Seduta n.186 del 10/05/2006
CLXXXVI Seduta
(Antimeridiana)
Mercoledi' 10 maggio 2006Presidenza della Vicepresidente LOMBARDO
La seduta è aperta alle ore 10 e 26.
SERRA, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana di martedì 2 maggio 2006 (180), che è approvato.
Assenze per motivi istituzionali
PRESIDENTE. Comunico, ai sensi del comma 5 dell'articolo 58 del Regolamento, che il Presidente della Regione, Renato Soru, il Presidente del Consiglio Giacomo Spissu e il consigliere Giorgio La Spisa sono assenti nella seduta del 10 maggio 2006 perché fuori sede per motivi istituzionali, essendo stati eletti, ai sensi dell'articolo 83 della Costituzione, delegati regionali per l'elezione del Presidente della Repubblica.
Comunico che i consiglieri regionali Paolo Fadda e Gian Luigi Gessa hanno chiesto congedo per la seduta antimeridiana del 10 maggio 2006.
Poiché non ci sono opposizioni i congedi si intendono accordati.
PRESIDENTE. Si dia annunzio delle interrogazioni pervenute alla Presidenza.
SERRA, Segretario:
"Interrogazione Vargiu con richiesta di risposta scritta sulla sospensione della vigilanza del pronto soccorso dell'ospedale SS. Trinità di Cagliari" (496)
"Interrogazione Amadu sulle conseguenze economiche dovute al rincaro del petrolio e sull'urgenza di adottare provvedimenti per limitarne gli effetti negativi in Sardegna." (497)
"Interrogazione Caligaris sul pericolo ambientale provocato nell'area metropolitana di Cagliari dal mancato smaltimento e stoccaggio di pneumatici usati." (498)
"Interrogazione Contu e più sull'interruzione del servizio di sorveglianza e di sicurezza nell'ospedale SS. Trinità di Cagliari." (499)
PRESIDENTE. Come primo punto all'ordine del giorno abbiamo la discussione del testo unificato del disegno di legge numero 90/A e della proposta di legge numero 178/A.
Ha domandato di parlare il consigliere Artizzu. Ne ha facoltà. Su cosa intende intervenire?
ARTIZZU (A.N.). Per chiedere la verifica del numero legale, Presidente.
PRESIDENTE. A nome suo e di quale altro Capogruppo? Sì, l'onorevole Capelli è vice Capogruppo, non c'è l'onorevole Oppi che è a Roma, per cui il vice Capogruppo funge da Capogruppo. Sospendo la seduta per cinque minuti per poter procedere alla verifica del numero legale. I lavori riprenderanno alle ore 10 e 35.
(La seduta, sospesa alle ore 10 e 29, viene ripresa alle ore 10 e 35.)
Prima verifica del numero legale
PRESIDENTE. Indico la votazione nominale, con procedimento elettronico, per la verifica del numero legale.
(Segue la verifica)
Prendo atto che i consiglieri Orrù e Cachia sono presenti.
(Risultano presenti i consiglieri: Artizzu - Biancu - Bruno - Cachia - Caligaris - Calledda - Capelli - Cerina - Cherchi Silvio - Corrias - Cucca - Cugini - Davoli - Fadda Giuseppe - Floris Vincenzo - Frau - Giagu - Ibba - Lai - Licheri - Lombardo - Manca - Maninchedda - Marracini - Marrocu - Masia - Murgioni - Orrù - Pinna - Pisu - Pittalis - Porcu - Sabatini - Salis - Sanna Francesco - Sanna Franco - Secci - Serra - Uggias - Uras.)
PRESIDENTE. Proclamo il risultato della votazione. Sono presenti 40 consiglieri. Poiché non siamo in numero legale aggiorno la seduta di 30 minuti, i lavori riprenderanno alle ore 11 e 06.
(La seduta, sospesa alle ore 10 e 36, viene ripresa alle ore 11 e 06.)
PRESIDENTE. Un Segretario per cortesia si accomodi ai banchi della Presidenza. Onorevole Cassano. Ha domandato di parlare il consigliere Artizzu. Ne ha facoltà.
ARTIZZU (A.N.). Signor Presidente, per chiedere ancora la verifica del numero legale.
PRESIDENTE. A nome suo e di un altro Capogruppo. L'onorevole Capelli. Prego i colleghi di prendere posto.
(Appoggia la richiesta il consigliere Capelli)
Seconda verifica del numero legale
PRESIDENTE. Indico la votazione nominale, con procedimento elettronico, per la verifica del numero legale.
(Segue la verifica)
Prendo atto che i consiglieri Secci, Maninchedda, Contu, Liori, Ladu, Cocco, Gallus e Licandro sono presenti.
(Risultano presenti i consiglieri: Atzeri - Artizzu - Balia - Biancu - Bruno - Cachia - Caligaris - Capelli - Cappai - Cassano - Cerina - Cherchi Silvio - Cocco - Contu - Corda - Corrias - Cucca - Cuccu Giuseppe - Cugini - Davoli - Diana - Fadda Giuseppe - Floris Vincenzo - Frau - Gallus - Giagu - Ibba - Ladu - Lai - Lanzi - Licandro - Licheri - Liori - Lombardo - Manca - Maninchedda - Marrocu - Masia - Mattana - Moro - Orrù - Pacifico - Petrini - Pinna - Pisu - Pittalis - Porcu - Rassu - Sabatini - Sanciu - Sanna Francesco - Sanna Franco - Scarpa - Secci - Vargiu.)
PRESIDENTE. Dichiaro che sono presenti 55 consiglieri. Poiché siamo in numero legale proseguiamo con la seduta. Dichiaro aperta la discussione generale.
E' iscritto a parlare il consigliere Giagu. Ne ha facoltà. Ricordo ai colleghi che intendono intervenire che devono iscriversi non oltre la conclusione del primo intervento.
GIAGU (La Margherita-D.L.). Signor Presidente e colleghi. La legge che oggi discuteremo, come in altre occasioni, arriva in Aula con un forte ritardo, non imputabile sicuramente ad alcuno o a strategie particolari, ma credo e sostengo imputabile alla complessità del provvedimento, dovuto sia al recepimento della normativa nazionale che all'adeguamento alla realtà locale e alla serrata concertazione con le parti sociali. Non sembrino giustificazioni, ma il lavoro svolto dalla Commissione testimonia l'impegno per una legge di buon livello, che cerca di dare risposte a più problemi e che individua i percorsi futuri per evitare l'acuirsi della crisi del settore. La Commissione, durante i lavori, ha ricercato responsabilmente la condivisione al proprio interno, con dibattito sereno, determinato, costruttivo, fortemente motivato.
Abbiamo, insieme alla Giunta e alle categorie interessate, costruito un percorso che oggi ci consente di approfondire in Aula questo provvedimento, consapevoli che in questa sede si troveranno il perfezionamento e la migliore definizione del testo che noi proponiamo.
E' una materia complessa, in continua evoluzione, ma questo si potrebbe dire per tutti gli argomenti che trattiamo in quest'Aula. Sappiamo che il lavoro che noi svolgiamo ha un'immediata ricaduta su interessi generali, particolari, ma soprattutto sulle persone, sul loro status, sulla loro attuale esistenza e particolarmente sul loro futuro.
Tanti guardano con apprensione e fiducia il lavoro che quest'Aula svolge; i più credono che sia un lavoro che li riguardi, portato avanti da persone uguali a loro, che meritatamente o immeritatamente li rappresentano, in forza di un consenso democraticamente espresso che gli consente oggi di sedere in questi banchi.
E' quest'Aula il luogo deputato e sovrano delle decisioni, lo sono tutte le Assemblee elettive che si assumono in toto il peso delle responsabilità; è in quest'Aula che ci si confronta e si assumono le decisioni, anche le più dolorose.
Questo Consiglio ha il dovere e l'ambizione di rappresentare tutta la comunità in maniera trasparente, immediatamente leggibile, evitando omissioni, semplificazioni, scorciatoie, elementi dannosissimi. Questo Consiglio regionale è lo specchio della nostra società; in quest'Aula si consumerà il destino anche di questa legislatura, come d'altronde delle precedenti, e più preserverà e tutelerà la propria legittimazione più occasioni si avranno di soddisfazione e gratificazione, ricordando prioritariamente a me stesso che le mie idee, le mie proposte, non sempre le migliori o le più attuali, potrebbero diventarlo se accompagnate da un sano dibattito e confronto. Elementi questi fondanti l'impegno e la fatica della democrazia.
Cari colleghi, come sappiamo dal Decreto Bersani del '98, arriviamo ad oggi con una proposta che racchiude lo spirito e l'obiettivo del legislatore: lo sviluppo e la liberalizzazione del settore. La Sardegna, ricordiamo, ha subìto l'intervento sostitutivo dello Stato, dunque in ritardo ha emanato i primi provvedimenti attuativi, adottando provvedimenti di competenza regionale riguardanti la programmazione e l'urbanistica commerciale, gli ambiti territoriali, i criteri su concentrazioni e ampliamenti, i centri di assistenza tecnica, gli osservatori per il commercio.
Tutto ciò in attesa dell'approvazione della apposita legge che oggi discuteremo. Inoltre, un passaggio importante è stato definito dalla modifica del Titolo V della Costituzione, con cui la disciplina del commercio è diventata materia di esclusiva competenza regionale.
Come accennavo, la Commissione, richiamandosi allo spirito del legislatore nazionale, ha elaborato un testo che cerca di comprendere i principi ispiratori del Decreto Bersani, in un'ottica squisitamente locale, tenendo conto del tessuto sociale, delle dimensioni della nostra comunità, delle distanze e quindi dell'esigenza dei territori sostanzialmente desertificati da uno sviluppo squilibrato della rete commerciale.
E' inutile negare che nel corso degli ultimi anni la nascita incontrollata e le forme distributive particolari hanno creato scompensi di varia natura, che ricadono ed incidono massicciamente sulla qualità della vita, sui comportamenti, sulle abitudini delle persone e delle loro comunità.
Non si pensi unicamente ai piccoli centri; le disfunzioni interessano l'intero territorio regionale. Dunque prioritariamente vi è la creazione di una rete commerciale equilibrata tra le tre forme distributive: vicinato, medie e grandi strutture di vendita, come conseguenza; fermi restando alla Regione i poteri di indirizzo e di programmazione, rafforzando il decentramento delle funzioni e la relativa responsabilizzazione degli enti locali.
La necessità di ricostruire e rilanciare una rete commerciale opportunamente più a misura d'uomo, ispira la parte più innovativa della proposta: il titolo quarto, in cui vengono riconosciuti e incentivati i centri commerciali naturali, con l'obiettivo di frenare lo spopolamento dei centri urbani, rivitalizzandoli nell'offerta e nell'accoglienza.
Viene riconosciuta ai Comuni una priorità nei bandi POR per le riqualificazioni dei centri storici, con una condizione di particolare importanza: la collaborazione tra enti locali e attività commerciali per migliorare i servizi.
Ancora, nell'articolo 39, con i centri polifunzionali, si ipotizza una possibilità in più per i Comuni con meno di tremila abitanti, tramite concorso pubblico-privato. Per il resto, la legge recepisce i princìpi sanciti dalla legge nazionale: liberalizzazione e semplificazione, sia nell'organizzazione che nelle procedure d'autorizzazione amministrative.
Infine, il passaggio importante sarà la verifica annuale sull'andamento dei prezzi e dei consumi, grazie al rapporto redatto annualmente d'intesa tra Assessorato e Osservatorio economico regionale, che consentirà un giudizio sull'andamento della rete distributiva. Credo che altri aspetti particolari saranno trattati nel corso della discussione da colleghi che hanno partecipato ai lavori della Commissione e non solo da loro.
In conclusione, mi preme puntualizzare brevemente alcuni punti. Questa proposta ha naturalmente delle lacune dovute alla complessità degli argomenti che tratta e alle diverse problematiche che contiene.
Probabilmente in futuro questo Consiglio dovrà lavorare su proposte specifiche e su approfondimenti che riguardano argomenti che oggi discuteremo e che marginalmente sono stati trattati. Uno su tutti mi viene in mente: i consumatori, la tutela dei consumatori. L'ultima considerazione riguarda la Commissione che presiedo, che come spesso succede lavora, prescindendo dall'appartenenza politica, col contributo leale da parte di tutti i commissari, anche non condividendo tra noi alcuni passaggi o soluzioni. Questo perché? Perché siamo tutti convinti e io sono profondamente convinto che il lavoro che svolgiamo in quest'Aula e nelle Commissioni sia estremamente qualificante, sia per noi stessi che per il Consiglio regionale, ma soprattutto per l'Esecutivo e l'intera istituzione regionale.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Bruno. Ne ha facoltà.
BRUNO (Progetto Sardegna). Signora Presidente, signori Assessori, colleghi consiglieri. Da anni la Sardegna attendeva una legge di riforma del commercio in grado per un verso di favorire la crescita delle imprese distributive (soprattutto sotto il profilo qualitativo piuttosto che sotto l'aspetto dimensionale), e dall'altro di andare incontro con strumenti adeguati all'evoluzione della domanda dei consumatori.
Con la competenza esclusiva attribuitale dalla riforma del Titolo V della Costituzione, la Regione ha ora la possibilità di disciplinare il settore del commercio, tenendo conto del decreto legislativo 114 del '98, il Decreto Bersani, primo atto di riforma del settore commerciale del nostro Paese, con l'adeguamento alla normativa e alla specificità della nostra Isola. Di fatto in questi anni ci siamo trovati in una sorta di lacuna legislativa, perché il Decreto Bersani ha superato la legge regionale 35/91 che disciplinava il settore commerciale.
Questo vuoto è stato di volta in volta colmato dalle Giunte regionali in carica, mentre è mancato un formale recepimento della riforma da parte del Consiglio regionale. Questo procedere in qualche modo a tentoni, sempre in attesa di una normativa approvata dall'Assemblea, ha creato negli anni un "far west" interpretativo e legislativo che ha causato non pochi danni al comparto, come lamentano spesso le associazioni di categoria.
In Sardegna la normativa che dà attuazione al decreto Bersani ha avuto una storia travagliata, con provvedimenti che si sono succeduti negli anni. Per la grande distribuzione la normativa in vigore, lo diceva l'onorevole Giagu, deriva da una deliberazione della Giunta di sei anni fa, dell'anno 2000: con l'intervento del Governo, con un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, la Giunta regionale ha disciplinato in via provvisoria con una deliberazione alcuni settori, dando indirizzi e criteri di programmazione, commerciale e urbanistica.
Infine lo scorso anno questo Consiglio regionale, con la legge regionale 5 del 2005, ha approvato le procedure per il rilascio delle autorizzazioni alle grandi strutture di vendita. Una norma che ha modificato la definizione di centro commerciale, estendendolo a strutture che, non funzionalmente collegate tra loro, sono gestite con una politica commerciale unitaria: i centri commerciali naturali sui quali tornerò più tardi.
Sul problema della grande distribuzione, le disposizioni urgenti in materia di commercio, la legge 5 del 2005, di fatto hanno bloccato il rilascio di nuove autorizzazioni per l'apertura, la variazione del settore merceologico, l'ampliamento, il trasferimento di grandi strutture di vendita.
Il piano approvato dalla Giunta a febbraio ha rappresentato invece lo strumento programmatorio in grado di arginare l'ulteriore proliferazione di grandi strutture di vendita in un territorio già saturo, dove le piccole e medie imprese commerciali vengono a volte strangolate dai colossi della distribuzione.
Nelle zone di Cagliari e Sassari, dove maggiore è la concentrazione di ipermercati, insieme a Quartu e ad Olbia, è stata di fatto azzerata la superficie di vendita disponibile per le grandi strutture. Tuttavia il Decreto Bersani ha avuto il merito di eliminare le limitazioni amministrative, di semplificare le procedure, di puntare alla razionalizzazione della rete distributiva. Nel tempo, il provvedimento ha subito ritardi, modificazioni, difficoltà, nulla però in confronto dei ritardi che ha avuto negli anni la Regione.
Solo ora, così come è avvenuto in altre materie recepite e disciplinate da questo Consiglio in questa legislatura (penso alla legge sui servizi sociali, alla legge di riforma dei centri per l'impiego), ci apprestiamo ad approvare una nuova disciplina anche nel settore del commercio.
E' una legge importante, che si intreccia con altre dimensioni delle realtà economiche e sociali: l'utilizzo del territorio dal punto di vista urbanistico, i servizi essenziali alla persona e alle comunità nei centri abitati, inclusi quelli delle zone interne, il turismo, nelle sue nuove forme e nelle sue nuove articolazioni. Si inserisce, soprattutto, nella dimensione dei cambiamenti delle abitudini e delle tendenze dei consumatori, consumatori che non chiedono solo una maggiore flessibilità dell'offerta in termini di prodotti e orari di apertura dei negozi, ma soprattutto qualità e quindi professionalità all'interno degli esercizi da parte degli operatori commerciali.
I consumi stanno subendo una grande trasformazione: per l'invecchiamento della popolazione, per il cambiamento della struttura sociale, per i modelli che spingono, per esempio nel settore alimentare, a ricercare e consumare cibi differenti. Un cambiamento che la grande distribuzione sta interpretando, anche attraverso la cosiddetta "Mcdonaldizzazione", cioè sempre con maggiori spazi per il divertimento, per la ristorazione, e meno metri quadri per la vendita.
La crescente tendenza ad una forte deregulation del settore, lasciando l'ultima parola al mercato, perché sia quest'ultimo a porre in atto una selezione (magari spingendo verso l'estinzione le aziende tradizionalmente più deboli) trova in questa legge una chiara ed efficace risposta. L'obiettivo è quello di tutelare e valorizzare il grande patrimonio sociale e professionale costituito dal commercio in Sardegna, avviando un incisivo processo di modernizzazione.
I numeri parlano chiaro: secondo l'ultimo rapporto della Confesercenti, la micro e la piccola impresa rappresenta circa il 93 per cento del sistema distributivo commerciale, eppure realizza poco più del 30 per cento del fatturato complessivo. La media e grande distribuzione, che rappresenta solo il 7 per cento delle imprese sarde, realizza il 70 per cento del fatturato del mercato isolano.
La grande distribuzione occupa una media di 130,9 metri quadri ogni mille abitanti, contro una media di 130 metri quadri in Italia centrale e di 87,4 metri quadri nel nord Italia. Insomma, il rapporto tra metri quadri della grande distribuzione e la popolazione dell'Isola è tra i più alti d'Italia. Con questo provvedimento si cerca di ammodernare un comparto che presenta caratteristiche particolari, in quanto a fianco di grandi strutture rappresentate dai centri commerciali, sopravvivono in Sardegna migliaia di piccoli negozi, che sono ridotti spesso alla sopravvivenza.
Con questa legge non si vuole soltanto chiudere le porte del nostro territorio alle grandi catene e strutture commerciali, ma si intende strasformare quest'occasione nell'avvio di una nuova politica economica e quindi di un nuovo ciclo di sviluppo per la Sardegna.
Le altre finalità della legge, quelle della trasparenza del mercato, della tutela del consumatore, dell'equilibrio tra le diverse tipologie distributive, della salvaguardia e valorizzazione del commercio nelle aree urbane, rurali, montane, trovano una puntuale disciplina nell'articolato che andremo ad approvare.
Una legge che introduce anche un nuovo sistema di pianificazione commerciale, basato su zone urbanistiche nelle quali insediare le diverse tipologie commerciali. Ai comuni è attribuito il compito di programmare la propria urbanistica commerciale, sulla base del principio di sussidiarietà, che contempla anche la possibilità di applicare i criteri regionali nei comuni che non adempiano nei tempi previsti.
I comuni saranno chiamati a dotarsi di un programma urbanistico-commerciale e di regolamenti che prevedano l'unicità dei procedimenti, a tutela dei consumatori e degli utenti. Novità importanti dunque, come quella relativa all'istituzione dell'osservatorio, un organismo regionale per il monitoraggio delle entità e dell'efficienza delle varie reti distributive, che attingerà informazioni dagli enti locali e territoriali, dalle forze imprenditoriali, sociali e di categoria.
Mi soffermo un attimo, in conclusione, sulla valorizzazione dei centri commerciali naturali, strumenti efficaci di riequilibrio, così come li abbiamo identificati nella legge regionale numero 5 del 2005. Sono elementi di valorizzazione e riqualificazione dei centri storici e più in generale dei nostri centri urbani.
Come sappiamo, la legge regionale numero 5 del 2005 considera centro commerciale naturale e non grande struttura di vendita l'insieme, prevalentemente già esistente, di piccole attività commerciali, artigiane e di servizi, comunque distinte, e al solo fine di valorizzare le zone urbane, che svolgono attività integrate, individuate giuridicamente nelle forme del consorzio o dell'associazione.
Su questo fronte, con l'articolo 36 della legge, modifichiamo la legge numero 9 del 2002, prevedendo il finanziamento e la costituzione dei centri commerciali naturali, le cui direttive di attuazione saranno poi emanate successivamente dalla Giunta. E' un passaggio importante per la rivitalizzazione e per la riqualificazione dei nostri centri urbani.
Le attività commerciali, artigianali e turistiche vanno di pari passo con il potenziamento di altri servizi che riguardano la cessibilità, l'abitabilità, l'attratività dei centri delle nostre città e dei nostri paesi. La percorribilità pedonale, la presenza di parcheggi, le linee di servizi pubblici, l'arredo urbano costituiscono fondamentali elementi di successo. E' chiaro a tutti come il recupero della funzione commerciale costituisca un elemento essenziale per il riutilizzo del patrimonio immobiliare dei centri storici a fini abitativi, o per altre finalità appropriate come l'artigianato compatibile e di servizio.
E' pertanto da sottolineare positivamente anche l'articolo che prevede interventi a favore dei comuni, per la riqualificazione di quelle aree nelle quali andranno ad insistere i centri commerciali naturali.
Abbiamo degli esempi significativi avviati in Sardegna e ora esportati anche nella penisola; mi riferisco per esempio ai consorzi nel centro di Sassari, alle compagnie d'impresa di Alghero, che mettono in rete gran parte delle attività commerciali, fidelizzando non più il singolo esercizio, ma l'intero sistema del centro urbano con un progetto di marketing e di promozione associata.
Riteniamo sia la strada giusta in grado di creare le giuste imprese tra pubblico e privato, il cui rapporto può essere facilitato anche attraverso i CAT, i centri d'assistenza tecnica, strumenti a supporto delle imprese e dei loro consorzi, nel conseguire gli obiettivi di crescita e riqualificazione del comparto; strumenti previsti dal Decreto Bersani e recepiti nella legge in discussione.
Abbiamo pertanto l'opportunità, con l'approvazione del progetto di legge unificato dalla Sesta Commissione, di compiere un ulteriore passo avanti al fine di colmare il vuoto legislativo e, nel contempo, innovare il settore del commercio, adattandolo alle esigenze moderne della realtà socio-economica della Sardegna.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Diana. Ne ha facoltà.
DIANA (A.N.). Signora Presidente. Preliminarmente, per evidenziare che i testi che sono stati sottoposti all'Aula contengono delle carenze importanti, mancano alcuni articoli, mancano alcuni commi dell'articolo 15, mancano gli articoli 39 e 40, che non esistono proprio. Lo dico perché forse qualcuno dei colleghi, animato da buoni propositi, nella velocità della lettura del testo, abbia sorvolato la numerazione: mancano proprio! Non lo dico in segno di polemica, però voglio evidenziare che nel testo che è in mio possesso, che ho ritirato da quei banchi, manca una parte della legge.
Il danno, colleghi, non è grave perché questa è una legge che, nonostante la buona predisposizione del Presidente della Commissione, l'intervento dell'onorevole Bruno e la massima attenzione con cui l'Assessore ascolta, potrebbe indurre tutti a pensare che sia la panacea di tutti i mali del commercio. Allora è meglio sgombrare subito il campo.
Questa è una legge che non dà nessuna risposta al comparto commerciale in Sardegna. Non la può dare. Forse è vero che eravamo in ritardo, è certamente vero che bisognava recepire normative nazionali, tutti i riferimenti che sono contenuti sono certamente opportuni e necessari, c'è l'evidenziazione di cosa si intende per centri commerciali e punti vendita e quant'altro è connesso con l'attività commerciale. C'è un breve riferimento alle attività commerciali che insistono in territori che certamente sono deboli e si citano i comuni sotto i tremila abitanti, e già qui iniziano i primi problemi.
Sembrerebbe che in Sardegna, fin quando si sta sotto i tremila abitanti, siamo tutti d'accordo nel definire quei territori comunque più deboli rispetto agli altri. Non è così. Ci sono comuni di quattromila, di cinquemila, di diecimila abitanti, che hanno gli stessi problemi, anzi forse più gravi dei comuni sotto i tremila abitanti, tuttavia si pensa di intervenire solo nei comuni sotto i tremila abitanti. Io credo di avere una certa esperienza, ho fatto il commerciante per venticinque anni, quindi credo di conoscere chi lo fa, di conoscere chi utilizza il commercio, di conoscere gli addetti, credo di conoscere bene questo comparto particolare. La cosa che mi porta a fare le considerazioni che sto facendo è determinata dal fatto che da questa legge, ed ecco dov'è che la legge manifesta tutta la sua... non vorrei dire inconcludenza perché sarebbe irriverente nei confronti dell'onorevole Giagu che è persona che stimo molto, da questa legge, cari colleghi, non traspare assolutamente, non è proprio menzionata, quella che è la politica del Governo di centrosinistra nei confronti del commercio.
Cosa voglio dire? Voglio dire che il commercio, da questa legge, non viene né rivalutato né osteggiato, non è chiaro quello che la Giunta regionale e la maggioranza vogliono fare per questo particolare settore. Questo è un regolamento, non è una legge. Questa è una legge, la dobbiamo chiamare legge perché come tale la stiamo discutendo, che cerca di mettere ordine e forse ci riesce anche per certi versi. Ma i commercianti, le organizzazioni, le associazioni, i consumatori, si aspettavano questa legge o si aspettavano qualcos'altro?!
Abbiamo sentito anche gli ultimi avvenimenti della periferia di Cagliari, ma non solo. Voglio dire, c'è un riconoscimento per esempio, non perché io sia d'accordo di variare attività commerciali, ma il mondo va verso la grande distribuzione? Oppure no?! Il mondo ha bisogno dei negozi di vicinato oppure no? Il mondo - e parlo ovviamente della Sardegna, quando parlo del mondo intendo quello che ci circonda qui - ha necessità che vengano rivalutati i negozi di vicinato? I negozi dove si fa specialità? Dove è un incentivo a consumare i prodotti più attinenti alle nostre consuetudini, ai nostri usi, ai nostri prodotti tipici? Il commercio soffre, e voi non ne avevate neanche un'idea: quando soffre quel settore, a caduta soffre tutto il tessuto produttivo, tant'è che le risorse che spesso sono state messe a disposizione per quel particolare comparto non sono mai sufficienti in quanto c'è da parte dei commercianti la predisposizione ad utilizzare le risorse. Forse non c'è un altro comparto in Sardegna, tranne l'artigianato, dove si stanziano determinate risorse a sostegno di quel particolare comparto e queste risorse non bastano mai. Quindi c'è una predisposizione ad investire da parte del commerciante, così come c'è da parte dell'artigiano, ma in questo caso parliamo di commercio.
Ecco, quindi perché, nel mettere ordine in una materia così importante, neanche dalla relazione, onorevole Giagu, si evince cosa si vuol fare del commercio, né poteva evincersi, forse perché non è compito della Commissione, visto che qui stiamo esaminando e avete esaminato in Commissione due testi di legge, di cui uno è proposto dalla Giunta e in quello sì, ci doveva essere qualcosa in più, Assessore.
Qui stiamo esaminando un regolamento. Voglio dire che la Giunta, così come fa tante cose che non prevedono il passaggio in Consiglio, forse avrebbe potuto predisporre questo regolamento con determinate norme in più. Ma qui manca quella che deve essere la politica commerciale, se ci crediamo; perché, attenzione, qui bisogna seguire una scelta politica. Il Consiglio regionale, questa maggioranza, ritiene che il commercio sia uno di quei particolari settori economici del nostro territorio che deve essere sostenuto? E come?
Qui non vengono operate scelte, non c'è un solo capoverso dove si capisca o si possa capire quella che sarà la politica dei prossimi anni in questo particolare settore; e da qui nascono tutte le mie perplessità. Quindi esamineremo questo testo di legge, visto che ci sono degli emendamenti. Io non ne ho presentato perché è abbastanza difficile; forse si sarebbero dovuti scrivere i primi dieci articoli, riscriverli di nuovo e ricominciare dall'undicesimo col primo, ma una "filosofia" sul commercio la vogliamo individuare? Mi pare di capire che non stia a cuore a nessuno questo particolare aspetto.
Quando l'onorevole Giagu afferma che con le organizzazioni di categoria vi è stata una serrata concertazione, io non so se si trattava della serrata dei negozi che avverrà nel prossimo futuro o se erano serrate le contrapposizioni. Posso pensare che le organizzazioni che dovrebbero tutelare i commercianti in Sardegna siano d'accordo su questo testo? Abbiano trovato la soluzione di tutti i loro problemi? Insomma, se vi è stata una serrata e poi dopo abbiamo raggiunto un accordo o avete raggiunto un accordo?
Io ho notizie differenti, notizie non dalle organizzazioni, ma dai commercianti, da quanti si sono impegnati a capire: per il mio futuro, per quello dei miei familiari, per quello dei miei figli che stanno crescendo, posso ancora pensare che quello che è andato bene per me, per mio padre magari, nel futuro potrà essere un elemento di sussistenza anche per i miei figli? Posso continuare a pensare di investire in questo particolare settore, ammesso che ci siano le risorse a disposizione? Quali sono gli scenari che gli stiamo presentando, per intenderci?
Qui scenario non ce n'è! E allora, colleghi, è chiaro che avete i numeri per approvare una legge come questa e non sarò certo io che farò un ostruzionismo oltre misura, perché su questo testo è difficile fare ostruzionismo, al massimo ci si potrà astenere, a parte alcuni evidenti errori che sono contenuti nel testo. E non ho citato neanche il copia e incolla che è avvenuto su questo testo, lo dirà la storia; io non sono neanche portato a tirare in ballo tutte queste cose.
In altri tempi, colleghi del centrosinistra, hanno fatto delle ricerche straordinarie per scoprire che c'era qualche provincia in più in Sardegna. Io non ho fatto questo, non c'è bisogno di farlo, perché tanto lo fanno i commercianti e lo hanno già fatto, e quindi hanno visto benissimo. Sì certo, vi sono regioni pilota, la Toscana, l'Emilia, la Lombardia, che fanno scuola, ma fanno scuola dove? In quali territori fanno scuola? In territori che hanno i problemi che abbiamo noi? Forse le problematiche dei commercianti della Lombardia, della Toscana, dell'Emilia, sono le nostre stesse problematiche? Io credo proprio di no.
E' previsto in questo progetto di legge un incentivo, per esempio, per chi abbandona? Per chi chiude i piccoli negozi che sono diventati, ormai, purtroppo, insostenibili da chi li gestisce, ma soprattutto sono lontani da quelle che sono le necessità del consumatore? Sono previsti simili interventi? Allora, ripeto, non farò ostruzionismo su questa legge, perché c'è poco da essere portati a fare ostruzionismo. Certo è che da questa legge sicuramente non emergerà quello che deve essere il futuro del commercio in Sardegna.
Allora, dopo tanti mesi, dopo tante riunioni di Commissione, non era forse il momento opportuno che il presidente Soru, dall'alto della sua conoscenza dei problemi della Sardegna, cominciasse a dirci anche che cosa pensa, oltre che del metano, oltre che del carbone, oltre che di tutte le altre questioni, del commercio? O può solo dire che quel centro commerciale non può aprire piuttosto che deve aprire? Io ricordo bene gli anni nei quali, per dare l'autorizzazione ad un centro commerciale ad Oristano, abbiamo mandato a casa il Consiglio comunale, per evitare che avvenisse. Erano battaglie di commercianti convinti.
CAPELLI (U.D.C.).Commissari!
DIANA (A.N.). Abbiamo sciolto il Consiglio comunale volutamente ad Oristano, il 22 dicembre 1993, e guarda caso in quella circostanza c'era una sola persona interessata a quel particolare investimento. Non sono qui per denunciare questo; l'ho detto anche pubblicamente.
Però voglio capire: è cambiato qualcosa da allora ad oggi? Il presidente Soru ha ancora un'idea sua sui centri commerciali, oppure è cambiato qualcosa? E se è cambiato, com'è cambiato? E com'è possibile che questa legge di tutto parli fuorché di quello che deve essere lo sviluppo del comparto commerciale dei sardi? Non ne parla. Allora la denuncia viene fatta in questi termini: non si può denunciare questo testo che, come ho detto, contiene molte inesattezze oltre che carenze; immagino che sia solo il mio testo, sono stato sfortunato evidentemente, avevo anche l'altro testo. Comunque colleghi, non è che avevo solo questo, avevo anche l'altro, ma per tutto il resto è un copia e incolla fatto che è una meraviglia, un ricamino avrebbe detto un mio carissimo amico parlando di altre cose, è un ricamino molto semplice, guarda caso neanche fatto nella proposta dei colleghi del centrosinistra, ma nella proposta della Giunta, Assessore!
Scivolare va bene, ma qui è un vagone di banane sulle quali si è scivolati. E, ripeto, non voglio utilizzare questo per demolire, non sarei neanche in grado di farlo, questo testo. Dico solo che di tutto ciò che serviva ai sardi, al comparto commerciale e ai commercianti della Sardegna, grandi e piccoli che fossero, di tutti i settori, somministrazione e non somministrazione, alimentare e non alimentare, qui di tutto questo non si parla.
MARROCCU (D.S.).L'aveva già detto l'assessore Roberto Frongia.
DIANA (A.N.). Io non faccio riferimenti, non faccio dietrologia e lei lo sa benissimo onorevole Marrocu.
Io quando debbo votare a favore voto a favore, se ci credo lo faccio. Su questa legge non posso votare a favore, ma ho già detto che non posso votare neanche contro, tuttavia non è la legge che sarebbe servita. Questo debbo dire; e allora, se ci volete lavorare forse sarà meglio che ci lavoriate subito perché con questa sicuramente non andiamo avanti.
PRESIDENTE. Grazie consigliere Diana, la ringrazio anche per aver fatto rilevare alla Presidenza che in alcuni testi effettivamente mancano le pagine, nel mio per esempio ci sono tutte e quindi deve essere un errore della macchina nell'assemblare le varie pagine.
E' iscritto a parlare il consigliere Vincenzo Floris. Ne ha facoltà.
FLORIS VINCENZO (D.S.). Signor Presidente, signori Assessori, onorevoli colleghi. Il decreto legislativo numero 114 del '98, meglio conosciuto come legge Bersani, ha attuato nel nostro Paese una vera e propria riforma della legge precedente, la 426 del '71 che era nata, voglio ricordarlo, con l'intento di realizzare una programmazione delle attività commerciali sul territorio e la loro evoluzione verso l'ammodernamento della rete distributiva in rapporto alle condizioni socioeconomiche e alle esigenze di servizio.
Con il decreto Bersani vengono cancellate le barriere per l'accesso alle attività commerciali, portando, per esempio, a due le tabelle commerciali, alimentari e non, liberalizzando le concessioni per i negozi di vicinato, eliminando la anacronistica compravendita del titolo amministrativo e abolendo le licenze commerciali, riducendo le tabelle merceologiche e realizzando la coincidenza del rilascio dell'autorizzazione per l'attività commerciale con la concessione edilizia. La legge, nella sua architettura, ha puntato a favorire maggiormente il processo di concentrazione per le medie strutture commerciali, mentre ha previsto di sottoporre al vaglio più approfondito le grandi tipologie commerciali, come per esempio rispetto all'impatto ambientale, agli assetti urbanistici, eccetera.
La deliberazione in entrambi i casi è del Comune, ma nel caso delle grandi superfici di vendita la deliberazione è successiva al voto della conferenza dei servizi composta da tre elementi: Comune, Provincia e Regione. Il voto della Regione, vincolante, deve tuttavia essere rapportato al rispetto degli obiettivi della programmazione. Con l'emanazione di questo decreto legislativo, quindi a partire dal 31 marzo del 1998, viene compiuto un vero e proprio cambiamento di pensiero e di filosofia rispetto al vecchio approccio che si aveva per quanto attiene il comparto commerciale nel nostro Paese.
L'attuale testo unificato licenziato dalla sesta Commissione dei progetti di legge numero 90A e numero 178A, che intende disciplinare l'attività commerciale in Sardegna, nasce all'interno di questa nuova filosofia e punta a far compiere alla nostra Isola un balzo in avanti che le permette innanzitutto di recuperare un ritardo diventato ormai anacronistico rispetto a quanto decretato dalle altre regioni. La semplificazione amministrativa, il concetto di concorrenza e un federalismo pragmatico avevano trovato quindi posto nel dettaglio legislativo, apportando notevoli modificazioni concettuali, come ho detto prima, rispetto all'impianto normativo precedente. Le intenzioni del legislatore, con l'emanazione del decreto legislativo, sono apparse chiare nel cercare di abolire le vecchie pastoie che di fatto avevano immobilizzato per troppi anni lo sviluppo di nuove forme di vendita, con la conseguente mancanza di una vera concorrenza.
Con la riforma del titolo quinto della Costituzione la nostra Isola aveva e ha la possibilità di utilizzare la competenza esclusiva per disciplinare il settore commerciale, armonizzandolo con il decreto legislativo numero 114 che, lo voglio ricordare, è stata la prima vera legge federalista in Italia, completando in questo modo quel processo di modificazione e rinnovamento avviato dalle leggi Bassanini.
L'obiettivo di fondo che questo testo legislativo unificato si propone di raggiungere, cioè modernizzare il settore al fine di consentirgli di reggere alla sfida rappresentata dalla globalizzazione, viene perseguito mediante la trasparenza del mercato, la libertà dell'impresa, favorendo la circolazione delle merci, garantendo il pluralismo e l'equilibrio tra le diverse tipologie distributive e le diverse forme di vendita, incoraggiando l'associazione tra micro, piccole e medie imprese, e assicurando la semplificazione della normativa e la determinazione di un impianto, che vede la definizione di una serie di princìpi e di linee generali, e la caratterizzazione della disciplina di dettaglio.
Importante è anche la scelta di favorire la nascita di centri commerciali naturali, intesi come un complesso di attività commerciali, artigianali e di servizi che devono privilegiare l'insediamento nel centro storico, lasciando alle associazioni, ai Comuni la possibilità di formare e aderire ai consorzi a cui assegnare il compito di raccordare, integrandole, le varie attività, per puntare innanzitutto a valorizzare e riqualificare il commercio nelle aree urbane, di concerto con il contesto culturale, sociale, architettonico e con una particolare connessione specifica a un programma di rilancio dei centri storici.
Il ruolo della Regione in questa ottica programmatoria risulta notevolmente potenziato perché recupera una specifica funzione di pianificazione risolutamente incisiva, e questo mi sembra - onorevole Diana - un punto di notevole importanza.
Gli aspetti sostanziali che questa nuova legge individua prevedono anche le distinzioni delle varie tipologie degli esercizi commerciali, fondandole su una visione urbanistica delle grandi strutture di vendita, che vengono differenziate dall'esercizio congiunto tra vendita all'ingresso e quella al dettaglio.
Questa legge traccia quindi un indirizzo programmatico molto chiaro e affida ai Comuni il compito di compiere i necessari accertamenti per il rilascio delle autorizzazioni degli esercizi commerciali. La Regione favorirà, questo è chiarito con l'articolo 36, con risorse proprie l'azione dei consorzi fidi e di garanzia e dei fondi statali e comunitari per lo sviluppo della rete commerciale regionale, con particolare attenzione alle piccole e medie imprese collocate nei piccoli centri.
Questa legge, che ha visto il concerto di tutte le organizzazioni imprenditoriali e sindacali, favorirà la crescita e l'innovazione della rete distributiva dell'imprenditoria e dell'occupazione, nonché la qualità del lavoro e la formazione professionale degli operatori e dei dipendenti nella nostra Isola. Questa impostazione comporta anche una miglior tutela del consumatore, perché punta alla valorizzazione della funzione commerciale per la qualità sociale della città e del territorio.
Nella definizione degli indirizzi generali per l'insediamento delle attività commerciali viene promosso il metodo della concertazione con gli enti locali, con le associazioni di impresa, con le organizzazioni sindacali e con le associazioni dei consumatori, ed il principio di sussidiarietà, in relazione all'effettiva rilevanza comunale e intercomunale delle decisioni da assumere.
Il cuore della legge sta, secondo me, nell'articolo 8, sotto il titolo "programmazione urbanistico commerciale", dove vengono adottati i criteri di urbanistica sulla base di una serie di principi tesi a favorire un equilibrato sviluppo delle diverse tipologie, per tendere alla promozione di progetti di riqualificazione commerciale di aree urbane colpite da processi di desertificazione. Tutto ciò incentivando lo sviluppo del commercio nelle aree di valore storico, architettonico, ambientale e naturalistico, favorendo la realizzazione e la riqualificazione dei centri urbani con il ripristino di aree sotto utilizzate, e promuovendo l'integrazione tra attività commerciali e artigianali, pubblici esercizi e attività commerciali.
Viene istituito anche l'osservatorio regionale del commercio, per il monitoraggio dell'efficienza e dello stato di attuazione della legge, con il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati, a iniziare dalle Province, dai Comuni, dalle associazioni dei consumatori e dalle organizzazioni delle imprese e dei lavoratori.
L'altro punto importante riguarda gli orari dove viene fissato il limite di apertura giornaliero e le chiusure settimanali, oltre alle deroghe domenicali e festive, fissando in otto domeniche o festività, oltre al mese di dicembre, il limite massimo di tali eccezioni, e prevedendo la concertazione con le organizzazioni dei consumatori, delle imprese, delle organizzazioni sindacali dei lavoratori, tenendo conto in modo particolare degli orari di lavoro dei cittadini.
Per concludere, credo che il lavoro licenziato dalla Commissione rappresenti una buona base di discussione per il Consiglio, che sicuramente saprà non solo valutare positivamente i contenuti del testo unificato, ma migliorarlo, per fornire alla nostra Isola uno strumento legislativo in grado di agevolare la programmazione delle attività commerciali, l'evoluzione e la modernizzazione della rete distributiva regionale.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il Consigliere Capelli. Ne ha facoltà.
ARTIZZU (A.N.). Scusi Presidente.
PRESIDENTE. Dica, onorevole Artizzu, su che cosa intende intervenire?
ARTIZZU (A.N.).Chiedo la verifica del numero legale.
PRESIDENTE. A nome suo e del collega Capelli. Prego i colleghi di prendere posto.
Terza verifica del numero legale
PRESIDENTE. Dispongo la verifica del numero legale con procedimento elettronico.
Appoggia la richiesta il consigliere Artizzu.
(Segue la verifica)
PRESIDENTE Prendo atto che il consigliere Dedoni è presente.
(Risultano presenti i consiglieri: Artizzu - Balia - Barracciu - Biancu - Bruno - Caligaris - Calledda - Capelli - Cerina - Cherchi Oscar - Cherchi Silvio - Cocco - Corda - Corrias - Cucca - Cugini - Dedoni - Fadda Giuseppe - Floris Mario - Floris Vincenzo - Frau - Giagu - Ibba - Lanzi - Licheri - Lombardo - Manca - Marrocu - Mattana - Milia - Orrù - Pacifico - Pinna - Pisano - Porcu - Randazzo - Sabatini - Salis - Sanjust - Sanna Francesco - Sanna Franco - Serra -Uggias.)
Sono presenti 43 consiglieri.
CUGINI (D.S.). Per quante volte dobbiamo...
PRESIDENTE. Onorevole Cugini, tutte le volte che viene richiesto; è consentito dal Regolamento, è una prerogativa data dal Regolamento.
CUGINI (D.S.). Questa non è una prerogativa, questo non è il rispetto del Regolamento verificare il numero legale ogni 10 minuti...Regolamento...
PRESIDENTE. Onorevole Cugini, siamo tutti richiamati al rispetto del Regolamento. Poiché siamo in numero legale, proseguiamo con la discussione.
E' iscritto a parlare il consigliere Capelli. Ne ha facoltà.
CAPELLI (U.D.C.). Signor Presidente, colleghi e colleghe. Arriviamo con ben otto anni di ritardo, senza con questo voler significare o sottolineare le responsabilità di chicchessia sul fatto che la Sardegna, dopo otto anni, attua con questo disegno di legge, il recepimento della legge Bersani, meglio nota come Bersani, la legge 114 del 1998. Per il commercio, come per tutte le attività di produzione e lavoro, ma soprattutto per la società in genere, per i tempi cui è soggetta la società moderna, noi arriviamo a recepire una legge nazionale di riordino del sistema commerciale, quando probabilmente in questa legislatura sarà rivisitata la legge Bersani.
Cioè, pur essendo una legge di avanguardia, la legge Bersani appunto, che pone finalmente ordine a livello nazionale nella struttura commerciale in termini organizzavi e amministrativi, noi arriviamo con ben otto anni di ritardo, nel momento in cui probabilmente, da circa un biennio, si discute del fatto che sarebbe opportuno aggiornare la legge Bersani. E' per questo che la legge che noi esamineremo oggi non ha modo (e probabilmente sarà fatto e mi auguro e auspico che venga fatto) di recepire tutte le normative o meglio, disciplinare amministrativamente tutte le nuove forme e tipologie commerciali che si sono affacciate negli ultimi anni sullo scenario italiano e quindi anche su quello sardo.
Per esempio, nel disegno di legge che stiamo andando a esaminare non si fa cenno (e non abbiamo modo tra l'altro di provvedere in mancanza di una normativa regionale e nazionale specifica di riferimento) ad una regolamentazione attenta e analitica, non generale così come esiste a livello comunitario e anche nazionale, del commercio elettronico che ormai è entrato in tutte le nostre famiglie e che pian pianino rosicchia quelle percentuali di mercato a danno del commercio tradizionale, e con questo termine intendiamo tutte le forme commerciali conosciute e regolamentate.
Io credo che comunque questa legge dia una risposta finalmente alle esigenze di regolamentazione del settore commerciale. Sicuramente non è in grado di intervenire su quelli che sono gli atavici problemi del mondo commerciale. Agisce come il figliol prodigo, o meglio come il figlio uscito male dal mondo produttivo, così come da molti è rappresentato, perché il commercio, nella storia soprattutto della nostra regione, è sempre stato quel settore di ripiego, visto come ripiego dalla famiglia che investiva qualche denaro sul figlio che non aveva studiato, sul figlio che non aveva avuto opportunità nella Pubblica amministrazione. Era un ripiego occupazionale, tant'è che ancora oggi si dice, per esempio, erroneamente a mio avviso, quando si parla di esodo incentivato anche nell'industria: "Ma sa, così si apre un negozio con quei denari".
Gravissimo errore, perché si continua a pensare che il commercio possa oggi essere esercitato da tutti e indistintamente, e anche su questo non diamo con questa legge delle risposte concrete, formative, nel senso che lo stesso commercio ha necessità di crescere e di mettersi al passo coi tempi. Io credo che tra i tanti aspetti positivi ed altri negativi (perché quando si esagera si hanno sempre più aspetti negativi che positivi) ci sia stato un grande sviluppo commerciale nella nostra regione, anche grazie ai centri commerciali che hanno contribuito, in qualche modo, a far emergere un lavoro sommerso, perché probabilmente hanno inserito in maniera anche esagerata, l'utilizzo del tempo determinato, spingendo però, in qualche modo, il nostro settore commerciale, gli imprenditori commerciali, ad accelerare nel rincorrere e nel recuperare il tempo perso nella organizzazione commerciale in generale.
Per altri aspetti, come avviene in particolar modo nelle province di Cagliari e di Sassari, oltre che ad Olbia, c'è stato sicuramente un abuso di questa forma di organizzazione commerciale. L'abuso è derivato soprattutto dal fatto che la gran parte (pochi esempi in Sardegna ci sono di questo tipo) dei centri commerciali viene gestita da catene multinazionali che, tra l'altro, lasciano ben poco nella nostra Isola, spremono il limone e anche a livello occupazionale non sempre favoriscono la crescita delle risorse umane locali.
Con questo disegno di legge si dà parzialmente risposta a queste problematiche. Credo tuttavia che, per l'esame che ne è stato fatto in Commissione, sia una legge attesa, sia una legge che, sufficientemente, recupera il tempo perso e che per alcuni aspetti (anche a seguito degli emendamenti che noi ed i colleghi abbiamo presentato) sia opportuno correggere in vari punti per renderla ancora più attuale e soprattutto più elastica nell'applicazione.
Abbiamo dimenticato forse un aspetto che è molto importante per la Sardegna e che probabilmente, se non riusciremo a regolamentare nei tempi richiesti per l'approvazione di questo disegno di legge, sarà opportuno rivedere e aggiornare nei prossimi mesi. Non abbiamo regolamentato, per esempio, le vendite stagionali, cioè più che vendite, l'apertura dei negozi, di esercizi commerciali stagionali, che sono un problema serio in alcune parti, soprattutto nelle località costiere della nostra Isola, che mettono decisamente in crisi quegli operatori locali che tutto l'anno tengono aperto il loro esercizio, fornendo così un servizio, perché il commercio, come altri settori, è un servizio alla comunità. Diversamente da quanto fanno altri operatori, che aprono soltanto nei mesi di maggiore afflusso turistico e poi chiudono alla fine della stagione turistica i loro esercizi.
Così come un altro aspetto sul quale dovremo concentrare la nostra attenzione è la logistica, l'organizzazione logistica del commercio, intesa come distribuzione. La nostra Isola è difficilmente paragonabile ad altre realtà italiane: è sicuramente un'isola e una regione in cui il commercio costituisce una voce importante del prodotto interno lordo, così come a livello occupazionale è decisamente uno dei settori più importanti, tant' è che negli ultimi tempi, pur registrandosi una riduzione degli esercizi, c'è stato un aumento occupazionale.
Questo è un segnale importante, primo perché indica la volontà di concentrazione, e questo è derivato appunto dalla necessità di organizzare meglio la logistica e la distribuzione, di ottimizzare i costi. Il secondo aspetto, invece, è una carenza che ormai si registra da decenni, cioè la continuità territoriale merci, che è direttamente collegata alla capacità di acquisizione dei costi sull'acquisizione delle merci, che poi il commerciante normalmente pone nel suo esercizio per rivendere. Siamo in una regione che ha gravi carenze nel sistema ferroviario, alcune parti delle nostra Isola non sono raggiunte dalla rete ferroviaria, così come la struttura per i collegamenti interni sul gommato, sulle strade non favorisce sicuramente un'ottimizzazione dei costi dati i carichi che i commercianti devono operare per la distribuzione.
Stiamo andando incontro ad una rivisitazione del settore; agevoliamo in qualche modo i centri urbani, la riqualificazione dei centri urbani, anche attraverso alcuni incentivi che concediamo per i cosiddetti centri commerciali naturali. Io su questo punto ritengo se un commerciante non opera nel centro commerciale naturale ma nel centro urbano, non deve essere escluso da queste agevolazioni. Credo che anche questo tema probabilmente merita un maggior approfondimento.
Abbiamo inoltre sottovualutato l'incentivazione della distribuzione organizzata, operando tuttavia una netta separazione tra grande distribuzione e distribuzione organizzata. In Sardegna non esiste, e credo di non sbagliare, nessuna forma di distribuzione organizzata se non nei territori dove sorge un centro di distribuzione comunque affiliato, in ogni caso per i suoi acquisti, a una rete nazionale. Ritengo che la Sardegna sia l'unico caso in Italia o tra i pochi casi in Italia in cui non vi è una distribuzione organizzata a livello regionale. Reputo pertanto appropriato incentivare i consorzi di acquisti, favorire il consorzio tra imprenditori commerciali con un intervento regionale che possa consentire, almeno in fase di organizzazione di acquisto delle merci e di distribuzione delle stesse, una sorta di cooperativismo tendente ad una maggiore razionalizzazione dei costi, stante, appunto, la mancanza infrastrutturale dei collegamenti interni e gli alti costi di acquisto delle merci, legati ai trasporti, e qui mi riallaccio alla continuità territoriale.
Detto questo, penso e presumo che il Consiglio voglia e possa intervenire su questi argomenti. Il progetto di legge rincia a successivi atti normativi, per cui noi attendiamo, ovviamente, di poterne discutere anche in Commissione. Ecco perché alcuni articoli e commi sono emendati, ragion per cui si richiede che quanto proposto dalla Giunta venga esaminato anche nella Commissione consiliare competente, come per esempio l'articolo 15 e l'articolo 36; aspetti che valuteremo nell'esame degli emendamenti.
Per quel che riguarda il piano regionale per le grandi strutture di vendita, anche su questo tema, si rimanda al prossimo piano che verrà presentato dalla Giunta; aspettiamo purtroppo di conoscere quale sarà la programmazione commerciale per il settore proposta dalla Giunta regionale. Al momento vi sono pochi elementi conoscitivi, nel senso che, pur vista la grande incidenza dei centri commerciali nella nostra Regione in termini percentuali, cosa estremamente discutibile, lo stesso dato che poc'anzi ha illustrato il collega, riferito dalla Confesercenti, è molto discutibile, e cioè quello della percentuale dei metri quadri della grande distribuzione nella nostra Isola. E' un dato slegato dall'analisi della densità e della distribuzione della popolazione nella nostra Isola, non dà sicuramente risposta al perché ciò sia avvenuto e ci sia questa alta concentrazione di centri commerciali per metro quadro.
Se infatti rapportiamo questo dato alla rilevazione di circa 87 metri quadri per mille abitanti nel nordest e nel nord in generale della nostra nazione, si evince che ciò è legato alla densità e alla concentrazione di abitanti nel territorio. Premetto che esprimo tale considerazione non per favorire i grandi centri commerciali, ai quali si pensa quando si nomina un centro commerciale. Sono invece estremamente favorevole ai piccoli centri commerciali, che vengono costituiti e gestiti da operatori commerciali locali, che insieme realizzano una struttura commerciale che offre maggiori servizi al territorio ed ai piccoli centri, ottimizzando quindi i costi di gestione. Sono pertanto totalmente contrario alla grande distribuzione, intesa in termini di ulteriori ingressi già eccessivi nella nostra Isola; ritengo tuttavia che anche su questo argomento il progetto di legge non intervenga.
Positivo è peraltro intervenire sul concetto di centri commerciali naturali. Sicuramente è da sviluppare questo concetto, è da valutare meglio quali siano le attività promozionali, anche per non creare distinguo che possano essere estremamente negativi, in quanto non sempre è possibile fare parte di un centro commerciale naturale, non sempre è legittimo agevolare chi è al centro della città, rispetto a chi in periferia esercita lo stesso tipo di attività commerciale.
Ben vengano quindi quelle azioni di risanamento urbano, di miglioramento del servizio e quant'altro. A poco servono le attività promozionali che consentono un richiamo culturale nei centri commerciali comunali naturali, quando in loro prossimità il cittadino non si può godere dei vari servizi, per esempio dei parcheggi. Ragion per cui il cittadino sfugge, va via in quanto il ritmo e il tipo di vita odierni non gli consentono di frequente una passeggiata per gli acquisti, essendo invece alla ricerca di servizi. Tant'è che i dati Nilsen nazionali, gli unici fruibili per il commercio che siano di alta affidabilità, indicano che il consumatore medio, anche sardo, ricerca continuamente le offerte e i servizi, intese come offerte promozionali.
Allora anche, sotto questo punto di vista, con questo provvedimento non interveniamo, mentre, a mio avviso, sono questi gli elementi principali che interessano il settore commerciale. Non è detto che questo aspetto non sia importante, è invece importantissimo, è prevista comunque una regolamentazione. Tuttavia, per intervenire seriamente nel settore commerciale, la presenza istituzionale deve essere molto più specifica, soprattutto in termini di contributo, non inteso sempre in termini finanziari, alla organizzazione commerciale, per sanare le negatività e i deficit presenti nel territorio, e al fine di sviluppare l'impresa commerciale locale.
Un altro dubbio sul progetto di legge ritengo possa rilevarsi nei contributi ai comuni che modificano sostanzialmente, non nel merito ma amministrativamente, la percentuale POR. Esprimo sulla norma dubbi di legittimità. Auspico che durante il corso della discussione possa essere chiarito anche questo aspetto. Se non sbaglio è l'articolo 38, che concerne i contributi ai comuni.
L'altro aspetto è l'intervento necessario, a sanatoria della legge 2 e della legge 9. Come detto da qualche collega che mi ha preceduto, stiamo intervenendo amministrativamente sull'organizzazione del commercio, ma non abbiamo ancora in programma nessun tipo di intervento sul settore, che sicuramente non possiamo definire settore assistito. E' forse il commercio l'unico settore non assistito di tutta la legislazione regionale, in quanto non gode e non ha mai goduto di nessun tipo di intervento regionale. Negli anni passati la legge nazionale 517 prevedeva interventi diretti in aiuto del settore. Di tali interventi in questo progetto di legge non vi è alcun cenno, mentre probabilmente un riferimento al riguardo sarebbe stato opportuno. Così come qualche elemento conoscitivo, in fase di discussione, sarebbe utile avere da parte della Giunta sull'associazione nei consorzi fidi e sulla legge 2, che ancora, mi risulta, non abbia provveduto a sanare le annualità arretrate. Sulla legge 9, attendiamo risposte, che attendiamo dalla passata legislatura, e che ancora attendiamo in questa legislatura.
I commercianti hanno soltanto un difetto: quello di attendere silenti le indicazioni e le azioni che la politica vorrà dare in risposta al loro lavoroo.
PRESIDENTE. Grazie onorevole Capelli.
E' iscritto a parlare il consigliere Sabatini. Ne ha facoltà.
SABATINI (La Margherita-D.L.). Signor Presidente. Voglio ribadire anch'io che ci troviamo di fronte all'ennesimo esempio di recepimento tardivo della normativa nazionale,. Siamo infatti l'ultima regione a normare il settore commercio dopo il decreto legislativo 114 del '98, che ha imposto, dopo quasi trenta anni, un cambiamento radicale di questo settore. Voglio anche ricordare che l'obiettivo fondante del decreto legislativo 114 è stato quello di favorire lo sviluppo e la liberalizzazione, attraverso il riconoscimento del pluralismo distributivo, intendendo lo sviluppo in relazione a tutte le tre tipologie distributive, in particolar modo in difesa delle forme più deboli di questo settore.
L'altro aspetto riguarda il decentramento amministrativo, accompagnato da uno snellimento delle procedure. Sono state poi abolite le 14 tabelle merceologiche, che vengono ridotte a soli due grandi settori: alimentare e non alimentare. Ma la ragione fondante del decreto legislativo 114 sta nell'aver liberalizzato tutto il settore. La Regione Sardegna, ad onor del vero, attraverso una serie di deliberazioni della Giunta regionale e di provvedimenti assessoriali, aveva in parte già recepito gli aspetti più importanti della riforma Bersani. Mancava invece, e questa è l'occasione, una legge organica di settore, dal che è sorta l'esigenza e l'urgenza di approvare il progetto di legge che oggi è sottoposto all'Aula. E' una risposta importante e urgente, vivamente attesa dal settore commerciale.
D'altronde il commercio rappresenta per la nostra regione un settore importante, in espansione: 40 mila circa sono le imprese che operano nel commercio, con un saldo positivo che nel 2003 è stato di 381 unità, mentre 543 mila sono le persone occupate, tra imprenditori e lavoratori dipendenti. Sono dati importanti della nostra economia, e va segnalato un trend positivo: il dato ci è fornito dall'osservatorio nazionale del commercio, con 6 mila nuovi esercizi commerciali dal 2000 ad oggi.
La Commissione ha lavorato in questi mesi alla elaborazione di un provvedimento legislativo che non costituisse il semplice recepimento della riforma Bersani, ma tenesse conto della realtà sarda, con l'intenzione di incidere positivamente, da un lato nel rilancio del comparto, dall'altro nel rafforzamento dei servizi al cittadino.
La Commissione ha compiuto un'istruttoria, ha discusso, ha confrontato diversi testi a disposizione, ha ascoltato tutte le associazioni di categoria, i rappresentanti dei consumatori, i sindacati. Partendo da un testo base, che era quello della Giunta, la Commissione ha emendato il testo migliorandolo, anche il concerto delle associazioni di categoria, tenuto conto anche delle diverse realtà e delle diverse aree della Sardegna. E' chiaro che le esigenze di una Provincia come Cagliari, di una città come Cagliari, sono diverse dalle esigenze dei paesi dell'interno.
Io credo che tutti i componenti della Commissione si siano resi conto, lavorando al progetto di legge, della complessità di questo settore, e visto il ritardo con cui se ne discuteva, le difficoltà sono aumentate, stanti i cambiamenti che avvengono di frequente nel settore in argomento.
Il dibattito all'interno della Commissione si è incentrato in modo particolare sulla difesa delle piccole comunità, numerose nella nostra regione, dando un indirizzo preciso su questo punto, in quanto costituiscono la necessaria frammentazione della catena commerciale.
Vi è stata inoltre in questo ultimo decennio una crescita esponenziale della media e della grande distribuzione di cui abbiamo tenuto conto, poiché ha rappresentato e rappresenta una forte concorrenza per gli esercizi di vicinato; da qui l'esigenza di rafforzare, di aiutare. Già nei principi e nella finalità del progetto di legge si evidenzia che il provvedimento tiene conto di quanto detto, ponendosi come obiettivo la costruzione di una rete commerciale che trovi un giusto equilibrio tra le diverse forme distributive.
Il provvedimento è in perfetta linea con il principio ormai assodato del decentramento delle funzioni, delle autonomie locali, lasciando alla regione funzioni di programmazione e di indirizzo. La parte centrale del progetto di legge, lo voglio ricordare, è principalmente intesa a recepire i princìpi sanciti dalla legge nazionale e a liberalizzare questo settore, a semplificare sia l'organizzazione che le procedure amministrative di autorizzazione. Il titolo quarto rappresenta la parte più originale del progetto di legge, ove sono previste infatti una serie di norme che guardano con particolare attenzione ai piccoli centri, così numerosi nella nostra realtà regionale, e alle piccole attività commerciali, al fine di rivitalizzare i centri urbani, promuovere la qualificazione dell'offerta.
Vengono riconosciuti i centri commerciali naturali e le spontanee associazioni di piccoli esercenti dislocati nei centri storici, per i quali sono previsti finanziamenti fino al 70 per cento. Questo incentivo veniva prima posto in dubbio dall'onorevole Capelli, ma credo che sul punto presenteremo un emendamento chiarificatore che subordini l'incentivo alla conseguente modifica del complemento di programmazione. L'articolo 33 prevede poi la possibilità, per i comuni con popolazione non superiore ai tremila abitanti, di istituire attraverso, un accordo pubblico o privato, dei centri polifunzionali, dove possono essere dislocate diverse attività.
Va ricordato che la legge riconosce per le imprese artigiane un diritto di priorità nelle agevolazioni previste dalle leggi regionali di settore, qiampra decidano di situarsi in un centro commerciale naturale. E' evidente la volontà della Commissione di promuovere, attraverso l'associazionismo (e questo mi pare un altro carattere importante) l'accordo tra pubblico e privato, la rivitalizzazione dei centri storici e la costruzione di una rete commerciale moderna ed efficiente che tenga conto anche della pianificazione urbanistica, ponendo in essere la collaborazione degli enti locali con i privati. Va inoltre ricordato l'obbligo previsto per l'Assessorato competente della stesura annuale di un rapporto sul commercio, finalizzato all'analisi dell'andamento dei prezzi e dei consumi, e sull'entità ed efficacia delle reti distributive.
Certo, sono convinto anche io che questo progetto di legge non sia esaustivo di un sistema così complesso, ma ho avuto modo in queste settimane di visionare la legislazione delle altre regioni. Ho notato che, pur arrivando molto prima di noi al recepimento del decreto Bersani, le regioni hanno provveduto quasi annualmente ad aggiornare la propria normativa di settore. Quindi noi non concepire una legge esaustiva di tutto, che comprenda tutto, ma una legge che possa essere nel tempo adeguata, tenendo conto dell'evoluzione del comparto, di come si modernizza, delle nuove esigenze che il mercato richiede, per poi tornare, laddove non si è trovato un accordo con le associazioni che rappresentano questo settore, su quelle parti della legge da rivedere e correggere.
Spetterà poi agli organismi locali della pubblica amministrazione il compito di realizzare una politica di sviluppo del commercio locale, coerente con l'evoluzione della domanda e del servizio e più in generale con gli obiettivi di sviluppo del territorio, tenuto conto degli indirizzi che l'Assessorato regionale competente deve perseguire ed attuare.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Artizzu. Ne ha facoltà.
ARTIZZU (A.N.). Signora Presidente. Il provvedimento che stiamo discutendo in questi giorni è un provvedimento di legge atteso, che contiene alcuni elementi oggettivamente positivi, ma anche, a nostro avviso, alcune significative lacune. Per questo motivo credo che il Gruppo di Alleanza Nazionale, come già anticipato dal collega Mario Diana, coerentemente vada verso un voto di astensione. E' sicuramente una legge, l'unificazione di due provvedimenti dai quali scaturisce, che non dà risposte adeguate ed organiche all'attesa che il settore commerciale manifesta da tanti anni; è un provvedimento che era necessario attuare già da molti anni. E' dai primi anni novanta che il commercio isolano si trova in una condizione di crisi, aggravatasi sempre di più negli anni a causa della mancanza di strumenti e di azioni dirette a risolvere i problemi più urgenti.
L'esagerata espansione degli ipermercati, accompagnata dalla caduta dei consumi e dalla crisi economica generale, ha continuato a essere una delle cause principali della difficoltà in cui versa il settore commerciale sardo; e qui mi preme sottolineare la posizione di Alleanza Nazionale, che si differenzia da alcune altre, rispetto alla presenza e al problema della grande distribuzione commerciale.
Alleanza Nazionale è contraria all'ulteriore espansione e all'ulteriore presenza di grandi centri commerciali. Il partito, nel quale mi onoro di militare, ha più volte affermato il suo orientamento, anche a livello nazionale, ma soprattutto a livello locale, e cioè laddove vengono concesse le licenze commerciali. Consideriamo infatti la grande distribuzione commerciale un fattore preoccupante, un fattore che, se può agevolare per un verso la creazione di qualche nuovo posto di lavoro, penalizza fortemente le aspettative delle piccole, piccolissime imprese, che sono la ossatura fondamentale del comparto commerciale.
Quindi noi non troviamo in questo provvedimento di legge una risposta adeguata a questo problema, non vediamo fissati parametri rigidi, rigorosi e certi, affinché in Sardegna vengano limitate al massimo nuove presenze di grande distribuzione commerciale.
La mancanza di politiche regionali adeguate a sostenere la riqualificazione e il rilancio della micro e piccola impresa, ha innescato un processo inarrestabile di indebolimento dell'intero settore distributivo.
Le politiche commerciali dei primi anni novanta, nettamente orientate a sostenere l'insediamento delle grandi strutture di vendita come processo di ammodernamento del commercio, hanno per contro determinato un processo di crisi del comparto e di degrado economico e sociale dei paesi e delle città sarde.
La micro e piccola impresa rappresenta circa il 93 per cento del sistema distributivo commerciale sardo, ma realizza poco più del 30 per cento del fatturato complessivo, a fronte del 70 per cento del fatturato realizzato dalla grande distribuzione, che si accaparra il grosso del mercato isolano, pur rappresentando solo il 7 per cento delle imprese. Lo squilibrio c'è, è evidente, i dati lo confermano e questa legge, a nostro avviso, non corregge questa situazione, ma soprattutto non dà un'indicazione su come affrontarla. Manca in questa legge una proposta, manca una vera politica commerciale, manca un concetto, un pensiero, un'indicazione su come dovrebbe svilupparsi questo comparto importante per la Sardegna.
Aggravano la situazione economica le condizioni di arretratezza del sistema infrastrutturale sardo. La mancata estensione della continuità territoriale al trasporto merci e l'inadeguato decollo del sistema turistico, in parte hanno favorito lo sviluppo economico di altri settori. Tuttavia oggi anche la politica fiscale della Regione, con l'imposizione di nuove tasse e di nuove imposte regionali che vanno a gravare sul settore turistico (che è parte integrante e strettamente collegato col settore commerciale) riteniamo che possa creare nuovi motivi di preoccupazione e di crisi. Inoltre le politiche del credito e le leggi di incentivazione ai vari comparti sono insufficienti, deboli e spesso inesistenti; mancano insomma adeguate politiche di programmazione e di sviluppo.
L'inefficienza del governo regionale ha determinato ritardi nello sviluppo economico e nell'utilizzo delle risorse pubbliche. Lo scarso utilizzo dei fondi POR e le ristrettezze finanziarie del bilancio rappresentano emergenze che scaturiscono proprio dalle carenze della politica regionale e dalle conseguenti scarse azioni e di riforma della Regione sarda.
Il calo dei consumi è già in atto da alcuni anni e non si intravedono miglioramenti, stante la situazione di sfiducia generale diffusa tra i consumatori. D'altronde, se non si metteranno in campo valide azioni per lo sviluppo dell'economia e misure adeguate a creare nuova occupazione, è difficile ipotizzare miglioramenti nei redditi e capacità di spendita delle famiglie.
Sarebbe auspicabile una evoluzione più dinamica dei redditi familiari e un allentamento della pressione fiscale, pur se nella situazione attuale appaiono pressoché irrealizzabili. Il calo dei consumi, i processi di ristrutturazione, gli squilibri creati dalla grande distribuzione, hanno provocato in questi anni un vero e proprio stravolgimento del comparto, causando difficoltà a migliaia di imprese e la chiusura di altrettante. Da questa legge non viene alcuna risposta in questa direzione in quanto non vede nel commercio un motore di sviluppo ed una risorsa similmente ad una frazione della sinistra, che considera il commercio un settore più da tassare e da controllare che non da incentivare ed agevolare.
La grande distribuzione in Sardegna risulta presente in misura elevata, se rapportata sia al contesto demografico, che a quello socio-economico. Nel contesto nazionale, cui faceva riferimento anche il collega Capelli, il rapporto fra popolazione e superficie di vendita di ipermercati e supermercati, ogni mille abitanti, evidenzia una media pari a 130,4 metri quadri dell'Italia centrale, di molto superiore a quella del nord Italia che è di 87,4 metri quadrati ogni mille abitanti.
La Sardegna è allineata alla media dell'Italia centrale, anzi la supera arrivando ad una media di 130,9 metri quadrati per mille abitanti. La presenza più elevata di supermercati e ipermercati è localizzata nella provincia di Cagliari, poi in quelle di Sassari ed Olbia, mentre i valori più bassi si registrano a Nuoro ed Oristano. Vi è inoltre il problema delle leggi di finanziamento, che riguarda direttamente anche il settore commerciale. Giacciono presso l'Amministrazione regionale migliaia di domande, in attesa che vengano svolte le gare d'appalto per l'affidamento alle banche della loro istruttoria delle domande. I ritardi sono inaccettabili per i tempi lunghissimi che determinano, a pronte dell'urgenza di provvedere che richiederebbe la crisi in atto nel settore commerciale. Tuttavia nemmeno in questo versante, e cioè nel rapporto tra la micro e piccola impresa commerciale familiare e gli istituti di credito, nel progetto di legge si vedono risposte, prospettive e indicazioni adeguate.
Nel progetto di legge sono contenute norme per i pubblici esercizi e norme generali per il settore commerciale, sia per le aree private che per l'ambulantato. Mancano per altro norme per i distributori di carburante e per altri settori, ma manca soprattutto una politica commerciale organica e complessiva. La provvisorietà e la forma di questo provvedimento rendono precarie e deboli l'efficacia e la prospettiva della normativa. Il decreto legislativo 112/98 modificato poi nel '99 recante norme per il conferimento di funzioni e compiti amministrativi dallo Stato alle Regioni e agli enti locali, ha trasferito da oltre sette anni alla Regione Sardegna le competenze in materia di agevolazioni alle imprese. Insieme alle competenze sono stati trasferiti i fondi statali che riguardano leggi come la numero 341 (sostegni ad interventi di modernizzazione attuati da parte di imprese operanti nel settore del commercio nelle aree depresse), la legge numero 41 (interventi a favore di centri commerciali e mercati alimentari), la legge numero 887 (agevolazione finanziaria a sostegno dei confidi del commercio, turismo e servizi), la legge numero 449 (credito di imposta a favore delle imprese del commercio del turismo e dei servizi), la legge numero 317 (interventi per l'innovazione e lo sviluppo delle piccole e medie imprese). I fondi sono quindi finiti nel fondo unico regionale e nessuna normativa è stata predisposta per sostituire regionalmente le agevolazioni e gli interventi statali.
Nello scenario generale il sistema del credito rappresenta un elemento di forte debolezza per il sostegno e lo sviluppo della piccola e media impresa commerciale. Il sistema bancario continua ad essere poco permeabile per favorire l'accesso al credito delle aziende, mentre l'idea di impresa e la capacità innovativa dell'imprenditore vengono ancora considerate marginali rispetto alle valutazioni per gli investimenti; non esiste poi un osservatorio sul commercio.
Diventa pertanto difficile capire le dinamiche dell'economia senza strumenti in grado di monitorarne costantemente l'andamento e verificare l'efficacia degli incentivi delle leggi di settore e la loro ripercussione sull'economia e sul lavoro. I centri di assistenza tecnica sono privi degli strumenti per renderli effettivamente operativi, mentre sono presenti ed operanti in quasi tutte le regioni d'Italia. Essi sono lo strumento strategico previsto dalla riforma del commercio per svolgere attività di assistenza tecnica a favore delle imprese, in quanto i loro compiti possono essere ricondotti alla formazione e all'aggiornamento in materia di innovazione tecnologica ed organizzativa, di gestione economica e finanziaria di impresa e tutela dei consumatori. Le stesse amministrazioni pubbliche possono avvalersi dei centri medesimi per facilitare il rapporto tra pubblico e privato. Sarebbero inoltre uno strumento importante per progettare e sviluppare le politiche di rilancio e di riqualificazione dei centri urbani, con riferimento ai centri commerciali naturali. Non sono tuttavia previste forme di finanziamento per il loro funzionamento, che, ripeto, in molte regioni d'Italia è già attuato da diversi anni.
Il Governo regionale deve affrontare in modo organico ed efficace le problematiche del commercio, che per alcuni aspetti sono delle vere e proprie emergenze. Come giustamente diceva il mio collega di partito, più che un provvedimento legislativo (che quindi dovrebbe dettare norme e prospettive anche ad ampio respiro) stiamo esaminando un regolamento, o forse è meglio dire una somma e un accorpamento di regolamenti. Tutto questo lo consideriamo - ripeto - per certi versi condivisibile dal punto di vista tecnico, per alcuni provvedimenti ivi contenuti che sono attesi e che sicuramente sono positivi. Lo consideriamo tuttavia insufficiente dal punto di vista legislativo perché mancano le proposte fondamentali, manca, a nostro avviso, l'elaborazione di una linea guida di politica commerciale in Sardegna, non si capisce e non si evince da questo provvedimento quali idee abbia la Regione sulla politica commerciale. In particolare quale tipo di investimento voglia privilegiare, come voglia agevolare le imprese sarde affinché possano avere un accesso al credito accettabile, stante che il sistema attuale si rivela assolutamente carente ed insufficiente. Non comprendiamo altresì quali siano i settori del commercio che la Regione sarda individui come motori di sviluppo da incrementare ed incentivare.
Credo e crediamo che il settore commerciale sardo, che attende da tanti anni una legge organica, di settore che tracci valide linee di sviluppo per il futuro, sia tuttora sostanzialmente deluso nelle sue aspettative.Grazie.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Silvio Cherchi. Ne ha facoltà.
CHERCHI SILVIO (D.S.). Signor Presidente. Indubbiamente il progetto di legge di cui ci occupiamo stamattina ha molti limiti. Uno di questi si sarebbe sicuramente potuto superare in Commissione, visto che in Commissione abbiamo operosamente lavorato insieme alla minoranza. Naturalmente abbiamo lavorato anche alla luce dei contributi che sono arrivati, mentre è difficile tenere conto di valutazioni che ci sono pervenute.
Altri limiti potranno essere superati con la discussione in Aula e con l'esame degli emendamenti. Credo che il vero limite di questo provvedimento sia un altro, e cioè che arriva tardi! Arriva tardi di ben otto anni. Interveniamo dopo otto anni quando molte cose sono state fatte e molte altre si sono realizzat. L'economia e le imprese seguono il loro corso e procedono, mentre tutto il resto è irrilevante. Ed è stato un colpevole ritardo, non solo perché la Bersani, diceva qualcuno, è stata la prima vera legge federalista, ma anche perché, onorevole Artizzu, la nemica dei commercianti, la legge di liberalizzazione, forse la prima legge di liberalizzazione, l'ha varata la sinistra, ed è il centrodestra sardo che non l'ha attuata; questo al di là delle polemiche, giusto per constatare i fatti. Ma soprattutto il colpevole ritardo è dovuto ad un altro motivo: in questi anni abbiamo vissuto una trasformazione del settore che avrebbe avuto bisogno di una cornice legislativa che la accompagnasse.
Questa trasformazione noi l'abbiamo vissuta da consumatori, da utenti. A partire dagli anni '90 abbiamo assistito a profondi cambiamenti nelle formule distributive. Siamo passati improvvisamente dal negozio che frequentavamo a una varietà di offerte: ipermercati, supermercati, cash and carry, centri commerciali, outlet, e così via. Vi sono stati profondi cambiamenti nel livello della concorrenza, nei servizi offerti, nella localizzazione, nell'assortimento, nel mix qualità-prezzo, nei discount.
Una vera e propria rivoluzione che ha inciso su molti aspetti della vita, del sociale, dell'economico, dell'ambiente, degli assetti urbanistici. Questi processi di trasformazione, che hanno visto naturalmente come protagonista innanzitutto la grande distribuzione organizzata, hanno coinvolto anche il mercato sardo, dove, proprio perché al di fuori di un quadro di regole e di chiarezza, hanno creato forti distorsioni e squilibri. Si sono cioè verificati al di fuori di ogni idea di programmazione e senza alcuna verifica del loro impatto ambientale e territoriale. Concentrazione delle grandi strutture di vendita in due parti della Sardegna, con sostanziale esclusione del resto del territorio, numero (lo so che i dati spesso sono mutevoli, ma più o meno credo che l'ordine di grandezza sia quello) di metri quadrati per abitante, che o è superiore alla media nazionale o ci si avvicina molto, un'altissima mortalità di imprese in Sardegna, paradossalmente (tornerò su questo, perché riprende anche alcuni ragionamenti dell'onorevole Capelli) compensata da un'altrettanto notevolissima natalità. Sono queste alcune delle caratteristiche che colpiscono particolarmente nell'osservare il settore dell'Isola.
Sulla prima questione, che ci riporta anche alle discussioni di queste settimane, rileviamo che nell'area di Cagliari e negli agglomerati urbani di Sassari, Olbia e Tempio, vi è una concentrazione di centri commerciali o parchi commerciali (termini che si sogliono usare) tale da farci raggiungere i livelli delle parti più ricche del Paese. Possiamo sicuramente parlare di saturazione, con il conseguente rischio di operazioni squisitamente immobiliari, che per la loro capacità di attrazione, in quanto poli aggreganti, sono in grado di esercitare un fascino pericoloso anche per i piccoli operatori.
Per queste aree vi è una saturazione, mentre si pone il problema del riequilibrio per il resto dell'Isola, nel rispetto di quella esigenza di trasparenza, di concorrenza, di libertà di impresa e di tutela del consumatore, principi ai quali si ispira il progetto di legge. Questo lo dico anche a titolo personale; io non credo che si tratti di demonizzare la grande distribuzione organizzata o di combatterla con divieti di tipo ideologico, cui periodicamente qualcuno o parte dell'opinione pubblica si ispira.
Credo che dietro si nasconda anche un po' di demagogia: la grande distribuzione organizzata, da non confondere con i grandi centri commerciali, costituisce anche, e ha costituito, un elemento dinamico, di innovazione, anche per le aziende tradizionali.
Il franchising, l'affiliazione, ed altre forme di organizzazione hanno consentito a piccole e medie aziende di restare sul mercato. Quindi non una guerra di tipo ideologico, ma fare quello che non è stato fatto nel passato: governare la crescita; contrattare la valorizzazione dei prodotti sardi; verificare rigorosamente l'impatto sull'ambiente, iniziando dai cambiamenti straordinari che si determinano sui flussi di traffico e sugli assetti urbanistici; garantire la concorrenza. E questi elementi sono presenti... dò un'informazione: una prima ipotesi di piano per le grandi strutture di vendita è già all'attenzione della Commissione competente ed è aperta la discussione. Ecco, questi aspetti voluto sottolineare, perché non condivido l'orientamento diffuso che, col blocco della grande distribuzione, si andrebbe automaticamente alla rinascita del commercio tradizionale.
I dati sul commercio in Sardegna sono importanti: abbiamo circa 40 mila aziende, con 95 mila addetti, che fanno del commercio il settore più importante, ossia il 18-19 per cento dell'economia sarda. Ma in questi numeri c'è la forza e la debolezza del settore, che attraversa oggi una grandissimi crisi attribuibile essenzialmente ad alcuni fattori.
Il primo è il calo dei consumi, che non è attribuibile alla sfiducia dei consumatori, ma alla diminuzione delle loro risorse, calo che l'Associazione dei consumatori, nella sacrosanta polemica con i dati Istat, non limita ad uno 0,9 per cento ma valuta a 4-5 punti percentuali e, in alcune tipologie merceologiche, anche a numeri superiori.
Il secondo (perché credo che, come si dice, "il medico pietoso ammazza il paziente") è l'arretratezza di quel 65 per cento, tra fatturato e numeri, del comparto, identificabile per lo più nel commercio tradizionale, causa principale di perdita di competitività rispetto alla grande distribuzione.
Il terzo, e concordo con chi l'ha detto, è una legislazione di sostegno che è stata negli anni inesistente o inadeguata e che per di più stenta e ha stentato a decollare. La crisi che attraversa il commercio va di pari passo col degrado urbano, non solo fisico, in particolare con il degrado della qualità della vita, che si manifesta nei grandi centri con un impoverimento sociale, nei piccoli centri come concausa dello spopolamento.
Sono d'accordo sul fatto che la politica ha un debito nei confronti del commercio, anche per un giudizio che è stato spesso dato sul comparto, e che ha coinvolto tutti: un settore cioè legato più al divario dei prezzi tra produttore e consumatore, piuttosto che considerato fattore dinamico dello sviluppo. Questo debito lo dobbiamo pagare ponendo in essere politiche che guardino adesso il settore come parte integrante e protagonista di un modello di sviluppo.
Pertanto con forza poniamo il problema della programmazione, della crescita: per un verso, con ipotesi come quella del centro commerciale, per un altro, ed ancora, con i centri polifunzionali. Non modelli contrapposti, quindi, ma modelli che abbiano le stesse opportunità. Io credo - perché poi le scelte politiche derivano da orientamenti politici, da riflessioni culturali, non esistono mai scelte che cadono dal cielo - che sul commercio abbiamo sottovalutato tanti fattori, c'è stato un ritardo di tipo culturale, trascurando e dimenticando ciò che esso ha rappresentato storicamente: l'intelaiatura della organizzazione urbana, un luogo importante di aggregazione sociale, il servizio principale a disposizione della produzione e dei fattori di sviluppo, si chiamino essi agricoltura, turismo o beni culturali... e da qui dobbiamo ripartire.
Il successo stesso dei parchi commerciali deriva da questo, e cioè dall'avere riprodotto un luogo, un contenitore, simile ad un ambiente urbano, dove si fa la spesa, certo, forse si risparmia, ma soprattutto ci si incontra: c'è la piazzetta, il bar, si va insieme al cinema, ci si trascorre, insomma, il tempo libero, e non a caso furono chiamati all'inizio città mercato, città del sole, e termini analoghi.
E' evidente tuttavia che ciò che è stato realizzato dai grandi gruppi, di dimensioni ormai sovranazionali, non può essere realizzato dai singoli imprenditori. Indichiamo, infatti, tre linee di azione (forse non sono sufficienti, altre ce ne vorranno, ma iniziamo), che per avere successo devono procedere simultaneamente: intervento pubblico di riqualificazione urbana; sostegno all'associazionismo, per creare condizioni di competitività negli approvvigionamenti, nel credito, nei servizi ai consumatori. L'onorevole Capelli ha detto una cosa, e cioè: "Perché escludere chi non si associa, chi non si consorzia, chi non partecipa?", io credo che la politica non esclude, dà delle priorità...
(Interruzione)
...ho capito male...allora ho capito male!
Credo si, comunque, corretto stabilire delle priorità, perché i limiti del nostro sistema tradizionale del commercio, sono appunto l'isolamento e la frammentazione.
Terza linea di azione è, naturalmente, il sostegno ai singoli imprenditori che si impegnano in questi progetti. Riteniamo, insomma, che il settore possa uscire dalla crisi non chiudendosi in sé stesso o chiedendo anacronistiche protezioni. Gli imprenditori devono accettare la sfida dell'innovazione e della competitività; queste infatti agiscono come l'acqua: le si blocca da una parte e poi passano dall'altra, e la politica deve creare le condizioni di pari opportunità.
E' importante il ruolo che devono assumere le associazioni dei consumatori, interlocutori fondamentali, e le stesse organizzazioni dei lavoratori, alle quali nella legge viene dato ampio spazio, riproponendo al centro la concertazione. Anche perché spesso vi è la tendenza (e questo va detto a tutti: anche quando facciamo il conto del numero dei posti di lavoro, dobbiamo fare il conto anche dei diritti) a scaricare sui lavoratori le difficoltà, e ciò è sbagliato, non solo perché profondamente ingiusto, ma perché causa prima della dequalificazione professionale del comparto.
Il provvedimento che discutiamo oggi mette ordine, certo indica una prospettiva, ma non è esaustivo. Il comparto necessita di una robusta ristrutturazione, come molti altri comparti che sono attività industriali, come tale va sempre di più considerato. E' chiaro che con questo progetto di legge non siamo in grado di affrontare tali problemi, né una politica di settore da sola è in grado di affrontare e risolvere i problemi del commercio. Io dico una cosa: spesso l'onorevole Maninchedda ci ricorda che noi approviamo delle "leggi delega" e, per così dire, credo che in questa fase politica sia giusto che il Consiglio privilegi gli indirizzi e che quindi spetti alla Giunta la loro attuazione. Credo che si debba però evitare un errore, errore che alcune volte si commette, e cioè che varata la legge, il lavoro del Consiglio si consideri completato, mentre la legge, una legge come questa, è soltanto l'inizio del lavoro. Ritengo pertanto che, su alcune questioni, si debba tornare presto; non tanto sulle questioni che sono già in fase di discussione, come il piano delle grandi vendite, ma soprattutto su alcuni problemi legati alle politiche del credito, alla rivisitazione della legge 9, con l'obiettivo di giungere, in armonia con le amministrazioni comunali e svolgendo un ruolo di stimolo, all'approvazione di progetti che utilizzino i fondi del Quadro comunitario di sostegno, onde inserire pienamente il superamento della crisi del comparto in un quadro di riqualificazione e di rivitalizzazione dei centri urbani, grandi medi e piccoli.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Moro. Ne ha facoltà.
MORO (A.N.). Signora Presidente, colleghi, Assessori. Il dibattito che ha preceduto l'esame di questo progetto di legge, se lo vogliamo chiamare così - ma ormai è quasi opinione comune che sia un progetto di regolamento - di cui comunque non si può e non si vuole sminuire l'importanza, è stato caricato di significati impropri. Non si parte da zero, intanto, perché la legislazione regionale ha da tempo rivolto una forte attenzione ai problemi delle piccole e medie imprese che operano nel settore del commercio e dei servizi, con provvedimenti efficaci e di buona qualità (mi riferisco soprattutto alla legge regionale numero 9 del 2002), che hanno incontrato il favore delle categorie interessate.
Inoltre è davvero troppo riduttivo far passare il provvedimento che stiamo esaminando come una legge contro la grande distribuzione, perché, così concepita, sarebbe del tutto pretestuosa, se non altro perché confonderebbe gli effetti con le cause. I fenomeni che si stanno registrando nella rete distributiva regionale in realtà sono assai simili, se non identici, a quelli del territorio nazionale, forse anche di quello europeo. Siamo di fronte, in altre parole, ad un ciclo economico iniziato alla fine degli anni ottanta, che ha profondamente trasformato il settore commerciale, sulla spinta di grandi processi di aggregazione e di una fortissima competizione sui prezzi. Tutti processi che hanno visto protagonisti i gruppi industriali maggiori, nazionali e esteri, e hanno fortemente ridotto gli spazi di mercato delle piccole e medie imprese del settore, molte delle quali sono state praticamente espulse dal mercato.
Basti pensare, cito un solo esempio per tutti, alla cosiddetta rottamazione delle licenze, disposta a suo tempo dal Governo Prodi, prima della legge Bersani del '98, che ha aperto alla liberalizzazione del settore, sulla base delle direttive della Unione Europea. Aggiungo, senza alcuna volontà di polemica, che questi processi di traumatico cambiamento, culminati con la citata rottamazione, hanno lasciato molti morti sul campo, per i quali i governi regionali allora di sinistra, onorevole Cherchi, non hanno speso grandi parole di solidarietà, al di là di una sterile facciata! Moltissime piccole e piccolissime aziende sono state letteralmente inghiottite nel silenzio generale delle istituzioni; sono state lasciate sole al loro destino, senza ammortizzatori sociali, senza mobilitazioni di massa, senza l'attenzione che molto spesso certe organizzazioni sindacali riservano solo ad alcune realtà. Così come sono state lasciate sole anche le organizzazioni di categoria a lanciare per tempo l'allarme su una situazione con cui adesso siamo quasi costretti a fare i conti. C'è stato, insomma, da parte della classe dirigente sarda, anche un problema di inadeguatezza culturale a comprendere quanto stava avvenendo, un ritardo sul quale nemmeno adesso, per la verità, si è avuto il coraggio di fare un minimo di autocritica.
Il vero problema che ha riguardato anche la Sardegna (ed ecco il motivo del richiamo a non confondere gli effetti con le cause) è stato quello di consentire ai gruppi della grande distribuzione di insediarsi e di espandersi in tempi rapidissimi in assenza di competitori, con responsabilità precise, sotto questo profilo, delle istituzioni regionali e locali.
La Regione di allora - il riferimento è sempre quello degli inizi di questo processo, attorno alla fine degli anni ottanta - non ha percepito l'importanza della trasformazione che stava avvenendo e non si è preoccupata di fornire, sia alle piccole e medie imprese commerciali che ai comuni, indispensabili strumenti di intervento, non tanto per contrastare la grande distribuzione, quanto per poter competere con essa. Parlo dello sviluppo dei centri storici, con incentivi per la riqualificazione urbana; di interventi per il miglioramento dell'accessibilità, come grandi parcheggi interrati; di infrastrutture di servizio ed arredo urbano; di misure per il sostegno e la ristrutturazione produttiva e l'associazionismo tra gli operatori.
La stessa scarsa sensibilità verso questi fenomeni l'hanno mostrata i comuni, che pure hanno avvertito in modo diretto sulle loro comunità la pressione, anche dal punto di vista sociale, di tali incontrollati processi di trasformazione.
La storia non si fa con i sé e con i ma, e tuttavia sono convinto che se le cose di cui parliamo oggi le avessimo dette e fatte allora, visto che in buona parte sono le stesse, non ci troveremmo, in un certo senso, a "cercare di chiudere nel modo migliore la stalla quando i buoi sono scappati".
L'evoluzione delle dinamiche del mercato e delle tendenze dei consumatori, al netto degli elementi legati alle fasi congiunturali economiche, e quelli attuali, non sono affatto migliori. Hanno per fortuna riempito il vuoto istituzionale, sia pure parzialmente, nel senso che, se nel settore alimentare la posizione predominante della grande distribuzione risulta difficilmente contendibile allo stato delle cose, la situazione è completamente diversa per altri settori merceologici; diversa e particolarmente interessante, alla luce delle problematiche di cui ci occupiamo.
Una recente indagine del CENSIS dimostra, infatti, che oltre il 60 per cento dei consumatori si orienta verso i supermercati o gli ipermercati per la spesa alimentare; ma la percentuale si modifica profondamente, arrivando a sfiorare il 50 per cento, nel caso di spese riguardanti altri prodotti: dall'abbigliamento, ai tecnologici, agli elettrodomestici. A questi esercizi commerciali, che sono in larga prevalenza in prossimità e spesso insediati nei centri storici, afferma ancora il CENSIS, il consumatore tende a riconoscere una sorta di plusvalore in termini di servizi personalizzati, di assistenza diretta, di professionalità dei dettaglianti, di fiducia complessiva.
Da questi dati, o meglio dalla individuazione di queste tendenze, credo che si debba partire per una riflessione generale, che permetta al Consiglio regionale di produrre una buona legge per l'oggi, ma soprattutto per il domani. Una legge che, come dicevo in apertura, parta da alcune premesse importanti, come il sostegno alle piccole e medie imprese del settore commerciale e dal riconoscimento del ruolo centrale dei comuni nello sviluppo di questo nuovo processo. Le due cose però vanno di pari passo, debbono andare di pari passo. Sotto questo aspetto invece la proposta della Giunta sembra privilegiare il regime delle due velocità. Il testo appare condivisibile appunto nella parte dedicata agli incentivi per le imprese, ma lo è molto meno, a nostro giudizio, in quella che riguarda i comuni, dove si ferma a metà strada. Più concretamente, è chiaro che da soli, pure essendo importanti, gli incentivi non bastano, perché le imprese possono svilupparsi più rapidamente e meglio se attorno a loro esiste un ambiente favorevole.
Prendiamo ad esempio il caso dei centri storici, sui quali giustamente si focalizza la strategia contenuta nella proposta della Giunta: come potrebbero svilupparsi le imprese incentivate se nel centro storico di una determinata città non ci sono i parcheggi, l'illuminazione pubblica è fatiscente, mancano l'arredo urbano ed il verde; esiste, accanto al degrado di molti edifici, pubblici e non, il problema della sicurezza; la raccolta dei rifiuti funziona male ed esiste (anche perché c'è da considerare questo problema) un consistente sommerso di prodotti contraffatti? Nessun incentivo, per quanto consistente, potrebbe funzionare in questo caso.
Faccio un altro esempio concreto che riguarda il mio comune, quello di Sassari, dove la maggioranza è di sinistra, ed ha recentemente bocciato la proposta che prevedeva l'estensione fino al 15 settembre dell'attività all'aperto degli esercizi pubblici con chioschi, pedane e strutture precarie stradali, il tutto in una città capoluogo di provincia classificata turistica. Nessuno si rende conto che Sassari possa essere considerata una città turistica, sembra una città del centro della Padania. Ma se questi sono gli orientamenti della Pubblica amministrazione quale potrà essere l'impatto positivo degli incentivi regionali per le piccole e medie imprese commerciali nei centri storici e nelle aree urbane? E' possibile concepire una programmazione indirizzata al rilancio della nostra rete commerciale se da questa programmazione restano fuori i comuni, come se il problema non li riguardasse? Quindi va bene la visione di una moderna urbanistica in grado di valorizzare i nuovi insediamenti commerciali e di migliorare l'attività di quelli esistenti, ma a certe condizioni.
Alcune condizioni ai comuni vanno certamente poste con una normativa di cornice e senza ledere la loro autonomia, perché altrimenti la miglior legge regionale rischia di non modificare la realtà sulla quale si vuole intervenire ed è giusto intervenire. In questo quadro la proposta della Giunta presenta gravi lacune e va sicuramente integrata riguardo alle istituzioni locali. E' infatti molto più utile agire sulla normativa regionale di cornice e dare precisi indirizzi di politica urbanistica e commerciale ai comuni, piuttosto che soffermarsi, ad esempio, sulla priorità che viene assegnata all'insediamento di nuove imprese del terziario in aree industriali dismesse.
Chi è stato amministratore locale sa con quali difficoltà tecnico-amministrative si opera nel rapporto con le sovrintendenze (e Sassari è una di quelle città che cade sotto la scure di questi monarchi monocratici), con quali costi e con quali tempi si riesce ad ottenere, quando si riesce, la pur minima trasformabilità di queste aree, di questi siti. Francamente, se questo è per la Giunta uno dei punti forti della sua strategia, non credo che ci siano concrete possibilità di successo, nemmeno nel medio termine.
Veniamo ora ad alcuni aspetti tecnici contenuti nella proposta della Giunta che ci sembrano, oltre che poco chiari, anche piuttosto discutibili. Intanto si rileva una contraddizione nella definizione, che secondo il testo deve essere attribuita al centro commerciale, laddove si parla di una struttura progettata, realizzata e gestita con una politica commerciale unitaria, e poco dopo la stessa struttura viene sottoposta a un doppio regime di autorizzazione: da un lato quella che parrebbe riguardare il centro commerciale in senso stretto, e dall'altro quella relativa ai singoli esercizi commerciali in esso inseriti. Con questa formulazione si viene a configurare, a nostro giudizio, un inutile accanimento burocratico, sopratutto perché le strutture tecniche dei comuni e della stessa Regione sono perfettamente in grado di valutare la rispondenza della proposta progettuale alla normativa vigente, ed inoltre non si capisce in che cosa consista, a questo punto, l'unitarietà progettuale e gestionale della struttura, quando poi l'autorizzazione generale viene subordinata a quella che si potrebbe definire particolare, o viceversa.
Non è certamente in questo modo che si è potuto garantire il rispetto della legge in passato, o si potrà garantire in futuro. Oltretutto, seguendo questo schema, si va in direzione opposta a quella semplificazione amministrativa, che pur viene richiamata in altre parti del testo, a proposito di situazioni analoghe che potrebbero costituire, anche per la nostra Regione, un dato ormai acquisito. Non è solo un contrasto di tipo logico e normativo. Infatti, nella parte del testo che ipotizza la necessità di un'autorizzazione edilizia per la realizzazione di una media o grande struttura di vendita, si legge testualmente che "Il comune predispone contemporaneamente le fasi istruttorie dei due procedimenti, edilizio e commerciale", e prevede un unico provvedimento firmato da due dirigenti comunali competenti per materia. Emerge insomma una sorta di doppio regime di cui non si trova traccia nella normativa vigente e che come tale è illegittimo e inammissibile!
Un'altra contraddizione, forse ancora più evidente, la si rileva nell'ambito della previsione della conferenza dei servizi, a cui partecipano Regione, Provincia e il Comune interessato, per le grandi strutture distributive. Il testo dice espressamente che occorre il "previo parere favorevole della conferenza", e qui siamo d'accordo. Poi si prosegue precisando che "Le deliberazioni della conferenza sono adottate a maggioranza", e anche su questo punto possiamo essere d'accordo; ma alla fine si legge che "Il rilascio dell'autorizzazione è subordinato al parere favorevole della Regione". C'è qualcosa che non convince a livello concettuale e di ragionamento. Sarebbe stato più coerente dire che decide sempre e comunque la Regione. Almeno si esprima chiaramente il coraggio di assumersi questa responsabilità!
Ma non ha senso prevedere una specie di maggioranza a sovranità limitata; o si vota a maggioranza o si vota in un altro modo! In questa contraddizione logica, a nostro avviso, emerge invece il retro pensiero di un centralismo regionale imperniato su un'altissima e pressoché esclusiva discrezionalità (che contrasta con la Costituzione vigente, secondo la quale tutte le articolazioni locali dello Stato sono sullo stesso piano) che cerca ugualmente di insinuarsi in tutte le pieghe possibili dei testi legislativi, per prevalere a tutti i costi!
Si tratta, con altri argomenti e in contesti diversi, della stessa logica seguita in occasione del piano paesaggistico regionale, che ha suscitato le giuste proteste di tanti amministratori locali di ogni appartenenza, i quali si ritengono indebitamente privati del fondamentale potere di governo sui loro territori. Con questa formulazione del testo inoltre, la Regione assume un sostanziale potere di veto sulle deliberazioni della conferenza dei servizi; un potere di veto che non ha legittimità giuridica - come abbiamo dimostrato - e che politicamente si traduce nei fatti in una messa sotto tutela delle amministrazioni comunali e provinciali. Ciò determina anche la rottura di quell'equilibrio istituzionale del sistema delle autonomie sancito, tra l'altro, dal principio di leale collaborazione tra le pubbliche amministrazioni di diversi livelli. Significa anche, in definitiva, rinunciare alla politica, al metodo del confronto e del dialogo alla ricerca di una sintesi tra posizioni che possono essere differenti.
Quindi, il senso è ammesso a parole con una contorsione dialettica che sulla carta consente la formazione di una maggioranza, ma che in realtà le impedisce di esprimersi! E non si tratta semplicemente di un vizio di forma, ma piuttosto un vizio di origine, di una filosofia che ormai pervade tutti gli atti di questo governo regionale. Da una parte c'è la Regione depositaria del bene assoluto, dall'altra il male assoluto da contrastare a tutti i costi, con tutti gli atti solleciti se consentono di raggiungere il fine. Questo tarlo finisce per intaccare alla radice lo stesso impianto della legge, o del regolamento, svuotandola perfino di quei contenuti in parte condivisibili, ma che inseriti in questo contesto distorto e deviato diventano essi stessi strumento di un disegno politico che non può essere respinto. Grazie.
Comunicazioni della Presidente
PRESIDENTE. Grazie onorevole Moro. Informo i colleghi che è stato eletto il Presidente della Repubblica nella persona dell'onorevole Giorgio Napolitano.
(Applausi da tutti i consiglieri)
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Ibba. Ne ha facoltà. Quello dell'onorevole Ibba è l'ultimo intervento della mattinata.
IBBA (Gruppo Misto). Signora Presidente e colleghi. Stiamo oggi esaminando il provvedimento, Disegno di legge numero 90, che affronta una materia complessa, perché cerca di trovare un equilibrio tra le norme nazionali e la situazione locale e regionale in materia di disciplina delle attività commerciali, sia per quanto riguarda le esigenze degli operatori e la tutela dei diritti dei consumatori, sia in rapporto al tessuto tra piccole attività e grande diffusione, valutato come destinatari dell'offerta, che come qualità e appropriatezza merceologica dei prodotti.
In tutto il mondo il commercio è il settore trainante di ogni economia. La ricchezza si sposta e crea progresso o regresso a seconda di come si sviluppi e si diffonda il commercio. Era così per i fenici, oggi non è per noi diverso. Per questo riteniamo e attribuiamo a questo provvedimento un'importanza strategica essenziale, nel processo di riforma e di riordino della nostra Regione, sopratutto per quanto attiene la riattivazione del volano economico che porti la Sardegna al di fuori delle secche dello sviluppo e dell'occupazione nelle quali ancora si trova, per favorire una ripresa del consumi e un aumento del prodotto interno lordo.
Non possiamo più proseguire con l'utilizzo della legge 31 del 1991, largamente superata dal Decreto Bersani del 1998, mai adottato in Sardegna, fatto che ha imposto l'intervento sostitutivo del Governo nazionale. Oggi, a seguito della modifica del Titolo V della Costituzione, abbiamo potestà legislativa primaria in materia commerciale. Tuttavia questa legge, pur potendo essere indipendente, è fortemente coerente con i principi costituzionali e comunitari, quali la libertà d'iniziativa economica e la tutela dei consumatori. Per tali princìpi, il provvedimento ricerca e trova un equilibrio corretto ed avanzato, basato sul concetto che la libertà d'impresa e la libera concorrenza non sono valori assoluti nel commercio, perché si fermano nel punto in cui si impone il diritto del cittadino all'approvvigionamento, quindi con la permanenza del piccolo negozio cosiddetto "sotto casa", che non consente, per coerenza e continuità, la crescita incontrollata dei grandi centri commerciali, in merito ai quali anche di recente abbiamo assistito a fatti clamorosi negativi e non condivisibili.
Voglio sopratutto richiamare un elemento di democrazia e di confronto contenuto nella norma: le amministrazioni locali emanano d'ora in poi gli atti amministrativi solo dopo l'audizione delle parti sociali, ed i comuni sono chiamati a svolgere funzioni di controllo e di vigilanza per quanto riguarda gli orari di vendita ed i periodi di vendite straordinarie. Ancora: i comuni sono liberi di autodeterminarsi per quanto riguarda gli orari ed i periodi di chiusura; sottolineo lo snellimento delle procedure burocratiche, con la contestualità dei procedimenti edilizio e commerciale; la gestione delle grandi strutture affidata alla competenza della Regione; l'attività di sostegno svolta dai centri di assistenza tecnica a favore delle imprese, sopratutto per quanto attiene formazione, aggiornamento, innovazione tecnologica, aspetti organizzativi e sicurezza delle imprese. Voglio evidenziare inoltre l'abolizione della tassa di concessione che gli ambulanti oggi pagano e che domani non pagheranno più per l'utilizzo delle aree pubbliche; la tipologia unica di autorizzazione per quanto riguarda la somministrazione di alimenti e bevande; il coinvolgimento dell'Osservatorio economico regionale nella redazione annuale del rapporto sull'andamento dei prezzi e dei consumi, sull'entità ed efficacia delle reti distributive, di cui sarà resa conoscenza con apposita relazione al Consiglio regionale. Insomma, quanto basta - e direi anche avanza - per condividere la filosofia di un nuovo corso e per salutare positivamente la svolta che essa contiene.
Stiamo avviando con questa legge una moltiplicazione che innescherà conseguenze e darà avvio ad interessi economici anche in altri settori importanti per la nostra economia e nevralgici per la nostra politica, ciò riguarda il coinvolgimento, in funzione delle necessità del commercio, degli aspetti urbanistici dei piani comunali e quindi, il ritorno ai comuni, con particolare riferimento ai centri storici; l'interconnessione con i flussi turistici; la conseguente diffusione e distribuzione dei prodotti artigianali; il rapporto con la continuità territoriale sopratutto per le merci; una politica del credito per le imprese, con particolare riguardo a quelle a carattere familiare.
E' evidente che il provvedimento in esame non basta a dare risposte a tutta questa molteplicità di processi che innesca e di cui rappresenta in qualche modo la premessa. E' pertanto chiaro che questa sarà la prima di una serie di leggi successive che andranno a corroborare l'impegno di questa Regione in una materia così delicata, difficile e nevralgica per la nostra economia, che ormai sta uscendo da un periodo oscuro e si sta avviando verso nuovi momenti positivi di attività e di sviluppo del commercio.
PRESIDENTE. I lavori del Consiglio proseguiranno questo pomeriggio alle ore 16.30. Il primo iscritto a parlare è l'onorevole Ladu.
La seduta è tolta alle ore 13 e 18.
Allegati seduta
CLXXXVI Seduta
(Antimeridiana)
Mercoledi' 10 maggio 2006Presidenza della Vicepresidente LOMBARDO
La seduta è aperta alle ore 10 e 26.
SERRA, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana di martedì 2 maggio 2006 (180), che è approvato.
Assenze per motivi istituzionali
PRESIDENTE. Comunico, ai sensi del comma 5 dell'articolo 58 del Regolamento, che il Presidente della Regione, Renato Soru, il Presidente del Consiglio Giacomo Spissu e il consigliere Giorgio La Spisa sono assenti nella seduta del 10 maggio 2006 perché fuori sede per motivi istituzionali, essendo stati eletti, ai sensi dell'articolo 83 della Costituzione, delegati regionali per l'elezione del Presidente della Repubblica.
Comunico che i consiglieri regionali Paolo Fadda e Gian Luigi Gessa hanno chiesto congedo per la seduta antimeridiana del 10 maggio 2006.
Poiché non ci sono opposizioni i congedi si intendono accordati.
PRESIDENTE. Si dia annunzio delle interrogazioni pervenute alla Presidenza.
SERRA, Segretario:
"Interrogazione Vargiu con richiesta di risposta scritta sulla sospensione della vigilanza del pronto soccorso dell'ospedale SS. Trinità di Cagliari" (496)
"Interrogazione Amadu sulle conseguenze economiche dovute al rincaro del petrolio e sull'urgenza di adottare provvedimenti per limitarne gli effetti negativi in Sardegna." (497)
"Interrogazione Caligaris sul pericolo ambientale provocato nell'area metropolitana di Cagliari dal mancato smaltimento e stoccaggio di pneumatici usati." (498)
"Interrogazione Contu e più sull'interruzione del servizio di sorveglianza e di sicurezza nell'ospedale SS. Trinità di Cagliari." (499)
PRESIDENTE. Come primo punto all'ordine del giorno abbiamo la discussione del testo unificato del disegno di legge numero 90/A e della proposta di legge numero 178/A.
Ha domandato di parlare il consigliere Artizzu. Ne ha facoltà. Su cosa intende intervenire?
ARTIZZU (A.N.). Per chiedere la verifica del numero legale, Presidente.
PRESIDENTE. A nome suo e di quale altro Capogruppo? Sì, l'onorevole Capelli è vice Capogruppo, non c'è l'onorevole Oppi che è a Roma, per cui il vice Capogruppo funge da Capogruppo. Sospendo la seduta per cinque minuti per poter procedere alla verifica del numero legale. I lavori riprenderanno alle ore 10 e 35.
(La seduta, sospesa alle ore 10 e 29, viene ripresa alle ore 10 e 35.)
Prima verifica del numero legale
PRESIDENTE. Indico la votazione nominale, con procedimento elettronico, per la verifica del numero legale.
(Segue la verifica)
Prendo atto che i consiglieri Orrù e Cachia sono presenti.
(Risultano presenti i consiglieri: Artizzu - Biancu - Bruno - Cachia - Caligaris - Calledda - Capelli - Cerina - Cherchi Silvio - Corrias - Cucca - Cugini - Davoli - Fadda Giuseppe - Floris Vincenzo - Frau - Giagu - Ibba - Lai - Licheri - Lombardo - Manca - Maninchedda - Marracini - Marrocu - Masia - Murgioni - Orrù - Pinna - Pisu - Pittalis - Porcu - Sabatini - Salis - Sanna Francesco - Sanna Franco - Secci - Serra - Uggias - Uras.)
PRESIDENTE. Proclamo il risultato della votazione. Sono presenti 40 consiglieri. Poiché non siamo in numero legale aggiorno la seduta di 30 minuti, i lavori riprenderanno alle ore 11 e 06.
(La seduta, sospesa alle ore 10 e 36, viene ripresa alle ore 11 e 06.)
PRESIDENTE. Un Segretario per cortesia si accomodi ai banchi della Presidenza. Onorevole Cassano. Ha domandato di parlare il consigliere Artizzu. Ne ha facoltà.
ARTIZZU (A.N.). Signor Presidente, per chiedere ancora la verifica del numero legale.
PRESIDENTE. A nome suo e di un altro Capogruppo. L'onorevole Capelli. Prego i colleghi di prendere posto.
(Appoggia la richiesta il consigliere Capelli)
Seconda verifica del numero legale
PRESIDENTE. Indico la votazione nominale, con procedimento elettronico, per la verifica del numero legale.
(Segue la verifica)
Prendo atto che i consiglieri Secci, Maninchedda, Contu, Liori, Ladu, Cocco, Gallus e Licandro sono presenti.
(Risultano presenti i consiglieri: Atzeri - Artizzu - Balia - Biancu - Bruno - Cachia - Caligaris - Capelli - Cappai - Cassano - Cerina - Cherchi Silvio - Cocco - Contu - Corda - Corrias - Cucca - Cuccu Giuseppe - Cugini - Davoli - Diana - Fadda Giuseppe - Floris Vincenzo - Frau - Gallus - Giagu - Ibba - Ladu - Lai - Lanzi - Licandro - Licheri - Liori - Lombardo - Manca - Maninchedda - Marrocu - Masia - Mattana - Moro - Orrù - Pacifico - Petrini - Pinna - Pisu - Pittalis - Porcu - Rassu - Sabatini - Sanciu - Sanna Francesco - Sanna Franco - Scarpa - Secci - Vargiu.)
PRESIDENTE. Dichiaro che sono presenti 55 consiglieri. Poiché siamo in numero legale proseguiamo con la seduta. Dichiaro aperta la discussione generale.
E' iscritto a parlare il consigliere Giagu. Ne ha facoltà. Ricordo ai colleghi che intendono intervenire che devono iscriversi non oltre la conclusione del primo intervento.
GIAGU (La Margherita-D.L.). Signor Presidente e colleghi. La legge che oggi discuteremo, come in altre occasioni, arriva in Aula con un forte ritardo, non imputabile sicuramente ad alcuno o a strategie particolari, ma credo e sostengo imputabile alla complessità del provvedimento, dovuto sia al recepimento della normativa nazionale che all'adeguamento alla realtà locale e alla serrata concertazione con le parti sociali. Non sembrino giustificazioni, ma il lavoro svolto dalla Commissione testimonia l'impegno per una legge di buon livello, che cerca di dare risposte a più problemi e che individua i percorsi futuri per evitare l'acuirsi della crisi del settore. La Commissione, durante i lavori, ha ricercato responsabilmente la condivisione al proprio interno, con dibattito sereno, determinato, costruttivo, fortemente motivato.
Abbiamo, insieme alla Giunta e alle categorie interessate, costruito un percorso che oggi ci consente di approfondire in Aula questo provvedimento, consapevoli che in questa sede si troveranno il perfezionamento e la migliore definizione del testo che noi proponiamo.
E' una materia complessa, in continua evoluzione, ma questo si potrebbe dire per tutti gli argomenti che trattiamo in quest'Aula. Sappiamo che il lavoro che noi svolgiamo ha un'immediata ricaduta su interessi generali, particolari, ma soprattutto sulle persone, sul loro status, sulla loro attuale esistenza e particolarmente sul loro futuro.
Tanti guardano con apprensione e fiducia il lavoro che quest'Aula svolge; i più credono che sia un lavoro che li riguardi, portato avanti da persone uguali a loro, che meritatamente o immeritatamente li rappresentano, in forza di un consenso democraticamente espresso che gli consente oggi di sedere in questi banchi.
E' quest'Aula il luogo deputato e sovrano delle decisioni, lo sono tutte le Assemblee elettive che si assumono in toto il peso delle responsabilità; è in quest'Aula che ci si confronta e si assumono le decisioni, anche le più dolorose.
Questo Consiglio ha il dovere e l'ambizione di rappresentare tutta la comunità in maniera trasparente, immediatamente leggibile, evitando omissioni, semplificazioni, scorciatoie, elementi dannosissimi. Questo Consiglio regionale è lo specchio della nostra società; in quest'Aula si consumerà il destino anche di questa legislatura, come d'altronde delle precedenti, e più preserverà e tutelerà la propria legittimazione più occasioni si avranno di soddisfazione e gratificazione, ricordando prioritariamente a me stesso che le mie idee, le mie proposte, non sempre le migliori o le più attuali, potrebbero diventarlo se accompagnate da un sano dibattito e confronto. Elementi questi fondanti l'impegno e la fatica della democrazia.
Cari colleghi, come sappiamo dal Decreto Bersani del '98, arriviamo ad oggi con una proposta che racchiude lo spirito e l'obiettivo del legislatore: lo sviluppo e la liberalizzazione del settore. La Sardegna, ricordiamo, ha subìto l'intervento sostitutivo dello Stato, dunque in ritardo ha emanato i primi provvedimenti attuativi, adottando provvedimenti di competenza regionale riguardanti la programmazione e l'urbanistica commerciale, gli ambiti territoriali, i criteri su concentrazioni e ampliamenti, i centri di assistenza tecnica, gli osservatori per il commercio.
Tutto ciò in attesa dell'approvazione della apposita legge che oggi discuteremo. Inoltre, un passaggio importante è stato definito dalla modifica del Titolo V della Costituzione, con cui la disciplina del commercio è diventata materia di esclusiva competenza regionale.
Come accennavo, la Commissione, richiamandosi allo spirito del legislatore nazionale, ha elaborato un testo che cerca di comprendere i principi ispiratori del Decreto Bersani, in un'ottica squisitamente locale, tenendo conto del tessuto sociale, delle dimensioni della nostra comunità, delle distanze e quindi dell'esigenza dei territori sostanzialmente desertificati da uno sviluppo squilibrato della rete commerciale.
E' inutile negare che nel corso degli ultimi anni la nascita incontrollata e le forme distributive particolari hanno creato scompensi di varia natura, che ricadono ed incidono massicciamente sulla qualità della vita, sui comportamenti, sulle abitudini delle persone e delle loro comunità.
Non si pensi unicamente ai piccoli centri; le disfunzioni interessano l'intero territorio regionale. Dunque prioritariamente vi è la creazione di una rete commerciale equilibrata tra le tre forme distributive: vicinato, medie e grandi strutture di vendita, come conseguenza; fermi restando alla Regione i poteri di indirizzo e di programmazione, rafforzando il decentramento delle funzioni e la relativa responsabilizzazione degli enti locali.
La necessità di ricostruire e rilanciare una rete commerciale opportunamente più a misura d'uomo, ispira la parte più innovativa della proposta: il titolo quarto, in cui vengono riconosciuti e incentivati i centri commerciali naturali, con l'obiettivo di frenare lo spopolamento dei centri urbani, rivitalizzandoli nell'offerta e nell'accoglienza.
Viene riconosciuta ai Comuni una priorità nei bandi POR per le riqualificazioni dei centri storici, con una condizione di particolare importanza: la collaborazione tra enti locali e attività commerciali per migliorare i servizi.
Ancora, nell'articolo 39, con i centri polifunzionali, si ipotizza una possibilità in più per i Comuni con meno di tremila abitanti, tramite concorso pubblico-privato. Per il resto, la legge recepisce i princìpi sanciti dalla legge nazionale: liberalizzazione e semplificazione, sia nell'organizzazione che nelle procedure d'autorizzazione amministrative.
Infine, il passaggio importante sarà la verifica annuale sull'andamento dei prezzi e dei consumi, grazie al rapporto redatto annualmente d'intesa tra Assessorato e Osservatorio economico regionale, che consentirà un giudizio sull'andamento della rete distributiva. Credo che altri aspetti particolari saranno trattati nel corso della discussione da colleghi che hanno partecipato ai lavori della Commissione e non solo da loro.
In conclusione, mi preme puntualizzare brevemente alcuni punti. Questa proposta ha naturalmente delle lacune dovute alla complessità degli argomenti che tratta e alle diverse problematiche che contiene.
Probabilmente in futuro questo Consiglio dovrà lavorare su proposte specifiche e su approfondimenti che riguardano argomenti che oggi discuteremo e che marginalmente sono stati trattati. Uno su tutti mi viene in mente: i consumatori, la tutela dei consumatori. L'ultima considerazione riguarda la Commissione che presiedo, che come spesso succede lavora, prescindendo dall'appartenenza politica, col contributo leale da parte di tutti i commissari, anche non condividendo tra noi alcuni passaggi o soluzioni. Questo perché? Perché siamo tutti convinti e io sono profondamente convinto che il lavoro che svolgiamo in quest'Aula e nelle Commissioni sia estremamente qualificante, sia per noi stessi che per il Consiglio regionale, ma soprattutto per l'Esecutivo e l'intera istituzione regionale.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Bruno. Ne ha facoltà.
BRUNO (Progetto Sardegna). Signora Presidente, signori Assessori, colleghi consiglieri. Da anni la Sardegna attendeva una legge di riforma del commercio in grado per un verso di favorire la crescita delle imprese distributive (soprattutto sotto il profilo qualitativo piuttosto che sotto l'aspetto dimensionale), e dall'altro di andare incontro con strumenti adeguati all'evoluzione della domanda dei consumatori.
Con la competenza esclusiva attribuitale dalla riforma del Titolo V della Costituzione, la Regione ha ora la possibilità di disciplinare il settore del commercio, tenendo conto del decreto legislativo 114 del '98, il Decreto Bersani, primo atto di riforma del settore commerciale del nostro Paese, con l'adeguamento alla normativa e alla specificità della nostra Isola. Di fatto in questi anni ci siamo trovati in una sorta di lacuna legislativa, perché il Decreto Bersani ha superato la legge regionale 35/91 che disciplinava il settore commerciale.
Questo vuoto è stato di volta in volta colmato dalle Giunte regionali in carica, mentre è mancato un formale recepimento della riforma da parte del Consiglio regionale. Questo procedere in qualche modo a tentoni, sempre in attesa di una normativa approvata dall'Assemblea, ha creato negli anni un "far west" interpretativo e legislativo che ha causato non pochi danni al comparto, come lamentano spesso le associazioni di categoria.
In Sardegna la normativa che dà attuazione al decreto Bersani ha avuto una storia travagliata, con provvedimenti che si sono succeduti negli anni. Per la grande distribuzione la normativa in vigore, lo diceva l'onorevole Giagu, deriva da una deliberazione della Giunta di sei anni fa, dell'anno 2000: con l'intervento del Governo, con un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, la Giunta regionale ha disciplinato in via provvisoria con una deliberazione alcuni settori, dando indirizzi e criteri di programmazione, commerciale e urbanistica.
Infine lo scorso anno questo Consiglio regionale, con la legge regionale 5 del 2005, ha approvato le procedure per il rilascio delle autorizzazioni alle grandi strutture di vendita. Una norma che ha modificato la definizione di centro commerciale, estendendolo a strutture che, non funzionalmente collegate tra loro, sono gestite con una politica commerciale unitaria: i centri commerciali naturali sui quali tornerò più tardi.
Sul problema della grande distribuzione, le disposizioni urgenti in materia di commercio, la legge 5 del 2005, di fatto hanno bloccato il rilascio di nuove autorizzazioni per l'apertura, la variazione del settore merceologico, l'ampliamento, il trasferimento di grandi strutture di vendita.
Il piano approvato dalla Giunta a febbraio ha rappresentato invece lo strumento programmatorio in grado di arginare l'ulteriore proliferazione di grandi strutture di vendita in un territorio già saturo, dove le piccole e medie imprese commerciali vengono a volte strangolate dai colossi della distribuzione.
Nelle zone di Cagliari e Sassari, dove maggiore è la concentrazione di ipermercati, insieme a Quartu e ad Olbia, è stata di fatto azzerata la superficie di vendita disponibile per le grandi strutture. Tuttavia il Decreto Bersani ha avuto il merito di eliminare le limitazioni amministrative, di semplificare le procedure, di puntare alla razionalizzazione della rete distributiva. Nel tempo, il provvedimento ha subito ritardi, modificazioni, difficoltà, nulla però in confronto dei ritardi che ha avuto negli anni la Regione.
Solo ora, così come è avvenuto in altre materie recepite e disciplinate da questo Consiglio in questa legislatura (penso alla legge sui servizi sociali, alla legge di riforma dei centri per l'impiego), ci apprestiamo ad approvare una nuova disciplina anche nel settore del commercio.
E' una legge importante, che si intreccia con altre dimensioni delle realtà economiche e sociali: l'utilizzo del territorio dal punto di vista urbanistico, i servizi essenziali alla persona e alle comunità nei centri abitati, inclusi quelli delle zone interne, il turismo, nelle sue nuove forme e nelle sue nuove articolazioni. Si inserisce, soprattutto, nella dimensione dei cambiamenti delle abitudini e delle tendenze dei consumatori, consumatori che non chiedono solo una maggiore flessibilità dell'offerta in termini di prodotti e orari di apertura dei negozi, ma soprattutto qualità e quindi professionalità all'interno degli esercizi da parte degli operatori commerciali.
I consumi stanno subendo una grande trasformazione: per l'invecchiamento della popolazione, per il cambiamento della struttura sociale, per i modelli che spingono, per esempio nel settore alimentare, a ricercare e consumare cibi differenti. Un cambiamento che la grande distribuzione sta interpretando, anche attraverso la cosiddetta "Mcdonaldizzazione", cioè sempre con maggiori spazi per il divertimento, per la ristorazione, e meno metri quadri per la vendita.
La crescente tendenza ad una forte deregulation del settore, lasciando l'ultima parola al mercato, perché sia quest'ultimo a porre in atto una selezione (magari spingendo verso l'estinzione le aziende tradizionalmente più deboli) trova in questa legge una chiara ed efficace risposta. L'obiettivo è quello di tutelare e valorizzare il grande patrimonio sociale e professionale costituito dal commercio in Sardegna, avviando un incisivo processo di modernizzazione.
I numeri parlano chiaro: secondo l'ultimo rapporto della Confesercenti, la micro e la piccola impresa rappresenta circa il 93 per cento del sistema distributivo commerciale, eppure realizza poco più del 30 per cento del fatturato complessivo. La media e grande distribuzione, che rappresenta solo il 7 per cento delle imprese sarde, realizza il 70 per cento del fatturato del mercato isolano.
La grande distribuzione occupa una media di 130,9 metri quadri ogni mille abitanti, contro una media di 130 metri quadri in Italia centrale e di 87,4 metri quadri nel nord Italia. Insomma, il rapporto tra metri quadri della grande distribuzione e la popolazione dell'Isola è tra i più alti d'Italia. Con questo provvedimento si cerca di ammodernare un comparto che presenta caratteristiche particolari, in quanto a fianco di grandi strutture rappresentate dai centri commerciali, sopravvivono in Sardegna migliaia di piccoli negozi, che sono ridotti spesso alla sopravvivenza.
Con questa legge non si vuole soltanto chiudere le porte del nostro territorio alle grandi catene e strutture commerciali, ma si intende strasformare quest'occasione nell'avvio di una nuova politica economica e quindi di un nuovo ciclo di sviluppo per la Sardegna.
Le altre finalità della legge, quelle della trasparenza del mercato, della tutela del consumatore, dell'equilibrio tra le diverse tipologie distributive, della salvaguardia e valorizzazione del commercio nelle aree urbane, rurali, montane, trovano una puntuale disciplina nell'articolato che andremo ad approvare.
Una legge che introduce anche un nuovo sistema di pianificazione commerciale, basato su zone urbanistiche nelle quali insediare le diverse tipologie commerciali. Ai comuni è attribuito il compito di programmare la propria urbanistica commerciale, sulla base del principio di sussidiarietà, che contempla anche la possibilità di applicare i criteri regionali nei comuni che non adempiano nei tempi previsti.
I comuni saranno chiamati a dotarsi di un programma urbanistico-commerciale e di regolamenti che prevedano l'unicità dei procedimenti, a tutela dei consumatori e degli utenti. Novità importanti dunque, come quella relativa all'istituzione dell'osservatorio, un organismo regionale per il monitoraggio delle entità e dell'efficienza delle varie reti distributive, che attingerà informazioni dagli enti locali e territoriali, dalle forze imprenditoriali, sociali e di categoria.
Mi soffermo un attimo, in conclusione, sulla valorizzazione dei centri commerciali naturali, strumenti efficaci di riequilibrio, così come li abbiamo identificati nella legge regionale numero 5 del 2005. Sono elementi di valorizzazione e riqualificazione dei centri storici e più in generale dei nostri centri urbani.
Come sappiamo, la legge regionale numero 5 del 2005 considera centro commerciale naturale e non grande struttura di vendita l'insieme, prevalentemente già esistente, di piccole attività commerciali, artigiane e di servizi, comunque distinte, e al solo fine di valorizzare le zone urbane, che svolgono attività integrate, individuate giuridicamente nelle forme del consorzio o dell'associazione.
Su questo fronte, con l'articolo 36 della legge, modifichiamo la legge numero 9 del 2002, prevedendo il finanziamento e la costituzione dei centri commerciali naturali, le cui direttive di attuazione saranno poi emanate successivamente dalla Giunta. E' un passaggio importante per la rivitalizzazione e per la riqualificazione dei nostri centri urbani.
Le attività commerciali, artigianali e turistiche vanno di pari passo con il potenziamento di altri servizi che riguardano la cessibilità, l'abitabilità, l'attratività dei centri delle nostre città e dei nostri paesi. La percorribilità pedonale, la presenza di parcheggi, le linee di servizi pubblici, l'arredo urbano costituiscono fondamentali elementi di successo. E' chiaro a tutti come il recupero della funzione commerciale costituisca un elemento essenziale per il riutilizzo del patrimonio immobiliare dei centri storici a fini abitativi, o per altre finalità appropriate come l'artigianato compatibile e di servizio.
E' pertanto da sottolineare positivamente anche l'articolo che prevede interventi a favore dei comuni, per la riqualificazione di quelle aree nelle quali andranno ad insistere i centri commerciali naturali.
Abbiamo degli esempi significativi avviati in Sardegna e ora esportati anche nella penisola; mi riferisco per esempio ai consorzi nel centro di Sassari, alle compagnie d'impresa di Alghero, che mettono in rete gran parte delle attività commerciali, fidelizzando non più il singolo esercizio, ma l'intero sistema del centro urbano con un progetto di marketing e di promozione associata.
Riteniamo sia la strada giusta in grado di creare le giuste imprese tra pubblico e privato, il cui rapporto può essere facilitato anche attraverso i CAT, i centri d'assistenza tecnica, strumenti a supporto delle imprese e dei loro consorzi, nel conseguire gli obiettivi di crescita e riqualificazione del comparto; strumenti previsti dal Decreto Bersani e recepiti nella legge in discussione.
Abbiamo pertanto l'opportunità, con l'approvazione del progetto di legge unificato dalla Sesta Commissione, di compiere un ulteriore passo avanti al fine di colmare il vuoto legislativo e, nel contempo, innovare il settore del commercio, adattandolo alle esigenze moderne della realtà socio-economica della Sardegna.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Diana. Ne ha facoltà.
DIANA (A.N.). Signora Presidente. Preliminarmente, per evidenziare che i testi che sono stati sottoposti all'Aula contengono delle carenze importanti, mancano alcuni articoli, mancano alcuni commi dell'articolo 15, mancano gli articoli 39 e 40, che non esistono proprio. Lo dico perché forse qualcuno dei colleghi, animato da buoni propositi, nella velocità della lettura del testo, abbia sorvolato la numerazione: mancano proprio! Non lo dico in segno di polemica, però voglio evidenziare che nel testo che è in mio possesso, che ho ritirato da quei banchi, manca una parte della legge.
Il danno, colleghi, non è grave perché questa è una legge che, nonostante la buona predisposizione del Presidente della Commissione, l'intervento dell'onorevole Bruno e la massima attenzione con cui l'Assessore ascolta, potrebbe indurre tutti a pensare che sia la panacea di tutti i mali del commercio. Allora è meglio sgombrare subito il campo.
Questa è una legge che non dà nessuna risposta al comparto commerciale in Sardegna. Non la può dare. Forse è vero che eravamo in ritardo, è certamente vero che bisognava recepire normative nazionali, tutti i riferimenti che sono contenuti sono certamente opportuni e necessari, c'è l'evidenziazione di cosa si intende per centri commerciali e punti vendita e quant'altro è connesso con l'attività commerciale. C'è un breve riferimento alle attività commerciali che insistono in territori che certamente sono deboli e si citano i comuni sotto i tremila abitanti, e già qui iniziano i primi problemi.
Sembrerebbe che in Sardegna, fin quando si sta sotto i tremila abitanti, siamo tutti d'accordo nel definire quei territori comunque più deboli rispetto agli altri. Non è così. Ci sono comuni di quattromila, di cinquemila, di diecimila abitanti, che hanno gli stessi problemi, anzi forse più gravi dei comuni sotto i tremila abitanti, tuttavia si pensa di intervenire solo nei comuni sotto i tremila abitanti. Io credo di avere una certa esperienza, ho fatto il commerciante per venticinque anni, quindi credo di conoscere chi lo fa, di conoscere chi utilizza il commercio, di conoscere gli addetti, credo di conoscere bene questo comparto particolare. La cosa che mi porta a fare le considerazioni che sto facendo è determinata dal fatto che da questa legge, ed ecco dov'è che la legge manifesta tutta la sua... non vorrei dire inconcludenza perché sarebbe irriverente nei confronti dell'onorevole Giagu che è persona che stimo molto, da questa legge, cari colleghi, non traspare assolutamente, non è proprio menzionata, quella che è la politica del Governo di centrosinistra nei confronti del commercio.
Cosa voglio dire? Voglio dire che il commercio, da questa legge, non viene né rivalutato né osteggiato, non è chiaro quello che la Giunta regionale e la maggioranza vogliono fare per questo particolare settore. Questo è un regolamento, non è una legge. Questa è una legge, la dobbiamo chiamare legge perché come tale la stiamo discutendo, che cerca di mettere ordine e forse ci riesce anche per certi versi. Ma i commercianti, le organizzazioni, le associazioni, i consumatori, si aspettavano questa legge o si aspettavano qualcos'altro?!
Abbiamo sentito anche gli ultimi avvenimenti della periferia di Cagliari, ma non solo. Voglio dire, c'è un riconoscimento per esempio, non perché io sia d'accordo di variare attività commerciali, ma il mondo va verso la grande distribuzione? Oppure no?! Il mondo ha bisogno dei negozi di vicinato oppure no? Il mondo - e parlo ovviamente della Sardegna, quando parlo del mondo intendo quello che ci circonda qui - ha necessità che vengano rivalutati i negozi di vicinato? I negozi dove si fa specialità? Dove è un incentivo a consumare i prodotti più attinenti alle nostre consuetudini, ai nostri usi, ai nostri prodotti tipici? Il commercio soffre, e voi non ne avevate neanche un'idea: quando soffre quel settore, a caduta soffre tutto il tessuto produttivo, tant'è che le risorse che spesso sono state messe a disposizione per quel particolare comparto non sono mai sufficienti in quanto c'è da parte dei commercianti la predisposizione ad utilizzare le risorse. Forse non c'è un altro comparto in Sardegna, tranne l'artigianato, dove si stanziano determinate risorse a sostegno di quel particolare comparto e queste risorse non bastano mai. Quindi c'è una predisposizione ad investire da parte del commerciante, così come c'è da parte dell'artigiano, ma in questo caso parliamo di commercio.
Ecco, quindi perché, nel mettere ordine in una materia così importante, neanche dalla relazione, onorevole Giagu, si evince cosa si vuol fare del commercio, né poteva evincersi, forse perché non è compito della Commissione, visto che qui stiamo esaminando e avete esaminato in Commissione due testi di legge, di cui uno è proposto dalla Giunta e in quello sì, ci doveva essere qualcosa in più, Assessore.
Qui stiamo esaminando un regolamento. Voglio dire che la Giunta, così come fa tante cose che non prevedono il passaggio in Consiglio, forse avrebbe potuto predisporre questo regolamento con determinate norme in più. Ma qui manca quella che deve essere la politica commerciale, se ci crediamo; perché, attenzione, qui bisogna seguire una scelta politica. Il Consiglio regionale, questa maggioranza, ritiene che il commercio sia uno di quei particolari settori economici del nostro territorio che deve essere sostenuto? E come?
Qui non vengono operate scelte, non c'è un solo capoverso dove si capisca o si possa capire quella che sarà la politica dei prossimi anni in questo particolare settore; e da qui nascono tutte le mie perplessità. Quindi esamineremo questo testo di legge, visto che ci sono degli emendamenti. Io non ne ho presentato perché è abbastanza difficile; forse si sarebbero dovuti scrivere i primi dieci articoli, riscriverli di nuovo e ricominciare dall'undicesimo col primo, ma una "filosofia" sul commercio la vogliamo individuare? Mi pare di capire che non stia a cuore a nessuno questo particolare aspetto.
Quando l'onorevole Giagu afferma che con le organizzazioni di categoria vi è stata una serrata concertazione, io non so se si trattava della serrata dei negozi che avverrà nel prossimo futuro o se erano serrate le contrapposizioni. Posso pensare che le organizzazioni che dovrebbero tutelare i commercianti in Sardegna siano d'accordo su questo testo? Abbiano trovato la soluzione di tutti i loro problemi? Insomma, se vi è stata una serrata e poi dopo abbiamo raggiunto un accordo o avete raggiunto un accordo?
Io ho notizie differenti, notizie non dalle organizzazioni, ma dai commercianti, da quanti si sono impegnati a capire: per il mio futuro, per quello dei miei familiari, per quello dei miei figli che stanno crescendo, posso ancora pensare che quello che è andato bene per me, per mio padre magari, nel futuro potrà essere un elemento di sussistenza anche per i miei figli? Posso continuare a pensare di investire in questo particolare settore, ammesso che ci siano le risorse a disposizione? Quali sono gli scenari che gli stiamo presentando, per intenderci?
Qui scenario non ce n'è! E allora, colleghi, è chiaro che avete i numeri per approvare una legge come questa e non sarò certo io che farò un ostruzionismo oltre misura, perché su questo testo è difficile fare ostruzionismo, al massimo ci si potrà astenere, a parte alcuni evidenti errori che sono contenuti nel testo. E non ho citato neanche il copia e incolla che è avvenuto su questo testo, lo dirà la storia; io non sono neanche portato a tirare in ballo tutte queste cose.
In altri tempi, colleghi del centrosinistra, hanno fatto delle ricerche straordinarie per scoprire che c'era qualche provincia in più in Sardegna. Io non ho fatto questo, non c'è bisogno di farlo, perché tanto lo fanno i commercianti e lo hanno già fatto, e quindi hanno visto benissimo. Sì certo, vi sono regioni pilota, la Toscana, l'Emilia, la Lombardia, che fanno scuola, ma fanno scuola dove? In quali territori fanno scuola? In territori che hanno i problemi che abbiamo noi? Forse le problematiche dei commercianti della Lombardia, della Toscana, dell'Emilia, sono le nostre stesse problematiche? Io credo proprio di no.
E' previsto in questo progetto di legge un incentivo, per esempio, per chi abbandona? Per chi chiude i piccoli negozi che sono diventati, ormai, purtroppo, insostenibili da chi li gestisce, ma soprattutto sono lontani da quelle che sono le necessità del consumatore? Sono previsti simili interventi? Allora, ripeto, non farò ostruzionismo su questa legge, perché c'è poco da essere portati a fare ostruzionismo. Certo è che da questa legge sicuramente non emergerà quello che deve essere il futuro del commercio in Sardegna.
Allora, dopo tanti mesi, dopo tante riunioni di Commissione, non era forse il momento opportuno che il presidente Soru, dall'alto della sua conoscenza dei problemi della Sardegna, cominciasse a dirci anche che cosa pensa, oltre che del metano, oltre che del carbone, oltre che di tutte le altre questioni, del commercio? O può solo dire che quel centro commerciale non può aprire piuttosto che deve aprire? Io ricordo bene gli anni nei quali, per dare l'autorizzazione ad un centro commerciale ad Oristano, abbiamo mandato a casa il Consiglio comunale, per evitare che avvenisse. Erano battaglie di commercianti convinti.
CAPELLI (U.D.C.).Commissari!
DIANA (A.N.). Abbiamo sciolto il Consiglio comunale volutamente ad Oristano, il 22 dicembre 1993, e guarda caso in quella circostanza c'era una sola persona interessata a quel particolare investimento. Non sono qui per denunciare questo; l'ho detto anche pubblicamente.
Però voglio capire: è cambiato qualcosa da allora ad oggi? Il presidente Soru ha ancora un'idea sua sui centri commerciali, oppure è cambiato qualcosa? E se è cambiato, com'è cambiato? E com'è possibile che questa legge di tutto parli fuorché di quello che deve essere lo sviluppo del comparto commerciale dei sardi? Non ne parla. Allora la denuncia viene fatta in questi termini: non si può denunciare questo testo che, come ho detto, contiene molte inesattezze oltre che carenze; immagino che sia solo il mio testo, sono stato sfortunato evidentemente, avevo anche l'altro testo. Comunque colleghi, non è che avevo solo questo, avevo anche l'altro, ma per tutto il resto è un copia e incolla fatto che è una meraviglia, un ricamino avrebbe detto un mio carissimo amico parlando di altre cose, è un ricamino molto semplice, guarda caso neanche fatto nella proposta dei colleghi del centrosinistra, ma nella proposta della Giunta, Assessore!
Scivolare va bene, ma qui è un vagone di banane sulle quali si è scivolati. E, ripeto, non voglio utilizzare questo per demolire, non sarei neanche in grado di farlo, questo testo. Dico solo che di tutto ciò che serviva ai sardi, al comparto commerciale e ai commercianti della Sardegna, grandi e piccoli che fossero, di tutti i settori, somministrazione e non somministrazione, alimentare e non alimentare, qui di tutto questo non si parla.
MARROCCU (D.S.).L'aveva già detto l'assessore Roberto Frongia.
DIANA (A.N.). Io non faccio riferimenti, non faccio dietrologia e lei lo sa benissimo onorevole Marrocu.
Io quando debbo votare a favore voto a favore, se ci credo lo faccio. Su questa legge non posso votare a favore, ma ho già detto che non posso votare neanche contro, tuttavia non è la legge che sarebbe servita. Questo debbo dire; e allora, se ci volete lavorare forse sarà meglio che ci lavoriate subito perché con questa sicuramente non andiamo avanti.
PRESIDENTE. Grazie consigliere Diana, la ringrazio anche per aver fatto rilevare alla Presidenza che in alcuni testi effettivamente mancano le pagine, nel mio per esempio ci sono tutte e quindi deve essere un errore della macchina nell'assemblare le varie pagine.
E' iscritto a parlare il consigliere Vincenzo Floris. Ne ha facoltà.
FLORIS VINCENZO (D.S.). Signor Presidente, signori Assessori, onorevoli colleghi. Il decreto legislativo numero 114 del '98, meglio conosciuto come legge Bersani, ha attuato nel nostro Paese una vera e propria riforma della legge precedente, la 426 del '71 che era nata, voglio ricordarlo, con l'intento di realizzare una programmazione delle attività commerciali sul territorio e la loro evoluzione verso l'ammodernamento della rete distributiva in rapporto alle condizioni socioeconomiche e alle esigenze di servizio.
Con il decreto Bersani vengono cancellate le barriere per l'accesso alle attività commerciali, portando, per esempio, a due le tabelle commerciali, alimentari e non, liberalizzando le concessioni per i negozi di vicinato, eliminando la anacronistica compravendita del titolo amministrativo e abolendo le licenze commerciali, riducendo le tabelle merceologiche e realizzando la coincidenza del rilascio dell'autorizzazione per l'attività commerciale con la concessione edilizia. La legge, nella sua architettura, ha puntato a favorire maggiormente il processo di concentrazione per le medie strutture commerciali, mentre ha previsto di sottoporre al vaglio più approfondito le grandi tipologie commerciali, come per esempio rispetto all'impatto ambientale, agli assetti urbanistici, eccetera.
La deliberazione in entrambi i casi è del Comune, ma nel caso delle grandi superfici di vendita la deliberazione è successiva al voto della conferenza dei servizi composta da tre elementi: Comune, Provincia e Regione. Il voto della Regione, vincolante, deve tuttavia essere rapportato al rispetto degli obiettivi della programmazione. Con l'emanazione di questo decreto legislativo, quindi a partire dal 31 marzo del 1998, viene compiuto un vero e proprio cambiamento di pensiero e di filosofia rispetto al vecchio approccio che si aveva per quanto attiene il comparto commerciale nel nostro Paese.
L'attuale testo unificato licenziato dalla sesta Commissione dei progetti di legge numero 90A e numero 178A, che intende disciplinare l'attività commerciale in Sardegna, nasce all'interno di questa nuova filosofia e punta a far compiere alla nostra Isola un balzo in avanti che le permette innanzitutto di recuperare un ritardo diventato ormai anacronistico rispetto a quanto decretato dalle altre regioni. La semplificazione amministrativa, il concetto di concorrenza e un federalismo pragmatico avevano trovato quindi posto nel dettaglio legislativo, apportando notevoli modificazioni concettuali, come ho detto prima, rispetto all'impianto normativo precedente. Le intenzioni del legislatore, con l'emanazione del decreto legislativo, sono apparse chiare nel cercare di abolire le vecchie pastoie che di fatto avevano immobilizzato per troppi anni lo sviluppo di nuove forme di vendita, con la conseguente mancanza di una vera concorrenza.
Con la riforma del titolo quinto della Costituzione la nostra Isola aveva e ha la possibilità di utilizzare la competenza esclusiva per disciplinare il settore commerciale, armonizzandolo con il decreto legislativo numero 114 che, lo voglio ricordare, è stata la prima vera legge federalista in Italia, completando in questo modo quel processo di modificazione e rinnovamento avviato dalle leggi Bassanini.
L'obiettivo di fondo che questo testo legislativo unificato si propone di raggiungere, cioè modernizzare il settore al fine di consentirgli di reggere alla sfida rappresentata dalla globalizzazione, viene perseguito mediante la trasparenza del mercato, la libertà dell'impresa, favorendo la circolazione delle merci, garantendo il pluralismo e l'equilibrio tra le diverse tipologie distributive e le diverse forme di vendita, incoraggiando l'associazione tra micro, piccole e medie imprese, e assicurando la semplificazione della normativa e la determinazione di un impianto, che vede la definizione di una serie di princìpi e di linee generali, e la caratterizzazione della disciplina di dettaglio.
Importante è anche la scelta di favorire la nascita di centri commerciali naturali, intesi come un complesso di attività commerciali, artigianali e di servizi che devono privilegiare l'insediamento nel centro storico, lasciando alle associazioni, ai Comuni la possibilità di formare e aderire ai consorzi a cui assegnare il compito di raccordare, integrandole, le varie attività, per puntare innanzitutto a valorizzare e riqualificare il commercio nelle aree urbane, di concerto con il contesto culturale, sociale, architettonico e con una particolare connessione specifica a un programma di rilancio dei centri storici.
Il ruolo della Regione in questa ottica programmatoria risulta notevolmente potenziato perché recupera una specifica funzione di pianificazione risolutamente incisiva, e questo mi sembra - onorevole Diana - un punto di notevole importanza.
Gli aspetti sostanziali che questa nuova legge individua prevedono anche le distinzioni delle varie tipologie degli esercizi commerciali, fondandole su una visione urbanistica delle grandi strutture di vendita, che vengono differenziate dall'esercizio congiunto tra vendita all'ingresso e quella al dettaglio.
Questa legge traccia quindi un indirizzo programmatico molto chiaro e affida ai Comuni il compito di compiere i necessari accertamenti per il rilascio delle autorizzazioni degli esercizi commerciali. La Regione favorirà, questo è chiarito con l'articolo 36, con risorse proprie l'azione dei consorzi fidi e di garanzia e dei fondi statali e comunitari per lo sviluppo della rete commerciale regionale, con particolare attenzione alle piccole e medie imprese collocate nei piccoli centri.
Questa legge, che ha visto il concerto di tutte le organizzazioni imprenditoriali e sindacali, favorirà la crescita e l'innovazione della rete distributiva dell'imprenditoria e dell'occupazione, nonché la qualità del lavoro e la formazione professionale degli operatori e dei dipendenti nella nostra Isola. Questa impostazione comporta anche una miglior tutela del consumatore, perché punta alla valorizzazione della funzione commerciale per la qualità sociale della città e del territorio.
Nella definizione degli indirizzi generali per l'insediamento delle attività commerciali viene promosso il metodo della concertazione con gli enti locali, con le associazioni di impresa, con le organizzazioni sindacali e con le associazioni dei consumatori, ed il principio di sussidiarietà, in relazione all'effettiva rilevanza comunale e intercomunale delle decisioni da assumere.
Il cuore della legge sta, secondo me, nell'articolo 8, sotto il titolo "programmazione urbanistico commerciale", dove vengono adottati i criteri di urbanistica sulla base di una serie di principi tesi a favorire un equilibrato sviluppo delle diverse tipologie, per tendere alla promozione di progetti di riqualificazione commerciale di aree urbane colpite da processi di desertificazione. Tutto ciò incentivando lo sviluppo del commercio nelle aree di valore storico, architettonico, ambientale e naturalistico, favorendo la realizzazione e la riqualificazione dei centri urbani con il ripristino di aree sotto utilizzate, e promuovendo l'integrazione tra attività commerciali e artigianali, pubblici esercizi e attività commerciali.
Viene istituito anche l'osservatorio regionale del commercio, per il monitoraggio dell'efficienza e dello stato di attuazione della legge, con il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati, a iniziare dalle Province, dai Comuni, dalle associazioni dei consumatori e dalle organizzazioni delle imprese e dei lavoratori.
L'altro punto importante riguarda gli orari dove viene fissato il limite di apertura giornaliero e le chiusure settimanali, oltre alle deroghe domenicali e festive, fissando in otto domeniche o festività, oltre al mese di dicembre, il limite massimo di tali eccezioni, e prevedendo la concertazione con le organizzazioni dei consumatori, delle imprese, delle organizzazioni sindacali dei lavoratori, tenendo conto in modo particolare degli orari di lavoro dei cittadini.
Per concludere, credo che il lavoro licenziato dalla Commissione rappresenti una buona base di discussione per il Consiglio, che sicuramente saprà non solo valutare positivamente i contenuti del testo unificato, ma migliorarlo, per fornire alla nostra Isola uno strumento legislativo in grado di agevolare la programmazione delle attività commerciali, l'evoluzione e la modernizzazione della rete distributiva regionale.
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il Consigliere Capelli. Ne ha facoltà.
ARTIZZU (A.N.). Scusi Presidente.
PRESIDENTE. Dica, onorevole Artizzu, su che cosa intende intervenire?
ARTIZZU (A.N.).Chiedo la verifica del numero legale.
PRESIDENTE. A nome suo e del collega Capelli. Prego i colleghi di prendere posto.
Terza verifica del numero legale
PRESIDENTE. Dispongo la verifica del numero legale con procedimento elettronico.
Appoggia la richiesta il consigliere Artizzu.
(Segue la verifica)
PRESIDENTE Prendo atto che il consigliere Dedoni è presente.
(Risultano presenti i consiglieri: Artizzu - Balia - Barracciu - Biancu - Bruno - Caligaris - Calledda - Capelli - Cerina - Cherchi Oscar - Cherchi Silvio - Cocco - Corda - Corrias - Cucca - Cugini - Dedoni - Fadda Giuseppe - Floris Mario - Floris Vincenzo - Frau - Giagu - Ibba - Lanzi - Licheri - Lombardo - Manca - Marrocu - Mattana - Milia - Orrù - Pacifico - Pinna - Pisano - Porcu - Randazzo - Sabatini - Salis - Sanjust - Sanna Francesco - Sanna Franco - Serra -Uggias.)
Sono presenti 43 consiglieri.
CUGINI (D.S.). Per quante volte dobbiamo...
PRESIDENTE. Onorevole Cugini, tutte le volte che viene richiesto; è consentito dal Regolamento, è una prerogativa data dal Regolamento.
CUGINI (D.S.). Questa non è una prerogativa, questo non è il rispetto del Regolamento verificare il numero legale ogni 10 minuti...Regolamento...
PRESIDENTE. Onorevole Cugini, siamo tutti richiamati al rispetto del Regolamento. Poiché siamo in numero legale, proseguiamo con la discussione.
E' iscritto a parlare il consigliere Capelli. Ne ha facoltà.
CAPELLI (U.D.C.). Signor Presidente, colleghi e colleghe. Arriviamo con ben otto anni di ritardo, senza con questo voler significare o sottolineare le responsabilità di chicchessia sul fatto che la Sardegna, dopo otto anni, attua con questo disegno di legge, il recepimento della legge Bersani, meglio nota come Bersani, la legge 114 del 1998. Per il commercio, come per tutte le attività di produzione e lavoro, ma soprattutto per la società in genere, per i tempi cui è soggetta la società moderna, noi arriviamo a recepire una legge nazionale di riordino del sistema commerciale, quando probabilmente in questa legislatura sarà rivisitata la legge Bersani.
Cioè, pur essendo una legge di avanguardia, la legge Bersani appunto, che pone finalmente ordine a livello nazionale nella struttura commerciale in termini organizzavi e amministrativi, noi arriviamo con ben otto anni di ritardo, nel momento in cui probabilmente, da circa un biennio, si discute del fatto che sarebbe opportuno aggiornare la legge Bersani. E' per questo che la legge che noi esamineremo oggi non ha modo (e probabilmente sarà fatto e mi auguro e auspico che venga fatto) di recepire tutte le normative o meglio, disciplinare amministrativamente tutte le nuove forme e tipologie commerciali che si sono affacciate negli ultimi anni sullo scenario italiano e quindi anche su quello sardo.
Per esempio, nel disegno di legge che stiamo andando a esaminare non si fa cenno (e non abbiamo modo tra l'altro di provvedere in mancanza di una normativa regionale e nazionale specifica di riferimento) ad una regolamentazione attenta e analitica, non generale così come esiste a livello comunitario e anche nazionale, del commercio elettronico che ormai è entrato in tutte le nostre famiglie e che pian pianino rosicchia quelle percentuali di mercato a danno del commercio tradizionale, e con questo termine intendiamo tutte le forme commerciali conosciute e regolamentate.
Io credo che comunque questa legge dia una risposta finalmente alle esigenze di regolamentazione del settore commerciale. Sicuramente non è in grado di intervenire su quelli che sono gli atavici problemi del mondo commerciale. Agisce come il figliol prodigo, o meglio come il figlio uscito male dal mondo produttivo, così come da molti è rappresentato, perché il commercio, nella storia soprattutto della nostra regione, è sempre stato quel settore di ripiego, visto come ripiego dalla famiglia che investiva qualche denaro sul figlio che non aveva studiato, sul figlio che non aveva avuto opportunità nella Pubblica amministrazione. Era un ripiego occupazionale, tant'è che ancora oggi si dice, per esempio, erroneamente a mio avviso, quando si parla di esodo incentivato anche nell'industria: "Ma sa, così si apre un negozio con quei denari".
Gravissimo errore, perché si continua a pensare che il commercio possa oggi essere esercitato da tutti e indistintamente, e anche su questo non diamo con questa legge delle risposte concrete, formative, nel senso che lo stesso commercio ha necessità di crescere e di mettersi al passo coi tempi. Io credo che tra i tanti aspetti positivi ed altri negativi (perché quando si esagera si hanno sempre più aspetti negativi che positivi) ci sia stato un grande sviluppo commerciale nella nostra regione, anche grazie ai centri commerciali che hanno contribuito, in qualche modo, a far emergere un lavoro sommerso, perché probabilmente hanno inserito in maniera anche esagerata, l'utilizzo del tempo determinato, spingendo però, in qualche modo, il nostro settore commerciale, gli imprenditori commerciali, ad accelerare nel rincorrere e nel recuperare il tempo perso nella organizzazione commerciale in generale.
Per altri aspetti, come avviene in particolar modo nelle province di Cagliari e di Sassari, oltre che ad Olbia, c'è stato sicuramente un abuso di questa forma di organizzazione commerciale. L'abuso è derivato soprattutto dal fatto che la gran parte (pochi esempi in Sardegna ci sono di questo tipo) dei centri commerciali viene gestita da catene multinazionali che, tra l'altro, lasciano ben poco nella nostra Isola, spremono il limone e anche a livello occupazionale non sempre favoriscono la crescita delle risorse umane locali.
Con questo disegno di legge si dà parzialmente risposta a queste problematiche. Credo tuttavia che, per l'esame che ne è stato fatto in Commissione, sia una legge attesa, sia una legge che, sufficientemente, recupera il tempo perso e che per alcuni aspetti (anche a seguito degli emendamenti che noi ed i colleghi abbiamo presentato) sia opportuno correggere in vari punti per renderla ancora più attuale e soprattutto più elastica nell'applicazione.
Abbiamo dimenticato forse un aspetto che è molto importante per la Sardegna e che probabilmente, se non riusciremo a regolamentare nei tempi richiesti per l'approvazione di questo disegno di legge, sarà opportuno rivedere e aggiornare nei prossimi mesi. Non abbiamo regolamentato, per esempio, le vendite stagionali, cioè più che vendite, l'apertura dei negozi, di esercizi commerciali stagionali, che sono un problema serio in alcune parti, soprattutto nelle località costiere della nostra Isola, che mettono decisamente in crisi quegli operatori locali che tutto l'anno tengono aperto il loro esercizio, fornendo così un servizio, perché il commercio, come altri settori, è un servizio alla comunità. Diversamente da quanto fanno altri operatori, che aprono soltanto nei mesi di maggiore afflusso turistico e poi chiudono alla fine della stagione turistica i loro esercizi.
Così come un altro aspetto sul quale dovremo concentrare la nostra attenzione è la logistica, l'organizzazione logistica del commercio, intesa come distribuzione. La nostra Isola è difficilmente paragonabile ad altre realtà italiane: è sicuramente un'isola e una regione in cui il commercio costituisce una voce importante del prodotto interno lordo, così come a livello occupazionale è decisamente uno dei settori più importanti, tant' è che negli ultimi tempi, pur registrandosi una riduzione degli esercizi, c'è stato un aumento occupazionale.
Questo è un segnale importante, primo perché indica la volontà di concentrazione, e questo è derivato appunto dalla necessità di organizzare meglio la logistica e la distribuzione, di ottimizzare i costi. Il secondo aspetto, invece, è una carenza che ormai si registra da decenni, cioè la continuità territoriale merci, che è direttamente collegata alla capacità di acquisizione dei costi sull'acquisizione delle merci, che poi il commerciante normalmente pone nel suo esercizio per rivendere. Siamo in una regione che ha gravi carenze nel sistema ferroviario, alcune parti delle nostra Isola non sono raggiunte dalla rete ferroviaria, così come la struttura per i collegamenti interni sul gommato, sulle strade non favorisce sicuramente un'ottimizzazione dei costi dati i carichi che i commercianti devono operare per la distribuzione.
Stiamo andando incontro ad una rivisitazione del settore; agevoliamo in qualche modo i centri urbani, la riqualificazione dei centri urbani, anche attraverso alcuni incentivi che concediamo per i cosiddetti centri commerciali naturali. Io su questo punto ritengo se un commerciante non opera nel centro commerciale naturale ma nel centro urbano, non deve essere escluso da queste agevolazioni. Credo che anche questo tema probabilmente merita un maggior approfondimento.
Abbiamo inoltre sottovualutato l'incentivazione della distribuzione organizzata, operando tuttavia una netta separazione tra grande distribuzione e distribuzione organizzata. In Sardegna non esiste, e credo di non sbagliare, nessuna forma di distribuzione organizzata se non nei territori dove sorge un centro di distribuzione comunque affiliato, in ogni caso per i suoi acquisti, a una rete nazionale. Ritengo che la Sardegna sia l'unico caso in Italia o tra i pochi casi in Italia in cui non vi è una distribuzione organizzata a livello regionale. Reputo pertanto appropriato incentivare i consorzi di acquisti, favorire il consorzio tra imprenditori commerciali con un intervento regionale che possa consentire, almeno in fase di organizzazione di acquisto delle merci e di distribuzione delle stesse, una sorta di cooperativismo tendente ad una maggiore razionalizzazione dei costi, stante, appunto, la mancanza infrastrutturale dei collegamenti interni e gli alti costi di acquisto delle merci, legati ai trasporti, e qui mi riallaccio alla continuità territoriale.
Detto questo, penso e presumo che il Consiglio voglia e possa intervenire su questi argomenti. Il progetto di legge rincia a successivi atti normativi, per cui noi attendiamo, ovviamente, di poterne discutere anche in Commissione. Ecco perché alcuni articoli e commi sono emendati, ragion per cui si richiede che quanto proposto dalla Giunta venga esaminato anche nella Commissione consiliare competente, come per esempio l'articolo 15 e l'articolo 36; aspetti che valuteremo nell'esame degli emendamenti.
Per quel che riguarda il piano regionale per le grandi strutture di vendita, anche su questo tema, si rimanda al prossimo piano che verrà presentato dalla Giunta; aspettiamo purtroppo di conoscere quale sarà la programmazione commerciale per il settore proposta dalla Giunta regionale. Al momento vi sono pochi elementi conoscitivi, nel senso che, pur vista la grande incidenza dei centri commerciali nella nostra Regione in termini percentuali, cosa estremamente discutibile, lo stesso dato che poc'anzi ha illustrato il collega, riferito dalla Confesercenti, è molto discutibile, e cioè quello della percentuale dei metri quadri della grande distribuzione nella nostra Isola. E' un dato slegato dall'analisi della densità e della distribuzione della popolazione nella nostra Isola, non dà sicuramente risposta al perché ciò sia avvenuto e ci sia questa alta concentrazione di centri commerciali per metro quadro.
Se infatti rapportiamo questo dato alla rilevazione di circa 87 metri quadri per mille abitanti nel nordest e nel nord in generale della nostra nazione, si evince che ciò è legato alla densità e alla concentrazione di abitanti nel territorio. Premetto che esprimo tale considerazione non per favorire i grandi centri commerciali, ai quali si pensa quando si nomina un centro commerciale. Sono invece estremamente favorevole ai piccoli centri commerciali, che vengono costituiti e gestiti da operatori commerciali locali, che insieme realizzano una struttura commerciale che offre maggiori servizi al territorio ed ai piccoli centri, ottimizzando quindi i costi di gestione. Sono pertanto totalmente contrario alla grande distribuzione, intesa in termini di ulteriori ingressi già eccessivi nella nostra Isola; ritengo tuttavia che anche su questo argomento il progetto di legge non intervenga.
Positivo è peraltro intervenire sul concetto di centri commerciali naturali. Sicuramente è da sviluppare questo concetto, è da valutare meglio quali siano le attività promozionali, anche per non creare distinguo che possano essere estremamente negativi, in quanto non sempre è possibile fare parte di un centro commerciale naturale, non sempre è legittimo agevolare chi è al centro della città, rispetto a chi in periferia esercita lo stesso tipo di attività commerciale.
Ben vengano quindi quelle azioni di risanamento urbano, di miglioramento del servizio e quant'altro. A poco servono le attività promozionali che consentono un richiamo culturale nei centri commerciali comunali naturali, quando in loro prossimità il cittadino non si può godere dei vari servizi, per esempio dei parcheggi. Ragion per cui il cittadino sfugge, va via in quanto il ritmo e il tipo di vita odierni non gli consentono di frequente una passeggiata per gli acquisti, essendo invece alla ricerca di servizi. Tant'è che i dati Nilsen nazionali, gli unici fruibili per il commercio che siano di alta affidabilità, indicano che il consumatore medio, anche sardo, ricerca continuamente le offerte e i servizi, intese come offerte promozionali.
Allora anche, sotto questo punto di vista, con questo provvedimento non interveniamo, mentre, a mio avviso, sono questi gli elementi principali che interessano il settore commerciale. Non è detto che questo aspetto non sia importante, è invece importantissimo, è prevista comunque una regolamentazione. Tuttavia, per intervenire seriamente nel settore commerciale, la presenza istituzionale deve essere molto più specifica, soprattutto in termini di contributo, non inteso sempre in termini finanziari, alla organizzazione commerciale, per sanare le negatività e i deficit presenti nel territorio, e al fine di sviluppare l'impresa commerciale locale.
Un altro dubbio sul progetto di legge ritengo possa rilevarsi nei contributi ai comuni che modificano sostanzialmente, non nel merito ma amministrativamente, la percentuale POR. Esprimo sulla norma dubbi di legittimità. Auspico che durante il corso della discussione possa essere chiarito anche questo aspetto. Se non sbaglio è l'articolo 38, che concerne i contributi ai comuni.
L'altro aspetto è l'intervento necessario, a sanatoria della legge 2 e della legge 9. Come detto da qualche collega che mi ha preceduto, stiamo intervenendo amministrativamente sull'organizzazione del commercio, ma non abbiamo ancora in programma nessun tipo di intervento sul settore, che sicuramente non possiamo definire settore assistito. E' forse il commercio l'unico settore non assistito di tutta la legislazione regionale, in quanto non gode e non ha mai goduto di nessun tipo di intervento regionale. Negli anni passati la legge nazionale 517 prevedeva interventi diretti in aiuto del settore. Di tali interventi in questo progetto di legge non vi è alcun cenno, mentre probabilmente un riferimento al riguardo sarebbe stato opportuno. Così come qualche elemento conoscitivo, in fase di discussione, sarebbe utile avere da parte della Giunta sull'associazione nei consorzi fidi e sulla legge 2, che ancora, mi risulta, non abbia provveduto a sanare le annualità arretrate. Sulla legge 9, attendiamo risposte, che attendiamo dalla passata legislatura, e che ancora attendiamo in questa legislatura.
I commercianti hanno soltanto un difetto: quello di attendere silenti le indicazioni e le azioni che la politica vorrà dare in risposta al loro lavoroo.
PRESIDENTE. Grazie onorevole Capelli.
E' iscritto a parlare il consigliere Sabatini. Ne ha facoltà.
SABATINI (La Margherita-D.L.). Signor Presidente. Voglio ribadire anch'io che ci troviamo di fronte all'ennesimo esempio di recepimento tardivo della normativa nazionale,. Siamo infatti l'ultima regione a normare il settore commercio dopo il decreto legislativo 114 del '98, che ha imposto, dopo quasi trenta anni, un cambiamento radicale di questo settore. Voglio anche ricordare che l'obiettivo fondante del decreto legislativo 114 è stato quello di favorire lo sviluppo e la liberalizzazione, attraverso il riconoscimento del pluralismo distributivo, intendendo lo sviluppo in relazione a tutte le tre tipologie distributive, in particolar modo in difesa delle forme più deboli di questo settore.
L'altro aspetto riguarda il decentramento amministrativo, accompagnato da uno snellimento delle procedure. Sono state poi abolite le 14 tabelle merceologiche, che vengono ridotte a soli due grandi settori: alimentare e non alimentare. Ma la ragione fondante del decreto legislativo 114 sta nell'aver liberalizzato tutto il settore. La Regione Sardegna, ad onor del vero, attraverso una serie di deliberazioni della Giunta regionale e di provvedimenti assessoriali, aveva in parte già recepito gli aspetti più importanti della riforma Bersani. Mancava invece, e questa è l'occasione, una legge organica di settore, dal che è sorta l'esigenza e l'urgenza di approvare il progetto di legge che oggi è sottoposto all'Aula. E' una risposta importante e urgente, vivamente attesa dal settore commerciale.
D'altronde il commercio rappresenta per la nostra regione un settore importante, in espansione: 40 mila circa sono le imprese che operano nel commercio, con un saldo positivo che nel 2003 è stato di 381 unità, mentre 543 mila sono le persone occupate, tra imprenditori e lavoratori dipendenti. Sono dati importanti della nostra economia, e va segnalato un trend positivo: il dato ci è fornito dall'osservatorio nazionale del commercio, con 6 mila nuovi esercizi commerciali dal 2000 ad oggi.
La Commissione ha lavorato in questi mesi alla elaborazione di un provvedimento legislativo che non costituisse il semplice recepimento della riforma Bersani, ma tenesse conto della realtà sarda, con l'intenzione di incidere positivamente, da un lato nel rilancio del comparto, dall'altro nel rafforzamento dei servizi al cittadino.
La Commissione ha compiuto un'istruttoria, ha discusso, ha confrontato diversi testi a disposizione, ha ascoltato tutte le associazioni di categoria, i rappresentanti dei consumatori, i sindacati. Partendo da un testo base, che era quello della Giunta, la Commissione ha emendato il testo migliorandolo, anche il concerto delle associazioni di categoria, tenuto conto anche delle diverse realtà e delle diverse aree della Sardegna. E' chiaro che le esigenze di una Provincia come Cagliari, di una città come Cagliari, sono diverse dalle esigenze dei paesi dell'interno.
Io credo che tutti i componenti della Commissione si siano resi conto, lavorando al progetto di legge, della complessità di questo settore, e visto il ritardo con cui se ne discuteva, le difficoltà sono aumentate, stanti i cambiamenti che avvengono di frequente nel settore in argomento.
Il dibattito all'interno della Commissione si è incentrato in modo particolare sulla difesa delle piccole comunità, numerose nella nostra regione, dando un indirizzo preciso su questo punto, in quanto costituiscono la necessaria frammentazione della catena commerciale.
Vi è stata inoltre in questo ultimo decennio una crescita esponenziale della media e della grande distribuzione di cui abbiamo tenuto conto, poiché ha rappresentato e rappresenta una forte concorrenza per gli esercizi di vicinato; da qui l'esigenza di rafforzare, di aiutare. Già nei principi e nella finalità del progetto di legge si evidenzia che il provvedimento tiene conto di quanto detto, ponendosi come obiettivo la costruzione di una rete commerciale che trovi un giusto equilibrio tra le diverse forme distributive.
Il provvedimento è in perfetta linea con il principio ormai assodato del decentramento delle funzioni, delle autonomie locali, lasciando alla regione funzioni di programmazione e di indirizzo. La parte centrale del progetto di legge, lo voglio ricordare, è principalmente intesa a recepire i princìpi sanciti dalla legge nazionale e a liberalizzare questo settore, a semplificare sia l'organizzazione che le procedure amministrative di autorizzazione. Il titolo quarto rappresenta la parte più originale del progetto di legge, ove sono previste infatti una serie di norme che guardano con particolare attenzione ai piccoli centri, così numerosi nella nostra realtà regionale, e alle piccole attività commerciali, al fine di rivitalizzare i centri urbani, promuovere la qualificazione dell'offerta.
Vengono riconosciuti i centri commerciali naturali e le spontanee associazioni di piccoli esercenti dislocati nei centri storici, per i quali sono previsti finanziamenti fino al 70 per cento. Questo incentivo veniva prima posto in dubbio dall'onorevole Capelli, ma credo che sul punto presenteremo un emendamento chiarificatore che subordini l'incentivo alla conseguente modifica del complemento di programmazione. L'articolo 33 prevede poi la possibilità, per i comuni con popolazione non superiore ai tremila abitanti, di istituire attraverso, un accordo pubblico o privato, dei centri polifunzionali, dove possono essere dislocate diverse attività.
Va ricordato che la legge riconosce per le imprese artigiane un diritto di priorità nelle agevolazioni previste dalle leggi regionali di settore, qiampra decidano di situarsi in un centro commerciale naturale. E' evidente la volontà della Commissione di promuovere, attraverso l'associazionismo (e questo mi pare un altro carattere importante) l'accordo tra pubblico e privato, la rivitalizzazione dei centri storici e la costruzione di una rete commerciale moderna ed efficiente che tenga conto anche della pianificazione urbanistica, ponendo in essere la collaborazione degli enti locali con i privati. Va inoltre ricordato l'obbligo previsto per l'Assessorato competente della stesura annuale di un rapporto sul commercio, finalizzato all'analisi dell'andamento dei prezzi e dei consumi, e sull'entità ed efficacia delle reti distributive.
Certo, sono convinto anche io che questo progetto di legge non sia esaustivo di un sistema così complesso, ma ho avuto modo in queste settimane di visionare la legislazione delle altre regioni. Ho notato che, pur arrivando molto prima di noi al recepimento del decreto Bersani, le regioni hanno provveduto quasi annualmente ad aggiornare la propria normativa di settore. Quindi noi non concepire una legge esaustiva di tutto, che comprenda tutto, ma una legge che possa essere nel tempo adeguata, tenendo conto dell'evoluzione del comparto, di come si modernizza, delle nuove esigenze che il mercato richiede, per poi tornare, laddove non si è trovato un accordo con le associazioni che rappresentano questo settore, su quelle parti della legge da rivedere e correggere.
Spetterà poi agli organismi locali della pubblica amministrazione il compito di realizzare una politica di sviluppo del commercio locale, coerente con l'evoluzione della domanda e del servizio e più in generale con gli obiettivi di sviluppo del territorio, tenuto conto degli indirizzi che l'Assessorato regionale competente deve perseguire ed attuare.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Artizzu. Ne ha facoltà.
ARTIZZU (A.N.). Signora Presidente. Il provvedimento che stiamo discutendo in questi giorni è un provvedimento di legge atteso, che contiene alcuni elementi oggettivamente positivi, ma anche, a nostro avviso, alcune significative lacune. Per questo motivo credo che il Gruppo di Alleanza Nazionale, come già anticipato dal collega Mario Diana, coerentemente vada verso un voto di astensione. E' sicuramente una legge, l'unificazione di due provvedimenti dai quali scaturisce, che non dà risposte adeguate ed organiche all'attesa che il settore commerciale manifesta da tanti anni; è un provvedimento che era necessario attuare già da molti anni. E' dai primi anni novanta che il commercio isolano si trova in una condizione di crisi, aggravatasi sempre di più negli anni a causa della mancanza di strumenti e di azioni dirette a risolvere i problemi più urgenti.
L'esagerata espansione degli ipermercati, accompagnata dalla caduta dei consumi e dalla crisi economica generale, ha continuato a essere una delle cause principali della difficoltà in cui versa il settore commerciale sardo; e qui mi preme sottolineare la posizione di Alleanza Nazionale, che si differenzia da alcune altre, rispetto alla presenza e al problema della grande distribuzione commerciale.
Alleanza Nazionale è contraria all'ulteriore espansione e all'ulteriore presenza di grandi centri commerciali. Il partito, nel quale mi onoro di militare, ha più volte affermato il suo orientamento, anche a livello nazionale, ma soprattutto a livello locale, e cioè laddove vengono concesse le licenze commerciali. Consideriamo infatti la grande distribuzione commerciale un fattore preoccupante, un fattore che, se può agevolare per un verso la creazione di qualche nuovo posto di lavoro, penalizza fortemente le aspettative delle piccole, piccolissime imprese, che sono la ossatura fondamentale del comparto commerciale.
Quindi noi non troviamo in questo provvedimento di legge una risposta adeguata a questo problema, non vediamo fissati parametri rigidi, rigorosi e certi, affinché in Sardegna vengano limitate al massimo nuove presenze di grande distribuzione commerciale.
La mancanza di politiche regionali adeguate a sostenere la riqualificazione e il rilancio della micro e piccola impresa, ha innescato un processo inarrestabile di indebolimento dell'intero settore distributivo.
Le politiche commerciali dei primi anni novanta, nettamente orientate a sostenere l'insediamento delle grandi strutture di vendita come processo di ammodernamento del commercio, hanno per contro determinato un processo di crisi del comparto e di degrado economico e sociale dei paesi e delle città sarde.
La micro e piccola impresa rappresenta circa il 93 per cento del sistema distributivo commerciale sardo, ma realizza poco più del 30 per cento del fatturato complessivo, a fronte del 70 per cento del fatturato realizzato dalla grande distribuzione, che si accaparra il grosso del mercato isolano, pur rappresentando solo il 7 per cento delle imprese. Lo squilibrio c'è, è evidente, i dati lo confermano e questa legge, a nostro avviso, non corregge questa situazione, ma soprattutto non dà un'indicazione su come affrontarla. Manca in questa legge una proposta, manca una vera politica commerciale, manca un concetto, un pensiero, un'indicazione su come dovrebbe svilupparsi questo comparto importante per la Sardegna.
Aggravano la situazione economica le condizioni di arretratezza del sistema infrastrutturale sardo. La mancata estensione della continuità territoriale al trasporto merci e l'inadeguato decollo del sistema turistico, in parte hanno favorito lo sviluppo economico di altri settori. Tuttavia oggi anche la politica fiscale della Regione, con l'imposizione di nuove tasse e di nuove imposte regionali che vanno a gravare sul settore turistico (che è parte integrante e strettamente collegato col settore commerciale) riteniamo che possa creare nuovi motivi di preoccupazione e di crisi. Inoltre le politiche del credito e le leggi di incentivazione ai vari comparti sono insufficienti, deboli e spesso inesistenti; mancano insomma adeguate politiche di programmazione e di sviluppo.
L'inefficienza del governo regionale ha determinato ritardi nello sviluppo economico e nell'utilizzo delle risorse pubbliche. Lo scarso utilizzo dei fondi POR e le ristrettezze finanziarie del bilancio rappresentano emergenze che scaturiscono proprio dalle carenze della politica regionale e dalle conseguenti scarse azioni e di riforma della Regione sarda.
Il calo dei consumi è già in atto da alcuni anni e non si intravedono miglioramenti, stante la situazione di sfiducia generale diffusa tra i consumatori. D'altronde, se non si metteranno in campo valide azioni per lo sviluppo dell'economia e misure adeguate a creare nuova occupazione, è difficile ipotizzare miglioramenti nei redditi e capacità di spendita delle famiglie.
Sarebbe auspicabile una evoluzione più dinamica dei redditi familiari e un allentamento della pressione fiscale, pur se nella situazione attuale appaiono pressoché irrealizzabili. Il calo dei consumi, i processi di ristrutturazione, gli squilibri creati dalla grande distribuzione, hanno provocato in questi anni un vero e proprio stravolgimento del comparto, causando difficoltà a migliaia di imprese e la chiusura di altrettante. Da questa legge non viene alcuna risposta in questa direzione in quanto non vede nel commercio un motore di sviluppo ed una risorsa similmente ad una frazione della sinistra, che considera il commercio un settore più da tassare e da controllare che non da incentivare ed agevolare.
La grande distribuzione in Sardegna risulta presente in misura elevata, se rapportata sia al contesto demografico, che a quello socio-economico. Nel contesto nazionale, cui faceva riferimento anche il collega Capelli, il rapporto fra popolazione e superficie di vendita di ipermercati e supermercati, ogni mille abitanti, evidenzia una media pari a 130,4 metri quadri dell'Italia centrale, di molto superiore a quella del nord Italia che è di 87,4 metri quadrati ogni mille abitanti.
La Sardegna è allineata alla media dell'Italia centrale, anzi la supera arrivando ad una media di 130,9 metri quadrati per mille abitanti. La presenza più elevata di supermercati e ipermercati è localizzata nella provincia di Cagliari, poi in quelle di Sassari ed Olbia, mentre i valori più bassi si registrano a Nuoro ed Oristano. Vi è inoltre il problema delle leggi di finanziamento, che riguarda direttamente anche il settore commerciale. Giacciono presso l'Amministrazione regionale migliaia di domande, in attesa che vengano svolte le gare d'appalto per l'affidamento alle banche della loro istruttoria delle domande. I ritardi sono inaccettabili per i tempi lunghissimi che determinano, a pronte dell'urgenza di provvedere che richiederebbe la crisi in atto nel settore commerciale. Tuttavia nemmeno in questo versante, e cioè nel rapporto tra la micro e piccola impresa commerciale familiare e gli istituti di credito, nel progetto di legge si vedono risposte, prospettive e indicazioni adeguate.
Nel progetto di legge sono contenute norme per i pubblici esercizi e norme generali per il settore commerciale, sia per le aree private che per l'ambulantato. Mancano per altro norme per i distributori di carburante e per altri settori, ma manca soprattutto una politica commerciale organica e complessiva. La provvisorietà e la forma di questo provvedimento rendono precarie e deboli l'efficacia e la prospettiva della normativa. Il decreto legislativo 112/98 modificato poi nel '99 recante norme per il conferimento di funzioni e compiti amministrativi dallo Stato alle Regioni e agli enti locali, ha trasferito da oltre sette anni alla Regione Sardegna le competenze in materia di agevolazioni alle imprese. Insieme alle competenze sono stati trasferiti i fondi statali che riguardano leggi come la numero 341 (sostegni ad interventi di modernizzazione attuati da parte di imprese operanti nel settore del commercio nelle aree depresse), la legge numero 41 (interventi a favore di centri commerciali e mercati alimentari), la legge numero 887 (agevolazione finanziaria a sostegno dei confidi del commercio, turismo e servizi), la legge numero 449 (credito di imposta a favore delle imprese del commercio del turismo e dei servizi), la legge numero 317 (interventi per l'innovazione e lo sviluppo delle piccole e medie imprese). I fondi sono quindi finiti nel fondo unico regionale e nessuna normativa è stata predisposta per sostituire regionalmente le agevolazioni e gli interventi statali.
Nello scenario generale il sistema del credito rappresenta un elemento di forte debolezza per il sostegno e lo sviluppo della piccola e media impresa commerciale. Il sistema bancario continua ad essere poco permeabile per favorire l'accesso al credito delle aziende, mentre l'idea di impresa e la capacità innovativa dell'imprenditore vengono ancora considerate marginali rispetto alle valutazioni per gli investimenti; non esiste poi un osservatorio sul commercio.
Diventa pertanto difficile capire le dinamiche dell'economia senza strumenti in grado di monitorarne costantemente l'andamento e verificare l'efficacia degli incentivi delle leggi di settore e la loro ripercussione sull'economia e sul lavoro. I centri di assistenza tecnica sono privi degli strumenti per renderli effettivamente operativi, mentre sono presenti ed operanti in quasi tutte le regioni d'Italia. Essi sono lo strumento strategico previsto dalla riforma del commercio per svolgere attività di assistenza tecnica a favore delle imprese, in quanto i loro compiti possono essere ricondotti alla formazione e all'aggiornamento in materia di innovazione tecnologica ed organizzativa, di gestione economica e finanziaria di impresa e tutela dei consumatori. Le stesse amministrazioni pubbliche possono avvalersi dei centri medesimi per facilitare il rapporto tra pubblico e privato. Sarebbero inoltre uno strumento importante per progettare e sviluppare le politiche di rilancio e di riqualificazione dei centri urbani, con riferimento ai centri commerciali naturali. Non sono tuttavia previste forme di finanziamento per il loro funzionamento, che, ripeto, in molte regioni d'Italia è già attuato da diversi anni.
Il Governo regionale deve affrontare in modo organico ed efficace le problematiche del commercio, che per alcuni aspetti sono delle vere e proprie emergenze. Come giustamente diceva il mio collega di partito, più che un provvedimento legislativo (che quindi dovrebbe dettare norme e prospettive anche ad ampio respiro) stiamo esaminando un regolamento, o forse è meglio dire una somma e un accorpamento di regolamenti. Tutto questo lo consideriamo - ripeto - per certi versi condivisibile dal punto di vista tecnico, per alcuni provvedimenti ivi contenuti che sono attesi e che sicuramente sono positivi. Lo consideriamo tuttavia insufficiente dal punto di vista legislativo perché mancano le proposte fondamentali, manca, a nostro avviso, l'elaborazione di una linea guida di politica commerciale in Sardegna, non si capisce e non si evince da questo provvedimento quali idee abbia la Regione sulla politica commerciale. In particolare quale tipo di investimento voglia privilegiare, come voglia agevolare le imprese sarde affinché possano avere un accesso al credito accettabile, stante che il sistema attuale si rivela assolutamente carente ed insufficiente. Non comprendiamo altresì quali siano i settori del commercio che la Regione sarda individui come motori di sviluppo da incrementare ed incentivare.
Credo e crediamo che il settore commerciale sardo, che attende da tanti anni una legge organica, di settore che tracci valide linee di sviluppo per il futuro, sia tuttora sostanzialmente deluso nelle sue aspettative.Grazie.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Silvio Cherchi. Ne ha facoltà.
CHERCHI SILVIO (D.S.). Signor Presidente. Indubbiamente il progetto di legge di cui ci occupiamo stamattina ha molti limiti. Uno di questi si sarebbe sicuramente potuto superare in Commissione, visto che in Commissione abbiamo operosamente lavorato insieme alla minoranza. Naturalmente abbiamo lavorato anche alla luce dei contributi che sono arrivati, mentre è difficile tenere conto di valutazioni che ci sono pervenute.
Altri limiti potranno essere superati con la discussione in Aula e con l'esame degli emendamenti. Credo che il vero limite di questo provvedimento sia un altro, e cioè che arriva tardi! Arriva tardi di ben otto anni. Interveniamo dopo otto anni quando molte cose sono state fatte e molte altre si sono realizzat. L'economia e le imprese seguono il loro corso e procedono, mentre tutto il resto è irrilevante. Ed è stato un colpevole ritardo, non solo perché la Bersani, diceva qualcuno, è stata la prima vera legge federalista, ma anche perché, onorevole Artizzu, la nemica dei commercianti, la legge di liberalizzazione, forse la prima legge di liberalizzazione, l'ha varata la sinistra, ed è il centrodestra sardo che non l'ha attuata; questo al di là delle polemiche, giusto per constatare i fatti. Ma soprattutto il colpevole ritardo è dovuto ad un altro motivo: in questi anni abbiamo vissuto una trasformazione del settore che avrebbe avuto bisogno di una cornice legislativa che la accompagnasse.
Questa trasformazione noi l'abbiamo vissuta da consumatori, da utenti. A partire dagli anni '90 abbiamo assistito a profondi cambiamenti nelle formule distributive. Siamo passati improvvisamente dal negozio che frequentavamo a una varietà di offerte: ipermercati, supermercati, cash and carry, centri commerciali, outlet, e così via. Vi sono stati profondi cambiamenti nel livello della concorrenza, nei servizi offerti, nella localizzazione, nell'assortimento, nel mix qualità-prezzo, nei discount.
Una vera e propria rivoluzione che ha inciso su molti aspetti della vita, del sociale, dell'economico, dell'ambiente, degli assetti urbanistici. Questi processi di trasformazione, che hanno visto naturalmente come protagonista innanzitutto la grande distribuzione organizzata, hanno coinvolto anche il mercato sardo, dove, proprio perché al di fuori di un quadro di regole e di chiarezza, hanno creato forti distorsioni e squilibri. Si sono cioè verificati al di fuori di ogni idea di programmazione e senza alcuna verifica del loro impatto ambientale e territoriale. Concentrazione delle grandi strutture di vendita in due parti della Sardegna, con sostanziale esclusione del resto del territorio, numero (lo so che i dati spesso sono mutevoli, ma più o meno credo che l'ordine di grandezza sia quello) di metri quadrati per abitante, che o è superiore alla media nazionale o ci si avvicina molto, un'altissima mortalità di imprese in Sardegna, paradossalmente (tornerò su questo, perché riprende anche alcuni ragionamenti dell'onorevole Capelli) compensata da un'altrettanto notevolissima natalità. Sono queste alcune delle caratteristiche che colpiscono particolarmente nell'osservare il settore dell'Isola.
Sulla prima questione, che ci riporta anche alle discussioni di queste settimane, rileviamo che nell'area di Cagliari e negli agglomerati urbani di Sassari, Olbia e Tempio, vi è una concentrazione di centri commerciali o parchi commerciali (termini che si sogliono usare) tale da farci raggiungere i livelli delle parti più ricche del Paese. Possiamo sicuramente parlare di saturazione, con il conseguente rischio di operazioni squisitamente immobiliari, che per la loro capacità di attrazione, in quanto poli aggreganti, sono in grado di esercitare un fascino pericoloso anche per i piccoli operatori.
Per queste aree vi è una saturazione, mentre si pone il problema del riequilibrio per il resto dell'Isola, nel rispetto di quella esigenza di trasparenza, di concorrenza, di libertà di impresa e di tutela del consumatore, principi ai quali si ispira il progetto di legge. Questo lo dico anche a titolo personale; io non credo che si tratti di demonizzare la grande distribuzione organizzata o di combatterla con divieti di tipo ideologico, cui periodicamente qualcuno o parte dell'opinione pubblica si ispira.
Credo che dietro si nasconda anche un po' di demagogia: la grande distribuzione organizzata, da non confondere con i grandi centri commerciali, costituisce anche, e ha costituito, un elemento dinamico, di innovazione, anche per le aziende tradizionali.
Il franchising, l'affiliazione, ed altre forme di organizzazione hanno consentito a piccole e medie aziende di restare sul mercato. Quindi non una guerra di tipo ideologico, ma fare quello che non è stato fatto nel passato: governare la crescita; contrattare la valorizzazione dei prodotti sardi; verificare rigorosamente l'impatto sull'ambiente, iniziando dai cambiamenti straordinari che si determinano sui flussi di traffico e sugli assetti urbanistici; garantire la concorrenza. E questi elementi sono presenti... dò un'informazione: una prima ipotesi di piano per le grandi strutture di vendita è già all'attenzione della Commissione competente ed è aperta la discussione. Ecco, questi aspetti voluto sottolineare, perché non condivido l'orientamento diffuso che, col blocco della grande distribuzione, si andrebbe automaticamente alla rinascita del commercio tradizionale.
I dati sul commercio in Sardegna sono importanti: abbiamo circa 40 mila aziende, con 95 mila addetti, che fanno del commercio il settore più importante, ossia il 18-19 per cento dell'economia sarda. Ma in questi numeri c'è la forza e la debolezza del settore, che attraversa oggi una grandissimi crisi attribuibile essenzialmente ad alcuni fattori.
Il primo è il calo dei consumi, che non è attribuibile alla sfiducia dei consumatori, ma alla diminuzione delle loro risorse, calo che l'Associazione dei consumatori, nella sacrosanta polemica con i dati Istat, non limita ad uno 0,9 per cento ma valuta a 4-5 punti percentuali e, in alcune tipologie merceologiche, anche a numeri superiori.
Il secondo (perché credo che, come si dice, "il medico pietoso ammazza il paziente") è l'arretratezza di quel 65 per cento, tra fatturato e numeri, del comparto, identificabile per lo più nel commercio tradizionale, causa principale di perdita di competitività rispetto alla grande distribuzione.
Il terzo, e concordo con chi l'ha detto, è una legislazione di sostegno che è stata negli anni inesistente o inadeguata e che per di più stenta e ha stentato a decollare. La crisi che attraversa il commercio va di pari passo col degrado urbano, non solo fisico, in particolare con il degrado della qualità della vita, che si manifesta nei grandi centri con un impoverimento sociale, nei piccoli centri come concausa dello spopolamento.
Sono d'accordo sul fatto che la politica ha un debito nei confronti del commercio, anche per un giudizio che è stato spesso dato sul comparto, e che ha coinvolto tutti: un settore cioè legato più al divario dei prezzi tra produttore e consumatore, piuttosto che considerato fattore dinamico dello sviluppo. Questo debito lo dobbiamo pagare ponendo in essere politiche che guardino adesso il settore come parte integrante e protagonista di un modello di sviluppo.
Pertanto con forza poniamo il problema della programmazione, della crescita: per un verso, con ipotesi come quella del centro commerciale, per un altro, ed ancora, con i centri polifunzionali. Non modelli contrapposti, quindi, ma modelli che abbiano le stesse opportunità. Io credo - perché poi le scelte politiche derivano da orientamenti politici, da riflessioni culturali, non esistono mai scelte che cadono dal cielo - che sul commercio abbiamo sottovalutato tanti fattori, c'è stato un ritardo di tipo culturale, trascurando e dimenticando ciò che esso ha rappresentato storicamente: l'intelaiatura della organizzazione urbana, un luogo importante di aggregazione sociale, il servizio principale a disposizione della produzione e dei fattori di sviluppo, si chiamino essi agricoltura, turismo o beni culturali... e da qui dobbiamo ripartire.
Il successo stesso dei parchi commerciali deriva da questo, e cioè dall'avere riprodotto un luogo, un contenitore, simile ad un ambiente urbano, dove si fa la spesa, certo, forse si risparmia, ma soprattutto ci si incontra: c'è la piazzetta, il bar, si va insieme al cinema, ci si trascorre, insomma, il tempo libero, e non a caso furono chiamati all'inizio città mercato, città del sole, e termini analoghi.
E' evidente tuttavia che ciò che è stato realizzato dai grandi gruppi, di dimensioni ormai sovranazionali, non può essere realizzato dai singoli imprenditori. Indichiamo, infatti, tre linee di azione (forse non sono sufficienti, altre ce ne vorranno, ma iniziamo), che per avere successo devono procedere simultaneamente: intervento pubblico di riqualificazione urbana; sostegno all'associazionismo, per creare condizioni di competitività negli approvvigionamenti, nel credito, nei servizi ai consumatori. L'onorevole Capelli ha detto una cosa, e cioè: "Perché escludere chi non si associa, chi non si consorzia, chi non partecipa?", io credo che la politica non esclude, dà delle priorità...
(Interruzione)
...ho capito male...allora ho capito male!
Credo si, comunque, corretto stabilire delle priorità, perché i limiti del nostro sistema tradizionale del commercio, sono appunto l'isolamento e la frammentazione.
Terza linea di azione è, naturalmente, il sostegno ai singoli imprenditori che si impegnano in questi progetti. Riteniamo, insomma, che il settore possa uscire dalla crisi non chiudendosi in sé stesso o chiedendo anacronistiche protezioni. Gli imprenditori devono accettare la sfida dell'innovazione e della competitività; queste infatti agiscono come l'acqua: le si blocca da una parte e poi passano dall'altra, e la politica deve creare le condizioni di pari opportunità.
E' importante il ruolo che devono assumere le associazioni dei consumatori, interlocutori fondamentali, e le stesse organizzazioni dei lavoratori, alle quali nella legge viene dato ampio spazio, riproponendo al centro la concertazione. Anche perché spesso vi è la tendenza (e questo va detto a tutti: anche quando facciamo il conto del numero dei posti di lavoro, dobbiamo fare il conto anche dei diritti) a scaricare sui lavoratori le difficoltà, e ciò è sbagliato, non solo perché profondamente ingiusto, ma perché causa prima della dequalificazione professionale del comparto.
Il provvedimento che discutiamo oggi mette ordine, certo indica una prospettiva, ma non è esaustivo. Il comparto necessita di una robusta ristrutturazione, come molti altri comparti che sono attività industriali, come tale va sempre di più considerato. E' chiaro che con questo progetto di legge non siamo in grado di affrontare tali problemi, né una politica di settore da sola è in grado di affrontare e risolvere i problemi del commercio. Io dico una cosa: spesso l'onorevole Maninchedda ci ricorda che noi approviamo delle "leggi delega" e, per così dire, credo che in questa fase politica sia giusto che il Consiglio privilegi gli indirizzi e che quindi spetti alla Giunta la loro attuazione. Credo che si debba però evitare un errore, errore che alcune volte si commette, e cioè che varata la legge, il lavoro del Consiglio si consideri completato, mentre la legge, una legge come questa, è soltanto l'inizio del lavoro. Ritengo pertanto che, su alcune questioni, si debba tornare presto; non tanto sulle questioni che sono già in fase di discussione, come il piano delle grandi vendite, ma soprattutto su alcuni problemi legati alle politiche del credito, alla rivisitazione della legge 9, con l'obiettivo di giungere, in armonia con le amministrazioni comunali e svolgendo un ruolo di stimolo, all'approvazione di progetti che utilizzino i fondi del Quadro comunitario di sostegno, onde inserire pienamente il superamento della crisi del comparto in un quadro di riqualificazione e di rivitalizzazione dei centri urbani, grandi medi e piccoli.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Moro. Ne ha facoltà.
MORO (A.N.). Signora Presidente, colleghi, Assessori. Il dibattito che ha preceduto l'esame di questo progetto di legge, se lo vogliamo chiamare così - ma ormai è quasi opinione comune che sia un progetto di regolamento - di cui comunque non si può e non si vuole sminuire l'importanza, è stato caricato di significati impropri. Non si parte da zero, intanto, perché la legislazione regionale ha da tempo rivolto una forte attenzione ai problemi delle piccole e medie imprese che operano nel settore del commercio e dei servizi, con provvedimenti efficaci e di buona qualità (mi riferisco soprattutto alla legge regionale numero 9 del 2002), che hanno incontrato il favore delle categorie interessate.
Inoltre è davvero troppo riduttivo far passare il provvedimento che stiamo esaminando come una legge contro la grande distribuzione, perché, così concepita, sarebbe del tutto pretestuosa, se non altro perché confonderebbe gli effetti con le cause. I fenomeni che si stanno registrando nella rete distributiva regionale in realtà sono assai simili, se non identici, a quelli del territorio nazionale, forse anche di quello europeo. Siamo di fronte, in altre parole, ad un ciclo economico iniziato alla fine degli anni ottanta, che ha profondamente trasformato il settore commerciale, sulla spinta di grandi processi di aggregazione e di una fortissima competizione sui prezzi. Tutti processi che hanno visto protagonisti i gruppi industriali maggiori, nazionali e esteri, e hanno fortemente ridotto gli spazi di mercato delle piccole e medie imprese del settore, molte delle quali sono state praticamente espulse dal mercato.
Basti pensare, cito un solo esempio per tutti, alla cosiddetta rottamazione delle licenze, disposta a suo tempo dal Governo Prodi, prima della legge Bersani del '98, che ha aperto alla liberalizzazione del settore, sulla base delle direttive della Unione Europea. Aggiungo, senza alcuna volontà di polemica, che questi processi di traumatico cambiamento, culminati con la citata rottamazione, hanno lasciato molti morti sul campo, per i quali i governi regionali allora di sinistra, onorevole Cherchi, non hanno speso grandi parole di solidarietà, al di là di una sterile facciata! Moltissime piccole e piccolissime aziende sono state letteralmente inghiottite nel silenzio generale delle istituzioni; sono state lasciate sole al loro destino, senza ammortizzatori sociali, senza mobilitazioni di massa, senza l'attenzione che molto spesso certe organizzazioni sindacali riservano solo ad alcune realtà. Così come sono state lasciate sole anche le organizzazioni di categoria a lanciare per tempo l'allarme su una situazione con cui adesso siamo quasi costretti a fare i conti. C'è stato, insomma, da parte della classe dirigente sarda, anche un problema di inadeguatezza culturale a comprendere quanto stava avvenendo, un ritardo sul quale nemmeno adesso, per la verità, si è avuto il coraggio di fare un minimo di autocritica.
Il vero problema che ha riguardato anche la Sardegna (ed ecco il motivo del richiamo a non confondere gli effetti con le cause) è stato quello di consentire ai gruppi della grande distribuzione di insediarsi e di espandersi in tempi rapidissimi in assenza di competitori, con responsabilità precise, sotto questo profilo, delle istituzioni regionali e locali.
La Regione di allora - il riferimento è sempre quello degli inizi di questo processo, attorno alla fine degli anni ottanta - non ha percepito l'importanza della trasformazione che stava avvenendo e non si è preoccupata di fornire, sia alle piccole e medie imprese commerciali che ai comuni, indispensabili strumenti di intervento, non tanto per contrastare la grande distribuzione, quanto per poter competere con essa. Parlo dello sviluppo dei centri storici, con incentivi per la riqualificazione urbana; di interventi per il miglioramento dell'accessibilità, come grandi parcheggi interrati; di infrastrutture di servizio ed arredo urbano; di misure per il sostegno e la ristrutturazione produttiva e l'associazionismo tra gli operatori.
La stessa scarsa sensibilità verso questi fenomeni l'hanno mostrata i comuni, che pure hanno avvertito in modo diretto sulle loro comunità la pressione, anche dal punto di vista sociale, di tali incontrollati processi di trasformazione.
La storia non si fa con i sé e con i ma, e tuttavia sono convinto che se le cose di cui parliamo oggi le avessimo dette e fatte allora, visto che in buona parte sono le stesse, non ci troveremmo, in un certo senso, a "cercare di chiudere nel modo migliore la stalla quando i buoi sono scappati".
L'evoluzione delle dinamiche del mercato e delle tendenze dei consumatori, al netto degli elementi legati alle fasi congiunturali economiche, e quelli attuali, non sono affatto migliori. Hanno per fortuna riempito il vuoto istituzionale, sia pure parzialmente, nel senso che, se nel settore alimentare la posizione predominante della grande distribuzione risulta difficilmente contendibile allo stato delle cose, la situazione è completamente diversa per altri settori merceologici; diversa e particolarmente interessante, alla luce delle problematiche di cui ci occupiamo.
Una recente indagine del CENSIS dimostra, infatti, che oltre il 60 per cento dei consumatori si orienta verso i supermercati o gli ipermercati per la spesa alimentare; ma la percentuale si modifica profondamente, arrivando a sfiorare il 50 per cento, nel caso di spese riguardanti altri prodotti: dall'abbigliamento, ai tecnologici, agli elettrodomestici. A questi esercizi commerciali, che sono in larga prevalenza in prossimità e spesso insediati nei centri storici, afferma ancora il CENSIS, il consumatore tende a riconoscere una sorta di plusvalore in termini di servizi personalizzati, di assistenza diretta, di professionalità dei dettaglianti, di fiducia complessiva.
Da questi dati, o meglio dalla individuazione di queste tendenze, credo che si debba partire per una riflessione generale, che permetta al Consiglio regionale di produrre una buona legge per l'oggi, ma soprattutto per il domani. Una legge che, come dicevo in apertura, parta da alcune premesse importanti, come il sostegno alle piccole e medie imprese del settore commerciale e dal riconoscimento del ruolo centrale dei comuni nello sviluppo di questo nuovo processo. Le due cose però vanno di pari passo, debbono andare di pari passo. Sotto questo aspetto invece la proposta della Giunta sembra privilegiare il regime delle due velocità. Il testo appare condivisibile appunto nella parte dedicata agli incentivi per le imprese, ma lo è molto meno, a nostro giudizio, in quella che riguarda i comuni, dove si ferma a metà strada. Più concretamente, è chiaro che da soli, pure essendo importanti, gli incentivi non bastano, perché le imprese possono svilupparsi più rapidamente e meglio se attorno a loro esiste un ambiente favorevole.
Prendiamo ad esempio il caso dei centri storici, sui quali giustamente si focalizza la strategia contenuta nella proposta della Giunta: come potrebbero svilupparsi le imprese incentivate se nel centro storico di una determinata città non ci sono i parcheggi, l'illuminazione pubblica è fatiscente, mancano l'arredo urbano ed il verde; esiste, accanto al degrado di molti edifici, pubblici e non, il problema della sicurezza; la raccolta dei rifiuti funziona male ed esiste (anche perché c'è da considerare questo problema) un consistente sommerso di prodotti contraffatti? Nessun incentivo, per quanto consistente, potrebbe funzionare in questo caso.
Faccio un altro esempio concreto che riguarda il mio comune, quello di Sassari, dove la maggioranza è di sinistra, ed ha recentemente bocciato la proposta che prevedeva l'estensione fino al 15 settembre dell'attività all'aperto degli esercizi pubblici con chioschi, pedane e strutture precarie stradali, il tutto in una città capoluogo di provincia classificata turistica. Nessuno si rende conto che Sassari possa essere considerata una città turistica, sembra una città del centro della Padania. Ma se questi sono gli orientamenti della Pubblica amministrazione quale potrà essere l'impatto positivo degli incentivi regionali per le piccole e medie imprese commerciali nei centri storici e nelle aree urbane? E' possibile concepire una programmazione indirizzata al rilancio della nostra rete commerciale se da questa programmazione restano fuori i comuni, come se il problema non li riguardasse? Quindi va bene la visione di una moderna urbanistica in grado di valorizzare i nuovi insediamenti commerciali e di migliorare l'attività di quelli esistenti, ma a certe condizioni.
Alcune condizioni ai comuni vanno certamente poste con una normativa di cornice e senza ledere la loro autonomia, perché altrimenti la miglior legge regionale rischia di non modificare la realtà sulla quale si vuole intervenire ed è giusto intervenire. In questo quadro la proposta della Giunta presenta gravi lacune e va sicuramente integrata riguardo alle istituzioni locali. E' infatti molto più utile agire sulla normativa regionale di cornice e dare precisi indirizzi di politica urbanistica e commerciale ai comuni, piuttosto che soffermarsi, ad esempio, sulla priorità che viene assegnata all'insediamento di nuove imprese del terziario in aree industriali dismesse.
Chi è stato amministratore locale sa con quali difficoltà tecnico-amministrative si opera nel rapporto con le sovrintendenze (e Sassari è una di quelle città che cade sotto la scure di questi monarchi monocratici), con quali costi e con quali tempi si riesce ad ottenere, quando si riesce, la pur minima trasformabilità di queste aree, di questi siti. Francamente, se questo è per la Giunta uno dei punti forti della sua strategia, non credo che ci siano concrete possibilità di successo, nemmeno nel medio termine.
Veniamo ora ad alcuni aspetti tecnici contenuti nella proposta della Giunta che ci sembrano, oltre che poco chiari, anche piuttosto discutibili. Intanto si rileva una contraddizione nella definizione, che secondo il testo deve essere attribuita al centro commerciale, laddove si parla di una struttura progettata, realizzata e gestita con una politica commerciale unitaria, e poco dopo la stessa struttura viene sottoposta a un doppio regime di autorizzazione: da un lato quella che parrebbe riguardare il centro commerciale in senso stretto, e dall'altro quella relativa ai singoli esercizi commerciali in esso inseriti. Con questa formulazione si viene a configurare, a nostro giudizio, un inutile accanimento burocratico, sopratutto perché le strutture tecniche dei comuni e della stessa Regione sono perfettamente in grado di valutare la rispondenza della proposta progettuale alla normativa vigente, ed inoltre non si capisce in che cosa consista, a questo punto, l'unitarietà progettuale e gestionale della struttura, quando poi l'autorizzazione generale viene subordinata a quella che si potrebbe definire particolare, o viceversa.
Non è certamente in questo modo che si è potuto garantire il rispetto della legge in passato, o si potrà garantire in futuro. Oltretutto, seguendo questo schema, si va in direzione opposta a quella semplificazione amministrativa, che pur viene richiamata in altre parti del testo, a proposito di situazioni analoghe che potrebbero costituire, anche per la nostra Regione, un dato ormai acquisito. Non è solo un contrasto di tipo logico e normativo. Infatti, nella parte del testo che ipotizza la necessità di un'autorizzazione edilizia per la realizzazione di una media o grande struttura di vendita, si legge testualmente che "Il comune predispone contemporaneamente le fasi istruttorie dei due procedimenti, edilizio e commerciale", e prevede un unico provvedimento firmato da due dirigenti comunali competenti per materia. Emerge insomma una sorta di doppio regime di cui non si trova traccia nella normativa vigente e che come tale è illegittimo e inammissibile!
Un'altra contraddizione, forse ancora più evidente, la si rileva nell'ambito della previsione della conferenza dei servizi, a cui partecipano Regione, Provincia e il Comune interessato, per le grandi strutture distributive. Il testo dice espressamente che occorre il "previo parere favorevole della conferenza", e qui siamo d'accordo. Poi si prosegue precisando che "Le deliberazioni della conferenza sono adottate a maggioranza", e anche su questo punto possiamo essere d'accordo; ma alla fine si legge che "Il rilascio dell'autorizzazione è subordinato al parere favorevole della Regione". C'è qualcosa che non convince a livello concettuale e di ragionamento. Sarebbe stato più coerente dire che decide sempre e comunque la Regione. Almeno si esprima chiaramente il coraggio di assumersi questa responsabilità!
Ma non ha senso prevedere una specie di maggioranza a sovranità limitata; o si vota a maggioranza o si vota in un altro modo! In questa contraddizione logica, a nostro avviso, emerge invece il retro pensiero di un centralismo regionale imperniato su un'altissima e pressoché esclusiva discrezionalità (che contrasta con la Costituzione vigente, secondo la quale tutte le articolazioni locali dello Stato sono sullo stesso piano) che cerca ugualmente di insinuarsi in tutte le pieghe possibili dei testi legislativi, per prevalere a tutti i costi!
Si tratta, con altri argomenti e in contesti diversi, della stessa logica seguita in occasione del piano paesaggistico regionale, che ha suscitato le giuste proteste di tanti amministratori locali di ogni appartenenza, i quali si ritengono indebitamente privati del fondamentale potere di governo sui loro territori. Con questa formulazione del testo inoltre, la Regione assume un sostanziale potere di veto sulle deliberazioni della conferenza dei servizi; un potere di veto che non ha legittimità giuridica - come abbiamo dimostrato - e che politicamente si traduce nei fatti in una messa sotto tutela delle amministrazioni comunali e provinciali. Ciò determina anche la rottura di quell'equilibrio istituzionale del sistema delle autonomie sancito, tra l'altro, dal principio di leale collaborazione tra le pubbliche amministrazioni di diversi livelli. Significa anche, in definitiva, rinunciare alla politica, al metodo del confronto e del dialogo alla ricerca di una sintesi tra posizioni che possono essere differenti.
Quindi, il senso è ammesso a parole con una contorsione dialettica che sulla carta consente la formazione di una maggioranza, ma che in realtà le impedisce di esprimersi! E non si tratta semplicemente di un vizio di forma, ma piuttosto un vizio di origine, di una filosofia che ormai pervade tutti gli atti di questo governo regionale. Da una parte c'è la Regione depositaria del bene assoluto, dall'altra il male assoluto da contrastare a tutti i costi, con tutti gli atti solleciti se consentono di raggiungere il fine. Questo tarlo finisce per intaccare alla radice lo stesso impianto della legge, o del regolamento, svuotandola perfino di quei contenuti in parte condivisibili, ma che inseriti in questo contesto distorto e deviato diventano essi stessi strumento di un disegno politico che non può essere respinto. Grazie.
Comunicazioni della Presidente
PRESIDENTE. Grazie onorevole Moro. Informo i colleghi che è stato eletto il Presidente della Repubblica nella persona dell'onorevole Giorgio Napolitano.
(Applausi da tutti i consiglieri)
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il consigliere Ibba. Ne ha facoltà. Quello dell'onorevole Ibba è l'ultimo intervento della mattinata.
IBBA (Gruppo Misto). Signora Presidente e colleghi. Stiamo oggi esaminando il provvedimento, Disegno di legge numero 90, che affronta una materia complessa, perché cerca di trovare un equilibrio tra le norme nazionali e la situazione locale e regionale in materia di disciplina delle attività commerciali, sia per quanto riguarda le esigenze degli operatori e la tutela dei diritti dei consumatori, sia in rapporto al tessuto tra piccole attività e grande diffusione, valutato come destinatari dell'offerta, che come qualità e appropriatezza merceologica dei prodotti.
In tutto il mondo il commercio è il settore trainante di ogni economia. La ricchezza si sposta e crea progresso o regresso a seconda di come si sviluppi e si diffonda il commercio. Era così per i fenici, oggi non è per noi diverso. Per questo riteniamo e attribuiamo a questo provvedimento un'importanza strategica essenziale, nel processo di riforma e di riordino della nostra Regione, sopratutto per quanto attiene la riattivazione del volano economico che porti la Sardegna al di fuori delle secche dello sviluppo e dell'occupazione nelle quali ancora si trova, per favorire una ripresa del consumi e un aumento del prodotto interno lordo.
Non possiamo più proseguire con l'utilizzo della legge 31 del 1991, largamente superata dal Decreto Bersani del 1998, mai adottato in Sardegna, fatto che ha imposto l'intervento sostitutivo del Governo nazionale. Oggi, a seguito della modifica del Titolo V della Costituzione, abbiamo potestà legislativa primaria in materia commerciale. Tuttavia questa legge, pur potendo essere indipendente, è fortemente coerente con i principi costituzionali e comunitari, quali la libertà d'iniziativa economica e la tutela dei consumatori. Per tali princìpi, il provvedimento ricerca e trova un equilibrio corretto ed avanzato, basato sul concetto che la libertà d'impresa e la libera concorrenza non sono valori assoluti nel commercio, perché si fermano nel punto in cui si impone il diritto del cittadino all'approvvigionamento, quindi con la permanenza del piccolo negozio cosiddetto "sotto casa", che non consente, per coerenza e continuità, la crescita incontrollata dei grandi centri commerciali, in merito ai quali anche di recente abbiamo assistito a fatti clamorosi negativi e non condivisibili.
Voglio sopratutto richiamare un elemento di democrazia e di confronto contenuto nella norma: le amministrazioni locali emanano d'ora in poi gli atti amministrativi solo dopo l'audizione delle parti sociali, ed i comuni sono chiamati a svolgere funzioni di controllo e di vigilanza per quanto riguarda gli orari di vendita ed i periodi di vendite straordinarie. Ancora: i comuni sono liberi di autodeterminarsi per quanto riguarda gli orari ed i periodi di chiusura; sottolineo lo snellimento delle procedure burocratiche, con la contestualità dei procedimenti edilizio e commerciale; la gestione delle grandi strutture affidata alla competenza della Regione; l'attività di sostegno svolta dai centri di assistenza tecnica a favore delle imprese, sopratutto per quanto attiene formazione, aggiornamento, innovazione tecnologica, aspetti organizzativi e sicurezza delle imprese. Voglio evidenziare inoltre l'abolizione della tassa di concessione che gli ambulanti oggi pagano e che domani non pagheranno più per l'utilizzo delle aree pubbliche; la tipologia unica di autorizzazione per quanto riguarda la somministrazione di alimenti e bevande; il coinvolgimento dell'Osservatorio economico regionale nella redazione annuale del rapporto sull'andamento dei prezzi e dei consumi, sull'entità ed efficacia delle reti distributive, di cui sarà resa conoscenza con apposita relazione al Consiglio regionale. Insomma, quanto basta - e direi anche avanza - per condividere la filosofia di un nuovo corso e per salutare positivamente la svolta che essa contiene.
Stiamo avviando con questa legge una moltiplicazione che innescherà conseguenze e darà avvio ad interessi economici anche in altri settori importanti per la nostra economia e nevralgici per la nostra politica, ciò riguarda il coinvolgimento, in funzione delle necessità del commercio, degli aspetti urbanistici dei piani comunali e quindi, il ritorno ai comuni, con particolare riferimento ai centri storici; l'interconnessione con i flussi turistici; la conseguente diffusione e distribuzione dei prodotti artigianali; il rapporto con la continuità territoriale sopratutto per le merci; una politica del credito per le imprese, con particolare riguardo a quelle a carattere familiare.
E' evidente che il provvedimento in esame non basta a dare risposte a tutta questa molteplicità di processi che innesca e di cui rappresenta in qualche modo la premessa. E' pertanto chiaro che questa sarà la prima di una serie di leggi successive che andranno a corroborare l'impegno di questa Regione in una materia così delicata, difficile e nevralgica per la nostra economia, che ormai sta uscendo da un periodo oscuro e si sta avviando verso nuovi momenti positivi di attività e di sviluppo del commercio.
PRESIDENTE. I lavori del Consiglio proseguiranno questo pomeriggio alle ore 16.30. Il primo iscritto a parlare è l'onorevole Ladu.
La seduta è tolta alle ore 13 e 18.
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