Seduta n.283 del 29/09/1993
CCLXXXIII SEDUTA
(POMERIDIANA)
MERCOLEDI'29 SETTEMBRE 1993
Presidenza del Presidente FLORIS
indi
del Vicepresidente SERRENTI
indi
della Vicepresidente SERRI
INDICE
Proposta di legge nazionale Tamponi - Manca - Marteddu - Murgia - Baroschi - Corda - Mannoni - Ortu - Pubusa - Pusceddu - Sanna - Scano - Tidu: "Norme in materia di ineleggibilitàed incompatibilitàalla carica di consigliere regionale della Sardegna" (6). (Discussione):
TAMPONI, relatore.................
SCANO ...................................
PUBUSA .................................
BAROSCHI.............................
LORELLI.................................
USAI SANDRO ......................
COGODI..................................
SANNA....................................
La seduta è aperta alle ore 17 e 01.
PORCU, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del 15 settembre 1993, che è approvato.
Discussione della proposta di legge nazionale Tamponi - Manca - Marteddu - Murgia - Baroschi - Corda - Mannoni - Ortu - Pubusa - Pusceddu - Sanna - Scano - Tidu: "Norme in materia di ineleggibilitàed incompatibilità alla carica di consigliere regionale della Sardegna" (6)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge nazionale numero 6.
Dichiaro aperta la discussione generale.
Ha facoltà di parlare l'onorevole Tamponi, relatore.
TAMPONI (D.C.), relatore. Signor Presidente, onorevoli colleghi, dopo tanti anni, per l'esattezza nove, da una proposta di legge di iniziativa regionale che fu rinviata dal Governo e non fu mai ripresa in considerazione e dopo tanti anni dall'approvazione, nel 1991, della legge numero 154 che disciplina le incompatibilità e le ineleggibilità alle cariche di parlamentare e di consigliere regionale, provinciale e comunale, il Consiglio regionale della Sardegna si appresta ad approvare un insieme organico di norme che riguardano proprio la materia della incompatibilità e della ineleggibilità alla carica di consigliere regionale.
Si è svolta in Commissione un'approfondita analisi della tematica. Sono passati tanti mesi dalla presentazione di alcune proposte di legge di Gruppi politici e di singoli consiglieri regionali che tendevano a dare un corpo anche a questa materia, che si integrasse e si definisce congiuntamente ad un'altra serie di riforme che questo Consiglio si è già dato, relative alla forma di governo e ad alcuni aspetti che riguardano le modalità di elezione a consigliere regionale della Sardegna. Norme che ci hanno posto, con un'esaltazione dei valori autonomistici, all'attenzione del Paese, come assemblea regionale innovativa e anticipatrice di un processo di riforme su questa materia, che sta diventando sempre più pregnante e, direi, più incidente nella considerazione dell'opinione pubblica, perché è strettamente connessa con i criteri che attengono alla trasparenza, alla moralità e all'obiettività di comportamento nell'azione politica e nell'azione legislativa. Questa non è una parte secondaria perché, disciplinando le modalità di accesso alle cariche elettive, tende così a sancire un distacco fermo tra una concezione di servizio e una concezione invece utilitaristica di alcuni ruoli e di alcune funzioni, che possono essere talvolta viste come un trampolino per raggiungere cariche elettive e non come mezzo per servire effettivamente la comunità.
Si tratta quindi di una serie di norme che sono state elaborate, comparando alcune norme già approvate da altre regioni che hanno competenza primaria in materia, quali il Trentino e la Sicilia, che sono all'avanguardia in questa materia, e riprendendo anche i contenuti della legge numero 154. Il tempo che è passato - quasi un anno e mezzo - dall'approvazione di questa legge in Commissione e dal suo invio al Consiglio, probabilmente è servito perché nel frattempo sono maturate a livello nazionale alcune considerazioni che sono state sancite anche da deliberati della Corte costituzionale, ultima la sentenza del 28 luglio 1993 che stabilisce la illegittimità costituzionale di alcune norme che sancivano la non eleggibilità a parlamentare dei consiglieri regionali e, nel contesto di questa sentenza, si rafforzano alcune considerazioni che erano maturate all'interno di questo Consiglio, che attengono alla necessità della separatezza dei poteri tra organi legislativi ed esecutivi, e però sanciscono anche il criterio, che è quello della piena compiutezza del diritto di elettorato passivo, in capo alle persone che già ricoprono delle cariche legislative, quali quelle delle assemblee regionali.
Nel contesto di questa sentenza si è, da parte della Corte, approfondito anche il concetto che le cariche di governo non possono essere utilizzate per favorire quella che viene definita la captatio benevolentiae da parte dei cittadini, che sono messi nella condizione di esprimere un giudizio sugli eleggendi, e il metus degli elettori nei confronti delle pubbliche potestà, per la possibilità che chi occupa delle posizioni di prestigio e di potere nella società incuta paura e rispetto influenzando il libero esercizio del voto. Un esercizio del voto che non può essere condizionato se non da un giudizio obiettivo sui programmi e sulle capacità morali dei singoli individui che si propongono all'attenzione dell'elettorato per ruoli e funzioni di servizio per la pubblica collettività.
Con questa proposta di legge, licenziata dalla Commissione, si vuole quindi riempire un vuoto legislativo in un quadro, direi, di dinamica e di dialettica sociale e politica, che pone sempre più attenzione a queste tematiche. Queste non sono più tematiche per gli addetti ai lavori, non sono più tematiche che si possono tenere all'interno delle assemblee, ma coinvolgono la società civile, perché la società civile è - direi un corpo non distaccato dalla società politica che deve operare in piena sintonia e osmosi continua e reciproca con la società civile. Per garantire questo contesto tentiamo di introdurre, proponendole al Consiglio, una serie di norme che formano il corpo di questa proposta di legge, una proposta di legge integrata da alcuni emendamenti che sono stati presentati, che rendono certamente più snello l'articolato precedente, più compatibile sia con le ultime opinioni della giurisprudenza che con i dettati della Corte costituzionale e con alcune opinioni che vengono emergendo dal dibattito politico.
Credo che complessivamente questa proposta, unita a quella che riguarda il risparmio e la trasparenza delle spese elettorali per la candidatura al Consiglio regionale, darà compiutezza al discorso sulle riforme che abbiamo affrontato già alcuni anni fa e che ha portato questo Consiglio ad approvare alcune norme significative, che hanno caratterizzato questa legislatura e che hanno finito per essere prese anche a riferimento dalla legislazione nazionale e in alcune proposte che stanno emergendo anche nella Commissione bicamerale proprio in questi giorni. Questo non deve essere tanto un motivo di orgoglio, per le capacità di intuizione politica che questa Assemblea può dimostrare e ha dimostrato in questa materia e in questo frangente, ma può darci la consapevolezza che stiamo operando su un filone giusto su iniziative e su tematiche che non possiamo trascurare e che meritano da parte di questo Consiglio una risposta immediata.
Si tratta ovviamente di una proposta di legge nazionale, che poi deve andare al vaglio degli organi del Parlamento nazionale cui sarà demandata la sua approvazione. Ciò non toglie che l'approvazione da parte di questo Consiglio sia già un fatto politico significativo che sancisce, come per altre leggi e per altre scelte fatte, una chiara visione e una chiara impostazione che dovrà dirigere da qui innanzi l'operato delle forze politiche, dei gruppi di cittadini e dei singoli che vogliono proporsi a cariche elettive regionali.
Unitamente a questa legge, noi pensiamo che sarebbe opportuna una proposta di revisione costituzionale di iniziativa regionale per disciplinare alcuni aspetti che non possono essere modificati con legge ordinaria. Per adesso invitiamo i consiglieri ad affrontare con la massima attenzione questa che è una materia significativa e importante per questo Consiglio.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Scano. Ne ha facoltà.
SCANO (P.D.S.). Arriva, signor Presidente, dopo lungo tempo, in Aula, il progetto di legge per la disciplina delle ineleggibilità e delle incompatibilità alla carica di consigliere regionale. Dico dopo lungo tempo sia pensando al lungo stanziamento nell'ordine del giorno e alla lunga serie di rinvii, ma soprattutto pensando al fatto che in Sardegna non si applica la legge "154" dell'81, che è operante nelle Regioni ordinarie da più di dieci anni. E' uno dei casi, questo, non infrequenti, in cui l'autonomia ha funzionato non come esercizio di autogoverno, ma come nicchia nella quale ripararsi da tendenze di trasformazione e modernizzazione, quindi l'autonomia non come strumento di avanzamento, ma come strumento di arretramento. L'autonomia, specialmente se vuol essere vera e forte, ancora di più se vuole, come molti sostengono, attingere una dimensione di statualità, richiede un'autentica classe dirigente. La lotta contro il centralismo deve collegarsi all'autocritica, a una seria riflessione e a una lotta per il cambiamento della classe dirigente. Dico questo perché la protesta contro il centralismo statale, anche quando giustificata, non può essere disgiunta dall'interrogarsi su se stessi; penso anche all'attività legislativa di questa Assemblea, e mi riferisco anche ai recenti rinvii governativi, a partire da quello riguardante lingua e cultura. Insomma, detto in modo un po' brutale, chiediamoci chi siede a Roma negli uffici del Governo, ma chiediamoci anche chi siede su questi banchi e come lavora. C'è dunque, lo diceva poc'anzi il collega Tamponi, un'esigenza oggettiva di dotarci di una disciplina adeguata in materia in ineleggibilità e incompatibilità. Si tratta essenzialmente di introdurre nella legislazione regionale le norme della legge "154", naturalmente tenendo conto dell'evoluzione istituzionale, delle tante cose che sono cambiate in questi anni. Questa problematica, che è all'attenzione del Consiglio, assume maggior rilievo, tra l'altro, nel quadro del confronto sulla revisione del sistema elettorale e della forma di Governo. In questo contesto particolare importanza assumono, a me pare, i commi 8 e 9 dell'articolo 2; la ineleggibilità degli Assessori per contrastare la commistione dei poteri e il limite di mandato per favorire il ricambio della classe dirigente.
Osservo incidentalmente che norme che, solo pochi mesi fa, apparivano rivoluzionarie, appaiono oggi normali e abbondantemente delibate e digerite. La ratio della proposta di legge sta nella necessità di consentire una libera competizione elettorale, assicurando la par condicio tra i candidati. Tale principio deve portarci a una disciplina più rigorosa rispetto alla "154", naturalmente tenendo presente che la eleggibilità costituisce la norma e l'ineleggibilità l'eccezione, non viceversa. Certi eccessi punitivi rivelano, gratta gratta, una distorsione nel senso dell'autotutela opportunistica. Tra i problemi più delicati vi è quello costituito dalla condizione di amministratori locali; l'articolo 17 dello Statuto, come è noto, sancisce l'incompatibilità per i sindaci di comuni con popolazione superiore ai 10 mila abitanti; la "154" invece generalizza l'incompatibilità tra le cariche di sindaco e di Assessore e la carica di consigliere regionale. Personalmente, ritengo che intanto dovremmo uniformarci alla legge "154", generalizzando la condizione di incompatibilità e, in secondo luogo, che sia opportuno avviare una riflessione circa questo punto, e cioè che l'applicazione ragionevole del principio della par condicio dovrebbe portarci a riflettere sull'opportunità di scegliere, per questa materia, tra la categoria dell'incompatibilità e quella della ineleggibilità. Mi sto riferendo a Presidenti e Assessori di amministrazioni provinciali e a sindaci e ad Assessori dei comuni, di tutti i comuni, non solo di quelli rispetto ai quali lo Statuto fa una opzione per l'incompatibilità. Naturalmente quest'ultima è materia di revisione costituzionale, di revisione statutaria e quindi richiederebbe un procedimento diverso rispetto a quello che oggi è all'esame del Consiglio.
Le norme su ineleggibilità e incompatibilità - è l'ultima considerazione che voglio fare in questo brevissimo intervento - sono parte della riforma elettorale. Non possiamo non chiederci, mi sembra doveroso chiedercelo, che ne è a questo punto della nostra riforma elettorale, quella che riguarda la formazione della rappresentanza regionale in Sardegna. La Commissione bicamerale si sta occupando, come è noto, della riforma della legge elettorale per le regioni ordinarie; la Sardegna sta correndo il rischio di essere una delle poche regioni, o l'unica regione, a votare nella prossima tornata con una legge che è sostanzialmente incardinata nel vecchio sistema: sistema proporzionale, collegi plurinominali, non elezione diretta del Presidente. La proposta di legge approvata da questo Consiglio il 4 febbraio è depositata, ma non mi risulta che sia stato compiuto alcun atto perché il Parlamento la discuta e approvi le relative norme. Io qui non voglio fare un discorso sulle responsabilità, ci sarà l'opportunità e il momento per farlo.
PRESIDENTE. Onorevole Scano, sono stati compiuti numerosi atti nei confronti del Parlamento.
SCANO (P.D.S.). Devono essere stati atti clandestini.
PRESIDENTE. No, no, sono pubblici. Io ho risposto anche ad una lettera del collega Soro in materia. Se vuole, le mando tutta la documentazione.
SCANO (P.D.S.). La lettera che lei ha scritto al collega Soro avrà costituito materia di una attenta lettura da parte del collega Soro; io sono lieto di apprenderlo ma non conosco la lettera. Comunque, se il Presidente ritiene di dover informare il Consiglio sugli atti che sono stati compiuti, noi naturalmente prenderemo visione con attenzione di queste dichiarazioni. Allo stato delle cose, la legge è stata approvata dal Consiglio, è stata spedita burocraticamente al Parlamento, non c'è stata interlocuzione con la Commissione bicamerale, non c'è stata interlocuzione col Presidente della Camera dei deputati, non c'è stata - per ciò che io so, e naturalmente sarei lieto di essere smentito - interlocuzione con il Presidente del Senato. Quella legge, se questa rimane la situazione, rimarrà lettera morta, e gli elettori voteranno con il vecchio sistema. Ora si discute molto, più nei corridoi che in Aula, su come evitare il referendum del 28 novembre. A me pare che non sia questa la questione, cioè se si debbano o non si debbano evitare i referendum; il problema è con quale sistema elettorale si andrà a votare, il problema è se si fa o no davvero la riforma elettorale. Le nuove norme possono essere ottenute o seguendo la strada del legiferare oppure seguendo la strada del referendum. Io credo che anche i proponenti il referendum, e per quanto mi riguarda parlo per me, siano disponibili per l'una e per l'altra strada, cioè per la strada normale per un'assemblea legislativa, cioè quella del produrre le norme, oppure per la strada del pronunciamento popolare. Per una cosa sola io credo che i proponenti non siano disponibili - scusatemi ma l'espressione è poco parlamentare - e cioè per un sistema il cui succo sia prendere per i fondelli la gente, approvando delle finzioni che evitino le consultazioni referendarie, ma lascino la normativa esattamente com'è.
Il nuovo Consiglio regionale dovrebbe essere eletto con un nuovo sistema che consenta l'investitura diretta da parte del corpo elettorale di un governo regionale di legislatura, attraverso l'elezione diretta del Presidente e della coalizione di maggioranza. L'abbiamo ripetuto tante volte; si è registrata una grande convergenza in questa Assemblea, si tratta di passare, come si dice, dalle parole ai fatti. E, insieme all'elezione diretta del Presidente, criterio maggioritario, collegio uninominale, e su questi due punti c'è stata invece un discussione contrastata e persino aspra, riduzione del numero dei consiglieri, primarie per l'individuazione dei candidati. Tutto questo si può fare con o senza referendum. La battaglia, a me pare, non è tra chi vuole i referendum e chi non li vuole, bensì tra chi vuole la riforma e chi non la vuole. Non volere la riforma o contrastarla è legittimo, è materia di riflessione, di dibattito, di scelta politica. Ciò che non sarebbe, invece, legittimo sarebbe votare una cosa per farne un'altra, votare un articolo sulle primarie per non farle, votare una legge per ridurre i consiglieri lasciando di fatto inalterata la composizione del Consiglio. Io sto semplicemente paventando un rischio, non sto naturalmente facendo un processo alle intenzioni, non sto polemizzando con alcuno. Se una situazione di questo genere si concretizzasse provocherebbe un unico risultato; darebbe legittimità alla protesta radicale e toglierebbe legittimità al Consiglio regionale ed ai partiti. Io credo, dunque, che dobbiamo pensarci bene.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Pubusa. Ne ha facoltà.
PUBUSA (P.D.S.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, anch'io voglio intervenire brevemente nella discussione generale, riservandomi eventualmente di intervenire sulle singole questioni contenute nell'articolato, in sede di discussione degli articoli perché mi preme, accanto alla positività di questa proposta, di cui assieme agli altri colleghi della prima Commissione sono firmatario, mettere in evidenza i ritardi con cui la nostra Assemblea, e più in generale l'istituto regionale affronta le tematiche istituzionali, e mettere in luce come, al di là delle enfatiche enunciazioni dei leader politici di questa Assemblea e di questa Regione, i nodi istituzionali veri non vengono neppure sfiorati nell'azione di riforma.
Per quanto riguarda questa proposta di legge è già stato sottolineato da chi mi ha preceduto che, nonostante l'indubbio merito di chi ha lavorato a questa proposta e l'ha portata all'attenzione dell'Aula, non si può non rilevare che questa Regione giunge a questo appuntamento con ben dodici anni di ritardo rispetto alla disciplina della materia a livello statale per le Regioni ordinarie che, come è noto, risale all'aprile del 1981. Cioè in sostanza, nonostante a livello nazionale si sia pervenuti ad una disciplina della materia che ha eliminato le più vistose incongruenze fin dal 1981, in questa Regione si è continuato con una disciplina sostanzialmente inesistente sulla materia fino ad oggi. Il fatto potrebbe sembrare di scarso rilievo se le incongruenze che l'attuale vuoto legislativo comporta non fossero evidenti e gravi. Qui nel Consiglio regionale è difficile parlare, perché ogni discussione finisce inevitabilmente per toccare persone con le quali si ha anche una consuetudine in questa Assemblea e tuttavia, senza che le questioni assumano un carattere personale, ma mantenendoci a un livello istituzionale, le cose bisogna pur dirle. Il vuoto legislativo ha comportato ad esempio, al di là del merito, della capacità delle persone che io in questo momento non voglio mettere in discussione, il fatto che l'Assemblea sia in buona misura formata da dipendenti della stessa Regione. Io non voglio toccare i temi che di solito si toccano per mettere in evidenza l'incongruenza di questa situazione, voglio soltanto dire che indubbiamente una disciplina di questo genere crea una forte distorsione nel funzionamento dell'amministrazione, in quanto è del tutto evidente che il discorso di carattere generale che si va avanzando, non da oggi, è un discorso vecchio come le istituzioni parlamentari, e soprattutto come la vita del sistema parlamentare come sistema fondato sui partiti. Basterebbe leggere i saggi che Minghetti ed altri hanno scritto sulla tematica del rapporto pubblica amministrazione-partiti, fin dal secolo scorso, per dire appunto che non si stanno affrontando cose nuove. Il rapporto amministrazione-politica richiede non solo che i politici non intervengano sui fatti amministrativi, ma si limitino a indirizzare le scelte e a porre in essere leggi, lasciando poi che l'amministrazione, in modo imparziale, applichi le leggi, perché l'amministrazione dovrebbe essere la fonte principale di imparzialità, mentre la parzialità semmai e la scelta degli interessi deve essere presente nel momento legislativo. Ma questo rapporto presuppone che anche l'amministrazione sia indifferente rispetto alle questioni politiche, cioè non che chi fa parte della pubblica amministrazione si privo di idee politiche, il che ovviamente non è neppure auspicabile, ma che nel momento in cui esercita la propria funzione non abbia interessi di natura politica che lo distolgano da quel primario dovere di imparzialità di cui deve essere guidato nel momento in cui esercita la funzione amministrativa. E' del tutto evidente, quindi, che anche l'amministrazione deve essere non motivata politicamente.
Ora, tutti i colleghi capiscono che, laddove in una amministrazione si possa passare ai banchi della scrivania burocratica (detto ovviamente senza offesa) dell'ufficio amministrativo ai banchi del Consiglio regionale, o addirittura a dirigere, in qualità di Assessori, quella stessa branca amministrativa, è chiaro che noi abbiamo dei funzionari in carriera, non in carriera amministrativa, ma in carriera politica. E' del tutto chiaro che questo sistema è una fonte di grave sfalsamento nelle scelte, nella decisione, nell'attuazione amministrativa, è uno degli elementi di sconvolgimento e di corrompimento del nostro sistema amministrativo. Quindi è chiaro che il non essere intervenuti immediatamente nel recepire la disciplina o nel chiedere l'estensione della disciplina nazionale alla Regione sarda si inquadra in un sistema, in una visione del ceto politico sardo che è portato a considerare il rapporto politica-amministrazione come un rapporto in cui le influenze sono reciproche, dal politico all'amministrazione e dall'amministrazione alla politica. Quindi non si può sottacere la gravità di questo ritardo, tenuto anche conto - e vengo alla seconda considerazione - che in questo caso, seppure la proposta sia meritoria, è sempre una proposta di legge nazionale. Quindi bisogna parlarci chiaro: non stiamo affondando il bisturi in modo risolutore su un qualcosa, stiamo proponendo (e ciò è meritorio) che altri lo facciano, ma è una cosa diversa, poiché il leader di questa Assemblea e di questa Regione, nelle loro esercitazioni in televisione o da altre parti, amano scambiare le riforme con le proposte di riforme e quindi portano all'attenzione dell'opinione pubblica proposte come questa come riforme già operanti e non invece come semplici proposte di riforme. Quest'ultima considerazione mi consente di fare un'altra osservazione e cioè che ciò che colpisce, nell'attività di questa Assemblea e dell'istituzione regionale, è che finora, salvo qualche lodevole eccezione, l'attività riformatrice si è indirizzata prevalentemente alle proposte di riforma, cioè alle riforme che il Parlamento dovrebbe fare, e diciamo che in questa attività si è mostrato anche, talvolta, del coraggio, ma a me per dirla con molta franchezza, sembra il coraggio di chi dice: intanto noi questa cosa l'abbiamo detta. Il Parlamento è impegnato in ben altre cose, la Sardegna, nell'attenzione nazionale, non è certo al primo posto, lasciamo che queste proposte giacciano nei cassetti delle Commissioni parlamentari, non creiamo attorno a queste questioni una attenzione, una battaglia, chiedendo una rapida approvazione da parte degli organi competenti nazionali e in definitiva otteniamo un duplice vantaggio, che è quello di poter fare propaganda riformistica, cioè propaganda dicendo di essere riformatori coraggiosi o anticipatori addirittura, mentre nel concreto le cose continuano ad andare così come sono sempre andate. Ecco perché, detto per inciso, di fronte all'ovvia considerazione che i referendum, laddove è possibile, è meglio evitarli, attraverso un recepimento, da parte dell'organo legislativo regionale, delle istanze che provengono dai promotori e dai firmatari, io dico che in questo contesto una scelta di questo genere sarebbe sciagurata perché toglie a quest'Aula quella spinta, quella frustata salutare che può venire dal pronunciamento del corpo elettorale. Anche la più logica delle soluzioni, in un contesto di questo genere, diventa il massimo della irrazionalità, quindi prendo atto con soddisfazione che i colleghi che più hanno seguito la questione dei referendum si sino alla fine, ma forse lo erano fin dall'inizio, convinti che in definitiva, per il significato politico che hanno, è meglio questi referendum farli piuttosto che evitare di farli, attraverso un recepimento, la cui finalità unica in questo contesto è quella di evitare la frustata che il corpo elettorale potrebbe dare a questa Assemblea o a quella che si formerà dopo le elezioni del giugno prossimo. Ma, dicevo, ciò che colpisce è questo incentrare l'attività su proposte di riforma più che su riforme. In particolare io voglio sottolineare, l'ho fatto altre volte, che ciò che non si vuole toccare e ciò che è di essenziale importanza ai fini di una vera azione riformatrice è la pubblica amministrazione, sia per quanto riguarda l'amministrazione di questa Assemblea, che per altro, nonostante la disattenzione si mantiene, anche per merito di molti dipendenti e funzionari, a livelli abbastanza accettabili e dignitosi, sia dell'amministrazione regionale più in generale. In sostanza non se ne occupa nessuno se non spesso per introdurre degli elementi di distorsione. Ora, però, a nessuno sfugge che per il cittadino, sia esso singolo, sia esso imprenditore, sia esso lavoratore, cioè in qualsiasi modo si rapporti all'istituzione, il momento di maggior contatto e il momento di maggiore ricaduta, diciamo così, dell'attività delle istituzioni su di esso si ha nel momento dell'amministrazione. E' l'amministrazione in definitiva che segna la diversità di qualità tra un ordinamento e un altro, tra un'istituzione e un'altra. Credo sia capitato a tutti i colleghi, nella loro curiosità che li porta a viaggiare, non solo con le Commissioni ma anche come singoli, di rilevare quale profonda differenza si abbia talvolta attraversando soltanto una frontiera. Chi passa dalla Spagna alla Francia, benché la Francia Pirenaica sia sostanzialmente basca e spagnola, quindi si tratti di etnia unica, rileva immediatamente, appena superata la frontiera, una qualità della vita totalmente diversa, rileva immediatamente un clima diverso che avverte dalle cose più minute alle cose più grandi, dai cartelli stradali, dalla cura delle autostrade, dei rifornitori ai margini dell'autostrada, alle altre cose.
In questa Assemblea si sono fatte e si fanno molte discussioni alle quali io molte volte non mi permetto di intervenire, perché mi rendo conto che si tratta di questioni, di natura economica soprattutto, che molto spesso vanno al di là delle mie capacità e quindi lascio che i leader di questa Assemblea le affrontino nel modo più appropriato, però talvolta mi capita di riflettere sul fatto che, in una situazione in cui, in effetti, per quanto attiene alla legislazione di sostegno si è inventato sostanzialmente tutto, perché io credo in questo settore, in Sardegna così come in altre regioni meridionali si sia inventato tutto e la fantasia si è esercitata nel modo più minuzioso e più libero, tuttavia se noi riflettiamo su cosa è mancato o cosa potremmo aggiungere a quanto abbiamo fatto, che non ha dato degli ottimi risultati, ci accorgiamo che in fondo l'unica cosa grande, vera che a questo punto possiamo aggiungere, che è mancata e probabilmente è la fonte prima di un possibile rilancio della nostra Isola in tutti i settori, è la riforma dell'amministrazione, per dare ai cittadini siano singoli, siano imprenditori, siano lavoratori, un'amministrazione seria, un'amministrazione che funzioni. Scusatemi se mi attardo su questo tema che mi è sempre stato a cuore, e su cui ho cercato, quando ne ho avuto l'opportunità, di incentrare gli sforzi in questa mia esperienza istituzionale. Si fa un gran parlare di riformatori e non riformatori; tutti sono riformatori, nessuno ammette di non esserlo. Si fa un gran parlare di sistema, di raggruppamento progressista o non progressista, di sinistra e di centro e ognuno ovviamente individua la formulazione che più lo favorisce nel dare queste definizioni. Io credo tuttavia che un'istituzione che abbia l'amministrazione che noi oggi abbiamo è un'istituzione che è pertinente complessivamente a schieramenti e a politiche di natura conservatrice o se volete, se non vogliamo usare questo termine che a nessuno piace, di natura non riformatrice, perché avere e mantenere un'amministrazione e istituzioni così come oggi sono, significa anche fare una selezione dei referenti sociali. Un'amministrazione di questo tipo significa che il referente imprenditoriale che si assume è un referente portato più a sviluppare la propria attività sulla base delle connivenze col ceto politico e burocratico che con una vera attività libera di impresa. Un vero imprenditore, pur in una situazione come quella attuale, che non è certo quella liberale dell'800, quindi con delle connessioni evidenti e delle interrelazioni continue con l'amministrazione, vuole sapere quali sono le norme che disciplinano il suo rapporto con l'amministrazione e soltanto su quella base vuole fare i suoi progetti e vuole operare, cioè non è interessato ad avere alcun altro tipo di rapporto. Un'amministrazione invece del tipo che noi abbiamo favorisce e ha come interlocutore l'imprenditore che a questo modo di essere sostituisce invece e fa prevalere il momento della connessione del legame di tipo personale e politico con chi governa le istituzioni. Lo stesso discorso vale per l'intellettualità. Questo è un tasto che ho spesso toccato, sollevando la suscettibilità di molti, la cosa può dispiacermi sul piano personale, ma ciò non toglie che un discorso politico e culturale debba essere comunque portato avanti. Non c'è dubbio che l'interlocutore privilegiato di questa amministrazione in linea generale non è tanto l'intellettualità critica, come qualcuno l'ha chiamata, cioè l'intellettualità che mantiene una sua indipendenza rispetto al potere, che quindi, all'occasione è anche critica rispetto alle scelte del potere, ma un'intellettualità che invece si asservisce al potere attraverso connessioni. C'è tutto il capitolo ad esempio delle convenzioni, che ovviamente non va condannato in blocco - vi sono anche delle cose che possono essere positive - in cui molto spesso il dato di fondo è che la convenzione non nasce né da un'esigenza dell'Amministrazione, né dalla necessità dell'intellettuale esperto di prestare una propria attività utile, ma nasce esclusivamente dall'esigenza di coprire o di dare veste giustificative, legittimazione a uno scambio che diversamente non dovrebbe avvenire. Lo stesso discorso vale più in generale nei rapporti, oltre che con i ceti produttivi e con l'intellettualità, con i cittadini. Vedete che toccare l'amministrazione, riformarla, renderla veramente trasparente e imparziale, come dovrebbe essere, significa anche una scelta di ceti sociali a cui ci si riferisce, perché significa rivolgersi all'intellettualità critica e indipendente che all'occorrenza dà una frustata o critica chi esercita il potere, perché la democrazia è anche questo, anche se quando si fa esercizio di questa facoltà o prerogativa democratica molti si adombrano o si offendono. Così come, dicevo, l'imprenditoria a cui ci si deve rivolgere è un'imprenditoria di tipo diverso che dà il suo consenso, mantenendo però una sua autonomia che si rapporta all'amministrazione e al ceto politico soltanto attraverso le leggi, attraverso ciò che l'amministrazione in modo imparziale dà.
Conclusivamente, ciò che io voglio dire è che noi possiamo fare tutti gli sforzi che vogliamo e io non voglio sottovalutare queste proposte di cui peraltro sono anche firmatario, su cui ho lavorato e che ritengo meritorie, però non voglio neanche far sì che proposte come queste, o altre che si possono avanzare, che sono state avanzate e che verranno in quest'Aula e che sono pur esse meritorie, possano essere scambiate o contrabbandate come riforma vera delle nostre istituzioni. La riforma vera delle nostre istituzioni sta qui, ma sta soprattutto nella riforma dell'amministrazione con un'altra particolarità che, per quanto riguarda la nostra Regione, si tratta di materia di completa o quasi completa competenza dell'Assemblea regionale e di quasi completa dell'Esecutivo regionale. Quindi si tratta di materia su cui noi possiamo intervenire come vogliamo, senza la difficoltà che nasce dai passaggi a livello nazionale.
Quindi io dico che su questi temi dovremmo incentrare maggiormente l'attenzione perché, se è vero che le istituzioni si giudicano dal modo in cui gli organi vengono formati, e io certo non voglio sottovalutare questa fondamentale tematica all'attenzione della gente, dico però che il clima generale, la qualità della vita, come si diceva una volta e si dice ancora oggi, di un ordinamento si respira e si comprende soprattutto dalla qualità dell'amministrazione. E fintanto che non si metterà mano seriamente a tutto questo, io credo che quest'Assemblea e quest'istituzione saranno sempre al di sotto del compito e del dovere che esse hanno rispetto ai cittadini della Sardegna.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Baroschi. Ne ha facoltà.
BAROSCHI (P.S.I.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, coloro che mi hanno preceduto hanno già autorevolmente illustrato quanto questa proposta di legge nazionale si inserisca in un quadro di iniziative legislative assunte dal Consiglio, ciascuna delle quali rappresenta un tassello importante di un'azione che vuole innovare dalle fondamenta il nostro sistema istituzionale. Naturalmente in questo processo ci sono questioni che, in riferimento allo stato del dibattito politico nazionale, sono più avanzate, altre invece sono più in ritardo.
Questa proposta tende anche a colmare un gravissimo ritardo che questo Consiglio ha nel proprio dovere di iniziativa legislativa nazionale. Sono passati ben dodici anni da quando i Comuni, le Province e le Regioni a Statuto ordinario hanno avuto questa normativa con la legge "154" del 23 aprile 1981. Tra l'altro la nostra Regione aveva fatto ricorso contro questa legge dichiarando che non poteva essere applicata alla Regione Sardegna e la Corte ha dato ragione al ricorso. Ma questo avrebbe dovuto spingere questo Consiglio a formulare, non con questo ritardo, le proposte in materia di ineleggibilità e incompatibilità. Questo ha portato delle distorsioni, non vi è dubbio, e io credo che dobbiamo stare molto attenti nell'approvare questo provvedimento a non crearne delle altre.
Qualcuno - il collega Scano in particolare - si è lamentato del ritardo col quale viene presa in esame la nostra proposta di legge nazionale numero 3, se non vado errato, quella sulla forma di governo. Caro collega Scano, io posso essere d'accordo nel lamentarmi, ma non mi lamenterei solo del fatto che magari non è stata ben seguita, ma anche di un Parlamento che, al di là delle sue traversie, dovrebbe dimostrare esso, proprio perché impegnato in una stagione di profonde riforme, di porre la dovuta attenzione alle posposte che, in materia di forme di governo da parte di una Regione a Statuto speciale o comunque da parte di una Regione. E' vero che la credibilità delle nostre lamentele, dopo che abbiamo aspettato un anno per discutere in Aula questa proposta di legge nazionale sull'incompatibilità, è scarsa. Con quale credibilità noi ci lamentiamo della scarsa attenzione da parte del Parlamento se noi stessi per approvare questa proposta di legge abbiamo aspettato un anno? Allora io non dico che le lamentele non vanno bene, dico che dobbiamo avere credibilità e in questo processo dobbiamo operare immediatamente e in secondo luogo cercare di approntare una proposta di legge nazionale che sia anch'essa credibile. Cosa voglio dire? Potrà sembrare un discorso strano da parte di un componente del Consiglio regionale della Sardegna. Tra le due opzioni, quella di considerare la nostra Assemblea alla stregua del Parlamento nazionale e quindi di uniformarsi alla legge sull'incompatibilità e ineleggibilità che disciplina l'accesso proprio a quest'ultimo e quella di uniformarsi, invece, alla legge sull'incompatibilità vigente per le Regioni a Statuto ordinario, la nostra scelta, perché ciascuno di noi è portato a pensare di essere, come dire, sempre al più alto livello, la nostra preferenza va, senza dubbio, alla prima soluzione. Però un minimo di buon senso e di equilibrio forse suggerirebbe di guardare con più attenzione alla normativa vigente per le Regioni piuttosto che a quella relativa al Parlamento. Dico questo anche perché negli articoli c'è qualche discrasia, qualche norma che contrasta con la visione che io sto esponendo, soprattutto per quanto riguarda i tempi per la rimozione delle cause di ineleggibilità.
Ci sono due questioni che noi dovremmo approfondire ed esaminare con particolare cura. Quando parliamo di norme sulla ineleggibilità e incompatibilità abbiamo dei paletti oltre i quali non ci è consentito di andare; fra questi c'è un principio che nel nostro ordinamento viene tutelato dall'organo massimo al quale è deputata questa tutela, e cioè la Corte costituzionale. Ed è quello che la limitazione dell'elettorato passivo deve essere ridotta ad alcuni, pochi casi ben motivati, perché l'utilizzo di questo strumento potrebbe suonare più ad autotutela di coloro che siedono nelle assemblee legislative che a garantire che non ci siano conflitti di interessi. Ora, dire che un consulente della Regione è ineleggibile può essere giusto, perché ha un rapporto di affari con la Regione, ma dire che questo consulente, per rimuovere le cause di ineleggibilità, deve rompere il rapporto 180 giorni prima è cosa molto diversa dal sostenere che lo deve fare all'atto della presentazione della sua candidatura. Sono due cose sostanzialmente diverse: una mira di più all'autotutela e l'altra al rispetto di una minima riduzione dei casi di ineleggibilità.
C'è poi tutta una normativa nuova per la quale dobbiamo sforzarci di individuare le linee sulle quali muoverci; non possiamo più ragionare dei casi di incompatibilità e ineleggibilità per quel che riguarda gli amministratori degli enti locali, come se non fosse intervenuta una nuova legge che ha cambiato, ha sostanzialmente mutato la natura, il ruolo degli amministratori locali. Ben diverse sono, per esempio, ora le conseguenze delle dimissioni del sindaco che si volesse candidare al Consiglio regionale, perché con l'introduzione dell'elezione diretta, le dimissioni del sindaco provocano lo scioglimento del Consiglio comunale. Dobbiamo fare uno sforzo per cercare di essere più attenti a una normativa che si va evolvendo e cominciare a porre anche noi dei paletti oltre i quali è meglio non andare, e questi punti fissi non li si sostanzia in una legge - questo è il mio parere - nazionale, una legge dello Stato, ma li vedrei collocati, proprio in quanto principi, nel nostro Statuto. Ora, se noi siamo tutti d'accordo sul fatto che un amministratore locale, ancorché eletto con la nuova legge, per potersi candidare al Consiglio regionale debba dimettersi, provocando lo scioglimento del Consiglio, io credo che questa norma, che è di notevole importanza, vada inserita nello Statuto, piuttosto che in questa proposta di legge nazionale. Perché è un principio che noi, Regione sarda, vogliamo sancire nella nostra Carta fondamentale; non vogliamo cioè che venga data semplice attuazione di una norma che dice che gli altri casi di ineleggibilità e incompatibilità vengono fissati con legge dello Stato, così come recita il nostro Statuto. Così come, caro collega Pubusa, io sono d'accordo che coloro che hanno un rapporto di lavoro con l'amministrazione non debbano poter esercitare l'ufficio di consigliere regionale. Sono d'accordo su questo principio, ma proprio per questo non lo vorrei lasciare a una "semplice" legge dello Stato, ma lo vorrei inserito in una cornice molto più elevata e molto più pregnante, quale quella dello Statuto. Cosa vado dicendo? Che nessun dipendente della Regione può candidarsi? No, può candidarsi, ma se eletto deve scegliere tra la carica di consigliere e il suo lavoro alla Regione. Però è una questione di separatezza dei ruoli e delle funzioni rispetto alla quale, proprio per l'importanza che ha, io credo faremmo bene ad assumere un'iniziativa di revisione statutaria. Non ho il numero della Gazzetta ufficiale, ma so che è stata promulgata la legge di revisione costituzionale che ci dà poteri sull'ordinamento; noi possiamo regolamentare nello Statuto che cosa succede in quel Consiglio comunale che per la legge "81" dovrebbe essere sciolto qualora il sindaco decidesse di candidarsi.
Ecco perché sostengo che questa materia, per sua natura, deve avere diversi sbocchi, e uno può essere questo, anzi è indubbiamente questo che, in attuazione di una norma statutaria fissa i casi di ineleggibilità e incompatibilità, ma ce ne sono taluni di tale rilevanza e di tale importanza che, a mio modesto avviso, dovrebbero essere collocati in una proposta di revisione statutaria; così come nel febbraio scorso, quando approvammo una proposta di revisione statutaria, inserimmo alcune norme di ineleggibilità e incompatibilità, in particolare quella del limite delle tre legislature per un consigliere regionale, ed è giusto che questa norma abbia quella rilevanza, abbia quella dignità statutaria, così come l'incompatibilità tra assessore e consigliere che abbiamo inserito giustamente in quel provvedimento. Ora taluni sostengono che, per il vecchio detto repetita iuvant, forse è opportuno ripeterlo anche qui. A parte il fatto che, una volta che ho scelto come Consiglio di inserire nella proposta di revisione statutaria quella norma, ancorché a livello di proposta, non capisco perché oggi dovremmo ripetere quella norma su un gradino inferiore: legge dello Stato e non legge di revisione statutaria. L'abbiamo fatto, noi riteniamo che si debba insistere perché quella norma venga approvata in quel contenitore, non in questo.
Dette queste cose che, a nostro modesto avviso, attengono all'impianto della legge e alle questioni di carattere più generale, mi sia consentito di fare una riflessione su un argomento che con l'ineleggibilità e l'incompatibilità c'entra poco, ma che fa parte del dibattito politico: il referendum. Tutte le opinioni sono legittime, è la scoperta dell'acqua calda. Io sono tra coloro che caldeggiano l'approvazione da parte del Consiglio di due norme, una di livello statutario e una legge ordinaria della Regione, formulate in modo da rispondere positivamente ai quesiti referendari. Però, si dice, è meglio la "frustata" referendaria perché coloro che vogliono evitarla sono sospettabili di volere una norma, quella statutaria, che poi non troverebbe pratica attuazione perché non ci sarebbero i tempi per approvarla. Mi riferisco alla riduzione del numero dei consiglieri e alla norma sulle primarie, perché se uno appena appena ci si mette, è difficile che riesca a conciliare l'effettuazione delle primarie nel nostro ordinamento con la non limitazione dell'elettorato passivo. Perché le due cose sono un po' difficili da conciliare, a meno che non ci si accontenti, così come chiesto dai referendari, di prevederle nello statuto dai partiti, e poi, se non si fanno, pazienza. Basta prevedere nello statuto per avere i contributi. Perché questo è il quesito referendario. Pur di fronte a questo sospetto, che cioè chi vuole la legge oggi in effetti voglia prendere per i fondelli l'elettorato - uso signor Presidente, la stessa espressione usata di collega Scano - continuo a mantenere la mia posizione. Alcuni dicono: "Facciamo i referendum perché così diamo una frustata". Questo significa per che il Consiglio regionale, in ossequio ad una prevedibile risposta positiva dell'elettorato su quesiti, affronterebbe questi problemi non oggi, a ottobre, ma forse a gennaio, cioè fra tre mesi. Ma se il quadro politico nazionale è tale da far prevedere nuove elezioni generali conseguenti allo scioglimento del Parlamento, ma non mi sembra sia sbagliato poter disporre di tre mesi in più. Come si fa pertanto ad accusare di ambivalenza e di presa per i fondelli coloro che vogliono la legge oggi rispetto a quelli che vogliono la frustata e poi tre mesi di ritardo ancora.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE SERRENTI
(Segue BAROSCHI.) Se non è offesa dell'intelligenza, questa! Io solleciterei il collega che ha usato questa argomentazione quanto meno a risparmiarla ai colleghi, perché suona come una vera e propria offesa all'intelligenza. Di fatto è stato chiesto da migliaia di cittadini che il Consiglio regionale si pronunci, naturalmente nel loro intento positivamente, per i quesiti referendari. Oggi che ci sono due proposte per rispondere in questa maniera, si dice: "E' meglio andare ai referendum". Io confesso la mia scarsa capacita di intendere le ragioni per le quali oggi ci si oppone all'approvazione di queste norme. Non comprendo queste prese di posizione, che non attengono al merito, perché nel merito è sempre tutto discutibile. Ci possono essere sistemi molto migliori di quelli presentati per affrontare i quesiti referendari, questo è innegabile, perché nessuno, credo, abbia la capacità di inventare il meglio. Ma, al di là del merito, credo che la cosa più opportuna sia che queste proposte arrivino all'Aula, quanto meno perché l'Aula ha una capacità di rendere ciò che ciascuno dice in piena trasparenza rispetto a quanto non avviene per esempio nei lavori in Commissione.
Io mi riservo naturalmente di intervenire sugli articoli e sugli emendamenti che sono stati presentati. Un'unica cosa vorrei dire, perché non abbiamo accolto alcune proposte di emendamento che sono state formulate, ma ce n'è una di carattere generale che attiene ai tempi che debbono essere fissati per la rimozione delle cause di ineleggibilità. Dire che un cittadino che intende candidarsi deve risolvere la situazione di ineleggibilità 180 giorni prima, mi pare che suoni come di eccessiva tutela perché il cittadino non ha la certezza di essere candidato 180 giorni prima. Vogliamo copiare e copiare male la normativa per il Parlamento? Il termine di 180 giorni prima della fine del quinquennio, nella legge per la Camera, è riservato ad alcune figure che ricoprono incarichi di particolare rilievo e importanza. Estendendo questa normativa anche a coloro che questo ruolo non hanno certamente, stiamo compiendo una distorsione, e andando contro un principio sancito dalla Costituzione. Noi non possiamo da consiglieri regionali limitare la possibilità di candidatura del cittadino oltre certi limiti. E con questa visione stiamo superando quei limiti.
(Interruzioni)
Basterà andarsi a leggere i casi di ineleggibilità. Secondo l'orientamento espresso da alcuni emendamenti, viene fissato il tempo di 180 giorni. Mi pare eccessivo tanto da superare il limite di un buon principio democratico, non solo dell'ordinamento ma di un buon principio democratico. Chi vuole il richiamo strombazzato a parole poi deve essere coerente quando va a proporre delle norme che guarda caso sono l'esatto contrario, sono di autotutela, a volte addirittura anche personale. Noi abbiamo presentato un emendamento che fissa come regola la rimozione delle cause di ineleggibilità al giorno precedente la presentazione delle candidature, perché a quel punto la certezza della candidatura è molto più forte che non quella dei 180 giorni prima. E mi sembra veramente una questione banale.
La seconda questione, e ho finito, riguarda la candidatura degli Assessori regionali. Io prego i colleghi di leggersi l'ultima sentenza della Corte costituzionale, quella di luglio, che dichiara illegittima la noma che prevede l'ineleggibilità dei consiglieri regionali alla Camera. La Corte sostiene che lo svolgimento di funzioni legislative non può essere assunto come causa di ineleggibilità e quindi la trasforma in incompatibilità. Però nelle motivazioni della sentenza ci sono alcuni chiarimenti sull'orientamento della Corte che ci dovrebbero quanto meno guidare.
Cari colleghi, il Parlamento è dichiarato di più come delegittimato e non entro sulle ragioni, ma quando si sente così forte l'esigenza di andare ad elezioni, già questo costituisce delegittimazione del Parlamento che è nella pienezza dei suoi poteri, ma qualche problema di legittimazione politica ce l'ha. E' indubbio. Come facciamo a non tener conto che, in questo particolare momento, se c'è un organo dello Stato nel quale possiamo avere fiducia e che sta funzionando così come la Costituzione prevede, è proprio la Corte costituzionale, che mi pare l'unico organo che riesca ancora a dare risposte, nella sua sfera di competenza, tra l'altro non in tempi biblici? Evidentemente la Corte si è dotata di strumentazioni che le consentano nel giro di pochi mesi di risolvere le questioni di legittimità costituzionale. Perlomeno dobbiamo un ossequio giusto e doveroso, da legislatori di livello regionale come noi siamo, allo spirito della sentenza. Noi non possiamo far finta che non esista e dobbiamo quindi rispettare il principio della eccezionalità dei casi di ineleggibilità.
(Interruzioni)
Tra l'altro si dice che abbiamo il dovere di mettere quasi tutti sullo stesso piede di partenza, non possiamo creare situazioni molto diverse l'una dall'altra.
Per gli Assessori regionali e i capi di gabinetto c'è chi propone che la rimozione delle cause di ineleggibilità avvenga due anni prima. Su un mandato di cinque anni fissare il termine di due anni per rimuovere le cause di ineleggibilità a me pare eccessivo. Mi pare che ci sia una diffusa paura degli Assessori regionali. A me pare cioè che non stiamo dimostrando di essere dei buoni legislatori; ci lamentiamo tanto delle leggi che fa il Parlamento nazionale, delle distorsioni, di alcuni provvedimenti governativi. Credo che forse, per non essere anche noi dei cattivi legislatori, dovremmo riflettere un minuto in più. E chiedo ai colleghi: ma è proprio vero che è tanto pericoloso un Assessore regionale che si volesse candidare al Consiglio regionale?
(Interruzioni)
Sto fantasticando; io metto tra virgolette la parola pericoloso, perché non credo che sia pericoloso un Assessore regionale. Dunque, non è forse meglio pensare che dovremmo rientrare nella fattispecie della legge nazionale, là dove dice che un Ministro si deve dimettere 180 giorni prima. Non è più giusto? Perché due anni? Chi ha fatto questa proposta ha forse calcolato che, se fosse stata approvata, avrebbe potuto evitare che qualche pericoloso rivale gli facesse concorrenza? Mi si può dire qual è l'origine di questa proposta?
Signor Presidente, a me rimangono molti dubbi e io li ho risolti non firmando quegli emendamenti, credo che sia più giusto cercare di avere meno paura. E quando diciamo che dobbiamo favorire il ricambio dobbiamo crederci e comportarci di conseguenza. Se poi il popolo sovrano preferisce un Assessore che si è dimesso 180 giorni prima dalla sua carica, al consigliere regionale che è rimasto in carica fino all'ultimo giorno, questa è la volontà popolare. Io mi sono dimesso da Presidente della Provincia, senza essere obbligato, 180 giorni prima. Non mi pento di averlo fatto, credo di aver fatto una cosa che io sentivo giusta, nessuna norma me lo diceva. Quindi, ai colleghi che avessero queste paure, se può venire da me una parola di conforto e di aiuto nel lenire le loro paure io la spendo tutta, perché proprio non c'è niente di cui temere. E' molto meglio essere buoni legislatori piuttosto che timorosi consiglieri regionali che si vogliono ricandidare.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Lorelli. Ne ha facoltà.
LORELLI (P.D.S.). Signor Presidente, signori consiglieri, io credo che sia da sottolineare il fatto che finalmente si arriva, mi auguro, al traguardo, alla fase conclusiva di un dibattito che dura da troppo tempo e che, per una ragione o per l'altra, non riesce ad avere sbocchi costruttivi, sia per quanto riguarda questa proposta di legge sulla ineleggibilità e incompatibilità, sia per quella che riguarda la trasparenza e le spese elettorali. Io credo che, se noi in questi giorni riusciremo a varare questi due provvedimenti daremo un buon segnale perché esiste davvero un problema di credibilità del Consiglio regionale, della classe dirigente regionale che va comunque recuperata, anche se io credo che questo Consiglio abbia adottato provvedimenti di grande rilevanza e abbia svolto un ruolo importante. Io sto intervenendo per esprimere una mia opinione strettamente personale su uno dei commi previsti in questa proposta di legge, e precisamente sul nono comma. Considero un fatto importante che in questa proposta di legge venga introdotto il limite delle tre legislature. Sulle altre questioni di incompatibilità e di ineleggibilità io prendo atto del lavoro che si sta svolgendo, di quello che ha svolto la Commissione e degli emendamenti che si stanno elaborando e si valuterà volta per volta, però ritengo questo fatto importante. Per me è un passo avanti. Si creano condizioni per una evoluzione politica positiva.
Nei decenni scorsi noi abbiamo avuto un Consiglio regionale dove presenze importanti, storiche, non hanno consentito un'evoluzione, anche se qualche forza politica, principalmente quella a cui io appartenevo e appartengo, il P.C.I. faceva un'opera di rinnovamento al proprio interno e ripropone in continuazione nuove classi dirigenti e nuovi consiglieri regionali. Quindi si creano condizioni politiche positive, però io considero insufficiente questa norma. La considero inadeguata e non audace come potrebbe essere in un momento di grandi evoluzioni politiche, di scelte audaci. Nella società stanno venendo fuori delle potenzialità notevoli, nuove forze che crescono alle quali bisogna mano mano, ai vari livelli, creare le condizioni per svolgere un ruolo. Tre legislature secondo me sono troppo, non consentono questa evoluzione. Considero insufficiente questa norma, la mia è solo una testimonianza, non propongo un emendamento, tanto più che so che verrebbe bocciato e non mi piace ottenere questo risultato. Se avessi la sensazione che un emendamento in questo senso potrebbe essere approvato, senz'altro lo presenterei. Io sono convinto che otterrò una solidarietà notevole da quelli che la terza legislatura hanno già raggiunto, anche se molti non disdegnano di svolgere un ruolo in continuazione, non comprendendo che un ruolo politico si può svolgere anche nella società, all'interno delle forze politiche, a vari livelli non necessariamente istituzionali. Si creerebbero le condizioni per arrivare dalla società, dai partiti, dalle forze politiche al Consiglio regione e per tornare dal Consiglio regionale nella società con una maggiore esperienza, avendo partecipato ad un momento importante della vicenda politica regionale e avendo quindi acquisito esperienza.
Io credo, signor Presidente, lo dico con estrema franchezza, che si possa fare politica anche fuori di qui, e può essere anche questa una cosa nobile e la si può fare con maggiore esperienza, evitando così il distacco che molti di noi, ed io mi metto tra questi, stiamo registrando dalla società, dai problemi che la Sardegna vive tutti i giorni, che le varie realtà vivono. Ci farebbe bene un bagno di popolo, un ritorno, in mezzo al popolo. La mia è solo una testimonianza, un'opinione politica - poi voterò come si deciderà nel Gruppo - è una posizione politica che sostengo e che sosterrò nel mio partito nelle sedi e nei modi più opportuni e più corretti, ma per me questo problema esiste ed è un problema che i partiti devono affrontare anche se qui questa norma non passerà. Se poi ci saranno le condizioni io non avrò nessun tentennamento nel presentare un emendamento. E', dicevo, un problema politico per i partiti e qui si vedrà quanto i partiti vogliono rinnovarsi e creare condizioni per un rinnovamento. E qui si vedrà anche quanto sono coerenti i rinnovatori, quelli che si propongono come rinnovatori e riformatori vari, ai quali io guardo con molta attenzione e con molto rispetto. A me piacerebbe un gesto di coerenza da parte di questi rinnovatori, mi piacerebbe che dicessero che due legislature sono più che sufficienti. Noi siamo tutti utili ma nessuno di noi - io non voglio offendere nessuno, ho stima di tutti - ma nessuno è assolutamente indispensabile per stare in eterno in Consiglio regionale. E gli esempi debbono venire da noi, debbono venire da chi ha in mano gli strumenti per decidere. L'onorevole Baroschi questo lo diceva per quanto attiene alle situazioni di ineleggibilità e incompatibilità, e in alcuni casi bisogna riflettere sulle sue considerazioni. Ma io credo che l'esempio più forte noi lo daremmo alla società sarda, a quanti sono impegnati nella vicenda politica, dando un esempio concreto e cioè facendo una buona legge che stabilisca tutte le norme di ineleggibilità e di incompatibilità, facendone una ancora migliore per quanto riguarda la trasparenza e il problema delle spese elettorali, ma anche decidendo noi stessi che due legislature possono cosentire a ciascuno di noi di svolgere ben il proprio ruolo. E siccome è un'affermazione che io faccio in questo Consiglio, è chiaro che, se fossimo tutti d'accordo, io ne prenderei volentieri atto e ringrazierei per aver fatto passare una posizione che ritengo giusta. Due legislature, signor Presidente, sono sufficienti, lei mi segua, quando io alzerò la mano per la votazione di questo punto, perché se vedrò un clima favorevole presenterò questo emendamento, spalleggiato credo da coloro che ormai sono in condizioni di farlo in modo molto sereno.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Sandro Usai. Ne ha facoltà.
USAI SANDRO (D.C.). Signor Presidente, onorevoli colleghi, devo dire che non era mia intenzione intervenire in questo dibattito, per non essere tacciato di essere un conservatore e interessato a questa legge, per questioni personali. Debbo dire che nella sostanza condivido profondamente questo disegno di legge, ma essendo io un uomo di legge non posso fare a meno di fare alcune osservazioni e considerazioni, dopo aver letto la sentenza numero 344 della Corte costituzionale del giugno-luglio 1993. Questa sentenza ricorda che in materia di elettorato passivo la regola costituita dalla più ampia apertura possibile a tutti i cittadini. Dice che l'eleggibilità è la regola, mentre la ineleggibilità e la incompatibilità rappresentano l'eccezione. Più in particolare l'ineleggibilità - dice la sentenza - è giustificata soltanto se è ragionevolmente collegata all'esigenza di evitare la captatio benevolentiae degli elettori; l'incompatibilità invece soltanto se è strettamente connessa al fine di assicurare un corretto esercizio delle funzioni attive. E più avanti la sentenza statuisce espressamente che si rivelerebbe palesemente irragionevole una disciplina dell'ineleggibilità che mirasse a delimitare l'influenza nella composizione elettorale della notorietà derivante dal ricoprire determinate cariche pubbliche, tanto più nell'ambito di società, come quella nella quale viviamo, dove l'emergere di figure note al pubblico dipende da fattori molteplici e si verifica in svariati settori della vita sociale fra i quali quello considerato non è certo il più rilevante. Prosegue dicendo: l'evidente mancanza di quella rigorosa prova della indispensabilità del limite esaminato, rispetto all'esigenza primaria di assicurare una libera competizione elettorale, determina l'assoluta illegittimità della legge impugnata. Per questo, infatti, dice che la eleggibilità è la norma e l'ineleggibilità l'eccezione. Non può non seguirne la dichiarazione di illegittimità costituzionale della disposizione che la prevede. Fatte queste premesse, è chiaro che, se il Parlamento nazionale dovesse accogliere integralmente la proposta di legge formulata da questo Consiglio, questa legge andrebbe incontro chiaramente ad una dichiarazione di totale incostituzionalità. A questo punto mi sembra che chi ha voluto proporre questa legge ed approvarla in Commissione sia stato mosso più dall'intento di non farla approvare, che di farla approvare, per cui, se veramente c'è l'intenzione di questo Consiglio di votare un progetto di legge che sia veramente produttivo ed efficace, dovrebbe sostanzialmente modificare questo provvedimento perché se questo provvedimento rimane così com'è non serve a niente. Meglio sarebbe allora che questo Consiglio abbandonasse totalmente la discussione di questa legge nonché la sua approvazione, e votasse invece un ordine del giorno conforme alla volontà politica che invitasse tutte le forze politiche ad applicare di fatto, nella scelta dei candidati, queste incompatibilità e queste ineleggibilità, ma metterle in legge non serve a niente. Io quindi invito il Consiglio, salvo che gli emendamenti che non conosco non abbiano di fatto applicato queste mie osservazioni, abbiano cioè tenuto conto di questa sentenza, a un riesame totale di questa legge e a rimandarla caso mai in Commissione perché venga opportunamente emendata e corretta. Se questo non avviene con gli emendamenti, credo che l'unica sorte che avrà sarà quella di rappresentare una fatica sprecata, rimarrà lettera morta, e tutti quelli che non vogliono le riforme saranno ben felici e contenti, perché di fatto noi andremo alle prossime elezioni con la situazione di fatto attualmente esistente, salvo, ripeto, che le forze politiche non votino un ordine del giorno consiliare che vincoli le stesse forze politiche a comportamenti conformi a questa legge.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Cogodi. Ne ha facoltà.
COGODI (Rinascita e Sardismo). Signor Presidente, onorevoli colleghi, è da tempo, da quando questa proposta di legge è stata presentata, più volte discussa in Commissione, arrivata in Aula, poi tornata in Commissione, che io mi chiedo e mi sforzo di capire quale sia il reale valore innovativo di questa legge. Dico con tutta sincerità che ho trovato difficoltà a capirlo, e che tuttora non mi sono ancora persuaso che questa sia una legge davvero tanto innovativa. Noi viviamo una stagione non solo politica, politica e di umori diffusi, di luoghi comuni, in cui basta dire che si fanno cose nuove che pare che siano fatte.
Io pensavo anche poco fa, visto che capita oggi un giorno di silenzio stampa, che il Consiglio regionale è riunito da solo, quasi in raccoglimento, che forse questa sarebbe l'occasione propizia per una specie di seduta di autocoscienza, come si usava un tempo, o diciamo anche di riflessione critica, come più laicamente si può dire, perché ci domandiamo se davvero vi è o no in questo Consiglio regionale, nelle forze politiche, una volontà innovativa. Continuare a parlare di riforme senza farle non serve a nulla, anzi è dannoso. Esiste una legge dello Stato, che è del 1981, che fissa dei criteri abbastanza rigorosi e selettivi in materia di incompatibilità e di ineleggibilità negli organismi elettivi nazionali e regionali, una legge quindi di dodici anni fa, che questa Regione ha impugnato a suo tempo dicendo che la sua specialità consentiva di non applicare quella legge dello Stato, e formalmente era così, tant'è che la Corte costituzionale dopo sette, otto anni ha dato ragione alla Regione, legge "154" dell'81 che è di gran lunga migliore, anche più selettiva e più rigorosa di questa normativa di incompatibilità. Per intanto, in dodici anni si sarebbe potuta applicare quella normativa. A dire il vero nel 1981, quando la Giunta regionale di allora impugnò la legge dello Stato, che era legge di riforma e di riordino, alcuni di noi protestarono vivacemente in Consiglio, nei rispettivi partiti e Gruppi, tanto che qualche anno dopo il Consiglio regionale approvò una norma di recepimento della legge "154". Mi pare che corresse l'anno 1983-1984, cioè otto, nove anni fa. Quella legge, approvata da questo Consiglio regionale, di recepimento della normativa statale, ha dormito in Parlamento per due o tre legislature nazionali, cioè il Parlamento nazionale non l'ha mai presa in considerazione; evidentemente interessi, pressioni, suggerimenti non disinteressati hanno fatto sì che per otto, nove anni si consumasse il rito di una apparente volontà innovativa, anche allora, e di una sostanziale volontà conservativa. Oggi, con tanto squillo di trombe, arriva in Consiglio un'altra normativa, questa tutta regionale, che comunque è una proposta di legge nazionale, quindi non contiene norme immediatamente operative, che rimette al Parlamento nazionale ipotesi e casi di incompatibilità e di ineleggibilità. Io non trovo grandi innovazioni in questa normativa, perché alcuni punti sono già introdotti nella legislazione regionale, altri punti sono già nella normativa nazionale, basterebbe recepirli. Però, siccome è di moda e siccome è di utilità e siccome è di opportunità e anche - dico quello che penso - di opportunismo, trattare di riforma, si dice che questa è una grande legge di riforma. Ho detto, dico e dirò sempre quello che penso, e credo che questo Consiglio regionale farebbe bene a cominciare a ripensare e a riflettere su alcune altre norme che ha approvato e che hanno introdotto modificazioni, anche profonde e sostanziali, nel suo ordinamento e nel suo modo di essere vero, per valutare quali risultati positivi abbiano portato quelle modificazioni, anche quelle presentate come grandi novità, perché, badate, le riforme sono tali quando servono alla gente, non quando riempiono o fanno titolo sui giornali. Le riforme sono tali quando migliorano le condizioni di vita della gente, non quando appagano il palato nelle istituzioni o nella propaganda. Per esempio, perché non pensiamo a completare un inizio di riforma, che io ho reputato e continuo a reputare giusta, quale quella della distinzione delle funzioni fra attività legislativa e attività di governo, quella cioè che prevede che il consigliere regionale non possa essere assessore e viceversa? Perché non pensiamo a completare quell'inizio di riforma? Evidentemente è stata concepita non per migliorare il sistema, ma per punire qualcuno, poi poco importa se, anziché essere punito, qualcuno è stato premiato. Cioè quel che si chiama riforma viene utilizzato spesso nel contingente in modo strumentale. In quel momento si trattava di aprire un varco nella Giunta e nella maggioranza di allora, tant'è che il varco è stato aperto e si è fatta una norma che ha accelerato un processo che avrebbe dovuto essere politico e non strumentale. Però quella riforma, giusta nella sua ispirazione, si è tradotta in un danno obiettivo per la Regione perché non è stata completata. Data la distinzione delle funzioni, che è una cosa giusta, non può più permanere una situazione nella quale non venga normato il rapporto fra le diverse funzioni, cioè fra Giunta e Consiglio, fra organo legislativo e Governo. Il Governo va avanti per suo conto, come prima quando era una emanazione diretta del Consiglio, e la Giunta non risponde al Consiglio tranne qualche singolo Assessore. Ora è arrivato anche l'Assessore alla riforma della Regione, ma stasera, noi abbiamo iniziato a discutere di riforme e abbiamo continuato per qualche ora, con l'Assessore della caccia, perché trattiamo di una legge di caccia, "caccia al voto"! Ma non c'è l'attenzione della Giunta e sono inutili i richiami teorici ed astratti, non c'è un regolamento, non è un codice di responsabilizzazione fra i poteri essenziali di questa Regione, fra l'organo legislativo e l'organo esecutivo. Ecco perché un inizio di riforma giusto, quale era la distinzione delle funzioni, di fatto si è tradotto in un danno, in una deresponsabilizzazione, in un decadimento dell'uno e dell'altro organo e questo è evidente ed è di fronte a tutti. Non si mette mano a completare quell'inizio di riforma, cioè a regolare i rapporti fra l'organo legislativo e l'organo esecutivo e però ogni tanto appare e scompare, come un fiume carsico, questa o quella norma o legge chiamata di riforma, che come titolo porta "riforma", come sostanza non porta niente.
Io vorrei capire e vorrei che qualche collega mi aiutasse a capire in che cosa davvero, ad esempio, questa legge modifica il rapporto fra istituzioni e cittadini, in che cosa davvero questa legge, in quale articolo o comma migliora la condizione delle istituzioni e della società civile. Certo, si propone una selezione più severa, una limitazione dell'elettorato passivo, ma chi l'ha detto che la limitazione dell'elettorato passivo di per sé è una riforma? Chi ha detto che di per sé è un fatto positivo restringere il numero di coloro, cittadini dello Stato e cittadini della Regione, che possono avere un programma, un'idea, una capacità, per assolvere funzioni pubbliche? Credete davvero che sia sempre e comunque un miglioramento? O non può essere, invece, la riduzione dell'ambito dell'elettorato passivo un restringimento della democrazia e dell'autonomia? O non può essere, invece, il restringimento dell'ambito dell'elettorato passivo un decadimento della politica o peggio un atto di egoismo di chi fa leggi in funzione di se stesso, perché più si restringe l'ambito dell'elettorato passivo, cioè di chi può presentarsi al popolo e più si restringe l'ambito di libertà e di scelta dei cittadini e quindi più si agevola l'ambito della concorrenza elettorale e quindi politica? Io pongo queste domande veramente libero e scevro da ogni preoccupazione e invito il Consiglio regionale e i suoi componenti a riflettere su queste questioni.
Anch'io so di emendamenti che sono in via di scrittura, che modificherebbero questo testo, ma in Aula c'è in discussione questo testo e in questo testo è scritto che i sindaci, assessori, amministratori pubblici non possono essere candidati alle elezioni per poter chiedere ai cittadini di essere scelti come rappresentanti del popolo sardo. Ma che senso ha tutto questo? Ma perché mai un sindaco, un assessore, un amministratore pubblico che si è formato nella scuola migliore della politica, cioè nel rapporto diretto con i cittadini nei comuni, nelle istituzioni locali, perché mai quel cittadino non potrebbe essere presentato al popolo perché il popolo lo giudichi, essendo un cittadino che si è esposto alla conoscenza, un cittadino che ha già dato prova di sé? E se ha dato pessima prova i cittadini non lo sceglieranno, ma se ha dato buona prova perché mai i cittadini non dovrebbero consentire che sia utile alla comunità e alla collettività?
(Interruzioni)
C'è scritto al punto n) dell'articolo 2.
(Interruzioni)
Non è esattamente così. Chi dovete convincere? A me tanto non mi convincete. La legge la conosco, queste cose ditele dopo in via Roma quando discutete, al Caffè Torino, non ditele a me perché so quello che dico. Certo che si deve dimettere, ma qui è detto che si deve dimettere alcuni anni prima e io non ho capito perché mai si sia pensato, ancorché ora alcuni emendamenti in via di scrittura vogliano correggere, che un sindaco si deve dimettere anni prima, mentre un professionista, mentre un imprenditore, mentre un sindacalista, mentre un funzionario di partito, un giornalista, un propagatore di qualsiasi cosa, un venditore di cioccolati possono svolgere la loro funzione fino all'ultimo giorno. Voglio capire perché un sindaco deve cessare di essere tale anni prima, come era proposto in questa normativa. Io sto parlando dell'atteggiamento politico di chi concepisce la politica come una specie di torta da mangiare, di chi ha una visione edonistica della politica, e pensa che la funzione di rappresentanza politica sia una sorta di premio, di promozione sempre e comunque e non un impegno per chi lo svolge bene, un impegno faticoso e spesso duro e che mette a prova la vita. Chi non lo vuole fare e ha invece una visione edonistica della politica si accomodi. Questo sto cercando di dire. E' una visione politica e culturale diversa che ho affermato e che riaffermo. Nulla ha a che fare con questo ragionamento il limite di mandato. Il limite di mandato alla pari della distinzione delle funzioni, cioè dei doppi incarichi, è una cosa sacrosanta. Il limite di mandato significa che nessuno deve essere posto nella condizione di svolgere la stessa funzione per troppo tempo, perché chi svolge una stessa funzione non dico per quindici, ma anche per dieci anni, aderisce a quella funzione, si impigrisce in quella funzione e in qualche modo è di ostacolo alla crescita, alla dialettica, alla sperimentazione. Io sono d'accordo sul limite di mandato che già è stato introdotto, e quindici anni sono persino troppi, perché in dieci anni, se uno ha da dire una cosa, da applicarsi in una funzione se vuole e se ha la capacità, ha tempo di farlo, di applicarsi, di esprimersi. Ma non stiamo discutendo di questo; ho voluto chiarire che non si tratta, come dire, di mantenere inalterata la condizione di chi c'è rispetto agli altri che potrebbero accedere. Sto parlando di altro, sto palando di una concezione politico-culturale sbagliata, che vede appunto la politica come una specie di indebito vantaggio, che deve essere quindi come tale tolto quanto prima, che pensa che ridurre necessariamente le presenze nella politica sia un vantaggio, e non sempre lo è, perché spesso è anche un maggiore spreco o un maggiore dispendio di energie anche quando non fosse uno spreco. E poi vorrei dire a molti colleghi, rispetto a questo luogo comune che serpeggia, che anima tante anime pie, tante anime nobili, che diventa rappresentante del popolo non chi è candidato ma chi è eletto e quando uno viene eletto viene eletto sempre ex novo, perché i mandati nella democrazia sono tutti a termine e molti pensano che la candidatura sia già un'elezione. Certo la non candidatura è non elezione e quindi elimina concorrenti e avvantaggia altri concorrenti, in meno si corre in più si può vincere. Ma questo non è un arricchimento della democrazia, questo è un impoverimento della democrazia. Il problema è invece l'altro, su cui molti non riflettono a sufficienza. Infatti c'è chi dice che, siccome si riduce anche l'ambito dei mandati possibili, bisogna sviluppare la carriera dei parlamentari in un ambito più ridotto di tempo e magari pagarli per cinque anni quanto avrebbero in dodici! Non c'entra nulla questo.
Distinzioni di funzioni va bene, il rigore nella selezione va bene, partecipazione e democrazia va benissimo, ma di tutto questo non c'è nulla in questa legge. Si dice: "Ma non ci può essere granché perché per fare una legge migliore noi dovremmo incidere nell'ordinamento statutario, perché noi stiamo avanzando una proposta di legge al Parlamento nazionale che è una legge ordinaria. Per fare una legge più incisiva noi dovremmo, invece, toccare l'impalcatura costituzionale dello Statuto". E va bene. Ma non è l'altro ieri che è andata deserta per l'ultima volta la Commissione Statuto, cioè quella che doveva porre mano a riscrivere lo Statuto di autonomia? Non è andata deserta perché non c'erano Marras o Cogodi; è andata deserta perché non c'era la maggioranza, perché in democrazia, ben si sa, è la maggioranza che determina le forme di espressione del potere. Infatti è la maggioranza che elegge il Presidente, che elegge le Giunte e i Governi, è la maggioranza che si fa i suoi Presidenti di Commissione. Infatti, siccome non c'era accordo sul Presidente di una Commissione, la Commissione Statuto non si è potuta insediare e questa Regione non ha la Commissione consiliare Statuto, istituita alcuni mesi fa con legge - una Commissione speciale - perché la maggioranza non si è messa d'accordo sul Presidente. Questo Consiglio così riformatore, questo Consiglio che è preso da tale ansia, questo Consiglio in cui tutti sono riformatori, non riesce a fare riforme, non riesce neanche a insediare una Commissione per la riforma dello Statuto, non dico a fare la riforma dello Statuto, neanche a insediare la Commissione. Tale è la convinzione che anima troppi riformatori.
(Interruzioni)
Non c'è bisogno che mi dia il voto, Dettori. Posso avere ragione o torto, io sto dicendo la mia opinione. Abbiamo un'occasione fra le mani che io suggerirei di utilizzare meglio. Posto ancora una volta il Consiglio discute di una legge che pure di riforma tratta, perché non cogliere questa occasione per introdurre alcuni punti veri di riforma? Per esempio, vi sono alcune questioni che sono in campo, vi sono i quesiti referendari, ma è una parte, non è tutto; sono questioni reali attorno alle quali, fra l'altro, secondo me - ma non voglio usare toni troppo forti - non è cauto che il Consiglio regionale e i singoli consiglieri regionali non si pongano il problema della divaricazione crescente e del rischio di non credibilità che le istituzioni corrono, anche questa istituzione, il Consiglio regionale, che avrà mille torti, ma ha anche qualche merito, se non altro quello di esistere e di volere - non so se ci riesce - di voler rappresentare la volontà popolare, di voler tenere alto il valore dell'autonomia o almeno di volerlo tenere vivo se non proprio tanto alto. Come si fa a non porsi il problema del rischio di esporre ad un'ulteriore caduta di credibilità di questa istituzione se per forza, pur potendo evitarlo, si volesse andare ai referendum? Un referendum per dire se si deve votare alle elezioni scrivendo il nome e il cognome anziché il numero del candidato, quindi non sulla preferenza unica perché su questo il referendum si è già fatto. Un secondo referendum per dire che il Consiglio regionale deve essere composto non da 80, ma da 60 consiglieri regionali. Un terzo referendum per dire che si danno i danari per il funzionamento dei Gruppi consiliari a condizione che i partiti prevedano nel loro statuto di fare le primarie. Questi sono i tre referendum. Primo, sull'indicazione, nella scheda, del nome e cognome del candidato anziché del numero nella votazione a preferenza unica. Questo Consiglio regionale ne ha già discusso e c'era chi proponeva, io stesso avevo presentato un articolo di legge, il giorno dopo il referendum, che siccome si era votato alcuni anni fa per la preferenza unica con nome e cognome questo Consiglio regionale si adeguasse al referendum. Io ricordo che furono i colleghi della prima Commissione, quelli più impegnati sul fronte delle riforme, che dissero che di fronte al rischio che questo Consiglio non recepisse il referendum, accedevano all'idea di poter votare anche con il numero. E' agli atti del Consiglio. E infatti in Commissione gli stessi consiglieri del movimento delle riforme votarono una proposta in tal senso. Questo è certificato negli atti del Consiglio. Vogliamo tornare su quell'opinione? Si torni, il referendum nient'altro propone che questo, che questo Consiglio voti. E allora perché deve votare dopo? Si voti prima, cioè si metta alla prova la volontà del Consiglio e dei singoli consiglieri. Questo Consiglio, prima che qualcuno si appelli al popolo contro il Consiglio, deve essere messo alla prova, deve essere chiamato a votare quelle norme. Il Consiglio voti. E solo se il Consiglio non approva quelle norme ci si appella al popolo, secondo me. I consiglieri regionali possono votare e possono presentare proposte di legge, e le proposte in questione sono state già presentate, però c'è una difficoltà a farle arrivare in Aula, sono bloccate in Commissione. Io propongo che arrivino in Aula e che il Consiglio voti perché penso che sia sbagliato - e non è una questione mia personale, ma riguarda la credibilità stessa di un Consiglio regionale - andare a un referendum che costa 9 miliardi, solo di spese di organizzazione dei seggi, per fare una norma che questo Consiglio può fare subito solo che dalla Commissione arrivi in quest'Aula e si voti. Il secondo referendum dice che il Consiglio regionale dovrebbe votare una norma che preveda la riduzione da 80 a 90, da 80 a 60…
(Interruzioni)
Qualcuno vuole la riduzione da 80 a 90, ma quello è un altro discorso, non è un lapsus, è solo un errore, non è il mio pensiero. Scusate, c'è una legge in Commissione che è stata presentata da un Gruppo politico o da esponenti di un Gruppo politico, della Democrazia Cristiana, e fatta propria da quasi tutti i Capigruppo, condivisa quindi dai Gruppi. Perché non arriva in Aula? Ce lo dica il Presidente della prima Commissione. Pare che in Commissione ci sia uno sbarramento di quelli che vogliono il referendum e che non vogliono che la norma arrivi in Aula. Non è giusto.
PUBUSA (P.D.S.). Io ho votato contro.
COGODI (Rinascita e Sardismo). Contro che cosa?
(Interruzioni)
Io sto dicendo esattamente questo, io sto argomentando e dicendo la mia opinione di consigliere regionale che pensa in modo diverso e dice che si può benissimo votare una norma in Aula, che non deve essere impedito che l'Aula voti, posto che il referendum puramente e semplicemente chiede ai cittadini se l'Aula deve votare quella norma. E siccome io in quest'Aula la voglio votare perché mi deve essere impedito di votare? Perché non si fa arrivare in Aula?
Il terzo referendum dice che si dovrebbero dare i finanziamenti ai Gruppi se i partiti, nei loro statuti, prevedono che si facciano le primarie. Non dice quel referendum cosa accade se poi le primarie non si fanno o non si rispettano. Ma in ogni caso cosa c'entrano i finanziamenti per il funzionamento dei Gruppi con gli statuti dei partiti? Ma chi l'ha detto che nella nuova visione della politica e della riforma, con i referendum che si sono fatti, dei quali io non condividevo molti punti - ma altri sì e si sono tanto accalorati e hanno tratto o credono di trarre vantaggio - perché mai nel rapporto diretto con i cittadini si può essere consiglieri regionali, rappresentanti del popolo solo attraverso gli statuti dei partiti o non si può esserlo anche senza gli statuti dei partiti? Comunque, se queste sono le domande che si rivolgono al popolo e se, per fare questo, si deve mobilitare la gente, con una campagna elettorale e 9 miliardi per attrezzare i seggi, mi domando se stiamo dalla parte della riforma della politica, che innanzitutto significa serietà a produttività della politica, perché non poniamo mano a risolvere i problemi nel senso che coloro che hanno promosso i referendum indicano. Io sono disposto a votare in quella direzione, come mi risulta la stragrande maggioranza del Consiglio, solo che sia data opportunità al Consiglio di votare.
Si potrebbero dire molte altre cose sull'argomento. Poi quando entreremo nel merito dell'articolato si potrà ancor dimostrare l'assunto che io qui ho solamente enunciato, che se si vuole si possono fare norme e leggi di riforma, ma che non tutto quello che porta nel titolo "riforme" è tale. Se vogliamo, possiamo cogliere quest'occasione per fare alcune vere riforme, l'occasione ce l'abbiamo tra oggi e domani o quando il Consiglio potrà ancora operare e potrà lavorare con chiarezza e nella trasparenza.
Le trasparenze non basta invocarle, non si vive di trasparenze invocate, in politica bisogna dare dimostrazione provata; la credibilità si acquista sul campo e si acquista con la coerenza e con la linearità dei comportamenti, con la bontà degli obiettivi e con la sincerità dei propositi; alla fine l'olio buono viene a galla. Non si può vivere troppo a lungo di espedienti in economia e nella vita, non si può neppure in politica. Ecco perché io, pur ritenendo che alcune delle norme contenute in questa legge possano essere positive, non le ritengo affatto rivoluzionarie. Tamponi non ha usato oggi questa espressione, la usa spesso. Saranno appena appena modificative; io le ritengo abbastanza migliorabili e rivolgo un invito ai consiglieri singoli, ai Gruppi consiliari, di voler migliorare questo testo e di introdurre alcune misure di riforma vera che facciano recuperare al Consiglio regionale nel suo insieme una maggiore credibilità e che evitino, per quanto possibile, il rischio che la massima istituzione rappresentativa della Regione possa essere esposta ad una ulteriore crisi nel rapporto di fiducia con i cittadini sardi.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare l'onorevole Sanna. Ne ha facoltà.
SANNA (D.C.). Signor Presidente, egregi colleghi, ho avuto modo di dire che questa proposta di legge che tratta di ineleggibilità e incompatibilità alla carica di consigliere regionale, ha seguito una politica da elastico, cioè ogni volta che si avvicinava il momento della sua discussione, miracolosamente retrocedeva nell'ordine del giorno, tanto è vero che la Commissione l'ha licenziata il 20 maggio 1992 e arriviamo solo oggi a discuterla. Non è certamente una legge rivoluzionaria, è però una legge importante che stabilisce regole e che stabilisce criteri che mi sembrano equi. Il Consiglio regionale della Sardegna ha dato dimostrazione prima di tutto della sua capacità di darsi delle regole stabilendo l'incompatibilità tra la carica di consigliere regionale e quella di assessore e il limite di mandato di tre legislature, quindi ha per primo stabilito regole per se stesso. Ora mi pare importante che stabilisca anche le regole sull'elettorato passivo. I casi di ineleggibilità e incompatibilità alla carica di consigliere regionale, oltre quelli previsti dall'articolo 17 dello Statuto, vanno regolati con legge dello Stato. Alla Regione sarda non è applicabile la legge 23.04.1981, numero 154, essendo una Regione a Statuto speciale, come per altro ribadito dalla Corte Costituzionale con sentenza del giugno del 1988. In passato ci sono state diverse proposte miranti ad estendere anche alla Regione sarda l'applicazione della "154" e a regolamentare in maniera più organica una materia complessa e, per un certo verso, aggrovigliata, quale si è rivelata l'applicazione di ineleggibilità e incompatibilità evidenti e speso eluse anche qui nella stesa Regione sarda. Proposte, comunque, che non hanno avuto seguito in quanto non sono state mai neanche discusse e oggi approdano in Aula. L'ampio dibattito che da tempo ormai vede impegnate le rappresentanze elettive, i partiti, i movimenti, organizzazioni diverse, ha trovato un puntale riscontro nella sensibilità politica di gruppi e di singoli che con diversi progetti di legge hanno inteso dare una risposta concreta al fermento e all'interesse che in materia elettorale la società dimostrava e dimostra tuttora.
La prima Commissione, nell'esaminare i progetti di legge pervenuti, ha esitato un testo di proposta di legge nazionale che intende disciplinare e armonizzare regole e principi, diritti e doveri dei singoli nel ruolo di amministratori, cittadini ed elettori. Mi dispiace, forse, Presidente, il clima un po' distratto, forse per la partita del Cagliari o per altri problemi, ma sarebbe importante che i colleghi presenti in Aula, diversi dei quali sono proponenti di questa legge, di cui negano di essere artefici e protagonisti, quasi si vergognassero, fossero concreti nel dire che certamente è un testo di legge che non ha la pretesa di essere infallibile, che si sforza di essere infallibile, che si sforza di essere obiettivo e che si presenta all'Aula per tutte le modifiche e le migliorie che è possibile apportare e di cui i consiglieri singoli possono ritenersi portatori.
E' portatrice, questa legge, certamente, di un sereno convincimento che la filosofia che il Consiglio ha adottato con la separazione del ruolo legislativo da quello esecutivo deve essere in parte estesa ai massimi vertici della presenza amministrativa, in cui si può registrare un conflitto di funzione con il ruolo consiliare. L'Assemblea regionale sarda ha sancito l'incompatibilità tra la carica di consigliere regionale e assessore e, coerentemente, il testo licenziato dalla Commissione prevede l'ineleggibilità dell'assessore, considerati gli importanti poteri politici e le rilevanti funzioni di amministrazione attiva, alla carica di consigliere regionale, se questi non ha cessato le funzioni, almeno mi risulta all'ultimo emendamento, un anno prima del compimento del quinquennio.
PRESIDENZA DELLA VICEPRESIDENTE SERRI
(Segue SANNA.) Questa norma non mira a tagliare teste, ma a evitare lo strabismo amministrativo, in questa come in altre funzioni, vale a dire a evitare che si sia eccessivamente preoccupati del consenso e poco del bene pubblico. Pertanto la ratio della legge per l'ineleggibilità è quella di assicurare l'imparzialità nell'esercizio del proprio mandato.
I casi di incompatibilità sono quelli classici e sono stati estesi anche ai sindaci dei consigli comunali della Sardegna, perché ovviamente chi svolge la carica di consigliere regionale potrebbe essere eccessivamente preoccupato di canalizzare degli interventi nei confronti della comunità di cui è espressione, verso la quale probabilmente può essere anche sensibile. Si è parlato con espressione efficace di un Jurassic Park politico, cioè dei dinosauri politici che tendono a perpetuare la loro specie. Però si è scarsamente parlato del Jurassic Park amministrativo. Io credo che questa legge sia già stata superata parzialmente con la legge che prevede criteri di rotazione, ma credo che si debbano stabilire anche le incompatibilità per chi esercita determinati ruoli prevedendo che opti per tempo per una carica o per un'altra.
Qui si è tuonato anche sulla possibilità di evitare i referendum, si è detto anche che i colleghi in Commissione osteggiavano la possibilità che questo testo di legge arrivasse in Aula. Io credo che sia diritto-dovere di ogni membro di Commissione esprimere la propria opinione, e qualora questa risulti sostanzialmente maggioritaria io credo che se ne debba tenere conto, ma non è che possa abbindolare la gente dicendo che si risparmierebbero 9 o 12 miliardi o quanto costerebbe un quesito referendario. Oltre al sottoscritto l'onorevole Pubusa, Pier Sandro Scano, l'onorevole Marteddu e altri hanno espresso delle legittime opinioni, probabilmente personali, che non avevano la pretesa di coinvolgere i Gruppi di appartenenza. Non siamo stati noi a raccogliere le firme, ma una volta che le firme sono state raccolte io credo che non si possa scippare il corpo elettorale del diritto di esprimersi.
Va anche ribadito un altro principio, che non sono diecimila firme che possono imporre una legge a tutti i costi, cioè una volta che viene invocato il corpo elettorale io credo che si debba andare al voto per sapere qual è la risposta e l'orientamento del corpo elettorale. Ben comprendo e sono convinto che sulla riduzione dei consiglieri da 80 a 60, se si proponesse la cancellazione dell'intero Consiglio regionale, di questi tempi, non vi è dubbio che passerebbe. Ho molti dubbi, invece, che per quanto riguarda l'indicazione del numero o del nome del candidato sulla scheda non ci sia una sensibilità diversa nella gente. Penso a un candidato che per disgrazia si dovesse chiamare Schwarzenegger o peggio ancora al nome irripetibile o lunghissimo di un deputato europeo che ho letto da poco, con una serie di K, C e H, quindi difficilissimo da scrivere. Io credo che ciò che noi dobbiamo agevolare è l'espressione di volontà dell'elettore. Dobbiamo tener conto delle fasce deboli, dei portatori di handicap, di chi non è un letterato come l'onorevole Cogodi, ma certamente ha diritto di poter esprimere la propria opinione e il proprio voto. Vorremmo sapere che cosa ne pensa il corpo elettorale. E quando si assorbe il quesito referendario per le primarie e semplicemente si dice che si daranno i contributi ai Gruppi appartenenti a forze politiche che fanno le primarie, senza però regolamentare niente, certamente non abbiamo risolto il problema. E io non credo comunque che diecimila firme possano vincolare un corpo elettorale che ha il diritto di esprimersi e noi abbiamo il dovere di conoscere la volontà, dopo di che potremo legiferare. Io credo che quindi nessuno abbia il diritto di scippare i referendum e nessuno ha il diritto di interpretare il volere della gente sulla base di diecimila adesioni, ma ognuno di noi ha il dovere di andare a rappresentare le proprie personali opinioni, i propri convincimenti per poter arrivare poi a esprimere un voto serenamente. Non c'è in questa legge il concetto di autotutela che alcuni hanno voluto scorgervi forse per demonizzare un po' la legge, ma io credo che essa esprima la buona volontà e alla consapevolezza dei colleghi che si sono cimentati tutti, indipendentemente dall'appartenenza ai gruppi, per fare una proposta che fosse la migliore possibile. Nessuno ha la presunzione che sia perfetta, è all'esame del Consiglio, ogni consigliere, i Gruppi e i singoli hanno la possibilità di apportare modifiche, di suggerire quelli che ritengono emendamenti migliorativi. Siamo qui per discuterli, uno per uno, e cercare di fare il meglio possibile.
PRESIDENTE. I lavori del Consiglio riprenderanno domani mattina alle ore 10.
La seduta è tolta alle ore 19 e 20.
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