Seduta n.313 del 26/04/2007
CCCXIII Seduta
(Antimeridiana)
Giovedì 26 aprile 2007
Presidenza del Presidente Spissu
INDICE
La seduta è aperta alle ore 11 e 27.
e 27.
PRESIDENTE. Comunico che i consiglieri regionali Mario Bruno, Roberto Capelli, Mario Diana e Gerolamo Licandro hanno chiesto congedo per la seduta antimeridiana di giovedì 26 aprile 2007.
Poiché non vi sono opposizioni i congedi si intendono accordati.
PRESIDENTE. Colleghi e amministratori, questa è la seconda occasione di incontro fra il Consiglio regionale e il Consiglio delle autonomie in attuazione dell'articolo 10 della legge regionale numero 1 del 2005, istitutiva appunto del Consiglio delle autonomie locali. Io penso che a distanza di circa un anno e mezzo dalla istituzione e dal funzionamento del Consiglio delle autonomie, rispetto allo scorso anno, siamo in condizione, avendo qualche elemento in più di valutazione sullo stato del sistema delle autonomie, di rendere questa nostra riunione meno diplomatica e di affrontare alcune questioni in una relazione corretta tra gli organismi, il Consiglio regionale e il Consiglio degli autonomie, chiamati ad una piena e leale collaborazione, al pieno esercizio nelle rispettive responsabilità del principio di equiordinazione previsto dal Titolo V della Costituzione.
Questa legislatura si conferma (più volte è stato affermato, io stesso l'ho sottolineato aprendo questa legislatura, e lo scorso anno nel primo incontro con il Consiglio delle autonomie), come una legislatura costituente, una legislatura impegnata ad apportare modifiche sostanziali nel funzionamento della Regione e del sistema degli enti locali; di conseguenza siamo in una fase di transizione. E' chiaro che queste leggi di riforma, una volta che vengono approvate dal Consiglio regionale, devono essere applicate e verificate. Per questo motivo occorre spingere in avanti quei processi collaborativi e partecipativi che sono l'elemento essenziale del confronto e del buon funzionamento delle leggi di riforma che stiamo mettendo in campo.
Dopo l'incontro dello scorso anno il processo riformatore è proseguito; il Consiglio regionale, come voi sapete, ha approvato la legge numero 12 del 2 agosto 2005che detta "Norme per le unioni dei comuni e delle comunità montane. Ambiti adeguati per l'esercizio di funzioni. Misure di sostegno per i piccoli comuni". E' stata approvata nel giugno del 2006, la legge numero 9 per il"Conferimento di funzioni e compiti agli enti locali"; è stata approvata la legge statutaria che è ancora in itinere, nel senso che può essere ancora sottoposta a referendum. Sono state approvate leggi su materie fondamentali della vita della Regione e degli enti locali che hanno attivato un sostanzioso processo che nelle prossime settimane si completerà con ulteriori passi in avanti previsti dalla finanziaria, che da questa sera sarà in Aula.
E' un ulteriore passo avanti, secondo me, la costituzione del Fondo unico con criteri di riparto dei trasferimenti per i comuni e per le province senza destinazione e senza finalizzazione; così è il rinvio, contenuto sempre nella finanziaria che inizierà la discussione oggi, ad un disegno di legge organico che modifichi il sistema dei trasferimenti finanziari e istituisca l'attribuzione di una quota di compartecipazione ai tributi erariali. Nella finanziaria si dice infatti che entro sei mesi una Commissione di studio mista, partecipata anche dagli enti locali, dovrà predisporre un testo che definisca questa forma nuova, necessaria e assolutamente innovativa nella direzione della corretta applicazione del Titolo V, di una compartecipazione ai tributi erariali degli enti locali.
Ci sono ulteriori testi di legge che saranno discussi subito dopo la finanziaria che riguardano la nuova organizzazione della Regione; cito tra tutti la riforma dei consorzi di bonifica, la riforma dei consorzi industriali. Quindi un poderoso sistema di riorganizzazione della legislazione, del ruolo e delle funzioni della Regione, delle province e dei comuni nella linea di uno spostamento di funzioni e di risorse verso comuni e province e della piena responsabilità e della sussidiarietà dell'esercizio di queste funzioni. Lo scopo che sta alla base di tutto questo impianto legislativo è quello di semplificare la pubblica amministrazione, è quello di renderla più efficiente, di renderla più prossima ai cittadini, di accelerare i processi di rappresentanza e di risoluzione dei problemi.
L'impianto generale di queste importanti novità è stato fortemente voluto dalla maggioranza, in attuazione del programma di Governo; ma, per serietà e per correttezza, devo dire che ha avuto il contributo decisivo ed intelligente dell'opposizione in quest'Aula che ha consentito modifiche, integrazioni e miglioramenti importanti di tutte queste leggi che ho citato nel corso della loro discussione. Ora, come accade in tutte le fasi di cambiamento e in tutte le fasi di innovazione profonda dal punto di vista legislativo, si scontano ovviamente difficoltà, preoccupazioni, resistenze, problematiche che magari si erano sottovalutate; ed è per questo utile e necessario dedicare cura e attenzione anche all'attuazione di quanto abbiamo già fatto, monitorando i problemi e verificando la disponibilità delle risorse, quelle materiali ma anche quelle umane che costituiscono una componente essenziale per la buona riuscita di un processo riformatore.
Io penso che dobbiamo insistere, anche se questo è un esercizio faticoso e che richiede tempo, nell'affermare e nel confermare l'esigenza di più confronto fra le istanze istituzionali che noi rappresentiamo, di più partecipazione, di più codecisione, di coinvolgimento nelle scelte complesse ed importanti che facciamo. La codecisione è un elemento essenziale nell'affermazione dei principi contenuti nel Titolo V, la codecisione significa assunzione piena di responsabilità, non significa una gerarchia che esiste tra i diversi livelli istituzionali, significa invece la possibilità di partecipare e di condividere, di decidere insieme la direzione che stiamo imprimendo alle nostre istituzioni in un processo di circolarità della partecipazione nella decisione e poi nell'attuazione delle leggi che il Consiglio regionale conclusivamente vara.
La codecisione è il contrario della chiusura localistica, è il contrario dell'autarchia di ciascuna istituzione; dobbiamo mettere insieme un processo virtuoso in cui la diversa responsabilità della rappresentanza e della amministrazione per la comunità di livelli diversi territoriali porta a definire criteri appunto di migliore, di più puntuale partecipazione e di circolarità nelle decisioni. Secondo me si può fare di più e meglio in questa direzione, penso che vada colto in questo senso il richiamo che il Consiglio delle autonomie ha rivolto nelle settimane scorse al Consiglio regionale per un rapporto più corretto, più puntuale, che sia anche rispettoso dei processi di approfondimento che dentro il Consiglio delle autonomie si devono svolgere. Io penso che questo richiamo sia giusto e condivisibile, così come penso che il Consiglio regionale debba riflettere quando ad esso viene mossa l'accusa di una sorta di autoreferenzialità che sembra essere poco rispettosa del Consiglio delle autonomie.
Io penso che non sia questa l'intenzione del Consiglio regionale e tuttavia, se ci viene fatto notare che questa può essere la lettura che viene data dal Consiglio delle autonomie e dai livelli istituzionali con i quali ci confrontiamo, è evidentemente un problema che noi dobbiamo affrontare per fare meglio, per rendere questo confronto e questa relazione più puntuale e più pregnante, anche, qualora fosse necessario, modificando la legge istitutiva del Consiglio delle autonomie nei passaggi nei quali eventualmente si richiedesse una precisazione maggiore e migliore delle funzioni, dei ruoli e delle modalità e dei tempi attraverso i quali il rapporto tra il Consiglio delle autonomie e il Consiglio regionale si deve sviluppare.
Tutte le osservazioni, anche quelle critiche che io ho richiamato e che sono state oggetto di un dispositivo del Consiglio delle autonomie, hanno però un senso se evitano di diventare una separazione, una divisione e un allontanamento del rapporto virtuoso tra il Consiglio delle autonomie e il Consiglio regionale ma servono invece a migliorare la qualità del nostro confronto riconoscendoci come protagonisti di una medesima vicenda politica e istituzionale, come soggetti impegnati allo stesso modo per migliorare la qualità della rappresentanza e le risposte che dobbiamo dare alla comunità sarda.
In definitiva io credo che siamo impegnati in un profondo e radicale cambiamento del funzionamento delle nostre istituzioni, che contemporaneamente significa essere impegnati in un profondo e radicale cambiamento della società e della comunità sarda.
Io penso che dobbiamo confermare la consapevolezza che gli obiettivi sono comuni e che la piena e totale assunzione di responsabilità nell'esercizio dei rispettivi ruoli sia l'elemento sostanziale e fondamentale per rendere la equiordinazione, prevista dal Titolo V, effettiva pur nell'esercizio, lo ripeto, di competenze che sono distinte, che incidono in ambiti territoriali diversi e che, nondimeno, devono essere ricondotte ad un comune fare, a un comune sentire, ad una comune volontà di risoluzione dei problemi della comunità sarda.
Comunico che i nostri lavori proseguiranno con l'intervento del Presidente del Consiglio delle autonomie locali, cui seguirà il dibattito con gli interventi dei consiglieri regionali e dei componenti del Consiglio delle autonomie locali in successione alternata. I consiglieri regionali interverranno uno per Gruppo, i loro interventi non potranno superare i dieci minuti, e questo vale anche per i componenti del Consiglio delle autonomie. Il Gruppo misto avrà a disposizione invece venti minuti da suddividere tra le componenti politiche di maggioranza e di minoranza. La Giunta interverrà conclusivamente.
Ha facoltà di parlare il Presidente del Consiglio delle autonomie locali.
MILIA, Presidente del Consiglio delle autonomie locali. Onorevole Presidente del Consiglio, onorevole Presidente della Giunta regionale, onorevoli consigliere e consiglieri, signore e signori della Giunta, colleghe e colleghi del Consiglio delle autonomie, devo dire che come Consiglio delle autonomie abbiamo discusso e riflettuto molto tra di noi sul tipo di impostazione da attribuire a questa riunione congiunta tra Consiglio delle autonomie e Consiglio regionale. Naturalmente questa riflessione ci ha consentito anche di ragionare sul lavoro da noi svolto in questo anno e mezzo. Perché se è bene, è giusto, è inevitabile pensare al livello di rapporto che siamo riusciti a costruire con l'Assemblea legislativa sarda, è bene anche ragionare su come noi ci siamo comportati, abbiamo scelto di comportarci in quest'anno e mezzo.
Io ho ascoltato con molta attenzione l'intervento del Presidente del Consiglio regionale, che, tra l'altro (credo sia mio dovere), ringrazio anche per il livello di disponibilità che ha garantito, insieme ai suoi uffici, all'attività del Consiglio delle autonomie locali. Devo dire che nel suo intervento vi è una serie di considerazioni che fanno parte anche della discussione che il Consiglio delle autonomie locali ha tenuto al suo interno prima di questa riunione congiunta. Noi, in quest'anno e mezzo, abbiamo scelto di operare in base ad un profilo istituzionale al quale ci siamo scrupolosamente attenuti, abbiamo anzitutto operato non conoscendo nella nostra attività una dialettica politica tra maggioranza e minoranza, nel senso che non vi è mai stato un solo voto del Consiglio delle autonomie locali che non conoscesse l'unanimità. E abbiamo anche scelto un profilo culturale di rapporto con il Consiglio regionale che era chiaramente, volutamente vincolato ad un'interpretazione rigorosa della legge.
In poche parole il ragionamento che noi abbiamo fatto è stato che non possiamo diventare un qualcosa di indistinto che rappresenta, in maniera indistinta, il sistema delle autonomie locali, ma dobbiamo attenerci al nostro ruolo di soggetto che collabora e opera insieme al Consiglio regionale. Mi sarete voi tutti testimoni, consigliere e consiglieri, che in quest'anno e mezzo mai il Consiglio delle autonomie locali ha assunto, anche sui temi in discussione, delle posizioni pubbliche che potessero, diciamo, vedere lo stesso Consiglio delle autonomie locali sostituirsi a soggetti politici che già operano (ANCI, UPS altre associazioni), naturalmente col piglio, col profilo, con l'identità quasi di parti sociali, perlomeno se si pensa alle interlocuzioni e al dialogo che spesso nella elaborazione legislativa, e anche in altri atti di governo, la Regione nel suo complesso avvia con la società sarda.
Noi ci siamo sottratti a queste tentazioni; e ci siamo sottratti anche ad un'altra tentazione: fare in modo che l'interlocuzione e il lavoro con il Consiglio regionale sfuggisse ad un dialogo fitto di costruzione di percorsi che, probabilmente, sarebbero sfuggiti al profilo istituzionale che il Consiglio delle autonomie deve avere. Abbiamo cioè scelto un percorso che affermava la nostra autonomia istituzionale. Si tratta di capire, oggi (è quello che ancora ci stiamo chiedendo, ma credo che ci sia un percorso comune da fare nei prossimi mesi, nei prossimi anni), se abbiamo fatto bene a compiere quella scelta. Dico questo perché in presenza, come dire, di un'impostazione così ben definita e rigorista nel rispetto nei confronti della legge istitutiva del Consiglio delle autonomie locali, noi abbiamo registrato dei punti di sofferenza e di difficoltà nel rapporto con il Consiglio regionale. Punti che possono essere riassunti in uno solo: in un anno e mezzo neanche uno dei pareri da noi espressi è stato accolto; e questo ci può anche stare, però è mancata qualunque motivazione del non accoglimento.
Crediamo che da questo punto di vista tra l'impostazione che noi, ma devo dire anche la Presidenza del Consiglio regionale, abbiamo cercato di dare e il rapporto politico culturale, quello concreto, vero, c'è un dislivello; c'è qualcosa che evidentemente ci deve portare a riflettere. Può essere la politica a risolvere questo problema, può essere una modifica delle norme a risolvere questo problema? Io penso che siano un po' tutti e due, ma questo problema ce lo dobbiamo porre. E diceva, molto bene, il presidente Spissu nel fare riferimento al nuovo Titolo V. Badate, al di là di tutte le vicende, di tutti gli atti conseguenti, che ancora mancano, al nuovo Titolo V della Costituzione, vi è un problema: noi dobbiamo avere la consapevolezza che, se nel nostro Parlamento si riaprirà una discussione su questo punto, Regioni e sistema delle autonomie locali non sarebbero nelle condizioni di ottenere gli stessi buoni risultati che ottennero con l'ultima modifica del Titolo V della Costituzione.
Da qui, per riprendere le parole del Presidente, la necessità di dialogare, di avere momenti intensi di coesione, la necessità, con una parola ormai abusata, di "fare sistema". Così come, per esempio, nazionalmente abbiamo fatto nei confronti del Governo centrale, l'abbiamo fatto in diverse sedi, in momenti che toccavano pesantemente la programmazione economica e finanziaria del nostro Paese. Siamo stati noi, province e comuni, anche con le nostre organizzazioni nazionali e con chi di noi ha partecipato a quei tavoli governativi, a sostenere, per esempio, la richiesta delle Regioni, a seguito del quadro di programmazione, di partecipare alla fase di monitoraggio, di controllo, di verifica, di modifica. Noi chiediamo che le Regioni (non parlo solo alla Regione sarda e al Consiglio regionale della Sardegna), facciano altrettanto nei confronti del sistema delle autonomie locali. Così creiamo, come dire, un rapporto virtuoso dove la sussidiarietà ha un peso, un suo valore e una sua utilità, ma dove anche la prossimità, la capacità di creare un sistema che prevede che le scelte si prendano il più vicino possibile ai cittadini, diventa un valore ed uno strumento.
Io credo che da questo punto di vista noi dobbiamo davvero avviare una discussione; avremo dei passaggi importanti noi, come sistema delle autonomie locali, avrà dei passaggi importanti in questi ultimi due anni di legislatura il Consiglio regionale. Io credo che dovremo davvero, per riprendere le parole del Presidente, assumere la necessità di questo sforzo, di questa fatica, come un qualcosa di utile, di utile non a noi, non al sistema politico, di utile alla nostra terra, la Sardegna, e al popolo sardo.
Vedete, il rapporto col sistema delle autonomie locali della Regione (e qui introduco l'elemento anche di una verifica dell'adeguatezza del nostro quadro normativo) vive su due pilastri: la Conferenza Regione-autonomie locali che, devo dire, ben funziona perché ha anche uno strumento che rafforza quel luogo di decisione, di confronto, di dialogo: lo strumento dell'intesa. Vi è una serie di provvedimenti, di iniziative che non possono essere assunte senza l'intesa col sistema delle autonomie locali. Noi dobbiamo porci, però, anche il problema della partecipazione del sistema delle autonomie locali al processo legislativo.
Allora, perché non verificare, per esempio, la possibilità, ben sapendo che qui l'elemento politico però è preponderante, di ragionare in termini di intesa anche sui processi legislativi, come fa, per intenderci, il Consiglio provinciale della Provincia di Trento, che opera con le funzioni di Consiglio regionale in quel territorio; si procede a lavorare su livelli di intesa che poi diventano politicamente rappresentativi e vincolanti nel processo legislativo, e questo significa che quelle materie e quegli argomenti vengono anche per quanto è possibile, naturalmente, sottratti al, come dire, contendere delle Aule; quanti provvedimenti, quante iniziative vivono intorno al contendere dialettico di un'Aula? Il processo dell'intesa, invece, sottrae o aiuta a sottrarre, per quanto è possibile, anche quei provvedimenti, quello sforzo, quella fatica al contendere delle Aule.
Da parte nostra vi è e continua ad esserci grande disponibilità. Noi non pensiamo di doverci pentire di avere scelto un profilo, un modo di agire che è fermamente e rigorosamente rispettoso della legge. Chiediamo che anche il Consiglio regionale sia, da questo punto di vista, e politicamente soprattutto, rispettoso di quella ispirazione che ha retto l'approvazione, nel gennaio del 2005, della legge istitutiva del Consiglio delle autonomie locali.
Mi rendo conto che qui parlo più di politica che non di prassi, è evidente che questo sforzo però serve. Da parte nostra vi è piena disponibilità, vi è attenzione, vi è condivisione. Quando sentiamo parlare della volontà di procedere all'elaborazione di un testo unico per le leggi che ormai iniziano ad essere tante, troppe, che regolano la vita, l'esistenza del sistema delle autonomie locali, noi siamo d'accordo; crediamo che sia giunta l'ora, in tempi anche rapidi, per giungere a questa elaborazione. Siamo disposti anche a ragionare - lo dico con estrema serenità - a collaborare, a condividere percorsi riformatori che semplifichino la nostra vita politica e istituzionale. Siamo anche disponibili, perché condividiamo, per esempio, quanto è contenuto nella finanziaria nazionale, a dare il nostro contributo, perché anche noi ci rendiamo conto che esso è necessario per affrontare, per esempio, un problema che mette in crisi, spesso, il rapporto tra politica e società civile: penso alla questione dei costi della politica. Siamo assolutamente disponibili da questo punto di vista, anche rimuovendo, laddove è necessario, norme di ineleggibilità e di incompatibilità, che non fanno altro che moltiplicare i posti e aumentare i costi della politica.
Siamo disponibili a tutto questo, abbiamo piena consapevolezza che noi per primi, rifuggendo da quelle tentazioni localistiche, dobbiamo dare il nostro contributo. Ma, attenzione, però, rifuggire dalle tentazioni localistiche non significa rifuggire da un ragionamento, da una presa di coscienza, soprattutto nella nostra Isola, perchè dall'esercizio delle funzioni del Governo, della risoluzione dei problemi nei luoghi, parte la capacità della politica di dare una risposta ai cittadini che per questo ci hanno delegato.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Cuccu Franco Ignazio. Ne ha facoltà.
CUCCU FRANCO IGNAZIO (U.D.C.). Presidente, nel salutarla, nel salutare la Giunta e i rappresentanti del sistema delle autonomie e i colleghi, prendo la parola su questo argomento per fare alcune brevissime considerazioni. Mi riferisco, intanto, all'ordine del giorno adottato dal sistema delle autonomie che, in maniera molto garbata, ma molto decisa e molto ferma, richiama il Consiglio regionale e i suoi rappresentanti al rispetto delle regole, in un rapporto che il Titolo V della Costituzione ha da tempo modificato, richiamando, in buona sostanza, il Parlamento dei sardi ad un rapporto paritario col sistema delle autonomie, ad una sensibilità e ad un'attenzione sui problemi che vengono segnalati dal sistema delle autonomie che lamenta la mancata opportunità di un confronto unificato con la Commissione terza, che si è occupata di esaminare e discutere ed approntare per la Aula la legge finanziaria e tutti i suoi allegati.
Il presidente Milia, nel suo intervento, ha fatto, ancora una volta garbatamente, un malinconico accenno alla quantità di proposte presentate, o comunque evidenziate, sottolineando che nemmeno una era stata accolta. Purtroppo, presidente Milia, questa è la stessa situazione che ha vissuto il Consiglio regionale - e non parlo della minoranza, parlo del Consiglio regionale - un po' perché, evidentemente, il cammino della finanziaria è partito tardi, un po' perché, di conseguenza, il confronto nel merito dei problemi con le rappresentanze e gli interessi legittimi organizzati della comunità sarda, con le parti politiche, con le organizzazioni datoriali e con gli operatori economici, con le autonomie locali, è partito tardi, è partito male e doveva comunque mantenersi in un ambito di rapporto che non andasse ad incidere significativamente sul corpo del disegno di legge, così come era stato presentato. Vedremo se, nel corso del dibattito che comincerà stasera, si potrà giungere a significative modificazioni. La parte politica che io rappresento farà di tutto perché si possa dare una risposta a quelle istanze che sono state sollevate dal vostro sistema delle autonomie e da tutte le rappresentanze organizzate dalla comunità sarda.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il Presidente della Provincia di Nuoro, Deriu. Ne ha facoltà.
DERIU, Presidente della Provincia di Nuoro. Presidente, la ringrazio a nome delle province sarde come membro di questo Consiglio delle autonomie locali. Intervengo nel merito del nostro dibattito, udite le relazioni dei nostri Presidenti, per sottolineare soltanto tre aspetti, che io ritengo principali, nella vicenda della relazione esistente tra le istituzioni in Sardegna.
Io non parlo di sistema dell'autonomia riferendomi ai comuni e alle province distinguendole dalla Regione; la nostra autonomia, costruendo un assetto con otto province, ha scelto di articolarsi in un ordine istituzionale nel quale la Regione, le province e i comuni inizino a dar vita ad un modello originale, ad un modello nuovo, dentro il disegno costituzionale della equiordinazione, che è una parola che diciamo sempre un po' sottovoce, una parola che fa da sfondo, rispetto alla quale non tutti siamo convinti, ma che, soprattutto, non informa, diciamo così, la pratica amministrativa e ancora non è alla base dei comportamenti istituzionali.
Dicevo che intendevo sottolineare tre aspetti fondamentali. Uno riguarda le risorse; uno riguarda l'amministrazione, il funzionamento effettivo, la prassi; uno riguarda la relazione tra i poteri e quindi anche tra le elite politiche di questa Regione. Il primo punto è stato affrontato da questa Giunta regionale, da questo Consiglio regionale in modo deciso; io di questo vorrei dare atto alla politica regionale, perché arrivare ad accettare, finalmente, il principio che l'autonomia si sostanzia con l'esercizio di una programmazione libera, con risorse non vincolate, non destinate da altra autorità ad uno scopo, ma interpretata sul livello locale, sui bisogni locali, è una delle battaglie che l'autonomia vince grazie all'impegno di questa Giunta e grazie all'attività legislativa del Consiglio, nel momento in cui la finanziaria in approvazione vuole aumentare le risorse a beneficio degli enti locali per dare sostanza a questi poteri.
Non bisogna, lo dico rispetto alla nostra opinione, non bisogna cedere alla tentazione di instaurare nuovamente un rapporto invece di direzione politica e di programmazione così stretta da negare l'autonomia. Dire che bisogna perseguire tutti insieme, come sistema di autonomia regionale, degli obiettivi politici va bene, diverso è dire: dovete spendere in questo modo i soldi. Quei soldi devono essere spesi dall'autonomia alla quale sono affidati, che è controllata direttamente da chi l'ha espressa e che non ha bisogno di altro tipo di indirizzo se non quello che liberamente si forma nelle sue Assemblee; e questo perché l'autonomia, o esce da questo stato di minorità nella quale la si vuole costringere, oppure è destinata sempre ad essere monca o zoppa.
Il problema dell'amministrazione; noi subiamo una condizione della quale il Consiglio regionale in primo luogo, la Giunta regionale, devono essere sempre più consapevoli. Subiamo il problema di una burocrazia regionale che non è oggi in grado di soddisfare le necessità del sistema. C'è una lentezza eccessiva nella spesa, c'è un'approssimazione eccessiva nella formulazione dei provvedimenti, è assolutamente carente una prassi di leale collaborazione tra le amministrazioni. In questo noi dobbiamo ulteriormente affinare la legislazione, dobbiamo, se è possibile, questo è uno degli intendimenti del Governo regionale, noi sosteniamo, arrivare a stabilire un unico corpo di funzionari pubblici dell'autonomia, arrivare a definire la necessità per l'intero comparto amministrativo regionale di servire le politiche a vantaggio del popolo. Diversamente ogni tentativo che fa questo Consiglio di innovare la legislazione, ogni tentativo che fa questo Governo di amministrare bene la Regione e di svolgere in concreto le politiche, viene frustrato dall'incomprensione e dall'incomunicabilità che, a volte, esiste tra i vari segmenti dell'amministrazione.
Terzo punto problematico, terzo grande ambito tematico è la relazione tra le elite politiche e i poteri. Ho detto che il termine equiordinazione viene detto sottovoce; la squisita ospitalità del Presidente ci ha oggi collocato in prima fila e, idealmente, questa è una rappresentazione della situazione. I comuni e le province, il Consiglio regionale, la Regione stentano a trovare un passo unitario perché ancora non è chiaro quale debba essere il rapporto tra chi fa le leggi e coloro ai quali è affidata la cura dell'interesse pubblico comunale, dell'interesse pubblico dell'area vasta. Questa condizione di transizione ancora incerta, della quale ha parlato il presidente Spissu nella sua relazione, deve essere superata con una decisa iniziativa legislativa che ci ponga innanzitutto in un quadro di riferimento chiaro. Se vogliamo affermare e mettere in pratica il principio dell'equiordinazione, occorre che in un atto fondamentale dell'autonomia, e quindi nella revisione dello Statuto, si compia definitivamente una scelta che ponga sullo stesso piano livelli di governo che sono livelli di responsabilità e di cura, di interessi ugualmente pubblici ma diversi, non soltanto per ampiezza della circoscrizione territoriale alla quale si riferiscono, ma veramente per qualità. Diversi sono i compiti dei comuni, diversa è la loro funzione, diversa è quella delle province, e diversa deve essere l'azione della Regione.
Se queste tre grandi aree tematiche verranno esplorate, e su di esse verrà condotta un'approfondita analisi e poi assunte delle decisioni anche di carattere legislativo, allora noi potremo dire veramente di aver affrontato una battaglia per l'autonomia e di aver portato l'autonomia della Sardegna ad un livello di modernità tale da consentire a questa Regione di affrontarne compiutamente le tematiche.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Pinna. Ne ha facoltà.
PINNA (Progetto Sardegna). Signor Presidente e signori rappresentanti del Consiglio delle autonomie locali, Credo che questo incontro, previsto dalla legge numero 1/05, sia un incontro importante non rituale, che si tiene a distanza di un anno dal precedente (come è previsto per legge), un incontro interessante perché il Consiglio regionale non si presenta con le mani vuote.
E' vero, allora avevamo approvato la legge istitutiva del Consiglio delle autonomie locali, la numero 1/05, avevamo appena approvato, nell'agosto del 2005, anche la legge numero 12. Però, subito dopo, il Consiglio approvò una legge molto attesa, importante, con la quale si recepivano finalmente i decreti Bassanini del '98, la legge numero 9, con la quale non solo abbiamo dato attuazione al trasferimento di competenze dallo Stato alla Regione e dalla Regione alle province ma, soprattutto nei primi dodici articoli, abbiamo in qualche modo introdotto (ricordo che il presidente Deriu lo chiese con forza, quando parlava della necessità di disporre finalmente di una legge che e prefigurasse il nuovo ordinamento degli enti locali) degli elementi di principio estremamente significativi, che dicono esattamente che cosa deve fare la Regione, che cosa devono fare le province, che cosa devono fare i comuni.
Devo dire che già con la finanziaria dello scorso anno, ma ancora di più con la finanziaria del 2007, la "9", pur in mezzo a tante difficoltà, incominciò a muovere seriamente i propri passi. Non solo, ma noi abbiamo approvato l'anno scorso altre due leggi importanti; la legge numero 12 con la quale abbiamo istituito l'AREA, e la legge numero 14 con la quale abbiamo introdotto le norme in materia di beni culturali, dove i principi fondamentali della "9", cioè l'effettivo coinvolgimento del sistema delle autonomie locali, trovano attuazione. Il coinvolgimento avviene tanto nella fase ascendente, cioè nella fase in cui si determinano (nel caso della "12" si parlò del fabbisogno dell'edilizia residenziale abitativa) si quantificano, si censiscono i problemi, si fanno in qualche modo le prime grandi scelte, e noi l'abbiamo stabilito per legge; giustamente il presidente Milia poi ha fatto riferimento alla Conferenza Regione-enti locali per dire che anche nella fase discendente abbiamo previsto che laddove si tratta di programmare e distribuire delle risorse il coinvolgimento del sistema degli enti locali sia una realtà.
Devo dire che anche la finanziaria di quest'anno, che noi inizieremo a discutere a partire da questo pomeriggio, va nella direzione di una maggiore attenzione al sistema delle autonomie locali perché non si può negare, comunque, che in questi due anni e mezzo di attività il tentativo di rafforzare quanto più possibile quella che l'Unione Europea definisce, appunto, la democrazia di prossimità, è stato al centro dell'attenzione del Consiglio.
Certo, ci sono problemi, è un sistema che stenta ancora a vivere naturalmente le relazioni da esso in qualche modo previste; mi rendo conto che il Consiglio delle autonomie locali molto spesso è quasi soverchiato dalle richieste che arrivano da un Consiglio regionale che non poteva che promuovere un'attività di riforma, però credo che da questo punto di vista abbiamo fatto molta strada. Ci sono da affinare alcune cose; è stato fatto un riferimento, per esempio, alla difficoltà rappresentata dal sistema burocratico. Ricordo che nella "9" noi abbiamo introdotto il principio per cui dovremo arrivare al comparto unico regionale, l'idea che deve esistere cioè un'unica pubblica amministrazione. Certo che ci sono problemi, certo che ci sono difficoltà, credo che il progetto di legge che è già all'esame della prima Commissione e che ripensa non solamente la "1" ma anche la "31", quindi affronta il problema della organizzazione dell'intero sistema regionale, sia un testo importante che va nel senso della richiesta che voi formulate e che questo Consiglio assunse come impegno quando disse che perchè la Regione funzionasse bene era necessaria questa forte alleanza tra gli organi della Regione e il sistema della pubblica amministrazione.
Credo che la cosa più importante - e questo lo dico forse pensando anche alla mia personale esperienza come Presidente della prima Commissione -è che alcune leggi fondamentali, e in modo particolare penso alla "1" e alla "9", stiano diventando una sorta di vademecum di ogni singola Commissione del Consiglio regionale, stiano in qualche modo penetrando fortemente l'attività dell'intero Consiglio regionale che, quando legifera, non può dimenticare che esiste un rapporto strettissimo, strutturato (voi avete fatto giustamente riferimento agli articoli 114 e 118 della Costituzione, i due articoli fondamentali che ridisegnano il Titolo V); però, partendo proprio dal dettato costituzionale, l'idea secondo la quale vi sono funzioni distinte poste in capo alla Regione, alle province ai comuni e anche alle Unioni dei comuni, è un'idea che sta naturalmente passando. Penso, per esempio, alla legge numero23, approvata nel 2005, con la quale si istituirono i servizi per la persona, in quell'occasione si introdusse il PLUS che è una forma di codecisione, di coamministrazione locale che sta dando frutti, ma penso anche alla "10" con la quale si diede vita a una rivisitazione della legge con la quale si definiva il sistema sanitario.
Ho quindi l'impressione che, al di là - come ha detto Roberto Deriu - della squisita ospitalità offerta oggi dal Presidente del Consiglio, giustamente e doverosamente, l'intero sistema normativo di questa Regione stia, gradualmente, non solamente dando ospitalità ma riconoscendo l'importanza strategica della alleanza di tutto il sistema complessivo dell'autogoverno.
Certo, ci sono anche altri problemi; credo che noi abbiamo il dovere quanto prima, per esempio, di approvare anche una nuova legge urbanistica, perché in materia di paesaggio e di urbanistica il rapporto tra i livelli, da quello statale a quello regionale, a quello locale (se vogliamo proprio applicare il "118" che parla sì di sussidiarietà, ma anche di adeguatezza e di differenziazione), ha bisogno di essere definito ulteriormente. Non ci nascondiamo di fronte alle difficoltà, sappiamo che il dialogo col sistema degli enti locali va approfondito. Crediamo, però, di presentarci in questo momento con un pacchetto di lavoro che dice l'attenzione, la sensibilità e l'operosità del Consiglio regionale nei confronti del sistema dell'autogoverno locale.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il Sindaco del Comune di Carbonia, Cherchi. Ne ha facoltà.
CHERCHI, Sindaco del Comune di Carbonia. Signor Presidente, onorevoli consiglieri, signor Presidente della Regione sarda, signori della Giunta, colleghi del Consiglio delle autonomie, intervengo naturalmente nella mia veste di componente del Consiglio delle autonomie, pur sottolineando che l'Associazione degli enti locali, l'ANCI, che rappresento, sostiene il ruolo istituzionale del Consiglio delle autonomie. Cioè non siamo altra cosa rispetto all'obiettivo di rafforzare il processo partecipativo e il ruolo da protagonista del sistema delle autonomie locali.
Ora, dalla relazione introduttiva del Presidente del Consiglio e del Presidente del Consiglio delle autonomie, si evince che il cuore della questione oggi al nostro esame è costituito dalla partecipazione del sistema delle autonomie al processo legislativo. Questione cruciale in relazione e in conseguenza della riforma del Titolo V e della riorganizzazione della Repubblica Italiana, del suo modo di essere, sulla base del principio federalistico. E' proprio in relazione a questo che risalta la necessità di ampie riforme che determinino non solo le condizioni politiche, ma anche quei presidi istituzionali di partecipazione del sistema delle autonomie territoriali al processo legislativo.
La riforma è monca, è facile prevedere che sul piano generale già si pone, e si affermerà sempre di più, la necessità di una differenziazione del bicameralismo perfetto con la costituzione della Camera delle Regioni e delle autonomie territoriali; e, a livello delle Regioni, l'esigenza inderogabile del rafforzamento del Consiglio delle autonomie locali al processo legislativo si pone qui e altrove. Il Presidente del Consiglio delle autonomie ha rappresentato una situazione nella quale c'è, da un lato, necessità di rafforzare l'indirizzo politico a presidio dei processi partecipativi, dall'altro lato però quello di garantire il funzionamento dei meccanismi istituzionali che appunto consentono sempre la partecipazione.
Il problema che ha posto il Consiglio delle autonomie, per non edulcorare le parole, riguarda non tanto o non esclusivamente il fatto che i pareri trasmessi al Consiglio regionale non abbiano prodotto variazioni, accoglimento del merito, quanto il fatto che questi pareri non hanno avuto un'incidenza effettiva nel processo legislativo. Ne conseguono due questioni; la prima è che c'è necessità di rivedere i meccanismi del funzionamento istituzionale in modo tale che in un modo o nell'altro (la tecnica la si può naturalmente discutere, il Presidente del Consiglio delle autonomie ha fatto degli esempi al riguardo), l'Aula si pronunci sempre sulle proposte, si pronunci anche bocciando ma espressamente, assumendosi quindi la responsabilità rispetto alla Regione sarda e alla sua popolazione.
In relazione a questo problema la legge statutaria è stata un'occasione persa perché la legge statutaria poteva introdurre dei presidi a garanzia appunto della obbligatorietà dell'esame delle proposte del Consiglio delle autonomie in relazione al processo legislativo. All'orizzonte si pone la questione nell'ambito dello Statuto di autonomia, nella nostra legge fondamentale, del come invece proprio con garanzie di rango costituzionale il sistema delle autonomie partecipa al processo legislativo.
La seconda considerazione riguarda l'uso della specialità della nostra autonomia nel rapporto con le autonomie territoriali. Io penso che la specialità debba delineare sempre una situazione più avanzata nei rapporti istituzionali una volta che si riconosce che il governo va riorganizzato sulla base dei principi tipici del federalismo, e per brevità di tempo mi fermo qui. Credo che, lo dico subito, siamo entrati in una stagione nella quale la leva della specialità sia usata per delineare rapporti più avanzati, concretamente avremo a breve delle verifiche. Le norme contenute nella legge finanziaria delineano la immediata operatività dei pilastri del federalismo fiscale interno, cioè producono fatti di riforma importanti; e la norma programmatica su un codice sardo delle autonomie, quello che viene chiamato il testo unico, ma che in realtà può essere un vero e proprio codice sardo delle autonomie, costituisce ancora un altro banco di prova per delineare un ordinamento istituzionale che sia coerente con i principi che tutti condividiamo.
C'è un'attenzione che è un caveat,. come si dice, un qualcosa che dobbiamo tenere presente. La specialità spesso ha messo il sistema delle autonomie locali sarde all'inseguimento delle autonomie locali delle Regioni ordinarie, questo è un punto di riflessione importante, estremamente importante perché così è capitato, ricordo, per l'abolizione della gerarchia e dei controlli gerarchici. La stessa legge numero 9 arriva molti anni dopo l'applicazione della Bassanini nei comuni o per il sistema delle autonomie locali delle Regioni a statuto ordinario. Il punto al riguardo, a mio avviso, è il seguente: bisogna che le disposizioni più favorevoli emanate dal Parlamento della Repubblica in relazione agli enti locali siano sempre e immediatamente operative anche nelle Regioni a statuto speciale, ad evitare appunto che la specialità possa tradursi in una riduzione della funzione.
Esemplifico. Il Parlamento della Repubblica si appresta ad esaminare il regime finanziario tra Stato e autonomia locale con l'obiettivo dell'attuazione dell'articolo 119, cioè il federalismo fiscale. Allo stato quel disegno di legge riguarda i soli comuni delle Regioni di diritto ordinario, poiché i trasferimenti dallo Stato verso i comuni, anche dei comuni della Regione come la nostra, sono trasferimenti rilevanti, è bene che quel regime finanziario (sicuramente più favorevole dal punto di vista strutturale) che sarà previsto per il sistema delle autonomie delle Regioni di diritto ordinario sia immediatamente operativo anche per le autonomie locali della nostra Regione in modo tale che, agendo da una parte mediante la riforma che viene promossa dallo Stato e dall'altro lato attraverso la riforma che viene prodotta dalla Regione, si realizzi effettivamente con il concorso delle due riforme una situazione molto più avanzata.
Questi punti vorrei porre all'attenzione del Consiglio regionale muovendo però sempre da quell'intento costruttivo di cooperazione leale che deve contraddistinguere le nostre istituzioni. Questa ispirazione alla cooperazione è l'essenza del documento che al riguardo il Consiglio delle autonomie ha prodotto. Infatti c'è la constatazione che l'esperienza del passato ci pone problemi da risolvere, ma sempre all'interno di un principio di leale cooperazione che è assunto come principio base dal nostro Consiglio delle autonomie.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Artizzu. Ne ha facoltà.
ARTIZZU (A.N.). Signor Presidente, signor Presidente della Regione, signori del Consiglio delle autonomie locali, colleghe e colleghi, in questa seduta congiunta, particolarmente importante, tra il Consiglio regionale e il Consiglio delle autonomie locali, credo debbano essere esaminati alcuni aspetti rilevanti che già sono stati individuati nella relazione introduttiva del Presidente del Consiglio regionale. In particolare, quello relativo ad una stagione riformistica che la Regione sarda starebbe vivendo; questa è nata e doveva nascere appunto come la stagione delle riforme, come la stagione nella quale sarebbe stato ridisegnato l'assetto istituzionale della Regione e, di conseguenza, l'assetto dei rapporti tra la Regione e le autonomie locali.
Una stagione riformistica della quale abbiamo ascoltato i buoni propositi, della quale abbiamo assistito ai primi tentativi di realizzazione, della quale non abbiamo visto una concreta, credibile e positiva realizzazione. Anzi, abbiamo visto, a nostro avviso, naufragare alcuni aspetti importanti, alcuni lavori importanti, alcune voci importanti, ad iniziare da quella della riscrittura dello Statuto, che erano state inizialmente poste sul tappeto in avvio di legislatura e che avevano trovato anche, almeno negli intenti, un'ampia convergenza delle varie componenti politiche che sono presenti in Consiglio.
Questa spinta riformistica, signor Presidente, alla quale lei faceva riferimento, non solo nei rapporti interni della Regione, non solo nei rapporti tra il Consiglio regionale e la Giunta, il Presidente della Regione e la Giunta, ma anche la Regione e gli enti locali, questa stagione di riforme l'abbiamo vista iniziare e l'abbiamo vista morire nel corso di questa legislatura. E difficilmente il tempo che rimane, di qui e fino alla fine della legislatura, ne vedrà una credibile, concreta, positiva realizzazione. Temiamo invece, anzi, che sia destinata, questa stagione riformistica alla quale lei faceva riferimento, a rimanere una delle tante occasioni mancate, uno dei tanti sogni rimasti nel cassetto, una delle tante enunciazioni di buona volontà mai realizzate.
Non vediamo dunque una spinta riformistica all'interno della Regione sarda, non vediamo una spinta riformistica che possa migliorare la macchina della Regione, che possa rendere la Regione una macchina più moderna, più attenta, più rispondente alle esigenze attuali della Sardegna. E, signori del Consiglio delle autonomie locali, non vediamo una spinta riformistica diretta verso un potenziamento e verso una maggiore valorizzazione della dignità e del ruolo delle autonomie locali che voi rappresentate. Anzi, abbiamo serie preoccupazioni in proposito. Abbiamo serie preoccupazioni che riguardano il futuro del ruolo delle autonomie locali; l'autonomia reale, politica, amministrativa, economica delle autonomie locali, la reale capacità, quindi, operativa delle autonomie locali stesse.
Abbiamo visto alcuni episodi, signor Presidente, in cui effettivamente all'atto pratico, al di là delle enunciazioni di principio che sono sempre tutte buone, tutte positive, l'autonomia degli enti locali è stata mortificata. Ad iniziare dalle scelte in campo urbanistico e paesaggistico, per le quali la Giunta regionale ha adottato un sistema di lavoro che non solo non ha incentivato e valorizzato il dialogo con le autonomie locali, ma lo ha anzi mortificato. Lo ha del tutto eliminato, privando le autonomie locali di una delle competenze più importanti, più fondamentali del proprio ruolo che è quello della programmazione territoriale e ambientale dei territori, su cui le autonomie locali stesse hanno competenze. E, perfino (così possiamo giungere anche al tema più attuale, che è quello della legge finanziaria)nella terza legge finanziaria di questa amministrazione vediamo mortificato questo ruolo, e vediamo dei concreti pericoli per l'autonomia degli enti locali. Ad iniziare dalla già citata individuazione di fondi senza vincolo di destinazione, che sono nella realtà largamente inferiori a quanto viene affermato e scritto, sono largamente inferiori, e la cui contropartita a danno e a carico delle autonomie locali ancora non è chiara e non è stata chiarita. Rischia di essere un'operazione di facciata che, a fronte di esigui finanziamenti, ripeto, ben inferiori a quelli che vengono posti nella lettera della legge finanziaria, richiederà un sacrificio ulteriore che gli enti locali dovranno fatalmente far ricadere sui cittadini che amministrano.
Questo fatto rappresenta, ancora una volta, non quella valorizzazione del ruolo degli enti locali, e men che meno quella parietarietà di ruolo tra amministrazione regionale e amministrazioni locali, ma rappresenta un ennesimo conato di un centralismo esasperato, che più volte in quest'Aula abbiamo richiamato, abbiamo denunciato, ma ancor più volte, fuori da quest'Aula, gli stessi rappresentanti delle autonomie locali hanno additato come un pericolo reale e concreto per l'autonomia degli enti che rappresentano. Un assetto centralistico che non fa bene alle autonomie locali, non fa bene alle istituzioni locali, e non fa bene alle popolazioni che voi rappresentate e amministrate.
Questa finanziaria arriva ancora una volta in gravissimo ritardo, sul limite dello scioglimento del Consiglio regionale, sul limite che non si sa ancora se sarà varcato o se non sarà varcato dello scioglimento del Consiglio regionale. Arriva in gravissimo ritardo per precise, gravi colpe della Giunta regionale, che ha di fatto paralizzato ogni iniziativa e ogni strumento di sviluppo della Sardegna, non solo nel predisporre e nel portare in Consiglio regionale in gravissimo ritardo la legge finanziaria, ma con i contenuti della legge finanziaria che cancellano le principali leggi di incentivazione. Gli strumenti legislativi di incentivazione più importanti dei quali la Sardegna può disporre sono, in questa finanziaria, totalmente ignorati. E le imprese rimarranno ferme, e lo sviluppo rimarrà paralizzato ancora per quest'anno a venire in Sardegna. Perché di queste leggi di incentivazione non è stata prevista neanche la copertura finanziaria.
Tutto questo accade, signor Presidente, mentre da un lato, dal punto di vista istituzionale, ripeto, per i ritardi della Giunta regionale, siamo sull'orlo dello scioglimento del Consiglio regionale che, ormai, appare a molti sardi come una soluzione tutt'altro che drammatica, anzi, forse positiva, e anche a molti di noi, me compreso; e mentre dall'altro lato, cioè fuori dai "palazzi" della politica, la nostra Isola vive una situazione di gravissimo disagio sociale ed economico. I dati relativi all'occupazione sono noti a tutti e tracciano un quadro tutt'altro che rassicurante che voi, signori e signore rappresentanti delle autonomie locali, conoscete molto bene perché con esso vi confrontate tutti i giorni; un quadro che parla di una disoccupazione in aumento e di una povertà che in Sardegna ha raggiunto livelli mai toccati prima: 340.000 sardi vivono al di sotto della soglia di povertà fissata dai parametri dell'Istat, dell'INPS, da parametri certi, purtroppo non soggetti e non suscettibili di interpretazioni politiche, non suscettibili di strumentalizzazioni politiche. Parlano i numeri, i numeri tracciano un quadro attuale in cui la Regione è paralizzata, in cui si muovono solo alcuni gangli dell'amministrazione e altri vengono dimenticati e fatti morire. E dall'altra parte una situazione sociale drammatica come mai prima d'ora.
Questo è il quadro in cui il Consiglio delle autonomie locali ha votato un ordine del giorno che è degno del massimo rispetto e della massima attenzione e al quale assicuriamo una grande attenzione in quelli che dovranno essere i rapporti futuri tra il Consiglio regionale e il Consiglio delle autonomie locali che, in questo quadro sociale ed economico, assume, a mio avviso, un ruolo ancora più importante di quello fissato nelle leggi e sulla carta.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il Sindaco del Comune di Bortigiadas, Deiana.
DEIANA, Sindaco del Comune di Bortigiadas. Presidente Spissu, presidente Soru, signori della Giunta, onorevoli consiglieri e colleghi del Consiglio delle autonomie locali, la prima parte del mio intervento riguarda la funzione di relatore presso il Consiglio delle autonomie, sulla legge finanziaria 2007, mentre la seconda parte riguarda la visione che ha un sindaco di un piccolo comune delle sorti di questa Regione.
Il Consiglio delle autonomie locali della Sardegna ha espresso un parere positivo sulla manovra di bilancio, sulla legge finanziaria 2007, i motivi sono noti a tutti voi. Innanzitutto anche con la finanziaria 2007 si prosegue nella positiva azione di risanamento del bilancio della Regione; solo con un bilancio in equilibrio, infatti, si possono programmare politiche adeguate alle sfide imposte dalla società post-moderna e dalla globalizzazione. La fine positiva della annosa vertenza sulle entrate fiscali ha dato certezza per il futuro, ma da sola non basta a risolvere i problemi, occorre programmare e spendere le risorse comunitarie 2007-2013 in maniera più partecipata e condivisa, nell'individuazione degli obiettivi e delle strategie complessive.
L'esempio dell'intesa firmata per lo sviluppo del nord-ovest della Sardegna è quello da seguire, ed è anche ora di affermare che il sistema dei bandi è un sistema che fa acqua da tutte le parti, un sistema che agevola solo ed esclusivamente chi ha già la possibilità di crescere per proprio conto. Solo con le intese istituzionali fra territorio e Regione si può deviare da una strada sbagliata e consentire a tutti, indistintamente, di crescere. In tal senso anche la presentazione del programma operativo di sviluppo 2007-2013 andrebbe maggiormente condiviso dalla Regione col sistema degli enti locali. E' la politica che deve tornare a mediare affinché le grandi disuguaglianze che esistono in Sardegna si riducano e si annullino.
Il sistema degli enti locali ha accolto positivamente le disposizioni contenute nella finanziaria 2007 che riguardano più direttamente province e comuni. Il Consiglio delle autonomie locali ritiene, infatti, strategici all'interno del disegno di legge: la costituzione del Fondo unico per gli enti locali, una più equa ripartizione delle risorse a favore dei piccoli comuni, l'aumento delle risorse, l'eliminazione del vincolo di destinazione e la determinazione dell'entità dei trasferimenti, a partire dal 2008, in funzione delle entrate tributarie regionali. Con quest'ultimo provvedimento l'etica della responsabilità diventa elemento imprescindibile di ogni rapporto istituzionale tra Regione, provincia e comune; in questo contesto si ritiene fondamentale la futura discussione, concertata con gli enti locali, di un testo unico sull'ordinamento delle autonomie locali. Lo diciamo sin da ora, in questa discussione non saremo semplici spettatori.
Il Consiglio delle autonomie, a fronte degli aspetti positivi, di merito sulla legge finanziaria 2007, non può non rilevare in questa sede ciò che vi abbiamo segnalato con un ordine del giorno, col quale abbiamo espresso profondo disagio, politico e istituzionale, nei confronti del Consiglio regionale. La vicenda della mancata audizione presso la Commissione terza è solo l'ultimo atto che vede il Consiglio regionale insensibile ad un corretto rapporto con le autonomie locali e con la loro rappresentanza istituzionale. Noi riteniamo anche le questioni di metodo e di rispetto istituzionale elementi qualificanti di ogni percorso legislativo.
Veniamo ora alla seconda parte del mio discorso, quello che mi sta più a cuore. In Sardegna, gli interventi di questi decenni hanno assunto specificità uniche. Come evidenziano tutte le più autorevoli ricerche socio-economiche esistono vari tipi di Sardegna: le aree urbane, le aree costiere, le aree interne e le aree insulari; qui è presente il Sindaco di La Maddalena che potrà parlarvene approfonditamente. Nelle aree urbane, dove vive la maggioranza della popolazione sarda, si annidano oltre a grandi opportunità, anche sacche sempre crescenti di povertà, di disagio, di emarginazione; il lavoro, la casa, il sistema di protezione sociale sono le priorità. Nelle aree costiere, dalla seconda metà degli anni '60, è nato uno sviluppo edilizio legato al turismo che ha consentito a quelle popolazioni di crescere in maniera esponenziale. Si è confuso il cemento con il turismo e oggi se ne pagano le conseguenze, si sono create comunità sfilacciate senza identità né cultura.
Nelle aree interne, invece, salvo qualche rara eccezione, si assiste a un lento quanto inesorabile fenomeno di desertificazione umana, paesi di anziani, senza futuro, con i pochi giovani che cercano fortuna altrove inaugurando una nuova stagione di emigrazione. Mi soffermerò su quest'ultimo punto, quello che riguarda i paesi delle aree interne. Nel programma regionale di sviluppo, che ho letto tutto per bene, c'è un paragrafetto di dieci righe che riguarda i piccoli comuni. Presidente Soru, capisco che è una sintesi di una strategia più complessa, ma è un po' poco quello che c'è scritto.
Oggi, in Sardegna, e non sono certo io a dirlo ma è la realtà che si è assunta l'onere di dimostrarlo, c'è un'emergenza che riguarda i piccoli paesi che rischiano di scomparire; lei, Presidente, la Giunta, il Consiglio regionale, dovete assumere questa emergenza come prioritaria. Tutti noi, insieme, dobbiamo stabilire fin da oggi che la salvezza dei piccoli comuni è una priorità. Per troppo tempo le classi dirigenti di questa Regione hanno inseguito il mito dello sviluppo, della crescita del Pil. In Sardegna c'è stato uno sviluppo insano, malato, zoppo, uno sviluppo che ha premiato pochi e danneggiato molti, uno sviluppo senz'anima. I piccoli comuni sono contro lo sviluppo, i piccoli comuni sono per il progresso.
Pierpaolo Pasolini diceva che sviluppo e progresso sono due cose non soltanto diverse ma addirittura opposte e inconciliabili. Lo sviluppo vuole la produzione smaniosa di beni superflui, mentre in realtà coloro che vogliono il progresso vogliono la creazione di beni necessari. Il progresso deve essere per forza di cose armonico, solidale, partecipativo e redistributivo. L'immagine che assilla tutti gli amministratori dei piccoli comuni è quella dei villaggi messicani, con gli uomini in sombrero che fanno la siesta nell'ora della "mamma del sole". I piccoli comuni si stanno imponendo di reagire: finché avremo forza rimarremo nei nostri luoghi per coltivare quella che per ora pare solo una speranza. Se non saremo stupidamente miopi da ignorare i mutamenti giganteschi del nostro mondo, potremo trasformare l'utopia di una Sardegna più giusta in realtà concreta.
A chi mi dice che questi sono discorsi utopistici però rispondo con le parole, e concludo, di uno scrittore sudamericano, Eduardo Galeano, che diceva: "L'utopia sta all'orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l'orizzonte s'allontana di dieci passi. Per quanto cammini non la raggiungerò mai". A cosa serve dunque l'utopia? Serve a questo: a camminare". Camminiamo dunque tutti uniti senza lasciarci nessuno dietro.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliare Francesco Sanna. Ne ha facoltà.
SANNA FRANCESCO (La Margherita-D.L.). Signori rappresentanti del Consiglio delle autonomie locali, signor Presidente della Regione, colleghi consiglieri e signor Presidente del Consiglio, alcune brevissime riflessioni su punti già toccati da chi è intervenuto prima di me e una sola, finale, che spero possa provocare la riflessione di coloro che sono qui stamattina. Si è detto: legislatura di riforma, legislatura di riforma del sistema dell'autonomia, autonomia regionale e autonomie locali. Questo Consiglio, l'organo legislativo della Regione, è stato fortemente impegnato nei primi due anni e mezzo della sua esperienza, ma credo sia arrivato il momento di riuscire a fare, con una parte delle sue energie, il proseguo del cammino riformista e dall'altra parte cominciare a svolgere un ruolo di verifica di partecipazione all'attuazione e di controllo di quanto indicato nella legislazione di riforma.
Mi riferisco certamente a quella che riguarda il sistema delle autonomie locali, l'aggregazione e la definizione degli ambiti ottimali, il nuovo sistema delle province, la finanza della Regione in relazione a quella delle autonomie locali, e quindi la finanza delle autonomie locali. E' arrivato il momento, il giro di boa, il passaggio di legislatura in cui dobbiamo, molto laicamente, guardare al contenuto di quelle riforme e alla loro capacità di innovare e di rispondere nel concreto, non solo come leggi manifesto, a quanto abbiamo voluto prevedere; in una logica direi di equiordinazione ad alta voce. Lo voglio dire così perché è giusto che, se uno dei tratti fondamentali della specialità e dell'autonomia sarda è quello di considerare (lo dice il documento dei Presidenti delle Regioni e dei Consigli regionali), la relazione speciale tra la Regione e le autonomie locali, questa equiordinazione si dispieghi con fatti istituzionali concreti.
Credo, per esempio, che l'integrazione degli apparati amministrativi - che vede come molla e come propulsione fondamentale la legge numero 9 nella sua prima applicazione - debba essere associata, come iniziamo a fare con questa legge finanziaria, con una norma, con una disciplina sul comparto unico; quindi, non solo risorse ma anche la disciplina, nel concreto e nel dettaglio, di che cosa è la pubblica amministrazione regionale e delle autonomie locali, nella distinzione rispetto al potere politico ma nella precisazione dei doveri. Io credo infatti che dobbiamo evitare - come alcuni hanno detto - il cortocircuito tra una politica che indica obiettivi e una pubblica amministrazione che non li sa realizzare, perché questo sarebbe il massimo della disattenzione, se lasciassimo correre, che la politica, il legislatore ma anche la politica delle autonomie locali, potrebbero compiere. E sarebbe peggio di un misfatto, sarebbe un gravissimo errore.
Non voglio evitare il tema, ma lo tratto molto brevemente, sui rapporti di non perfetta considerazione come sono stati denunciati qui dal Presidente del Consiglio delle autonomie e dal documento del Consiglio delle autonomie al Consiglio regionale in occasione dell'approvazione nella terza Commissione della legge finanziaria.
Io credo che a questo tema dovremmo porre attenzione ma anche indicare da subito dei rimedi. Il Consiglio regionale - lo voglio dire per l'esperienza diretta in prima Commissione - rispetto a qualsiasi parere del Consiglio delle autonomie non ha disatteso una discussione e non ha evitato di farsi attraversare, di interloquire e di discutere con gli strumenti della politica e del diritto da quanto veniva in essi sostenuto. E' certo che per il modo che abbiamo noi di legiferare (non esiste la motivazione di una legge; so che alcune Regioni la stanno introducendo nella pubblicazione) di questo dibattito non rimarrà nulla, e forse sarebbe il caso di consentire che la discussione e la presa di posizione sul parere del Consiglio delle autonomie avvenisse, non sulla base di un documento cartaceo esaminato da una Commissione, ma attraverso una esposizione diretta dei rappresentanti del Consiglio delle autonomie, quanto meno nell'ambito delle Commissioni consiliari.
Io credo che la mancata introduzione nella legge statutaria del richiamo della legge a fronte di un parere disatteso del Consiglio delle autonomie - questo è quanto abbiamo sostenuto - sia dipesa semplicemente per il limite della legge statutaria a prevedere questa sorta di bicameralismo, di navetta parlamentare, nel caso limitato ai settori, alla disciplina delle autonomie locali; ma sicuramente, quando tratteremo lo Statuto, potremo, dovremmo a mio avviso, trovare una forma idonea per questo tipo di interlocuzione istituzionale; sapendo, amici e colleghi del Consiglio delle autonomie, che più poteri al Consiglio delle autonomie verranno dati (qui, nella legge statutaria, è stato inserito un potere di indicare alla Giunta regionale la possibilità di contestare davanti alla Corte costituzionale leggi lesive del diritto delle autonomie locali), più si porrà il tema di una legittimazione magari un pochino più ampia del Consiglio delle autonomie: non solo Consiglio dei sindaci e dei presidenti delle province ma, direi, con una platea più allargata, dei consigli provinciali e dei consigli comunali.
Per finire, è vero dobbiamo reagire, da Regione consapevole della sua impostazione autonomistica, ad alcune accelerazioni, per esempio, sul codice delle autonomie locali e la carta delle autonomie locali contenute nel disegno di legge del Governo Prodi; dobbiamo anche però dire, orgogliosamente, che alcuni principi contenuti in quel disegno di legge sono stati anticipati dalla legislazione sarda. Penso alla considerazione dei piccoli comuni come presidi importanti della identità civica ma, al tempo stesso, alla segnalazione del dovere in capo ad essi di esercitare le funzioni in forma associata; o ancora, al primo tentativo di applicazione del principio di sussidiarietà, con la legge numero 12, non di mero trasferimento delle funzioni da parte della Regione in capo ai comuni.
Il testo unico delle autonomie sarde, a mio avviso, dovrà anche toccare un capitolo che attiene al sistema elettorale delle autonomie della Sardegna, per cui non potrà essere realizzato se non con la massima collaborazione e integrazione dello stesso Consiglio delle autonomie, affinché non possa darsi oggi una sorta di vacatio di rappresentanza, penso alle province più grandi, intere zone territoriali, per il meccanismo un po' casuale con il quale il sistema uninominale e proporzionale interviene; oppure i sindaci di comuni di poco al di sotto dei 15.000 abitanti eletti a minoranza, quindi con un voto in più rispetto alle tante liste.
Sono temi che toccano il cuore della democrazia e delle autonomie della Sardegna; e io credo che li sapremo affrontare veramente entro l'estate con un articolato, se non con una proposta di legge; un articolato di idee che ci metterà non alla pari ma davanti al processo riformatore che è partito per iniziativa del Governo nazionale.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il Sindaco del Comune di Sassari, Ganau. Ne ha facoltà.
GANAU, Sindaco del Comune di Sassari. Signori Presidenti, onorevoli consiglieri, colleghi del Consiglio delle autonomie, ci troviamo per il secondo incontro annuale e quindi siamo in un momento di bilanci sull'attività di un anno e mezzo del Consiglio delle autonomie e di discussione su quei temi che poi sono alla base dell'esistenza stessa del Consiglio delle autonomie, i temi della sussidiarietà e della democrazia ampia e partecipata.
Io credo che qualcosa si sia fatto e che qualche occasione si sia persa. E' stata fatta una legge statutaria, da questo Consiglio, che ha definito meglio i rapporti tra la Presidenza, la Giunta e il Consiglio regionale e che ha relegato però il ruolo degli enti locali all'attività del Consiglio delle autonomie. Io credo che in quella occasione - concordo con quanto ha detto Tore Cherchi - si sia persa un'occasione per dare un ruolo pieno al Consiglio delle autonomie, perché oggi il ruolo che esso svolge è fortemente limitato. E' stato ripetuto più volte che i pareri, di fatto, non sono mai stati presi in considerazione negli atti del Consiglio, ma non solo, noi abbiamo ricevuto delle risposte che spesso sono stringate, per così dire, e poco soddisfacenti rispetto a quello che proviamo a proporre.
Io credo che per vivere questo tipo di attività, da amministratori, occorra essere ottimisti, come hanno sottolineato e come ci fanno ben sperare anche gli interventi del Presidente del Consiglio regionale e del Presidente del Consiglio delle autonomie che, pur con grande delicatezza, ha riportato le posizioni presenti all'interno del Consiglio delle autonomie. Io credo però che le cose debbano cambiare perché così - parliamoci chiaro -il ruolo all'interno del Consiglio viene svolto da tutti noi, che abbiamo già impegni importanti nell'amministrazione dei comuni e delle province, semplicemente in maniera frustrante e con una insoddisfazione chiarissima.
Io credo che sia necessario avere il coraggio di delegare delle funzioni e dare ruolo alle autonomie locali; di fatto, se queste funzioni non vengono delegate, lo stesso Consiglio non viene messo in condizioni di svolgere le funzioni di concertazione e mediazione (spesso sollecitate a parole ma poco praticate nella realtà), e lo stesso strumento è inadeguato a rispondere alle esigenze di collaborazione, condivisione e costruzione collettiva di percorsi, con coinvolgimento nelle scelte dei cittadini, che poi è l'obiettivo vero e che dovrebbe essere, appunto, la vera ragione della sua esistenza.
Io credo che così rischiamo di perdere una opportunità, una opportunità importante e che quindi dobbiamo porvi rimedio. Non cito esempi di frustrazione, quali quelli che costringono il Consiglio delle autonomie a nominare rose di nomi, al pari di altri enti che hanno evidentemente funzioni e anche riconoscimenti istituzionali diversi, per poi vedere scelti i propri rappresentanti all'interno del Consiglio regionale, faccio l'esempio di quello che è successo con la Consulta statutaria. Ecco, credo che anche questo tipo di attenzioni che non modificano sostanzialmente niente e questo tipo di riconoscimenti, almeno nella scelta dei propri rappresentanti all'interno di organismi partecipati, debbano e possano essere riconosciuti senza grossi problemi.
Si parla intanto di superamento dell'attuale organizzazione che viene accusata ancora di centralismo, e così è, di sistemi reticolari, di strumenti di confronto pariordinati, ma se non si ha il coraggio di utilizzare in questo senso gli strumenti attuali, di dare ruolo, io credo che questo percorso così innovativo avrà difficoltà a superare le logiche di tipo gerarchico che sono ancora presenti. A me pare che prevalgano, io lo capisco, delle motivazioni, dei meccanismi di tipo conservativo che mostrano un timore eccessivo verso un ruolo diverso del Consiglio delle autonomie e verso l'attivazione di nuovi meccanismi. Ma credo che questa debba essere la strada se vogliamo pensare ad un nuovo, unico sistema istituzionale dove le rappresentanze istituzionali possano anche aiutare al riequilibrio del sistema; riequilibrio che è stato oggetto di discussione solo qualche giorno fa e che, basandosi sulla costruzione di percorsi condivisi dall'origine, quindi con una partecipazione dal basso (si è parlato di livelli di intesa sulla costruzione dei percorsi legislativi), almeno per quello che riguarda gli atti che interessano direttamente gli enti locali, credo possa essere raggiunto nella maniera più naturale, meno traumatica.
Un sistema, quindi, che promuova un rapporto di solidarietà tra gli enti locali, una democrazia ampia, dove il metodo della concertazione sia praticato veramente fino in fondo e in maniera paritaria. Per la verità, vanno colti dei segnali importanti che nell'ultimo periodo si stanno manifestando; mi riferisco, nel rapporto tra Regione ed enti locali, al trasferimento di numerose funzioni alle province e ai comuni: bisogna andare avanti su questa strada. Qualcuno dice che è solo un decentramento; va bene, almeno questo va fatto, i comuni e le province vanno messi in condizione di esercitare queste funzioni delegate attribuendo fino in fondo, rapidamente, anche le risorse necessarie e tutto quanto serve perché queste funzioni siano esercitate.
È positivo anche l'inserimento, finalmente, nella legge finanziaria di un Fondo indistinto, per cui viene riconosciuta l'autonomia decisionale, gestionale dei comuni. Credo sia un aspetto positivo che vada valorizzato. Va sottolineato che nell'ultimo periodo le intese istituzionali, mi riferisco alla prima sottoscritta nel nostro territorio, coinvolgono in una concertazione sulle scelte, sulla destinazione delle risorse gli enti locali. Ma sono segnali che comunque devono trovare conferme profonde per evitare che la mancanza di concertazione comporti difficoltà profonde, così come è stato, agli enti locali nella loro attività di programmazione e di governo del territorio.
Io voglio concludere semplicemente dicendo che è necessario che la Regione sciolga fino in fondo una sorta di equivoco che si trascina, che in atti è riconosciuto e nei fatti un po' di meno; negli atti, soprattutto nella programmazione strategica sovra comunale, è riconosciuto che in questa Regione ci sono due aree metropolitane, due aree sovra comunali: quella di Cagliari, che è l'area metropolitana tradizionale, quella di Sassari, che è area vasta che comprende altri sette comuni. Bene noi chiediamo, lo dico, che ci sia attenzione non soltanto per i piccoli comuni, su cui condivido assolutamente l'intervento precedente, che nella ripartizione delle risorse hanno delle tutele che sono riconosciute oggi in maniera molto più certa che nel passato, ma anche che siano date le stesse possibilità, le stesse condizioni all'area metropolitana del nord e a quella del sud per uno sviluppo equilibrato di quest'isola. Questo oggi, devo dire con dispiacere, ancora non sta succedendo.
Quindi chiedo una maggior attenzione al sostegno delle aree metropolitane e al sostegno di uno sviluppo omogeneo delle due aree metropolitane esistenti. Io credo, per concludere, che la strada che si è intrapresa sia una strada importante e positiva e che ci voglia un pochino più di coraggio nel percorrerla.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Masia. Ne ha facoltà.
MASIA (Federalista-Autonomista Sardo). Rivolgo innanzitutto un saluto al Presidente del Consiglio e al Presidente del Consiglio delle autonomie, ai sindaci, ai presidenti delle province, e anche io faccio alcune riflessioni, com'è stato detto da parte di qualcuno che mi ha preceduto, ad alta voce in quanto le ritengo necessarie. Questo odierno è un confronto che apprezzo molto (anche per i temi trattati negli interventi precedenti), perché ritengo che debba segnare la ripresa di un dialogo finora per certi versi non costante, o addirittura, come è stato detto, interrotto.
E' un appuntamento importante, naturalmente, perché avviene durante la discussione della finanziaria, ma mi pare di capire che ben altri siano i problemi che emergono. La denuncia di un mancato coinvolgimento, proprio nell'affinamento di questa finanziaria, ci deve fare riflettere; credo che la partecipazione chiesta dal Consiglio delle autonomie sia legittima per cui noi, non soltanto sulla finanziaria, ma per il prossimo futuro, dovremo cercare di dare delle risposte imprimendo un cambiamento di rotta.
Quello che è avvenuto in questa legislatura, però, deve costituire ulteriore motivo di riflessione; nessuno può negare, infatti, che proprio durante questi ultimi anni si è avviato un importante processo di riforma che ha visto esitare leggi che coinvolgono gli enti locali. Io credo che la prima cosa che va sottolineata è che naturalmente queste leggi occorre applicarle, qui mi pare che stia emergendo proprio questo aspetto, come sta emergendo anche l'aspetto della difficoltà di applicazione delle leggi in questione. E se pure noi siamo portati a dire che questa è una fase di rodaggio, mi pare sia emersa forte, anche durante questo dibattito, l'esigenza che questa rodaggio sicuramente sarebbe migliore se ci fossero collaborazione e partecipazione. Questo hanno evidenziato sia il presidente Spissu che, in particolare, il presidente Milia nell'intervento di apertura, e io ritengo che da parte nostra sia doveroso prenderne atto.
Va sottolineato o, meglio, puntualizzato anche un altro aspetto: quando vengono trasferite funzioni e ruoli agli enti locali, ritengo che ci debbano essere anche le risorse corrispondenti; è vero che attraverso questa finanziaria alcune risposte vengono date, per esempio la costituzione del Fondo unico nel quale sono previste risorse molto più importanti, almeno come entità, rispetto a quelle messe a disposizione negli anni precedenti. Occorre dire anche che non è la sola risposta presente all'interno di questa finanziaria, però mi pare (proprio in questa fase) necessario evidenziare che debbano essere date anche altre risposte, a fronte delle richieste emerse durante il dibattito, perché alcune delle funzioni trasferite non sono supportate dalle risorse economiche necessarie perché questi enti possano portarle al giusto compimento.
Mi pare sia giusto evidenziare (lo faccio perché lo vivo) che gli enti locali vivono nei territori e, di conseguenza, affrontano per primi le situazioni derivanti dalle importanti leggi di riforma che noi stiamo portando avanti. Proprio per questo fatto ci deve essere la nostra attenzione, un'attenzione che deve essere massima quando trasferiamo funzioni e personale, un'attenzione che deve essere massima quando chiediamo che venga applicato il Piano paesistico e i suoi vincoli, che deve essere massima quando, senza risorse sufficienti, si chiede di fare i piani urbanistici agli enti locali e i piani particolareggiati dei centri storici, di cui sentiamo tutti fortemente il bisogno; deve essere massima l'attenzione di questo Consiglio e di questa maggioranza quando chiediamo agli enti locali di affrontare le situazioni sociali gravi, quali la disoccupazione, l'emarginazione, l'inadeguatezza del sistema sanitario regionale, che ancora deve partire.
Credo che, per concludere, i rappresentanti delle autonomie locali, con l'incontro di oggi, per potersi davvero sentire autonomi, ma allo stesso tempo garantiti, debbano, così come è stato chiesto, avere la possibilità di una maggiore partecipazione al processo della programmazione e anche al processo legislativo che in questo Consiglio viene portato avanti. Io credo che se questo avviene, se questo fosse avvenuto, in particolare, quando si è portata in porto la legge statutaria, probabilmente, alcuni contenuti di quella legge, l'attenzione verso i rappresentanti delle autonomie locali, sarebbero stati diversi.
Io parlo a nome del FAS che proprio nella Statutaria ha voluto evidenziare questi aspetti; e, constatando la disponibilità di molti colleghi di questo Consiglio a riprendere argomenti trattati, forse, con la non giusta collaborazione, io chiudo il mio intervento ben sperando, per il futuro, in un migliore rapporto proprio con coloro che, nei territori, vivono in prima persona le problematiche di questa nostra Regione.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il Sindaco del Comune di Sestu, Pili. Ne ha facoltà.
PILI, Sindaco del Comune di Sestu. Presidente, signori della Giunta, consiglieri, io vorrei riallacciarmi alle valutazioni espresse in gran parte degli interventi precedenti. A me pare, però, che quando si richiama espressamente l'esigenza di introdurre delle nuove norme, o dei regolamenti che consentano di impostare al meglio i rapporti, in questo caso, tra il Consiglio regionale e il Consiglio delle autonomie, si stia commettendo un errore di fondo che impedisce di fotografare al meglio la situazione. Il fatto che si lamenti una mancanza di rapporti corretti di tipo istituzionale tra Consiglio regionale e Consiglio delle autonomie dipende forse da un'altra carenza di fondo che noi riscontriamo, ed è una carenza non di tipo istituzionale, perché altrimenti, sì, dovremmo intervenire con degli strumenti specifici, ma una carenza di tipo politico.
Infatti, è il Consiglio regionale, nella sua sede politica, nei suoi luoghi politici, che deve maturare il convincimento, deve acquisire la consapevolezza che il tipo di rapporto con le istituzioni deve essere il tipo di rapporto che gli strumenti legislativi, la normativa prevedono. E' questo che noi dobbiamo in qualche modo mettere in campo. Poi, nel rodaggio conseguente, a cui si è fatto cenno, se nascerà l'esigenza di mettere a punto ulteriori strumenti che consentono di migliorare questo rapporto, allora, bisognerà intervenire. Però, oggi, siamo ancora nella fase in cui non c'è la consapevolezza da parte di tutti che le autonomie locali hanno quella dignità che viene riconosciuta dalla Costituzione, viene riconosciuta a tutti i livelli, anche dalle stesse leggi regionali.
Quindi, passando, dopo questa valutazione, ai temi più propri della giornata, direi che c'è da considerare, con molta positività, così come è stato fatto nella relazione delle autonomie locali, il fatto che sia mutata, in qualche modo, la filosofia amministrativa della Regione autonoma della Sardegna. Infatti, la costituzione di un Fondo indistinto, mette i comuni, gli enti locali nelle condizioni di poter operare con maggiore responsabilità, di essere svincolati dai dettami, dalle maglie strette di una legislazione che dava gli indirizzi sulla spendita delle risorse regionali.
Ecco, ciascun comune, ciascuna provincia, oggi, è in grado di stabilire autonomamente quali sono, sulla base delle necessità locali gli interventi più opportuni per favorire, appunto, le proprie comunità. Comunque sia, anche se è vero che i comuni, le province devono impiegare al meglio le risorse che vengono trasferite, è anche vero che, a questo riguardo, è necessario che la stessa capacità ed efficacia, responsabilità, tempestività nella spendita, devono averla anche gli strumenti regionali di interesse generale, perché il bilancio regionale, appunto, riguarda una vastità di interventi in cui, bene o male, gli enti locali sono coinvolti.
Quindi, se la stessa Regione autonoma della Sardegna non interviene tempestivamente nell'impiego delle risorse che vengono messe in campo, che vengono in qualche modo individuate, questo di per se stesso è già un fatto negativo nell'esplicazione delle attività proprie della stessa Regione, delle realtà a cui la legge finanziaria è rivolta, a partire dagli enti locali. È necessario, perciò, che venga veramente risolto questo nodo di fondo: gli impegni assunti debbono essere esauriti nel tempo più breve possibile.
Altro aspetto che vorrei mettere in evidenza riguarda gli elementi richiamati negli allegati alla legge finanziaria. Mi sto riferendo, esattamente, allo strumento che accompagna la legge finanziaria e che fotografa, in qualche modo, la nostra realtà. A me pare che questa fotografia non sia puntuale ed esaustiva come ci si attenderebbe. E' una fotografia della realtà sarda, delle sue manifestazioni, dei fenomeni che intervengono al suo interno che tralascia, per certi versi, bisogni, esigenze, difficoltà, carenze strutturali e contingenti, che sono veramente dei punti di criticità che rallentano lo sviluppo o perlomeno, non consentono che si riprenda a marciare secondo l'aspettativa comune a tutti i sardi.
Peraltro, non sono sottaciuti soltanto questi aspetti di natura non positiva, ma, in effetti, non sono evidenziati adeguatamente, con puntualità, neanche i fermenti e le idee nuove che pure esistono nella nostra realtà: dinamicità sociali, economiche e culturali più o meno manifeste e che rappresentano dei punti di forza su cui poter contare perché diventino volano dell'economia o di una ripresa che stenta a decollare. Questi sono aspetti che, in qualche modo, devono essere tenuti in considerazione e che, se esattamente valutati e attuati, possono dare delle risultanze diverse rispetto a quelle che finora, si sono verificate.
Vorrei mettere in evidenza un'altra problematica. Si è parlato di piccoli comuni che, giustamente, hanno le loro esigenze, le loro aspettative di cui bisogna tener conto, ma i comuni medio-grandi, occorre ricordarlo, sono tenuti al rispetto del patto di stabilità. Ebbene, oggi, per effetto dei vincoli posti dal patto di stabilità, tutti i comuni al di sopra di un certo numero di abitanti hanno dei vincoli strettissimi che impediscono loro, in molti casi, di soddisfare totalmente anche le esigenze di manutenzione ordinaria, senza tener conto anche di quelle realtà che pur ci sono -il mio comune ne è un esempio - che presentano ritmi di crescita demografica, economica e sociale notevoli, e che purtroppo, per questi vincoli, non riescono a soddisfare i bisogni che nascono continuamente.
Ma non ci sono soltanto gli impegni della gestione, ci sono anche vincoli di cassa che impediscono una corretta programmazione e un corretto rapporto, per esempio, tra amministrazioni locali e imprese (soggetti che si rapportano con l'amministrazione locale), determinando rischi di natura economico-finanziaria. Sarebbe opportuno, questo è un suggerimento rivolto al Consiglio regionale, perché l'interlocutore, io ribadisco, delle autonomie locali è il Consiglio regionale in tutta la sua interezza, prevedere e adottare uno strumento che sia in grado di attenuare queste maglie strettissime entro le quali i comuni sono costretti ad agire, facendo in modo che i trasferimenti regionali possano essere separati dai calcoli da effettuare sia per gli impegni di spesa, sia in termini di cassa.
Se si riuscisse ad adottare una misura di questa portata, forse si favorirebbe una normale gestione delle autonomie locali e si consentirebbe anche di utilizzare al meglio le risorse regionali che questa finanziaria stanzierà a favore degli enti locali. E' un'esigenza sentita da molti comuni della Sardegna e speriamo che il Consiglio regionale ne tenga adeguatamente conto.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Ladu. Ne ha facoltà.
LADU (Fortza Paris). Signori Presidenti, Assessori, colleghi e signori del Consiglio delle autonomie locali, ritengo che la seduta odierna sia molto importante e che, sicuramente, costituisca un passo avanti nel cammino delle riforme. La legge istitutiva del Consiglio delle autonomie locali e della Conferenza permanente Regione-Enti locali si pone un obiettivo importante, fondamentale: dare organicità ai rapporti interni alla stessa Regione, esaltare le funzioni degli enti locali quali organi primi di autogoverno.
In questo senso anche l'iniziativa odierna è assolutamente condivisibile, e devo dire anche che qualche passo avanti in questa direzione si sta compiendo. Ad esempio, stiamo discutendo la legge finanziaria che in un capitolo apposito prevede il Fondo indistinto che, al di là dell'inadeguatezza delle risorse, è innegabile che si basi su un principio giusto. Così è per la legge regionale numero 9 che, in merito alle funzioni e alle competenze degli enti locali, credo costituisca un notevole passo avanti.
Devo dire, però, che questi sono piccoli segnali, veri cambiamenti noi ancora non ne abbiamo visto e credo che la Regione dovrà lavorare ancora molto per dare vita ad un sistema delle autonomie completo. Anche l'incontro in corso non so se avrà i risultati sperati. Sto dicendo che, la stagione delle riforme, ripetutamente evocata questa mattina, mi pare sia ancora lontana. E dico questo perché, al di là degli slogan, poi bisogna verificare quali azioni questa Regione sta portando avanti e se vanno realmente nella direzione auspicata. Secondo noi, infatti, questo governo della Regione ha approvato dei provvedimenti che vanno non nella direzione di una maggiore esaltazione delle autonomie, ma nella direzione opposta. Cito, vedo l'Assessore competente, il Piano paesistico regionale a seguito del quale abbiamo assistito ad una cancellazione delle pianificazioni esistenti, e ancora non sappiamo realmente quale sarà il ruolo nel prossimo futuro degli enti locali.
Quello che noi sappiamo per certo è che, invece, si sta dando ancora maggiore potere alla Regione; perché, Assessore, quando noi diciamo che ci sono gli interventi e i progetti di interesse regionale bisogna verificarli, perché non c'è una demarcazione, non si capisce bene che cosa vuole fare la Regione, quello che si capisce è che la Regione vuole decidere tutto, perché noi non possiamo parlare di autonomia e poi approvare leggi dove diciamo che non si può fare assolutamente nulla, oppure si può far tutto se la Regione vuole. Questo concetto è sbagliato;; noi dobbiamo garantire la certezza del diritto ai cittadini, ma oggi vedo che questo principio sta venendo meno.
Un altro argomento di cui si sta parlando in di questi giorni e su cui mi pare che la Regione non stia dando risposte chiare, riguarda la perimetrazione dei SIC, l'estensione delle zone ZPS; ma sono veramente coinvolti gli enti locali, i comuni e le province? Su queste questioni c'è una contestazione in atto perché la gente non capisce realmente che cosa vuol fare la Regione e, soprattutto, da parte della Regione non c'è la chiarezza dovuta di cosa si voglia fare e di quali siano precisamente i vincoli che gravano su questi territori.
Come Gruppo, tempo fa, abbiamo presentato un'interrogazione per chiedere che la Regione, con un apposito provvedimento, chiarisse tutti i dubbi legati al regime dei vincoli perchè i sindaci, prima di approvare i piani di gestione, devono avere certezze; non possiamo porre in capo ai sindaci competenze non definite.
Questi sono i problemi di cui la Regione si deve far carico, e credo che oggi sia un momento importante per affrontarli. Qui vedo molti sindaci che dovrebbero chiedere come muoversi in questo ginepraio perché noi, nel contesto attuale, rischiamo di esporre gli amministratori a pericoli seri. Lo stesso discorso si può fare per quanto riguarda l'infrastrutturazione
La Sardegna è agli ultimi posti per livello di infrastrutturazioni, soprattutto nelle zone interne; si sta veramente facendo in modo che queste zone interne possano avere uno sviluppo futuro? Stiamo veramente creando le condizioni affinché la gente invece di concentrarsi lungo la costa si sposti nei comuni dell'interno? Non mi pare che si stia andando in questa direzione, noi stiamo praticamente cancellando lo sviluppo infrastrutturale, e oggi le infrastrutture sono la precondizione dello sviluppo, senza interventi infrastrutturali praticamente obblighiamo gli abitanti delle zone interne a trasferirsi, ad andare sulle coste, ad andare fuori e quindi noi svuotiamo ancora di più i comuni dell'interno.
Non è pensabile che oggi l'unico intervento possibile da parte della Regione sia il ripristino dell'esistente. Questa è una politica sbagliata da cui non sortirà nessun giovamento alle zone interne e che, soprattutto, penalizzerà ancora di più lo sviluppo di quelle zone. E' una situazione che va chiarita, non è possibile che questo integralismo ambientale della Regione penalizzi così pesantemente le zone interne. Allora questi sono i veri problemi, è questo il momento determinante in cui si deve confrontare l'ente locale con la Regione, per affrontare questi problemi.
I veri problemi della Regione in questa situazione, anche dopo l'approvazione della legge statutaria che ha codificato, dal punto di vista giuridico, una Regione di stampo ottocentesco per centralismo e dirigismo, perché questa è la realtà, non vengono affrontati; c'è un'eccessiva burocratizzazione che di fatto sta bloccando la spendita delle risorse, sta bloccando gli interventi e non si dice nulla su questo! Io voglio ricordare che tredici, quattordici anni fa, quando ero Presidente di una Comunità montana, per appaltare una stradina di campagna nel comune di Osidda dovetti chiedere dieci autorizzazioni col rischio di perdere le risorse e proprio sul filo del rasoio salvammo il finanziamento.
Oggi la situazione non è cambiata, quei vincoli, quei condizionamenti sono ulteriormente aumentati creando un sistema che non risolve i problemi, non accelera la spesa, non favorisce quelli che devono spendere delle risorse.
PRESIDENTE. Concluda, onorevole Ladu.
LADU (Fortza Paris). Concludo dicendo che questa legge statutaria, mi pare sia stato, rimarcato da altri, è stata veramente un'occasione mancata. Io mi auguro che nella prossima approvazione dello Statuto di autonomia della Sardegna vengano stabilite realmente condizioni di autogoverno per gli enti locali, venga stabilito veramente qual è il ruolo della Regione, qual è il ruolo delle province e quello dei comuni, ma nell'alveo della riforma del Titolo V della Costituzione che parla di equiordinazione degli enti locali. Solo se noi saremo in grado di fare quello che ha fatto anche il Governo nazionale con la riforma del Titolo V della Costituzione, avremo fatto un discreto passo avanti nel cammino delle riforme e dell'autogoverno.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Orrù. Ne ha facoltà.
ORRU' (D.S.). Colleghe e colleghi del Consiglio, colleghe e colleghi del Consiglio delle autonomie locali, nella giornata di oggi entra in Consiglio regionale la manovra di bilancio, quindi questo appuntamento si carica anche da un punto di vista simbolico di un significato importante. A nessuno di noi sfugge che si tratta di una finanziaria attesa dai comuni e dalle province sarde perchè prevede l'istituzione del Fondo unico per il finanziamento del sistema delle autonomie locali. E' una rivendicazione storica dei comuni e delle province, una misura attesa per la quantità delle risorse, naturalmente, ma soprattutto ed in particolare - come è stato detto da diversi oratori che mi hanno preceduto - attesa anche per gli aspetti della qualità della norma che viene introdotta. Penso al collegamento alle variazioni percentuali che dipendono dal trasferimento delle risorse erariali dello Stato, che è già contenuto in questo provvedimento; penso all'utilizzo in piena autonomia, quindi in base al principio di responsabilità, delle risorse, nel senso di una responsabilità poi nell'utilizzo, nel mantenimento cioè di quelle finalità, in modo particolare riferito all'occupazione, alla scuola, ai servizi socio assistenziali.
Infine, mi pare che sia stato sottolineato giustamente dal Presidente dell'ANCI, forse l'elemento più importante, è il riferimento esplicito all'impegno del governo regionale a predisporre entro l'anno in corso un disegno di legge organico che riordini dal punto di vista normativo e che definisca in maniera non più oscillante o comunque modificabile, il livello, la compartecipazione del sistema delle autonomie locali alle entrate erariali trasferite dallo Stato alla Regione. Quindi, io penso che si tratti di un importante passo avanti nel sostanziare il principio e la specificità autonomistica, non soltanto nel declamarla, ma anche appunto nell'esercitare quella competenza esclusiva.
La nostra Regione, ma non è la prima volta, non va al traino delle innovazioni legislative nazionali ma, anzi, ancora una volta probabilmente le anticipa. Penso si tratti di un passo importante che apre la strada ad un sistema autonomistico unitario, che naturalmente non si afferma con uno strumento ordinario come questo, si affermerà poi con provvedimenti di legge di carattere statutario e con lo Statuto particolare, e non solo, ma un sistema quindi autonomistico unitario più articolato, più democratico, io penso anche più efficiente nel dare servizi ai cittadini.
Infine, dopo un anno e mezzo dall'istituzione del Consiglio delle autonomie locali è evidente, è naturale che ci sia la necessità di un'analisi, di una valutazione sia dei limiti del funzionamento, sia anche degli aspetti positivi che questo importante organismo ha introdotto nel nostro sistema legislativo. Insieme al rafforzamento dei principi istituzionali, importanti, introdotti con la legge del 2005, noi con provvedimento legislativo abbiamo ampliato la funzione consultiva (l'unica definita dall'articolo 123 della Costituzione) intendendola non come una semplice consultazione pro forma, ma come un coinvolgimento invece più definito, più importante, del sistema delle autonomie locali. Ora, questo principio della partecipazione al processo legislativo noi l'abbiamo confermato e quindi rafforzato nella legge statutaria.
Vorrei fare solo una breve riflessione su questo; la legge statutaria non poteva e non doveva andare oltre, almeno per come l'abbiamo interpretata, perché la modifica della forma di governo - intendendo la forma di governo quella definita dall'articolo 15 - non includeva il sistema delle autonomie locali. Io penso che sia giusto includere il sistema delle autonomie locali in una forma di governo integrato, ma questo va fatto con lo Statuto, non con una legge ordinaria. Quindi, io credo che ciò che la legge statutaria poteva fare era confermare quel principio, riconosciutoci anche dalla Corte implicitamente anche se non esplicitamente, e quindi rafforzarlo.
Infine, sulle materie che riguardano direttamente il sistema degli enti locali, io penso che si debba prevedere la partecipazione al processo legislativo in tutto il suo percorso e non nella fase conclusiva, così come avviene ed è stato rilevato. Io, nel caso vi fosse la necessità di introdurre variazioni nelle norme, quindi una modifica della legge istitutiva o altro, utilizzerei il disegno di legge di riordino, credo che sia questo lo strumento corretto, quello che serve meglio anche a definire e a precisare ruolo e procedura attraverso i quali si esercitano queste funzioni.
Tuttavia, io non attenderei il disegno di legge; penso che sia possibile, mi è capitato di dirlo anche in altre occasioni, definire un'intesa ad esempio tra il Consiglio regionale e il Consiglio delle autonomie locali sulle modalità attraverso le quali avviene o può avvenire questa partecipazione prevista dalla legge, quindi attraverso l'interlocuzione, le audizioni, il sottoporre proposte. I progetti di legge vengono accompagnati cioè dal momento in cui vengono presi in carico dalle Commissioni di merito, non ci si limita quindi ad un parere da esprimersi entro i sette, i dieci giorni finali. Io credo che questo possa essere visto, affrontato e perseguito nelle forme corrette. Naturalmente lasciando, in prospettiva, la possibilità di una modifica normativa che invece disciplini le materie perché credo che sia interesse del nostro sistema autonomistico avere la compartecipazione vera, effettiva ed efficace del sistema delle autonomie locali al procedimento legislativo.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare la consigliera Caligaris. Ne ha facoltà.
CALIGARIS (Gruppo Misto). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente del Consiglio delle autonomie locali, Assessori, componenti del Consiglio delle autonomie locali, colleghe e colleghi, voglio innanzitutto, in apertura di intervento, esprimere solidarietà ai sindaci che in queste ore stanno subendo vili atti con scritte offensive e minacce. Intervengo inoltre, in questa seduta aperta al Consiglio delle autonomie locali, per sottolineare l'importanza e il significato dell'incontro non celebrativo ma di lavoro e quindi di ascolto, di confronto e di proposta. Voglio sottolineare, e lo dico senza polemica, che i rapporti con il Consiglio delle autonomie locali non possono esaurirsi in incontri sporadici, l'ha detto il Presidente del Consiglio, ma dobbiamo insistere nel confermare più confronto e più partecipazione nelle scelte; però, la codecisione e la circolarità nell'assunzione piena di responsabilità, il rapporto società-istituzioni richiedono una cultura della partecipazione e del rispetto dei ruoli: se il confronto non ha un valore, non può essere l'indirizzo dell'operare delle istituzioni.
Le sintesi dovrebbero sempre seguire e non precedere i dibattiti, la velocità non sempre consente di raggiungere gli obiettivi e spesso una piccola distrazione può provocare anche gravi danni. Il periodo storico in cui esercitiamo il mandato elettivo è invece contrassegnato da una tendenza a risparmiare perfino le parole, ritenendo forse così di poter produrre di più e meglio, è un'epoca insomma di barbarie democratica dove domina un dibattito frettoloso e striminzito anche per le maggioranze, anzi, soprattutto per queste ultime, volendo dare costantemente l'immagine di coalizioni politiche coese e profondamente unitarie salvo poi dirsi di tutto e di più alla prima occasione fuori dalle aule deputate.
Lo ha del resto sperimentato il Consiglio delle autonomie locali che, istituito nel 2005 dal Consiglio regionale della Sardegna, ben poche occasioni ha avuto per farsi ascoltare o, quanto meno, per far sì che ciò che aveva elaborato fosse accolto. Sono valutazioni e indirizzi sulle scelte politiche che animano la Regione che appartengono a tutti; andrebbe quindi chiarito, per esempio, come mai non è stata possibile l'audizione sulla legge finanziaria in Commissione bilancio e di chi è la responsabilità, considerati la totale disponibilità manifestata dal Presidente del Consiglio e dal Presidente della Commissione, così come riportato nel documento del Consiglio delle autonomie locali. Forse la burocrazia della forma ha avuto ancora il predominio sulla ragionevolezza del momento e sull'importanza dell'incontro.
Personalmente ritengo che si stia verificando una schizofrenia della prassi democratica con movimenti talmente contrapposti da annullare gli effetti e, anzi, da determinare un ritorno al passato, vale a dire ad un centralismo burocratico, pericoloso e antistorico. Le contrapposizioni più marcate sono quelle derivanti dalla cosiddetta riforma realizzata con le leggi numero 1 del '99 e numero 3 del 2001. La prima di fatto assegna maggiori poteri e autorità al Presidente della Giunta che, non a caso, diviene Presidente della Regione facendo prevalere una concezione discendente dei rapporti tra le istituzioni rappresentative; la seconda invece preconizza una relazione tra i diversi livelli istituzionali valorizzando il sistema delle autonomie e quindi le istanze dei cittadini.
La statutaria regionale, secondo la mia opinione di socialista, parlamentarista e convinta sostenitrice di una democrazia orizzontale, non ha sciolto il nodo, anzi, ha accentuato il peso del presidenzialismo determinando un disequilibrio più accentuato dei modelli. Di qui quella schizofrenia della prassi democratica per la quale si fanno le primarie ma i candidati vincitori, salvo qualche lodevole eccezione, sono già stati designati.
Attualmente, e mi dispiace dover rilevare che tra i sostenitori ci siano anche autorevoli rappresentanti del Consiglio delle autonomie locali, si sta portando avanti un referendum che ad un principio giusto, quello che siano i cittadini ad esprimere la preferenza sui candidati, ne affianca uno antidemocratico, quello per il quale occorre semplificare e quindi ridurre i partiti specialmente quelli minori che, in genere, sono critici anche dentro le maggioranze. Ebbene, la moltiplicazione dei partiti è il frutto del bipolarismo, del maggioritario e di una politica fondata sul potere del denaro e sull'aristocrazia dell'avere piuttosto che sul valore della differenza e sull'umiltà del governare insieme per migliorare la vita di ogni cittadino.
Del resto il sisma politico in atto nel Paese, e in Francia, con la nascita del Partito democratico, la Costituente socialista, una forte richiesta di rinnovata unità a sinistra, i tentativi di ridare vita a una coalizione di centro, dimostrano che l'esperienza del maggioritario e del bipolarismo dopo gli ultimi lustri, palesa gravi segni di logoramento; quanto meno è evidente che non risponde ai bisogni dei cittadini. Il referendum, promosso peraltro strumentalmente, non è in grado di ridargli slancio, né di ringiovanirlo o eliminare i gravi, evidenti errori che sono sotto gli occhi di tutti. Occorre quindi, a mio parere, uscire da equivoci sui ruoli e ripristinare la partecipazione decisionale all'interno di ciascun livello istituzionale, evitando di essere sostenitori della democrazia quando si è all'opposizione, e fautori del decisionismo quando si è in maggioranza; ciò permetterebbe coerentemente di essere sempre attenti alle istanze di cui si rendono interpreti le categorie dei cittadini e le forze sociali.
Concordo infine con l'esigenza che il Consiglio delle autonomie locali collabori con l'Assemblea legislativa regionale durante l'iter di formazione delle norme, e condivido l'esigenza di un rapporto più proficuo con il Governo regionale e nazionale, affinché le riforme non siano solo enunciate, o addirittura si presentino ai cittadini con il volto severo che talvolta è quello del giustiziere. Le riforme, infatti, non servono per eliminare privilegi, o non solo per quello, ma per allargare i diritti e garantire costantemente, specialmente alle persone meno fortunate, quella dignità che il centrosinistra, per la cultura di cui è portatore, non può mai mettere tra parentesi.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il Sindaco del Comune di Ollolai, Arbau.
ARBAU, Sindaco del Comune di Ollolai. Signor Presidente, signori consiglieri, colleghi, vista anche l'ora tarda, farò un intervento stringato. Sostanzialmente, io dico che noi, autonomie locali, dobbiamo prendere coscienza del nostro ruolo e adempiere ad esso. La filosofia ebraica prima di chiedere: "Che cosa fai tu per me?", si chiede: "Che cosa faccio io per gli altri?". Questo esempio per dire che la finanziaria introduce, dato molto importante, il Fondo unico a favore delle autonomie locali; un Fondo unico che dà maggiori risorse. E, signori consiglieri regionali, noi quelle risorse le abbiamo anche inserite in bilancio, quindi spero non vorrete farci fare brutte figure non garantendole più. Per il nostro comune (giusto per quantificare), che ha circa 1500 abitanti significa incamerare 167 mila euro in più; non è poco in una situazione di trasferimenti sempre all'osso.
Le risorse del Fondo unico, oltre a essere maggiori, non sono vincolate relativamente alla destinazione, fatto che ha sempre creato dei problemi nell'amministrare; altro elemento fondamentale ed importante che è stato adottato è quello del sistema di riparto dei trasferimenti agganciato al gettito fiscale.
I toni usati in quest'Assise, oggi, nel sottolineare che le riforme sono state solo enunciate e non portate a termine, mi inducono a sottoporre all'attenzione la mia piccolissima esperienza. che è quella di un gruppo di comuni (otto comuni), che ha applicato la legge numero 12 alla lettera, costituendo un'Unione di comuni in luogo di una Comunità montana molto, ma molto, costosa. Abbiamo scritto uno statuto molto leggero, istituito la figura di un Presidente che ruota semestralmente, per spezzare quel legame poco simpatico con i signori che vanno a fare il Presidenti delle comunità montane perché non riescono ad andare da un'altra parte, oppure perché ci vogliono andare successivamente, creato una struttura molto snella, senza apparato burocratico, ma mettendo insieme le funzioni. Quella è una riforma già portata a compimento, che sta a noi autonomie locali, con le correzioni che riterremo opportune, applicare nel concreto. Lo stesso dicasi poi per le altre riforme, con il trasferimento di funzioni attraverso la legge numero 9.
Io concludo con una sorta di reprimenda a voi, signori consiglieri regionali, che avete in un certo senso perso un'occasione: quella della Consulta regionale. Il Consiglio delle autonomie locali è stato indotto a presentare una rosa di nomi di soggetti che dovevano entrare a far parte di questa Consulta che doveva scrivere il nuovo Statuto. Premesso che lo Statuto bisognerà riscriverlo (che lo scriva una Consulta, un'Assemblea costituente o altro, credo che le abbiamo provate tutte), anche questa volta abbiamo perso l'occasione di portare avanti l'istituzione della Consulta. Credo che tutti quelli che hanno giocato a far sì che ne fallisse l'insediamento debbano assumersi la relativa responsabilità di fronte al popolo sardo. Non serve poi, surrettiziamente, far scrivere a qualcuno un testo di legge e portarlo come proposta di legge di iniziativa popolare, è una finzione che non regge alla realtà delle cose.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Pisu. Ne ha facoltà.
PISU (R.C.). Signori Presidenti, signori rappresentanti delle autonomie locali e onorevoli colleghi, questo importante incontro non deve e non può essere vissuto da noi in maniera rituale. Esso deve rappresentare l'occasione per un confronto serio, serrato, costruttivo, improntato a quella collaborazione che non è solo osservanza dell'obbligo derivante dalla legge regionale numero 1, o dalla modifica al Titolo V della nostra Costituzione, mi riferisco al concetto della sussidiarietà, ma una necessaria concertazione e condivisione tra istituzioni che stanno vivendo una fase straordinaria e delicata di grandi riforme. Riforme che stanno ridisegnando l'equilibrio istituzionale, le competenze e l'attribuzione di risorse tra le articolazioni delle rappresentanze democratiche della Sardegna; quello che chiamiamo federalismo interno.
Noi del partito della Rifondazione Comunista abbiamo creduto e favorito il processo riformatore in atto, perché riteniamo che esso possa essere utile a dare quelle risposte urgenti a tutti i cittadini, ed in particolare a quelle aree sociali e territoriali più deboli della nostra Isola. Su qualche legge abbiamo anche sottolineato la nostra particolare posizione, come sulla legge statutaria, ma nel complesso il nostro giudizio è positivo. Il problema adesso è quello di applicare queste leggi in modo corretto ed efficace, aiutando, sostenendo e dando più fiducia ai comuni e alle province durante questo processo, che non sarà brevissimo, ma che non deve essere lungo e che, soprattutto, non deve accumulare ritardi che non sarebbero giustificati.
Non cito nessuna legge approvata in questa legislatura, e sono tante, perché lo hanno già fatto i Presidenti e i relatori finora intervenuti, oltre al fatto che tutte sono parimenti importanti e devono essere viste in correlazione tra di loro. Voglio solo sottolineare che la battaglia unitaria fatta da noi tutti sulle entrate, oggi comincia a produrre i suoi effetti positivi, a partire dalla finanziaria che discuteremo in quest'Aula nei prossimi giorni.
Uno degli esempi più conosciuti della finanziaria è quello dei 500 milioni stanziati sul Fondo unico per gli enti locali attribuito su basi diseguali (questo è importante); si dà cioè di più alla stragrande maggioranza dei comuni sardi che, come noi tutti sappiamo, sono piccoli e piccolissimi, e questo può contribuire a risolvere tanti problemi che affliggono le nostre comunità. Anche altri interventi previsti in finanziaria sul risanamento ambientale, il lavoro, il contrasto alla precarietà e alla povertà, per citare solo alcuni temi, possono attenuare i disagi sociali che ben conosciamo, senza intaccare per questo le politiche di risanamento finanziario. L'ipotesi di nuovo modello di sviluppo, che è contenuta nel Programma regionale di sviluppo, che credo tutti abbiamo notato, è basata sullo sviluppo autocentrato, e cioè sulla valorizzazione delle nostre risorse locali e naturali.
Sono certo che l'Aula migliorerà ulteriormente la finanziaria, riservando una particolare attenzione alle aree interne e disagiate che attendono risposte alle proposte che hanno avanzato. Tutto questo tenendo conto della fase non facile che stiamo vivendo a livello generale, ma anche con la consapevolezza di chi vuole raccogliere le sfide del momento tenendo conto delle politiche del governo centrale, del Trattato di Lisbona, dell'apertura dell'area di libero scambio nel Mediterraneo nel 2010, delle ingenti risorse assegnateci dall'Unione Europea per il periodo 2007-2013.
Gentili signori, per concludere, voglio dire che questi temi, e tanti altri, di cui dibattiamo anche oggi, troverebbero un esaltante e straordinario completamento alla nostra azione istituzionale, se riuscissimo a trovare, al di là delle differenze politiche e dei ruoli (oltre che distaccarci dagli interessi elettorali contingenti), la necessaria unità per riscrivere il nuovo Statuto speciale di autonomia. Una riscrittura che ci consenta, con i poteri di sovranità e le risorse adeguate, di trasportare i problemi attuali della questione sarda per tracciare un percorso che possa rappresentare una speranza di un futuro migliore per il popolo sardo ed in particolare per i nostri giovani. Su tutto questo, posso dire a nome del Gruppo del P.R.C., che ci sarà il nostro sostegno pieno, attivo, convinto e determinato.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Pisano. Ne ha facoltà.
PISANO (Riformatori Sardi). Signor Presidente del Consiglio regionale, Presidente del Consiglio delle autonomie, Assessori, colleghi consiglieri e colleghi sindaci, credo che farò un intervento molto breve data l'ora, però avrei ritenuto opportuno dedicare l'intera giornata a questo incontro congiunto tra il Consiglio delle autonomie e il Consiglio regionale, proprio perché non si verificasse questo effetto di compattazione del dibattito.
Il Presidente del Consiglio delle autonomie locali ha detto di non essere pentito dell'atteggiamento sin qui avuto dal Consiglio delle autonomie locali nei confronti del Consiglio regionale. Però manifesta e rappresenta (è quasi un grido di dolore il suo) uno stato d'animo che nasconde evidentemente una forte delusione, quasi una repressione proprio per effetto di questa constatazione assai amara di un ruolo del Consiglio delle autonomie locali oggi in gran parte disatteso, o diverso, rispetto alle grandi attese.
Lui ha parlato di due elementi che, naturalmente, giustificano questo atteggiamento di delusione; la sordità, innanzitutto, del Consiglio regionale nel momento in cui nessuno dei pareri espressi dal Consiglio delle Autonomie è stato tradotto in una qualche azione incisiva da parte di questo Consiglio; e poi, ovviamente, la totale assenza di partecipazione ai processi legislativi, richiamata anche da altri colleghi nel corso del dibattito. Credo che da queste due considerazioni dobbiamo partire. Infatti, è bene ricordarlo, due anni fa, la legge istitutiva del Consiglio delle autonomie locali passò con il voto unanime di tutte le forze politiche presenti in quest'Aula: ben altra aria si respirava in quel momento.
C'erano, assolutamente, delle attese importanti, ma non solo, si diceva che quella sarebbe stata soltanto una prima fase di una stagione riformatrice ben più ampia che avrebbe avuto possibilità di traduzione concreta nel momento in cui si sarebbe affrontato il nuovo Statuto della Sardegna. Il Consiglio delle autonomie locali era destinato, nell'obiettivo strategico di questa riforma, ad essere una parte di un sistema quasi bicamerale all'interno, appunto, di un processo legislativo di riforma in quel momento in atto. Anzi, era detto espressamente anche nella relazione della Giunta alla proposta legislativa.
Oggi, noi constatiamo che questo non è avvenuto e non si intende nemmeno continuare su questa via, e la stessa legge statutaria recentemente approvata ha visto lo scorporo (il collega Orrù ha dato anche le giustificazioni del perché questo è avvenuto), dell'elemento principale di riforma del Consiglio delle autonomie locali, proprio pensando che stiamo trasferendo l'efficacia di quella riforma al nuovo Statuto. Ma, allo stesso tempo, si fa una constatazione importante, e cioè vogliamo davvero continuare su questa via di riforma? Vogliamo davvero restituire al Consiglio delle autonomie locali quel ruolo, oggi mancato, come denunciato da tutti gli interventi dei componenti del Consiglio delle autonomie locali? Io ho l'impressione che questo processo di riforma si sia interrotto e non ci sia più una vera disponibilità a continuare su questa via.
D'altro canto, anche il parere espresso dal Consiglio delle autonomie locali per questa legge finanziaria 2007 mi sembra molto tenue, mi sembra un parere favorevole però è detto anche, in maniera espressa, che viene giustificato in funzione di due elementi presenti nella finanziaria 2007, Il primo elemento è l'istituzione del Fondo unico (però ci sono tanti se e tanti ma che inficiano, quasi, questo parere favorevole); l'altro elemento è il risanamento e il riequilibrio del bilancio.
Allora, due considerazioni molto veloci su questi aspetti che giustificherebbero appunto il parere favorevole. La prima è che il Fondo unico, è detto anche dai componenti del Consiglio delle autonomie locali, andrebbe rivisto in funzione della concessione di maggiori risorse a favore dei piccoli comuni.
Nel momento in cui i componenti del Consiglio delle autonomie citano in maniera non casuale, a mio giudizio, il problema delle povertà, il problema della maggiore coesione sociale è evidente che articolano questa richiesta anche in funzione di una maggior possibilità di distinguere tra risorse destinate ai cosiddetti comuni poveri e risorse destinate ai comuni che hanno già entrate proprie di un certo interesse e, quindi, si tratta di un riequilibrio sociale vero e proprio anche verso gli enti locali.
D'altro canto, invece, ci lascia allibiti il silenzio relativo al riequilibrio e risanamento del bilancio regionale. Come è possibile (noi viviamo anche l'esperienza di sindaci), credere che per la Regione valga un principio opposto a quello che noi tutti, nei nostri piccoli comuni, dobbiamo invece rispettare? Se noi potessimo anticipare entrate relative ad anni a venire , risolveremmo, anche noi ovviamente, ben altri problemi nei nostri territori. Mi chiedo se questo principio lo vogliamo applicare anche per gli enti locali della Sardegna; allora cominciamo a introdurre nei nostri bilanci comunali risorse in funzione di future entrate che la Regione sarda pensa di poter avere in maniera certificata e che dovrà, necessariamente, ripartire anche ai comuni, in modo che possiamo dar luogo a delle spendite che, senza modificare l'equilibrio di bilancio comunale, però ci consentano di risolvere i nostri grandi problemi.
Sull'articolo 30 è detto in maniera molto circostanziata che occorre una correzione, che occorrono maggiori incentivi, perché davvero ci possa essere la mobilità del personale verso le province. Per ultimo vorrei citare soltanto l'esempio della legge regionale numero 12. Va apprezzato naturalmente il tentativo da parte della Giunta di dare una prima e concreta risposta al futuro dei consigli d'amministrazione di questi nuovi enti, però non è sufficiente: oggi viviamo in una confusione completamente estesa a tutti i 367 comuni della Sardegna.
Qui qualche esempio positivo è stato citato, ma i territori nella stragrande maggioranza si stanno coordinando in maniera molto diversa rispetto alle ipotesi previste dalla legge numero 12; i territori oggi non hanno alcun indirizzo preciso, concreto perché possa davvero nascere, con quello spirito di riforma, una aggregazione di comuni per l'esercizio, necessariamente, di funzioni associate. Quindi, credo che, anche da questo punto di vista, la finanziaria 2007 debba fare uno sforzo superiore e quindi restituire anche a quei cento comuni della Sardegna che oggi hanno già deliberato e non sanno più assolutamente che cosa fare; ma pensiamo anche alle Comunità montane che vogliono, attraverso delibere ben precise, essere ricostituite in maniera diversa rispetto alle indicazioni normative.
Credo che questi siano aspetti che non possiamo trascurare, aspetti che durante il dibattito in Aula relativo all'approvazione della finanziaria dovremo tenere in debito conto; è evidente che di fronte a pareri di questo genere, che sono favorevoli soltanto di nome ma non di fatto, noi avremo un atteggiamento molto vigile, molto attento perchè vorremmo rispondere concretamente alle attese delle popolazioni della Sardegna.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'Assessore degli enti locali, finanze ed urbanistica.
SANNA GIAN VALERIO, Assessore tecnico degli enti locali, finanze ed urbanistica. Presidente, onorevoli consiglieri, signor Presidente del Consiglio delle autonomie, gentili amministratori, anche noi abbiamo interpretato l'occasione di oggi come un'occasione di ascolto e di riflessione ma anche di bilancio del lavoro fatto; un lavoro che, come avete ampiamente sottolineato, si muove tra le esigenze del risanamento finanziario da un lato e quelle delle riforme dall'altro.
Sul risanamento finanziario credo che si possa affermare che intravediamo lo "scollinamento" rispetto alla situazione in cui ci trovavamo, e "scolliniamo" comunque in una condizione di crisi del risanamento della finanza regionale, in una condizione che, mi piace sottolineare, non ha mai gravato sui trasferimenti agli enti locali in quanto lo sforzo è stato rivolto a contenere gli sprechi e le spese contenibili. Ora, credo che sia consapevolezza comune che si avvia una importante fase delle politiche di sviluppo; e queste politiche di sviluppo si attuano in un momento in cui siamo chiamati ad interpretare con lucidità, con imparzialità ma anche con giustizia di giudizio.
Perché, vedete, la seconda parte del nostro lavoro ha riguardato, appunto, le riforme e vorrei anche precisare, una volta per tutte, per dare il mio contributo al dibattito che spesso facciamo tra di noi, che riformare significa adeguare per competere, fondamentalmente questo; e forse nell'adeguare scontiamo, ovviamente, diffidenze, titubanze tipiche dei momenti di reale cambiamento; perché se reale cambiamento non ci fosse, non ci sarebbero le resistenze, non ci sarebbero le titubanze.
Ma è anche una stagione nella quale non sempre intravediamo risultati immediati, specie quando adeguare significa riposizionare la centralità della sfera delle regole e del diritto; ed è la questione che riguarda la pianificazione paesaggistica, che non è un rapporto conflittuale sulla titolarità dell'autogoverno, è il riposizionamento della sfera dei diritti e del diritto uguale per tutti, che consentirà l'autogoverno all'interno di un'uguaglianza. Ma io credo che, nonostante queste titubanze e queste diffidenze, noi dobbiamo continuare a credere in questa opera riformatrice se vogliamo essere protagonisti della competizione e delle sfide nuove della modernizzazione.
Vedete, il Fondo unico, di cui voi avete parlato ampiamente, è allo stesso tempo un segnale e una coerenza. E' un segnale perché c'è, dentro quella concezione, il riconoscimento della centralità del sistema delle autonomie locali in Sardegna; e il paragone su questo concetto va posto rispetto a quello che esisteva prima, l'autonomia e la responsabilità della programmazione rispetto ai bisogni. E poi c'è la coerenza: nel momento in cui la Regione traguarda un risultato sulla sua maggiore autonomia finanziaria, automaticamente consegue un automatismo analogo nei confronti delle autonomie locali.
Badate, il federalismo non è la polemica e la discussione che ha riguardato solo il trasferimento dallo Stato alle Regioni delle competenze, ma il federalismo si intende quando esso è compiuto nella sua sfera di attribuzioni; e noi, con la legge numero 9 e con questo atto, diamo un segnale concreto, forse decisivo, nella coerenza ai principi del Titolo V.
Ma vorrei dire anche un'altra cosa, nessuno l'ha detto: noi superiamo la logica del finanziamento, del trasferimento agli enti locali ed entriamo in una logica di compartecipazione al gettito erariale, garantendo ai comuni che non si negozia più con la Regione il trasferimento, e garantendo ai comuni che la quantità di trasferimento è percentualmente proporzionale alla crescita che questo tributo erariale avrà; dicendo ai comuni, come alla Regione stessa: " siete compartecipi dei processi di crescita e quindi dovete responsabilmente utilizzare quelle risorse, perché se vengono utilizzate bene c'è crescita e c'è incremento del Fondo".
Questo è un discorso ed è coerente anche il fatto che questa istituzione del Fondo unico determina una ulteriore precisazione, che è sulla scia della legge numero 9, del riparto delle competenze tra enti locali e Regione, dicendo che alla Regione rimangono le risorse e la programmazione dei fondi della perequazione e dei programmi di sviluppo economico e sociale; vale a dire che la Regione non rinuncia a fare politiche di equilibrio territoriale, politiche di coesione e politiche infrastrutturali di grande livello, perché riconosce che la crescita nella nostra regione è differenziata e che c'è bisogno di distribuire con criterio; lì sta anche il significato delle forme associative, che noi chiediamo siano rappresentative dei fattori territoriali importanti, perché i fattori territoriali daranno alla Regione e alle province una componente indispensabile nella logica della strategia di riparto della programmazione regionale di quel livello.
Questa è la lettura del disegno, un disegno che è coerente e dentro il quale noi continueremo ad operare nel segno del testo unico del codice regionale delle autonomie locali, per dare compimento, adeguatezza, coerenza a tutta la legislazione che c'è stata fino ad oggi e certamente portarla avanti. E in questo quadro siamo d'accordo su un nuovo ruolo del Consiglio delle autonomie, che è auspicabile come è auspicabile qualunque livello di migliore interlocuzione che noi abbiamo praticato nella Conferenza, nei rapporrti diretti e nei rapporti quotidiani con le autonomie locali; ma, nel frattempo, vorrei anche dire, nel tempo dell'adeguamento normativo, se non è possibile immaginare il superamento della distinzione fra funzioni legislative e quelle amministrative, secondo noi molto può essere realizzato ancora attraverso la maggiore coesione, la maggiore cooperazione e la solidarietà, in una visione unitaria delle istituzioni regionali verso l'ammissione di servizi ai cittadini.
E, badate, qualche volta con la coesione - per la quale abbiamo preso anche tanti finanziamenti, non sempre con quel nome e all'insegna di quell'obiettivo -si raggiungono risultati maggiori rispetto a quelli di tante consulte, di tanti consigli e di tanti gruppi di lavoro. Si realizza un clima per cui, invece di attardarci in un dibattito sui principi, sui grandi principi qui evocati, in primo luogo l'equiordinazione (noi lo rispettiamo ma dà un livello di enunciazione di un principio tutto sommato abbastanza chiuso e autoreferenziale a livelli istituzionali), parliamo più di principio di adeguatezza, perché il principio di adeguatezza, a differenza dell'altro, mette in gioco direttamente il ruolo dei cittadini e la loro sfera dei diritti sui quali grava la nostra responsabilità.
In questa riforma c'è un compito comune, identico, preciso che è quello del tema dell'efficienza e dell'efficacia della pubblica amministrazione, che ormai è il cuore stesso della funzione della politica e delle istituzioni nel rapporto con i cittadini; è un tema che non riguarda una parte, solo la Regione, ma riguarda tutti, e la sfida è comunque nel superamento di una visione particolaristica e corporativa per riguadagnare il terreno dell'interesse generale.
Ho sentito dei dibattiti molto interessanti, ma mi sembra di ricordare quella disputa che nacque nella Chiesa alla fine dell'800 tra i gesuiti e i domenicani che discutevano sulla entità della cioccolata, se fosse solida o se fosse liquida, per poter regolare il digiuno prima della comunione e durante la Quaresima. Si registrò in quel ventennio la maggiore fioritura delle fabbriche di cioccolata. Come dire che molte volte ci attardiamo in discussioni che non sempre corrispondono alle tensioni del momento, alle tensioni che riguardano i diritti dei cittadini, perché siamo passati da una sfera di attenzione alle grandi rivendicazioni sociali a una modernizzazione dove il tema centrale è la salvaguardia e la tutela degli interessi diffusi, e soprattutto dei diritti dei cittadini.
Io credo che il gruppo di lavoro che metteremo in piedi, dopo l'approvazione della finanziaria per la costruzione del Codice regionale delle autonomie locali, ci darà modo di capirci di più, sapendo tutti che dobbiamo rinunciare ad un pezzo della nostra visione localistica per mettere a disposizione della Sardegna strumenti moderni che genereranno anche un beneficio complessivo alle istituzioni e alla politica, cioè la crescita e la responsabilizzazione di una nuova classe dirigente.
PRESIDENTE. Ringrazio l'Assessore e tutti voi che avete partecipato a questa riunione non formale tra il Consiglio regionale della Sardegna e il Consiglio delle autonomie. Se lo spirito che ha animato questo dibattito e questa discussione, è quello di un miglioramento e di un perfezionamento dei ruoli e del rispettivo lavoro, penso che questa stagione di riforme, che abbiamo avviato insieme, produrrà degli effetti positivi nell'interesse della comunità sarda, e consentirà a tutti noi di fare meglio il nostro lavoro.
Sono previsti degli appuntamenti stringenti, alcuni dei quali sono contenuti all'interno della legge finanziaria, su cui forse vale la pena che tra il Consiglio delle autonomie e il Consiglio regionale in questa fase, soprattutto per quanto riguarda il criterio dei riparti e i problemi relativi al patto di stabilità, si approfondisca la discussione. Penso che siamo tutti impegnati nella definizione degli strumenti legislativi successivi trasformando, per quanto riguarda la compartecipazione ai tributi, il finanziamento agli enti locali in una partecipazione erariale ai tributi. E'una fase di assestamento rispetto ai cambiamenti che abbiamo fatto e che dovremo fare. Se lo spirito è quello che ha animato questa discussione, quello cioè di sentirsi pienamente partecipi della vicenda politico-istituzionale che stiamo vivendo, penso che trarremo insieme dei frutti positivi per l'intera comunità sarda.
Ricordo che il Consiglio è convocato per questa sera alle ore 16 e 30.
La seduta è tolta alle ore 14 e 29.
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