Seduta n.287 del 07/02/2007
CCLXXXVII SEDUTA
(POMERIDIANA)
MERCOLEDI' 7 FEBBRAIO 2007
Presidenza del Vicepresidente SECCI
indi
del Presidente SPISSU
La seduta è aperta alle ore 16 e 15.
Cassano, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana di mercoledì 24 gennaio 2007 (281), che è approvato.
PRESIDENTE. Comunico che il consigliere regionale Nazareno Pacifico ha chiesto congedo per la seduta pomeridiana del 7 febbraio 2007.
Poiché non vi sono opposizioni, il congedo si intende accordato.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare la consigliera Caligaris. Ne ha facoltà.
CALIGARIS (Gruppo Misto). Signor Presidente, mi dispiace, ma desidero informare l'Aula sul caso di un cittadino di Alghero - su esplicita richiesta dell'interessato e della moglie - e rivolgere una richiesta ai Capigruppo di maggioranza e di opposizione.
Giovanni Nuvoli, 53 anni, ex allenatore di calcio di Alghero, affetto da distrofia muscolare amiotrofica, ha rivolto oggi un drammatico appello: dopo sei anni di sofferenze, chiede che cessi l'accanimento terapeutico che lo tiene artificialmente in vita e chiede che un anestesista intervenga per liberarlo dai dolori. Pesa ormai venti chili, si sente una larva umana e vuole morire.
Il Consiglio regionale non ha potestà legislativa in questa materia, pur tuttavia io ho depositato una mozione e chiedo ai Capigruppo, come segnale di solidarietà umana e civile, di inserirla con urgenza, se è possibile oggi stesso, all'ordine del giorno, rinunciando all'illustrazione ed eventualmente al dibattito, purché sia approvata subito. Mi sembra ineludibile rivolgere l'appello contenuto nella mozione affinché il Parlamento si pronunci seriamente su casi come quello del signor Nuvoli, che in Sardegna sono purtroppo numerosi. Grazie, Presidente.
PRESIDENTE. Onorevole Caligaris, lei ha rivolto un appello ai Capigruppo, che però non sono presenti. Appena ci sarà in aula una condizione di maggiore agibilità vedremo cosa si può fare.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Cappai. Ne ha facoltà.
CAPPAI (U.D.C.). Signor Presidente, chiedo dieci minuti o un quarto d'ora di sospensione dei lavori dal momento che dobbiamo affrontare la discussione di un argomento molto importante, quale la legge statutaria, e l'aula è quasi vuota. Poi, se vogliamo, possiamo intervenire sulla questione sollevata dalla collega Caligaris, perché io, essendo cattolico praticante, la penso in modo totalmente diverso da lei.
PRESIDENTE. Onorevole Cappai, lei ha ragione di chiedere ancora una volta una sospensione e io ho ragione di far aprire l'aula in orario prossimo a quello che è stato concordato. Continuiamo a provarci!
Se non ci sono opposizioni, la richiesta è accolta. La seduta è sospesa sino alle ore 16 e 30.
(La seduta, sospesa alle ore 16 e 19, viene ripresa alle ore 16 e 30.)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la continuazione della discussione generale del disegno di legge numero 5-Stat/A.
E' iscritto a parlare il consigliere Cassano. Ne ha facoltà.
CASSANO (Riformatori Sardi). Signor Presidente, signori Assessori, colleghe e colleghi consiglieri, intervengo in quest'Aula dopo numerosi colleghi e non utilizzerò tutto il tempo a mia disposizione, perché ritengo di poter esprimere il mio pensiero sulla legge statutaria senza dover ricorrere ad argomentazioni complesse, che più di una volta allontanano dai veri obiettivi i nostri dibattiti.
La discussione di un argomento così importante avrebbe meritato ampi tempi, anziché la fretta con cui stiamo procedendo in questo momento. La scelta della maggioranza, che io non condivido, di voler approvare a tutti i costi questa legge prima della finanziaria non è ciò che i sardi si attendono e che si aspettano da questo Consiglio regionale.
Signor Presidente, cari colleghi, siamo nel mese di febbraio e i sardi non sanno ancora quali potranno essere le risorse destinate allo sviluppo e soprattutto alla crescita dell'economia della Sardegna nel 2007. Quali investimenti potranno realizzare i giovani sardi, dal momento che le leggi di settore trovano copertura solo nel documento finanziario e sono pertanto attualmente ferme? Mi riferisco alla legge numero 9, alla legge numero 51 e quant'altro. Pur tuttavia, non ci possiamo sottrarre dal fare alcune brevi considerazioni sul disegno di legge che oggi stiamo discutendo.
Questa è una legge che affronta molti temi, ma non quello cruciale di come dare certezza di diritto ai sardi e regolamentare al meglio i poteri e le responsabilità nelle istituzioni. Personalmente ritengo che la scelta presidenzialista debba essere condivisa, ma soprattutto supportata da strumenti che riservino al Consiglio la potestà di approvare le leggi e i regolamenti. Non ritengo, quindi, appropriata la scelta di affidare all'Esecutivo il potere regolamentare. L'obiettivo dell'efficacia e dell'efficienza dell'attività politico-amministrativa non si raggiunge, infatti, affidando al Presidente della Regione maggiori poteri. Questo diventa pericoloso e i risultati sono sotto gli occhi di tutti, per cui, anziché lamentarci singolarmente nei corridoi e nelle segrete stanze, occorre avere il coraggio di correggere il tiro e di prendere delle decisioni in questo Consiglio regionale. Anzi, è da considerare che va rivisitato anche il potere del Presidente di revocare, senza una valida motivazione, gli Assessori da lui stesso nominati. Abbiamo visto a quali revoche ha proceduto il presidente Soru! E i ritardi nella presentazione della finanziaria sono dovuti soprattutto alla "famosa" revoca dell'Assessore della programmazione.
Bisogna, invece, prevedere, a mio modesto parere, adeguati elementi di garanzia e di controllo, che tutelino le minoranze e ne valorizzino l'operato e le responsabilità. Il Consiglio regionale deve essere in grado di svolgere la funzione di controllo dell'attività amministrativa, senza pressioni della maggioranza pro tempore, chiunque essa sia, da qualsiasi partito venga rappresentata. Le Commissioni di inchiesta non hanno senso, infatti, se sono presiedute da coloro che rappresentano la stessa maggioranza, la cui attività è l'oggetto della verifica. Quindi l'occasione per dimostrare che si vuole veramente passare dalle parole ai fatti è quella di garantire eventualmente alle minoranze una maggiore partecipazione, per l'oggi ma soprattutto per il domani.
Per concludere, ribadisco la mia contrarietà all'approvazione del testo così come è stato presentato ed emendato dalla prima Commissione. Le riforme, lo ripeto ancora una volta, non vanno fatte a colpi di maggioranza dal momento che sono patrimonio di tutti, come ha affermato anche la collega Corrias, pertanto devono trovare il più ampio consenso all'interno di quest'Aula e soprattutto nella società civile, che ancora oggi non si ritiene sufficientemente coinvolta nel processo di riforma della Regione che questa maggioranza vuole realizzare e che questo Presidente vuole portare a casa. Se questo è il disegno, se questo era, è e rimane il vostro progetto, approvatelo pure.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Franco Ignazio Cuccu. Ne ha facoltà.
CUCCU FRANCO IGNAZIO (U.D.C.). Signor Presidente, colleghi del Consiglio - anche se pochi, data l'ora -, ieri sera e questa mattina per la prima volta in questa legislatura ho percepito, a tratti, la volontà robusta del Consiglio di misurarsi sulla legge statutaria senza la solita costrizione del gioco delle parti. E ho sentito, in quei momenti, che l'Aula si arricchiva trasversalmente di un'attenzione ideale, che in altre occasioni è stata sacrificata, forse con leggerezza, alla cosiddetta solidarietà di coalizione e dei ruoli - lo dico per entrambe le parti - o, peggio ancora, al pragmatismo imposto dalla quotidianità o dalla volontà di sopravvivenza politica.
Credo sia, questa sera, opinione di tutti che il livello del confronto in corso si sia mantenuto costantemente alto, come sempre dovrebbe accadere nelle occasioni più importanti, e non sono stati pochi gli interventi dei colleghi che hanno saputo trasmettere sincerità, convinzione e passione politica. Eppure non eravamo arrivati a questo dibattito nelle migliori condizioni ambientali; lo dico per la maggioranza quanto per la minoranza, entrambe stremate da un clima di tensione e di elettricità conseguente a tre giorni di occupazione dell'aula consiliare, posta in essere per via dell'ennesima guasconata del presidente Soru, per il quale sembra essere punto di personale impegno trasformare ogni problema dei sardi e della Sardegna in un test sulla "muscolarità" politica del suo Governo e della sua maggioranza. Ricordate, però, colleghi della maggioranza, che quando in un gesto estremo e sempre pericoloso, quale l'occupazione di un'aula parlamentare, si coinvolgono persone miti, portatrici di valori come la tolleranza e l'umiltà, credo sia davvero importante chiedersi se c'è qualcosa che non va. Allora è davvero importante rivedere gli elementi del rapporto fra i Gruppi e fra le persone, decisi anche ad analizzare con severità la propria parte di comportamento. Ma non voglio certo riaprire una polemica che, per quanto mi riguarda, considero già chiusa.
Il Consiglio è riunito per discutere un disegno di legge presentato dalla Giunta regionale su proposta del presidente Soru, e deve farlo valorizzando, in ogni momento del dibattito, la dimensione e il valore del mandato popolare che ognuno di noi ha ricevuto. Ma se così è, e non può che essere così, come si può non rilevare che questa legge tocca le regole di organizzazione civile e istituzionale della comunità sarda? Se questo è vero, come si può disattendere il sacrosanto diritto delle nostre popolazioni di concorrere, nelle forme di rappresentanza organizzata che le sono proprie, a determinare forma e struttura di governo, modalità di accesso o di partecipazione dei cittadini tanto alla composizione degli organi come eletti dei futuri organi, quanto alla formazione dei procedimenti legislativi? E come si può pensare che il mondo del lavoro, dell'economia, della scuola e dell'università, del volontariato, delle autonomie locali, degli uomini e delle donne che non vivono in questo palazzo sia tenuto fuori? Come si può pensare che la Sardegna, della quale noi costituiamo una parte piccolissima, sia tenuta ai margini di cambiamenti di così grande rilevanza?
Nella scorsa legislatura, il Consiglio regionale non è riuscito a darsi una legge elettorale che fosse espressione della volontà dei sardi attraverso chi li governava, chi avevano mandato a rappresentarli, e per questa ragione siamo andati al voto, alle elezioni regionali del 2004, con una legge che non ci apparteneva, che non abbiamo voluto, che abbiamo dovuto subire e che ha creato le condizioni per l'esistenza presidenzialista che stiamo vivendo in questa tredicesima legislatura, esperienza della quale l'onorevole Soru sta dando un'esemplare quanto feroce interpretazione. Siamo in vantaggio rispetto a coloro che discutono di presidenzialismo e di parlamentarismo senza averne sperimentato uno o avendo sperimentato il parlamentarismo ma non il presidenzialismo, perché la speranza negli uomini è collegata sempre alle cose che forse accadranno e un po' meno a quelle che sono accadute. Noi siamo in vantaggio, perché abbiamo avuto un esempio chiaro di ciò che può succedere con il presidenzialismo, e sono le vicende che noi tutti stiamo vivendo. Siamo certi che sia davvero questa la forma di governo che vogliamo perpetuare senza chiederlo ai sardi? Ne vogliamo parlare? Sono stati in molti a dirlo stamattina, ma, per favore, per rispetto ognuno dell'intelligenza degli altri, basta con la stupidaggine del programma letto dai sardi e approvato con il loro voto! Non solo non è l'enciclopedia Treccani, come ha detto l'onorevole Boselli per bocca della collega Caligaris, non solo non è immutabile, non solo è necessariamente sintetico, ma non è nemmeno stato letto da nessuno degli elettori, il vostro programma come il nostro, e lo sapete tutti! Non era quello che i cittadini ci chiedevano quando andavamo a chiedere la preferenza, ma io posso dire, credo con certezza assoluta, che ancora oggi, dopo due anni e mezzo di legislatura, il contenuto del vostro programma non è conosciuto dall'interezza dei militanti e dei candidati delle vostre liste. E allora basta con le affermazioni di maniera e affrontiamo il problema per quello che è. Voi avete vinto, perché avete preso più voti; il programma è un atto d'impegno che va attuato, peggio per gli elettori se non lo leggono. Chi governa deve realizzare il programma che in buona fede ha steso, ma che non è la Bibbia!
Nel merito della statutaria è emerso, un po' da tutti gli interventi, che il punto nevralgico è costituito dalla figura e dal ruolo del Presidente, dai poteri che attorno a lui si concentrano, dalla sua possibilità di dimissionare il Consiglio, poiché lui è eletto direttamente dal popolo, di nominare e revocare gli Assessori con diritto di grazia. E abbiamo visto, in questi ultimi anni, come si fa e come si può fare. I sostenitori di questa forma di presidenzialismo affermano che, in fondo, anche i sindaci e i presidenti di provincia vengono eletti allo stesso modo, e i risultati non sono stati poi così malvagi. Peccato che chi lo afferma si sia dimenticato di sottolineare una sostanziale differenza, in quanto i sindaci e i presidenti delle province applicano le regole del gioco, possono applicarle bene o male, ma la loro funzione è limitata all'applicazione delle regole del gioco, mentre i Presidenti delle Regioni possono cambiare le regole del gioco, possono cambiare, sostanzialmente, la natura stessa di un'organizzazione civile e istituzionale, e non è, io credo, una differenza da poco.
Pare che nel corso di un vertice di maggioranza il presidente Soru abbia affermato: "Di parlamentarismo non se ne parla proprio, perché se no ce ne andiamo tutti a casa". Se questo atteggiamento sarà proprio di ogni Presidente a venire, cari colleghi, se quelli che verranno nelle prossime legislature svolgeranno quel ruolo e quella funzione con lo stesso atteggiamento di disponibilità, approvando questa forma di governo noi costringeremo la Sardegna in un angolo, dal quale potrebbe non riuscire più a uscire. Se davvero il Presidente ha detto questo, abbiamo una buona ragione per riflettere fortemente sul presidenzialismo, costasse anche lo scioglimento di questo Consiglio.
E' stato detto da più parti: "Siamo pronti al dialogo". E' stato, però, anche detto: "Non chiedeteci di tornare in Commissione". Ma come si possono approfondire argomenti di questa portata con lo strumento dell'emendamento? Emendare significa correggere, integrare, modificare, aggiustare e non è certo ciò che noi vi stiamo invitando a fare. L'emendamento non è certo lo strumento idoneo per dirimere la questione di fondo, lo spartiacque tra il presidenzialismo e il parlamentarismo. L'emendamento è forse lo strumento giusto per interventi volti a ridare dignità all'Esecutivo - uso la garbata espressione dell'onorevole Uggias -, eliminando ogni incompatibilità tra la funzione di consigliere e quella di assessore. Lo strumento dell'emendamento risponde a quella fattispecie, io dico, più chiaramente e più cristianamente, per impedire che gli assessori siano totalmente succubi del Presidente e siano tentati, per conservare ruolo e funzione, dal silenzio e dalla sottomissione. Credo che l'emendamento sia la forma più adatta per intervenire sull'articolato, cassando ogni possibilità di trasferire dal Consiglio alla Giunta il potere regolamentare. L'emendamento va sicuramente bene, risponde alla bisogna, infatti la legge detta per lo più una serie di criteri e indirizzi di ordine generale, che spesso è necessario esplicare, interpretare, ampliare con un apposito regolamento. E come è possibile che a interpretare e a esplicare uno strumento di legge sia un organo differente da quello che lo stesso strumento di legge ha emanato, ha costruito? Abbiamo visto, purtroppo, che è già accaduto, in questa legislatura, con la legge numero 8 e il Piano paesaggistico regionale, strumenti con i quali abbiamo regalato alla Sardegna un'interminabile serie di problemi e abbiamo fatto felici anche i laureandi in legge, perché faranno in tempo a cimentarsi nel contenzioso immane che soffocherà la Regione sarda. E vedremo presto, con il referendum abrogativo, se i sardi saranno di questo stesso parere.
Credo ancora che possa essere davvero importante approfondire e ampliare le questioni legate alla incompatibilità e alla ineleggibilità, perché se si avrà il coraggio di recidere decisamente, di recidere per davvero una serie di legami collegati agli interessi di ogni forma di economia e di profitto sarà certamente più facile arginare all'esterno di questo palazzo ogni forma di pressione che si discosti, anche di poco, da quella legittima dell'interesse generale. Incompatibilità e ineleggibilità sono comunque questioni che dovrebbero essere trattate di concerto con la legge elettorale, come pure il numero dei componenti dell'Assemblea legislativa. Come si fa a parlare del numero massimo dei consiglieri se non si parla dei meccanismi con i quali questo numero viene definito? La nostra Assemblea è formata da ottantacinque componenti, ma potevano essere novanta, novantacinque, fino a centoventi, per una legge elettorale perversa che rendeva incerto fino all'ultimo conteggio il numero massimo di consiglieri che avrebbero composto questa Assemblea. Questo perché occorreva seguire una certa procedura per determinare il numero dei componenti.
Sostanzialmente, signori del Consiglio, io credo che sia giusto ascoltare le molte voci, anche se non la mia, che da questa Assemblea, ieri sera e stamattina, hanno levato alta e forte la richiesta di riflessione comune, di apertura di un tavolo squisitamente politico attorno al quale ragionare sulle questioni di fondo che sono emerse. Sono bisogni, esigenze e sollecitazioni che vengono dalle due parti, dalla maggioranza e dalla minoranza, e che un domani ci potremmo rimproverare di non aver ascoltato.
Se al termine della discussione generale e prima del passaggio agli articoli i Capigruppo o, per usare un termine molto in voga nelle aule parlamentari, un gruppo di volenterosi autorevoli volessero e potessero porsi il problema di una riflessione comune più attenta e profonda, credo che questa Assemblea avrebbe fatto, a quel punto sì, tutto quanto è possibile per arrivare a una legge giusta o che comunque contenga meno errori possibile.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Cappai. Ne ha facoltà.
CAPPAI (U.D.C.). Signor Presidente, inizio sottolineando le difficoltà con cui cercherò di esprimere alcuni concetti, vista l'assenza dall'aula dei Capigruppo della maggioranza. Non ne vedo uno! E dopo le avance rivolte da quella parte, ieri, alle opposizioni per aprire un dialogo, è difficile intervenire oggi per proporre l'apertura di quel dialogo, anche perché non ci sono le persone che potrebbero rispondere. Ma la cosa più grave che vorrei sottolineare, senza nulla togliere all'Assessore delle riforme, è il persistere dell'assenza del presidente Soru, che continua imperterrito nel suo comportamento: viene all'ultimo momento della discussione di ciascun progetto di legge per imporre la sua volontà, senza seguire minimamente il dibattito, a tratti anche molto serio, che si svolge in quest'Aula.
Io ho ascoltato molti degli interventi e non nascondo che ci sono stati interventi qualificati e qualificanti, che però sicuramente al presidente Soru sfuggiranno nel momento in cui verrà qui per bacchettarci e dire: "Questa legge va approvata prima della finanziaria". E quindi questo dibattito si apre in questa situazione scandalosa di fronte al popolo sardo, e se i sardi potessero, con la diretta televisiva, verificare quello che sta avvenendo in quest'Aula, probabilmente raccoglierebbero le cinquantamila firme necessarie per mandarci immediatamente a casa. E' una vergogna che si debba parlare in questa situazione!
Dicevo che si è aperta una discussione, e sicuramente sarà una discussione monca, perché così Renato Soru ha deciso. E' lui che ha voluto che la legge statutaria arrivasse in Consiglio, non importa poi se all'articolo 15 del nostro Statuto verrà data solo parziale attuazione, ciò che interessa è che questo provvedimento sia in linea con gli interessi contingenti di questa maggioranza che, come a tutti noi è noto, ha l'esigenza inderogabile di definire gli assetti della Giunta regionale prima che altre dimissioni possano deflagrare, come quelle degli assessori Pigliaru, Dessì e Pilia.
Questo Esecutivo regionale - non me ne voglia, assessore Dadea -, e principalmente il suo Presidente hanno acquisito una grande professionalità nell'arte culinaria e, in modo particolare, nella preparazione dello spezzatino: non una legge statutaria, ma molte leggi statutarie. Cioè oggi facciamo la legge statutaria, domani la legge elettorale, poi la legge di contabilità, quella sul governo degli enti locali e chissà quante altre ne verranno in mente al "re" Soru. Quindi non una, ma molte leggi statutarie. E' e deve essere questa la strada maestra per lo sviluppo della Sardegna, ciò anche al fine di ricercare il consenso sull'azione posta in essere attraverso alcune enunciazioni che sono state fatte, ovvero un aumento fittizio della produzione numerica delle leggi. E qui farei un appunto al Presidente del Consiglio, che si è precipitato, nel mese di dicembre, a pubblicizzare quante proposte di legge erano state presentate, quante ne erano state approvate, facendo un raffronto con la precedente legislatura. Quindi si tratta di un aumento fittizio della produzione di norme di legge.
Assessore Dadea, essendo sempre vuota quella poltrona centrale, mi rivolgo a lei: non sarebbe stato più utile per la Sardegna se il Governo regionale avesse posto mano al bilancio e alla legge finanziaria, così come tutti i sardi ci chiedono, unitamente alle organizzazioni sindacali e alle associazioni degli imprenditori? Ieri, grazie alla nostra battaglia, siamo riusciti finalmente ad audire le parti sociali, stamattina abbiamo sentito la CISL, e tutti a gran voce hanno detto che questa è una legge truffa, una legge che imbroglia i sardi! E, per fortuna, anche qualche luminare dell'Università di Sassari dice che questa è una legge truffa per i sardi. Non so chi l'abbia detto, sta di fatto che è così. Anche i vostri compagni di cordata dicono che questa è una legge truffa.
( Interruzioni)
Ci sono i documenti, ve ne consegneremo una copia, così ve ne renderete conto.
Colleghi della maggioranza, nei giorni scorsi noi abbiamo cercato di spiegarvi, in tutti i modi, con tutti i mezzi, che la legge regionale statutaria è una cosa seria, troppo seria, perché con essa vengono scritte le regole della nostra convivenza civile, le regole della nostra vita democratica. Su tutto ciò è inutile forzare la mano con l'urgenza della discussione imposta dal Presidente. Non è, al momento, l'argomento prioritario, mentre lo è sicuramente la presentazione della manovra finanziaria in Consiglio. La vostra fretta, o meglio la fretta del presidente Soru in occasione, per esempio, dell'approvazione del PPR, avvenuta in tempi forzati, secondo la volontà del Presidente, ha prodotto 400 ricorsi. E dai banchi della maggioranza, non più tardi dell'altro giorno, mi sono sentito dire: "Ci batteremo per annullare l'articolo 15". Quindi la fretta è una cattiva consigliera, cari colleghi, è una cattiva consigliera!
E che dire del Piano sanitario? Ha imposto tempi e modi, doveva essere approvato così come la Giunta lo aveva presentato, salvo poi sentir dire che bisogna riflettere sulla chiusura degli ospedali e che forse realizzare l'ospedale sulla 554 è un errore. Ecco, non avete ascoltato prima né sindacati né gli imprenditori. Qualche collega di Gruppo, stamattina, ha detto che il presidente Soru si è meravigliato quando i sindacati gli hanno manifestato la volontà di essere sentiti sulla statutaria e ha risposto loro: "Perché dovrei sentirvi?" E' una vergogna che un Presidente della Regione dica queste cose! E voi non dite mezza parola su questo e accettate, senza muovere un dito, ciò che lui impone, detta e vuole che sia fatto.
E allora, siccome oggi abbiamo all'esame il disegno di legge statutaria, qualche riflessione in merito voglio farla. Devo intanto osservare che l'impalcatura generale di questo disegno di legge pecca, secondo me, di una palese equivocità istituzionale. La forma di governo della Regione non appare, infatti, definita in termini di chiarezza quanto alla scelta fra un vero sistema presidenziale e uno parlamentare. La commistione dei ruoli politici, prima ancora che rispetto alle competenze, determinerà, come ha già determinato in questi primi anni della tredicesima legislatura, gravissime tensioni democratiche tra maggioranza e minoranza e anche all'interno della stessa maggioranza. E i fatti dell'altra notte ne sono una testimonianza.
Il nodo cruciale di fronte al quale ci troviamo, come è a tutti evidente, è da una parte la capacità del Presidente della Regione di sciogliere il Consiglio con le proprie dimissioni e dall'altra quella dell'Assemblea di licenziare il Presidente con la mozione di sfiducia. Questa situazione di impasse istituzionale deve essere superata su entrambi i versanti. Vedete, nei paesi anglosassoni, che sono un po' più avanti rispetto a noi, i sistemi basati sull'elezione diretta del capo dell'Esecutivo prevedono una totale separazione tra le vicende di questo e quelle dell'organo legislativo. E' intuitivo, infatti, che se entrambi sono eletti direttamente dal popolo sovrano solo a questo dovranno rispondere e dovranno entrambi rimanere in carica sino alla fine del loro mandato, senza che il Capo dell'Esecutivo possa determinare lo scioglimento del Consiglio e senza che questo possa sfiduciare il premier, il Presidente. Quindi il Presidente della Regione governi e il Consiglio faccia le leggi e questo per tutta la durata del mandato, naturalmente.
Al di fuori di questo sistema non vi è chiarezza istituzionale e in futuro potremmo assistere allo spettacolo di un'Assemblea legislativa avvilita e prigioniera del Presidente della Regione, se questo è politicamente forte e determinato, o viceversa di un capo dell'Esecutivo prigioniero del Consiglio, se questo è debole ed esitante. E' solo in un contesto presidenziale puro che diventerebbe plausibile la configurazione della Giunta regionale come ufficio politico del Presidente della Regione e non come rappresentanza della maggioranza che lo sostiene. E nello stesso contesto presidenziale puro si potrebbe considerare di reintrodurre, per l'elezione del Consiglio e a fianco all'elezione diretta del Presidente, un sistema proporzionale, a cui noi teniamo seriamente, sia pure con gli opportuni sbarramenti che impediscano la frammentazione della rappresentanza popolare nel parlamento regionale.
Per questo motivo, onorevole Uggias, cari colleghi, chiedo che la legge che stiamo esaminando sia rinviata in Commissione. Non va bene la Commissione? Una volta arrivati al voto sul passaggio all'esame degli articoli, sospendiamo i lavori, riflettiamo ed esaminiamo con concretezza tutte le norme truffa contenute in questo disegno di legge, perché sono convinto che a molti le norme truffa che sono qui previste sfuggano. E allora riflettiamo un attimo, esaminiamolo con attenzione, lasciamo da parte la fretta. Non vogliamo che torni in Commissione? Qualcuno ha detto che non sarebbe la sede giusta; io dico che comunque è quella la sede ideale, la sede prevista per riesaminare le cose e valutare con maggiore attenzione la possibilità di creare un nuovo modello istituzionale - il che sarebbe una vera novità nel contesto politico italiano - che superi il parlamentarismo classico e il sistema attuale solo parzialmente presidenziale. Né possiamo non vedere come la legge statutaria in esame presenti evidenti profili di perplessità. Ne cito uno in primis: il trasferimento della competenza regolamentare dal Consiglio alla Giunta regionale, previsto all'articolo 35, che assume evidentemente rilievo di incostituzionalità. Cioè, il nostro Regolamento lo deve fare la Giunta? Ma stiamo scherzando? Chi è che ha imposto questo? E' ragionevole approvare una cosa del genere?
Mi sembra impossibile che il Consiglio voglia approvare un testo di legge che già ora si può ritenere incostituzionale. Ecco perché dobbiamo rivederlo, ecco perché dobbiamo riesaminarlo, ecco perché siamo convinti che si debba prendere tempo e riflettere. Le cose fatte in fretta, imposte da Soru, generalmente creano imbarazzo in molti di noi. Non si può chiedere di dialogare e poi non accettare una pausa di riflessione. Mi dispiace che non ci sia il collega Cugini, perché è lui che ha lanciato la ciambella di salvataggio, ieri. Chi di noi non vuole approvare la migliore legge statutaria, non nel nostro interesse, ma nell'interesse del popolo sardo? E allora questa è una legge sbagliata.
Non di minore pregnanza è, poi, il problema introdotto all'articolo 37 del disegno di legge, che attribuisce alla Consulta di garanzia (un'altra consulta, come le tante agenzie che avete creato) il potere di dichiarare l'incompatibilità e l'ineleggibilità dei consiglieri regionali. Vorrei ricordare che le assemblee legislative hanno sempre considerato come gelosa prerogativa della loro indipendenza il potere di verificare con propri organi interni, dotati della fiducia del plenum, i titoli di ammissione dei propri membri. E questo al fine di impedire che altri poteri od organi esterni possano influire sulla composizione di questo consesso, col pericolo di alterare i rapporti politici interni a seconda di possibili interessi esterni. L'Assemblea legislativa sarda non può delegare a chicchessia le decisioni nel merito, né tanto meno affidare le valutazioni sulla legittimità della propria composizione a organi esterni, diversi da quelli che peraltro sono previsti nel nostro Regolamento, e cioè la Giunta delle elezioni per la fase istruttoria e il Consiglio per la delibera finale. Voi proponete questa Consulta, però, allo stesso tempo, nel Regolamento è scritto che l'organo decisionale è un altro. Allora chiariamoci le idee, colleghi: volete la Consulta o volete la Giunta delle elezioni? Siate chiari!
Ecco perché ci sono motivi di riflessione, collega Uggias, e ci sono valide ragioni per chiedere la sospensione di questo provvedimento. Il venir meno dell'esercizio di questa prerogativa parlamentare rappresenterebbe un gravissimo danno alla sovranità del Consiglio, ponendolo sotto tutela di fatto e sottoponendo i singoli consiglieri anche a possibili ricatti. Infatti, chi potrà più garantire che l'arma della decadenza non possa essere usata per costringere i singoli a determinati comportamenti graditi alla maggioranza che si determinerà nell'istituenda Consulta di garanzia? Come potrà essere resa ai consiglieri la garanzia rappresentata dal voto finale dell'Aula? Per questo motivo vi prego di non sottovalutare, colleghi, durante l'esame dell'articolato della legge, qualche emendamento che io stesso ho presentato.
Appare, inoltre, stupefacente che nel disegno di legge statutaria non si prenda in considerazione la necessità - e mi rivolgo ai colleghi sardisti - di assicurare la tutela della cultura e della tradizione della nostra Isola. Gli articoli 2, 3 e 4, mi pare, trattano della partecipazione dei cittadini senza, però, prendere in nessuna considerazione la necessità di consentire l'uso della lingua sarda nei rapporti con la Regione. Se questo non viene scritto nello Statuto, dove deve essere scritto? Se non è previsto lì, dove deve essere previsto? Chi ce lo deve dire, se non questa maggioranza, oppure la guida di questa maggioranza? Ma siccome il Presidente è sempre assente dall'aula, a lui non possiamo rivolgerci; ci rivolgiamo dunque a voi, ancora una volta, per chiedervi di esaminare con più attenzione questo provvedimento, che deve guidare tutti noi nell'interesse dei sardi e non nell'interesse di questo o di quel movimento. La lingua, infatti, è lo strumento necessario per la tutela della nostra cultura e anche su questo, colleghi, vi proporrò di votare un mio emendamento.
E' inoltre incongruo, onorevole Uggias, che il disegno di legge, all'articolo 33, disciplini materie riservate al Regolamento interno del Consiglio, che avete appena modificato. Eppure andate a incidere con questo disegno di legge su materie che avete, appunto, appena esaminato. Andate a leggervi l'articolo 33.
PRESIDENTE. Concluda, onorevole Cappai.
CAPPAI (U.D.C.). I commi 5 e 6 di questo articolo dettano norme sul procedimento legislativo, decidendo cosa il Regolamento deve contenere quanto alle funzioni delle Commissioni e all'approvazione dei progetti di legge urgenti. Spetta solo al Consiglio, nell'ambito del suo potere di autoorganizzazione, decidere su queste materie, non può spettare ad altri.
Quindi a quest'Aula e soprattutto alla maggioranza rivolgo l'invito a rinviare questo provvedimento in Commissione. Se non volete che torni in Commissione, si sospenda la seduta e si riuniscano i Capigruppo, che abbiamo indicato come persone al di sopra delle parti, per riesaminare il provvedimento.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Mattana. Ne ha facoltà.
MATTANA (D.S.). Signor Presidente, signor Assessore, onorevoli colleghe e colleghi, dopo un dibattito intenso e anche lungo, un confronto politico a tratti aspro, duro, una contrapposizione politica forte, con iniziative anche inedite per il nostro parlamento regionale, io spero isolate, vedo con piacere che si è ristabilito un clima di confronto serio nell'aula consiliare. Si sta svolgendo, devo dire, un dibattito interessante, con contributi significativi, preceduto, credo in modo propedeutico e propositivo, da un positivo incontro con le forze sociali.
Giunge, quindi, in discussione in quest'Aula, come è stato sottolineato dai colleghi della prima Commissione, un testo di legge profondamente modificato nel corso dell'esame in Commissione e che parte dal presupposto di dare attuazione al dettato dell'articolo 15 dello Statuto della nostra Regione, così come modificato dalla legge costituzionale numero 2 del 2001, ove si afferma, appunto, che con legge regionale approvata dal Consiglio a maggioranza assoluta si determina la forma di governo, le modalità di elezione del Presidente del Consiglio regionale, i rapporti tra gli organi della Regione, la mozione di sfiducia nei confronti del Presidente, i casi di ineleggibilità e di incompatibilità, l'esercizio del diritto di iniziativa legislativa del popolo sardo e la disciplina del referendum. Naturalmente bisogna dire che questa proposta si inserisce nel più ampio progetto di riforma che è costituito dalla riscrittura delle leggi di autonomia della nostra Regione, e cioè principalmente dello Statuto e della legge statutaria, definiti, credo correttamente, da più parti, anche dalla stessa minoranza (ricordo per tutti il collega Rassu) due pilastri sui quali poggia l'impalcatura di questo progetto di riforma. Penso, quindi, che nonostante la battuta d'arresto subita dal percorso avviato per la riscrittura della legge di autonomia della nostra Regione, della Carta dei principi, ossia lo Statuto, con l'abbandono dell'istituto della Consulta debba riprendere l'iniziativa legislativa, naturalmente nelle forme che il Consiglio riterrà opportune, anche per dare alla nostra Regione un nuovo Statuto.
La disputa, quindi, tra chi sostiene che si debba procedere prima alla riscrittura dello Statuto e poi alla scrittura della legge statutaria, credo sia, con tutto il rispetto delle opinioni espresse, inutile e forse da superare, mentre è indifferibile e necessario l'avvio di un confronto non sul percorso, ma sui contenuti, in questo caso sui contenuti del testo esitato dalla prima Commissione, che è l'unica e la prima iniziativa legislativa matura e compiuta di cui discute la nostra Aula parlamentare, dopo un periodo, direi anche lungo - uso un termine forse un po' pesante - di inerzia, da questo punto di vista, dell'attività legislativa e dopo che le uniche iniziative in materia costituzionale e di legge elettorale sono state assunte non dalla nostra Regione, ma dallo Stato.
In questi anni, come veniva ricordato, ci sono stati tanti cambiamenti nella società, nell'economia e negli ordinamenti giuridici nazionali e internazionali, che hanno reso indifferibile e urgente un dibattito profondo sul tema delle riforme. E anche in materia statutaria ci sono stati molti cambiamenti nella Carta costituzionale, che hanno inciso anche sul nostro Statuto, ma mai per iniziativa della Regione. Sono state introdotte, come già ricordato, modifiche importanti con le leggi costituzionali numero 1 del 1999 e numero 3 del 2001, con le quali in particolare si è revisionato il Titolo V della Costituzione, determinando un profondo cambiamento degli equilibri istituzionali, modificando lo stesso sistema delle Regioni a statuto ordinario, che sono state quasi parificate alle Regioni a statuto speciale, ed evidenziando, in questo modo, gravi ritardi, come ricordava nel suo intervento anche il collega Masia. E' mutato lo stesso ruolo delle Regioni, con il così detto principio di equiordinazione, che ha parificato le Regioni, i Comuni e le Province allo Stato. E' mutato anche lo stesso concetto di specialità e quindi devono essere ridefiniti e tratteggiati quelli che sono i nuovi principi della nostra specialità.
Quindi, in questo quadro di evoluzione normativa, la nostra Regione è rimasta, per così dire, al palo, spettatrice a volte distratta dei cambiamenti che avvenivano intorno a sé, recepiti molte volte in ritardo (penso al Consiglio delle autonomie locali), omettendo di esercitare il proprio ruolo e la propria funzione istituzionale principale, cioè la funzione legislativa. Io direi che la discussione sul percorso delle riforme, Statuto e legge statutaria, non è solo inutile, ma forse è addirittura tardiva. Insomma, noi stiamo facendo una discussione in ritardo e continuiamo a discutere del percorso invece che concentrarci sui contenuti, per segnare anche una stagione di cambiamento, come si suol dire. Il collega Capelli diceva che questa legislatura dovrà caratterizzarsi come una legislatura di riforme e di cambiamento. Allora parliamo delle riforme, parliamo dei contenuti delle riforme. A questo proposito, io ritengo che il testo di legge esitato opportunamente, molto opportunamente, dalla prima Commissione disciplini principalmente gli aspetti indicati dall'articolo 15 dello Statuto - io l'avevo sottolineato già in un precedente intervento -, rinviando il tema dei principi su cui si fonda la nostra specialità o su cui dovrà fondarsi la nuova specialità o il nuovo concetto di specialità della nostra Regione e la definizione dei contenuti della nostra autonomia alla Carta dei principi, e cioè allo Statuto di autonomia della Sardegna. Uno dei principali aspetti è il rapporto tra la forma di governo, la legge elettorale e la scelta di un sistema di tipo presidenziale. La questione principale, quindi, riguarda il rapporto tra il Presidente della Regione eletto direttamente e il Consiglio regionale. Si è detto più volte, anche nel corso di questo dibattito, che con il nuovo sistema elettorale, che incide direttamente sulla forma di governo anche della nostra Regione, il Presidente ha troppi poteri, il Consiglio regionale è relegato a un ruolo marginale, c'è uno squilibrio di poteri, bisogna evitare quello che è stato definito neopresidenzialismo. Ora io devo dire, sinceramente, che non tutti i rilievi sono naturalmente da respingere. Credo che siano state svolte delle considerazioni condivisibili, però il punto, colleghi, è se ci dobbiamo attardare nella discussione sullo squilibrio dei poteri, sui poteri assegnati al Presidente, sul ruolo e le funzioni del Consiglio regionale o dobbiamo invece interrogarci su come operare un riequilibrio dei poteri, su come far recuperare ruolo e centralità al Consiglio regionale. Ecco, io mi sarei atteso, su questo terreno, su questo campo, delle proposte rispetto alle osservazioni critiche e alle considerazioni avanzate. Insomma, le proposte avanzate sono poche e forse non sufficienti a operare quello che è stato chiamato riequilibrio dei poteri. Si è parlato della funzione di vicepresidente, si è parlato di altri sistemi però difficilmente attuabili e praticabili in un sistema come quello nostro attuale.
Credo che il testo di legge proposto, con la scelta dell'elezione diretta a suffragio universale del Presidente della Regione, che richiama quella dettata dalla legge costituzionale numero 3 del 2001, indichi delle ragioni condivisibili, e sono quelle connesse all'esigenza di aumentare la possibilità di partecipazione dei cittadini alle scelte democratiche; un'esigenza, tra l'altro, richiamata dallo stesso articolo 49 della Costituzione, il cosiddetto diritto individuale di partecipazione, di cui si parla costantemente presso l'opinione pubblica, nelle discussioni che riguardano anche le nuove forme di partito, le nuove associazioni. Insomma, è un principio sancito anche costituzionalmente, a cui si vuole cercare di dare una risposta.
Superando la discussione sul cosiddetto sistema neopresidenziale o neoparlamentare, forse anche con una buona dose di pragmatismo e realismo, colleghi, dobbiamo dire che l'elezione diretta del Presidente della Regione, in questo caso, è un punto fermo, ormai, non solo nella generale concezione politica e culturale dell'opinione pubblica, ma anche nel nostro ordinamento giuridico. L'articolo 122 della Costituzione indica una forma di governo standard, definiamola così, basata sull'elezione diretta del Presidente della Regione; lo stesso articolo dice che le Regioni possono scegliere, pur indicando questa forma di governo standard. Nel caso scelgano l'elezione diretta devono osservare due regole: la prima è che il Presidente nomina e revoca gli Assessori; la seconda è che il Consiglio è sciolto automaticamente qualora il Presidente cessi le sue funzioni per qualsiasi motivo. Se le Regioni vogliono evitare queste conseguenze devono rinunciare all'elezione diretta del Presidente. E che cosa hanno fatto le altre Regioni d'Italia? Credo che l'esperienza di questi anni ci indichi che la strada è tracciata. Io non dico che sia una strada senza ritorno, ma credo che tornare indietro, ed esprimo naturalmente la mia opinione, sia alquanto difficile. Comunque non si può prescindere dall'orientamento e dal giudizio che, come potrebbe accadere in caso di referendum,esprimerà il corpo elettorale. I sardi, poi, sapranno valutare - non vedo in aula il collega Cappai - se si tratta di una legge imbroglio o truffa. Io credo che sia una legge che stabilisce delle regole e quindi detta regole alla nostra Regione sulla forma di governo.
MURGIONI (Fortza Paris). Anche l'imbroglio è una regola, sbagliata ma è una regola!
MATTANA (D.S.). No, l'imbroglio non è una regola, collega Murgioni. Siccome noi vogliamo delle regole e le vogliamo in tutti i settori, credo che la forma di governo debba essere disciplinata da regole, e bene fa la nostra Regione a stabilire, da sola, le proprie regole, senza aspettare che, in assenza di qualsiasi legge, e quindi senza legiferare, sia lo Stato a stabilire, per l'ennesima volta, con propria legge, cosa si deve fare in questa regione.
Ricordo per tutti, e mi dispiace doverlo fare, il caso del collega Biancareddu. Questo lo dico, colleghi, perché è vero, tanto che nessuna delle Regioni che hanno elaborato nuovi statuti ha ritenuto di rinunciare all'elezione diretta del Presidente della Regione. E' stato ricordato, mi pare dalla collega Corrias, che quando il Friuli Venezia Giulia ha proposto, con legge statutaria, una forma di governo che non prevedeva l'elezione diretta del Presidente, quella legge è stata bocciata dal corpo elettorale. Il dilemma che si è posto e che si pone qual è? E' quello della cosiddetta indissolubilità del rapporto tra Consiglio e Presidente della Regione o del loro destino, quindi del principio simul stabunt, simul cadent, e cioè come evitare l'indissolubilità di questo rapporto, come evitare lo scioglimento automatico del Consiglio regionale.
Cito il caso di un'altra Regione, la Calabria, che ha elaborato una forma di governo apparentemente differente dall'elezione diretta, basata sull'investitura del Presidente da parte del Consiglio regionale, ove peraltro i cittadini, al momento di eleggere il Consiglio, dovevano indicare anche il candidato alla carica di Presidente, e qualora il Consiglio non avesse nominato Presidente il candidato designato sarebbe stato immediatamente sciolto. Quella legge è stata cassata dalla Corte costituzionale con una sentenza del 2004, che ha annullato lo Statuto della Calabria in questa parte.
Quindi, è chiaro che, allo stato attuale, aggirare il richiamato principio simul stabunt, simul cadent non è consentito, e l'unico modo per evitare questo sarebbe rinunciare all'elezione diretta, cosa che, ad oggi, nessuna Regione italiana ha ritenuto di dover fare. Questo è lo stato delle cose, insomma.
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE SPISSU
(Segue MATTANA.) Che cosa fare, quindi, per operare un riequilibrio dei poteri? Io credo, intanto, che non si tratti di ridurre i poteri del Presidente. Credo che si tratti, invece, come si è cercato di fare, di rafforzare i poteri del Consiglio, dando nuovamente centralità al suo ruolo. Ed è quello che si propone di fare il testo in discussione, così come modificato dalla prima Commissione, che ha considerato principalmente il ruolo e le funzioni del Consiglio regionale, proponendo un rafforzamento delle funzioni principali (funzione legislativa, funzione di indirizzo e funzione di controllo e vigilanza), intanto mantenendo la centralità del Consiglio in ordine alla funzione legislativa e, poi, potenziando la funzione di controllo che è richiamata dall'articolo 13 bis, con l'espressione del cosiddetto "parere sulle nomine", quelle dei Presidenti degli enti regionali, delle Aziende sanitarie locali e delle Agenzie. E' stato osservato che si tratta di un parere non vincolante, che quindi non vincola in nessun caso il Presidente. Io non so quanto questo parere sia vincolante giuridicamente, ma di sicuro lo è politicamente, perché credo che questa sia la ratio e la motivazione di questa norma. Ora, sicuramente l'elezione diretta del Presidente ha modificato i rapporti istituzionali e con le forze sociali, il sistema delle relazioni. Credo che su questo punto ci debba essere una revisione, con il coinvolgimento dei cosiddetti soggetti di rappresentanza, è stato fatto, però, un buon lavoro. Il testo è migliorabile, non è blindato, ed è una buona base di discussione e di lavoro. Alcune parti sono migliorabili, per esempio quella che riguarda il referendum e quella che riguarda il potere regolamentare. Diciamo che le norme contenute in queste parti non fanno piena chiarezza e conservano un margine di ambiguità, e forse è necessario disciplinare meglio, ma diversamente da come è disciplinato oggi, il potere regolamentare, partendo dall'articolo 27 del nostro Statuto.
Contrariamente a quanto è stato affermato, io credo invece che bene abbia fatto la Commissione… Concludo, Presidente.
PRESIDENTE. Onorevole Mattana, il tempo è finito, le concedo un secondo per concludere.
MATTANA (D.S.). Ritengo che bene abbia fatto la Commissione a escludere la parte che riguardava gli enti locali, che forse meritano una disciplina a parte.
Concludendo, raccolgo l'invito del collega Cuccu ad ascoltare la voce di tutti. Il collega Cappai diceva che non c'erano quelli che dovevano ascoltare. Credo che tutti possiamo ascoltare, anche se abbiamo funzioni diverse e penso che questo percorso, seppure impegnativo e irto di difficoltà, non ci debba far perdere di vista l'altra iniziativa che spetta solo al Consiglio, e cioè la riscrittura, dopo sessant'anni, dello Statuto di autonomia.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Contu. Ne ha facoltà.
CONTU (F.I.). Signor Presidente, il disegno di legge statutaria, in attuazione dell'articolo 15 dello Statuto, come modificato dalla legge costituzionale numero 2 del 2001, meritava di sicuro altro impegno rispetto a quello che durante questa discussione generale si sta proponendo. Lo sguardo d'insieme dell'aula non ci dice che vi sia tutta l'attenzione che sarebbe necessario rivolgere a questi temi.
Credo che in questo momento sia doveroso ricordare che non abbiamo sottratto tempo al Presidente nella elaborazione e approvazione da parte della Giunta della legge finanziaria. Va anche ricordato che il Presidente ha affermato in quest'aula che la legge finanziaria sarebbe stata approvata nei tempi che aveva a disposizione, legati anche alla partecipazione ai lavori dell'Assemblea. Bene, noi non pretendiamo che egli dedichi a noi e a questa discussione neanche un minuto, pretendiamo, però, che entro la giornata odierna la Giunta esiti il disegno di legge finanziaria. Mi auguro, notando segnali di assenso tra i banchi della maggioranza, che questo provvedimento venga oggi formalmente esitato e che entri nella disponibilità del Consiglio regionale nel più breve tempo possibile, e non alle calende greche, come si usava dire una volta per indicare tempi molto lunghi.
Devo dire che questa sarebbe una bella soddisfazione non solo per la minoranza, ma anche per la maggioranza, perché, comunque sia, credo che i tempi utilizzati per l'elaborazione della manovra finanziaria e del bilancio siano stati abbastanza lunghi e sufficienti rispetto al punto di partenza, ossia il varo della manovra finanziaria da parte del Governo nazionale. I ritardi venivano, infatti, addebitati al fatto di non avere a disposizione questo strumento di programmazione economica. Credo che se dovessimo procedere con lo stesso ordine di fattori e il Consiglio regionale facesse slittare i tempi di approvazione della manovra finanziaria al mese di maggio, molto probabilmente i comuni e le province potrebbero sviluppare il loro bilancio nel prossimo mese di dicembre! Ma avendo saputo oggi che nei giorni scorsi il direttore generale della ASL numero 8 di Cagliari, il dottor Gumirato - quello che ogni tanto viene richiamato nei discorsi dell'Aula -, ha approvato il bilancio consuntivo del 2005 e ricordando all'Aula che questi atti vanno adottati entro il mese di aprile dell'anno successivo, diciamo che siamo ben oltre i termini previsti dalla normativa. Poi, magari, in qualche altra situazione, in qualche altro momento, verificheremo i numeri che caratterizzano il bilancio dell'Azienda sanitaria numero 8, la più importante azienda sanitaria della Sardegna, ma soprattutto quella che ha creato più problemi alla sanità in questi ultimi anni.
Ma torniamo al disegno di legge statutaria, che disciplina la forma di governo della Regione e gli aspetti essenziali del funzionamento degli organi generali, nonché gli istituti di partecipazione popolare. Credo che i colleghi che mi hanno preceduto abbiano già evidenziato, in maniera differenziata, che la legge statutaria sarebbe dovuta approdare all'esame del Consiglio in presenza del nuovo Statuto, che necessita di una riscrittura, in adempimento di quanto previsto dalla legge costituzionale numero 2 del 2001. Penso che questo sia nell'ordine delle cose e il dibattito di oggi ha consentito a tanti colleghi di evidenziare che di norma prima si sviluppano i discorsi cardine che devono regolare la vita della nostra istituzione, cioè della Regione sarda, e dopo, eventualmente, si disciplina la forma di governo che deriva dai principi stabiliti dallo Statuto. Io non credo che la legge statutaria debba disciplinare la forma di governo, perché è nello Statuto che vengono sanciti i principi che regolamentano l'istituto dell'autonomia, ma su questi temi potremmo disquisire a lungo, cercando di stabilire a chi spetta la primogenitura. L'assessore Dadea non è proprio d'accordo con la mia affermazione, comunque sia solo attraverso la riforma complessiva dell'autonomia può essere attuata la partecipazione alla definizione della forma di governo e anche alla organizzazione degli organi di governo. Se non entriamo nel vivo di questo dibattito molto probabilmente non verremo mai a capo delle proposte di conciliazione, la cui paternità voglio ascrivere al collega Cugini, che non è presente in aula, il quale chiedeva, nel suo intervento, quali percorsi potessero essere attivati rispetto alle proposte avanzate durante la discussione. In realtà, l'unica proposta oggi depositata agli atti del Consiglio credo sia quella del Gruppo Alleanza Nazionale, e non mi sembra che fosse nei propositi non solo della Giunta, ma neanche della maggioranza avanzare proposte. Per cui credo che, a bocce ferme, oggi potremmo anche dire: noi siamo disponibili ad aprire un confronto sullo Statuto nella misura in cui siamo tutti pronti ad andare in questa direzione e non credo che l'approvazione frettolosa della legge statutaria spiani la strada verso questo percorso di confronto non solo sui principi, ma anche sul metodo attraverso cui si dovrebbe procedere all'esame di un tema di così grande importanza.
Credo che non ci sia stato, da parte nostra, neanche in quest'occasione, il rifiuto del confronto. E' stato chiaro fin dall'inizio qual era il nostro approccio a questo tema, che ritenevamo e riteniamo tuttora secondario rispetto all'approvazione della finanziaria, soprattutto per un aspetto molto rilevante e cioè che i tempi del dibattito su temi così importanti non possono essere scanditi da una clessidra. Credo che su temi come questi non ci debbano essere limitazioni temporali, né tanto meno condizionamenti per quanto riguarda gli apporti e la partecipazione. Da qui il nostro rifiuto della proposta di una Consulta, perché abbiamo sempre pensato che la Costituente fosse l'unico strumento attraverso cui il popolo sardo poteva essere chiamato a dare il proprio apporto alla stesura del nuovo Statuto.
Noi non abbiamo mai rifiutato il dialogo, ci siamo invece opposti alla limitazione delle regole e alla sopraffazione dei numeri, e soprattutto ci siamo opposti a quella che forse è la figura oggi più criticamente presa in esame, cioè quella del Presidente, che crede di poter usare il metodo coercitivo; crede, perché noi non glielo consentiremo, almeno finché il Regolamento ci fornirà gli strumenti per opporci.
Il grosso limite della prima esperienza del presidenzialismo credo sia rappresentato proprio dall'inesperienza nella gestione democratica, ma soprattutto dalla "appropriazione" degli strumenti e delle regole per utilizzarli in una direzione soltanto. La volontà di raggiungere obiettivi che non sono stati mai pronunciati la si legge nella logica dei numeri che si vuole perseguire soltanto per ottenere risultati che spesso niente hanno a che vedere non solo con la partecipazione, ma neanche con la democrazia. Credo che, per la serenità dei rapporti, ci sia soltanto da imporre all'Aula un metodo, che è quello della partecipazione.
Ieri, un rappresentante delle forze economiche ha voluto ricordare un principio di Robert Kennedy. Io non voglio ripetere le stesse espressioni, ne uso una che è più consona a tutti noi e che recitava una canzone di Giorgio Gaber: libertà è partecipazione. Ho voluto ricordare Giorgio Gaber perché forse le sue canzoni sono state ascoltate, a suo tempo, senza riflettere molto sul significato delle parole. Ma noi abbiamo cantato quelle parole e vogliamo continuare a cantarle, soprattutto quando intendiamo definire i rapporti che devono esistere in quest'Aula, che sono legati al confronto, non certo alla sopraffazione dei numeri, alla regola dei "muscoli" o alla negazione della possibilità di sviluppare tesi e idee negli interessi del popolo sardo.
Tornando alla legge statutaria, a me fa specie che in due occasioni, negli articoli 10 e 13, si parli di comunità sarda. Vorrei chiedere a voi tutti, senza che nessuno si scandalizzi: ma quando usiamo la definizione comunità sarda dobbiamo precisare che intendiamo quella residente in Sardegna, oppure possiamo riferirci tranquillamente alla comunità sarda di Basilea, a quella di Buenos Aires o di Amsterdam? L'uso di questi termini denota una sorta di vergogna a scrivere "popolo sardo" nella legge statutaria. Questo è offendere non solo noi stessi, ma tutti i cittadini che popolano la Sardegna, e soprattutto è negare un principio che dovrebbe essere contenuto anche nel nuovo Statuto, il principio dell'autonomia, sul quale oggi si sono basati tanti discorsi, negando però che esso sia legato al popolo sardo e non a una comunità sarda non meglio precisata.
Avrei voluto leggere, per esempio, nelle pieghe dell'articolato di questo disegno di legge una norma sull'elettorato attivo dei cittadini sardi non residenti in Sardegna. Se una simile norma fosse stata pensata, avremmo aperto il discorso su chi ha diritto di voto fuori della Sardegna, su chi ha mantenuto o meno la cittadinanza italiana, su chi è tuttora residente e chi non lo è, su chi possiede immobili lungo le coste della Sardegna, e così via dicendo. Avremmo aperto un bel capitolo e avremmo parlato, tra l'altro, del fatto che della comunità sarda fanno parte anche quei tre o quattro milioni di oriundi sardi che popolano il nostro pianeta e che vogliono mantenere rapporti costanti con la comunità residente in Sardegna.
Se non abbiamo il coraggio di ricordare queste cose, ma soprattutto di superare queste défaillance, è chiaro che non abbiamo ancora maturato la necessaria esperienza, che è quella che serve anche per scrivere il nuovo Statuto. Accogliendo l'invito rivolto da diversi colleghi che sono intervenuti, ai colleghi di Rifondazione Comunista, vorrei chiedere, posto che loro sono contrari al presidenzialismo, quale forma di rappresentanza vorrebbero per la nostra Regione. Non credo che vogliano proporci né i loro metodi, né quelli che sono stati adottati in altre nazioni del mondo, e comunque credo che non sia conveniente per la maggioranza aprire oggi la discussione sul fatto che il Presidente venga individuato secondo la norma dettata dalla Costituzione. Peraltro il presidenzialismo è stato riconosciuto da tutte le Regioni e chi ha già normato in merito ha previsto che la forma di governo non possa essere modificata da una legge regionale. Vorrei, appunto, sapere dai compagni di Rifondazione Comunista qual è la loro proposta in merito. E così, giusto per buttare un sasso nello stagno, si potrebbe cominciare ad attivare il percorso di riscrittura dello Statuto, con le idee contenute nella legge statutaria, anche attraverso la loro proposta, se dovessero averne una.
Ma tornando al presidenzialismo, è chiaro che il presidenzialismo che intende il presidente Soru è diverso da quello che si è inteso e che è stato fin qui vissuto nelle altre Regioni, sia a statuto ordinario sia a statuto speciale; è diverso soprattutto nell'interpretazione. Ecco, il grosso difetto sta lì. Grazie.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Amadu. Ne ha facoltà.
AMADU (U.D.C.). Rinuncio.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pittalis. Ne ha facoltà.
PITTALIS (Gruppo Misto). Non so se l'onorevole Contu, richiamando il dottor Gumirato, abbia voluto sminuire il significato della legge statutaria.
DIANA (A.N.). Bella figura!
PITTALIS (Gruppo Misto). Sarà una brutta figura, ma richiamare il dottor Gumirato anche durante la discussione della legge statutaria, caro Mariano, significa che si vuole esaltare quella persona o sminuire il contenuto del provvedimento in discussione.
Mi sia consentito, all'inizio di questo mio intervento, intanto salutare il collega e amico, onorevole Renato Lai, che proprio in questi giorni è entrato a far parte del Consiglio e di cui i colleghi che hanno avuto modo di conoscerlo penso abbiano apprezzato la serietà e lo stile discreto. Noi ne conosciamo le doti umane e anche professionali.
Prendo spunto dalla vicenda dell'amico Renato Lai per tradurre, anche se non in parole erudite e ben dette come quelle che ho sentito, ciò che succede se la Regione Sardegna si mostra ancora riluttante a mettere mano ad aspetti fondamentali, come il tema della incompatibilità, della ineleggibilità e anche del conflitto di interessi. La vicenda dell'amico Renato Lai è emblematica: quando il Consiglio e la Giunta delle elezioni non sanno che cosa fare non è per un atteggiamento malevolo nei confronti di qualcuno, ma probabilmente perché vi è un vuoto, vi è una grande lacuna nel nostro ordinamento, che oggi, attraverso la legge statutaria, noi siamo chiamati a colmare. E allora voglio proprio muovere da alcune obiezioni legittime che sono state fatte anche dall'onorevole Claudia Lombardoo, cito lei per ragioni di amicizia e anche perché è una delle poche donne presenti in questo Consiglio regionale. L'onorevole Lombardo dice: "Sarebbe stato meglio se avessimo approvato prima lo Statuto e poi la legge statutaria". E, certo, a ragion di logica questo avrebbe dovuto essere il procedimento razionale, perché non si può approvare una legge senza conoscere i principi che sono ad essa sottesi. Voglio, però, ricordare che il tentativo fatto nella scorsa legislatura attraverso l'Assemblea costituente, che era una delle opzioni possibili, è fallito per responsabilità del Parlamento di allora, ma è fallita anche la stessa possibilità di mettere mano, in questa legislatura, allo Statuto attraverso la Consulta, che rappresentava una via di mezzo, e anche qui per scelta, se non anche per responsabilità, di una parte del Consiglio, che ha ritenuto di non dare seguito al disposto di quella legge. Su questo bisogna che le parti politiche si interroghino.
Allora, al di là della responsabilità politica, ben chiara, di chi ha fatto fallire il tentativo di riscrivere lo Statuto, questo compito, a mio avviso, spetta al Consiglio regionale e in particolare alla Commissione autonomia, sia pure con un ampio coinvolgimento delle parti sociali della nostra Isola, ma la riscrittura dello Statuto non è materia, a questo punto, assolutamente delegabile e rimandabile.
La riflessione che, logicamente, un'obiezione quale quella dell'onorevole Lombardo pone è questa: è possibile che tutti noi legiferiamo sulla legge statutaria senza avere riscritto i principi? Io dico di sì, e lo dico, se mi consentite, non da competente costituzionalista, ma da chi è in grado di distinguere le diverse parti dello Statuto. Se qualcuno seguisse le lezioni di un costituzionalista all'università - senza scomodare altri, cito il professor Lobrano, che lo scrive in qualche articolo -, capirebbe che lo Statuto è composto da due parti: una parte esterna di delimitazione dell'autonomia, la quale consiste nella divisione di materie e compiti, di risorse e di poteri tra lo Stato italiano e la Regione sarda, e una parte interna, di primo esercizio di tale autonomia, che consiste nella definizione, tra l'altro, anche della forma di governo della Regione. Quando fu approvata la Costituzione, lo Statuto regionale era interamente materia costituzionale, era dunque di competenza esclusiva del legislatore nazionale. Con la riforma costituzionale del 2001, come è stato ricordato, la cosiddetta parte interna è stata decostituzionalizzata, quindi rimessa alla competenza esclusiva del legislatore regionale, con la previsione, per la sua approvazione di una maggioranza rinforzata. Ecco, care colleghe e cari colleghi, noi stiamo riscrivendo questa parte e dunque non stiamo assolutamente ipotizzando un contenitore omnibus; ma nella previsione dell'articolo 15, così come novellato, dello Statuto sono delimitate chiaramente le materie sulle quali è possibile intervenire. E, allora, lo dico senza ipocrisia, ma, avendo sentito anche ieri le parti sociali, mi è venuto il dubbio che si abbia reale contezza di cosa stiamo facendo. Tant'è che ho sentito importanti organizzazioni sindacali della nostra Regione dire che la legge statutaria difetta di un riferimento al valore del lavoro o, addirittura, che si cerca di mettere in discussione l'assenza di qualunque riferimento a modifiche delle strutture assessoriali, e in primis di quella del lavoro. Signori, noi non stiamo né scrivendo lo statuto dei lavoratori né facendo una legge di organizzazione, che dovremo pur affrontare! E allora leggiamo tutti, per cortesia, l'articolo 15 e così, forse, possiamo comprenderci ed evitare di fare discorsi tra sordi, perché è da lì che bisogna sicuramente muovere.
Detto questo, comprendo, anche se non giustifico, questi storici "tribunalizi" che, ogni volta, in quest'Aula, fanno l'esegesi della nostra storia autonomistica bollando ogni tentativo di riforma delle nostre istituzioni come un attentato alla libertà e alla democrazia. Al di là di questi "tacitiani" di maniera o, se si vuole, ricordando Sant'Agostino, "agostiniani" senza però l'animo di Sant'Agostino, perché se il travaglio e il dubbio sono componenti dell'uomo, vi è pure da discutere sulla qualità del travaglio e del dubbio, mi pare che, davvero, si debbano evitare le polemiche strumentali e forzate. E ancor più si deve evitare, quando non si hanno seri modelli alternativi da proporre, di portare sempre al ribasso, allo scadimento, anche il dibattito in quest'Aula.
Io apprezzo, e ne sono fortemente convinto, il lavoro costruttivo che sta venendo non solo dai banchi della maggioranza, ma anche da quelli della opposizione, perché, badate, su questa legge, l'abbiamo già detto, non c'è e non c'è stato un vincolo per chi ha partecipato ai lavori della Commissione. Lo dico nei confronti dei colleghi assenti dell'opposizione. Vi è stato, invece, un atteggiamento costruttivo e rispettoso delle prerogative consiliari da parte della Giunta, la quale - ne do atto perché è presente l'assessore Massimo Dadea - non ha mai prevaricato rispetto a un esercizio costruttivo, di collaborazione, di indicazione, come è suo diritto e dovere, ma ha mostrato grande rispetto per le decisioni che sono state assunte, qualche volta anche senza tener conto del parere della Giunta stessa. Allora, è un esercizio al quale tutti noi, consiglieri di maggioranza e di opposizione, possiamo concorrere sulle questioni vere che sono sul tappeto, a iniziare dalla partecipazione popolare all'attività legislativa, questo sì esercizio di restituzione, direi, al popolo della sua sovranità, perché giustamente non si dice: "il Governo è sovrano e il popolo ubbidisce", ma "il popolo è sovrano e i Governi ubbidiscono". Io sono, quindi, d'accordo con quanti si propongono di rivedere i meccanismi di accesso e condivido l'idea, e ne possiamo discutere, che si possano ricondurre entro limiti numerici accettabili i quorum per i referendum consultivi, propositivi e abrogativi, e questa è materia per emendamenti. Io ho già visto degli emendamenti in questo senso, presentati anche da colleghi della opposizione e dallo stesso onorevole Sergio Pisano, che non possono essere disattesi e non saranno disattesi in un confronto serio scevro da accenti strumentali. Non può non meritare attenzione anche l'apporto che è venuto dalla Commissione per le pari opportunità, che, nel corso della audizione svolta nella giornata di ieri, ha consegnato ai rappresentanti delle forze politiche presenti delle significative e appropriate ipotesi di correzione di alcune parti della legge, per rafforzare il principio delle pari opportunità. Così come, se dovessi esprimere a nome degli amici dell'U.D.E.U.R. la nostra posizione, devo dire che anche noi abbiamo un'idea assembleare, parlamentare, ma ci rendiamo conto che le forze in campo del centrodestra e del centrosinistra, almeno le maggiori, non sono assolutamente in quest'ottica. Anche se rimane una petizione di principio, devo dire che a me avrebbe fatto piacere un sistema differente, ma non ve ne sono le condizioni. Allora ci interessa di più - lo dico a nome dell'U.D.E.U.R. - lavorare per temperare il presidenzialismo, perché, care colleghe e cari colleghi, oggi i poteri del Presidente della Regione non sono normati. E' di questo, semmai, che ci dobbiamo preoccupare. Con questa ipotesi di legge all'esame del Consiglio regionale stiamo normando i poteri e le funzioni del Presidente della Regione, di questo dobbiamo parlare e su questo dobbiamo confrontarci, per ampliarli ovvero per restringerli. E questi poteri e funzioni non sono, se non nella previsione statutaria, un generico potere legislativo del Consiglio regionale, un potere di indirizzo e di controllo. Ma sappiamo che in cinquant'anni di esercizio dell'attività legislativa assembleare nessuno ha mai saputo in cosa concretamente si articolassero i poteri di indirizzo e di controllo. Questa è l'occasione per discuterne, perché ricordo che, addirittura, era stata fatta richiesta espressa alle opposizioni di scrivere lo statuto delle opposizioni. Non è stato fatto allora ed è stato fatto con scarso risultato da coloro che hanno esitato il testo.
Bene, cari amici della opposizione, questa è l'occasione per confrontarci, perché siamo certi che questo non è un quadro politico che si possa stabilizzare per l'eternità. La parte che oggi è opposizione domani diventerà maggioranza, quindi vi è la necessità di scrivere regole che possano durare per altri cinquant'anni, almeno in Sardegna. E' su questi temi, quindi, l'invito a riprendere un dialogo serio e costruttivo, così come sulle parti che riguardano lo status di consigliere o, come ho detto inizialmente, le cause di ineleggibilità e incompatibilità e il conflitto di interessi, che non possiamo agitare ogni volta a livello nazionale o regionale, come se questo fosse lo sport preferito da alcuni settori. Oggi abbiamo l'occasione di discuterne e, badate, queste non sono riforme che debbono calare da chissà quale altro pianeta! Spetta a noi consiglieri regionali, nella nostra responsabilità politica, intervenire per dare adeguata disciplina e, soprattutto, evitare di pensare - è un esercizio che dobbiamo fare, cari colleghi - che quello che noi andiamo a stabilire e ad approvare valga per il presidente Soru anziché per i presidenti che verranno nelle prossime legislature. Cioè, noi dobbiamo disciplinare istituti che sono rappresentativi, che assumono in sé delle responsabilità. Non stiamo facendo una cortesia a questo o a quel Presidente, a questo o quell'Assessore!
Ecco perché penso che, se riportiamo nel giusto ambito i temi, possiamo davvero lasciare l'impronta di un Consiglio regionale nella sua complessità, nel dibattito acceso, nel confronto anche aspro, che è naturale. E forse lasceremo l'impronta che questo Consiglio regionale, nella sua interezza, non ha demeritato, come invece certa parte vuol far intendere fuori del palazzo. Grazie.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Matteo Sanna sull'ordine dei lavori. Ne ha facoltà.
SANNA MATTEO (A.N.). Stamattina, signor Presidente, sono intervenuto in sua assenza. Mi fa piacere vederla qui, nonostante le sue precarie condizioni di salute.
Vorrei avere delle certezze relativamente alla convocazione della Commissione d'inchiesta per la valutazione degli atti compiuti per l'indizione del bando e l'affidamento della campagna pubblicitaria istituzionale della Regione, che, stamattina, come lei ben sa, è stata rinviata con delle motivazioni che la riguardavano in maniera diretta, in quanto pare che sia stata rinviata proprio a causa delle sue precarie condizioni di salute. Vorrei sapere, a nome di tutti i rappresentanti dell'opposizione che fanno parte di questa Commissione, quando questa benedetta Commissione potrà finalmente riunirsi e, possibilmente, vorrei saperlo stasera. Grazie.
PRESIDENTE. Onorevole Sanna, le ricordo che la convocazione della Commissione d'inchiesta era stata rinviata, ieri mattina, proprio per gli impegni di qualche collega che non poteva essere presente martedì. Penso che domani, compatibilmente con gli impegni di ciascuno, si potrà convocare la Commissione per procedere all'elezione del Presidente.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Sanjust. Ne ha facoltà.
SANJUST (F.I.). Signor Presidente del Consiglio, assessore Dadea, colleghe e colleghi - pochi, mi verrebbe da dire, ma buoni -, questa legislatura si è caratterizzata, fino ad ora, per l'uso spregiudicato di spot. Riforme di facciata, accompagnate da petizioni di principio rafforzate da un sistema mediatico zelante, hanno illuso i sardi che una nuova era fosse cominciata. Il famigerato "libro del bilancio" dei primi due anni e mezzo di legislatura testimonia il disagio di una maggioranza che ha prodotto così tanto e ha cambiato così in profondità la Regione da non poter giustificare il fatto che, nel frattempo, la situazione occupazionale sia comunque peggiorata. La disperazione sociale aumenta, le crisi politiche sono malamente mascherate dal "politicamente corretto", il fallimento della politica presidenziale, penso di poter dire senza essere smentito, è sotto gli occhi di tutti. In questo quadro sconfortante aleggia lo spettro dell'autonomia speciale ed è da qui, allora, cari colleghi, che conviene partire. La specialità impone politiche coerenti, basate su modelli autoctoni capaci di creare sviluppo e occupazione. Invece, dopo oltre due anni e mezzo di spot, la specialità è forse un simulacro. Le riforme istituzionali avrebbero dovuto rafforzare la specialità, imprimere alle politiche regionali un nuovo corso virtuoso, coinvolgendo tutto il popolo sardo nella riscrittura del patto sociale. E, invece, questa maggioranza si balocca con improbabili riforme, che finora hanno ingrassato solo ed esclusivamente, tra l'altro, ahimè, i consulenti.
La legge statutaria nasce in un contesto disastroso. Dopo due anni e mezzo, in cui si sono sperimentati gli effetti nefasti di un presidenzialismo troppo sbilanciato, arriva una legge statutaria che ne conferma gli aspetti peggiori. Si tratta di una legge senz'anima, gretta, priva del benché minimo respiro. La maggioranza è succube di un Presidente che si avvale, devo ammettere, abilmente dello squilibrio tra i poteri. Di qui la politica dei ricatti e delle sopraffazioni portata avanti da un Presidente che, come ha sostenuto il collega Maninchedda poco tempo fa, si crede fonte del diritto. Purtroppo, al peggio non c'è mai fine!
Nonostante si sia ormai sperimentato che il presidenzialismo, così come oggi sta funzionando, sia fallimentare e antidemocratico, la maggioranza insiste nel confermarne la struttura portante. Noi siamo per la democrazia decidente, siamo per un Esecutivo autorevole, non vogliamo tornare a un sistema inefficace, a un Parlamento bloccato dai veti incrociati, tuttavia è bene chiarire che vogliamo riequilibrare questi poteri. Un sistema efficiente deve poter contare su un potere legislativo forte e autorevole, capace di esercitare un'effettiva funzione di controllo e di impulso, ma - e lo hanno detto già molti colleghi prima di me in questi due giorni - oggi questo presidenzialismo impedisce una corretta dialettica istituzionale. Consiglio e Presidente stanno su un piano asimmetrico, e così il potere legislativo ratifica le decisioni monocratiche del potere esecutivo.
Noi vorremmo correggere gli effetti nefasti di questo attuale sistema. In particolare, riteniamo indispensabile trovare dei correttivi per evitare che il Presidente della Regione possa, con un colpo di mano, sciogliere unilateralmente il Consiglio regionale. Mi rendo conto che si tratta di un argomento indigesto e che tutta la fortuna del Presidente si gioca interamente sul suo potere di ricattare il Consiglio. Ed è chiaro che accentrare i super poteri nelle mani di uno solo determina anche altre gravi conseguenze. Intanto l'impunità: il Presidente può condizionare i lavori dell'Aula, dettare i tempi, imporne i contenuti e, aspetto non secondario, il Presidente può permettersi non solo di umiliare la propria maggioranza, ma anche di non concertare con le parti sociali. Il caso del collega Biancu, avvenuto non più tardi di ieri, è solo l'ultima delle intemperanze che questo sistema squilibrato permette al Presidente. Ma poiché la cosa non ha destato lo scandalo che, invece, a mio parere rappresenta, si potrebbe studiare anche un emendamento per fare in modo che il Presidente, oltre al potere di rimuovere gli Assessori, abbia il potere di rimuovere i Capigruppo riottosi. Sarebbe un emendamento coerente con la logica dell'uomo solo al comando: legibus solutus!
Ma, al di là delle pur troppo facili battute, desta sconcerto un sistema che conferisce al Presidente il potere di non concertare con le parti sociali. E' un vulnus della democrazia che la Sardegna non può permettersi. Qui ritorna il discorso sulla specialità: ma quale autonomia speciale dovremmo celebrare, se gli spazi della rappresentanza democratica si sono gravemente ridotti? Quale specialità è oggi pensabile, se un uomo solo ha in mano il destino di un intero popolo, senza che ci sia un potere di controllo reale del suo operato? Nella nostra visione politica, la specialità implica una vera concertazione, presuppone una democrazia che abbia come protagonista il popolo sardo, finora escluso, di fatto, da qualsiasi serio protagonismo. Sorvolo, perché ne hanno già parlato tanti colleghi inutilmente, sui gravi problemi di costituzionalità del testo, che la dice lunga sulla sciatteria legislativa del nostro Presidente. E sorvolo, per carità di patria, sul fatto che si pretende di approvare la legge statutaria prima dello Statuto costituzionale. Mi interessa, invece, rilevare, al di là dei problemi giuridici che tale operazione presenta, come il destino della specialità sia ancora una volta segnato. Ma come è possibile che una legge regionale ordinaria, per quanto rafforzata, possa determinare o condizionare la stessa formulazione dello Statuto? In altri termini, è accettabile che il fondamento della specialità passi in secondo piano rispetto alla legge statutaria? Si tratta di riflessioni che sorgono forse anche spontanee, soprattutto dopo la dotta disquisizione del collega Francesco Sanna, che ci ha ricordato come la legge statutaria contenga strumenti anziché finalità.
Ma siamo sicuri che la conferma del presidenzialismo non temperato prima dell'approvazione dello Statuto non finisca per condizionare la stessa riscrittura della specialità? Siamo certi che l'istituzione di quello che il collega Uras ha ben definito come "tiranno stabile" non rafforzi una deriva autoritaria che poco ha a che fare con la filosofia autonomistica? Sono domande a cui la maggioranza, o almeno una parte di essa, risponderà forse con un'alzata di spalle. In ogni caso, siamo ancora in tempo per correggere un meccanismo che ha dimostrato di non funzionare se non a prezzo di un deficit di democraticità. Siamo cioè ancora in tempo, colleghi, per rafforzare il potere del Consiglio regionale e per restituirgli la centralità ormai perduta. E' tempo di impedire che la massima Assemblea legislativa della Sardegna continui a essere sbeffeggiata, umiliata, ridotta a un organismo di ratifica. Quando i consigli sono depotenziati allora nascono gravi disagi. Lo prova l'esperienza di molte Regioni a statuto ordinario che hanno tentato a più riprese, ma senza successo, di correggere il presidenzialismo. Ciò significa che la ipersemplificazione a cui porta il sistema presidenziale non temperato, riducendo gli spazi di rappresentanza, di fatto impedisce al Consiglio regionale di svolgere le proprie essenziali funzioni di indirizzo e di controllo.
La discussione sulla legge statutaria rappresenta, perciò, un fondamentale banco di prova per confrontare le diverse visioni della democrazie circolanti nella nostra regione. La posta in gioco è altissima: si tratta di decidere se la specialità abbia un reale futuro o se tutto si giocherà su un sistema monocratico che pone maggiori problemi di quanti ne possa risolvere. Si tratta di decidere, insomma, se la Regione debba comportarsi come un organismo accentratore, che replica su scala minore i difetti dell'accentramento statale, o se invece debba limitarsi a programmare lasciando la definitiva gestione alle autonomie locali. Si tratta, poi, di sapere se i cittadini potranno o meno incidere sulla politica regionale non solo con un voto che assomiglia a una delega in bianco per cinque anni, ma anche attraverso strumenti come quelli referendari. Nel testo vigente - molti colleghi lo hanno sottolineato - l'istituto referendario di fatto è stato abolito.
In conclusione, sarebbe triste che per miopi calcoli contingenti si perdesse l'occasione storica di varare una legge statutaria a misura della specialità sarda e sarebbe francamente inaccettabile che, dopo gli appelli all'unità e alla collaborazione almeno sul terreno bipartisan delle riforme, la maggioranza si chiudesse a riccio e impedisse al confronto consiliare di portare un utile contributo al miglioramento di un sistema che ormai ha mostrato tutta la sua tragica pericolosità.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pirisi. Ne ha facoltà.
PIRISI (D.S.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, assessore Dadea, i colleghi del centrodestra oggi hanno detto che in quest'Aula c'è poca gente. Ieri e stamattina mi sono esercitato a prendere nota di quanti colleghi del centrodestra seguivano il dibattito e di quanti stavano attenti alle cose che venivano dette da chi interveniva. Il risultato è stato desolante, soprattutto da parte di chi dovrebbe fare opposizione, di chi paventa rischi per la democrazia e di chi invoca una mobilitazione corale per evitare che il "regime" diventi soffocante nei confronti della società sarda. Lo voglio dire chiaramente, signor Presidente, assessore Dadea, colleghi: se ci fosse qui il Presidente della Regione sono sicuro che i banchi sarebbero più frequentati…
ARTIZZU (A.N.). Quelli! Quelli!
PIRISI (D.S.). I nostri, ma anche i vostri! Voglio dire che questo Presidente tanto vituperato esercita un fascino tale per cui voi soffrite di una sorta di sindrome di Stoccolma, stando alle cose che state dicendo.
ARTIZZU (A.N.). No, la sindrome di Stoccolma è la vostra "malattia"!
PIRISI (D.S.). Noi siamo quelli che lo sostengono, voi invece dite certe cose e poi ne praticate delle altre!
Signor Presidente, io ho seguito il dibattito che si è sviluppato fino a questo momento intorno alla legge statutaria della Regione autonoma della Sardegna e se dovessi valutare, come stavo dicendo poc'anzi, l'attenzione riposta a questo tema estremo da una parte e dall'altra di quest'Aula ne dovrei dedurre che è un'attenzione assolutamente scarsa, inesistente. C'è un aspetto, poi, che credo debba essere sottolineato: come faranno i colleghi che rappresentano da soli un partito e la cui eventuale assenza significa l'assenza del 100 per cento di quel partito a riferire del dibattito che si è svolto in Aula per poi fare delle controdeduzioni rispetto alle cose di cui stiamo parlando? E' un aspetto che pone qualche elemento di problematicità e che, secondo me, ha molto a che vedere con il problema relativo alla riforma elettorale e anche alla frammentazione o frantumazione del nostro sistema rappresentativo, che credo necessiti, lo dico senza usare mezzi termini e senza essere "politicamente corretto" - uso l'espressione italiana perché con l'inglese ho qualche difficoltà - di una semplificazione. Su questo punto tornerò, so che ci sono opinioni differenti, ma io dirò ciò che penso.
Credo che questo dibattito non abbia ancora espresso tutta l'intensità, almeno apparente e teorica, delle potenzialità e della propositività di cui quest'Aula è capace. Dai banchi del centrosinistra sono state avanzate delle proposte ed è stata manifestata la volontà di confrontarsi, di dialogare e ascoltare le proposte di modifica della legge statutaria, licenziata dalla prima Commissione dopo ben trentasette sedute e circa un anno di giacenza presso la Commissione stessa. La legge è pervenuta in Aula dopo essere stata profondamente modificata rispetto alla proposta avanzata dalla Giunta presieduta dal presidente Soru, basta confrontare il disegno di legge con la proposta che è pervenuta in Aula per rendersene conto.
Ma la cosa che va sottolineata è che il lavoro di modifica svolto in Commissione non è dovuto, cari colleghi, al contributo e alle proposte avanzate dal centrodestra, se non in minimissima parte, ma è il frutto soprattutto del contributo dei colleghi della maggioranza di centrosinistra che sostiene il presidente Renato Soru. Questo sta a significare che questa maggioranza ha capacità di modifica e di innovazione. Voi, che dovreste essere radicali nel proporre modifiche e innovazione, preferite invece fare altro!
ARTIZZU (A.N.). Non c'era dialogo!
PIRISI (D.S.). Preferite fare altro, cari colleghi! La verità vera è che lavorare in Commissione per modificare le proposte è faticoso, mentre è più facile stare in giro, fare altro, fare bottega! Lavorare per il bene del popolo sardo magari coltivando il proprio collegio è più facile che dare il proprio contributo di fatica e di lavoro in Commissione. E' stata un'occasione sprecata da parte vostra, cari colleghi, oggi, però, ci chiedete di tornare in Commissione, di modo che le sedute possano diventare quaranta, quarantacinque, cinquanta o chissà quante ancora! Ma voi non ritenete che, se da parte vostra dovesse permanere il clima precedente, dopo cinquanta sedute verreste in Aula a chiederci nuovamente di rimandare il provvedimento in Commissione?
Insomma, la verità vera è che ci sono modi di fare che non contribuiscono a dotare la Sardegna di leggi in cui si veda la vostra impronta. E all'onorevole Franco Ignazio Cuccu, un componente dell'opposizione di cui conosco la serietà e la dedizione al lavoro, voglio rivolgere una domanda: lei avrebbe permesso che il tempo fosse stato sprecato senza poter portare il suo contributo alla modifica di una legge di questa importanza? Do la mia risposta: non credo! Perché nella Commissione di cui fa parte lei ha lavorato assieme all'onorevole Murgioni e agli altri colleghi del centrodestra che hanno messo la loro impronta affinché certi disegni di legge che sono stati proposti dalla Giunta fossero modificati. E in Aula quei provvedimenti hanno avuto un iter diverso. Leggi della Sardegna approvate con il contributo del centrodestra. Io qui lo voglio dire apertis verbis: non è tutto merito di chi ha lavorato, abbiamo assieme corretto un'impostazione dell'Esecutivo dando un'impronta parlamentare, cari colleghi. Voi avete sprecato un'occasione importante, e questo non può che essere imputato alla protervia del centrodestra.
Cari colleghi, l'onorevole Cappai stamattina diceva: "Ma perché c'è questa fretta!" Ma di quale fretta parliamo? Scartabellando, in questi giorni, mi è capitato di trovare una piccola pubblicazione, che risale al 1993, relativa a una riunione dei Presidenti dei Consigli regionali presieduta dall'allora Ministro per i rapporti con le Regioni, l'onorevole Costa. In quella circostanza intervenne l'onorevole Mario Floris, il quale anche allora sostenne la tesi della perdita di ruolo dei partiti, la necessità di dotarsi di strumenti statutari idonei ad affrontare le sfide della storia e il futuro del popolo sardo. Badate che le cose che furono scritte allora corrispondono ai ragionamenti e ai discorsi che stiamo facendo oggi. Il problema reale è che c'è stato un ritardo assolutamente colpevole, dovuto a tanti fattori. Ma io vorrei ricordare che nella passata legislatura ci avete inflitto cinque anni di illusoria "stagione della Costituente", con trasversalismi che continuano a emergere anche oggi in quest'Aula. Non c'è ombra di dubbio che ce li avete inflitti e si sono persi cinque anni che potevano essere dedicati a varare norme utili. Oggi vengono fuori trasversalismi che sono a volte palesi a volte occulti e molto spesso queste azioni sono figlie di una concezione manovriera e trasformistica della politica, che a parole tutti diciamo di voler combattere, ma in realtà così non è.
Voi, cari colleghi del centrodestra, cercate di fare il vostro gioco, non c'è dubbio, cioè di portare il Consiglio e l'azione complessiva di questa maggioranza all'interno di un terreno paludoso per bloccare le riforme al di là del merito. "Legge perfetta", "statutaria blindata": non è nel nostro DNA, assolutamente no! Questa è una legge che può essere modificata in Aula. La richiesta di rinvio in Commissione non può essere accettata, visti i trascorsi recenti e anche passati.
Allora, diciamolo con chiarezza, cari colleghi: vanno temperati i poteri del Presidente della Regione? Io dico subito sì! Va rafforzato il ruolo del Consiglio regionale? Sì, ma questa volta la risposta credo che debba essere più articolata. Se io affermassi che il presidente Soru interpreta in maniera troppo accentuata il presidenzialismo, qualche collega del centrosinistra annuirebbe - infatti noi vogliamo che il presidenzialismo venga temperato - ma molti colleghi del centrodestra applaudirebbero. Queste non sono parole mie, ma sono le parole di un personaggio citato implicitamente più volte in quest'Aula, ma mai esplicitamente, che non è esattamente ostile al Presidente della Regione e il cui nome è Pietrino Soddu, il quale ha affermato, e io concordo con lui: "Il Consiglio regionale, invece di lavorare per predisporre gli elementi innovativi del suo ruolo e quindi dotarsi degli strumenti per l'esercizio di questo ruolo, appare dominato dall'idea di riprendersi uno spazio che ormai è trasferito al Presidente. E questo fatto inserisce una contrapposizione che danneggia il funzionamento complessivo del sistema politico". Oggi noi stiamo lavorando per stabilire quelle che sono le prerogative del Consiglio all'interno della legge statutaria. Ma vorrei ancora dire, cari colleghi, che è necessario - e questo spetta, dice Pietrino Soddu, ai partiti, alla cultura e agli intellettuali, se ne hanno la capacità - correggere l'eccesso di individualizzazione e di solitudine di questo potere del Presidente. Io credo che noi questo lo possiamo e dobbiamo fare. "In Sardegna occorre" - dice ancora Soddu - "superare l'elemento che sembra di maggiore debolezza del sistema, che è il potere di scioglimento del Consiglio. Probabilmente si dovrebbe riuscire a stabilire un maggiore equilibrio tra l'indipendenza del Consiglio e l'indipendenza del Presidente della Regione, evitando che questo potere immotivato di scioglimento, a volte arbitrario, e stabilendo che le cause di scioglimento siano costituzionalmente rilevanti".
Io credo che noi possiamo lavorare su questi elementi attraverso un confronto che tra le parti, non attraverso una richiesta strumentale di rinvio in Commissione fatta per bloccare. Molti colleghi del centrosinistra hanno dichiarato: "Io sono parlamentarista"; altri hanno detto: "Io sono proporzionalista"; altri ancora hanno affermato: "Io sono parlamentarista e proporzionalistista". Qualcun altro ha detto: "Sono contrario al proporzionalismo perché sono contrario ad affidare a uno il destino di molti". Belle parole, concetti nobili, frasi a volte condivisibili, ma c'è un ma grande come una casa: nel programma di Sardegna Insieme, che non è la Bibbia, non è la Treccani o il Corriere dei Piccoli, però non è nemmeno un libro di barzellette, è scritto: "Le riforme costituzionali e statutarie approvate dal Parlamento hanno introdotto nell'ordinamento la figura del Presidente della Regione eletto direttamente dal popolo, fin dall'inizio dotato del potere di nomina e di revoca dell'esecutivo regionale, al quale corrisponde nell'Assemblea regionale una maggioranza stabile, precostituita dal voto degli elettori. La legge statutaria riformerà quindi le regole precedenti a queste innovazioni e doterà il Presidente dei più incisivi poteri di governo, di direzione dell'esecutivo, di impulso a tutta l'attività del complesso apparato amministrativo regionale… Potere legislativo e poteri amministrativi dovranno essere effettivamente distinti, in modo che sia trasparente l'attribuzione alla Giunta e al Consiglio…", eccetera, eccetera. Voglio dire che all'interno di quel programma ci sono affermazioni precise, chiare, direi vincolanti per coloro che lo hanno sottoscritto. Qualcuno magari non l'ha letto, ma c'erano da questa parte del Consiglio anche persone che ritenevano che si dovessero fare degli aggiustamenti, delle correzioni. E non c'erano forse i fedeli servitori del verbo "soriano"? Non c'era la guardia armata del Presidente, pretoriani che pensavano, forse erroneamente, di guidarlo o di piegarlo alle loro mutevoli illuminazioni, gli stessi che hanno contribuito alla scrittura di quel programma e alla nascita del movimento del Presidente? E questi autorevoli soloni non sono forse stati eletti sotto l'ala protettrice del Presidente della Regione, anzi con i suoi voti? Bella coerenza, quale fulgido esempio di coerenza, cari colleghi! Quanto fregolismo camuffato da belle parole, da parole dotte!
Io credo, cari colleghi, che ormai stiamo apprendendo dal dibattito in quest'Aula, che tutto è lecito: aderire a un programma e dopo essere stati eletti disconoscerlo e addirittura muovere accuse feroci nei confronti dell'"orco". Non essendo riusciti a "governarlo", magari si pensa di creare un partitino, per dare una mano in mezzo a questo caos imperante! Ormai tutto è lecito, siamo in una società sempre post qualcosa: post-bellica, post-industriale, post-moderna, a democrazia post-partecipativa, post-partitica, ma io credo, più concretamente, che ci stiamo avviando verso una società post-coerente, dove la coerenza diventa un orpello fastidioso e più incoerenti si è più si pensa di poter gridare in quest'Aula, esortando gli altri alla coerenza, e di potersi ergere a paladini della democrazia! Ma a che punto siamo arrivati! E qualche volta ciò avviene con l'ausilio della stampa, che ascolta in maniera adeguata certi suoni di sirena li, mentre altri li cancella completamente. Forse occorre essere compiacenti anche nei confronti della stampa per poter avere un minimo di spazio all'interno degli organi di stampa. Ci sono persone che curano molto questo aspetto: finito l'intervento, in aula non le vedete più, però se andate in sala stampa le trovate subito! E queste persone danno lezioni di etica e di morale a tutti quanti noi!
Io credo, cari colleghi, che oggi ci sia un altro problema importante, che è quello della semplificazione del quadro dei partiti politici. Domando: "Ma la frammentazione dei partiti, questa partitocrazia imperante, che ormai è diventata l'elemento fondamentale del sistema politico italiano, a chi giova, a chi serve? Serve agli ultimi, ai più poveri, ai più deboli o serve forse per un'autoaffermazione? Noi Democratici di Sinistra stiamo provando ad andare verso una semplificazione attraverso un rapporto con altre componenti per fare la casa dei riformisti in Italia e questo sforzo lo stiamo facendo in difesa della democrazia, non per frantumare partiti o per coartare qualcuno. Però, è fondamentale, cari colleghi, che la legge elettorale, anche sotto questo profilo, dica cose chiare e precise. Grazie.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Matteo Sanna. Ne ha facoltà.
SANNA MATTEO (A.N.). Signor Presidente, signor Assessore, colleghe e colleghi, ho ascoltato con grande attenzione l'intervento del collega Pittalis, oltre, chiaramente, a quello del collega Sanjust, e devo dire che ho ascoltato con altrettanta attenzione anche l'intervento del collega Pirisi, il quale si vanta di aver partecipato a trentasette sedute della Commissione. Ebbene, per partorire questo topolino ci sono volute trentasette sedute di Commissione, quasi una seduta ad articolo, visto che il testo di legge in discussione è composto da quaranta articoli. E non solo: la legge statutaria che la Giunta propone, sia per i contenuti sia per i vuoti che evidenzia, dà un'idea di basso profilo della Sardegna; un'idea inadeguata rispetto all'attuale fase politica, e soprattutto rispetto alle esigenze sociali, alle nuove esigenze che i sardi hanno. Infatti, è sulla base della legge statutaria che si dovrebbero negoziare, come ben sappiamo, con il nostro interlocutore principale, che è lo Stato, le risorse e gli ulteriori poteri necessari all'autogoverno, quindi al rafforzamento delle basi materiali dello sviluppo. Uno sviluppo che non si intravede in questi quaranta articoli; non si intravedono, cioè, i presupposti di uno sviluppo serio, di uno sviluppo che possa portare tutte quelle innovazioni e quelle novità che un disegno di legge di questo tipo richiede.
Tutti i titoli di questa legge disegnano una struttura debole e pericolosa; una struttura debole sotto il profilo politico, ma anche valoriale. Un aspetto, questo, molto importante, perché si è di fronte a una proposta che si caratterizza, sì, come legge fondamentale, anche se non più costituzionale, e che ha l'obiettivo, secondo voi, di definire aspetti prioritari della vita istituzionale e democratica della Sardegna.
Io ho analizzato con grande attenzione, Assessore, questo disegno di legge. Il Titolo II, all'articolo 2, tratta della partecipazione popolare, ma, come rilevato da autorevoli esponenti e anche da qualche sindacalista che certamente non appartiene al mio partito, afferma che per combattere l'esclusione digitale si riduce tutto alla società dell'informazione e al diritto di accesso alle reti tecnologiche e comunicative.
Invece, gli articoli 4 e 9 disciplinano le diverse tipologie di referendum: consultivo, propositivo e abrogativo. E' da sottolineare, Assessore, e lei lo sa, che i referendum consultivi sono già stati sperimentati nell'Isola, e questa è una critica che il Segretario della CISL ha mosso a lei e a questo disegno di legge. Ora, in questo testo, si prevede che i referendum possano essere chiesti dal Consiglio regionale o da un terzo dei consiglieri regionali. Viene dunque meno, Assessore, nella proposta approvata in Commissione, l'iniziativa popolare e la possibilità di indire altri referendum di iniziativa locale e regionale. Per quanto riguarda il referendum propositivo, invece, il testo approvato in Commissione, all'articolo 6, porta il numero delle firme necessarie a trentamila, però l'iter procedurale e attuativo si conclude tre anni dopo la raccolta delle firme, depotenziando così la stessa proposta legislativa e quindi derubricandola, nei fatti, a una mera proposta del Consiglio regionale.
Dunque, con questa proposta approvata in Commissione si è di fronte a uno strumento di democrazia diretta di difficile utilizzo, come sostengono alcuni illuminati in materia, e che viene trattato quasi come se fosse un fatto di maggioranza e di maggioranza assoluta, dimenticando però che l'iniziativa referendaria è sempre stata e sempre dovrà essere strumento a garanzia delle minoranze. Questo voi non lo fate, dimostrate di non avere rispetto per le minoranze, ivi compresa quella che siede in quest'Aula, ma credo che anche attraverso i nostri emendamenti si possa tentare di migliorare questo testo.
L'articolo 11 reca attualmente il titolo "Controllo della spesa", mentre il titolo precedente era "Costi della politica". Sul piano, diciamo, prettamente tecnico, l'ultima formulazione per noi è più corretta e pertinente. Perché? Perché efficienza, efficacia e soprattutto economicità, come riporta l'articolato a proposito dell'amministrazione, non hanno per noi minore valenza etica, morale e politica dell'equità e della giustizia. Sarebbe poi utile, per noi e per la politica in generale, inserire un titolo che tratti della buona amministrazione, della buona politica. E non si capisce perché l'articolo 11, che parla del controllo della spesa, Assessore, faccia parte del titolo III, che riguarda la riforma della Regione. Nella riforma della Regione o comunque nell'architettura di questa Regione gli aspetti più importanti, come ben sapete, riguardano, in questa proposta approvata, l'elezione del Presidente e i suoi poteri, l'elezione e il ruolo del Consiglio regionale, lo scioglimento del Consiglio, la nomina e il ruolo della Giunta regionale e la funzione degli stessi Assessori. Io sono un presidenzialista convinto, come lo è il mio partito o comunque la maggioranza del mio partito, e sono un presidenzialista convinto perché ritengo che senza l'elezione diretta del Presidente della Regione, molto probabilmente, oggi ci troveremmo - e forse questo sarebbe un bene - con un Presidente diverso, che sicuramente non avrebbe mangiato il primo "panettone", quello del 2004. Dico questo perché ritengo che la figura del Presidente della Regione - oggi Soru, domani il signor Rossi - sia importante. L'elezione diretta è un elemento basilare per dare stabilità; non era purtroppo così nelle passate legislature, quando il Presidente veniva eletto dall'Aula, il che chiaramente contribuiva a creare una forma di ingovernabilità. Questo, però, non deve sminuire il ruolo del Consiglio che noi riteniamo importante, così come riteniamo che il Consiglio debba essere ascoltato perché può contribuire a scrivere leggi importanti per la nostra terra, per la Sardegna e per le future generazioni.
Fermo restando, quindi, il potere di indirizzo del Presidente, è fondamentale, per quanto ci riguarda, che gli Assessori vengano individuati all'interno dello stesso Consiglio. Io personalmente sono contrario ai tecnici; i tecnici aiutano, sono importanti se si dà loro una giusta dimensione, ma quando il tecnico invade il ruolo della politica e del politico - che comunque deve rendere conto all'elettorato -, credo che questo rapporto tra tecnici e politici eletti debba essere rivisto. E deve essere rivisto in un'ottica futura, per evitare quelle che il consigliere Maninchedda - che certamente non è espressione di questa opposizione - ha chiamato derive monarchiche, le derive dell'uomo solo al comando. Questo vale per il Presidente, ma vale anche per gli Assessori.
Il collega Pirisi ha detto che non c'è pericolo per la democrazia. Anche noi riteniamo che non ci sia pericolo per la democrazia, ci mancherebbe altro! Però, è anche vero che questo non lo diciamo noi, ma lo dicono autorevoli esponenti di questa maggioranza che, comunque, siedono ancora con voi e votano con voi le vostre proposte, le vostre leggi, in Commissione e in Aula. Ho seguito con particolare attenzione l'intervento del collega Pirisi perché è stato un intervento che oserei definire folcloristico. Io stimo tantissimo il collega Pirisi, che è simpaticissimo, ma che avrebbe dovuto utilizzare la sua grinta, la sua grande capacità oratoria magari in fasi ancora più importanti di questa legislatura. Voglio ricordare soprattutto la discussione della cosiddetta legge salvacoste e del Piano paesaggistico, perché l'abbiamo vista un po' in ombra, collega Pirisi...
PIRISI (D.S.). Detto da lei!
SANNA MATTEO (A.N.). E sinceramente ci è mancato tanto, in quei momenti!
PIRISI (D.S.). E' lei che era assente, come oggi!
SANNA MATTEO (A.N.). Collega Pirisi, oggi lei ha recuperato tutto il tempo in cui è rimasto in un cantuccio, in silenzio, senza prendere posizione; posizione che noi ritenevamo invece importante.
PIRISI (D.S.). Non c'era lei, era assente come lo è adesso che sta parlando!
SANNA MATTEO (A.N.). Io ero presentissimo, vada a verificare le mie presenze!
PRESIDENTE. Onorevole Sanna, si rivolga alla Presidenza.
SANNA MATTEO (A.N.). Io sono presentissimo e voglio dare un contributo a questa leggina che avete partorito in trentasette sedute di Commissione e di cui lei, consigliere Pirisi, si vanta, ma c'è poco da vantarsi.
Per questo noi siamo contrari a questo disegno di legge, siamo contrari cioè al topolino che questa montagna ha partorito e ve lo diremo anche attraverso i nostri emendamenti, sperando che possano portare consiglio e un contributo serio e non folcloristico, al contrario di quello che qualcuno, qui, oggi, sta portando.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Silvio Lai. Ne ha facoltà.
LAI SILVIO (D.S.). Signor Presidente, penso che, al di là dell'ultima parte del suo intervento, ingiustamente polemica nel sottolineare l'assenza del Presidente della Commissione urbanistica sui temi del Piano paesaggistico, cosa che non è evidentemente vera, il collega Sanna sia intervenuto in questa Assemblea in maniera molto diversa rispetto alla gran parte dei suoi colleghi. Lo dico apprezzando lo sforzo che lei ha fatto, collega Sanna, col suo intervento, perché, ripeto, al di là dell'ultima parte ingiustamente polemica, lei ha provato a fare qualcosa di diverso rispetto ai suoi colleghi, ha provato, cioè, a entrare nel merito di alcuni temi che attengono alla statutaria e a evitare quello che a me causa dispiacere, quello che sta succedendo in questa involuzione della minoranza di questo Consiglio regionale, un'involuzione per la quale qualunque argomento non viene trattato opponendo delle ragioni di merito, bensì riproponendo la linea del dibattito sulle precondizioni, sulla democrazia in generale, sull'interpretazione del presidenzialismo, sulle premesse, insomma sull'a priori dei temi che si trattano. E' successo per il Piano sanitario, sta succedendo, purtroppo, anche per questa legge, tristemente preceduta da una manifestazione non consona, non comune, non tradizionale sotto il tetto di questo Consiglio regionale. Io consiglio di fermarci tutti un attimo, senza pretendere, però, che fermarsi significhi rinunciare a fare le proprie cose. Occorre invece trovare uno stile che oggi ha ben rappresentato il collega Sanna nel suo intervento, che è quello del provare a riprendere il confronto di merito.
La maggior parte degli interventi è stata sul tema: elezione diretta del Presidente sì, elezione diretta del Presidente no. La verità è che questo argomento non è all'ordine del giorno della statutaria. E' un argomento che viene citato, da destra come da sinistra, ma evidentemente più da destra, solitamente per parlare d'altro, perché c'è uno stile che vorrei fosse rilevato come un elemento di difficoltà di quest'Assemblea e dunque da superare. E questo argomento non è all'ordine del giorno perché ci sono vincoli costituzionali che non permettono che sia inserito in una legge che deriva dallo Statuto o da modifiche costituzionali; non è all'ordine del giorno perché il dibattito che l'avrebbe potuto vedere all'ordine del giorno è quello che non avete voluto approfondire, quello sullo Statuto. Il tema dell'elezione diretta del Presidente sarebbe stato all'ordine del giorno se aveste accettato di discutere veramente di riforme, partendo dallo Statuto. E' stata vostra la scelta di non cominciare dallo Statuto, per cui, oggi, discutiamo la legge statutaria iniziando dalle opzioni costituzionali possibili, quelle che sono in campo. E dispiace che anziché discutere di legge statutaria io oggi abbia sentito parlare del Piano sanitario, del dottor Gumirato, di cultura, di qualunque argomento fuorché quelli che la statutaria affronta, pur avendo tutti premesso che questa legge, per la sua importanza, avrebbe meritato ben altra attenzione. Eppure, le osservazioni che nel migliore dei casi si oppongono sono marginali, come quelle che sono state fatte sul tema dei regolamenti, sul quale peraltro è stata data ampia disponibilità a discuterlo nel merito, sino ad arrivare, come ha detto il collega Orrù, anche a una disponibilità, che è quella che in qualche modo ufficialmente si ripropone di rivederlo totalmente, rispetto a ciò che è scritto nell'articolo 35. Oppure vengono opposti argomenti di scarsissima pertinenza, rasentando il ridicolo, come ha ben detto il collega Pirisi, per esempio quando si parla di legge che non permette un normale esercizio democratico. Insomma, chi dice queste cose o non ha letto la legge oppure ripete parole altrui.
Così come quando si parla di forzature, collega Moro, nel caso di una legge per la quale, come ha detto giustamente il collega Sanna, ci sono state trentasette sedute di Commissione in più di un anno, durante il quale la discussione generale è stata ripresa per tre volte, non perché la maggioranza non fosse pronta, ma perché tutte le volte sembrava riaffacciarsi, da parte della minoranza, la disponibilità - che poi si è visto non essere reale - a entrare nel merito della legge statutaria. Invece, è stato un anno di lavoro che ha visto la vostra costante assenza, nonostante le presenze in Commissione venissero regolarmente registrate, perché non ci sono solo le ragioni del pensiero. E che dopo tutto questo livello di elaborazione si parli di forzature e di impostazione della Giunta, quando tra la proposta della Giunta e quella che è arrivata in Aula c'è una differenza che riguarda decine di articoli, frutto del lavoro in Commissione, a cui voi non avete partecipato, mi sembra veramente poco accettabile.
Nessuno, collega Moro, mi rivolgo a lei perché l'ha citato, rinuncia al valore delle riforme fatte insieme e al valore alto del voler fare le riforme insieme, però, talvolta è alta anche la responsabilità del fare le riforme insieme, perché si può procedere con una complicità che non è a favore del risultato per tutti, ma è a favore del risultato per quelli che stanno dentro. Quindi, il valore delle riforme fatte insieme non è sempre un valore assoluto; è un valore assoluto quando le riforme sono fatte insieme per ottenere un prodotto che serve a tutti.
Vorrei citare, a questo proposito, ciò che è successo per la legge elettorale nazionale, proposta da voi, che ha visto la complicità dell'intero Parlamento. Quindi idealizzare le riforme fatte insieme, come se avessero un valore assoluto, penso sia un errore, perché le riforme vanno intanto fatte e non soltanto declamate, citate e magari utilizzate per costruirci su un partito. Ed è in questo che rientra anche l'impegno di una coalizione che mette nel proprio programma l'obiettivo di fare le riforme e che dice anche in quale direzione intende farle. Non è sbagliato avere un vincolo di coalizione anche sulle riforme, soprattutto se dall'altra parte c'è la volontà di annunciare le riforme, ma non di farle.
L'onorevole Capelli ha detto che non ci può essere un impegno di coalizione sulle riforme. Insomma, questo può essere vero soltanto se il percorso delle riforme lo si avvia, anziché bloccarlo a causa di ciò che è successo per il percorso dello Statuto. E questa legge statutaria è la logica conseguenza del vostro no al percorso possibile dello Statuto, che era una mediazione che avrebbe consentito finalmente di entrare nel merito della riscrittura dello Statuto. Ma la legge statutaria la si può fare anche senza uno Statuto nuovo, la si può fare anche con lo Statuto vigente, e quella che stiamo discutendo adesso è, appunto, la statutaria possibile con lo Statuto vigente. Ed è un dovere approvare questa legge, perché non si può lasciare il vuoto esistente (è stato citato il caso dei colleghi Andrea Biancareddu e Renato Lai) tra la legislazione nazionale e quella regionale, derivante dall'impatto della legge costituzionale numero 2 del 2001, che ha cambiato, di fatto, la modalità di elezione del Presidente della Regione e quindi anche la forma di governo, lasciando il vuoto totale per quanto riguarda il resto dei poteri, anzi prevedendo poteri formali, ma non sostanziali.
Allora, questa legge voi l'avete chiamata statutaria senz'anima volta a rafforzare il presidenzialismo - l'ha detto l'onorevole Sanjust -, però non esiste da parte vostra una proposta alternativa. Qual è la vostra proposta, collega Diana? Quella di fare lo Statuto? Va bene, noi ve l'abbiamo proposto, ma voi non avete accettato di farlo insieme a noi, per cui la legge statutaria noi la vogliamo e la dobbiamo comunque approvare, perché senza regole non possiamo garantire né gli equilibri nella forma di governo né le funzioni dei cittadini rispetto al Governo regionale, significa lasciare i più deboli senza garanzie, significa lasciare un vuoto, significa proteggere chi sta qui dentro e lasciare senza protezione chi sta fuori.
Allora, questa è la statutaria possibile, la statutaria che si può e che si deve approvare alle condizioni date, con i pilastri istituzionali esistenti e nei tempi disponibili. Dirci adesso: "Siamo disponibili a riscrivere lo Statuto, bloccate la statutaria" significa dire, da subito, che questa diventa una legislatura senza riforme. Invece noi vogliamo far prevalere il dovere di non essere conservatori e conservativi in questa legislatura, il dovere di non lasciare vuoti che creino ingiustizie, il dovere di disciplinare ciò che oggi non è disciplinato bene o non è disciplinato in ragione dei cambiamenti che ci sono stati per quanto riguarda i poteri e che derivano dalle modifiche del nostro Statuto conseguenti alla riforma della Costituzione, ma da noi non modificate per mancanza di tempo o forse di volontà nella scorsa legislatura.
Ha detto bene l'onorevole Corrias nel suo intervento, questo è un passaggio difficile. Io non dico che sia un passaggio fondamentale, dico che è un passaggio difficile, e non attuarlo equivale a una rinuncia, da parte nostra ma anche da parte vostra, perché il Consiglio regionale sarà giudicato nell'insieme. Questa è la prima legislatura con un Presidente eletto direttamente e il giudizio delle persone sarà sul Presidente, sulla maggioranza, ma anche sull'insieme del Consiglio.
Collega Moro, non è più l'epoca che ha conosciuto lei, siamo in un'altra epoca e noi dobbiamo assumerci questa responsabilità, se ne vogliamo prendere atto. Però l'approvazione della legge statutaria, cari colleghi, non chiude il processo delle riforme; al contrario, per noi questo è l'avvio del processo delle riforme istituzionali. La statutaria è per noi, e anche per voi, il banco di prova del fatto che noi vogliamo non soltanto parlare di riforme, ma anche farle. La statutaria è quindi il punto di partenza, non vuol dire, poi, che sia un punto immodificabile in quest'Aula, una volta che si procederà alla riscrittura dello Statuto, però non si può pretendere che se non si fa il nuovo Statuto non si fanno le altre riforme, perché non è né politico né giusto. Dev'essere chiaro che noi vogliamo attuare il percorso delle riforme insieme, ma per far questo bisogna ritornare in Commissione e discutere del perché non si riesca ad avviare il processo di riscrittura dello Statuto, e deve essere chiaro che noi vogliamo realizzare comunque questa la riforma, possibilmente con una modalità che consenta a tutta la società di partecipare, così come noi abbiamo proposto. Dire che la partecipazione non è sufficiente significa non voler avviare questo processo, perché cercare ogni volta di ampliare la partecipazione significa, appunto, non voler andare in quella direzione.
Allora, se voi non volete fare in questo modo, noi che non vogliamo sottrarci al dovere di non essere conservativi, di non essere conservatori, di dare strumenti nuovi, scriveremo lo stesso il nuovo Statuto, ve lo proporremo, sarà posto in discussione e sarà un elemento di confronto. Ma temo, e sarebbe un delitto, che sarà un elemento di confronto con il nulla, così come è accaduto in questi mesi: noi facciamo le proposte, voi le ostacolate senza presentare proposte alternative. Solo l'onorevole Matteo Sanna ha detto qualcosa in merito ai temi interni allo Statuto.
(Interruzioni)
Vorrei sapere se questa è una sua istanza, oppure se ce ne sono altre, se è un cambiamento della vostra valutazione, della vostra strategia. Io sono convinto che dallo Statuto debba ripartire concretamente la nostra sfida per cambiare il sistema istituzionale in funzione della modernità. Penso che il dibattito sulla legge statutaria possa mutare verso, ma deve essere uno sforzo corale e non soltanto di una parte.
PRESIDENTE. Quello dell'onorevole Lai era l'ultimo intervento di questa sera. I lavori del Consiglio riprenderanno domani mattina alle ore 9 e 45, con gli interventi dei Capigruppo. Il primo iscritto a parlare è l'onorevole Ladu.
La seduta è tolta alle ore 19 e 16.
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