Seduta n.132 del 18/10/2005
CXXXII SEDUTA
(ANTIMERIDIANA)
Martedì 18 Ottobre 2005
Presidenza del Presidente SPISSU
La seduta è aperta alle ore 10 e 47.
MANCA, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del 4 ottobre 2005 (127), che è approvato.
PRESIDENTE. Comunico all'Assemblea che i consiglieri regionali Cachia, Oppi e Salis hanno chiesto congedo per la seduta pomeridiana del 18 ottobre 2005.
Poiché non ci sono opposizioni i congedi si intendono accordati.
Risposta scritta ad interrogazioni
PRESIDENTE. Comunico che è stata data risposta scritta alle seguenti interrogazioni:
"Interrogazione ATZERI sulla grave situazione delle politiche antincendio in Sardegna". (302)
(Risposta scritta in data 14 ottobre 2005.)
"Interrogazione AMADU sui ritardi dei mezzi aerei durante l'incendio del 7 agosto 2005 a Santa Maria La Palma (Alghero)". (303)
(Risposta scritta in data 14 ottobre 2005.)
"Interrogazione SANNA Matteo sull'ipotesi di soppressione del Consorzio industriale di Olbia". (267)
(Risposta scritta in data 17 ottobre 2005.)
"Interrogazione DAVOLI - URAS - PISU - LICHERI - LANZI - FADDA Giuseppe sull'impianto di termovalorizzazione della ZIR di Tossilo". (279)
(Risposta scritta in data 17 ottobre 2005.)
"Interrogazione VARGIU sull'utilizzo dei mezzi nella campagna antincendi". (305)
(Risposta scritta in data 17 ottobre 2005.)
"Interrogazione CAPELLI - OPPI - CAPPAI - CUCCU Franco Ignazio sul rinvio dell'ipotesi di contratto collettivo integrativo regionale di lavoro per il personale dell'Ente foreste". (314)
(Risposta scritta in data 17 ottobre 2005.)
PRESIDENTE. Si dia annunzio delle interrogazioni pervenute alla Presidenza.
MANCA, Segretario:
"Interrogazione MURGIONI, con richiesta di risposta scritta, sulla situazione dei pescatori nella marineria di Villaputzu". (356)
"Interrogazione DIANA, con richiesta di risposta scritta, sulle procedure di nomina del direttore dell'Agenzia regionale del lavoro". (357)
PRESIDENTE. Si dia annunzio della interpellanza pervenuta alla Presidenza.
MANCA, Segretario:
"Interpellanza URAS - ATZERI - CALIGARIS - CERINA - CHERCHI Silvio - FADDA Paolo - FRAU - GESSA - PACIFICO - MATTANA - PORCU - SERRA - SALIS sulla realizzazione di un parcheggio multipiano nell'area centrale di Cagliari ricompresa tra via Manzoni e via Carducci". (125)
PRESIDENTE. Colleghi, prima di proseguire nella discussione sulle riforme, penso che sia giusto che il Consiglio regionale della Sardegna rivolga un pensiero al collega Francesco Fortugno.
Commemorazione del Vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria
PRESIDENTE. Il feroce assassinio del Vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, onorevole Francesco Fortugno, colpisce la coscienza di tutti i cittadini e del sistema politico calabrese e nazionale per la gravità del fatto, per le modalità con le quali è avvenuto durante l'esercizio di un primario diritto democratico, il voto, per la sicurezza con la quale i sicari si sono mossi.
La condanna e l'indignazione del Consiglio regionale della Sardegna si uniscono a quelle di tutte le istituzioni e della società civile del Paese e della Regione Calabria nel richiamare una maggiore presenza dello Stato nella lotta contro la malavita organizzata, che mina la libertà dei singoli e della comunità.
Alla famiglia del collega Francesco Fortugno va il nostro pensiero e il nostro cordoglio affettuoso, al suo partito e al Consiglio regionale calabrese la nostra solidarietà e il sostegno nella comune battaglia contro la malavita organizzata, per garantire a quelle popolazioni sicurezza e condizioni civili e democratiche di convivenza. Propongo un minuto di silenzio.
(I consiglieri si levano in piedi e osservano un minuto di silenzio.)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la continuazione della discussione sulle dichiarazioni della Giunta sulle riforme statutarie e di organizzazione.
E' iscritto a parlare il consigliere Bruno. Ne ha facoltà.
BRUNO (Progetto Sardegna). Signor Presidente del Consiglio, signori Assessori, colleghi consiglieri, con il dibattito sulle riforme avviato con le dichiarazioni del Presidente della Regione entriamo nel vivo di questa legislatura costituente. Lo vogliamo fare e lo dobbiamo fare con la consapevolezza di partecipare a un momento alto della vita istituzionale e politica, momento storico che ci vede protagonisti in quanto rappresentanti del popolo sardo. La nostra responsabilità cresce, infatti, proporzionalmente alla delicatezza della fase storica e politica che viviamo. E' vero, se giriamo per le strade delle nostre città e dei nostri paesi ci vengono poste le domande relative al lavoro, allo sviluppo; assai meno interesse c'è per le riforme, spesso viste come un'astrazione. E bisogna riconoscere che senza la dignità del lavoro, senza la libertà dal bisogno, democrazia, autonomia, governo rischiano di restare espressioni vuote. Come ha detto il collega Maninchedda, senza un obiettivo politico e sociale le riforme sono un vuoto esercizio. Lo sottolineava anche il collega Pili.
Progetto politico e sociale e riforme devono essere dunque funzionali l'uno alle altre. Spetta a noi, che manteniamo un rapporto diretto con i cittadini che rappresentiamo, da un lato elaborare ed evidenziare questo progetto, dall'altro chiarire e sottolineare il raccordo necessario con le riforme da intraprendere. Si tratta, insomma, di evidenziare la carica politica delle riforme e far sì che vi siano consapevolezza e coscienza di questo passaggio. Questo è un compito eminentemente politico, compito essenziale di una classe dirigente.
Ora, non sfugge l'importanza di dotare la Regione di un migliore assetto funzionale del proprio ordinamento, di una migliore organizzazione interna che consenta al Presidente, alla Giunta, a questo Consiglio, alle articolazioni territoriali della comunità sarda di dare quelle stesse risposte a quelle domande, in modo più efficace, più efficiente e anche più democratico.
Ma in questa fase vi è di più: parlare di riforme oggi significa innanzitutto parlare della qualità della nostra democrazia. Assistiamo a fratture, distacchi che sembrano incolmabili fra individui e comunità, fra i cittadini e le istituzioni, tra locale e globale. Si deve cercare, a mio avviso, un'integrazione nel rispetto delle diversità tra i processi di globalizzazione in atto e le nostre specificità, la salvaguardia cioè dell'identità culturale di ciascun territorio. Lo abbiamo scritto nel programma e detto a chiare lettere in campagna elettorale. Vi è una domanda crescente, forse non espressa in tutta la sua complessità, sia di governo, di più governo, sia anche di armonizzazione e di partecipazione democratica. Ne costituisce un esempio molto evidente l'affluenza alle urne delle primarie di domenica.
O noi, classe politica di questa regione, saremo in grado di offrire il luogo dove questa nuova fase della democrazia si esprime, oppure aumenteremo ancora di più la frattura, il distacco, la delusione. E questo luogo è la nuova Regione, snella, trasparente, a più voci, che governi nella logica della sussidiarietà orizzontale e verticale e che sia sempre più aperta a una dimensione internazionale.
La Sardegna è un terreno fertile di impegno politico-istituzionale, ha espresso ed esprime grandi personalità politiche ai più alti livelli, ma soprattutto ha una sua ricca specificità legata a un'esperienza autonomistica che ha dato valore e sapore all'impegno politico. Potremmo dire che grazie all'esperienza autonomistica abbiamo acquisito consapevolezza di popolo, abbiamo preso coscienza e consapevolezza della nostra dignità di comunità regionale, abbiamo maturato coscienza dei diritti che ci appartengono come singoli e anche come comunità regionale. Siamo una regione insulare, tuttavia non viviamo il nostro isolamento come un handicap, ma come riconoscimento di diritti e di specificità che ci appartengono. Siamo stati e siamo una risorsa per il Paese, che a noi guarda con molta attenzione. Di fronte alla tendenza sempre più marcata all'omologazione, ai fenomeni globali, a una forma di decentramento che per alcuni versi ha condotto le Regioni a una sorta di massificazione, la nostra tradizione autonomistica e la nostra specialità sembrano oggi perdere attrazione e interesse.
Allora, oggi, la sfida, anche per risolvere i problemi sociali ed economici della nostra terra, di cui abbiamo parlato, è governare, creare le condizioni per un governo responsabile, trasparente, partecipato; è governare bene il nostro territorio, svolgere con pienezza e responsabilità le funzioni che ci sono attribuite e tutte le altre che sono necessarie per il nostro sviluppo, ed essere così anche incisivi nelle scelte globali.
Le riforme hanno, a mio avviso, questa valenza, niente di meno. Da decenni, infatti, si parla di riforma dello Statuto, dei suoi contenuti, ma soprattutto delle procedure da seguire per rifondare l'autonomia sarda. Per troppo tempo si è parlato solo di strumenti, di chi deve fare le riforme, se deve essere il Consiglio o un'assemblea costituente, ma questo Consiglio, interpretando il mandato assegnatoci dagli elettori - le riforme sono infatti parte integrante del programma elettorale che abbiamo presentato - ha stabilito che è proprio quest'Assemblea, la massima assise regionale legittimata da un voto popolare, a dover promuovere la riforma della Regione, avvalendosi sì di una consulta di esperti, ma mai abdicando al proprio compito autorevole di rappresentanza della volontà dei sardi.
Tuttavia, su un argomento così delicato, che va ben oltre la sensibilità di una maggioranza, il dibattito deve essere il più ampio possibile e allo stesso tempo finalizzato a fare sintesi, a raggiungere la massima unità possibile. Ciascuno di noi, ciascun Gruppo consiliare, ciascuna forza politica è parte di un tutto, e questa totalità della rappresentanza dei sardi è espressa dal Consiglio nella sua interezza e non solo dalla maggioranza. Non solo, è compito del Consiglio garantire il massimo coinvolgimento possibile dei cittadini, della società sarda, uscendo dalle stanze di questo palazzo per rendere l'autonomia, il rapporto con lo Stato e con l'Europa, i diritti dei sardi temi in grado di appassionare ancora i cittadini, le forze sociali, politiche, culturali. Soprattutto sento di dover sottolineare un punto: è necessario uno statuto per le nuove generazioni, uno statuto cioè che i giovani, oggi spesso organizzati in mille associazioni, ma distanti dalla politica e dalle istituzioni, sentano proprio, uno strumento adeguato e condiviso per prendere in mano il futuro della nostra regione.
Le riforme devono vedere compartecipi i sardi nelle scelte fondamentali, per questo dobbiamo superare logiche di apparato, del gioco delle parti, per essere in modo maturo ed equilibrato sintesi unitaria e classe dirigente capace di fare sistema. Vogliamo dimostrare nei fatti, una volta tanto, che questa classe politica è in grado di privilegiare gli interessi generali e non quelli di parte. Questo dibattito si inquadra in un momento di crisi profonda dei consigli regionali, pienamente avvertita dagli stessi cittadini. Il Consiglio, infatti, ha perso il potere politico di creare il governo regionale, di eleggerne i membri, la stessa facoltà di sfiduciare il Presidente, oggi un potere estremo che sancisce una crisi ormai irreversibile, dato che la sfiducia decreta l'autoscioglimento. I consiglieri non sono più parte dell'Esecutivo neanche pro quota, devono essere quindi nuovi interpreti della rappresentanza e le riforme sono l'occasione per declinare modo nuovo la questione della rappresentanza con la forma di governo, con il ruolo del Consiglio.
Condivido, pertanto, le dichiarazioni del Presidente della Regione che ci invitano a trovare una prima larga intesa sulla legge statutaria; non è materia di poco conto, né che attiene semplicemente all'organizzazione. La legge costituzionale numero 2 del 2001, ancor prima della riforma del Titolo V della Costituzione, ha decostituzionalizzato le materie relative alla forma di governo della Regione e all'organizzazione interna, che oggi possono essere disciplinati con legge ordinaria rinforzata.
La legge statutaria consente a questo Consiglio, dunque, di determinare la forma di governo, la modalità di elezione del Consiglio regionale, i rapporti fra gli organi della Regione, l'approvazione di una mozione di sfiducia dei confronti del Presidente, i casi di ineleggibilità e di incompatibilità, l'esercizio di iniziativa legislativa da parte del popolo sardo, nonché le forme e i modi della partecipazione popolare. Lo Statuto vigente, inoltre, attribuisce fin dal 1993 alla Regione il potere di definire con legge l'ordinamento delle autonomie locali. Ed è anche questa materia che merita di essere definita e approfondita in questa sede nei suoi tratti essenziali, proprio perché l'ordinamento che vogliamo è l'ordinamento dell'intera comunità regionale, il modo attraverso cui si compongono decisione, partecipazione, governo e rappresentanza.
Per quanto riguarda la disciplina delle modalità elettorali, si possono distinguere le parti per lo più di principio, che attengono strettamente alla forma di governo e quelle piuttosto attinenti al sistema e alle modalità di espressione del voto, al procedimento elettorale, alla determinazione dei collegi. Per questo occorrerà un'apposita legge, che comunque questo Consiglio è chiamato a discutere, ad approvare per correggere limiti e imperfezioni della legge elettorale nazionale e per scrivere una legge nostra che tenga conto delle peculiarità della nostra regione.
La priorità spetta comunque, in ordine di tempo, alla legge statutaria e al riordino interno del sistema regione. La legge statutaria consente a questo Consiglio di stabilire, innanzitutto, i principi, i valori antropologici che questa Regione considera essenziali e che necessariamente non richiamerà in maniera esplicita negli atti e nelle leggi ordinarie, ma che costituiscono i contenuti che sono alla base di ciascun atto legislativo e amministrativo della Regione.
La difesa della nostra autonomia, della nostra vocazione, delle nostre tradizioni, la nostra lingua, il patto tra le generazioni, lo sviluppo sostenibile, l'integrazione nell'Europa, la legalità, la sussidiarietà, la partecipazione rappresentano solo alcuni dei valori irrinunciabili nel modo di concepire la vita comunitaria e meritano di essere sanciti da ora in una sorta di preambolo per essere poi ripresi e valorizzati con un corredo di poteri e di impegni che vincolano anche lo Stato in sede di statuto costituzionale.
Alcuni punti fermi già da oggi, per quanto riguarda i contenuti della riforma, possiamo tentare di assumerli per il prosieguo del lavoro. Ne suggerisco tre. Primo, la governabilità: il sistema dell'elezione diretta del Presidente della Regione dotato del potere di nomina e di revoca dell'Esecutivo, al quale corrisponde in Consiglio una maggioranza stabile, precostituita sulla base del voto, è garanzia di governabilità. Ci ha fatto dimenticare stagioni di governi provvisori, privi di capacità di programmazione e di attuazione dei programmi. Mi chiedo come rispondere alle domande di lavoro e di sviluppo se non in un contesto di governabilità di lungo periodo.
Secondo punto, l'equilibrata distribuzione dei poteri: a un Presidente, a un Esecutivo forte deve corrispondere un Consiglio regionale che svolga in pienezza le funzioni legislative che gli sono attribuite, rafforzando le proprie strutture, rendendo più efficienti le procedure, migliorando la qualità della legislazione, rafforzando i raccordi con la società; un Consiglio regionale che rafforzi le funzioni di indirizzo, di vigilanza e di controllo dell'Esecutivo (penso, ad esempio, a forme periodiche di verifica del programma, al cosiddetto bilancio di programma cui si potrebbe dare rilievo nella legge statutaria); un Consiglio chiamato a svolgere le funzioni di ordinamento della Regione e dell'intera comunità sarda che si articoli in una rete di istituzioni locali; un ruolo perciò essenziale di rappresentanza e di garanzia dei diritti di tutti i soggetti della comunità regionale: cittadini, autonomie locali, formazioni sociali; un Consiglio chiamato a definire gli obiettivi di fondo con i comuni e con le province, gli obiettivi di fondo dell'azione pubblica, stabilendo regole del funzionamento del sistema, diritti e ruolo di ciascuno, chiamato a collaborare con il consiglio delle autonomie locali che, pur dotato oggi di funzioni consultive, ma il ruolo potrà essere rafforzato con lo statuto costituzionale, dovrà sempre più aver garantita una partecipazione alle decisioni di maggior rilievo politico, istituzionale ed economico, a cominciare proprio dal processo di formazione della legge statutaria.
Terzo punto, la partecipazione e la trasparenza: la Giunta e il Consiglio si devono fare carico di garantire la massima pubblicità degli atti, di coinvolgere le altre articolazioni istituzionali, le forze economiche e sociali in modo sistematico e preventivo. Il Consiglio dovrà avere il potere di chiedere all'Esecutivo la trasparenza delle scelte politiche, amministrative e di bilancio, e di mettere in atto forme di partecipazione popolare.
Accanto al ruolo forte di governo e di rappresentanza c'è una funzione altrettanto forte e rilevante, quella dei cittadini. Questa è la funzione che meno si è sviluppata fino ad oggi e che necessita di un adeguato corredo di poteri e di un'effettiva incidenza nella vita pubblica. Né sembra possibile concepire un'autonomia rinnovata, interlocutrice e incisiva nei rapporti con lo Stato, senza il concorso di una partecipazione e di una presenza attiva dei cittadini e delle forze sociali. Partecipazione vuol dire assunzione di responsabilità, vuol dire condivisione del potere, dell'autorità, del governo. Senza partecipazione anche la più ben articolata riforma sarà un contenitore vuoto, uno schema ben congegnato, ma solo formale, incapace di sollecitare gli impegni.
Il processo di crescita economica e sociale che, come detto, è il senso profondo e reale delle riforme non può essere condotto da un organo per quanto dotato di poteri forti. E' necessaria una mobilitazione, il concorso ampio e condiviso, partecipato dei diversi soggetti sociali, una rete di consenso ampia e attiva propositiva, capace di creare iniziative e condivisione. E' vero che bisogna trovare strumenti di partecipazione meno complicati, più snelli, efficaci a livello locale, regionale, comunale, la rete telematica può essere un utile strumento di divulgazione di informazioni, ma non di partecipazione, che esige rapporto diretto e reciprocità. Un compito che negli anni in cui i partiti occupavano le istituzioni gli stessi partiti erano in grado di esercitare bene; ora esso si articola in forme meno strutturate, meno stabili, forse meno consapevoli del ruolo politico, ma certamente apportatrici di novità, di impulsi, di attese, di capacità che sono il vero motore delle riforme. Perché questo humus vitale diventi fermento di partecipazione sono necessari nuovi metodi. Il modello posto in essere nei territori per la progettazione integrata è un esempio, a mio avviso, da estendere e da codificare; parte dalla mappatura del sistema di relazioni del territorio, dalla decisione dell'incontro sistematico, dalla capacità di fare sistema, dalla sinergia con le linee di sviluppo tracciate dalla programmazione regionale.
Ora occorre stabilire per le riforme tempi certi: legge statutaria, dunque, legge di organizzazione, legge elettorale. Contemporaneamente il Consiglio può procedere alla nomina della Consulta regionale per il nuovo Statuto speciale, al quale affidare il compito di formulare, entro tempi prestabiliti, e di proporre al Consiglio regionale proposte per il nuovo Statuto. Chiediamo, lo ha detto bene l'onorevole Cugini nei giorni scorsi, ai consigli comunali e provinciali della Sardegna, di riunirsi in una stessa data, contemporaneamente, per discutere dello Statuto, preso atto dei contributi degli esperti e di ciò che emerge dal dibattito delle realtà significative del territorio. Sulla base delle proposte complessive il Consiglio regionale avrà quindi il compito di predisporre e approvare lo Statuto. Facciamo in modo che il dibattito di oggi possa esprimere un orientamento unitario in merito ai contenuti di massima, alle procedure, ai tempi delle riforme. Riforme che appartengono a questo Consiglio e non solo a una parte di esso. Sarebbe un risultato importante e questo dibattito non rimarrebbe solo un vuoto esercizio retorico. Grazie.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Ibba. Ne ha facoltà.
IBBA (Gruppo Misto). Signor Presidente, colleghi, le riforme sono lo strumento con cui si modernizzano le istituzioni, rendendole aderenti ai bisogni di una società che cambia, che riceve risposte superate e insoddisfacenti rispetto alle esigenze dei cittadini. Quindi le riforme come adeguamento del sistema politico, amministrativo e gestionale alle nuove necessità della società non solo sono auspicabili, ma addirittura necessarie. Le riforme sono per loro natura processi di trasformazione condivisi, nascono dal confronto e dall'incontro fra le parti in campo, tengono conto di tutti i soggetti destinatari, anche della minoranza delle minoranze, perché le riforme sono un elemento di giustizia e di stabilizzazione sociale prima che l'espressione di un nuovo assetto politico organizzativo e burocratico.
I socialisti democratici italiani hanno fatto delle riforme una cultura di governo, un modo di interpretare il nostro impegno in politica. Il riformismo a cui faccio riferimento è un processo lento, ma solido e costante, che non sconvolge ma riordina, non spaventa ma rassicura; è il permanente avanzamento in progress verso un orizzonte di obiettivi sempre nuovo e sempre più progredito; modula e adegua gli strumenti normativi alla realtà sociale ed economica. Non ci possono essere vere riforme senza riformismo e non ci può essere riformismo senza condivisione, equità, modernità e giustizia, perché le norme e le regole delle riforme servono più ai deboli che ai forti.
Il nostro Paese cambia con velocità vertiginosa nel lavoro, nella cultura, nel costume. Iniziative e propositi che solo quattro o cinque anni fa sembravano mirabili processi avveniristici oggi sono superati e inutili. La globalizzazione delle conoscenze ha dato un'accelerata straordinaria alla nostra capacità di crescere, capire, interpretare. Seppure in misura ridotta tutto ciò accade anche nella nostra regione, che proprio perché in ritardo di crescita rispetto alle regioni più avanzate d'Europa, deve trarre dal processo riformista un'occasione di recupero e di superamento dei suoi ritardi. La Sardegna non è una regione come le altre, noi la chiamiamo regione, ma pensiamo a una nazione. Quando ci confrontiamo con l'esterno ci misuriamo verso altre nazioni: con la Francia per le quote latte, la Spagna per i fondi comunitari, la Grecia per il turismo, non ci confrontiamo verso loro regioni, come pure faremmo se ci sentissimo semplicemente una regione. Noi ci sentiamo nazione e per questo chiamiamo la nostra gente popolo, sentiamo l'orgoglio dell'appartenenza, ci sentiamo continuazione dei millenni passati e premessa di quelli futuri. Per questo le riforme sono un rafforzamento della nostra identità. L'identità è di per sé informe, come l'acqua, seppure sostanza vera, e il suo tratto esteriore è quello che le conferisce il suo contenitore, cioè il nuovo Statuto di autonomia speciale. Siccome siamo speciali perché siamo così, solo noi possiamo scrivere e descrivere nel nostro Statuto la nostra identità, il nostro mondo, la dimensione esistenziale di un popolo incastonato nel contesto dello Stato italiano, ma dotato di sovranità autonoma, capace di autodeterminarsi in forza delle nostre particolari e uniche peculiarità.
Per questi motivi noi dello S.D.I. crediamo che l'approvazione da parte della Commissione affari costituzionali del nostro nuovo prossimo Statuto debba essere più che un'approvazione una presa d'atto, un fatto tecnico-giuridico. Così come a una funzione meramente tecnico giuridica dovrà adempiere la Consulta di esperti per lo Statuto che dovrà essere eletta dal Consiglio regionale, perché il vero scrittore del nuovo Statuto sarà la gente e i giuristi dovranno solo limitarsi a copiare i sardi, a riportare in linguaggio tecnico-giuridico le loro idee, la loro cultura, i loro valori, le loro proiezioni verso il futuro. Noi, in aderenza a questo, procederemo come altri, e forse anche insieme ad altri partiti e altre organizzazioni, a eseguire un'approfondita e completa ricognizione per la specialità in ognuno dei territori che compongono questa regione, per estrarre, registrare e trascrivere cosa è oggi e cosa intende essere domani questa regione. Dobbiamo dare a questa regione un governo che sia imperniato sulla partecipazione democratica, che sia guidato e non solo indicato dal consenso popolare, che senza approssimazioni, ma con cura e attenzione, sia nel metodo che nel merito, articoli la sua organizzazione sulla complessità del sistema sociale ed economico che deve amministrare. Un sistema di governo troppo semplificato o semplicistico rischia di essere insufficiente e inefficace. Negli anni ottanta in quest'Aula abbiamo combattuto, e per noi lo faceva Sebastiano Dessanay, l'esigenza del passaggio da uno Stato monocratico a uno Stato policentrico, cito testualmente. Oggi, similmente, dobbiamo costruire una regione imperniata non sulla concezione monocratica, ma su quella della distribuzione dei poteri, cioè quella policentrica appunto - sempre con Dessanay -, per costruire una sovranità pluralizzata, articolata democraticamente a diversi livelli, dove ogni livello non è il decentramento di un potere centrale, ma è sovranità autonoma.
Il corpo elettorale ha preso coscienza della sua raggiunta maturità e della capacità di assumersi le responsabilità delle proprie scelte. Le primarie di domenica scorsa lo hanno dimostrato e hanno anche dimostrato quale forza e quale autorevolezza venga conferita con quella chiamata. L'elezione diretta del Presidente, ma il nostro giudizio vale anche in riferimento ai sindaci e a qualunque altro tipo di figura guida, trova il nostro consenso, purché non se ne faccia un faraone, come già accade per sindaci e presidenti di provincia. Si arrivi alla sua individuazione attraverso una serrata analisi e un confronto interno fra i partiti e la società civile che lavora; sia sintesi di queste e non imposto dalla forza delle organizzazioni più potenti. Le primarie hanno senso quando il popolo è chiamato a scegliere tra candidati simili; scegliere fra candidati molto diversi fra loro significa rischiare divisioni invece che facilitare unioni. Bisogna fare ogni sforzo per individuare candidati unitari, scelti non tra le figure poco note di terza o quarta fila dei partiti da far passare come nuovi, ma tra le figure di prestigio che nella società sono legate alla cultura politica e all'impegno nel centrosinistra; figure che possono considerarsi baricentriche rispetto ai partiti, affinché il candidato non sia di nessuno in senso stretto, ma tutti i partiti, i gruppi e le organizzazioni possano riconoscerlo come proprio e riconoscersi in lui. Quindi, non il candidato leader di una parte, magari indicato con un accordo di rotazione, ora da questo ora da quel partito, ma un leader super partes la cui terzietà possa essere garanzia di equilibrio e di stabilità della coalizione.
Il sistema elettorale deve semplificare i rapporti politici e favorire la riduzione del numero dei partiti e selezionare il personale politico. Questo subisce più gli effetti della crisi dei partiti che quella delle ideologie, soprattutto da quando la società della comunicazione ha tolto ai partiti l'esclusiva dell'essere l'unico tramite tra le istituzioni e la gente. I candidati devono perciò ricostruire un rapporto di fiducia tra governante e governati, altrimenti demagogia e sfasciacarrozze dilagheranno tanto da rendere non possibile qualunque riforma, e a questo punto una deriva autoritaria potrà davvero essere possibile.
Siamo perciò favorevoli a un consistente premio di maggioranza per la coalizione che vince, ma gli eletti devono essere tali per le preferenze ricevute in soli collegi circoscrizionali provinciali. Siamo contrari a listini di qualunque genere senza preferenze, la Giunta regionale dovrebbe essere approvata dal Consiglio e il Presidente della Regione e il Consiglio regionale, pur votati nello stesso momento elettivo, sono espressione di due voti distinti, non sono tra loro interdipendenti, ma hanno vita autonoma e percorsi pur paralleli, ma diversi. Pertanto la decadenza dell'uno non comporta lo scioglimento dell'altro, quindi è necessario prevedere la figura di un Vicepresidente eletto dal Consiglio regionale. Siamo disposti a ragionare, invece, sull'ipotesi di riduzione del numero dei consiglieri, a patto che si attui contemporaneamente quel difficile processo di federalismo interno che trasferisca e devolva alle province, oggi otto, ai comuni, alle istituzioni locali territoriali quella moltitudine di funzioni che la Regione non deve più svolgere, affinché - cito Denis de Rougemont - l'unità più grande non faccia ciò che può essere fatto dall'unità più piccola.
Vedo il Presidente del Consiglio regionale come colui che rappresenta l'unità del popolo sardo; l'attuale veste burocratica e notarile va superata per con un ruolo nuovo e pieno di contenuti. Lo vedo come una sorta di ministro degli esteri della Sardegna nei confronti dell'Europa e del mondo, in quanto il Presidente della Regione sovrintende alle cose sarde e ai rapporti con lo Stato.
Sono queste solo alcune osservazioni che offro al dibattito sul nuovo Statuto e sulle riforme istituzionali della nostra Regione. Ma come possiamo pensare alle riforme senza essere un po' utopistici e un po' rivoluzionari? Anche questo, in un certo senso, è autonomia, e in un certo senso anche questo è un fatto di fantasia, di libertà e di democrazia, che è un'esigenza attuale, fortissima e diffusa, più di quanto a noi paia.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pittalis. Ne ha facoltà.
PITTALIS (Gruppo Misto). Voglio innanzitutto dare atto al Presidente del Consiglio regionale e al Presidente della Regione di aver accolto l'invito proveniente da diverse forze politiche, compresa l'U.D.E.U.R., a promuovere questa occasione, che auspichiamo sia proficua di un dibattito su un tema fondamentale come quello delle riforme. Dibattito che è stato introdotto dalle dichiarazioni del Presidente della Regione, che penso non abbia imbavagliato nessuno. Io non mi sono sentito assolutamente imbavagliato, anzi ritengo che le dichiarazioni del Presidente della Regione abbiano seriamente e correttamente posto questioni di metodo e abbiano anche tracciato una linea guida. Si può dissentire sulle dichiarazioni del Presidente, si può dissentire molto, si può dissentire poco, si può anche non dissentire per niente, ma non possiamo sottacere il merito che esse hanno avuto e cioè quello di far uscire dall'immobilismo, se mi si consente anche dalla palude, in cui un tema così importante è stato relegato nel corso di quest'ultimo decennio. Un ritardo ulteriore non sarebbe stato sicuramente giustificabile e men che meno sarebbe stato comprensibile, soprattutto agli occhi di cittadini, i quali sono sicuramente molto più attenti di quanto si pensi al tema delle riforme, quelle che vanno soprattutto nella direzione giusta e anche come comportamento reattivo quando si fanno riforme nella direzione sbagliata. Quella del 16 ottobre è stata una grande risposta, anche per quanto successo a livello nazionale.
E' stato da alcuni rimarcato che questo dibattito, in sostanza, sarebbe monco perché manca - possiamo dire - la funzionalità della Prima Commissione permanente. Io dico che paradossalmente questo, onorevoli colleghi, non è un limite, anzi è un aspetto positivo dato che questa è una delle poche occasioni in cui tutta l'Aula, nella sua sovranità e pienezza di poteri, è stata investita di una problematica. Tutte le forze politiche, quindi, anche quelle non rappresentate nel ristretto ambito della Commissione competente, possono svolgere le loro riflessioni e dare un contributo. Si è anzi invertita la prassi ordinaria, in base alla quale tutto si costruisce durante la fase redigente, cioè in Commissione, e quando poi si passa alla fase legislativa il dibattito in Aula viene spesso mortificato. Quindi noi ci auguriamo che giovedì prossimo anche la Prima Commissione riprenda la sua piena operatività, ma certo non è questo un limite al dibattito odierno.
Ed è per questa ragione, lo dico senza retorica, che ho seriamente apprezzato, pur nella differenza legittima dei toni e delle posizioni, il significativo e utile apporto al dibattito che è venuto anche dai banchi del centrodestra, che mi pare abbia da subito, in maniera davvero intelligente, isolato quel greve quanto goffo e inconsistente tentativo di banalizzare l'importanza del tema delle riforme con ricorsi metaforici a consessi di galline, che danno veramente il senso della capacità di dialogo, di ragionamento e di riflessione su un tema così importante, come se quest'Aula fosse la sede di una conferenza stampa e come se su un dibattito così importante come le riforme ci si possa ancora confrontare sulla base di slogan triti e ritriti. Ma, si sa, questo è il portato della cultura del nulla e anche sul nulla spesso ci si legittima quando si è pervasi non, come diceva la collega Caligaris, da ansia di prestazione, ma esclusivamente da ansia di protagonismo.
E allora voglio continuare queste mie riflessioni sulle riforme rivolgendomi, oltre che ai banchi della maggioranza, ai colleghi, soprattutto a quei settori dell'opposizione che ben conosco, a quei partiti, a quelle persone che meritano grande rispetto e rigorosa attenzione, anche perché è ovvio, io lo ritengo scontato, che le riforme dobbiamo cercare di farle insieme. Personalmente giudico fondamentale cercare una convergenza tra maggioranza e opposizione, soprattutto per due ragioni: la prima è che l'esperienza insegna che le riforme fatte a più mani, scavalcando la linea divisoria tra schieramenti antagonisti, hanno in sé una sorta di garanzia di durata. Voglio ricordare che l'Assemblea costituente è arrivata a un risultato in condizioni anche più difficili di quelle nelle quali ci dibattiamo noi, mettendo insieme forze divise da una sorta di guerra civile fredda, che tuttavia riuscirono a trovarsi nella stesura di una Carta costituzionale che non a caso ha retto per oltre una generazione. Ecco, dobbiamo cercare di elaborare un insieme di riforme che non abbiano il sapore di parte.
Io credo - e questa è la seconda ragione - che dobbiamo insieme fare uno sforzo serio per trovare un punto di convergenza sulle riforme tra gli opposti schieramenti, perché ciò risponde alla comune esigenza di dare stabilità e solidità all'edificio, cioè a quell'insieme di regole che noi siamo chiamati a riscrivere. Chi vi parla è stato da sempre assertore, più che della necessità, della opportunità che lo Statuto, in quanto legge primaria della nostra comunità, contenente le regole essenziali per l'organizzazione delle istituzioni della politica, e soprattutto con effetti immediati sulla vita quotidiana di tutti noi, sullo sviluppo, sul lavoro, sull'ambiente, sulla scuola, sulla sanità, fosse scritto da un'assemblea costituente. Mi scandalizzo quando qualcuno propone un accordo bipartisan sul tema del lavoro, lasciando perdere le riforme. Significa non avere capito nulla, significa non avere neppure il senso elementare della politica e delle istituzioni. Nella scorsa legislatura io e tanti altri ci battemmo perché lo Statuto venisse scritto e approvato da un'assemblea costituente sarda, eletta dai cittadini sardi. Una legge in tal senso era stata approvata dal Consiglio regionale, ma sappiamo anche qual è stato l'iter nel Parlamento, anzi iter non ve n'è stato affatto perché è rimasta carta straccia, è rimasta lettera morta.
Ecco perché, pur ritenendo giusta quella impostazione, mi pare sia necessario, oggi, muoverci su altri binari, onde evitare di dilatare ulteriormente i tempi della revisione statutaria. Ciò non toglie, anzi a maggior ragione impone a noi tutti di creare una grande mobilitazione in Sardegna, attraverso il coinvolgimento di tutte le forze sociali, sindacali e produttive, le migliori espressioni della nostra cultura sarda, le università, l'associazionismo, il volontariato e soprattutto quel sistema - lo ricordava qualcuno che mi ha preceduto - delle autonomie locali, dei sindaci, dei presidenti delle province e delle associazioni rappresentative degli enti locali.
Ciò che ci attende, questo è il senso della mobilitazione, colleghi, è un complesso compito di ridefinizione della nostra identità e sovranità. E mi ha fatto piacere che il Presidente della Regione, nelle sue dichiarazioni introduttive, abbia rimarcato l'aspetto della sovranità, perché dobbiamo dare anche gli strumenti per consentire a chi rappresenta la Regione di presentarsi con i pieni poteri, cioè come capo di una struttura che assurge a piccola entità nazionale. E non dobbiamo avere paura dei termini se veramente crediamo nei valori dell'autonomia, non quella chiacchierata, ma quella praticata, quella operativa come - devo darne atto - mi pare sia anche sul fronte di un tema scottante come le servitù militari.
Il Presidente del Censis, Giuseppe De Rita, parla di una società a tanti soggetti, dove si è verificata una moltiplicazione senza precedenti di soggetti: nell'economia, con la proliferazione quasi molecolare di piccole e piccolissime imprese industriali, artigianali e terziarie; nel sociale, con la crescita di movimenti, associazioni, rappresentanze di interessi, organizzazioni di volontariato; nel locale, con lo sviluppo delle diverse autonomie territoriali e delle più importanti autonomie funzionali. Assistiamo, nel contempo, a una frammentazione del sistema sociale, gli interlocutori sono molti, la loro presenza è sempre più articolata. A ciò si deve aggiungere un nuovo policentrismo dei poteri, che Robert Dahl, uno dei più autorevoli filosofi contemporanei della politica, definisce poliarchia che produce un serrato confronto di interessi, un serrato confronto di comportamenti, di decisioni e una pluralità di poteri in gioco. La società contemporanea, e dunque anche quella sarda, è complessa e policentrica e sviluppa al suo interno una molteplicità di aggregazioni, associazioni, soggetti collettivi, i cosiddetti corpi intermedi, e sono le famiglie, i sindacati, le associazioni di categoria, le più diverse aggregazioni sociali, ognuna delle quali è portatrice di interessi, istanze e aspettative. Di fronte a una società così articolata, onorevoli colleghi, se da un lato è bene porsi legittimamente il problema del riequilibro dei poteri tra Consiglio, Presidenza e Giunta regionale, così come è legittimo e giusto porsi il problema della forma di governo, della legge elettorale, della riorganizzazione interna dell'apparato amministrativo regionale, riteniamo altrettanto indispensabile far evolvere la nostra Regione verso un modello meno centralistico, più aperto alla partecipazione sociale, più disponibile al riconoscimento delle diverse realtà associative, nel rispetto della loro autonomia e del loro specifico ruolo.
Non è certamente frutto e responsabilità di questa Giunta o delle altre Giunte delle scorse legislature, ma è sotto gli occhi di tutti che la Regione Sardegna si è ingigantita in un neocentralismo che presenta aspetti di pericolosità pari, se non maggiori a quelli del centralismo romano, già di sua natura pernicioso. Questo, a mio avviso, rappresenta un elemento di grave arretratezza politica e amministrativa, e mi pare che le ipotesi di riforme preannunciate dal presidente Soru vadano nel solco del superamento di questo pesante fardello che la Regione Sardegna si porta appresso ormai da tanti anni. Ma per creare un'amministrazione pubblica efficiente, organizzata, veloce, vicina, è necessario legare il principio di cittadinanza a una dimensione sociale e solidaristica. Questa dimensione ci deriva dal principio di sussidiarietà che sta alla base nei nuovi rapporti sociali e politici, principio sancito dal trattato di Maastricht, ma, voglio ricordare, soprattutto vero cardine della dottrina sociale della chiesa, ribadito da Giovanni Paolo II nella straordinaria enciclica sociale Centesimus annus, che, apparsa cento anni dopo la Rerum Novarum, ne costituisce il suo ideale coronamento.
Il quadro che in sintesi ho cercato di delineare dunque non può che determinare una più diretta partecipazione del cittadino e delle aggregazioni sociali alla vita pubblica. La democrazia, è chiaro, per poter funzionare ha bisogno di regole e non solo di comportamenti, ed è un insegnamento che viene da Aristotele a Montesquieu, dai federalisti a Kelsen. La democrazia ha bisogno di strutture, ha bisogno di regole, ha bisogno di procedure, deve dotarsi di istituzioni adeguate a tutelare i diritti di cittadinanza, soprattutto di fronte alla globalizzazione dell'economia e della politica, che avanza e rompe antichi schemi del passato. La globalizzazione, peraltro, fondandosi proprio sulla competizione, può anche creare disuguaglianze: sono le persone senza occupazione o a basso reddito o con bassa scolarità e scarsa formazione professionale. Ecco perché la sussidiarietà che favorisce l'autonomia dei corpi sociali intermedi, la loro capacità di aggregazione, di intervento, di tutela dei soggetti più svantaggiati consente un loro graduale inserimento nella nuova realtà che evolve e non attende.
Ritengo, colleghi, che noi siamo venuti alla ribalta dopo che i nostri padri costituenti avevano già fatto tutto. Noi oggi abbiamo un ruolo direi non meno importante, siamo cioè chiamati a rivedere le cose alla luce proprio di questi nuovi mutamenti che sono apparsi dal dopoguerra ad oggi. E credo che dobbiamo riflettere sul fatto che se saremo ancora incapaci di realizzare il cambiamento, non una parte piuttosto che un'altra, ma tutti insieme avremo perso una battaglia, avremo vissuto, chi più chi meno, la nostra vicenda politica parlamentare senza riuscire a dare quella auspicata svolta a un sistema moderno, a una Regione più bella, più vicina ai cittadini sardi.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Franco Ignazio Cuccu. Ne ha facoltà.
CUCCU FRANCO IGNAZIO (U.D.C.). Onorevoli Presidenti del Consiglio e della Regione, signori Assessori, colleghi del Consiglio, siamo rimasti piacevolmente sorpresi nell'ascoltare le comunicazioni con le quali l'onorevole Soru ha aperto questo dibattito e siamo rimasti piacevolmente sorpresi di sentirlo parlare, per la prima volta in quindici mesi, non già come leader della maggioranza e nemmeno come Presidente dell'Esecutivo, ma piuttosto come Presidente della Regione Autonoma della Sardegna.
Siamo convinti anche noi, signor Presidente, che gli strumenti fondanti della specialità sarda vadano rivisitati e modificati, sia per un crescente bisogno della Sardegna di capacità interattiva con l'Unione Europea, sia per sostenere adeguatamente le ragioni della nostra autonomia nei confronti di un Governo centrale storicamente ingrato, che si muove oggi decisamente in senso federale, ma col quale già ci troviamo a discutere su un piano di parità istituzionale.
E siamo allo stesso modo convinti che sia necessario riordinare e modernizzare la struttura organizzativa dell'apparato complessivo della Regione, ma soprattutto siamo più che convinti che sia ormai indilazionabile una riflessione attenta e responsabile sulla più idonea forma di governo della nostra autonomia, sugli equilibri che devono garantirla e dunque sulla legge elettorale che ci può assicurare i più giusti risultati.
Non è però per questa comune individuazione dei problemi che le sue dichiarazioni ci hanno piacevolmente sorpreso, signor Presidente, poiché sappiamo bene che condividere la lettura dei bisogni non significa necessariamente condividere la qualità delle soluzioni da adottare per rimuovere quei bisogni. Più semplicemente abbiamo gradito che lei abbia affermato in quest'Aula che le riforme di cui la Sardegna ha bisogno appartengono a tutti i sardi, che per questa ragione le riforme vanno costruite con la partecipazione di tutto il Consiglio regionale, maggioranza e minoranza, e, ancora, che sia necessario affermare nel processo di elaborazione e di proposta delle riforme tutte le rappresentanze organizzate della società sarda.
A seguire, nel corso della giornata, si sono succeduti numerosi interventi di colleghi che hanno reiterato e ampliato i contenuti delle sue dichiarazioni, signor Presidente. Taluni lo hanno fatto persino con grande passione e intensità oratoria, ma questo non è bastato a spegnere in noi un senso di diffidenza che abbiamo avvertito sin dall'avvio del dibattito e che ancora facciamo fatica a superare, perché non è facile, signor Presidente, dimenticare in un mattino la storia di quindici mesi di legislatura, durante i quali la minoranza consiliare è stata costretta a essere sempre e comunque opposizione da un Presidente con poteri di governatore, un Presidente che prima della sua elezione non aveva mai familiarizzato con la politica, ma che in verità non aveva mai nascosto, né prima né dopo la sua candidatura, una straordinaria avversione per il sistema dei partiti, attraverso il quale, invece, è passata la stragrande maggioranza dei consiglieri regionali chiamati a formare questa Assemblea. Ed è per questa ragione che il rapporto tra il Presidente governatore e il Consiglio è stato difficile sin dalle prime battute, sin dall'episodio del giuramento negato in occasione dell'insediamento dell'Assemblea legislativa, il 14 luglio 2004. Ho già avuto modo di ricordare quel fatto in quest'Aula, ma lo farò ancora ed ancora, lo farò ogni volta che avrò occasione di farlo, perché quel fatto increscioso, signor Presidente, è una ferita istituzionale che rimane aperta e che non si può chiudere semplicemente contando sui poteri curativi del tempo, e ancora perché quel brutto episodio ha fatto di lei, onorevole Soru, l'unico Presidente della storia dell'autonomia che non ha mai prestato giuramento davanti al Parlamento dei sardi, forse per non riconoscerne implicitamente la primazia istituzionale.
E' difficile dimenticare che anche dopo quel giorno, lei, signor Presidente, si è mosso secondo i dettami della più ortodossa cultura peronista, puntando costantemente alla marginalizzazione dell'Assemblea legislativa, colpevole di ospitare i riti estenuanti delle democrazie parlamentari, e cercando, con la sua azione di governo, di raggiungere direttamente l'opinione pubblica senza intermediazioni di alcun genere.
Un consigliere della maggioranza, qualche tempo fa, parlando confidenzialmente dell'onorevole Soru gli ha dato merito, molto appropriatamente, di una straordinaria capacità di percepire le sensibilità diffuse, qualità che davvero il Presidente possiede e che gli rende facile far vibrare l'orgoglio dei sardi ogni volta che sente di volerlo fare, invitandoli, ad esempio, a non sentirsi dei nani, a non sentirsi inferiori a nessuno. Questo, peraltro, non gli ha impedito di convenzionarsi con uno stuolo di consulenti provenienti da ogni parte della penisola. Non si può non ricordare che in questi quindici mesi il Governo regionale ha calato vincoli e dispensato divieti in nome di futuri provvedimenti legislativi o regolamentari; ha sciolto enti regionali e ne ha commissariato altri in previsione di provvedimenti di riorganizzazione che devono ancora trovare definizione; ha tagliato drasticamente il bilancio; ha ridotto contributi e finanziamenti agli enti locali, alle organizzazioni di categoria, a sindacati, società sportive, associazioni di volontariato e ancora a tutti coloro che rappresentano interessi organizzati e diffusi della nostra società, senza mai aprirsi a un aperto contributo della minoranza.
E come dimenticare, infine, che questo Governo ha affondato l'Assemblea costituente, votata all'unanimità nella dodicesima legislatura, optando per una Consulta di nomina consiliare, che pure non ha mai formalmente costituito, così come non ha mai reso operativo il Consiglio delle autonomie locali. Ecco perché siamo rimasti piacevolmente sorpresi dalle sue dichiarazioni, signor Presidente, ma non siamo del tutto convinti di non essere chiamati a svolgere la funzione della foglia di fico che copre le umane vergogne.
Va detto, in verità, che siamo consapevoli dell'impegno di una parte importante della maggioranza per ricondurre il confronto con la minoranza all'interno delle regole della politica parlamentare. Ne siamo consapevoli e apprezziamo questo forzo. Va anche detto che siamo altrettanto consapevoli che tutto questo è reso molto più difficile dal disequilibrio tra i poteri dell'autonomia, creato da una legge elettorale che non ci appartiene, che possiamo considerare la giusta punizione al sistema dei partiti per non aver saputo o voluto dotarsi di una legge elettorale tutta sarda nel corso della passata legislatura. Peraltro, nella circostanza di questo dibattito, rispetto ai giorni precedenti la sessione del Consiglio e rispetto alla consegna alla stampa, invece che ai Gruppi consiliari, del testo integrale della proposta della Giunta, è onesto riconoscere da parte nostra che ci sono stati alcuni importanti e significativi cambiamenti nei comportamenti della maggioranza, sia per i contenuti dell'articolato che ci è stato consegnato, sia per le importanti dichiarazioni del presidente Soru, sia per le reiterate aperture contenute negli interventi di molti consiglieri che ne fanno parte.
Può darsi che qualche mio collega pensi che tutto questo non sia abbastanza, ma io credo, invece, che la straordinaria importanza degli argomenti in discussione debba spingere tutta la minoranza ad accettare l'invito che ci viene rivolto dai banchi della maggioranza ad un confronto aperto e leale, ruvido, se necessario, nei momenti in cui la divaricazione aumenta, ma finalizzato comunemente al raggiungimento di un obiettivo importante, un confronto che prescinda dalle angolazioni politiche di parte, ma soprattutto che non si pieghi alle convenienze di chi oggi governa, né alle esigenze tattiche di chi invece svolge, oggi, compiti ispettivi e di proposta.
Sul sistema delle regole credo ci possa e ci debba essere un'intesa. Se la maggioranza, che ne ha la facoltà, lo vorrà, saprà creare le condizioni perché questa intesa possa realizzarsi, ad esempio ripartendo da capo nella elaborazione di una proposta che diventi la base della discussione di tutto il popolo sardo. Serve un'intesa innanzitutto per una discussione attenta e approfondita sulla forma di governo, o meglio sulla necessità primaria di riequilibrare i poteri del Consiglio e quelli del Presidente governatore, ma soprattutto sulle modalità di scioglimento dell'Assemblea per dimissioni volontarie del Presidente, non già per la perpetuazione degli eletti (il collega Uggias giovedì scorso aveva colto questo aspetto nel rilievo dell'onorevole Floris), quanto piuttosto per liberare il Consiglio dall'obbligo di scegliere, in ogni difficile momento, tra lo scioglimento dell'Assemblea e il pedissequo rispetto di ogni volontà del Capo dell'Esecutivo del momento.
Credo che si debba prestare molta attenzione al discorso dei costi della politica, che ricorre in questo periodo sulla base di una forte spinta che viene da una parte, a mio avviso, molto minoritaria. In tutte le democrazie avanzate il costo della politica è un costo essenziale per la vita della democrazia e, badate, il costo della politica lo si riduce in due modi: diminuendo la presenza della politica o azzerandola, non ci sono altri modi.
Ritengo che si debba prestare molta attenzione anche all'accenno, da più parti sollevato, alla riduzione del numero dei consiglieri. Ci sono territori che hanno diritto alla loro rappresentanza e che teoricamente possono esprimere due soli rappresentanti. Bisogna stare attenti a rispettare questi equilibri e a far sì che con una riduzione troppo affrettata dei componenti del Consiglio queste presenze non scompaiano. Credo che le grandi riforme siano un'occasione irripetibile per riaccendere in tutti i sardi la passione autonomistica; una passione che oggi è sempre più accesa per un federalismo di tipo europeo e sempre meno per quello nazionale; una passione che oggi ci potrebbe consentire di coinvolgere ogni forma di rappresentanza popolare organizzata in tutto il lavoro di predisposizione delle proposte e di elaborazione del confronto.
Coinvolgimento vasto, dunque, ma non con le riunioni oceaniche molto sapientemente evocate dall'onorevole Cugini. Le immense assemblee, infatti, sono per i confronti importanti quello che i profumi preziosi sono per gli affamati: possono deliziare le narici, ma non riempiono lo stomaco. Va detto però che è vero che una parte della nostra gente nutre sentimenti di avversione verso l'istituzione regionale e verso chi la governa, perché non conosce l'istituzione regionale, perché non la capisce, perché non se ne sente responsabile, perché se ne sente parte estranea. E proprio per questa ragione la strada giusta per coinvolgere i sardi nelle grandi riforme, forse la più lunga e la più difficoltosa, ma certamente la più efficace credo che sia quella di sentire tutti nelle forme di rappresentanza organizzate e separatamente. Magari in un tour delle vecchie e nuove province, come suggeriva il collega Sabatini, per non negare la giusta attenzione ai tanti bisogni della nostra gente, che sono simili ma differenti in ogni realtà, per recuperare ogni risvolto delle nostre tradizioni e della nostra cultura.
Se ne saremo capaci, credo che ne guadagneremo tutti: ne guadagnerà il sistema dei partiti e quello dei movimenti, ne guadagneranno la maggioranza e la minoranza consiliare, ma soprattutto - ne sono convinto - a guadagnarci di più saranno le popolazioni della Sardegna.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Corda. Ne ha facoltà.
CORDA (Progetto Sardegna). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Regione, signori Assessori, colleghi consiglieri, l'esigenza di inaugurare una nuova stagione di riforme è avvertita da troppo tempo ed è ampiamente condivisa da tutte le forze politiche, ma è sentita in modo ancora più forte dall'intera comunità sarda.
La gente raramente capisce e comunque non si spiega perché i tempi della politica siano così lunghi. A fronte di situazioni che mutano sempre più rapidamente, di fenomeni che si realizzano, la politica segna il passo e mai li anticipa. Questo significa che bisogna cambiare qualcosa nei suoi meccanismi di funzionamento, perché una società aperta, evoluta e competitiva, forse troppo competitiva e spietata (ma questo è un altro discorso meritevole di altro approfondimento), che ha sete di innovazione e conoscenza non è compatibile con un sistema politico-istituzionale lento e farraginoso. La politica governa le trasformazioni economiche e sociali solo quando riesce a riconoscerle, stimolarle e guidarle in tempi reali. I tempi dell'economia sono sempre più brevi, mentre quelli della politica informati a un'impostazione garantista e dialettica, come è giusto che siano, sono troppo spesso dilatati. E' vero che in democrazia le scorciatoie sono sempre pericolose, perché portano con sé il rischio grave proprio dell'accentramento dei poteri, ma alla parte più debole della società, che in Sardegna è sempre più estesa, quella in cui dilaga il disagio sociale, in cui la necessità e il bisogno di aiuto sono più forti, è urgente dare risposte. Quella parte della società che attende spasmodicamente che le istituzioni e la politica indichino la via d'uscita dalle condizioni di miseria non è interessata alle alchimie della politica in cui spesso ci si attarda, attende provvedimenti, azioni concrete ed è poco appassionata alle discussioni sulla filosofia della politica, il cui punto di caduta è spesso il controllo e la gestione del potere. Può anche darsi che le cosiddette norme intruse nella finanziaria 2005 abbiano rappresentato una forzatura sul piano delle competenze, ma l'esigenza di riordino e di riforma di una miriade di enti era sentita da troppo lungo tempo.
So, ed è vero, che le nomine dei vertici delle AA.SS.LL. o del commissario di un qualsiasi ente non sono decisioni neutre, perché in un sistema politico così articolato determinano inevitabili conseguenze sul piano dei rapporti di forza tra i partiti, ma occorre affermare una nuova cultura politica in grado di soppiantare la cultura del potere. E' necessario infrangere gli angusti confini di una politica asfittica, spesso condizionata, incardinata su rigidi criteri spartitori. Quello che viviamo è un momento storico cruciale, siamo chiamati alla stesura di una grande riforma istituzionale, sono necessari sforzi congiunti, dialogo e collaborazione proficua. Non può e non vuole, questa maggioranza, procedere da sola, e non per il desiderio di condividere una responsabilità, qual è quella delle riforme, troppo pesante da sopportare da soli, ma per la convinzione profonda che più importanti sono le decisioni da prendere e meno si può rinunciare al contributo di tutti. Serve una politica in cui l'interesse primario alla risoluzione degli annosi problemi della nostra regione consenta di superare le divisioni interne, gli apriorismi improduttivi e di parlare con voce univoca e coesa. Quando sono in discussione principi e valori che attengono alla sovranità e all'autonomia della Regione, alla dignità della comunità isolana, quando legittime rivendicazioni e diritti vengono negati da un Governo nazionale spesso cieco e sordo, non vi possono essere ragioni per cui maggioranza e opposizione non sostengano un'identica linea di condotta. Eppure ciò si verifica in materia di servitù militari, e non solo, perché anche se può essere comprensibile lo scontro in materia di diritto alla difesa di una nazione, di guerra preventiva e di armamenti nucleari, a nessun cittadino il cui pensiero sia scevro da condizionamenti può sfuggire il paradosso grottesco di una regione forse non a caso tra le più povere d'Italia che da sola si fa carico di oltre la metà del peso delle servitù.
Medesime considerazioni sono applicabili a molte altre importanti questioni, come, per esempio, la vertenza aperta dal presidente Soru sui mancati trasferimenti dello Stato. In relazione a questo specifico aspetto è curioso notare come il Governo centrale, mentre filosofeggia sui benefici prossimi venturi in materia di federalismo fiscale, persegua nei fatti una pratica improntata a un feroce centralismo di stampo ottocentesco. Ne consegue che per la Sardegna la questione posta diventa determinante per l'ottenimento di una rilevante massa di risorse finanziarie assolutamente indispensabile per strutturare una politica finalizzata allo sviluppo. Il confronto, quello vero, è sui poteri del Consiglio e sul ruolo, le funzioni e le responsabilità del Presidente e degli Assessori. Ci troviamo di fronte a una duplice esigenza: non comprimere gli spazi di democrazia e partecipazione e accelerare il processo decisionale. Perché democrazia ed efficienza siano garantite occorre da un lato la separazione e dall'altro un effettivo potere di controllo di un organo sugli altri. Al Consiglio quindi l'alto ed esaltante ruolo legislativo e di verifica e controllo dell'operato della Giunta; alla Giunta il compito di attuare il programma di governo, che è anche programma di coalizione, è bene ricordarlo, sulla base degli indirizzi del Presidente, nonché la predisposizione dei disegni di legge e degli atti da presentare al Consiglio.
Dal dibattito fin qui svolto non mi pare siano emerse quelle forti divergenze annunciate dagli organi di stampa in ordine allo scontro tra i diversi organi per la difesa delle rispettive prerogative. Le dichiarazioni di apertura al dialogo, rese dal Presidente nell'introduzione alla discussione, hanno avuto il merito di favorire un dibattito costruttivo, ricco di contributi importanti. Le riforme istituzionali, di cui è stata avviata la discussione, rappresentano la struttura portante dell'intero sistema politico-istituzionale. La Regione deve svolgere un ruolo di coordinamento, di equilibrio e di promozione dello sviluppo delle autonomie locali, perché dall'esaltazione e valorizzazione dei livelli istituzionali più bassi nasce e si rafforza la coscienza autonomistica dell'intera comunità regionale. E la valorizzazione delle autonomie di base passa attraverso il decentramento di funzioni, poteri e risorse. Le province, soprattutto quelle di nuova istituzioone, prive di risorse e di funzioni, rischiano di essere degli aborti istituzionali e di apparire, quindi, sovrastrutture autoreferenziali estranee alle dinamiche politiche e sociali delle popolazioni interessate.
La riforma in discussione, che ci apprestiamo ad approvare, non costituisce quindi un qualcosa di intoccabile e immodificabile nel tempo, ma è una base adeguata, è un requisito essenziale perché possano essere affrontati, in chiave moderna e con uno sguardo rivolto al futuro, le sfide e i problemi che la nostra comunità si troverà di fronte nel prossimo futuro.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Giuseppe Cuccu. Ne ha facoltà.
CUCCU GIUSEPPE (La Margherita-D.L.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Regione, signori Assessori, onorevoli colleghi, più volte il Consiglio, in questa e nelle passate legislature, ha affrontato anche direttamente la questione delle riforme istituzionali, con mozioni, risoluzioni, ordini del giorno, in cui veniva indicata la necessità della riforma e spesso anche alcune linee di fondo dell'azione di riforma stessa. Anche nel corso del dibattito del 7 ottobre 2004 tutti i Gruppi consiliari, pur manifestando orientamenti diversi sullo strumento da utilizzare per conseguire tale obiettivo, hanno ribadito la necessità e l'urgenza di procedere a un'organica revisione dello Statuto speciale per la Sardegna.
I notevoli cambiamenti intervenuti nelle condizioni storiche, sociali, economiche e istituzionali della nostra Isola rendono pertanto necessario e improcrastinabile l'avvio di un processo di revisione dello Statuto. Anche dagli interventi di giovedì scorso e in quelli di stamattina è emersa una consapevolezza diffusa in quest'Aula, che lo Statuto non sia più adeguato ai tempi e dimostri chiaramente di essere stato scritto in un periodo storico ormai completamente mutato. E' mutato lo scenario internazionale, infatti oggi la Regione concorre con lo Stato e le altre Regioni alla definizione delle politiche e alla realizzazione degli obiettivi comunitari. Abbiamo di fronte nuove domande sociali, nuova povertà, sono cambiate le regole del sistema elettorale, sono intervenute profonde modifiche istituzionali nei poteri e nelle competenze delle Regioni e delle autonomie locali. E' del tutto evidente, pertanto, che il mondo all'interno del quale si muoveva la società sarda quando è stato scritto lo Statuto attuale è profondamente cambiato.
Oltretutto, nel 2001, sono intervenute, con le riforme costituzionali introdotte dalle leggi numero 2 e 3, delle modifiche significative attraverso le quali non solo la Regione Sardegna, ma tutte le Regioni speciali e le Province autonome hanno visto un significativo ampliamento dei loro spazi di autonomia. Queste riforme che noi abbiamo subito erano e sono riforme modellate sulle Regioni ordinarie, che non tenevano conto delle ragioni che hanno dato vita agli statuti della specialità, non solo per la nostra Regione. Con la legge costituzionale numero 2 del 2001 abbiamo visto modificate parti significative del nostro Statuto. Per alcuni versi siamo stati uniformati alle Regioni ordinarie, sono state abrogate in particolare parti dello Statuto concernenti la forma di governo, l'elezione del Consiglio e il referendum abrogativo, riservando la disciplina di queste materie a una legge rinforzata da approvarsi con procedimento particolare, distinto da quello ordinario, quello previsto per l'appunto dall'articolo 15 dello Statuto così riformato. A maggior ragione, quindi, l'adeguamento dell'assetto istituzionale della Regione, a seguito dei grandi mutamenti intervenuti, assume carattere d'urgenza e quindi priorità e rilievo fondamentali.
Nell'avviare questo percorso, però, dobbiamo nel contempo ribadire che non sono venute meno le ragioni della specialità: l'insularità, che rappresenta ancora oggi un ostacolo alla mobilità dei sardi, l'identità culturale, la peculiarità geografica che caratterizza la nostra Isola, collocata in un punto strategico del Mediterraneo, e non ultimo il persistente ritardo di sviluppo economico, che nonostante i notevoli progressi ancora soffoca diversi territori, specie delle zone interne. Queste specialità sono ancora attuali, vanno ripensate e attualizzate in una loro nuova declinazione che tenga conto degli scenari economici e internazionali che sono profondamente mutati.
Alla luce di queste considerazioni, un'operazione di mero adeguamento non appare sufficiente. A nostro avviso, si rende necessaria una riscrittura completa dello Statuto, che rispecchi la nuova identità della regione, delinei le ragioni dell'unità e dell'equilibrio dei poteri, riconfermi e rimotivi le ragioni della specialità. Per fare questo è necessario che il dibattito non sia limitato ai soli livelli istituzionali. Il dibattito non può essere limitato esclusivamente a quest'Aula, non può essere appannaggio di pochi eletti, ma deve coinvolgere tutta la comunità regionale. Allo stesso tempo, dobbiamo avere la capacità di arrivare a una condivisione, la più ampia possibile, al di là della singole posizioni politiche, per far sì che sia lo Statuto di tutti i sardi e non quello del Presidente, della Giunta o della maggioranza.
A nostro avviso, è sempre valido il principio secondo il quale le riforme, le regole fondamentali del vivere democratico, che si tratti di statuto o di forma di governo o di legge elettorale, appartengono a tutti, maggioranza e opposizione, e vanno necessariamente definite insieme. La necessità di superare le contrapposizioni e gli sterili dualismi è stata sottolineata, nel dibattito di giovedì scorso, da alcuni colleghi del mio Gruppo. Non sono stati interventi di circostanza o interventi di comodo; certi ragionamenti fanno parte della cultura istituzionale del nostro partito e la nostra opposizione - a testimonianza del fatto che non si tratta di opportunismo -, dettata dalla conoscenza politica, dalla ricerca del dialogo e della comune condivisione su temi come questo, fa parte del nostro D.N.A.
Non c'è nessun regalo da parte della maggioranza, nessuna concessione. Quella del dialogo è uno stato di necessità su argomenti come questi, pertanto ritengo che siano apprezzabili anche la disponibilità e le aperture che sono arrivate da alcuni settori dell'opposizione. Ecco perché è necessario che tutti facciamo uno sforzo per incominciare a condividere il metodo di lavoro per la scrittura dello Statuto e delle leggi statutarie. Individuiamo un percorso nel quale tutti ci ritroviamo; sul merito avremo modo e luoghi per confrontarci più serenamente.
Nell'ordine del giorno votato il 7 ottobre 2004 fu individuata la Consulta come strumento più idoneo al raggiungimento dell'obiettivo. Io ritengo che quello strumento sia ancora attuale, sia quello che ci può consentire di condurre in porto il risultato. A fine 2004 è stata depositata una proposta di legge istitutiva della Consulta, a firma di alcuni componenti della maggioranza della Prima Commissione. Credo che, ritrovata l'agibilità della Commissione (giovedì procederemo all'elezione del nuovo Presidente), su quella proposta si possa ricominciare a discutere. La Consulta dovrà configurarsi, a mio avviso, come un'assemblea straordinaria di durata limitata, la cui composizione sia rappresentativa dell'intera comunità regionale e nelle sue più importanti espressioni politiche, sociali, culturali, economiche e territoriali. Alla Consulta deve essere affidato il compito di esaminare, discutere, proporre al Consiglio la bozza di Statuto, che deve essere riscritto sulla base di principi e linee guida che il Consiglio dovrà indicare nella stessa legge istitutiva della Consulta.
Contemporaneamente sarà necessario promuovere una vasta campagna di coinvolgimento della società sarda, enti locali, scuole, università, altre istituzioni, e diffondere la consapevolezza nella gente, in tutti i territori, della necessità di porre mano allo Statuto, del fatto che non esiste una contrapposizione, come sta emergendo in questi giorni anche su alcuni organi di stampa, tra la necessità di fare le riforme e quella di porre mano ai ritardi di sviluppo economico che attanagliano la nostra Isola. Non c'è nessuna contrapposizione, questi sono argomenti qualunquisti. Dobbiamo dunque tornare nei territori per parlare dello Statuto e delle riforme, per ripristinare quello spirito autonomista di cui oggi alcuni hanno parlato.
Dicevo, bisogna coinvolgere la società sarda, utilizzare tutti gli strumenti a disposizione. Potrebbe essere avviata, come è già avvenuto positivamente in altre regioni, una vasta campagna istituzionale, con diverse modalità - bilingui, multimediali, multicanali - allo scopo di informare e sensibilizzare i cittadini affinché si apra un dibattito consapevole e partecipato, che stimoli, sulla base di un progetto per il futuro della Sardegna, la costruzione dal basso del nuovo Statuto speciale, che verrà adottato con legge costituzionale, quindi con un procedimento complesso, e che dovrà contenere lo stretto necessario: la forma di governo, il sistema delle autonomie, i rapporti esterni, le competenze, norme fondamentali di organizzazione, sistema delle fonti, autonomia finanziaria. Dovrà essere, però, uno Statuto leggero, che non concentri la sua attenzione sulle singole discipline con i rispettivi strumenti attuativi, bensì contenga i principi di carattere generale.
A nostro avviso nel nuovo Statuto, a differenza di quello del 1948, deve essere previsto un preambolo oppure un titolo primo apposito che, costituendo parte integrante del nuovo Statuto, sottolinei le motivazioni della specialità e che potrebbe contenere i principi e i valori fondamentali che dovrebbero orientare le politiche regionali e le enunciazioni riguardanti l'identità regionale. Il percorso di scrittura della Carta costituzionale della nostra Regione sarà articolato e, senz'altro, visti i passaggi, non sarà brevissimo, pertanto, parallelamente, deve essere accompagnato dal lavoro del Consiglio, volto a dare una nuova definizione, che non è più rinviabile, alla forma di governo accompagnata da una nuova legge elettorale.
Questa grande stagione di riforma, a nostro avviso, non può riguardare solo lo Statuto, pertanto deve interessare la forma di governo alla quale è strettamente collegata, come dicevo prima, la legge elettorale. Il Consiglio regionale, aprendo questo percorso riformatore, ha l'opportunità di ribadire, di rafforzare e di dare maggiore concretezza a quelli che sono naturalmente i suoi compiti centrali. Oltre che titolare di competenza di legislazione, indirizzo e controllo, il Consiglio regionale è anche organo di rappresentanza democratica del popolo sardo, punto di riferimento privilegiato del sistema delle autonomie territoriali. Negli anni, il suo ruolo, come quello d'altronde delle assemblee elettive, è stato in parte progressivamente svuotato. Il processo di riforma del ruolo delle assemblee legislative regionali si inquadra, infatti, all'interno di un processo che ha avuto avvio con la legge numero 81 del 1983, che, trasferendo enormi poteri ai sindaci e alle Giunte comunali, ha di fatto svuotato le competenze dei Consigli comunali, sacrificando sull'altare della governabilità e della stabilità larghe fette di democrazia rappresentativa.
Bisogna anche dire, come ha giustamente sottolineato in questi giorni Giovanni Sartori sul "Corriere della Sera", che spesso la stabilità è stata confusa con la longevità dei governi, e la longevità non deve essere confusa, come molti fanno, con efficienza e capacità di governare. L'esperienza di questi ultimi cinque anni di governo nazionale dimostra tutto il contrario: un Governo durato in carica cinque anni non ha certo brillato per efficienza o capacità di governare. Comunque, il quadro in cui ci muoviamo è questo, pertanto è necessario chiedersi che ruolo possa e debba svolgere il Consiglio regionale. Il Consiglio, infatti, per effetto delle modifiche costituzionali che sono state subite, ha perso il potere tutto politico di creare un Governo regionale, eleggendone i membri, e vede il suo destino strettamente legato a quello del Presidente della Regione. A mio avviso, si può anche incominciare a ripensare alla contestualità dell'elezione che determina la contestualità anche nella decadenza dei due organi.
Dicevo, il Consiglio esce da queste riforme notevolmente indebolito e depotenziato, peraltro in linea con l'impalcatura che regge Comuni e Province, depotenziato rispetto al Presidente e all'Esecutivo. Pertanto è necessario ridefinire un coerente sistema di bilanciamento dei poteri, che abbia l'obiettivo di realizzare un giusto equilibrio tra la funzione di governo e quella legislativa. Non può aversi, infatti, un organo esecutivo forte a fronte di un organo legislativo debole. Il bilanciamento dei poteri tra i due organi è la condizione essenziale perché l'ordinamento della Regione sia poi in grado di assicurare le complesse funzioni di governo che sono proprie dell'Esecutivo.
Credo che la creazione dei giusti contrappesi di poteri tra Consiglio ed Esecutivo possa costituire l'elemento fondamentale di un sistema capace di decidere in fretta e pertanto dare in fretta risposte alle esigenze della Sardegna e allo stesso tempo consentire il controllo da parte dell'organo legislativo. Sono poteri e competenze che già esistono nella nostra Carta statutaria, ma che sono usciti compressi dalle varie riforme istituzionali, che hanno proposto una sorta di sia pure non esplicito presidenzialismo.
Credo che il Consiglio regionale, anziché reinventarsi un ruolo, come sostiene qualche commentatore sulla stampa regionale, quasi a sottolineare che oggi un ruolo non lo avrebbe più, dovrebbe ripensare a come interpretare in chiave moderna la rappresentanza. Si registra oggi la necessità di un cambiamento profondo del modo di fare rappresentanza, ed è proprio la questione della rappresentanza che coinvolge in modo particolare sia la forma di governo sia il sistema elettorale. In questo senso è opportuno valutare anche la possibilità di una rappresentanza consiliare che sappia interpretare pienamente, in maniera esauriente, le identità territoriali e amministrative della nostra regione. Intendo dire che bisogna pensare a garantire un'adeguata rappresentanza proporzionale dei territori provinciali della Sardegna, anche attraverso un numero minimo di consiglieri regionali da rapportare alla consistenza delle popolazioni delle province, ripartendo poi su base regionale il premio di maggioranza.
Va inoltre valorizzato il potere di indirizzo e di controllo del Consiglio individuando, sulla base anche delle esperienze, che non mancano, le forme che si riterranno più opportune. Gli strumenti di controllo sono essenziali per stimolare il confronto democratico tra Esecutivo, maggioranza e opposizione. Tuttavia, oltre ai tradizionali strumenti ispettivi, a mio avviso, sarà necessario individuare strumenti di controllo sull'attuazione delle leggi e di valutazione dell'efficacia delle politiche regionali a cui le leggi danno impulso.
Pertanto, il Consiglio regionale, se non vuole vedere mortificato il suo ruolo, deve darsi gli strumenti adeguati e deve scommettere su se stesso. E' evidente che la riscrittura dello Statuto e l'elaborazione delle leggi statutarie o rinforzate, che dir si voglia, sulla forma di governo e sulla legge elettorale comporteranno un paziente e faticoso lavoro preparatorio che impegnerà tutte le componenti politiche presenti in quest'Aula, ma noi dobbiamo avere l'ambizione di scrivere insieme, maggioranza e opposizione, le regole che siano in grado di rispondere alle attese e di durare nel tempo, per l'oggi ma soprattutto per il domani.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Mattana. Ne ha facoltà.
MATTANA (D.S.). Signor Presidente, signori Assessori, onorevoli colleghi, il dibattito che si è sviluppato nell'aula consiliare a seguito delle dichiarazioni del Presidente, ha fornito, credo, alcuni spunti interessanti per la discussione, avviando di fatto o almeno gettando le basi di una fase riformatrice della nostra Regione.
A dire il vero, perdonate la sincerità, il dibattito sia in Consiglio regionale sia nella società sarda non vede quella passione, quella tensione morale che forse il tema delle riforme meriterebbe. Forse è lo specchio dei tempi, il clima culturale, la temperie, come è stato detto da qualche collega nel corso della discussione; una discussione che riguarda, alla fine, i diritti di ciascuno di noi e dovrebbe incidere sulle grandi questioni che influenzano e talvolta limitano il progresso della nostra regione.
In questi anni tanti cambiamenti sono avvenuti nella nostra società, nell'economia della nostra Isola, nell'ordinamento giuridico nazionale e internazionale, che rendono quindi indifferibile l'avvio di un dibattito sulle riforme. La stessa materia statutaria, in particolare anche il nostro Statuto, è stata oggetto di profonde modifiche, mai peraltro per iniziativa della nostra Regione. A livello nazionale, le modifiche introdotte dalla legge costituzionale numero 1 del 1999 e in particolare dalla legge numero 3 del 2001, come veniva testé ricordato, con le quali è stato revisionato anche il Titolo V della Costituzione, hanno determinato un profondo mutamento degli equilibri istituzionali, oltre che una modifica sostanziale dell'assetto delle Regioni ordinarie, che sono state pressoché equiparate per molti aspetti alle Regioni a statuto speciale. E' mutato il ruolo delle Regioni che, unitamente ai Comuni e alle Province, sono state poste sul livello di equiordinazione rispetto allo Stato. E' cambiata profondamente la struttura del nostro ordinamento istituzionale, che da struttura gerarchica piramidale è mutata in una struttura che è stata definita reticolare, dove lo Stato, le Regioni, i Comuni e le Province sono i nodi di una rete. E' mutato, è stato detto, lo stesso significato di specialità, sul quale poi vorrei soffermarmi, che deve essere ripensato, adeguandolo al nuovo contesto costituzionale europeo e italiano, che naturalmente è molto diverso da quello in cui ha avuto origine l'autonomia ed è maturato il progetto politico del nostro Statuto.
In questo quadro di rapida e continua evoluzione normativa, la nostra Regione è rimasta, come si suol dire, al palo, cioè spettatrice quasi distratta dei cambiamenti che ha recepito spesso in ritardo, come nel caso del Consiglio delle autonomie, e comunque quasi subendo gli stessi cambiamenti, omettendo anche di esercitare il proprio ruolo istituzionale. Si presenta quindi come indifferibile, non più rinviabile, credo anche tardivo l'avvio di una discussione sul processo riformatore, in particolare sui contenuti che dovranno avere le riforme future. Ci attardiamo invece nella discussione, come ho sentito seppure in qualche isolato intervento, sull'opportunità dell'iniziativa, sulle modalità dell'iniziativa e su chi deve assumerla, mentre tutto intorno a noi inesorabilmente continua a cambiare.
Il progetto originario dello Statuto del 1948, che oramai ha cinquantasette anni, aveva posto alla base della specialità della Sardegna un'idea che è stata definita di tipo economicistico della nostra autonomia. Alla base di questa idea vi era, infatti, la convinzione che l'autonomia fosse essenzialmente una riparazione per il mancato sviluppo della Sardegna; è stata efficacemente definita come una sorta di risarcimento dei danni da sottosviluppo della nostra regione. Cioè la motivazione che era alla base della pretesa autonomistica non era la difesa dell'identità dei sardi, la difesa della lingua, la difesa della cultura, ma era, più specificatamente, una rivendicazione di migliori condizioni economiche, cioè di opere pubbliche, di strade, di reti elettriche, di bonifiche. Quindi la specialità era concepita come un mezzo di progresso economico e sociale per la nostra Isola, si proponeva cioè di essere lo strumento per la rinascita, e questo concetto è ben definito nell'articolo 13 del nostro Statuto, che è una delle norme portanti della nostra carta costituzionale.
Ora, molto si è discusso e si discute se il nostro Statuto abbia effettivamente inciso sullo sviluppo della nostra regione. E' un tema oggetto di dibattito attuale, anche in alcune trasmissioni televisive. Secondo alcuni autorevoli economisti e costituzionalisti, cito testualmente, "il progetto di superamento della situazione di svantaggio economico e sociale sul quale la specialità si fondava, non è più attuale". O ancora: "Attraverso il piano di rinascita, inserito all'interno di un intervento straordinario del Mezzogiorno, la Sardegna ha accorciato la distanza che la separava dalle regioni più sviluppate". Parrebbe che la specialità abbia smarrito le sue ragioni originarie e si affacci un nuovo tema, un nuovo orientamento, che è quello che ha pervaso la discussione in Consiglio e che mi pare emerga anche dall'ipotesi di lavoro della Giunta regionale, per cui la nuova specialità potrebbe essere legittimata non più da una situazione economica particolare, ma dall'identità del popolo sardo - questo è il carattere principale -, dalla difesa della lingua e della sua cultura. Insomma, la specialità potrebbe essere fondata sulla sardità, cioè su un progetto condiviso di salvaguardia e sviluppo dell'identità e della risorsa locale.
Io ritengo, è la mia opinione, che la difesa dell'identità, della lingua, della cultura, delle specificità della nostra Regione, sia a pieno titolo da inserire tra i principi statutari, ma le ragioni della specialità non possono fondarsi esclusivamente su caratteri identitari della nostra regione. La nostra regione, è stato detto, attraversa un periodo di difficoltà, sicuramente conseguente alla difficile situazione nazionale e internazionale, ma fortemente influenzato dalla condizione di insularità e dai limiti che essa comporta per la nostra economia. Credo quindi che la difesa dell'identità, della lingua e della cultura non possa essere disgiunta dall'affermazione del diritto dei sardi di avere pari opportunità per lo sviluppo economico, e quindi dalla difesa e dall'affermazione del diritto alla mobilità, come è stato richiamato, che è una delle condizioni, anzi io ritengo una delle precondizioni per lo sviluppo economico e sociale della nostra Isola.
Vi sono, quindi, ragioni nuove e ragioni ancora attuali per affermare e rilanciare la nostra specialità. Si tratta di farlo fondando la nostra specialità su quello che è il diritto dei sardi di oggi e sul nuovo contesto economico e sociale della Sardegna dei nostri giorni. La discussione, peraltro, è già anticipata dal dibattito sul tema della sovranità, dal negoziato con lo Stato, che riguarda questioni importanti e prioritarie per lo sviluppo della nostra Isola. Sono state richiamate, sono le questioni che riguardano le servitù militari, le entrate, la continuità territoriale e, non ultima, l'energia. Per non parlare del tema del paesaggio e della difesa dell'ambiente, su cui il confronto è ancora più difficile e si è spostato dalle sedi istituzionali di fronte alla Corte Costituzionale. Quindi, a mio avviso, dobbiamo recuperare terreno, accelerare sulle questioni che riguardano non solo la maggioranza di questo Consiglio regionale, ma tutte le sue componenti, come è stato già più volte ribadito.
Vorrei fare qualche cenno alla forma di governo che è stata oggetto di discussione approfondita. La questione principale riguarda il rapporto, in particolare, tra il Presidente eletto direttamente e il Consiglio regionale, il bilanciamento dei poteri e i poteri e le funzioni da assegnare al Consiglio. E' stato detto che il nuovo sistema elettorale, che ha inciso direttamente sulla forma di governo, attribuisce troppi poteri al Presidente della Regione, relegando il Consiglio a un ruolo marginale. Si è anche parlato della necessità di evitare il cosiddetto neopresidenzialismo, come è stato definito da un collega nel corso del dibattito. Naturalmente, questi rilievi critici non sono tutti da respingere, possono essere anzi condivisi. Il punto è come operare il riequilibrio dei poteri tra il Presidente eletto direttamente e il Consiglio regionale.
Credo, però, che sia necessario stabilire alcuni punti fermi, uno dei quali, non perché si tratta della mia opinione, è l'elezione diretta del Presidente della Regione, che rispecchia la concezione politica e culturale dell'opinione pubblica ed è affermata, tra l'altro, nello stesso nostro ordinamento. Infatti la nostra Costituzione propone, all'articolo 122, una forma di governo che possiamo definire standard, basata sull'elezione diretta del Presidente della Regione. Le Regioni possono naturalmente scegliere di rinunciare all'elezione diretta, ove però decidano per l'investitura diretta, diciamo così, del Presidente, devono rispettare due regole: la prima è la nomina e revoca degli assessori da parte del Presidente, la seconda è lo scioglimento automatico del Consiglio se, per qualsiasi motivo, il Presidente viene meno. Io credo che si debbano introdurre dei temperamenti a queste regole, ce lo dice l'esperienza di questi anni, affermando naturalmente che la strada è però tracciata. Non dico che sia una strada senza ritorno, ma tornare indietro risulta, allo stato, alquanto difficile. Questo è tanto vero che nessuna delle Regioni, ad oggi, ha elaborato nuovi statuti che rinuncino all'elezione diretta del Presidente della Regione. E quando una Regione speciale, mi riferisco al Friuli Venezia Giulia, ha proposto una forma di governo senza elezione diretta del Presidente, è stata bocciata dal corpo elettorale, dagli stessi elettori.
Il dilemma che si è posto e che si pone, credo che sia il punto nodale, è come mantenere l'elezione diretta del Presidente della Regione ed evitare lo scioglimento automatico del Consiglio regionale. Credo che sia un nodo difficile da sciogliere. La Regione Calabria - la cito come esempio - ha proposto un sistema che prevede una forma di governo apparentemente diversa, nella quale il Presidente è investito dal Consiglio regionale e i cittadini al momento di eleggere il Consiglio devono indicare anche il candidato a Presidente. E qualora il Consiglio non nominasse Presidente il candidato designato dagli elettori sarebbe immediatamente sciolto. Ora, la questione è stata chiarita dalla Corte Costituzionale, con una sentenza del 2004 che ha annullato questa parte dello statuto della Regione Calabria, perché ha ritenuto che questo tipo di elezione sarebbe assimilabile a quella a suffragio universale.
Credo che sia quindi difficile, allo stato, aggirare il principio più volte citato dell'aut simul stabunt aut simul cadent, credo però che sia necessario introdurre dei temperamenti. Le motivazioni sono state proposte, non si tratta, credo, di rinunciare all'elezione diretta del Presidente o di ridurre i poteri del Presidente. Si tratta di rafforzare i poteri del Consiglio regionale, dando allo stesso iniziativa intanto in materia legislativa, perché svolga la funzione che istituzionalmente gli è propria. Insomma, si tratta di ridare nuova centralità al Consiglio regionale. Non è questa la sede per fare le proposte, ma credo che su questo terreno dovranno essere elaborate le future proposte di riforma del nostro Statuto e di legge statutaria in particolare.
Un cenno rapidamente al rapporto tra Regioni ed enti locali. Un cenno non polemico, vorrei dire, almeno vorrei che non fosse interpretato così, però è una materia sulla quale si sono affermati principi importanti: il principio di equiordinazione, il principio di sussidiarietà, che però bisogna dire nella pratica risultano ancora molto disattesi. Io ho l'impressione - ma non è solo la mia impressione - anche da amministratore locale, che in tutte le Regioni, anche nella nostra, permanga ancora una visione culturalmente gerarchica, di tipo piramidale. E' una posizione sbagliata che bisogna modificare, ad esempio su una questione, ne cito solo una per brevità, quella che riguarda gli enti locali come centri di spesa. Io dissento da questa posizione, perché credo che gli enti locali debbano partecipare agli indirizzi della spesa, non essere solo centri di spesa, come è stato affermato anche nell'ultima finanziaria. Gli enti locali devono partecipare alla programmazione della spesa. E' stato istituito il Consiglio delle autonomie, facciamo che si insedi presto e possa già dire la sua parola in ordine alla prossima finanziaria. Gli enti locali non partecipano alle spese, alle decisioni sulle spese, le subiscono. L'esempio recente riguarda lo Stato, ma anche le Regioni: la finanziaria nazionale taglia del 7 per cento i trasferimenti ai comuni, pari a 3 miliardi e 100 mila euro, sostenendo, erroneamente, a mio avviso, che i comuni sono centri di spreco, che sono spreconi. In Sardegna i comuni sono mediamente piccoli e piccolissimi, hanno ben poco da sprecare, hanno da cercare di chiudere con le poche risorse i propri bilanci. Ma credo che anche la finanziaria regionale debba dare un segnale, è stato richiamato anche dal collega Sabatini. Credo che si debba evitare di ridurre ancora i trasferimenti ai comuni e che un segnale importante sarebbe anche rivedere, seppure con le difficoltà che ci sono, i fondi destinati ai comuni con la legge regionale numero 25.
Chiudo qui questa parentesi ribadendo che il percorso delle riforme è un percorso impegnativo, pieno di difficoltà. I latini dicevano per aspera ad astra, cioè dalle difficoltà nascono i successi e io mi auguro che anche questo percorso, seppure con le difficoltà, possa essere poi costellato di buoni risultati. E' un percorso che devono fare insieme maggioranza e minoranza nella sede delle riforme, che non è né la prima Commissione, mi perdonino i componenti della prima Commissione, né la Giunta, con il rispetto istituzionale che porto a questi organismi, ma è il Consiglio regionale, con il coinvolgimento naturalmente di tutta la società sarda, dove io credo che la maggioranza dovrà svolgere il ruolo che le è stato assegnato dagli elettori e la minoranza avrà un ruolo indispensabile nel definire le regole, cioè quello di contribuire a tracciare una strada che io non so se segnerà la nostra storia per i prossimi cinquant'anni, ma credo per un lungo periodo, favorendo, mi auguro, anche il progresso e lo sviluppo della nostra Regione.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Pisano. Ne ha facoltà.
PISANO (Riformatori Sardi). Signor Presidente, signori Assessori, onorevoli consiglieri, credo che un po' tutti voi abbiate potuto vedere in questi giorni uno spot pubblicitario televisivo che è abbastanza singolare, curioso, in cui due eserciti si confrontano tra loro, si scagliano l'un contro l'altro armati per poi, all'ultimo istante, decidere di far pace ed evitare lo scontro fisico. Lo spot si conclude con l'affermazione che tutto può essere cambiato, basta volerlo. Credo che questo spot, che sicuramente non è stato ideato da Gavino Sanna, quindi non può essere una provocazione se ne parliamo qui, ben riporti alcuni elementi di analogia con quanto sta accadendo oggi in quest'Aula, in questo dibattito sulle riforme, e in Sardegna. Di fatto, davvero ci si è confrontati in maniera anche aspra, poi pare che ci sia una larga intesa e la preoccupazione che si avverte è che le riforme non rimangano solo un'immaginazione nostra.
Ha scritto qualcuno che un popolo quando sogna la propria libertà lo fa senza porsi orizzonti, senza porsi confini; l'unico limite del sogno di libertà di un popolo, ha scritto questa persona, è la propria paura, il senso di vertigine di cui si può soffrire. E allora io mi domando cosa direbbe, se fosse qui, il presidente Soru, al quale la maggioranza ha più volte indirizzato l'invito a volare alto. Attenzione, sappiamo tutti che il difetto di cui tutti noi siamo affetti, noi per primi, ma anche il presidente Soru, può essere davvero quello di soffrire di vertigini e quindi non vorremmo che dietro ci fosse un infingimento della maggioranza, la quale sa bene che magari il presidente Soru soffre di vertigini.
Il Presidente ha detto anche un'altra cosa importante, cioè ha detto: "Le riforme le vogliamo fare insieme e questa è un'occasione importante, un appuntamento importante con la storia per noi tutti e per questo Consiglio regionale". Dobbiamo allora fare chiarezza anche sul rapporto tra la storia e noi, popolo sardo. Qualcuno meglio di me lo potrebbe dire, però, contrariamente a quanto avviene sempre, cioè la storia detta i ritmi, scandisce il tempo attraverso gli avvenimenti, attraverso le fasi delle vicende che lo accompagnano, qui la questione è esattamente opposta. E' opposta perché è il tempo qui in Sardegna, quasi sempre, a dettare la storia e il ritmo degli avvenimenti, ed è ovvio che abbiamo sempre dovuto vivere le vicende in modo accelerato o in ritardo. Noi storicamente, come popolo sardo, non siamo quasi mai arrivati puntuali a un appuntamento, e questa è la nostra grande preoccupazione. Pensiamo, ad esempio, a quella civiltà straordinaria, suggestiva, che ci ha visti anticipare di secoli se non di millenni altri popoli, che è la civiltà nuragica, ancora per la gran parte non scoperta, probabilmente non conosciuta. Oppure pensiamo a quella ipotesi ancora più suggestiva e affascinante, affacciata da Sergio Frau, secondo la quale addirittura il popolo sardo potrebbe essere identificato col popolo di Atlantide. Non so se davvero questo possa non significare un'anticipazione e quindi un'accelerazione che la storia nostra di sardi ci ha portato. Ma anche in tempi più recenti, non me ne vorranno di certo i colleghi sardisti, quando l'Italia imbroccava la strada del fascismo qui in Sardegna, in maniera sicuramente interessante, si andava verso il sardismo. Lo stesso Gramsci ha risentito di questa formazione culturale federalista e sardista, per trasportarla in un suo pensiero socialista più ampio, che quindi l'ha modulato in maniera diversa. Ancora un'anticipazione storica dunque.
Questo lo dico per cercare di esprimere un concetto: il 31 luglio 2001, in questa sede, abbiamo approvato un'importante proposta di legge costituzionale, che avrebbe dovuto portarci al riconoscimento del diritto di scrivere il nostro Statuto attraverso l'Assemblea costituente. Quattro anni di anticipazione storica, che oggi sono quasi dimenticati, e ha ragione da vendere il sindaco di Seneghe, Salvatore Cubeddu, quando scrive, nella prima pagina di un quotidiano sardo che la partita non può essere considerata ancora chiusa. Anzi, oggi più di eri non può essere chiusa, perché oggi più di ieri siamo di fronte a una situazione storica stranissima e interessante, che è quella di un ripensamento generale della Costituzione italiana e di gran parte degli stessi statuti regionali. Quindi potremmo ancora - dice lui - percorrere la strada dell'Assemblea costituente, che è poi la strada che indicava lo stesso Progetto Sardegna, qualcuno l'ha rilevato, esattamente nelle prime righe della pagina 68 del suo programma, laddove diceva di voler fare le riforme coinvolgendo nella maniera più ampia possibile il popolo della Sardegna, coinvolgendo tutti. Diceva sostanzialmente che ci sarebbe stato un progetto di legge della Giunta regionale che sarebbe stato portato in Consiglio e che avrebbe dovuto contenere - testuali parole del Presidente - dei principi che sarebbero stati riaffermati in una legge costituzionale e nello Statuto della Sardegna. Insomma, si tratta davvero di istituzionalizzare in maniera diretta il principio del carro davanti ai buoi! Non è pensabile che i principi vengano scritti in una legge costituzionale per poi essere riaffermati nello Statuto della Sardegna.
Noi questo lo contestiamo assolutamente. Tra l'altro, abbiamo un riferimento di interesse storico enorme. Il mio amico Sanna, che è un appassionato di queste ricerche, e ne ha citato pure qualcuna, ricorderà che esattamente il 25 giugno 1946, giorno in cui si insediò l'Assemblea costituente presieduta da Saragat, si sviluppò anche il primo dibattito di quel consesso che riguardava la possibilità di accettare o meno un'ipotesi di bozza della Costituzione predisposta dal Governo provvisorio in carica. Fu un dibattito molto animato, che però portò a una conclusione unanime: da Togliatti a Nenni, da De Gasperi a Dossetti, da Croce a Einaudi, tutti dissero in maniera esplicita no ai percorsi su binari predeterminati, assolutamente no a bozze o proposte di Costituzione Italiana. Il Presidente della Commissione dei Settantacinque, insigne giurista e Presidente del Consiglio di Stato, l'onorevole Meuccio Ruini, disse testualmente: "Signori, noi dobbiamo da qui prendere esattamente l'opposto, le distanze da tutto ciò che è amministrazione e governo dello Stato. Noi dobbiamo ragionare come chi ragiona non avendo un riferimento e un pensiero politico. Noi dobbiamo solo ubbidire ai nostri convincimenti personali per poter scrivere regole che valgano davvero per tutti". E questa posizione fu assunta con tanta convinzione da tutti i componenti dell'Assemblea costituente che nessuna delle gravissime vicende politiche successive poté interferire sulla sua azione. Pensate alla svolta del maggio 1947 o, ancora peggio, alla estromissione dal Governo di tutta la sinistra; pensate al primo Governo monocolore De Gasperi, alle vicende che portarono poi, nell'aprile del 1948, a un risultato eclatante, quello, naturalmente, della stragrande vittoria del partito della Democrazia Cristiana, tutte queste vicende non interferirono assolutamente nell'attività dell'Assemblea costituente e quindi quel principio enunciato da Ruini fu davvero applicato fino in fondo. E noi ottenemmo una Costituzione che era indenne da interferenze partitocratiche.
Questo riferimento possiamo non farlo oggi? Possiamo davvero ritenere, al di là del clima soft che oggi ha un po' incorniciato le cose, che era solo un'indicazione, un contributo quello che la Giunta regionale e il presidente Soru, ancora meglio, hanno voluto dare a quest'Aula? Io credo che questo non possiamo assolutamente accettarlo in linea di principio. Ha fatto bene Paolo Maninchedda a richiamare il concetto di sardo citando De Andrè: un bandito senza luna, senza stelle e senza fortuna; un marinaio di foresta, diceva, per sottolineare appunto la sua doppia solitudine. Ed è chiaro che noi sardi non vogliamo questa interferenza. Mi rivolgo al professor Maninchedda: Francisca, che il pittore doveva ritrarre senza guardarla, tant'è che lei si lamentò dicendo: "Devo posare senza che mi guardi?", non può che essere l'espressione dell'autonomia di noi sardi. Francisca è il senso della libertà, rappresenta, e l'onorevole Maninchedda lo sa, quello che oggi vogliono togliere a lui. Professor Maninchedda, a lei non vogliono più consentire di parlare di autonomia, non vogliono più farle guardare Francisca! Questo fatto non può non vederci tutti solidalmente vicini per un danno così grave che si verrebbe a creare.
Noi, invece, vogliamo accogliere il suo invito, professor Maninchedda, dicendo: "E' un'occasione irripetibile, cogliamola!" Non so, perché non ne abbiamo parlato tra noi, quale sarà l'atteggiamento dei Riformatori, ma sicuramente sarà un atteggiamento coerente con quello che abbiamo sempre detto, cioè con la volontà di partecipare a questo momento di grande innovazione, di scrivere insieme a voi le riforme, di distinguere la riscrittura dello Statuto dalle altre riforme, ma comunque di esserci. Noi non vogliamo, e questo lo diciamo anche per chiarezza, inaugurare una via sarda aventiniana, assolutamente no! Non vogliamo fare astensionismo ideologico né intellettuale, non vogliamo salire su nessun colle di Cagliari, in questo momento, e prendere magari il nome da quel colle. Sarebbe per noi davvero difficile. Se noi Riformatori decidessimo di salire, che ne so, su Monte Urpinu o sulla Sella del Diavolo o ancora peggio a Monte Mixi o, Dio ce ne scampi, addirittura su Monte Claro (sappiamo tutti cosa può significare per un cagliaritano salire oggi su Monte Claro), richiameremmo quelle difficoltà intellettive nelle quali non ci riconosciamo. Noi vogliamo partecipare, scrivere insieme a tutto il Consiglio le regole che davvero potranno essere valide non solo per questa generazione, ma per le generazioni future.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Biancareddu, che non essendo presente in aula decade dal diritto di intervenire. E' iscritto a parlare il consigliere Alberto Sanna, che secondo le informazioni che mi sono pervenute è in arrivo. E' iscritto a parlare il consigliere Contu. Ne ha facoltà.
CONTU (F.I.). Signor Presidente, giovedì 13 ottobre si è aperta la sessione delle grandi riforme, come l'ha definita il presidente Spissu, e devo dire che questo appuntamento ha anticipato di un giorno l'anniversario della scoperta dell'America. Gli interventi che si sono succeduti mi hanno infatti fatto venire in mente un'espressione della lingua sarda: "ha fattu sa scoberta 'e s'America", intendo dire con questo che il tema delle grandi riforme non è nato oggi, ma se ne dibatte in questo Consiglio da almeno quindici anni.
Questo tema era ed è all'attenzione di tutti, perché davvero la revisione degli strumenti portanti della nostra istituzione regionale, e cioè lo Statuto, la legge statutaria, la legge elettorale necessitano di un alto contributo da parte non solo di noi consiglieri regionali, ma di tutta la società sarda. Siamo certi che il compito che ci è stato assegnato, peraltro il presidente Soru ha parlato di legislatura delle riforme, necessita di una tensione politica e morale del Consiglio, in tutte le sue componenti di maggioranza e di opposizione, che superi le momentanee collocazioni dei Gruppi politici, sempre e comunque senza confusione di ruoli.
In questo Consiglio sono presenti le sensibilità e le competenze necessarie per scrivere il nuovo Statuto e la legge statutaria, per organizzare una moderna amministrazione regionale, per definire una nuova legge elettorale moderna e adeguata a quelle che sono non solo le necessità della istituzione, ma le necessità anche dei nostri cittadini. Ci si chiede un accordo sul metodo, e invece noi ci troviamo qui a discutere di una potestà di esclusiva competenza del Consiglio, la potestà legislativa; siamo chiamati, dal Presidente, a svolgere in tutta fretta un ruolo che noi riteniamo peculiare del Consiglio. Ma questa fretta a cui il Presidente ci ha richiamato mi sembra fuori luogo; forse il Presidente dimentica che la potestà legislativa non deriva da una sua gentile concessione. La centralità del Consiglio nella fase costituente è, infatti, imprescindibile per progettare insieme le riforme. Non si può pensare di disegnare il futuro della Sardegna stravolgendo dall'inizio le regole e le procedure senza definire, nel contempo, un metodo con cui le leggi di riforma possano essere scritte dal parlamento sardo avvalendosi della partecipazione della società sarda in tutte le sue componenti.
Egregi colleghi, noi ci troviamo oggi di fronte a una problematica che è stata già affrontata in diversi interventi, e che riguarda la dignità del Consiglio, che, secondo il mio modesto parere, va salvaguardata rispetto alla volontà di interpretazione dei ruoli, che viene rigettata soprattutto quando si manifesta una ferrea volontà di affermare un neocentrismo presidenziale. La fretta del gambero: due passi avanti e uno indietro!
Ci è stata presentata una bozza di disegno di legge statutaria, il Presidente ha affermato che si tratta solo di una proposta, peraltro rivisitabile o addirittura sopprimibile. Questo ci fa davvero pensare a una frase della famosa favola della volpe e dell'uva, cioè "nondum matura est", perché probabilmente il Presidente ha pensato di cogliere, con la sua proposta, un momento di distrazione di questo Consiglio, e così, tra il serio e il faceto, ci ha propinato la pillola. Ma davvero, mi chiedo, il Parlamento sardo vuole abdicare al suo ruolo? Ma davvero noi consiglieri dobbiamo aprire la discussione sulla proposta del presidente Soru o non dobbiamo invece partecipare alla grande impresa di aprire la stagione delle riforme definendo dapprima i principi attraverso cui tracciare i percorsi, senza pregiudizio alcuno, rigettando qualsiasi forma di veto affinché il ruolo del Consiglio sia il ruolo cardine del processo riformatore? Sono tutte domande che aspettano una risposta e - riferendomi a quanto testé affermato dal collega Mattana - potrebbe essere una risposta dettata dalla volontà di cancellare queste proposizioni che ci sono arrivate come un menu preconfezionato.
Noi ricerchiamo, dicevo, senza pregiudiziali le intese sul metodo, intese che possono essere raggiunte soltanto ripartendo da zero e non dalle dichiarazioni dell'assessore Dadea, che pure, essendo stato consigliere, anticipa le azioni della Giunta e non solo propone un disegno di legge statutaria e di organizzazione della Regione, ma cerca di svolgere - non so con quale finalità - un ruolo di paladino che forse non gli si addice. Senz'ombra di dubbio è questo il metodo che non condividiamo, ovvero quello dei menu preconfezionati. La grande sfida che ci attende è sul rigore del diritto. E' vero, la Giunta può esercitare il potere di iniziativa legislativa, ma noi vogliamo il cambiamento della Regione secondo regole certe, e vogliamo prima di tutto un grande dibattito sulle leggi destinate a modificare il futuro della Sardegna, consentendo e ricercando la partecipazione di tutti.
Sono purtroppo pessimista, più o meno quanto altri colleghi che mi hanno preceduto, constatando che forse non esistono ancora le condizioni politiche per affrontare temi importanti come quello delle riforme istituzionali. Ma se il metodo mi ha deluso, anche perché le testimonianze di fede della maggioranza sono mancate, resto sconcertato quando il confronto si sposta sui contenuti. L'accordo sui principi condivisibili va quindi ricercato, noi lo proponiamo. Lo Statuto, la legge statutaria, la riorganizzazione delle istituzioni, la legge elettorale si compenetrano nelle scelte politiche e non possiamo subordinare lo Statuto alla legge statutaria o ipotizzare una legge elettorale che non sia funzionale alla forma di governo. Ricordo che tracciare un accordo sul metodo è possibile, ma solo partendo dalla proposta delle idee, perché le riforme possono farsi solo se ci sono delle idee, peraltro condivise.
Condividere il metodo è per noi il primo obiettivo e per tutti poi sarà più facile seguire i percorsi legislativi. La Sardegna ha bisogno della creazione di nuovi scenari, nei quali possa assurgere al ruolo di protagonista, rompendo tutti quegli schemi che hanno portato la nostra terra a vivere nell'isolamento non solo fisico, ma anche sociale, culturale ed economico.
La rilettura di tante fasi storiche che la nostra Isola ha vissuto ha portato a interpretare, nella maggior parte dei casi, la marginalità insulare sempre in senso negativo. Oggi, invece, secondo il mio modesto parere, bisogna vivere l'insularità esaltandola con scelte improntate a un rilancio basato su due importanti presupposti: le specificità culturali e ambientali e la centralità della Sardegna nel Mediterraneo.
PRESIDENTE. L'onorevole Alberto Sanna nel frattempo non è arrivato in aula, quindi è decaduto dal diritto di intervenire. Abbiamo esaurito l'elenco degli interventi previsti per la mattinata, i lavori proseguiranno questo pomeriggio alle ore 16 e 30 con gli interventi dei Capigruppo. Il primo iscritto a parlare è l'onorevole Silvestro Ladu.
La seduta è tolta alle ore 13 e 06.
Allegati seduta
isposta scritta a interrogazioni
Risposta scritta dell'Assessore della difesa dell'ambiente all'interrogazione ATZERI sulla grave situazione delle politiche antincendio in Sardegna. (302)
In riferimento all'Interrogazione in oggetto si trasmette la nota n. 111 78 del 22.09.05 della Direzione Generale del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale.
In risposta alla Nota n° 2627/Gab in data 07.09.2005, pari oggetto della presente, si rappresenta quanto segue:
Il Piano Regionale di Previsione, Prevenzione e Lotta attiva agli incendi boschivi, con valenza triennale e revisionato annualmente, è il principale riferimento e al tempo stesso lo strumento operativo attraverso il quale viene organizzata e gestita la campagna antincendi.
Partendo dalla conoscenza e dall'elaborazione delle varie tematiche ambientali, sia a carattere generale, che per quanto riguarda particolari realtà o emergenze locali, il Piano Antincendi (P.R.A.I.) redatto in conformità a quanto dettato dalla legge nazionale in materia di incendi boschivi (L. 353/2000) assume, in ambito regionale e secondo quanto stabilito dalla L.R. 31/98, il carattere di Piano degli obiettivi, dei programmi e delle priorità del Corpo Forestale e di V.A..
Tali obiettivi, facilmente sintetizzabili in due principali punti:
- a) riduzione del numero di incendi nei boschi e nelle campagne;
- b) contenimento dei danni provocati dagli incendi;
ricomprendono in realtà una molteplicità di adempimenti, strategie ed iniziative che oltre alla lotta attiva al fuoco, indispensabile quando l'incendio si verifica, riguardano lo sviluppo di nuove politiche economico-sociali e metodologie di prevenzione ed analisi del fenomeno; non ultimo il progetto pilota per la gestione ed il controllo degli abbruciamenti autorizzati, sperimentato quest'anno nella regione del Marghine-Planargia.
La Regione quindi, prendendo a riferimento il fattore di rischio di incendio boschivo, cioè la probabilità che un incendio si verifichi e che lo stesso produca effettivamente danni a persone e/o cose, stila, comparando una pluralità di indici (pericolosità, vulnerabilità, danno potenziale), un elenco degli obiettivi prioritari da difendere che riguardano essenzialmente siti di rilevanza ambientale quali i Parchi o le aree protette, anche se non ancora istituite, i siti di interesse comunitario o di importanza naturalistica ed i compendi forestali.
L'Assessore regionale alla Difesa dell'Ambiente, annualmente, in funzione dei suddetti obiettivi da difendere, promuove una serie di iniziative ed incontri verso il Dipartimento Nazionale della Protezione Civile, al fine di sensibilizzare e sollecitare il competente Ministero relativamente alle emergenze e necessità della Sardegna riguardo il fenomeno degli incendi ed ottenere un supporto operativo, sostanzialmente di velivoli, da affiancare agli undici elicotteri già presenti nelle Basi regionali.
Anche quest'anno l'Assessore ha puntualmente rinnovato la richiesta di supporto aereo e la stessa è stata abbondantemente soddisfatta. La Sardegna infatti ha potuto contare, durante la campagna antincendi 2005 dei sotto elencati velivoli:
- n° 2 Helitanker S-64F, dislocati nelle Basi Operative di Villasalto e Fenosu;
- n° 4 canadair CL 415, schierati nell'aeroporto di Olbia-Costa Smeralda;
- n° 2 elicotteri AB 412 dell'Esercito e dell'Aeronautica, dislocati nell'aeroporto di Cagliari-Elmas e nell'area del poligono di Perdasdefogu;
- n° 1 elicottero AB 205 dei Vigili del Fuoco, dislocato nell'aeroporto di Alghero;
- n° 1 Beriev BE 200, comunque in fase sperimentale, schierato nell'aeroporto di Olbia-Costa Smeralda.
L'evento incendio, che nasce quale attacco diretto e devastante al patrimonio naturalistico-ambientale interessa, sempre più frequentemente, aree fortemente antropizzate, minacciando l'incolumità dell'uomo, degli animali e dei beni; si pensi agli insediamenti abitativi rurali, spesso ai margini di aree boscate, o ai complessi turistico-ricettivi che proprio durante la stagione estiva sono colmi di villeggianti.
In tale contesto si inserisce l'indispensabile e valido ruolo del Corpo dei Vigili del Fuoco il quale ha supportato e supporta in maniera efficace la "macchina" antincendio. A tal proposito è doveroso comunque segnalare che in parte degli incendi ai quali l'elicottero "Drago 61" dei Vigili del Fuoco è stato chiamato ad intervenire, di fatto poi non ha effettivamente operato. Questo per svariati motivi adotti quali ad esempio un cambio di obiettivo per intervento di eli-soccorso, velivolo impossibilitato a decollare, pur se in prontezza operativa, a causa di collaudi in corso ecc..
Al fine di agevolare il coordinamento tra i VV.F. e il C.F.V.A., in tutti i Centri Operativi Provinciali (C.O.P.) e al Centro Operativo Regionale Antincendio (C.O.R.) è presente un funzionario VV.F. con il compito appunto di raccordare l'opera delle forze in campo.
La Regione Sardegna, facendo riferimento alla competenza in materia di previsione, prevenzione e lotta attiva agli incendi boschivi assegnatagli dalla legge nazionale in materia di incendi boschivi (L. 353/2000) e alla possibilità, secondo quanto stabilito all'art. 7, comma 3, punto a) della medesima legge, di avvalersi di risorse, mezzi e personale del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, ha stipulato con questa struttura, anche per il corrente anno, una apposita convenzione al fine di garantire l'impiego sinergico di mezzi e personale per conseguire l'obiettivo comune della sicurezza civile e della tutela del patrimonio boschivo e ambientale della Sardegna.
Uno dei principali punti della predetta convenzione è stato l'attivazione, con lo specifico contributo finanziario posto a carico della Regione Sardegna, di dodici basi stagionali dei VV.F. allo scopo di rafforzare l'apparato dì lotta nel periodo di maggior pericolo di incendi e di notevole afflusso di turisti. I fondi messi a disposizione della Regione Sardegna erano mirati al pagamento del lavoro straordinario del personale impiegato oltre che per le spese logistiche delle strutture medesime. A fronte dello stanziamento regionale però, le Basi stagionali poi effettivamente attivate dai Vigili del Fuoco sono state solamente otto, con turni di servizio giornalieri di dodici ore anziché delle ventiquattro previste. Per la mancanza di ulteriori fondi, la cessazione della operatività di tali basi è stata prevista per il 15 Agosto u.s.. Il Corpo dei Vigili del Fuoco concorrerà per il rimanente periodo della campagna A.I.B. con l'apporto delle sole sedi permanenti, opportunamente potenziate mediante il richiamo in servizio di personale discontinuo (cosiddetti vigili volontari).
Relativamente al punto 5) dell'Interrogazione n° 302/A dell'On. Atzeri, si lascia all'iniziativa di Codesto Ufficio di Gabinetto, ritenendo questa materia e problematica di natura squisitamente politica.
Risposta scritta dell'Assessore della difesa dell'ambiente all'interrogazione AMADU sui ritardi dei mezzi aerei durante l'incendio del 7 agosto 2005 a Santa Maria La Palma (Alghero). (303)
In riferimento all'Interrogazione in oggetto si trasmette la nota n. 11110 del 20.09.05 della Direzione Generale del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale.
In risposta alla Nota n° 2628/Gab. In data 07.09.2005, di Codesto Ufficio dì Gabinetto, si rappresenta quanto segue:
l'insorgere dell'incendio di Alghero, località "Monte Zirra", del 07 Agosto 2005 è stato segnalato al sistema antincendio alle ore 15,10 da parte della Vedetta regionale ubicata in loc. "M.te Vaccaro". Contestualmente alla segnalazione venivano inviate sul posto le prime squadre e mezzi antincendio. Nel complesso risulta essere intervenuto sull'incendio il sotto elencato personale:
- n° 28 operai forestali con l'ausilio di sette mezzi antincendio;
- n° 7 uomini del Corpo Forestale e di V.A. con l'ausilio di tre mezzi antincendio;
- n° 14 Vigili del Fuoco con l'ausilio di quattro mezzi antincendio;
- n° 4 operatori del volontariato con l'ausilio di due mezzi;
Effettivamente poi, il primo velivolo è intervenuto alle ore 16,05, circa un'ora dopo dalla segnalazione dell'incendio. Si è trattato dell'elicottero dei Vigili del Fuoco "Drago 61", dislocato presso l'aeroporto di Alghero, successivamente, ma solo alle ore 17,40, coadiuvato dall'elicottero regionale delle Base Operativa di Bosa-Montresta.
La giornata del 7 Agosto u.s. è stata caratterizzata, come peraltro tutto il periodo della prima quindicina del mese, da particolari condizioni meteorologiche che hanno favorito l'insorgere ed il propagarsi di una pluralità di incendi i quali, anche per via del forte vento di Maestrale presente anche il giorno 7 Agosto, in località "Monte Zirra" di Alghero, si sono sviluppati con forza ed in maniera repentina. E' noto che rispetto all'intero arco giornaliero gli incendi si concentrano nella tarda mattinata e nel pomeriggio, chiamando il sistema antincendio ad intervenire in un periodo relativamente concentrato.
A tal proposito, dall'archivio dati del Centro Operativo Regionale Antincendio, risulta che in contemporanea all'incendio di Alghero, divampavano sul territorio Sardo una pluralità di eventi che hanno richiesto l'intervento di tutti i mezzi aerei dislocati sull'isola.
- totale incendi nella giornata del 07.08.05: n° 52;
- totale incendi con intervento di velivoli regionali: n° 20;
- totale incendi con intervento di velivoli della Prot Civile: n° 10;
In particolare, quando il COP di Sassari richiede l'ausilio del mezzo aereo chiamando ad intervenire l'elicottero regionale dislocato nella Base di Bosa-Montresta, quest'ultimo ò già impegnato su un altro evento.
Peraltro contestualmente all'incendio di Alghero erano altresì in corso:
1. incendio di Gairo, Loc. "M.te Linnara", con l'impiego di n° 1 elicottero regionale, n° 1 Helitanker e n° 1 elicottero AB412;
2. incendio di Castiadas, Loc. "Su Cannisoni", con l'impiego di n° 1 elicottero regionale, n° 1 Helitanker e n° 1 elicottero AB412;
3. incendio di Capoterra, Loc. " S. Barbara", con l'impiego di n° 1 elicottero regionale, n° 2 canadair, n° 1 Helitanker e n° 1 elicottero AB205;
4. incendio di Isili, "S.S. Centrale Sarda", con l'impiego di n° 2 elicotteri regionali e n° 1 Helitanker;
5. incendio di Pattada, Loc. "Pinneta Ovilo", con l'impiego di n° 2 elicotteri regionali e n° 4 canadair;
6. incendio di Loiri Porto S. Paolo, Loc. "P.to S. Paolo", con l'impiego di n° 1 elicottero regionale;
7. incendio di Suni, Loc. "Cadone", con l'impiego di n° 1 elicottero regionale;
8. incendio di Olbia, Loc. "Stazzo Casula", con l'impiego di n° 1 elicottero regionale, n° 2 canadair e n° 1 elicottero Consorzio Costa Smeralda;
9. incendio di Tortolì, Loc. "Orrì", con l'impiego di n° 1 elicottero regionale e n° 1 elicottero AB412;
10. incendio di Burchi, Loc. "B.cu Cuscinadroxiu", con l'impiego di n° 1 elicottero regionale;
11. incendio di Olbia, Loc. 'Spirito Santo", con l'impiego di n° 1 elicottero regionale, n° 1 Helitanker e n° 2 canadair;
12. incendio di Nuragus, Loc. "R. Canalis", con l'impiego di n° 2 elicotteri regionali;
13. incendio di Ilbono, Loc. "Rio Perda Arrubia", con l'impiego di n° 1 elicottero regionale;
14. incendio di Arzachena, Loc. "Cannigione" con l'impiego di n° 1 Helitanker e n° 1 canadair.
Nella giornata del 07.08.2005, nell'intero territorio regionale risultavano operativi i seguenti velivoli:
- n° 11 elicotteri del sistema regionale antincendi, dislocati in altrettante Basi Operative;
- n° 4 canadair del Dipartimento Nazionale della Protezione Civile, dislocati presso l'aeroporto di Olbia;
- n° 2 elicotteri tipo helitanker, del Dipartimento Nazionale della Protezione Civile, dislocati nelle Basi Operative di Fenosu e Villasalto;
- n° 1 elicottero AB205 del Dipartimento Nazionale della Protezione Civile, dislocato presso l'aeroporto di Cagliari-Elmas;
- n° 1 elicottero AB412 del Dipartimento Nazionale della Protezione Civile, dislocato presso l'area del poligono di Perdasdefogu;
- n° 1 elicottero del Dipartimento Nazionale della Protezione Civile, dislocato presso l'aeroporto di Alghero.
L'unico velivolo a disposizione, come abbiamo detto, resta l'elicottero "Drago 61" dei VV.F., dislocato presso l'aeroporto di Alghero, la cui procedura di intervento viene immediatamente attivata presso il Centro Operativo Aereo Unificato (COAU) di Roma. L'elicottero decolla alle ore 16,03.
I due velivoli impegnati lasciano il teatro delle operazioni per fine intervento alle ore 18,27 quello dei VV.F. e alle ore 18,47 quello regionale; l'incendio è stato poi dichiarato spento, comprese le relative operazioni di bonifica dei luoghi, alle ore 20,05.
In linea generale, è certamente possibile affermare che il sistema regionale antincendio opera presto e bene. E' altrettanto immaginabile che agli occhi dell'osservatore locale, il quale ha evidentemente una visuale logicamente limitata rispetto al contesto regionale, in relazione agli incendi contestualmente in atto nell'isola, possano manifestarsi degli elementi di perplessità, legati all'apparente sottostima dei mezzi aerei necessari per lo spegnimento di quel singolo evento.
I tempi di operatività dei mezzi aerei debbono essere doverosamente letti in funzione delle emergenze in atto in tutto il territorio regionale e dalle quali non si può prescindere. Tutta la forza disponibile viene prontamente ed efficacemente impiegata ma, a fronte di una molteplicità di eventi in corso, così come verificatosi in data 07.08.05 e ancor più in presenza di fattori climatici predisponenti il propagarsi degli incendi, anche il più collaudato degli apparati di lotta viene messo a dura prova.
D'altra parte dimensionare tutto l'apparato regionale antincendio in funzione del massimo numero di eventi che contemporaneamente potrebbero verificarsi, comporterebbe dei costi attualmente non sostenibili dalla collettività.
Risposta scritta dell'Assessore dell'industria all'interrogazione SANNA Matteo sull'ipotesi di soppressione del Consorzio industriale di Olbia. (267)
In riferimento all'interrogazione di cui all'oggetto, si forniscono di seguito utili elementi di risposta.
La Giunta Regionale con deliberazione n. 39/1 del 05 agosto c.a. su proposta dell'Assessore scrivente, ha approvato il disegno di legge concernente "Riordino delle funzioni in materia di aree industriali" e l'istituzione della "Sardegna Sviluppo Investimenti - Agenzia per lo sviluppo economico e l'attrazione degli investimenti".
Nell'ambito del succitato disegno di legge di riordino delle funzioni in materia di aree industriali la Giunta Regionale ha previsto lo scioglimento di tutti i Consorzi per le zone industriali d'interesse regionale, istituiti, ai sensi della legge regionale n. 22/1953 e dei Consorzi per i Nuclei d'Industrializzazione di Olbia e Tortolì-Arbatax, con il conseguente trasferimento agli Enti Locali interessati delle funzioni, dei beni e del personale dipendente, nel rispetto degli atti di programmazione della Regione.
Verranno, peraltro, mantenuti cinque Consorzi Industriali, funzionali ad alcune realtà territoriali che presentano specificità tali da rendere necessario il mantenimento e sostegno di Enti Consortili.
Un ruolo fondamentale sarà svolto dalla "Sardegna Sviluppo Investimenti-Agenzia per lo sviluppo economico e l'attrazione degli investimenti". L'Agenzia dovrà definire un piano d'azione, quantificare gli obiettivi strategici da raggiungere, individuare le attività attraverso le quali si intendono perseguire questi obiettivi e le modalità di realizzazione di tali attività.
Gli interessi e le esigenze dell'imprenditoria della Gallura, saranno, dunque, tutelati dalla presenza di un soggetto specializzato nel marketing territoriale che avrà tutte le professionalità necessarie e la visione strategica dello sviluppo di tutto il territorio regionale.
L'azione di marketing verrà effettuata in sintonia con il nuovo ruolo assegnato alla Provincia nella programmazione strategica di sviluppo socio-economico del proprio territorio ed in linea con la programmazione dello sviluppo socio-economico regionale.
In questo nuovo quadro di riferimento di competenze, l'Agenzia regionale in costante coordinamento con i territori, ricerca ed assiste i nuovi imprenditori nell'insediamento nelle zone maggiormente rispondenti alle esigenze degli stessi, la Regione che nell'ambito delle proprie funzioni in materia di programmazione dello sviluppo economico-sociale, promuove piani e progetti di sviluppo generale, le Province che esercitano le competenze loro spettanti in coerenza con gli indirizzi emanati dalla Regione nel quadro degli strumenti di programmazione economica e di politica industriale, risulta maggiormente efficace non avere un'ulteriore struttura organizzativa ma piuttosto trasferire agli Enti Locali le funzioni e i compiti amministrativi delle aree industriali, in coerenza con i rispettivi piani urbanistici comunali. Per quanto riguarda le attività attualmente svolte dal Consorzio Industriale Nord-Est Sardegna - CINES, le stesse verranno salvaguardate con il trasferimento non solo delle funzioni ma anche dei beni e del personale del Consorzio agli Enti Locali, che saranno comunque in grado di proseguire proficuamente l'attività con gli stessi strumenti già a disposizione del Consorzio.
Circa i criteri adottati dalla Giunta per individuare i Consorzi che saranno comunque riorganizzati dopo la riforma, si è ritenuto che alcune realtà territoriali presentino caratteristiche e problematiche tali da rendere necessari servizi e supporti infrastrutturali tali da rendere necessaria la gestione da parte di un soggetto specializzato quale appunto il Consorzio Industriale.
Il disegno di legge prevede quindi il mantenimento in attività, ma con una struttura completamente rinnovata, di quei Consorzi nelle cui aree vi è la presenza di alcuni grandi insediamenti industriali di Assemini, Porto Torres, Ottana e Portovesme facenti parte dei Consorzi ASI di Cagliari, della Sardegna Centrale, di Sassari-Porto Torres-Alghero e del Nucleo di Industrializzazione del Sulcis-lglesiente, nonché il Consorzio per il Nucleo d'Industrializzazione dell'Oristanese al quale s'intende garantire l'unitarietà della gestione della infrastruttura portuale.
Il ruolo dei nuovi Consorzi sarà inoltre ridefinito sulla base di regole che ne individuano sia i profili strategici che quelli amministrativi e funzionali, secondo modalità che puntino all'efficienza, alla trasparenza e alla economicità.
Risposta scritta dell'Assessore dell'industria all'interrogazione DAVOLI - URAS - PISU - LICHERI - LANZI - FADDA Giuseppe sull'impianto di termovalorizzazione della ZIR di Tossilo. (279)
Con riferimento all'interrogazione in oggetto si forniscono, per quanto di competenza, utili elementi di risposta.
La Giunta Regionale, con delibera n° 39/1 del 05 agosto c.a. nell'approvare il disegno di legge di riordino delle funzioni in materia di aree industriali, ha previsto lo scioglimento di tutti i Consorzi per le Zone Industriali di interesse Regionale creati ai sensi della L.R. 22/53 e il trasferimento ai Comuni delle funzioni, dei beni e del personale.
La procedura di soppressione dei Consorzi prevede la liquidazione degli stessi a cura di un Commissario per ogni Provincia. Il Commissario entro 3 mesi redige il programma liquidatorio ove verranno individuati i beni da cedere sul mercato e quelli da trasferire al Comune in cui insistono le aree industriali e le attività consortili. Tale programma verrà quindi sottoposto alla approvazione della Giunta Regionale.
Nello specifico, si fa presente che la società che gestisce il termovalorizzatore di Tossilo nel Comune di Macomer, ha registrato fino al 2003 un risultato economico negativo (- € 101.210,00), mentre per l'anno 2004 il risultato economico è risultato positivo (+ € 319.510,00). Per poter ipotizzare uno sviluppo futuro occorre attendere gli esiti della ricognizione della situazione debitoria e patrimoniale del Consorzio di competenza del Commissario Liquidatore.
Risposta scritta dell'Assessore della difesa dell'ambiente all'interrogazione VARGIU sull'utilizzo dei mezzi nella campagna antincendi. (305)
In riferimento all'Interrogazione in oggetto si trasmette la nota n. 9011 del 22.09.05 della Direzione Generale dell'Ente Foreste della Sardegna.
In relazione alla nota di richiesta di spiegazioni datata 7 settembre 2005 prot. n° 2629/Gab, pervenuta in data 13 settembre c.a. prot. n° 8686, si relaziona quanto segue:
1. il regime contrattuale del personale dell'Ente Foreste è regolato dall'art. 8 della legge 24/99 che prevede l'applicazione del CCNL e CIRL degli operai forestali e impiegati addetti alle lavorazioni idraulico forestali. Tale contratto all'art. 8 prevede che "Il lavoratore deve essere adibito alle mansioni relative alla qualifica di assunzione e retribuito con il trattamento economico ad esse corrispondente……….. Qualora sia adibito, invece a mansioni di qualifica superiore acquisisce il diritto, per tutto il periodo in cui si svolge detta mansione, al trattamento economico previsto per la qualifica superiore. Il lavoratore acquisisce anche il diritto di qualifica superiore dopo aver svolto con carattere continuativo, le mansioni proprie di detta qualifica, ……….. di 25 giorni consecutivi o 40 discontinui nell'anno solare, se operaio." Tale disposto si scontra con l'art. 36 della L.R. 31/98 ai cui principi generali deve attenersi l'Ente Foreste. In sede giudiziaria non c'è una univocità di vedute da parte dei giudici alcuni dei quali a seguito della legge regionale 12/02 ritengono non applicabile all'Ente Foreste l'art. 36 della l.r. 31/98. Ad ogni modo anche al fine di evitare gli innumerevoli contenziosi giudiziali di attribuzione di qualifica è prassi nell'Ente Foreste far svolgere mansioni superiori entro i limiti contrattuali, a turno, a tutti i dipendenti in possesso dei requisiti per lo svolgimento delle mansioni richieste.
2. E' opportuno che tale articolo nella prossima contrattazione venga abrogato per il periodo antincendio. Le stesse direttive date dalla Giunta Regionale con deliberazione n° 42/10 del 06.09.2005 prevedono "………..E' necessario che la disciplina del rapporto di lavoro degli addetti al servizio antincendio e alla protezione civile venga trattata in apposita sezione del contratto integrativo regionale: devono essere definite le modalità di assegnazione del personale idoneo a tali servizi; la disciplina della reperibilità, delle mansioni,...."
3. Per quanto riguarda l'incendio divampato in data 6-7 agosto in agro di Gairo in loc. Sa Prima, si comunica quanto segue:
Nel cantiere di Gairo-Sarcerei, nei giorni 6-7 agosto, quando si è verificato l'incendio in località Sa Prima, si era già provveduto a sostituire il mezzo aib (Bucher - autobotte media avente botte di capacità da 2.200 litri) per le aree di competenza con altri mezzi dell'amministrazione. In particolar modo come si evince dall'INCE compilato dal CFVA, sull'incendio sono intervenuti 3 elitanker, 1 lama, 7 automezzi muniti di modulo bliz, 5 autobotti e 45 persone dell'E.F.S. e, 2 automezzi muniti di bliz e 5 autobotti e 7 persone del CFVA.
Come appena specificato l'intervento dell'EFS è stato molto consistente e più che adeguato rispetto all'evento in corso. La presenza del "bucher" che in quel giorno non risultava operativo non avrebbe cambiato l'evoluzione dell'evento dato che la località interessata dall'incendio risultava essere impervia e accidentata, difficilmente raggiungibile dai mezzi e dal personale a terra, tanto da essere determinanti esclusivamente i mezzi aerei.
Risposta scritta dell'Assessore degli affari generali, personale e riforma della Regione all'interrogazione CAPELLI - OPPI - CAPPAI - CUCCU Franco Ignazio sul rinvio dell'ipotesi di contratto collettivo integrativo regionale di lavoro per il personale dell'Ente foreste. (314)
In ordine all'interrogazione di cui all'oggetto, e per la parte di competenza di questo Assessorato si osserva quanto segue.
La Giunta, con la deliberazione n. 42/10 del 6 settembre 2005, ha provveduto ad emanare gli indirizzi al Comitato per la rappresentanza negoziale esercitando una prerogativa assegnatale dalla legge regionale 9 agosto 2002 n. 12 articolo 7.
L'atto adottato peraltro nella sostanza rispetta il protocollo d'intesa siglato il 18 marzo 2005, conferma, infatti, sia la stessa quantità di risorse che la loro destinazione a remunerare l'aumento della professionalità e della produttività secondo progetti prestabiliti, finalizzati ad obiettivi specifici, il cui raggiungimento sia misurabile e certificato.
Le altre indicazioni della Giunta regionale costituiscono indirizzi che, sia per quanto concerne i trattamenti economici fondamentali che accessori, rispecchiano le linee di tendenza riconosciute in tutte le contrattazioni più recenti o in atto.
Testo dell'interpellanza e interrogazioni annunziate in apertura di seduta
INTERPELLANZA URAS - ATZERI - CALIGARIS - CERINA - CHERCHI Silvio - FADDA Paolo - FRAU - GESSA - PACIFICO - MATTANA - PORCU - SERRA - SALIS sulla realizzazione di un parcheggio multipiano nell'area centrale di Cagliari ricompresa tra via Manzoni e via Carducci.
I sottoscritti,
premesso che:
- l'amministrazione comunale di Cagliari con propria deliberazione n. 724 del 7 ottobre 2004 ha approvato il progetto definitivo-esecutivo dei lavori di realizzazione di un parcheggio multipiano sito nell'area compresa tra via Manzoni e via Carducci, per un importo complessivo pari a euro 4.231.184;
- la stessa amministrazione con proprio atto n. 427 del 20 luglio 2005, in attesa del trasferimento da parte della Regione delle risorse finanziarie individuate per la realizzazione del predetto parcheggio, tra quelle destinate al comune dal piano straordinario del lavoro, legge regionale n. 37 del 1998 annualità 2002, ha deliberato l'avvio di un primo lotto funzionale dell'opera, pari all'importo immediatamente disponibile nel bilancio comunale;
considerato che:
- tale opera si articola in tre piani, di cui uno seminterrato, un piano terra e un primo piano sopraelevato, oltre il piano di copertura, questi ultimi ad altezza pressoché pari a quelle dei primi piani delle abitazioni circostanti, determinando condizioni di vivibilità assai più difficili rispetto a quelle già sopportate per gli inquilini di tali abitazioni;
- l'area interessata, in un quartiere totalmente edificato e congestionato dal traffico urbano, dal quale derivano evidenti conseguenze di inquinamento acustico e dell'aria, rimane l'unica nella quale si possa realizzare una piazza con verde attrezzato, direttamente fruibile dai cittadini di quella porzione di città, peraltro, densamente popolata;
evidenziato che è nata una iniziativa spontanea della popolazione del quartiere, in opposizione alla edificazione del predetto parcheggio sopra elevato, considerato dalla stessa popolazione come un ulteriore pesantissimo rischio per la propria salute e che tale iniziativa tesa alla rivisitazione del progetto e alla definizione di un'opera alternativa che rispetti l'esigenza di spazi di verde pubblico attrezzato e spazi parcheggio da realizzarsi eventualmente con piani sotterranei, è condivisa da gran parte della cittadinanza, dalle forze politiche cittadine e dai rappresentanti a vari livelli nelle istituzioni locali,
chiedono di interpellare l'Assessore regionale degli enti locali, finanze ed urbanistica; l'Assessore regionale della pubblica istruzione, beni culturali, informazione, spettacolo e sport; l'Assessore regionale dei lavori pubblici e l'Assessore regionale dell'igiene, sanità e assistenza sociale per conoscere:
1) se intendano intervenire con tutta la necessaria urgenza al fine di verificare se la realizzazione di tale intervento non comprometta il rispetto degli standard di servizio, non aggravi dal punto di vista igienico e sanitario le condizioni di vita degli abitanti del quartiere interessato;
2) se intendano disporre con urgenza la verifica dell'impatto di tale intervento, in relazione all'incidenza dell'inquinamento acustico e dell'aria, con riferimento particolare agli inquilini delle abitazioni circostanti, più direttamente colpite;
3) se intendano, inoltre, acquisire direttamente dai comitati spontanei costituiti dalla popolazione, sorti in opposizione alla realizzazione del parcheggio multipiano, ogni utile informazione per le necessarie valutazioni di merito e nel frattempo disporre nell'ambito delle proprie competenze provvedimenti urgenti di provvisoria sospensione dell'inizio dei lavori in attesa dell'esito delle predette verifiche. (125)
INTERROGAZIONE MURGIONI, con richiesta di risposta scritta, sulla situazione dei pescatori nella marineria di Villaputzu.
Il sottoscritto,
premesso che nell'ambito della più vasta e generale rivendicazione che ha riguardato la risoluzione delle problematiche legate alla riduzione dell'attività di pesca in presenza delle zone gravate da servitù militari delle marinerie di Teulada, Sant'Anna Arresi e Sant'Antioco, sono rimasti fuori inspiegabilmente i circa quaranta pescatori appartenenti alla marineria di Villaputzu;
rilevato che i pescatori di Villaputzu, non solo sono rimasti fuori dal riconoscimento degli indennizzi suddetti, avvenuti attraverso l'accordo Regione-Ministero della difesa, ma di più subiscono una sorta di intollerabile discriminazione in quanto le quote di indennizzo riconosciute sono inferiori di circa venti euro rispetto a quelle sempre conferite alle marinerie predette;
atteso che la risoluzione positiva della vertenza che per mesi ha tenuto sotto ostaggio i pescatori, per via dell'estenuante braccio di ferro tra il Presidente Soru e il Ministero della difesa, ha sancito l'esclusione dei pescatori della marineria di Villaputzu in maniera inaccettabile e discriminante per dei lavoratori che, subendo le stesse limitazioni, esercitano la medesima attività;
considerato, inoltre, che è sempre rimasta la richiesta presentata dal Comune di Villaputzu di poter usufruire della spiaggia di Murtas, la più incantevole e suggestiva del territorio, oggi sottratta all'uso della popolazione per via delle esercitazioni militari proprio nei mesi della stagione estiva,
chiede di interrogare il Presidente della Regione per sapere:
1) quali siano le motivazioni che hanno portato all'esclusione della marineria di Villaputzu tra le richieste portate avanti nella vertenza della Regione con il Ministero della difesa;
2) se intenda intervenire con la dovuta urgenza al fine di sanare questa assurda situazione che vede discriminati i pescatori di Villaputzu;
3) quali siano le iniziative che la Giunta regionale intende avanzare al fine di chiedere la regolamentazione delle attività militari nello specchio d'acqua prospiciente il territorio di Villaputzu per ridurre i disagi nei confronti della popolazione e dei lavoratori. (356)
INTERROGAZIONE DIANA, con richiesta di risposta di risposta scritta, sulle procedure di nomina del direttore dell'Agenzia regionale del lavoro.
Il sottoscritto,
premesso che:
- dal 18 giugno 2004 il posto di direttore dell'Agenzia regionale del lavoro si è reso vacante;
- con delibera del 16 giugno il comitato del lavoro ha incaricato come facenti funzioni due funzionari della medesima agenzia, scindendo le competenze e le funzioni esercitate in precedenza e contemporaneamente da una sola figura direzionale;
- contestualmente il comitato ha affidato al legale consulente dell'agenzia esperto in materia amministrativa in regime di convenzione l'incarico di provvedere alla stesura della bozza del bando per la selezione pubblica del direttore della medesima agenzia;
- con decreti dell'Assessore regionale del lavoro, formazione professionale, cooperazione e sicurezza sociale, sempre nel mese di giugno sono stati formalizzati gli incarichi ai due facenti funzioni;
- nel mese di ottobre 2004 l'Assessore regionale del lavoro, formazione professionale, cooperazione e sicurezza sociale ha dichiarato, in relazione al bando in oggetto, che "trattandosi di pubblica amministrazione è necessario adottare una procedura che preveda un concorso pubblico per titoli ed esami" ed ha invitato l'agenzia alla richiesta di un parere all'Assessore regionale degli affari generali, personale e riforma della Regione sulla procedura da utilizzare per la selezione del direttore;
- l'Assessore regionale degli affari generali, personale e riforma della Regione l'11 gennaio 2005 nel fare alcune osservazioni non ha rilevato alcunché di illegittimo in relazione al bando;
- il 19 gennaio 2005 l'Assessore regionale del lavoro, formazione professionale, cooperazione e sicurezza sociale ha esplicitato di "ritenere opportuno sospendere la pubblicazione dell'avvio pubblico per la selezione del direttore in attesa che venga approvata dal Consiglio regionale la riforma dei centri per l'impiego" evento quest'ultimo futuro ed incerto e pertanto elusivo dell'obbligo di legge in quanto rinvia a un tempo indeterminato la nomina del direttore;
- in quest'ultima delibera viene altresì definito di prorogare l'incarico ai due funzionari facenti funzione sino al 30 giugno 2005, attribuendo a ciascuno di essi la retribuzione prevista per la posizione di direttore di servizio, con efficacia retroattiva dalla nomina avvenuta il 22 giugno 2004;
- con delibera del comitato del lavoro 22 giugno 2005, viene ulteriormente prorogato sine die, cioè fino alla data di nomina del nuovo direttore, l'incarico ai due funzionari;
constatato che in data 30 giugno 2005 l'Assessore regionale del lavoro, formazione professionale, cooperazione e sicurezza sociale ha firmato il decreto per la pubblicazione del bando per la nomina del direttore dell'agenzia, individuando la formula della manifestazione pubblica di interesse, completamente difforme dal parere del consulente dell'agenzia e da quello dell'Assessore regionale degli affari generali, personale e riforma della Regione e richiedendo, arbitrariamente, tra i requisiti, titoli non contemplati nel dettato dell'articolo 38 della legge regionale 24 ottobre 1988, n. 33,
chiede di interrogare l'Assessore regionale del lavoro, formazione professionale, cooperazione e sicurezza sociale per conoscere:
1) quali motivi abbiano indotto il comitato del lavoro e l'Assessore regionale del lavoro, formazione professionale e sicurezza sociale ad affidare successivamente a due unità, compiti e funzioni fino ad allora svolte da un unico direttore;
2) quali gravi motivi lo abbiano indotto a sospendere la pubblicazione del bando;
3) per quali ragioni abbia disatteso le indicazioni del consulente dell'agenzia e dell'Assessorato degli affari generali, personale e riforma della Regione in ordine alla forma per la scelta del direttore;
4) quali siano le ragioni a sostegno della scelta della forma della manifestazione di pubblico interesse privilegiata dall'Assessore e comunque in contrasto con la ragione, evidentemente pretestuosa, addotta in precedenza dall'Assessore circa l'attesa del riordino dei centri per l'impiego;
5) se non ritenga, comunque, che tale vicenda trascinatasi per circa due anni contribuisca ad ingenerare incertezze, confusione e, a tacere d'altro, mancanza di fiducia circa il buon andamento e la imparzialità della pubblica amministrazione. (357)
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