Seduta n.238 del 26/04/2002
CCXXXVIII SEDUTA
Venerdì 26 aprile 2002
Presidenza del Presidente SERRENTI
indi
del Vicepresidente BIGGIO
indi
del Presidente SERRENTI
La seduta è aperta alle ore 10 e 43.
Biancu, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del 10 aprile 2002, che è approvato.
Congedi
PRESIDENTE. Comunico che i consiglieri regionali Licandro, Pirastu, Rassu e Sanna Nivoli hanno chiesto poter usufruire di congedo per la seduta del 26 aprile 2002.
Se non vi sono opposizioni, i congedi si intendono accordati. I congedi sono stati chiesti per motivi familiari e da parte dell'onorevole Pirastu, che è assente già da qualche giorno, per malattia.
Annunzio di presentazione di disegno di legge
PRESIDENTE. Comunico che è stato presentato il seguente disegno di legge:
"Disciplina del sistema di distribuzione dei carburanti in Sardegna". (317)
(Pervenuto il 18 aprile 2002 ed assegnato alla sesta Commissione.)
Annunzio di presentazione di proposte di legge
PRESIDENTE. Comunico che sono state presentate le seguenti proposte di legge:
dai consiglieri Sanna Giacomo - Manca:
"Norme in materia di turismo itinerante". (318)
(Pervenuta il 18 aprile 2002 ed assegnata alla sesta Commissione.)
dai consiglieri Deiana - Locci - Dettori - Pacifico - Demuru - Liori - Ibba - Onida - Cassano - Licandro - Cappai - Manca - Milia:
"Modifiche e integrazioni alla legge regionale 31 marzo 1992, n. 5, recante: "Contributo alle Università della Sardegna per l'istituzione di borse di studio per la frequenza delle scuole di specializzazione delle facoltà di medicina e chirurgia". (319)
(Pervenuta il 23 aprile 2002 ed assegnata alla settima Commissione.)
dai consiglieri Dettori - Lombardo - Pilo - Sanna Nivoli:
"Modifica della legge regionale n. 20 del 2000 sulla Consulta delle elette". (320)
(Pervenuta il 23 aprile 2002 ed assegnata alla seconda Commissione.)
Celebrazione de "Sa Die de sa Sardinia"
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la celebrazione de Sa Die de sa Sardinia.
Colleghe e colleghi, sono passati nove anni dall'approvazione della legge che istituisce Sa Die de sa Sardinia, un tempo sufficiente perché si possa esprimere una valutazione su un provvedimento che, negli anni, ha suscitato condivisione da parte soprattutto dei cittadini, ma anche di molti intellettuali, e talvolta anche qualche polemica da parte di alcune frange del mondo intellettuale e della politica. Polemiche tuttavia salutari, perché hanno spinto studiosi, giovani - alcuni anagraficamente, altri solo di spirito - a rompere con i luoghi comuni di una storia che è stata scritta con l'inchiostro dei vincitori. Rottura che ha permesso la riscrittura di una storia della Sardegna del Settecento più attenta alle vicende "nazionali sarde", oltre che a quella di eroi e protagonisti che in quel periodo hanno vissuto e sofferto, abbandonando inoltre metodi di indagine storiografica, ritenuti idonei a conoscere la storia di lande lontane, ma assolutamente inidonei a conoscere la nostra. Credo che dobbiamo essere grati a quanti hanno condiviso, ma anche a coloro che hanno contrastato e talvolta deriso la scelta del 28 aprile 1794 come giorno della memoria della nazione sarda, anche se le intenzioni di questi ultimi erano spesso ben altre che dare stimolo alla ricerca storica, o almeno si può dire che non tutti fossero in buona fede.
Si è scoperto così che, in quel lunedì dell'aprile 1794 si svolse a Cagliari non un metodo xenofobo o uno dei tanti tumulti di gente disperata, che assaltò le botteghe, ma un episodio importante della rivoluzione sarda che, sì, ha perso, ma ha lasciato segni indelebili nella storia della riconquista dell'autonomia. Non fu un moto solo cagliaritano, ma sardo, né più né meno come la presa della Bastiglia non può essere considerato un fatto meramente parigino. La cacciata dei Piemontesi non fu un'improvvisa esplosione di collera popolare, ma un'insurrezione lungamente preparata, in cui conversero motivi economici, sociali, politici e istituzionali; fu insomma qualcosa di estremamente complesso e intricato, più di quanto il barone Manno, uomo della corte sabauda, descrisse nella sua interpretazione dei fatti.
Si è parlato da qualche parte, di una festa grossolana, grezza nei suoi motivi, una semplice sedizione per cacciare qualche centinaio di stranieri, servitori di una monarchia assoluta neppure messa in discussione. Qualche storico meno superficiale ricorda che neppure Robespierre sollevò la questione repubblicana nell'immediatezza della rivoluzione. Si dà però il caso che la Reale Udienza, trasformatasi in governo provvisorio nei mesi successivi al 28 aprile, si riunisse davanti al popolo segnalando che il suo potere emanava dal popolo, secondo le teorie di Rousseau, tutt'altro che sconosciute ai giovani giudici, così come ben conosciute erano le idee nate con la rivoluzione francese.
E' certo vero che il popolo di Stampace non conosceva i testi del pensiero illuminista e giacobino, ma sarebbe stato miracoloso che lo conoscessero i sanculotti che presero la Bastiglia, il cui assalto, se non altro, fu ed è il simbolo della lotta per la libertà, l'uguaglianza e la fratellanza. In questi nove anni l'antico vizio dei mediatori di pagarsi la propria sopravvivenza attraverso la subalternità e il senso di colpa è stato battuto. Forse mai così in basso è caduta la credibilità di chi, parafrasando le convinzioni dei Savoia, ha scommesso sull'incapacità dei sardi di essere soggetti di storia e, dunque, sulla loro illegittimità ad autogovernarsi. Le centinaia di manifestazioni nei paesi, nelle scuole, le decine di migliaia di persone coinvolte hanno in più fatto strame di una serie di luoghi comuni, solo in parte frutto della sincera, ma non per questo fondata convinzione che la storia e la cultura politica siano state estranee alla Sardegna, la quale le ha, per così dire, importate dai dominatori. Per lo più si tratta di stereotipi interessati, frutto del timore, starei per dire terrore, che il riconoscersi nella civiltà sarda, e quindi nella storia, nella lingua e nella cultura autonome, comprometta posizioni di potere assicurate nel mondo accademico, della cultura, della comunicazione da una diretta dipendenza da centri di poteri esogeni.
Non è successo spesso nella nostra storia, come capita oggi - io di questo sono convinto - che i ceti politici fossero, in merito alle questioni dell'identità, più avanzati e lungimiranti del resto della classe dirigente, di quella parte intendo che stenta a prendere connotati autonomi e, anzi, lungi dall'assumere l'autonomia come precondizione della crescita, la sopporta come fosse un fardello.
Io credo, colleghi, che esista un comune senso di appartenenza alla nazione sarda nella gran parte dei ceti politici sardi, anche se spesso si lacera in scuole di pensiero, culture politiche, concezioni del mondo non sempre aderenti a quel sentimento di sardità che stenta a manifestarsi apertamente e rimane chiuso nella coscienza individuale. Non posso credere che la politica sarda, capace di condividere scelte di grande forza simbolica, come la dichiarazione della sovranità della Sardegna, l'indicazione del 28 aprile come festa nazionale e l'individuazione della bandiera sarda, non trovi nei nodi fondamentali della questione nazionale sarda - così come viene chiamata nel lessico corrente - soluzioni che invece siano condivise.
Non mi riferisco, va da sé, non tanto ai problemi, anche di grande momento, come possono essere quelli del governo del territorio o le politiche del lavoro, intorno ai quali la dialettica e lo scontro politico sono più che legittimi, direi indispensabili per la nostra democrazia; mi riferisco, invece, alle questioni, irrisolte, che attengono al nostro stare nel mondo nel tempo della globalizzazione.
Un'identità piccola e fragile messa in relazione con i processi di mondializzazione in atto rischia di essere frantumata, cancellata o, peggio, deglutita se i suoi titolari, tutti coloro che apprezzano come un valore l'essere sardi o l'essere anche sardi non esprimono coralmente la necessità del suo esistere. Non basta, cari colleghi, il fatto che siamo un'isola (come ripetiamo spesso nei nostri dibattiti in quest'Aula), che abbiamo un nostro territorio, una lingua, una cultura autonoma, uno spirito che ci accomuna, per essere nazione. Non basta, dobbiamo volerlo.
Non c'è in questo alcuna discriminante che nasca da schieramenti precostituiti in quest'Aula o nella società sarda. Si tratta di affermare questa volontà, che pure è palpabile, che trova riscontro negli anni non solo nella presa di coscienza popolare, ma anche in alcuni atti importanti - prima mi riferivo ad essi - che quest'Aula ha esitato, atti spesso unitari.
Io penso che la politica sarda, non solo in quest'Aula, ma a cominciare da tutti noi, onorevoli colleghi, debba assumere l'impegno di mettere la questione della nostra identità culturale e nazionale al centro del nostro comune sentire, non per limitarci alle parole, ma per fare, per agire. Io spero che questo impegno lo assumiamo oggi. Mentre celebriamo un evento che condensa diversi insegnamenti, voglio ricordare che un grande storico francese sosteneva che la ricerca storica parte sempre dai problemi del presente. L'indagine sul passato serve a chiarire la situazione contemporanea.
Dicevo all'inizio che l'istituzione de Sa Die de sa Sardinia ha stimolato ricerche approfondite sul momento topico della nostra storia. Non è certo disonorevole dire che esisteva un problema d'identità e che l'indagine storica ''di questi anni l'ha risolto, fornendo alla politica le basi di una conoscenza come premessa dell'agire correttamente e avvertimento del già visto e già subito.
L'unità di masse popolari, élite intellettuali e ceti dirigenti permise una brevissima stagione di autogoverno e di autonomia, distrutta dalle insicurezze, dagli antagonismi personali e di gruppo, ma anche dai tradimenti, come sappiamo, più che dall'intervento esogeno di possibili nemici.
Nel momento in cui, cari colleghi, con legittima fierezza d'animo ricordiamo una delle pagine più significative della storia del nostro popolo, io credo che non sarà inutile riflettere sugli insegnamenti che il 28 aprile e i mesi successivi riescono ancora a trasmetterci. Grazie.
Apriamo ora il dibattito, interverranno i Presidenti di Gruppo. Per il Gruppo Misto è iscritto a parlare il consigliere Giacomo Sanna. Ne ha facoltà. '
SANNA GIACOMO (Gruppo Misto.). In un'aula semideserta, in una desolazione che non ha ragione di esistere si tiene questa seduta solenne, quindi, se il buongiorno si vede dal mattino, dovremmo trarne le conseguenze. Ma non saremo noi a rovinare la giornata.
Oggi si celebra anticipatamente la festa del popolo sardo, nel ricordo della cacciata di coloro i quali non perdono l'occasione per ritornare un'altra volta ancora, o che forse non ci hanno mai lasciato per davvero per volere del Parlamento italiano, per nostre responsabilità, per contingenze sfavorevoli o congiunture penalizzanti. L'oppressione in Sardegna ha cambiato volto, metodi e sistemi, ma non sono cambiati i risultati per il popolo sardo, non sono mutate le conseguenze negative derivanti dalla privazione o dalla limitazione nell'esercizio dei nostri diritti.
Celebrare Sa Die è dunque importante; celebrare antiche vittorie e cacciate memorabili ha un significato profondo nella coscienza del popolo sardo, rappresenta la conferma di valori che non sono soltanto quelli storici, rafforza un vero e proprio sentimento di popolo mai sopito, mai domato, che ciclicamente si ripresenta con rinnovato vigore. Sa Die è ormai entrata a far parte di questo patrimonio di simboli che noi chiamiamo "segni dell'appartenenza", insieme con la bandiera dei quattro mori, con la lingua dei sardi, con l'inno dei sardi che ci auguriamo possa presto ottenere i crismi dell'ufficialità della legge.
Commetteremmo un grave errore, però, se pensassimo a Sa Die come alla festa di liberazione da tutte le oppressioni, sottovaluteremmo il livello di quelle in atto, non potremmo scongiurare quelle in agguato. Certo, non si presenterà più nessuno con la baionetta tra le mani, ma le oppressioni sono ugualmente gravi, penalizzanti e tutte forti. Alle oppressioni antiche di tipo militare se ne sono sostituite altre di più subdole e pericolose: l'oppressione di un Parlamento, nella sostanza sempre più accentratore, quella di uno Stato che opprime i sardi negando alla Sardegna la libertà allo sviluppo. Sono segni dell'oppressione anche i più alti costi dell'energia, del denaro e dei trasporti; sono segni dell'oppressione i commissari ministeriali delle banchine dei porti, il demanio marittimo "spalmato" sulle coste dei sardi, i prefetti del paesaggio e le competenze esterne nella gestione del nostro territorio e del nostro ambiente, le basi militari, un fisco iniquo, la negazione dei benefici doganali e fiscali della zona franca in Sardegna, una legge elettorale negatrice del diritto alla equa rappresentanza politica nel Parlamento italiano, l'impossibilità pratica per i sardi di eleggere un loro rappresentante al Parlamento europeo.
In un momento di svolte epocali, di repentini cambiamenti e di improvvisi stravolgimenti strutturali, dove è più accesa la concorrenza tra i diversi territori è più forte l'esigenza di nuova competitività, è pressante la necessità di strumenti che ci consentano di stare nel mercato mondializzato alla pari degli altri. In un'epoca in cui a Bruxelles si batte moneta per un intero continente e se ne decidono le sorti, la Sardegna è tenuta ai margini dello sviluppo, i sardi nella periferia delle dinamiche decisionali delle nuove scelte, per volontà altrui, ma anche per responsabilità proprie, per l'incapacità dimostrata nell'esercizio delle nostre prerogative autonomistiche, per aver bruciato uno Statuto nato debole e inadeguato, ormai superato perché in gran parte inattuato, per l'arrendevolezza che mostriamo nei confronti delle decisioni assunte oltre Tirreno, per non aver saputo anteporre i nostri interessi a quelli altrui, per esserci convinti che altri, e non i sardi, possano tutelarli al meglio. Antichi vizi e nuove storie di governi amici si ripetono incessantemente, quasi a ostinarsi a voler privare i sardi anche della speranza. I momenti di Sa Die servono per non perderla definitivamente; i valori, la tradizione e i segni dell'appartenenza per coltivarla; i momenti di unione di popolo per concretizzarla.
Noi, quale forza nazionalitaria storica della Sardegna, abbiamo speranza sufficiente per ricercare nuovi momenti di unità sulle grandi questioni dell'autogoverno, dello sviluppo e delle grandi riforme, per liberare la Sardegna dai vincoli di uno Statuto che ci ha consegnato un'autonomia vigilante, per rompere i legacci che ci relegano nel sottosviluppo. Occorre una grande partecipazione, una rinnovata mobilitazione di popolo, forte e spontanea come quella di Sa Die, per riscrivere insieme il patto tra il popolo sardo e la Repubblica italiana, sulle basi della moderna sovranità e nel solco della più alta tradizione federalista. Proponiamo di farlo in Sardegna, con i sardi, rifiutando l'idea che debbano essere altri a farlo per nostro conto, pretendendo dal Parlamento italiano che, a quasi un anno dalla formale espressione della volontà del Consiglio regionale, agli impegni seguano i fatti concreti per la Costituente del popolo sardo.
E' una richiesta di sovranità e di autogoverno, è un processo di libertà che non può essere arrestato, un momento di unione, un motivo di coinvolgimento e di partecipazione. Altre realtà della nostra Europa hanno trovato risposta, realizzato progetti di autogoverno per il proprio territorio e la loro fiscalità. I benefici sono facilmente verificabili: l'accresciuto grado di competitività facilmente riscontrabile, il livello di soddisfazione delle risposte ai bisogni, quanto mai significativo in materia di sviluppo, di economia e di crescita sociale e culturale.
Vorremmo che Sa Die aiutasse tutti i sardi a ritrovarsi, come si sono ritrovati i baschi, i catalani, gli scozzesi e gli irlandesi del Nord, dinanzi a un progetto tutto loro. Per noi dovrà essere un progetto tutto sardo, un progetto per la Sardegna, per il bisogno dei sardi, per soddisfare le loro necessità e le loro aspirazioni. Solo così anche le più moderne oppressioni subdole e striscianti ci farebbero meno paura, produrrebbero meno danni, solo così saremmo certi di vincere di nuovo. Ne siamo coscienti tutti, anche chi fa finta di non capire e non ha orecchie per ascoltare, anche chi pensa che sia utile celebrare Sa Die autocelebrando se stesso e i suoi pochi amici, agevolando con il silenzio vecchie ingiustizie di nuovi prevaricatori. A costoro Sa Die serva da monito; a quanti, invece, come noi, credono in una Sardegna più felice, più libera e più giusta, serva da incoraggiamento e da sprone. L'Europa dei popoli saprà essere a fianco dei sardi, la storia lo è da tempo; i sardi già c'erano, ci sono e ci saranno per realizzare insieme al popolo sardo questo grande sogno di libertà e di sovranità.
Viva dunque Sa Die, viva la Sardegna, viva il popolo sardo unito e forte.
Presidente. Per il Gruppo S.D.I.-S.U. è iscritto a parlare il consigliere Balia. Ne ha facoltà.
BALIA (S.D.I.-S.U.). Signor Presidente, informo lei e la Sardegna che intendo svolgere questo intervento in lingua sarda.
Oje m'er benniu gana, uno disizzu, itta menzusu occasione pro histionare in sardu? Sa riunione de oje de custu consizzu, non est una riunione ischontada.... de sas chi nois ahimuus pro'ahere is lezzese noasa, o pro apperrere una discussione e crihare rimedios a sa digrazias se da terra sarda e a sos iscunfortos de sa zente sarda.
Sa riunione de joe est pro ammentare s'insurrezione de su 28 aprile de su 1794, h'est serbìa a'nche bogare dae Casteddu e de totu sa Sardinna sos piemontesos, chi non abbiana nessunu rispettu se sos pattos antihos.
Sos Sardos de tando ana pesau sa conca, uscraos dae sa prepontenzia, privaos de sos dirittos, trattaos e therahos in domu issoro. Istrahos de lassinare, de gramuzzare, de cuberare, de biere sos istranzzos humandare, istrahos haer de hode ispuppujonare, de ispulihare, ispilios de totu, ispuntorgiaos 'e zubos.
Ana dezidiu hi hudi tempus de si istittare, de truncare s'istentu, de la 'inire 'in sos allerios, non podiana prus vajulare sos affrontos, ana narau basta a sas isculibittas. E in s'istassia zusta ana azzappau s'arrottu, si sunis ischidaos, e tetteros e birga, armaos de orghidda, de palos, de fuste, e de corazzu, ana costrintu sos istranzos a si ch'andare, e los ana costrintos a si ch' andare in presse.
Custu ed atteru galu est suzzessu su 28 de aprile de s'annu 1794, custu suzzedidi handu a sos Sardos si allughade su lughinzu. Oje custu est s'amentu.
Eris invezzes, in totus sas prazzas s'amentu hudi 25 de aprile, 'esta de sa liberazione, ma libertade non est solu possibilidade de chistionare; libertade est hando b'est pahe e non hando b'est gherra. Ojes sos populos sunt totus bullizzaos libertade est hando totus podene traballare, senza gramuzzu non si campada!
Ma finzasa a hando in Sardinna b'est galu zente disgrazià, ispozzada 'e totu, senza proenda, chi non biede né lughe, né luhore, anneulada, i sighidi a isperare, ma senza ispera, senza traballu, o pagu o nudda pagaos, e sos chi cumandana suni solo po s'issperdissiu, pahu e nudda b' est de s'alligrare!
Si amus horo nois, si azzes horo bois non podimus, non podies 'ahere esta lassande los fringhere in sos pensamentos insoro.
'Azzes attu una lezze de ispesa hi pro 'chie est senza traballu est solo un impizzu, sezzis semper carrigos de pistihinzzos e de imbolidos, sezzis semper ahedaos o non azzapaes modu pro vos dividere sas cosas.
'Ustu palathu est sempre tancau, parede una galera, una galera non pro ch est inintro, ma pro hie est in foras, pro hie haede resone de isterre lamentos.
Su chi suzzedidi innohe non si ishidi in foras, e su hi suzzedede in foras non interessada a medas, hi sunis innohe. Oje est un esempiu, de bois non b'est belle nissunu.
Non lassezzas pringhe sa zente 'he athas, pessae a sas zovanas de Sardinna senza traballu, a sa zoventude disisperada, a sos bezzos hin sos pilos hanos senza hunfortu e prenos de anniu.
Franziscu Masala dà narau medas annos faghede. Ma in Sardinna galu oje b'est zente hun sas lavras biancas. E si non azzes gana de bos occupare de hie juhede sas lavras biancas o non azzes sas capazzidades, istuppae a foras!
Sa 'esta de su 28 de aprile nos ammentada hi sos Sardos hana isprene, manera, volontade, suni ispipillos, ana amentu, bonos bardianos de su tempus holau. Ana gana de aere, de semenare, ma puru de messare e binninnare.
Bohae ideas e hinsas ideas bohae dinare dae s'isostres de sas honcas.
Un'atteru ammentu: itte 28 de aprile este si galu non azzapamus un accordu pro resonare de oje, de su tempu nostru ma in sa virtude de s'ammentu?
Si husta 'esta no est puru un'obbligu pro irbolihare sos diversos nostros sentimentos de sa pru manna lezze sarda, s'istatuto de sa Sardinna?
Hando 'ummisi pizzinnos minores e mammas nostras abiana bisonzu de uno momentu de reposu, nos naranbana: "Bae aube tale bihina e pedili s'istentu" e nois andavamus e naravamus: "So benniu, m'ha narau mamma de mi dare s'istentu". Sa bihina s'inde errighiada, nos naraba de no sedere, e holaba s'ora. E torrabamus a pedire s'istentu, e sa bihina narabada: "Aspetta, aspetta galu unu pahu, s'istentu poi zai ti lu dao".
Su chi herjo narrere a bois es hustu: "Ismittiala, homo bastada de dare s'istentu a sos Sardos!".
S'auguriu hi hazzo a sos pizzinos de Sardinna, a sos fizzos nostros est chi appana semper radihinnas e alas bo bolare.
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Balia, anche per avere usato la nostra lingua. Per il Gruppo Rifondazione Comunista è iscritto a parlare il consigliere Cogodi. Ne ha facoltà.
COGODI (R.C.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Regione, colleghi consiglieri, signori invitati (che non ci sono perché evidentemente non sono stati invitati), non oggi, ma fra due giorni, cioè il 28 aprile, cade Sa Die de sa Sardinia, la festa del popolo sardo. Noi rappresentanti del popolo sardo anticipiamo, in questa sede, di qualche giorno la riflessione sugli accadimenti del 28 aprile 1794. Immagino e voglio sperare che ciò accada non per pigrizia domenicale, quanto piuttosto per dare il "la" a una ricorrenza che voglia essere per davvero una festa di popolo, vissuta cioè con vasta partecipazione, con seria motivazione, con legittimo orgoglio, con fiducioso proposito di riscatto e di crescita civile dell'intera comunità sarda.
La circostanza, per altro, ci richiama e per qualche verso ci obbliga a una continuità di riflessione e di impegno politico con i valori più alti della liberazione e della rinascita della democrazia nel nostro Paese. Ieri, 25 aprile, abbiamo festeggiato la vittoria della Resistenza e abbiamo reso omaggio ai partigiani, ai combattenti per la libertà, a quelli che ci hanno dato l'Italia repubblicana, liberando il campo infine anche dall'ultima rovinosa avventura repubblichina. Oggi perciò proseguiamo, festeggiando Sa Die de sa Sardinia, in continuità d'intenti con il nostro 25 aprile; opportunamente possiamo festeggiare il valore e il senso della nostra più autentica autonomia della liberazione. Una circostanza felice, come ben si vede, per dire innanzitutto due cose: innanzitutto che l'autonomia, come la democrazia, non è un valore interamente definito e meno che mai sicuramente definitivo; inoltre che l'autonomia, come la democrazia, non è un valore neutro, non è un abito buono per tutte le stagioni, non è e non può essere una buona forma che lascia però invariata la cattiva sostanza delle cose. L'autonomia, come la democrazia, è un valore vivo, è un processo permanente di crescita e di crescita insieme, crescita di tutti, e tutti vuol dire nessuno escluso, perciò di tutti i comportamenti della nostra comunità di popolo sardo. Insomma, l'autonomia o è crescita insieme di tutti i cittadini o autonomia non è! E se non c'è l'autonomia avrebbe ben poca ragione d'essere la stessa regione e la sua ritenuta festa nazionale.
Per ciò, il fatto che noi oggi qui siamo tutti uniti - tutti quelli che ci sono ovviamente, perché altri hanno preferito essere uniti altrove - non vuol dire però che siamo tutti uguali. Dobbiamo essere onesti e, per quanto possibile, dobbiamo essere anche sufficientemente umili e riconoscere che passa una enorme stridente contraddizione tra la nobiltà dei valori che evoca la celebrazione de Sa Die de sa Sardinia e la permanente povertà quotidiana del concreto agire politico.
Mi domando e vi domando, lo domando innanzitutto a tutti i componenti il Consiglio regionale della Sardegna, me compreso ovviamente: con quale animo, con quale convinzione e con quale fiducia può vivere oggi la festa nazionale dei sardi, Sa Die appunto, una gran parte della società sarda? Per esempio, come può vivere questa celebrazione quel giovane sardo che da anni e anni non trova lavoro e perciò non trova una risposta degna alla sua domanda di utilità sociale, di partecipazione produttiva, di minima parità di diritti? E se quel giovane - in realtà sono decine di migliaia di giovani sardi - non è riconosciuto dalle istituzioni pubbliche, perché mai egli dovrebbe riconoscere il valore delle pubbliche istituzioni? E cosa deve pensare de "Sa Die" e della sua autonomia speciale quel pastore o quell'agricoltore che si trova spesso da solo a contrastare in un tempo la carenza cronica di infrastrutture civili, la permanente arretratezza dei processi produttivi, l'anchilosi e l'invadenza della burocrazia? Eppure egli deve contrastare la lunga siccità e la minaccia dell'incendio e l'imperversare delle pestilenze vecchie e nuove che falcidiano il suo prodotto e il suo bestiame. Cosa devono pensare oggi gli operai dell'industria chimica, e non solo chimica, minacciati in blocco di dismissione in uno con le loro fabbriche, tanti uomini e tante donne, tanti sardi capaci, eppure trattati come esubero, esubero ingombrante, e colpiti duramente nel loro valore professionale e umano? Cosa devono pensare l'esercito dei precari, delle donne e degli uomini resi flessibili per necessità e per ingordigia altrui, e il nuovo esercito dei lavoratori dati in affitto come fossero cose, spesso per pochi giorni e persino per poche ore nel corso di un mese? E ancora, cosa devono pensare i cittadini sardi, sempre più pesantemente minacciati di essere espropriati non solo dei loro diritti individuali, ma anche dei loro diritti e beni naturali, del loro territorio, del loro ambiente, dei loro demani e patrimoni pubblici sempre più insistentemente e impunemente offerti al migliore acquirente straniero, che sia americano, giapponese, arabo, apolide, poco importa, purché sia ricco e paghi ai ricchi? Infine, che cosa devono pensare dell'autonomia i sardi emigrati, ai quali è stato negato, nella loro terra, il diritto al lavoro e persino il diritto alla permanenza? A loro è negato spesso persino il diritto alla comunicazione con i propri familiari, come accade purtroppo drammaticamente in questi giorni ai sardi emigrati in Argentina, ai quali improvvidamente si promette, purché restino lontani, addirittura un collegio elettorale per un consigliere regionale; un collegio elettorale che comprenderebbe l'Africa, l'Asia, l'Oceania e l'Antartide insieme, vale a dire un collegio elettorale equivalente ai tre quarti del globo terracqueo e ai tre quarti dell'umanità vivente nel mondo. Questo non sarebbe un collegio elettorale per un sardo emigrato, bensì per un marziano!
Chiedo scusa per questo intervento che a qualcuno potrà apparire anche fuori tema, vorrei solamente aggiungere, per quel qualcuno che evidentemente ha capito ben poco del tema in discussione, che il tema è l'autonomia, la nostra autonomia, lo sviluppo, l'equilibrio nello sviluppo in Italia e in Europa. Il tema è perciò la nostra capacità di pensare e di fare, di rispondere utilmente e pienamente alla domanda di partecipazione politica di un intero popolo, e non solamente di rispondere a una parte della società sarda, contro la 'altra parte. Il tema è la nostra capacità di autentico autogoverno, capacità piena, matura responsabile, rispettosa e rispettata. Il tema siamo noi, viene da dire; siamo noi sardi con la nostra storia, con la nostra memoria, la nostra identità, il nostro progetto di sviluppo solidale, pacifico e cooperativo nel mondo. Per noi questo è il progetto della moderna autonomia, un'autonomia applicata allo sviluppo e all'equità sociale, un'autonomia della liberazione umana per un'altra Sardegna possibile, per una Sardegna prospera e giusta. A coloro che ancora tentano di fuggire per la tangente, recitando ogni giorno il salmo triste che bisogna ormai pensare ad altro, perché l'autonomia è fallita - dicono -, noi vogliamo ancora una volta dire: falliti siete voi per incapacità di capire e per incapacità di agire, non l'autonomia sarda, perché non è fallita nel nostro popolo né la forte capacità di resistenza né la fiduciosa volontà di esistenza; non è fallito né l'amore per la propria libertà, né l'affetto per la propria casa! Di queste cose ci darete atto, noi parliamo anche tutti i santi giorni feriali, non solo i giorni festivi.
Speriamo che qualcuno non pensi che noi, quei soliti discoli di Rifondazione, abbiamo ritenuto di guastare a qualcuno la festa. No, noi non vogliamo guastare, vogliamo solo gustare la festa, e per noi c'è gusto solo se la festa è di tutti ed è per tutti i sardi. Grazie.
Presidente. Per il Gruppo C.C.D. è iscritto a parlare il consigliere Cappai. Ne ha facoltà.
CAPPAI (C.C.D.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Regione, colleghe e colleghi, la nostra Assemblea regionale apre oggi la celebrazione de Sa Die de sa Sardinia che ricorre però il 28 aprile. Da quando i colleghi che ci hanno preceduto - anche se alcuni di loro sono tuttora presenti in questa Assemblea - votarono la legge istitutiva della giornata del popolo sardo nel 1993, ho avuto modo di notare che questa ricorrenza è sempre più sentita dalla nostra comunità regionale, ormai consapevole della propria identità politica, culturale, etnica e linguistica.
La giornata del popolo sardo, come i colleghi sanno, trae origine da un fatto verificatosi il 28 aprile del 1794. Il popolo cagliaritano insorse al suono delle campane di Villanova, Stampace e Marina, penetrò nel castello e vinte tutte le resistenze, peraltro assai modeste, disarmò le truppe, segregò nei conventi i piemontesi, compreso il viceré e due giorni dopo li imbarcò costringendoli a partire.
Colleghi, questo fatto storico deve far riflettere le nostre coscienze autonomistiche. La Regione a Statuto speciale, come ebbe a dire Antonio Pigliaru, deve essere il modo diretto e assoluto di partecipare alla storia. In questo momento di intenso dibattito a livello nazionale sull'ulteriore ravvisata necessità di una riforma della Costituzione repubblicana verso un più accentuato federalismo è necessario rilanciare e intensificare la nostra autonomia attraverso una forte azione politica, affinché si acceleri l'iter parlamentare del progetto di legge sull'Assemblea costituente sarda. Noi, legislatori regionali, abbiamo il compito di rimuovere il disinteresse che spesso si riscontra in molti strati della società sarda verso l'istituto autonomistico; noi abbiamo il dovere di creare tutte le condizioni per rendere partecipata la nostra autonomia e a tal fine l'Assemblea costituente mi pare lo strumento più idoneo per procedere alla revisione dello Statuto. E' necessario che noi tutti, maggioranza e opposizione, cerchiamo di rivendicare un ampliamento dell'autonomia politica della Regione al fine di elevare il nostro grado di autodeterminazione nella scelta dei fini da raggiungere, così come dobbiamo rivendicare la compartecipazione nelle scelte dei fini ultimi dell'azione del Governo nazionale. La Regione sarda deve avere sempre maggior potere per effettuare scelte politiche differenziate rispetto a quelle statali, allo scopo di soddisfare gli interessi locali, fornendo una soluzione adeguata alla specificità dei problemi che derivano dalla sua insularità, dalla sua cultura, dalla sua lingua. L'esercizio della competenza legislativa riservata alla nostra Regione implica, da parte nostra, che siamo i legislatori, una scelta degli obiettivi dell'azione politica e ciò comporta un'attività di indirizzo politico.
Tutte queste mie considerazioni trovano un forte e autorevole riscontro anche a livello europeo, e precisamente sia nell'articolo 158 del Trattato dell'Unione Europea, come modificato ad Amsterdam il 2 ottobre del 1997, sia nella dichiarazione relativa alle Regioni insulari, figurante in allegato a detto Trattato. Sulla base di ciò discende che in presenza di dati obiettivi la specialità di una regione è uno status che nasce non già da una concessione dello Stato, ma da un diritto che deve essere garantito. Lo Stato non può unilateralmente negare l'esistenza di questi dati obiettivi, di questa condizione particolare su cui la nostra specialità è fondata. La nostra Isola si trova oggi dinanzi a un bivio e pertanto occorre reinventare le ragioni della nostra specialità, occorre recuperare tutti quei poteri per porli al servizio di azioni politiche che abbiano come obiettivo la soluzione di problemi specifici della comunità regionale. Solo in questo modo potremo onorare e celebrare degnamente questa Die.
PRESIDENTE. Per il Gruppo I Democratici è iscritto a parlare il consigliere Deiana. Ne ha facoltà.
DEIANA (I DEMOCRATICI). Presidente, colleghi, colleghe, io svolgerò il mio intervento sulla base di alcuni appunti, quindi farò delle riflessioni libere, non leggerò un intervento scritto, e ci sono almeno tre momenti ai quali farò riferimento: quello del 28 aprile 1794, quello del 4 agosto 1993 e il momento in cui stiamo vivendo, in cui si svolge la politica attuale.
Il perché del riferimento al 4 agosto 1993 è facilmente comprensibile, in quanto quel giorno l'Assemblea regionale approvò il testo unificato che diventò la legge 14 settembre 1993, numero 44, istitutiva della giornata del popolo sardo "Sa Die de sa Sardinia". Allora furono presentati due progetti di legge: il progetto di legge numero 215, Salis e più, che riguardava la celebrazione del bicentenario dei moti antifeudali e l'istituzione de Sa Die, e il progetto di legge numero 392, Deiana e più, presentato da tutte le forze politiche. Allora io avevo l'onore di presiedere l'ottava Commissione e fui anche relatore della legge. Fu quello un momento di alto valore politico espresso in quest'Aula, intanto per il significato della cacciata dei piemontesi in quel 28 aprile, come azione di forza, di libertà, come coscienza di autonomia e come unità del popolo sardo in quel momento in cui combatteva l'invasore, l'oppressore, chi faceva del governo uso e abuso in questo territorio. Quindi il 4 agosto 1993 è una data simbolo che ha valore politico, sociale e storico, una grande data. Ma il il giorno precedente, ossia il 3 agosto, il Consiglio regionale votò un'altra grande legge, la legge sulla cultura e la lingua sarda. Furono momenti di grande tensione, di richiamo dell'identità dei sardi, di incontro tra le forze politiche, che decisero di mandare avanti delle leggi difficilissime, come appunto quella sulla cultura e sulla lingua sarda, perché tutti sappiamo che da decenni si tentava di portare avanti quella legge che puntualmente cadeva in Aula o si arenava da qualche altra parte. Nel 1993 ci riuscimmo e in quest'Aula si levò un grande applauso, per la prima volta le forze politiche furono tutte unite in questa appropriazione dell'identità, della cultura di tutti noi.
Io ricordo con grande piacere che in Commissione, per consentire di portare avanti queste due leggi unitarie (perché anche quella sulla cultura e sulla lingua fu alla fine firmata da tutte le forze politiche), ognuno dei commissari rinunciò a qualcosa e mettendo insieme le parti migliori delle proposte di ogni forza politica potemmo esitare un testo unitario. Ecco dove sta il significato dell'unità del popolo sardo, quando si lavora tutti insieme e si riesce a produrre due leggi regionali di richiamo del nostro patrimonio, si può dire, anche genetico, perché poi la nostra personalità e la nostra individualità si esprimono sulla base della potenzialità genetica. Nell'approvazione di quelle leggi vi era un senso di grande autonomia e di indipendenza, ma soprattutto di esaltazione delle nostre radici.
Quelli del 1794 e del 1993 sono stati due momenti di unione, che hanno portato il primo alla liberazione della Sardegna, l'altro all'approvazione di due importantissimi atti legislativi. Qui c'è il significato etico e c'è la presa di coscienza dell'identità di un popolo, con la sua storia e il suo carattere definito, riconosciuto, apprezzato. Ma quando ci riferiamo a quel periodo intendiamo riferirci non soltanto alla data del 28 aprile 1794, ma soprattutto al 1789-1799, quando si verificò un altro fatto di grandissima importanza, perché gli Stamenti, che allora erano il parlamento sardo, rivolsero al Re Vittorio Amedeo III le Cinque domande, che si possono riassumere in una richiesta facilmente comprensibile, quella di una maggiore partecipazione al governo dell'Isola; una richiesta che aveva il senso di una rivendicazione di autonomia dell'Isola nei confronti della Penisola. Quindi anche in quel momento l'unione e la voglia di autonomia dei sardi andava nel senso della legittimazione dell'autogoverno; autogoverno allora e autonomia in questi ultimi cinquant'anni. Questi sono richiami di carattere storico, ma oggi si pongono molti punti interrogativi: questa celebrazione ha la stessa dignità, lo stesso contenuto, lo stesso entusiasmo e la stessa coscienza che vi erano nel 1794 e nel momento dell'approvazione della legge istitutiva de Sa Die? E la politica attuale ha lo stesso significato di allora? Ogni periodo ha la sua tensione e il senso della sardità è espresso in modo diverso a seconda delle circostanze, ma, diciamocelo, forse in questo momento questo senso è offeso perché anche noi avvertiamo disagio e non siamo soddisfatti di quello che sta avvenendo a livello politico nella nostra Isola.
Quindi gli interrogativi che ci poniamo sono tanti. E allora dobbiamo fare un confronto con il passato, con le precedenti legislature; lo deve fare soprattutto chi, come me, ha avuto la fortuna di avere la fiducia del popolo e l'onore di lavorare in questo Consiglio regionale. Nel passato si produceva di più, ma di chi era il merito? Forse il merito era un po' di tutti, perché in certi momenti ci si incontrava, pur nella diversità dei ruoli di maggioranza e di opposizione, e sulle cose che contano, sulle cose importanti si andava insieme a votare. Sì, forse era merito di tutti. Oggi sappiamo che si produce di meno, si produce poco, forse pochissimo, e di chi è il demerito della scarsa produzione legislativa? Siccome stiamo facendo una disamina della politica e della produzione legislativa attuali, forse bisogna che ci diciamo che i risultati noti non sono responsabilità di tutti, perché sappiamo che è in carica un Governo che in certi momenti è senza maggioranza. In una situazione di ingovernabilità come questa ci si deve fermare a riflettere, non per il proprio bene personale, ma per il bene del popolo sardo, perché le nostre azioni si ripercuotono sulla società sarda, e non su di noi personalmente. Si deve riflettere e se le nostre azioni non sono adeguate al momento se ne deve prendere atto, ma nessuno di noi può chiamarsi fuori. E allora per primo mi chiedo: c'è poca consapevolezza del ruolo che ognuno di noi ricopre? Così dice la gente, allora ognuno di noi faccia un esame di coscienza. Si percepisce un disagio per la politica sempre crescente da parte della gente, che non capisce cosa stia succedendo, e la gente ha sempre ragione.
L'inizio della legislatura è stato ricco di sospetti e di imbarazzi, questo Consiglio non riesce a convergere nemmeno su questioni importanti come la riforma dello Statuto, e se non ci riesce abbia il coraggio, l'intelligenza di riconoscere che forse fuori di qui ci sono persone più brave e preparate di noi. Sarebbe un segnale di grande onestà, perché le regole appartengono a tutti, non solo a una parte, e devono essere fatte in modo che tutti si ritrovino in esse. Allora se gli americani, i cinesi, i russi, dopo anni di grandi scontri, hanno avuto il coraggio di incontrarsi, perché noi non riusciamo, sulla riforma dello Statuto, a incontrarci per fare qualcosa che possa servire al popolo sardo? Dobbiamo ritrovare il coraggio della saggezza e io penso che in quest'Aula ci siano persone sagge, che possono individuare una soluzione per uscire dall'imbarazzo e dalla improduttività.
Mi sembra che ognuno di noi, nel richiamarsi alla sardità e alla specialità come fondamento delle regole, deve essere consapevole che la specialità e la sardità devono riguardare tutti, e quindi anche le regole devono essere fatte per soddisfare le esigenze di tutti i sardi, di quelli che vivono nei 380 comuni della Sardegna, e anche di quelli che vivono fuori dell'Isola, sapendo che non sono più prioritari gli interessi dei movimenti o dei gruppi, ma lo sono quelli della gente, del popolo che deve essere amministrato, che deve essere governato. Quindi occorre un sussulto di dignità e di coraggio affinché possiamo incontrarci per fare per i sardi, in questo Consiglio, ciò che sino ad oggi non siamo riusciti a fare.
PRESIDENTE. Per il Gruppo Popolari-P.S. è iscritto a parlare il consigliere Gian Valerio Sanna. Ne ha facoltà.
SANNA GIAN VALERIO (Popolari-P.S.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho pensato a lungo in questi giorni a quale sarebbe stato il modo migliore per esprimere, in questa giornata celebrativa dei moti del 1794, un'idea e una sensazione facilmente comprensibile e accettabile del significato che i sardi possono dare insieme a noi a questa memoria di libertà. Noi tutti sappiamo che le memorie di libertà rappresentano ancora per tanti il segno di un giuramento di fedeltà e, allo stesso tempo, il riferimento a un impegno che non si spegne per la libertà e le libertà. Sono valori e concetti che vanno perdendo il proprio valore e significato nel tempo; valori e concetti di una democrazia ancora in cammino, lontana da una sua normalità democratica, spesso immiserita da una decadenza di costumi, di cultura e di stile politico, come appare anche qui, in Sardegna, a causa principalmente del nostro quotidiano agire.
Quelle memorie di libertà che avevano alimentato le tematiche autonomistiche e i grandi progetti di cambiamento per la nostra terra sono state di fatto messe in ombra, mentre lungo le crepe e le fessure di un'insicurezza degli orizzonti politici e sociali e dentro le fratture di una disuguaglianza che si alimenta della stessa attuale sovrabbondanza di mezzi di cui disponiamo torna a insinuarsi, in alcuni di noi, la nostalgia di una politica capace di ritrovare se stessa, la sua capacità e autorevolezza di cambiamento piuttosto che la sua illusione di semplice potenza. Le nostre divisioni sui temi dell'identità, che sono poi le proiezioni reali e fedeli dell'orizzonte autonomistico sardo dei prossimi anni, spengono e cancellano nella coscienza popolare il sentimento e lo stesso valore di questa nostra straordinaria e irripetibile identità. Chiusi nelle nostre debolezze e assopiti nel godimento di un potere fine a se stesso abbiamo abbandonato il compito non sempre facile né scontato di tenere per mano le sorti della nostra terra su un itinerario non cedevole né demagogico di una sovranità autonomistica frutto di queste grandi memorie di libertà. La condizione degli uomini a cavallo tra la fine del '900 e l'inizio del nuovo millennio si caratterizza per una grande, forse incalcolabile insicurezza. Essa non riguarda solo le questioni della criminalità e del terrorismo, ma riguarda più in generale il fatto che la crescente interdipendenza tra le varie aree del mondo ha aumentato in ciascuno di noi il senso di imprevedibilità del futuro. Di questa insicurezza fa parte anche la sensazione diffusa della permanenza di profonde ingiustizie e la paura di non avere forza e strumenti adeguati per porvi rimedio. Tutto ciò avviene contemporaneamente davanti a noi attraverso gli schermi televisivi e perciò spesso è difficile avvertire la differenza tra quello che accade nei nostri quartieri e quello che accade nel mondo globale. E proprio la politica dovrebbe avere maggiormente a cuore e nella propria agenda tutto ciò: la giustizia sociale, la lotta contro le violenze, la pace nel mondo, le sofferenze e il disagio delle nuove generazioni. E' per questa sensazione diffusa di insicurezza che fasce sempre più grandi di cittadini si interrogano con maggiore intensità sul futuro della democrazia e su quello dell'equità sociale; si interrogano sui cedimenti che sembrano minacciare la coesione sociale, il dualismo crescente tra ricchi e poveri, tra padri e figli, tra cittadini che hanno certezze e sicurezze e altri che non ne hanno affatto, tra coloro che godono ancora di esorbitanti privilegi e altri che non dispongono di nulla o di redditi insufficienti. All'origine delle più gravi fratture sociali sta sempre la solitudine, oggi come ieri, la solitudine dei singoli e quella sempre più diffusa delle istituzioni rappresentative. Ed è proprio qui che deve far sentire la sua voce e la sua funzione insostituibile la politica con le sue scelte, per ristabilire i legami recisi, per riannodare le ragioni di una migliore conoscenza della realtà, il filo di una fiducia fra generazioni diverse, per non lasciare a terra chi è caduto. Sta qui in fondo la risposta che rifiutano coloro che non ammettono che la solidarietà e la carità possono essere ancora, dentro il recinto democratico, straordinari strumenti di politica e di cambiamento. Noi, che siamo sempre stati dentro il senso e il valore dell'impegno politico descritto da Paolo VI, sappiamo, oggi più di ieri, che stare in politica in questo tempo significa stare spesso borderline, come si dice oggi, non nel senso assai diffuso di mercanteggiare le proprie appartenenze, ma nel senso di chi è consapevole di doversi collocare sempre sul confine tra agio e disagio, tra integrati ed emarginati, tra ricchi e poveri, tra eguaglianza e discriminazione.
E' la nostra, se volete, un'interpretazione certo un po' nostalgica di queste grandi memorie di libertà, ma, colleghi, oggi noi non abbiamo motivo alcuno, diversamente, per esaltare questa memoria in un tempo sfuggevole e decadente della nostra testimonianza di servizio alla nostra terra. Questi anni, segnati da un'emergenza democratica crescente e dal valore di normalità che si tende incautamente ad assegnare ai disvalori che maturano nella nostra dimensione parlamentare e sociale, non aiutano aneliti o desideri celebrativi, ma ci sembra più opportuno leggerli come ragione positiva di un nostro doveroso e severo esame di coscienza. Dentro questa insopportabile stagnazione culturale sfuggono a noi i doveri fondamentali del riformismo e della modernizzazione, mentre emergono preoccupanti ritorni corporativi e xenofobi che degradano la condizione degli uomini e della loro auspicabile unità. Non è qui il caso di ricordare e di azzardare un bilancio di questa parte della legislatura; è già importante per noi che qualcuno, con integrità e levatura culturale, fuori dagli usuali canoni delle proprie appartenenze, lo abbia ammesso e lo denunci pubblicamente.
Sappiamo tutti dove si collocano le ragioni e le origini della nostra condizione presente, condizione nella quale, tuttavia, noi vogliamo agire ancora attraverso il dialogo e il confronto costruttivo, così come sempre abbiamo fatto nell'interesse dei sardi. Restiamo però intolleranti e intransigenti alle prospettive di sviluppo ambigue e di facciata, agli attacchi indiscriminati al patrimonio naturale e ambientale, così come verso coloro che intendono piegare le leggi della Regione a calcoli o interessi personali. Abbiamo il dovere di realizzare una svolta nel nostro lavoro, costruire le intese necessarie e indispensabili per il superamento della paralisi riformatrice della nostra Regione e preparare gli strumenti per una governabilità stabile ed efficiente nei prossimi anni.
Non sembri poco, è un'impresa possibile quanto necessaria ed è con questo spirito, signor Presidente, che dovremo guardare al tempo che resta di questa legislatura, consapevoli che le nuove condizioni politiche e istituzionali dovranno ridurre le differenze, dare a tutti opportunità e protagonismo, dilatare le condizioni di libertà e di giustizia della Sardegna nella dimensione nazionale ed europea dei prossimi anni. C'è in tutto questo molta amarezza e la ragionevole preoccupazione che le nuove e vecchie tensioni sociali, che sono generate a loro volta dalla inadeguatezza delle risposte di buon governo, dalle necessarie riforme di efficienza e di solida e concreta prospettiva di crescita per i sardi e la Sardegna.
I nostri discorsi interni sono sempre importanti, sappiamo infatti che le regole, le strutture, il modo di convivere che ci diamo incidono enormemente sulla nostra capacità di fare e realizzare politica. Ma non è tutto qua: vi sono principalmente da affrontare due problemi, uno sui fini e l'altro sui mezzi. Il primo perché è necessario essere consapevoli che quello che la politica vale nel giudizio di chi la politica la patisce è il risultato, è il dato dell'efficienza e della rappresentanza che si è capaci di dare alla società. Il secondo riguarda le classi dirigenti che non costruiscono all'ombra di un generico egualitarismo; occorre, certo, che tutti abbiano pari opportunità di partenza, ma poi chi mostrerà più capacità, più desiderio di conoscenza e più spirito di sacrificio e di servizio, dovrà caricarsi delle responsabilità maggiori di governo e di indirizzo della propria comunità. Costruire leadership, statisti e altre responsabilità sull'onda delle dinamiche pubblicistiche, alla stregua dei metodi usati per lanciare i prodotti commerciali, può salvaguardare le buone idee ma, come tocchiamo con mano, non assicura il conseguimento degli obiettivi e non garantisce soprattutto progresso.
Ci aspetta, dunque, una funzione di verità e di proposta e insieme il compito di costruire l'accampamento democratico sulla frontiera del realismo e dell'intelligenza politica, condividendo con chi ci sta la difesa e la migliore valorizzazione del demanio dei diritti e della cittadinanza democratica di tutti i sardi. E' questo, nel nostro intelletto, così come nel nostro animo, il modo migliore per onorare la ricorrenza odierna e l'invito sincero all'intelligenza e al sentimento della responsabilità per noi stessi e per gli altri che è poi, se ci pensiamo un po' tutti, il sale della libertà e la forza di una solidarietà che continua a illuminare la storia degli uomini e può dare speranza alle nostre incompiute stagioni. Così come accade dopo ogni crepuscolo, forse potremo intravedere così una nuova e più esaltante Die pro sa Sardinia.
PRESIDENTE. Per il Gruppo Rif. Sardi-U.D.R. è iscritto a parlare il consigliere Vargiu. Ne ha facoltà.
VARGIU (Rif. Sardi-U.D.R.). Dear President, dear colleagues, I think that our today's recurrence deserves a consideration more than a celebration from the members of this Council. Troubled history of our country is a mix of great civilisation and hard submission, a mix of rebellion [S1] and domination. They have contributed to the birth of a feeling of peculiarity from which our Statute was born.
Presidente, so benissimo che in questo Consiglio regionale si può parlare in lingua sarda e in italiano, ma non si può parlare ancora in inglese, lingua del mondo e lingua che ci suona ancora estranea. Non intendevo, dunque, mancare di rispetto né a lei né al Consiglio, ma soltanto sottolineare, con una piccola ma sostanziale trasgressione, la solennità della ricorrenza odierna, che merita da parte dei componenti di questo Consiglio una riflessione più che una celebrazione.
La travagliata storia della nostra terra è un misto di grande civiltà e di penosa sottomissione, di rabbiosa ribellione e di gravose dominazioni, che hanno ognuna in maniera diversa contribuito alla nascita del senso di diversità e di peculiarità che nell'immediato dopoguerra si è tradotto in uno Statuto di autonomia che ha sottolineato le ragioni dell'individualità sarda nel contesto dello Stato italiano. Sono passati cinquant'anni da quello Statuto e tutto è cambiato intorno a noi: la radio è stata soppiantata dalla televisione, la tubercolosi è stata sconfitta dai nuovi farmaci, le comunicazioni aeree ci hanno consentito di conoscere dal vivo culture e mondi che i nostri nonni hanno conosciuto soltanto attraverso i libri. La rivoluzione telematica, il mondo di Internet, la globalizzazione dei mercati hanno costretto tutti noi a modificare le nostre categorie mentali con una rapidità impensabile nei tempi passati. La velocità delle scoperte tecnologiche, la complessità degli interrogativi etici - pensate alla clonazione, in medicina, o ai rapporti con i paesi in via di sviluppo, in politica - che incombono oggi sulla nostra società sono tali da obbligare a un enorme sforzo di adeguamento le classi dirigenti, a cui è richiesta una capacità di comprensione dei nuovi fenomeni, di adattamento e di risposta che era impensabile in passato. Chi non parla l'inglese, chi non conosce il linguaggio dei computer, chi non ha come patria la propria terra e insieme il mondo rischia di non capire e di non essere più capito.
Questa è forse la sfida più grande evocata da Sa Die. Oggi la Sardegna non deve più cacciare nessuno, ma l'orgoglio ritrovato di quell'antico aprile deve permetterci di cacciare lontano da noi la rassegnazione, il gusto del piagnisteo verso Roma, quella sensazione strisciante di appartenere alla cultura dei vinti che ci frena ogni giorno e ci impedisce di essere i protagonisti di un riscatto che è ancora tutto da realizzare. La Sardegna non è più un'isola soggetta a dominazioni; oggi la Sardegna è un pezzo d'Europa, è un pezzo del mondo che ogni giorno confronta con l'Europa e con il mondo le sue risorse intellettuali, ambientali ed economiche. Sempre più spesso, davanti ai problemi concreti governati da regole mondiali, ci rendiamo conto di quanto le vecchie categorie della destra e della sinistra, che pure sono ancora alla base delle nostre contingenti divisioni, siano logore e in parte inadeguate a fornire le risposte necessarie e ci costringano a fare salti mortali per giustificare le nostre appartenenze. Ecco, forse è questo il messaggio più forte che può oggi essere affidato a questo Consiglio, affinché lo trasmetta a tutti i sardi.
La velocità del cambiamento dell'intero mondo che ci circonda ha raggiunto livelli incredibili; la Sardegna non può restare indietro se non vuole rinunciare all'attuale grado di evoluzione sociale e se non vuole rinunciare alla sua scommessa per un futuro migliore. Ma la sfida che ci attende non è di quelle facili da combattere e sarà necessario tutto lo spirito orgoglioso che oggi rievochiamo con Sa Die per poter essere vincenti. La storia infatti ci insegna che il ruolo di guida culturale dei popoli declina con l'appagamento dei loro bisogni fondamentali e che altri popoli, altre culture con più forti stimoli di progresso, pacificamente o qualche volta in modo bellicoso, tendono continuamente a prendere il sopravvento. I sardi, i governanti dei sardi non commettano dunque l'errore di giudicare sé stessi comunque e sempre al centro di una parte del mondo che è e resterà tra le punte avanzate della cultura, del benessere, della civiltà. Non è così e negli anni a venire saremo chiamati a dimostrare quotidianamente la nostra capacità e i nostri meriti senza sconti e senza scorciatoie. E' per questo che la giornata de Sa Die, non può essere la festa del folclore né quella del ricordo, ma deve essere la festa della speranza, del futuro e della consapevolezza del ruolo sempre più importante che, se vogliamo, la Sardegna può avere nel mondo. Sa Die deve essere il punto di partenza dei sardi consapevoli di essere un popolo con propria identità nazionale, con mille risorse umane sparpagliate nel mondo dalla sofferenza dell'emigrazione, che oggi improvvisamente possono diventare un valore aggiunto garantendoci canali di comunicazione e di penetrazione assolutamente eccezionali e ultraterritoriali. E nella nostra agenda politica c'è oggi una grande battaglia dei sardi per sé stessi e non contro qualcuno: è la battaglia della Costituente, che nasce dalle modeste forze di un piccolo movimento di opinione, ma che oggi è una scommessa fortissima, senza più copyright di parte, affidata a tutti i sardi; la Costituente non è la clava di un partito né di uno schieramento, ma è la sfida dei sardi nel mondo, dei sardi che parlano sardo e inglese, dei sardi che vogliono commerciare con la Cina e con il Giappone, dei sardi che usano Internet e comunicano tramite e-mail, dei sardi che hanno la mente sgombra da ogni pregiudizio, dei sardi che non lasciano più la Sardegna per affermarsi perché della loro testa e della loro forza abbiamo bisogno qui in Sardegna. La Costituente non è soltanto la possibilità di adeguare il nostro Statuto al mondo che è cambiato, ma è anche e soprattutto la possibilità di dare nuovamente ai sardi una propria orgogliosa bandiera che faccia crescere in tutta la comunità sarda, ovunque dispersa, la consapevolezza di essere un popolo unico che oggi è pienamente impegnato nella propria sfida per il benessere e per il progresso sociale.
Ecco, amici consiglieri, non sprechiamo troppo tempo in battaglie di retroguardia, non continuiamo a guardarci in cagnesco attraverso le lenti degli occhiali di vent'anni fa; raccogliamo questa bandiera che è di tutti e facciamone la nostra bandiera perché dentro la Costituente ci sia la nostra voglia di modernità e di cambiamento, perché la Costituente trasmetta ai sardi il nostro desiderio di innovazione, la nostra capacità di essere cittadini del mondo che vogliono confrontarsi con il mondo per affermare i loro valori, la loro cultura, la loro intelligenza. Se questo Consiglio saprà superare divisioni che sanno di muffa e di soffitta, per ritrovarsi, come nel giorno di Sa Die, unito nelle grandi battaglie, anche i sogni potranno diventare realtà. Non dividiamoci per tatticismo politico sull'idea della Costituente e sullo spirito unitario di riscatto che essa evoca tra i sardi se non vogliamo rinunciare a un'occasione davvero unica per ritrovare le ragioni condivise della nostra appartenenza e della nostra storia.
Cari amici, cari colleghi, nessuno di noi vuol trasformare Sa Die in una cerimonia imbalsamata, in una rievocazione storica da riserva indiana. I discorsi di oggi non possono morire con l'alba di domani. Diamo loro conseguenza nella nostra attività politica e impegniamo questo Consiglio, questa classe dirigente politica, tutti i sardi ad adeguare le proprie teste al cambiamento, dando tutti insieme alla nostra Isola nuovi assetti istituzionali ed economici in grado di interpretare le nuove regole del mondo e restituendo alla nostra gente la speranza in sé stessi, in noi e nel futuro. Forza Paris, amici, come un tempo, ma ricordandoci che si può anche dire all together.
PRESIDENTE. Per il Gruppo P.P.S.-C.D.U. Sardi è iscritto a parlare il consigliere Onida. Ne ha facoltà.
ONIDA (P.P.S.-C.D.U. Sarddi). Cossizzeras e cossizzeris, Presidentes de su Cossizzu e de su Guvernu, autoridades, in sa die de oe non festamos una data istorica ebia, su 28 de arbile de su 1794, ma totu s'istoria de su populu nostru. Sos Sardos, in sos urtimos milli annos, amos tentus s'ocasione de creschere, in paghe e in gherra, contra poderios mannos chi nos an binchiu ma non s'annu assuzzetau, ca est semper biu su sentimentu de appartenenzia a sas raighinas de sa terra sarda e d'est forte e bia sa limba, chi est su sinnu prus mannu de s'identidade nostra, e de riferimentu de sa natzione nostra.
Sa "natzione" no est' ateru si non sa "naschida", chi nos distinghet dae totus sos ateros. In s'isula nostra, bene crefia dae sa natura, cun d'un'economia de pastores'e de massajoso, cun d'una cultura materiale e ispirituale comune, e cun d'una limba, semus arribaos' a sa modernidade, inue cherimos'istare in sa menzus manera.
Amos perdiu s'istatualidade chi nos aia guvernau nessi pò tres seculos, ma no amos perdiu s'identidade, su sentimentu de tenner'una naschida comune e su sentimentu de esser natzione. Semus sena istadu ma abarramos natzione. Semus una natzione sena istadu, cun d'unu istendardu e una limba e, fra pagu, con s'innu natzionale. Custu est su resurtau de sa resistentzia de sa zente nostra ma finas de sa fortza politica, culturale, ideale, de pessonazos chi ana gherrau, po' afirmare interessos prus mannos, interessos de totu su pòpulu sardu. Dognia natzione tenet sos eroes suos e nois tenimos sos nostros, medas sena lumene - sos prusu - e calecunu con lumene famau, sos chi resurtana in sos libros, pò medas resones.
Penzo a sos giudices chi nos ana guvernau in època medievale, a Eleonora de Arborea e a sa Carta De Logu, penzo a Lenardu Alagon, a Zuanni Maria Angioj chi morit esiliau in Parigi, imbisionandesi sa Sardinna libera dae su dominiu de sos Piemontesos, a peidre Frantziscu Sanna-Corda, chi lassada Parigi in cussos annos cun s'idea (o s'illusione) de faghere de sa Sardinna una Repubblica.
E ancora non mancana sos pessonazos chi criticana sa perdida de autonomia de sos Sardos, ammesches'a poisi de sa "fusione perfeta" cun su Piemonte, comente Fenu, Tuveri e, sighinde, con sos primos autonomistas Bellieni e Lussu, o sos ateros prus'accanta a nois, de idea sotzialista, comunista, catolica e liberale.
Ma a essere una natzione non sempere cheret narrer chi totus nde tenimos sa cussèntzia. Est custa sa chistione.
Cachi orta non connoschimos s'istoria, no ischimos "comente suni andadas sas cosas in su tempus passau". Sa cussèntzia cherede formada cun fadiga ma cun allerghia: po' bi renessere, tocad'a sighire dognia farta e dogni sinnale, istudiande e connoschinde sas intragnas prus profundas de su populu nostru.
Custa est sa resone prus'importante de aer dedicau una die de s'annu a s'istoria de sa natzione nostra.
Su pigare comente simbulu una die nodìa, su 28 de arbile de su 1794, tenede de seguru unu valore mannu, ma ancora prus mannu est su valore de aer dedicau una die a noisi, a sos Sardos, de totu sos tempos.
Ma si nde podiat seberare finas un'atera 'e data, e no aiada cambiau nudda. Ca chie est contrariu a su 28 de arbile, in definitiva, est contrariu a s'idea chi sa natzione nostra, sos Sardos, tenzemus'una "festa natzionale".
Custu est su sentidu de "Sa Die", una festa natzionale des sos Sardos, chi apartenene a s'istòria e abarrana unios, pò istare in su tempus de sa modernidade cun pandela e limba, pò poder mezzorare su tempus benidore.
Devimos, tando, fagher su possibile pò afortigare totu sos'elementos chi nos podene zare fortza, pessonalidade, identidade, in custu mundu de diferèntzias chi si suni perdind: devimos connoschere e difendere totu sos benes culturales chi amos formau in totu sos tempos; devimos difendere e afortigare sas costumàntzias nostras; devimos connoschere, difendere e isfrutare menzus, pò su bene de totus, sas siendas nostras e sas richesas naturales; devimos afortigare s'ispiritu natzionale sardu, istudiande sempere de prus s'istòria e sa cultura nostra; devimos afortigare sa limba, chi est sa limba naturale e istòrica de sa terra nostra dae milli annos nessi; solu gasi podimos penzare de imparare sas'ateras limbas.
Po' custu devimos faghere totu sos isfortzos possibiles, con ispiritu natzionale sardu veru, pò sighire su caminu apertu dae su guvernu sardu prima de oe, mezzorau dae su guvernu 'e como, in favore de una "limba zenerale e de riferimentu" pò totu sos impreos ufitziales, territoriales, sotziales de sos Sardos, comente nos cunsentidi e racumandada sa Carta Europea de sas limbas, sa leze sarda de su '97 e s'italiana de su '99.
Totu in achilibriu cun sas variedades reales chi sos Sardos an'a a sighire, an'a devere sighir'a faeddare in famillia, in sas biddas e in sas comunidades.
Una no est contra a s'àtera, anzis s'afortigan'a pare.
Ca sa limba unitaria pìgada fortza e alimentu dae sas variedades locales e custas suni rapresentadasa, in totu su territoriu de s'isula dae sa limba unitària chi este e deved'essere "una limba pò totu e po' totusu".
Essere una natzione nos obbligada, pò prima cosa, de penzare a s'interessu zenerale de sos Sardos e de sa Sardinna, prima de penzare a sas diferèntzias de sas bideas e de sa politica.
Custu cheret narrer'a tennere ispiritu e cussentzia natzionale.
Tando, nè sa "natzione", nè sa limba chi nd'est su sìmbulu unitàriu si podene definire de un'ala o de s'atera, de manca o de destra, ca apartenen'a totus. Si cherimos unu tempus benidore, pò noisi e pò fizos nostros, devimos esser capatzos de istudiare unu prozetu natzionale sardu, chi sol'appoisi podde pigar'atteros colores. Oe tenimos s'occasione: "Sa Costituente". Devimos iscriere cun su populu sardu una regula noa, anzis sa lezze noa de fundamentu.
Chie si siada chi guvernede, tiat dever pò prima cosa, penzare a sos interessos de sa natzione sarda e no a sas categorias chi cumponene su pòpulu nostru.
Si cherimos, podimos cambiare su destinu nostru, dae "periferia" de s'Italia e de s'Europa, a "nou" intr'Europa e Africa, in "pernu" de su Mediterraneu, comente prima 'e me in medas, zente comuna, intelletuales e politicos, ana sempere propostu e disizau.Non podimos parare fronte a sas fortzas (o formas noas) economicas internatzionales in pagos o, peus, s'unu contr'a s'àteru. Custa gherra dda devimos afrontare cun sa fortza de s'istoria chi tenimos e de s'identidade chi difendimos.
Dogn'unu devede faghere sa parte sua, sa zente manna e sa zòvana, chi siana istudiande o traballande, chi siana aintro 'e sos partidos o nono: sempere cun ispiritu natzionale sardu, pò essere in Europa comente Sardos.
Si in sa die de oe, duncas, semus faeddande de s'istoria nostra e a issa dedicande una festa manna, est ca s'amentu de su tempus colau, in manera sèria, tranquilla, senz'odiu, e cun coro pàsidu, nos cunsentidi de esse fortes e craros pò su tempus de oe e de crasa.
Nos cunsentidi de nos liberare dae sas illusiones e de sestare ideas noasa pò su 'enidore.
Est lompia s'ora de nos liberare abberu, ma comente? Faghinde un'ateru istadu? Intrande, paris cun àteros, in unidades prus mannas?
Non b'ad'un'idea ebbia.
Zeo naro chi si pode faghere, forzisi," minimande" sa fortza de s'istadu inue semus, e affortigande sa fortza de s'Europa, abue cherimos arribare, cun totu sa pessonalidade nostra; un'Europa formada dae comunidades chi tenene raighinas, istòrias, culturas e limbas diferentes, chi propiu pò custu istimana prus de totus su logu inue suni nàschios e traballana.
Sas gherras e s'intolleràntzia non naschene dae sas diferèntzias ma dae ddas negare, afogare e canzellare.
Sa mundializatzione àzuada s'economia ma, pò cussu, non che deved'isperdere su patrimoniu culturale de s'umanidade, si nono attidi solu dannos e nessuna richesa.
Cherimos prus podère, pò ideare un'isviluppu chi oghed'a campu sas menzus cosas chi tenimos, sena timere sa responsabilidade de nodd'as'amministrare noisi.
E tantos seculos tian bastare pò che ogare s'abitudine de "abboghinare" o de pregare pò "ottennere", ogni orta chi 'nde tenimos bisonzu.
S'ùnica manera pò truncare sa dipendèntzia est'unu guvernu prus nostru, comente comunidade aintr'e s'Europa, un'idea chi in maneras diferentes agatamos in totu s'istoria nostra.
Sinnale chi no est'un'idea noa e no est'un'idea mala.
Est'una gana chi sos Sardos'ana semper tentu e tenene ancora in forma noa e avanzàda: s'occasione est sa "costituente", s'iscrittura de s'Istatuto nou fatta dae sa zente 'e Sardinna, totu canta e parisi.
Ma non devimos liberare de sa timoria de disinnare unu tempu benidore chi siada cunfromm'a sos disizos nostros, nos devimos liberare dae sa timorìa chi semus pagos'e debiles.
In su tempus colau, sos Sardos semus istaos peus de como, e amos'agguantau. Tando, dae com'in dananti, nos devimos manizzare pò esser unios. Ma, non solos!
Presidentes e amigos, arribo a sos congruos cun d'unu auguriu, a sos Sardos, a nois, a custu Cossizu regionale: chi s'Istatuto nou sia fizu de unione e de bonos penzamentos, comente cherede e disizzada s'interessu veru nostru, de sa Sardinna e de fizzos nostros.
PRESIDENTE. Per il Gruppo A.N. è iscritto a parlare il consigliere Corda. Ne ha facoltà.
CORDA (A.N.). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Regione, colleghi, io non voglio certamente rovinare la festa, e non lo farò, però non si può confondere la storia con l'auspicio. La storia è tale, è quella che è. Noi sardi non siamo mai stati focosi guerrieri, la nostra indole non è stata certo e non è guerrafondaia, tutt'altro; nella storia abbiamo sempre o quasi sempre accolto l'invasore di turno con accondiscendenza obbligata, ma a capo chino, senza strenue resistenze, fatta eccezione per le popolazioni interne, certamente più ostili di quanto non lo fossero quelle della pianura e quelle vicine al mare. Abbiamo spesso invocato i santi protettori, qualche volta le flotte nemiche sono state sconfitte da improvvise tempeste di vento, come accadde per esempio intorno alla metà del 1300 al grande ammiraglio catalano Bernardo De Cabrera, la cui flotta fu travolta nella baia di Porto Conte, durante il primo tentativo di conquista di Alghero, appunto da una tempesta improvvisa. L'invasione però fu solo rimandata di un anno.
Ma oggi è Sa Die de sa Sardinia e si festeggia nel ricordo di una vittoria di popolo: la cacciata dei piemontesi. In quel giorno dello scorso millennio la nostra gente con quella vittoria, anche se momentanea, si riappropriò con orgoglio della dignità troppe volte offesa. Oggi, in Sa Die de sa Sardinia, chiediamo al popolo sardo di essere felice e di vivere, come si fa nei giorni di festa, con spensieratezza. Ma siccome non siamo ipocriti e sappiamo che per essere spensierati non si devono avere pensieri, mi sembra opportuno che ci chiediamo come possa essere sereno chi ha perso il lavoro o sta per perderlo, oppure chi non l'ha ancora trovato e non ha molte speranze di trovarlo. E un emigrato che ha dovuto lasciare non solo la sua terra, ma spesso anche la famiglia, come fa a non avere pensieri e ad essere felice? Non mi si dica che questa è demagogia spicciola o populismo, perché questa è la realtà e sarebbe ipocrisia e disonestà non parlarne per paura di rovinare la festa. Non non possiamo non prendere atto, senza dare colpe a nessuno, se non al solito destino, alla fatalità, che dalla nostra Isola in cinquant'anni sono emigrati 600.000 sardi; non possiamo non ricordare che oggi abbiamo gli stessi problemi irrisolti che avevamo cinquant'anni fa.
Una cosa però possiamo fare per vincere il pessimismo, perché oggi è giorno di festa: possiamo sognare. Sì, perché il sogno alimenta la speranza; la speranza che le cose possano cambiare, che il Consiglio regionale possa funzionare regolato da norme che consentano un lavoro serio e proficuo, con l'obiettivo primario di fare leggi e provvedimenti che siano utili alla gente, che consentano una vita migliore, che consentano di lavorare bene e in tempi accettabili, con trasparenza, senza segreti, senza imboscate, affinché tutti, maggioranza e opposizione, ognuno secondo il proprio ruolo, riusciamo a dare ai sardi un Consiglio regionale efficiente ed efficace.
Il mondo è cambiato, non è più tempo di contrapposizioni esasperate - chiunque governi, badate, destra o sinistra non ha nessuna importanza - tese a impedire il lavoro, a bloccare l'attività legislativa e di governo. Tutti sappiamo che la stabilità è utile per l'economia, quindi è utile per il benessere della gente, ma tutti sappiamo anche che l'instabilità e la conflittualità continue creano solo danni. Oggi non deve essere la giornata della contrapposizione, della polemica; questo è un giorno di festa e noi non vogliamo sottrarci a questo dovere di ricordare una vittoria, almeno quella. Questo però non ci impedisce di alimentare la speranza che un giorno ci possa essere una festa più grande di questa, più motivata, che i sardi abbiano più ragioni per una festa di popolo.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE BIGGIO
(Segue CORDA.) E ancora, a costo di apparire demagogo e populista, voglio parlare di orgoglio e di dignità: noi chiediamo un'autonomia speciale, chiediamo di poter riscrivere il nostro Statuto, e quello in cui riusciremo a farlo sarà un bel giorno, servirà a sopire, a soddisfare il nostro orgoglio, ma se vogliamo a restituire la dignità a chi l'ha persa. Diamo lavoro e benessere alla nostra gente, facciamo le riforme profonde di cui ha estremo bisogno questo elefante lento e malato che è l'apparato burocratico e inefficiente della Regione, circondata da enti inutili. Noi abbiamo il dovere di avviare lo sviluppo nei settori nei quali la Sardegna ha vocazione piena, e cioè il turismo, l'agricoltura, l'artigianato, il commercio, la nuova economia, i nuovi sistemi per produrre energia pulita, indispensabile per lo sviluppo.
Festa più grande, dicevo, quando saremo riusciti - e ancora giù con la demagogia e con il populismo, ma nel giorno della festa di un popolo credo che queste cose vadano dette - a migliorare la qualità della vita spirituale e materiale, quando i nostri operai non saranno più costretti a incatenarsi ai cancelli o a salire sui cornicioni per difendere il lavoro, quando centinaia di migliaia di sardi costretti ad emigrare potranno fare ritorno in Sardegna per ritrovare le loro famiglie, i loro affetti. Quella sarà una grande giornata di festa; quella sarà, credo, la vera Die de sa Sardinia.
PRESIDENTE. Per il Gruppo F.I.-Sardegna è iscritto a parlare il consigliere Corona. Ne ha facoltà.
CORONA (F.I.-Sardegna). Signor Presidente, colleghi, nove anni fa il Consiglio regionale ha istituito la giornata del popolo sardo, Sa Die de sa Sardinia, e ha voluto sottolineare questa ricorrenza che con le sue diverse manifestazioni e iniziative culturali contribuisce, nel tempo, a sviluppare la conoscenza della storia e la coscienza dei valori dell'autonomia. E' un richiamo forte, che impone uno sforzo anche politico di approfondimento e di chiarezza sulla portata di quegli eventi, sui significati autentici e soprattutto sugli insegnamenti che possiamo trarne. Un richiamo anche per le nuove generazioni, un invito alla riflessione per la nostra crescita, come popolo. E' un invito, direttamente legato anche all'oggi, a cogliere questa occasione e i suoi significati per fare alcune valutazioni di prospettiva sull'autonomia regionale e sul ruolo del Consiglio regionale; un invito perché vi sia un concreto passo in avanti nel processo di riforma dello Statuto di autonomia. Sono convinto che Sa Die abbia oggi di fatto acquisito, anche grazie all'impegno della Regione, il significato di una vera e propria festa di liberazione, una liberazione dall'oppressore che deriva dalla cacciata dei piemontesi in quel 28 aprile 1794. Credo che ognuno di noi abbia la consapevolezza che in quei giorni trionfarono gli ideali di libertà e autonomia del popolo sardo. La cacciata dei piemontesi segnò per la Sardegna un momento di affermazione della cultura autonomistica; noi vogliamo tributare il riconoscimento a quei sardi coraggiosi che meritano tutto il nostro rispetto e tutta la nostra ammirazione. Essi furono spinti da un ideale rivoluzionario, illuministico e autonomistico, non esitarono a sacrificare la propria vita, e fra tutti consentitemi di ricordare la figura di Giovanni Maria Angioy.
La giornata che oggi celebriamo ha il profondo significato di ricordare, non soltanto alla classe politica, ma a tutti noi sardi, che abbiamo una sfida ancora aperta davanti a noi, per la quale si cominciò a combattere e morire in quel lontano 28 aprile. La sfida ancora aperta è quella di diventare oggi artefici del nostro destino, conservando gelosamente le nostre radici e la nostra cultura. La sfida ancora aperta è quella di riformare la nostra autonomia, nel segno di una più marcata unità di popolo, e di garantire moderni e adeguati strumenti democratici che abbiano dirette conseguenze sulle condizioni di benessere e di crescita, civile e culturale della nostra Isola. Queste speranze di riscatto troppe volte sono andate in fumo per la mancanza di un sincero spirito di unione e di collaborazione, oppure per ingiustificabili forme di chiusura verso il nuovo e l'innovazione, ma soprattutto per una sterile e inutile conflittualità che ancora oggi rende il percorso verso la nostra autonomia difficile e irto di ostacoli.
Signor Presidente, mi auguro che questa celebrazione possa contribuire a smussare questi ostacoli e a richiamare l'attenzione di noi tutti su quanto ancora dobbiamo fare per vincere quella sfida aperta dai nostri padri. Se vogliamo pensare in grande al nostro ruolo e costruire una nuova e diversa autonomia dobbiamo però trarre lezione dal nostro passato. Anche allora gran parte della popolazione viveva una situazione di totale distanza dalle istituzioni e faceva poca differenza tra la prospettiva di una dominazione francese e la prosecuzione della dominazione piemontese. Il popolo attendeva invece provvedimenti di governo volti a diminuire le angherie feudali e a risolvere la miseria che colpiva in particolare agricoltori e pastori.
Se quindi la celebrazione de Sa Die ha come principale riferimento la cacciata dei piemontesi dobbiamo notare che la sostanza dei fatti ha anche altre implicazioni. Infatti, a seguito della vittoria sui francesi, i rappresentanti del Regno Sardo, che si aspettavano rispetto e riconoscimenti da parte del Governo di Torino, avanzarono alcune richieste fondamentali, come è stato già ricordato, che furono respinte e ciò determinò la successiva cacciata dei piemontesi. Ma al viceré cacciato ne seguì poco dopo un altro, e cinque anni più tardi l'intera Corte dei Savoia si trasferì a Cagliari. La classe dirigente sarda rinunciò alle richieste, nonostante l'aumento della pressione fiscale, che portò i sardi sull'orlo della bancarotta.
Sa Die è e deve rimanere una straordinaria occasione per riflettere su un evento entrato a far parte della nostra coscienza collettiva. Abbiamo però il compito di attribuire a quei giorni e alla celebrazione degli stessi significati che vanno ben oltre quelli dell'avvenuta liberazione dagli oppressori. Quei giorni e quel periodo storico hanno delle implicazioni culturali e politiche che dobbiamo ricordare come insegnamento e come monito. Per questo motivo la ricorrenza della rivolta non può essere celebrata solo per quello che sinora abbiamo fatto, ma per quello che ancora dobbiamo realizzare. Siamo ancora lontani da una Sardegna in grado di produrre al proprio interno quella ricchezza che può consentirle di raggiungere l'indipendenza economica. La strada verso la conquista della nostra autonomia è ancora molto lunga, così come difficilissimo è il percorso che ci deve far diventare e sentire una comunità unica, un popolo legato da profondi vincoli culturali, storici ed economici.
Abbiamo un'occasione storica davanti a noi, costruita con fatica da molti colleghi che siedono oggi in quest'Aula; è l'occasione che ci viene offerta dal processo, che abbiamo messo in moto, di riforma del nostro Statuto di autonomia, nel quadro del più ampio progetto di riforma in senso federale dello Stato. Noi non vogliamo rischiare di rimanere ai margini del processo di riforma in atto, non vogliamo rischiare ancora una volta pesanti condizionamenti e tentativi di omologazione culturale, dai quali gli eventi del lontano 1794 ci hanno insegnato a rifuggire. Riprendere e rilanciare con forza i temi della Costituente è un nostro dovere, oltre che politico anche morale e di riscatto come sardi. Non può, però, restare solo una questione di "palazzo", che si affronta nelle segrete stanze del potere. E' la grande occasione di coinvolgimento della società civile, è la grande occasione della classe dirigente di oggi di fare quello che le élites di potere di allora non riuscirono a fare, mantenendo il popolo lontano dalle istituzioni.
La Costituente e le sue finalità devono assumere ben altri connotati, con forti e dirette implicazioni culturali, sociali ed economiche. Per queste ragioni la celebrazione de Sa Die, più che una festa formale e simbolica intorno a un episodio lontano, può e deve servire da stimolo e da monito per il conseguimento dei nostri obiettivi. Sono convinto che il significato profondo di questa festa debba essere la celebrazione di un evento che nel tempo faccia rivivere criticamente la nostra storia, per rimuovere tutti i possibili condizionamenti e gli errori subiti e commessi.
Signor Presidente, mi auguro che con spirito aperto e costruttivo questo Consiglio regionale sappia servire il popolo sardo, sappia interpretare la volontà popolare, le aspettative delle nuove generazioni e sappia porre la riforma della nostra autonomia come questione centrale. In questo modo saremo capaci di dare un profondo significato a questa celebrazione, a questa festa: ricordare a tutti noi che abbiamo il compito di mantenere la questione dell'autonomia fintanto che non sarà un obiettivo conquistato, e quando, sono sicuro, riusciremo a conquistarlo, eventi come Sa Die ci aiuteranno a mantenerlo. Grazie.
PRESIDENTE. Per il Gruppo D.S. è iscritto a parlare il consigliere Spissu. Ne ha facoltà.
SPISSU (D.S.). Signor Presidente, colleghe e colleghi, non mi sottraggo e non ci sottraiamo a questo rito celebrativo di una giornata individuata con una legge del Consiglio regionale, anche se non sfugge a nessuno di noi come il pathos sia distante da quest'Aula e come il richiamo al sentimento popolare, alla spinta celebrativa che si diffonde nella Sardegna fino alla lontana Narcao, con le feste che in questi giorni si svolgono, avvenga in un'aula desolatamente vuota.
COGODI (R.C.). E' vuota a destra!
spissu (d.s.). E' vuota soprattutto a destra, mi suggerisce opportunamente - e anche inopportunamente! - l'onorevole Cogodi.
Una giornata nella quale evidentemente noi ci sforziamo di rinnovare e di rafforzare l'elevato valore simbolico che essa ha non solo per noi legislatori e consiglieri regionali, ma che dovrebbe avere per la Sardegna e per il popolo sardo. Un fortissimo carattere simbolico che prescinde e supera quelli che sono stati gli avvenimenti che abbiamo richiamato nella legge, e che rappresentano l'identificazione di un popolo con un avvenimento, con alcuni fattiche pur non avendo provocato larghissima partecipazione popolare hanno avuto una spinta anche popolare, sebbene non soltanto popolare.
Ebbene, il carattere simbolico di questa giornata e i significati intorno ai quali noi vorremmo lavorare e sviluppare la nostra riflessione andando oltre la semplice celebrazione e il semplice ricordo, ruotano intorno a due concetti fondamentali: il primo è il concetto di identità, l'identità di un popolo che è data dalla comunanza di numerosi tratti, di numerosi fili, la lingua, il costume, la cultura, il sentirsi comunità, il sentirsi collegati, il sentirsi legati a una terra, a una tradizione, a luoghi, avvenimenti, alla memoria, agevolati in questo dal fatto di essere "isolati", di essere circondati dal mare, di essere più impermeabili di altre regioni e di altri popoli a ciò che viene da fuori, a ciò che spesso ci ha invaso e che ha comunque lasciato tracce profonde soprattutto nella lingua, ma non solo in essa.
L'altro concetto intorno al quale ruota la nostra riflessione ed è ad esso strettamente connesso è l'autogoverno, cioè la capacità di un popolo di determinare, attraverso le forme delle democrazie moderne, i sistemi di sviluppo, le relazioni economiche, le relazioni culturali, l'uso delle risorse, le forme delle istituzioni e i rapporti fra di esse, le rappresentanze, tutto ciò che appunto viene racchiuso intorno al concetto di autogoverno. Due valori fortemente positivi, due valori democratici, due valori che, non a caso, affondano le radici nel secolo dei lumi: la rivoluzione francese, la partecipazione popolare, la coscienza di sé come popolo, la medesima matrice degli avvenimenti che oggi celebriamo. Ciò che in buona sostanza ha dato origine alle moderne democrazie, e alle moderne democrazie europee in modo particolare, che sono poi quelle più antiche. Concetti, emozioni e spinte arrivate in Sardegna con qualche ritardo e nelle forme che sono state ricordate, un po' contraddittorie.
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE SERRENTI
(Segue SPISSU.) Allora la domanda che sta di fronte a noi è come, oggi, nell'epoca della mondializzazione, nell'epoca in cui la relazione fra le culture, fra gli uomini, fra le religioni, fra le lingue, fra i sistemi di comunicazione, nell'epoca dell'Europa unita, della moneta unica e della globalizzazione, sia possibile e sia necessario - aggiungo io - rinnovare, rinsaldare e riconfermare le ragioni che stanno alla base di un'identità. Perché sia necessario oggi più di ieri rafforzare le ragioni che legano con i fili della solidarietà un popolo, i suoi riti, i suoi miti, la sua profonda integrazione con le risorse naturali e l'ambiente che li circonda.
In tutto il mondo è aperta una riflessione sulla necessità di evitare che l'omologazione esasperata, indotta dal sistema "aperto", nel quale viviamo, in cui la velocità di comunicazione e di movimento costituisce il tratto caratteristico, un mondo nel quale i modi di dire, di mangiare, di vestirsi sono uguali e si diffondono in ogni angolo del pianeta, i ragazzi sardi vestono come vestono quelli americani, come vestono quelli russi e anche cinesi, faccia perdere il contatto con la memoria di sé come comunità e i legami che uniscono. Il nostro problema è come evitare che questi non più arrestabili processi, in cui siamo immersi oramai fino ai capelli, diventino la pietra tombale di tanti localismi alimentati da sistemi culturali e identitari antichi, e che costituiscono la linfa vitale intorno a cui crescono le culture, crescono soprattutto i popoli e cresce la coscienza di sé.
Il tema che abbiamo di fronte è come fare in modo che globale e locale stiano insieme; far coesistere in un equilibrio dinamico le ragioni della propria identità che non si affermano contro qualcosa o contro qualcuno, ma si affermano "con" gli altri, in uno spirito di cooperazione e in un fortissimo spirito solidaristico. La propria identità, la nostra identità che si realizza se si apprezzano e si riconoscono prima di tutto le identità altrui e se si rispettano le identità altrui. Questo è un aspetto delicatissimo, con un confine labile, che rischia continuamente di essere spostato e superato: una linea di confine che rischia di far debordare l'autonomia, l'identità e i processi di esagerata identificazione nazionalitaria, nell'autoisolamento, nell'autosufficienza. Una nicchia entro la quale ci si può rifugiare per rassicurarsi dai cambiamenti in atto, per tutelarsi dalle incertezze del futuro e da tutte le insicurezze che i popoli ed anche il nostro hanno verso il futuro; insicurezze che in Francia si sono trasformate, nelle recentissime elezioni politiche, in nazionalismo esasperato, in xenofobia, in amplificazione degli istinti più neri, come è avvenuto, appunto, con la destra "lepenista", non diversamente da come si manifesta in molti tratti della Lega lombarda italiana. Una miscela esplosiva di pulsioni negative, certamente popolari, quindi con il popolo che si muove, che rivendica e che si afferma, e sempre sostenuta da una robusta vena identitaria, chiusa e autoreferenziale. Sono quelle pulsioni, per esempio, quelle cattive pulsioni che in molte città italiane, ieri, nella giornata del 25 aprile, dell'identità nazionale, dell'unità nazionale, hanno determinato la divisione e il tentativo di revisione storica che non aiuta, ma che soprattutto non serve.
In Sardegna credo che le classi dirigenti, le forze politiche, sociali e culturali debbano saper convogliare questo flusso positivo di cui parliamo, questo processo popolare, questo movimento che è in corso, e di cui si è parlato molto anche qui oggi, verso uno sbocco positivo che eviti di tornare indietro, di rinchiuderci e di alzare steccati, ma ci consenta di definire nuove e più moderne forme di autonomia, di governo, di relazioni con lo Stato e con l'Europa. Solo così io credo che lo spirito costituente, intendendo per questo la nostra volontà di muoverci in una direzione costitutiva di una più avanzata forma di autonomia che passa attraverso la ridefinizione delle regole e degli ambiti in cui questa si sviluppa, ha senso, se questo Consiglio regionale si riappropria della materia, trovando utili punti di incontro sul modo e sul metodo e ricercando invece i necessari accordi sulla sostanza.
Credo che questa condizione ci sia, credo che anche questa giornata, nella quale pacatamente e fuori dagli schemi parliamo di questi problemi, sia utile e non sia sprecata se ci proponiamo tutti insieme di celebrare la prossima giornata de Sa Die avendo scritto pagine e righe importanti del nuovo Statuto di autonomia.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il Presidente della Regione. Ne ha facoltà.
PILI (F.I.-Sardegna), Presidente della Regione. Grazie onorevole Presidente e grazie onorevoli colleghi per il contributo che è venuto in questa giornata definita di festa del popolo sardo, il giorno della Sardegna. Purtroppo oggi non è la festa di tutti i sardi, non lo è almeno per una comunità, quella di Lula, che stanotte è stata nuovamente e duramente colpita da un vile attentato compiuto contro la caserma dei carabinieri, che rappresenta certamente un segnale non soltanto per quella comunità, ma credo per tutti noi.
Io non voglio ripercorrere e rievocare i fatti antichi della storia della Sardegna, perché puntualmente molti di voi l'hanno fatto stamani. Credo che, nel corso del dibattito, dagli interventi dei Capigruppo sia venuta invece una tensione ideale e politica che deve indurci a una profonda riflessione. La Sardegna ha una storia, ha una forte cultura autonomistica, forse in molti casi inespressa, tenuta in silenzio.
Credo che oggi la Sardegna abbia bisogno di attualizzare la sua autonomia, abbia bisogno insomma di tradurre il concetto di nazione sarda, che sta a cuore a ognuno di noi, in significati concreti. Una nazione è tale se ha un popolo, e la Sardegna ha un popolo; una nazione è tale se ha un'identità, e la Sardegna ha la sua forte identità, ma si è nazione soprattutto se si è capaci di autogovernarsi. Questo è il concetto, la riflessione che può dividere le parti politiche su come tracciare il percorso dei fatti concreti dell'autogoverno, ma che deve certamente contribuire ad affermare in Sardegna quel principio fondamentale secondo cui dentro questo Consiglio regionale, dentro le istituzioni bisogna costruire le idee e i progetti e attraverso le istituzioni regionali e autonomistiche si devono realizzare quelle idee e gestire quei progetti.
Ecco, colleghi del Consiglio, io credo che oggi il concetto di nazione sarda consista soprattutto nel rappresentare una grande volontà, che voi avete richiamato anche nei vostri interventi, quella di poter essere davvero protagonisti del nostro futuro. Con quale dimensione? Con la dimensione di chi mette i paletti e segna i confini di un'Isola già troppo isolata, oppure con quella di chi ha la forza di sostenere il ruolo della nostra regione - l'avete richiamato - nel contesto nazionale, europeo e mediterraneo.
Io credo che noi dobbiamo avere il coraggio di fare questo salto culturale, questo salto sociale, questo salto economico che ci consenta di considerarci non più un'isola isolata, ma un'isola aperta. Questo lo possiamo fare per la forza della nostra autonomia; un'autonomia che non è costruita soltanto su una mera rivendicazione.
Oggi non è più tempo per nessuno di parlare di nuovi invasori. Questo Consiglio regionale, questa nostra classe politica nonostante tutto ha fatto sì che la nostra autonomia fosse matura e consolidata; nessuno potrà attentare alla nostra ragionevole ambizione di essere una Regione fortemente autonoma, una Regione fortemente autonomistica nelle sue scelte. Insomma possiamo proporci con pari dignità al dialogo, al confronto con chiunque, possiamo permetterci il confronto anche con posizioni diverse, come per esempio quelle che sono emerse anche stamani sulla Costituente. C'è una scelta importante di gran parte di questo Consiglio regionale, che ha detto: "La nostra Assemblea legislativa ha un ruolo importante nel ridisegnare la Carta costituzionale della nazione sarda Il Consiglio regionale non può essere escluso". Ma ha detto anche la cosa più importante che in questi cinquant'anni e passa di autonomia sia mai stata detta: "Per fare la nuova Carta costituzionale della Sardegna occorre il popolo sardo, occorre che la società civile dia quel di più, sappia riavvicinare questo Consiglio regionale, ognuno di noi, colleghi, a quella nazione che ha fondamento nel suo popolo".
Allora in questa direzione io credo che sia assolutamente importante affermare anche dentro il Consiglio regionale le ragioni delle modifiche sostanziali dello Statuto. E' indispensabile che il Consiglio regionale, così come è detto nella stessa legge approvata dall'Assemblea, dia delle indicazioni. Diciamo quali devono essere i nuovi temi dello Statuto regionale sardo, diciamo quale rapporto vogliamo costruire con l'Europa tra Stati e tra Regioni. Abbiamo il compito, colleghi del Consiglio, di tracciare un percorso capace di utilizzare sino in fondo lo Statuto regionale ancora in vigore.
Il nostro Statuto avrà ancora qualche anno di vita, credo, ed è indispensabile utilizzarlo al meglio e qui l'appello è a tutte le forze politiche, perché non può essere soltanto una rivendicazione di maggioranza o una protesta d'opposizione a indurci ad approvare un nuovo Statuto o - aggiungo - a creare le condizioni perché quello attuale possa essere applicato.
Sono state richiamate da più parti, stamani, le rivendicazioni ataviche della nostra terra (a cominciare dal Titolo III dello Statuto, rimasto in questi ultimi anni totalmente inattuato) nel confronto, se necessario nello scontro, con lo Stato, per creare quelle condizioni che consentano di recuperare quel gap economico, sociale, culturale di cui la Sardegna ha purtroppo pagato per troppi anni il peso, pagando in qualche modo anche la distanza dal resto del Paese.
Io concludo, colleghi, dicendo che forse anche nelle nostre parole vi è troppa amarezza, spesso troppa tristezza nell'affrontare il ricordo della storia e nel guardare al futuro. Il mio auspicio è che questa festa diventi tale non soltanto per chi ama rievocare, commemorare quei fatti, ma anche per chi saprà davvero restituire alla Sardegna il sorriso che merita.
PRESIDENTE. I lavori odierni sono conclusi. Il Consiglio è riconvocato per le ore 10 del 9 maggio.
La seduta è tolta alle ore 13.
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