Seduta n.285 del 15/04/1998 

CCLXXXV SEDUTA

(ANTIMERIDIANA)

Mercoledì 15 aprile 1998

Presidenza del Presidente Selis

indi

del Vicepresidente Zucca

La seduta è aperta alle ore 9 e 36.

DEMONTIS, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta di martedì 7 aprile 1998, che è approvato.

Continuazione della discussione sulle dichiarazioni della Giunta, ai sensi dell'articolo 118 del Regolamento, sul"Documento preliminare alla Conferenza regionale per l'occupazione e lo sviluppo"

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la continuazione della discussione sulle dichiarazioni del Presidente della Giunta regionale sulla Conferenza regionale per l'occupazione e lo sviluppo.

E' iscritto a parlare il consigliere Ghirra. Mi rendo conto che l'Aula in questo momento non è un uditorio affollato e che parlare in quest'Aula non è incoraggiante, però chiedo scusa all'onorevole Ghirra a nome del Consiglio per la scarsa affluenza, ma siamo ormai dieci minuti in ritardo e quindi le do la parola.

GHIRRA (Progr. Fed.). Signor Presidente, colleghe e colleghi, la Conferenza sul lavoro e lo sviluppo può rappresentare per la nostra isola un passaggio importante, nessuno di noi può razionalmente pensare che questo appuntamento abbia in sé risposte che tutti insieme andiamo cercando da tempo al grande tema di una ripresa dello sviluppo e di occupazione nella nostra isola. Tutti noi concordiamo sul fatto che debbano essere bandite tentazioni di tipo propagandistico o atteggiamenti da ricette miracolistiche. Eppure una riflessione, voglio dire, non astratta ma che dia dei risultati concreti è quanto meno doverosa anche se poi saranno il documento di programmazione economica e finanziaria e l'assestamento del bilancio i momenti operativi di scelte che verranno maturate in questa Conferenza. Ora non mi sembra il caso di ripercorrere in questo intervento la gamma delle analisi e delle proposte suggerite nel documento preliminare che c'è stato presentato dalla Giunta. Eppure, qualche riflessione va fatta, e mi pare che anche il clima di quest'Aula che ricorda più un piccolo seminario di lavoro che non un'Assemblea favorisca il concentrarsi su qualche osservazione. In particolare, e mi rifaccio anche all'intervento del collega Paolo Fois, la nostra Isola deve fare un salto nell'Unione Europea. Secondo me, c'è una tendenza a considerare l'Unione Europea come un puro fatto quantitativo. Ora invece occorre dall'esperienza europea cogliere gli aspetti di qualità dell'azione politica e mi spiego: c'è una grande attenzione da parte nostra, una attenzione giustificata sull'esigenza di mantenere la nostra Isola all'interno dell'Obiettivo 1. Questa esigenza che mi pare giustamente sostenuta dal governo Prodi, dal Presidente del Consiglio in persona, è in gran parte fondata sull'insularità che anche il trattato di Amsterdam riconosce come elemento di particolare svantaggio, come elemento da considerare nelle scelte dell'Unione Europea. Mi sembra giusto quello che ha fatto la Commissione bilancio della Camera di inserire anche l'elemento, tasso di disoccupazione, all'interno della concezione di aree svantaggiate, e io suggerirei al Consiglio e alla Giunta un altro aspetto che mi pare sia stato riconosciuto nei giorni scorsi per la Finlandia cioè la scarsa densità demografica. Tra i nostri handicap c'è anche questo elemento che potrebbe contribuire insieme al tasso di disoccupazione e all'insularità, quest'ultima poi riconosciuta in modo solenne dal Trattato di Amsterdam a mantenere la Sardegna nell'Obiettivo 1. Ma ciò non basta, occorre che la nostra Regione diventi realmente europea. C'è una grande attenzione negli ultimi anni ad alcune esperienze europee, in particolare si segnalano come aree che hanno realizzato un grande passo in avanti rispetto a una condizione di arretratezza due aree del Regno Unito, il Galles e l'Irlanda. Il Galles ha molti tratti in comune con alcune aree della Sardegna, era una vecchia area mineraria, ha subito in modo drammatico la crisi delle attività estrattive, l'Irlanda poi è uno dei paesi, è una delle aree dell'Unione Europea che ha realizzato il maggior passo in avanti in questi anni. Cosa ci dice l'esperienza irlandese, soprattutto a proposito dello sviluppo industriale e del salto in avanti dell'occupazione? L'esperienza irlandese si è fondata su due aspetti, da una parte incentivi fiscali e contributivi in particolare per le attività industriali, ma dall'altra, e su questo io vorrei richiamare l'attenzione della Giunta che vedo diventare sempre più numerosa e corposa, e dall'altra l'esperienza irlandese si fonda su un elemento centrale per la nostra isola che è la modernizzazione della pubblica amministrazione. Non c'è pratica che in Irlanda non venga assolta con un ritardo di due mesi e mezzo, questo è il vero, come dire, salto di qualità che la nostra Regione deve fare. Noi viviamo in un'isola nella quale non esiste certezza di diritto per i cittadini e per gli imprenditori. Affrontare e risolvere il nodo dell'efficienza della pubblica amministrazione, vuol dire dare un grande contributo al tema dello sviluppo e dell'occupazione, e può rappresentare il differenziale che può consentire agli imprenditori di scegliere la Sardegna e non altre aree del Mediterraneo, dell'Italia e dell'Europa. Quindi il tema dell'efficienza e della modernizzazione della pubblica amministrazione resta centrale in quest'isola. Resta centrale prima di tutto perché è un diritto dei cittadini, in una Regione efficiente e trasparente, ma resta centrale se si vuole davvero affrontare il nodo dell'occupazione e dello sviluppo, senza ridurre questa espressione, come dire, propagandistica oltre che retorica. E qui torna un tema che abbiamo trattato la settimana scorsa, che è il tema dello sviluppo telematico della Sardegna. Voi sapete che oggi viviamo in un mondo in cui ad esempio la Swiss Air, la compagnia di bandiera svizzera ha la sua contabilità fatta in India; la Sardegna, voglio dire, che ha nel essere isola uno svantaggio sul piano dei trasporti perché mi sembra che noi realizziamo nei fatti la discontinuità territoriale, soprattutto per quanto riguarda il trasporto marittimo, la Sardegna può attraverso la telematica, trasformare questo handicap in un vantaggio, nel senso che molte imprese possono dedicarsi al telelavoro, al lavoro a distanza, e possono collocarsi in quest'isola dove già esistono esperienze, capacità anche nel settore privato, possono collocarsi in quest'isola attività produttive che dalla Sardegna lavorino per il mondo perché il mondo oggi è davvero un mercato globale, un mercato unico. E quindi mi piace rilanciare in quest'aula uno slogan che non è mio, ma che mi sembra molto azzeccato, che è quello di creare la continuità territoriale digitale. Non è necessario per far questo spendere come è necessario fare per il sistema dei trasporti, e su questa frontiera potrebbero esserci grosse risposte in termini di modernizzazione dell'apparato amministrativo e dell'apparato produttivo. Oltre che risposte ad una categoria che nel mondo della disoccupazione rappresenta una fetta assai rilevante, che è quella dei giovani diplomati e laureati, dei giovani con specializzazione culturale abbastanza elevata, che non trovano spesso nelle politiche di sostegno per il lavoro dei canali privilegiati per la creazione di opportunità. Quindi noi dobbiamo imparare dal caso Irlanda e dobbiamo guardare alla frontiera telematica; sono questi dei modi di entrare in Europa. C'è poi un grande dibattito sulla questione lavoro produttivo, lavoro sostenuto. A me anche questo dibattito pare un po' capzioso perché mi pare che questo Consiglio regionale si sia via via avviato su una strada che considera necessaria la creazione di attività di impresa, quale che sia il settore di attività. Mi pare che una cultura vetero produttivistica che vede soltanto nelle attività primarie e secondarie, nella agricoltura e nella industria, il lavoro e che vede invece nel terziario e in altri settori l'assistenza sia ormai praticamente scomparsa, e se non lo fosse è compito nostro sconfiggere ulteriormente questa cultura che guarda all'indietro. Tutta l'attività di politica economica della Regione deve rivolgersi alla nascita di nuove imprese quale che sia il settore produttivo prescelto, si tratti di industria, si tratti di agricoltura, e si tratti ancora di più di frontiere sulle quali la Sardegna può dire molto e che sono quelle del turismo, che sono quelle di un grande sviluppo ambientale e quelle di un grande sviluppo culturale. A me fa molto piacere che alla conferenza che si terrà lunedì e martedì prossimi partecipi il Vicepresidente del Consiglio Walter Veltroni, perché Veltroni ha in sé le caratteristiche, anche autobiografiche, di una visione della politica, della economia e della collocazione della sinistra, alla quale egli appartiene, assai più moderna di altri. Non a caso ha scelto di essere ministro dei beni culturali, valorizzando questo settore anche con la sua scelta, mentre fino a pochi anni fa il ministero dei beni culturali veniva considerato quasi un ministero di serie C, un ministero di risulta. Ed è in questo settore, siamo già pochi se chiacchieriamo pure si può essere quasi molestati. È bello il silenzio del vuoto, se viene interrotto dal rumore di pochi..! Dicevo quindi che è importante che si aprano nuove frontiere e che attività come quelle della valorizzazione delle nostre ricchezze culturali, e del nostro straordinario patrimonio ambientale non vengano considerate settori di pubblica assistenza ma settori nei quali si può fare e si fa impresa. Perché la Sardegna vedete ha diritto ad un futuro, i giovani di quest'isola hanno realmente diritto ad un futuro, ma hanno diritto ad un futuro all'altezza della collocazione della nostra isola nei grandi mercati. Oggi noi viviamo in un mercato globalizzato nel quale la nostra terra si può inserire scegliendo nicchie di qualità, e tra le qualità della nostra offerta l'attività principale è certamente lo straordinario patrimonio naturale e culturale che la natura per un verso e chi ci ha preceduto su questa terra per un altro ci hanno lasciato. È stato fatto molto in questi decenni e molto si fa ancora per distruggerlo questo patrimonio e per non regalare alle nuove generazioni altro che rovine, il compito nostro se siamo una classe dirigente è di valorizzare questo patrimonio per il lavoro e lo sviluppo senza sottrarre questa ricchezza a chi verrà dopo di noi. Il che non vuol dire stare a contemplarle queste ricchezze, ma questo vuol dire promuovere impresa che si impegni in questo settore, ci sono spontanee tendenze del mercato, perché la Sardegna è pervasa per fortuna dallo spirito di iniziativa di tanti, e la Regione ha il dovere di favorire la nascita di ulteriori attività. Io non so se a voi sia capitato, ma a me è capitato di scoprire delle cose, e qui confesso la mia ignoranza, dal vivo e in tarda età, che noi siamo ricchi di patrimoni culturali conosciuti più nel mondo che nella nostra terra, che le opere del Maestro di Ozieri ad esempio sono esposte a New York e in tutta Europa; che noi dedichiamo moltissimo tempo a visitare il Louvre e la National Gallery e altri fantastici musei per il mondo, mentre la nostra terra è ricchissima anche di beni culturali. Uno dei compiti che noi abbiamo, e che una conferenza sul lavoro e lo sviluppo deve affrontare, è quello di conoscere, prima di tutto, di catalogare e di far conoscere vendendolo, perché si paga anche per queste cose, quindi ci sono gli strumenti finanziari per remunerare questo lavoro, tutto questo grande patrimonio che è assai più grande di quanto molti di noi non pensino. E tutto questo non può essere una operazione parziale. Un altro compito straordinario al quale la Regione può partecipare, perché io non credo che la Regione possa assorbire tutto, ma molto mi aspetto dalla intesa istituzionale di programma con lo Stato, un altro tema è quello di una grande operazione di sviluppo del settore della formazione professionale, della scuola e della università nella nostra isola. Non è pensabile che possiamo accettare ulteriormente la dispersione scolastica, ad esempio. Uno dei grandi limiti nella Europa del duemila non si può tollerare neppure che la forza lavoro impegnata nelle mansioni più basse della scala produttiva possa non avere una buona formazione di base, una buona formazione culturale. Né si può tollerare che la nostra Regione con fondi non sempre suoi, in gran parte europei e nazionali, spenda 260 miliardi per una formazione professionale il cui fine principale è mantenere in piedi un baraccone fine a se stesso. Allora io mi auguro, ne parlava ieri con precisione la collega Dettori, che dalla conferenza per l'occupazione e lo sviluppo, ma assai più nell'assestamento di bilancio e nel documento di programmazione economica e finanziaria, e all'interno di questo Consiglio che dovrà presto varare la riforma della formazione professionale, venga una spinta perché il piano di formazione non sia la pura ripetizione e reiterazione di attività quelle sì assistenziali, ma non assistenziali al lavoro, assistenziali a chi magari nel settore privato detiene enti che si automantengono in questo modo, mi auguro che la formazione professionale diventi una leva e uno strumento per la formazione di forza lavoro qualificata. Così come tutti quanti dobbiamo impegnarci perché la scuola diventi in Sardegna il laboratorio delle culture necessarie alla modernizzazione dell'apparato produttivo, che dentro la scuola entrino il ministro Berlinguer, con la collaborazione attiva ed importante del CRS4, anch'esso, vivaddio, ampiamente finanziato dalla Regione, sta lavorando ad un progetto per lo studio della cultura dell'informatica e della telematica che parta dalle scuole elementari. Ecco, la Sardegna può essere il laboratorio anche di una modernizzazione della cultura e dell'apprendimento scolastico. Ecco, sono convinto, altri colleghi del mio Gruppo e del Consiglio l'hanno già fatto, sono convinto che in questa discussione altri arricchiranno il quadro, altri si dedicheranno in particolare al settore delle attività produttive tradizionali. A me premeva e preme ribadire un concetto, forse in gran parte scontato, ma, come si dice, ognuno porta un contributo in queste situazioni, i temi dell'ambiente, della cultura, della modernizzazione dell'apparato amministrativo e produttivo, e dell'introduzione di quella che mi piace chiamare "continuità territoriale digitale" siano anch'essi al centro della conferenza.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Balletto. Ne ha facoltà.

BALLETTO (F.I.). Grazie, signor Presidente e colleghi per l'attenzione che mi dedicherete. Io dico che questa conferenza regionale sul lavoro e sull'occupazione avrebbe dovuto svolgersi all'inizio della legislatura e non alla fine. Intanto perché non assuma così sapore e colore di propaganda, considerato che fra poco più di un anno andremo alle elezioni regionali. Caro assessore Cogodi, ho avuto il piacere di leggermi gli atti della conferenza del 1988, e di essermi letto con molta attenzione la sua relazione introduttiva, nella quale vi erano veramente spunti notevoli di analisi della situazione, e anche accorata sensibilità alla soluzione del problema. A distanza però di 10 anni quelle situazioni denunciate si sono ingigantite, sono diventate ed hanno scavato un solco così profondo che, ahimé, difficilmente in questo scorcio di legislatura e nella prossima, se veramente non si cambierà il modo di fare politica, cioè se non cambieranno gli uomini, se non cambierà la volontà, la morale, la coscienza di ciascuno di noi, chi ci verrà e chi ci succederà dovrà probabilmente, fra otto anni, esaminare la medesima situazione e piangere lacrime amare sulla situazione attuale, probabilmente invidiandocela. E allora, detto questo, posso immediatamente dire che le linee che vengono tracciate purtroppo hanno sempre quella caratteristica di generalità che fa sì che il lavoro, così come si propone, possa rimanere una semplice dichiarazione d'intenti. Dichiarazione d'intenti che purtroppo oggi non trovano più la possibilità di trovare alloggio e collocazione in un'economia estremamente disastrata. Dicevo quindi che questo è l'ultimo anno di governo di questa nostra Regione, e in quest'ultimo anno si può cogliere tutto il degrado dell'attività politica svolta da questa maggioranza e da questa Giunta. Dico attività politica intesa come complesso di atti che vengono posti in essere per cercare di dare soluzione ai problemi primari. E' certo che se per attività politica si intende tutt'altro, e cioè non ci si riferisce a quell'attività che deve essere rivolta per soddisfare gli interessi dei nostri mandanti, cioè di coloro i quali, col consenso elettorale, ci hanno mandato a governarli, evidentemente stiamo facendo tutt'altro che politica, stiamo facendo bassa bottega, stiamo dando risposte ad interessi di partito e, talvolta, anche a interessi dei singoli. Quindi politica è una parola nobile se interpretata nel giusto modo, cosa che purtroppo, per quelli che sono stati i risultati e per quelle che sono le situazioni che oggi si devono amaramente constatare, diremmo che di attività politica poca ce n'è stata. E ce n'è stata, signori della maggioranza, attività politica poca, proprio perché tutte le crisi che sinora si sono succedute non nascono da difficoltà di percorso su un programma comune alla maggioranza, proprio per affrontare i problemi ai quali facevo riferimento in precedenza. Sono sempre nate per questioni meschine, per questioni di bottega, per questioni di spartizione. E allora, dove sta la politica, intesa nel senso nobile della parola? Evidentemente non alberga in questo Consiglio regionale, non alloggia purtroppo in tutte le istituzioni dello Stato, anche a partire dalle più alte e dalle più elevate. Tra i problemi più evidenti di questo scorcio di legislatura emerge il problema dell'occupazione. Dove sta il limite? In che cosa si è fallito? Perché il problema della disoccupazione si è ingigantito dal 1988 ad oggi? Quel famoso differenziale, che l'assessore Cogodi indicava nel 9 per cento tra disoccupazione nazionale e disoccupazione regionale in questi dieci anni, nonostante gli interventi e nonostante le risorse che sono state impiegate nel settore, e saranno diverse decine di migliaia di miliardi, perché i trasferimenti statali ci sono stati, è innegabile questa circostanza, eppure questo gap, questo differenziale è passato dal 9 per cento al 16 per cento, perché oggi si assume, si afferma che la disoccupazione in Sardegna abbia raggiunto livelli del 27, 28 per cento, contro il 12,4 per cento nazionale, il differenziale è aumentato a 16 punti circa, dai 9 del 1988.

Quindi vi è un fallimento delle politiche regionali; un totale fallimento. Dove ha fallito la classe politica? E perché io ritengo che, al primo posto della propria attività, sia stata messa la ricerca affannosa del consenso da parte dell'elettorato. Ma acquisizione del consenso non come fatto subordinato all'attività politica, dalla buona attività politica, dalla crescita sociale ed economica nasce il riconoscimento spontaneo dell'elettore. Quindi non come subordinata all'attività di buon governo, all'attività di buona amministrazione, ma come fatto principale fine a se stesso, acquisizione ad ogni costo del consenso per poter mantenere il potere. Questo ha dato origine alle politiche di tipo assistenziale, questo ha dato origine ai privilegi dispensati a manca e a sinistra, ma sempre e soprattutto a soggetti d'area, questo ha dato origine alla spesa assistenziale, all'intervento a pioggia. Cada su tutti e bagni tutti.

Ma fosse stato almeno così, perché così non è stato perché, come dicevo prima, ci sono state evidentemente persone che si sono ben inzuppate e altre che si sono appena appena inumidite. E' stata trascurata la politica di occupazione verso i giovani, e perché? Anche qui vi è un motivo: perché i giovani sino a 18 anni non votano, anche se sono in età di lavoro, e quindi non erano soggetti degni di attenzioni particolari, perché da essi non si poteva ottenere consenso. Quelli di età superiore ai 18 anni sono pochi, la classe intermedia tra i 18 e i 25 è composta da pochi soggetti e anche quello è un settore che non ha destato particolare attenzione nella classe politica, accecata dalla volontà e dall'unico scopo di acquisire consenso, ma consenso primario e a ogni costo, non quello subordinato, di cui dicevo prima.

Quindi il fenomeno della disoccupazione giovanile è devastante, ed è devastante perché questa è stata la volontà politica, una volontà però sveglia, desta, non un fatto o automatico o che è venuto così senza essere particolarmente cercato. L'occupazione giovanile tra i 18 e i 25 anni in Italia è pari al 34 per cento della popolazione attiva, il 60 per cento nel Meridione d'Italia e nelle isole. Questi giovani si sentono inutili ed estranei alla società, e alla fine molti di essi disperati ed esasperati cedono alle tentazioni e si avvicinano, ahinoi, al mondo della droga, che tutto offusca e tutto alleggerisce, e o alla microcriminalità. Quanta responsabilità, quanta colpa esiste nella classe politica regionale e nazionale per l'esistenza e lo sviluppo di questi deprecabili fenomeni? Se ci si interrogasse seriamente e ci si guardasse davanti allo specchio, probabilmente il mea culpa si farebbe. Le politiche sociali che trascurano questo aspetto devastante della nostra società, il totale disinteresse per le sorti dei giovani, cioè di quella che dovrebbe essere la futura classe dirigente, non sono affatto - ditelo, diciamocelo chiaro e tondo, in un sussulto di ritrovato senso di responsabilità - ispirati a principi di solidarietà, ma si improntano e protendono verso attività di marcato carattere assistenziale per l'acquisizione di quel famoso consenso al quale facevo riferimento all'inizio del mio intervento.

La colpa più grave di questa maggioranza e dell'esecutivo che da essa trae vita è quella di non aver saputo affrontare il problema, ma anche e soprattutto di non essere stata capace di attuare una politica di speranza per i giovani. Sì, colleghi, è mancata del tutto in questo stato di sfacelo generale anche una politica di sola speranza, quella speranza capace di rinsaldare i principi e fortificare la morale, unica capace di assecondare la lunga attesa per l'ottenimento di un lavoro tale da garantire almeno un futuro, non dico migliore, ma appena appena degno di essere vissuto. Quali sono i rimedi possibili per affrontare seriamente una situazione di questo genere?

Nel documento programmatico, come dicevo in precedenza, mancano del tutto le proposte, i percorsi, soprattutto, da seguire per giungere alla soluzione del problema, non sono state individuate le priorità e le metodologie, nonché, cosa essenziale senza la quale ogni programma è destinato a diventare il famoso libro dei sogni, le risorse, la loro entità e le fonti di approvvigionamento. Così, a mio parere, il documento programmatico altro non è che l'ennesima propagandistica espressione di promesse di interventi straordinari, che - ahinoi - sono destinati a rimanere sulla carta, così come alle chiacchiere cui ci avete abituati dall'inizio della legislatura non hanno mai fatto seguito atti e fatti concreti.

Tutto ciò, o parte di ciò che si dovrebbe o potrebbe seriamente fare, rimane ancora una volta nel cassetto, anzi all'interno di una cassaforte blindata, dalla quale è impossibile che possano venire fuori rimedi. Ma quali sono questi possibili rimedi? Intanto io credo che si debba fare chiarezza sul punto di partenza, e cioè capire se vi può essere incremento di unità impiegate nel lavoro se vi è aumento della produttività. Mi spiego meglio: bisogna partire da un postulato, e cioè capire che l'incremento della occupazione è necessariamente collegato all'aumento della produttività del lavoro stesso. Ma ciò non è ancora sufficiente, perché l'incremento della produttività è una condizione necessaria, ma non è anche una condizione sufficiente. Perché ciò possa verificarsi occorre, infatti, che al tasso di incremento della produttività si accompagni un tasso di incremento della produzione ad esso superiore, perché in caso contrario non si creano posti di lavoro. Se questo è il postulato base, se questo è il principio inconfutabile, incontrovertibile di partenza, si deve lavorare su questo punto; se si lavora su questo punto probabilmente il problema si può affrontare e si può portare, non dico a soluzione, ma si può avviare sicuramente verso una soluzione favorevole. Argomentare in modo contrario contro questo postulato, che altro poi non è che una legge di economia, riconosciuta da tutti, anche dagli economisti della sinistra, significa mentire a sé stessi. Ma questo sarebbe anche già una cosa di poco conto, fatto gravissimo sarebbe mentire a coloro che vi hanno, che ci hanno, ma io mi do minori responsabilità e quindi dico "a coloro che vi hanno mandato a governare e che vi hanno eletto ala carica di parlamentari regionali. Ma ciò come può avvenire? Noi riteniamo che lo strumento fondamentale sia rappresentato da un corretto uso della leva fiscale. Va detto e sottolineato che non vi può essere crescita quando la fiscalità diretta e indiretta è eccessiva, e strangola le imprese. In Italia, sono dati ISTAT che ce lo dicono, la fiscalità è superiore al cento per cento del costo del lavoro diretto; la pressione fiscale media in Italia sfiora il 60 per cento del reddito lordo. E qui una piccola parentesi, tanto per capire: è azzardato dire che la pressione fiscale nelle società di capitali è pari al 52 per cento, e cioè il 37 per cento di IRPEG e il 16 per cento di ILOR mi riferisco al 1997, quando l'ILOR vigeva ancora e non era stata sostituita dall'IRAP perché queste sono le aliquote che incidono sul reddito imponibile, ma il concetto di reddito imponibile del legislatore fiscale non coincide mica con il concetto di reddito spendibile e realmente guadagnato all'interno di un processo produttivo, perché il legislatore fiscale, in quest'Aula vi sono tanti imprenditori e tanti professionisti cioè coloro i quali svolgono una attività produttiva di reddito, sanno che talune moltissime componenti del costo di produzione non sono riconosciuti come costi. Per cui il reddito imponibile in certe situazioni, rispetto al reddito effettivo, è superiore ad esso del 10-15-20 per cento e l'imposta che è proporzionale va a colpire il reddito imponibile nettamente superiore, quindi il 53,2 per cento è nominale l'imposizione diretta sui redditi d'impresa è nettamente superiore. Per contro ad una pressione fiscale così elevata, fanno seguito e fanno riferimento servizi di ritorno alle imprese e al cittadino, che sono scadenti, insufficienti, inadeguati e talvolta inutili. Gran parte del prelievo viene utilizzato per finanziare una spesa corrente improduttiva, o meglio quella assistenziale. Noi di Forza Italia diciamo che affinché ci sia sviluppo la pressione fiscale e parafiscale deve essere compatibile con quella degli altri paesi, e ciò è tanto più vero quanto più la produzione e gli scambi assumono sempre più connotazione di globalizzazione e di internazionalizzazione. Ma, signori, colleghi, come possono essere le nostre imprese competitive se il fisco dei paesi industrializzati, dei paesi più progrediti, o peggio il fisco dei paesi in via di sviluppo dove il costo del lavoro e la fiscalità, quasi inesistenti, producono a condizioni nettamente più vantaggiose delle produzioni nazionali, dove andremo a finire in un mercato che assume, come dicevo prima, sempre più caratteristiche di internazionalizzazione, globalizzazione. Non ci vuole mica l'intelligenza di uno di Forza Italia per capire queste cose, possono capirle benissimo anche i colleghi della sinistra che quanto a cultura ed intelligenza, grazie al cielo, credono di poter dare probabilmente anche con verità e razionalità, io ci credo poco, ma comunque è anche verosimile, ci possono dare moltissimi punti. Eppure queste strade non si perseguono, questi percorsi si sbarrano sin dall'inizio e non si vogliono assolutamente intraprendere, ma perché? Allora ritorniamo sempre a quel discorso iniziale perché la politica non è altro che acquisizione di consenso fine a se stesso, per l'acquisizione del potere e non subordinata all'attività di buon governo. Il nostro paese è asfissiato da un labirinto di adempimenti che penalizzano le imprese per poter avviare una intrapresa occorrono mesi e mesi e talvolta anni per ottenere tutte le autorizzazioni, il costo per le formalità dirette, quindi concessioni governative, carte bollate e via dicendo, è spaventoso, i costi figurativi conseguenti ai ritardi sono devastanti, le imprese che ottengono beneficiando di leggi dello Stato e di leggi regionali, le declaratorie di accoglimento delle iniziative prima che vengano erogate le risorse pubbliche a sostegno e a completamento dell'iniziativa che ha avuto esito favorevole, muoiono di liquidità perché vengono strangolate dal sistema bancario che fa il suo lavoro, sicuramente, talvolta magari esagerando ma fa il suo lavoro perché deve fare profitto perché è una impresa che lavora sul mercato in condizioni di concorrenza e quindi lavora per il profitto, e se siamo in un regime di mercato libero le banche fanno il loro interesse come lo fa qualunque soggetto che opera nel mercato. Però per i disservizi della pubblica amministrazione l'imprenditore privato è costretto a rivolgersi alle banche e prima che arrivino gli incentivi loro spettanti questi sono già belli che partiti. Partiti inteso come imprese che sono pervenute ad uno stato di decozione alla fine delle quali evidentemente non c'è che il fallimento o una procedura concorsuale. Bisogna, cari colleghi dell'Esecutivo, che in Sardegna si giunga realmente, anche in Italia ovviamente, all'istituzione di uno sportello unico centralizzato, dove il cittadino, l'imprenditore debba rivolgersi per affrontare e risolvere tutti i problemi relativi alle sue iniziative produttive. E in caso di assenza di risposte celeri bisogna che venga ancora messo a regime e istituzionalizzato il principio del silenzio assenso una amministrazione regionale, statale, parastatale, che non risponde ad una istanza del cittadino, deve far sì che la richiesta si debba considerare come accolta. Quarto punto. L'istituzione di una marcata flessibilità e mobilità del lavoro che tenga conto comunque dei costi e i benefici, comprendendo tra i primi i costi psicologici collegati all'abbandono della propria attività del proprio posto nativo, al posto dove sono evidentemente radicati i propri interessi familiari. Non si può pensare che un manovale del centro-Sardegna possa andare in una città fredda e buia del nord Italia, con un differenziale di stipendio di poche decine o massimo centomila lire, perché il costo psicologico del distacco e i costi per l'ambientamento che devono essere sostenuti da chi emigra, da chi si trasferisce nei luoghi ove il lavoro esiste, devono essere presi nel debito conto, e siccome questo differenziale in questa misura così larga, non esiste per il lavoro manuale, per il lavoro esecutivo, evidentemente bisogna creare le condizioni perché questa legge, questo differenziale evidentemente è possibile solo quando si tratta di lavorazioni o attività estremamente specializzate e per le quali evidentemente il valore di riferimento tra quelli che possono essere i possibili compensi per il lavoro svolto all'interno e quindi nel posto di residenza, e invece nei luoghi in cui queste opportunità vengono conseguite possono essere davvero elevate. Ma questo in Italia è raro che avvenga, anche questo è raro che avvenga, e quindi le intelligenze, nella misura in cui esistono, proprio perché vanno alla ricerca di questi differenziali, molto spesso sono destinate a emigrare all'estero, cioè contribuiamo con le nostre risorse intellettuali alla crescita e allo sviluppo degli altri paesi. Bell'affare, da parte di chi amministra, quando consente che si verifichino queste cose. Con questo sistema attuale vediamo che fuggono le imprese, perché le imprese non arrischiano i propri capitali investendoli in iniziative dove per i motivi ai quali facevo riferimento prima, non c'è la prospettiva ragionevole di condurre le iniziative stesse in condizioni di redditività. Si perdono le migliori energie lavorative dei giovani che trascurati abbondantemente o finiscono, come dicevo prima, perché disperati ed esasperati nel mondo della droga o della microcriminalità, o perché quelli migliori e quelli più capaci se ne vanno a trovare fortuna in altri siti che non sono certamente l'Italia. Si è elevata la pressione fiscale, in maniera ormai non più sopportabile, per arrivare in Europa. Qualcuno, o meglio la stampa asservita alla sinistra, quella scritta e quella parlata, parla di gran merito del governo Prodi per averci portato in Europa. Signori, il gran merito non è di Prodi, è della incommensurabile sopportazione degli italiani che hanno concesso al governo Prodi di essere trattati come sudditi e non come cittadini. Questo è il gran merito; il merito è dell'italiano non è di chi ci ha governato, perché chi ci ha governato se avesse potuto ci avrebbe dato qualche altra scudisciata; e ce le darà ancora con l'inserimento anche dell'affittometro, altro che mercato libero degli immobili. È stato istituito anche l'affittometro e ci divertiremo quando ce lo dovremo vedere applicato. Concludo con un invito che so già che purtroppo rimarrà lettera morta, ma se abbiamo detto che anche ai giovani deve essere data speranza, diamo speranza anche ai meno giovani, cioè quelli della opposizione, noi, e che veramente in un sussulto di responsabilità le cose, l'attività di governo sia fatta non nell'interesse dei partiti che rappresentate e di voi stessi, ma sia fatta veramente nel nome e nell'interesse dei sardi.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Falconi. Ne ha facoltà.

FALCONI (Progr. Fed.). Signor Presidente, colleghi consiglieri, il clima che si è creato in quest'aula, la nostra scarsa presenza, sta scalfendo anche il mio proverbiale ottimismo. Io ero e sono fiducioso sull'esito e sugli obiettivi che questa conferenza sul lavoro e sullo sviluppo si è posta. Però dicevo il clima del dibattito che si sta sviluppando in quest'aula sul documento non è assolutamente positivo. La conferenza sarà quello che noi riusciremo a farla diventare e non stiamo dando come Consiglio regionale un grande contributo né di attenzione, né di idee, né di progetti. Ho condiviso ieri alcune critiche allo stesso documento, non ho condiviso l'approccio generale che soprattutto i Gruppi di opposizione hanno dato. Ho condiviso la critica che da una rapida lettura del documento stesso si evince, e cioè che il documento è fatto a più mani, è un collage di cose buone e di cose meno buone; e il nostro sforzo doveva volgere proprio a un contributo di razionalizzazione per un tema così importante per questa piaga delle piaghe, per la madre di tutte le piaghe della Sardegna, per la disoccupazione. Non condivido invece l'atteggiamento dei Gruppi di opposizione che hanno messo della negatività in tutto questo. Mentre poc'anzi il collega Balletto si è sforzato di proporre delle idee diverse, qualche volta non condivisibili ma delle idee diverse e alternative rispetto alla proposta di sviluppo contenuta nel documento, questo sforzo è forse il primo che viene da un collega della opposizione, mentre altri si sono sforzati con altri atteggiamenti, a volte antisindacali e basta che ieri sono stati qui manifestati, che sono antistorici, si va alla concertazione come strumento di governo di una società complessa in Italia e in Europa e qui invece si propone una sorta di isola senza concertazione sindacale. Abbiamo assistito a ricandidature assessoriali come occupazione, ma come occupazione del potere che nulla ha a che vedere con l'occupazione vera, con l'occupazione stabile. È un approccio questo sbagliato e ripeto lo sforzo doveva volgere a migliorare le idee e il documento. La conferenza è già diventata una opportunità anche se non qui in Consiglio regionale. C'è un dibattito vero tra tutte le forze politiche. Noi PDS abbiamo organizzato nei territori su base regionale delle iniziative. Altri partiti l'hanno fatto e lo stanno facendo, lo faranno nei prossimi giorni. Confronto anche nelle fabbriche, quindi un dibattito vero, volto a provocare quel clima di concertazione che in Italia ha portato degli ottimi frutti. Per porci due principali obiettivi. Darci come Regione Sardegna una strategia e avviare e concretizzare un confronto stringente con il governo nazionale. E questo è un tema che deve riguardare tutti, maggioranza e opposizione. E doveva riguardarci e deve riguardarci andando a studiare meglio, a fondo, nelle commissioni forse in modo più efficace, ma anche qui in aula è possibile ancora farlo, se è opportuno in Sardegna puntare ancora e aumentare il numero dei lavoratori cosiddetti a lavoro sostenuto, oppure limitarne il numero e puntare molto più speditamente sul lavoro creato dalle imprese. Sono due scuole di pensiero che si confrontano. Io sono per questa seconda ipotesi, per questa seconda scuola di pensiero. Sul lavoro sostenuto che non va comunque nè sottovalutato e nemmeno fortemente ridimensionato, vanno fatti dei distinguo. Sono diverse le forme di lavoro sostenuto già sperimentate e attuate in Sardegna. Alcune forme come i lavori socialmente utili o i lavori di pubblica utilità in alcuni casi vanno a colludere proprio con l'impresa, con l'artigianato nei paesi e la piccola e media impresa, addirittura sottraendo lavoro alle imprese e non producendo se non nel brevissimo tempo della occupazione; poi alla fine dei dodici mesi o dei ventiquattro mesi riproducono loro stessi della disoccupazione. Ma sempre nel lavoro sostenuto ci sono delle forme che possono essere valorizzate, che l'impresa stessa già oggi utilizza. Parliamo di borse di lavoro, parliamo di PIP, di piani per gli inserimenti produttivi, questi sì vanno incentivati perché l'impresa li sta utilizzando e li utilizza nel momento più delicato durante il decollo della impresa stessa. Quindi penso che su queste due ultime forme bisognerà incentrare la nostra attenzione, valorizzarli, incentivarli. Dicevo che io farò alcune brevi considerazioni, soprattutto sul lavoro creato dalle imprese. Non condivido l'atteggiamento disfattista di alcuni colleghi che descrivono la situazione nazionale, ma soprattutto sarda, a tinte così tanto fosche. Non credo che faccia bene una descrizione, oltre che errata, disastrosa, non fa bene all'economia. Io penso invece che in alcuni comparti produttivi sardi si possa e si debba creare occupazione. Mi riferisco all'industria, al turismo, all'artigianato e all'agricoltura, in una certa misura, perché lì è già un risultato se riusciamo a tenere l'occupazione che c'è, pure mettendoci delle risorse finanziarie. Be, noi sull'industria stiamo assistendo ad una vivacità di proposte di impresa, negli ultimi due o tre anni, ma soprattutto in questi ultimi mesi, a una vivacità senza eguali nei decenni precedenti. Abbiamo una buona legislazione, abbiamo una buona strumentazione di siti industriali, certamente da completare, ma abbiamo ricchezza di spazi: 23 siti industriali in Sardegna, centinaia di PIP, anche questi da completare, sono per la piccola, la media e grande impresa sarda e non sarda, sono degli strumenti che molte altre regioni non hanno.

Nel turismo, ne abbiamo parlato e non mi soffermo molto, tante altre volte. E' un serbatoio di ricchezze, è uno scrigno ancora da aprire in Sardegna. Qualcosa l'abbiamo fatta, qualcosa è da fare; e lì bisogno puntare, con le leggi di sostegno, a incentivare l'occupazione. Le modifiche che quest'Aula ha approvato qualche mese fa alla legge numero 40, io ritengo vadano in questa direzione, e su quella strada bisognerà proseguire.

Sull'artigianato, lì abbiamo i grandi numeri della produzione sarda. L'artigianato rappresenta il 60 per cento delle industrie in Sardegna, ha 36 mila aziende e 92 mila occupati. Io penso che tanti giovani, se incentivati appunto con i PIP, possano trovare, proprio nell'artigianato, nelle botteghe artigiane, un'occupazione stabile. Le sinergie, il ruolo che noi dobbiamo avere, è quello di creare con le leggi le sinergie per questi diversi comparti. Tra l'agroindustria e l'agricoltura, tra l'industria, il turismo e l'artigianato. Sono lì che vanno ricercate le occasioni di lavoro.

Si è detto delle risorse: 400 miliardi sono poca cosa in un mare di problemi; io penso invece che non siano poca cosa e penso che tutto il ragionamento non deve basarsi sui 400 miliardi da spendere e sulla programmazione di questa spendita. Penso che vadano utilizzati tutti gli strumenti; gli strumenti dell'Unione Europea, per continuare, come ricordava il collega Fois, ad essere obiettivo 1, affinché questa ci garantisca la infrastrutturazione primaria, e quindi la infrastrutturazione anche industriale. Anche altri strumenti che non sono stati menzionati, che vengono dalla Unione europea, non sono o sono scarsamente utilizzati in Sardegna. Io mi riferisco ai fondi della Banca europea per gli investimenti, che sono fondi incentivati, fondi che possono approvvigionare dei mutui a tasso agevolati e che non vengono per nulla utilizzati in Sardegna, forse perché non conosciuti. Sul sostegno dello Stato, bè, non so quanti di voi abbiano avuto modo di dare un rapido sguardo all'ultimo bando della 488. Ci sono 482 domande per avere finanziamenti; 482 imprese che, negli ultimi sei mesi, hanno presentato domanda, hanno speso già dei loro soldi per fare il progetto e predisporre le carte, spendendo a volte decine e decine di milioni solo in progettazione. Quindi proponendo cose credibili hanno già messo gli imprenditori dal loro diretto(?) per attivare questa forma di finanziamento. Io considero queste 500 domande un patrimonio, oltre che di idee, un patrimonio che noi dovremo seguire passo passo, salvaguardare e considerarlo una cosa molto positiva. Se questo è il segno significa che c'è fiducia nell'ambiente, c'è voglia di crescere, c'è fiducia nelle istituzioni regionali e nazionali. Se questo è l'indice di borsa, diciamo, evidentemente quello sta segnando bel tempo. Ci sono risorse regionali che devono essere utilizzate e utilizzate meglio; utilizzate meglio nel senso che non devono accavallarsi con le risorse europee e con quelle dello Stato. Quindi eliminare - e questo rientra nei nostri compiti anche di Consiglio regionale e non solo di Giunta regionale -, eliminare le concorrenze, gli accavallamenti tra i diversi interventi, tra i diversi livelli europeo, statale e regionale. Quindi bisogna intervenire dal punto di vista legislativo o con strumenti della Giunta, intervenire per eliminare la concorrenza fra la Sabatini nazionale e la 21 regionale, fra la 28 regionale e la 44 nazionale, e così via. Bisogna spendere velocemente e bene. Molte cose, visto che stiamo parlando di risorse, noi le possiamo fare senza costi, e a volte le cose fatte bene, senza costi, per le imprese sono quelle più efficaci. Ne parlava poc'anzi lo stesso collega Balletto. Ecco perché io ho considerato l'ultimo intervento di approccio diverso, di taglio diverso.

Quando noi attiviamo anche in Sardegna, perché in altre regioni lo hanno già fatto, utilizzando la Bassanini, hanno già aperto degli sportelli unici per le imprese. Sportelli unici che, nell'arco di 60 giorni, devono dare risposta a tutte le domande, a tutti i timbri, a tutte le autorizzazioni che l'impresa necessita per decollare. Ebbene, questo è compito nostro. Bisogna recepire i contenuti della legge nazionale e farla applicare velocemente anche in Sardegna. Solo questo può abbattere i tempi di realizzazione di un'impresa, può abbattere i tempi di un anno. Ma ancora, possiamo fare molto proprio per velocizzare non solo quell'aspetto, ma per velocizzare la nostra capacità di spesa. Nelle discussioni sulle finanziarie una volta all'anno ci rendiamo conto che nei fondi di rotazione la Regione Sardegna ha in deposito mille miliardi e a volte anche più, mille e duecento o mille e cento. Bene, questi sono fondi di rotazione non spesi, depositati in dei conti correnti che non vanno, non affluiscono velocemente alle imprese. Questi sono nodi che dobbiamo sciogliere noi, Consiglio regionale, andando a vedere il perché e il per come si bloccano le pratiche. E questo non ha costi aggiuntivi, però se riusciamo a sciogliere questi nodi diamo risposte concrete. Liberare risorse dall'EMSA, dall'ERSAT, da tutto il sistema regionale dove la Regione si è fatta imprenditrice i decenni scorsi e dove ha fallito e non ha funzionato. Allora la liberalizzazione di queste risorse non comparta oneri aggiuntivi. Questo lo dobbiamo e lo possiamo fare modificando le leggi o, in molti casi, come ritengo con la 15 o con la 17, con semplici direttive istruttorie della Giunta, che possono applicare la tempistica prevista con la 488, dove nell'arco di 4 mesi un imprenditore ha risposta certa sulla sua idea, sul suo finanziamento. Quindi, tutte queste cose, non certamente prima della Conferenza, noi le possiamo proporre già in Conferenza, che è un'occasione di messa a punto di strategia che dobbiamo darci, per poi tornare nei rispettivi ruoli e operare in quelle direzioni. Non si parte dall'anno zero, non si parte dal nulla. Abbiamo già detto che le leggi di incentivo regionali sono tra le migliori nel Meridione; si tratta di migliorarle ulteriormente. Abbiamo alcune proposte noi, anche come Gruppo di progressisti federativi, abbiamo la necessità di un monitoraggio delle leggi, dobbiamo sapere come funzionano, cosa produce la 28, cosa produce la 15, e oggi non abbiamo gli strumenti per poter controllare in tempo reale l'andamento dei finanziamenti erogati. Per questa ragione lo stesso Gruppo ha presentato qualche settimana fa una proposta di legge che trasforma l'osservatorio industriale in osservatorio economico, proprio per vedere le sinergie tra i diversi comparti produttivi, per vedere come le nostre leggi stanno funzionando, proprio perché ci servono questi dati nel nostro ruolo di legislatori.

Quindi, concludendo, io penso che a questo confronto con il Governo nazionale bisognerà andarci con idee precise, con idee chiare, convinti certo che la Conferenza non è la panacea di tutti i mali e la panacea della disoccupazione in Sardegna, ma che quella può essere un'occasione per un serrato confronto, importante per la Sardegna, e che molto importante può diventare per lo stesso Meridione. Sollecitare la fase 2 del Governo Prodi, accelerare questa fase può partire appunto dalla Sardegna, può partire a beneficio della Sardegna e del Meridione, giocando però fino in fondo il nostro ruolo, agganciare la Sardegna al trend positivo dell'economia italiana, lavorare noi come Consiglio regionale per creare lavoro ai sardi.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Schirru. Ne ha facoltà.

SCHIRRU (Progr. Fed.). Signor Presidente del Consiglio, colleghi e colleghe, signori Assessori, solo alcune riflessioni al documento di preparazione della Conferenza sul lavoro predisposto dalla Giunta, che hanno l'obiettivo di aggiungere concretezza all'analisi fatta sulle questioni della disoccupazione e della ricerca di una strategia per il lavoro per tutti e per tutte.

Intanto voglio rimarcare l'esigenza di andare alla Conferenza con un atteggiamento, così come è già stato fatto dalla Giunta, che deve essere di ascolto e di confronto con l'impresa, le organizzazioni sindacali, gli enti locali, l'associazionismo, che sono i soggetti fondamentali per una ripresa dello sviluppo e della occupazione, a cui vanno richieste con forza e sincerità responsabilità, collaborazione, concertazione, ricerca. E da parte della istituzione regionale però devono venire garanzie che non sono e non devono essere solo risorse finanziarie, ma coinvolgimento, raccordo, coordinamento, fiducia negli enti locali, negoziazione, patti, sburocratizzazione delle procedure, accesso più facile al credito, guida e sostegno, ricerca di nuovi mercati e, soprattutto, così come si dice nel documento, uso delle risorse finanziarie per infrastrutture, ma anche, io penso, e soprattutto per scopi educativi, formativi, culturali, tesi a rafforzare autonomia, responsabilità, libertà, sicurezza, che sono elementi indispensabili per un autogoverno della economia.

Lo sviluppo economico nella nostra realtà sarda richiede, infatti, infrastrutture, strade, linee elettriche, idriche, specie nelle zone interne, per poter costruire fabbriche, aziende, case, alberghi, ma richiede soprattutto lo sviluppo della comunità, della infrastruttura civile, culturale, per far sì che le istituzioni operino, i programmi si avviino, funzionino e i problemi vengano risolti. Risultati ancora più apprezzabili penso possano essere aggiunti se l'intero sistema dei soggetti coinvolti direttamente o indirettamente nella gestione dei finanziamenti partecipa alla riduzione dei tempi amministrativi, e soprattutto alla esecuzione in tempi brevi delle opere. Per questa ragione va rivolta, appunto, una richiesta, un appello a una partecipazione diretta degli amministratori locali, per accelerare il tempo delle decisioni, per pianificare meglio i territori, e soprattutto per il rilascio di quelle autorizzazioni necessarie a produrre. E' indispensabile, quindi, uno sforzo collettivo che credo possa essere facilitato da una maggiore conoscenza delle regole e degli strumenti che si offrono a livello regionale, nazionale e comunitario per lo sviluppo dell'Isola.

Su questo, infatti, è importante puntare molto e investire sulla informazione, per promuovere soprattutto un nuovo modello di emancipazione specie fra i giovani. E' oggi fondamentale e indispensabile questo punto. L'attività, per esempio, degli informa giovani presenti nella Regione, 20 circa, organizzati dai comuni, accoglie migliaia di giovani che pongo all'attenzione degli operatori la centralità del lavoro. Su questo tema questi servizi hanno assunto la centralità di un aspetto educativo e pedagogico, dando visibilità di opportunità esistenti nel mercato del lavoro non solo locale. Con il giovane essi disegnano nuovi percorsi formativi qualificati, raccordando questi ultimi ai bisogni del mercato del lavoro, sviluppando progetti individuali di interscambio, mobilità europea. Penso, per esempio, ai tanti giovani che hanno avuto l'opportunità di partecipare al programma del servizio volontario europeo promosso dal Ministero per gli affari sociali. Ho citato questo esempio perché si capisca l'importanza di sostenere e organizzare questi servizi nei territori, anche in quelli più periferici, quali luoghi di sapere diversi, che promuovono comunicazione, che motivano i giovani a nuove conoscenze e soprattutto a rapportarsi all'ambiente sociale e con esso interagire per produrre iniziative culturali e di lavoro. Ritengo altrettanto necessario investire per avviare una nuova fase delle politiche sociali, servizi rivolti alle persone, che devono essere viste come nuove e diverse opportunità di lavoro e non solo, nella prospettiva di socializzare i territori, lavorando con le famiglie per responsabilizzare i soggetti e contrastare quei fenomeni di esclusione sociale. Pensare a servizi, per esempio, per i minori, di sostegno alle famiglie, progetti contro la dispersione scolastica, centri di aggregazione, significa procedere a processi di cambiamento e la messa in campo di nuove e diverse professionalità che si occupano della formazione e crescita individuale e sociale delle persone. Mi ha fatto piacere verificare che nel documento di presta attenzione a quella attività rappresentata dal volontariato e dalla cooperativa sociale, quel terzo settore che anche in Sardegna, pur tra mille difficoltà e frammentazioni, cerca di stabilire un nuovo rapporto con il pubblico, con l'ente locale in particolar modo, che è di collaborazione, di compartecipazione, di investimento, e che dimostra sempre di più imprenditorialità, flessibilità, con esiti forti di occupazione. Per questo è necessario prestare attenzione all'occupazione di giovani e donne che stanno per essere impegnati nei lavori di pubblica utilità come è stato richiamato in più interventi, in quei servizi soprattutto rivolti all'infanzia, ai disabili, a questi lavoratori e lavoratrici va rivolto un percorso formativo specifico e di breve durata, finalizzato a creare professionalità, imprenditorialità per trasformare quell'occupazione in occupazione stabile e duratura. Vanno previste, a mio parere, misure di incentivazione per la formazione o per l'ingresso in cooperative sociali già esistenti. Un'azione forte di promozione va pensata e organizzata per la promozione delle fondazioni, istituzioni che sono capaci di organizzare e raccogliere risorse finanziarie oltre che mettere in campo risorse umane da investire per promuovere il cambiamento sociale. La vitalità di queste può rappresentare un elemento determinante per investire in progetti innovativi, stimolare occupazione, nella tutela del patrimonio artistico, nel restauro, nel turismo, nella formazione, nella ricerca scientifica e sanitaria, e migliorare quindi la vita dei cittadini. Un'ultima annotazione sul problema del lavoro sommerso che rappresenta un fenomeno importante e delicato all'interno del mercato del lavoro sardo, in particolare perché interessa da vicino molte donne, oggi semioccupate, penso alle collaboratrici domestiche, penso alle infermiere, penso anche alle coadiuvanti delle imprese agricole o artigianali, a tante segretarie impegnate in studi professionali, anche a educatori, figure specializzate come psicologi o assistenti sociali, situazioni oggi in parte sanate quando però questi rapporti di lavoro riguardano il pubblico, riguardano l'amministrazione locale. Resta coperto invece il lavoro prestato presso i privati, le famiglie su cui occorre pensare misure fiscali di detrazione delle spese dai redditi imponibili. Infatti è proprio su questo provvedimento che io penso dobbiamo richiamare un'attenzione forte del Governo alla Conferenza per il lavoro. Ecco queste semplici considerazioni volevo portare all'attenzione del Consiglio e della Giunta per trovare nell'ambito della Conferenza quella forza per poi agire e risolvere i problemi. Grazie.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Vassallo. Ne ha facoltà.

VASSALLO (R.C.-Progr.). A pochi mesi dall'insediamento della nuova maggioranza regionale, possiamo a mio avviso tracciare un primo bilancio del lavoro svolto e individuare i compiti che ancora ci sono di fronte. Nel corso degli anni precedenti, la vita politica e amministrativa aveva subito un processo di degenerazione la cui paralisi amministrativa e legislativa aveva ridotto l'ente regione a un simulacro privo di qualsiasi autorevolezza nella società sarda. L'eredità era pesante, ma oggi, a pochi mesi dalla formazione del nuovo Esecutivo, si può affermare che al di là dei contenuti concreti dell'azione di governo il rapporto tra l'istituzione regione e la società civile sarda è indubbiamente migliorata. Questo è un già un primo e sicuro importante successo politico. Sul terreno dei contenuti concreti di governo, il nostro è un giudizio complessivamente positivo, in primo luogo è stata affermata la programmazione come metodo prevalente di governo. Il varo del bilancio e della finanziaria, senza stravolgimenti, è frutto di una buona tenuta politica di questa maggioranza. Stupiscono le parole dell'onorevole Serrenti quando afferma che questa maggioranza non ha un progetto e attacca il Presidente per la sua breve introduzione, come se il documento, consegnato ad ogni singolo consigliere, formato da ben 82 pagine, fosse un oggetto misterioso. Questo Consiglio non è stato forse per primo richiesto proprio dal Gruppo sardista, mi aspettavo si volesse discutere nel merito, è stato detto "stiamo sprecando una occasione d'oro". E' vero stiamo sprecando una occasione, avevate e avete la possibilità di incidere nel merito delle indicazioni del documento, e invece sprecate le vostre energie cercando di demolire un programma di sicuro perfettibile, e migliorabile, senza indicare linee di politica alternative, se veramente avete idee da proporre noi abbiamo anche orecchie per ascoltare e, se sono meritevoli, l'intenzione anche di accoglierle nell'ambito del percorso già programmato però, la Conferenza per l'occupazione e lo sviluppo, la rimodulazione del bilancio, il documento di programmazione economica finanziaria. Partendo dal documento di programmazione economica finanziaria, si può affermare che esso dovrà definire un quadro certo e coordinato delle linee dell'azione di governo regionale per i prossimi anni. Esso si dovrà fondare sul principale criterio del lavoro e dello sviluppo, dello sviluppo delle risorse umane e la specificazione delle modalità e delle risorse da destinare alla realizzazione degli obiettivi programmatici che hanno portato all'insediamento di questo Governo regionale. Con la sua presentazione e approvazione nei prossimi mesi da parte di questo Consiglio regionale, la Sardegna potrà disporre di uno strumento generale di programmazione, capace di orientare lo sviluppo economico e sociale per il prossimo futuro, come la Conferenza sull'occupazione e lo sviluppo, che si terrà fra pochi giorni, dovrà essere uno degli assi portanti di questa politica di rinascita. E' stato più volte affermato, siamo di fronte a un documento aperto, che potrà essere arricchito e integrato, abbiamo fatto una scelta che si può indiscutibilmente affermare che è stata una scelta di democrazia, da questo confronto democratico che terrà presente enti locali, il variegato mondo dell'imprenditoria, i rappresentanti dei lavoratori della nostra Regione, si potranno trarre utili indicazioni per fissare i paletti del documento di politica economica e finanziaria; come non vedere il fermento che vi è nella società sarda intorno a questa Conferenza, negli enti locali, nelle associazioni degli imprenditori, in tutti i vari settori, un po' meno devo dire nei sindacati. Ma ancora i sindacati hanno tutto il tempo per recuperare il tempo perduto. Numerosissime sono state le iniziative intraprese nella mia provincia per quello che conosco io, proprio in vista della preparazione di un confronto a tale Conferenza. Questo significa una grande aspettativa, questo significa che siamo riusciti a ingenerare una grande aspettativa nella società sarda, si tratta di non perdere questa occasione, si tratta di non perdere una speranza, si tratta di saper cogliere un consenso che viene dal basso, un consenso sulle cose da fare per far uscire questa nostra isola dalla crisi, così come non possiamo certamente aspettarci un coro di consensi per la politica regionale, per quelli che sono stati i primi tre anni e mezzo di legislatura. Partiamo quindi pure da una analisi severa del nostro operato, con la capacità però di saper superare i limiti registrati e di proporre una azione di riscatto, capace di ridare fiducia alla più alta istituzione della nostra isola quale è la Regione Sardegna. La caduta del modello di sviluppo basato sui poli, lo spopolamento delle zone interne, il processo di ricostituzione del sistema economico e sociale, non potrà essere il ripristino della situazione preesistente, ma dovrà costituire un potente volano per l'affermazione di un nuovo modello di sviluppo. Questo potrà avvenire attraverso il mantenimento delle attività considerate strategiche nei settori industriali formate da più poli, ma anche attraverso l'attivazione di un sistema di strumenti per le politiche industriali in grado di potenziare la capacità di innovazione tecnologica, di qualificazione del prodotto, di commercializzazione, di solidità finanziaria delle piccole e medie imprese industriali e artigianali. La piena attivazione di politiche di filiere in grado di valorizzare le produzioni agricole di qualità tipiche del nostro territorio, e l'intensificazione di interventi atti a qualificare la capacità imprenditoriale dell'agricoltore in una logica di difesa del suolo e di salvaguardia dell'ambiente. Così come peraltro ci sembra indispensabile agire in sinergia con la stessa legislazione nazionale su due fronti in particolare: un consistente finanziamento alle leggi sull'occupazione e l'imprenditoria giovanile. Le risorse; bisogna prevedere in sinergia con quanto sarà previsto dalla legislazione nazionale risorse per interventi per la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, in complementarità con la normativa nazionale privilegiando le zone a più alto tasso di disoccupazione. Un capitolo a parte merita il lavoro sostenuto. Da qui, in questa sede, anche in questa sede, da più parti si è detto che è troppo il lavoro sostenuto, anche da parte di qualche illustre esponente sindacale. Perché porre in contrasto imprenditoria e lavoratori socialmente utili. Bisogna domandarci chi sono questi lavoratori socialmente utili. Quanti siano e da dove provengano. Non sono forse quelli che sono stati espulsi dai grandi processi di ristrutturazione delle grandi intraprese industriali? Abbiamo forse noi fatto tutto quello che era nelle nostre disponibilità per difendere un nostro tessuto industriale? E qua ci vorrebbe forse una analisi di quelli che sono stati gli anni passati, le azioni che ci sono state da parte dei vari governi della Regione Sardegna nell'ultimo decennio. Però voglio ricordare a tutti voi che questi tremila e cinquecento lavoratori circa, che sono quelli storici, quelli che sono stati espulsi dai grandi processi produttivi, sono i lavoratori per i quali è più difficile il reinserimento nelle attività produttive. Che cosa proponiamo noi per il superamento di questo stato di degrado umano in cui sono costrette alcune migliaia di persone. È una domanda, ma è una domanda a cui si potrebbe anche dare una specifica risposta. Io non so se tutti voi conoscete il decreto legislativo numero 468 che indica alcune strade; per cui se è vero come è vero che dobbiamo lavorare anche in sinergia con quelle che sono le indicazioni di carattere nazionale, che ci possono aiutare a superare questo tipo di emergenza, bisogna essere conseguenti a questo tipo di logica. Che cosa voglio dire? Voglio dire che questo decreto prevede il superamento della logica della assistenza, per cui il superamento della semplice erogazione delle 800 mila lire mensili come sussidio per fare lavori socialmente utili nei vari comuni, nei vari enti. Per fare questo però è opportuno che vi sia un salto di qualità, un salto di iniziativa, un salto di volontà specifica rispetto alla risoluzione di questo problema. Che cosa significa? Significa che non è più possibile pensare che questi lavoratori continuino a fare lavori socialmente utili finalizzando la loro mansione ai lavori a volte anche più umili, non per questo meno utili, ma sicuramente è necessario inserire questi lavoratori in un processo produttivo. Come è possibile questo? È possibile attraverso l'attivazione di società miste, è possibile attraverso l'attivazione di società di impresa che coinvolgano non solo gli stessi lavoratori ma anche la stessa imprenditoria. Ecco perché dicevo che non è opportuno, non è corretto e non è giusto mettere in contrapposizione imprenditoria e lavoratori socialmente utili, perché da questa occasione, anche da quanto previsto dal decreto legislativo numero 468 possono trovare soluzione non soltanto i lavoratori socialmente utili, ma soprattutto possono trovare soluzione i problemi della stessa imprenditoria che può trarre, attraverso le indicazioni di quel decreto legislativo, nuove opportunità di lavoro e quindi di rafforzamento del loro tessuto produttivo e imprenditoriale. Dico queste cose perché fino ad oggi poche iniziative abbiamo visto in questo senso, soltanto alcune si sono notate e qui forse uno sforzo maggiore dovrebbe essere fatto anche da parte degli stessi enti regionali che utilizzano questi lavoratori, se è vero come è vero che questi enti risultano carenti di organico per centinaia e centinaia di persone. Allora perché non inserire questi lavoratori a pieno titolo nel tessuto produttivo degli enti regionali a indirizzo di carattere economico, nel senso che fanno azioni di tipo puramente produttivo, hanno bilanci peraltro autonomi, in molti casi non è vero che tutti perdono soldi ma in alcuni casi vi sono anche enti che riescono a ottenere il pareggio di bilancio e anzi a guadagnare qualche cosa. Per cui si tratta di cogliere appieno quelle che sono le indicazioni che vengono dal livello nazionale e integrare queste azioni con nostre iniziative autonome in modo che quelle azioni in quel decreto auspicate possano concretamente trovare una risoluzione attiva al problema di questi lavoratori. Così come bisogna prevedere a mio avviso il superamento di quelle figure che difficilmente potranno trovare una ricollocazione produttiva; e parlo degli ultra cinquantenni, di coloro che ormai hanno superato abbondantemente il cinquantesimo anno di età, che non avranno comunque la possibilità di trovare una occupazione produttiva, in una Sardegna dove il mondo del lavoro è attanagliato, con migliaia di disoccupati, soprattutto di disoccupazione giovanile. Anche in questo senso vi sono indicazioni di come andare a parare questo scoglio e come superare questo elemento di difficoltà che se no porterebbe alla espulsione dal minimo di assistenza di lavoratori che difficilmente potrebbero trovare una qualsiasi altra occupazione. Che cosa significa questo? Che bisogna continuare ad assistere questi lavoratori? No, si tratta di cogliere quello che questi lavoratori hanno svolto nella loro vita e accompagnarli verso il sistema del prepensionamento, così come peraltro è avvenuto in tutti i più grossi centri industriali della penisola, e in alcuni casi anche nella nostra isola per quanto riguarda il settore petrolchimico, e attuare quelle azioni di supporto che possono pensare a dare anche a questa gente dignità di vivere e di continuare a vivere. Io vorrei soltanto darvi alcuni dati, anzi mi esimo, vi indico soltanto la problematica rispetto a quello che è l'aumento delle cure presso i centri di igiene mentale della mia zona, che è Porto Torres, dove con più forza si sente questo problema della espulsione dal mondo del lavoro. Persone che hanno lavorato per decenni nel settore industriale, che erano anche riusciti a conquistare una posizione sociale non dico alta, ma di sicuro dignitosa, che oggi non riescono nemmeno a mantenere quella loro condizione di dignità. Allora vi prego, e vi prego veramente con tutto il cuore, che quando si parla di assistenza, di lavori socialmente utili di pensare a questa gente, di pensare a questi lavoratori. E vedete forse io mi scaldo anche un po' troppo, forse è vero, però io sono uno di quei lavoratori che oggi in questa mia fase, in questa mia esperienza di vita ha l'occasione di essere qua e di guadagnare anche dieci milioni al mese, però sono uno di quei lavoratori che se non avessi avuto questa opportunità sarei fuori, sarei là insieme a tutti gli altri facendo lavori socialmente utili, probabilmente nel mio comune, per ottocento mila lire al mese. E io sono ancora un soggetto giovane, ma vi assicuro che là in mezzo ai miei colleghi di lavoro ce ne sono tanti che hanno oltre cinquant'anni e che difficilmente avranno la possibilità e l'opportunità di trovare un'altra collocazione lavorativa. A questo vi chiedo di riflettere, e chiedo soprattutto di riflettere ai sindacati, quando si parla di lavoro sostenuto, quando si parla di assistenza e quando non si capisce che molte volte l'assistenza in situazioni come questa diventa una necessità. Si tratta quindi di capire le azioni che dobbiamo fare noi per superare quel livello di assistenza e gli strumenti e le possibilità ci possono essere, perché la stessa legge nazionale e le integrazioni che noi possiamo cogliere e possiamo dare attraverso una nostra legislazione autonoma possono davvero portare al superamento di questo stato di degrado che coinvolge centinaia di lavoratori sardi. È chiaro però a tutti, e penso che sia stato ribadito da parecchi intervenuti, che il problema della disoccupazione e dello sviluppo devono essere affrontati ponendo al centro delle questioni indubbiamente i problemi dell'emergenza, ma anche i problemi di carattere generale. Per cui ponendo al centro dell'attenzione i problemi fondamentali che attanagliano questa nostra Isola. Questioni, direi, quasi come precondizioni per lo sviluppo.

Sono già state citate, io le citerò per brevità: l'energia, la continuità territoriale, la zona franca (non soltanto doganale ma anche fiscale), insomma una serie di azioni che possono essere la precondizione per un cambiamento dello stato sociale, per cui per ingenerazione di occasioni e di opportunità di nuove intraprese, che ci rapporti in maniera più equa con quelle che sono le condizioni sociali ed economiche degli altri territori della nostra Italia. Così come va rafforzato il rapporto tra la nostra Regione e l'Unione Europea. Vi è un problema di solidarietà in quest'Europa, un problema di riequilibrio, di ridefinizione dei parametri, integrando quello del PIL per abitante con quello della reale situazione delle infrastrutturazioni delle regioni e dei dati reali sulla disoccupazione e della stessa insularità.

Presidenza del Vicepresidente Zucca

(Segue VASSALLO.) Tutti temi che sono stati affrontati e ribaditi da numerosi intervenuti. Però questo non ci esime dal guardare anche al nostro interno sulla reale capacità di spendita e di programmazione della nostra Regione. Alcuni giorni fa leggevo, lo dichiarava mi sembra l'Assessore della programmazione, Scano, che si è accertato che sono quasi 800 miliardi attualmente ancora non attivati, rispetto a programmi da tempo varati. Bisogna quindi interrogarci sulle motivazioni di questo stato di cose, così come dobbiamo valutare se non risulti opportuno riprogrammare tali ingenti risorse, se questa mancata riprogrammazione potrebbe causare ulteriori danni nella possibilità del trasferimento o dell'attivazione delle misure nei confronti dell'Unione Europea. E' un interrogativo; probabilmente bisognerà affrontarlo e affrontarlo con la dovuta celerità e determinazione. Non voglio toccare tutti i punti trattati nel documento preliminare; si riaffermi però, con forza, l'obiettivo che si pone in tale conferenza: la costituzione dal basso di una linea politica-economica, condivisa e condivisibile dalla società sarda, presentandoci al confronto col Governo con una posizione unitaria per lo sviluppo e l'occupazione. La mancanza di lavoro non ha colore: colpisce i militanti di Rifondazione Comunista come quelli di Forza Italia e Alleanza Nazionale, e colpisce anche quelli che non hanno nessun colore. Questo dovrebbe convincervi a un sussulto di responsabilità, e mi sto rivolgendo soprattutto al Polo di centro-destra, Forza Italia, nei confronti di chi, e quando dico sussulto di responsabilità ho colto e ho preso in prestito le parole dell'onorevole Balletto, nei confronti di chi, da troppo tempo, attende risposte e che ancora non le ha avute.

Io sono convinto che uno sforzo di responsabilità ci possa permettere di fare un passo in avanti, e di fare un passo in avanti nell'interesse dei sardi e soprattutto della collettività in generale.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Bonesu. Ne ha facoltà.

BONESU (P.S.d'Az.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, durante la discussione della finanziaria io ho avuto molti pochi punti di contatto con le opinioni dell'assessore Scano, ma almeno su un punto eravamo d'accordo, che cioè il programma pluriennale effettivamente era carta straccia, che documenti del genere era meglio non farne anche perché, al di là delle cose che venivano scritte, non c'era nessun legame con la realtà, nessun legame con l'azione politica effettiva. Ebbene, leggendo questo documento preliminare alla conferenza sull'occupazione mi è sembrato di leggere, anche se impostato con l'ottica del lavoro e dell'occupazione, l'ennesimo programma pluriennale, cioè un insieme di cose assolutamente slegate dall'azione politica, assolutamente slegate dalle decisioni da prendere. Un'analisi per certi versi economica, per certi versi psicologica, per certi versi sociale, eccetera eccetera, in gran parte anche condivisibile, magari sui singoli punti, ma che chiaramente non indica una linea. Perché io ho letto questo documento come una specie di libro giallo, aspettando che alla fine ci fosse la soluzione del problema. Però poi quando andiamo al paragrafo che veramente conta, che viene denominato il "quadro degli strumenti e delle risorse", bene, tutta la relazione se la cava con una paginetta in cui, tra l'altro, vi sono sicuramente le cose più discutibili. Effettivamente mi sembra che sia un giallo senza soluzione, che sia una relazione che non afferra poi sul che fare, ma è una relazione che appunto sembra scritta magari da qualche sociologo, con cose interessanti, analisi interessanti, altre un po' meno, con qualche difetto in prospettiva, eccetera, ma soprattutto è una relazione assolutamente carente di sbocchi politici, di sbocchi legislativi, di sbocchi programmatici. Anche perché si limita a ripetere quello slogan dei 1000 miliardi per ognuno dei prossimi 10 anni che, francamente, io capisco sempre meno. Perché se si tratta di 1000 miliardi aggiuntivi, chiaramente lo Stato delle finanze regionali non lo consente, se sono 1000 miliardi finalizzati all'interno delle risorse disponibili, io dico che finalizzati più o meno bene nell'attuale bilancio ci sono 3 mila, 4 mila, 7 mila miliardi forse, perché ricordiamoci che anche i 3 mila miliardi di spesa sanitaria che noi mettiamo nel conto significa 22 mila occupati diretti. Quindi, in effetti non è che abbiamo un bilancio regionale, al di là di qualche voce che occorrerebbe revisionare e tagliare, che sia un bilancio volto contro l'occupazione, no, abbiamo un bilancio che, bene o male, è un bilancio finalizzato allo sviluppo e all'occupazione; che poi riesca a raggiungere gli obiettivi questo è un altro problema; questo è anche un problema, al di là delle leggi e dei bilanci, di come avviene l'effettiva attività amministrativa. E credo che la relazione, sotto qualche profilo, la coglie questa questione, anche senza sviluppare un discorso molto coerente.

Perché il problema dell'amministrazione pubblica io credo che in Sardegna sia uno dei più grandi freni allo sviluppo e all'occupazione. Noi stiamo continuando ad agire con prassi amministrative che perfino lo Stato centrale ormai ha abbandonato. I nostri Assessorati si collocano come ministeri degli anni 50, senza innovazione, senza fra l'altro anche un piano telematico interno che consenta la celerità, la conoscibilità, la funzionalità, la possibilità di collegamento ad altre strutture amministrative. Si comportano come un'isola, non c'è, al di là dello Statuto regionale, alcun contatto serio ed effettivo con gli enti locali, che chiaramente sono le strutture più in grado di recepire le richieste dei cittadini.

L'amministrazione unica, l'uncità dell'amministrazione, per cui il cittadino si presenta allo sportello comunale e fa la pratica dall'inizio alla fine con un solo interlocutore, per noi non è qualcosa che dobbiamo aspettarci da un futuro molto lontano, è una necessità del presente. Noi non possiamo assolutamente continuare ad agire con strumenti amministrativi che non rispondono alle esigenze di una società in evoluzione rapida, in un mercato globale, in una Unione europea dove c'è la concorrenza. Fra poco cadrà anche la barriera monetaria e questo avrà conseguenze su situazioni deboli come quella della Sardegna disastrose, perché sarà possibile senza problemi di cambio, che comunque rappresentava una minima barriera protettiva, avere dei contatti commerciali con tutta l'Europa, senza neppure questa debole barriera che oggi comunque funziona. E abbiamo un bel dire Shengen tutti giulivi; anche qua è caduto anche quel simulacro di barriere confinarie che c'erano fra i paesi europei che rappresentava un elemento protettivo; oggi dobbiamo agire in Europa senza alcuna protezione, dobbiamo renderci conto che è una realtà che è cambiata sotto i nostri occhi e a cui non siamo assolutamente preparati. E non possiamo certamente baloccarci ancora con l'Ufficio di corrispondenza della Regione a Bruxelles, che è un ufficio inesistente. Abbiamo bisogno di un rapporto con l'Europa più vasto, più forte, un rapporto che effettivamente consente a qualunque cittadino della Sardegna, tramite una struttura regionale, e forse non solo regionale, un rapporto con le istituzioni europee che sia giornaliero, che dia effettivamente informazioni, che consenta agli operatori sardi di sfruttare tutte le possibilità che a livello europeo vi sono. Perché noi queste possibilità non le abbiamo sfruttate: per i misteri della statistica stiamo uscendo dall'obiettivo 1, però una constatazione, che noi ne stiamo uscendo certamente per come abbiamo utilizzato i fondi dell'obiettivo 1, perché questi soldi sono stati in gran parte non spesi. D'altra parte, sotto un altro profilo, hanno subito un procedimento che qua in Regione è molto pericoloso e che si è ripetuto non solo per i fondi dell'obiettivo 1, ma anche per altri programmi, come per esempio i programmi integrati d'area, e cioè qualunque programma che abbia obiettivi di sviluppo globale della economia si risolve in Sardegna in un programma di lavori pubblici, in un programma che porta cemento ma non lascia sviluppo. Effettivamente questo è il grosso limite di qualunque programmazione regionale: il subire le pressioni locali, di realtà che magari non hanno grandi prospettive di sviluppo, ma per creare comunque una occupazione fittizia, fare la grande opera, ma poi lasciare di nuovo gli operai disoccupati. In questo quadro chiaramente trova largo varco la teoria dei lavori socialmente utili o misure simili, perché in Sardegna stiamo andando alle grandi opere, che quando finiscono lasciano il deserto, e quindi lasciano il problema sociale di trovare comunque fonte di sopravvivenza per i lavoratori che vi erano occupati, e questo significa che non stiamo andando a uno sviluppo, ma alla spendita occasionale di denaro pubblico, che anziché risolvere il problema di uno sviluppo uniforme sul territorio, di uno sviluppo che non vada a strappi, significa dei boom dell'attività edilizia in determinate zone e poi la cessazione. Vi sono, quindi, anche queste battaglie sindacali piuttosto strane, per cui fatta una supercentrale elettrica se ne deve fare subito un'altra indipendentemente dalla utilità che queste centrali hanno sul tessuto produttivo della Sardegna. Ma il fatto è che i centri operai più grossi sono proprio legati a questa spendita di denaro pubblico in grandi opere, magari utili se sono grandi infrastrutture, ma che magari hanno grossi problemi di gestione. Io ricordo la diga del Tirso, inaugurata con grande pompa più di un anno fa. Io mi rifiutai di partecipare a quella inaugurazione dicendo che era una grande presa in giro, perché la diga l'avremmo vista in funzione chissà quando. I fatti mi stanno dando ragione, ma si sono creati centinaia di disoccupati, perché si è investito per creare questa infrastruttura, importante quando entrerà in funzione, ma non si è creato un sistema di sviluppo diffuso che consentisse di tenere un'occupazione stabile. Credo che qualunque spendita di risorse deve tener conto di questa questione, che effettivamente l'occupazione stabile non la danno le grandi opere pubbliche che pure, se sono infrastrutture utili alla produzione, al traffico, ecc., sono strutture che comunque vanno fatte. Come ha dimostrato l'esperienza del Nord-Est italiano, lo sviluppo è dato dalla piccola e media impresa, credo che però in Sardegna abbiamo quei gravi difetti strutturali già dal punto di vista geografico che non ci consentono di competere a parità di condizioni col Nord-Est, cioè il fatto che siamo un'isola con grandi problemi di trasporti, che quando la piccola e media cresce, e aumenta il suo mercato fuori dell'Isola, chiaramente si scontra con problemi strutturali che non riesce a superare. L'agricoltura sarda, per esempio, è penalizzata, non è in grado di vendere latte fresco sul mercato di Roma perché i trasporti non assicurano che il latte arrivi con la qualità di essere latte fresco. Effettivamente noi, quindi, abbiamo questo handicap grave e possiamo superarlo soltanto se abbiamo un tipo di economia che ci consente di superare questa diseconomia dei trasporti. Per cui, per esempio, io credo che nella industria manifatturiera dobbiamo puntare su produzioni di qualità e di basso volume. Se andiamo a esportare massi di granito a tutto c'è un limite; nei servizi, invece, il problema appare più facile se si creano certe strutture. Per esempio la (?) della telematica in una situazione come la Sardegna è un settore che non soffre di handicap dei trasporti, perché chiaramente il prodotto telematico viaggia o su supporti estremamente leggeri o addirittura sulle linee telematiche. Per cui il problema è semmai creare una infrastrutturazione telematica, preparare i lavoratori (e in questo senso credo che forse non fa abbastanza il programma di formazione professionale della Regione) e dare semmai un incentivo per l'avviamento. E' un settore in cui possiamo competere, però chiaramente vi è anche un problema di competizione generale. Credo che l'Irlanda, per esempio, abbia problemi abbastanza simili ai nostri, essendo un'isola, ma è riuscita a tirare industrie un po' dappertutto, da tutto il mondo, perché ha adottato una politica fiscale che chiaramente premia l'imprenditore che va a collocarsi in zone come quella di Shannon. Effettivamente noi non abbiamo le stesse possibilità produttive e commerciali del Nord-Est italiano, ma abbiamo un sistema fiscale che è perfettamente identico. Quindi, se ai vantaggi geografici, ai vantaggi di mercato che hanno quelle imprese, noi non diamo in contraccambio qualche vantaggio alle imprese sarde chiaramente noi resteremo fuori, resteremo tagliati fuori, perché come nota acutamente la relazione, il problema non è tanto la disoccupazione in Sardegna, è la non occupazione. Quando noi andiamo verso un tasso europeo di occupazione del 65 per cento e vediamo il 40 per cento come obiettivo da raggiungere e difficilmente raggiungere notate che anche la disoccupazione che abbiamo rientra in quel margine di differenza di occupazione. Noi abbiamo una popolazione scarsamente produttiva perché non trova occasione di lavoro e perché abbiamo un grande peso per esempio, in Sardegna, dell'amministrazione pubblica, in proporzione chiaramente ai vari settori produttivi. Il che vuol dire che non abbiamo una economia che si autosorregge; abbiamo bisogno di continue iniezioni di denaro pubblico.

La relazione un po' questa cosa la esalta, sembra che tutta l'economia debba dipendere dal pubblico; non è certamente una relazione basata sui principi di Adam Smith. E' una relazione che parte da una concezione dirigistica dell'economia, da una concezione che credo stiamo andando al superamento, perché quando lo Stato italiano che aveva in gran parte le maggiori industrie, i maggiori servizi, le sta privatizzando, chiaramente stiamo andando al liberalismo, un liberalismo magari spurio perché magari queste industrie che erano (?) stanno cadendo e stanno diventando preda di monopolisti privati il che non giova, credo, allo sviluppo complessivo dell'economia, ma è un indirizzo e questa relazione ne tiene poco conto, cioè non punta su strumenti come quello fiscale, di diminuzione della tassazione che effettivamente sono invece strumenti di liberazione dell'economia, di liberazione, e credo che questa visione, mentre è presente in tutta Europa perché l'Unione Europea per esempio sta dando l'ok a zone franche come quelle della Corsica basate essenzialmente sulle detrazioni fiscali e sugli abbuoni fiscali, e credo che in questa relazione questo spirito non c'è anzi andiamo all'assurdo che nell'ultima paginetta, quella delle soluzioni, si sostiene che occorre fare una nuova politica delle entrate mediante nuove entrate di diretta emanazione regionale il che mi pare assurdo perché il peso fiscale in Sardegna è tale e tanto che credo non vi sia margine per una fiscalità autonoma della Regione a meno che diminuisca quella statale. Quando poi si va ad indicare qualcuna di queste entrate, io credo che la Giunta farebbe bene a leggere i documenti che tira fuori, perché si parla di entrate dal demanio marittimo per esempio, be' io credo che la Regione debba fare una battaglia per avere la competenza completa, anche sotto il profilo tributario, delle concessioni del demanio marittimo, però l'assessore Onida a ogni assemblea di pescatori dice che la Regione farà la battaglia per diminuire i canoni, per renderli simbolici nelle situazioni in cui sono vitali per l'economia, per la pesca, per il turismo eccetera eccetera, e quindi non ci si può aspettare entrate, ma per le soluzioni propinate dalla relazione, in quelle poche soluzioni si va proprio in contrasto con quanto un Assessore afferma in continuazione. Quindi mi chiedo in effetti chi sia il padre della relazione, visto che è in totale contrasto con quanto afferma qualche Assessore. Io credo tra l'altro che la relazione sia orfana molto del pensiero di Mazzini, pensiero e azione non si coniugano per niente, c'è una parte abbastanza intelligente della relazione che tratta di alcune categorie e di disoccupazione intellettuale che hanno difficoltà di collocazione sul mercato, e si parla per esempio dei giovani laureati in materie umanistiche, dicendo che il problema numericamente non è grave e che potrebbero trovare occupazione in programmi rivolti alla valorizzazione della cultura, della storia e dell'ambiente; be' abbiamo approvato un bilancio che ha tagliato i fondi per la legge sulla lingua e cultura sarda che rappresentava proprio lo sbocco occupativo, come dice la relazione, a questi disoccupati; per cui si dicono certe cose, si fa qualcosa completamente opposto, la coerenza sicuramente non è il forte. Bene, io credo che andiamo alla Conferenza ripetendo un vuoto rito che è stato compiuto dieci anni fa e che ha portato a questo volume che credo ben pochi hanno letto, visto che qualcuno propina come soluzione qualcosa che era stato detto dieci anni fa, che non ha avuto attuazione o ha avuto attuazione ma senza raggiungere gli obiettivi previsti. E ci andiamo con un documento sotto il profilo delle cose da fare assolutamente carente, perché le analisi, è chiaro, possono anche essere condivise in parte e in parte no, ma sicuramente quel che manca sono gli sbocchi, e qua ritorniamo a questa sarabanda di miliardi. Io non credo che la Regione sarda possa avere risorse suppletive, vi è una tendenza dell'Unione Europea a chiudere, vi è una tendenza del Governo italiano, per esempio a chiudere la questione dei lavori socialmente utili, sicuramente risorse possono arrivare, sicuramente risorse possono essere spese meglio e più in fretta delle risorse che ci sono arrivate in passato. Però il discorso aggiuntività credo che non sia granché proponibile con un bilancio che abbiamo chiuso con 924 miliardi di passivo, mettendo sotto il tappeto altri 1916 miliardi di passivo fingendo che non ci fossero. Credo che la Regione a questo punto ha il problema dei debiti, abbiamo chiuso la manovra finanziaria con un grosso punto interrogativo che è il gettito dell'IRAP, gettito dell'IRAP che potrebbe rivelarsi disastroso e quindi obbligarci ad attingere qualche centinaio di miliardi da altri capitoli di bilancio per sovvenzionare la sanità. Io credo che l'unico discorso in materia di occupazione, che non si è voluto fare, l'unico discorso serio, sarebbe valutare capitolo per capitolo del bilancio, quale è la ricaduta occupativa, quale il contributo allo sviluppo. Per esempio i 200 miliardi che spendiamo per l'istruzione professionale sono un contributo allo sviluppo, all'effettiva preparazione professionale o servono solo, anche come dice la relazione, a sovvenzionare un sistema di dipendenti degli stessi centri di istruzione professionale? Abbiamo approvato un bilancio che dà all'EMSA e alle consociate oltre 300 miliardi. E beh io dico che gli occupati tra EMSA e consociate sono meno di 2 mila, non si può pensare di fare sviluppo se si fa assistenza a livelli di 150 milioni annui ad occupato. Ci sono società regionali passive perché sono gestite male, perché sicuramente in mano a privati potrebbero andar meglio, ma ci sono società regionali passive perché nessuno può sovvertire le leggi dell'economia, non fanno prodotti vendibili, non sono sul mercato, e chiaramente in questi casi conviene chiuderle, diamo pure assistenza in questi casi, diamo lavori socialmente utili, ma chiudiamo questo drenaggio di centinaia e centinaia di miliardi che abbiamo nel bilancio regionale. Queste possono essere risorse veramente aggiuntive e risparmiare sullo spreco che facciamo per assicurare magari quattro posti di lavoro che potremmo assicurare con una spesa molto minore, perché intorno a queste società non ci sono solo le retribuzioni ma ci sono infinite forniture, consulenze e altre diavolerie che pompano danari dalle casse della Regione senza nessun controllo del Consiglio, come più volte ho sottolineato. Si può revisionare il sistema dei residui passivi. Noi abbiamo migliaia e migliaia di miliardi impegnati da anni e anni per finalità che non so se la Giunta e il Consiglio ancora oggi condividano ma se la spesa non è stata effettuata, sicuramente qualche motivo c'è e forse occorre valutare l'utilità di quella spesa e riprogrammare quelle risorse. Ma il problema è l'amministrazione pubblica. Non sono stati pagati a tutt'oggi i contributi in conto occupazione sulla legge numero 33 del 1988 per gli anni 1993-1994, è inutile andare a pensare a incentivi per l'occupazione, quando la Regione è morosa da cinque anni nel pagare quelli previsti dalle leggi precedenti, con una amministrazione pubblica del genere non si ha nessuna credibilità. Soltanto avventurieri possono investire in Sardegna perché persone serie che si fanno i bilanci seriamente devono mettere in bilancio che la Regione non pagherà quanto dovuto alle date dovute; questa è la realtà, non possiamo fare seria occupazione e non possiamo fare seria occupazione chiaramente con questa burocrazia, con questa mancanza di liberalizzazione. Ci sono iniziative anche valide, anche socialmente meritevoli, c'è una cooperativa sociale che sta cercando di creare

(Segue BONESU) cercando di creare un centro di vacanze estive rivolto agli handicappati. Bene, ha mille difficoltà perché gli dicono per esempio che non può essere concessa la licenza per il ristorante perché il piano commerciale non esiste. Ma nell'Europa del 1998, della liberalizzazione, dobbiamo ostacolare una iniziativa economicamente e anche socialmente, in questo caso, estremamente meritevole, per questioni burocratiche di piani che prevedono limitazioni e freni alla economia che sarebbe opportuno non fare, ma abolire. Questa è la situazione in cui ci si trova ad operare in Sardegna, una situazione che chiaramente scoraggia chiunque abbia iniziative e sia una persona seria. Non scoraggia magari chi pensa di prendersi il contributo a fondo perduto, di acquisire magari ogni azienda da privatizzare per quattro lire e questa azienda ha un patrimonio immobiliare che vale miliardi e miliardi, anzi chiaramente questa gente è incoraggiata da questo clima da Far West in cui non contano le regole, non conta l'efficienza della amministrazione, non vi sono tempi determinati, conta magari l'appoggio del potente. Oggi magari il potente non è più il politico, la delega ai funzionari che sono spesso la peggiore espressione della politica, sta creando la potenza negli organi burocratici che sfuggono ad ogni controllo. Credo che questa sia una involuzione del sistema democratico, della decisionalità che un sistema democratico deve avere, perché gli organi politici stanno cedendo potere, ma non sono in grado di imporre le proprie visioni e questo potere viene gestito con criteri feudali, con criteri di arroccamento nelle roccaforti burocratiche, con criteri di non funzionalità, con criteri che negano l'esigenza della economia e di uno sviluppo economico e sociale della Sardegna.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Marteddu. Ne ha facoltà.

MARTEDDU (Popolari). Signor Presidente, io spero proprio a differenza dell'onorevole Bonesu che la conferenza del prossimo 20 e 21 di aprile non sia la stanca ripetizione di una liturgia già celebrata anni fa, ma faccia anche il punto della situazione dopo dieci anni. Dieci anni nei quali il mondo è letteralmente stravolto, è cambiato, è stato rivoltato come un calzino dal punto di vista non solo della economia, ma della cultura, della politica, che faccia il punto sulla situazione generale del mercato del lavoro, che proietti la Sardegna nella nuova cultura del lavoro. Da questo punto di vista il riferimento anche alla conferenza dell'88, mi pare, può essere positivo. Il lavoro è uno dei temi e uno dei punti fondamentali dell'accordo di governo che ha dato vita a questa Giunta, è un capitolo importante ed essenziale delle linee programmatiche del Presidente Palomba, non la conferenza che è uno strumento tra i tanti, è stata scelta la conferenza per fare un po' il punto della situazione come base di partenza, è uno strumento, ma il lavoro è uno dei capitoli fondamentali, direi fondanti di questa alleanza di governo. Perché si pone di per sé il problema, lo pongono le forze politiche che compongono questa maggioranza, chi con alcuni accenti, chi con altri accenti, ma lo pongono tutte le forze politiche. Ed è stato posto, lo ricordo anche all'onorevole Serrenti, il quale giustamente ha ricordato le prime riunioni della maggioranza alle quali egli ha partecipato, che uno dei temi fondamentali è stato proprio il rapporto con il governo nazionale e con la Comunità europea. E debbo dire che il Partito Sardo d'Azione, nelle fasi in cui ha partecipato alla costituenda nuova maggioranza, ha dato un contributo essenziale, importante per rintracciare un percorso comune nella direzione della soluzione, o dell'avvio della soluzione del problema lavoro in Sardegna. È un problema quindi che riguarda direttamente l'alleanza di governo, e la Giunta, il governo della Regione fa una proposta, la fa aperta al contributo dialettico, ma anche allo scontro dialettico con la opposizione. Ed è giusto che sia così, è giusto che sul tema del lavoro sul quale tra l'altro poi si gioca lo stesso destino della alleanza politica del centro sinistra, ma anche di una proposta diversa e alternativa che dovesse venire da altre forze politiche. Io sono perfettamente convinto che chi sfonda la frontiera della occupazione, del lavoro, di una nuova speranza per le nuove generazioni in Sardegna è vincente nei prossimi anni. Chi invece arretra, chi ha timore, chi contrasta ma non propone, chi critica ma non si contrappone su questo terreno è destinato a perdere. Io sono perfettamente convinto di questo, che anche le prossime elezioni regionali, tanto per essere chiari, si giocheranno non sulle parole, non sulle promesse, non sulle prospettive, ma si giocheranno sulle speranze reali, concrete che la classe politica in questo caso di governo, ma della opposizione che si candida al governo, su quella frontiera si vince o si perde. Ecco perché il problema è veramente importante. D'altronde non è solo in Sardegna che il problema della occupazione, del lavoro come problema di civiltà esiste; esiste nel paese, esiste in Europa e noi abbiamo iniziato ad affrontarlo dicendo appunto che nel momento in cui il Capo dello Stato richiamava il governo nazionale a porre il problema del lavoro come centrale nella azione di governo, taluno ha anche ricordato le parole di Giovanni Paolo II, non io per la verità, ma altri hanno ricordato le parole del Papa che proprio all'inizio di quest'anno poneva anch'egli per l'Europa, e per l'Italia in particolare, il problema del lavoro come problema centrale per i giovani e per le nuove generazioni. E noi abbiamo voluto partecipare a questo tema dentro questa visione delle cose che ci appartiene molto, che riteniamo obiettivo fondamentale e importante non solo di una alleanza politica, ma dell'impegno stesso nella politica perché se non affrontiamo l'emergenza della collocazione delle nuove generazioni nella società civile, nella civiltà del 2000 e quindi nella cultura del lavoro, se non affrontiamo questo di problema ma quale altro problema dobbiamo affrontare? La riforma degli enti che pure è importante, le leggi sulla pesca che sono pure importanti, la riforma della Regione che pure è importante, la legge elettorale che certamente è importantissima, i referendum che sono certamente importanti, ma se come classi dirigenti non affrontiamo questo tema che coinvolge intere generazioni di sardi oggi io non so veramente di che cosa dobbiamo parlare. Ecco perché la conferenza fatta così, aperta alla discussione che coinvolge i sardi, non solo la classe politica a tutti i livelli, ma che chiama alle proprie responsabilità il mondo dell'impresa, cioè l'impresa, gli imprenditori sardi, quelli che hanno o possono avere le risorse, quelli che hanno cultura di impresa, i sindacati, le forze del lavoro che sono chiamati ad uscire dalla condizione di forze rappresentanti del lavoro che esiste, del mondo occupato per certi versi, in qualche modo privilegiato, per occuparsi del lavoro che non c'è, dell'occupazione che non c'è e quindi delle prospettive di intere aree della Sardegna, di società sarda, che si trova in queste condizioni. E allora la conferenza dovrà servire a questo: a suscitare, a eccitare le imprese, le intelligenze, le fantasie, a capire se in Sardegna c'è una base forte di cultura, di intelligenza, di volontà, per uscire da questa situazione. Poi, badate, arrivano anche le risorse. Io credo che arriveranno anche le risorse; le risorse possono essere, alla fine, anche un patto più da ragionieri, da certosini raccoglitori, dopo l'espressione della volontà politica, naturalmente nelle pieghe del bilancio, dei bilanci, di risorse. Poi arriveranno i numeri, e noi i conti intendiamo farli dopo, ma prima vogliamo capire fino in fondo se in Sardegna, se quest'Isola ha la capacità, oggi, di affrontare per intero questo tema. Tutta la Sardegna, la politica, la cultura, l'economia, la chiesa, le forze sociali hanno questa capacità e questa volontà. Perché è un problema che non riguarda solo la erogazione di fondi e di risorse per il lavoro. Questo è l'aspetto più emergente, forse più dirompente rispetto al nostro modo di vedere la politica, il collegamento cioè tra il bilancio, tra le finanziarie e le politiche del lavoro, è anche questo ma non solo. Dobbiamo capire, almeno io così la leggo questa realtà, che il non lavoro in Sardegna, cioè la mancanza di impegno nel lavoro, la mancanza di impegno culturale, non solo fisico nel lavoro, è un problema che si intreccia in maniera fortissima, inestricabile quasi con gli assetti civili, con la civiltà del vivere, con la qualità della vita, con la criminalità in alcune aree della Sardegna. Da questo punto di vista il documento preliminare mi sembra che sia aperto alle idee, ai suggerimenti, alle esperienze che sono maturate in questi anni; ecco perché il richiamo anche alla precedente conferenza, al meglio che si può esprimere in Sardegna. E vanno richiamati appunto tutti alla loro responsabilità; nessuno si deve tirare indietro e si deve nascondere, e nessuno deve dire: vediamo cosa sono capaci di fare, vediamo cosa propongono, vediamo se la conferenza è una passerella di interventi, se è destinata a fallire, se è destinata a produrre un altro volume o se è altro. Io credo che nessuno possa sfuggire a questo confronto, anche partendo e restando supposizioni contrapposte; partendo e restando su posizioni contrapposte, ma da questo tema, nessuno può sfuggire. E per noi, intendo dire per l'alleanza di centro sinistra, questo è un tema centrale, è il problema dei prossimi mesi e dei prossimi anni. Inizia una marcia, una marcia lunga, dobbiamo prima di tutto trovare la strada giusta, dobbiamo capire se gli indirizzi che stiamo immaginando, se i capitoli che stiamo aprendo sono quelli giusti, se le basi che stiamo ponendo sono quelle giuste per affrontare questo tema. Se stiamo individuando con esattezza le risorse alle quali ricorrere, regionali, nazionali, comunitarie, dobbiamo mettere a punto e a fuoco le condizioni per un nuovo patto con lo Stato, che non è riferito a generiche rivendicazioni, anche richiamando, come facciamo sempre, l'articolo 13 dello Statuto, ma un nuovo patto con lo Stato che sarà presente alla conferenza, riferito soprattutto al lavoro, allo sviluppo, alle condizioni cioè di una Sardegna, di un'Isola del Mediterraneo e dell'Europa che deve porsi allo stesso livello di partenza, da un punto di vista delle infrastrutture civili, delle infrastrutture civiche, delle infrastrutture fisiche rispetto alle altre parti del Paese e dell'Europa. Dobbiamo e capiremo e dovremo capire se c'è questa disponibilità concreta, rimettendo insieme tutti gli strumenti e tutta la strumentazione che abbiamo attivato in questi anni, se lo Stato è disponibile, oggi, a dare risposte concrete alla Sardegna. Ed è uno dei punti nodali di questa stagione della politica, il passaggio dalla rivendicazione, o meglio dal rivendicazionismo, alla costituzione di un istituto nuovo, che si chiama patto con lo Stato, paritario, sui temi dello sviluppo e del lavoro che non può essere, come nel passato, che deve essere concretizzato, che deve essere certo, che dia ancoraggi certi alle politiche del governo, anche della nostra Regione. Io ho trovato interessanti, per esempio nel documento, alcune indicazioni riferite, ad esempio, all'ideazione di nuovo lavoro, alla cultura del lavoro che è diversa da quella del passato, alla sollecitazione perché alcuni settori in Sardegna, alcune aree della Sardegna del volontariato, della cultura, dell'economia producano lavoro, non aspettino lavoro, ma che producano lavoro. Quasi una sollecitazione forte perché si mettano su quel cammino e su quella strada insieme a noi, a comprendere cosa si può creare. Dando noi, cioè dando la politica, dando le leggi e le regole, le condizioni migliori perché l'ideazione di nuovo lavoro possa essere sorretto, possa essere aiutato in questo cammino che è difficile. Ci sono alcune sollecitazioni, alcune suggestioni che vanno tolte per intero. Il terzo settore, la cooperazione per l'utilità sociale, lo citava Bonesu alcuni esempi che trovano molte difficoltà, il così detto lavoro sostenuto, si chiama così perché inizialmente ha il sostegno essenziale, fondamentale, direi unico da parte pubblica. Però occorre ormai qualificarlo, occorre riportarlo dentro una strada che lentamente lo conduca verso un lavoro di impresa, verso la creazione di impresa. Io credo che sia possibile, tra l'altro gli stessi obiettivi se li pongono le leggi nazionali, il decreto legislativo numero 468 del '97, indirizza ormai il lavoro sostenuto verso il lavoro d'impresa. Sono tutti temi d'approfondire, che coinvolgono non solo la Giunta regionale e il Consiglio regionale come tale, ma che coinvolgono tutto il sistema e tutto il tessuto diffuso delle autonomie locali, dei comuni, delle province e delle comunità montane. Quel tessuto cioè del potere pubblico diffuso in Sardegna, che deve riqualificare, ripensare il lavoro sostenuto, che deve mantenerlo dove è necessario. Io non guardo a questo problema con occhi ideologici, perché sarebbe troppo semplice e troppo facile. Dire che da una parte sta tutto l'assistenzialismo e dall'altra sta tutta l'economia d'impresa. A mio parere è un modo imbroglionesco di vedere le cose, perché economia d'impresa laddove non ce n'è mai stata non ce ne può essere. Io credo di essere insieme a tanti altri qui degli ultimi che abbiamo conosciuto la società feudale che stava scomparendo in Sardegna, nel senso che i nostri nonni lavoravano per 40-50 anni alle dipendenze di grandi famiglie nobili nei nostri paesi e si ritrovavano a 70 anni senza capire cosa potevano aver fatto nei 50 anni precedenti per accumulare neanche quel po' di beni che potevano servire alla famiglia. Cioè, c'è stato un sistema feudale che in Sardegna si è consumato ed è andato a morire agli inizi degli anni 60. Noi l'abbiamo conosciuto, ma cosa volete che l'economia d'impresa possa nascere, possa crescere in territori che sono aridi di cultura d'impresa, che sono ancora difficile da poter permeare dalla cultura d'impresa. E allora bisogna agevolare, bisogna che il potere pubblico, da questo punto di vista, abbia la capacità e l'intelligenza di intervenire per stimolare, per creare economia d'impresa. E il lavoro sostenuto, cosiddetto, può essere il primo canale, può essere il primo embrione da cui nasce la volontà di lavorare. Sono i primi germi di civiltà che possono essere seminati in territori, in aree della Sardegna dove il lavoro è ancora un privilegio per pochi. E su questo credo che una riflessione più approfondita vada fatta, coinvolgendo tutti i soggetti interessati. Il documento lancia un messaggio chiaro, anche qua: il messaggio è quello di trasformare lentamente il lavoro sostenuto in lavoro che si sostiene da sé, che solleciti le intelligenze, che possa creare le condizioni perché il lavoro diventi impresa, diventi capacità d'impresa autonoma, partendo da quello che abbiamo, dal valorizzare le nostre risorse, che sono risorse umane, prima di tutto, di caparbietà, di voglia di uscire dall'isolamento e dal sottosviluppo. Significano risorse fisiche, significa ambiente, e alcuni capitoli sono dedicati a questo tema, sia nelle dichiarazioni programmatiche della Giunta, sia nel documento preliminare per il lavoro. E anche qui, lo voglio dire con molta chiarezza, ciascuno ponendosi di fronte alla pubblica opinione, alla cultura sarda, ai cittadini della Sardegna, con grande limpidezza e trasparenza, sul tema dei parchi bisogna uscire da questo equivoco, bisogna uscire da questa timidezza che le forze politiche e le forze di governo stanno dimostrando, lasciando talvolta le amministrazioni comunali e i sindaci da soli nella trincea avanzata, e non possono che retrocedere lentamente, non possono che ripercorrere le strade che sembravano tutte in discesa. Allora bisogna dire con chiarezza, sul Parco del Gennargentu, per esempio, che è parco, ma è anche lavoro, è anche sviluppo, è anche cultura nuova. La Regione, il governo regionale e il Consiglio regionale, che ha già fatto le sue scelte, devono dire con chiarezza che si va avanti, che indietro non si torna, che si creano tutte le condizioni perché le amministrazioni locali, le comunità locali come tali vengano coinvolte, però non è pensabile che minoranze violente talvolta possano imprimere e bloccare lo sviluppo nel centro Sardegna, non è pensabile che la stampa sorregga e in qualche modo aizzi le minoranze violente contro il parco. Noi dobbiamo dire con estrema chiarezza in tutte le sedi, a iniziare da questa sede, che sul parco del Gennargentu non si torna indietro. Questo a sostegno di una linea di politica economica e ambientale che abbiamo scelto, questo a sostegno delle comunità locali e dei sindaci che con grande fatica sono sottoposti a un intreccio di spinte e controspinte molto spesso, come in questi giorni, come in queste notti, segnate da grande e pericolosa violenza. Oppure si scelga l'altra strada, si scelga la strada di un referendum regionale per capire se i sardi - perché il patrimonio è dei sardi, non è di piccole minoranze, il patrimonio è di tutti i sardi - se i sardi sono d'accordo per uno sviluppo diverso, europeo, proiettato verso il futuro oppure se è per la conservazione di privilegi di pochi, i contorni dei quali privilegi ancora non sono stati del tutto fatti emergere. Io credo che da questo punto di vista in questi giorni, in queste settimane dobbiamo manifestare più coraggio, più sostegno ai sindaci coraggiosi, più coraggio nel manifestare le nostre idee ed essere determinati nelle scelte che abbiamo fatto e che dobbiamo fare.

E' chiaro che lavoro non ci sarà se non si allarga in Sardegna la base produttiva, i dati ci dicono che c'è un fiorire rigoglioso di iniziative piccolo imprenditoriali, di imprenditori che si stanno cimentando in qualche modo con la cultura d'impresa. Io chiederei alla Giunta che prima della predisposizione del DPEF

e comunque prima che il DPEF arrivi in Consiglio, lo dico agli assessori Deiana, presente, e Cogodi, che poi trasmettano a chi di competenza anche loro, io lo pretendo e lo pretenderò, la chiara situazione delle legge di sostegno all'impresa: della 17, della 21, della 15, della 488, la chiara situazione in Sardegna, soprattutto nel centro Sardegna, delle leggi di sostegno all'impresa, di questo ginepraio inestricabile che c'è in alcune aree della Sardegna tra patti territoriali e contratti d'area, i tempi di realizzazione di un'impresa economica dal momento dell'idea, dal momento in cui il piccolo imprenditore ha l'idea e presenta la documentazione, ed è già difficile presentare la documentazione, fino alla sua realizzazione, io credo che siamo adesso attorno a due anni e mezzo, tre anni. Naturalmente per la cultura d'impresa questi sono tempi biblici assolutamente inaccettabili. Chiedo di sapere i riferimenti reali, i dati reali, non quelli dei prospetti dell'Assessorato, ma i dati reali del rapporto fra investimento e occupazione. E questo voglio saperlo prima del documento di programmazione economica e finanziaria perché mi risulta che, per esempio, sul piano delle autorizzazioni i tempi sono lunghissimi, che le autorizzazioni sono infinite e indefinite, come il gatto che si morde la cosa i documenti passano da un ufficio all'altro per diversi tempi e per diverse volte. Gradirei conoscere il rapporto tra i tempi e gli oneri finanziari, cioè gradirei sapere quanto danno in Sardegna fa la burocrazia, non solo quella regionale, per la verità, ma la burocrazia a tutti i livelli. Dico questo perché, ne parlavano tutti stamattina, ultimo l'onorevole Bonesu, noi abbiamo fra l'altro visto che ad aprile è stato pubblicato l'ultimo decreto legislativo Bassanini che richiama lo sportello unico, dico ad aprile, proprio in questi giorni, quindi, la settimana scorsa, è soprattutto l'articolo 25 che mi piace citare, che impone sostanzialmente alla pubblica amministrazione, laddove ci sono distretti industriali, la esigenza, la necessità di una direzione unica per le autorizzazioni alle imprese industriali. Cioè dice che il procedimento amministrativo in materia di autorizzazione all'insediamento di attività produttive è unico, l'istruttoria per oggetto di particolari profili urbanistici, sappiamo cosa vuol dire in Sardegna, sanitari, sappiamo che cosa vuol dire, della tutela ambientale, sappiamo che cosa vuol dire, e della sicurezza. Significa che la legge dello Stato ci impone un procedimento unificato e naturalmente noi Regione a Statuto Speciale siamo obbligati ad adeguare i rispettivi ordinamenti, il che significa che noi non possiamo stare ancora un anno senza adeguare i nostri ordinamenti al decreto legislativo dell'aprile 1998, Bassanini, ed è credo uno dei punti nodali e centrali per sbloccare diverse attività produttive, per iniziare a dare un segnale concreto di cambiamento vero, di cambiamento reale. Allora io ritengo che dopo la Conferenza che dovrà essere partecipata, e noi con questo spirito sicuramente partecipiamo, la Giunta si deve impegnare a dirci, a dire al Consiglio, perché il dibattito si sta svolgendo in Consiglio, quale normativa intende modificare per agevolare l'impresa o per agevolare il lavoro in Sardegna. Quale normativa precisa intende modificare, dovrà dirci a quali risorse, a me interessa poco in questo momento la quantità, lo vedremo nel momento opportuno la quantità, mi interessa sapere a quali canali di risorse intende rivolgersi, intende attingere, mi interessa sapere come mette in piedi il nuovo patto con il governo, quali sono i tempi, quali sono le procedure, quali sono le risposte che il Governo regionale intende dare su questi temi e su questo intervento. Io ho la convinzione che se siamo determinati su questa strada, determinati vuol dire che si fa una verifica politica su questi temi, determinazione è una parola che, se non è coniugata con… la ringrazio Presidente, concludo subito, che se non è coniugata con verifica politica successiva e quindi con la sanzione politica, se non si fanno queste cose, la parola determinazione risulta essere parola vuota. Noi vogliamo essere determinati ma vorremmo anche fare successivamente una verifica politica di tipo politico se questa alleanza, questa Giunta, questo Governo della Regione ha una prospettiva, se fino in fondo si fa carico di questo che è il tema centrale in Sardegna. Noi vogliamo che in Sardegna si determini con la coesione che è uno degli obiettivi centrali delle comunità dell'Europa, una coesione sociale, noi vogliamo che intere generazioni di sardi che si apprestano a stare fuori per lavoro, ad andare fuori dalla Sardegna, molte volte sono le energie migliori che vanno fuori per studiare e poi non tornano, stiano in Sardegna e che diano un contributo allo sviluppo della Sardegna. Noi vorremmo scongiurare che in Sardegna cresca una società vecchia, subalterna, malata e magari intrisa ancora di alcuni privilegi crepuscolari dove si annidano affaristi, magari molti nelle nicchie degli enti regionali. Vogliamo invece liberare le intelligenze, vogliamo aprire nuove strade, vogliamo che l'alleanza politica in cui crediamo, vogliamo che la politica in cui crediamo, apra queste nuove strade, si ponga come punto di riferimento per larga parte della società sarda, che apra la strada di una nuova speranza che crei le condizioni concrete, inizi a creare condizioni concrete per una nuova civiltà del lavoro, dalle città più grandi della Sardegna fino ai villaggi più sperduti dell'interno, se la Conferenza riuscisse in qualche modo a sollecitare questa nuova speranza, io credo che già un obiettivo l'avremmo raggiunto. Grazie.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Masala. Ne ha facoltà.

MASALA (A.N.). Signor Presidente del Consiglio, signori della Giunta, colleghe e colleghi, questo documento che viene sottoposto all'esame del Consiglio viene presentato come documento preliminare alla Conferenza sul lavoro che viene prevista per il 20 e 21 di aprile. In realtà io ho la fortuna di avere un esemplare con la prima pagina che è molto illuminante dei passaggi e del percorso che ha avuto questo documento. Esso infatti nasce come programma degli interventi straordinari per l'occupazione e lo sviluppo in conformità a una deliberazione della Giunta regionale del 27 gennaio 1998. Diciamo che evidentemente questo documento era nato come documento finale non come documento preliminare ma ritengo che la Giunta bene abbia fatto nel corso degli ultimi mesi, delle settimane precedenti, a trasformarlo in documento preliminare. E poiché si tratta di un documento preliminare evidentemente è molto difficile per chiunque poter entrare nel merito del documento medesimo, perché evidentemente non è assolutamente possibile, in una fase che precede la stessa Conferenza, enunciare progetti, programmi o proposte alternative a questa, perché sarebbe un fuor luogo. Occorre invece fare qualche considerazione sempre sul piano del preliminare. Allora qui si dice che la Conferenza è il luogo dove i quattro attori fondamentali, e cioè Regione, sindacato, imprese e sistema delle autonomie, hanno uno spazio privilegiato dove portare il proprio contributo propositivo alla risoluzione dei problemi dell'occupazione e dello sviluppo. Qui sorge, per quanto riguarda me e il mio Gruppo, il primo interrogativo: sono io soggetto o spettatore di questa Conferenza? Quando si parla di Regione ci si riferisce alla Giunta o al Consiglio? Questo è un punto di domanda che io pongo perché se noi partecipiamo come Consiglio alla Conferenza, mi chiedo perché il dibattito di oggi e di ieri? Caso mai il dibattito andrà sviluppato su atti concreti di Governo e in quelle sedi il Consiglio istituzionalmente sarà chiamato a intervenire e ad approfondire, a votare e a deliberare su queste questioni. Ma in una fase che è preparatoria a questa Conferenza, il ruolo del Consiglio quale è, non ho capito, ecco perché io ero tra coloro i quali dicevano che questo dibattito non si doveva svolgere prima della Conferenza ma casomai dopo la Conferenza. Perché qualunque cosa noi dicessimo sull'argomento può essere soggetta a rettifica, a modifica, a delle soluzioni diverse da quelle di partenza per cui quando il Consiglio, di fronte agli atti concreti sarà chiamato ad esprimere la propria opinione, evidentemente si troverà o si potrà trovare di fronte a proposte differenti. Ho fatto la domanda circa il ruolo che il Consiglio deve avere, ma diciamo più esattamente i Gruppi politici dell'opposizione dovranno tenere nella Conferenza perché mentre il documento preliminare è sicuramente stato esaminato dalla maggioranza, dai Gruppi di maggioranza, dagli stessi è stato dibattuto, le varie forze che compongono la coalizione di governo si sono su di esso confrontate, evidentemente è un documento sul quale la maggioranza dà il proprio assenso. Ma, le opposizioni come possono inserirsi in questa conferenza per presentare eventuali loro progetti alternativi. Qui sta il problema ecco perché l'ho posto. E il suggerimento mi viene dal fatto che il sindacato regionale sardo dei dirigenti delle aziende industriali, e quindi in parte smentendo quanto viene affermato nella stessa relazione introduttiva e cioè che anche i sindacati sono un soggetto di questa conferenza. E lamenta il fatto questo sindacato di non essere stato invitato alla conferenza. Ora se si parla di sviluppo, se si parla di cultura d'impresa, se si parla di sistema di imprese non vedo come possa essere esclusa da un dibattito del genere la categoria dei dirigenti di azienda. Ma se i dirigenti d'azienda vengono esclusi, i Gruppi politici presenti in quest'aula quale ruolo possono svolgere all'interno della conferenza? L'opposizione viene richiamata dice ad un sussulto di responsabilità e lo stesso Presidente della Giunta nella sua breve relazione di presentazione, proprio per assolvere al compito, questo lo capisco, che l'articolo 118 del regolamento impone per poter avviare il dibattito, ha ricordato che in realtà questa conferenza veniva svolta per assolvere ad un impegno che la maggioranza aveva assunto. Ce l'ha ricordato anche l'onorevole Marteddu poc'anzi, questa conferenza non sorge per una esigenza oggettiva ma soltanto perché la maggioranza, quando si è formato questo quadro di maggioranza, ha assunto l'impegno di fare questa conferenza sul lavoro e sullo sviluppo. E ha detto anche che sollecitava tutti, opposizioni comprese quindi, a presentare delle proposte, dei suggerimenti, eccetera. Allora, a questo riguardo io debbo dire che noi di proposte in questi quattro anni ne abbiamo presentate tante; vogliamo dire che quando abbiamo fatto le proposte e i suggerimenti li abbiamo fatti con riferimento ad atti concreti sia legislativi che di governo che sono stati presentati in quest'aula o nelle commissioni. E quella era ovviamente la sede nella quale dovevano essere presentati i suggerimenti e le proposte, quindi nell'ambito del percorso che la maggioranza in quel momento indicava. Se invece il dibattito viene trasferito fuori dai canali istituzionali, cioè fuori dalle commissioni e dal Consiglio, il percorso non può più essere quello già programmato. Perché se il percorso è già programmato allora vuol dire che la maggioranza sta rivendicando a se stessa il diritto di intervenire, il diritto di sviluppare, il diritto di perfezionare il percorso che ha già programmato. Allora si sta chiedendo alla opposizione suggerimenti e proposte da inserire in questo documento; e questo non è possibile perché questo noi lo facciamo soltanto su atti concreti di governo, atti che verranno presentati in questa sede. Noi intendiamo invece fare un'altra cosa che è quella di presentare progetti alternativi; il progetto è un qualcosa di organico, non è qualcosa che può essere frazionato in vari suggerimenti. Prendiamo l'esempio della formazione professionale. Noi in questa sede, in relazione alla formazione professionale, ci siamo chiesti sempre come mai si continui a mantenere in piedi questo sistema legislativo, relativo alla formazione professionale, quando noi abbiamo presentato emendamenti che erano diretti a smantellare il sistema che viene creato a margine dell'impianto della formazione professionale non è che abbiamo trovato molto ascolto. Quindi desta sospetto il fatto che oggi si dica che il sistema che è stato previsto per la formazione professionale non deve essere finalizzato al mantenimento dei posti di lavoro di chi opera in questa struttura medesima. Quando noi abbiamo proposto di trasferire una quota rilevante delle risorse presso le imprese per svolgere questo ruolo di formazione professionale, proprio sul campo del lavoro, è stato detto che l'idea era buona ma non era possibile. Non capisco perché oggi, a distanza di quattro anni, si faccia una enumerazione delle cose che non vanno e in questi quattro anni non si sia fatto niente per accogliere proposte e suggerimenti che venivano dalla opposizione nella direzione che oggi la stessa maggioranza riconosce essere state valide. Quando nella discussione sulla legge numero 402, il rifinanziamento della legge di rinascita, furono presentate delle proposte concrete per la istituzione di scuole per manager, in quanto si affermava nella stessa relazione della Giunta che una delle cause per le quali manca in Sardegna la cultura di impresa era proprio l'assenza dei manager, ci fu detto che non era possibile, eppure proprio la legge numero 402 indicava proprio la formazione per il management come uno degli obiettivi principali della legge stessa. Eppure non fu adottata. Allora se io do uno sguardo al documento, poi nella fase conclusiva dirò qualche altra cosa, non debbo non rilevare che per esempio i principi, soprattutto in materia economica, sono tali perché a seguito di elaborazione dottrinaria sono stati portati a principio; cioè i principi esistono. Non si può introdurre un argomento riguardante gli obiettivi, e cioè l'elevazione del tasso di occupazione e la diminuzione del tasso di disoccupazione, assumendo così con petizione di principio un qualche cosa a principio medesimo. Occorre assumere come principio che non esiste un unico strumento. Non è un principio, è una ovvietà. Cioè di fronte alle ovvietà non c'è bisogno di spendere parole. E quando si parla con riferimento ai rimedi indicati per la elevazione del tasso di occupazione, e si parla di queste cose come dei principi, oppure quando si parla di altro principio secondo il quale sarebbe necessario attivare servizi efficienti alle imprese non si sta parlando di principi, si sta parlando di ovvietà che è una cosa un pochino diversa, che sono se proprio vogliamo chiamarli principi dei principi naturali, il presupposto stesso dei principi. Quando si dice che bisogna completare e potenziare l'armatura infrastrutturale, fondamentale dell'isola anche qui si dice una ovvietà. Ci si chiede però in termini politici, dato che l'onorevole Marteddu ha fatto riferimento anche ad una esigenza di verifica su questo terreno, sugli atti che andranno a scaturire dopo la conferenza programmatica per vedere la stabilità del governo e presentarsi come referenti di una larga parte della opinione pubblica della Sardegna, incominciamo a chiederci però che cosa è stato fatto in questi quattro anni per completare e potenziare l'armatura infrastrutturale della Sardegna, cioè è stato fatto niente. Che cosa vuol dire riorganizzare il sistema della pubblica amministrazione regionale e locale? E' anch'essa un'ovvietà; ne parliamo da quattro anni, ampliare il sistema produttivo attraverso il sostegno alla creazione di nuove imprese. Stiamo parlando di ovvietà. Cioè non si tratta di indicare che cosa si dovrebbe ottenere; bisogna indicare che cosa bisogna fare per raggiungere questi risultati; questa è la strada, non altra. Quando nel parlare dell'altro argomento si parla del ruolo delle attività produttive, non si riesce a fare a meno, non si resiste alla vocazione autocelebrativa, perché qui si parla di legge numero 488 del '92, leggi regionali numero 15 del 1994 e 21 del '93, e poi si insiste su questa strada facendo un'elencazione e, addirittura, indicando, forse a beneficio dell'onorevole Marteddu che lo chiedeva, quante sono state le domande presentate, quante sono state le domande accolte, quante imprese sono sorte, quanta occupazione è stata realizzata. Il tutto porta all'autocelebrazione del Presidente della Giunta, il quale dice che la Sardegna è in controtendenza rispetto alle altre regioni meridionali, perché ha realizzato, nel 1997, una riduzione del tasso di disoccupazione dello 0,8 per cento, passando dal 21,8 per cento al 21 per cento del tasso di disoccupazione. Ma nell'elencazione poi, nonostante le lodi che da qualche parte ho sentito, dei settori produttivi, a parte il fatto che oggi, con il sistema economico mondiale non è possibile parlare di settori, perché c'è una connessione assoluta tra tutti i settori, non solo fra i settori della produzione, ma c'è un'interconnessione fra tutte le aree geografiche. Non è possibile che accada un fenomeno economico in Giappone senza che abbia ripercussioni in Italia, senza che abbia ripercussioni in Sardegna, senza che abbia ripercussioni a Cagliari. Io non mi soffermo su questa elencazione, perché è inutile stare lì a dire che va bene lo sportello unico o che va male lo sportello unico, o perché non si è fatto fino ad oggi; sono cose che noi conosciamo e non credo che si debba spendere qualche parola. A me preme invece sottolineare la filosofia, cioè fare riferimento alla filosofia che sottende a questo documento, che mi pare in larga parte ispirato da due principali settori. C'è innanzitutto un'impronta che mi pare molto marcata dell'Assessorato dell'industria. Si parla, quando si parla di impresa, invece di usare il termine impresa si usa quello di industria. Evidentemente si intende fare riferimento in senso tecnico all'industria, e non all'impresa in generale. L'altro richiamo, che non mi pare poi tanto opportuno, è il riferimento, che evidentemente è un prezzo politico questo, che doveva essere pagato sull'altare dell'alleanza, almeno anche da renderlo documentalmente evidente a tutti, il richiamo alla rimodulazione degli orari di lavoro e avviare una ridistribuzione dell'occupazione, anche attraverso l'estensione del part time, quest'ultimo è giusto, ma è la rimodulazione dell'orario di lavoro mi pare proprio un richiamo molto palese, molto espresso alle 35 ore di cui si dibatte a lungo. Vediamo un po', per trarre le conclusioni da questo sicuramente disorganico mio intervento, perché chi non vuole intervenire in merito alle questioni, se non nelle sedi che verranno date e che risulteranno, se risulteranno adeguate, perché un progetto organico si può presentare soltanto in una sede adeguata, e non può essere ridotto ai minimi termini in un intervento che può essere più o meno una passerella. Questo evidentemente non sarà fatto. Che il Gruppo di Alleanza Nazionale abbia a cuore il problema del lavoro, credo che debba essere universalmente riconosciuto, perché il tema del lavoro e della socialità è diciamo uno dei DNA del Gruppo al quale io appartengo. Tanto è vero che il 29 e il 30 di aprile Alleanza Nazionale terrà a Napoli la sua conferenza nazionale sul lavoro, e la terrà con la partecipazione attiva di tutte le regioni del centro sud, dove il problema del lavoro è maggiormente sentito. Noi riteniamo di avere le carte in regola per presentare, è già quasi ultimato il controdocumento, se vogliamo, così chiamato, perché abbiamo la presunzione di avere un progetto alternativo a questo, e naturalmente, come tutti i progetti hanno anche delle parti in comune: la parte relativa, per esempio, all'analisi dell'esistente, mi pare che non possa essere diversa, perché i dati sono dati, i riferimenti statistici sono riferimenti statistici, e quindi non possono che essere uguali. Quello che manca a questo documento è invece un'analisi più approfondita delle condizioni o, più esattamente, delle precondizioni che possono determinare lo sviluppo. Cioè non basta modificare la legge numero 21 o le altre leggi citate, ed estendere i benefici, da quelle leggi previste, a favore delle altre categorie. Non è sufficiente, se non si creano le precondizioni, e cioè in tema di infrastruttura, in tema fiscale è stato ricordato, in tema previdenziale, cioè, in una parola, se non si creano tutte quelle condizioni perché l'impresa possa essere competitiva nei confronti di tutte le altre imprese del settore, che operano nello stesso settore in tutto il resto del mondo. Perché oggi non c'è attività produttiva che non sia sottoposta al confronto in termini di competizione con le stesse produzioni che vengono prodotte in altre parti del mondo. Questo documento difetta, e ne difetta parecchio, di un'analisi appropriata su questo campo, su questo terreno. E allora ben venga il confronto dialettico tra progetti diversi e alternativi, sia pure per rimanere diversi e alternativi, come sollecitava l'onorevole Marteddu, però è anche necessario che si realizzi una sorta di, chiamiamola così, di par condicio. Cioè la maggioranza ci deve mettere nelle condizioni di poter esporre adeguatamente i nostri progetti alternativi. Noi non ci prestiamo a presentare suggerimenti estemporanei, proposte estemporanee a questo documento, cioè nell'ambito dello stesso percorso, perché ogni progetto ha una sua logica, e quindi devono essere le parti rispondenti al tutto e, senza questa visione organica, non è assolutamente possibile. Quindi i progetti vanno confrontati; una volta che si confrontano seriamente su una posizione di parità, allora è anche possibile trovare una sintesi, individuare eventualmente una sintesi nell'interesse generale. In caso contrario rimarrebbe lettera morta.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Cugini. Ne ha facoltà.

CUGINI (Progr. Fed.). Signor Presidente, colleghi, il dibattito che stiamo svolgendo è il mantenimento di un impegno che abbiamo assunto durante la discussione che ha portato alla approvazione della finanziaria. E avviene su un documento che ha predisposto la Giunta, perché anche questo è stato un impegno richiamato in quella occasione, per procedere, abbiamo detto, a un confronto in Aula prima della Conferenza sul lavoro e lo sviluppo e prima ancora dell'assestamento e della predisposizione del DPEF. Quindi stiamo dentro un percorso che abbiamo stabilito assieme, non era e non è compito della Conferenza determinare una convergenza in aula tra maggioranza e opposizione, è solo l'inizio del confronto, la sede per misurare i progetti e questa rimane quella della Conferenza, perché qui oggi noi discutiamo una proposta della Giunta che avanza al Consiglio, non considerando il Consiglio l'unico livello di discussione per rispondere alla premessa che il documento predisposto dalla Giunta fa. Abbiamo detto in quella occasione, lo diciamo ancora oggi, che il documento è ancora aperto, deve essere portato al vaglio, così come si sta facendo già in incontri preliminari, preparatori, delle forze sociali, e solo a conclusione di quel confronto si stabiliranno le linee definitive per quanto riguarda le linee definitive per quanto riguarda il tema dello sviluppo e del lavoro. Quindi la sottolineatura che faceva il collega Marteddu e la sollecitazione che anch'io faccio ai colleghi delle opposizioni è quella di presentare alla Conferenza per il lavoro e lo sviluppo una proposta alternativa, perché noi vogliamo confrontarci adesso per farlo anche successivamente con proposte che presenteremo alla società sarda e sulle quali si chiederà il consenso, perché noi non vogliamo fare neanche nella Conferenza accordi con Alleanza Nazionale e Forza Italia, perché appunto siamo forze politiche alternative. Rispondendo ai colleghi di Alleanza Nazionale rispondo anche a chi ha proposto in quest'aula nel dibattito un accordo generale, un'intesa, un inciucio regionale in forma sarda. Noi non siamo d'accordo. Non siamo d'accordo perché non è la nostra linea, non siamo d'accordo perché non c'è nessuna condizione per procedere a soluzioni di quel tipo. Il collega Serrenti che lo ha richiamato deve sapere che il confronto tra la maggioranza e il Partito sardo è sempre aperto, che la non partecipazione al governo della Regione da parte del Partito Sardo d'Azione è stata una scelta autonoma, una scelta congressuale, e noi non abbiamo nessuna responsabilità sulla non partecipazione di questa forza al governo della Regione. La strada per riprendere il dialogo con la maggioranza non è il coinvolgimento di Alleanza Nazionale, di Forza Italia, del CCD o di quanto c'è in questo Consiglio.

CASU (F.I.). Non ve lo ha chiesto nessuno!

CUGINI (Progr. Fed.). Casu, non sto parlando con lei.

CASU (F.I.). Ha parlato di Alleanza Nazionale e di Forza Italia. Io mi onoro di appartenere a Forza Italia.

CUGINI (Progr. Fed.). Io non voglio disonorare nessuno, Casu, sto solo parlando e sto esprimendo la mia opinione, non ho titolo per disonorare.

Quindi, dicevo, il confronto tra il Partito sardo e la maggioranza non può passare attraverso Alleanza Nazionale e Forza Italia, ma è un confronto di tipo diretto e quindi direttamente deve essere ripreso l'argomento e in presenza di posizioni nuove ci saranno risposte nuove. Ora trattiamo i temi della Conferenza per il lavoro, e lo dobbiamo fare anche qui con una dimensione nazionale e con un'ottica nazionale seppure ragioniamo in Sardegna, perché abbiamo la presunzione di voler contribuire come maggioranza di governo della Sardegna alla definizione del programma nazionale per quanto riguarda il tema dello sviluppo e del lavoro. E lo facciamo con un'ottica che è stata sollecitata anche dalle grandi organizzazioni sindacali della CGIL, della CISL e della UIL recentemente in convegni che avevano come obiettivo questo argomento. E lo facciamo rivendicando a questa maggioranza, che è dello stesso segno di quella nazionale, una indicazione e una proposta che deve portare il Governo Prodi a inserire la Sardegna negli investimenti prossimi e nella seconda fase del governo stesso. Una parte dell'attività del governo nazionale si è esaurita, abbiamo conquistato l'Europa, come si dice volgarmente, stiamo dicendo nazionalmente e regionalmente che ora bisogna passare alla seconda fase, a quella del lavoro, del lavoro riferito alle imprese, del lavoro riferito alle ragazze e ai ragazzi, del lavoro riferito ai disoccupati. E avanziamo un insieme di indicazioni, che possono anche non piacere, però sino a questo momento, sino a oggi, queste indicazioni, confrontate con le associazioni imprenditoriali hanno trovato consenso; ci viene chiesto di fare di più, la Conferenza sarà quella occasione che stabilirà ulteriormente e ancora meglio le risposte che dobbiamo dare, e il documento vuol essere la base di quel ragionamento, tant'è che lo consideriamo documento aperto. Il mio Gruppo, il Gruppo progressista federativo, ha incontrato la settimana passata la Confindustria sarda e l'API sarda, questo pomeriggio incontrerà altre associazioni di categoria, la Lega delle cooperative, l'Associazione generale delle cooperative italiane, la Confesercenti, la Confartigianato, la CNA, incontrerà organizzazioni imprenditoriali perché attendiamo da queste organizzazioni, così come è avvenuto la settimana passata, suggerimenti e indicazioni utili per la conclusione della Conferenza. Però, qui, è stato sottovalutato, lo devo dire a questo punto, il fatto che la Conferenza vede la partecipazione diretta del Governo nazionale. Saranno presenti Prodi, Treu, e anche altri ministri., ed è quella l'occasione per rivendicare nei confronti del Governo nazionale quegli investimenti aggiuntivi a quelli che già ci sono nel bilancio regionale per far fronte alla domanda di sviluppo in Sardegna e di lavoro.

Quanti saranno? Noi non lo sappiamo, ma c'è un tetto nazionale di investimenti che viene proposto per questo titolo, viene localizzato nel Meridione d'Italia, noi siamo meridione e vogliamo concorrere al trasferimento di quelle risorse alla nostra Regione. Ma non ci limitiamo alla rivendicazione delle risorse, diciamo che imprese nuove devono venire in Sardegna, chiediamo che vengano assegnate alla nostra Regione quote di produzione nazionale che vengano localizzate le imprese dove ci sono i disoccupati, così come abbiamo detto nei mesi passati e come abbiamo proposto nel documento che ha dato vita a questa maggioranza, ora si discute che tipo di lavoro ci deve essere in Sardegna, si discute se il lavoro deve essere solo lavoro dipendente da aziende private se deve essere anche lavoro assistito, se deve essere anche lavoro sociale, deve essere lavoro in tutte le direzioni. Io non mi scandalizzo quando colleghi sostengono che occorre rispondere rapidamente anche attraverso lavori socialmente utili, o attraverso il lavoro assistito, perché noi lo vediamo(?) all'interno di leggi nazionali, quindi non mi scandalizzo se una prima risposta viene data attraverso gli strumenti tradizionali, la cosa che conferma la volontà della maggioranza è che apriamo il fronte del lavoro produttivo, che vogliamo investire nei confronti delle imprese, ma questo non lo diciamo noi, lo dicono le imprese sarde, è stato citato dal collega Falconi, poi l'hanno richiamato altri che sono intervenuti, ma quando 482 imprese sarde fanno domanda per investire in Sardegna, e chiedono allo Stato 2500 miliardi da investire, è chiaro che questo tema diventa il tema principale della conferenza per il lavoro ed è una rivendicazione di imprese sarde nei confronti dello Stato e questa maggioranza chiede al Governo Prodi che le risorse della 488 vengono incrementate perché siamo in presenza di processi utili per l'economia nazionale. Allora, collega Masala, è corretto dire che le opposizioni si devono misurare su questo problema, e devono dire se è giusto che l'iniziativa del Governo regionale si spinga sino a scontrarsi anche con il Governo Prodi a sostegno di un'indicazione di sviluppo. Credo di sì.

CASU (F.I.). Non lo farete mai.

PRESIDENTE. Prego prosegua non raccolga le simpatiche provocazioni.

CUGINI (Progr. Fed.). Presidente, chiaramente non accolgo, però è giusto che il collega Casu faccia anche qualche battuta, non può parlare sempre di cose serie. Dicevo che questa rivendicazione sia fatta propria dal Consiglio regionale, io dico, mi sembra giusto, perché non vuol dire che dobbiamo fare accordi, però il documento che ha predisposto la Giunta è la premessa per il sostegno a queste imprese, perché 35 di queste domande sono di imprese del nord o di imprese estere che intendono investire in Sardegna: 120 nella provincia di Sassari, 149 nella provincia di Nuoro, 152 nella provincia di Cagliari e 61 nella provincia di Oristano. Per un ammontare di investimenti di 2500 miliardi. Tutta la discussione quindi sull'aggiuntività, sul fatto che le risorse sono poche, cade, perché noi abbiamo voluto aprire il confronto con il Governo Prodi per rivendicare investimenti aggiuntivi alle nostre risorse, perché vogliamo far parte di quel disegno nazionale ed europeo che guarda al sud d'Italia, perché riteniamo giusto rivendicare nei confronti dello Stato questa attenzione e accompagniamo a questa scelta indicazioni, linee, proposte perché l'impresa si possa sviluppare e mettiamo a disposizione risorse e questo l'abbiamo detto durante i lavori della finanziaria, vogliamo aprire questo confronto andando oltre l'Aula perché riteniamo che ci sia molta attesa all'esterno, attesa per scelte coerenti con il documento che era alla base di questa maggioranza. Quindi è obbligo, non si può sfuggire, è obbligo per la maggioranza e lo stanno facendo, ma è obbligo anche delle opposizioni avanzare indicazioni alternative, perché se no sarei portato a dire che se non c'è un'indicazione alternativa non c'è indicazione, se non c'è un'indicazione non c'è un'idea e non c'è alternativa. Allora lo sforzo va fatto in questa direzione e quindi lo sforzo deve essere orientato a contenuti, dobbiamo fare qui oggi un salto di qualità, dobbiamo evitare in qualche modo la rissa che ha caratterizzato confronti precedenti, sino adesso non è avvenuto per dire la verità, perché i disegni sono effettivamente alternativi quando si presentano, se no non sono alternativi e non possono richiamare il dibattito, il confronto e l'attenzione delle parti sociali o delle forze politiche. Perché insisto su questo punto? Lo faccio perché siamo stati abituati nei nostri dibattiti alla critica facile, alla critica preventiva nei confronti delle scelte di governo della maggioranza, in questa occasione non si può fare perché il documento viene proposto all'attenzione del Consiglio come un documento, viene proposto all'attenzione delle forze sociali come un documento aperto e si chiedono proposte correttive, aggiuntive o sostitutive, quella occasione che la Giunta propone della Conferenza del 20 e del 21 aprile non può essere sottovalutata o sminuita perché è la strada attraverso la quale si passerà per la costruzione del documento di programmazione economica e finanziaria. Tornerà nelle Commissioni competenti, tornerà in Aula e solo allora Masala, io sono d'accordo, solo allora faremo le valutazioni finali, ma sino a quel momento è tutto confronto su una linea che noi abbiamo come maggioranza inteso proporre per le scelte di governo della Regione ma anche per partecipare alle scelte di governo nazionale. E' un'indicazione sbagliata? A mio giudizio, è l'unica indicazione possibile, è una rivendicazione autonomistica, è una grande rivendicazione autonomistica, non avviente, come è avvenuto nel passato attraverso la richiesta di piani di rinascita. Avviene attraverso una partecipazione diretta delle forze sociali e della maggioranza al confronto con lo Stato, perché il meridione d'Italia è il problema vero dell'Europa e se non si risponde positivamente alla domanda di lavoro del meridione in modo nuovo, il collega Vassallo ha richiamato la sua esperienza personale, per richiamare il fallimento di una scelta economica che era stata fatta nel meridione d'Italia, che era quello dello sviluppo per poli e per dire che le vittime di quelle scelte sono ancora oggi disseminate nei nostri Comuni e sono prevalentemente senza lavoro. Noi vogliamo correggere quella vecchia impostazione e non vogliamo abbandonare chi è stato colpito dalle scelte sbagliate degli anni scorsi e lo vogliamo fare con un'indicazione positiva, certo che guarda al mondo delle imprese e quando parliamo del mondo delle imprese stiamo parlando al mondo del lavoro, anche del lavoro dipendente, però non possiamo limitarci, l'hanno già fatto altri colleghi, ad una risposta solo di tipo economico o una risposta riferita solo alle risorse, il documento propone anche un modello di Regione, propone anche lavori di risposta a domande sociali che sono presenti nella nostra Regione e vuole indicare risorse. Quindi anche su questo tema occorrerà misurarci. La collega Dettori e la collega Schirru hanno segnatamente voluto richiamare con i loro interventi l'attenzione di questo Consiglio. Si propone da parte delle opposizioni una alternativa alle indicazioni che noi abbiamo dato? Anche per quanto riguarda l'assistenza, anche quella più pratica si propongono indicazioni diverse? Per quanto riguarda la formazione professionale si danno indicazioni diverse, a parte quella di evitare gli sprechi, tutte quelle questioni là che siamo perfettamente d'accordo, siamo tutti d'accordo, però noi stiamo parlando di una formazione professionale che va collegata direttamente al lavoro e stiamo parlando anche qui di un intervento di assistenza al lavoro che è utile al ciclo produttivo, perché il lavoro e lo sviluppo non sono lo sviluppo di un settore, è lo sviluppo di una società. E noi stiamo dando questa indicazione. Ci sono alternative? che vengano in campo. Se ci sono che vengano in campo e ci misuriamo. Se ci sono e sono migliori di quelle che stiamo proponendo noi le accoglieremo, ma devono essere qualitativamente migliori, riferite alla qualità della proposta che viene fatta. Invece ieri ho sentito qualche intervento che più che impegnare e coinvolgere le organizzazioni sociali si tendeva ad escluderle perché si ritiene che la democrazia o il costo della democrazia sia dannoso alla economia. È stato detto questo ieri, escludere le organizzazioni sindacali dal confronto con il mondo delle imprese favorisce lo sviluppo. Se questa è l'alternativa bisogna andare a dirlo alle migliaia di lavoratori organizzati, ma bisogna dirlo anche alle organizzazioni datoriali che si vuole escluderle dal confronto. Noi invece nel documento diamo un'altra indicazione, che ci deve essere una concertazione, una partecipazione, un livello di confronto che veda Regione, enti locali, imprese e lavoro dipendente misurarsi sul tema dello sviluppo. Se il collega Pittalis dovesse confermare l'esclusione delle associazioni dal confronto per quanto riguarda lo sviluppo è chiaro che non ci potrà essere nessuna intesa, escluso il buongiorno perché siamo persone educate. Però siamo di fronte ad una linea che si contrappone al documento che noi abbiamo voluto presentare come documento aperto. Allora, io non la voglio fare molto lunga perché il presidente Zucca mi ha richiamato con lo sguardo alla conclusione e concludo qui, perché per quanto ci riguarda, e l'abbiamo fatto con i nostri interventi, questo è un passaggio che ci porta alla conferenza; e nella conferenza preciseremo ulteriormente e lo faremo, lo dico per il collega Masala, come Gruppo perché il documento che presenta la Giunta è un documento che parla anche al nostro Gruppo, e vuole parlare a tutti i Gruppi e chiede ai Gruppi una partecipazione più attiva alla definizione delle scelte, quindi è una indicazione di lavoro che noi abbiamo accolto perché l'abbiamo sostenuta nei territori e la sosteniamo anche questo pomeriggio con l'incontro con le associazioni, perché pensiamo che il sistema del documento aperto sia quello più corrispondente a questa fase politica, a questa indicazione che noi stiamo dando. La conferenza sarà l'ulteriore occasione, ma neanche la conferenza sarà conclusiva, chiudo su questo concetto, perché dovremo tornare in aula, tant'è che oggi non si votano documenti. Ci sarà l'intervento dell'Assessore Scano che farà sintesi in qualche modo del dibattito, che porta poi alla conferenza di lunedì, ma torneremo in aula e torneremo nelle commissioni, perché è una nostra esigenza politica, parlo del Gruppo dei Progressisti federativi, verificare l'insieme delle indicazioni che emergono perché da quelle indicazioni trae nuova linfa la maggioranza e può avere un ruolo positivo anche la opposizione, se però il ragionamento rimane sui binari che il documento stesso propone.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Pittalis. Ne ha facoltà.

PITTALIS (F.I.). Signor Presidente del Consiglio, colleghi e colleghe, non credi che sia un punto di discussione, perché pacifico, che il lavoro e la sfida per l'occupazione rappresentano per noi il problema dei problemi. La Sardegna ha un tasso di disoccupazione che fa rabbrividire. Questa è cosa nota direi anzi notissima ma non si tratta di un problema sardo. Lo sappiamo e lo diciamo per manifestare il nostro atteggiamento costruttivo pur nella netta differenza che separa il Gruppo di Forza Italia, ma ritengo il Gruppo del Polo delle libertà, dalla coalizione di governo di centro sinistra. La disoccupazione è un fenomeno strutturale dell'Europa, è un problema alla cui risoluzione sono interessati i governi europei di destra e di sinistra indifferentemente e che interessa l'attività della Commissione europea. Il tasso di disoccupazione in molti paesi europei è superiore al 10 per cento, mentre è solo del 4,6 per cento negli Stati Uniti d'America. In Sardegna il tasso si avvicina dolorosamente al 30 per cento ed è un dato che non esitiamo a definire inquietante. Altro che dati falsati, quelli che richiamava il Presidente Palomba nel suo intervento di ieri, i dati sono questi. Bisognerebbe essere ciechi e avere la benda sugli occhi per non vedere quello che sta succedendo fuori da questo palazzo. La gente attendata sotto il Consiglio, i disoccupati che ormai non sanno a quale santo appellarsi, che occupano uffici, sedi istituzionali, il segno veramente della disperazione. Significa che in Sardegna una persona su tre non ha lavoro; cioè non ha, e lo voglio ricordare ai colleghi della sinistra, non ha libertà di azione e di movimento. Il non lavoro determina anche una compressione di libertà fondamentali, la libertà di azione e di movimento. Non gode dei diritti civili e politici essendo sottoposto a ricatto continuo nel migliore dei casi della società nel suo insieme e nella sua struttura, e nei casi peggiori al ricatto del lavoro in condizioni che non esitiamo a definire di schiavitù, vera e propria dipendenza fisica e morale. Un dato che va oltre come si vede il puro dato economicistico e che rivela la sua natura tutta politica, si tratta di un problema anzi che insieme economico, politico e culturale, e comunque è un problema grave. La mancanza di occupazione è mancanza effettiva di accesso alla cittadinanza; non vi è dubbio che l'esercizio concreto dei diritti civili dipenda dalla indipendenza dal bisogno, e da una collocazione umana in un sistema di produzione e di scambio. Il paese affronta con straordinario manicheismo un dibattito come quello sulle soluzioni da approntare. E lo dico con la lucidità della indipendenza completa che il Gruppo di Forza Italia ha. Si affronta la discussione ponendo come alternative situazioni inconciliabili e comunque attualmente impraticabili per la società italiana. Da un lato un apodittico dogmatismo sulle 35 ore, vissute anche dai loro propositori come un dilemma ideologico e non come uno strumento efficace per la soluzione del problema di cui parliamo. Dall'altro alcuni che hanno percorso troppo velocemente e in maniera del tutto acritica l'idea liberale e propongono un mercato del lavoro privo di qualsiasi regola. Il dibattito culturale nel paese non si cura a nostro avviso di trovare un efficace punto di equilibrio per la flessibilità necessaria, in un mercato che cambia e deve adeguarsi continuamente a innovazioni culturali e tecnologiche, e la massima regolazione cui si aggrappano forze conservatrici. Certo è che negli estremismi ci pare difficile trovare un'adeguata soluzione, che deve essere soluzione concreta, efficace, soluzione di azione e non di parola, di accordo fra le parti in gioco e non di imposizione acritica. E su questo siamo credo tutti in accordo. Occorre che l'apparato produttivo, e questo lo dico all'onorevole Cugini, che ogni tanto fa lezione di come si deve comportare l'opposizione. L'opposizione guarda con interesse alle proposte che non esistono della maggioranza, se ve ne fossero l'opposizione avrebbe fatto costruttivamente la sua parte fino in fondo. E pure in assenza di una mancanza di proposte e di progetto, onorevole Cugini stia a sentire che le dirò cosa pensa il Gruppo di Forza Italia, e quali sono le proposte in concreto. Voglio ricordare, a lei e al suo Gruppo e alla maggioranza che sostiene il vostro Esecutivo, che l'apparato produttivo deve essere messo in condizione di approfittare del mercato e di entrare in concorrenza con lo scenario internazionale. Questa è la prima regola. E per questo dobbiamo e dovete sicuramente liberarvi dai gravami e legami che bloccano questo singolare e delicato mercato, soprattutto quello sardo. Ma occorre anche che sia un mercato regolare, una regolazione che non continui a consistere nella tutela degli occupati, a svantaggio dei non occupati, e che non soffochi il dinamismo dell'economia. Una regolazione che garantisca l'equità e la giusta retribuzione, e tutte le altre sacre e sante conquiste che il movimento dei lavoratori ha saputo incassare. Ma se mi si consente il gioco di parole, occorrono nuove e più eque forme di equità. Bisogna trattare, ma in modo originale e non abusato, occorrono idee nuove per una situazione nuova; soprattutto non vi è alcun bisogno che le forze politiche applichino alla situazione di oggi, e questo voi del centro sinistra state facendo anche in questa occasione, le ricette pronte per ieri. L'autentica sfida, a nostro avviso, è quella di passare da politiche assistenziali del lavoro a politiche creative di occupazione, quelle che, con terminologia di cui molti hanno dimenticato l'origine, sono le così dette politiche attive del lavoro. E sulle politiche attive del lavoro sono poche le scelte; anzi sono solo tre, a nostro avviso. In primo luogo costruire incentivi fiscali alle imprese che assumono lavoratori; in secondo luogo, e questo è ruolo vero della Regione, favorire l'incontro tra la domanda e l'offerta di lavoro, perché ci rendiamo conto che la Regione non è e non deve diventare un ufficio di collocamento, ma non può venire meno al ruolo di favorire l'incontro tra la domanda e l'offerta di lavoro, e in terzo luogo la formazione e l'aggiornamento professionale. A questo fa da sfondo l'inserimento per via politica, e ribadisco per via politica, della regolamentazione sulla flessibilità, parola magica in questo genere di dibattito. La sfida del mercato europeo è inserire in maniera graduale e ragionata la formula americana del lavoro intermittente, senza però cadere nella situazione di precarietà di quel mercato. E per fare questo pensiamo che sia necessario introdurre una rete di garanzie, e cioè essenzialmente un sostegno di reddito nel momento della disoccupazione, e un sistema di collocamento e formazione professionale veramente utili e davvero efficaci. Nessuna novità, a ben pensarci, se solo si ricorda che il documento finale, approvato qualche tempo fa dal Consiglio europeo straordinario di Lussemburgo, afferma testualmente: "Bisogna fare ogni sforzo per introdurre nella legislazione nazionale tipi di contratti di lavoro più flessibili, garantendo una sicurezza sociale più efficiente, e occorre aumentare sensibilmente il numero delle persone beneficiare di politiche attive, volte a facilitare il loro inserimento professionale". La situazione di fronte alla quale noi ci poniamo, è quella di una fortissima disoccupazione giovanile e di una forte disoccupazione adulta, fra uomini e donne, in maniera mi pare abbastanza assimilabile. Da una parte, nel nostro mercato del lavoro, abbiamo quelli che il lavoro lo hanno, e sono iperplurigarantiti, e dall'altra quelli che non hanno lavoro e non sono affatto tutelati, che la risposta che la società italiana finora ha dato, soprattutto quella sarda al problema, non sia stata efficace, non vi è alcun dubbio. Si è creato un sistema rigido di regolazione del lavoro introducendo limiti e vincoli, dall'obbligo di chiamata pubblica con gli uffici di collocamento sino all'impossibilità di licenziare i lavoratori, se non per casi singoli e previsti espressamente per legge, sino alla cassa integrazione e i prepensionamenti. Ciò che non ci pare davvero ancora praticabile, perché si tratta di un mercato non soltanto rigido ma anche socialmente iniquo. Questo è il quadro di riferimento che risulta dalla nostra analisi. Oggi le trasformazioni economiche e sociali sono molto più rapide delle modifiche legislative, a livello comunitario e nazionale la transizione a nuove forme di mercato lavoristico sono appena abbozzate. O tutte le forze sociali e politiche comprendono che si deve fare tutto il possibile per accelerare l'azione riformatrice, o si è veramente destinati a perdere la sfida. Questo è il nostro pensiero su come porsi davanti al mercato del lavoro a chi sollecitava proposte e indicazioni, e alle trasformazioni che è necessario, anzi è urgente dare al mercato del lavoro. Ed è su questo sfondo che si arriva alla discussione odierna, alla conferenza sul lavoro e sullo sviluppo. Dibattito questo che ricorda, per la verità, la lettera di Giacomino, scritta più per essere scritta che per essere letta. Così anche questo Consiglio regionale dibatte per dibattere, parla per parlare, ma non concluderà con un provvedimento votato la sessione. E' un fatto anomalo, è un fatto, secondo il nostro punto di vista, non corretto anche istituzionalmente, perché in questo modo il Consiglio in realtà viene degradato ad organo consultivo, e si impedisce a questa Assemblea di intervenire, anche con il sproprio assenso o con il proprio dissenso, su un argomento importante quale è quello del lavoro e dell'impostazione che dà la Giunta per la soluzione del problema. Mi sembra che sia un dato che non ha bisogno di commenti. Forza Italia comunque non ha voluto essere assente e non sarà assente, sempre che il Governo regionale ci fornisca anche indicazioni: dove avverrà questa conferenza, i tempi, i modi, quali sono anche le occasioni offerte alle opposizioni per fornire il contributo. Altrimenti è vero quello che noi sosteniamo, che è tutta aria fritta. E non possiamo non rilevare alcuni dati al riguardo. Io voglio ricordare che questa Giunta regionale è nata sulla conferenza per il lavoro, quella appunto che dovrebbe tenersi il prossimo 21 di aprile. L'ingresso del partito della Rifondazione Comunista all'interno della compagine governativa, avviene proprio sul presupposto che la Giunta destini uno straordinario importo di 10 mila miliardi in dieci anni, e cioè di 1000 miliardi per l'anno in corso per l'occupazione, e che una conferenza regionale tra maggioranza e parti sociali, delinei gli ambiti di operatività, dica cioè come devono essere spesi questi oramai famosi mille miliardi che per strada si sono persi, si sono ridotti a 400 miliardi e ancora né il presidente Palomba, né l'Assessore del bilancio, né alcuni esponenti della maggioranza ci ha detto da dove verranno reperite queste pur esigue, rispetto all'obiettivo iniziale, risorse. E su questo attendiamo ancora delucidazioni e non chiacchiere, come finora abbiamo sentito. Su questo presupposto che noi riteniamo del tutto formale e assolutamente ingannevole, lo ribadisco, ingannevole, è nato il sesto governo, e speriamo sia anche l'ultimo per voi e soprattutto per i sardi, presieduto dall'onorevole Palomba. E allora, la prima considerazione, per quanto banale essa sia, che tocca fare è di metodo. In questi giorni stiamo per arrivare ai quattro anni di legislatura. Voglio ricordare ai colleghi del centrosinistra che siamo arrivati ai quattro quinti, cioè all'80 per cento della legislatura. Per esplicita ammissione della stessa maggioranza di oggi, che poi è la stessa maggioranza di ieri e anche di avant'ieri, si rileva che nei quattro anni precedenti il centrosinistra, cioè il Partito Democratico della Sinistra, Federazione democratica, il Partito Popolare Italiano e pezzetti di Rinnovamento italiano, con l'aggiunta del Partito della Rifondazione Comunista, non ha fatto nulla, assolutamente nulla in questi quattro anni per il lavoro. Il che è quello che emerge non solo a giudicare dalle dichiarazioni della maggioranza di cui bisogna sempre, lo scherzosamente ma non troppo, diffidare, ma anche da una lettura obiettiva dei dati ISTAT, i quali considerati al netto della stagionalità e degli interventi episodici di chi è costretto dalla fame a scavare buche per poi ricoprirle, evidenziano che la disoccupazione è cresciuta nell'ultimo anno di 1,27 punti percentuali. Almeno queste cose, Assessori presenti, riferitele al presidente Palomba, perché sono uno scandalo le dichiarazioni che egli, non solo in quest'aula, ma anche nei mezzi di informazione, rilascia. I posti di lavoro aumentati li vede soltanto lui; probabilmente ha dati diversi da quelli nostri, che sono poi i dati riferiti dall'Istat. Voglio ricordare che nell'ultimo anno, grazie alle allegre finanziarie del centrosinistra, la disoccupazione in Sardegna è cresciuta di 1,27 punti percentuali e di circa 6 punti percentuali dall'inizio della esperienza di governo dell'onorevole Palomba e della sua maggioranza. Ha ragione il collega Ribelle Montis. Io ho seguito molto attentamente il suo intervento: egli ha parlato di progettazione falsa e fasulla che alimenta solo la disperazione. Ha perfettamente ragione, onorevole Montis. Ma se anche volessimo prendere per buoni i dati che la maggioranza fornisce nel suo documento la situazione non cambierebbe, vi sarebbe comunque un tasso di disoccupazione costante e immodificato dall'inizio della legislatura, senza che l'azione di governo abbia in niente influito. Anche questi, per quanto sgradevoli, sono dati indiscutibili e lo si dice non certo per voler qui enfatizzare responsabilità che sono sotto gli occhi di tutti i sardi, ma per mettere in chiaro le premesse della nostra discussione. Questa maggioranza, e questa è la realtà, affronta con quattro anni di ritardo i problemi della disoccupazione per i quali ha sinora fallito, e lo fa coinvolgendo in un dibattito il Consiglio regionale. Solo che il Consiglio non voterà, non prenderà alcuna posizione, non farà come Consiglio alcuna proposta. Il Consiglio regionale ancora una volta guarderà e chioserà graziosamente un documento di lavoro che verrà discusso da altri, non certo dagli eletti, ma risulterà oggetto del dibattito dei conferenzieri fra qualche giorno. E questo basterebbe a chiudere la discussione. Ma non vogliamo privarci di complimentarci con la Giunta regionale e con il Comitato interassessoriale per la capacità con la quale hanno recepito le politiche di sostegno alle imprese e al sistema della produzione. Fuori di ironia diciamo di condividere ogni riga, ma lo dico seriamente, dell'analisi fatta dalla Giunta regionale, che intravede come questioni nodali la permanenza della Sardegna all'interno dell'obiettivo 1 della Unione europea, la copertura finanziaria per la metanizzazione e, nelle more, la parificazione della bolletta energetica, la zona franca, l'affermazione della continuità territoriale in Sardegna. Sennonché succede che la Sardegna dall'obiettivo 1 è uscita ingiustamente, che non ci risulta che a Bruxelles nessuno abbia visto la nostra classe di governo impegnata e che il Presidente del Consiglio, evidentemente il presidente Prodi, insieme al sottosegretario Fassino, ha solo assunto i soliti generici e vaghi impegni di sempre.

Della questione del metano ne parliamo da mesi e mesi. Noi il metano lo vogliamo quanto e più del presidente Palomba, ma sappiamo che il progetto è irrealizzabile, è fumo che o il presidente Palomba ha voluto vendere ai sardi o hanno evidentemente venduto a lui. Per il momento sull'argomento il Governo non ha impegnato mezza lira, lo sappiamo, lo sanno tutti, lo si sa a Roma come lo si deve sapere qui a Cagliari, e tanto meno per la questione della parificazione della bolletta energetica per usi civili e industriali. Questi sono fatti, oppure ci si dica dove sono i soldi. Per quanto riguarda la zona franca il Governo ha già risposto di non essere disposto a creare se non ininfluenti punti semifranchi, ciò che è molto distante da quanto previsto dalla legge costituzionale che è il nostro Statuto di autonomia. Per quanto riguarda poi la continuità territoriale la migliore risposta l'hanno data le compagnie aeree che hanno, come hanno voluto e nei termini che loro hanno deciso, innalzato il prezzo dei biglietti aerei. Questo nella totale impotenza di una Giunta regionale che non ha evidentemente energia e forza contrattuale con il Governo nazionale. E se questi sono i punti qualificanti del documento presentato a quest'Aula, io mi chiedo veramente dove e con quali prospettive questa Giunta si appresta a chiudere la legislatura.

Proseguendo nell'analisi del documento affermiamo di essere d'accordo anche con gli obiettivi che la Giunta si pone. Si tratta indubbiamente di obiettivi autorevoli, condivisibili, di grande levatura politica: da un lato la Giunta desidera incrementare l'occupazione, dall'altro diminuire la disoccupazione. Sfidiamo chiunque a non condividere questo programma, una proposta autenticamente autorevole quanto banalissima, onorevoli Assessori presenti. Programmi? E come farli? Progetti concreti e nuovi? E - ribadisco - dove sono i mille miliardi, signori soprattutto del partito della Rifondazione Comunista? Dove sono?

Ancora, nel documento si dice, leggo testualmente: "In Sardegna, come del resto altrove, i posti di lavoro aumentano soltanto se aumentano le imprese, e se quelle esistenti ampliano le proprie capacità produttive". Si tratta di un concetto che inutilmente proponiamo da anni noi di Forza Italia: incentivi alle imprese. Ma incentivi vuol dire finanziare con denari nuovi tutti i settori della produzione, dall'allevamento all'agricoltura, dall'artigianato al turismo, dal commercio ai servizi, e i denari nuovi si possono trovare in periodi di bilanci magri, quali quelli che il Governo nazionale e la congiuntura economica e internazionale impongono, solo tagliando denari in spese improduttive. Che, guarda caso, sono quei carrozzoni clientelari ai quali abbiamo inutilmente chiesto durante l'ultima finanziaria (e aveva voglia il collega Desiderio Casu di intervenire sul punto) di tagliare i fondi e cancellarli per sempre dalla storia della Sardegna. La risposta della maggioranza, è noto, è stata quella conservatrice, altro che il progresso, è stata quella di arroccamento nelle proprie posizioni. Le società regionali continuano a perdere miliardi e miliardi e noi continuiamo a finanziarle mentre non si rimpinguano le leggi già esistenti per gli aiuti alle imprese né tanto meno se ne creano di nuove e più adatte alla bisogna. Anche questi, sfido il collega Cugini, a dimostrarmi che non sono fatti. Sempre più è condivisibile il documento quando afferma che la questione del lavoro è innanzitutto una questione culturale. Vero che occorre credere nella possibilità di rifarle, è vero che bisogna avere fantasia, vero, verissimo, come è vero però che non si amplia di molto la propria cultura quando ci si continua a chiudere in posizioni precostituite e conservatrici come la difesa ad oltranza dei posti di lavoro e dei privilegi di chi il lavoro lo ha già e non vuole né dividerlo né discuterlo, anzi, proprio parlando di trasformazioni culturali, mi piace citare un economista organico come amate chiamarlo voi, di sinistra, un economista parlamentare, mi pare, proprio del Partito Democratico della Sinistra, Michele Salvati, il quale afferma a proposito della concertazione del ruolo politico delle forze sindacali, che bene si farebbe a considerare che le spinte sociali e le istanze portate avanti dai sindacati non possono essere assunte aprioristicamente e comunque. Questo per rispondere al collega Cugini, non lo dico io di Forza Italia, lo dice l'onorevole Michele Salvati, anzi lo cito testualmente, così serve forse da lezione anche non solo a noi ma a qualche distratto, me lo si passi ironicamente, del Gruppo del collega Cugini, dice l'onorevole Salvati "D'altronde il sindacato è una organizzazione privata che risponde ai suoi iscritti e ne deve verificare continuamente il consenso. I suoi iscritti sono lavoratori occupati e sempre di più pensionati, insomma, proprio quei soggetti che dal punto di vista dei loro interessi economici sarebbero svantaggiati dalle riforme di trasformazione culturale del sistema e di liberalizzazione, e i soggetti" - cito sempre Salvati - "che sarebbero anche svantaggiati da un programma rigoroso di equità attento alle esigenze dei non tutelati e delle giovani generazioni. Come la mettiamo? E' possibile chiamare la volpe a fare la guardia al pollaio?" Sono sempre parole dell'onorevole Salvati, chiediamo questo alla Giunta regionale che sposando documenti che propongono cambiamenti culturali di livello, non riesce poi ad affrancarsi ed avere un ruolo di gestione diretta, univoca, insieme al suo unico interlocutore, non esclusivo, ma l'interlocutore istituzionale è il Consiglio regionale. Si può auspicare di cambiare cultura vivendo nella più rigorosa conservazione dei modelli esistenti? Il documento che oggi viene alla nostra attenzione, signori colleghi della maggioranza, è una rassegna quasi dottorale delle possibili politiche per il lavoro, non emergono però soluzioni; onorevole Cugini, lei le sollecita a noi, io gliele ho proposte, le valuti, ma dal vostro documento non emergono soluzioni, non emergono scelte precise sulle risorse e sulle azioni concrete, non ci dite perché sinora i risultati sono stati fallimentari, non ci indicate le vie errate, peraltro non indicate neanche le nuove da seguire. In sostanza che cosa propongono i colleghi del centro-sinistra per favorire l'incontro immediato nel senso di non mediato tra domanda e offerta di lavoro, come funzionalizzare o abolire se non serve l'Agenzia regionale per il lavoro, l'agenzia per l'impiego, centri di monitoraggio e studio, sono strumenti utili o inutili? Chiedo sempre ai colleghi del centro-sinistra, hanno funzionato, funzionano oppure no e se funzionano bisogna capire perché hanno fallito, se non funzionano bisogna capire come correggerli. Si chiama in una parola governo. La proposta sottesa del documento alla fin fine parrebbe quella di aumentare il settore dell'assistenza e non quello del lavoro produttivo. Si tratta, lo voglio ricordare a tutti i colleghi, di una vera e propria bomba ad orologeria che scoppierà quando non saranno sufficienti più i denari, per mantenere il sistema che non risolve il problema ma lo complica. E poi, non crediamo possibile spezzare lance a favore dell'impresa privata e del suo incentivato incremento e poi rifugiarsi nell'assistenzialismo. In conclusione, e chiudo veramente Presidente, il nostro giudizio, o meglio il nostro non giudizio visto che si tradurrà in un non voto, è assolutamente positivo sull'analisi fatta, totalmente negativo per la mancanza di proposte concrete e la mancanza di volontà di mettere mano davvero ad una riforma organica di tutto il sistema, di tutto l'ordinamento Regione. Anche in questo caso si perde tempo in operazioni pubblicitarie, si esautora il Consiglio regionale, si dà potere a gruppi, si creano aspettative irrealizzabili nella pubblica opinione, si delude un'intera classe sociale sofferente e soprattutto si illudono 330 mila persone che attendono una qualche risposta e in sintesi si mina alla base l'essenza democratica di questa istituzione di cui appare ogni giorno di più manifesta la sua inutilità.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'Assessore della programmazione, bilancio, credito e assetto del territorio per l'intervento conclusivo.

SCANO (Progr. Fed.), Assessore della programmazione, bilancio, credito e assetto del territorio. La campagna elettorale verrà, consigliere Pittalis, voi suonerete le vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane. Ma questa è ancora un'altra stagione.

VOCE. Campane a morte

SCANO (Progr. Fed.), Assessore della programmazione, bilancio, credito e assetto del territorio. Si vedrà per chi. Parlavo delle campane, si vedrà per chi, chi suona le campane di solito è vivo, è colui per il quale suonano che talvolta risulta defunto. Quindi noi suoneremo le nostre campane, confermo, ma a parte le battute, l'impegno al passaggio in Consiglio, nella fase di preparazione della Conferenza per il lavoro e lo sviluppo, era contenuto nell'atto costitutivo della maggioranza. Io penso che fosse oggettivamente un impegno argomentato, motivato e giusto; è stata scelta questa forma, dico è stata scelta perché non è una proposta della Giunta, è stata scelta questa forma per il passaggio in Consiglio e questo abbiamo fatto. Vorrei dire, mi si passi questo accento diciamo di schietta discussione, non lo diciamo ovviamente in polemica con alcuno, che il problema di questa sessione consiliare, non è il fatto che si concluda o non si concluda con un voto, davvero il problema non è questo. Il problema è che abbiamo avuto una discussione utile, sicuramente sono state dette tante cose giuste, tanti suggerimenti su cui ragionare, ma non si può dire, è stato rilevato da diversi interventi, una discussione esaltata. Il messaggio, io lo dico con preoccupazione, il messaggio per i cittadini sardi, soprattutto per quelli senza lavoro, ragazzi e ragazze e anche meno giovani, che vedranno le immagini televisive, questo messaggio è un problema per tutti noi, è un problema della Giunta, è un problema del Consiglio, è un problema della maggioranza e dell'opposizione, i cittadini non faranno su questo differenza, è un problema sul quale abbiamo da riflettere, io dico con l'ottica della serietà non con l'ottica della possibile duplice propaganda, cercando di addebitarci gli uni e gli altri un problema che appartiene in forme diverse e in misura diversa a tutti noi. L'obiettivo dei diecimila miliardi per dieci anni e la convocazione della conferenza per l'occupazione e lo sviluppo penso si possa affermare che stanno producendo un primo effetto. E l'effetto è che la questione del lavoro sta comunque, e questo è un fatto positivo, diventando il centro del dibattito politico e anche, questo lo diciamo noi non pretendiamo che venga detto dalla opposizione, il cuore dello sforzo di governo. Sforzo non significa ancora risultati, però è importante che si assuma questa ottica; e sarà importante se ci si riuscirà, tante sollecitazioni vengono dal paese, soprattutto dalla parte più povera e in maggior ritardo di sviluppo del paese, molto importante sarà se il governo nazionale dopo essersi applicato, con risultati estremamente positivi, al riordino dei conti pubblici, porrà e questo diremo al vice premier Veltroni lunedì prossimo, porrà la questione del Mezzogiorno e delle isole, dello sviluppo e della occupazione nel Mezzogiorno e nelle isole al primo punto nel programma del governo. Noi dobbiamo cogliere, a me sembra che sia così, credo di non sbagliare, dobbiamo cogliere l'attenzione sociale che c'è attorno a questo fatto. Non è vero che in Sardegna c'è disinteresse; gli enti locali, i sindaci di ogni colore che ogni giorno ricevono sulla propria pelle le brusche sollecitazioni del popolo dei senza lavoro, le forze sociali, c'è molta attenzione, noi dobbiamo raccogliere questa attenzione. Le istituzioni abbiamo il dovere, parlo proprio delle istituzioni, al di là delle responsabilità politiche delle diverse bandiere e dei diversi strumenti musicali. Abbiamo il dovere di essere all'altezza, di raccogliere l'ansia e senza retorica, ma va detto, i bisogni, le sofferenze, le ricerche e le proposte che vengono dai sardi. È stato ricordato che dieci anni fa si svolse un'altra conferenza, aperta dalla relazione dell'allora Assessore del lavoro Luigi Cogodi, e si è utilizzato questo richiamo (non vedo il collega Giacomo Sanna ma glielo voglio dire con molta schiettezza) per fare legittima naturalmente ma un po' mediocre polemica politica, per dire che ci sono gli stessi. No, non ci sono gli stessi; chi c'era, molti di quelli che c'erano non ci sono, alcuni sfortunatamente e forse alcuni anche per il meglio, fortunatamente, e molti che ci sono non c'erano. E poi bisogna vedere che cosa è successo in questi dieci anni, dentro questi dieci anni, perché ci sono tante cose dentro questi dieci anni; ci sono esperienze di governo e esperienze di opposizione, ci sono esperienze di buongoverno e ci sono e ci sono esperienze di malgoverno. Magari seguite dalle accuse agli altri di fare spesa clientelare. Non da tutti i pulpiti possono venire quelle prediche; e ci sono esperienze di buona opposizione e ci sono anche esperienze di cattiva opposizione; quindi ci sono tante cose dentro quei dieci anni. Non si può essere semplicisti per esigenze propagandistiche; e poi questi dieci anni, questo voglio dirlo non in dialogo polemico, che questi dieci anni ci dicono due cose essenziali. La prima cosa che ci dicono e dovremmo fare un bilancio molto rigoroso di questo, è che in Sardegna si è svolta anche in anticipo rispetto ad esperienze nazionali, una prima importante esperienza di politiche attive del lavoro. Qui il bilancio ha luci ed ombre, facciamolo, non in chiave retrospettiva ma per vedere quali sono gli strumenti migliori oggi e per la prospettiva. La seconda cosa che va detta, e questo è sotto gli occhi di tutti, è che certo non si è registrata una vittoria sulla frontiera dello sviluppo sardo, altrimenti non saremmo qui a fare questo dibattito, si è anzi verificata una sconfitta e da questo dobbiamo anche cercare di trarre insegnamento per vedere quali strade la Sardegna debba percorrere per individuare una prospettiva di sviluppo. Alla conferenza andiamo con un documento aperto, ciascuno darà il suo giudizio, questo è giusto e naturale, non può essere diversamente; e anche questa sessione consiliare, torno un attimo su questo punto, apre la discussione non la chiude. Noi torneremo in Consiglio dopo la conferenza traendo anche impulso, suggerimenti, proposte, perché dobbiamo chiudere prima di sentire le varie espressioni politiche, sociali, culturali e istituzionali del popolo sardo, torneremo in Consiglio e avvalendoci della conferenza e non solo della conferenza torneremo per discutere e deliberare sul documento di programmazione economica e finanziaria, sull'assestamento, quindi sui programmi e sugli interventi. Nessuno toglierà, nessuno potrebbe togliere, nessuno vuole togliere al Consiglio regionale, perché appartiene alla sua sovranità, la scelta sulle politiche da seguire, sugli strumenti e sulle politiche di bilancio in cui poi si concretizza oltre che in altri strumenti il cuore delle scelte della conferenza. Seconda considerazione, dobbiamo parlare il linguaggio della verità e del realismo sulla situazione effettiva del lavoro in Sardegna, sugli strumenti e sulle risorse. Questo facciamo qui, questo faremo nella conferenza. E la prima verità credo che dobbiamo dirci tra di noi è che i risultati nella lotta per l'occupazione e lo sviluppo non sono facili e non sono a portata di mano, chiunque sia qui e di qualsiasi colore sia la sua casacca politica. C'è un punto che è stato ricordato da pochi anche se era presente in alcuni interventi, a partire da quelli che hanno aperto la discussione. L'unificazione del mercato europeo e della moneta crea un quadro nuovo, radicalmente nuovo, parlava ieri il collega Fois. Un quadro di opportunità e di rischi; dobbiamo sapere tutti che ci troveremo, anzi forse si può dire che ci troviamo già ad un bivio e che in un arco di tempo brevissimo, circoscritto, si deciderà se il nostro futuro sarà lo sviluppo o la marginalizzazione. Mutatis mutandis un po' ciò che avvenne quando si verificò il processo storico della unificazione del mercato nazionale. In quel caso il Mezzogiorno e anche la Sardegna ne ebbe, in un quadro di potenziali sviluppi in positivo, un effetto pesantemente negativo. Dobbiamo fare in modo che la storia non si ripeta. E Consiglio regionale e Giunta regionale dovranno saper guidare, in quest'ultimo scorcio di legislatura e nella prossima legislatura, 1999-2004, le date hanno un potere in questo caso evocatore formidabile, 2004 si concluderà la prossima legislatura, chiunque vinca la competizione elettorale tra un anno, Consiglio regionale e governo regionale dovranno saper guidare la Sardegna in questo passaggio cruciale che richiede una grande innovazione, un profondo cambiamento nella vita e nelle regole delle istituzioni, negli obiettivi e negli strumenti della programmazione e del bilancio, nella riscoperta aggiungo delle radici della nostra comunità civile senza le quali non andremo probabilmente da nessuna parte. Da tempo andiamo dicendo, vengo ad un tema più ravvicinato della conferenza, che dobbiamo evitare di dividerci noi e di dividere la Sardegna tra un partito dello sviluppo e un partito del lavoro. Perché è questo il punto che voglio sottolineare, se è vero, ma credo che lo pensiamo tutti, che è il ritardo nello sviluppo a determinare il livello drammaticamente insostenibile del tasso di disoccupazione, è anche vero, e anche su questo credo che dovremmo fare uno sforzo per essere d'accordo tutti, e forse lo siamo, che non basta l'attivazione necessaria del processo di sviluppo a fronteggiare l'emergenza lavoro.

Sono vere tutte e due le cose insieme, non più l'una o più l'altra, sono vere tutte e due, e abbiamo bisogno di operare su un piano e abbiamo bisogno di operare sull'altro piano. Sono due impegni collegati, ma sono due impegni: la crescita dell'economia reale, che non è poi in grandissima misura non è in mano nostra, perché quando la Regione fa il documento di programmazione economica e finanziaria, non è come quando lo fa il Governo, che ha in mano alcune delle grandi leve macroeconomiche, quindi la crescita dell'economia reale e la crescita dell'occupazione. Noi dobbiamo tenere ben fermi e connessi questi due obiettivi, senza afferrare l'uno o l'altro dei due e mollare l'uno o l'altro dei due. Nel percorso che sta dinnanzi a noi, che ricordo, conferenza per l'occupazione e per lo sviluppo, DPEF, con assestamento e con la rimodulazione del bilancio, programmazione della spesa comunitaria, la materia è dunque la politica economica della Regione nel suo insieme e l'intervento pubblico Stato-Regione nel sistema sardo. Stato e Regione, potrei dire anche enti locali, cioè l'insieme dei centri di spesa pubblica. Con la conferenza avremo un passaggio importantissimo, e poi ci saranno gli altri. In particolare io penso che, come si sta facendo in questi giorni a livello nazionale, col documento di programmazione economica e finanziaria dovremo decidere più precisamente, perché è un documento che ha una valenza operativa immediata, obiettivi, risorse e strumenti per impostare una politica di programmazione e di bilancio che guidi il 98, la manovra 99, e che inizia anche ad impostare anche il cammino oltre l'orizzonte della legislatura. E' indispensabile, questo è il senso un po' della conferenza, lavorare ad un progetto di sviluppo condiviso, che metta al primo posto la questione del lavoro, che per una così gran parte dei sardi è sofferenza quotidiana, e talora intollerabile sofferenza quotidiana. Da lì si parte, ma è indispensabile lavorare ad un progetto di sviluppo condiviso e ad un'idea di Sardegna condivisa. E non è vero che non c'è una proposta: stiamo mettendo sul tavolo del confronto un nocciolo di linee strategiche, che non sono scontate. Si poteva dire anche un'altra cosa, o altre cose, che ricapitolo in quattro punti.

Primo, l'allargamento della base produttiva, e quindi il sostegno alle attività produttive, a tutte le attività produttive. Non mi risulta che (può essere in qualche pagina, insomma) che nell'insieme del documento l'impresa sia ridotta a industria; ci sono molte pagine in cui si parla di impresa in un senso molto più lato. Comunque sostegno a tutte le attività produttive, soprattutto a quelle che possono trainare di più un processo di crescita.

Secondo, la valorizzazione delle risorse locali, in modo aperto e integrato.

Terzo, l'adeguamento infrastrutturale, cioè dotare la Sardegna delle infrastrutture moderne che mancano.

Quarto, una forte manovra congiunturale che abbia due perni: programma di opere pubbliche e il sostegno al lavoro.

Sostegno al lavoro nel senso, quindi parlo adesso del lavoro, del lavoro sostenuto appunto da un intervento pubblico, nel senso di una razionalizzazione, di un consolidamento e anche di un ponderato allargamento. Io sento tanta gente che si straccia le vesti per l'assistenza e che se vai a guardare bene, anche senza scavare troppo, vive di assistenza. Cioè vive o ha vissuto o è cresciuto e tira avanti per le erogazioni pubbliche. Questo non significa assistenzialismo, significa che quando ci si incontra, forze sociali, bisogna sapere che ciascuno di noi ha un percorso alle sue spalle che non è ignoto agli altri e che non è giusto che l'impresa sostenuta, perché c'è un'impresa sostenuta e anche sostenuta robustamente, dica: il lavoro no. Che deve essere produttiva vale per il lavoro e vale per l'impresa, quindi credo che dobbiamo fare un discorso molto onesto e molto chiaro.

Bisogna quindi razionalizzare, consolidare, allargare anche in modo ponderato, ripeto, e dare un impulso verso la trasformazione del lavoro sostenuto in inprenditorialità e in inserimento sul mercato. Contestualmente deve viaggiare, questo è un punto sul quale dovremo cercare di stringere molto nei prossimi giorni, un pacchetto di misure di semplificazione amministrativa e di ammodernamento dell'apparato pubblico; cosa difficile ma ineludibile. Ossia Bassanini, riordino degli incentivi, sportello unico, decentramento. Una parola, e sto concludendo, una parola sul tema Stato-Regione e una parola sulle risorse e poi abbiamo chiuso.

Il rapporto Stato-Regione, il confronto sta entrando nel vivo. Prima con la presenza del Governo alla conferenza, poi con il tavolo dell'intesa tstituzionale, il tavolo tecnico è già al lavoro, ma poi subentra il momento politico. Infine, ma già dobbiamo iniziare a porre questo tema, aprendo la questione, perché scade nel 98, della nuova legge di attuazione dell'articolo 13 dello Statuto.

La piattaforma dell'intesa è ben conosciuta da tutti noi, e non è necessario ripercorrerla. I nodi della condizione sarda, cerchiamo di non inseguire mille lepri, i nodi della condizione sarda, cioè ciò che crea l'handicap, lo svantaggio, trasporti, energia, fiscalità, cioè la dotazione per la Sardegna degli essenziali strumenti materiali e immateriali dello sviluppo. Questo è il problema che dobbiamo porre al Governo, come è stato detto da tanti di voi, maggioranza ed opposizione. Oggi, alla conferenza, nell'intesa e nella nuova legge ex articolo 13 dello Statuto. E poi dobbiamo chiedere un'altra cosa al Governo: porre un obiettivo generale, cioè una politica diversa a livello nazionale per il Sud e per le Isole, saldandoci a tutto il fronte istituzionale, politico e sociale che sta ponendo questo problema. Cioè mettere, come dicevo prima, il Mezzogiorno al primo posto delle politiche nazionali.

Il negoziato col Governo sarà serio e responsabile ma sarà un confronto vero. Lo voglio dire con molta tranquillità ai colleghi delle opposizioni, non sarà il confronto tra due espressioni, una nazionale e una regionale, di una formula politica; non sarà il confronto tra il centro sinistra nazionale e il centro sinistra regionale, sarà il confronto tra due istituzioni: tra il Governo della Repubblica e il Governo della Sardegna. E non andiamo al confronto per apporre una firma su un accordo purché sia. Dobbiamo essere eredi ed interpreti della battaglia autonomistica. E quindi vedremo, valuteremo e valuterà il Consiglio regionale. E al primo punto voglio dire è la spesa comunitaria. Non è esatto affermare che la questione dell'obiettivo 1 è chiusa con la sconfitta della Sardegna e con il disimpegno del Governo Prodi. A noi risulta, lo si può leggere sulla stampa dei giorni scorsi anche, oltre che negli atti ufficiali, a noi risulta che il Governo ha posto con fermezza la questione, e ha detto due cose: ha detto che per la Sardegna è necessaria un'eccezione al criterio del 25 per cento del prodotto interno lordo procapite, motivato con l'insularità. Questo ha detto il Governo. E comunque, seconda cosa, e comunque quindi qualora non ci fosse l'obiettivo principale, come subordinata una fase di uscita, cioè il fasing out allungato, allungato vuol dire sino al 2006, e rinforzato, che vuol dire entità di risorse pressoché equivalente a quelle costituite dall'obiettivo 1. Infine, ci risulta che il negoziato, questa è la cosa più importante, è aperto, è ancora in corso, naturalmente sta a noi, per ciò che possiamo influire, fare in modo che si concluda positivamente.

Ultimo punto, le risorse. Sono volate parole grosse: inganni, gialli, imbrogli, misteri. Non ci sono né gialli, né inganni, siamo persone serie, con i nostri difetti, con i nostri limiti, ma siamo persone serie. Nel documento è stato scritto in poche righe, con estrema chiarezza. Dove sta il giallo, dove sta l'inganno? Nell'ultima pagina del documento c'è scritto: "Mettiamo sul tavolo del confronto politico e sociale un primo pacchetto di 400 miliardi", e si precisa "di nuove risorse in parte e di risorse a valere sul bilancio dall'altra" . E si dice anche dove: "sul disegno di legge collegato". E c'è da fare uno sforzo determinato per reperire ulteriori risorse, in due direzioni: il risanamento della spesa pubblica, della spesa regionale, e l'impegno dello Stato e del governo centrale per il Sud e per la Sardegna. Sul risanamento della spesa pubblica,

e questo è un terreno su cui c'è da produrre con un impegno immediato, nel senso che parte da subito, anzi è già partito, e prolungato nel tempo uno sforzo formidabile per combattere la dispersione delle risorse, per qualificare la spesa, per sbloccare le risorse ferme talvolta da anni, e per chiudere anche i rubinetti degli sprechi e della cattiva spesa, perché c'è ancora della cattiva spesa, eccome se ce n'è. Le risorse sono insufficienti, drammaticamente insufficienti, però non trasformiamo la scarsità di risorse in un alibi. Sono insufficienti, ma consistenti, dobbiamo impiegarle e impiegarle bene (quello che diceva il collega Casu, i soldi sono pochi e bisogna spenderli bene), dicendo a noi stessi e ai sardi la verità sulla difficoltà della situazione, sulle risorse, sulla complessità della lotta alla disoccupazione, sulla difficoltà dell'impegno per modernizzare la pubblica amministrazione e la Sardegna, sapendo che i cittadini capiscono, capiscono anche le difficoltà; capiscono le difficoltà delle istituzioni, del Consiglio regionale, anche del governo della Regione, ma capiscono a una condizione: che si vedano, si producano, ci siano fatti di buon governo e di riforma. E produrre fatti di riforma e di buon governo questo è appunto il nostro sforzo, il nostro dovere, la nostra funzione e la nostra sfida, ed è anche però una sfida dell'intera comunità dei sardi.

PRESIDENTE. Il Consiglio verrà riconvocato a domicilio.

La seduta è tolta alle ore 14 e 10.