Seduta n.315 del 01/03/1994
CCCXV SEDUTA
MARTEDI' 1 MARZO 1994
Presidenza del Presidente FLORIS
indi
del Vicepresidente SERRENTI
indi
della Vicepresidente SERRI
INDICE
Congedi ...................................
Sull'ordine dei lavori:
DADEA ...................................
Dichiarazioni della Giunta regionale sui rapporti Regione-Stato e sulla vertenza Sardegna:
CABRAS, Presidente della Giunta
COGODI .................................
CUCCU....................................
PORCU....................................
USAI Sandro ...........................
La seduta è aperta alle ore 17 e 01.
PORCU, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta di giovedì 3 febbraio 1994, che è approvato.
Congedi
PRESIDENTE. Comunico che i consiglieri Franco Meloni e Antonio Serra hanno chiesto rispettivamente quattro e un giorno di congedo. Se non ci sono osservazioni, i congedi si intendono accordati perché motivati.
Sull'ordine dei lavori
PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Dadea. Ne ha facoltà.
DADEA (P.D.S.) Presidente, data l'importanza dell'argomento che è all'ordine del giorno, sarebbe necessaria una partecipazione maggiore da parte del Consiglio. Per facilitare questa partecipazione sarebbe forse opportuno sospendere per un quarto d'ora i lavori del Consiglio.
PRESIDENTE. Se non ci sono osservazioni sospendiamo per quindici minuti la seduta.
(La seduta, sospesa alle ore 17 e 03, viene ripresa alle ore 17 e 16).
Dichiarazioni del Presidente della Giunta regionale sui rapporti Regione-Stato e sulla vertenza Sardegna
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca le dichiarazioni del Presidente della Giunta regionale sui rapporti Regione-Stato e sulla vertenza Sardegna.
Ha facoltà di parlare il Presidente della Giunta.
CABRAS (P.S.I.), Presidente della Giunta regionale. Signor Presidente, colleghi del Consiglio, mi rendo conto della particolare contingenza politica nella quale si inserisce questa nostra discussione peraltro richiesta da un Gruppo dell'opposizione con una mozione da tempo, e poi via via rinviata, ciononostante, pur cercando di contenere al massimo le considerazioni, credo che sia importante che noi sviluppiamo nella giornata di oggi, e se è necessario anche domani, alcune riflessioni che servano soprattutto non tanto a fare il punto della situazione quanto a creare una premessa che possa essere di riferimento per il percorso futuro.
La discussione su quella che impropriamente si è chiamata "vertenza Sardegna" mutuando la terminologia sindacale, credo soprattutto in ossequio al grande ruolo svolto dai lavoratori organizzati in CGIL, CISL e UIL, ci conduce verso un bilancio, possiamo chiamarlo così di legislatura, sia per il merito delle questioni da trattare che per il significato delle stesse rispetto all'intera politica della Regione nel periodo '89 - '94.
Il confronto Stato-Regione, nella nostra tradizione di autonomia, ha sempre occupato un ruolo primario, così è stato anche in questa occasione. La legislatura infatti, tutti ricorderete, si apre con il protocollo Governo-Regione-Sindacato del dicembre '90, dove si ritrovano i punti essenziali della nostra rivendicazione di solidarietà per lo sviluppo da parte dello Stato. Il terzo piano di rinascita, il rilancio della pubblica amministrazione, l'energia con il metano, il ruolo attivo del sistema delle partecipazioni statali, un programma straordinario per l'emergenza Sardegna centrale, questi erano i punti di quel protocollo. La fase conclusiva della legislatura parlamentare - siamo nel 1991 - consente di concludere positivamente solo l'intesa di programma per la Sardegna centrale e di avviare parzialmente, in modo unificato, i concorsi dell'amministrazione dello Stato nella Regione.
All'indomani delle elezioni politiche che seguono nella primavera del '92, già con il primo bilancio proposto dal Governo presieduto da Giuliano Amato, inizia la fase che fu definita del risanamento del debito pubblico con i provvedimenti noti ed in particolare con l'avvio del processo di privatizzazione con il conseguente disimpegno dello Stato dai settori produttivi, che coinvolge, come sappiamo, in modo strutturale e strategico l'assetto produttivo della nostra isola. Questa impostazione, come a tutti apparve in quel momento, svuotava in larga parte, o comunque rischiava di farlo in modo determinante, l'accordo del '90 e pertanto si imponeva una forte iniziativa, anche di lotta, che avesse la forza di rimettere al centro i nostri problemi, anche in un contesto totalmente nuovo quale era quello che via via andava delineandosi. Da questa consapevolezza derivò l'azione avviata, d'intesa col movimento sindacale, che culminò con la manifestazione romana del marzo '93, preceduta dall'ordine del giorno - voto del Consiglio e dalla opposizione della Giunta al piano di privatizzazione proposto dal Governo; un insieme di azioni che connotavano un vero e proprio conflitto di tipo istituzionale, così lo definimmo, tra lo Stato e la Regione.
Tutti ricordano la tensione sociale che si respirava nelle fabbriche e in tutti i luoghi di lavoro in Sardegna in quelle giornate. Il Governo Amato, destinatario delle nostre azioni, si impegnò su alcuni punti qualificanti: carbone, decreto legge per la rinascita, sospensione di ogni dismissione o ristrutturazione senza che vi fosse un preventivo piano di sviluppo o di reindustrializzazione. Erano questi i punti salienti dell'ordine del giorno legati all'emergenza. Un mese dopo, il Governo Amato si dimise e lasciò in eredità gli impegni assunti al Governo Ciampi. Quest'ultimo nasceva in un contesto politico generale definito di "garanzia nella transizione" e si proponeva di continuare l'azione di risanamento già avviata ma era prevalentemente rivolto al varo della nuova legge elettorale, e quindi con un compito che si sarebbe dovuto concludere con le nuove elezioni. Una prima considerazione ci porta a ritenere che un confronto tra lo Stato e la Regione, con in mezzo due elezioni politiche, è forse quanto di più pessimistico si potesse prevedere il giorno che lo abbiamo iniziato, però così è stato. In questo contesto, dopo un'iniziale fase di confronto, senza molto clamore forse, ma molto fermo nella posizione per i princìpi che erano a difesa della nostra visione dello sviluppo della Regione, che fu avviato in particolare con il responsabile per il Governo Ciampi della politica industriale, il ministro Savona, occorre ricordarlo, infine è prevalsa una linea, ancorata prima di tutto - questo è il giudizio che io mi sento di esprimere in questa fase - a quelli che erano i punti che la Regione metteva davanti agli altri, pure in un contesto generale caratterizzato dagli elementi che ho ricordato. E credo che in questa occasione, proprio perché il confronto cominciò anche duramente e aspramente, vada riconosciuto al ministro Savona, unico sardo in questo Governo, un riconoscimento, tutto sommato, degli obiettivi che la Regione aveva posto alla base della sua rivendicazione e quindi un suo impegno diretto nel difendere alcuni provvedimenti che furono da noi considerati prioritari e che hanno trovato poi una prima risposta. I segni più significativi sono appunto il decreto sulla gassificazione del carbone, che avvia una fase nuova per quanto riguarda questo settore, invertendo una decisione che era stata assunta unilateralmente e che negava un contratto di programma che era già ufficializzato; il decreto legge sul piano di rinascita, che è già stato convertito da un ramo del Parlamento e che, grazie anche all'impegno dei nostri parlamentari, ha trovato questa fase conclusiva seppure a ridosso dello scioglimento del Parlamento; il blocco, di fatto, che si è realizzato, della fase che si era annunciata assai drammatica di dismissioni e di chiusure e di smantellamenti, seppure con alterne prospettive, per alcuni comparti come quello della metallurgia. Si presenta un orizzonte assai diverso da quello di un anno fa. Per altri settori, come per esempio la chimica e la carta, benché si sia arrestato un processo negativo ancora permangono punti di incertezza.
Sono tutti elementi contenuti nella linea che noi abbiamo approvato e discusso con il nostro ordine del giorno e che sono stati sostenuti con forza anche dal movimento sindacale. Certo, non sono tutto ciò che noi avevamo inizialmente richiesto; a fianco a tutto questo si è sviluppata una azione interna, promossa da noi, con i mezzi e le leggi che sono state varate da questo Consiglio, per orientare risorse nuove e riconvertirne altre esistenti prioritariamente verso i settori produttivi e la ricerca.
Il confronto tra i dati dei bilanci degli ultimi tre anni e i precedenti a riguardo è assai significativo; con ciò si realizza quella linea verso la piccola e media impresa, che tante volte anche impropriamente è stata richiamata, che richiede un aiuto particolare per potersi insediare stabilmente e produttivamente. L'esperienza dell'intesa di programma sulla Sardegna centrale, con le numerose iniziative in fase di istruttoria, mostra la ricchezza di opportunità che possono accendersi se si lavora seriamente in questa direzione. Il contenuto del decreto legge sulla rinascita si rivolge in particolare all'ampliamento delle opportunità per i nuovi insediamenti produttivi in tutti i settori, inoltre prevede un sistema di aiuti ispirato alla filosofia della zona franca, seppure limitato al reinvestimento dei soli utili aziendali. E' stato questo uno dei punti di più aspro confronto, tanto è vero che la prima stesura del decreto ha trovato una forte opposizione proprio perché non si voleva utilizzare la terminologia "zona franca". Noi siamo riusciti nella sostanza a far passare una linea che era presente nella prima proposta che era stata presentata, cioè quella di trasformare, sotto forma di aiuto alle imprese, le esenzioni a quelle aziende che dimostravano di reinvestire i loro utili in Sardegna. In materia di trasporti, si introduce per la prima volta l'istituto del contratto di servizio con i diversi vettori, da e per la Sardegna, che consente alla Regione di valutare selettivamente per le diverse merci gli incentivi tariffari, con questo proponendosi di superare la vecchia censura che si registrò in passato da parte della Comunità sul taglio indifferenziato del 30 per cento sulle spese di trasporto per la Sardegna. Le risorse previste dal decreto nel quinquennio di riferimento '94 - '98 sommano a 910 miliardi; una cifra insufficiente rispetto all'ampio spettro di esigenze ma significativa se orientata a priorità quali quelle delineate dallo stesso decreto.
Alcune modificazioni sostanziali riguardano la finanziaria regionale di sviluppo industriale, che vede allargato il suo campo d'azione. Inoltre, in materia di credito, con l'obbligo alla collocazione nel mercato del 40 per cento delle azioni del CIS, il CIS avrà nel breve come azionista di riferimento la Regione con tutto ciò che può conseguirne in termini di indirizzo della sua politica creditizia.
Il decreto sulla gassificazione del carbone è stato da talune parti giustamente definito un nuovo piano energetico regionale, per le implicazioni attuali e future e in particolare per le numerose suscettibilità di sviluppo che contiene. La Sardegna diventa, con l'impianto previsto per il carbone e quello previsto dalla Saras Petroli, il sito con la più elevata potenza elettrica installata a ciclo combinato da gas di sintesi, carbone e tardi petrolio. E' un grande investimento di innovazione tecnologica nella produzione di energia, un progetto il cui investimento di migliaia di miliardi questa è la stima che si può fare realisticamente è tutto a carico del ricavo tariffario derivante dalla produzione dell'energia realizzando così un mix di pubblico e privato capace di sviluppare i massimi livelli di efficienza.
Le perplessità che si sentono in giro, se sono in buona fede, si giustificano soltanto con la insufficiente conoscenza del progetto, diversamente mi sento di dire che appartengono a una lobby interessata, presente ovunque, che lotta da decenni contro la linea della gassificazione del carbone. Dal protocollo del dicembre '90 allo sciopero generale del marzo del '93 (questo è il periodo che contraddistingue la nostra azione) con gli accadimenti quasi epocali sul piano politico, si può ragionevolmente considerare la vertenza Sardegna certo ancora aperta, ma con soluzioni importanti già individuate su punti che noi abbiamo considerato unanimemente cruciali.
Il giudizio, pertanto, sull'attuale livello di soluzioni che abbiamo portato a compimento è positivo. Resta irrisolta ad oggi la questione del metano per la quale si impone, credo ormai, una autonoma iniziativa regionale, ed alcuni settori del comparto industriale come carta e chimica vivono una fase di incertezza che tutti siamo impegnati a superare, all'indomani delle prossime elezioni, con la stessa determinazione che ha caratterizzato la nostra azione in precedenza. In materia statutaria, al contrario, il nostro ruolo è stato assai insufficiente e ciò è reso ancor più evidente se si tiene conto dell'attività intensa svolta dalla Bicamerale in materia di riforme istituzionali. Tuttavia, nella ragionevole previsione di vedere confermata la linea della Bicamerale dal prossimo Parlamento, occorre attivare una nostra autonoma elaborazione in direzione del nuovo Statuto speciale, istituto che permane nella nuova impostazione seppure i suoi contenuti richiedono un nuovo negoziato con lo Stato; negoziato che dovrà prevedere il ruolo concorrente della Regione nelle materie di esclusiva competenza centrale. Questo è infatti il terreno sul quale giocheranno prevalentemente le Regioni speciali come la nostra; ciò proprio nella nuova logica proposta dal disegno della Bicamerale, che vede rovesciato il concetto antico del "tutto allo Stato", salvo qualche materia alla Regione, mentre in prospettiva sarà "alcune materie fondamentali allo Stato, tutto il resto alla Regione".
Inoltre dovrà essere sviluppata in questa direzione, in concorso con le altre Regioni, un'azione perché si sviluppi attivamente la partecipazione del sistema regionale alla politica del Paese attraverso l'istituzione della Camera delle Regioni, e il concorso delle stesse nella nomina delle più importanti cariche costituzionali dello Stato: Presidenza della Repubblica e Corte Costituzionale.
Il rapporto con lo Stato ha vissuto momenti altrettanto importanti in tutta la materia ambientale: la legge sui Parchi nazionali, l'accordo di programma sulle zone ad alto rischio ambientale del Sulcis, tutte parti di un medesimo disegno che poneva al centro la questione ambientale coniugandola con lo sviluppo. La definitiva approvazione dei piani paesistici, al di là di un possibile contenzioso amministrativo, rappresenta comunque una tappa importante nel perfezionamento di questo disegno. Così come sempre con lo Stato, si è registrato un punto di contrasto per noi incomprensibile in materia di lingua e cultura, per il quale confidiamo in un giusto giudizio della Corte costituzionale, senza trascurare di sottolineare che comunque quel provvedimento è in larga parte approvato, seppure tra mille difficoltà, e colmerà un vuoto che esisteva da decenni. E' possibile che, tra qualche tempo, queste brevi e sintetiche considerazioni saranno meglio verificate e forse il giudizio sarà più slegato dalla contingenza che noi viviamo in questo momento. E' certo che i risultati costituiscono una premessa per poter spingere oltre il confronto e l'azione della Regione.
Nessuno di noi ha il futuro in mano, tanto meno quello della politica in Sardegna. Si può comunque ragionevolmente confidare nell'obiettività di chi si è sempre impegnato con buona volontà per superare rapidamente un periodo carico di tossine che hanno parzialmente avvelenato il clima politico dell'ultimo periodo. Questo è un auspicio e nel contempo una speranza: speranza che viene dall'ottimismo della volontà.
PRESIDENTE. Sulle dichiarazioni del Presidente della Giunta dichiaro aperta la discussione generale.
E' iscritto a parlare l'onorevole Cogodi. Ne ha facoltà.
COGODI (Rinascita e Sardismo). Signor Presidente, signori consiglieri, evviva l'ottimismo della volontà ma se si potesse accompagnare all'ottimismo della volontà anche l'ottimismo dell'intelligenza saremmo a un punto meno grave di quello nel quale ci troviamo. Ieri, alcuni operai disperati, figli della vertenza Sardegna, di quella vertenza che testé il Presidente, a nome della Giunta regionale, ha detto che dovrebbero intravedere, non dico sentieri luminosi, ma almeno un tracciato di strada campestre lungo la quale incamminarsi, e che non intravedono nulla se non la disperazione, sono risaliti sulla ciminiera di Villacidro.
Eravamo partiti con gli operai sulle ciminiere, si è svolta per conto di questa Giunta regionale una cosa chiamata "vertenza Sardegna", gli operai sono tornati sulla ciminiera. Sembra proprio la metafora della sconfitta politica, e lì sì, non so se l'ottimismo, comunque la volontà, la durezza di una volontà di resistere nonostante tutto e nonostante tutti. Una vertenza Sardegna, impropriamente così chiamata non perché, come ha detto il Presidente, mutua il linguaggio sindacale, ma perché non c'era la Sardegna. Quella che avete portato avanti non era la vertenza Sardegna, era una passeggiata, un'escursione, non era contestazione, lotta, rivendicazione; era un'escursione, tranquilla, per anditi ministeriali, quando agli anditi pure si è arrivati, quando non per telefono e fax. Una controversia soft, un modo di dire più che un modo di essere e di fare, che voi avete ritenuto di chiamare vertenza.
Intanto io voglio ricordare, posto che siamo all'epilogo della legislatura, che questa discussione in Aula si svolge perché risulta depositata e risultava iscritta per mesi all'ordine del giorno una mozione del Gruppo consiliare di Rinascita e Sardismo, datata 7 ottobre 1993, sulla verifica, il rilancio e lo sviluppo della vertenza Sardegna, azione contestativa e pacchetto autonomistico. 7 ottobre 1993, cinque mesi fa, quando ancora si sarebbe potuto discutere e verificare e forse rilanciare; quando ancora il Governo c'era e il Parlamento pure, quando ancora il Consiglio e la Giunta, se avessero voluto, avrebbero potuto fare qualcosa, ivi compreso di chiedere un sostegno vero e fare appello ad una mobilitazione vera, incisiva, robusta, convinta, di popolo che portasse il Governo centrale a riconoscere se non tutte almeno alcune delle ragioni più importanti della Sardegna.
Siamo al punto di partenza, siamo peggio e più indietro del punto di partenza: più disoccupati oggi in questa regione di quanti non ce ne fossero qualche anno fa, il sistema produttivo industriale nella devastazione, nel crollo. Non c'è una della grandi vertenze che sia davvero avviata a soluzione. Non ce n'è una. Quale sarebbe? La chimica: dopo otto mesi di autogestione dell'impianto PVC di Macchiareddu, dopo quella dimostrazione non solo generosa, da molti definita anche eroica, quella dimostrazione di capacità di lotta ma anche di capacità professionale di operai e di tecnici che, senza essere pagati hanno mantenuto in produzione un impianto moderno, producendo PVC che è stato venduto, perché valeva più di cinque miliardi - una forza enorme in mano ad una Regione e ad un Governo che, se avessero voluto, avrebbero potuto ben investire - l'impianto del PVC è chiuso, il comparto chimico non vede nulla di alternativo rispetto alle chiusure e alle riduzioni in atto, tutto è come prima e peggio di prima. Gli operai risalgono disperati sulle ciminiere.
Il minerario: si dice che abbiamo, qui almeno, avviato la soluzione. Ma chi l'ha detto? Si è ottenuto, dopo lotte che definire generose è poco e che hanno impegnato decine di migliaia di lavoratori, di famiglie, territori interi per mesi e mesi, un decreto che indice un'asta internazionale sulla gassificazione che era già nei piani della Regione e negli accordi con il Governo; non è poi tanto ottenere come risultato di confermare un impegno che già c'era; un'asta internazionale super garantita dal denaro pubblico per dare in mano il progetto della gassificazione, non si sa se agli americani, ai tedeschi o agli svizzeri. E perché l'idea dell'Agenzia regionale dell'energia o dell'Agenzia italiana dell'energia, posto che il danaro è danaro pubblico, non poteva stare in campo e essere oggetto di discussione e anche di conquista politica, perché no? "Grazie a Savona", si dice. Grazie a Savona, che ha inventato questa nuova formula di mettere all'asta l'economia sarda. E' all'asta la cartiera, è all'asta la miniera, non so cos'altro debbano mettere all'asta internazionale. E se questa è la soluzione dei problemi, l'internazionalizzazione dell'economia non c'entra nulla, perché qui si tratta di dare ad altri quello che è proprio e l'internazionalizzazione è invece un rapporto di scambio, di collaborazione, non dare ad altri le chiavi di casa. Quindi mentre qui si parlava di nuovo statuto, e di nuova autonomia e di nuove prerogative e di autogoverno e di sviluppo auto-centrato e di quant'altro, è andata avanti la linea dell'asta internazionale, "grazie a Savona" dice oggi il Presidente della Regione, come ieri o l'altro ieri diceva "grazie Ciampi" (poi torneremo su questo punto) l'assessore del bilancio Barranu.
Chimica, miniere, cartiera, edilizia! Fortuna che una legge sui centri storici che prevedeva quel che prevedeva almeno in quest'Aula si è fermata, se no forse un sollievo all'edilizia sarebbe venuto dal radere al suolo i centri storici per riedificare, chissà come, le città antiche o le parti antiche di città.
Il turismo: una Regione ancora alla ricerca di principi in questo mondo, non di imprenditori, di principi. O resta l'Aga Khan - abbiamo letto su tutti i giornali - o la Regione non farà questo e non farà quello. Ma a prescindere da questo o quello, se sarà giusto, e si vedrà nel merito, che c'entra che sia quell'imprenditore? Se quell'imprenditore era garanzia assoluta di produttività dell'economia turistica, di libertà e di non so che cos'altro, perché ha miseramente fallito anche l'intrapresa economica che a lui faceva capo? Una Regione quindi non alla ricerca di princìpi morali ed economici, etici e politici, ma alla ricerca ancora di principi che salvino l'economia della Sardegna. Siamo al medio evo. Una rinuncia totale a una dignità, a una capacità di suscitare qui in Sardegna le forze vive dell'economia, a partire dalle forme più abbordabili che - si sa - sono innanzitutto le forme più leggere, cioè quelle meno complesse sul piano tecnologico, quindi l'economia dei servizi e l'economia turistica. Ma neppure per promuovere un'economia turistica ci si pone il problema che si può iniziare, crescere, costruire imprenditorialità, che poi in gran parte c'è già; senza invocare l'intervento salvifico.
I piani territoriali paesistici, che potevano essere occasione di una programmazione sicura e garantita del territorio, sono ridotti pur essi a mercé di scambio, di transazioni politiche, perché gli accordi di programma nell'iniziale gestione che se ne sta facendo, per incontri avvenuti, non solo richiesti e invocati, anche avvenuti con la Giunta regionale hanno questa impronta mercantile di scambiare valori ambientali contro impiego di capitale, dimenticando che il primo dei capitali in questa materia è proprio l'ambiente e il territorio.
Un'altra occasione perduta e una programmazione certa e sicura, che poteva invogliare investimenti, però in base a regole di cui si conoscesse l'inizio e si intravedesse la fine; cioè a itinerari sicuri, ridotta in più parti della Sardegna a transazione politica.
Ho detto in altre circostanze, e ripeto, che io vedo nella gestione dei piani paesistici, innanzitutto nella loro redazione e nella successiva gestione, quell'intreccio tra politica e affari che molti si sforzano di andare a trovare chissà dove e che hanno sotto gli occhi; basta andare a vedere, nelle diverse parti della Sardegna, dove e chi, e le società e i riferenti politici che hanno le ipotesi di gestione contrattata con lo scambio dei valori ambientali contro le possibilità edificatorie, da un capo all'altro, dal nord al sud, da est a ovest della Sardegna. L'ho detto e lo ripeto, in Sardegna il più grande intreccio tra politica e affari alberga nella redazione e nella gestione dei piani territoriali paesistici. Chi mi vorrà querelare per questa affermazione lo faccia, i referenti politici sono qua dentro, anche qua dentro, non tutti.
Vertenza Sardegna voleva dire quindi, nuova, diversa e alternativa ipotesi di sviluppo, voleva dire difesa degli interessi di questa Regione e delle parti più deboli, spesso più sofferenti della nostra società civile, innanzitutto i lavoratori, innanzitutto i giovani.
I giovani disoccupati sono raddoppiati, i lavoratori espulsi dalla produzione sono in continuo aumento. Il piano straordinario per il lavoro è boicottato ed è tradito, volutamente, da chi aveva gli strumenti per agire, il potere e il dovere per farlo e non lo ha voluto fare.
La riforma della Regione: questa Regione che si è inventata, circa 20 anni fa, addirittura un Assessorato della riforma della Regione, cioè un pezzo di amministrazione che doveva pensare solo a riformare la Regione; e che invece di riformare continua ad appesantire questa Regione, a renderla inefficiente, involuta, sprecona, per molti versi dannosa perché non solo si mangia le risorse, ma reca danno ai cittadini, reca danno all'impresa, perché non risponde, complica le attività ordinarie; questa Regione che dispone da cinque anni di un grande, robusto studio, affidato e pagato a un istituto specializzato, al Formez, perché si censissero le sue funzioni e potesse riordinare i suoi uffici e la sua struttura, in ragione delle sue funzioni, non di quelle che di volta in volta si erano affastellate nel tempo. Questo ottimo studio di un istituto specializzato, commissionato, pagato, è rimasto cinque anni a marcire, a prendere polvere mentre tutto si complicava e la spesa dell'apparato regionale lievitava fino ad arrivare a quell'assurdo dei circa mille miliardi all'anno per sostenere l'apparato interno della Regione. E' una follia! Tre miliardi al giorno per sostenere questo apparato inefficiente ai fini del diritto e del bisogno del cittadino.
E in questa situazione, in questo scenario di macerie fumanti, in questa Jugoslavia della politica, dove i serbi continuano a cannoneggiare in tutte le direzioni, in questa situazione, si inserisce una vertenza Sardegna che doveva dare respiro e che doveva in qualche modo riscattare, con una volontà corale che il Consiglio regionale aveva affidato unitariamente - non lo dimenticate - alla Giunta regionale, perché ci portasse risultati, ma risultati per la gente in Sardegna, non per la propaganda più o meno sostenuta che si riesce ad ottenere nei mass media, uno statuto di autonomia del quale si è solo detto e del quale e per il quale nulla si è fatto.
Si diceva un tempo che il nuovo piano di rinascita avrebbe dovuto essere un piano non solo economico e di risorse ma una legge e un piano che prevedessero la riorganizzazione dei poteri; e si diceva: non legge di risorse ma legge di poteri! E di queste cose si discuteva già nel 1982/83/84. Ma quali poteri? Lo Statuto di autonomia è rimasto quello che era: vecchio e inapplicato, non si è ottenuto e non si è richiesto null'altro, non si è stati capaci. E certo vedere oggi parte, non tutti, ma parte dei portatori dell'idea dell'identità nazionale sarda oscillare tra questa grande, nobile idea e i più labili valori di cui è portatore Marco Pannella, fa male! Ma bisognerà pur tornare prima o poi, tutti insieme, ai valori forti dell'autonomia, ai valori essenziali di questa Regione e di questa comunità, bisognerà pur tornare per necessità, quando i tavoli e i tavolini saranno un ricordo seppure brutto, ma solo un ricordo! Quei tavoli e tavolini che sembravano più tavoli da sedute spiritiche, offerti alla pubblica visione per tanto tempo. E, signor Presidente, io non ho mai sollevato una questione del genere: ma perché questa cosa è accaduta dentro l'istituzione regionale, ma perché la contrattazione dei partiti politici si è svolta, per settimane, presso l'istituzione regionale e non presso le sedi più proprie, e cioè quelle dei partiti e delle organizzazioni politiche? E' una distrazione, è un caso o è uno dei tanti elementi attraverso cui si è confuso tutto: pubblico e privato? Per non fare polemiche, qualche volta si manca anche forse al proprio dovere; in più circostanze noi abbiamo avvertito il bisogno di protestare per questa cosa ma la prudenza, il desiderio di non essere fraintesi ce lo hanno in qualche modo sconsigliato, ma ci rendiamo conto alla fine che avremmo dovuto protestare, come sempre facciamo, anche per questo aspetto.
E, infine, la rinascita: la nostra mozione di verifica della vertenza Sardegna è dei primi di ottobre e sappiamo bene che la Giunta regionale ha traccheggiato perché questo argomento venisse discusso in Aula perché voleva arrivare a questa discussione, a questa verifica con risultati in mano, con cose spendibili, e sono quelle che il Presidente poc'anzi ci ha esposto. Ma se chiudiamo la mano, quelle cosette ci stanno tutte dentro, sono tre mosche, tre moscerini, non c'è nulla. Il piano di rinascita: c'è un decreto approvato da un ramo del Parlamento che si vuole contrabbandare per la nuova legge di rinascita. Non è vero, e avete il dovere di dire che non è vero. Dovete dire che è una cosetta. Questo decreto così si introduce: "in attesa dell'emanazione della disciplina dell'articolo 13". In attesa, questa attesa dura dal 1984, dieci anni; avendo atteso dieci anni, in attesa del Piano di rinascita, il Governo elettorale emana un decreto elettorale. Ma fosse un decreto elettorale che contenesse cose importanti si potrebbe dire: "va bene, cogliamo l'occasione delle elezioni per avere qualcosa" ma voi sapete benissimo che in questo decreto non c'è nulla. Sono parole rimasticate. Ci sono una serie di enunciazioni che voi ancora una volta avete dato agli strumenti dell'informazione dicendo che questo decreto soccorrerebbe l'industria, l'agricoltura, i servizi, il CIS, la SFIRS, i giovani, le donne, i bambini. Non c'è niente, sono parole! Non perché lo dico io, perché è tutto scritto qui. Bisogna dire le cose per come sono, cioè nell'elencazione delle cose che il Governo vi dice di fare o dice alla Regione di fare c'è tutto: promuovere l'industria, l'agricoltura, i servizi! Ma quando si va alla strumentazione e poi soprattutto allo strumento essenziale che è la risorsa finanziaria ci sono 915 miliardi in cinque anni, 150 miliardi per il primo anno e 180 per gli altri. Ma voi pensate che questa Regione possa sopperire con questo al divario negativo tra il suo tasso di sviluppo e quello del centro nord? Purché questa è la finalità del piano di rinascita, equilibrare la Sardegna, non dico alle Regioni più sviluppate di Italia e d'Europa ma almeno al tasso medio di sviluppo. Con 240 mila disoccupati e con ogni comparto dell'industria in crisi, senza strutture fondamentali di servizio, dai trasporti al sistema creditizio, energetico e quant'altro, con la pubblica amministrazione non solo disastrata ma deficitaria anche negli standard quantitativi, dalla scuola alla giustizia, a tutti i comparti della pubblica amministrazione, voi pensate che il piano di rinascita possa essere cosa da 150 miliardi? 150 miliardi è meno di quanto questa Regione ha stanziato per i progetti speciali di occupazione giovanile, quelli che voi non avete attuato, quelli che non volete attuare, quelli che prima o poi si attueranno nonostante voi! Però, solo per i progetti di occupazione giovanile, questa Regione ha stanziato 160 miliardi. E voi dite che lo Stato soccorre questa Regione con 150 miliardi l'anno, per fare tutto quello che è elencato. Se i dipendenti regionali avessero un condizione normativa e retributiva mediamente pari a quella che hanno tutti i pubblici dipendenti, la regione risparmierebbe più di 150 miliardi, cioè avrebbe quello che voi chiamate piano di rinascita. 150 miliardi sono alcune annualità di FTQ, cioè quanto la Regione paga per dare una super pensione a una parte dei propri dipendenti. E questo sarebbe il piano di rinascita! Con un Governo che si appresta a chiudere mille classi di ruolo, licenziando più di mille persone in questa regione solo nel settore scolastico, e impoverendo la regione anche sotto il profilo sociale e culturale, voi dite di essere compensati con 150 miliardi. Non solo dite di essere compensati ma l'Assessore della programmazione dice: "Rinascita! Un grazie a Ciampi". E l'articolo inizia: onore a Ciampi e grazie a Savona. E si dirà…
BARRANU (P.D.S.), Assessore della programmazione, bilancio, credito e assetto del territorio. Lo scrive il giornalista della "Nuova Sardegna".
COGODI (Rinascita e Sardismo). Lo scrive il giornalista della "Nuova Sardegna" ma non l'avrà inventato lui.
BARRANU (P.D.S.), Assessore della programmazione, bilancio, credito e assetto del territorio. Sintetizza in modo eccessivo una affermazione che c'è più avanti.
COGODI (Rinascita e Sardismo). Ma non è il titolo, è tutto il contesto dell'intervista! E' un'esaltazione, non dico acritica, un'esaltazione: "Ciampi ci ha salvati", un panegirico! Dobbiamo gratitudine, siamo commossi. Un'esaltazione! Si può anche sorridere, però , badate, questa è la realtà.
CABRAS (P.S.I.), Presidente della Giunta regionale. Almeno questo ce lo potrai consentire, di fare qualche sorriso.
COGODI (Rinascita e Sardismo). Ci mancherebbe! Anche a crepapelle si può ridere, quando c'è tanto, cioè nel luogo giusto e nel momento giusto. Onore a Ciampi, e grazie Savona! Per questa Regione offesa, per questa Regione i cui diritti sono calpestati, per questa Regione che ha mille problemi di ordine materiale e che però finora non aveva mai sofferto di avere un governo che non esprimesse, almeno a parole, dignità di comportamento. Anche questo ci doveva capitare. Conclusivamente, quindi ben si intende che quella che voleva essere una fase non solo di contestazione e di lotta ma anche una fase di riflessione, di elaborazione, di pensiero autonomistico e quindi di crescita culturale e politica di questa Regione, tutta questa cosa è stata sprecata per una Giunta che - al di là della dignità e della capacità delle singole persone che io non ho mai voluto mettere in dubbio - non si sa di chi sia! Mi sapete dire oggi di chi è questa Giunta? Di partiti che manco esistono più? E' possibile? Questa Giunta ormai è del P.D.S., però può essere anche di Rifondazione per un verso, che è col P.D.S. Questa Giunta è della D.C. ma è anche di Forza Italia, perché c'è Forza Italia che si è espressa in questo Consiglio che ha votato questa Giunta. Non credo che sia del Partito Sardo d'Azione solo perché si è alleato col Presidente della Regione e col suo partito però politicamente è figlia di nessuno ormai, è orfana, è trovatella. A chi si vuole riferire? Questa Giunta non può stare un solo giorno di più…
Presidenza del Vicepresidente Serrenti
(Segue COGODI.) Si crei un ufficio che garantisca l'ordinaria amministrazione in questi mesi, ma questa Giunta non può restare perché non ha dimensione politica, non ha carattere politico, non ne può avere al di là della grande capacità delle singole persone. Non ne può avere, ecco dov'è il punto. E' un punto di correttezza istituzionale ed è anche un punto di dignità politica che torna di fronte a tutto il Consiglio. A chi giova far finta che la Giunta e gli Assessori non sono di nessuno? Giova solo a coloro che vogliono servirsi, attraverso i canali dell'amministrazione regionale, degli strumenti che l'organizzazione della Regione può offrire in questa fase che sappiano essere elettorale, una lunga fase elettorale. E però questa non può essere una giustificazione politica. Ecco perché la conclusione, se una conclusione avrà questo dibattito, e se avrà una conclusione degna, non potrà che essere ognuno difendendo quello che ha saputo fare, ognuno cercando di dare conto delle cose su cui si è adoperato, porre fine finalmente a questa cosa che io non so più come chiamare perché non è governo, non è coalizione, e fare un'altra cosa che se non potrà essere un governo della Regione che sia frutto di una coalizione politica omogenea, sia almeno un gruppo di persone degne che si incarichino, per mandato del Consiglio, di gestire la Regione nel modo migliore possibile, in via ordinaria, in questa fase elettorale, perché si abbia garanzia vera di correttezza e funzionalità istituzionale.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Cuccu. Ne ha facoltà.
CUCCU (P.D.S.). Signor Presidente, colleghi del Consiglio, è del tutto evidente, del resto lo diceva anche il Presidente della Giunta regionale, che questo dibattito un po' fuori tempo, rischia tutto sommato di essere inficiato e fortemente condizionato dalle scadenze prossime venture. E' del tutto chiaro, almeno a me così pare, che rischiano di non esserci in quest'Aula in questo momento, la serenità e l'equilibrio necessari a una discussione pacata e serena che possa individuare i temi sui quali davvero si è giunti a qualche risultato concreto e indicare una strada per il futuro. E tuttavia non solo per dovere d'ufficio, ma perché crediamo anche nelle cose che facciamo e che diciamo, credo di dover svolgere comunque qualche considerazione un po' più brevemente forse del collega che mi ha preceduto.
Potrebbe esserci in tutti noi qui la tentazione di andare allo sbaraglio, a testa bassa, lancia in resta, per sparare a zero sull'Esecutivo, e io stesso potrei sentire questa tentazione, visto che, talvolta, taluno che è stato uno dei più forti assertori della costituzione di questo stesso governo poi in sedi riservate, e talvolta in sedi pubbliche, rinnega continuamente quanto ha fatto. Io non seguirò però questa strada, perché la ritengo sciagurata e profondamente sbagliata, perché sono convinto che l'operazione politica che abbiano fatto con la costituzione di questa Giunta fosse un'operazione politica necessaria, corretta nel momento in cui è avvenuta, e giusta, perché ci consentiva di superare in avanti anche i limiti politici presenti in questo Consiglio regionale. Ciò non significa naturalmente che io sia del tutto appiattito sulla linea della Giunta e sulle cose che la Giunta regionale fa; mantengo una mia opinione personale e talvolta anche un atteggiamento critico, che non è di giudizio distruttivo nei confronti dell'Esecutivo ma che può essere di stimolo, all'interno del quadro di maggioranza, all'operato stesso della Giunta.
Io vorrei dire subito che personalmente ho pensato che la linea del Presiedente della Giunta Regionale che si estrinsecava nella cosiddetta linea di resistenza, potesse essere una linea fortemente rischiosa; resistenza rispetto all'assalto dello Stato e delle partecipazioni statali, quindi necessità di tenere, in una determinata fase e per un certo periodo, anche mettendo a disposizione risorse della Regione, quanto dell'apparato produttivo ci rimaneva. Io ho pensato, in una certa fase, che quella linea fosse pericolosa, che ci potesse portare a una funzione e a un'azione di surroga totale da parte della Regione verso l'apparato produttivo esistente nell'isola, con una dispersione di risorse incontenibile che avrebbe travolto persino lo stesso bilancio della Regione. Ed ero convinto anche, in una certa fase, che tutto sommato il rapporto Stato-Regione in qualche misura sia stato diplomatizzato, nel senso che non si siano colte forse sempre del tutto e appieno le potenzialità e le capacità del movimento di lotta tese a forzare determinate situazioni e a costringere il Governo e lo Stato a porre in essere azioni più incisive e più concrete ai fini dello sviluppo della nostra isola. Debbo dire però che, riflettendo a posteriori su tutta questa vicenda, probabilmente nella condizione data, e cioè di avvio di risanamento, in qualche misura anche selvaggio della finanza pubblica, a causa di quello che nel passato era avvenuto, a causa del processo di privatizzazione nell'economia pubblica, probabilmente, questo tipo di azione, di iniziativa, di atteggiamento da parte della Regione forse è quello che, tutto sommato, in quella fase, in quella situazione, poteva pagare di più.
Naturalmente, non siamo qui a gloriarci di nulla perché sappiamo bene che abbiamo di fronte a noi una situazione terrificante, estremamente drammatica, con decine e decine di migliaia di disoccupati che davanti a sé non hanno un futuro roseo, che davanti a sé non hanno una prospettiva, quanto meno immediata, di trovare un'occupazione certa e duratura nel tempo. Sappiamo che c'è tutto questo ma sappiamo che tutto questo si svolge in un contesto nazionale ed internazionale di estrema difficoltà, ragione per la quale io personalmente oggi, ripeto, a posteriori, nonostante tutti i dubbi che avevo, ritengo di poter dire, facendo eco anche alle cose che diceva il Presidente, che tutto sommato una serie di risultati importanti sono stati raggiunti, a partire dalla questione della gassificazione del carbone. Oggi questa questione può essere sottovalutata, si può anche irridere sul risultato che si è ottenuto, ma io ricordo che in quest'Aula, non tanti mesi fa, fui il proponente di un ordine del giorno che proponeva la questione della gassificazione del carbone, perché capivo che era in corso un tentativo fortissimo da parte di potentati privati, dei petrolieri, di affossare del tutto la possibilità stessa della ripresa della gassificazione del carbone. E ricordo anche che in quest'Aula non ci furono entusiastici interventi a difesa di questa situazione. Tanto più quindi, io ritengo di dover considerare positivo questo risultato. Che poi siano gli americani, gli svizzeri, o i tedeschi a gestire le miniere ma nel quadro del progetto, così come delineato nel decreto, che io ritengo estremamente positivo - anche se naturalmente non ci deve far difetto la vigilanza rispetto ai passaggi successivi che dovranno essere compiuti - io credo che si tratti di un risultato fortemente positivo e non grazie a Savona, perché nessuno ha detto questo, ma grazie soprattutto alla battaglia dei lavoratori, che non dimenticatelo, sono venuti anche qua, in questo Consiglio regionale, facendo una battaglia democratica e costringendo anche tutti noi a occuparci in maniera più pressante di queste questioni. Quindi questo risultato è certamente positivo. Così, come non posso dimenticare che, fino a qualche mese fa, la partita sulle questioni della metallurgia (piombo, zinco, alluminio) era per noi una partita disperata se non addirittura perduta. Oggi siamo nella condizione di poter pensare al futuro in maniera un po' più tranquilla nel senso che abbiamo bloccato lo smantellamento e abbiamo di fronte una possibilità di risanamento e di rilancio di queste attività, anche se naturalmente non saranno quelle decisive ai fini dello sviluppo dell'isola. Anche la questione delle zone interne mi pare positivamente affrontata e sono in corso tutta una serie di iniziative che possono dar fiducia a quelle popolazioni. Naturalmente rimangono aperti gravissimi problemi relativamente anche ai grossi comparti industriali. Penso soltanto alle incognite, e alle nubi che si addensano sulle questioni della chimica e del settore cartario, che certo costringeranno i lavoratori e le popolazioni ancora a forti mobilitazioni e a iniziative di lotta.
Il piano di rinascita: anche su questo punto...
(Interruzioni)
Chiedo scusa, collega Onnis, capisco che lei non è molto amante del carbone e della gassificazione, ma quel punto l'ho già saltato, quindi...
ONNIS (P.S.D.I.). Per la verità mi sono opposto e continuo a oppormi ad una centrale a carbone.
CUCCU (P.D.S.). Dicevo, sulla questione del piano di rinascita, che il decreto che è stato ottenuto, certo, non è il grande piano di rinascita che molti di noi auspicavamo. Si può dire che non è risolutivo dei problemi della Sardegna, ma intanto io vorrei ricordare: primo, che il fatto che si sia andati al decreto risponde a un deliberato e a un desiderio del Consiglio regionale; secondo, che il fatto che si sia giunti all'approvazione del decreto sul piano di rinascita e che già un ramo del Parlamento lo abbia approvato, sancisce per noi un principio di estrema importanza, e cioè ribadisce il principio della solidarietà dello Stato nei confronti della Regione, che in una situazione come questa di leghismo imperante, di egoismi regionali che si stanno facendo strada dappertutto, facendo addirittura balenare la possibilità di una divisione del Paese in tre tronconi, a me pare di estrema rilevanza. E non si può sottovalutare questo e non ci si può irridere, perché le battute facili le sappiamo fare tutti, se vogliamo, però poi ci dobbiamo confrontare con le realtà concrete, con le esigenze concrete delle nostre popolazioni e con le situazioni politiche concrete che ci consentono di fare le cose che noi abbiamo di fronte. Anche se, sul piano di rinascita, voglio dire che alcune perplessità, alcuni dubbi io li ho. Così come è congegnato, io ho il timore che possa, in alcune sue parti, divenire strumento di sostegno esclusivo, in talune situazioni, soltanto degli impianti di base. E questa mi sembra una cosa abbastanza pericolosa e spetterà al Consiglio regionale prossimo venturo verificare, controllare, vigilare, perché non sia soltanto così, ma perché diventi davvero uno strumento di sviluppo della nostra Isola.
Naturalmente, nonostante taluni risultati che io ritengo importanti, non disprezzabili, ripeto, nella situazione data, le questioni sul tappeto rimangono drammatiche, la disoccupazione è massiccia e a questo dobbiamo sforzarci di dare risposte anche sul versante strettamente regionale. Vero è che la Giunta e il Consiglio si sono dotati di una legislazione nuova in tutta una serie di settori produttivi - l'artigianato, il commercio, il turismo - tuttavia bisogna sapere che questa strumentazione non è ancora del tutto efficace e che ha bisogno di alcuni aggiustamenti che potranno essere fatti dall'Aula nei prossimi giorni. Io mi auguro che il Consiglio ponga a frutto questo poco tempo che rimane, anche per sistemare queste questioni che attengono alla possibilità di sviluppo dei fattori produttivi della nostra Isola. E' necessario completare questo tipo di legislazione e credo che noi lo possiamo fare utilmente.
Detto questo, però, non posso sottacere il fatto che esistono nell'Esecutivo - non voglio adesso precisare in quali parti dell'Esecutivo, perché evidentemente siamo di fronte a un collettivo che deve rispondere in quanto tale di tutto l'operato della Giunta - ritardi e persino negligenze, se non si vogliono definire diversamente, che potrebbero, invece, essere risolte positivamente per dare risposte - quelle che noi possiamo dare qui in Sardegna - a talune situazioni che possono essere affrontate e risolte rapidamente. Io voglio citare soltanto qualche esempio: mi domando perché, per esempio, ad oggi, nonostante vi siano i finanziamenti della Comunità europea, nonostante siano disponibili danari della legge mineraria per le nuove iniziative industriali, non si sia dato corso ancora alla costituzione del Comitato di controllo, del CORAM, che è l'organismo senza il quale - non sto qui a spiegare tutti i dettagli - la sovvenzione globale CEE non può essere realizzata, mettendo così in grave difficoltà tutta una serie di imprese che hanno progetti presentati e popolazioni che sperano in questi investimenti. Non capisco perché questo non si faccia e perché ci sia un rimbalzo tra un Assessorato e l'altro. Mi sembra profondamente sbagliato. Se così è, per favore, il Presidente della Giunta regionale, nella sua autorità di coordinatore anche della Giunta, risolva questi problemi. Non capisco perché non si risolva il problema della Sardamag che rischia di andare al fallimento perché dopo tutti i passaggi difficoltosi che abbiamo compiuto ci troviamo di fronte al fatto che non viene fatta una delibera di Giunta per definire la questione in via definitiva. Così come non ho apprezzato molto il modo in cui è stata affrontata la questione del progetto Montevecchio.
Più in generale credo che vi siano ritardi, insufficienze e anche inefficienze della Giunta regionale che non dipendono, evidentemente, soltanto dall'Esecutivo in quanto tale, ma anche dal modo in cui si governa questo apparato della Regione, su cui si sono spese troppe parole, ma su cui sono state compiute poche azioni concrete, reali. Lo dico a futura memoria, naturalmente, per il Consiglio prossimo che verrà, non è possibile mantenere l'Assessorato dell'industria in queste condizioni, con 25 - 30 dipendenti, in una situazione in cui sta diventando, ed è destinato a diventare sempre di più protagonista dello sviluppo della nostra Isola. Non è assolutamente possibile che non si trovi chi segue le pratiche; non è assolutamente possibile che non si trovi chi segue la nuova legislazione, lasciando trascorrere vanamente il tempo e mettendo le imprese nelle condizioni di non potersi sviluppare. Questa è una cosa inaccettabile. Bisogna che ci sia uno sforzo da parte di tutti: sindacati, Esecutivo, Consiglio. Non è possibile che in questa Regione non si possa muovere nessuno; non è possibile che funzioni qualificate non possano essere allocate laddove sono necessarie e rimangano invece in posizioni di non produttività. E c'è tutta la questione degli enti che è ancora, io credo, una delle questioni centrali ai fini della riforma non solo della Regione, ma ai fini anche della determinazione dello sviluppo della nostra Isola. In teoria tutti siamo d'accordo, tutti vogliono trasformare gli enti, tutti li vogliono rinnovare, tutti li vogliono modificare. La cosa drammatica è che di troppo accordo - come talvolta ho sentito dire - si può anche morire. Qui non si muove nulla e continuano a permanere, intanto, situazioni di sperpero di danaro pubblico che sono, nella condizione della nostra Isola, assolutamente intollerabili; se penso soltanto alla situazione nel settore dell'agricoltura e alle questioni dell'Ente minerario sardo mi si rizzano i capelli. Non è possibile continuare a spendere decine e decine di miliardi, perché non si pone mano a questa situazione. Bisogna superare gli egoismi di piccolo cabotaggio; bisogna liquidare egoismi di consigli di amministrazione, di presidenti e di vicepresidenti, da qualunque parte essi stiano. Non sto difendendo e non sto attaccando nessuno in particolare, dico che non è tollerabile che ci siano doppioni, triple imprese che fanno tutte la stessa cosa e che sperperano tutte danaro pubblico. Ora tutto questo deve cessare; naturalmente capisco che, essendo ormai a fine legislatura, è difficile che possiamo, nel giro di poche settimane, fare quello che non si è fatto nel giro di alcuni anni, tuttavia per il futuro bisogna che si sappia che, se non si affrontano queste questioni, mettendo da parte anche egoismi particolari, mettendo da parte le questioni di piccola clientela, perché di questo poi si tratta - difendo il vicepresidente perché è un mio amico e mi porta consensi in qualche misura; difendendo quell'altro presidente perché mi darà una mano successivamente - se non mettiamo una pietra sopra a questo modo di fare, la situazione diverrà sempre più disperata e non ci sarà nessuno poi che potrà davvero risolverla.
Un'ultima considerazione e ho concluso. Ho accennato, nel corso delle mie brevi considerazioni, al fatto che noi abbiamo necessità di ripensare al nostro sviluppo in Sardegna e in particolare allo sviluppo industriale, perché io credo - questa è una riflessione che andiamo facendo collettivamente in tanti, in diverse situazioni - che non si possa pensare ancora per lungo tempo di affidare il nostro sviluppo a settori industriali maturi così come essi sono. Penso anche alla metallurgia del piombo, dello zinco, dell'alluminio, a tutta una serie di impianti industriali di base che noi abbiamo e verso i quali dobbiamo avere un atteggiamento di superamento. Naturalmente non sto dicendo che dobbiamo scaricare oggi quello che abbiano, sto dicendo che dobbiamo però pensare alla prospettiva e già da oggi dobbiamo pensare a come integrare, modificare e a come eventualmente sostituire questi impianti. Il settore dell'alluminio, se rimane così com'è, non avrà lunga vita, cinque anni, forse dieci, dopo di che a quelle popolazioni qualche cosa dovremo dire e bisogna che ci pensiamo oggi, non tra dieci anni quando avremo l'acqua alla gola e non avremo la possibilità e il tempo di affrontare i problemi. Qui si pone, secondo me, un grosso problema anche culturale, se volete. Si tratta di discutere tutti assieme, io non sono per il consociativismo, sia ben chiaro si tratta di riproporre ritorni al passato, a una ricerca di consensi unanimi attorno a tutte le questioni; sono convinto però che, su una questione centrale come questa dello sviluppo e cioè su che cosa produrre, sul dove produrre e come produrre, sapendo che ci dobbiamo confrontare oggi più che mai col mercato nazionale e internazionale, che si non può più pensare di produrre in interstizi limitati e comunque in nicchi assistite, bisogna che ci mettiamo tutti attorno a un tavolo, figuratamente, imprenditori, organizzazioni sindacali, forze politiche e sociali, per ragionare su questo punto, fuori da egoismi e da interessi particolari, per cercare di individuare dei filoni sui quali indirizzare la nostra politica di sviluppo e sui quali indirizzare poi le risorse finanziarie, morali e intellettuali di questa nostra Isola. Altrimenti i tempi che abbiamo davanti saranno sempre più duri e più neri.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Porcu. Ne ha facoltà.
PORCU (M.S.I.-D.N.). Signor Presidente, colleghi e colleghe del Consiglio, indubbiamente il Presidente Cabras sa vendere bene la poca merce che gli è rimasta in saccoccia alla fine di questa legislatura regionale. Tuttavia l'abilità espositiva del Presidente non riesce a nascondere la pochezza del bilancio di fine legislatura che questa megamaggioranza porterà al giudizio degli elettori il 15 maggio. Perché vede, caro Presidente, il problema è tutto qua, è tutto politico. Qua in Sardegna l'arco costituzionale ha fatto il suo canto del cigno, mentre dappertutto in tutto il Paese sia a livello centrale che a livello di province e di enti locali, di regioni, si va allo stabilizzarsi di schieramenti che governano contrapposti in una vera e positiva dialettica democratica, qua in Sardegna si insiste ancora a portare avanti esperimenti che appartengono all'archeologia politica esperimenti di governissimo che non fanno per niente bene alla dialettica politica e alla democrazia e che purtroppo si dimostrano del tutto inefficaci a risolvere anche quei problemi pratici importantissimi della vita quotidiana dei sardi.
Questa legislatura è stata caratterizzata, per quanto riguarda le varie maggioranze che si sono succedute alla guida della Regione, dall'ipotesi dell'omogeneità prima e da quelle dell'emergenza dopo. Nella prima parte della legislatura si disse: dobbiamo costituire in Sardegna una maggioranza omogenea a quella che governa a Roma. Fu fatto quell'esperimento e, a metà legislatura, si decise di porre fine a tale esperimento perché si era entrati nell'emergenza. Io dico che l'emergenza era anche dovuta alla scarsità dell'azione di governo di quella Giunta di centro-sinistra. Si passò alla fase dell'emergenza, mettendo dentro tutti quanti e, in realtà, si risolse la questione imbarcando il P.D.S. dentro la maggioranza come forza politica e risolvendo i problemi di poltrone con l'imbarcare anche tecnici che, al di là del loro valore personale, si sono dimostrati assolutamente insufficienti, sul piano politico e sul piano dell'azione programmatica, a risolvere i problemi. E' vero che il Governo, forse spinto da necessità elettorali, che non mancano mai nella politica di questa prima Repubblica che, per fortuna nostra, sta tramontando, ci dà qualche contentino dopo tante lagnanze, ci offerte la gassificazione del carbone Sulcis e forse ci offre qualche intervento economico rilevante per la nostra economia. Ma vedete, cari colleghi, sono strade e ipotesi di lavoro che sembrano già vecchie, che sembrano morte prima ancora di essere nate. Sono ipotesi che ci portano indietro nel tempo, sono soluzioni che non risolvono alla radice il male oscuro ma non tanto oscuro della Sardegna. Qual è il male oscuro della Sardegna? E' il male oscuro di una Regione e di un'amministrazione regionale che ha abituato i sardi a considerarla in prima persona come una specie di dispensatrice universale di ogni tipo di intervento e di ogni tipo di favore. La Regione in realtà dovrebbe, secondo noi, cambiare radicalmente il suo stile di governo negli anni prossimi, perché non è, ancora una volta, dando contributi a pioggia o favorendo quest'area anziché quell'altra, che si riuscirà a porre rimedio al drastico ritardo che abbiamo nei confronti di altre regioni italiane. Qua io non voglio fare, signor Presidente della Giunta, della demagogia spicciola, ma la gente comune, quella gente che tante volte da molti viene richiamata in questi giorni nelle tribune elettorali, si dice che se a ogni cittadino sardo la Regione, in questi 45 anni di autonomia, avesse dato anche una sola parte dei miliardi che ha speso inutilmente nella ricerca demagogica, questa sì, di risolvere i problemi dell'agricoltura, dell'industria, dell'artigianato, se a ogni cittadino sardo avesse dato una parte di questi soldi che sono stati spesi e misteriosamente evaporati, senza lasciare traccia di un qualche beneficio, i cittadini sardi sarebbero stati ricchissimi in questo momento. Non è facile fare un calcolo, signor Presidente del Consiglio, sulla spendita fatta dell'amministrazione regionale in questi ultimi quarantacinque anni. Se noi dovessimo guardare a quelli che sono stati i piani di rinascita del passato, a quelli che sono stati gli interventi a pioggia, episodici, nei vari campi dell'agricoltura, dell'industria, dell'artigianato, noi troveremmo che sono state spese in Sardegna delle cifre astronomiche, immense, incredibili, che si aggiungono a quelle che la Regione sosteneva, e ahimè sostiene tuttora, per mantenere il proprio elefantiaco apparato. Allora questa spendita enorme ricchezza, questa incredibile serie di elargizioni di denaro pubblico a che cosa veramente è servita? L'agricoltura per esempio, signor Presidente del Consiglio e signor Presidente della Giunta, ha ricevuto un qualche beneficio da questo tipo di elargizione a pioggia di contributi? Io direi proprio di no, se ancora adesso si cerca di risolvere i problemi della commercializzazione dei prodotti agricoli, oppure della produttività delle campagne. Siamo ancora alla fase iniziale, dopo quarantacinque anni di autonomia regionale, non abbiamo ancora tracciato le linee fondamentali del nostro sviluppo. Forse, invece di avventurarci in discorsi troppo tecnici, alati, da grandi professori universitari, dovremmo studiarci l'A, B, C le regole fondamentali dello sviluppo economico, dovremmo sapere dove andiamo, dovremmo cercare di individuare una strada per lo sviluppo economico; cosa che non abbiamo assolutamente fatto. Qualche volta noi ci avventuriamo in discorsi troppo difficili, impegnativi, da grandi studiosi e invece ci dimentichiamo che ancora non abbiamo preso una decisione sul destino finale di quest'Isola, se il nostro futuro debba essere dell'industria oppure nell'agricoltura o del turismo o della trasformazione dei prodotti che dall'agricoltura derivano.
Tutte queste cose, Signor Presidente, non si ha il coraggio di affrontarle perché esiste ancora una mentalità di governo consociativo, perché purtroppo le maggioranze politiche così come sono state fatte in questi ultimi anni non sono adatte a far prendere al Presidente della Giunta e agli Assessori le decisioni drastiche e importanti, le decisioni fondamentali e coraggiose che indubbiamente vanno prese. Quindi o noi diamo una sterzata sul piano politico o non riusciremo mai a uscire fuori da una situazione di disagio, da una situazione economicamente grave. Si è fatto un gran parlare in questo periodo della esigenza che anche in Sardegna nasca un tessuto di piccole e medie imprese, ma non è possibile che in Sardegna un simile tessuto sia calato dall'alto senza fare un discorso sulla vocazione profonda dell'economia sarda; non è possibile che si mantenga ancora in piedi una struttura elefantiaca regionale che continua a far sì che la Regione ancora oggi si metta in corsa per partecipare a intraprese economiche di vario tipo spendendo i soldi regionali, quando dappertutto oramai nel paese si è indirizzati verso tutt'altre strade. Solo in Sardegna ci sono dei casi ancora di intervento pubblico nell'economia mentre dalle altre parti si cerca di privatizzare, di rendere più agevole il discorso economico del privato che si vuole lanciare in nuove intraprese di carattere economico. Ecco il perché, signor Presidente, della nostra grande insoddisfazione per questo tipo di bilancio della Giunta regionale; noi avremmo voluto veramente, dopo quarantanni di autonomia regionale, un bilancio meno disastroso di quello che la Giunta Cabras presenta in questo momento al giudizio dei sardi. Però abbiamo paura, ahimè, che in Sardegna il vento del nuovo sia ancora lontano dall'arrivare, che si continui a procedere con vecchi metodi, che ancora si preferiscano discorsi di tipo clientelistico, di tipo affaristico, di tipo antico rispetto alle novità che ci devono essere anche nel campo dell'economia. E noi abbiamo sempre ipotizzato, onorevole Presidente della Giunta, una fronte valorizzazione dell'agricoltura in questo senso. Noi abbiamo sempre voluto che l'artigianato fosse liberato, almeno per quanto riguarda le competenze regionali, dai lacci che lo tengono stretto e che gli impediscono di decollare. Avremmo voluto una legislazione del commercio che fosse più dinamica, più elastica, più agevole per quanti si vogliono introdurre in questo settore.
Noi abbiamo delle grandi risorse che sono la risorsa del turismo e la risorsa del territorio che ancora non sono pienamente valorizzate. Questa è la Regione dove ancora, signor Presidente del Consiglio, nella Costa Smeralda, che pure è uno dei posti turisticamente più validi del mondo, viene servito negli hotel formaggio olandese, formaggio svizzero e, a pochi chilometri dalla Costa Smeralda, ci sono i pastori sardi che fanno questo tipo di formaggio. Potrebbe sembrare un discorso semplicistico questo ma non lo è, i nodi veri dell'economia sarda sono questi. Fino a che noi parliamo di piani paesistici o di megastrutture alberghiere rispondiamo a logiche e interessi che non sono i nostri. I nostri sono altri tipi di interessi; sono quelli che, giorno dopo giorno, rendono la vita amara a centinaia di migliaia di sardi. Ecco perché, forse, prima di perdere tanto tempo, negli anni passati, anche in questo Consiglio regionale, in discussioni che poi non hanno partorito proprio un bel niente, sulla cosiddetta grande riforma istituzionali, sarebbe stato più proficuo per tutti quanti noi porre mano forse a una più semplice e fattibile riforma dell'istituzione della Regione sarda, dell'amministrazione della Regione sarda, della struttura della Regione sarda, della grande, elefantiaca e lenta, macchina burocratica della Regione sarda. Forse anche questa sarebbe stata una cosa utile per noi e forse anche questo avrebbe avuto delle ricadute positive nell'economia della Sardegna. Ma lo sapete che gli imprenditori, sia sardi che continentali, si mettono le mani nei capelli quando si debbono affrontare dei discorsi burocratici con la nostra macchina amministrativa, che non è assolutamente sufficientemente rodata per risolvere i problemi che pone uno sviluppo economico moderno?
Ecco, tutte queste cose, al di là del rinnovarsi delle accuse che noi di solito facciamo nei confronti del governo nazionale, che pure ha colpe terribili per aver lasciato sola la Sardegna in moltissime occasioni, questo mea culpa, questo esame di coscienza, che noi dovremo fare anche alla fine di questa legislatura regionale, potrebbero portarci a riflettere sul fatto che la colpa principale del mancato sviluppo della Sardegna, la colpa principale del fatto che noi lasciamo nel 1994 la Regione sarda in condizioni forse peggiori di quelle in cui l'abbiamo trovata nel 1989, è la nostra, è delle maggioranze che si sono susseguite qua dentro; la colpa è di chi, cercando la soluzione ai problemi con gli Assessori tecnici, ha fatto mancare la benzina politica perché le cose venissero risolte.
Ancora una volta si è dimostrata fallace la previsione di chi voleva risolvere tutto attraverso dei discorsi politici di difficile comprensione e astrusi. Molte volte la foga di fare riforme istituzionali nascondeva la voglia di continuare a gestire nella maniera antica quel potere che si aveva difficoltà ad abbandonare. E adesso, signor Presidente, che siamo arrivati alla resa dei conti, osiamo sperare e, come abbiamo fatto in tutti questi anni, diamo il nostro apporto costruttivo e appassionato, appassionato perché ci sentiamo parte integrante di questa terra, perché le nostre radici sono ben piantate nel granito della Sardegna, perché la Sardegna è carne della nostra carne. Noi diciamo che ci dobbiamo mettere in testa che qualcosa di nuovo sta avvenendo nel nostro Paese, che stanno radicalmente cambiando i comportamenti politici, sociali e civili di questa nazione, dobbiamo capire che il nuovo sta spirando e che la Sardegna non può non essere toccata da questo nuovo, che noi lo vogliamo o che non lo vogliamo. Dobbiamo capire che una fase politica è definitivamente chiusa, dobbiamo cercare di prendere atto di questa realtà, di prepararci a un nuovo modo di affrontare le cose della politica e le cose della società. Il nostro impegno non mancherà anche nel futuro, in quel futuro prossimo che vedrà la nostra presenza, anche in questo Consiglio regionale, politicamente e numericamente più forte; non mancherà perché finalmente sia fatta anche in Sardegna quella pulizia che tarda a venire, perché finalmente la gente non debba confrontarsi solo con crisi, con disoccupazione, con fabbriche che chiudono, perché finalmente i sardi, a cui certamente non manca né lo spirito di iniziativa imprenditoriale, né la capacità di sacrificio, abbiamo la possibilità di organizzarsi per rendere più proficua la situazione economica della Sardegna, perché finalmente la Regione non ostacoli ulteriormente questo processo. E allora signor Presidente, per concludere, esprimo il nostro rammarico forte perché in questi ultimi mesi di questa legislatura, se si fosse preso atto della fine politica di questa maggioranza, si sarebbe potuto fare qualcosa di più e di meglio di quanto non si sta facendo. Il rammarico è forte per questo, ma è altrettanto forte, signor Presidente, la convinzione che comunque sia, attraverso le prossime prove elettorali, nazionali e regionali ed europee, il popolo sardo dirà una parola chiara e definitiva sul destino di questa classe politica.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Sandro Usai. Ne ha facoltà.
USAI SANDRO (P.P.I.). Onorevole Presidente del Consiglio, onorevole Presidente della Giunta, onorevoli colleghi, anche se, come ha detto il Presidente della Giunta, alcune questioni al confronto tra il governo regionale e il governo nazionale sono tuttora sospese - mi riferisco alle questioni del metano, della carta e della chimica - non posso che esprimere un giudizio positivo per quanto la Giunta regionale è riuscita a ottenere nei confronti col Governo nazionale. Ritengo che abbia fatto quanto possibile se si considera il momento politico, il momento storico, la grave crisi economica che attraversa l'Italia. Certo il decreto legge sul piano di rinascita non contiene tutto quello che avremmo voluto che contenesse e senza dubbio le risorse finanziarie in esso previste sono ben poca cosa rispetto al bilancio regionale e ad altri aspetti particolari di questo bilancio. Io ho sempre sostenuto e sostengo ancora oggi che la legge sul piano di rinascita non deve essere tanto una legge di spesa quanto una legge che contenga princìpi che consentano alla Sardegna, in certi settori particolari, di fare un salto di qualità nella sua posizione rispetto ad altre regioni più avvantaggiate e direi che su questo un primo passo, si è fatto, perché non possiamo non dare importanza ai princìpi stabiliti in questa legge sugli interventi nei settori produttivi, in quanto consente alla Regione di legiferare in modo più puntuale sugli incentivi. Non possiamo non considerare positivamente l'adattamento dello strumento INSAR per risolvere alcuni nodi dello sviluppo economico della Sardegna; non possiamo non ritenere positiva la normativa sui trasporti, su questo settore cruciale che determina per l'Isola grandi scompensi di carattere economico, né tanto meno - anche se avrebbero voluto qualcosa di più - si può dare un giudizio non positivo sul nuovo rapporto che si andrà ad instaurare per quanto riguarda i piani di investimenti dell'ANAS e delle Ferrovie dello Stato. Certo molte altre cose possono essere fatte ma io direi che, se si considera il momento storico e la crisi economica italiana, quanto abbiamo ottenuto è un passo avanti, se non altro perché si instaura un regime di princìpi che possono poi trovare attuazione sulla futura legislazione. Il Presidente ha definito questo suo intervento quasi un bilancio di legislatura. In effetti, se pensiamo che siamo in fine legislatura, dovrei dire che probabilmente il mio intervento potrebbe finire qua perché non ci resta tempo. Salvo due leggine che sono all'ordine del giorno del Consiglio e che riguardano una l'estendimento all'intera Sardegna dell'articolo sugli incentivi della Sardegna centrale e l'altra norma l'adeguamento degli interessi nel settore commercio nell'industria alberghiera, credo che di fatto questa legislatura finirà senza altri interventi nel settore economico, per cui io potrei anche fermarmi a queste brevi considerazioni ritenendo superfluo ogni mio ulteriore intervento. Però, siccome questo è probabilmente l'ultimo intervento che svolgerò in questa legislatura, sul comparto economico, almeno sul settore di cui stiamo parlando questa settimana, a futura memoria e perché serva al futuro Consiglio, almeno come ricordo delle cose dette voglio ripetere ancora una volta, aggiornandole, alcune considerazioni fatte nel corso di questa legislatura. Io ho detto in passato, e lo ripeto adesso, che questo Consiglio, ogni qualvolta si acuisce la crisi del sistema economico, fa grandi riunioni, convoca assemblee anche plenarie e conclude con ordini del giorno come quello del marzo 1993. Chiamati di volta in volta a constatare le inadempienze dello Stato, del sistema delle partecipazioni statali, sempre spinti dalle minacce di chiusura dei diversi comparti, la cartiera, il PVC, il polo dell'alluminio di Portovesme eccetera, abbiamo, il più delle volte, concluso con ordini del giorno unitari, rivendicando la nostra peculiarità, rivendicando la solidarietà dello Stato; rivendicando un ruolo al sistema italiano. Però, tutte le volte, la nostra attenzione si è concentrata principalmente sulla presenza e sul ruolo dello Stato in Sardegna più che sulla strategia della Regione sarda per lo sviluppo del tessuto economico industriale. Ci siamo sempre soffermati principalmente a rivendicare, nei confronti dello Stato, poteri e risorse finanziarie, senza però soffermarci in modo puntuale su una strategia di politica economico-indu-striale. Per carità, questo noi lo abbiamo fatto e d'altronde questa rivendicazione ha una sua logica, perché se si considera che il sistema industriale in Sardegna è costituito, per la maggior parte, da imprese statali, è chiaro che la nostra discussione non può che accentrarsi spesso e volentieri sul ruolo che dovrebbe avere lo Stato, attraverso interventi concreti e operativi dei suoi enti strumentali e in genere con le sue politiche di settore. Io credo però, senza voler rinunciare a perseguire le giuste rivendicazioni nei confronti del governo nazionale di una diversa politica industriale e dello stesso governo e dei suoi enti strumentali per l'adempimento degli impegni assunti nei vari protocolli d'intesa, ultimo quello del '90, vada fatta comunque una serie di riflessioni sulla linea strategica della politica economica del governo regionale. Questo perché io insisto col dire e credo che sia arrivato il momento di ricercare in noi stessi più che negli altri la capacità, la forza di superare le crisi ricorrenti e comunque per avviare un processo di sviluppo industriale che trovi in Sardegna, e non nell'assistenza statale, le proprie ragioni e motivazioni. Ciò è avvenuto in altre zone deboli d'Italia non assistite dalle provvidenze previste dalla legislazione sul Mezzogiorno. Ciò può avvenire a mio avviso anche in Sardegna se si modificano le strategie e se si acquisisce, una volta per sempre, una diversa mentalità e una diversa cultura di impresa. Questo Consiglio, su proposta del governo regionale, ha varato nel 1993 la legge numero 21, che prevede il contributo in conto interessi sui finanziamenti a favore delle piccole e medie imprese, e si accinge a votare - è all'ordine del giorno di questa tornata consiliare - una proposta di legge che estende a tutto il territorio regionale le agevolazioni previste dall'articolo 30 della legge numero 17 del 1993 per la Sardegna centrale, così come ha varato, negli ultimi sei mesi, le leggi di incentivazione sull'artigianato, sul commercio e sull'industria alberghiera ed ha innovato sostanzialmente la legge numero 28 sull'imprenditoria giovanile. Possiamo dire, con orgoglio, che è stato fatto tutto quello che, compatibilmente con la normativa europea, è possibile fare in tema di incentivazioni finanziarie alle imprese, anche se è assurdo, come rilevato nella mozione del 10 novembre 1993 presentata dal gruppo del Partito popolare, che tra la emanazione delle leggi e la loro pratica attuazione intercorrano tempi non compatibili con la crisi in atto, per cui si corre il rischio che i benefici pervengano alle imprese quando queste hanno cessato di esistere. Ma la legislazione emanata non è sufficiente a risolvere la crisi dei settori produttivi. Questo dibattito costituisce perciò l'occasione per insistere su alcuni punti ancora irrisolti. La storia economica di questi ultimi anni ha dimostrato che il "sistema Italia" si è collocato fra le prime nazioni industrializzate del mondo grazie, non allo sviluppo della grande industria (anche se questa ha avuto ed ha un suo importante ruolo, favorito peraltro nella sua ristrutturazione - vedi FIAT - dall'intervento dello Stato) ma al moltiplicarsi e allo svilupparsi nel territorio di una molteplicità di piccole e medie imprese. Questo tessuto di piccole e medie imprese ha avuto però modo di svilupparsi in un territorio che seppure geograficamente collocato in zone più strategiche rispetto alla Sardegna, ha avuto come condizioni determinanti una infrastrutturazione efficiente, una rete di servizi reali adeguata ad un'amministrazione regionale efficiente e tempestiva. Anche se recenti fenomeni di concentrazione industriale e qualche economista sembrerebbero indicare la prossima fine di un modello di sviluppo basato sulla piccola e media impresa, tutti gli altri indicatori e la stessa politica della Comunità europea sono tuttora rivolti allo sviluppo di tale tessuto industriale. La politica industriale regionale deve quindi svilupparsi su tali linee, deve cioè orientarsi a determinare in Sardegna le stesse condizioni che hanno consentito lo svilupparsi del tessuto di piccole e medie imprese nelle altre Regioni più industrialmente avanzate dell'Italia e dell'Europa. Infrastrutturazione (metano, aree industriali e così via), servizi reali alle imprese ed amministrazione pubblica efficiente sono i tre fattori sui quali deve fondarsi una politica industriale e sui quali si gioca il destino della industrializzazione in Sardegna. L'infrastrutturazione del territorio, sia quella generale (cioè quella necessaria per la vita civile) ma soprattutto quella specifica per lo sviluppo industriale, (non abbiamo ancora il metano, non abbiamo il piano delle acque, per i trasporti soltanto adesso la legge sul piano di rinascita si da in qualche modo una aiuto), sono insufficienti e pari all'incirca ad un terzo delle zone industrialmente sviluppate. La Regione sarda deve accentuare il suo intervento su queste ultime infrastrutturazioni, ad esempio attuando una diversa politica di gestione del sistema dei trasporti, dando impulso al processo di metanizzazione dell'isola (il Presidente ha annunziato che probabilmente la Regione sarda deve pensare di trovare al suo interno le risorse per la metanizzazione) varando il piano sulla utilizzazione delle risorse idriche. Ma soprattutto deve intervenire in modo massiccio e mirato nel completamento della infrastrutturazione delle aree industriali a potenziale attrazione insediativa, non essendo risolutivi del problema gli interventi a pioggia su un vasto territorio a scarso insediamento abitativo, quali quelli dei PIP, che possono dare agli artigiani di un determinato paese migliori condizioni di lavoro, ma non risolvono affatto il problema di una infrastrutturazione adeguata a creare le condizioni per lo sviluppo industriale di cui parliamo.
Per quanto riguarda i servizi reali alle imprese, è ormai dato acquisito che le imprese per svilupparsi hanno necessità più che di incentivi finanziari di incentivi reali. Nel nord Italia le industrie si sono sviluppate senza incentivi finanziari e grazie a una completa e complessa rete di servizi reali. Dopo il 1993, le imprese del Mezzogiorno potranno fare affidamento sempre meno, se non del tutto, sugli incentivi finanziari. In Sardegna non esiste una rete sufficiente di servizi reali alle imprese, nei settori dell'informazione economica, della formazione imprenditoriale, della promozione di nuove imprese, dei rapporti dell'impresa con l'estero, della internazionalizzazione dei mercati, della commercializzazione dei prodotti, del trasferimento tecnologico, della certificazione della qualità dell'ambiente e così via. Esistono sì in Sardegna diversi enti ed organismi, sia pubblici che privati che, direttamente o indirettamente, si prefiggono l'obiettivo di fornire servizi reali alle imprese (SFIRS, Consorzio 21, Bic Sardegna, CIS Service, Istituti di credito e così via); ma la loro azione non è coordinata, con la conseguenza che alcuni servizi non vengono affatto forniti, altri vengono forniti in sovrapposizione, disorientando l'operatore, ed altri vengono forniti non in regime di concorrenza ma di contrapposizione, il tutto con spreco di risorse umane e finanziarie. Il governo regionale (e questo problema l'ho sollevato tante volte, e il Presidente della Giunta ne ha anche preso atto nelle ultime dichiarazioni programmatiche) pur nel rispetto delle competenze istituzionali, deve farsi carico di un'azione di coordinamento e di programmazione. Io spero che il prossimo governo regionale questo lo faccia. Ho più volte sollecitato, sino quasi alla nausea, in occasione dei vari dibattiti, la Giunta regionale ad organizzare quanto prima una Conferenza regionale sui servizi reali alle imprese, nella quale verificare di quali servizi reali hanno bisogno le imprese che si collocano in Sardegna, quali di questi servizi vengono attualmente resi e come, quali non vengono forniti e perché, quali soggetti prestano o dovrebbero prestare tali servizi e così via. Questa ritengo sia una grande incompiuta di queste Giunte regionali e spero che non rimanga tale anche nel prossimo futuro. Ma la costante lamentela non solo del mondo imprenditoriale ma del cittadino comune è ormai rivolta verso l'amministrazione regionale, non solo per la mancanza ma soprattutto per il ritardi nelle risposte alle sue esigenze. L'amministrazione regionale nel suo complesso è lenta, macchinosa, farraginosa, complicata e vecchia nella sua struttura organizzativa. Questa legislatura che molto ha fatto in tema di riforme istituzionali e di riforme di settore (leggi sul commercio, sull'industria, sull'artigianato, sull'industria alberghiera, sull'agricoltura, sulle cave, sulle miniere e così via) non è riuscita a varare, non per colpa sua ma per carenza dei governi regionali che si sono succeduti, una seria riforma dell'amministrazione regionale. Quando parlo di riforma dell'amministrazione regionale non mi riferisco alla riforma, pure essa importante, degli enti strumentali della Regione in discussione nella prima Commissione, ma a quel complesso di uffici e servizi interni nei quali essa si articola e che ne costituiscono il corpo principale ed essenziale. Parlo cioè di quegli uffici che servono per attuare le leggi e per fornire risposte e servizi ai cittadini. La macchina regionale è vecchia e antiquata, ho detto, è riformulata su uno schema di mussoliniana memoria, su una visione centralistica ed autoritaria dello Stato mutuando in peggio l'antiquata organizzazione statale. Essa va riformata secondo i modelli delle società più evolute e sulla base di regole di efficienza e di produttività più vicine al sistema privatistico. Il principio informatore deve essere quello che l'amministrazione è al servizio del cittadino e non viceversa. Uno dei principali motivi, se non il principale, di distacco dei cittadini dalle istituzioni è costituito proprio dal ruolo oppressivo dell'amministrazione pubblica nei loro confronti. Questo Consiglio ha varato norme sulla trasparenza della pubblica amministrazione regionale ma esse di fatto non vengono attuate. I tempi nel disbrigo delle pratiche si vanno sempre più allungando. Basti pensare ai termini che sono necessari per definire le pratiche di contributo per il risparmio energetico. Le cito un esempio non molto importante rispetto ad altre pratiche, ma significativo. Lei sa, signor Presidente, probabilmente, che presso l'Assessorato dell'industria giacciono 14 mila pratiche arretrate dal 1989 in poi e che esse non potranno essere definite se non con 4 anni di ritardo. E questo è uno degli esempi meno eclatanti ma se mi riferisco poi ai contributi a settori economici quali l'agricoltura il discorso diventa veramente drammatico. Gli assessori di turno, interpellati ripetutamente sullo stato di attuazione della legislazione relativa ai comparti economici, in particolare a quelli dell'industria, del commercio, artigianato e turismo (ma il caso riguarda tutti gli assessorati) raccontano in Commissione, lamentandosi continuamente, di dover sopperire o di persona o con le proprie segretarie alle carenze non solo quantitative ma anche qualitative della struttura amministrativa. Quando in Commissione, ci siamo lamentati con l'assessore del fatto che le leggi sul commercio e sull'artigianato dopo mesi e mesi erano ancora inattuate, l'assessore ci ha detto che doveva essere lui personalmente a organizzare gli incontri con le banche per definire le convenzioni. Ma perché, se questa è la costante lamentela non solo del cittadino ma degli stessi componenti delle varie Giunte di ogni colore politico che si sono susseguite negli anni, la Giunta regionale e il Consiglio regionale, non sono riusciti a modificare questo stato di cose e a rendersi quindi credibili di fronte alla pubblica opinione?
Quando noi consiglieri regionali andremo in campagna elettorale, non ci ringrazieranno affatto perché abbiamo fatto delle leggi, ma ci criticheranno perché la macchina regionale non funziona, perché questo Consiglio ha varato nel 1990 la legge sul commercio e questa legge non è stata data ancora pratica attuazione a distanza di ben quattro anni. Non voglio pensare che sia stato fatto per consentire il malcostume amministrativo e il clientelismo politico. Certamente è stato fatto per scarso riguardo all'interesse dei cittadini, per una sorta di autolesionismo, per mancanza di cultura amministrativa, per l'incapacità di risolvere problemi strutturali, per la tendenza a subire la costrizione del contingente. Siamo sempre assillati dal momento contingente, dalla pressione degli operai o della Cooperativa INFORMA, non riusciamo mai a varare una riforma strutturale. Queste ultime considerazioni sembrano fuori tema, ma si ricollegano puntualmente a quello che è il vero nocciolo del problema della vertenza Sardegna:la perenne richiesta di aiuto all'esterno e l'incapacità di trovare soluzioni interne ai problemi utilizzando le proprie competenze statutarie. Ciò vale per la riforma dell'amministrazione regionale, così come vale in genere per lo sviluppo economico e sociale della Sardegna. Mi auguro che il Consiglio regionale che scaturirà dalle ormai imminenti elezioni regionali sappia trovare al suo interno la forza, la capacità e anche il coraggio di introdurre riforme strutturali che servano a dare alla Sardegna una diversa dignità istituzionale.
Concludendo, riprendendo il discorso sull'intervento e sul ruolo dello Stato in Sardegna, non posso che condividere alcune preoccupazioni che sono state sollevate qui da parte dei proponenti delle mozioni e da parte dei colleghi che sono intervenuti, e quindi non posso non condividere l'esigenza di una ulteriore forte azione del Governo regionale presso il Governo nazionale per il rispetto degli impegni assunti.
Il raccordo delle risorse regionali ad un programma di interventi pubblici e privati è stato già previsto dal Governo regionale nel piano generale di sviluppo e nei programmi pluriennali. In sedi di attuazione, però, è chiaro che va maggiormente accentuato l'impegno nei settori di cui ho parlato prima, dell'infrastrutturazione, dei servizi reali alle imprese e della riforma dell'amministrazione regionale.
Viste le passate esperienze, non sempre positive, e la ingovernabilità, da parte del Governo nazionale, del sistema delle imprese a partecipazione statale, io credo che dobbiamo trovare in noi stessi la forza per attuare le nostre competenze, per intervenire nei settori economici con maggiore puntualità, per dare a noi stessi, attraverso una struttura amministrativa regionale diversa, una diversa credibilità.
PRESIDENTE. I lavori del Consiglio riprenderanno domani mattina alle ore 10.
La seduta è tolta alle ore 19 e 12.
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