dopo giorno, le attività che sono, diciamo così, cadute sul campo. Per questo che il viceministro Micciché si limiti a definire prenotate le risorse di soccorso alla grande industria ci suona come uno sberleffo, un modo irritante di rispondere alle giuste istanze di questo Governo.
Signor Presidente, questo punto mi ricorda una famosissima frase che Cicerone rivolse a Catilina: "Quousque tandem, Catilina, abutere patientia nostra?" Sino a quando, mi chiedo io, tu, Governo italiano, abuserai ancora della nostra pazienza? Questo ce lo chiediamo tutti. Vorremmo che ci fossero date delle risposte molto più chiare. Non vi nascondo che siamo alla resa dei conti. Io ho apprezzato molto la fermezza dei toni nel confronto tra il presidente Soru e il plenipotenziario Letta; fermezza che è servita a fare riconoscere il caso Sardegna, del quale rapidamente ci si dovrà occupare. Ma io credo che il discorso non finisca qui, nell'ottenere cioè dallo Stato, dopo un'estenuante trattativa, interventi di riequilibrio che attendiamo da anni. Noi vogliamo avere dallo Stato una diversa considerazione, sia come Regione che come popolo, vogliamo che i nostri diritti siano riconosciuti una volta per tutte.
PRESIDENTE. Prego, concluda, onorevole.
CACHIA (Insieme per la Sardegna). Credo, perciò, che la grande occasione di riscatto sarà il nuovo Statuto che andremo a scrivere, mi auguro, col concorso di tutti, e TAR permettendo. Uno Statuto che rafforzi la nostra autonomia e dia strumenti ai sardi per esercitare il diritto all'autogoverno; uno Statuto che dia dignità alla gente e prospettive di sviluppo umano, culturale, sociale ed economico, perché non ci sia un viceministro di turno che ci tenga col fiato sospeso sul destino di antiche promesse che non sono state mai mantenute.
Tutto questo, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, signor Presidente della Regione, ho voluto esprimere con sentimento, andando oltre i termini finanziari delle rivendicazioni e le soluzioni che saranno prospettate per la richiesta dell'esistente, i nuovi investimenti, quel nuovo modo di sviluppo indispensabile per garantire stabilità di occupazione e tutela dell'ambiente. L'incontro romano del presidente Soru è un promettente inizio, ma se la manifestazione di protesta è congelata la mobilizzazione delle nostre coscienze è continua. Grazie.
PRESIDENTE. Continuano ad esserci tre iscritti a parlare del Gruppo di Forza Italia. Prego i colleghi di gestire la situazione.
E' iscritto a parlare il consigliere Pili. Ne ha facoltà.
RASSU (F.I.). Io devo intervenire.
PILI (F.I.). Presidente, io rinuncio al mio intervento.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Rassu. Ne ha facoltà.
RASSU (F.I.). Signor Presidente della Regione, signor Presidente del Consiglio, colleghi, io ho seguito attentamente l'intervento del presidente Soru e credo che l'incontro romano porti senz'altro una ventata positiva per quanto riguarda il grave, gravissimo problema dei poli chimici in Sardegna, anche se di fatto ho sentito ripetere - non me ne voglia il Presidente, perché senz'altro non è colpa sua -quanto era già stato confermato alla delegazione sarda che si recò a Palazzo Chigi l'estate scorsa e nel luglio del 2003, e cioè l'intervento sui siti industriali per l'importo di 200 milioni di euro, l'intervento per le bonifiche, eccetera, eccetera. Però di fatto ancora non si è visto niente, in parte, a mio parere, per la trascuratezza del Governo, ma per un buon 80 per cento a causa della mancanza di una strategia che ancora la nostra Regione non si è data sulla grande industria. Questo è il punto fermo.
Quindi il mio intervento avrà un taglio pratico e tecnico, anche perché in questi ultimi cinque anni non abbiamo fatto altro che inseguire le emergenze. Io sono stato Presidente della Commissione industria e devo dire che non abbiamo fatto altro che inseguire le emergenze sul costo energetico, sulla chiusura di un impianto, sulla politica di dismissione - il vero cancro della nostra industria - che l'Enichem ha attuato per la chimica di base in Sardegna. E' un problema che bisogna affrontare perché la vendita "a spezzatino" degli impianti alle varie imprese significa la morte della grande industria che, volenti o nolenti, rappresenta ancora oggi in Sardegna il 30 per cento del prodotto interno lordo. Quindi è un problema che non va affrontato localmente, ma nel suo insieme, da Porto Torres a Macchiareddu.
E' vero che attualmente la Portovesme S.r.l., dopo la procedura d'infrazione attivata dall'Unione Europea, ha minacciato la fermata degli impianti perché il costo energetico che è costretta a sostenere supera determinati coefficienti e non riesce a far quadrare i conti, ma è pur vero che tutte le altre imprese hanno lo stesso problema, ivi comprese le imprese che operano nei siti industriali di Porto Torres e Ottana. Ora, se questo accordo riesce a ovviare almeno in parte a questo problema ben venga.
Io sono del parere che sia necessario difendere nell'immediato tutti gli impianti che sono in produzione, e quindi difendere i livelli occupativi e tutto l'indotto della grande industria, però bisogna aprire gli occhi su quelle che sono le tendenze di mercato. Le tendenze di mercato vanno verso un'industria fine, ambientalmente compatibile, non più gestita dalle grandi multinazionali, ma gestita invece dalle medie se non piccole imprese. E' necessario guardare in questa direzione e pur affrontando emergenze come questa bisogna avere progettualità, cioè bisogna sapere che cosa la Regione per l'immediato futuro intende fare o che cosa - rettifico - intendiamo fare noi subito dopo avere risolto questo problema, perché se no tra qualche mese saremo punto e a capo. Quindi è necessario, per quanto è possibile, nel rispetto dell'Accordo di programma del luglio 2003, potenziare gli impianti esistenti sia di Assemini che di Porto Torres, mandare avanti i progetti di reindustrializzazione e di caratterizzazione dei siti, i progetti di bonifica di quei territori, quindi di demolizione delle strutture fatiscenti non più rispondenti alle attuali esigenze. Questo significherebbe, tra l'altro, occupazione stabile per centinaia e centinaia di lavoratori. Insieme ai soggetti interessati, quindi sia Sviluppo Italia, sia le aziende (parlo della Portovesme, come della Syndial di Porto Torres, dell'EVC e quant'altro), occorre studiare un progetto di riconversione e, se del caso, incentivare e stimolare, lo ripeto ancora, gli accordi tra le imprese energivore.
Ho sentito, con soddisfazione, che la Regione prenderà parte attiva d'ora in avanti insieme alle imprese energivore e alle imprese che producono energia affinché si raggiunga un accordo al fine di poter produrre, anche attraverso l'utilizzo del carbone del Sulcis, energia a costi competitivi. E qui mi voglio soffermare un attimo, perché ho sentito parlare, giustamente, della realizzazione, che era già in programma, della nuova centrale a carbone del Sulcis. Non vorrei sbagliarmi, ma mi sembra che si tratti della produzione di 400 o 500 megawatt. Mi corregga se sbaglio. Non ho sentito, però, nessun accenno sulla fine che ha fatto il cavidotto Sapei, da Latina a Olbia, che dovrebbe alimentare la centrale dell'Endesa a Fiumesanto, con il quale era in programma la sostituzione dei primi due gruppi a carbone e degli altri due gruppi con il cavo Latina-Olbia e quindi Fiumesanto. Non vorrei che ci fosse stato un cambiamento di strategia nel portare il cavidotto da Livorno-Latina direttamente al Sulcis, a Macchiareddu, a costi raddoppiati. Mi consola vedere il suo diniego su questo, ma io ho il dovere di sollevare la questione perché questo comporterebbe nell'immediato probabilmente la fermata degli impianti Endesa, su cui invece è puntata tutta la strategia occupazionale e di sviluppo futuro e, come ho detto poc'anzi, di reindustrializzazione e rafforzamento della zona di Porto Torres.
Dico questo anche perché è ancora in alto mare l'accordo EVC-Syndial sul cloro e sul cloro-poliuretano. E' necessario che la Regione intervenga affinché questo accordo sia concluso e la Syndial possa dare sbocco al programma decennale di produzione dell'etilene a Porto Torres, perché solo così potrebbe essere competitiva la trasformazione a Porto Torres, quando ancora l'etilene è importato dal continente. La Syndial a questo si è impegnata, ciò significa il mantenimento degli attuali livelli occupativi, il che è indispensabile, e significa anche la conclusione dell'accordo tra EVC e Syndial.
Questi sono i punti nodali della tenuta di questi impianti, altrimenti dovremo continuare ad affrontare le emergenze, ma senza un progetto generale che riguardi l'industria. E' indispensabile includere queste prospettive in un piano energetico regionale che ormai deve essere avviato, ma è importante soprattutto che la Regione dica qual è la strategia sulla grande industria: se si vuole puntare alla riconversione dell'industria chimica in industria fine compatibile, in industria della cosmesi o quant'altro, che non produca fumi e scorie ad alto inquinamento, perché da lì bisogna partire affinché la chimica possa coesistere con le altre attività produttive del territorio.
Quindi io credo, signor Presidente, che sia necessario nell'immediato mandare avanti l'accordo di programma, ma anche stabilire una strategia per il futuro affinché ci sia certezza occupazionale nei siti industriali.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Floris Vincenzo. Ne ha facoltà.
FLORIS VINCENZO (D.S.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Regione, signori Assessori, onorevoli colleghi, i risultati dell'incontro ottenuti ieri a Roma nella sede del Governo, illustrati con accuratezza dal Presidente della Regione, l'onorevole Renato Soru, possono segnare un possibile passo in avanti nella gestione di una crisi durissima che sta penalizzando pesantemente tutto il settore produttivo sardo, a condizione naturalmente che nessuno, in questa fase, bari al gioco.
Ho letto stamattina le perplessità del Segretario della CIGL che, stanco di inseguire da più di un anno e mezzo i vari accordi firmati a Palazzo Chigi, e mai realizzati, non ha più fiducia nella controparte governativa. Il fattore tempo, infatti, in un quadro problematico e incerto come quello sardo, non è una variabile indipendente, perché si corre il rischio concreto di vedere sfumare una serie di intese essenziali per il rilancio del settore produttivo. Il periodo dell'attesa, è stato ribadito con forza in questi giorni, è finito da tempo ed è per questo che l'iniziativa di protesta prevista per giovedì a Roma, prima di essere annullata a seguito dell'attivazione del tavolo governativo di ieri, aveva visto l'adesione convinta delle organizzazioni sindacali confederali di categoria, delle rappresentanze aziendali di lavoratori, dei sindaci, delle associazioni produttive e della stessa Chiesa sarda, perché in tutti vi era piena coscienza della gravità del momento e degli effetti mortali che può determinare il crollo dell'apparato industriale nell'Isola.
Quindi il Segretario della CIGL ha buone ragioni dalla sua parte per essere pessimista. Io concordo con l'impostazione e le dichiarazioni rilasciate alla stampa dal presidente Soru, laddove ha affermato che la manifestazione del 3 è congelata, ma rimane attiva la mobilitazione delle coscienze. Anch'io quindi, come ha espresso il Presidente, superando un'originaria e forte diffidenza, che probabilmente è la stessa del Segretario della CIGL, voglio avere tuttora fiducia e spero vivamente che il Governo, dopo tanto silenzio, partendo dagli impegni assunti con la riapertura del tavolo di ieri faccia fino in fondo, a iniziare dalle prossime settimane, la propria parte. Io credo che da questo incontro ne esca una Regione sarda più autorevole, più decisa, più dignitosa nel difendere con fermezza i propri interessi, la propria autonomia e il proprio ruolo. Si è ribadito tra l'altro, se mai ce ne fosse bisogno, che il confronto con il Governo per il riconoscimento di alcuni diritti negati, deve avvenire su precisi binari istituzionali e con la schiena dritta.
L'incontro di ieri, come dicevo prima, oltre a certificare che esiste un caso Sardegna, può segnare una svolta a condizione che il Governo, come dicevo prima, rispetti lo spirito e i contenuti degli accordi che sono stati sottoscritti in questi ultimi anni e che riguardano in primo luogo la chimica e l'energia. Sotto i nostri occhi continua a muoversi un apparato produttivo isolano che, ininterrottamente e inesorabilmente, sta cadendo a pezzi, trascinando al suo interno il dramma e la disperazione di migliaia di tecnici e di operai. Infatti la crisi sta soffiando furiosamente nel settore chimico, minerario, metallurgico, lapideo, agroalimentare e tessile, con il rischio di lasciare sul campo di battaglia 6.500 lavoratori di cui 2.000 solo nel nuorese. Il tutto stava accadendo fino a ieri nella totale indifferenza del Governo nazionale, che si mostrava assente, lontano, mantenendo sulla situazione di declino dell'apparato industriale sardo un silenzio assordante.
Non era più tollerabile per un'Isola che subisce pesanti diseconomie sopportare un costo dell'energia superiore del 30 per cento a quello praticato nel resto dell'Italia e fronteggiare da sola una partita mortale. Il sopraccosto dell'energia e la mancanza del metano sono problemi di primaria pertinenza del Governo nazionale, che ha l'obbligo di garantire uguaglianza di diritti anche per i sardi. L'impegno di predisporre un nuovo decreto che ripristini i regimi tariffari agevolati fino al 2010 e che comprenda, oltre alla Portovesme S.r.l. anche EVC e Syndial, è sicuramente un risultato importante, se confermato, che va apprezzato e non sottovalutato. Sappiamo purtroppo qual è la situazione energetica regionale, dove il normale esercizio della rete elettrica è condizionata da diversi fattori, il primo dei quali è evidentemente l'insularità. Gli squilibri della rete, inoltre, si ripercuotono su tutti i soggetti connessi e qualunque alterazione dell'equilibro della rete crea gravi problemi all'apparato industriale. Per questo, tenendo conto che la posa del primo cavo Sapei, da 500 megawatt, per il collegamento della Sardegna al Continente avverrà nel giugno 2008, per arrivare successivamente col secondo cavo a 1000 megawatt complessivi, se verranno rispettati per intero gli impegni, e visto che bisognerà attendere ancora i risultati dello studio sul gasdotto Algeria-Sardegna, diventa fondamentale per le imprese energivore sarde poter contare su un costo energetico sostenibile.
E' stata ribadita anche in questo Consiglio, il 2 novembre dell'anno scorso, la necessità di ridefinire il nuovo piano energetico regionale, all'interno del quale dovrà rientrare obbligatoriamente lo sfruttamento del carbone del Sulcis-Iglesiente, attraverso scelte sicure ed equilibrate che impieghino le più avanzate tecnologie e garantiscano un ridottissimo impatto ambientale. Su questa scelta strategica per l'Isola è essenziale che i produttori di energia elettrica presenti in Sardegna, a iniziare da Enel, Endesa, Sarlux, dicano chiaramente che cosa intendono fare al riguardo. L'Enel, dopo aver affermato, qualche mese fa, nella presentazione del piano energetico nazionale, che si dovrà arrivare a breve a produrre il 40 per cento dell'energia nazionale tramite l'utilizzo del carbone, non solo attraverso il processo di combustione, ma anche attraverso l'impiego di nuove tecnologie e la produzione di idrogeno, fa scena muta sull'utilizzo del carbone del Sulcis. Ha ragione quindi il Presidente quando dice che questa partita per la sua complessità ha necessità di essere approfondita anche a livello governativo e definita all'interno dei tempi dettati dalle esigenze primarie che abbiamo oggi in campo.
Per questo è stato legittimo difendere il decreto che fino ad ottobre aveva permesso a Portovesme S.r.l. di abbattere del 50 per cento i costi energetici. La scadenza dell'Alcoa, come sappiamo, era fissata per il 31 dicembre 2007; la Portovesme S.r.l. assorbe 650 gigawattora all'anno e rappresenta, dopo la fermata dell'ultimo impianto similare di Crotone, l'unica produzione italiana di zinco. Questa struttura produttiva, che ha subito una serie di rilevanti modifiche tecnologie, ha una grande valenza strategica nazionale e internazionale, per cui è fondamentale garantirne la sopravvivenza. Si tratta, quindi, per l'area industriale del Sulcis, di individuare rapidamente, al di là della proroga, una soluzione definiva al fabbisogno di energia a basso costo delle imprese insediate, puntando alla realizzazione di una centrale consortile a carbone. L'Accordo di programma per il rilancio del settore chimico dovrebbe invece mirare a una opportuna valorizzazione delle produzioni localizzate in Sardegna, per mezzo di politiche industriali di consolidamento e valorizzazione dei vari processi collegati: dai servizi alla cantieristica, alla logistica, stabilendo un necessario legame con le università sarde nei processi di innovazione di qualità, indirizzando precise risorse sulla sostenibilità ambientale di questo impianto. Con questa impostazione si è definito il preaccordo tra la società Syndial e EVC, per la cessione e acquisizione dell'impianto di Macchiareddu, che creerebbe una filiera produttiva saline-PVC, con un collegamento tra gli stabilimenti di Cagliari e Porto Torres. Mi ha fatto piacere sentire la notizia, data dal Presidente, sulla decisione di Syndial e EVC di accelerare, a seguito dell'incontro di ieri, la definizione della trattativa. Il tempo per la realizzazione di questo accordo chimico sardo, che vedrebbe EVC leader in Europa, si è dilatato purtroppo ulteriormente, correndo il rischio, se si continuava su questa strada, di indebolire il progetto lasciando spazio all'aggressione della concorrenza internazionale. E' necessario, inoltre, in questo frangente, che anche Syndial dica chiaramente qual è la sua volontà e su quale logica industriale intende andare avanti.
L'altro progetto di grande rilevanza, inserito all'interno dell'Accordo di programma, riguarda la filiera chimica di Ottana. Nessuno si è accorto che nel centro Sardegna è arrivata la Petrochemical Industries Company (PIC), [s1] la multinazionale controllata da una delle più importanti aziende petrolifere di stato del Kuwait, che ha rilevato il 50 per cento del pacchetto azionario di Inca International, di proprietà della Dow Chemical Company, dando alla Equipolymers, che dovrebbe, con un progetto di produzione di acido tereftalico, rafforzare e mettere in sicurezza per i prossimi 10-15 anni la produzione di PET.
In considerazione della situazione complessiva dei diversi siti interessati a questo accordo è necessario, quindi, costituire immediatamente, così come veniva illustrato dal Presidente, la task force, che è il Comitato di sorveglianza che era stabilito anche nell'accordo del luglio 2003, in modo da avviare una fase di ricognizione sui singoli problemi e avere un quadro complessivo che permetta in tempi brevi di riattivare il tavolo di confronto sul pacchetto Sardegna. Ritengo importante quindi il compito propedeutico che dovrà portare avanti nell'immediato il gruppo di lavoro che avrà la funzione di rendere esigibili gli impegni contenuti nell'intesa, spianando la strada ai vari percorsi realizzativi.
Come ha ricordato il Presidente, la vertenza odierna con lo Stato è sul pacchetto Sardegna e non può soffermarsi solo sulle emergenze industriali, ma deve servire a porre complessivamente l'esigenza di riaprire un confronto stringente col Governo sul regime delle entrate della nostra Regione, alla luce dell'ampio processo di decentramento che ha preceduto la riforma del Titolo V della Costituzione e dai limiti caratterizzanti il sistema delle entrate regionali. Siamo consapevoli che questo rapporto con lo Stato non sarà facile, per cui diventa basilare sostenere con fermezza l'azione che il Presidente e la Giunta stanno portando avanti, ritrovando tutti, in questa Assemblea legislativa, quella giusta tensione politica che permetta alla Sardegna, nel confronto con lo Stato, di esprimere una pagina più avanzata della propria autonomia statutaria.
PRESIDENTE. Colleghi, siccome i Gruppi hanno difficoltà a risolvere la questione delle iscrizioni a parlare, non mettete il Presidente nella condizione di dover negare la parola a qualcuno, perché il Regolamento è il Regolamento. Data l'importanza del tema in discussione e l'esigenza, probabilmente, dei Gruppi più consistenti di svolgere più di un intervento, accetto le iscrizioni a parlare, che per qualche Gruppo sono più di una, però richiamo i Capigruppo al rispetto delle indicazioni che abbiamo assunto di comune accordo, evitando che il Presidente debba dirimere questioni che ovviamente non dipendono da lui.
E' iscritto a parlare il consigliere Uras. Ne ha facoltà.
URAS (R.C.). Intervento mi auguro brevissimo, al di sotto del tempo consentito, solo per fare alcune considerazioni che vanno un pochino oltre la natura e la consistenza dell'incontro che la Giunta ha tenuto ieri col Governo e del quale il Presidente ci ha, in questa sede, raccontato gli esiti. Esprimo apprezzamento per l'impegno della Giunta e del Presidente, ma anche alcune perplessità che sono legate più che altro alla produzione, anche scritta, degli impegni già assunti da tempo su questi temi.
L'Intesa istituzionale di programma risale al 1999, firma Palomba-D'Alema. In sei anni si sono fatti molti accordi di programma quadro, all'interno dei quali ci sono disposizioni che regolano il funzionamento dei patti, che prevedono addirittura poteri sostitutivi e che prevedono contenziosi. I temi che sono contenuti nell'Intesa istituzionale di programma e che sono sviluppati negli Accordi di programma quadro sono ripetuti costantemente nella relazione e nel rapporto con lo Stato, perché la realtà è che lo Stato - il Governo in questo caso - è assolutamente inadempiente, non ha alcun interesse ad andare avanti: stanzia somme che non si spendono, prevede gare, procedure di realizzazione che non si realizzano, cioè fa un insieme di promesse. Un tempo si diceva che un protocollo d'intesa non si nega a nessuno, poi è intervenuta una legge e si è detto: "Gli diamo più spessore, la configuriamo attraverso una disposizione, è la grande programmazione negoziata e il Presidente della Repubblica ne è stato l'artefice". Partiva dall'Intesa istituzionale di programma, cioè il patto tra lo Stato e le Regioni per meglio finalizzare tutte le risorse che a qualunque titolo provenissero nelle casse della Regione, perché queste risorse potessero essere spese, in questo territorio, in modo particolare tenendo presenti gli aspetti dello sviluppo, della occupazione e della conquista di una parità di trattamento. Uno degli accordi del programma quadro si chiama "metano", ovvero una grande incompiuta; di energia si è parlato, ma nessuno è mai sceso nel particolare. A me è stato consentito di fare il segretario del comitato per la gassificazione del carbone Sulcis. Mi ricordo un'estate abbastanza calda, si sudava a Villa Patarozzi, dove si doveva firmare il contratto per la realizzazione di un gassificatore, dopo una gara andata male e dopo una trattativa lunga ed estenuante. Il gassificatore non c'è, l'energia non c'è, le fabbriche chiudono, i lavoratori sono messi a rischio, le famiglie diventano più povere. Insomma, io penso che la cosa andrebbe rivista; è proprio la cultura con la quale si gestiscono i rapporti tra i Governi e le Regioni che va modificata, la cultura della promessa mancata nel momento stesso in cui quella promessa è fatta, col retropensiero: "Ce la siamo cavata". Noi non dobbiamo congelare le proteste, dobbiamo infiammarle, le dobbiamo anzi tirare fuori dal frigorifero e se è possibile metterle nel forno della politica!
Le perplessità del Segretario della C.G.I.L., sindacato in cui ho l'onore di militare ormai da 25 anni, sono giustificate dai fatti, da come cioè i Governi da sempre si comportano, e non solo i Governi di destra, purtroppo non solo i Governi di destra. Allora vinciamo questa cultura nel più breve tempo possibile, si facciano pure i gruppi di lavoro ristretti, si mettano le date, e la prima data mancata sia la motivazione di una grande mobilitazione di popolo in questa regione, nelle istituzioni e nella società, perché non c'è più tempo da aspettare, perché non ci sono più promesse da cogliere senza un riscontro effettivo di buoni comportamenti.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Matteo Sanna. Ne ha facoltà.
SANNA MATTEO (A.N.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Regione, signore e signori della Giunta, colleghi consiglieri, oggi in quest'Aula stiamo parlando dell'emergenza industria, una delle tante emergenze che colpiscono la Sardegna, una delle tante emergenze che questo Consiglio dovrà affrontare e sulla quale in qualche modo dovrà dare delle risposte. Io, come componente della Commissione industria, in questi primi mesi di amministrazione regionale ho avuto modo, insieme agli altri commissari, di incontrare numerosi lavoratori e rappresentanti sindacali, i quali venivano in Commissione per portare le istanze, le preoccupazioni di tanti sardi ed è a loro, alle loro famiglie, ai loro figli, che va la mia solidarietà e quella del Gruppo di Alleanza Nazionale, che mi onoro di rappresentare. La solidarietà, l'impegno concreto da parte di quest'Aula per salvare tutto quello che è salvabile facendolo in fretta e bene, come diceva il collega Uras, senza pasticci e tanto meno elemosine.
Il problema, però, signor Presidente, è politico, è squisitamente politico: noi vorremmo capire quali sono le strategie - se ne ha - della Giunta regionale, che ella presiede, per il breve e per il medio periodo nel settore industriale di un'Isola che conosce ormai una crisi profondissima. In questi mesi, nonostante gli accreditati poteri salvifici che erano stati riconosciuti nell'attuale Esecutivo, all'atto della sua annunciazione mediatica e del suo insediamento, tante sono state le speranze di numerosi lavoratori e delle loro famiglie. E' noto che la crisi dei prodotti chimici nel mercato internazionale, e non solo, deriva da fattori che vanno decisamente oltre la Sardegna, nel senso che una regione da sola non può governare questi processi, e nemmeno un paese come l'Italia può farlo, ma se queste premesse sono fondate, come tutti sappiamo, è necessario dunque dire, da oggi in poi, che cosa il Consiglio e la Giunta regionale intendono fare dell'industria sarda. Sarebbe come sparare sulla Croce Rossa se ora io qui affrontassi gli errori tragici e strategici dei vari piani di rinascita, voluti da persone diverse da me (alcuni dei responsabili siedono ancora in quest'Aula), che vollero anche il sogno malato di snaturare l'ambiente e la cultura agropastorale millenaria della Sardegna per mettere ciminiere dove c'erano soltanto ovili e campagne a perdita d'occhio. Ciminiere maleodoranti, quindi, che hanno inquinato la vista e le acque dei fiumi e dei laghi.
E' innegabile, signor Presidente, che la grande industria abbia portato inizialmente tanto lavoro, elevando anche le condizioni di vita di masse notevoli di sardi, ma è altrettanto tristemente vero che, esaurita la prima fase gloriosa e gioiosa dei cantieri della speranza, sin dalla metà degli anni settanta i posti di lavoro effettivi si siano rivelati molti di meno di quelli promessi e paventati all'origine. E così è stato, in un lento inesorabile declino che oggi produce la sensazione del fallimento già dichiarato. Cosa ne faranno i sardi, signor Presidente, cari colleghi, di quelle ciminiere, di quei rottami fumanti della grande industria sarda? Quanto costerà la bonifica e soprattutto quanto costerà la riconversione di migliaia di lavoratori? Vorremmo risposte su questo e non più generici impegni. Faceva notare, in questi giorni, qualche commentatore, sui quotidiani locali, che non esiste in Sardegna un operaio di seconda generazione nella grande industria sarda ed è una drammatica verità, contestabile e constatabile, che da sola vale più di ogni altra considerazione. Noi, Presidente, rischiamo però che altri settori produttivi e strategici della Sardegna si perdano per strada per sempre. Cito qui il problema che sta per esplodere, che dovremo comunque affrontare in Commissione e anche in Aula sicuramente, del settore sughericolo e lapideo che investe la zona dalla quale io provengo, ossia la Gallura. E voglio dire di più: di questi temi non si parla, come se tutto l'universo mondo della politica sarda dovesse ruotare intorno alle coste, sulle quali non costruire, alle campagne, nelle quali non impiantare centrali eoliche, e alla continuità territoriale aerea, rispetto alla quale la Giunta ha ottenuto lo splendido risultato di perdere gli incentivi. Meno male che, una volta tanto, la vituperata legge di mercato ha posto la sua mano pietosa, consentendo ai sardi di volare a prezzi persino migliori di quelli che pure la Giunta regionale di centrodestra nella scorsa legislatura era riuscita a ottenere. Dunque i problemi dell'agricoltura e dell'allevamento, di cui nessuno parla più né in quest'Aula né fuori di qui, li dovremo presto affrontare insieme a tutti gli altri problemi che stiamo cercando di risolvere in Consiglio. Eppure i problemi sono sempre qui e sempre più drammatici, con gli allevatori che nemmeno sotto le feste sono riusciti a recuperare il lavoro reale delle carni che hanno commercializzato o con i lavoratori delle industrie che quotidianamente vengono ricevuti in Commissione.
Ecco, signor Presidente, signori Assessori, colleghi, da noi e da voi in modo particolare, che siete maggioranza in Sardegna, i sardi vogliono sapere qual è il progetto di sviluppo che avete in mente per la Sardegna, se ne avete uno, altrimenti ammettete la vostra stessa impotenza e l'impossibilità di dare risposte certe a chi ancora si aggrappa alla Regione come il naufrago in cerca di un salvagente prima di affondare. Questo problema, Presidente, è un problema che ci riguarda tutti, prima di tutto come amministratori, ma soprattutto come sardi e come cittadini di una regione che attraversa un momento particolare. Un momento particolare che, come ho avuto modo di asserire, non dipende da fattori prettamente sardi o da fattori nazionali, ma da altri fattori di carattere anche internazionale. Dico, con grande franchezza, di non avere mai avuto simpatia per gli incontri ad excludendum, per le conventio ad excludendum, per gli "arraffapopolo". Sono convinto che un serio dibattito e un serio confronto in quest'Aula e nella Commissione competente per materia possa sicuramente portare delle idee e un contributo maggiore delle fughe isolate, Presidente, e delle manifestazioni sotto Palazzo Chigi che ella e la sua Giunta in questi giorni avete platealmente dimostrato ai cittadini sardi e non solo ai cittadini sardi.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Balia. Ne ha facoltà.
BALIA (Gruppo Misto). Signori Presidenti, colleghi, il presidente Soru non si è limitato - e giustamente - a una semplice informativa sulla contrattazione con il Governo, ma ha allargato gli orizzonti, ha toccato una serie di altri temi, anche perché (ed è giusto richiamarlo in quest'Aula, anche se tanti di noi l'hanno già fatto attraverso la stampa) in questo momento così delicato per il settore dell'industria isolano vi è stato un grosso attacco alla nostra autonomia. Un grosso attacco che viene dall'ultima decisione assunta dalla Consulta, che ha, molto onestamente, più il sapore di un ragionamento di rispondenza giuridica, quasi un ragionamento contabile e ragionieristico che non invece di un ragionamento che tenga in conto la storia di un popolo, lo spirito che lo anima, la sua volontà di essere partecipe del proprio futuro, la sua cultura, la sua capacità di autodeterminazione ed esaltazione proprio per la storia autonomistica che ha vissuto.
Quella sentenza, con tutto il rispetto che alla Consulta si deve, è il primo segnale di un'autonomia negata di un popolo che rischia di essere messo sotto tutela. Da ciò ne deriva che è sempre più urgente che noi riaffrontiamo i temi per la riscrittura dello Statuto; uno Statuto che deve contenere regole e diritti certi, laddove non abbiamo solo garanzie permanenti e da sottrarre alla contrattazione quotidiana, che assume il sapore quasi della carità, relativamente al trasferimento delle risorse, che potrebbero, per esempio, essere ancorate a una percentuale del PIL italiano, ma che consentano a questa regione, a questo popolo, quella capacità di autodeterminazione, il riacquisto della consapevolezza autonomistica e della salvaguardia della propria dignità. Quindi non solo garanzie finanziarie, ma anche capacità di scelta del proprio modello di sviluppo, cosa che naturalmente ci porta a riaffermare una volta di più il forte dissenso rispetto alla base di La Maddalena e al rischio che il nostro territorio diventi la pattumiera delle scorie nucleari.
Ecco, Presidente, con l'incontro col Governo di questi giorni si sono poste le premesse per la riapertura della contrattazione e per il rilancio dei patti stabiliti in passato, a partire dagli accordi di programma quadro. Nel frattempo apprendiamo da notizie di stampa, cosa che per altro era già alla nostra conoscenza, e a cui anche oggi lei ha accennato, la quasi certezza dell'uscita della Sardegna dall'Obiettivo 1 e la probabile collocazione nell'Obiettivo 2, il che ci consente ancora, almeno parzialmente, una collocazione di privilegio rispetto ad altre regioni, ma di privilegio molto parziale. Apprendiamo anche che l'uscita dall'Obiettivo 1 non è determinata dall'ingresso dei nuovi paesi, perché in ogni caso ne saremmo usciti per aver superato la percentuale minima del PIL. Però, relativamente a questo aspetto, lo stesso Commissario UE ha avvertito che i parametri di riferimento sino a questo momento utilizzati potrebbero essere considerati vetusti e pertanto superati. Ci sono o potrebbero esserci, dipende anche dalla capacità di raffrontarci con l'UE, altri elementi significativi che possono essere considerati. Li indicava lo stesso Commissario UE: per esempio la rete di servizi, l'infrastrutturazione del territorio, l'assenza della metanizzazione, le linee ferroviarie vetuste. Basti pensare, oltre alle altre che certamente non vivono condizioni felici, che la provincia di Nuoro, unica in Italia, è ancora dotata di una ferrovia a scartamento ridotto. E non possiamo dimenticare, come ultimo elemento di riferimento, l'insularità, che se da un lato costituisce una ricchezza, dall'altro è anche un grosso ostacolo e un limite. Così mi permetto di richiamare uno dei concetti che spesso, nel passato, il compianto Mario Melis richiamava, e cioè che la nostra è una regione eccezionale rispetto ad altre regioni perché, pur essendo terra circondata dal mare, ha un sistema economico quasi totalmente avulso e slegato dal mare stesso. Questo è un invito a non accettare neanche in maniera supina decisioni che l'UE ormai parrebbe avere assunto e ad aprire invece un dialogo attraverso il quale far valere le nostre ragioni.
Il settore industriale vive una crisi profonda e noi, che abbiamo la consapevolezza che un popolo civile non può vivere senza industrie concorrenziali, abbiamo il dovere etico di difendere anche l'ultimo posto di lavoro. Il problema energetico - e per altro il presidente Soru questo lo ha già avvertito - va in qualche maniera delocalizzato, perché è un problema dell'intera regione e quindi non dobbiamo esaminarlo come se riguardasse un territorio in particolare. E allora e per il futuro io comprendo naturalmente il fascino che alcuni progetti possono destare, però è assolutamente necessario che non ci facciamo prendere da facili entusiasmi e che anche rispetto alla gassificazione del carbone Sulcis esaminiamo con molta attenzione e in anticipo il piano industriale usando quello stesso rigore e quella stessa attenzione che il Presidente naturalmente e giustamente richiedeva anche per altri progetti e per altri comparti.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Atzeri. Ne ha facoltà.
ATZERI (Gruppo Misto). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Regione, signori Assessori, colleghi consiglieri, che la questione energetica insieme a quella dell'acqua rappresenti la mamma di tutte le emergenze della nostra terra è sacramentato dal dibattito politico e sindacale che in questi giorni si sta sviluppando soprattutto dopo l'aiuto cosiddetto di Stato, negato alla realtà Portovesme-San Gavino, perché l'Unione Europea ha eccepito definendolo e bollandolo come "aiuto di uno Stato". Il presidente Soru è rientrato da Roma con la convinzione che una volta tanto lo Stato, inaffidabile, che spesso rompe i patti, questa volta si impegnerà - bontà sua - a mantenere le promesse.
Due anni fa il presidente Pili e l'assessore La Spisa avevano estrapolato dalla vertenza energetica la realtà Portovesme S.r.l., secondo me indebolendo il fronte sindacale e commettendo un grosso errore, perché è impensabile che in Sardegna si consumi un quantitativo spropositato di chilowatt che la portano al primo posto in Italia. Addirittura in Sardegna si consuma, per appetito irrefrenabile, più energia che in Lombardia! Questo vuol dire che subiamo un tipo di industrializzazione imposto in altre sedi. Ed è sbagliato estrapolare la realtà giusta, condivisibile, perché difendiamo posti di lavoro; pensiamo ai settori manifatturiero e artigianale, che pagano questo chilowatt a un prezzo esoso e sono i settori che rappresentano la spina dorsale della nostra economia. L'80 per cento, ripeto, dell'energia divorata lo assorbono così le aziende energivore, e questo squilibrio la dice tutta. Io so, perché in questo Consiglio ci sono da sei mesi, che esisteva un piano energetico regionale del quale nessuno aveva visto traccia. E' arrivato il momento, presidente Soru, di essere orgogliosi di questo Consiglio. Io voglio concorrere a far sì che la Sardegna abbia un piano energetico regionale portando il contributo del mio partito, che su questi temi aveva avanzato delle proposte già nei cinque anni precedenti, in cui era all'opposizione, ma ormai si sta stancando di fare proposte. Se l'equazione fosse chilowatt uguale benessere, per quello che ho detto prima noi sardi dovremmo essere dei privilegiati perché ne consumiamo tanti, invece, purtroppo, abbiamo una triste realtà: un'economia povera, ricattata, sotto schiaffo, perché lo Stato - non è stato detto a sufficienza - anche da poco ha presentato un'insidia spaventosa, vedasi la riesumazione dell'energia nucleare. E non lo dico per facile allarmismo, ma penso che la nostra terra possa essere uno dei siti privilegiati per questa catastrofica eventualità dell'energia nucleare, perché già vent'anni fa un Presidente del Consiglio beffardo e abituato alle prese in giro (parlo dell'onorevole Andreotti, al quale hanno ridato una verginità persa con le ultime sentenze siciliane) prometteva con facilità 1000 miliardi per questa terra, senza dire da dove li avrebbe presi e su che cosa li avrebbe investiti. Cioè lo Stato ieri al presidente Soru ha confermato che forse manterrà o senz'altro manterrà, ma lo Stato italiano ha mantenuto sempre delle riserve pericolose, ha disatteso le aspettative dei sardi anche per la nostra debolezza e litigiosità. Io non voglio guastare l'armonia, ma dal punto di vista squisitamente istituzionale vedere dei colleghi che, forse per un passato da centometristi, corrono, prima del presidente Soru, a frequentare i salotti buoni romani dai ministri competenti fa male alla politica sarda, fa male al richiamo di quella tensione autonomistica che si sta perdendo, perché le frequentazioni più o meno piacevoli non possono essere consumate di fronte al dramma che stiamo vivendo. Noi sardi dobbiamo pensare a creare una piattaforma energetica, un parco energetico per avere in parte l'autosufficienza energetica. Se non iniziamo a porci il problema saremo sempre legati ai capricci di queste aziende multinazionali che quando vogliono chiudono, buttando nel lastrico centinaia di famiglie.
Il carbone: nella regione del Sulcis si sono consumati vagoni di miliardi e poco carbone, si sono bruciati più soldi che carbone. Io credo che lì ci siamo mangiati diverse finanziarie. Bisogna avere il coraggio, l'etica, la forza politica di andare a fondo e dire: "Ma questo carbone si può lavorare, possiamo trarne energia, chilowatt?" Mi risulta che in Germania quasi il 50 per cento dell'energia sia ottenuto dalla lavorazione del carbone. Questo fossile noi l'abbiamo, per fortuna, come riserva, dicono gli studiosi, per lunghissimi e lunghissimi decenni. E mi risulta anche che in Germania dall'eolico ricavino 180.000 chilowatt. Ma in Germania hanno mandato avanti una politica diversa, hanno coinvolto i comuni! I fruitori primari di questo bene costituito da energia pulita sono i comuni, che ricevono finanziamenti e fanno degli studi per valutare l'impatto ambientale e stabilire dove e come sistemare le pale. Bene si è fatto, questa volta, ad arrestare questa discesa di vandali che volevano saccheggiare, trasformando la Sardegna in una ennesima servitù, perché non dicevano quanta energia avrebbero consumato, a chi l'avrebbero venduta e quali benefici per il popolo sardo da questa energia si sarebbero ottenuti. E anche su questa vertenza il presidente Soru ha avuto il sostegno del Partito sardo, perché deve essere la Regione, attraverso uno studio, a dire dove e quando disseminare queste pale, che diversamente arrecherebbero un danno dal punto di vista dell'inquinamento visivo, oltre che la beffa di non godere dei benefici di questo tipo di energia.
Parlavo del carbone, dell'eolico, dell'energia solare, del recupero energetico. Il nostro carbone purtroppo ha un coinquilino scomodo, lo zolfo, che lo rende povero, poco appetibile. E quel 7 per cento di zolfo che il nostro carbone contiene è dannosissimo in quanto si combina chimicamente e diventa acido solforico. Però mi risulta che anche il carbone sudafricano abbia la stessa percentuale di zolfo, ma se esiste una tecnologia che può permettere la lavorazione di questo carbone perché non lavorarlo creando così ricchezza? Se questa centrale della quale ha parlato il presidente Soru può essere alimentata a carbone ben venga!
Ci sono poi degli studi, così come c'erano già vent'anni fa, sulle zone ritenute più idonee per insediare le pale eoliche. Ricordo uno studio del professor Ladu dell'Istituto di Fisica. Abbiamo il supporto delle università, abbiamo autorevoli e neutrali pareri che possono dirci se questa risorsa può creare occupazione. Non possiamo illuderci che il raddoppio del cavo SAPEI ci dia l'autosufficienza; no, a nostro modo di vedere ci farà dipendere ulteriormente dall'esterno, se non avremo la capacità di individuare fonti alternative, anche perché fra due settimane, il 16 febbraio, il protocollo di Kyoto avrà la sua attuazione, anche se ormai è superato per l'ostruzionismo incosciente fatto dagli Stati Uniti, perché si sa che certi fossili emanano ossido di carbonio arrecando danni enormi all'ambiente. Però ci sono tecnologie che ci consentono di estrarre idrogeno dal carbone e devo dire che ci sono quadri con un alto grado di professionalità nel polo di Assemini, dove si appunto produce idrogeno, che può essere una risorsa pulita la cui produzione può generare occupazione.
PRESIDENTE. Prego, concluda.
ATZERI (Gruppo Misto). Presidente Soru, lo Stato ripetutamente ci vede come una pattumiera del Mediterraneo. L'ultima questione, quella del nucleare, è veramente preoccupante. Ma non dimentichiamo il parere che ha espresso, attraverso la Consulta, impedendoci di esprimerci come popolo attraverso il referendum sulla presenza dei militari USA a Santo Stefano. E ha addotto delle scuse truffaldine, che si basavano su due imbrogli colossali, perché l'allora presidente Andreotti aveva, in solitudine, preso accordi con l'America violando gli articoli 80 e 87 della Costituzione, che obbligavano il Parlamento a legiferare in questa materia e impegnavano il Presidente della Repubblica a ratificare tale decisione. Questi due passaggi non sono avvenuti, va ribadito con forza, e questi americani devono veramente - al di là della nazionalità, perché non siamo antiamericani, se fossero filippini o greci la loro presenza sarebbe ugualmente una violazione della nostra sovranità - abbandonare quei posti, perché gli scenari politici mondiali sono cambiati e adesso la nostra terra deve essere rivista per il suo sviluppo. L'arcipelago di La Maddalena non può avere in coabitazione un elemento così pernicioso come una base con le testate nucleari.
Lo Stato, insomma, ne ha combinate tante, quindi io non mi illuderei più di tanto su questa promessa, mi attrezzerei per far sì che il popolo sardo possa avere una risposta nel campo energetico autoctona, senza dipendere esclusivamente dall'esterno, tanto il petrolio, si sa, così come si è creato in situazioni anaerobiche, a furia di succhiarlo termina. Può durare per 40 o 50 anni ancora, un paio di legislature e avremo esaurito questa ricchezza. Presidente Soru, la centrale che lei ha ventilato mi ricorda la Società Elettrica Sarda, che era stata fagocitata dall'Enel senza poi averne dei benefici. Per venire in questo palazzo ho attraversato uno dei quartieri storici, la Marina, e nella vetrina di un noto ristorante ho visto l'aragosta, il polpo e la murena, tre abitanti del mare di cui molti conoscono la pericolosità e l'agilità, che mi ricordano la Saras, l'Endesa e l'Enel: restano immobili e si studiano. Il popolo sardo è ostaggio della pericolosità di questi abitanti del mare, che ci impediscono di ragionare e di pensare. Noi ce li dobbiamo cucinare e dobbiamo far sì che la nostra politica energetica abbia veramente forza e dia al popolo sardo quelle certezze che mancano da troppo tempo, perché se no è una pseudoindustrializzazione.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Licheri. Ne ha facoltà.
LICHERI (R.C.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Regione, colleghi consiglieri, io ho partecipato alla Conferenza dei Capigruppo e mi sembrava di aver capito che bisognava contenere gli interventi e non limitarli a un unico intervento per Gruppo. Per questa ragione me ne scuso e quindi limiterò il mio intervento a cinque minuti esatti.
L'incontro tra il presidente Soru e il Governo rappresenta certamente un fatto nuovo e positivo, perché apre una interlocuzione per discutere sulle questioni legate all'industria e all'energia, e in linea generale sui problemi, sui nodi irrisolti della Sardegna. Se l'apertura al confronto è positiva, ciò non significa, nonostante la proposta del Governo di avviare un tavolo di lavoro permanente che si occupa del caso Sardegna, così come è stato definito dalla stampa locale, che i problemi sottoposti dal Consiglio regionale in materia di industria e di energia vengano risolti in tempi rapidi e che decine di lavoratori e lavoratrici possano vedere soddisfatte le proprie aspettative. Penso che il Presidente della Regione, nel suo intervento, bene abbia fatto a non finalizzare l'incontro esclusivamente ai temi dell'industria e dell'energia, ma a sottoporre al Governo tutti i problemi legati al mondo produttivo della Sardegna, pretendendo un impegno serio con fatti concreti che dovranno essere di volta in volta verificati. Sono del parere che la mobilitazione delle coscienze, così come l'ha definita il Presidente, debba restare in piedi e debba consentire a tutti noi di trasformarla in mobilitazione reale nel caso in cui non ci siano risposte concrete alle risoluzioni del problema. Niente enfasi dunque, a mio giudizio, sull'incontro di ieri, anche perché non è la prima volta che abbiamo ricevuto risposte come queste che non si sono poi tradotte in fatti e atti concreti in grado di risolvere l'annoso problema dell'industria e dell'energia in Sardegna.
Tra l'altro se facciamo un'analisi seria sui punti affrontati dal ministro Letta riscontriamo che effettivamente non c'è niente di nuovo rispetto a ciò che ognuno di noi già sapeva da tempo. Lo riporta molto bene anche oggi la stampa che l'accordo del 2003 sull'energia sembra rimasto invariato, eccetto il fatto che si è provveduto alla riformulazione del decreto che dovrebbe consentire ulteriore ossigeno alle aziende fino al 2010, attraverso gli sconti tariffari, ma non c'è in questo senso nessuna novità, per esempio, sull'elettrodotto SAPEI e comunque tempi lunghi, dilatati, per quanto riguarda la metanizzazione della Sardegna. Nessuna novità, quindi, sulla proposta di costruzione della centrale elettrica del Sulcis e nonostante alcune promesse di finanziamenti sulla chimica, in particolar modo per i progetti dell'area di Ottana, non si hanno conferme su questa partita di grande interesse per lo sviluppo industriale del centro Sardegna. Allora c'è da domandarsi se effettivamente questo incontro abbia sortito gli effetti che tutti noi ci aspettavamo.
Noi abbiamo il compito di perseguire alcuni obiettivi che diventano fondamentali per ricostruire il rapporto con il Governo e per riaffermare la piena autonomia del Consiglio regionale. E' chiaro che questo percorso deve avvenire con una forte unità di intenti di tutte le forze politiche isolane, non ci possono essere fughe in avanti da parte di nessuno, perché si gioca la credibilità non della singola forza politica, non della maggioranza o della opposizione, ma dell'intero istituto autonomistico della Sardegna. E' giusto allora avviare un confronto che comprenda tutta una serie di temi fondamentali per la crescita e lo sviluppo in Sardegna. Noi non possiamo non riproporre la questione delle servitù militari, la loro presenza, diventata ingombrante e incompatibile con l'ambiente e con la salute dei sardi, il problema delle scorie, scaturito dall'inaccettabile sentenza della Corte Costituzionale sul nucleare e il problema serio del trasferimento delle risorse dello Stato, la riaffermazione dell'autonomia in Sardegna come elemento forte di autogoverno. Tutto questo insieme alle questioni dell'industria e dell'energia deve costituire il pacchetto delle proposte da sottoporre al tavolo di verifica proposto dal Governo. Le divergenze, badate, a chiusura dell'incontro da parte dei sindacati, le diverse valutazioni, le diverse aspettative stanno ad indicare che le risposte del Governo non hanno soddisfatto le richieste di tutti e forse, diciamo, l'unico elemento positivo forte in questo momento è quello di essere riusciti a riaprire con forza un'interlocuzione con il Governo sui temi fondamentali dell'economia sarda.
Noi siamo di fronte in Sardegna a una situazione drammatica dal punto di vista occupazionale e proprio oggi leggevo su alcuni quotidiani che alcune zone del sud dell'Isola, fortemente interessate da una nuova fase di sviluppo del comparto industriale ed energetico, e allo stesso modo alcune parti del centro e del nord Sardegna, come Porto Torres, presentano fenomeni di disoccupazione di massa e un processo migratorio da far spavento, tra i più alti di Italia. Questi sono, a mio giudizio, gli elementi che devono tenere alta la tensione in questo Consiglio per poter incalzare il Governo affinché attui tutte le procedure per un intervento in grado di avviare un percorso di trasformazione di tutto il comparto produttivo in Sardegna.
Ho letto oggi l'intervento di Giorgio Asuni, dirigente della CGIL, che non conosco, ma che ho apprezzato per la chiarezza, l'analisi complessiva sull'energia in Sardegna. A conclusione dell'intervento egli si pone il problema di affermare in Sardegna un'autonomia piena per quanto riguarda lo sviluppo dell'energia. Su questo punto ha ragione e questo processo deve passare attraverso un diritto che deve essere riconosciuto ai sardi, un diritto del trasferimento delle risorse da parte del Governo, della Comunità Europea, per consentire uno sfruttamento pieno, nostro, autonomo del nostro territorio e per avanzare un percorso anche di crescita forte per quanto riguarda il patrimonio energetico, il patrimonio tecnologico e quindi anche per chi opera in quel settore. Quindi riappropriarci - così conclude l'intervento - soprattutto di quella autonomia reale, a un popolo che ne è stato sempre sprovvisto.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Ladu. Ne ha facoltà.
LADU (Fortza Paris). Signor Presidente, signori Assessori, colleghe e colleghi, la convocazione del Consiglio regionale in questa seduta straordinaria e con i risultati dell'incontro avvenuto ieri della Giunta regionale con alcuni Ministri del Governo nazionale ci offre l'occasione per fornire alcuni dati, ma soprattutto per fare il punto sulla situazione del comparto industriale e produttivo in Sardegna.
Io dico che un dibattito sereno e produttivo, come lo si sta portando avanti oggi, sia un fatto opportuno. Diciamo subito che la Sardegna versa ormai in uno stato di crisi ultradecennale, che ha portato quest'Isola agli ultimi posti a livello statale per quanto riguarda la produzione industriale. Quando parliamo di realtà industriale non possiamo dimenticare, però, che sono diversi e variegati i settori che la compongono. Nello specifico possiamo parlare di crisi del settore tessile, che colpisce soprattutto la zona del nuorese, del Marghine e della Baronia, di crisi del settore cartario e dei settori minerario, metallurgico, chimico, metalmeccanico, agroindustriale ed estrattivo. Le ragioni di questa crisi, che ha investito direttamente e trasversalmente tutti i settori sopraricordati, sono dovute a molteplici fattori, primo dei quali lo sganciamento unilaterale dello Stato, cominciato ai tempi del Governo Ciampi e proseguito con tutti i Governi successivi, nessuno escluso, perché tutti da allora credo abbiano avuto le stesse responsabilità. Non vanno sottaciute, però, le difficoltà dovute all'alto costo, ormai insostenibile, delle bollette energetiche, data l'alta concentrazione, nella nostra terra, di imprese fortemente energivore. Ma non è solo questo, non sono soltanto le imprese energivore che hanno grossi problemi; i problemi li hanno tutti i settori produttivi in Sardegna, li hanno persino le famiglie, che devono pagare costi maggiori delle altre regioni d'Italia e d'Europa. La mancanza di una politica energetica per individuare fonti alternative e la mancata metanizzazione dell'Isola hanno giocato un ruolo determinante sulle cause dello stato di crisi. A ciò si aggiunge la tragica situazione dei trasporti, che costituisce una voce ulteriormente negativa, in quanto somma oneri aggiuntivi rilevantissimi e fortemente penalizzanti rispetto alle altre realtà territoriali dello Stato, incidendo sui prezzi del prodotto finito tanto da renderlo non più appetibile per i mercati di riferimento. Anche qui gioca un ruolo fortemente riduttivo la restrittiva interpretazione dei vari trattati europei, che ad oggi non hanno ancora riconosciuto alla Sardegna l'estensione dei benefici e delle agevolazioni previste per superare l'handicap dell'insularità. A questo proposito, credo che occorra fare un discorso serio, nel senso che è inutile che continuiamo a dire che la Sardegna esce dall'Obiettivo 1 per chissà quali motivazioni. Ci sono delle regole che vanno rispettate, non perché noi siamo diventati particolarmente ricchi, ma perché c'è chi è più povero di noi e noi purtroppo non siamo più dentro l'Obiettivo 1. Probabilmente se avessimo fatto dei ragionamenti diversi e avessimo modificato delle regole in precedenza avremmo anche potuto ottenere qualche risultato diverso, però oggi bisogna prendere atto che la situazione è questa. Io credo che, nonostante stiamo per uscire dall'Obiettivo 1, ci possano essere delle opportunità dovute all'insularità e ad altre situazioni che ci riagganciano in qualche modo, in forma diversa, alla possibilità di ottenere i benefici europei. Quindi ritengo che una sessione di lavori per discutere queste opportunità sia un fatto assolutamente indispensabile, perché non tutto è ancora perso. Si tratta, evidentemente, di una crisi di non facile soluzione, che si è acuita nel tempo a causa del mancato rispetto degli accordi Stato-Regione, finalizzati al rilancio produttivo e all'ammodernamento delle infrastrutture e delle strutture esistenti nel nostro comparto industriale. Strutture per lo più obsolete e inadeguate, che costituiscono un formidabile freno alla produttività. E' ovvio che anche la politica regionale non ha fatto per intero la sua parte, perché probabilmente se avesse fatto interventi più mirati a suo tempo, noi oggi ci troveremmo ad avere a che fare con un tessuto produttivo sicuramente più forte e capace anche di camminare da solo. Pesa negativamente anche il vuoto di iniziative opportune per adottare idonei interventi regionali, atti a colmare le diseconomie e varare un nuovo piano di sviluppo nel nostro sistema industriale, confacente alle esigenze della nostra terra. A questo proposito, al di là delle lamentazioni di rito, vorrei sapere come nel bilancio regionale potrà coniugarsi la politica dei tagli della attuale Giunta regionale con la necessità di dare ristoro finanziario a diversi settori produttivi attanagliati da una grave crisi. Dobbiamo certamente rivendicare da parte dello Stato una maggiore partecipazione solidaristica, ma non possiamo pensare di risolvere i nostri problemi puntando solo sui fondi statali. Molto del nostro sviluppo dipende da noi, da noi sardi, perché dobbiamo acquisire la consapevolezza che nulla mai ci verrà regalato se non siamo in grado di indicare con precisione e puntualità quali strade intendiamo percorrere e quali sacrifici siamo disposti ad affrontare per risollevarci dallo stato di profonda crisi.
In questa situazione è evidente che i ritardi accumulati non possono essere colmati attraverso iniziative di corto respiro e pregiudizialmente tendenti a tamponare le emergenze anziché a individuare e adottare un piano generale di sviluppo industriale maggiormente confacente alle mutate e accresciute esigenze dei mercati nazionali e internazionali e alla particolarità di alcune zone storiche della Sardegna. La sola dinamica dei dati negativi che testimoniano il gap oggi esistente tra la produzione industriale sarda e quella statale è la testimonianza palese che la crisi che attanaglia la Sardegna ha origini e cause ben precise che vengono da lontano. Il processo di industrializzazione forzata della Sardegna, adottato nei primi anni sessanta, che muoveva dalla necessità di dotare la nostra Isola di un apparato industriale, praticamente inesistente a quei tempi, alla lunga ha dimostrato di essere inadeguato. Questo perché non si partiva dal presupposto di valorizzare la risorsa locale. Infatti fu introdotto un modello produttivo teso a sradicare e modificare economie storiche della Sardegna in zone dove la pastorizia, l'agricoltura e l'allevamento avevano una storia e una cultura millenaria. Molte risorse umane in quella occasione furono sottratte al mondo dei campi per dirottarle verso il miraggio di una busta paga sicura a fine mese, che poteva invece garantire l'ingresso dell'industria nascente. Una scelta all'epoca forse necessaria, ma che creò un forte impatto, sbilanciò gli investimenti verso i cosiddetti poli industriali e favorì l'emigrazione di forza lavoro verso i siti industriali, determinando il triste fenomeno dello spopolamento di molte zone della Sardegna. Il vero spopolamento delle zone interne è iniziato soprattutto in quella fase di industrializzazione indotta e derivata, fondata non sulla produzione di materie prime, ma su scelte dettate dal mercato, il che ha costituito il vero limite di questo processo. Questi errori hanno portato ad accrescere un processo di desertificazione industriale, con conseguente espulsione dai processi produttivi di migliaia di lavoratori, il che ha fatto registrare una sensibile impennata del tasso di disoccupazione che ha portato la Sardegna ai primi posti in Italia e in Europa.
Tutto questo non deve farci pensare che il settore industriale della nostra Isola non possa ancora offrire importanti occasioni di sviluppo. Sono convinto che la Sardegna si possa riprendere con una politica intelligente, col contributo, diciamo, di tutte le forze politiche presenti in Consiglio regionale, anche se la responsabilità maggiore ricade sui partiti di governo, però non dimentichiamo che molto dipende da quello che riusciremo a fare tutti noi in quest'Aula. Si tratta di aprire una complessa negoziazione dei rapporti oggi esistenti tra Stato e Regione, tentando di portare alla contrattazione con lo Stato alcuni punti che sono fondamentali, che da soli noi sicuramente non possiamo risolvere, e cioè i problemi legati ai costi energetici e ai trasporti. I problemi dei trasporti, in particolare, noi da soli, come Regione, sicuramente non possiamo risolverli.
Ecco, oggi la crisi industriale investe tutta l'Isola, in modo particolare la zona del Sulcis-Iglesiente, e mette a rischio circa cinquemila posti di lavoro. L'incontro a Roma tra il Presidente della Regione e il Consiglio dei ministri io lo considero un fatto positivo, benché il segretario di un importante sindacato non la pensi allo stesso modo, magari tentando di essere più realista del re. Mi auguro che quello che è stato concordato ieri abbia un seguito, che non siano soltanto parole. Noi tutti ci adopereremo perché gli impegni che il Governo prende, con la sua massima espressione istituzionale, nei confronti della Regione vengano rispettati. Noi tutti ci dobbiamo impegnare, però lo Stato assieme alla Regione devono fare per intero la loro parte senza rimpallo di responsabilità. La Regione sa che deve svolgere il suo ruolo, che deve rispettare i tempi anche per quanto riguarda tutta una serie di progetti che devono essere portati all'attenzione dello Stato. Se questo avverrà sono convinto che la Regione potrà sperare in giorni migliori.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Capelli. Ne ha facoltà.
CAPELLI (U.D.C.). Presidenti, colleghi, cercherò di riprendere un filo logico che mi ero imposto per un intervento pragmatico, che non parta dalla storia del mondo per comprendere le ragioni della crisi industriale, tema che per l'ennesima volta stiamo affrontando in quest'Aula. Devo riprendermi ancora un po', perché mi stavo distraendo durante il dibattito. Cercherò di essere breve e di esporre solo alcuni concetti.
Ho apprezzato molto il fatto che il Presidente, nella sua esposizione, e spero non sia sfuggito ai più, abbia ribadito di ritenere estremamente positiva la via del confronto istituzionale. Credo di avere ben interpretato e posso dire di condividere questa affermazione del Presidente. E' l'ennesima dimostrazione di come una Sardegna unita, come già detto in altri interventi, forze politiche unite, che non cerchino di cavalcare l'onda emozionale del momento per raccogliere un consenso in più, forze sociali e sindacali possano realmente raggiungere dei risultati. E' la forza della collegialità, è stato detto, la forza dell'unità, per scelte da fare e battaglie difficili da portare avanti.
Sono affermazioni che noi condividiamo e abbiamo scelto come partito politico di lavorare per la causa Sardegna, abbiamo scelto di lavorare nell'ombra, abbiamo scelto di sostenere l'azione istituzionale, evitando le azioni di parte, di partito, ma privilegiando appunto l'appoggio dell'azione istituzionale, così come altre volte abbiamo fatto in quest'Aula, anche di recente, quando abbiamo scelto di proporre una mozione, poi trasformata in ordine del giorno, sul parco del Gennargentu. Noi prediligiamo sicuramente sui grandi temi la possibilità di percorrere vie unitarie, privilegiamo l'interesse generale a quello che potrebbe essere lo scoop del momento del nostro partito. Per questo dico, col senno del poi e a fatti avvenuti, che comunque abbiamo sostenuto l'azione della Giunta con i nostri rappresentanti al Governo, sostenendo anche che, stanchi degli impegni precedentemente assunti e non ancora portati a termine, c'era il dubbio che il nostro partito, l'Unione Democratici Cristiani (U.D.C.), potesse presentarsi alle prossime elezioni amministrative col proprio simbolo, se da quel simbolo e da quel partito gli amministratori locali, quali noi siamo, non avessero avuto le giuste risposte attraverso le vie istituzionali. Non so se questo abbia costituito un aspetto importante o meno o se possa aver condizionato delle scelte, riteniamo di no, ma riteniamo di aver svolto comunque il nostro ruolo; un ruolo attivo, non solo di opposizione pregiudiziale, ma di opposizione che sa condividere quando si è messi nelle condizioni di condividere progetti, impegni e azioni.
La nostra posizione sull'industria l'abbiamo già espressa in quest'Aula nella passata legislatura, ma per curiosità sono andato a leggere (e non ve le riporterò per non tediarvi) quanto si è detto in quest'Aula nella decima, undicesima, dodicesima legislatura. Molte cose dette allora sono state ripetute oggi e credo che in qualcosa un po' tutti abbiamo fallito. E' dimostrato, in questo periodo, per chi non avesse conoscenza del passato, che purtroppo nella nostra azione di programmazione politica siamo dominati dalle emergenze. E qui sposo la tesi dell'onorevole Uras che, stanco delle false promesse, già fatte nel passato, stanco di assumere posizioni soltanto quando l'emergenza viene a galla, dobbiamo tenere alta l'attenzione delle coscienze, la nostra stessa attenzione sui problemi fondamentali e non essere guidati e dominati dalle emergenze.
Mi rendo conto che questo è difficilissimo, perché le emergenze si inseguono, non lasciano tempo alla programmazione ordinaria e neanche alla programmazione straordinaria per il futuro dell'Isola in tutti i settori: dall'economico al sociale, al culturale e a quant'altro. Allora, visto che - per tornare anch'io a un esempio del mondo del pallone, come ha fatto l'onorevole Cachia - la squadra è quella che vince, io sostengo che noi non vorremmo essere esclusi dal progetto di sviluppo. Sì, io ancora oggi non conosco gli obiettivi, il progetto di sviluppo di questo Governo, di questa Giunta, di questa maggioranza. Non l'ho individuato nelle azioni del passato, non l'ho individuato nel recente passato, non l'ho individuato sulla legge finanziaria. Conto però, se si ha il concetto di squadra e se si vuol lavorare insieme per la Sardegna, non di essere spettatore passivo delle scelte di un governo e di una maggioranza, ma di essere, per quel che riguarda la mia parte politica e la sua posizione in quest'Aula, attore propositivo delle scelte che si possono fare per il futuro, sempre che su queste proposizioni ci sia ascolto.
Sull'industria, nello specifico, si è riproposta l'emergenza Portovesme. E' ripartita la mobilitazione per l'industria, così come ieri è ripartita dopo l'emergenza Ottana. Abbiamo rivissuto questi momenti di alta attenzione, poi l'attenzione è scemata. Lo stesso, dicevo, l'abbiamo vissuto per il parco del Gennargentu e anche qui ho paura che l'attenzione sia scemata; sulle scorie nucleari la riprendiamo a seguito delle ultime prese di posizione della Consulta, che io rispetto, ma non condivido. Anche sul nucleare e sulla questione delle basi militari l'attenzione risale a seguito di incidenti nelle basi nucleari per poi svanire nuovamente. Così come ritorna il problema dell'autonomia messa in dubbio da discutibili prese di posizione del Governo nazionale. Combatteremo perché il buon senso faccia ricredere la Giunta sulla bontà del decreto salvacoste, che noi non condividiamo così come non possiamo totalmente condividere l'impugnativa del decreto salvacoste. Siamo pienamente coscienti dello stato di emergenza nel settore industriale, nel settore economico in generale. Mi chiedo, però, colleghi, è vero, ieri Ottana ha riportato il problema industriale al centro dell'attenzione di questo Governo, oggi lo riporta Portovesme, ma ieri non abbiamo risolto i problemi di Ottana, oggi non risolviamo quelli di Portovesme. Riteniamo, però, che insieme, con un'azione congiunta, fatta di progetti, di proposte, di salvaguardia dei diritti, consapevoli anche dei nostri doveri, siamo nelle condizioni di poter convincere il Governo di turno della bontà delle nostre proposte, della bontà dei nostri diritti.
Non dimentichiamo che quanto noi diciamo al Governo, onorevole Uras, a volte ce lo sentiamo dire dagli enti locali. Il centralismo da una parte o dall'altra va sempre rigettato. Possiamo partecipare a questo progetto non dimenticandoci delle altre emergenze: l'emergenza industria e quella più generale, cioè l'emergenza occupazionale.
PRESIDENTE. Prego, onorevole.
CAPELLI (U.D.C.). Per quanto riguarda lo specifico, dei settori tessile e lapideo si è già detto, vorrei quindi riportare l'attenzione degli Assessorati competenti, del Presidente, del Governo regionale e dell'intero Consiglio sul fatto che quanto di buono ha portato l'industria appartiene alla storia e quanto di male è stato portato in Sardegna dall'industria appartiene ancora al presente.
Non dimentichiamo anche i casi di asbestosi presenti ancora a Ottana e forse dimenticati anch'essi, finché un'emergenza non li riporterà all'attenzione della cronaca a Ottana, a Porto Torres e in altri siti nei quali l'amianto è stato dismesso. Problemi che hanno interessato pochi operai, se cinquantaquattro operai sono pochi, se una vita è poco. Una vita vale quanto migliaia di occupati nell'industria. Grazie.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Calledda. Ne ha facoltà.
CALLEDDA (D.S.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Regione, colleghi consiglieri, nelle ultime settimane nel territorio del Sulcis Iglesiente si sono susseguiti diversi incontri per fare il punto su ciò che rappresenta oggi la vertenza delle aziende che operano nell'area industriale di Portovesme.
A dire il vero in un'assemblea tenutasi la settimana scorsa oltre alle organizzazioni sindacali erano presenti i deputati eletti nel territorio, i consiglieri regionali, i sindaci, insomma, tutta la classe dirigente del Sulcis-Iglesiente. Apparentemente sembrava una delle classiche assemblee per criticare qualcosa, per assumere un'iniziativa contro qualcuno. Quell'assemblea, in maniera unitaria e civile, si è espressa in un altro modo: ci siamo guardati in faccia, noi componenti dei vari partiti, e abbiamo detto: "Questa è una di quelle situazioni che richiedono il massimo di unità, a prescindere dagli schieramenti dei quali ognuno di noi fa parte". E da lì è nata anche la manifestazione che si è conclusa a Cagliari, con l'incontro con l'assessore Rau e il presidente Renato Soru. E devo dire che era da tempo che non vedevo tanta determinazione nel chiedere allo Stato, non in termini di contrapposizione, il rispetto degli accordi che erano stati sottoscritti.
Da lì è nata l'idea di convocare la Giunta regionale di fronte a Palazzo Chigi. Alcuni oggi li vedo scettici su ciò che è accaduto, io lo considero la riapertura del tavolo un fatto estremamente positivo, perché comunque quella azione, quella determinazione ha fatto sì che il Governo nazionale, rendendosi conto che non si stavano rispettando i patti, abbia chiamato tutti a raccolta per fare il punto della situazione. Il problema, badate bene, non è solo il Sulcis-Iglesiente, non è solo la Portovesme S.r.l., non è solo la Carbosulcis, non è solo l'Alcoa. Il problema è il destino dell'industria sarda!
Qualche collega diceva: "Anche nella passata legislatura abbiamo più volte fatto dibattiti relativi alla situazione dell'industria sarda". E' vero, ma io credo che oggi non sia più tempo di limitarsi al dibattito sull'agonia dell'industria sarda e che il Consiglio regionale e il Governo regionale debbano rivendicare con autorevolezza, con forza ciò che spetta alla Sardegna. Perché, badate, se guardo al mio territorio, il Sulcis-Iglesiente, mi rendo conto che una parte pregiata di esso è destinata alle servitù militari. Mi riferisco a Teulada. In questa parte pregiata di territorio non c'è possibilità per decine di pescatori di svolgere la loro attività, ma pensiamo davvero che dopo le manifestazioni che ci sono state i problemi si siano risolti? Non si è risolto la bellezza di nulla. In quella parte di mare ci sono milioni di ordigni, e allora, se lo Stato causa questo danno noi dobbiamo essere risarciti dallo Stato medesimo per poter bonificare quel territorio. La zona di Portovesme è considerata ad alto rischio ambientale, e badate che quella realtà noi l'abbiamo difesa con tutte le nostre forze, con la schiena dritta, come dice qualcuno, perché riteniamo che da quegli impianti possa nascere il futuro di quel territorio. E' vero che ci sono state molte contraddizioni, è vero che si sono creati molti danni ambientali, però è anche vero che quella realtà ha garantito la sopravvivenza di una comunità che a parte quell'industria forse non aveva altre possibilità.
Allora io credo che il problema energetico, signor Presidente, vada affrontato nei modi di cui lei l'altro ieri ha parlato ai sindaci e alle organizzazioni sindacali. Nella passata legislatura, cari colleghi, una delegazione della sesta Commissione, di cui facevo parte, visitò, in Olanda, una centrale che gassifica il carbone. Qui c'era uno scetticismo generale su quella centrale. Durante la visita ci siamo resi conto non solo che quella centrale è situata in un luogo dove peraltro abita un milione e mezzo di persone, ma che non produce nessun tipo di inquinamento, nessun tipo di problema, produce invece energia a basso costo.
Allora se l'industria energivora deve vivere in Sardegna o si crea una nuova centrale, e io spero che sia una centrale a carbone, o si fa il gassificatore, però per fare questo bisogna in qualche misura dire alcune cose chiaramente. Per esempio, il sito che avevamo individuato per la realizzazione della centrale di gassificazione è ancora disponibile? A me risulta che in quel sito si sia realizzato l'ampliamento del bacino dei fanghi rossi. Se non è così, decidiamo di ripartire con la vecchia idea del gassificatore a bocca di miniera oppure facciamo un altro tipo di impianto? Per conseguire tutte queste cose intanto bisogna intervenire immediatamente sul D.P.R. che ha stabilito la costruzione del gassificatore, perché io credo che se non viene modificato quel decreto sarà abbastanza difficile trovare uno strumento che dia le garanzie che noi stiamo cercando. A mio avviso non sarebbe male, perché la bancabilità di quel progetto forse è venuta meno, in quanto in ognuno di noi c'era una sorta di reticenza a realizzare quel tipo di impianto. Io credo che la Regione Autonoma della Sardegna debba accompagnare questa azione anche con risorse proprie. Si può dire che noi oggi stiamo facendo questa battaglia per affrontare e risolvere questo problema, pena non avere nulla domani. E credo che questo sia l'elemento, diciamo così, più complicato.
Ancora: il Sulcis-Iglesiente è un territorio che ha avuto, è vero, ingenti risorse negli ultimi anni, però anche qui vorrei ridimensionare alcune questioni. Badate che sul fallimento della reindustrializzazione pesa l'applicazione della legge 221 sulla reindustrializzazione mineraria. Probabilmente in Sardegna dobbiamo inventarci qualche altra cosa, come una selezione degli imprenditori, perché è inconcepibile che le risorse vengano date senza che nessuno sappia a chi. Ricordiamo i casi della Binex, della fabbrica di CD, la situazione che si è determinata con il contratto d'area con tutta una serie di realtà nuove, anche moderne, nessuna delle quali è andata avanti. Io credo che il compito della Regione Autonoma della Sardegna sia quello, sì, di intervenire, però controllando e verificando se le persone che devono realizzare sono nelle condizioni di fare e soprattutto di creare ricchezza nel territorio.
Signor Presidente, la seduta di oggi, a mio avviso, ha un senso se gli impegni che il Governo ha garantito sono concreti e saranno realizzati con urgenza, perché se non sarà così la Giunta, il Consiglio regionale, le popolazioni del Sulcis-Iglesiente, così come hanno fatto altre volte, non attenderanno un minuto di più per protestare, perché non stiamo chiedendo nulla di straordinario, stiamo chiedendo semplicemente le cose che spettano al Sulcis-Iglesiente, alla Sardegna, alla Regione sarda. Io credo che questo sia l'elemento dal quale nessuno di noi si può discostare.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pisano. Ne ha facoltà.
PISANO (Riformatori Sardi). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Regione, onorevoli colleghi, io intervengo perché anche la voce dei Riformatori Sardi possa essere registrata in questo importante dibattito. Lo faccio personalmente innanzitutto in quanto componente della Commissione industria, in secondo luogo perché sono l'unico del mio Gruppo ad essere stato per il momento risparmiato dagli effetti del virus dell'influenza e soprattutto perché mi ha sollecitato il fatto che sono in molti a ritenere che questo mese di febbraio sarà più corto per questo Consiglio regionale. Quindi, Presidente, voglio innanzitutto indirizzarle un grande apprezzamento, un plauso per il metodo e per la forza con la quale lei ha posto all'attenzione del Governo il problema principale della nostra regione. Lo ha fatto nel modo giusto, portando tutta quella tensione e quella attenzione che il problema stesso merita, e credo che lei abbia saputo interpretare la situazione con quella dignità e quella autorevolezza che un Presidente della Regione deve davvero avere in momenti come questo. Ha saputo, a nostro giudizio, interpretare bene l'ansia di tutti i sardi, di tutte le famiglie che vivono il dramma e lo spettro della disoccupazione ulteriore per effetto degli annunciati licenziamenti che l'industria, la grande industria sarda ha paventato.
Noi apprezziamo anche i termini che lei ha usato, signor Presidente, nel momento in cui ha parlato della nostra identità, mettendo in campo dei valori importanti. Ha infatti parlato di storia della Sardegna e del più grande dei valori al quale nessuno di noi vuole rinunciare, cioè la nostra autonomia. E quindi siamo qui per sostenerla, da questo punto di vista, con tutta la nostra forza e senza riserve.
La nostra economia, lei ha detto bene, in questo momento vive una situazione quasi paradossale. Oserei dire che i fattori che ne modulano il risultato soffrono di una sorta di schizofrenia: da un lato apprendiamo che il nostro PIL raggiunge l'82,47 per cento e quindi andiamo a superare di oltre sette punti percentuali la soglia che ci porta fuori dall'Obiettivo 1, dall'altro apprendiamo anche che probabilmente questo PIL mal riproduce la nostra realtà economica, perché in parte drogato da alcuni elementi che non sono consoni al nostro fattore produttivo, come la presenza della grande azienda di trasformazione del petrolio. Altri analisti dicono invece che andrebbe considerato il fatto che la grande distribuzione commerciale non incide sul PIL, perché le grandi imprese fatturano fuori della Sardegna. Quindi bisognerebbe capire quanto sia realistica questa fotografia di una economia in ogni caso così schizofrenica. C'è un dato quasi obiettivo, che è quello dei sessantamila posti di lavoro creati negli ultimi tre anni, a fronte dei quali il tasso di disoccupazione è sceso di soli quattro punti e mezzo nell'ultimo triennio e quindi, in ogni caso, l'incidenza di questo grave fenomeno in Sardegna è doppia rispetto alle altre regioni italiane. Allora c'è da chiedersi cos'è che davvero diversifica la nostra economia da quella delle altre regioni. Non già sicuramente quello che diceva il collega del P.S.d'Az. poco fa, ritenendo che siamo la regione che maggiormente consuma energia. Probabilmente si riferiva a un dato pro capite, non certo a un valore assoluto, perché sappiamo tutti che il consumo energetico annuo in Sardegna è di 12.000 gigawatt all'ora, ed è evidente che non siamo ai primi posti nel consumo energetico nazionale. Però è pur vero - e lei, Presidente, questo lo ha giustamente sottolineato - che il nostro grande freno è dato dal costo lavoro e dall'incidenza che su di esso esercitano due grandi fattori: il consumo energetico e, naturalmente, la scarsità di risorse. Noi apprezziamo il fatto che con decisione finalmente si riparli di un confronto con lo Stato per rinegoziare le entrate, e quindi le risorse, delle quali la Sardegna ha assoluto bisogno, perché solo attraverso l'investimento di maggiori risorse possiamo risolvere e rimuovere il problema della carenza infrastrutturale e quindi conseguire l'obiettivo di abbassare il costo del lavoro, che ci penalizza enormemente. L'altro fattore, come dicevo, è il costo energetico, probabilmente il punto centrale di tutto questo dibattito e delle sue giuste richieste a nome dei sardi e della Sardegna. Se noi davvero paghiamo un costo dell'energia superiore del 50 per cento a quello praticato nelle altre regioni italiane è evidente che siamo in una condizione di totale discriminazione regionale. Mi domando se davvero oggi, anche in campo nazionale, si riapre il dibattito sul nucleare (l'abbiamo letto sulla stampa di oggi), se davvero si parla ancora di ingenti risorse che il Governo è capace di trovare per risolvere il problema dell'isolamento della Sicilia attraverso la costruzione del ponte di Messina, a maggior ragione noi dovremo continuare a rivendicare sia la scelta del no al nucleare, e in questi giorni necessariamente lo dobbiamo fare con ancora maggiore forza, sia quelle risorse che, per un fatto di equità, di giustizia e di perequazione anche alla nostra Regione debbono essere riconosciute per vincere quell'isolamento che sicuramente è una debolezza da un punto di vista economico, ma anche una forza, come lei stesso più volte ha affermato. E su questo tema noi vogliamo che ci sia, se ci permette, una chiarezza superiore, che non ci siano equivoci, che ancor prima di riscrivere il piano energetico regionale la Giunta e lei Presidente, in particolare, possiate dire al Consiglio: "Queste sono le coordinate entro le quali dobbiamo muoverci per fare scelte coraggiose e risolvere finalmente il problema del costo energetico.
Una sola è la strada obbligata: dobbiamo necessariamente fare in modo che il livello di dipendenza dalla fonte petrolifera, pari al 97,5 per cento, venga abbassato. Dobbiamo perciò avere due elementi, vale a dire una fonte energetica alternativa e naturalmente il metano, per poter abbassare subito questo trend del 30 per cento e non rinunciare, nella maniera più assoluta, ma per l'utilità che possiamo ricavarne, all'elettrodotto da 1.000 megawatt che potrebbe davvero stravolgere in maniera immediata e soprattutto strategica la produzione energetica in quest'Isola.
L'eolico, Presidente, non può essere visto attraverso dei dogmi. Noi dobbiamo avere il coraggio di difendere l'ambiente, questa è la condizione prioritaria, ma dobbiamo anche dire che lo sfruttamento eolico laddove è possibile e compatibile con la salvaguardia ambientale deve essere fatto, perché ci affranca da una dipendenza dalla quale altrimenti non riusciremo mai ad uscire.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Francesco Sanna. Ne ha facoltà.
SANNA FRANCESCO (La Margherita-D.L.). Poche parole per ricordare ai colleghi che il Presidente, la Giunta e tutte le forze politiche di buona volontà, chi con garbo istituzionale, chi con qualche libertà di più e di troppo (che pure è stata fatta rilevare da Gruppi della minoranza, ai quali va il mio personale plauso per essere rimasti nell'alveo degli accordi presi nell'ambito delle assemblee degli amministratori locali e degli incontri fra i consiglieri regionali che di questi temi si stanno occupando), al di là di certe cose che fanno parte, ahimè, più dello show business che del gioco politico, stanno discutendo una grande questione di politica industriale, che riguarda, direi, l'Europa più che l'Italia e la Sardegna. Ci si domanda, cioè, se alcune nostre produzioni, che hanno caratterizzato un certo modo di essere dell'Occidente europeo, debbano essere ancora allocate nel vecchio Continente (da qui il meccanismo di interlocuzione delle grandi imprese energivore, quelle che producono alluminio, zinco, acciaio, piombo, cioè quelle che producono le commodities,di cui si è occupata e si occuperà la grande industria nel mondo) o se dovremo assistere, in maniera totalmente supina, a una definitiva delocalizzazione in luoghi non dove l'energia costa meno, perché l'energia costa tanto anche in Cina o in altri paesi, ma dove c'è maggiore sussidio, dove ci sono più ostacoli al mercato, dove non ci sono norme ambientali, dove a nessuno interessa che tre o quattro punti di questo eccezionale PIL della Cina siano costituiti dai risparmi sulle tutele ambientali dei lavoratori e dei cittadini. Per tirare fuori il carbone negli ultimi anni in Cina, quel carbone che pure serve per produrre energia a basso costo, sono morti seimila minatori. In Sardegna - correggimi se sbaglio, Antonio - i morti in miniera sono ormai così rari che i loro nomi restano scolpiti non solo nelle nostre lapidi, ma anche nei nostri cuori e li ricordiamo a memoria. Lì, negli ultimi anni, sono morte seimila persone, seimila minatori per tirare fuori il carbone per produrre energia non pulita e a basso costo.
Nel momento in cui l'Europa e il Governo italiano decideranno che questo nostro modello di sviluppo non può essere semplicemente abbandonato, perché significherebbe non fare più ricerca, non fare più tecnologia, abbandonare, così come abbiamo abbandonato, l'industria informatica, l'industria tecnologica dell'aeronautica e l'industria automobilistica, e che alla scomparsa dell'Italia industriale e dell'Europa industriale si deve porre un freno, tutto ciò lo si dovrà fare attraverso politiche industriali. Va dunque il plauso alla Giunta regionale, che si è riunita a Palazzo Chigi, ahimè, davanti alla carenza madornale di politiche industriali in questi ultimi anni, testimoniata dall'assenza del Ministro delle attività produttive, a cui non interessa nulla né delle vertenze né della Sardegna, gli interessa un po' la competitività, ma quella non gliela fanno toccare, la riservano al Ministro dell'economia!
Alcune considerazioni sui casi locali. Ho sentito parlare ancora del cavo Sapei: siamo tutti d'accordo, questo maledetto cavo bisogna farlo, ma chi lo deve fare? Lo deve fare il GRTN, ossia il Gestore della rete di trasmissione nazionale, una società che si occupa appunto delle infrastrutture di rete, della rete energetica del nostro Paese, ed è posseduta al 100 per cento dal Ministero dell'economia, che nomina i suoi amministratori. Nel 2001 questi amministratori hanno scritto, nelle loro carte ufficiali, nei loro programmi, che bisognava assolutamente realizzare un nuovo cavo con la Sardegna, perché quello esistente è vecchio, ha quasi quarant'anni, non funziona e sta per crollare. Affermano la stessa cosa nel 2004, poi vengono in Sardegna e dicono che si farà nel 2008 o forse nel 2009. Signor Presidente, a questi bisogna far scucire i soldi che gli utenti italiani - io, lei, tutti noi, le grandi imprese - pagano per l'elettricità. I soldi ci sono, la rete di collegamento tra la Sardegna e il Continente devono farla subito, anche perché (questo lo dico a chi ci spiegava e magari dopo ci rispiegherà che questo cavo deve servire solo per l'esportazione) non più tardi di questa estate un operatore elettrico, in Sardegna, ha fatto un'autentica rapina, approfittando del blocco per manutenzione di alcuni grossi impianti di produzione energetica, e per tutti, utenti civili e grandi industrie, l'energia elettrica, in quei giorni, è costata mediamente più di 80 euro a megawatt. All'Alcoa, tanto per dire, costa 25 euro a megawatt. Quel cavo ha dovuto subire un arresto della esportazione e ha visto una immediata inversione della direzione del flusso energetico che portava energia in Sardegna per calmierare il mercato sardo. Quindi il cavo va fatto subito, per motivi infrastrutturali ma anche economici, perché è destinato, in un'ottica di mercato, a servire gli utenti dell'energia sarda, quindi noi ma anche le grandi industrie, secondo meccanismi che attengono al merito economico, cioè all'energia che, in un'economia libera di mercato, è più conveniente acquistare.
Vorrei fare un accenno al carbone, una risorsa importante nel momento in cui dobbiamo produrre energia a basso costo, e un accenno in particolare al carbone sardo. E' vero, oggi è possibile produrre energia da carbone in modo molto pulito: ci sono modalità per cui il problema dell'SO2è praticamente risolto, ci sono impianti in Sardegna che funzionano in questo modo e che sono sottoposti a uno dei migliori controlli ambientali nell'esperienza italiana. C'è una centrale dell'Enel che sarà avviata adesso ed è un bellissimo impianto che rappresenta lo stato dell'arte della tecnologia in Europa nel letto fluido circolante. C'è solo un altro impianto, in Europa, più grande di quello che abbiamo a Portovesme, ed è in costruzione in Romania. E poi c'è il carbone Sulcis, che nel 1994 è stato assimilato a una fonte rinnovabile, visto che sotto la crosta del Sulcis ce n'è una quantità immensa, già prospettata in oltre 500 milioni di tonnellate. Per consumarlo bisognerebbe far lavorare una miniera per cinquecento anni, uso questa periodizzazione cara al Presidente in questioni ambientali. Ecco perché il carbone è una fonte rinnovabile, tra 500 anni ce ne sarà ancora! E allora abbiamo anche il modo per consumarlo bene, un modo ambientalmente compatibile, ossia la gassificazione, che è il modo migliore per consumare quel tipo di carbone e per produrre con uno stato dell'arte tecnologico riconosciuto in tutto il mondo. Vorrei dire, anche per sfatare, come dire, l'esistenza dei vari partiti delle tecnologie, che la Sotacarbo, la quale propone invece per l'utilizzazione del carbone Sulcis un altro tipo di tecnologia, a pagina 5 dell'ultima versione dello studio di fattibilità da lei effettuato, quando fa le diverse valutazioni sulle tecnologie da utilizzare, dice: "Nonostante la migliore tecnologia di conversione energetica del carbone Sulcis, dal punto di vista tecnico-ambientale resti la gassificazione integrata con impianti di generazione elettrica a cicli combinati gas-vapore…", cioè praticamente la gassificazione. E noi dovremmo fare un'altra cosa perché c'è stato un imprenditore che ha fallito il suo progetto!
Presidente, io le chiedo di seguire in maniera estremamente coraggiosa, ma anche prudente, la strada di chi dice oggi: "Cambiamo il D.P.R., quello che incentiva questo tipo di consumo, per utilizzare altre tecnologie". Siccome pasticci con l'Unione Europea ne sono già stati fatti, prima di farne altri usiamo il passo della saggezza, il passo della verifica preventiva e cerchiamo di portare a casa tutti insieme gli obiettivi di cui abbiamo parlato: energia a basso costo, nuova infrastrutturazione, carbone Sulcis come fonte di energia rinnovabile.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere La Spisa. Ne ha facoltà.
LA SPISA (F.I.). Grazie, Presidente. Dunque dalla giornata di oggi possiamo trarre la conclusione, direi condivisa un po' da tutti - e questo è davvero positivo -, che l'incontro di ieri a Roma ha avuto un esito positivo. Io credo che si possa e si debba essere di fronte a questo fiduciosi, ma anche molto realisti. La positività degli incontri va in qualche modo letta, e anche dichiarata quindi, sempre considerando che i problemi, soprattutto in queste materie, sono in continua evoluzione. Io credo che sia stato un incontro sicuramente positivo per oggi, o almeno per ieri; perché sia positivo anche per il futuro naturalmente occorre stare nel percorso, camminando secondo la tabella di marcia e secondo gli impegni che le parti, pubbliche e private, che sono in gioco assumono.
Sicuramente, quindi, l'esito è positivo per il fatto che ci si è rincontrati e anche perché, obiettivamente, si è dimostrato che sui problemi dell'industria per la Sardegna e dell'energia c'è evidentemente una disponibilità da parte del Governo nazionale ad assecondare i passi che la progettualità del sistema sardo pone all'attenzione nazionale. Credo davvero che il significato sia questo. Ricordo che l'incontro di ieri ha verificato, di fatto, l'attuazione di due importanti accordi chiusi tra la Regione Sardegna e il Governo nazionale nel luglio e nel dicembre del 2003 sulla chimica e sull'energia. Due accordi, due intese, due protocolli molto importanti che sono sorti, così come l'incontro di ieri, non casualmente. Diciamocelo chiaramente, perché troppo spesso ci autoflagelliamo inutilmente: evidentemente sul problema della grave crisi industriale ed energetica la Sardegna ha una progettualità. In questi mesi, in questi anni, ha mostrato di voler andare concretamente a Roma, non semplicemente con il capello in mano e con l'atteggiamento da vittima, ma con una sufficiente capacità di proposta, che è nata da una condivisione di obiettivi, da un confronto nel nostro territorio tra istituzioni pubbliche, sindacato, imprese, che hanno costruito un'analisi accettabile e un insieme di proposte altrettanto accettabili.
Questo è un dato significativo: c'è una capacità progettuale. Questa capacità progettuale si trova di fronte a delle crisi di portata veramente straordinaria, ma non ripeterò alcuni aspetti di analisi complessiva che sono venuti fuori anche oggi. Sono d'accordo con le considerazioni fatte poc'anzi dal collega Sanna sul fatto che l'incidenza del costo energetico sulla nostra industria non appesantisce semplicemente i conti economici delle aziende, ma fa sì che la Sardegna così come l'Italia e l'Europa paghino nell'economia un alto prezzo al rispetto della dignità del lavoro e dell'ambiente. E d'altra parte su questo certamente nessuno vuole arretrare. E' andata bene dunque e stiamo camminando perché c'è una progettualità qui in Sardegna e c'è, però, anche una risposta del Governo, dello Stato quindi, che si dimostra presente sui problemi.
Io credo che sia necessario, utile e onesto riconoscere che il Governo ieri ha confermato gli impegni sottoscritti in luglio e dicembre 2003 e ha dimostrato, quindi, disponibilità ad adeguare i diversi strumenti già avviati sul problema energetico. Vorrei ricordare che i punti consistono, sinteticamente, innanzitutto nel fatto che le risorse finanziarie messe sul tavolo dell'Accordo di programma per la chimica ci sono. Signor Presidente, Assessore, scusate la polemica, molto limitata d'altra parte, in questo clima costruttivo che giustamente si sta creando, ma non era necessario che il viceministro Micciché dicesse che c'è un fondo indistinto dove sono allocati i fondi per la chimica, anche perché vale per lo Stato quel che vale per la Regione. Mi può spiegare l'Assessore della programmazione, che però non è presente, dove sono, nel bilancio regionale, i fondi per la chimica stanziati dalla Regione? Sono esattamente in un fondo indistinto, quello della programmazione negoziata! Allora siamo tutti contenti perché ieri ci hanno detto che è così? Forse occorre, su certe cose, non suscitare un allarme ingiustificato. I soldi c'erano e ci sono, a condizione che la progettualità da generica diventi concreta, cioè che si concretizzino le proposte dei contratti di programma e del contratto di localizzazione, e cioè di quattro contratti di programma, due a Ottana e due, se non ricordo male, ad Assemini. E poi siamo in attesa della progettualità per Porto Torres, mentre per Ottana è previsto un contratto di localizzazione, cioè un nuovo strumento di programmazione negoziata che dovrebbe funzionare per potenziare le filiere della chimica che ancora hanno possibilità di mercato. Direi che se la progettualità diventa concreta, cioè si arriva alla presentazione di proposte reali, valutabili positivamente dal Ministero, dal Governo e dal CIPE, in modo che si possano finanziare quei contratti, probabilmente si farà davvero un passo avanti. Quei soldi usciranno dai fondi indistinti sia dello Stato sia della Regione. Stato e Regione saranno costretti a impegnare le somme e poi a erogarle per fare davvero investimenti, e sottolineo investimenti, che vanno in due direzioni. Non dimentichiamoci mai che l'accordo della chimica è stato importante soprattutto perché guarda non solo al passato e non solo al futuro. E' stata una scelta razionale, si consolida quel che vale ancora oggi tenere in piedi, puntando su quelle filiere della chimica che hanno ancora mercato. Quel che è da chiudere è di fatto già chiuso. Nello stesso tempo l'accordo è importante, perché una parte degli investimenti, e quindi dei fondi della programmazione negoziata, deve essere destinata a investimenti innovativi, di reindustrializzazione. Non dobbiamo avere paura di questa parola. In certi casi, come in questo, occorre potenziare quel che è possibile, ma anche investire su qualche filiera che guardi al futuro. Io credo che questa sia davvero la strada giusta.
Oltre a questo, c'è il problema dell'energia. Qui veramente la questione diventa molto più delicata di quanto non sembri, perché noi abbiamo sempre puntato su due obiettivi di fondo: uno di breve-medio periodo, l'altro di medio-lungo periodo. Per il breve periodo occorrono tariffe agevolate di regimi speciali, e quindi il tentativo fatto l'anno scorso, con il DPCM del febbraio del 2004, di estendere, sostanzialmente, il regime speciale previsto per l'alluminio anche al piombo e allo zinco, andava in questa direzione. Certamente è stato fatto un DPCM che ha sostenuto una tesi che, di fatto, è stata poi contestata dal ricorso, credo, di qualche impresa concorrente a livello nazionale od europeo, non so bene, che ha contestato questo procedimento. Era una via scelta allora per prudenza. Se quella strada si è rivelata di difficile praticabilità, vista l'apertura della procedura di infrazione, ora credo che si siano individuati, nell'incontro di ieri e in tutto ciò che lo ha preceduto, anche gli elementi strategici e tattici: sicuramente difendere il DPCM e poi preparare un nuovo DPCM integrativo di quello appena contestato. Questo sistema di tariffe può andar bene, ma occorre davvero che venga garantita anche l'estensione alla chimica, altrimenti il sistema non si regge.
Io credo che la Giunta su questo debba veramente porre grande attenzione, perché soltanto in questo modo possiamo tenere davvero il sistema in equilibrio. Però io pongo un problema reale, concreto, di politica energetica, se cioè noi possiamo davvero chiedere tariffe agevolate. Lo possiamo fare solo se abbiamo nel futuro non troppo lontano una soluzione strategica, una soluzione cioè che permetta di dare alle nostre industrie energivore la possibilità di alimentarsi di energia a basso costo. Le strade sono due: quella dell'autoproduzione consorziata oppure no, si vedrà. A me fa piacere che il Presidente abbia detto: "La facciamo noi una centrale, la finanziamo noi". Poi ci spiegherà, durante la discussione della finanziaria, dove sono i soldi, però questa noi la prendiamo come una proposta del tutto condivisibile. Attenzione, però, che sul sistema energetico occorre tenere l'equilibrio, perché la nascita di una centrale determinando l'incremento della capacità produttiva, quindi dell'offerta, rischia di mandare fuori mercato alcuni produttori. Allora bisogna capire se è davvero necessario fare la centrale, come farla, e le perplessità accennate poco da Francesco Sanna sono sicuramente comprensibili. Si tratta di valutare il tipo di progetto industriale, da una parte o dall'altra, gassificazione sì, gassificazione no, nuovi sistemi, sicuramente, però, si deve chiedere l'estensione del D.P.R. del 1994 anche ad altri sistemi, perché questo comunque apre nuove strade. Nessuno poi ci vieta, eventualmente, di tornare sulla gassificazione se si riesce a trovare la quadratura del cerchio. E la quadratura del cerchio la si ottiene soltanto se si riesce a tenere in piedi la miniera della Carbosulcis, in modo tale che una parte del carbone possa davvero essere utilizzato sia per mantenere l'attività produttiva mineraria, sia per consentire, in un sistema equilibrato dell'offerta, la produzione di energia elettrica a basso costo.
E' un bel problema, non è un puzzle facile da comporre. Io credo che su questo sia fondamentale che il dibattito sia aperto e coinvolga tutte le forze politiche. Un contributo lo possono dare tutti a vari livelli.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il Presidente della Regione. Ne ha facoltà.
SORU (Progetto Sardegna), Presidente della Regione. Grazie mille, signor Presidente. Solo qualche minuto per ringraziare il Consiglio di questo dibattito sereno e costruttivo, che sicuramente agevola l'attività della Giunta e la stimola per il percorso futuro.
Alcune precisazioni mi sembrano utili. Noi oggi abbiamo parlato di un incontro che si è tenuto a Roma, preceduto a Cagliari, martedì scorso, da una dimostrazione dei lavoratori in viale Trento. Credo che debba essere dato atto che se non ci fosse stata quella manifestazione oggi questo dibattito sarebbe stato diverso. Senza quella manifestazione, senza l'accoglimento spontaneo del senso di quella manifestazione da parte della Giunta, di una vasta parte della società sarda e delle forze politiche non ci sarebbe stato un pronto interesse da parte del Governo nazionale, non ci sarebbe stato l'incontro che questa Giunta stava sollecitando da mesi e oggi non saremmo qui nemmeno a parlare delle promesse fatte ieri. Questo lo dico solamente perché dobbiamo comprendere quanto sia di peso l'unità del popolo sardo in questioni importantissime, che non verranno risolte da sole da un Governo benevolo, che peraltro non esiste. Esiste un governo giusto o può esistere se è costantemente motivato e se viene costantemente e con la massima forza richiamato alle proprie responsabilità. E la massima forza non è quella della Giunta, è quella dell'intera società sarda, così come si è visto con chiarezza in questi giorni.
Nel corso del dibattito è stato detto: "Non è emerso niente di nuovo". No, qualcosa di nuovo è emerso ieri: è emerso che il nuovo DPCM, come è stato richiamato anche pochi istanti fa, conterrà il vantaggio tariffario anche per l'importante settore dei cloroderivati, e quindi porterà a compimento quell'accordo Syndial-EVC, che è alla base del mantenimento di quello che resta e può rimanere in maniera duratura del grande polo chimico della Sardegna, tra Macchiareddu, Porto Torres e Ottana. Questo è un primo elemento che è emerso. E' emerso anche un sostegno convinto da parte della Presidenza del Consiglio alla realizzazione di una nuova centrale nel Sulcis. Era stata già prevista nel 1994, la si vuole ancora sostenere, eventualmente estendendo il sostegno ad altre tecnologie, al di fuori quindi della gassificazione. Estendere è cosa buona fin tanto che l'estensione non pregiudica la sopravvivenza di quello che abbiamo. Quindi sarà certamente nostra cura far sì che un eventuale nuovo DPCM riguardi solamente l'estensione e che per neanche un istante cancelli il DPCM esistente, che teniamo particolarmente a cuore, che sentiamo molto caro e vitale per il futuro dell'economia del Sulcis-Iglesiente e di quel ciclo virtuoso che è stato richiamato tra miniera di carbone, nuova centrale e industria energivora.
E' stata rilevata da più parti la necessità di essere prudenti nel fidarsi del Governo. Io capisco la prudenza, però tra le istituzioni ci deve essere fiducia e, come ho detto ieri al segretario Letta, io mi fido totalmente delle sue parole, perché sono le parole della Presidenza del Consiglio. Tra le istituzioni, attraverso i formali canali istituzionali, ci deve essere fiducia, altrimenti non vale nemmeno il tempo di andare fino a Roma se si tratta di non fidarsi delle cose dette, anche perché le cose dette diventano debiti e i debiti vanno onorati. E perché i debiti siano onorati occorre anche il contributo attivissimo, vigile, costante del creditore. Noi saremo pertanto creditori costanti, vigili, ossessivi e vorremmo esserlo insieme a tutti voi. Quindi ci fidiamo, fidandoci anche del nostro impegno di essere creditori attenti ai crediti maturati.
Nei prossimi mesi presenteremo in Consiglio la proposta di piano energetico regionale, che comprenderà molte delle cose che ci siamo detti oggi: sicuramente la necessità strategica della nuova centrale del Sulcis, un ruolo per l'eolico (peraltro è stato già realizzato parecchio in questo settore in Sardegna), un ruolo per le energie rinnovabili, quindi un ruolo anche per il carbone. Oltre a quello della nuova centrale, il carbone della Carbosulcis avrà un ruolo nella nuova centrale a letto fluido circolante, che entrerà in funzione nel prossimo aprile per quasi un terzo della produzione necessaria affinché la miniera vada a break-even. Il piano prevederà anche un ruolo importante per il gas di provenienza algerina. Noi pensiamo che quel gasdotto si farà e si farà in tempi brevi, e io ho anche la speranza di vederlo realizzato. Lo stiamo seguendo con attenzione e se per caso capiterà a me di inaugurarlo non ne avrò alcun merito. Si tratta di un processo che è iniziato con l'intesa istituzionale Stato-Regione del 1999, è proseguito con le Giunte che ci hanno preceduto e deve proseguire. Noi abbiamo solamente il compito di essere continuamente di stimolo a questo processo e di fare in modo che la comunità sarda non paghi per una cosa per cui non è necessario che paghi e anzi per una cosa di cui, dando la possibilità di attraversamento del proprio territorio, è semplicemente chiamata ad avvantaggiarsi. Forse è noto, lunedì la Giunta regionale, accompagnata da un gruppo nutrito di rappresentanti di imprese sarde, andrà in Algeria. Io incontrerò il Ministro dell'energia e l'amministratore delegato di Sonatrac, la società algerina che si occupa di energia, per puntualizzare anche i dettagli economici di realizzazione di questo gasdotto. Nel marzo prossimo (la data è già fissata) sarò a Milano per un incontro con la Comunità finanziaria internazionale per la presentazione del progetto da parte di Sonatrac.
Quindi sono molto ottimista rispetto a questo progetto, anche a seguito di una conversazione che ho avuto con l'Autorità garante per l'energia in Italia, anzi con tutti i suoi componenti, che mi hanno rafforzato nella convinzione della necessità di questo gasdotto, nella comprensione della sua importanza strategica a livello nazionale e del fatto che l'intero Paese investirà in questo progetto e quindi non sarà chiamata solo la Regione sarda a investire le proprie risorse, ma l'intero Paese, eventualmente anche attraverso il meccanismo della cassa conguagli.
Circa l'eolico, alcune cose sono state iniziate, molte sono state anche portate a compimento troppo presto. L'intera Giunta ed io rivendichiamo la necessità che persino lo spostamento di una lampadina in questa regione abbia una qualche ricaduta benefica sul problema energetico strutturale dell'industria energivora. Cioè, anche l'eolico, se deve essere giocato in Sardegna - e in parte è stato così - deve contribuire in qualche maniera alla soluzione del problema dell'industria energivora. E allora eventualmente l'autorizzazione per l'eolico doveva e deve essere data a chi si fa carico di una parte della soluzione di quel problema. Rimango assolutamente contrario a quel tipo di eolico che va esclusivamente a beneficio delle società proponenti e del comune (per un importo di 200 mila euro) che le ospita e sono assolutamente contrario a quella industria eolica che vede la Sardegna come la piattaforma eolica di tutta l'Italia, tanto da prevedere, sul nostro territorio, l'installazione dell'80 per cento delle pale eoliche dell'intero territorio nazionale. Un'industria eolica troppo vicina anche ad alcuni ambienti politici nazionali.
Quindi l'incontro di ieri è andato bene innanzitutto per i presupposti che l'hanno generato, è andato bene perché ci è stata fatta una promessa, ma soprattutto perché abbiamo ottenuto il mantenimento degli impegni. E' andato bene per quello che doveva essere, e cioè un impegno a rivedersi a breve anche su altri temi sui quali ho cercato di richiamare l'attenzione del Consiglio anche oggi. Non sono i temi di questa Giunta, sono i temi della Regione sarda, dove è importante che nelle prossime settimane, nei prossimi mesi si coaguli un consenso forte, solidissimo. Il tema delle entrate non può essere solo il tema della Giunta, è il tema del popolo sardo. Tra qualche settimana inizieremo a discutere la legge finanziaria, una finanziaria che è stata definita di tagli, severissima, e che comunque ha un disavanzo di quasi 550 mila euro, chiaramente non sostenibile negli anni a venire. Per eliminare quel disavanzo o si tagliano le spese e si riduce ancora il peso delle risorse regionali nell'economia sarda oppure si aumentano le entrate, non ci sono altre strade. E' chiaro che la società sarda non potrà sopportare tagli di risorse a cui non è stata abituata negli ultimi anni. E' necessario aumentare il livello delle entrate, soprattutto quando un livello maggiore di entrate è stato garantito ormai da molti anni a regioni simili alla nostra. Con che faccia parliamo ai nostri cittadini quando la Sardegna riceve circa i tre decimi del suo gettito IVA, mentre la Sicilia e il Friuli, per esempio, percepiscono rispettivamente i dieci decimi e i sette decimi del proprio gettito IVA? Come lo possiamo spiegare ai nostri cittadini? E come possiamo spiegare loro che non è vero che noi abbiamo i sette decimi dell'IRPEF, perché pian piano questi sette decimi si sono ridotti a meno di tre decimi? Abbiamo bisogno di uno Stato che ascolti, che parli, che si confronti, che abbia la pazienza di fare il suo lavoro di governo, che prevede anche di essere controparte della Regione sarda in quell'attività di governo che ha diversi ruoli con pari dignità e pari importanza.
Sul tema delle entrate credo che sia importante che il Consiglio trovi il modo di discutere, di approfondire e di mostrare una coesione totale della società sarda per chiedere, con estrema fermezza e precisione, quello che altre Regioni a statuto speciale hanno già avuto, e che è la condizione imprescindibile per il futuro della nostra regione fin dai prossimi anni. Grazie ancora per il dibattito di oggi.
PRESIDENTE. Grazie, Presidente. La seduta si conclude a questo punto, il Consiglio sarà riconvocato a domicilio.
La seduta è tolta alle ore 20 e 51.
[s1]( pronuncia "pic", potrebbe essere Peak Oil?)
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