Seduta n.192 del 17/05/2006 

CXCII SEDUTA

(POMERIDIANA)

Mercoledì 17 Maggio 2006

Presidenza del Presidente SPISSU

indi

del Vicepresidente Paolo FADDA

indi

del Presidente SPISSU

La seduta è aperta alle ore 16 e 36.

CASSANO, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del 10 maggio 2006, che è approvato.

Congedi

PRESIDENTE. Comunico che i consiglieri regionali Giuseppe Cuccu, Alessandro Frau, Gerolamo Licandro e Gavino Manca hanno chiesto congedo per la seduta pomeridiana del 17 maggio. Poiché non vi sono opposizioni i congedi si intendono accordati.

Annunzio di interrogazione

PRESIDENTE. Si dia lettura della interrogazione pervenuta alla Presidenza.

CASSANO, Segretario:

"Interrogazione Sanciu, con richiesta di risposta scritta, sull'istituzione dell'Università on line." (505)

Continuazione della discussione generale della proposta di legge Balia - Maninchedda - Orrù - Corrias - Sanna Francesco - Cuccu Giuseppe - Uras: "Iniziative per la predisposizione del nuovo Statuto speciale di autonomia della Regione Sardegna. Istituzione, attribuzioni e disciplina della Consulta regionale per il nuovo statuto" (78/A)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la continuazione della discussione generale della proposta di legge numero 78/A. E' iscritto a parlare il consigliere Biancu. Ne ha facoltà.

BIANCU (La Margherita-D.L.) Grazie, Presidente. Vista la presenza eccessivamente limitata di consiglieri, mi sentirei di chiedere un rinvio di dieci minuti dell'avvio dei lavori.

PRESIDENTE. Onorevole Biancu, facciamo cinque minuti di sospensione in aula, perché non vorrei che i consiglieri che sono presenti si disperdessero. Quindi stiamo in aula, anche per evitare di far decadere gli iscritti a parlare. Prego i colleghi di richiamare in aula soprattutto coloro che sono iscritti a parlare.

(La seduta, sospesa alle ore 16 e 38, viene ripresa alle ore 16 e 46.)

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Dedoni. Ne ha facoltà.

DEDONI (Riformatori Sardi). Signor Presidente del Consiglio, signori della Giunta, l'argomento che abbiamo in discussione non è di ordinaria amministrazione. Credo che a nessuno sfugga l'importanza che riveste il fatto di dover dotare la Sardegna di una Carta di livello costituzionale che sia adeguata ai tempi, che sia giusta nell'incardinamento delle altre istituzioni in cui la Regione si trova a operare.

Molti degli oratori che sono intervenuti hanno ritenuto che questo argomento fosse simile ad altri argomenti che il Consiglio regionale assume in discussione. Così non è, perché mi pare che entrambi gli schieramenti politici - nel 2001 l'uno e in questa legislatura l'altro - abbiano criticato quelle innovazioni d'ambito costituzionale statuale perché realizzate solo da una parte dei rappresentanti del popolo, ipotizzando che quella fosse la verità assoluta presente in quel momento solo perché vi erano i numeri per approvarla. Stiamo vivendo una stagione in cui è anche giusto che chi deve governare governi, che una maggioranza porti a compimento l'appropriazione di governo, che vi sia una risposta puntuale a un proprio problema, ma cosa ben diversa sono le regole e la Carta fondamentale del popolo sardo. Credo che a nessuno sfugga la necessità che vi sia una compartecipazione, e io questa compartecipazione, amici della maggioranza, non la vedo realizzarsi solamente all'interno di quest'Aula. Poiché è vero che siamo i rappresentanti del popolo sardo, è vero che dobbiamo legiferare, ma è altrettanto vero che vi è la necessità di avere un punto di riferimento certo, con una posizione neutra, e in cui tutte le rappresentanze del popolo sardo possano partecipare al dibattito costitutivo della legge fondamentale della nostra Isola. E allora, non perché ci si sia affezionati a uno strumento che per diverse vicissitudini non siamo riusciti a far decollare, ma non esiste nella realtà oggettiva che un dibattito per quanto ampio in Consiglio regionale possa realizzare l'armonizzazione degli interessi più diffusi del popolo sardo. Non può esserci un dibattito anche più forte, più ampio di quello che possiamo condurre noi in questi giorni, che effettivamente possa dare il senso del vivere comune, del comune sentire, degli interessi veri. E se fossero sentiti gli interessi veri del nostro popolo non ci sarebbe tutto il danno derivante dal distacco fra le istituzioni e i cittadini. Io credo che ci sia, come c'era e ci sarà, la necessità di sentire come pulsa effettivamente il popolo sardo, di chiedergli come la pensa effettivamente. E uno degli strumenti era l'elezione di un'Assemblea costituente, che poteva essere momento fondante di un'armonia complessiva degli interessi del popolo sardo.

Quindi non si può accettare il ragionamento che è stato fatto anche stamattina, con cui si afferma che l'Assemblea costituente avrebbe creato una diminutio del Consiglio, anche perché la diminutio è la riduzione a un ruolo più basso di quello che dovrebbe avere quest'Aula. Spesso e volentieri non riconosciamo all'Aula l'importanza che essa ha anche nell'attività legislativa ordinaria, ritenendo che solo quello che proviene dai banchi della maggioranza sia verità assoluta e intangibile. E oggi ipotizziamo, con un ragionamento di sola maggioranza, che possa essere dato il via a un momento così importante per la nostra Regione, per la nostra autonomia, per la nostra autodeterminazione, direi io, perché l'unità d'Italia non è un discorso che possa essere toccato da un'autonomia spinta o dal federalismo. L'Unità d'Italia è un fatto riconosciuto e per alcuni storici mi pare che oggetto di dibattito in questi giorni sia proprio il fatto che questa unità provenga dal Regno di Sardegna, dalla statualità presente nella nostra Isola, che ha poi dato statualità al sistema unitario italiano.

Reclamare una specialità per la nostra Isola non è certamente un danno per l'unità d'Italia, al contrario di quanto stamattina qualcuno accennava nel proprio discorrere, ma unità del Paese non significa neanche che si debbano penalizzare le minoranze che in esso si trovano. L'avvedutezza dei padri costituenti, dopo il secondo conflitto mondiale, fece sì che alle popolazioni che si ritrovavano in una concettualità di popolo con una specificità diversa da quella usuale - come qualcuno anche stamattina ha riferito per le Regioni ordinarie - fossero riconosciute, nella nostra Italia unita, delle autonomie speciali, azzerate nel 2001 dalla innovazione del Titolo V della Costituzione. E non si può, con legge ordinaria, pensare di tornare a un discorso di armonizzazione di questa regione, che è speciale in tutte le sue essenze, senza essere noi stessi convinti di essere portatori di un senso di statualità, anch'essa all'interno della nostra nazione. Alcune forze politiche minoritarie, i cui rappresentanti oggi non siedono qui in Consiglio regionale, e che hanno fra l'altro partecipato a dei forum delle cosiddette nazioni non-Stato, non saranno rappresentate nemmeno nella Consulta, ancorché uno dei componenti di questa commissione - perché per me la Consulta non è altro che una commissione o sub-commissione - possa essere nominato dal Presidente del Consiglio regionale. Non saranno rappresentate dunque tutte quelle forze politiche che rappresentano istanze reali del popolo sardo e che hanno anche un grosso seguito elettorale. Parlo dell'IRS e di altre frange fortemente autonomistiche o comunque sia di posizioni diverse.

Pertanto io mi domando: facciamo bene alla Sardegna chiudendoci in un dibattito tutto interno a questo palazzo? O non era il caso di aprirci a un dibattito più attento alle esigenze dei cittadini, interpellandoli, ascoltandoli, provocando, se del caso, un dibattito tra la popolazione, la quale poi attraverso un suffragio universale potrebbe scegliere in libertà, in modo anche proporzionale, i rappresentanti incaricati di riscrivere, anche totalmente, la Carta fondamentale del popolo sardo? Una Carta che non avrebbe la connotazione di mera legge ordinaria, ma qualcosa di più forte, di più pregnante, volto a dare coralità e risposta all'esigenza di essere intessuti nella statualità italiana e nella più ampia, ormai, statualità europea. Ma quale diritto può venirne a un popolo che rinuncia a una propria vera partecipazione e coralità? Questi sono gli argomenti che dovremmo comprendere.

Ma ancor di più: ho letto con attenzione l'articolo dell'onorevole Pinna, intitolato "Specialità identitaria, idea antica e attuale", in cui egli propone una diversificazione tra quella che è la rappresentanza o spezzoni di rappresentanza del popolo italiano e la rappresentanza di parti del popolo nelle Regioni, nelle Province e nei Comuni. Ma soprattutto mi meraviglia il filo conduttore, che ho già intuito, di quello che può essere il succo del dibattito nel partito che rappresenta tutt'al più il Presidente: "Pertanto, tutto ciò che consentirà alla Regione di custodire e valorizzare le diversità paesaggistiche - intese nella loro accezione più ampia - e cioè naturali, ambientali, storiche e culturali, architettoniche e sociali dovrà ricadere nella propria disponibilità e sovranità", e su questo non possiamo che essere d'accordo. Ma anche questa graduazione la dice lunga su come non vi sia la forza vera di combattere in posizione di contrapposizione allo Stato, che è stato negletto nei confronti della Sardegna, e contro cui tutti insieme ci battiamo per ottenere, giustamente, le cose che non ci sono state riconosciute in termini finanziari, per quella discontinuità economica che è stata assegnata alla nostra Isola, che non ha ricevuto le giuste attenzioni che le si sarebbero dovute riservare in tutti questi anni. Certo che c'è stata una crescita sociale ed economica proporzionata alla crescita ordinaria, ma di sicuro non ha creato quello sviluppo capace di mettere in competizione effettiva la nostra Isola e il popolo sardo con il resto d'Italia e d'Europa.

Allora, è importante che vi sia una riflessione più attenta su quello che stiamo per realizzare. Non pensiate che sia facile dire: "Non partecipo al voto in questa seduta!" Non mi sento un aventiniano nel fare questa scelta, pur tuttavia è una scelta grave perché significa una rottura tra le rappresentanze del popolo sardo all'interno del Consiglio regionale. Perché se pure fosse vero quello che qualche esponente del centrosinistra stamattina ha detto, cioè che da parte loro c'è disponibilità, è anche vero che tutte le volte che ci si è seduti a un tavolo per trattare automaticamente sono calate delle chiusure. E per me, che vivo anche un fatto ideologico, nel senso che voglio sentire il popolo nel più profondo della sua essenza per sapere effettivamente come la pensa, non è semplice rinunciare a partecipare al voto, se pure contrario, su questa proposta di legge.

Per cui, io credo che noi dovremmo prestare più attenzione a tutti i passi che stiamo per compiere. E' troppo facile fare dichiarazioni sulla stampa, apparire sulle prime pagine, cercare gli scoop, crearsi un alone di competenza e poi non risolvere i reali problemi, che sono quelli della rappresentanza di un popolo, i problemi più intimi, che toccano la coscienza e richiamano al rispetto dei diritti e dei doveri. E laddove, forse, i doveri sono stati dimenticati bisogna riscoprirli. Oltre i diritti quindi i doveri, perché anche questa è una linea di crescita. Rappresentare una comunità non significa soltanto dire ai cittadini: "Vi offro una proposta di legge, vi offro comunque sia una proposta in cui ci sarà il rinnovo di una parte o di tutto il nostro Statuto autonomistico"; rappresentare efficacemente una comunità vuol dire proprio sentirla, ma noi non l'abbiamo sentita.

Presidente Soru, in più di una circostanza si è ribadito che questa maggioranza ha avuto il consenso popolare. E chi lo nega mai! Io non lo potrei mai negare, vivaddio, io sono per il rispetto assoluto, in democrazia, di chi vince e deve governare. Ma la maggioranza non rappresentanza tutto il popolo sardo, neanche insieme a questa minoranza, perché c'è una mancata rappresentazione di uno spaccato complessivo del popolo sardo. Se queste cose non si capiscono, noi continuiamo a fare delle cose che forse ci piacciono, forse le scriviamo, allungando il brodo di una cultura che pensa di poter risolvere dei problemi che invece non sono risolvibili in maniera così semplicistica. La rappresentanza è stata data per governare, non per fare le riforme a colpi di maggioranza. E questa, tra l'altro, non è una riforma qualunque, lo dicevo prima che lei entrasse: questa è la legge fondamentale di cui la Sardegna dovrebbe dotarsi per essere effettivamente paritaria in un rapporto contrattuale con lo Stato e con il Parlamento europeo, per conquistarsi una posizione degna di quella che noi diciamo essere un'Isola meravigliosa calata in mezzo al Mediterraneo, che può fare da sponda fra il Nord Africa e l'Europa e può fare anche da passaggio di pace tra popolazioni del bacino mediterraneo non del tutto pacificate. Ma per fare questo occorre un atto di umiltà, occorre inserirsi nel dibattito più profondo e pensare che probabilmente non siamo all'altezza di rappresentare tutto il popolo sardo in questo dibattito. Un dibattito che invece dovrebbe intessere ogni trama di quella partecipazione popolare che noi, oggi, in qualche modo tendiamo a tralasciare, per evitare che ci sia veramente una piena rappresentanza in questa istituzione, e quindi anche in quelle istituzioni competitive che, come abbiamo detto, dovrebbero essere per noi importante punto di riferimento nella ricerca di una soggettività più puntualmente riconosciuta all'interno dello Stato e dell'Unione Europea.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Uras. Ne ha facoltà.

URAS (R.C.). Onorevoli colleghi, onorevole Presidente, diceva Norberto Bobbio nel 1977: "Una Costituzione stabilisce le regole del gioco, non stabilisce come si deve giocare. Una volta date quelle regole, anche il modo di giocare è stabilito da regole, ma ognuno vede la differenza tra le prime e le seconde: le prime fissano le condizioni essenziali e pregiudiziali in base alle quali un qualsiasi gioco, fra più persone, può essere condotto; le seconde sono quelle che insegnano a condurre il gioco in maniera da vincerlo". Questo cosa significa? Che oggi non si fa lo Statuto, non si fa la legge fondamentale, ma si avvia una procedura attraverso la quale si deve definire un progetto di legge che deve essere licenziato dal Consiglio regionale, deve approdare in Parlamento e deve trovare il concorso di più soggetti istituzionali e politici, per poi definitivamente concludersi nella forma di nuovo Statuto e quindi di nuova legge costituzionale.

Possiamo partire insieme, fare un viaggio comune, trovare insieme gli obiettivi, oppure possiamo dividerci sin dall'inizio, rendere faticoso e difficile questo tragitto, costituire nel fondamento le ragioni del suo fallimento, arrivare non dico a farci scippare, perché il termine è improprio, ma a farci estromettere dal processo di riforma dello Statuto, attribuendo ad altri, a cui compete giuridicamente la funzione legislativa costituzionale, anche questa funzione. Io vorrei che l'opposizione, la minoranza, per meglio dire, riflettesse sulla opportunità di individuare un percorso condiviso, perché è chiaro ed evidente che le regole del gioco, così come dice Bobbio, quelle essenziali e pregiudiziali, in base alle quali un qualsiasi gioco fra più persone può essere condotto, non possono essere stabilite da un solo giocatore, devono essere condivise da tutti i giocatori, perché se qualcuno pretendesse di fare da solo questo tipo di operazione si condannerebbe a giocare da solo. Il nostro schieramento ha criticato più volte comportamenti di questo genere. Ricordo, per esempio, la modifica del Titolo V della Costituzione, alla quale peraltro il mio partito non ha partecipato, che è stata fatta a colpi di maggioranza; poi abbiamo subito un'altra modifica costituzionale, alla quale abbiamo contrapposto la nostra volontà di andare a referendum confermativo, per poter bocciare quella riforma costituzionale proposta dal centrodestra. E ci siamo anche classificati primi nella corsa a dire di no a quella riforma costituzionale.

Abbiamo fatto questo percorso per dire, ancora una volta, che non avremmo mai accettato e non potremo più accettare un ragionamento che si fondi sulla esclusione nella fase decisionale dalla riforma della Carta fondamentale. Perché di questo si tratta, lo Statuto di specialità altro non è che una legge costituzionale che fa parte integrante della Carta costituzionale della Repubblica, quella su cui in queste ore sta prestando giuramento il neo Governo Prodi…

DEDONI (Riformatori Sardi). Prodi ha già giurato!

URAS (R.C.). Ha già giurato. E la formula del giuramento, oltre alla fedeltà alla Repubblica, prevede la condizione dell'osservanza della Costituzione. Quindi noi abbiamo questo compito che credo chiami a responsabilità tutti, e chiama a responsabilità la maggioranza nel cercare il più possibile momenti di condivisione con la minoranza. La definizione del percorso prima e del progetto dopo chiama anche le minoranze a partecipare a questa impostazione, perché - lo dico soprattutto ai Riformatori - si può essere riformatori dicendo: "Vogliamo l'Assemblea costituente" e dopo sei anni, un referendum trasversale, un fallimento ormai registrato, continuare a dire: "Non si fa nulla senza la Costituente". Poi, in quest'Aula, a prescindere dagli schieramenti, ci sono alcuni che sostengono l'Assemblea costituente, altri che sostengono la funzione costituente di questo Consiglio regionale, come Alleanza Nazionale, per esempio, ma anche noi siamo convinti che questa funzione debba essere svolta dal Consiglio regionale.

Allora, se non facciamo polemica tanto per fare polemica, se abbiamo a cuore una modifica della Carta costituzionale in funzione di una sua maggiore efficacia rispetto agli obiettivi per la quale è nata, dobbiamo essere conseguenti. Noi abbiamo voluto lo Statuto di specialità per avere più strumenti di autogoverno che ci consentissero di migliorare le condizioni di vita della nostra comunità, sviluppando le politiche economiche, le politiche sociali, le politiche del lavoro, della cultura e dell'identità e facilitando il superamento delle ragioni di ritardo della nostra regione, della nostra società e della nostra economia. Questa è la ragione. Allora io credo che bisognerebbe lavorare di più, approvare il senso di questa operazione, stabilendo che oggi siamo qui non per decidere il contenuto del progetto di riforma dello Statuto, ma per decidere insieme il percorso, nella consapevolezza che la corresponsabilità degli uni e degli altri aumenta le possibilità che questo percorso prima o poi abbia un epilogo positivo, si concluda cioè con un successo.

Dico questo perché ho presente la situazione attuale nel Parlamento. Immaginiamo che questo consesso invii al Parlamento un progetto di riforma dello Statuto, sul quale il 50 per cento dei parlamentari è contrario e il 50 per cento è favorevole. Le modifiche costituzionali vanno fatte con un certo percorso, ci vorrebbero degli anni, la legislatura finirebbe e il nostro progetto non sarebbe ancora approvato dal Parlamento. Allora non ci prendiamo in giro, non facciamo niente, ci riposiamo, facciamo altro! Bisogna quindi essere consapevoli che non ci sono forzature, da questo punto di vista, che diano spessore all'iniziativa. Va anzi attivata l'iniziativa tra le forze politiche e sociali per trovare insieme le condizioni per cui non si verifichi che il 50 per cento sia contrario e l'altro 50 per cento si lamenti di non avere il consenso necessario per un approdo positivo del progetto, ma anzi tutto il Parlamento, o gran parte di esso, possa condividere quel progetto.

Un'ultima considerazione è questa: noi abbiamo la possibilità di approvare questa legge e poi dovremo nominare i componenti della Consulta. I modi per far fallire la Consulta possono essere due: uno, la minoranza non concorda, non elegge nessun componente della Consulta e crolla il progetto, l'itinerario e il percorso che abbiamo definito; due, per non dire che non nomina nessuno, nomina tutto ciò che di meno qualificato si può trovare nel mercato politico, culturale, giuridico e tecnico, e in questo modo prende le distanze dal risultato, che poi dovrà approdare in Consiglio, con tutti i limiti che avrà maturato nel percorso di definizione del progetto. Questo riguarda anche la maggioranza: se la maggioranza dovesse scegliere in funzione dell'appartenenza al proprio schieramento politico potrebbe finire per nominare soggetti che non sono in condizione di dare il massimo contributo alla predisposizione del progetto. Nel primo caso, ci sarebbe una contrarietà politica pregiudiziale nei confronti della quale potrebbe sortire qualche effetto solo il dialogo tra le parti; nel secondo caso, ci sarebbe una difficoltà maggiore da parte di ciascuno di noi a essere conseguente rispetto a un risultato che noi affidiamo a qualità culturali, di rappresentanza politica e di competenza giuridica non all'altezza del mandato da adempiere.

Questo percorso è dunque difficile, complicato, pieno di insidie in ogni suo momento, in ogni suo segmento, ed è questa la ragione per la quale non si può fondare sullo scontro. Io ho giudicato non positiva l'assenza della minoranza in Commissione nel corso dell'esame del provvedimento, ma devo dire che non sono neppure molto soddisfatto dell'atteggiamento della maggioranza. Non lo sono, perché è mancata sul piano dell'iniziativa politica, e iniziativa politica vuol dire iniziativa fra i partiti, iniziativa dei partiti, iniziativa delle grandi organizzazioni collettive, iniziativa delle grandi associazioni del lavoro, dell'impresa, della cultura. Questo significa iniziativa politica, non il rapporto Esecutivo-Consiglio, ma un rapporto più ampio, più trasversale, più complesso e più articolato, che è quello che noi dobbiamo costruire anche nella società sarda per poter arrivare a un risultato appena appena decente rispetto agli obiettivi che ci poniamo.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Uras. E' iscritto a parlare l'onorevole Francesco Sanna. Ne ha facoltà.

SANNA FRANCESCO (La Margherita-D.L.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Regione, colleghi, mi pare che l'aspirazione di tutti noi di passare dalla discussione sul contenitore e sugli strumenti ai contenuti si sia colta in molti interventi che hanno animato la giornata di dibattito del Consiglio regionale. Io cercherò di limitarmi alla discussione sullo strumento che in diversi mesi di lavoro con gli altri colleghi della prima Commissione abbiamo tentato di forgiare, cercando di mettere in pista, sul binario percorribile, non sulle ali della fantasia o dell'impraticabilità istituzionale, il percorso di riforma istituzionale del massimo livello di riforma istituzionale di questa Regione.

Voglio partire da qui per esprimere tutto il mio stupore per la posizione assunta da una parte dei componenti la minoranza consiliare, direi più nella comunicazione esterna all'Aula, perché devo dire che gli interventi svolti stamattina, nei loro contenuti, mi hanno riservato - e forse non solo a me - alcune sorprese positive, direi la disponibilità a entrare nel merito, perché quel merito che è stato trattato è discutibile, è opinabile, è un merito, diciamo così, che rappresenta la materia disponibile in questo Consiglio regionale per discutere e arrivare insieme a una soluzione. Rivendico, però, il rispetto della verità su ciò che è successo in prima Commissione e in Consiglio. A noi è capitato, colleghi, di dover fare quello che Aldo Moro attribuiva alla D.C. nei tempi della democrazia bloccata, cioè il dover essere alternativi a noi stessi, rappresentare nell'ambito della maggioranza una posizione "a" e una posizione "b", fare insieme la maggioranza e l'opposizione, per mancanza di una dialettica con idee alternative dall'altra parte, cioè dalla parte che non ha la responsabilità di governo in questa legislatura, che l'ha avuta nella precedente, forse potrà averla nelle prossime legislature se il popolo sardo gliela conferirà. Noi questo privilegio della ordinaria conduzione del gioco politico su questo tema importante non l'abbiamo avuto, se non in alcune dichiarazioni interdittive che non hanno contribuito al dibattito reale sulle cose.

La verità è che questo Consiglio si è pronunciato, nei due anni iniziali della legislatura, con due ordini del giorno differenti, che hanno rappresentato un percorso chiaro indicato, la maggioranza ha fatto proprio questo percorso e la prima Commissione era stata formalmente incaricata di redigere un progetto di legge. Voglio anche ricordare che a un certo punto del percorso di attuazione della volontà del Consiglio avevamo offerto ai Gruppi di opposizione la possibilità di ritirare la proposta di legge che oggi stiamo discutendo, per riscriverla tutti insieme con un'iniziativa legislativa bipartisan, attesa l'importanza della materia, ma questa nostra proposta è stata rifiutata. Quindi partiamo da quello che c'è. E' vero, noi partiamo dal superamento della prospettiva dell'Assemblea costituente, che, badate bene, non significava semplicemente: "Chiamiamo i sardi a eleggere un gruppo di sostituti dei consiglieri regionali che in qualche modo ci preparino lo Statuto". No, era la sottrazione di poteri di revisione costituzionale al Parlamento nazionale e che il Parlamento non ha voluto accettare. Signori, questa è la dinamica istituzionale a cui abbiamo assistito. La proposta di legge costituzionale - lo voglio ricordare perché è stato affermato in quest'Aula, ma non corrisponde al vero - non ricevette il voto unanime del Consiglio regionale. La proposta di legge costituzionale di istituzione dell'Assemblea costituente è del 31 luglio 2001; c'è una coincidenza quasi perfetta con i tempi dell'appena trascorsa legislatura repubblicana. Il fenomeno istituzionale a cui abbiamo appena assistito è il rifiuto del Parlamento italiano di sottrarre a se stesso le competenze di revisore della Costituzione italiana, in quanto il nostro Statuto è una legge costituzionale. E la nostra unica reazione è quella di dire: facciamo interamente il nostro dovere, elaboriamo la nostra proposta di Statuto e con la forza che riusciremo ad avere, con una buona elaborazione e una buona investitura di popolo in Sardegna, chiediamo di negoziare col Parlamento e col Governo italiano il nostro nuovo Statuto. Questa è l'unica risposta che uno degli ingredienti della buona politica, il realismo, consente di dare oggi.

Io non credo che oggi il Parlamento italiano risponderebbe diversamente, quindi la strada che vi proponiamo è quella delle buone relazioni fra istituzioni. Se ne avete altre provate a proporle. Io registro semplicemente il fatto che nelle conferenze stampa, cari colleghi della opposizione, siete degli esperti nel sottoporre all'opinione pubblica la pars destruens dei vostri ragionamenti, ma quando vi si chiede di fare una proposta unitaria non ci riuscite. Anzi, le vostre proposte sono, al vostro interno, simmetriche e incommensurabilmente distanti dall'obiettivo che noi abbiamo, che è quello di individuare un percorso fattibile, di portare a casa il risultato, di trovare lo strumento per farlo. E senza questa riflessione sullo strumento, mi dispiace, ma non si va da nessuna parte. Avete individuato uno strumento sbagliato, nella scorsa legislatura, non ha condotto da nessuna parte, prendetene definitivamente atto e accettate con realismo - sano ingrediente della politica - che quella strada non la percorriamo più, ma ne percorriamo un'altra, che è quella che vi stiamo proponendo, disponibili a discuterla e modificarla nelle parti che ritenessimo insieme di dover modificare.

A me era sembrato veramente che entrambi gli schieramenti - anche sul versante del centrosinistra c'era la suggestione della Costituente, perché non ricordarlo? - avessero capito questa lezione. Onorevole Pili, le voglio ricordare che lei nel 2001, nelle dichiarazioni programmatiche rese a questo Consiglio regionale, parlava esplicitamente dell'Assemblea costituente come lo strumento per arrivare alla revisione statutaria. Nel 2004, invece, nel programma che lei, insieme alla sua coalizione, ha offerto agli elettori non ne parlava già più. Glielo voglio ricordare testualmente perché mi sembra significativo rispetto alla possibilità che voi avete oggi di rispettare integralmente quegli impegni non facendo le cose di cui avete parlato in conferenza stampa ieri, ma facendo le cose che proponevate ai vostri potenziali elettori: "Riformulare in maniera sostanziale la massima espressione formale della nostra autonomia, lo Statuto", questo era scritto nel vostro programma. "Il nuovo Statuto non deve essere patrimonio di una sola parte politica", siamo d'accordo, "deve essere il frutto della raccolta di tutte le migliori istanze della società civile dell'Isola", siamo d'accordo. "La fase costituente, quale che sia la formula attuativa che sarà prescelta" - lo ribadisco, è il vostro programma, quindi c'era la possibilità di scegliere diverse forme attuative - "ha per noi un'importanza storica", siamo d'accordo. "Momento alto della nostra vicenda politica, ricco di valore simbolico, volto alla ricerca della massima sintonia tra i cittadini e i loro rappresentanti" - i loro rappresentanti, cioè noi consiglieri regionali - "consapevoli del peso del mandato che sarà loro assegnato". Siamo d'accordo, stiamo facendo questo. Devo dire che, molto più modestamente, nel programma di Sardegna Insieme (ogni tanto ricordiamoci dei programmi, che sono dei contratti che abbiamo scritto davanti agli elettori e cerchiamo di rispettarli) noi dicevamo che il processo di predisposizione del nuovo Statuto sarebbe dovuto iniziare dal più alto coinvolgimento di tutti i soggetti istituzionali, politici e sociali della Sardegna. Esattamente quello che cerchiamo di fare con la proposta che oggi stiamo discutendo.

Amici della opposizione, colleghi, vi è proporzione tra questi impegni che voi prendevate col popolo sardo, tra queste affermazioni e l'atteggiamento estremo di non concorrere alla definizione delle regole con cui riscriviamo lo Statuto? Non solo non c'è proporzione, ma non c'è contraddizione tra quello che voi volevate e quello che stiamo facendo e vi chiediamo di fare tutti insieme qui, a partire da stasera. La convergenza è possibile, parliamo ora solo degli strumenti e dei tempi della riforma; dei contenuti avremo il modo e il tempo di parlarne. Siamo d'accordo sul fatto che entro questa legislatura si debba chiudere la fase di revisione costituzionale? Se siamo d'accordo, i tempi sono abbastanza scanditi: se ci prendiamo gli otto mesi di lavoro della Consulta, forse qualcosa di meno, il 1° febbraio 2007, in occasione della seduta statutaria di questo Consiglio regionale, potremo iniziare a discutere il testo proposto dall'elaborazione della Consulta. E' un obiettivo raggiungibile? Io credo di sì, se c'è una rapida convergenza sulla legge che oggi abbiamo in discussione. Il testo non è inemendabile, lo abbiamo detto, lo hanno detto anche altri colleghi, raccoglie però principi indicati dal Consiglio e scritti immaginando la struttura di un consesso forgiato per rappresentare e definire idee e proposte, non per garantire un governo. E questo dovreste apprezzarlo, perché le riforme costituzionali le avete fatte con un Parlamento in cui c'erano cento deputati di maggioranza. Quando sono state fatte le riforme del centrosinistra la maggioranza era estremamente risicata, quindi c'erano molte più possibilità di interazione tra maggioranza e minoranza, perché il sistema politico non era governato dai numeri della recente legislatura. C'è un ruolo delle forze politiche importantissimo, presente in Consiglio nelle indicazioni dei consultori. Prima ho sentito delle cose, direi, banali e anche offensive: "metteremo i trombati", no non è questo. Nella Consulta dovrà andarci il meglio della intelligenza e della cultura giuridica, sociale ed economica della Sardegna, ma la legge lascia un ampio margine di scelta perché la Consulta sarà un luogo di elaborazione non solo di esperti, ma anche di personalità rappresentative - leggo dalla proposta di legge - "di realtà politiche, sociali, economiche, imprenditoriali, culturali, dell'associazionismo". Il principio da cui partiamo è la neutralizzazione del premio di maggioranza, una proporzionalizzazione dei rapporti, con qualche difficoltà da superare insieme. Per esempio abbiamo il parere del Consiglio delle autonomie, uno di quei mondi sociali e istituzionali a cui facevamo riferimento noi nel nostro programma e voi nel vostro, che ci dicono: "Vogliamo sottrarci a questo criterio di proporzionalità, vogliamo decidere noi i nostri rappresentanti". E ce lo dicono all'unanimità, solo che nel Consiglio delle autonomie locali questa maggioranza è presente in una proporzione enormemente superiore a quella rappresentata dal voto del 2004. Questo è un problema, lo vogliamo risolvere insieme? Io dico risolviamolo insieme. In Aula abbiamo voluto lasciare aperto il rapporto tra Consiglio e Consulta. La Consulta rappresenta una sorta di self-restraint, di parziale autolimitazione della fase di esame di progetti di legge in materia costituzionale e di revisione statutaria, ma la partecipazione del Consiglio alla fase di elaborazione è piena, e poi il Consiglio riespande la propria competenza di proponente la legge costituzionale con un esame pieno e una discussione totale sui risultati di una proposta che, però, ha visto un'enorme investitura e ha richiesto un notevole impegno di elaborazione collettiva con le autonomie locali, l'università, il sindacato, il mondo dell'economia e così via.

C'è un problema relativo al rapporto tra la Consulta e la Giunta, è stato detto qui. Colleghi, al momento della promulgazione dello Statuto la Regione non esisteva; dopo cinquantotto anni di autonomia c'è un deposito di esperienza nella struttura della Regione, ma anche nei suoi organi. Io dico che se lo Statuto è il luogo di definizione dei nuovi poteri, della introduzione di elementi di sovranità da negoziare con lo Stato, la Giunta è l'interlocutore, nel tempo ordinario della politica e della amministrazione, dello Stato apparato e degli organi di governo nazionale. Arriverei a dire che in un lavoro di seria creazione sarebbe un errore gravissimo operare immaginando una tabula rasa, mentre ritengo che una partecipazione non invasiva ma permanente della Giunta sia indispensabile al lavoro della Consulta e del Consiglio regionale. Mi risulta inimmaginabile discutere della riforma del sistema di finanziamento della Regione e di introduzione di elementi di sovranità (che a qualcuno andranno sottratti, e andranno sottratti allo Stato) senza che ci sia l'espressione diretta e precisa dello stato dei rapporti tra la Regione Sardegna e lo Stato, a cui stiamo dicendo: "Vi sottraiamo elementi di sovranità". O precisiamo gli elementi di autonomia dove recuperare sovranità non è possibile, altrimenti tutto questo diventa una esercitazione, seria, apprezzabile quanto volete, ma teorica e non la base di un negoziato tra una forma di potere statuale, come siamo noi, e lo Stato. Quindi la soluzione individuata dalla legge mi pare persuasiva anche per il ruolo che attribuisce al Presidente della Regione e al suo potere di intervenire in qualsiasi momento nei lavori della Consulta.

Due accenni al merito. L'onorevole Mario Floris sostiene che sia sbagliato parlare di un nuovo Statuto con un testo "eventualmente preceduto da un preambolo di principi". La formulazione è scritta così apposta, non è uno sbaglio, non è uno svarione, perché insieme al preambolo può darsi che questo Consiglio riesca a negoziare e a ottenere dal Parlamento un nuovo Statuto che, come la Carta costituzionale, e come la Carta costituzionale interpretata dalla Corte costituzionale, pretende di avere delle norme programmatiche precettive e cogenti, alle quali deve ispirarsi la futura legislazione regionale. E quindi queste norme programmatiche, se le inseriremo nello Statuto, saranno di condizionamento e di indirizzo per la nostra futura attività legislativa, non saranno dei semplici suggerimenti al futuro legislatore. Dopo cinquantotto anni il nuovo Statuto porterà la nuova Regione a completare un suo percorso e magari a celebrare il primo centenario con questo spirito nuovo e questo afflato. Io credo che dovremmo profittare di questo momento. Nella nostra Regione non c'è un sentimento costituente, ma questo è sostituibile col lavoro impegnativo delle forze politiche e sociali e col lavoro di promozione intelligente e unito delle forze politiche presenti in questo Consiglio. Vi faccio un appello: non sprechiamo questa occasione, sappiamoci far ricordare per una cosa buona che abbiamo fatto insieme.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Sanna. E' iscritto a parlare il consigliere Capelli. Ne ha facoltà

CAPELLI (U.D.C.). Signor Presidente, signori Assessori, colleghe e colleghi, ci sono stati, negli interventi dei colleghi, numerosi richiami al momento storico che stiamo vivendo. E' indubbiamente un momento importante, io vorrei solo ricordare che la storia è piena di tanti momenti importanti e belli, ma anche di pagine buie. E noi dovremo evitare di scrivere un'ennesima pagina buia.

I corsi e i ricorsi storici che ci sono stati, sempre utili, necessari, ispiratori, a mio avviso, alcune volte sono abusati. Non vorrei che nascondessero una mancanza di idee per il domani. Io non sono pregiudizialmente contro il percorso individuato, ma devo ricordare che con piena convinzione quest'Aula, con una maggioranza larga, larghissima, ha votato per la Costituente. Una maggioranza che non c'è stata nel momento in cui abbiamo votato l'ordine del giorno che delegava la prima Commissione alla stesura di questa proposta di legge, su invito legittimo della Giunta regionale a discutere un suo disegno di legge. Ricordiamo anche il periodo in cui fu esaminata la questione e in cui si discusse l'ordine del giorno, un periodo di commissariamento della prima Commissione. Anche in quella sede - chi avrà avuto la pazienza e la voglia di rileggere gli interventi fatti durante la discussione di quell'ordine del giorno lo avrà rilevato - noi abbiamo individuato e sostenuto per l'ennesima volta il percorso utile, che poteva dare dignità alla storia della nostra autonomia, quello della Costituente, per cui tutti insieme, probabilmente alcuni in tempi diversi e non pienamente convinti, lo abbiamo poi portato all'esame del Governo nazionale. E' vero, siamo stati in qualche modo traditi da quel Governo, dai rappresentanti di quel Governo che si erano impegnati affinché la proposta di legge di istituzione dell'Assemblea costituente potesse essere esaminata, in doppia lettura, dal Parlamento.

Con la stessa convinzione di allora sono del parere che tale proposta debba essere riportata all'attenzione dell'attuale Governo, a cui si deve chiedere pari impegno, perché il fatto che quei rappresentanti di Governo non abbiano tenuto fede agli accordi che c'erano stati e alle garanzie che erano state date non legittima da parte nostra la scelta di seguire vie diverse, se nel momento in cui abbiamo votato per la Costituente eravamo tutti in ugual modo convinti di tale decisione. Per fare un esempio contingente sulle entrate, io sono convinto, oggi come ieri, che la pressione nei confronti del Governo debba continuare, che dobbiamo ottenere un risultato che dia risposte alle istanze della Sardegna. Se il Governo di ieri non ha tenuto fede agli impegni, quantomeno secondo alcuni di voi, o se non sono stati chiesti impegni condivisi, noi oggi non dobbiamo comunque mollare la presa.

Perché stiamo scegliendo due vie diverse? Credo che sulle entrate la via sia comune: continueremo con la nostra istanza, continueremo con tutte quelle azioni utili e necessarie perché si addivenga a una soluzione. Perché sulla Costituente abbiamo mollato? Perché avete mollato? Perché si sceglie la scelta una via diversa, cioè quella della Consulta? Però ne abbiamo preso atto e la nostra assenza in Commissione era finalizzata a indurre la maggioranza e il nuovo Presidente della Commissione a prendere atto di una denuncia politica, di una presa di posizione politica, in presenza della quale non si doveva assolutamente andare oltre. Era la denuncia di una minoranza che non aveva condiviso quell'ordine del giorno ed era una denuncia politica che andava presa in considerazione. Quando c'è da discutere con gli strumenti democratici può costare fatica trovare una mediazione e questo sarebbe dovuto essere il comportamento della Commissione e del suo Presidente in quel frangente. Dopo ci siamo trovati davanti a un testo votato dalla maggioranza in Commissione.

E qui vorrei aprire una parentesi - probabilmente mi sbaglio - su chi si presenta, pienamente convinto, ottenendo anche il consenso dei cittadini, con una linea basata sull'antipolitica o l'antipartito, cioè con una linea di governo che viene identificata con l'antipartito. In questa legge, e in modo particolare nell'articolo 4, si sdoganano decisamente i partiti e si ingabbiano le parti sociali. Allo stesso modo, questo orientamento è presente nell'articolo 2 della proposta della Giunta, che è una proposta molto più assembleare, perché costituisce la Consulta con tutti i consigli e gli assessori comunali e provinciali della Sardegna, un po' difficile da mettere insieme. Leggo testualmente il comma 2 dell'articolo 4: "La Consulta è composta..."

DADEA, Assessore tecnico degli affari generali, personale e riforma della Regione. Non era una proposta della Giunta.

CAPELLI (U.D.C.). Del proponente, sì, ha ragione, non della Giunta. All'articolo 4 c'è la riserva di ventinove componenti su cinquanta ai partiti. Su questo si può discutere, però mi sembra un limite antidemocratico che le parti sociali siano rappresentate soltanto da alcune di esse. Io mi sono permesso di fare due conti e se invece le indicassimo specificatamente, per esempio i sindacati, avremmo un numero di rappresentanti minore dei venti definiti nella legge. Anche su questo bisognerebbe confrontarsi.

Ma veniamo al fatto che comunque è una proposta di maggioranza, preciso meglio: noi gradiremmo che in questa legislatura si arrivasse alla definizione di una proposta di Statuto della Sardegna. Non abbiamo nessuna opposizione pregiudiziale e una nostra mancata collaborazione non deve impedire che una proposta attesa - io la definisco ancora oggi, purtroppo, di tipo elitario, perché non ancora ben compresa, ma essendo utile e necessaria la si comprenderà - sia definita e portata a termine nel corso di questa legislatura. Questo credo che farà onore al Consiglio e a tutte le sue componenti, sempre che sia possibile farlo insieme. E' chiaro che noi terremo la nostra posizione, non parteciperemo al voto sul passaggio agli articoli, rimarcheremo il fatto che, per mancanza di attenzione, a mio avviso, di determinazione, di voglia di trovare comunque degli elementi comuni che ci consentano di discutere su un testo condiviso, o che può essere condiviso, siamo di fronte, purtroppo, e ne prendiamo atto, a una proposta della sola maggioranza. E' vero, possiamo contribuire con degli emendamenti, possiamo comunque emendare il testo, però - e questo lo riferisco in particolare a quanto detto stamani dall'onorevole Cugini - presentare degli emendamenti alla bocciatura dell'Aula non significa assolutamente confrontarsi. Che senso ha dire: "Comunque i vostri emendamenti li avete proposti," - ma questo è già previsto dal Regolamento - "comunque avete avuto la possibilità di incidere"? Sappiamo che comunque quegli emendamenti non saranno accolti o non vorrete accoglierli, alcuni anche pregiudizialmente, ed è chiaro che questo non è un modo utile di dialogare, confrontarsi e andare avanti. E vorrei anche sottolineare l'onestà di questo ragionamento del Gruppo U.D.C.. Voi sapete che ci sarà tra breve il referendum sulla devolution. Noi non accettammo a suo tempo il ragionamento fatto dal nostro Governo e insieme a tutti voi, in modo particolare su proposta dei Riformatori Sardi, aderimmo, primi in Italia, all'ordine del giorno per l'indizione del referendum. La mia opinione, che non posso esprimere certo a nome del Partito, pur essendo condivisa da larga parte di esso (perlomeno qui in Sardegna), è che si debba votare "no" al referendum. Perché, fondamentalmente? Perché non accettiamo che riforme di questo tipo, soprattutto di questo peso e di questa importanza siano fatte da una maggioranza.

Voi continuate, nei vostri interventi, a dire: "Siamo pronti a un confronto". Il confronto non può avvenire in maniera assembleare in quest'Aula, se deve essere un confronto serio. Ci deve essere un momento in cui questo confronto, con dichiarazioni di apertura ben diverse dalla semplice enunciazione, possa tracciare una nuova via che dia soddisfazione alle proposte provenienti da parti diverse. Per questo occorre un paziente lavoro democratico che aiuti a comprendere le ragioni di tutti; un lavoro molto faticoso e forse anche lungo, ma che ovviamente ha un termine: in questa legislatura deve essere prodotto e applicato il nuovo Statuto della Sardegna. E noi possiamo dare ampie garanzie che questo termine sarà rispettato.

Credo anche che le forze moderate di questo Consiglio, per il loro modo di essere, di pensare e di proporsi, debbano esaltare questo dialogo e prodursi fino in fondo per renderlo possibile, ma devono essere determinate a portare avanti un'azione che, se non sfocia nel dialogo, sarà dura e avrà le conseguenze legittime e democratiche che ogni forza politica ha il diritto e il dovere di porre in essere per far valere le sue ragioni.

Questa minoranza, come tutte le minoranze, non può essere costretta a fare solo una sterile e banale opposizione. Noi non vogliamo essere delle forze di opposizione sterile e preconcetta; noi accettiamo il ruolo di minoranza, una minoranza che vuole essere propositiva e si vuole confrontare. E c'é ancora, a nostro avviso, una via che può essere percorsa affinché idee e metodi diversi possano trovare un momento di dignitosa sintesi su un tema che richiede un contributo largo per elaborare una riforma statutaria di popolo e non di parte; una riforma che non sia un tassello da aggiungere ai successi, o insuccessi, di una maggioranza, ma una medaglia d'oro da assegnare alla specificità, sovranità, autonomia e dignità del popolo sardo. Io credo che sia compito dei saggi del Consiglio, e sia anche doveroso da parte loro, ricercare sempre e comunque, su un tema di tale portata, una via se non unitaria almeno largamente condivisa. E' loro il compito di provarci, nessuno è perdente quando le ragioni del buon senso prevalgono su quelle dei muscoli o dei numeri.

Si è detto stamattina che tutto questo può avvenire senza una sospensione dei lavori. Io non credo che ragionare, ascoltarsi e confrontarsi significhi non lavorare. Credo che occorra invece ricercare l'unità nella diversità, non bocciare le proposte diverse, confrontarsi anche in momenti e luoghi diversi e perseverare nel cercare aperture a soluzioni che possono comunque dare una risposta dignitosa a chi, come noi, è un convinto sostenitore della Costituente e a chi, come voi, ha scelto una via diversa. Anche nel comma sulla composizione della Consulta credo che ci sia spazio per una condivisione di principi. Il sistema elettivo può ben conciliarsi o in larga parte si può conciliare con quanto da voi previsto nella lettera a) del comma 2 dell'articolo 4. Credo che in questo caso, più che in altri, la verità stia nel mezzo, che si possa procedere a dare piena soddisfazione, o quantomeno motivo di soddisfazione, sintetizzando le due posizioni nella vostra proposta di legge per l'istituzione della Consulta. Per fare questo i più autorevoli rappresentanti di questo Consiglio hanno l'obbligo di spendere il tempo in maniera produttiva e non dispersiva, provando a conciliare le diverse posizioni, per arrivare alla stesura di una legge che non deve essere necessariamente unitaria, ma comunque deve essere largamente, se non totalmente condivisa.

Ritengo che questa possa essere una via da seguire e ovviamente, non essendo io uno dei saggi del Consiglio, la affido a loro, la affido a voi. C'è chi ritiene che dialogare, confrontarsi, discutere, approfondire significhi perdere del tempo. Io non credo che sia tempo perso quello dedicato a far sì che il dialogo vada avanti, o possa andare avanti, in maniera costruttiva e non dispersiva, lavorando seriamente e assiduamente perché il lavoro - che naturalmente non mi permetto di criticare - della Commissione, che si è sicuramente adoperata in maniera convinta e seria alla stesura di questa proposta di legge, possa essere ulteriormente arricchito dal contributo di chi non la pensa come voi e pur non volendo le barricate è disponibile a farle se da parte vostra non ci saranno concrete aperture al dialogo e al confronto.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Capelli. E' iscritta a parlare la consigliera Corrias. Ne ha facoltà.

CORRIAS (D.S.). Grazie, Presidente. Come già detto da molti altri colleghi prima di me, l'istituzione della Consulta non deve e non può essere considerata una mera operazione istituzionale. Essa rappresenta l'occasione concreta di scrivere un nuovo patto tra istituzioni regionali e cittadini, da un lato, e tra la Regione, intesa anche come comunità regionale, e lo Stato, dall'altro, permettendoci così finalmente di recuperare il ritardo nei confronti delle altre Regioni. E' per questo motivo che è necessario il più ampio sostegno politico possibile a questo progetto che è espressione di un'esigenza riformatrice condivisa da tutta la società sarda.

La creazione della Consulta si inquadra, infatti, in un più ampio movimento di riforme istituzionali che rappresenta lo scopo di un lungo iter legislativo, partito dalla seconda metà degli anni novanta e giunto fino all'approvazione del nuovo Titolo V della Costituzione. Percorso che ha modificato profondamente l'equilibrio dei poteri fra i diversi livelli istituzionali, determinando un cambiamento dell'ordinamento regionale e del sistema delle autonomie del nostro Paese, nel rispetto, comunque, del ruolo e delle caratteristiche delle Regioni a Statuto speciale. Se teniamo poi conto anche dell'importanza sempre maggiore dei rapporti con le istituzioni comunitarie, al punto che molte Regioni hanno disciplinato la propria partecipazione alla cosiddetta fase ascendente di formazione degli atti comunitari, e alla cosiddetta fase discendente di attuazione degli atti comunitari, e in particolare delle direttive, non possiamo non constatare tristemente che la Sardegna si è limitata ad avere un ruolo di mero osservatore esterno dei cambiamenti avvenuti nelle altre regioni. Il processo di riforma che pure ci ha coinvolto è arrivato, però, da fuori: il cosiddetto presidenzialismo, la nuova legge elettorale, il nuovo sistema di governo, sono tutte novità venute, appunto, da fuori. Ecco perché, per ritornare a essere protagonisti assidui di questo processo riformatore, l'attuale maggioranza si fa promotrice dell'avvio di una nuova stagione di riforme, che consenta alle istituzioni della nostra regione di affrontare e sostenere l'evoluzione economica e istituzionale di questa fase storica. Riforme che riguarderanno la predisposizione di un nuovo Statuto, della legge statutaria e delle principali norme di riorganizzazione dell'amministrazione regionale, e che, perciò, dovranno essere sostenute dalla più ampia mobilitazione e dal coinvolgimento di tutti i soggetti istituzionali, politici sociali e culturali della Sardegna. Proprio in questa direzione si è mosso il Consiglio regionale, quando ha approvato, a larga maggioranza, l'ordine del giorno del 19 ottobre 2005, che faceva seguito all'ordine del giorno dell'ottobre del 2004. Due ordini del giorno con i quali si intendeva istituire una Consulta eletta dal Consiglio, secondo modalità che garantiscono in essa la presenza di esponenti di tutte le realtà politiche, sociali, culturali ed economiche della nostra Isola, con il compito, appunto, di riformare lo Statuto della Regione Sardegna.

Essendo evidente l'importanza del passo che ci stiamo accingendo a compiere, mi sembra imprescindibile un coinvolgimento di tutte le forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione, per dare vita a una Consulta statutaria che garantisca la cooperazione delle rappresentanze della società sarda e del Consiglio regionale nel processo di riscrittura di uno Statuto di autonomia ormai anacronistico. La Consulta è l'organo che meglio può rispondere a queste esigenze, essendo idonea a dare un contributo tecnico e restando però aperta alle istanze della società civile, e non in solitudine, come ha detto l'onorevole Floris stamattina. Inoltre è la sede ideale di una dialettica democratica tra maggioranza e minoranza, rimettendo comunque al Consiglio la decisione finale e assicurandogli così il ruolo fondamentale che gli è proprio, in quanto organo eletto dal popolo sardo.

La proposta di legge definitiva, dopo un grande lavoro in Commissione, prevede che la Consulta definisca il processo di riforma dello Statuto, lo proponga alla consultazione delle istituzioni locali, delle forze sociali, economiche e culturali presenti nella comunità regionale e lo trasmetta al Consiglio regionale. Grazie a questo lavoro sarà possibile attuare quello che è uno dei profili innovativi del nuovo Titolo V della Costituzione, cioè il nuovo rapporto tra Regioni ed enti locali, che non saranno più in competizione nei confronti dello Stato, ma in collaborazione in un processo di integrazione istituzionale e politica da cui dovrebbe scaturire il nuovo sistema regionale. Non è più possibile immaginare un dualismo Regione-enti locali e sarà proprio lo Statuto regionale e la legislazione regionale di attuazione la sede per costruire questa integrazione.

Fondamentale, in questo delicato processo, è che la classe politica abbia ben chiaro il quadro della società regionale dei suoi punti di forza e dei suoi aspetti critici. Per disciplinarne le regole è quindi necessario conoscere non solo il sistema politico, ma anche l'assetto sociale ed economico della Regione. Il momento istituzionale diventa così momento in cui i problemi di carattere storico-economico, sociale e politico vengono in evidenza. E' necessario prendere atto del fatto che la tanto citata identità sarda non deve identificarsi con la chiusura, ma deve essere fondata sulle relazioni esterne, così come la nostra autonomia. Che la Sardegna sia l'isola più isolata del Mediterraneo non significa che debba essere condannata a vivere in isolamento; significa che costituiamo un sistema separato che può e deve integrarsi. Fondamentale, per andare avanti e crescere, è capire che la specificità della nostra Isola è data dalla sintesi di diversi elementi della nostra cultura: abbiamo un ambiente riconosciuto da tutti come unico, una nostra lingua, una nostra storia e nostre tradizioni. La riforma dello Statuto ci permetterà di creare un nuovo sistema di poteri basato proprio su queste nostre specificità. Il nuovo Titolo V ha permesso a tutte le Regioni un salto di qualità, per cui ognuna, oggi, può definire le proprie funzioni nel modo più consono alle proprie caratteristiche. Il modello è quello degli Stati federali, nel rispetto dei principi costituzionali. Le Regioni sono uscite dalla condizione di minorità politica istituzionale in cui sono state relegate durante gli anni precedenti alla riforma, e sono oggi, quindi, in grado di rifondare i propri ordinamenti secondo i principi dell'autogoverno. Non è però sufficiente rinnovare l'organizzazione interna: è necessario ridisegnare il volto della Regione in modo che rispecchi gli interessi della comunità regionale, assicurando, nel contempo, una partecipazione effettiva della collettività ai processi decisionali e una maggiore integrazione tra i diversi livelli di governo territoriale. La Regione deve diventare un ente di governo del pluralismo istituzionale e sociale, e non un mero organo di amministrazione decentrata. Fondamentale sarà affrontare, nel nuovo Statuto, in primo luogo, il problema del rapporto con gli enti locali. Si parla da tempo di federalismo interno e di rapporto paritetico tra enti locali e Regione, ma non dobbiamo dimenticare che il protagonista è il cittadino. Questo significa che bisogna agevolare la partecipazione dei singoli al processo amministrativo e decisionale e garantire la difesa e difendibilità dei loro diritti, in primo luogo. Importante sarà anche costruire una legislazione sociale che permetta un aiuto concreto per le famiglie, l'istruzione e la salute, in modo da garantire una reale coesione sociale. Quella che ci sta davanti, e in tanti l'hanno detto prima di me, è una sfida epocale che richiede la mobilitazione e il coinvolgimento di tutte le forze in campo. L'obiettivo è ridisegnare l'autonomia della Sardegna nel rispetto delle sue specificità e all'interno del più ampio fenomeno di globalizzazione.

Non ho la pretesa di convincere i colleghi della minoranza, io credo che un tema così importante, che come si è detto qui, da stamattina, pare stia a cuore a tutti, che attraversa trasversalmente schieramenti e forze politiche, non possa essere utilizzato quale pretesto di battaglia politica. Siamo tutti consapevoli di questo momento importante. Come detto da altri, è una proposta aperta, emendabile e faccio io sommessamente un appello: facciamo in modo, tutti quanti, che non sia un'altra occasione mancata. Grazie.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Corrias. E' iscritto a parlare il consigliere Pisu. Ne ha facoltà.

PISU (R.C.). Signori Presidenti, signori Assessori, onorevoli colleghe e colleghi, ritengo che siamo in forte ritardo nell'affrontare la fase che ci porterà alla riscrittura di una nuova Carta sull'autonomia speciale della Sardegna. Certo l'entusiasmo che ci portò ad approvare quell'ordine del giorno il 1° ottobre 2004 è andato scemando, lasciando passare due anni dall'inizio della legislatura che sarebbero stati quelli più utili per affrontare un tema così importante e strategico per la Sardegna.

Che l'attuale Statuto di autonomia sia superato dai tempi lo diciamo da oltre vent'anni. Così come in tanti abbiamo sostenuto che questo Statuto era nato insufficiente, come sosteneva lo stesso Lussu nella metafora sui felini e anche se applicato bene non avrebbe dato risposte adeguate alla questione sarda ancora irrisolta. Ma nulla è stato fatto finora per porci in una condizione di dare un nuovo assetto istituzionale alla nostra Isola, per darle un nuovo strumento di emancipazione nazionale, sociale ed economica che la collochi in modo dignitoso nel contesto italiano, europeo, mediterraneo e internazionale. Coloro che hanno amministrato la Sardegna nelle ultime legislature ne hanno parlato a lungo, ma non sono stati in grado di approvare un nuovo Statuto, che avrebbe fatto trovare a noi una Sardegna ben diversa da quella che abbiamo oggi.

Noi ci troviamo, in questo momento, di fronte a un'occasione storica, a cui non possiamo sottrarci, colleghi della minoranza, soprattutto per non disattendere le aspettative che si sono create tra i sardi su questo fondamentale problema. Ritengo definitivamente superate le vecchie contrapposizioni tra chi proponeva l'Assemblea costituente - io, come sapete, ero tra questi -, ma che il Governo Berlusconi ci ha prima promesso e poi negato, e coloro che hanno sostenuto la costituzione della Consulta statutaria che formuli una proposta di nuovo Statuto a questo Consiglio regionale, a cui spetta la decisione formale e finale.

Io stesso, parlando a nome della maggioranza a favore della Consulta, auspicavo il rapido avvio del dibattito per arrivare, comunque, al nuovo Statuto, chiudendo con le laceranti diatribe sullo strumento per passare ai contenuti da inserire in esso. Ho già espresso, in più occasioni, e anche in questa sede, la mia opinione sull'argomento, manifestando anche disagio per la scarsa sensibilità di tanti su un tema centrale come quello che riguarda il futuro del nostro popolo per i prossimi decenni. L'approccio che io ho sul nuovo Statuto è da federalista convinto, che vuole valorizzare l'identità etnostorica nazionalitaria della Sardegna, nell'attuale fase di globalizzazione liberista, dove si cerca di omologare tutto e tutti a un sistema imperiale dove, a partire dal pensiero unico, si possano cancellare i diritti delle classi più deboli e dei popoli minori e senza Stato. Questo lo dico perché a tanti appare anacronistica la tutela dell'identità dei sardi in un momento storico in cui cadono le frontiere e vi sono migrazioni bibliche, che portano alla costituzione di società multietniche e multirazziali. Questa nuova realtà politica, che si sta configurando nel mondo, in Europa, anche in Italia e in Sardegna, non toglie nulla alla nostra richiesta di affermazione dei nostri diritti identitari. In molti abbiamo capito da tempo la differenza tra integrazione e assimilazione, respingendo quest'ultimo termine che tende a cancellare le identità di tutti. Se questo è chiaro, va da sé che si tratta di tutelare, appunto tutti, nelle loro diversità, ovunque si trovino, sia che si tratti dei sardi nel mondo o quelli che del mondo sono tra noi, costruendo nel contempo un'Italia e un'Europa dei popoli, non solo degli Stati, come purtroppo è affermato nella proposta di Costituzione europea.

Sono certo che su questo tema ci sarà un grande dibattito che sarà vivace, ma non deve essere lacerante, perché alla fine avremo bisogno della massima unità come sardi, per ottenere dallo Stato maggiori poteri e risorse possibili e certe, indispensabili per lo sviluppo e anche per la nostra identità e dignità. Sarà anche possibile, al di là delle dichiarazioni retoriche e delle posizioni elettoralistiche, verificare la vera natura nazionalitaria di partiti, movimenti e persone che su questi argomenti hanno pensato di costruire le loro fortune politiche. Mentre è a me chiaro che ci saranno posizioni italianiste del tipo Stato-nazione, autonomiste, federaliste e indipendentiste, che devono essere, comunque, adeguatamente rappresentate nella Consulta, così come ci saranno posizioni specifiche che riguardano la difesa dei settori e delle aree sociali più deboli.

Mi sembrava necessario, per come si sta svolgendo il dibattito, fare questa premessa prima di affrontare alcuni aspetti specifici riguardanti la costituzione della Consulta statutaria. Questa proposta mi sembra in larga massima condivisibile, tuttavia è evidente che tutto dipenderà da come sarà composta la Consulta, da come vorrà recepire le indicazioni che perverranno dalla società sarda, da come ci si confronterà al suo interno, da come si terrà conto delle proposte delle minoranze e da come tali proposte potranno essere rappresentate a tutti i livelli.

Questo lo dico perché sarebbe opportuno che alla fine del primo punto dell'articolo 2 - se qualcuno ha il testo davanti chiedo la cortesia di dargli uno sguardo; è una proposta migliorativa, anche per fugare dubbi sulla non considerazione o emarginazione delle minoranze, presenti o non presenti in Consiglio regionale - si dice che "possono essere previste più ipotesi od opzioni" di Statuto. Ecco, io penso che sarebbe opportuno, anche per fugare ogni dubbio sul fatto che si voglia agire a colpi di maggioranza e per tutelare i diritti delle minoranze, aggiungere le seguenti parole: "che hanno diritto di far parte, come posizioni di minoranza, del testo che va alla consultazione nella società, ai diversi livelli, e successivamente all'esame del Consiglio regionale". Inoltre, forse, vi è anche una precisazione che si rende necessaria all'articolo 4, punto 2, lettera a), dove non è chiarito come viene conteggiato il cosiddetto premio di maggioranza.

Comunque, onorevoli colleghi, avremo modo di discutere a fondo dei contenuti del nuovo Statuto, dei livelli di sovranità che dovrà contenere, ma permettetemi di fare una considerazione politica su come riuscire a ottenere un buon risultato nel confronto con lo Stato. Qui, ancora una volta, facendo riferimento a quanto avviene in Catalogna, nella rivendicazione alle Cortes di quella regione, di riconoscimento dello status di nazione, si è esaltata l'unità dei parlamentari catalani. Loro sono stati uniti, pur essendo articolati in partiti diversi, questo è il punto. Attenzione, allora! Non confondiamo l'unità, che auspico tra i sardi, i suoi rappresentanti, a tutti i livelli, col partito unico autonomista dei sardi, di cui si sta parlando. Quella che deve essere praticata di fronte a temi così generali, di interesse così generale, deve essere l'unità nella diversità, anche organizzativa, anche di partiti diversi. Io penso che i sardi siano una nazionalità che va salvaguardata e valorizzata, ma al contempo sono consapevole che esistono anche in Sardegna classi e ceti che hanno tra di loro interessi, orizzonti strategici differenti, che i partiti cercano di interpretare. Per cui ciascuno è libero di farsi un grande partito autonomista, interclassista, come crede. Io sono invece interessato a costruire un grande partito che rappresenti le classi popolari, ma che al contempo si rapporti unitariamente e lavori assieme agli altri per difendere gli interessi del nostro popolo e di tutti i popoli del mondo.

Infine, io penso che ci sarà, nei prossimi mesi, parallelamente al lavoro della Consulta, un vero dibattito di massa, come auspica del resto il testo che abbiamo sottomano, che coinvolgerà tutti i sardi - è questa la cosa più importante -, contribuendo a rafforzare la nostra coscienza nazionalitaria, che ci porterà a produrre una buona proposta di nuovo Statuto speciale per la Sardegna. Grazie.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Pisu. E' iscritto a parlare il consigliere Pili. Ne ha facoltà.

PILI (F.I.). Grazie, Presidente. Alcuni colleghi hanno voluto richiamare il percorso con il quale la proposta di legge numero 78/A, oggi in discussione, è giunta all'esame del Consiglio. Molto succintamente, voglio anch'io richiamare alcuni fatti che hanno portato a una posizione decisa, ferma della opposizione e, in questo caso, di Forza Italia.

Credo che non sia sfuggito a nessuno che qualche mese fa, il Presidente della Giunta ha dimissionato il Presidente della Commissione autonomia del Consiglio regionale. E' un fatto politico, colleghi, che non si può dimenticare, che non si può eludere, e che è nato da una visione diversa del rapporto tra il Consiglio regionale e la grande prospettiva di riforma della nostra autonomia regionale. La Commissione ha eletto Presidente di quell'organismo, che aveva il mandato, costituzionalmente riconosciuto, di tracciare la strada per una nuova Costituente, il Capogruppo di un partito di cui è espressione il Presidente della Regione. Cioè, colleghi, in quel momento si è rotto quell'asse che molti di voi e noi volevamo costruire: un rapporto di intesa politica su un tema alto, che era quello della riforma dello Statuto della nostra Regione.

Colleghi, non si è creata l'agibilità politica per definire un percorso che consentisse al Consiglio regionale di arrivare, oggi, con una soluzione condivisibile sul percorso per il nuovo Statuto. Alcuni colleghi, credo perché è di prassi, hanno parlato di un percorso unitario che può essere ripreso. Mi ricordano molto i giapponesi di Pearl Harbour, che dopo il bombardamento chiesero l'armistizio! Colleghi, io credo che l'unanimità sulle questioni statutarie - ce lo insegna un po' la storia - non porti bene, e soprattutto non sia foriera di soluzioni ottimali. E cercherò di spiegare perché non possiamo condividere un'unanimità di forma e non di sostanza sulle questioni che stiamo affrontando.

Vedete, colleghi, lo Statuto regionale nasce monco proprio perché la Consulta, nel 1947-1948, tentò di sottrarre ai padri costituenti, e cito per tutti Emilio Lussu, il compito di unire due realtà diverse: la Sicilia e la Sardegna. Allora prevalse la logica raccontata nei verbali di quella Consulta: sostanzialmente bisognava dare alla Sardegna una caratterizzazione più forte, comunque diversa da quella della Sicilia. E Lussu diceva: "Attenzione, non possiamo perdere un treno che invece ci consentirebbe di avere davvero un percorso agile sia sul piano della sostanza che dei poteri, della sovranità del nostro popolo nel governo del proprio territorio e della comunità regionale". Ebbene, colleghi, quello fu il più grave danno per l'autonomia regionale. Perdemmo un'occasione straordinariamente importante, ma quella scelta fu fatta all'unanimità. Ecco, noi non vogliamo essere oggi complici di un percorso che ci pare simile a quello che allora portò la Sardegna a separare il percorso del proprio statuto da quello dello statuto della Sicilia.

Oggi, voi, colleghi della maggioranza, insistete sulla logica della peggiore subordinata possibile. Colleghi, questa è una Consulta che nasce senza ali, una Consulta che non è capace nemmeno di spiccare il più piccolo saltello o balzello in grado di far decollare questo progetto. Un aborto costituente, colleghi, che è destinato, davvero, a non produrre nessun risultato, per il modo in cui lo proponete, per la mancanza assoluta di sostanza nel progetto che avanzate a quest'Aula.

Vedete, ci sono tre percorsi sui quali possiamo ancora tentare di trovare un'intesa, dopo che avrete trovato la formula per evitare al Consiglio un voto su questa proposta. Tre percorsi che vanno esaminati dal punto di vista della sostanza e della concretezza. Il primo è quello indicato dallo Statuto, e cioè il Consiglio regionale è sovrano, approva e confronta con il Parlamento la strada della nuova autonomia regionale. Consiglio regionale inteso non come istituzione, ma come sovranità popolare, al centro di quella visione dello Statuto che allora, in qualche modo, aveva tracciato questo primo percorso. Poi, colleghi, c'è il percorso che proponemmo tutti insieme, o molti di quest'Aula, cioè l'Assemblea costituente; un percorso che parte dal presupposto che lo Statuto nasce comunque da una forte espressione popolare, non passa attraverso i meandri della politica e della burocrazia, ma ha il forte imprimatur del popolo. E vi è un terzo percorso, quello della Consulta regionale. Passatemi il termine che forse si addice di più alle recenti vicende del mondo del calcio: una retrocessione pilotata in serie C. State promuovendo una retrocessione pilotata dell'autonomia regionale in serie C!

CUGINI (D.S.). In serie C tornerà anche lei, perché rimanere in serie A sarà difficile! Uno per giocare si porta a casa il pallone, non ho capito!

PRESIDENTE. Onorevole Pili, prego.

PILI (F.I.). L'onorevole Cugini, è abituato, quando si gioca, a ricordarci che il pallone è suo. Lei non è proprietario né del pallone né del verbo della politica, onorevole Cugini, e siccome l'abbiamo ascoltata tutti in silenzio credo che sia opportuno che anche lei si adegui alle regole democratiche, che non prevedono che si disturbi chi interviene, evidentemente.

PRESIDENTE. Onorevole Pili, prosegua.

CUGINI (D.S.). Giochi lei in serie C!

PILI (F.I.). Siamo di fronte, colleghi, a un'equazione con la quale si registra una diretta proporzione tra l'obiettivo e il consenso popolare che si vuole affiancare per perseguire l'obiettivo stesso. La strada è, anche in questo caso, duplice: un traguardo di avanguardia è pari al massimo consenso che può essere raggiunto; un traguardo di retroguardia in questo caso non passa attraverso alcun consenso e segue un percorso burocratico come quello che avete tracciato.

Io credo che oggi lo Statuto, per le ragioni vere che deve proporre, non possa non avere un autentico imprimatur popolare. Nel 1948 ci fu la spinta della Resistenza e dei reduci della Brigata Sassari e, sostanzialmente, fu riconosciuto un debito dello Stato verso la Sardegna. E oggi, colleghi, con quale spirito e dietro quale spinta ci proponiamo allo Stato e - aggiungo io - all'Europa per modificare lo Statuto? Ci proponiamo con una Consulta formato condominio, con una sorta di gestione condominiale - basta leggere il disposto che avete in maniera ingegneristica costruito, chissà per quali calcoli e con quali calcoli - per definire con i millesimi quote e contro quote, una sorta di manuale Cencelli per la Consulta che sarà sotto il controllo dei partiti.

Colleghi, non è questa la strada che ci interessa, non è questa la strada che possiamo accettare, non è questa la strada che ci può consentire di perseguire dei grandi obiettivi attraverso il superamento di tre grossi limiti. Il primo è l'equità finanziaria, che è un limite introdotto proprio nel 1948, allorché non fu accolta la proposta di Emilio Lussu di equiparare le entrate regionali della Sardegna a quelle delle altre Regioni a statuto speciale. Un altro forte limite che lo Statuto sardo oggi presenta nella sua struttura è il mancato riconoscimento di una realtà nuova, che è quella della specialità europea. Anche in questo caso occorre dare certezza di diritto, intanto per quanto riguarda le norme che sono contenute nello Statuto attuale, cosa che purtroppo, su mille fronti, cito per tutti quello dei punti franchi, non solo non viene riconosciuta dallo Stato, ma viene assolutamente contrastata dal livello Europeo.

Io credo, colleghi, che i resoconti di questo Consiglio regionale siano pieni di proposte di nuovo Statuto. Nel corso degli anni sono stati molti i Gruppi che hanno avanzato proposte anche organiche di Statuto. Sono dell'avviso, però, che il nuovo Statuto non possa partire da una proposta, ma debba partire da un negoziato, che è cosa sostanzialmente ben diversa rispetto all'obiettivo che si deve raggiungere: è un negoziato trilaterale con lo Stato da una parte e l'Europa dall'altra. In questa direzione, abbiamo bisogno, prescindendo ognuno dalla propria appartenenza politica, di dare una responsabilità chiara anche al Governo nazionale che si sta insediando, proponendogli un sostegno verso il riconoscimento europeo di gran parte delle questioni sostanziali che riguardano la Sardegna.

Se riusciremo a proporre una strada concreta, probabilmente smetteremo di dividerci sugli strumenti e sui contenitori e andremo direttamente alla sostanza; una sostanza che siamo pronti ad affrontare, colleghi, come abbiamo sostenuto più volte, perché noi siamo anche convinti che il nuovo Statuto debba avere una sua forte caratterizzazione. Dobbiamo cioè puntare a raggiungere una visione di Regione speciale d'Europa che abbia un riconoscimento in termini di poteri, di risorse e di strumenti attuativi di una politica che possa realizzare un nuovo progetto di sviluppo per la nostra Isola. Tutto questo, colleghi, non lo possiamo fare con una soluzione condominiale. Per portare avanti questo processo abbiamo bisogno di un grande sostegno popolare. Oggi tutto questo non avviene, stiamo affidando l'elaborazione di una proposta di nuovo Statuto a un organismo di secondo grado, espressione del Consiglio regionale, che si sottrae esso stesso una funzione che statutariamente gli è riconosciuta come organismo preposto alla definizione di una nuova stagione costituente.

Ecco, colleghi, la Costituente aveva quella ragione alta di coinvolgimento superiore. Oggi purtroppo registriamo che non si può progettare attraverso un condominio una nuova città, dove tutti possano trovare una risposta in termini economici, di poteri, di sovranità del nostro popolo e della nostra comunità regionale. E' una strada che scegliete di percorrere, colleghi, auguri! Noi crediamo di poter dire che l'unanimità per perseguire una soluzione di retroguardia non serve. L'unità è assolutamente costruibile per un progetto di avanguardia che sappia davvero dare alla Sardegna uno Statuto europeo capace di ridare sovranità alla nostra comunità regionale che forse in questi anni, purtroppo, l'ha persa.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Pili. E' iscritto a parlare il consigliere Pittalis. Ne ha facoltà.

PITTALIS (Gruppo Misto). Nell'ascoltare alcuni interventi si è rafforzato in noi il convincimento che la strada che è stata intrapresa sia quella giusta. Mi limito a questa riflessione, perché ho il fondato sospetto che qualcuno neppure sappia di che cosa si sta discutendo.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE PAOLO FADDA

(Segue PITTALIS.) Ho il fondato sospetto che neppure si abbia la dimensione del problema e delle questioni che stiamo oggi affrontando. E allora io comprendo che nella contesa politica si possa dire e fare tutto e il contrario di tutto, come ci insegna la scolastica, però ritengo anche che un limite ci possa e ci debba essere, ed è rappresentato appunto dal profondo rispetto che si deve nutrire non solo per sé stessi, per la funzione che ciascuno di noi svolge, ma anche per chi qui è costretto ad ascoltare.

E allora io ho ascoltato, costretto perché volevo anche capire la posizione di chi la pensa legittimamente in maniera differente rispetto alla proposta oggi all'esame dell'Aula. E per la verità il primo dato che emerge e che non deve scandalizzare - anche questo appartiene alla dialettica - è una profonda lacerazione anche e soprattutto tra le forze della opposizione, perché ho sentito intervenire con chiarezza chi ritiene che debba essere il Consiglio regionale a riscrivere la nostra Carta fondamentale, ho sentito, stamattina, gli appelli (da ultimo il serio appello venuto dai banchi dell'U.D.C.) al dialogo e al confronto, che preannunciavano anche quella che sarà una battaglia che ci deve vedere tutti coinvolti il 25 giugno nel dire insieme un no a quella sciagurata legge di riforma della Costituzione, quella sì fatta a strettissima maggioranza, ma ho visto anche le posizioni barricadiere che nascono giusto per far ricordare a qualcuno: "Anch'io esisto e sono risuscitato alla politica".

Credo che questo mio breve intervento sia il dodicesimo o il tredicesimo sulla riforma dello Statuto da quando svolgo le funzioni di consigliere regionale, e lo sottolineo preoccupato, perché è vero che da anni il dibattito politico in questa regione è incentrato sulla necessità di superare i limiti della nostra Carta fondamentale, che come è stato ricordato è datata e ha fatto il suo tempo, però è altrettanto vero che nulla in tutti questi anni è scaturito di fattivo. Ecco perché oggi abbiamo l'occasione di misurarci su una proposta che ha il merito di dare finalmente una risposta efficace e in grado di superare i fiumi di parole che anche oggi abbiamo ascoltato sullo Statuto sardo. E anche se debbo dire che non tutti i mali della Sardegna dipendono dall'attuale Statuto, peraltro utilizzato spesso male e neanche interamente, in quasi sessant'anni il mondo e la stessa società sarda sono profondamente cambiati e nel nuovo scenario è indispensabile, dunque, ridefinire la nostra nuova Carta fondamentale che, riscoprendo e dando nuova forza alla specificità, regoli nuovi e differenti rapporti, da una parte tra la Regione, lo Stato e l'Europa e dall'altra tra la stessa Regione, il sistema delle autonomie locali e non ultimi i cittadini, anche con l'esaltazione di un nuovo modo di intendere la nostra soggettività.

E dunque, oggi, pur con i mille limiti che potremmo individuare nella proposta al nostro esame, il dato reale è che ci troviamo di fronte a uno strumento operativo, l'istituzione della Consulta, di un organismo cioè dotato di un potere costituente, di poteri veri, direi della libertà di decidere in merito ad argomenti di tale e tanta importanza senza vincoli di governo della ordinarietà. Un potere svincolato - questo sì noi vogliamo fortemente e in questo senso è stata concepita l'istituzione della Consulta - dalla logica della contrapposizione tra maggioranza e minoranza. Quella logica della contrapposizione che ancora si è voluta sottolineare anche con l'ultimo intervento. E questo perché, appunto, in mancanza di idee, in mancanza di proposte alternative, in mancanza del dialogo, in mancanza della moderazione che è richiesta su questi temi, è più facile, come si suol dire, metterci una pietra sopra, anzi acuire lo scontro. E' chiaro che su quel terreno qualunque iniziativa sarebbe inefficace, qualunque tentativo di adeguamento e svecchiamento della nostra Carta fondamentale fallirebbe sul nascere.

Dicevo che la Consulta rappresenta, dunque, uno strumento straordinario per costruire l'ossatura della Sardegna in Europa e le regole del popolo sardo che si confronta a tutto campo con gli altri popoli europei. Nella Consulta dovranno essere rappresentate le migliori espressioni della cultura, delle forze sociali, del sistema delle autonomie locali. Altro che luogo di spartizione o di manuale Cencelli, come assai riduttivamente è stato da qualcuno detto! E sarà appunto quella la sede per confrontare idee, prospettive, progetti, visioni di una Sardegna futura; tutte le istanze sociali e politiche troveranno in essa spazio e dovranno in quel contesto fare sintesi. Se ne discuterà convintamente, animatamente, appassionatamente, ma, cari colleghi, dobbiamo consentire di farlo.

Colleghi, chi vi parla è stato un grande assertore e sostenitore della necessità che il processo costituente passasse attraverso l'Assemblea costituente eletta direttamente dal popolo sardo. Non ho difficoltà ad ammettere, ancora oggi, che quella fu una felice intuizione, ma il realismo, al quale per ultimi anche gli onorevoli Francesco Sanna e Cugini ci richiamavano, porta oggi a decretare, purtroppo, il fallimento di quella opzione. E cosa ancora più grave è che è un fallimento tutto ascrivibile - io sedevo allora in quei banchi e me ne assumo la responsabilità - non a chi allora aveva votato contro, ma a una ben precisa parte politica, pur avendo avuto dall'allora Presidente del Consiglio, l'onorevole Silvio Berlusconi, l'assicurazione che quell'iter avrebbe dato i suoi frutti. Oggi noi li stiamo ancora aspettando! Quella è rimasta carta straccia negli archivi del palazzo di Montecitorio. E allora, cari colleghi, perché non dirlo assumendoci, per la parte che spetta anche a chi vi parla, totalmente la responsabilità? Allora perché insistere su uno strumento che aveva avuto addirittura l'apostolica benedizione di qualche ministro, anche sardo? Perché insistere ancora su uno strumento rispetto al quale, cari colleghi, io mi sento davvero umiliato e così dovreste sentirvi anche voi? E' tempo di rialzare la testa!

E allora io non voglio continuare a essere strumento (in buona fede, ben si intende!) di chi allora credeva in quel progetto; un progetto vanificato dalla sonora presa in giro nei confronti nostri, di tanti cittadini sardi, di organizzazioni sindacali e rappresentanze anche di categorie produttive che credevano in quello strumento. E allora sono stati persi cinque anni - ha ragione Renato Cugini -, ne vogliamo perdere altri dieci nell'immobilismo? Combattere l'immobilismo - mi ricordava l'onorevole Massimo Fantola - e la rassegnazione è uno dei doverosi e ineludibili compiti della politica. E ha ragione. Siamo conseguenti, evitiamo che sulle nostre questioni debba decidere il Calderoli di turno! Evitiamo, cari colleghi, di sprecare un'occasione preziosa.

E allora, mi rivolgo soprattutto ai colleghi della opposizione, che io conosco, e in particolare a quelli del Gruppo di Forza Italia, a quell'ala sensibile e moderata che io conosco e che ha sempre fattivamente partecipato nei momenti alti dei dibattiti che hanno interessato questioni che fuoriescono dalla logica quotidiana dello scontro politico, mi rivolgo a loro per cogliere questa come una occasione partecipativa, perché non bisogna isolarsi. La scelta dell'Aventino, cari colleghi, penso che porti con sé la perdita del senso profondo delle istituzioni, così si trascura il valore dei principi fondamentali sui quali non può esservi mai contesa.

Vedete, nella storia travagliata della Sardegna, le divisioni non hanno mai aiutato. Anzi, possono aver aiutato altri contesti territoriali, possono aver aiutato altre realtà, e si è visto che la maggiore compattezza dimostrata, anche nei fatti, da altre Regioni ha dato sicuramente migliori frutti. E allora, cari colleghi, bisogna sciogliere il groviglio delle contraddizioni. Questo è il momento delle grandi tensioni, questo è il momento delle passioni ideali, delle battaglie in nome dell'interesse superiore dei sardi e della Sardegna. Non lasciamoci trascinare dal richiamo pur legittimo dell'appartenenza partitica o di coalizione, perché su questi temi non vi può essere distinzione di appartenenza. Altrimenti rischiamo di cadere dove qualcuno ormai vorrebbe far precipitare questo dibattito: nelle secche della conservazione e dello status quo. Anche perché così facendo contribuiamo a svuotare, ancora una volta, di contenuti l'idea stessa di autonomia. Autonomia e specialità, le grandi parole della nostra tradizione che così rischiano veramente non di orientare, ma di disorientare l'azione politica e l'azione di ciascuno di noi. Dunque, se tutti insieme riusciremo a mantenere elevato il livello del confronto, questa è l'occasione per scrivere insieme in un atto pubblico chi vogliamo essere e cosa vogliamo fare.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE SPISSU

(Segue PITTALIS.) Questo è il tempo del fare, colleghi, ma del fare assieme nel nome della unità del popolo sardo da tanti auspicata. L'ottimismo è un dovere e un dovere è l'impegno che viene richiesto a tutti: classe politica, forze sociali, organizzazioni della società civile, singoli, irriducibili cittadini. Penso che alla classe politica, spesso troppo autoreferenziale, non sarà perdonato il gravissimo errore di non aver voluto affrontare i problemi, in omaggio a baruffe di cui nella storia, sono certo, non rimarrà assolutamente nulla.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Pittalis. E' iscritta a parlare la consigliera Barracciu. Ne ha facoltà.

BARRACCIU (D.S.). Grazie, Presidente. Così come già sottolineato anche da altri colleghi che mi hanno preceduta, nella giornata di oggi non stiamo discutendo del nuovo Statuto della Sardegna, ma stiamo discutendo una proposta di legge che istituisce l'organo che porterà alla riscrittura di una proposta per il nuovo Statuto sardo. Io, infatti, voglio soffermarmi proprio su quello di cui dobbiamo discutere, che è appunto questo strumento così importante.

I compiti della Consulta regionale sono quelli previsti nell'articolato, in particolare al Capo I, ma il termine Consulta fa risuonare alle nostre orecchie un'eco antica e solenne. La Consulta che si costituirà, in quanto organo regionale, è in fondo la diretta erede degli antichi Stamenti, il parlamento rappresentativo dei tre ceti costituenti, nell'età moderna, il popolo sardo. Certo oggi, e meno male, non abbiamo più quella configurazione di società, non abbiamo più la nobiltà, il clero e i rappresentanti delle città reali. La nostra società e le nostre istituzioni si articolano secondo modalità moderne di consolidata democrazia. Tuttavia, in questi giorni e in queste ore, mi piace pensare che una certa solennità, tipica di quell'antico e venerabile consesso, rimanga ancora e si debba manifestare sia nella nostra odierna attività, quella che ci vede impegnati a discutere di questa importante legge e in quella futura della Consulta stessa. Solennità connessa al fatto che ci accingiamo non ad approvare un sia pure importante provvedimento di merito, ma a porre mano a un procedimento che si concluderà con la riscrittura della nostra Carta fondamentale, della legge delle leggi. Penso dunque sia importante essere portatori di quella stessa solennità e sia importante avere la coscienza dell'importanza di un ruolo che accompagnò il lavoro dei consultori nel 1944, alla cui opera si riconnette più direttamente il lavoro dell'organismo cui stiamo per dar vita.

L'istituzione, nel dicembre del 1944, di un organo consultivo dell'Alto Commissario, Pietro Pinna, incaricato di governare la Sardegna negli anni finali della seconda guerra mondiale e in quelli della transizione democratica, ossia l'istituzione della Consulta regionale sarda, al cui interno fu creata una commissione per lo studio di uno statuto, fu, onorevole Pili, che ha citato Emilio Lussu nel merito, come disse Emilio Lussu stesso, la prima conquista autonomista. Anche in questo caso, tuttavia, un paragone così evocativo va attentamente calibrato. Non siamo, oggi, infatti, nella condizione di allora che potrebbe definirsi di Stato nascente, in quel momento in cui, cioè, dissoltosi per vicende di necessaria straordinarietà uno Stato preesistente, tutti i poteri costituenti ritornarono al popolo, che li esercitò attraverso un organo rappresentativo quale fu allora l'Assemblea nazionale costituente. In quegli anni, infatti, crollata la monarchia costituzionale a seguito dell'acquiescenza e della colpevole collaborazione che il Re aveva prestato all'instaurarsi del regime fascista, non v'era ordinamento alcuno e si trattava di ricostituirne integralmente uno nuovo. Tutta la potestà costituente era ritornata allora al popolo. Al contrario oggi, grazie al cielo, non usciamo da una guerra perduta e da un conflitto civile. Oggi abbiamo istituzioni democratico-rappresentative a livello statale, regionale, le autonomie locali, dunque dobbiamo ripensare, ampliare nei poteri, ammodernare il nostro Statuto, ma non grava sulle nostre spalle il compito di crearne uno ex novo.

Questa disquisizione storica - mi scuserete, signor Presidente, cari colleghi - non è stata fatta, come taluno potrebbe essere indotto a pensare, a un mero scopo celebrativo o erudito. La differenza che voglio cercare di rimarcare fra la situazione attuale e quella degli anni '40 del secolo scorso è, infatti, all'origine della stessa proposta della istituzione di una Consulta, e non di altro strumento, intesa come organo rappresentativo sicuramente delle realtà politiche, sociali e culturali della nostra regione, ma anche come organo eminentemente tecnico e che dunque deve essere designato da parte del Consiglio regionale come organismo di secondo livello. Proposta questa che si è contrapposta a quella di dare vita a un'Assemblea costituente.

Orbene, se ci fossimo trovati nella condizione del 1944, appare evidente che vi sarebbe stata la necessità di affidare a un organo eletto, quindi a un'assemblea, la redazione di uno Statuto, non risiedendo la rappresentatività in alcun organo esistente così come invece è adesso. Diversa, infatti, è la situazione odierna, nella quale la potestà rappresentativa è in essere negli organi costituzionalmente preposti a esercitarla, che sono appunto, ciascuno secondo le proprie competenze, questo Consiglio e il Parlamento nazionale. E siccome appare evidente che l'istituzione di un'assemblea elettiva al posto della Consulta non avrebbe comunque potuto espropriare dei poteri che gli sono propri il Parlamento nazionale, né che questo avrebbe potuto consentire, al di là delle diverse maggioranze politiche in esso molte volte affermatesi, di farsi espropriare, se ne deve concludere che nel caso della scelta di un'assemblea costituente, gli unici espropriati della potestà saremmo stati noi, sarebbe stato questo Consiglio regionale, come se questo Consiglio, regolarmente eletto in una consultazione elettorale, non fosse legittimato a esercitare quelle potestà anche di natura costituente, che invece legittimamente gli competono sulla base della Costituzione repubblicana e dello stesso Statuto vigente.

Si può dunque e, direi, si deve certamente discutere della composizione della Consulta, delle funzioni e dei compiti che le debbono venire attribuiti, della sua maggiore o minore rappresentatività rispetto alle realtà economiche, culturali ed ancora sul ruolo che sono chiamati a svolgere organismi quale la Consulta degli enti locali e sul suo rapporto col Consiglio, col Presidente della Regione, con la Giunta, ma non si può ragionevolmente non contestare l'idea, che risulta impossibile, prima ancora che inutile e direi pure dannosa, di ripartire la potestà rappresentativa di un organo che già esiste creando una sorta di doppione e favorendo così l'insorgere di inevitabili conflitti di competenza che finirebbero per rallentare e ostacolare un percorso che noi vogliamo, al contrario, ponderato, proficuo, ma anche ragionevolmente contenuto nei tempi.

Singolare appare, di contro, la posizione di chi non vorrebbe e non vuole né l'uno né l'altro organo, come se questo Consiglio fosse in grado di svolgere, di fronte all'incombere dei problemi e alla necessità impellente di portare innanzi un inedito disegno riformatore che ci siamo assunti, tutta l'imponente opera di sensibilizzazione e l'inevitabile mole di studi preparatori che la revisione di uno Statuto inevitabilmente comporta. Infatti, la scommessa del nuovo Statuto sardo non può e non potrà esaurirsi in un dibattito esclusivamente interno a queste mura o a quelle che ospiteranno la Consulta. Alla stessa Consulta, infatti - e questa mi sembra una peculiarità positiva della proposta che oggi è alla nostra attenzione -, non vengono attribuiti meri compiti di elaborazione. Le proposte innovative che una bozza di Statuto deve necessariamente contenere non possono nascere dall'elmo di Minerva già belle e formate, ma al contrario traggono la loro forza, la loro pregnante significatività dal confronto e dal dibattito che su di esse si può e si deve aprire nel corpo sociale. Questo è, a mio giudizio, il compito fondamentale che oggi affidiamo alla Consulta. Se avessimo pensato che di questo dibattito, di questo coinvolgimento della società civile poteva farsi a meno, se solo avessimo ritenuto sussistente un'autosufficienza di questo Consiglio avremmo potuto semplicemente avvalerci della consulenza di esperti di diritto pubblico. Così non è, e solo se questa Consulta che andiamo a istituire sarà capace, così come credo, di aprire questo dibattito, di fare in modo che esso si sviluppi rigoglioso, ricco e fecondo, solo allora davvero le sue proposte potranno dirsi significative e destinate al successo.

Occorre dunque evitare, da una parte, la presunzione di autorefererenzialità dell'organo politico e, dall'altra, l'eccesso di tecnicismo accademico nelle designazioni di quello tecnico. La Consulta dovrà ascoltare e comprendere la Sardegna, e non svolgere una mera esercitazione di dottrina costituzionale. Poiché questo è il compito più importante che la attende, a mio giudizio, occorre, nella sua composizione, raccogliere, far partecipare, così com'è stato già detto da altri, le forze vive e rappresentative della società sarda dei diversi settori sociali, culturali ed economici. E in particolare - perché no? - dovrà garantire al suo interno la paritaria presenza di uomini e donne. La Consulta deve in questo senso essere davvero rappresentativa della società sarda nel complesso delle sue articolazioni e competenze, ma questa, è inutile dirlo, è una responsabilità che grava in primo luogo sulle forze politiche e su questo Consiglio regionale. Se sapremo dare spazio a voci diverse, se sapremo ascoltare attraverso di esse la nostra gente, ponendo l'organismo al riparo dalla dialettica politica maggioranza-opposizione, dialettica e contrapposizione che va riservata alle scelte politiche e programmatiche correnti, allora potremo dire di aver lavorato per un vero rinnovamento, per quella nuova qualità dell'autonomia di cui si discute ormai da tempo, perlomeno da quando si ebbe coscienza della crisi e dell'insufficienza dei modelli di partecipazione, programmazione ed intervento, elaborati dalla riflessione politica degli anni settanta.

L'esortazione è di cogliere assieme questa occasione, senza perdere altro tempo prezioso per il bene della nostra Isola. Grazie.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Barracciu. E' iscritto a parlare il consigliere Lai. Ne ha facoltà.

LAI (D.S.). Signor Presidente, colleghi, io penso che stiamo cogliendo un'occasione, non un'occasione da mitizzare - uso questo termine perché ritengo che debba in qualche modo tornare nel nostro dibattito - però un'occasione importante, che è quella di andare oltre alcune frontiere, alcuni confini, perché quando parliamo di Statuto, di autonomia, di federalismo, talvolta siamo consapevoli che stiamo toccando dei confini, dei nodi in qualche modo contenuti, che hanno una radicamento antico, che sono stati oggetto di battaglie del pensiero, del conflitto di persone che prima di noi sono venute e che noi consideriamo padri delle nostre forze politiche, padri delle nostre istituzioni, padri della Sardegna di oggi, che non è quella di cinquanta o sessant'anni fa, come diceva giustamente il collega Cugini. Sebastiano Brusco diceva spesso che noi sardi avevamo il dovere di far uscire dal mito l'autonomia. Personalmente ritengo che certe volte egli interpretasse il termine autonomia identificandolo col principale autore, anche raccontatore di questo mito e quindi in qualche modo questo elemento perdeva di forza perché sembrava una battuta sulle persone. Tuttavia, io penso che sia invece molto attuale, anche perché il rischio è che i protagonisti e i raccontatori siano gli stessi di cinquant'anni fa.

La necessità di uscire dal mito dell'autonomia appare anche oggi, anche nel dibattito degli ultimi mesi e di questi giorni, molto viva. Dobbiamo, cioè, fare attenzione al rischio che questa mitizzazione dell'autonomia diventi una mitizzazione dello Statuto e, per eccesso, diventi anche la mitizzazione dello strumento per preparare una proposta che poi torna dentro il Consiglio regionale, che è l'unico organismo deputato a modificarla. Insomma di mitizzazione in mitizzazione scambiamo questa con l'importanza dei contenuti, con l'importanza dei processi, con l'importanza di ciò che stiamo facendo, ma nel mitizzare rinunciamo a entrare dentro le questioni. E questo è talmente vero che il dibattito sullo strumento da utilizzare per elaborare una proposta di Statuto è durato dieci anni (gli ultimi cinque anni sono relativi alla battaglia per l'Assemblea costituente). Quindi è il processo che doveva in qualche modo portare all'elaborazione di una proposta che è diventato il mito stesso del nostro ragionamento, e nel frattempo tutto è cambiato, perché in questi ultimi dieci anni è stato addirittura lo Stato a procedere con un impeto trasformatore e riformatore che ha largamente superato il nostro, sono state le Regioni ordinarie a travalicare confini che prima non esistevano.

Insomma, se mentre tutto cambia noi davvero vogliamo cambiare il nostro Statuto, se pensiamo davvero che sia necessario e obbligatorio mutarlo, se ci sono realtà che riteniamo possano essere influenzate dal cambiamento di questo patto, queste cose vanno fatte e tendenzialmente vanno fatte in fretta, perché l'assenza di regole nei rapporti tra lo Stato e la Regione non diminuisce la forza dello Stato, indebolisce la Regione. E ancora di più la indebolisce quando gli strumenti appaiono obsoleti e anche non rispettabili, come succede per una Regione come la Sardegna, e il dibattito di questi giorni lo sta ponendo in evidenza.

Allora, parafrasando in qualche modo l'uscita dal mito dell'autonomia, mi sembra che questa sia l'occasione per uscire un po' dal mito dello strumento. Dobbiamo farlo con un rispetto fondamentale, che è quello delle relazioni tra le parti politiche, della partecipazione di tutti alle riforme, ma, guardate, diventa in qualche modo una sfida per tutta la classe politica, al di là di quello che sarà il risultato, e nel dividerci tra "sfascisti" o arroganti rischiamo davvero tutti di perderci. E ci perdiamo sia perché possiamo venire percepiti, ancora una volta, come una classe politica che, come quella degli ultimi dieci anni, non è riuscita dopo, che l'aveva promesso in campagna elettorale, a mutare lo Statuto e a fare le riforme, sia perché inseguiamo in qualche modo miti di partecipazione che vanno invece perseguiti e verificati a mano a mano che i processi si sviluppano, non presupposti all'inizio, perché possono anche fare le fortune di qualcuno di noi o di qualche parte politica minima, ma non fanno la fortuna di una classe dirigente che prima di tutto deve riannodare i fili del collegamento tra l'istituzione e i cittadini. Il rischio peggiore è parlare e non fare in questa legislatura, soprattutto dopo che di questa riforma, non soltanto la nostra coalizione, ma anche la vostra coalizione ne ha fatto oggetto dell'impegno elettorale.

Io penso che dobbiamo passare dalla mitizzazione del desiderio o dell'impegno al fare, alla mitizzazione del risultato. E per risultato intendo uno Statuto che non sia soltanto un patto, diciamo, che soddisfa i giuristi o i raffinati politici che, sull'onda del cambiamento istituzionale, rilevano questo come il grande elemento di cambiamento delle istituzioni. Noi la scommessa del risultato e della mitizzazione del risultato la vinciamo se quello Statuto, ossia quel patto tra lo Stato e la Regione, tra la Regione e i cittadini, diventa, in qualche modo, qualcosa che giustifica una classe dirigente che si è impegnata su questo cambiamento, e riesce a modificare strutturalmente la cultura e l'identità rispetto alla modernità e alle sfide della modernità. Se non saprà fare questo, sarà soltanto un cambiamento di regole minimali, una modernizzazione apparente. Badate, la sfida è già fallita in molte delle Regioni a Statuto ordinario: solo quattro Regioni su quindici, negli scorsi cinque anni, hanno portato a termine il processo di elaborazione dello Statuto. Solo quattro su quindici! Lo strumento statutario non funziona se è privo di questa coscienza della classe dirigente e insieme di un percepito reale del possibile cambiamento rispetto alla modernità. Io sono tra quelli che pensano che il processo vada fatto e fatto in fretta e che possa costituire oggetto di cambiamento sia delle condizioni dei sardi e della visione che i sardi hanno delle istituzioni, sia del rapporto tra la classe dirigente delle istituzioni locali e quella regionale. Io ne sono molto convinto, e sono anche convinto che per la Sardegna questa sia un'urgenza, perché la gran parte del popolo sardo considera totalmente esaurita la spinta propulsiva dell'autonomismo, considera esauste le istituzioni regionali e considera la Regione soprattutto un'antagonista rispetto alle proprie aspirazioni e opportunità; la considera protagonista delle disuguaglianze esistenti, perché anche laddove interviene, spesso lo fa generando disuguaglianze; la considera un fattore di esistenza che male si concilia con un contesto nazionale e internazionale che è invece di progressiva integrazione e forte interdipendenza, perché si rappresenta chiusa, ostile, permeabile solo agli amici degli amici. Nonostante gli sforzi che stiamo facendo adesso, questo resta ancora un percepito forte, e gli sforzi che stiamo facendo vengono premiati perché in questa direzione, nella direzione cioè della trasparenza, della partecipazione, del superamento delle disuguaglianze, in qualche modo è presentabile una serie di risultati e sono presenti molteplici risultati.

Insomma per i sardi questa è una Regione che si guarda i piedi mentre cammina o addirittura se li guarda mentre sta ferma. Non è una Regione che accompagna la spinta propulsiva delle grandi capacità dei sardi, ma anche dei segnali di modernità, di innovazione che ci sono nella società, per la quale l'istituzione rappresenta un freno, oppure un acceleratore per i più furbi, che non è una buona cosa. E' su questo che la nostra coalizione ha vinto e anche voi cinque anni fa - mi spiace che non ci sia l'onorevole Pili -, per ciò che riguarda il consenso sul Presidente, avevate vinto, ma cinque anni fa la sfida è stata fallita. Oggi la domanda è: ci possiamo ancora permettere di fallirla con proposte che, tra l'altro, sono evidentemente conflittuali tra loro, posto che c'è chi dice che il Consiglio non deve essere espropriato e chi dice che serve invece una grande partecipazione attraverso l'Assemblea costituente? La verità è che qui e ora è l'occasione per porci nella stessa direzione, nella stessa velocità di cui i sardi hanno bisogno e che molti sardi già perseguono.

Ora io mi rendo conto che, in politica come in fisica, a ogni azione corrisponde una reazione, e capisco anche che questa indisponibilità della minoranza a partecipare ai lavori in Commissione, a partecipare in questa fase alla costruzione della Consulta faccia parte, in qualche modo, di una reazione, ma ritengo che sia sbagliato inseguire il vulnus, ricercare il vulnus, come ho rilevato in qualche intervento, tra gli ultimi, ma ho sentito anche molti interventi improntati alla collaborazione e all'apertura, tra cui quelli del rappresentante del Partito Sardo d'Azione e di Mario Diana, che hanno segnalato nel merito delle cose sulle quali lavorare, delle direzioni da prendere. Io penso che la ricerca del vulnus sia assolutamente improduttiva rispetto a ciò che l'opinione pubblica penserà, rispetto a ciò che noi faremo, rispetto a ciò che ogni parte farà. La nomina del Presidente della prima Commissione? Proviamo a spiegare che questo è il motivo per il quale si rallenta il processo! Oppure la ricerca di una maggiore espressione popolare? A me sembra ingeneroso chiamare burocrazia, come ha fatto qualcuno, la rappresentanza delineata nella legge che istituisce la Consulta. Mi sembra davvero ingeneroso chiamarla burocrazia oppure parlare di una procedura che espropria il Consiglio. Insomma, lo Statuto lì è molto chiaro. Io penso che non si possa tentare di ridurre la definizione dello Statuto alla consultazione prevista per una legge sul commercio o sulle politiche sociali. E' evidente che non può essere sufficiente una procedura ordinaria nella Commissione competente, che ha già per sua funzione istituzionale il compito di stare su tutte le leggi di riforma, non soltanto quella dello Statuto. Significherebbe, a mio avviso, svilire l'importanza della sua stessa funzione. Allora in questo senso la Consulta è uno strumento mediano, che risponde ai criteri di partecipazione e di consultazione ampia; è uno strumento nuovo e possibile, perché non ci sono storie precedenti sotto questo aspetto. Tra l'altro si sono seguiti dei criteri che corrispondono a quelli individuati nella scorsa legislatura per l'Assemblea costituente, uno strumento che è stato bocciato dal Governo, ma sapevamo anche che sarebbero occorsi tre o quattro anni per completarne la procedura di costituzione, cosa che non ci possiamo assolutamente permettere arrivati al secondo anno della legislatura.

La Consulta garantisce il rispetto dei poteri e dei ruoli, è bipartisan, perché non ci sono in essa maggioranze precostituite, intanto per il criterio della proporzionalità, in secondo luogo perché è prevista la rappresentanza delle coalizioni non presenti e delle varie realtà sociali. Non c'è niente di prevedibile, né di guidabile nella Consulta. Io non sarei, perciò, così sminuente nei confronti di un processo che coinvolge quel tipo di soggetti e di soggettività. E' garantita, altresì, una totale trasparenza così come la possibilità da parte di ogni forza organizzata e di ogni cittadino di accedere in qualunque fase: quella iniziale, quella delle consultazioni, quella dei processi e quella finale, per influenzare, con proposte limitate o totali, l'elaborazione del nuovo Statuto.

Allora come si fa a spiegare il "no"? Sulla base del fatto che è stato scelto un Presidente della prima Commissione che era Capogruppo di un partito che esprimeva anche il Presidente? Guardate, ci sono cose che possono essere spiegate anche con la tattica della politica, altre che non possono essere spiegate allo stesso modo. Io penso invece che ci sia lo spazio, ci debba essere lo spazio perché dal processo si vada speditamente verso la ricerca di un risultato che se sarà raggiunto insieme sarà un valore per tutta la classe dirigente, se non sarà raggiunto insieme rischiano di essere visibili delle responsabilità che non è bene, per questa istituzione, che diventino l'oggetto della battaglia politica, non su un tema come la riforma dello Statuto, se lo Statuto è quello che sta emergendo nel dibattito che insieme stiamo facendo, se lo Statuto è davvero il patto tra i sardi.

L'onorevole Pili ha detto che bisogna partire non da un articolato, ma dal negoziato con lo Stato. Io penso che sia vero solo in parte, perché c'è il dato che con la riforma devolutiva il rischio di anarchia federalista aumenta. E' presente il fatto che il processo di trasferimento di competenze in modo esclusivo alle Regioni, fuori da una gerarchia definita, come nel processo devolutivo, crea gravi difficoltà, perché un'anarchia federale - viene definita così anche da importanti costituzionalisti ed esperti in questa materia - è in grado di comprimere la sfera delle competenze autonome perché diventa impossibile individuare le competenze stesse. Ed è un processo di continuo conflitto tra istituzioni parimenti legittimate quello che si apre quando non c'è una precisa definizione dei poteri. Se poi questo trasferimento, come è previsto nella devolution, avviene in assenza di un quadro di garanzie perequative, il gioco diventa quello di un conflitto che cova la disgregazione. Ecco, l'interesse della nostra Isola rispetto a un patto con lo Stato sta non soltanto nell'identificazione certa delle entrate, ma anche nell'evitare che qualunque processo possa essere messo in discussione senza regole certe di relazione, che sono da ridiscutere perché oggi non ci sono nei fatti, perché lo Statuto non riesce a interagire con i processi costituzionali che sono già avanzati. L'esigenza di dare criteri istituzionali a questi rapporti permane, perché non è conclusa per lo Stato questa fase di transizione costituente. Noi abbiamo l'occasione di concluderla accompagnandola e soprattutto definendo le nostre regole.

Io ho colto alcune osservazioni che faceva l'onorevole Mario Floris, che mi sembrano importanti, e fra tutte ne ho colto una in particolare. Egli afferma che non basta il fattore etnico per delimitare l'identità, non basta la condizione di insularità per giustificare un nuovo Statuto, serve anche un modello istituzionale nuovo. E' vero, ma ancora di più è urgente farlo perché se il modello di Stato sarà quello definito dopo il referendum, in una direzione o nell'altra, perché comunque, sia che vinca il "sì" sia che vinca il "no", ci sono dei processi successivi, è evidente che la Sardegna può partecipare da protagonista o subire il processo di costruzione dello Stato. E questo dipende assolutamente dal modo con cui noi identifichiamo, prima di tutto nella nostra elaborazione, una proposta di rapporto con lo Stato, mutuandola da altri esempi autonomisti presenti in Europa o identificandone una nuova, ma non possiamo presentarci con un dibattito ancora aperto sullo strumento, dentro un processo di trasformazione e di transizione costituente, qual è quello in cui si trova il nostro Paese. Ma che non sia soltanto il negoziato con lo Stato a dover guidare lo Statuto è evidente, se crediamo davvero che questo strumento debba essere un patto tra la Regione e i sardi, tra la Regione e gli enti locali, tra la Regione e le forze sociali organizzate. E questo richiede il massimo coinvolgimento, non basta il negoziato, né dal negoziato si deve partire, noi riteniamo, per discutere su come la comunità regionale debba organizzarsi al suo interno e su come istituzioni parimenti legittimate debbano relazionarsi fra loro. Noi vediamo una Regione che sta dentro un patto sussidiario che è però capace di cogliere anche gli elementi di innovazione sotto il profilo della sussidiarietà, perché sussidiarietà vuol dire diritti. E noi non possiamo dire che il sardo è la lingua di questa regione se poi non diamo il diritto a tutti i sardi di impararla, il che significa stanziare risorse finanziarie per farlo; non possiamo dire che è un diritto avere un modello diverso di politiche sociali se poi non abbiamo i soldi per crearlo. Quindi la definizione del patto non deriva da un negoziato e basta, perché non si tratta soltanto di costi, ma anche di valori precisi sotto il profilo dell'identità che diventa cultura e diventa poi cittadinanza.

Io sono convinto che sia necessario saper cogliere e valorizzare i mille segnali di modernità che ci sono in Sardegna senza cadere, come stiamo rischiando di fare, nella cattiva retorica dell'occhio rivolto al passato. E soprattutto dovremo saper evitare, nella retorica in cui possiamo spesso cadere, di presentarci ancora una volta alla comunità sarda divisi in categorie, perché è negativo per tutti. Qualunque sia la parte vincente o perdente, sarà comunque la classe dirigente di questa Regione a perdere, oltreché i sardi.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pinna. Ne ha facoltà.

PINNA (Progetto Sardegna). Signor Presidente, signori Assessori, colleghi, mi piace iniziare citando un filosofo americano che ha detto così: "Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla". Ho pensato a questa frase perché nei mesi scorsi, e in questi giorni in modo particolare, mi sono preoccupato di rileggere le fasi più significative, che vanno dal 1945 fino al 1948, che hanno portato all'approvazione del primo Statuto di autonomia. La lettura dei testi, che opportunamente in questi giorni il Presidente del Consiglio ha messo a disposizione di tutti i consiglieri, è estremamente interessante perché ci dà l'idea del contesto nel quale è nata e si è strutturata la prima autonomia, ma soprattutto chiarisce come le forze politiche del secondo dopoguerra, in Sardegna, si disposero sia nella fase che portò alla costituzione della Consulta, decretata dal Governo nazionale, sia nella fase che seguì il rapporto che legò l'Alto Commissario e la Consulta con l'Assemblea costituente. In questo contesto sono state citate più volte in quest'Aula le vicende che si susseguirono e che portarono al rifiuto dello Statuto dato per decreto, così come accadde per la Sicilia, allo scontro tra la Consulta e il Governo nazionale, ma, una volta votata la Costituente, si ritenne opportuno non bypassare questo importante strumento.

Perché chi non conosce la storia è condannato a ripeterla? Perché leggendo quei passi ci rendiamo conto di come, un po' l'inesperienza, un po' lo scontro politico di carattere nazionale - che alla fine si riflette anche nelle vicende regionali -, in qualche modo portarono all'indebolimento dello strumento. Allora, chi non conosce la storia è condannato a ripeterla. Noi ci troviamo oggi, e tutti quanti ne siamo assolutamente consapevoli, agli albori di una nuova autonomia: la prima autonomia del '48, che si è rafforzata notevolmente negli anni dei piani di rinascita e dell'unità autonomistica, oggi vive una fase nuova. Una fase nuova, è stato ripetuto anche in quest'Aula, che tiene conto di un contesto di carattere generale profondamente mutato, dove, paradossalmente, alla negazione delle diversità si registra contemporaneamente anche un'esplosione delle diversità, tant'è che viviamo una fase difficile e complicata. Bene, noi abbiamo assolutamente bisogno di dotarci, come Regione autonoma della Sardegna, di un nuovo strumento statutario o meglio di un aggiornamento dello strumento statutario vigente. Nel 2004 e nel 2005, quest'Aula ha approvato due importanti ordini del giorno, il primo rispetto a una condizione di emergenza (erano i mesi in cui la riforma della Costituzione rappresentava per tutti quanti noi un grande attentato alla specialità), il secondo in un contesto di maggiore consapevolezza, nei quali siamo riusciti a sintetizzare, in maniera molto lucida, le grandi sfide, i grandi problemi che in qualche modo ci aspettano.

Da questo punto di vista, i fatti che in qualche modo iniziano con la discussione e l'approvazione di questo importante strumento che è la Consulta statutaria rappresentano l'avvio di una fase nuova. L'onorevole Lai ha citato la fase del mito, l'autonomia o lo Statuto come mito; mi piace pensare che la società occidentale nasce quando si passa dal mito al logos. Io credo che sia altrettanto importante che noi guadagniamo la dimensione del logos, cioè la capacità di razionalizzare perfettamente ciò che sta accadendo per renderci conto che l'esperienza maturata in questi anni non è stata vana. La Sardegna è cresciuta grazie al proprio Statuto, grazie alla coscienza autonomistica, anzi non esisterebbe oggi senza questa grande coscienza autonomistica che ha dato vita a un sistema molto diffuso e articolato di autogoverno locale, che passa, sì, attraverso le istituzioni, ma passa anche attraverso le autonomie funzionali, attraverso la modernizzazione dell'esperienza civile, sociale ed economica. Bene, questa Sardegna ha fatto passi da gigante in questi sessant'anni. Da questo punto di vista, credo che lo Statuto non sia assolutamente uno strumento vecchio del quale liberarsi; è al contrario uno strumento importante. Certo, vi sono degli articoli che sono stati superati: la riforma del Titolo V, in modo particolare, con la modifica degli articoli dal 114 sino al 123 e successivi, ha in qualche modo aperto una strada, o meglio, la modifica del Titolo V ha rilevato una cosa molto profonda, cioè che quell'idea di autonomia e di specialità, che non nasceva semplicemente dalla volontà di superare delle diversità che per noi si presentavano come un handicap, come un limite, è ancora viva e attuale. Mi verrebbe da dire che la specialità è eternamente attuale, anzi la specialità rappresenta il compimento perfetto della nostra Costituzione. Mi è capitato, qualche volta, di ricordare l'articolo 5 della nostra Costituzione, che dice che L'Italia, che è una Repubblica democratica e unitaria, promuove le autonomie locali. Cioè l'Italia ha compreso, sin dall'inizio, che le differenze non rispondevano semplicemente a un bisogno di evitare i separatismi, le differenze rappresentavano allora, rappresentano, oggi più che mai, una grande opportunità, una grande risorsa.

Abbiamo alle spalle sessant'anni di autonomia che si è nutrita di errori, di ingenuità, con una classe dirigente alle prese con un'esperienza di autogoverno che, per la prima volta dopo secoli di esperienza di subordinazione e di sudditanza, veniva manifestata. Abbiamo sessant'anni di esperienza autonomistica, abbiamo preso confidenza con gli strumenti del governo, abbiamo anche capito quanta difficoltà ha caratterizzato il rapporto con lo Stato, molto spesso duro, molto spesso avaro e incapace di valorizzare le differenze e le diversità. Bene, oggi ci troviamo in una condizione importante, siamo di fronte a un contesto di tipo costituzionale che è più maturo, forse, di quello degli anni del secondo dopoguerra. Allora è chiaro, non è questa la sede per affrontare questo argomento e credo che avremo l'opportunità e il modo di discutere di quale specialità, di quale autonomia speciale e di come la sovranità, che è una, potrà essere distribuita e meglio articolata all'interno della stessa Repubblica democratica. Non dimentichiamo che l'articolo 114 è stato modificato in maniera molto importante e distingue la Repubblica e lo Stato; l'unità della Repubblica passa attraverso una serie di articolazioni che trovano anche nelle Regioni un elemento fondamentale. Ebbene, il contesto nel quale ci troviamo a operare è un contesto nuovo, è un contesto favorevole. La Costituzione italiana si presenta, ancora oggi, come lo strumento che ci consente di affrontare meglio le sfide di una condizione che è cambiata, non solamente all'interno del nostro Paese, ma direi nell'Europa e nel mondo. Sarebbe sbagliato indugiare, sarebbe quasi un voler ritornare a quella fase mitica che, però, per certi versi era anche primordiale, infantile.

Allora cosa dobbiamo fare? Voi sapete meglio di me che la strada che sarebbe dovuta passare attraverso l'elezione di un'Assemblea costituente è alle nostre spalle. Ci sono problemi di non poco conto, perché non si tratta semplicemente di affrontare la questione dell'articolo 54 dello Statuto sardo; si tratta anche di affrontare il serissimo problema dell'articolo 138 della Costituzione. Ma quella strada, ripeto, è alle nostre spalle! Credo che il surplus di logos e di pragmatismo ci deve indurre a credere che abbiamo bisogno, quanto prima, di un nuovo strumento statutario. Certo, potevamo benissimo accedere, nel rispetto dell'articolo 54, al riconoscimento legittimo e democraticamente fondato della centralità del Consiglio regionale, che è l'unico organismo parlamentare deputato - a dire il vero l'articolo 54 dello Statuto dice anche altro - a promuovere iniziative di revisione costituzionale, perché l'articolo 138 ci ricorda che solo il Parlamento italiano è deputato ad approvare la revisione della Costituzione.

Allora, potevamo prendere questa strada, ritenendo opportuno, perché questo ci siamo detti anche quando abbiamo approvato l'ordine del giorno, che quel complesso di realtà autonomistica che è la società sarda, pensata in tutte le sue articolazioni, dovesse avere una possibilità di partecipazione, di coinvolgimento, quasi di protagonismo. Un protagonismo che non è di serie C (a me sembra un protagonismo a tutti gli effetti), che affianca e sostiene. Tant'è che la proposta di legge che abbiamo elaborato garantisce, in qualche modo, una sorta di osmosi tra il Consiglio, dunque la prima Commissione consiliare, e la Consulta stessa, un coinvolgimento che poi dovrà trovare frutto, dovrà trovare quasi una propria formalizzazione nell'attività del Consiglio.

Dunque, qual è il peccato? Abbiamo presentato una proposta che ci dovrà consentire di disporre, in otto mesi - perché dobbiamo recuperare l'uso corretto del tempo, che è fattore strategico in una società che è profondamente cambiata -, di una o più bozze di Statuto che saranno il frutto di un'ampia consultazione, di un confronto, di un coinvolgimento. Se voi osservate, tutti gli articoli, una volta che si definisce la composizione della Consulta, non fanno altro che esaltare la partecipazione, anzi fanno della partecipazione, dell'ascolto, del coinvolgimento, del confronto la vera forza di un'autonomia che rinasce, che non è più semplicemente espressione di un'Aula parlamentare, ma che è veramente l'espressione di un popolo, di una grande comunità regionale. Diamo otto mesi di tempo a uno strumento che non mortifica la partecipazione, che mette in relazione le istituzioni con la società civile, per approvare un testo di Statuto, dopo di che la palla passa, se così possiamo dire, al Consiglio, il quale, attraverso un veloce esame nella prima Commissione, diventa il luogo in cui i temi, le questioni, i problemi che in parte conosciamo già, avranno modo di essere ulteriormente affinati ed elaborati. Però, perché è importante che il primo passaggio, quello della Consulta, fatto in tempi relativamente brevi, sia compiuto? Perché la riforma dello Statuto ha bisogno di una grande unità politica, per due ragioni: la prima è che c'è bisogno che questa proposta trovi una metabolizzazione, trovi un coinvolgimento, cioè il nuovo Statuto deve passare attraverso un supplemento, un surplus di coscienza autonomistica e di specialità della società sarda; la seconda ragione dell'unità è rappresentata dalla capacità che potremo avere nel momento in cui l'interlocuzione si sposterà dal piano regionale al piano nazionale di bucare in qualche modo, di trovare udienza, di convincere che la specialità rappresenta la risposta solidale a un bisogno di diversità che non deve passare necessariamente attraverso una proposta devolutiva di tipo federalistico negativo. Cioè noi continuiamo a credere che veramente la specialità rappresenti il compimento di uno Stato nazionale, di una Repubblica neoregionalista, ecco perché c'è bisogno di un coinvolgimento superiore.

Siamo assolutamente disponibili, aabbiamo detto che in questi mesi ci sono state undici sedute ufficiali della Commissione autonomia, in cui abbiamo lavorato per l'approvazione di questa breve proposta di 13 articoli. Certo, abbiamo anche tratto frutto da una prima proposta che era depositata, quindi non siamo partiti dall'anno zero. Abbiamo lavorato e pensiamo di avere prodotto un testo accettabile, che può rappresentare una buona base di confronto anche in quest'Aula. Abbiamo detto più volte che le leggi nascono nelle Commissioni, ma trovano nell'Aula un momento significativo di confronto, di definizione, di miglioramento, di integrazione. Bene, noi crediamo di avere lavorato seriamente e serenamente, anzi ne approfitto per ringraziare la prima Commissione, soprattutto i componenti di maggioranza, ma non solo loro, perché hanno partecipato, pur in mezzo alle difficoltà, anche i componenti di minoranza. Mi rammarico del fatto che, nella mia breve esperienza di Presidente della prima Commissione, non ho mai potuto confrontarmi con l'onorevole Pili. Credo che il nostro lavoro passi anche attraverso la presenza silenziosa nelle Commissioni, dove probabilmente si "zappano" le leggi, invece si preferisce talvolta il clamore mediatico. Però, a ciascuno il suo!

Ringrazio la Commissione perché ha lavorato seriamente, dando vita a un confronto serio. Ha ragione l'onorevole Sanna, in certi momenti ci siamo posti anche il problema di come rendere questa proposta accoglibile dall'opposizione. Non abbiamo immaginato uno strumento ad usum delphini, abbiamo invece fatto prevalere il principio della proporzionalità indipendentemente - l'onorevole Ladu è stato impreciso a questo proposito - da premi di maggioranza e abbiamo dato spazio a segmenti significativi della società civile. Credo, tra l'altro, che andranno fatte delle precisazioni una volta che verrà approvata la legge, perché il fatto che la prima Commissione stia esaminando in questo momento anche la legge statutaria è significativo: la Regione è speciale se sa anche valorizzare le ragioni della propria ordinarietà.

Concludo come ho iniziato: chi non conosce la storia è condannato a ripeterla! Credo che sia importante che anche in questo Consiglio la memoria diventi un fattore fondamentale. Ho citato altre volte un bel proverbio canadese che dice: "La scuola deve dare radici e deve dare ali". Se vogliamo volare alto non possiamo nemmeno dimenticare. Grazie

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pisano. Ne ha facoltà.

PISANO (Riformatori Sardi). Grazie, Presidente. Credo innanzitutto di dover ringraziare - lo faccio volentieri - l'onorevole Pittalis, il quale, in maniera molto generosa, ha voluto qui citare Massimo Fantola e, in particolare, il suo costante richiamo all'impegno di combattere l'immobilismo, per il quale egli stesso diceva che occorreva grande coraggio. Però l'onorevole Pittalis, nel suo tredicesimo intervento - egli stesso l'ha così cronometrato - in quest'Aula sulla Consulta, ha potuto esprimere alcune altre riflessioni che io condivido in parte. Condivido, per esempio, quella sua sensazione, quel suo dubbio, quella sua ipotesi che non tutti abbiano capito di che cosa qui si stia parlando, anzi lui, da buon avvocato, l'ha chiamato sospetto, ed è un sospetto che davvero condivido, nel senso che mi autodenuncio: quasi sicuramente neanch'io ho ancora capito per intero di che cosa stiamo parlando!

Alla base di tutti i ragionamenti che oggi, in questa lunga giornata, stiamo facendo, a mio giudizio c'è un grande equivoco, una grande contraddizione; un equivoco che nasce dalla stessa definizione del momento in cui, il 31 luglio 2001, approvammo unitariamente (anche se il voto fu di maggioranza, ma unitariamente sposammo quel deliberato) la proposta di legge costituzionale per la revisione del nostro Statuto: un momento "fantastico". Quell'entusiasmo unanime oggi non c'è più. Qual è la contraddizione, qual é l'equivoco? Che non si trattava, così come oggi viene richiamato, di uno strumento; non si trattava assolutamente di un contenitore, era già tema di autonomia. L'Assemblea costituente, ed è questo che va assolutamente ribadito, era già sostanza della nostra autonomia, perché non subordinava assolutamente la nostra volontà di legislatori di riscrivere le regole del nostro Statuto a quella di un Parlamento dello Stato italiano. Ed era lì, come ben ha detto il consigliere Stefano Pinna, nella interpretazione dell'articolo 54 della Costituzione che andava davvero applicato il senso della nostra autonomia. L'Assemblea costituente era una spinta propulsiva che non può esaurirsi, lo dico per l'onorevole Lai, che poco fa ha detto: "Prendiamo atto che quella spinta di autonomismo si è esaurita". Non può esaurirsi, così come non si può dichiarare o decretare, come qualcuno ha fatto, il fallimento di un'azione che è stata fatta in funzioni di principi nobili, grandi, condivisi. Il principio dell'autonomia non può mai registrare un fallimento! Non è registrabile, comunque sia andata, comunque si sia ottenuto quel che si è ottenuto, il risultato è sempre positivo e quindi non è applicabile quel concetto che diceva l'onorevole Lai poco fa: "Si tratta di una reazione conseguente a un'azione". No, assolutamente! Si tratta di coerenza, si tratta di non tradire quello spirito nel quale noi tutti abbiamo creduto. Noi abbiamo sempre detto che insieme alle 20 mila firme dei sardi, insieme alle 252 firme dei sindaci, insieme alla firma degli emigrati, insieme a tutto ciò che animava quel momento veramente grande c'era l'ansia di un popolo, c'era l'ansia della Sardegna, c'era davvero l'ansia di poter riscrivere in maniera diretta le nostre regole.

Perché, oggi, noi diciamo che di Consulta non è possibile parlare? Non parlo di retrocessione in termini sportivi, come ha fatto qualcun altro, ma dico che è davvero un arretramento, un grosso arretramento, perché stiamo delegando per delegare e delegare ancora, tre deleghe che implicano una completa rinuncia alla nostra forza autonomistica. Noi stiamo delegando a una Consulta l'elaborazione di una bozza di Statuto. Ci rassicura l'onorevole Cugini dicendo: "Sì, entreremo anche nel merito, ma non la dovremo solo approvare". Va bene, entreremo nel merito, però questa bozza di Statuto la dovremo sottoporre al Parlamento italiano e sarà il Parlamento italiano a scrivere il nostro Statuto, sarà il parlamentare valdostano a dire la sua sulle regole del nostra regione. Cosa, colleghi, che non è avvenuta per le Regioni a statuto ordinario, le quali hanno avuto, in maniera veramente paradossale, una forma di autonomismo più ampia, esattamente nel senso che è stato indicato dalla legge costituzionale, che dava loro determinate prerogative. Quegli statuti (alcuni dei quali tutti abbiamo avuto occasione di leggerli con molta attenzione) sono stati scritti in maniera stretta, qualcuno dirà, ma quelle Regioni hanno comunque avuto grande libertà anche nel potersi conquistare determinati spazi di autonomia.

Oggi probabilmente - è questo l'equivoco che noi dobbiamo qui chiarire - noi non possiamo accettare che la scorciatoia sia doppia, non possiamo credere che si possa arrivare a questa forma di autonomia doppiamente delegata per poi rinunciare a quella sovranità che caratterizzerebbe la legittimazione delle regole scritte dal popolo sardo, cioè quella legittimazione che nascerebbe nel momento in cui noi potessimo davvero eleggere un'assemblea costituente. D'altro canto mi è piaciuta moltissimo un'affermazione dell'onorevole Pinna: "Chi non conosce la storia rischia di ripeterla". Proprio questo é il rischio che noi oggi mettiamo in campo, il rischio di costituire una Consulta sul modello di quelle del 1945-1946 e 1947-1948, le due Consulte che davvero restituirono poca autonomia alla Sardegna.

Noi crediamo che ci siano ancora degli spazi per un confronto, ma l'onorevole Cugini, che ci invita a fare insieme questa legge, sbaglia nel momento in cui pone anche un campo entro il quale giocare. Questa legge è quella che noi non vogliamo scrivere. Noi vogliamo scrivere qualcosa di diverso: noi vogliamo uno spazio di ampia autonomia che non sia delegato a una Consulta. E quindi non questa legge vogliamo scrivere, ma qualcosa di ben diverso.

L'intervento che Paolo Maninchedda ha fatto questa mattina dà, a mio giudizio, una risposta a tutti noi, perché si tratta di una riflessione molto attenta, molto saggia. L'onorevole Maninchedda afferma che oggi siamo di fronte a un radicalismo di massa che frena la possibilità di far emergere il confronto libero, autonomistico di noi sardi con lo Stato. Un radicalismo che ci impedisce anche - egli dice - di riappropriarci della unitarietà del popolo sardo e che fa precedere l'etichettatura di ognuno di noi come appartenente a un partito ai veri ragionamenti che dovrebbero essere oggetto di confronto. Allora c'è un peccato originale alla base di qualsiasi ragionamento che dobbiamo sforzarci tutti insieme di rimuovere. D'altro canto lui, con eleganza e stile, ha fatto un parallelismo tra il rapporto con lo Stato e il rapporto con il Governo regionale, sostenendo che nel momento in cui noi deleghiamo l'Esecutivo a stabilire e scrivere delle regole poniamo in essere una espropriazione di autonomia analoga a quella che lo Stato attua nei nostri confronti. E ha anche sostenuto che attraverso questi processi si impoverisce la tutela del cittadino. Allora l'unico, vero denominatore comune, più ampio della volontà di fare una legge insieme, onorevole Cugini, è avere tutto lo spazio di autonomia possibile e percorribile, tutto lo spazio di rivendicazione nei confronti dello Stato che oggi possiamo mettere in campo. Diceva bene prima l'onorevole Capelli: se abbiamo la forza di fare una battaglia perché ci riconoscano le risorse che ci sono state sottratte, a maggior ragione dobbiamo avere la forza per fare un'analoga battaglia per quell'autonomia che da sempre ci è stata sottratta. Non c'è collega che non abbia richiamato quel concetto, anche con dovizia storica e con indicazioni precise. Ma se oggi noi facciamo questo errore, davvero andiamo verso una forma scadente di tutela autonomistica. Non possiamo pensare che fra sette, otto o chissà quanti mesi, questa Consulta ci restituisca, per iscritto, delle indicazioni - che sarebbero le nuove regole statutarie - che non corrispondono in maniera assoluta a quella che è la spinta propulsiva, che mai è cessata e mai cesserà, dell'intero popolo sardo, che ha diritto, così come noi stessi abbiamo deliberato, di vedere scritte le regole in maniera diretta.

Io credo che ci sia ancora lo spazio perché l'Assemblea costituente possa essere fatta e non è vero che si sono persi cinque anni. Non è assolutamente vero! In cinque anni si è fatto tanto, nei primi tre anni della legislatura trascorsa e nei primi due anni di quella in corso. Perché voler dire necessariamente che si è perso tempo? Tre, quattro, cinque assemblee costituenti si sarebbero forse potute istituire, ma di certo il dibattito non è mai cessato e molte cose le abbiamo potute portare fino a oggi in maniera più compiuta - non lo dico soltanto io, l'ha detto anche qualcun altro - e più riflettuta. E questo, oggi, non può che essere patrimonio di tutti e ci aiuterebbe a scrivere in maniera veramente appropriata quelle regole che la Sardegna aspetta.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Pisano. E' iscritto a parlare consigliere Artizzu. Ne ha facoltà.

ARTIZZU (A.N.). Signor Presidente, colleghi e colleghe, il dibattito politico e il confronto istituzionale sulla riforma dello Statuto sardo entrano dunque nella fase decisiva, quella della discussione nella sede legislativa, vale a dire il Consiglio regionale. Oggi si impone la riscrittura dello Statuto speciale della Regione sarda, su questo siamo tutti d'accordo, tutti sentiamo questa esigenza che prima ancora di essere della politica è della società sarda nel suo complesso, perché quel suo processo di evoluzione e di maturazione che ha fatto avvertire nel tempo questa esigenza è giunto a un punto in cui deve trovare risposta.

Caratterizzata da tradizioni secolari, nonché dalla sua insularità, la nostra terra, o meglio la nostra nazione, ha tutte le ragioni per rivendicare la più ampia autonomia nel quadro di una Repubblica federalista. Ci occorre un'autonomia più autentica rispetto a quella del passato, che promuova l'unità nazionale e l'integrazione europea, che ricordi e rafforzi i legami con i nostri corregionali emigrati, che riconosca il primato della persona umana e della vita, che tuteli le fasce più deboli della popolazione, il patrimonio ambientale. Un'autonomia viva, partecipata vissuta con effetti politici, sociali ed economici reali e concreti, l'autonomia insomma che i sardi vogliono, che i sardi percepirebbero e gradirebbero. Su questa base il Gruppo di Alleanza Nazionale ha elaborato, com'è noto, una propria proposta di legge, che è agli atti del Consiglio. Crediamo di aver dato un contributo importante a questo dibattito, crediamo che in questa nostra proposta di legge statutaria vi siano elementi che possono unire e far convergere idee e programmi.

Sui principi sopra elencati credo vi sia una sostanziale unità di vedute, ma le divisioni vertono oggi sul quesito: chi deve scrivere il nuovo Statuto sardo? Il Consiglio regionale trae i propri poteri dalla Costituzione e dallo Statuto vigente; tra questi uno dei più importanti è il potere-dovere di iniziativa legislativa anche di rango costituzionale, quale quello delle modifiche statutarie. Il Consiglio regionale è un'Assemblea costituzionale democratica, eletta a suffragio universale che, in quanto tale, rappresenta tutti i sardi.

Alla luce di questi principi mi pare non corretto ritenere o affermare, come qualcuno insinua tra le righe, che il Consiglio regionale non abbia un mandato popolare sufficientemente solido da potersi occupare di riforme. Tra le righe, sottolineo, quindi non in modo esplicito, ma in modo assolutamente implicito, il messaggio però è questo, non v'è dubbio. Noi riteniamo, invece, che il Consiglio sia titolare di questo mandato; esso deriva, infatti, direttamente dai poteri e dalle funzioni del Consiglio stesso. Ancora più errato sarebbe, a mio avviso, ritenere che il Consiglio regionale non voglia, o non possa, esercitare quel potere prescindendo da precisi indirizzi politici. In campagna elettorale, anche nelle più recenti campagne elettorali, quasi tutti i partiti hanno posto le riforme al centro del proprio programma. Chi allora dovrebbe dare indirizzi politici suppletivi a un organismo che è esso stesso espressione della sovranità popolare? Chi dovrebbe darli a una forza politica - penso al mio partito, Alleanza Nazionale, ma anche ad altri - che delle riforme ha fatto una propria bandiera?

Colleghi, questa Consulta, questa piccola commissione o sub-commissione, ci sembra una immotivata, ma anche inammissibile autolimitazione del Consiglio regionale rispetto alle sue prerogative, alle sue competenze, alle sue responsabilità, al suo dovere di fare le leggi nel rispetto del mandato ricevuto dagli elettori. Non c'è nulla, a nostro avviso, che possa giustificare questa autolimitazione. Bene ha fatto il collega Moro a ricordare, nel suo intervento, le parole del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il quale, nell'auspicare un rinnovato impegno del Parlamento in materia di riforma costituzionale, si è rivolto inequivocabilmente al Parlamento attribuendo ad esso non solo la facoltà, ma il dovere di avviare, anzi, in questo caso, di portare a compimento, ciascuna parte politica seguendo le proprie idee, il processo di revisione costituzionale. Sarà poi il popolo italiano a decidere e a dire la parola definitiva con il referendum.

Il Presidente della Repubblica ha comunque inequivocabilmente individuato nel Parlamento dei rappresentanti del popolo la sede naturale per questo fondamentale compito legislativo. Gli eletti dal popolo devono fare le leggi e, a maggior ragione, la legge delle leggi: la Carta. Ne deriva che il Parlamento deve svolgere questo compito senza intermediazioni, seguendo il percorso lungo e complesso, ma tutto sommato lineare, stabilito dalla Costituzione. Questo significa un nuovo "no" all'ipotesi di un'assemblea costituente, per la semplice ragione che questo organo verrebbe, di fatto, a sovrapporsi al Parlamento fin quasi a svuotarne la funzione e a delegittimarlo. Lo dimostra appieno, a nostro avviso, anche la recente storia: quando si è trattato di porre mano in modo bilaterale, cioè cercando ampie convergenze alla Costituzione, il Parlamento ha varato le Commissioni parlamentari bicamerali, poi naufragate per le alchimie politiche di alcuni partiti, in particolare di alcuni leader, ma non certo per la loro inconsistenza, per la loro illegittimità politica e costituzionale. Così come il Parlamento non ha inteso, e non intende, delegare a nessuno, neppure a un'assemblea costituente, il diritto-dovere di legiferare in materia costituzionale, anche il Consiglio regionale sardo non può e non deve sottrarsi a questo compito. Meno ancora di un'assemblea costituente ha titolo e consistenza una sorta di ibrido (come più o meno ha definito la Consulta stamani il collega Cugini, forse non ha usato proprio questa parola, ma insomma, una via di mezzo non molto identificabile) come la Consulta.

Il testo di questa proposta di legge conferma e avvalora del resto tutti i nostri dubbi e tutte le nostre perplessità. Vi è scritto, tra l'altro, che punto qualificante della Consulta è la sua capacità di sottrarsi alla dialettica tra maggioranza e opposizione. A parte il fatto che proprio il sistema ipotizzato per la stessa Consulta contiene in sé, in modo fisiologico, gli elementi di una maggioranza e di una opposizione, non v'è nulla di sbagliato nel confronto tra due visioni complessive di quello che dovrebbe essere il nuovo Statuto della Regione sarda. E' vero semmai il contrario, e cioè che in materia costituzionale, ed è questo il motivo di fondo che ha portato alla nascita delle Commissioni parlamentari bicamerali, è auspicabile un confronto aperto tra maggioranza e opposizione, nel nome di quei principi fondamentali che debbono tradursi in regole condivise e accettate da tutti, al di là della naturale alternanza di governi e maggioranze propria della logica bipolare. Si legge poi, nella proposta di legge, che al Consiglio viene rimessa la decisione finale, al termine del lavoro della Consulta, e quindi a ratifica di un lavoro svolto. Cioè il risultato del lavoro della Consulta verrà trasmesso al Consiglio regionale per l'approvazione, non per l'esame. Ed è sicuramente non un lapsus calami, ma una decisione voluta, presa scientemente, per dare un certo carattere e un certo tono a questo testo di legge. Ed è un carattere che, a mio avviso, non è accettabile da parte del Consiglio regionale: non possono entrare in quest'Aula dei testi blindati che il Consiglio regionale è tenuto per legge soltanto ad approvare, e non a esaminare ed eventualmente modificare o bocciare.

Assolutamente illusorio è comunque pensare che effettivamente questa Consulta sarà un organismo frutto delle indicazioni della società, di quella che, con un termine che a me piace molto poco, viene comunque indicata come la società civile. Sarà invece un organismo politico, a tutti gli effetti colleghi, e voi lo sapete benissimo; sarà un organismo politico e partitico, frutto di logiche spartitorie anzitutto nella sua composizione, risultato delle più elementari regole di divisione in base alla rappresentanza. E sarà prevedibilmente utilizzato per premiare qualche deluso delle ultime o meno recenti consultazioni elettorali, qualche docente amico o affine, comunque qualcuno indicato dai partiti. Ben altro rispetto a quel comitato di saggi che si vuol far credere che la Consulta possa essere, e che comunque non avrebbe, se anche fosse un comitato di saggi, il requisito fondamentale che deve possedere un organismo che scrive le leggi, cioè quello della legittimazione che viene dal voto popolare. Se il Consiglio regionale non vuole fare le riforme, delegandole ad altra Assemblea, rinunzia a esercitare un potere che ha. E questo è, a mio modesto avviso, profondamente sbagliato e non rispettoso delle prerogative del Consiglio stesso e, in definitiva, della volontà popolare.

L'idea della Consulta nasce, a detta dei suoi sostenitori, dalla volontà di condurre una battaglia tra la gente per ottenere consenso e una più ampia forza politica. E invece è proprio il contrario in questo caso: non sarà la gente, non sarà la società civile, non sarà il popolo sardo a scrivere la bozza che la Consulta produrrà. Da chi sarà composta, dicevamo, l'assemblea della Consulta? Non dai consiglieri regionali. E allora da chi? E' costituzionalmente legittimo imporre limiti di studio o di censo in un'assemblea costituzionale? E se il censo dello studio fosse ritenuto inutile, perché rivolgersi a una nuova assemblea? Nessuno rifiuta l'idea che alla riscrittura dello Statuto possano e debbano partecipare personalità esterne al Consiglio, per dare il loro contributo prezioso. Utile l'apertura al mondo accademico, sindacale, imprenditoriale, al mondo del volontariato, alla Chiesa, alle associazioni, ma, ripeto, una partecipazione esterna è cosa ben diversa dalla esautorazione del soggetto legittimato, il Consiglio regionale appunto.

Il Consiglio regionale, in primo luogo attraverso la Commissione autonomia, dovrebbe riscrivere lo Statuto, avvalendosi anche di collaborazioni esterne prestigiose, ma sempre nella sede parlamentare. Si dovrebbero fissare audizioni in seduta pubblica con tutti gli interlocutori che si intendono individuare. Io ritengo, insomma, che ciò che si intenderebbe deputare alla Consulta lo debba attuare il Consiglio regionale. Ad esso dobbiamo contribuire a dare dignità, quella dignità a cui giustamente e legittimamente si fa riferimento in modo particolarmente incisivo negli ultimi tempi, da quando nel quadro delle riforme della Costituzione si dibatte, fortunatamente ogni tanto con una certa unitarietà di intenti, pur nella legittima diversità di opinioni, sulla necessità di mantenere e se possibile potenziare il valore della nostra autonomia.

No, non è questa la strada per procedere alla riscrittura dello Statuto sardo; questa strada porta verso l'esclusione, l'esautorazione e l'umiliazione del Consiglio regionale, verso la creazione di un inutile, farraginoso, costoso, carrozzone politico non rappresentativo del popolo e certamente non più rappresentativo del Consiglio regionale, composto dai legittimi rappresentanti del popolo, abilitati, legittimati a fare le leggi e a maggior ragione a riscrivere lo Statuto.

Il cammino nella prima Commissione aveva del resto evidenziato alcuni problemi importanti, gravi, pesanti, significativi. La storia nasce da lì, dalla Commissione autonomia, dal cammino non unitario, non corale di questa legge. Doveva essere un campanello d'allarme, un richiamo per la maggioranza, un segnale che qualcosa non andava bene. Non avete ascoltato, non avete voluto ascoltare, anzi avete voluto non ascoltare! Non avete ascoltato nemmeno i segnali lanciati con buona volontà da una persona che era Presidente della prima Commissione, quando il cammino della legge muoveva i suoi primi passi. E' stato eliminato, è stato fatto fuori, dava fastidio al manovratore. Si preferisce ancora una volta seguire la strada comoda della prova di forza, come per altre leggi, come per altri provvedimenti, tanti altri, direi quasi tutti. Penso al maxicollegato alla legge finanziaria, alle assurde e ridicole tasse sul turismo catapultate sui sardi e sul nostro povero tessuto economico come una legnata punitiva che non vale certo a far meglio digerire la platea televisiva della quale, ieri notte, ha potuto usufruire, sostenuto dall'intervistatore in ginocchio di turno, il Presidente della Regione, in un dibattito surreale, nel quale gli elementi di valutazione sono stati taciuti, le cifre gonfiate o sgonfiate, a seconda della necessità, le voci di dissenso semplicemente ignorate. Comodo così, comodo per il presidente Soru, tragicomico per i sardi!

Signor Presidente, colleghi, il Gruppo di Alleanza Nazionale manifesta la propria assoluta contrarietà al merito e al metodo di questa legge. Vi chiediamo di riflettere, siete ancora in tempo per riflettere, per dare una svolta positiva a questo cammino. Siete ancora in tempo, se veramente come enunciate, e come annunciate e proponente a parole in Aula, siete interessati a fare, anche con le forze di opposizione, un vero cammino che possa portare a un risultato comune, condiviso, costruito insieme. Siete ancora in tempo, in caso contrario Alleanza Nazionale non parteciperà al voto di questa legge, lasciando a voi tutta la responsabilità di questo ennesimo atto di arroganza e di scarsa sensibilità politica e istituzionale.

MARROCU (D.S.). Mettetevi d'accordo prima!

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Artizzu. E' iscritto a parlare il consigliere Licheri. Ne ha facoltà.

LICHERI (R.C.). Signor Presidente, signori Assessori, onorevoli colleghi, il tema della riforma della Regione è estremamente importante e complesso, forse il versante di sfida più impegnativo per il lavoro dell'Aula in questa legislatura. Le riforme devono essere fatte in tempi brevi, ma allo stesso tempo, per essere operative, efficienti ed efficaci, devono coinvolgere i cittadini, le forze politiche, sociali, economiche, culturali, le università, definendo insieme le priorità e le scelte amministrative per rilanciare un governo partecipato della nostra regione.

Le pratiche di democrazia diretta si sperimentano partendo dai singoli territori, dal coinvolgimento dei comuni e dei sindaci, sfruttando competenze le specifiche e i ruoli di coordinamento; la partecipazione è il mezzo per determinare scelte sostanziali che trovano la conclusione in un complesso di strumenti che vanno dalle grandi riforme regionali alle azioni concrete sulle politiche del territorio, dell'ambiente e dello sviluppo. Le riforme, a partire dalla legge statutaria, alla legge elettorale, al trasferimento delle competenze agli enti locali, alla Consulta per la riscrittura dello Statuto, debbono seguire tale percorso.

Ribadita questa premessa, da me espressa nella seduta del 18 ottobre scorso, penso di poter affermare che la Consulta regionale si ponga come lo strumento più idoneo per l'elaborazione di un nuovo Statuto regionale, in modo da sopperire all'invecchiamento fisiologico del vecchio Statuto del 1948 e porre rimedio al fatto che i suoi elementi di specialità e autonomia sono stati, di fatto, resi obsoleti dalle riforme intervenute negli statuti delle Regioni ordinarie. Dobbiamo dunque riscrivere lo Statuto anzitutto per rimetterci in linea con le altre Regioni a statuto speciale e realizzare una riforma che non si risolva in un semplice mutamento di ordine burocratico. Il nuovo Statuto deve divenire tutt'uno col popolo sardo, per andare oltre la semplice specialità della nostra Regione, oltre la semplice autonomia delle sue istituzioni. Negli ultimi anni, più volte il mondo politico si è interrogato, a volte proficuamente e in maniera disinteressata, altre volte in maniera strumentale e con interessi di sottogoverno, su quale fosse lo strumento più valido per porre in essere quella che tutti definiscono "la riforma delle riforme". Da una parte ci sono quanti hanno sostenuto, e sostengono ancora oggi, che questa riforma può essere realizzata solo da un'assemblea costituente eletta ad hoc, dall'altra quanti rivendicano l'autonomia e l'autorità del Consiglio regionale, avocando esclusivamente ad esso la piena potestà di analisi, elaborazione e proposta in materia. Io ritengo entrambe le posizioni poco convincenti: la prima è contraddetta dal fatto che lo Statuto attribuisce pieni poteri al Consiglio, senza bisogno di un doppione pomposamente costituente, che servirebbe al massimo per l'ennesima competizione elettorale, ed al fatto che in Sardegna le elezioni regionali si sono già tenute, i diversi schieramenti si sono espressi in maniera chiara su questo tema nei rispettivi programmi e gli elettori sono stati ancora più chiari nel conferire il mandato di governo a una maggioranza. La seconda posizione esprime invece un arroccamento esclusivista, che non ci consente di mettere in circolo tutte le intelligenze e le competenze che esistono al di fuori di quest'Aula e che possono essere impiegate positivamente. Non voglio certo essere offensivo, ma entrambe le posizioni mi sembra diano una risposta da ceto politico a una questione che richiederebbe maggiore laicità di approccio. Ma, al di là di queste valutazioni, il dato politico è che un'intera stagione politica si è consumata nell'inseguimento della fantomatica e inafferrabile Assemblea costituente, senza che peraltro l'Aula, in un'intera legislatura, abbia prodotto lo straccio di una proposta concreta.

A mio parere la Consulta è uno strumento efficace di garanzia e di piena rappresentanza, che ha il pregio di avviare un processo di discussione e confronto capace di coinvolgere e rendere protagonisti più soggetti, ha il vantaggio di rispettare il voto degli elettori e premiare, al contempo, le migliori competenze, senza svuotare questo Consiglio delle sue prerogative legislative. Io sono convinto che la fase più difficile non sia rappresentata tanto dalla riscrittura materiale dello Statuto quanto piuttosto dal confronto che successivamente dovrà essere avviato con le istituzioni locali, le forze sociali, economiche e quelle culturali della nostra regione. Quello dovrà essere il momento più alto di partecipazione vera, di cittadinanza attiva, potremmo dire, attraverso il quale "problematizzare", arricchire o se è il caso modificare i contenuti dello Statuto.

Con questa discussione si apre una pagina importantissima della storia autonomistica della Sardegna e in questa pagina dobbiamo essere capaci di ridefinire un quadro nuovo nel rapporto Stato-Regione, in modo da qualificare, in senso sempre più avanzato, il principio stesso di sovranità, riaffermando una precisa soggettività politica e istituzionale del popolo sardo, mediante il riconoscimento dell'identità, della lingua, della cultura sua propria. La riscrittura di uno Statuto non pone solo problemi di ingegneria istituzionale; essa coinvolge il tema, ben più ampio e importante, della partecipazione solidale e democratica. L'unità d'Italia, nel Risorgimento, si è realizzata con una conquista regia da cui sono rimaste escluse le grandi masse popolari. La Resistenza e la stesura della Carta costituzionale della nostra Repubblica hanno riscattato questo peccato originale. Oggi abbiamo nuovamente una grande responsabilità politica: coinvolgere e rendere protagonista il popolo sardo. La Consulta può essere il primo passo in tale direzione. Lo Statuto, oltre a contenere i principi fondamentali dell'identità regionale e definire competenze e potestà legislative, deve saper rappresentare l'anima della nostra democrazia, mettendo le nostre istituzioni regionali in sintonia con le trasformazioni intervenute nel nostro tessuto politico, sociale ed economico.

All'indomani della liberazione dal nazifascismo, l'Italia era all'anno zero in termini di cultura politica e istituzionale regionale. Il Regno d'Italia non conosceva e non prevedeva l'istituto delle Regioni; esso aveva un'articolazione che ricalcava il modello francese basato sulle strutture prefettizie su base provinciale. A ben vedere, anche il dibattito nell'Assemblea costituente repubblicana era influenzato più dalla tradizione storica del municipalismo italiano che non da una cultura e da esigenze regionali. Se teniamo conto di tutto ciò, capiamo chiaramente come gli statuti autonomistici, varati nel secondo dopoguerra, costituissero solo il primo passo, seppure storico, nel percorso di trasformazione dell'ordinamento politico e istituzionale italiano. Oggi la realtà pone esigenze nuove rispetto alle quali il vecchio Statuto autonomistico mostra tutti i suoi limiti. Avere consapevolezza di ciò significa assumere su di sé la responsabilità di un'opera riformatrice vasta e profonda. Noi comunisti non poniamo da oggi il tema delle riforme di sistema e l'idea che attraverso l'ampliamento in senso orizzontale dei sistemi di rappresentanza politica si possano aprire e allargare via via gli spazi di democrazia politica e sociale del nostro Paese, a partire dai lavoratori e dalle classi subalterne oggi escluse. Ma noi siamo qui per approvare lo strumento che deve favorire questo processo, che noi auspichiamo possa essere fatto con il pieno coinvolgimento del Consiglio. Penso che il ruolo delle opposizioni sia importante in questa fase storica della politica sarda. Questo non significa che questa maggioranza chieda alle minoranze di spogliarsi delle proprie convinzioni, sensibilità e appartenenze, che sono diverse dalle nostre, alcune volte anni luce, ma chiede di utilizzare queste diversità per arricchire il percorso e i contenuti della legge. Questo è un tema che non può essere affrontato e discusso senza la partecipazione fattiva dalle minoranze. Penso strategicamente sbagliato il fatto che i colleghi del centrodestra abbiano scelto di non contribuire all'elaborazione di questo disegno di legge, che disciplina esclusivamente lo strumento che ha il compito di costruire il nuovo Statuto.

Ho apprezzato le conclusioni contenute nella relazione della prima Commissione, che auspica che in quest'Aula si raggiungano le più ampie convergenze. E' altrettanto condivisibile l'affermazione per la quale una chiara presa di distanza da questo processo anche di singoli Gruppi consiliari rappresenterebbe davvero un fallimento per tutte le forze autonomistiche, per tutto il popolo sardo, che da anni aspetta uno sforzo della classe politica per dare alla Sardegna uno Statuto nuovo, dinamico, adeguato ai problemi e alle sfide che giungono dalla nostra società, sempre più complessa, ricca di contraddizioni e priva di punti di riferimento certi. Per questa ragione abbiamo il dovere di consegnare uno strumento di garanzia e di indirizzo per il futuro delle nuove generazioni.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Licheri. Quello dell'onorevole Licheri era l'ultimo intervento della giornata. Il Consiglio è convocato per la prosecuzione dei lavori domani alle ore 10.

La seduta è tolta alle ore 20 e 26.



Allegati seduta


Testo dell'interrogazione annunziata in apertura di seduta

Interrogazione Sanciu, con richiesta di risposta scritta, sull'istituzione dell'Università on-line.

Il sottoscritto,

PREMESSO CHE:

- in data 10 maggio 2006, l'Assessore della pubblica istruzione, beni culturali, informazione, spettacolo e sport ha presentato il progetto di Università on-line per tre corsi di laurea compresi nel progetto "Formazione superiore e universitaria - Corsi di laurea on-line" finanziato con 9 milioni di euro della misura 3.7 del POR-Sardegna;

- detta somma dovrà essere spesa entro l'anno 2008 e finanzierà i primi due anni di attività;

- gli studenti interessati, fin dal prossimo anno accademico, avranno la possibilità utilizzare l'insegnamento elettronico a distanza (E-learning) con la possibilità di seguire le lezioni dal computer e partecipare alle conferenze telematiche con gli istituti aderenti al progetto "Marte-Campus";

- l'iniziativa appare lodevole e sostenibile nel suo complesso, in quanto consentirà a tantissime persone che abitano lontano dagli atenei isolani di poter frequentare telematicamente l'Università e conseguire la laurea riducendo notevolmente i costi di trasferta o trasferimento da una città all'altra;

- ciò consentirà di accrescere anche il numero dei laureati sardi, che è certamente uno degli obiettivi che il progetto si prefigge;

CONSIDERATO CHE:

- per la realizzazione dell'Università on-line è stato emanato, con determinazione n. 3126 del 9 novembre 2005, un bando di selezione, prorogato con determinazione n. 1 del 1° gennaio 2006 (data risultante corretta nonostante la festività), al quale hanno risposto 4 soggetti o consorzi;

- la Commissione esaminatrice, composta da tre commissari, nominati con determinazione n. 673 del 5 aprile 2006, ha stilato la graduatoria finale nel corso di due riunioni avvenute nei giorni 11 e 12 aprile 2006 e ha ritenuto di dover escludere due proposte;

- in base al punto 12.4 del bando sono risultate ammesse le proposte progettuali (le restanti due) che hanno raggiunto la valutazione minima di 60 punti;

CONSTATATO CHE:

- il progetto denominato SOFIA (Sistema on-line per la formazione, l'insegnamento e l'apprendimento) ha acquisito una valutazione di 94/100, mentre la seconda proposta, denominata I-Learning focus ha ricevuto un punteggio appena superiore alla sufficienza (61/100);

- quest'ultimo progetto è stato presentato dall'Università degli studi di Firenze;

- il progetto SOFIA presentato dal Consorzio universitario per l'Università telematica in Sardegna (UNITEL) risulta vincitore e soggetto beneficiario del finanziamento di euro 8.850.000 (ottomilioniottocentocinquantamila), che è il costo complessivo delle attività previste nel progetto stesso;

PRESO ATTO che il Consorzio universitario per l'Università telematica in Sardegna è costituito dalle Università di Cagliari e Sassari che, allo scopo, hanno creato un'associazione temporanea con le società di telecomunicazioni Tiscali, Consorzio Sis e le aziende Tecnofor, Giunti Multimedia e Unist, che dovrebbero essere quelle specializzate nella produzione di materiale E-learning e videoproduzioni,

chiede di interrogare il Presidente della Regione e l'Assessore regionale della pubblica istruzione, beni culturali, informazione, spettacolo e sport per sapere se:

1) non ritengano di ravvisare un conflitto di interessi, in considerazione del fatto che il consorzio che si è aggiudicato la gara è composto, fra gli altri, da Tiscali, la società di telecomunicazioni fondata e gestita dall'attuale Presidente della Regione;

2) non ritengano necessario annullare, per autotutela proprio del Presidente della Regione, il bando di gara e riaprire i termini del concorso, così da consentire a altri soggetti o allo stesso consorzio risultante vincitore di "regolarizzare" la sua posizione in palese vantaggio, proprio per quanto segnalato al punto 1) della presente interrogazione;

3) non ritengano sospetto il fatto che la proposta giunta seconda abbia conseguito una valutazione (61/100) di poco superiore al minimo consentito (60/100), con un distacco di 33 punti sul consorzio vincitore;

4) la determinazione n. 1 del 1° gennaio 2006 non dia adito a potenziali azioni poco chiare in considerazione della data di emanazione (che risulta giornata festiva in tutto il mondo occidentale), e non costituisca, invece, una palese forzatura allo scopo di favorire, con la proroga sulla scadenza del bando, qualche soggetto o consorzio che non avrebbe avuto il tempo necessario, entro la prima scadenza, di presentare in Regione la documentazione richiesta. (505)