Seduta n.281 del 28/09/1993 

CCLXXXI SEDUTA

MARTEDI' 28 SETTEMBRE 1993

Presidenza del Presidente FLORIS

indi

del Vicepresidente SERRENTI

indi

della Vicepresidente SERRI

INDICE

Comunicazioni del Presidente

Congedo

Interpellanze (Annunzio)

Interrogazioni (Annunzio)

Interrogazione (Risposta scritta)

Mozioni (Annunzio)

Mozioni Salis - Cogodi - Morittu - Urraci sulla chiusura di parte consistente ed essenziale delle scuole e sull'attacco al sistema della pubblica istruzione in Sardegna (146), Mannoni - Pusceddu - Baroschi - Degortes - Desini - Fadda Antonio - Fadda Fausto - Ferrari - Lombardo - Manchinu - Mereu Orazio - Mereu Salvatorangelo - Mulas Maria Giovanna - Onnis - Pili sull'emergenza scolastica in Sardegna conseguente agli inaccettabili provvedimenti governativi (147), Ortu - Demontis - Puligheddu - Planetta - Serrenti sul D.L. 9 agosto 1993 n. 288 (Decreto taglia classi) (148) e delle interpellanze Cocco - Dadea - Casu - Manca sulle gravi conseguenze per la Sardegna del decreto legge sull'aumento del numero degli alunni nelle classi scolastiche (346) e Tamponi - Deiana - Atzeni - Giagu - Serra sul grave malessere determinato nelle famiglie e nel mondo della scuola per il decreto sulla soppressione delle classi in tutte le scuole (347). (Discussione congiunta):

SALIS

PUSCEDDU

COCCO

TAMPONI

SERRENTI

BAROSCHI

SERRA PINTUS

ZUCCA

PORCU

SERRI

MULAS MARIA GIOVANNA

Sull'ordine dei lavori:

BAROSCHI

COGODI

PRESIDENTE

La seduta è aperta alle ore 17.

PORCU, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana dell'8 settembre 1993, che è approvato.

Congedo

PRESIDENTE. Comunico che il consigliere regionale Salvatore Lombardo ha chiesto quattro giorni di congedo. Se non ci sono osservazioni, il congedo si intende accordato.

Comunicazioni del Presidente

PRESIDENTE. Comunico che il Presidente della Giunta regionale, in applicazione dell'articolo 24 della legge regionale 7 gennaio 1977, numero 1, ha trasmesso l'elenco delle deliberazioni adottate dalla Giunta regionale il 15 e il 22 giugno, l'1, l'8, il 13 e il 27 luglio 1993.

Risposta scritta ad interrogazione

PRESIDENTE. Comunico che è stata data risposta scritta alla seguente interrogazione:

"Interrogazione Planetta - Satta Gabriele sulla situazione del porticciolo turistico di Stintino". (540)

Annunzio di interrogazioni

PRESIDENTE. Si dia annunzio delle interrogazioni pervenute alla Presidenza.

PORCU, Segretario:

"Interrogazione Usai Edoardo, con richiesta di risposta scritta, sullo smaltimento dei rifiuti solidi urbani del Comune di Pimentel". (623)

"Interrogazione Planetta, con richiesta di riposta scritta, sulla canalizzazione del metano per la Sardegna e sull'utilizzo del G.P.L.". (624)

"Interrogazione Ortu - Serrenti - Puligheddu - Demontis - Planetta sulla ripartizione dei contributi in base all'articolo 60 della legge regionale n. 1/1990". (625)

Annunzio di interpellanza

PRESIDENTE. Si dia annunzio dell'interpellanza pervenuta alla Presidenza.

PORCU, Segretario:

"Interpellanza Cocco - Dadea - Casu - Manca sulle gravi conseguenze per la Sardegna del decreto legge sull'aumento del numero degli alunni nelle classi scolastiche". (346)

Annunzio di mozioni

PRESIDENTE. Si dia annunzio delle Mozioni pervenute alla Presidenza.

PORCU, Segretario:

"Mozioni Salis - Cogodi - Morittu - Urraci sulla chiusura di parte consistente ed essenziale delle scuole e sull'attacco al sistema della pubblica istruzione in Sardegna". (146)

"Mannoni - Pusceddu - Baroschi - Degortes - Desini - Fadda Antonio - Fadda Fausto - Ferrari - Lombardo - Manchinu - Mereu Orazio - Mereu Salvatorangelo - Mulas Maria Giovanna - Onnis - Pili sull'emergenza scolastica in Sardegna conseguente agli inaccettabili provvedimenti governativi". (147)

Sull'ordine dei lavori

PRESIDENTE. Poiché non è presente nessun rappresentante della Giunta, sospendo la seduta per dieci minuti.

Ha domandato di parlare l'onorevole Baroschi. Ne ha facoltà.

BAROSCHI (P.S.I.). Io mi rivolgo alla sua cortesia, perché valuti l'opportunità di convocare una Conferenza dei Capigruppo, per inserire all'ordine del giorno, stabilendone la data di discussione entro la presente tornata di lavori consiliari, della proposta di legge numero 425: "Modalità di espressione del voto di preferenza nelle elezioni regionali" e della proposta di legge nazionale numero 9: "Riduzione del numero dei consiglieri regionali della Sardegna". Modifica dell'articolo 16 della legge costituzionale: "Statuto regionale della Sardegna" in modo tale che l'Aula possa discutere questi due provvedimenti che, se approvati, consentirebbero di superare i quesiti referendari per i referendum previsti per la fine di novembre.

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare l'onorevole Cogodi. Ne ha facoltà.

COGODI (Rinascita e Sardismo). Mi pare che sia nell'ordine naturale delle cose che si debba comunque sospendere la riunione del Consiglio e mi pare che sia nell'ordine naturalissimo delle cose, che soprattutto l'opposizione, debba protestare ancora una volta, lo ha fatto e lo farà sempre, per questo stato di cose, nel quale è condotto e ridotto il Consiglio regionale. L'assenza della Giunta che non è un fatto casuale ma ricorrente, signor Presidente, non può essere ascritta a occasionale disattenzione o a disguidi; non è il maltempo, non è la pioggia, è una sottovalutazione permanente, è un non cale, è un non tenere in conto minimo l'istituzione autonomistica; ancora una volta dobbiamo dire che questo è un fatto politico di prima grandezza e di prima rilevanza che non può essere che stigmatizzato. Ancora una volta invito il Presidente, che già puntualmente è intervenuto ed efficacemente sul momento, ma non evidentemente nel tempo - parlo dell'efficacia, visti gli effetti - a voler ancora una volta almeno lasciare agli atti del Consiglio una traccia di questa protesta che il Consiglio regionale tutto, attraverso il suo Presidente, deve ancora una volta elevare. Nei confronti di chi? Nei confronti di una Giunta regionale che è espressione di questo Consiglio, non di un altro. Veda il Consiglio, veda la maggioranza, se c'è e se esiste, se questa è una cosa che nuoce o agevola le istituzioni autonomistiche, se questo è uno stato di cose che può ancora perdurare. Poi, chi si accontenta gode, dice qualcuno, e chi gode di queste cose certamente non ispira i suoi godimenti a sani principi.

PRESIDENTE. Onorevole Cogodi, le assicuro che il Presidente del Consiglio, non solo è intervenuto per invitare la Giunta a rispettare i tempi che il Consiglio di volta in volta si è dato e quindi alla puntualità, ma è intervenuto anche per dire ai singoli Assessori che devono essere presenti in Aula quando si discute di provvedimenti che riguardano la Sardegna e non possono riguardare questo o quell'Assessorato. Eleverò nuovamente questa protesta del Consiglio regionale e farò un passo formale nei confronti del Presidente della Giunta, augurandoci che questa sia l'ultima volta che il Consiglio è costretto a sospendere i lavori per l'assenza della Giunta regionale.

Sospendo la seduta per quindici minuti e convoco la Conferenza dei Capigruppo.

(La seduta, sospesa alle ore 17 e 07, viene ripresa alle ore 17 e 50.)

PRESIDENTE. I lavori del Consiglio, come precedentemente annunciato, inizieranno stasera e proseguiranno domani, dopodomani e venerdì. Il Consiglio discuterà le mozioni e le interpellanze sui problemi della scuola, le norme in materia di ineleggibilità e di incompatibilità, la relazione della quinta Commissione, sul problema degli incendi e infine il provvedimento in materia di spese elettorali. Le Commissioni lavoreranno lunedì, martedì e mercoledì della prossima settimana. Il Consiglio sarà riconvocato per giovedì 7 ottobre, con all'ordine del giorno la legge rinviata in materia di cultura e lingua sarda, la proposta di legge numero 425 e la proposta di legge numero 9, che sono quelle richiamate dall'onorevole Baroschi, qualora esitate dalla Commissione. C'è quindi un cambiamento di programma nel senso che il Consiglio si riunirà la prossima settimana e non invece nell'ultima settimana di ottobre.

Annunzio di interpellanza

PRESIDENTE. Si dia annunzio dell'interpellanza pervenuta alla Presidenza.

URRACI, Segretaria:

"Interpellanza Tamponi - Deiana - Atzeni - Giagu - Serra sul grave malessere determinato nelle famiglie e nel mondo della scuola per il decreto sulla soppressione delle classi in tutte le scuole". (347)

Discussione congiunta delle mozioni Salis - Cogodi - Morittu - Urraci sulla chiusura di parte consistente ed essenziale delle scuole e sull'attacco al sistema della pubblica istruzione in Sardegna (146), Mannoni - Pusceddu - Baroschi - Degortes - Desini - Fadda Antonio - Fadda Fausto - Ferrari - Lombardo - Manchinu - Mereu Orazio - Mereu Salvatorangelo - Mulas Maria Giovanna - Onnis - Pili sull'emergenza scolastica in Sardegna conseguente agli inaccettabili provvedimenti governativi (147) e delle interpellanze Cocco - Dadea - Casu - Manca sulle gravi conseguenze per la Sardegna del decreto legge sull'aumento del numero degli alunni nelle classi scolastiche (346) e Tamponi - Deiana - Atzeni - Giagu - Serra sul grave malessere determinato nelle famiglie e nel mondo della scuola per il decreto sulla soppressione delle classi in tutte le scuole (347)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione congiunta delle mozioni numero 146, 147 e delle interpellanze numero 346 e 347.

Se ne dia lettura.

URRACI, Segretaria:

Mozione Salis - Cogodi - Morittu - Murgia - Urraci sulla chiusura di parte consistente ed essenziale delle scuole e sull'attacco al sistema della pubblica istruzione in Sardegna.

IL CONSIGLIO REGIONALE

seriamente allarmato dagli irresponsabili provvedimenti governativi contro l'istruzione pubblica e preoccupato degli effetti perversi che il provvedimento del Governo Ciampi avrà sulla condizione generale della Sardegna,

PREMESSO che:

- i provvedimenti governativi impongono in Sardegna il taglio immediato di diverse centinaia di classi, l'esclusione di oltre mille insegnanti e l'aggravamento delle condizioni di studio e di vita di decine di migliaia di studenti e famiglie;

- la politica scolastica del Governo centrale non solo non prefigura un progresso nella istruzione pubblica o anche una possibile conservazione degli standard esistenti, ma addirittura segna un regresso di molti decenni capace di confinare definitivamente vaste aree della Sardegna in condizioni di permanente sottosviluppo;

- le decisioni governative in materia scolastica si accompagnano alle altre misure di smantellamento del sistema produttivo sardo con la conseguenza di sommare i nuovi disoccupati intellettuali a quelli già creati nelle industrie, nelle campagne e nel terziario;

- i provvedimenti del ministro Jervolino si sono abbattuti sulla Sardegna insieme al gravissimo atto di blocco della legge regionale sulla lingua e la cultura sarda, oltretutto capace di consentire nella scuola nuovi posti di lavoro qualificati;

CONSIDERATO che:

- la decisione del Governo di tagliare classi e chiudere scuole colpisce in Sardegna soprattutto i centri più piccoli già di per sé emarginati e accentua i processi di disgregazione, sottosviluppo e spopolamento;

- il taglio delle classi e la chiusura delle scuole colpiscono particolarmente i paesi del malessere sociale per contrastare e combattere il quale il Consiglio regionale ha, fra le altre misure, unanimemente invocato una più accentuata diffusione dell'istruzione pubblica;

- L'evasione e la dispersione scolastica hanno nell'Isola percentuali fra le più alte dello Stato e che i provvedimenti governativi tendono inevitabilmente ad aggravare il fenomeno;

- il tasso di ripetenza è fra i più alti dello Stato, favorito certo dalla sovrapposizione, spesso maldestra, di un sistema culturale esterno al sistema culturale autoctono, ma anche aggravato dalla precarietà delle strutture e dalle insufficienze del sistema didattico;

- il procedere ragionieristico del Governo ha la conseguenza grottesca di chiudere classi e scuole in cui è in atto il progetto di sperimentazione "Progress" contro la dispersione scolastica;

- i provvedimenti governativi avranno dunque come risultato inevitabile anche quello di aumentare il tasso di ripetenza e di dispersione degli scolari sardi;

- il previsto trasferimento degli alunni delle scuole abolite in scuole di altri paesi è destinata a creare guasti psicologici sia ai ragazzi sia alle comunità penalizzate e, in ogni caso accentuerà il distacco tra scuola e società,

ATTESO che:

- la scuola è in molti dei centri sardi più piccoli e più emarginati l'unica occasione di diffusione della cultura oltre che motivo di coesione e di socializzazione;

- la chiusura della scuola non può non essere un'ulteriore causa dell'invecchiamento dei paesi e della loro decadenza;

- non v'è chi non consideri la presenza dell'uomo nelle campagne e nelle aree interne un serio contrasto al degrado dell'ambiente e all'autofagia per fuoco e, conseguentemente non si auguri una riantropizzazione di essi;

- i costi economici, culturali e sociali della futura prevedibile desertificazione dei paesi e dei territori sono ben più alti dell'economia domestica che il Governo vuole attuare con il taglio delle classi, la chiusura delle scuole e la chiusura di prospettive lavorative a nuovi e vecchi insegnanti;

PRESO ATTO:

- della protesta di migliaia di precari della scuola ai quali si nega il diritto ad una occupazione che con sacrifici personali e delle famiglie si sono lungamente preparati e ai quali, in più, il Governo ha voluto chiudere ogni prospettiva con il blocco della legge sulla cultura e la lingua sarda;

- della rivolta morale delle comunità sarde che non si rassegnano al degrado dell'istruzione pubblica e alla condanna a morte dei rispettivi centri abitati,

esprime piena solidarietà agli insegnanti sardi in lotta e alle comunità sarde impegnate in una battaglia di civiltà,

impegna la Giunta regionale

a) a pretendere dal Governo italiano l'immediata sospensione dei provvedimenti in oggetto ai sensi dell'articolo 51 dello Statuto speciale in quanto manifestamente dannosi per la Sardegna;

b) ad aprire con il Governo dello Stato una vertenza tesa a riconoscere alla Sardegna il diritto per i suoi cittadini ad una istruzione dell'obbligo qualitativamente adeguata ai tempi moderni e impartita nei paesi di residenza, entro certi limiti indipendentemente dalla quantità dei suoi fruitori, limiti che vanno stabiliti non sulla base di norme contabili ma dei concreti bisogni delle comunità sarde;

c) a proporre, quale che sia l'esito immediato del contrasto sulla legge della lingua e della cultura, norme di salvaguardia dell'occupazione per i lavoratori della scuola residenti da congruo tempo nell'Isola;

d) a sensibilizzare i Provveditori agli studi in Sardegna alla necessità che la loro funzione si esplichi utilmente anche rappresentando al Ministro e a tutto il Governo dello Stato i diritti e i bisogni del popolo sardo in materia di istruzione pubblica. (146)

Mozione Mannoni - Pusceddu - Baroschi - Degortes - Desini - Fadda Antonio - Fadda Fausto - Ferrari - Lombardo - Manchinu - Mereu Orazio - Mereu Salvatorangelo - Mulas Maria Giovanna - Onnis - Pili sull'emergenza scolastica in Sardegna conseguente agli inaccettabili provvedimenti governativi.

IL CONSIGLIO REGIONALE

PREMESSO che l'applicazione del decreto governativo numero 288 del 9 agosto 1993, che dispone l'aumento del numero degli alunni per classe nelle scuole di ogni ordine e grado, ha comportato la drastica riduzione del numero delle classi con effetti negativi che interesseranno sia la didattica che la conservazione del posto di lavoro per un gran numero di insegnanti;

CONSIDERATO che i riflessi del citato decreto, dal lato dell'insegnamento, ridurranno la qualità dello stesso a causa del maggiore numero di discenti, comporteranno la mobilità del personale docente e la contestuale esclusione di quello non di ruolo dal circuito del conferimento degli incarichi;

CONSIDERATO ALTRESI', che la diminuzione delle classi determinerà una crescita rilevante del fenomeno del pendolarismo, una inevitabile riduzione del tempo dedicabile al singolo alunno, con una prevedibile crescita di espulsioni ed abbandoni dalla scuola e ad un peggioramento per la situazione dei portatori di handicap inseriti nelle singole classi, nonché un imponderabile impoverimento culturale della popolazione;

RITENUTO che la negazione della possibilità di continuare ad esercitare la professione per un gran numero di docenti e non docenti costituisce un enorme ed ingiustificabile spreco di risorse umane ed intellettuali;

CONSTATATO che il provvedimento ha già effetti negativi, ma che la Sardegna verrà ulteriormente penalizzata a causa dei complessi problemi del nostro sistema formativo che detiene il non invidiabile primato delle espulsioni e degli abbandoni scolastici, riconducibili ai nessi intercorrenti tra localizzazione delle strutture scolastiche, flussi di pendolarità e modalità di trasporto;

CONSTATATO, ALTRESI', che al di là delle cifre indicate dalle tabelle ufficiali il malessere del nostro sistema formativo regionale si sostanzia in aule insufficienti, doppi turni, scuole inagibili, edifici scolastici ultimati e non ancora consegnati, servizi di mensa inefficienti ed insufficienti;

CONSIDERATO, INFINE, che la grande mobilitazione sociale avverso l'applicazione del decreto ministeriale è testimonianza di un disagio diffuso nel territorio regionale soprattutto nei piccoli centri e in quelli territorialmente più marginali che vedono fortemente compromessa la possibilità di accedere al diritto allo studio sancito dalla Costituzione;

RICHIAMATO inoltre il proprio o.d.g. del 30 giugno 1993 sulla soppressione di alcuni circoli didattici e sezioni della scuola dell'obbligo,

impegna la Giunta regionale

1) ad intervenire autorevolmente presso il Governo per:

a) sospendere i provvedimenti di soppressione delle classi al fine di procedere ad una ristrutturazione che tenga conto delle peculiarità della situazione sarda per quanto concerne l'effettivo esercizio dell'obbligo scolastico;

b) riprogrammare e riqualificare le spese per il settore dell'istruzione;

2) a mettere in atto ogni utile iniziativa finalizzata ad eliminare le cause del pendolarismo scolastico o comunque a ridurre i disagi. (147)

Interpellanza Cocco - Dadea - Casu - Manca sulle gravi conseguenze per la Sardegna del decreto legge sull'aumento del numero degli alunni nelle classi scolastiche.

I sottoscritti,

PREMESSO che:

- il decreto legge 9 agosto 1993, numero 288, con il quale si dispone l'aumento del numero degli alunni per classe, ha per la Sardegna ripercussioni particolarmente negative. Da tale provvedimento deriva, infatti, la riduzione del numero delle classi, con la conseguente scomparsa, in taluni piccoli centri, della scuola media inferiore. Qualche caso ha di recente trovato eco sulla stampa (vedasi, ad esempio, Villanovaforru e Tiana) per la reazione delle popolazioni e degli amministratori locali;

- la Sardegna ha il triste primato degli abbandoni scolastici e che un tale fenomeno negativo non può che essere ulteriormente accentuato dalle conseguenze negative che derivano dall'aumento del numero degli alunni per classe: interruzione della continuità didattica, accentuazione del pendolarismo, impossibilità d'insegnamento personalizzato;

- il predetto decreto potrebbe vanificare l'impegno delle diverse forme di sperimentazione scolastica, posta al centro di provvedimenti normativi all'esame del Consiglio regionale (legge sulla cultura sarda), e per taluni aspetti già parzialmente attuata dalla legge regionale numero 31 del 1984,

tutto ciò premesso, chiedono di conoscere quali iniziative la Giunta regionale intenda adottare per impedire le conseguenze negative del decreto legge 9 agosto 1993, numero 288. (346)

Interpellanza Tamponi - Deiana - Atzeni - Giagu - Serra sul grave malessere determinato nelle famiglie e nel mondo della scuola per il decreto sulla soppressione delle classi in tutte le scuole.

I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente della Giunta regionale e l'Assessore regionale della pubblica istruzione per conoscere quali iniziative abbiano adottato per scongiurare o in parte attenuare i gravi disagi a cui andranno incontro sia gli alunni, le loro famiglie e gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado della Sardegna a causa della soppressione di centinaia di classi determinata da un decreto governativo finalizzato al contenimento della spesa pubblica.

Gli interpellanti sottolineano il fatto che molti alunni delle scuole dell'obbligo come conseguenza di questi tagli dovranno, per poter frequentare la scuola, spostarsi dal proprio paese creando non solo difficoltà di adattamento per loro ma serie preoccupazioni sia per i genitori che per gli educatori che avvertono le conseguenze negative della mancanza della continuità didattica.

A ciò si aggiungono i riflessi sociali che si scaricano negativamente sugli insegnanti specie quelli precari, per un migliaio dei quali si prospetta la perdita del posto di lavoro, in un momento di crisi economica che investe tutte le realtà produttive dell'Isola.

Gli interpellanti, considerate le difficoltà di notevole peso di natura economica ed educativa a cui andrebbero incontro sia gli studenti che le famiglie per poter continuare il corso degli studi, chiedono al Presidente della Giunta e all'Assessore della pubblica istruzione se non ritengano urgente chiedere per la Sardegna una sospensione del decreto taglia classi anche in considerazione del fatto della perdita di lavoro per migliaia di insegnanti ai quali bisogna offrire possibili alternative prima di buttarli sul lastrico. (347)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione. Uno dei presentatori della mozione numero 146 ha facoltà di illustrarla.

SALIS (Rinascita e Sardismo). Presidente, colleghi consiglieri, in realtà avrei voluto che oggi, come dall'ordine del giorno, si fosse potuto parlare anche della legge sulla cultura ma vedo che, a distanza di più di una settimana dal rinvio, nonostante la stampa abbia evidenziato il fatto che il Consiglio finalmente stasera - questo già da tre sedute - avrebbe preso in esame questa legge, si continua in questo tira e molla che non si capisce poi a che cosa porterà. Lo dico anche perché questo ha una certa attinenza con l'argomento di oggi. Temo che questo mese di settembre verrà ricordato da tutti i sardi come uno dei più funesti e sciagurati; non che nei mesi precedenti ci sia stato molto da sorridere, tutt'altro. Penso che siamo ormai a livello di guardia in ogni settore produttivo, tanto che parlare di crisi oggi in Sardegna mi sembra un termine alquanto riduttivo che non fa giustizia allo sfacelo in atto da mesi nella nostra isola. Come se non bastasse, siamo di fronte a due decisioni irresponsabili di questo Governo che da una parte, rinviando la legge sulla cultura sarda, mortifica la nostra autonomia e relega i nostri poteri statutari a mero esercizio verbale; dall'altra, col cosiddetto decreto taglia classi, si minano palesemente dalla base, cioè la scuola, le pur misere possibilità di sviluppò culturale, quindi sociale, di una intera comunità.

Le decisioni del Governo stanno suscitando in tutta l'isola reazioni forti e decise dovute soprattutto a una considerazione di fondo secondo la quale il decreto Jervolino non si limita a ritardare l'adeguamento del nostro sistema scolastico agli standard alti, non si accontenta di bloccare lo sviluppo della pubblica istruzione, bensì fa ripiombare la nostra isola nel passato, a molti decenni fa, quando la scuola dell'obbligo non era tale. E in questo senso anche la bocciatura della legge sulla cultura ha il sapore della pervicace volontà di impedire che altri, in questo caso la Regione - quella vera, non quella rappresentata da questa Giunta fantasma che abbiamo oggi - supplisca all'azione sottosviluppante dello Stato. Dunque le due irresponsabili decisioni del Governo si sommano e, insieme alle altre misure di smantellamento del sistema produttivo sardo, aggiungono nuovi disoccupati intellettuali a quelli già creati nelle industrie, nelle campagne, nel terziario. Ma i suddetti provvedimenti non solo tagliano diverse centinaia di classi ed escludono oltre mille insegnanti, ma agiscono funestamente su un tessuto sociale già abbondantemente colpito dalla dissennata politica del Governo, quello per intenderci dei paesi del cosiddetto malessere sociale per contrastare il quale, ricordo, lo stesso Consiglio regionale ha fra le altre misure invocato unanimemente una più accentuata diffusione dell'istruzione pubblica. Senza contare il peggioramento ulteriore, l'aggravamento dell'evasione e della dispersione scolastica che nell'Isola hanno percentuali fra le più alte dello Stato, così come il tasso di ripetenza, aggravato anch'esso dalla precarietà delle strutture e dalle insufficienze del sistema didattico. Per governare questa nostra terra da sardi, e non da delegati revocabili di un potere lontano, bisognerebbe conoscerla meglio, bisognerebbe sapere - lo dico senza retorica di sorta - che tipo di dramma vivono gli abitanti residui dei piccoli centri che non si rassegnano a una morte de sa bidda, che non entra neppure come costo marginale nel libro mastro di un Governo di banchieri e di ragionieri. Mi domando cosa possa importare a una Jervolino o allo stesso Ciampi se paesi come Osidda o Sennariolo o Triei scompaiono dalla carta geografica, o che degradi verso la scomparsa un paese come Villanovaforru, il quale ha dimostrato come intorno a fatti culturali sia possibile non solo bloccare la fuga degli abitanti ma invertire la tendenza a costruire occasioni di sviluppo.

Nessuno a livello centrale si preoccupa di queste cose, salvo poi recriminare il fatto che i sardi abbandonino le campagne in mano gli incendiari e prospettare la funzione salvifica delle occupazioni militari, complice una Giunta - come direbbe l'assessore Azzena che in questo momento purtroppo è ancora una volta assente - complice una Giunta temporaneamente acquiescente e in stato di provvisoria abdicazione. Ora questa Giunta acquiescente è andata e tornata da Roma per ben due volte sia per quanto riguarda la legge sulla cultura, sia per quanto concerne il cosiddetto decreto taglia classi, senza portare a casa assolutamente nulla se non il ribadire la propria acquiescenza, la propria inconcludenza o, per usare un altro termine tanto caro all'assessore Azzena, la propria abdicazione provvisoria. A chi possono mai interessare quelle microetnie di cui tanto parlava Michelangelo Pira, un altro intellettuale, osannato da intellettuali e politici ma sempre inascoltato? A chi può interessare che queste microetnie continuino a vivere e a produrre quei segmenti di cultura che fanno della civiltà sarda qualcosa di irripetibile? Certo questo ha un costo sociale; è chiaro che campare una scuola con 500 alunni è più produttivo e costa meno che campare una scuola di 20-30 alunni, ma per capire questo, onorevoli colleghi, non c'è bisogno di proporsi come classe dirigente, basta iscriversi a qualunque istituto di ragioneria o contabilità. E' un costo sociale che o lo Stato, visto che si arroga il diritto di decidere anche sul nostro destino, sulla nostra identità, o la Regione si debbono accollare.

Io vorrei, illustri colleghi, che si leggesse qua la nobilissima lettera scritta dal sindaco di Villanovaforru o che si ascoltassero i ragionamenti dei genitori dei bambini di Tiana o che si parlasse del vecchio che si è sostituito agli insegnanti di Matzacara, quegli stessi insegnanti cacciati via dal Governo. La morte del paese è la loro più grande preoccupazione ed è mirabile vedere come esista in tutti la consapevolezza che la scuola non è solo una dispensatrice di nozioni, essa viene vissuta come un'organizzazione di cultura, e ancora più come momento di coesione comunitaria, come crescita civile. In sintesi la scuola è in molti dei piccoli centri un'occasione per restare, l'ultimo elemento che tiene anche giovani coppie in un paese altrimenti destinato ad invecchiare irrimediabilmente, a morire. Ciò che in molte regioni della penisola si può risolvere in un piccolo o grande disagio, partire cioè dal proprio paese per andare a studiare in un altro, qui in Sardegna è normalmente un dramma di sradicamento. Si può anche discutere se l'organizzazione per microetnie, di cui parlavo prima, sia un bene o un male, se questa sedimentazione della cultura di relazione sia da conservare o da superare ma una cosa è certa, che tutte queste cose non si possono superare con la violenza della chiusura di una scuola e con la costrizione al mescolamento e allo sradicamento. C'è poi un altro aspetto del problema tra quelli che sono gli aspetti devastanti del decreto Jervolino, c'è la vera e propria strage che questo decreto si appresta a fare dei laureati che, per una quantità di anni imprevedibile, troveranno chiuse le porte della scuola e dell'occupazione. E' un altro problema di lavoro, come se non bastassero già quelli esistenti, è per questo che noi chiediamo che il Consiglio regionale non solo esprima solidarietà alle famiglie in lotta per la salvezza delle scuole, ai precari abbandonati a se stessi, ai nuovi mancati docenti, ma che si adoperi con ogni mezzo possibile, senza acquiescenza di sorta, perché il Governo riveda immediatamente le sue posizioni. E non è solo certo un problema di parametri sbagliati, come si dice da qualche parte, questo è giusto, il problema è a monte, è il fatto che si possano prendere decisioni così becere, drastiche ed arroganti. Qui, cari colleghi, siamo di fronte a un problema di crescita culturale dell'intera Sardegna. Chi sarà mai il giovane che, finito l'obbligo scolastico, continuerà a studiare se gli si chiudono le porte dell'insegnamento? Se lo farà e farà le scelte indicate dai nuovi indicatori delle professioni possibili sarà ancora una volta per andarsene, per emigrare. Le improvvide misure del Governo sono tali da creare alla Sardegna, al popolo sardo danni che oggi, soprattutto in presenza della bocciatura della legge sulla lingua e sulla cultura e in presenza della pavidità con cui questa maggioranza si appresta a cedere alla protervia del Governo, neppure possiamo prevedere. Ecco perché noi chiediamo al Consiglio regionale di votare a favore dell'impegno della Giunta a pretendere dal Governo italiano la sospensione di questo decreto iniquo, ai sensi dell'articolo 51 dello Statuto speciale. Ecco perché l'acquiescenza, caro Assessore, non può e non deve essere il leit motiv della campagna che in quest'ultimo periodo questa maggioranza - ed è campagna elettorale - sta facendo. Ecco perché noi siamo per la lotta, per lo scontro duro, se necessario e non in ogni caso per la mortificazione della nostra peculiarità, della nostra identità di popolo.

PRESIDENTE. Uno dei presentatori della mozione numero 147 ha facoltà di illustrarla.

PUSCEDDU (P.S.D.I.). Signor Presidente, signori della Giunta, i consiglieri dei Gruppi socialista e socialdemocratico hanno voluto intitolare questa mozione legandola all'emergenza scolastica in Sardegna conseguente agli inaccettabili provvedimenti governativi. Perché un titolo così forte? Anzitutto perché ci troviamo in una situazione di vera emergenza, non di fronte alle periodiche manifestazioni e disagi che accompagnano sempre l'inizio dell'anno scolastico, perché questa volta certo non si può dire che gli scioperi siano fatti per non andare a scuola. Questa volta si sciopera, si lotta per voler andare a scuola e dunque questa considerazione ci porta direttamente all'iniziativa adottata dal Governo che, col decreto numero 288 ha inteso anticipare all'anno scolastico 1993/1994 provvedimenti che erano previsti per l'anno scolastico 1994/1995, per la rideterminazione del rapporto alunni-classi già prevista dal VI comma della legge numero 412 del 30 dicembre 1991. Questo piano infatti doveva nelle intenzioni cercare di eguagliare anche per il nostro Paese gli standard rilevabili negli altri Paesi europei elevando da 19 a 20 il rapporto alunni-classi. Questo avrebbe comportato una riduzione di circa 56 mila classi, nel triennio 1993-1995. Il Governo ha inteso anticipare questo piano riducendo lo spettro di intervento da tre a due anni. Noi non nascondiamo che chiaramente la difficile congiuntura economica e il debito pubblico abbiano reso improrogabile una severa ridefinizione e razionalizzazione della spesa pubblica, però riteniamo che debba essere presente una duplice esigenza. Pur nel contesto di una razionalizzazione della spesa pubblica, nel nostro Paese e soprattutto nel settore del Ministero della pubblica istruzione dove il 97,8 per cento della spesa è riferibile alle spese per il personale, riteniamo che non possano essere sottaciute le esigenze di soddisfare un sistema di bisogni formativi che comunque è sempre presente nel nostro Paese garantendo degli standard qualitativi accettabili. Diciamo che se da un lato è giusto questo allineamento rispetto agli standard europei, è opportuno porsi contemporaneamente questo obiettivo anche per quanto riguarda la scolarizzazione nel nostro Paese che è penalizzato rispetto ad altre nazioni europee. E allora, dovendo intervenire nel settore, per il contenimento della spesa, non bisogna, a nostro parere, applicare come ha fatto il Governo, una manovra contabile di carattere ragionieristico senza entrare nel merito delle singole realtà. Perché se è pur vero che esiste un'esigenza di avere degli standard è altrettanto vero che in presenza di particolari situazioni esistono le deroghe agli standard. Mi riferisco per esempio al problema delle attività di sostegno, alle classi che prevedono la presenza di portatori di handicap dove avvengono delle deroghe rispetto agli standard. E allora, nella nostra Isola che ha delle peculiarità, che ha delle specificità e dove il diritto costituzionale allo studio non viene garantito per tutta una serie di problemi che vanno dalla dispersione scolastica ai fenomeni del pendolarismo, ai problemi dell'inadeguatezza delle strutture formative, una eccezione deve essere garantita.

Nella mozione abbiamo pertanto inteso sollecitare un impegno forte ed autorevole da parte della Giunta regionale per fare emergere queste condizioni di particolarità, anche perché non possiamo far finta di niente allorquando, da parte dei cittadini, viene affermata in maniera ferma l'esigenza di esercitare questo diritto allo studio e quando vediamo che dei genitori si iscrivono alle stesse classi dei figli per dare a questi ultimi la possibilità di evitare condizioni di pendolarità che sono proprio le più penalizzanti, come è stato illustrato anche nella recentissima seconda fase del rapporto che il CENSIS ha presentato allo stesso Assessorato della pubblica istruzione, dove viene evidenziato il nesso intercorrente tra pendolarismo, localizzazione delle strutture scolastiche e modalità di trasporto che nella nostra Regione sono del tutto inadeguate e pertanto comportano e aggravano il fenomeno della dispersione scolastica.

Come linea di riferimento dobbiamo avere il principio che la formazione, in quanto valorizzazione della risorsa umana, ha un valore strategico per lo sviluppo, ma soprattutto per la nostra crescita sociale. Non possiamo accettare dei provvedimenti governativi, seppur ispirati a una nobile intenzione che è quella del contenimento della spesa, che vedono la scuola avulsa da un sistema globale di interessi e che non danno la possibilità di recuperare i ritardi storici della nostra Regione. La stessa alfabetizzazione, seppure aumentata rispetto ai decenni passati, rimane sempre un bisogno permanente. La scuola non può essere sottratta a chi ha necessità di incrementare il proprio bagaglio culturale e attraverso questo poter esercitare anche fenomeni di mobilità sociale verticale. Per queste ragioni, riconfermiamo la necessità che da parte della Giunta avvenga una ferma presa di posizione tesa soprattutto a evidenziare la particolarità e specificità della situazione sarda in cui questi tagli vengono a realizzarsi, ribadendo che occorre legare il discorso della difesa delle opportunità di frequenza scolastica alle primarie esigenze di sviluppo e di crescita sociale della comunità sarda.

PRESIDENTE. Uno dei presentatori dell'interpellanza numero 346 ha facoltà di illustrarla.

COCCO (P.D.S.). Signor Presidente, signori Assessori, colleghi del Consiglio, a partire dalla seconda metà di agosto è avvenuto un fatto di grande importanza nella società sarda, un fatto per molti versi nuovo: una vera e propria mobilitazione di massa in difesa della scuola. Scuola intesa non semplicemente come grande istituzione, ma difesa della presenza reale delle strutture scolastiche che si vorrebbero far sparire da tanti centri della nostra Isola.

Abbiamo appreso dalla stampa della volontà di opporsi agli effetti devastanti del D.P.R. 288 dell'agosto scorso. Questo decreto con la decisione dell'aumento degli alunni nelle diverse classi, crea accorpamenti che finiscono per determinare una vera e propria scomparsa fisica dell'istituzione scolastica in tanti centri dell'Isola.

La reazione della società sarda nel suo complesso, dei nonni che decidono di iscriversi alla scuola medi, dei consigli comunali che decidono di organizzare il volontariato per far sì che la scuola continui a vivere, queste reazioni ci dicono che non siamo in presenza di una protesta settoriale, della protesta di uno spezzone della società, cioè solo degli insegnanti precari che si battono per difendere il loro posto di lavoro.

In questo caso la difesa del posto di lavoro è direttamente e immediatamente legata a bisogni e interessi generali delle singole comunità e per esse dell'intera società sarda, che reagisce e crea forme nuove di mobilitazione.

Io non credo che vi siano tra noi persone che non hanno consapevolezza del difficilissimo momento che attraversa il nostro Paese. Siamo tutti favorevoli, io credo a giuste misure di rigore nella spesa pubblica, purché siano governate da un senso di giustizia e di equità. Ma siamo anche tutti consapevoli che l'intervento sulla scuola deve distinguere tra le spese correnti e quelle per investimento. La spesa per la scuola non è spesa corrente, non è spesa di mantenimento di apparati pubblici, più o meno produttivi, più o meno necessari.

La spesa per la scuola è spesa per investimento, la spesa per l'istruzione è il più produttivo degli investimenti sociali. Naturalmente non mi richiamo a distinzioni meramente formali della contabilità pubblica, piuttosto a quelle sostanziali dell'economia reale.

In Sardegna la scuola è qualcosa di più che in altre regioni d'Italia. E' strumento che può consentire un processo di riaggregazione e sviluppo sociale. Ad affermare questo ruolo della scuola in Sardegna non è semplicemente chi parla in questo momento, che potrebbe farlo in coerenza al proprio ruolo istituzionale. E' la posizione assunta vent'anni fa da una Commissione bicamerale del Parlamento della Repubblica: la Commissione d'inchiesta sui fenomeni della criminalità, presieduta dal senatore Medici, che poneva la scuola come uno dei grandi strumenti per creare le condizioni della rinascita economica e sociale dell'Isola. E' il bisogno di scuola in Sardegna non è che in vent'anni sia diminuito. Al contrario, è aumentato, così come è aumentata la criminalità che ha visto aggiungersi alle tradizionali forme di criminalità delle zone interne le nuove forme di criminalità urbana. Ma sarebbe sbagliato pensare alla scuola in Sardegna semplicemente come antidoto ai fenomeni di criminalità. Pensiamo alla scuola come il primo strumento del nostro sviluppo civile ed economico, perché la scuola forma il primo e più importante dei fattori della produzione, il più importante fattore del processo produttivo; la scuola forma il capitale umano che è enormemente più importante di quello finanziario. Sono risultati concettuali ai quali pervenne sin dagli anni venti e trenta la scuola economica italiana con le elaborazioni di Enrico Barone.

Sono concetti presenti nella relazione del senatore Medici, residente della citata Commissione bicamerale: "E' dalla scuola che viene la cultura, la quale è mezzo di comunicazione con gli altri uomini, sulla base di un comune patrimonio di valori e di nozioni, è nella scuola che ci si prepara all'esercizio di una professione o di un'attività economica o amministrativa; è la scuola che concorre in modo determinante alla formazione del cittadino. Per questi motivi, la prima condizione che dobbiamo realizzare in Sardegna è la creazione di una scuola efficiente". Questo hanno capito quelle comunità che si sono mobilitate per difendere la loro scuola, da Villanovaforru a Montevecchio, da Tiana a Matzacara. Ed hanno dichiarato di scendere in lotta perché non fosse tolta loro l'ultima speranza, perché la scuola è anche speranza.

Dobbiamo esprimere la nostra preoccupazione per i lavoratori della scuola, preoccupazione per il futuro di tante nostre comunità e per l'intera società sarda. Ma anche una preoccupazione più immediata per quelli che sono i primi destinatari del servizio scolastico, cioè i giovani, il cui diritto all'istruzione verrebbe gravemente limitato dal pendolarismo, dall'interruzione della continuità didattica, dalla mancanza di insegnamento personalizzato. Chi ha una qualche esperienza di insegnamento sa che oltre i venti alunni diventa pressoché impossibile un insegnamento che guardi e sappia seguire il singolo allievo. Dobbiamo impedire il degrado della scuola pubblica che significherebbe tornare a una scuola che esclude dal diritto all'istruzione una grande parte della società.

Ecco perché chiara deve essere la volontà che noi esprimiamo a nome dell'intero popolo sardo. Volontà sostenuta da una consapevolezza: che la scuola, una "scuola efficiente", per usare le parole del senatore Medici, non può essere per noi un optional. E' un diritto primario e irrinunciabile. Per quanto - su un altro piano di nostra più diretta competenza - riguarda il nostro impegno come Consiglio regionale sui problemi della scuola, in Commissione ci stiamo muovendo nella consapevolezza che il rinvio della legge sulla cultura e sulla lingua deve vedere una risposta ferma sui principi che attengono alla salvaguardia delle nostre competenze statutarie. Ma la fermezza, per essere tale, non deve essere disgiunta dallo sforzo di una interlocuzione col Governo. Interlocuzione che poi renda anche possibile quella cooperazione a livello di amministrazione senza la quale la legge diventerebbe lettera morta. E' il nostro fine non è solo quello che la legge ci sia, ma che poi sia operante.

Annunzio di mozione

PRESIDENTE. E' pervenuta alla Presidenza la mozione numero 148. Se ne dia lettura.

URRACI, Segretaria:

Mozione Ortu - Demontis - Puligheddu - Planetta - Serrenti sul D.L. 9 agosto 1993 n. 288 (Decreto taglia classi).

IL CONSIGLIO REGIONALE

PREMESSO che il numero medio degli alunni per l'anno scolastico 1994/1995, previsto dall'art. 5 comma 6 della legge 30 dicembre 1991, n. 412, la cui attuazione è stata anticipata dal D.L. n. 288 all'anno scolastico 1993/1994, penalizza e discrimina pesantemente le quattro province sarde, in modo particolare Cagliari, per tutti i gradi di scuola;

RILEVATO che appare assurdo e ingiustificato che una città come Cagliari abbia coefficienti più alti di città come Reggio Emilia, Trieste, Belluno, Asti, Bolzano che notoriamente godono di una "salute" scolastica sicuramente migliore,

impegna

la Giunta Regionale ad intervenire con la dovuta energia presso il Ministero della pubblica istruzione chiedendo che per la Sardegna siano annullati gli effetti del D.L. n. 288, in quanto i coefficienti previsti per le quattro province sarde non tengono conto della particolare situazione di disagio in cui versa la scuola.

In modo particolare per quanto attiene: alla qualità e quantità degli edifici scolastici; agli strumenti didattici; ai trasporti e la viabilità interna; alla distanza delle sedi scolastiche; ai servizi mensa; al fenomeno della dispersione scolastica. (148)

Discussione congiunta delle mozioni Salis - Cogodi - Morittu - Urraci sulla chiusura di parte consistente ed essenziale delle scuole e sull'attacco al sistema della pubblica istruzione in Sardegna (146), Mannoni - Pusceddu - Baroschi - Degortes - Desini - Fadda Antonio - Fadda Fausto - Ferrari - Lombardo - Manchinu - Mereu Orazio - Mereu Salvatorangelo - Mulas Maria Giovanna - Onnis - Pili sull'emergenza scolastica in Sardegna conseguente agli inaccettabili provvedimenti governativi (147), Ortu - Demontis - Puligheddu - Planetta - Serrenti sul D.L. 9 agosto 1993 n. 288 (Decreto taglia classi) (148) e delle interpellanze Cocco - Dadea - Casu - Manca sulle gravi conseguenze per la Sardegna del decreto legge sull'aumento del numero degli alunni nelle classi scolastiche (346) e Tamponi - Deiana - Atzeni - Giagu - Serra sul grave malessere determinato nelle famiglie e nel mondo della scuola per il decreto sulla soppressione delle classi in tutte le scuole (347)

PRESIDENTE. Prosegue la discussione congiunta delle mozioni numero 146, 147, 148 e delle interpellane numero 346 e 347.

Uno dei presentatori dell'interpellanza numero 346 ha facoltà di illustrarla.

TAMPONI (D.C.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che il tema che stiamo affrontando stasera sia un tema complesso, perché è difficile parlare di problemi scolastici, di problemi connessi alla formazione dei nostri giovani, della nostra futura classe dirigente, quando unitamente a questi problemi si devono affrontare problemi connessi con le tematiche del risparmio, le tematiche dell'assestamento dei bilanci statali, del ripiano dei disavanzi, del contenimento della spesa pubblica. Quando, in una parola, dovremmo avere la moglie ubriaca - per dirla con un paradosso - e la botte piena. Io credo che il dilemma nel quale si trova il Governo, sia proprio nel non voler comprendere che, per la formazione dei nostri giovani, probabilmente le risorse che il nostro Stato impiega sono inferiori a quelle che dovremmo impiegare e che complessivamente, un progetto di risparmio e di risanamento della finanza pubblica dovrebbe partire dalla considerazione che in certi settori, come quello scolastico e della cultura e della formazione, in momenti di crisi bisognerebbe avere il coraggio di investire di più. Questo è un concetto che è rimbalzato anche in quest'Aula quando si è affrontato, qualche tempo fa, il dibattito sulla legge sulla lingua e sulla cultura, quando qualcuno appunto diceva che probabilmente non c'era raffronto tra le esigenze di risparmio, di riattribuzione e di riallocazione di risorse regionali proprie ed invece una previsione di spesa per attuare e direi per inserire nel contesto scolastico, culturale e sociale della Sardegna una legge importante come quella sulla cultura, una previsione di spesa che a molti sembrava esorbitante.

Alcuni di noi hanno detto che nei periodi di crisi certi Stati, certe nazioni, addirittura certe comunità, che si sono date la forma di Stato, hanno speso di più nella cultura che non in altri investimenti. Hanno incrementato l'attenzione verso la formazione culturale e verso la creazione di un substrato culturale che fosse più diffuso possibile nella società.

Cosa avverrebbe se queste norme, se questi principi fossero portati a compimento, con semplicità, quasi ragionieristica; in Sardegna in particolare, una regione così colpita e provata dalla recessione economica, per la quale non si vedono possibilità di inversione, non si vedono delle risorse interne autoctone sul piano produttivo, sul piano economico, quali quelle che possono esistere per altre regioni italiane, pur provate da congiunture negative. Quale può essere l'influenza in Sardegna di questi due aspetti: un decremento della cultura e un decremento anche dell'occupazione, quindi un attacco alla capacità di formazione e di crescita dei giovani sardi, e un attacco in contemporanea alla capacità occupazionale, cioè alla risorsa occupazione che la scuola comune garantisce. E stiamo parlando di un contesto che a molti non è conosciuto ma che, per coloro che lo conoscono rappresenta una peculiarità, cioè la scuola non è quell'isola felice quale molti vogliono farla apparire, dove una pletora di professori disincentivati e non motivati va a ritirare lo stipendio senza dare e senza trasmettere cultura e formazione ai giovani. Io dico invece che la classe dei docenti delle scuole di ogni ordine e grado, sino all'Università, è una classe estremamente motivata e responsabile, altrimenti non si capirebbe perché continui ancora ad occuparsi dell'insegnamento e della scuola pur con livelli di retribuzione che nel contesto nazionale, certamente non appartengono alle sfere più alte, ma alle sfere più basse. E questo ci deve far riflettere, e ci dobbiamo chiedere che differenza c'è tra la lotta di mille insegnanti precari, che in Sardegna rischiano di perdere il posto, e la lotta per esempio degli operai della cartiera di Arbatax che rischiano lo stesso di perdere il posto e la prospettiva di occupazione. Che differenza ci può essere nell'affrontare questi problemi e nel vedere i disagi che devono subire complessivamente le famiglie, gli alunni e le aspettative di tanti giovani che vedono bloccate le prospettive di accesso alla carriera? Dobbiamo veramente fare una riflessione che ci dica se noi in Sardegna, una Regione che sta tentando di dare una impronta autonoma, specifica, significativa al proprio disegno culturale, proprio perché c'è in questo Consiglio regionale un'attenzione ritrovata verso motivi culturali autoctoni, non dobbiamo difendere fino in fondo le prospettive di formazione dei nostri giovani. Io mi chiedo come si faccia a dire che una classe di venticinque alunni prepara ogni singolo alunno più facilmente e meglio di una classe di quindici o di venti alunni, perché in questi giorni si è sentito anche questo per giustificare i tagli.

Chi ha pratica di scuola e io sono uno di questi, può garantire che certamente si insegna meglio e si riesce a dare di più all'alunno quando le classi sono in numero ottimale e non c'è un numero di ragazzi esageratamente alto. Mentre noi stiamo qua probabilmente alcuni nostri familiari sono impegnati in qualche riunione di consiglio di circolo di istituto o di classe, dove si sta discutendo dell'avvenire dei nostri figli, perché si tratta di avvenire dei nostri figli. Noi sottovalutiamo spesso queste cose, ma per esempio, io ho un bambino che è in terza media e stasera si sta discutendo se portare questa classe da ventitré a trenta alunni e mi chiedo se questo bambino, che deve affrontare l'esame di terza media quest'anno, arriverà alla fine dell'anno preparato come magari vi è arrivato l'anno scorso. Io ho già la mia risposta, che mi viene dalla mia esperienza nel mondo della scuola; e faccio anche altre considerazioni che riguardano le motivazioni con le quali un insegnante si avvicina all'insegnamento. Certamente noi assisteremo in questi mesi a un'attenzione più forte verso i problemi occupazionali da parte degli insegnanti. Molti docenti saranno in quest'anno scolastico preoccupati della possibilità di trovarsi l'anno prossimo nella condizione in cui molti loro colleghi si sono trovati quest'anno. Avranno la preoccupazione di non perdere alunni, la preoccupazione, che ha caratterizzato tanti anni, direi, dello sviluppo precoce e dell'approssimazione con la quale la cultura si è imposta in molti paesi della Sardegna. Ma è un'approssimazione che non può comunque che avere a posteriori un giudizio positivo. Ed è a questo giudizio positivo che noi ci dobbiamo appellare se vogliamo uscire dal sottosviluppo. La prima tappa è la scuola, la prima tappa è la cultura, la prima tappa è la formazione; è per questo che noi dobbiamo ribadire con forza la nostra posizione al Governo nazionale, al Ministro, e complessivamente richiamare l'attenzione su questa vicenda che finirà per caratterizzare in negativo le prospettive di crescita complessive della nostra Isola se noi non riusciremo ad invertire questa linea di azione.

Noi siamo e dobbiamo essere diversi anche in questo, nel rivendicare per noi una peculiarità di lotta e di confronto in questa vicenda. Ci caratterizziamo proprio per la nostra diversità, diversità che anche in questa circostanza non può essere dimenticata. Per questo dobbiamo rivendicare il mantenimento dei livelli occupazionali, prospettive di lavoro e possibilità di formazione e di crescita dei nostri giovani che vadano in linea con le esigenze della nostra società perché non aumenti, come diversamente avverrebbe, il gap, cioè la distanza che c'è spesso tra molti nostri giovani formati approssimativamente e giovani di altre regioni più fortunate. Dalle statistiche che sono state citate anche in quest'Aula e sui giornali in questi giorni, sembrerebbe che in Sardegna ci siano condizioni tali per cui alcune regioni del Nord Italia sarebbero più svantaggiate di noi, di Cagliari città, sul piano della formazione, dell'insegnamento e della preparazione. Io credo che noi non possiamo accettare questa visione distorta che spesso si ha della nostra Isola e in una circostanza come questa dobbiamo unirci e significativamente marciare assieme, rivendicando una diversa attenzione e diverse posizioni da parte del Governo. Io mi auguro che la Giunta sia capace di fare questo, che sappia confrontarsi col Governo con l'impegno che in questa circostanza è necessario. Per questo credo che il Consiglio darà mandato alla Giunta, per un intervento immediato, perché questa vicenda, che può sembrare parziale, nel contesto di crisi nel quale opera, vive ed è immersa anche la nostra regione, non segni l'avvio di un processo involutivo nello sviluppo della cultura e della formazione dei giovani sardi e della crescita economica delle loro famiglie.

PRESIDENTE. Uno dei presentatori della mozione numero 148 ha facoltà di illustrarla.

SERRENTI (P.S.d'Az.). Signor Presidente, colleghi, noi crediamo che i nodi stiano venendo finalmente al pettine. Questo Stato che per anni ha illuso, imbrogliato i cittadini, facendosi passare come uno dei Paesi più civili d'Europa, uno di quelli dove il benessere è ai maggiori livelli, in questo momento, come togliendo un velo, mostra ciò che c'è nella realtà. Come dicevo, i nodi vengono al pettine e ci scopriamo un Paese in crisi, gravemente malato, che ha bisogno di ricorrere a grandi sacrifici da parte dei cittadini per risolvere i propri problemi. E' giusto che quando un Paese deve affrontare i problemi si rivolga ai propri cittadini, così come è giusto che l'Italia in maniera decisa, pur considerando tutto il passato, vada verso un risanamento della spesa pubblica. Però quello che ci lascia molto perplessi, signor Presidente, è che, al di là di questa necessità, sempre più spesso la mannaia si abbatte sulle regioni più deboli, e non vi è dubbio che la regione Sardegna è una di queste, e quindi volta per volta, una volta nel sistema industriale, una volta in altri settori dell'economia, la mannaia si abbatte pesantemente con tagli che destano grande preoccupazione. Quindi anche noi, signor Presidente, anche questa volta ci uniremo al coro di coloro che protestano per affermare che tutto questo non è giusto e lo facciamo con preoccupazione, signor Presidente, perché ci sono vari modi di protestare, c'è la protesta che poi porta ad una capacità di lotta forte in grado di aprire con lo Stato il giusto contenzioso, di rivendicare ciò che è giusto debba essere rivendicato dalla Sardegna, e c'è un altro modo, che è quello al quale abbiamo assistito fino ad adesso, dei viaggi della speranza della Giunta, che spesso non viene neanche ricevuta dal Governo o dai Ministri di turno. Questo è accaduto per il problema del sistema industriale, che ormai è stato cancellato dalla Sardegna - salvo le iniziative che rimangono n piedi perché assistite - così accade purtroppo questa volta per le scuole.

E' un taglio mica da niente, signor Presidente: 1500 posti di lavoro, tra posti per insegnanti e per ausiliari, vengono a mancare. 1500 forse in assoluto può non sembrare un grande numero, ma lo è senz'altro in Sardegna, dove ormai il livello di disoccupazione ha raggiunto livelli paurosi: 250 mila disoccupati, oggi col decreto della Russo Jervolino altri 1500 disoccupati.

Questo sul piano economico; e sul piano culturale? E' possibile che il Governo non si sia reso conto non solo che la realtà sarda è completamente diversa e che pertanto non poteva essere trattata allo stesso modo del resto del territorio nazionale, che ad esempio in Sardegna i paesi sono piccoli, distanti uno dall'altro, con un sistema viario che non consente quasi nessuna comunicazione, che scarica quindi costi enormi sulle istituzioni regionali, per consentire almeno di trasportare le popolazioni scolastiche da un centro all'altro; si è detto 30-40 chilometri. Tutto questo, signor Presidente, io credo darà una grave frenata alla crescita culturale di questa Regione.

Avviene, tutto ciò, dopo che un altro fatto grave e strano è venuto a maturazione. Questo Consiglio regionale aveva, quasi all'unanimità, approvato una legge sulla cultura che consentiva di entrare nel merito del proprio prodotto culturale e della propria capacità di distribuire cultura; il Governo rimanda indietro la legge e ci troviamo da giorni e giorni in Commissione a discutere di questa legge senza riuscire a trovare un accordo. Io ho l'impressione, signor Presidente, che se noi dovessimo fare la legge così come il Governo ci sta chiedendo di fare - perché di questo stiamo parlando e le riunioni in Commissione non servono ad altro se non ad avvicinarci piano piano alle posizioni del Governo - se noi dovessimo realizzare la legge così come il Governo ci chiede, probabilmente noi avremmo non una legge che aiuta la cultura in Sardegna ma una legge che ci penalizza ulteriormente.

Le dicevo che sono preoccupato, perché non si tratta di trovare in quest'Aula la coesione per vibrare una forte protesta nei confronti del Governo. Io ho l'impressione che questa capacità non ci sia, questa Giunta è una Giunta che ha dimostrato in tutti questi mesi, ma direi da quando è stata costituita una debolezza cronica, una incapacità sul piano contrattuale, sul piano politico a porsi come soggetto che è in grado di rivendicare nei confronti dello Stato. Non sono, credo, considerazioni di tipo personale perché i fatti parlano chiaro, dobbiamo anche ricordare che ormai la maggior parte delle leggi che vengono fatte dal Consiglio tornano indietro. Tutto dimostra che questo Consiglio tutto può fare meno che decidere autonomamente del proprio destino, sia di quello economico che di quello culturale, tutto questo con gravi danni. Io vorrei ricordare che nel periodo della Costituente, noi sardisti chiedemmo che la pubblica istruzione fosse una delle competenze primarie della Regione. Ci fu una grande discussione e si arrivò all'accordo, al compromesso che questo doveva essere un potere integrativo per cui oggi lo Stato fa quello che vuole nella pubblica istruzione ma lo fa anche per ciò che riguarda tutto il patrimonio dei beni culturali, lo fa anche per ciò che riguarda il patrimonio archeologico, che in altre regioni d'Italia costituisce una grande risorsa per la Regione. Noi che siamo una Regione ricchissima invece non possiamo disporre di nulla se non con piccole iniziative, come quella del sindaco del comune di Villanovaforru, che è stato da qualche collega citato stasera, che ha dato esempio di come effettivamente i contenuti culturali di una comunità possono anche diventare una risorsa economica e non di secondo momento. Quindi noi, signor Presidente, abbiamo presentato una mozione assieme ad altri colleghi e ad altri Gruppi. Francamente non nutriamo una grande fiducia e forse il Gruppo sardista arriverà a prendere anche decisioni gravi, perché riteniamo che, ormai, tutto il lavoro che si fa in quest'Aula rischi la farsa, perché discutiamo per giorni delle leggi che poi dovremmo difendere, leggi che poi cadono miseramente, perché questa Giunta non è in grado di farlo. Non se ne abbia l'assessore Azzena, ma noi avevamo avuto assicurazione per la legge sulla cultura, che tutto andava bene; ora scopriamo che solo un giorno prima che scadessero i termini, l'Assessore è potuto andare a Roma a parlare con il Ministro e non credo che sia riuscito a parlare con lui ma con qualche funzionario del Ministero, e il risultato è quello che conosciamo. Insomma, non si riesce più neanche a fare una legge. Io credo che dobbiamo ricreare le condizioni perché le cose si possano fare con la determinazione, con l'orgoglio che ha sempre contraddistinto in questi cinquant'anni di autonomia la Regione sarda. Voglio ricordare anche un altro fatto che è emblematico: la Commissione speciale per la riforma dello Statuto, che poi è il nodo di tutti i problemi, perché è all'interno del potere della Regione che bisogna intervenire, è andata deserta per la seconda volta; non si riesce ad eleggere la presidenza, perché non c'è accordo tra i Gruppi politici; questo è il livello di autonomia.

Signor Presidente, con questo livello di autonomia ci hanno tolto le industrie, ci stanno togliendo le scuole, ma i credo che ci toglieranno anche altro. O ci svegliamo e questa Regione avrà la capacità, la determinazione di fare sul serio la battaglia per l'autonomia, o, io credo, signor Presidente, quello che sta accadendo in altre parti d'Italia si verificherà anche qui. Il Nord Italia sta chiedendo la secessione dal resto dell'Italia. Io non lo so se questa può essere la strada certo è che la Sardegna non può continuare ad andare come un pezzo di terra alla deriva, spinto sempre di più verso l'Africa piuttosto che verso l'Europa.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Baroschi. Ne ha facoltà.

BAROSCHI (P.S.I.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho chiesto di poter intervenire su questo argomento perché, nella mia esperienza di amministratore locale presso la provincia di Cagliari, ho avuto modo di esercitarmi con i problemi della scuola e del diritto allo studio, e avendo impostato una ricognizione, un'analisi della situazione della nostra Provincia, debbo dire che sono rimasto sorpreso io per primo dei risultati di questa analisi. Siccome molti fenomeni che noi abbiamo potuto rilevare vengono toccati dai provvedimenti che ha emesso il Ministro, e sono stati anche evocati dagli interventi e dalle mozioni che sono state presentate, mi sono sentito quasi in dovere di intervenire. Non voglio tediare i colleghi, ovviamente, e limiterò al minimo il mio intervento. La prima considerazione che faccio è che dovremmo stare molto attenti a parlare a nome di piccoli cittadini, quelli che vanno alla scuola elementare, perché forse il loro modo di vedere, il loro modo di pensare, il loro modo di esprimersi, non ha alcuna attinenza con la seriosità del nostro modo di presentare questi problemi. Forse è anche con un po' di amarezza che dico che i nostri ragazzi sono più attratti dai "Morbidoni", quei fantocetti che vedono propinarsi ogni quarto d'ora in televisione e il problema delle classi, degli insegnanti, dei precari, non dico che sia un mondo al di fuori del loro modo di vedere, ma forse ai margini. Mi chiedo anche quanto noi facciamo bene a orientare la nostra protesta giusta, sacrosanta, legittima, nei confronti di un provvedimento che ha, a mio modestissimo parere, il grande dono della imbecillità, imbecillità dovuta ad una norma unica per tutto il territorio nazionale che invece è così variegato e composto di situazioni diversissime, l'una con l'altra contrastanti, e che forse avrebbe richiesto maggior complessità di intervento, di intelletto, di studio, di analisi, di sintesi politica da parte di un Ministro.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE SERRENTI

(Segue BAROSCHI.) Forse sarebbe stato necessario, come dire, guardare prima dentro il problema della scuola e poi cercare di far collimare i problemi della scuola e del diritto allo studio con le esigenze di un contenimento della spesa pubblica. Io mi rifiuto di credere che un provvedimento come il decreto emesso dal ministro Jervolino possa soddisfare questa esigenza. E lo dico anche in riferimento soprattutto alla nostra Isola; al Governo centrale si rifiutano di acquisire una elementarissima nozione: la Sardegna è un territorio di 24.000 chilometri quadrati con una popolazione di 1.600.000 abitanti. Chissà come e perché questa realtà i nostri governanti centrali non riescono ad acquisirla. O sono ignoranti, perché ignorano il problema, o sono imbecilli, perché, pur conoscendolo, non ne tengono conto. Io altre soluzioni non riesco ad individuare. Ed è l'unica ragione per la quale vedo sulla Gazzetta emanati certi provvedimenti. Ma, detto questo, io mi chiedo quanto facciamo bene per le generazioni future perché noi dobbiamo avere a cuore questo tipo di prospettiva; guardare e intervenire per contrastare un provvedimento che possiamo giudicare iniquo e io continuo a sostenere imbecille, anche avendo come punto di riferimento la situazione dei nostri giovani che dalla scuola devono trarre il primo elemento di difesa nella vita. La loro formazione culturale certo, la loro formazione professionale certo, tutto insomma deriva dalla scuola oltre che dalla famiglia. Dobbiamo cercare di ragionare su questo provvedimento avendo questi paletti fissi e anche noi dobbiamo tener conto che la nostra Isola ha un territorio di 24.000 chilometri quadrati e 1.600.000 abitanti. Se è consentito per ignoranza o per imbecillità ai poteri centrali di non tenerne conto, a noi che qui viviamo, questo non è consentito, e allora, è vero che mantenere una classe in una piccola comunità di un paese della Sardegna è il bene del ragazzo, è il bene del bambino, è proprio vero che noi dobbiamo difendere strenuamente una entità fisica, è proprio vero che questo corrisponde nella sostanza al diritto allo studio, è proprio vero che questo è il massimo che noi possiamo dare ai nostri ragazzi? Io ho vissuto un'esperienza e forse sono un po' condizionato da questa. Molti anni fa, quasi 10, 15 anni fa, da un piccolo paese del Gerrei, Silius, venne una richiesta forte di istituire una scuola secondaria superiore, l'Istituto tecnico commerciale. Il Consiglio provinciale cominciò a battersi, lo inserì nelle proprie proposte, prima il biennio, poi il triennio, il comune di Silius si fece parte attiva per i locali, insomma la scuola venne istituita; tutti entusiasti, avevano raggiunto un obiettivo. Dopo cinque anni il circondario di Silius era pieno di ragionieri, mancavano i geometri, mancavano i maturati dei licei classico e scientifico. Qualcuno ci sarà pur stato che andava al liceo scientifico a Cagliari, ma i ragazzi con naturalezza si iscrivevano alla scuola che era più vicina. Negli anni successivi le iscrizioni sono calate quasi a zero perché i fratelli minori dicevano: "In casa c'è già un ragioniere. Lui è disoccupato. Devo diventare anch'io un ragioniere disoccupato?". Ma avevamo scelto proprio il giusto? Abbiamo visto con lungimiranza quando ci siamo appropriati di una rivendicazione locale e abbiamo dato il nostro contributo a istituire questa scuola? Oggi credo che sia quasi deserta, perché di ragionieri il Gerrei più di tanto non ne sopporta, forse è addirittura chiusa. Allora facciamo bene a dire ai cittadini di Matzacara, padri e figli, che bisogna inevitabilmente mantenere un'aula con dieci ragazzi, un'altra con cinque, un'altra con due? Ma quei dieci, quei cinque, qui due partecipano veramente della diffusione dell'insegnamento? Avranno pure i migliori docenti di questo mondo, ma saranno sempre dieci ragazzi che non possono apprendere tutto dall'insegnante; un minimo di comunicativa con i loro coetanei dove esiste? Hanno la possibilità di interrelarsi o devono sempre guardare comunque quel maledetto schermo, i "Morbidoni", per acquisire qualche cosa? Ci stiamo chiedendo se di fronte all'imbecillità di un decreto noi stiamo facendo bene a rivendicare una sola cosa? Ci deve essere l'aula, ci deve essere l'insegnante, ma siamo certi che questo garantisca il naturale diritto di questi giovani, di queste generazioni che domani dovranno pur prendere in mano la situazione? Veramente stiamo mettendoli nelle condizioni migliori per acquisire le nozioni che gli serviranno nella vita? Sono queste le riflessioni che sollecito a me stesso e ai colleghi. Noi a scuola non ci torneremo più, forse a noi il danno non viene, ma dovendo trattare di questioni che attengono a coloro che sono fra i più deboli e che qui non possono parlare non abbiamo forse il dovere di riflettere un attimo? Io auspico che dalle tante mozioni che sono state presentate, emerga una posizione unanime del Consiglio, che non si limiti a rigettare in mare un decreto, non si limiti a bollarlo di imbecillità, ma che cerchi di dare una risposta al problema vero, che non è la voce del ministro Jervolino, è la voce dei nostri ragazzi. E noi dobbiamo pensare per loro, noi dobbiamo riflettere se non sia il caso di metterli insieme qualche volta, invece di ghettizzarli in una piccola comunità, se non convenga fare noi uno sforzo perché ci sia interscambio fra i ragazzi, il che non vuol dire fare in ciascun paese una piccola classe, una piccola aula. Certo questo richiede un grande sforzo, ma richiede soprattutto una rivoluzione culturale in noi stessi per rifiutare la prima trincea della demagogia che viene quasi spontanea, della reazione quasi irrazionale di fronte al gesto imbecille. Viene naturale rispondere immediatamente così, ma ci è consentito? Siamo noi i ragazzi di scuola o non siamo i legislatori di questa Regione? Non abbiamo forse il dovere di toglierci i "Morbidoni" davanti agli occhi e di guardare un pochino più nel profondo delle cose? Non abbiamo forse questo elementare dovere? Io chiedo al Consiglio, se è possibile, che ci sia una prova di maturità da parte nostra, nell'individuare non soltanto la reazione, ma la costruzione, la sintesi, il bene della nostra gente, soprattutto in una situazione nella quale i destinatari dei nostri provvedimenti sono minorenni e quindi non possono parlare in quest'Aula, ma hanno tutti i sacrosanti diritti dei cittadini, primo fra i quali quello di avere una formazione, la migliore possibile.

PRESIDENTE. E' iscritta a parlare l'onorevole Serra Pintus. Ne ha facoltà.

SERRA PINTUS (D.C.). Presidente, io ho letto lunedì un articolo di Antonio Martino, su un giornale, che parla proprio di politica economica, intitolato "Disoccupati si nasce" col sottotitolo "Come non si crea lavoro". Antonio Martino fa un'analisi della politica economica del nostro Paese e passa in rassegna tutti gli errori che fino adesso abbiamo accumulato con una politica occupazionale di tipo assistenzialistico e continuando su questo tono per decenni. Dice Antonio Martino che occorre cambiare pagina, occorre che il Governo si decida a invertire completamente la rotta. Propone alcune cose che valuto molto interessanti e ritengo anche attinenti al discorso che si sta facendo in quest'Aula. Parte dal proposito, che poi è il proposito del Governo, di contenere la spesa pubblica e dice che occorre diminuire la spesa pubblica, e penso che tutti ci rendiamo conto che in questa situazione occorra proprio contenere la spesa pubblica. Mi pare che in quest'Aula quasi tutti gli oratori abbiano riconosciuto la necessità che il Governo contenga la spesa pubblica. Poi continua dicendo che dal contenimento della spesa pubblica si avrebbe una riduzione della pressione tributaria e credo che tutti quanti ci siamo accorti che la pressione tributaria sia diventata insostenibile non soltanto per i singoli, quindi dal punto di vista egoistico del singolo, ma che la pressione tributaria sia eccessiva perché comporta poi una serie di conseguenze negative. Continua appunto Antonio Martino dicendo che dalla riduzione della pressione tributaria, che sarebbe una conseguenza del contenimento della spesa pubblica, si avrebbe una crescita del reddito disponibile e quindi una crescita dei consumi e conseguentemente una crescita degli investimenti produttivi; come conseguenza ultima si avrebbe, in breve tempo naturalmente, una crescita dell'occupazione perché aumentando il reddito disponibile, aumentando quindi gli investimenti produttivi, si avrebbe una crescita dell'occupazione. Allora, se noi ripassiamo brevemente questi passaggi, cioè contenimento della spesa pubblica, quindi riduzione della pressione tributaria, e quindi come conseguenza aumento e crescita del reddito disponibile, aumento degli investimenti produttivi, aumento dell'occupazione, vediamo che tutti questi passaggi sono consequenziali per degli effetti benefici, perché creano occupazione e il problema drammatico di oggi è l'occupazione. Gli stessi precari della scuola, che oggigiorno, col decreto del Governo numero 288, si troverebbero senza lavoro, se venissero applicati da tutti i Ministri questi processi avrebbero un ritorno in lavoro, un lavoro magri più soddisfacente dell'insegnamento che molte volte è un ripiego, diciamolo pure, per molti giovani laureati.

Io credo che sia ingiusto se non cattivo chiamare il decreto "288" decreto taglia classi, e colpire, come è stato fatto dai mass media, dall'opinione pubblica in genere, il Ministro che con tanto coraggio, per primo è partito, forse perché è una donna e si rende conto che è necessario a costo di sofferenze, di dispiaceri enormi, tagliare purtroppo anche nel settore della scuola. E' partita una donna, vediamo chi degli uomini Ministri ha il coraggio di seguirla in questa politica, che non è senz'altro popolare perché non crea un seguito, non crea simpatia, crea antipatia, crea odio. Vediamo chi, tra i signori uomini, ha il coraggio di continuare su questa linea che è auspicata dagli economisti e che è auspicata dalle persone che io ritengo abbiano una visione ampia dei problemi, non una visione ristretta al bisogno particolare se pur drammatico, se pur vissuto con sofferenza purtroppo da tante famiglie, da tanti giovani precari. Io ripeto che trovo veramente ingiusto e cattivo chiamare questo decreto "decreto taglia classi" e chiamare il Governo "Governo killer", o il ministro "Ministro killer". Io credo che il Ministro non sia soddisfatto delle conseguenze che provoca questo decreto, ma lo abbia dovuto fare con senso di grande responsabilità. Io credo che su questa scia dovrebbero andare tutti quanti i Ministri; il Governo dovrebbe continuare su questa scia e coinvolgere un po' tutti in queste privazioni, in questi piccoli risparmi che dovrebbero colpire un po' tutti quanti, perché poi si avrà un ritorno di cui si gioveranno tutti quanti, compresi gli studenti. I bambini che oggi frequentano le elementari e le scuole medie, che magari si troveranno costretti a frequentare le scuole in classi di 30, 35 alunni - cosa che poi abbiamo fatto tutti ai nostri tempi e siamo cresciuti lo stesso più o meno bene - affrontando oggi dei piccoli sacrifici, domani avranno però sicuramente il posto di lavoro.

Ritornando al decreto legge "288", io ritengo che sia ingiusto classificarlo negativamente e quindi, al contrario di tutte le richieste che sono state fatte in quest'Aula con le mozioni, le interpellanze eccetera, non sono d'accordo per chiedere la sospensione degli effetti del decreto legge "288" per la Sardegna, io non credo che sarebbe giusto chiedere la sospensione del decreto legge perché siamo una Regione speciale, perché ci sono altre Regioni che hanno problemi come i nostri. Io chiedo invece alla Giunta di farsi carico di parlare col Governo e col Ministro perché le situazioni più difficili, quelle effettivamente più gravi in relazione alle nostre peculiarità, alle nostre caratteristiche vengano riviste ma limitatamente ai casi proprio più gravi. Sarebbe un controsenso, un danno per la Sardegna ritirarci da questa corsa al contenimento della spesa pubblica che, lo ripeto, deve essere una corsa di tutti i Ministri e non solo del ministro Jervolino.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Zucca. Ne ha facoltà.

ZUCCA (P.D.S.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, io premetto che non sono diventato insegnante per ripiego e credo che la maggior parte degli insegnanti italiani non insegnino per ripiego, come sembrava sostenere la collega Pintus. Sono un insegnante vincitore di concorso nazionale che per vent'anni ha insegnato latino e greco nei licei, ha vinto il concorso per preside di scuola media superiore e adesso è preside di un istituto medio superiore. Quindi voglio precisare che vedo i problemi dall'ottica di uno che sta dentro la scuola e da uomo che sta dentro la scuola vedo l'iniquità di questo decreto. Voglio fare una battuta paradossale: io sono convinto che l'80 per cento dei mali del mondo è colpa delle banche, l'altro 20 per cento è colpa dei conti e della ragioneria al posto dell'economia, in senso ampio. Mi viene inmente una battuta di un uomo eccentrico del mio paese, di grandissima cultura ma senza arte né parte, il quale, quando qualcuno, credendo di gratificarlo, diceva "ragionier Mario" gridava "no" a quell'orribile titolo. Adesso che hanno usato la ragioneria al posto di una razionalizzazione intelligente del sistema scolastico capisco il senso della battuta di quell'eccentrico narboliese. Io voglio insistere molto sul fatto che una cosa sono i tagli così come previsti da questo decreto, altra cosa è la razionalizzazione del sistema scolastico e del numero delle classi. Anche io, se avessi un figlio in un paese sperduto, che frequenta una pluriclasse e che quindi non ha un servizio, ma un sottoservizio, e se questo figlio potesse essere trasportato nel volgere di due minuti (ci sono anche di questi casi) in un paese dove avesse un servizio reale, cioè di classi vere, non esisterei a dire che questo è giusto. Ma qua non siamo a questo punto, cari colleghi, qui siamo al punto che i moduli in tante classi dell'oristanese, stanno diventando moduli a tre. Per chi non sapesse cosa sono, ricordo che i moduli significano la compresenza degli insegnanti nelle scuole elementari, con una grandissima apertura, perché oggi si insegna l'educazione all'immagine, l'educazione alla musica; ma la compresenza di due insegnanti in tre classi, con le classi che diventano di ventotto significa che un insegnante deve seguire ottantacinque alunni. E cosa ha a che vedere questo con un domani migliore dei nostri alunni, collega Serra? Questo significa che avremo degli alunni, domani, nelle scuole superiori, enormemente svantaggiati, perché questo è un disservizio. A parte il fatto che l'esaurimento nervoso se lo prenderanno tutti gli insegnanti che fanno seriamente il loro dovere, i quali sono la stragrande maggioranza. Forse sono pochi i luoghi di lavoro dove si fa il proprio dovere come nella scuola: io ne do testimonianza, perché sono capo di un istituto secondario superiore. Allora, una cosa è la razionalizzazione, altra cosa sono i tagli indiscriminati, che non hanno nulla a che vedere con l'economia vera. E' un danno economico immenso per il domani. Offrire un disservizio ai ragazzi delle elementari oggi e a quelli delle medie significa avere domani un ritorno economico pesantemente negativo, perché non hanno goduto della formazione alla quale hanno diritto.

Poi c'è il problema dei precari delle superiori. Vogliamo snobbare questo problema? Quando si tratta dei minatori del Sulcis che perdono il lavoro giustamente ci indigniamo: non ci dobbiamo indignare alla tessa stregua quando sono i lavoratori dell'insegnamento, della didattica, quelli che perdono il posto di lavoro? Ma stiamo scherzando? Questo decreto era nato male già in partenza; io vi faccio degli esempi concreti perché altrimenti rimaniamo nel vago e nel generico. Mi sono preso la briga di guardare i dati e siccome mi dicono sempre che sono affetto da campanilismo voglio avvalorare questa tesi: conosco la realtà dell'oristanese e mi sono preso i dati dell'Oristanese, se mi definiscono campanilista non me ne importa nulla. Allora, ad Oristano per la scuola media di primo grado si prevede una media di 18,75; per le superiori abbiamo una previsione media di alunni per classe tra le più alte di tutta l'Italia; alle elementari abbiamo una media di 16,53 per classe. Confrontiamole con Asti. Asti ha una media di 13,11 per classe, e per quale misterioso motivo? La densità di popolazione di Asti è di 134 abitanti per chilometro quadrato. La densità dei paesi dell'Oristanese è di 61 abitanti per chilometro quadro, con una dispersione immensamente maggiore. E allora, consigliere Serra, come si fa a parlare di razionalità, come si fa a parlare di coraggio? Il coraggio di far tornare i conti sulla pelle della gente ce l'anno tutti, ma è una sciagura l'idea di far tornare i conti distruggendo lo stato sociale, e non solo lo stato sociale, ma prima ancora lo stato democratico! Uno Stato che non assicura una scuola efficiente e funzionante ha un deficit di democrazia. Altro che coraggio! Ci vuole coraggio, ma nel senso ironico della parola a sostenere questa ipotesi.

Mi domando poi che cosa abbia di ragionevole tutto questo. In che rapporto sta con i progetti di edilizia scolastica? Io, come Assessore e Vicepresidente della Provincia, ho affidato diversi progetti, che sono in fase di realizzazione, per la costruzione di edifici sulla base di un determinato standard di alunni per aula, e in quel modo vengono costruite le scuole. E poi le riempiono di 30 alunni, queste aule che sono fatte per 25? Qual è il domani roseo, collega Serra, qual è il domani roseo derivante da un sovraffollamento che è negativo comunque, a parte l'aspetto didattico, anche sotto il profilo logistico? Oppure li buttiamo giù prima ancora che siano finiti, facciamo dei tramezzi, le aule per le attività sociali le trasformiamo in aule per alunni, rabberciate all'ultimo momento? Io sono dell'opinione, per non farla troppo lunga, che è giustissima la protesta forte della Giunta regionale e che deve essere vibrata la protesta del Consiglio regionale; se non temessi l'equivoco condividerei anche l'espressione del collega Marras che ha parlato di lotta dura, ma dopo che l'ha usata Bossi mi guardo bene dall'usare quest'espressione. Tuttavia una lotta certamente vigorosa e seria penso che sia un dovere non delle categorie, ma di tutti i sardi e di tutti gli italiani, perché è una lotta per la democrazia.

PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Porcu. Ne ha facoltà.

PORCU (M.S.I.-D.N.). Presidente, colleghi del Consiglio, intervengo brevemente per esprimere alta e forte la protesta del Gruppo del Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale nei confronti del Governo per questo nuovo attacco che è stato già abbondantemente criticato dai colleghi, però ci sono da fare lacune osservazioni, cari colleghi. La prima è questa: quest'attacco governativo allo stato sociale e alla base stessa della convivenza civile non arriva isolato e inaspettato, arriva come coronamento di tutta una serie di altri provvedimenti governativi, di un atteggiamento complessivo di questo Governo di tecnici, di un atteggiamento complessivo che è di attacco ai cittadini e alle classi sociali più deboli. Abbiamo vissuto momenti terribili per i colpi che i vari Governi hanno dato negli anni passati alla sanità. I tagli, i ticket, gli annullamenti dei piani, il lasciare nel degrado più assoluto le strutture sanitarie fanno parte di quella strategia governativa che sembra voler a tutti i costi risparmiare, ma che in realtà non risparmia nessuno. Non ci meraviglieremmo, onorevoli colleghi, se dopo aver assistito alla fine miseranda della politica di De Lorenzo nei confronti della sanità, scoprissimo che anche nel mondo della scuola i tagli non vanno fatti sugli insegnanti e sulle scuole, ma vanno fatti sulle mani e sulle braccia dei Ministri che rubano dalle tasche dei cittadini. Non ci sorprenderemmo se capitasse anche una tangentopoli nella scuola, perché i problemi sono sotto gli occhi di tutti quanti e tutti quanti sappiamo benissimo da chi siamo governati, e il popolo italiano darà prima o poi un giudizio elettorale anche di questa classe politica governativa imbelle e incapace. Ebbene, è ora di dirlo, lasciando perdere la signora Russo Jervolino, che è costretta a mettersi sotto le ali protettive della chioccia del Presidente della Repubblica per difendersi dalla giusta ira degli studenti e professori in quel di Venezia, ci sembra giusto sottolineare ancora una volta che non ci voleva un ex Governatore della Banca d'Italia per fare dei calcoli e dei tagli che il più sprovveduto ragioniere di provincia avrebbe saputo fare senza ricorrere a cotanta scienza nel campo delle finanze. Ebbene, è troppo facile risolvere i problemi del governo della finanza pubblica esclusivamente tagliando e prendendosela con quel mondo della scuola che sembrava in questi anni indifeso e in letargo. Perché vedete, colleghi del Consiglio, al mondo della scuola si possono imputare tantissime cose, e noi dobbiamo riconoscere che dal 1968 in poi, anzi da prima del 1968, e passando per il 1968, il mondo della scuola ha il gravissimo torto di non essersi sputo ritagliare uno spazio autonomo nel mondo culturale italiano. Esiste nel mondo della scuola un conformismo ideologico che qualche volta è veramente preoccupante. Ebbene, non per questo il Governo doveva essere autorizzato a scacciare quel poco che rimaneva della credibilità di questo sistema, a fregarsene, scusate il termine poco parlamentare dei bisogni elementari dei cittadini, di bambini, di ragazzie delle loro famiglie. Mi telefonano quotidianamente, per il mio lavoro in favore dei disabili, mamme disperate che chiedono come faranno i loro figli disabili a raggiungere i paesi vicini ora che non possono più frequentare la scuola che frequentavano fino a ieri nel paese di origine. Come faranno questi bambini visto che i comuni non hanno mezzi di trasporto adeguati? Questi bambini disabili il più delle volte rischieranno seriamente di non andare a scuola, perderanno il loro sacrosanto diritto all'istruzione, ma perderanno anche, forse in maniera definitiva, l'unica speranza che il disastrato mondo dell'assistenza sociale, dell'assistenza ai portatori di handicap, lasciava loro intravedere per il futuro, cioè la frequenza della scuola assieme ai bambini non disabili, assieme ai bambini normodotati. Questo è quanto ci passa oggi il Governo, questo Governo di gente che non deve rispondere neanche al corpo elettorale perché fatto appositamente di tecnici. Ebbene, contro questa manovra governativa si deve alzare alta e forte la protesta di tutti quanti noi. Ma non bisogna neanche dimenticare, colleghi del Consiglio, che tutto questo si inserisce in un quadro assai preoccupante della vita politica e sociale della nostra Nazione. Ombre lunghe, funeste, pericolose si allungano sulla nostra convivenza civile, e non mi riferisco soltanto alle buffonate di un certo signore, che qualche italiano non degno di tale nome ha mandato in Parlamento prima al Senato e oggi, purtroppo, alla Camera dei deputati, che istiga razzismo e odio fra gli italiani a ogni piè sospinto e che veramente ci fa pensare a quanto in basso è caduta la società italiane per credere, in alcune sue componenti, a simili profeti di ignoranza, sventura e razzismo. Ebbene, questi profeti di queste cose sembra che siano diventati gli artefici dell'Italia di oggi e si candidano autorevolmente a guidare domani la nostra nazione. Contro di loro certamente non può fare niente un Governo di inquisiti e una classe politica imbelle e condannata dalla storia. Contro di loro deve mobilitarsi tutto il popolo italiano e per questo e anche per le vicende della scuola, onorevoli colleghi, si deve andare subito alle elezioni anticipate, che saranno davvero punto di partenza per la ricostruzione di uno Stato che oramai purtroppo è decisamente scomparso.

In conclusione, onorevoli colleghi, il problema è politico, il problema è di un Governo che se ne infischierà delle nostre proteste come se ne infischia di tutte le altre proteste che salgono numerose da tutte le Regioni d'Italia. Il problema è quello di acquistare maggiore dignità, di risolvere i problemi risolvibili in campo locale, di cercare di riparare ai danni, per quanto di nostra competenza, e non sono poche le competenze della Regione sarda in questo settore, a cominciare dall'organizzazione dei trasporti scolastici per finire all'assistenza scolastica, ai potatori di handicap e a tutti gli altri soggetti deboli nel mondo della scuola. Più che protestare occorre rimboccarsi le maniche, per vedere se è possibile fare noi qualcosa di quello che il Governo ha distrutto. Non è una cosa facile, le risorse sono poche ma indubbiamente per la scuola dobbiamo batterci. Lei, onorevole Assessore alla cultura, ci ha parlato qualche tempo fa in quest'Aula, applaudito dall'intero Consiglio, della centralità del problema cultura nella società sarda. Noi siamo convinti che i problemi della cultura si risolvano con interventi meditati, che vanno nel senso richiesto dalla gente. Vorremmo, onorevoli colleghi, che quei 35 miliardi che voi state per dedicare a un problema risibile come quello della lingua, che non esiste, che è di secondaria importanza rispetto al grande problema centrale della difesa della scuola nella sua generalità, noi vorremmo che quelle risorse finanziarie numerose, che volete dilapidare con osservatori vari, venissero invece sottratte a quest'uso che se ne vuole fare e destinate a risolvere i problemi veri della scuola, a cercare di tamponare qua in Sardegna ora e per il futuro le falle che una politica vergognosa del Governo sta aprendo.

Non è vero che c'è la medesima logica nella chiusura del Governo rispetto alla lingua sarda e nei tagli alle classi. E' vero il contrario, è vero che noi non stiamo facendo il nostro dovere nei confronti della scuola. Voi dovete sentire cosa ne pensa il mondo della scuola sarda, di questa pazzia di fare una legge sulla lingua sarda in questo momento, voi dovete capire cosa ne pensa; ed è un giudizio negativo, e coinvolge tutti quanti quelli che vogliono questo tipo di risposta a un problema che non esiste. Occupiamoci dell'emergenza, al resto ci si può pensare dopo. Ora il problema è quello di tappare i buchi procurati dal Governo con i tagli nelle classi; al problema della lingua ci potremo pensare anche dopo.

PRESIDENTE. E' iscritta a parlare l'onorevole Serri. Ne ha facoltà.

SERRI (P.D.S.). Un Paese come il nostro che, nel mezzo di una crisi economica drammatica, decide, per risparmiare - questa è la motivazione e poi tornerò su questo aspetto - di ridurre le spese per l'istruzione, è un Paese che ha deciso non di uscire dalla crisi, non di tentare di impostare politiche di risanamento e di rilancio dell'economia, bensì è un Paese che ha scelto di tornare indietro, ha scelto cioè la strada del sottosviluppo, ha scelto di uscire dal novero delle nazioni più industrializzate; eravamo quarti, quinti, settimi, non ricordo, ma con questa scelta noi imbocchiamo la strada del sottosviluppo; non c'è dubbio. E faccio un esempio, sollecitata anche dalla collega Kikita Serra. Se una famiglia decidesse, per risparmiare, per far quadrare il bilancio familiare, di non mandare più i figli a scuola (forse lei che è amica della Jervolino glielo potrebbe dire, onorevole Serra) verrebbe considerata una famiglia a rischio, soprattutto se i figli fossero dei bambini in età dell'obbligo scolastico, una famiglia a rischio soggetta anche a provvedimenti dell'autorità giudiziaria minorile, naturalmente. Probabilmente verrebbe intaccata la sua potestà genitoriale, in quanto non in grado di provvedere adeguatamente. Noi in realtà sappiamo che le famiglie in Sardegna investono sui figli; che se devono risparmiare risparmiano su altro, non certamente sull'istruzione. Noi abbiamo nei nostri piccoli paesi, nel confronto con i grossi centri dell'Isola, tassi più alti di scolarità, proprio perché le famiglie sanno che, per rompere una situazione di disagio economico, per poter migliorare la propria posizione sociale, è importante investire nello studio, così come si dice, traduco dalla nostra lingua. Ora noi sappiamo tutti, e lo ripetiamo in tutte le occasioni, che il livello di scolarizzazione, soprattutto il livello medio superiore, è una delle risorse strategiche per lo sviluppo, e oggi noi riteniamo che sia la più importante per la Sardegna, ma anche per l'Italia, perché non è il nostro un Paese che possieda materie prime; materia prima è il fattore umano, l'intelligenza; il patrimonio che ha è questo.

La Regione Sardegna, proprio partendo a questo presupposto, cioè dalla centralità della risorsa cultura, investe ogni anno risorse enormi in questo campo, investe risorse proprie per la ricerca, per la formazione professionale - qui si aprirebbe un altro capitolo, comunque sono risorse regionali - per l'università, per la qualificazione post universitaria, per la ricerca scientifica e tecnologica. Dimentichiamo quanti danari della collettività sarda la Regione ha deciso giustamente di investire in questi campi, evidentemente convinti, come diceva l'onorevole Cocco, che i soldi spesi per la cultura siano un investimento, e uno dei più produttivi. Perché investire in questo senso è una scelta oculata, è una scelta di prospettiva che guarda al futuro con speranza, nonostante le difficoltà terribili dell'oggi, perché dovere di chi fa politica, soprattutto di chi amministra, è guardare al futuro con speranza e impostare politiche che diano prospettive. E allora guardiamo oggi ai dati della Sardegna rispetto all'aspetto della scolarizzazione. La Sardegna ha oggi il minor numero di diplomati e laureati fra tutte le regioni italiane, in rapporto al totale della popolazione, appena il 16 per cento. La media italiana è del 20 per cento e intorno al 20 si attestano anche le regioni meridionali. La percentuale di diplomati e di laureati sardi, oltre a essere la più bassa rispetto alla popolazione è anche tra le più basse rispetto alla forza lavoro. Non solo, tra i disoccupati sardi i diplomati e i laureati sono il 26,9 per cento, ma nel meridione d'Italia tra i disoccupati la percentuale dei diplomati e laureati è del 37,6 quindi sfatiamo anche alcune favole che a volte di diciamo. Questi sono i dati Istat del 1990. Il tasso del Mezzogiorno è appunto questo, quello della media nazionale è appena più alto: 37,8 per cento. Se consideriamo nel suo complesso il sistema formativo isolano, dalla scuola materna all'università, secondo il rapporto Censis del 1991 la Sardegna è al diciasettesimo posto tra le regioni italiane, cioè agli ultimi posti. Questa graduatoria prende in considerazione l'intero sistema scolastico, dalla scuola materna all'Università, ed in questa media del 17 per cento spicca - probabilmente l'assessore Azzena ha sicuramente più elementi di me per giustificarlo - il dato dell'Università: che è il più positivo, perché per quanto riguarda l'Università siamo al quindicesimo posto. Questo dato mette in evidenza uno stato di disagio considerevole, soprattutto per quanto riguarda l'efficienza del nostro sistema formativo e segna una distanza notevole con il resto del nostro Paese.

Questa graduatoria è stata elaborata tenendo conto di alcuni indicatori fondamentali e in particolare il rapporto alunni-insegnante, il numero di alunni per classe, il numero di alunni in doppio e triplo turno. Io ricordo, mi dispiace che non ci sia l'onorevole Baroschi, mi pare che lui allora fosse Presidente della Provincia, quando si fece un grosso convegno sull'istruzione secondaria superiore nella Provincia di Cagliari; sulla base di alcune proiezioni si diceva che nel 2000 avremmo avuto ancora in Provincia di Cagliari 5.000 ragazzi in doppio turno, questo nell'88. Il tasso di produttività del sistema scolastico, sempre per continuare con i dati di questa graduatoria, è ovviamente il tasso di disagio, cioè il tasso di evasione e di dispersione scolastica. Quindi siamo tra le ultime regioni italiane, considerando questo sistema formativo nel suo complesso.

(Interruzioni)

Gli emigrati, quelli che vengono in Sardegna a trovare qualche lavoro, certamente molto precario e occasionale, hanno un tasso di istruzione che è molto più elevato dei nostri disoccupati, perché è del 44 per cento. E' evidente, che emigrano le forze, le energie più vive e più preparate con una perdita enorme per la terra di origine, come è stato per noi. Con il decreto legge del mese di agosto che cosa è avvenuto? E' avvenuto che il Ministro ha deciso, chiaramente sulla base di una decisione collegiale, di anticipare all'anno scolastico 1993-1994 un provvedimento che era stato pensato per il triennio 1993-1995, da realizzare quindi tenendo conto del decremento demografico. Si decide quindi di anticipare e di mettere in applicazione immediatamente da quest'anno scolastico il piano di rideterminazione nel rapporto alunni-classi. Ora per quanto riguarda noi - i colleghi l'hanno già detto e io lo ripeto perché concordo - senza tenere in alcuna considerazione la particolarità del sistema insediativo isolano, su 380 comuni circa della Sardegna, 100 sono al di sotto dei mille abitanti, ed altri 100 comuni sono al di sotto dei 2.000 abitanti. La peculiarità dell'insediamento umano in Sardegna è data a piccole comunità sparse in un territorio vastissimo. Non si è tenuto conto del sistema della viabilità, dei trasporti e di quant'altro doveva essere tenuto in considerazione. E nell'indicare il rapporto alunni-classi, io credo che l'assessore Azzena bene farebbe a farsi spiegare dall'onorevole Ministro per quale ragione ha previsto, lo accennava anche il collega Zucca, un rapporto alunni-classi inferiore rispetto ad alcune realtà provinciali sarde per zone che invece hanno un ben più alto tasso di densità di abitanti per chilometro quadrato. Faccio un esempio, per la scuola elementare della provincia nuorese, che ha un tasso di densità di 34 abitanti per chilometri quadrato, ha previsto un tasso tendenziale identico a quello della provincia di Brescia. Non si capisce quale ragionamento, quale analisi stia dietro a questa scelta palesemente iniqua, assolutamente ingiusta, che non sta in piedi. Per gli istituti superiori della provincia di Oristano, ha previsto il rapporto alunni-classi di 23 alunni, che è uno dei più alti in Italia; e questo calcolo è stato fatto sulla base di 7.900 studenti, quando invece gli iscritti quest'anno sono 900 in più; sono infatti 8.807 studenti iscritti nella provincia di Oristano. Certo, questo decreto fa parte dei vari provvedimenti pensati per ridurre il deficit pubblico, nessuno contesta che lo Stato debba provvedere a risanare le finanze. Però non si può risparmiare sull'istruzione; e di risparmio non si tratta, perché se facciamo bene i conti, e se la Jervolino smettesse per un attimo di essere Ministro e diventasse madre di famiglia e facesse i conti da casalinga forse li potrebbe fare meglio, la mia impressione è che si tratta di un risanamento puramente contabile. E' probabile che lo Stato risparmi, ma non si considera in realtà quanto il sistema degli enti locali e la Regione, considerata in questo sistema debba spendere per garantire il trasporto: pullman, autisti, accompagnatori, perché per la scuola dell'obbligo si tratta di minori che non possono essere sbattuti su un pullman e spediti nel paese vicino. Il servizio mensa: ci sono distanze anche notevoli tra un paese e l'altro e questi bambini, che si svegliano la mattina alle sette, li si lascia senza mensa? Tutto questo costo in più, ammesso che lo Stato risparmi con questo provvedimento, tutti i soldi che dobbiamo spendere per poter dare attuazione a questo provvedimento, da dove escono? Non sono pure essi soldi pubblici o i Comuni e la Regione non fanno parte di questo sistema, non fanno parte della Repubblica?

Gli effetti di questo provvedimento sulla qualità del servizio scuola: la perdita di un migliaio di posti di lavoro; si è fatto questo calcolo, ma probabilmente sono molti di più. Quindi un migliaio di posti di lavoro come conseguenza diretta, immediata. Avremo classi con 28 alunni; dovremo sicuramente superare il limite dei 20 alunni per classe quando c'è una presenza di un handicappato; pensiamo alla soppressione della scuola dell'obbligo in alcuni paesi, nei nostri piccoli centri dove la scuola è l'unica agenzia culturale, dove non c'è null'altro. Questo significa che noi stiamo decretando lo spopolamento, perché se manca financo la scuola dell'obbligo, quali ragioni dovrebbero trovare le persone per rimanere in questi piccoli comuni? Non solo, avremo classi bilingue in conseguenza dell'accorpamento, necessitato appunto da questo provvedimento, l'interruzione della continuità didattica, perché si parla di sopprimere anche le seconde classi delle medie e delle superiori. E questo naturalmente in una Regione come la nostra che ha un tasso elevatissimo di dispersione scolastica, di ripetenza, di disagio, espresso in termini più generali, sappiamo che cosa significa; significa che noi avremo una qualità sempre più scadente del livello di istruzione con danno irrimediabile per le generazioni future. Nel mese di luglio il Consiglio regionale, per una volta tanto in anticipo rispetto alla giusta, tempestiva mobilitazione degli enti locali, degli amministratori, dei genitori, degli insegnanti, dicevo il Consiglio regionale il 15 luglio di quest'anno, in relazione alla discussione sul piano regionale dei trasporti - dunque l'argomento venne connesso appunto con quella discussione - ha approvato un ordine del giorno con il quale impegnava la Giunta regionale ad intervenire presso il Governo per il ritiro di quei provvedimenti di soppressione, per garantire agli scolari sardi l'effettivo esercizio, eccetera, eccetera. Allora non era stata ancora, attraverso il decreto, decisa l'anticipazione del provvedimento previsto nel triennio fino al 1995, ma l'allarme era generato dal fatto che erano arrivati già alcuni decreti di soppressione di interi circoli didattici e di alcune sezioni staccate di scuole dell'obbligo. Quindi c'è già una volontà del Consiglio regionale, che ha impegnato la Giunta, con un preciso dispositivo, a intervenire presso il Governo per il ritiro del provvedimento. Noi oggi rinnoviamo questo invito alla Giunta perché nella interlocuzione col Governo si faccia parte attiva perché si ritiri questo provvedimento. E' un provvedimento "taglia classi", bisogna chiamare le cose con il loro nome, non dobbiamo stare ad inventare altri nomi. Io voglio chiudere dicendo solo questo: la richiesta del Consiglio regionale, con la volontà espressa già nel mese di luglio - e oggi mi pare si creino le condizioni perché tutti insieme rinnoviamo questo mandato alla Giunta, perché si faccia interprete presso il Governo per il ritiro del provvedimento - non è una richiesta piagnona, non è la solita richiesta rivendicazionista che qualche volta ha caratterizzato il nostro rapporto con lo Stato. E' una rivendicazione, oltre che giusta, che parte dalla riflessione su quanto la Regione ha elaborato per uscire dalla crisi, in qualche caso per sostituirsi all'assenza dello Stato, per intervenire nei settori drammatici dell'economia sarda. Questa rivendicazione è giusta, perché è diretta a difendere un diritto primario, quello che appunto la nostra legislazione chiama "scuola dell'obbligo", mentre in realtà l'obbligo in questo momento è solo quello di tenere i bambini a casa perché vengono chiuse le strutture scolastiche. E' per un motivo che a me sta molto a cuore, come sta a cuore a tutti i colleghi, cioè perché questo provvedimento colpisce soprattutto i nostri piccoli comuni, le nostre piccole comunità che sono storia e cultura di questa regione, che sono patrimonio nostro, che noi non possiamo consentire che, con provvedimenti falsamente diretti al risparmio - poi in realtà abbiamo visto che risparmio non ce n'è - si cancelli una parte di noi. Io sono abituata ad ascoltare tutti e tutto ma credo che in questo momento noi dobbiamo ascoltare soprattutto i diretti interessati, i bambini, che sono i primi che si sono mobilitati in forme diverse, in forme nuove rispetto al passato, che hanno dato sfogo alla loro fantasia e hanno impostato scuole alternative, che hanno richiamato gli anziani. Questo non è un atto di pura propaganda, c'è una sostanza che è molto forte: chiamare gli anziani significa dare valore a quello che è la storia, dare valore al loro paese, dare valore alla loro cultura, alla loro lingua. Molto spesso con questi anziani le lezioni si svolgono in lingua, ma ci sono alcune realtà in cui la motivazione dei bambini e soprattutto dei genitori, in questo caso, la motivazione dei genitori alla opposizione a spedire i loro bambini come pacchi postali in altri comuni, è questa: hanno paura che i bambini acquisiscano la cadenza o la parlata del comune vicino perché gelosi della loro parlata. Se non riflettiamo, se non capiamo queste cose, noi non capiamo la nostra realtà perché ciascuna comunità è non dico un nucleo chiuso, ma ha una sua storia, una su peculiarità. Intendono difendere questo anche dalle contaminazioni, altro è la battaglia comune per altri grandi obiettivi, ma direi che questa battaglia deriva anche dalla necessità di un coordinamento con altre battaglie. Noi dovremo affrontare nei prossimi giorni il documento della quinta Commissione, la Commissione agricoltura, a proposito del dramma degli incendi. Giustamente, al secondo punto, la Commissione agricoltura indica l'obiettivo di ripopolare le campagne perché sappiamo che le persone sono il primo presidio contro gli incendi per difendere l'ambiente, per tutelare il nostro patrimonio; ma se noi non conduciamo anche questa battaglia per difendere la scuola, per difendere i nostri piccoli comuni, stiamo consegnando interi territori interi pezzi della nostra isola alla desertificazione, allo spopolamento e dunque agli incendi. Stiamo abbandonando e stiamo sperperando un patrimonio enorme qual è la nostra risorsa ambientale.

PRESIDENTE. E' iscritta a parlare l'onorevole Maria Giovanna Mulas. Ne ha facoltà.

MULAS MARIA GIOVANNA (P.S.I.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, tutti gli interventi che mi hanno preceduto hanno giustamente rimarcato i caratteri negativi di questo decreto che l'onorevole Serra Pintus non vorrebbe chiamare "taglia classi", ma francamente non saprei dargli un'altra accezione. Io vorrei affrontare il problema da un altro punto di vista, forse perché proprio ho vissuto i problemi della scuola da protagonista della scuola, da insegnante che ha fatto una libera scelta di entrare nella scuola e non che è stata costretta a farlo, e quindi a partire dalla mia esperienza didattica, comunicativa e culturale, dalla difficoltà di avere insegnato in piccolissimi paesi dove la scuola e la caserma dei carabinieri erano l'unica presenza dello Stato e, come diceva la collega Serri che mi ha preceduto, l'unica agenzia culturale in comunità dimenticate da Dio e dagli uomini, dov'era difficile avere un rapporto anche educativo con gli alunni, dov'era difficile non privilegiare il rapporto educativo rispetto allo stesso rapporto di insegnamento. Io credo che noi abbiamo il dovere di osservare davvero da vicino il danno sociale di una comunità di ragazzi spostati anche di dieci chilometri. Ma non abbiamo detto che doveva esserci un'attenzione particolare in un territorio così frammentato come il nostro proprio ai problemi delle piccole comunità? Non abbiamo detto che le vie di comunicazione sono una precondizione per lo sviluppo? E quali facili vie di comunicazione possiamo assicurare agli alunni che si spostano da un comune all'altro in quella che è l'attuale situazione della Sardegna?

PRESIDENZA DELLA VICEPRESIDENTE SERRI

(Segue MULAS MARIA GIOVANNA.) Io credo che la dislocazione territoriale non ci consenta questo lusso. Noi abbiamo comuni che distano fra di loro, ma abbiamo comuni nei quali la mancanza di aule o scuole fatiscenti rendono impossibile l'immissione di altri alunni dai paesi vicini. Quale attenzione abbiamo avuto per risolvere questi problemi prima di oggi o prima di affrontare davvero in termini puramente economicistici la questione dell'istruzione? Certo, forse a Roma non conoscono la nostra specificità territoriale, la specificità territoriale della Sardegna la considerano una mera espressione geografica, probabilmente; noi invece abbiamo il dovere di rimarcarla in questo Consiglio regionale e di essere vicini in maniera non emotiva ma razionale a chi sta conducendo una battaglia in questi giorni per la scuola in Sardegna, a insegnanti, ad alunni, a famiglie. Per noi la Sardegna non è una mera espressione geografica, è una realtà fatta di persone, di comunità, di umanità, di interessi, di difficoltà reali di vita e di lavoro, e per chi si proponga di entrare nel sistema delle democrazie avanzate noi sappiamo che la questione del sapere diventa una questione primaria. Abbiamo impegnato fondi per la ricerca, abbiamo detto che per uscire dal sottosviluppo abbiamo bisogno di fare un passo in avanti in questa direzione e poi vogliamo negare il diritto all'istruzione a decine e decine di giovani. L'istruzione è un mezzo essenziale di autodeterminazione, durante il dibattito della legge sulla cultura lo abbiamo rimarcato più volte, è un mezzo essenziale di coscienza nelle scelte di partecipazione responsabile e attiva alla vita sociale e politica, alle sfere del mercato, della produzione e dunque al complesso della vita democratica. Bene, noi sappiamo che in Sardegna l'istruzione non è assicurata, in Sardegna come del resto in altre parti d'Italia, e per questo, se riteniamo che tutto questo è l'istruzione, la prima disfunzione della scuola che dobbiamo denunciare è la leggerezza con cui sono accolti i dati, molto preoccupanti in alcune zone e ancora più preoccupanti in Sardegna, del grave fenomeno dell'evasione dell'obbligo scolastico. Il malessere della nostra scuola è gravissimo, io ho avuto modo di citare alcuni dati durante il dibattito della legge sulla cultura. Insuccesso e dispersione scolastica indicano dati più gravi che nelle altre Regioni d'Italia. I dati nazionali della ripetenza nella scuola elementare sono circa dell'1 per cento, in Sardegna si avvicinano all'1,5. Nella scuola media rispetto all'8,3 della scuola nazionale sono circa il 14,9 per cento. Se poi andiamo a vedere le province più emarginate, o in cui c'è maggiore difficoltà di comunicazione, dove esiste il problema della lingua, dove esiste il problema maggiore forse di una specificità culturale, come la provincia di Nuoro, i dati sono ancora più impressionanti, in paesi come Orgosolo, Sarule, Lula, Mamoiada, Onanì, vanno dal 30 al 40 per cento. Non ci dice niente tutto questo? Delle molteplici ragioni per cui questo avviene, abbiamo discusso anche in altre occasioni: esigenze economiche delle famiglie, nuovo concetto di bisogno, e noi sappiamo che oggi iscrivere un figlio in una prima classe delle scuole superiori richiede una spesa per una famiglia, prendiamo l'Istituto tecnico, che si aggira al minimo intorno alle 600 mila lire. Non solo, ma non è consentito a questo ragazzo usare i libri del fratello, perché, guarda caso, qualche volta si ha più attenzione al cambiamento dei libri di testo, non sempre tra l'altro apprezzabili per qualità, piuttosto che ad un riuso degli stessi, alla possibilità di riusarli e di integrarli con schede didattiche, per un insegnamento davvero individualizzato. E poi c'è questa percezione di estraneità dei contenuti curricolari rispetto alla realtà e ai problemi attuali, anche questo abbiamo denunciato. Ci sono cause strutturali di disagio, doppi e tripli turni, scuole fatiscenti, aule insufficienti, per una popolazione scolastica che è tra le più numerose d'Italia. C'è un grado di sviluppo linguistico, mentale e socioaffettivo, probabilmente, che richiederebbe una maggiore attenzione e una integrazione e diversificazione dei programmi che invece sono uniformi, o si chiede che siano uniformi in tutto il territorio nazionale. E allora il punto nodale è il rapporto tra la scuola e l'ambiente socioculturale, ma anche il rapporto tra la scuola e la comunità, complessivamente. E mentre noi abbiamo scuole al Nord che, non solo hanno classi, non solo hanno aule e spazi di lavoro adeguati, ma hanno piscine e palestre, in Sardegna abbiamo delle scuole nelle quali è difficile far vivere e studiare con impegno i nostri ragazzi. Quindi c'è una disuguaglianza nell'offerta educativa e non possiamo davvero meravigliarci che ci sia una differenza nei risultati.

La legge regionale "31" non prevede che la Regione assuma in proprio il compito di una liberazione culturale per la riforma della scuola. E' uno strumento inadeguato, seppure flessibile, si limita ad erogare fondi per sostenere iniziative di singole scuole, non è uno strumento di rinnovamento, ma di mantenimento dell'attuale sistema educativo e della didattica tradizionale e, quando abbiamo osato pensare che in qualche modo l'integrazione dei programmi scolastici e l'introduzione nelle scuole della lingua che gran parte dei nostri bambini e dei nostri ragazzi, soprattutto nelle zone interne più povere e più emarginate, parlano, avrebbe potuto migliorarne la qualità, lo Stato si è preoccupato di dirci che tutto questo non è possibile, non è nemmeno una nostra competenza. Abbiamo proposto una legge che potesse avviare un processo di cambiamento e di trasformazione della scuola in Sardegna, siamo ancora qui a discutere di come possiamo edulcorare la nostra proposta per adeguarla a quella che sono le richieste che lo Stato ci fa di osservanza di principi, di potestà che solo ad esso appartengono.

Si riafferma in via di principio quindi l'importanza dell'istruzione e la funzione educativa della scuola, ma nei fatti non c'è una grande attenzione per favorire realmente il diritto allo studio, non c'è nel contesto del territorio italiano, non c'è in Sardegna. Un sintomo chiaro di tale leggerezza, a questo mi ha fatto pensare l'articolo di Bruno Terlizzo, pubblicato qualche giorno or sono su "L'Unione Sarda", è la disparità di mezzi e di solerzia con la quale le autorità perseguono la renitenza dei giovani alla leva e all'evasione dell'obbligo scolastico. Sembrerebbe più importante agli occhi dello Stato l'addestramento dei giovani soldati, piuttosto che la formazione di giovani istruiti che maturano anche attraverso la scuola e che in essa dovrebbero acquisire sapere e consapevolezza di sé, formazione per esercitare una professione e formazione umana. Certo non sarebbe utile esercitare per la scuola pari coercitività che per l'obbligo di leva, non è certamente questo che intendo dire, ma sarebbe certamente necessaria una pari attenzione, una sensibilità diversa, un impegno reale per affrontare non solo il problema dell'abbandono e della dispersione scolastica, ma anche quello più complessivo di una scuola realmente formativa per i nostri giovani. In Sardegna forse basterebbe una reale volontà di risolvere il problema dell'evasione dell'obbligo scolastico, non solo ricercando nelle cause, ma operando per rimuoverle, per evitare la soppressine di gran parte delle 212 classi che, attraverso il decreto legge "288", si dovrebbero sopprimere. Come si fa a parlare di soppressione di classi in un Regione in cui il diritto allo studio è stato vanificato dai dati che ho sopracitato? E come si fa ad inneggiare a questo buon senso della donna Jervolino? Io mi sento molto più vicina alle madri di famiglia che davvero hanno la preoccupazione di trovare le 600 mila lire in una Regione di disoccupati, di gente che sta perdendo il lavoro, per comprare i libri ai figli. E perché poi, dico, non altrettanta solerzia nel rimuovere le cause appunto del fenomeno della dispersione e dell'abbandono della scuola? La solerzia il Governo, come dicevo, l'ha esercitata per impedirci di integrare e di adattare i programmi scolastici alla nostra realtà, alla nostra cultura, alla nostra specificità regionale. Una cosa, come diceva il collega Zucca, è parlare di razionalizzazione, altra cosa è parlare di soppressione, particolarmente in un territorio così frammentato, soprattutto quando si pensa di mettere trenta alunni in una classe priva di spazi, soprattutto quando si pensa che si possa insegnare a trenta alunni allo stesso modo, non tenendo conto delle diversità, delle capacità di ciascuno. La dislocazione territoriale, caro Assessore, e non solo questa, ma anche questa, non ci consente questo lusso, come dicevo poc'anzi. Ma davvero pensiamo che classi di trenta alunni possano consentire una formazione adeguata? Certo il risparmio realizzato con il decreto taglia classi si aggira sui 1.600 miliardi per il 1994, una cifra di tutto rispetto, come diceva appunto Bruno Terlizzo ma guarda caso questa cifra è stata tolta non dal bilancio della difesa, ma da quello già esangue della pubblica istruzione.

La Regione sarda, tenuto conto dei flussi di pendolarità, delle modalità dei trasporti, del grave fenomeno della dispersione non può accettare una mera operazione di soppressione delle classi. Io credo che noi dobbiamo impegnarci e impegniamo l'Assessore a che questo faccia, a una razionalizzazione del sistema scolastico per quello che noi possiamo fare, che risponda alla nostra realtà territoriale, sociale ed economica, che eviti lo spopolamento e l'ulteriore impoverimento culturale dei nostri piccoli centri urbani; noi chiediamo alla Giunta un intervento pressante presso il Governo perché l'effettivo esercizio dell'obbligo scolastico possa essere assicurato ai nostri giovani, e chiediamo nel contempo a noi stessi l'impegno per riprogrammare e riqualificare le spese per il diritto allo studio, per riqualificare la programmazione culturale della Regione. Chiediamo di più allo Stato ma credo che dobbiamo cominciare a fare di più anche noi e dobbiamo tuttavia dire - e io voglio questo riaffermare - che per la Sardegna il taglio di risorse per la sanità, per l'istruzione, per il lavoro non è solo un problema politico e tanto meno è un mero problema ragionieristico; è una drammatica sofferenza umana, che ci umilia e ci impoverisce, come potrebbe umiliarci e impoverirci una rigidità dello Stato che non volesse tener conto, anche con un dibattito sofferto, del modo in cui noi vogliamo migliorare la scuola, anche con l'ultima legge sulla lingua e sulla cultura.

PRESIDENTE. I lavori del Consiglio riprenderanno domani mattina alle ore 10.

La seduta è tolta alle ore 20 e 12.



Allegati seduta

Risposta scritta ad interrogazione

Risposta scritta dell'Assessore dei lavori pubblici all'interrogazione Planetta - Satta Gabriele sulla situazione del porticciolo turistico di Stintino. (540)

In merito all'interrogazione in oggetto si forniscono qui di seguito gli elementi di risposta.

L'Amministrazione regionale ha in corso di realizzazione la costruzione del porto di Stintino Mannu secondo un progetto generale che viene attuato per stralci nei limiti dei finanziamenti che si rendono disponibili.

La perizia suppletiva ai lavori in corso necessaria per poter attuare le soluzioni prospettate non ha la necessaria copertura finanziaria e, comunque, non potrebbe attuarsi entro il corrente anno.

Relativamente a quanto lamentato al punto 2), in considerazione degli inconvenienti e disagi determinati dai mezzi delle Forze dell'Ordine impiegate nei servizi di vigilanza al complesso carcerario dell'Asinara, si comunica che il giorno 29.06.1993, alla presenza del Sindaco di Stintino, della Capitaneria di Porto Torres, dei responsabili dell'impresa esecutrice dei lavori e di un funzionario dell'Assessorato dei LL.PP., è stato concordato, con l'assenso di tutti gli intervenuti, l'ubicazione di un punto provvisorio di attracco radicato nel costituendo molo per i natanti, al servizio delle Forze dell'Ordine di spola con l'isola dell'Asinara.

Testo delle interpellanze, interrogazioni e mozioni annunziate in apertura di seduta

Interpellanza Cocco - Dadea - Casu - Manca sulle gravi conseguenze per la Sardegna del decreto legge sull'aumento del numero degli alunni nelle classi scolastiche.

I sottoscritti,

PREMESSO che:

- il decreto legge 9 agosto 1993, numero 288, con il quale si dispone l'aumento del numero degli alunni per classe, ha per la Sardegna ripercussioni particolarmente negative. Da tale provvedimento deriva, infatti, la riduzione del numero delle classi, con la conseguente scomparsa, in taluni piccoli centri, della scuola media inferiore. Qualche caso ha di recente trovato eco sulla stampa (vedasi, ad esempio, Villanovaforru e Tiana) per la reazione delle popolazioni e degli amministratori locali;

- la Sardegna ha il triste primato degli abbandoni scolastici e che un tale fenomeno negativo non può che essere ulteriormente accentuato dalle conseguenze negative che derivano dall'aumento del numero degli alunni per classe: interruzione della continuità didattica, accentuazione del pendolarismo, impossibilità d'insegnamento personalizzato;

- il predetto decreto potrebbe vanificare l'impegno delle diverse forme di sperimentazione scolastica, posta al centro di provvedimenti normativi all'esame del Consiglio regionale (legge sulla cultura sarda), e per taluni aspetti già parzialmente attuata dalla legge regionale numero 31 del 1984,

TUTTO CIO' PREMESSO, chiedono di conoscere quali iniziative la Giunta regionale intenda adottare per impedire le conseguenze negative del decreto legge 9 agosto 1993, numero 288. (346)

Interpellanza Tamponi - Deiana - Atzeni - Giagu - Serra sul grave malessere determinato nelle famiglie e nel mondo della scuola per il decreto sulla soppressione delle classi in tutte le scuole.

I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente della Giunta regionale e l'Assessore regionale della pubblica istruzione per conoscere quali iniziative abbiano adottato per scongiurare o in parte attenuare i gravi disagi a cui andranno incontro sia gli alunni, le loro famiglie e gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado della Sardegna a causa della soppressione di centinaia di classi determinata da un decreto governativo finalizzato al contenimento della spesa pubblica.

Gli interpellanti sottolineano il fatto che molti alunni delle scuole dell'obbligo come conseguenza di questi tagli dovranno, per poter frequentare la scuola, spostarsi dal proprio paese creando non solo difficoltà di adattamento per loro ma serie preoccupazioni sia per i genitori che per gli educatori che avvertono le conseguenze negative della mancanza della continuità didattica.

A ciò si aggiungono i riflessi sociali che si scaricano negativamente sugli insegnanti specie quelli precari, per un migliaio dei quali si prospetta la perdita del posto di lavoro, in un momento di crisi economica che investe tutte le realtà produttive dell'Isola.

Gli interpellanti, considerate le difficoltà di notevole peso di natura economica ed educativa a cui andrebbero incontro sia gli studenti che le famiglie per poter continuare il corso degli studi, chiedono al Presidente della Giunta e all'Assessore della pubblica istruzione se non ritengano urgente chiedere per la Sardegna una sospensione del decreto taglia classi anche in considerazione del fatto della perdita di lavoro per migliaia di insegnanti ai quali bisogna offrire possibili alternative prima di buttarli sul lastrico. (347)

Interrogazione Usai Edoardo, con richiesta di risposta scritta, sullo smaltimento dei rifiuti solidi urbani del Comune di Pimentel.

Il sottoscritto chiede di interrogare l'Assessore regionale della difesa dell'ambiente per conoscere se risponda al vero che il Sindaco di Pimentel, a seguito del guasto del mezzo c.d. "compattatore", adibito al trattamento dei rifiuti solidi urbani del paese, abbia disposto la discarica di tali rifiuti presso il noto insediamento prenuragico di "Domus de Janas", l'unica meta turistica del Comune, peraltro già abbandonata a se stessa;

in caso affermativo, il sottoscritto chiede di conoscere quali provvedimenti l'Assessore regionale intenda adottare per eliminare il grave danno ambientale ed inoltre se non ritenga opportuno intervenire per restituire decenza all'importante complesso archeologico che, adeguatamente ripulito e restaurato, contribuirebbe alla valorizzazione turistica della Trexenta. (623)

Interrogazione Planetta, con richiesta di risposta scritta, sulla canalizzazione del metano per la Sardegna e sull'utilizzo del G.P.L.

Il sottoscritto,

PREMESSO che nonostante i ripetuti interventi e le numerose prese di posizione la Sardegna è tuttora esclusa dal progetto di canalizzazione del metano, progetto che intende dotare tutto il territorio della Repubblica (esclusa l'Isola) di metanodotti per lo sviluppo e l'utilizzo di energie alternative a basso costo;

RILEVATO che motivo del mancato inserimento della Sardegna nel progetto sarebbe l'alto costo di realizzazione di una canalizzazione che interessa anche l'isola sorella della Corsica;

CONSIDERATO che fra l'altro la Sardegna, attraverso le raffinerie SARAS, ha la più grande produzione di G.P.L. e di propano, ma che ogni anno le imprese sarde sono costrette ad importare il prodotto dalla SARAS di Livorno, condizione questa che causa costi di gestione elevatissimi con obiettivi difficoltà economiche,

chiede di interrogare il Presidente della Giunta regionale e l'Assessore regionale dell'industria per sapere se intenda la Giunta attivarsi per intervenire preso la SARAS in Sardegna al fine di garantire una equa distribuzione alle industrie sarde di un prodotto non inquinante come il G.P.L., utile a sgravare notevolmente i pesantissimi costi di gestione. (624)

Interrogazione Ortu - Serrenti - Puligheddu - Demontis - Planetta sulla ripartizione dei contributi in base all'articolo 60 della legge regionale n. 1/1990.

I sottoscritti,

PREMESSO che la ripartizione dei fondi erogati dell'Assessorato della pubblica istruzione, previsti dall'articolo 60 della legge regionale n. 1 del 1990, per le attività didattiche e socio-culturali, rappresenta per molte associazioni una vera e propria discriminazione;

RILEVATO che, mentre la ripartizione dei fondi per aree di contributo corrisponde ad un criterio di equità geografica, non si capisce invece come nella ripartizione dei fondi ad associazioni ed enti si verifichino sostanziali differenze di valutazione sulla base dei programmi presentati;

ATTESO che gran parte dei fondi assegnati sembrerebbe finanzino non attività di ricerca, sperimentazione e pubblicazione (come stabilito dalla legge), ma bensì, mere, sterili, rappresentazioni di manifestazioni concertistiche e di spettacolo per le quali sono previsti altri tipi di finanziamento;

chiedono di interrogare il Presidente della Giunta regionale e l'Assessore della pubblica istruzione per sapere:

- in base a quali criteri siano stati finanziati i progetti presentati dalle associazioni ed enti culturali e quali priorità e motivazioni abbiano determinato l'ammontare delle somme sia per l'anno corrente che per il recente passato;

- se è stato elaborato o si intenda elaborare un prospetto nel quale vengano evidenziati i contributi richiesti e per contro le somme assegnate, e per ognuno di essi le percentuali di riduzione eventualmente applicate;

- se risponde al vero che molte delle manifestazioni siano riconducibili non ad attività di ricerca, sperimentazione e pubblicazione dei risultati conseguiti ma, ad una serie di spettacoli di chiaro segno pubblicitario di ben individuate persone e comunque nell'interesse loro o di gruppo;

- infine se non ritenga opportuno, anche ai fini della trasparenza e di un democratico controllo, l'invio alla Commissione cultura del Consiglio dei rendiconti analitici presentati dalle associazioni ed enti. (625)

Mozione Salis - Cogodi - Morittu - Murgia - Urraci sulla chiusura di parte consistente ed essenziale delle scuole e sull'attacco al sistema della pubblica istruzione in Sardegna.

IL CONSIGLIO REGIONALE

seriamente allarmato dagli irresponsabili provvedimenti governativi contro l'istruzione pubblica e preoccupato degli effetti perversi che il provvedimento del Governo Ciampi avrà sulla condizione generale della Sardegna,

PREMESSO che:

- i provvedimenti governativi impongono in Sardegna il taglio immediato di diverse centinaia di classi, l'esclusione di oltre mille insegnanti e l'aggravamento delle condizioni di studio e di vita di decine di migliaia di studenti e famiglie;

- la politica scolastica del Governo centrale non solo non prefigura un progresso nella istruzione pubblica o anche una possibile conservazione degli standard esistenti, ma addirittura segna un regresso di molti decenni capace di confinare definitivamente vaste aree della Sardegna in condizioni di permanente sottosviluppo;

- le decisioni governative in materia scolastica si accompagnano alle altre misure di smantellamento del sistema produttivo sardo con la conseguenza di sommare i nuovi disoccupati intellettuali a quelli già creati nelle industrie, nelle campagne e nel terziario;

- i provvedimenti del ministro Jervolino si sono abbattuti sulla Sardegna insieme al gravissimo atto di blocco della legge regionale sulla lingua e la cultura sarda, oltretutto capace di consentire nella scuola nuovi posti di lavoro qualificati;

CONSIDERATO che:

- la decisione del Governo di tagliare classi e chiudere scuole colpisce in Sardegna soprattutto i centri più piccoli già di per sé emarginati e accentua i processi di disgregazione, sottosviluppo e spopolamento;

- il taglio delle classi e la chiusura delle scuole colpiscono particolarmente i paesi del malessere sociale per contrastare e combattere il quale il Consiglio regionale ha, fra le altre misure, unanimemente invocato una più accentuata diffusione dell'istruzione pubblica;

- L'evasione e la dispersione scolastica hanno nell'Isola percentuali fra le più alte dello Stato e che i provvedimenti governativi tendono inevitabilmente ad aggravare il fenomeno;

- il tasso di ripetenza è fra i più alti dello Stato, favorito certo dalla sovrapposizione, spesso maldestra, di un sistema culturale esterno al sistema culturale autoctono, ma anche aggravato dalla precarietà delle strutture e dalle insufficienze del sistema didattico;

- il procedere ragionieristico del Governo ha la conseguenza grottesca di chiudere classi e scuole in cui è in atto il progetto di sperimentazione "Progress" contro la dispersione scolastica;

- i provvedimenti governativi avranno dunque come risultato inevitabile anche quello di aumentare il tasso di ripetenza e di dispersione degli scolari sardi;

- il previsto trasferimento degli alunni delle scuole abolite in scuole di altri paesi è destinata a creare guasti psicologici sia ai ragazzi sia alle comunità penalizzate e, in ogni caso accentuerà il distacco tra scuola e società,

ATTESO che:

- la scuola è in molti dei centri sardi più piccoli e più emarginati l'unica occasione di diffusione della cultura oltre che motivo di coesione e di socializzazione;

- la chiusura della scuola non può non essere un'ulteriore causa dell'invecchiamento dei paesi e della loro decadenza;

- non v'è chi non consideri la presenza dell'uomo nelle campagne e nelle aree interne un serio contrasto al degrado dell'ambiente e all'autofagia per fuoco e, conseguentemente non si auguri una riantropizzazione di essi;

- i costi economici, culturali e sociali della futura prevedibile desertificazione dei paesi e dei territori sono ben più alti dell'economia domestica che il Governo vuole attuare con il taglio delle classi, la chiusura delle scuole e la chiusura di prospettive lavorative a nuovi e vecchi insegnanti;

PRESO ATTO:

- della protesta di migliaia di precari della scuola ai quali si nega il diritto ad una occupazione che con sacrifici personali e delle famiglie si sono lungamente preparati e ai quali, in più, il Governo ha voluto chiudere ogni prospettiva con il blocco della legge sulla cultura e la lingua sarda;

- della rivolta morale delle comunità sarde che non si rassegnano al degrado dell'istruzione pubblica e alla condanna a morte dei rispettivi centri abitati,

esprime piena solidarietà agli insegnanti sardi in lotta e alle comunità sarde impegnate in una battaglia di civiltà,

impegna la Giunta regionale

a) a pretendere dal Governo italiano l'immediata sospensione dei provvedimenti in oggetto ai sensi dell'articolo 51 dello Statuto speciale in quanto manifestamente dannosi per la Sardegna;

b) ad aprire con il Governo dello Stato una vertenza tesa a riconoscere alla Sardegna il diritto per i suoi cittadini ad una istruzione dell'obbligo qualitativamente adeguata ai tempi moderni e impartita nei paesi di residenza, entro certi limiti indipendentemente dalla quantità dei suoi fruitori, limiti che vanno stabiliti non sulla base di norme contabili ma dei concreti bisogni delle comunità sarde;

c) a proporre, quale che sia l'esito immediato del contrasto sulla legge della lingua e della cultura, norme di salvaguardia dell'occupazione per i lavoratori della scuola residenti da congruo tempo nell'Isola;

d) a sensibilizzare i Provveditori agli studi in Sardegna alla necessità che la loro funzione si esplichi utilmente anche rappresentando al Ministro e a tutto il Governo dello Stato i diritti e i bisogni del popolo sardo in materia di istruzione pubblica. (146)

Mozione Mannoni - Pusceddu - Baroschi - Degortes - Desini - Fadda Antonio - Fadda Fausto - Ferrari - Lombardo - Manchinu - Mereu Orazio - Mereu Salvatorangelo - Mulas Maria Giovanna - Onnis - Pili sull'emergenza scolastica in Sardegna conseguente agli inaccettabili provvedimenti governativi.

IL CONSIGLIO REGIONALE

PREMESSO che l'applicazione del decreto governativo numero 288 del 9 agosto 1993, che dispone l'aumento del numero degli alunni per classe nelle scuole di ogni ordine e grado, ha comportato la drastica riduzione del numero delle classi con effetti negativi che interesseranno sia la didattica che la conservazione del posto di lavoro per un gran numero di insegnanti;

CONSIDERATO che i riflessi del citato decreto, dal lato dell'insegnamento, ridurranno la qualità dello stesso a causa del maggiore numero di discenti, comporteranno la mobilità del personale docente e la contestuale esclusione di quello non di ruolo dal circuito del conferimento degli incarichi;

CONSIDERATO ALTRESI', che la diminuzione delle classi determinerà una crescita rilevante del fenomeno del pendolarismo, una inevitabile riduzione del tempo dedicabile al singolo alunno, con una prevedibile crescita di espulsioni ed abbandoni dalla scuola e ad un peggioramento per la situazione dei portatori di handicap inseriti nelle singole classi, nonché un imponderabile impoverimento culturale della popolazione;

RITENUTO che la negazione della possibilità di continuare ad esercitare la professione per un gran numero di docenti e non docenti costituisce un enorme ed ingiustificabile spreco di risorse umane ed intellettuali;

CONSTATATO che il provvedimento ha già effetti negativi, ma che la Sardegna verrà ulteriormente penalizzata a causa dei complessi problemi del nostro sistema formativo che detiene il non invidiabile primato delle espulsioni e degli abbandoni scolastici, riconducibili ai nessi intercorrenti tra localizzazione delle strutture scolastiche, flussi di pendolarità e modalità di trasporto;

CONSTATATO, ALTRESI', che al di là delle cifre indicate dalle tabelle ufficiali il malessere del nostro sistema formativo regionale si sostanzia in aule insufficienti, doppi turni, scuole inagibili, edifici scolastici ultimati e non ancora consegnati, servizi di mensa inefficienti ed insufficienti;

CONSIDERATO, INFINE, che la grande mobilitazione sociale avverso l'applicazione del decreto ministeriale è testimonianza di un disagio diffuso nel territorio regionale soprattutto nei piccoli centri e in quelli territorialmente più marginali che vedono fortemente compromessa la possibilità di accedere al diritto allo studio sancito dalla Costituzione;

RICHIAMATO inoltre il proprio o.d.g. del 30 giugno 1993 sulla soppressione di alcuni circoli didattici e sezioni della scuola dell'obbligo,

impegna la Giunta regionale

1) ad intervenire autorevolmente presso il Governo per:

a) sospendere i provvedimenti di soppressione delle classi al fine di procedere ad una ristrutturazione che tenga conto delle peculiarità della situazione sarda per quanto concerne l'effettivo esercizio dell'obbligo scolastico;

b) riprogrammare e riqualificare le spese per il settore dell'istruzione;

2) a mettere in atto ogni utile iniziativa finalizzata ad eliminare le cause del pendolarismo scolastico o comunque a ridurre i disagi. (147)

Mozione Ortu - Demontis - Puligheddu - Planetta - Serrenti sul decreto legge 9 agosto 1993 n. 288 (decreto taglia classi).

IL CONSIGLIO REGIONALE

PREMESSO che il numero medio degli alunni per l'anno scolastico 1994/1995, previsto dall'articolo 5, comma 6, della legge 30 dicembre 1991, n. 412, la cui attuazione è stata anticipata dal decreto legge n. 288 all'anno scolastico 1993/1994, penalizza e discrimina pesantemente le quattro province sarde, in modo particolare Cagliari, per tutti i gradi di scuola;

RILEVATO che appare assurdo e ingiustificato che una città come Cagliari abbia coefficienti più alti di città come Reggio Emilia, Trieste, Belluno, Asti, Bolzano che notoriamente godono di una "salute" scolastica sicuramente migliore,

impegna la Giunta regionale

a intervenire con la dovuta energia presso il Ministero della pubblica istruzione chiedendo che per la Sardegna siano annullati gli effetti del decreto legge n. 288, in quanto i coefficienti previsti per le quattro province sarde non tengono conto della particolare situazione di disagio in cui versa la scuola, in modo particolare per quanto attiene: alla qualità e quantità degli edifici scolastici; agli strumenti didattici; ai trasporti e la viabilità interna; alla distanza delle sedi scolastiche; ai servizi mensa; al fenomeno della dispersione scolastica. (148)